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Maggico INVALSI

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No, non e’ magico. E’ solo un metodo razionale per misurare l’apprendimento degli studenti secondo un criterio che permetta la comparabilita’.

Perche’ diciamocelo chiaramente : lo scopo della scuola non e’ quello di fornire strumenti trascendentali o eccezionalmente sofisticati. Dati i risultati, ci si accontenterebbe se insegnasse a leggere (testi complessi, non cartelli stradali), scrivere (elaborati, non nome e cognome) e far di conto (qui ci si accontenta anche delle basi). Questi obiettivi sono clamorosamente mancati. Non ho bisogno neanche di far l’elenco delle prove di questo fatto – ma, hey, d’altronde e’ anche a questo che servono i test analoghi su scala internazionale! Quello che sorprende e’ come vengano prese sul serio le iniziative di “resistenza” ai test: rendiamoci conto, dovrebbe bastare gia’ la parola a rendere ridicoli questi rivoluzionari da cascina la domenica e libreria sociale il lunedi’.

Quello che voglio suggerire, a chi si senta isolato da questa vociante minoranza, e’ di farsi sentire. Il buon senso ci mette piu’ tempo a spiegare le proprie ragioni, e non usa Foucault a sproposito per parlare di ridicoli complotti e di pseudo-controllo di matrice neoliberista (again, le parole dovrebbero rappresentare un campanello d’allarme per riconoscere quelli che danno aria alla bocca). Ma ha il pregio di appoggiarsi a ragionamenti semplici, coerenti, e dalle conseguenze concrete, misurabili e paragonabili.

Ribadisco. Non vi arrendete, la vostra collega di lettere che parla come Vendola, scrive come Vendola e sembra avere le idee chiare come sembra averle Vendola e’ esattamente come la vedete: un’elettrice di Vendola. E come tale potete trattarla. Come una minoranza fuori dalla storia, fuori dalla realta’ e dalla logica. Siete piu’ forti voi. Coraggio.

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Mc Donald’s vs. logica

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Se non sbaglio, all’università mi hanno insegnato che quando un’impresa non riesce a vendere, dovrebbe migliorare l’offerta, o almeno rendere più appetibili i suoi prodotti / servizi abbassando i prezzi. Leggo invece che la filiale giapponese di McDonald’s, afflitta da un anno intero di margini negativi, ha deciso di fare l’esatto contrario: rendere i suoi prodotti più costosi: per la cronaca, si tratta del primo aumento di prezzo praticato dalla multinazionale americana nel Paese del Sol Levante dal 2008 e sarà molto consistente (+25%). Alla Casa ci tengono a sottolineare che l’aumento è causato dal calo della domanda, e non dall’aumento dei costi (sarebbe strano, del resto, in un paese che da decenni vive in deflazione).

In Giappone Mc è gestito male: lo ammette serenamente perfino Eiko Harada, presidente ed AD, quando dichiara che la causa dei recenti insuccessi dell’azienda risiede nell’incapacità “di stupire i clienti”. Inoltre, alcuni prodotti sono talmente mal prezzati da causare disastri: il caffé a pochi centesimi ha trasformato i ristoranti in internet café, dove i ragazzini bivaccano senza ordinare nient’altro, mentre a fine del 2012 una delirante promozione sulle patatine, vendute a prezzi stracciati, ha scatenato una masnada di teenagers che nelle ore clou della giornata ne ordinavano quantità ciclopiche, intasando i locali e rendendo la vita difficile al personale ma soprattutto ai clienti a maggior valore aggiunto.

Insomma, se il cliente medio giapponese è poco affezionato al Mac, e lo usa in modo apparentemente opportunistico, gli esperti di strategia decidono di alzare i prezzi… Il management suppone evidentemente che, a fronte di un aumento di prezzo di un quarto, la domanda cali meno del 25% e che dunque l’operazione possa aiutare a rimettere in sesto, almeno temporanemente, i margini. E’ lecito dubitare delle possibilità di successo di questa “strategia”. Probabilmente la multinazionale conta sul fatto che la politica inflazionistica del governo (la cosiddetta Abenomics) produca alla fine il promesso aumento degli stipendi, che finirebbe per sterilizzare lo choc praticato sui prezzi. Che è come rassegnarsi ad un danno certo ed immediato probabilmente compensato in futuro da interventi sui salari promessi dal governo – non scommetterei sul fatto che funzionerà.

Se solo Harada ascoltasse i semplici consigli dell’uomo della strada (un lettore del Japan Times in inglese):

“Ristrutturate i ristoranti e mandate in pensione Ronald McDonald –  l’arredamento è fermo agli anni Ottanta. Rivedete il menù rendendolo più sano e gustoso. Mettete il wi fi gratuito. Trattate decentemente i dipendenti. Abbassate il prezzo della coca. Non vi azzardate ad aumentare i prezzi. Fate impresa con i vostri clienti di oggi, non con quelli che vi piacerebbe avere”.

Lavorare per niente

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Una recente ricerca di Confcommercio regala una fotografia controintuitiva del mondo del lavoro italiano: guardando le percentuali, inoltre, mi sono evaporate seduta stante tutte le ragioni per le quali non ho ancora preso la decisione di emigrare (la mamma, la pizza, la mozzarella e lo stracchino). A dar retta a questa statistica, in Italia mediamente si lavora molto più che in Germania: le trecento ore che separano le nostre 1.700 ore e le loro 1.400 corrispondono all’equivalente di sette settimane e mezzo (lavorative). Dopo un breve controllo sui sito del Department of Labor degli Stati Uniti, le conclusioni dello studio sembrano grossomodo confermate.

Da uomo della strada, ho provato a darmi qualche spiegazione. Uno: vi può essere una sensibile differenza tra le ore di presenza in ufficio e quelle effettivamente lavorate. In Italia abbiamo tornelli, timbrature ed altri ammennicoli degni di un allevamento intensivo di vacche, ma alla produttività non bada nessuno. Ho imparato a temere le persone particolarmente scrupolose nel rispetto dei regolamenti interni su orari, permessi e ferie: al momento di produrre qualcosa di aziendalmente utile non di rado si rivelano inesistenti, quando non dannose. Questa non è che una delle declinazioni del principio generale nazionale, che vuole la forma trionfare sulla sostanza. Lo constatiamo ogni giorno: per dire, che ci si può aspettare da un candidato premier che dice a destra e a manca che lui con Berlusconi non farà mai alcun accordo per governare, ma che, per avere la fiducia, non potrà fare a meno della “dissidenza controllata” di una manciata di senatori delle forze politiche con cui per carità?

Tolta la tara dei fancazzisti (e non è roba da poco, anche se la mia visione potrebbe essere viziata dall’esperienza personale), resta il fatto che all’interno delle aziende private italiane che ho conosciuto da vicino, la produttività viene mortificata perché, nelle ore che si dovrebbero dedicare alla risoluzione di problemi e alla creatività, si fa tutt’altro: si lavora per caricare di gloria il proprio cerchio magico, ci si adopera per mettere in conto ad altri i propri errori, si mente si ruba si spia si getta discredito si tendono tranelli, si gestiscono le risorse in base a chi esse rappresentano anziché in funzone del valore che portano. Il tutto in modo talmente abituale, che ormai non ci si fa neanche più caso.

Ho stilato una mia personale statistica: tra il 20 e il 30% del mio tempo in ufficio è impiegato in difesa preventiva, in attività di competenza di altri, ed in generale ad ammortizzare inefficienze generate altrove. Dove le regole non sono chiare (oltre a non essere condivise) l’entropia regna. L’assenza di protocolli e la conseguente dispersione di energia potrebbero secondo me spiegare una grane quantità di ore lavorative buttate letteralmente nel cesso.

Senza contare che il tasso di occupazione in Germania è di gran lunga più elevato che in Italia (oltre il 50% contro 40%): se considerassimo la Germania come il mondo perfetto, ad occhio in Italia mancherebbero all’appello (al netto dei diversi tassi di disoccupazione) qualcosa come cinque milioni di lavoratori. Non so se queste persone (donne principalmente) non potrebbero aiutare a trasformare in realtà il polveroso mantra, lavorare tutti, lavorare meno…

La cosa carina è questo tempo in eccesso dato al lavoro non produce niente di utile. Mentre infatti il PIL medio orario per occupato in Germania è di oltre 40 euro, da noi ci si ferma prima dei 35. In sostanza, non solo lavoriamo più ore rispetto ai tedeschi, ma assenza di concorrenza (inefficienza), burocrazia e fisco sono in grado di più che compensare tutte queste ore di fatica in più. Al momento sembra però che questi temi resteranno appannaggio degli accademici: in parlamento gli eletti non hanno tempo per occuparsene: troppo occupati a giocare all’asilo nido.

Tobin Tax all’italiana

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Il primo marzo entra in vigore nel nostro Paese la versione italica della Tobin Tax: si tratta di una tassa (ideata dall’omonimo economista nel lontano 1972) il cui obiettivo è ufficialmente quello di porre un freno la speculazione finanziaria. Anche se non ho problemi ad ammettere di averne subìto una certa fascinazione in mio recente passato (decisamente più gauchiste) oggi questo mi sembra un prelievo dubbio ed ipocrita. E’ davvero singolare che governo di stampo liberista e certo non ostile alle banche come quello retto da Mario Monti abbia deciso di seguire questa strada (benché, mi par di capire, costretto dall’Unione Europea).

In effetti, però, la “nostra” Tobin Tax è una tassa e, quindi, si innesta perfettamente nella logica di “spremitura” degli innocenti adottata dal nostro caro Professore. Mi si dirà, ma in questo caso sono quei cattivoni delle banche a pagare! [Sospiro di sollievo de la ggente, che s’è stufata.] Pia illusione. Come noto, le banche d’affari per mestiere prendono posizioni sui mercati  e poi si “coprono” con operazioni uguali e contrarie tenendo per sé un po’ di grasso, il margine: non faranno dunque fatica (qualora si trovino a doverla pagare) a togliersela di dosso recuperandola aumentando le commissioni o allargando i differenziali tra denaro e lettera.

L’intenzione dei politici europei era forse quella di assoggettare il “perverso” mercato finanziario al controllo pubblico (e già occorre una buona dose di ottimismo per credete che ciò si di per sé garanzia di virtù – specie se a decidere sono dei burocrati non eletti). L’effettivo risultato sarà quello di ingrassare ulteriormente uno stato inetto e mai satollo; quanto ai clienti delle banche, saranno penalizzati due volte, tassati dal governo e costretti a pagare più cari i servizi bancari di corporate and investment banking.

Ma la legge, direbbe Grilli, nasce per contrastare la speculazione. Vediamo. Dal primo marzo 2013, chi compra azioni (in Borsa o meno) pagherà, rispettivamente, lo 0,12% e lo 0,22% del valore nominale della somma acquistata. Basterebbe questa follia per trasformare in seguace di Ayn Rand anche il più trinariciuto dei comunisti. Davvero qui si sta parlando di una tassa sull’acquisto di azioni? Un po’ come la tassa sui CD vergini pretesa dalla SIAE. Dato che su quei supporti “potresti ipoteticamente” copiare materiale coperto da copyright, io ti becco al momento in cui lo vai a comprare. Mutatis mutandis: poiché acquisti azioni, “potresti anche” essere uno speculatore, per cui, nel dubbio, tasso. Ma allore perché non tassare i coltelli affilati? Si usano normalmente per affettare il salame, ma potrebbero ben essere usati per sgozzare il capufficio!

Ci sono altre cose carine, nella legge: per esempio, la tassa non si applica se si comprano azioni che abbiano avuto, ad un certo momento stabilito, una capitalizzazione complessiva inferiore ai 500 milioni di euro. Qui si può forse anche capire il senso della norma: forse si intendeva non gravare con ulteriori tasse gli investimenti di capitale proprio in aziende medio-piccole. Peccato, davvero, perché le famiglie e i privati in generali (ammesso che siano tanto arditi da fidarsi di un mercato che è liquido e trasparente come il pack antartico) investono normalmente in blue-chip, che, almeno in teoria, dovrebbero risultare più “sicure” di una small-cap. Arieccoce, Mario!

Ma la cosa più bella è questa: la tassa si applicherà solo sul saldo netto tra acquisti e vendite a fine giornata. Insomma, se sei uno “scalper” (il Charlie Manson degli speculatori) o insomma uno che fa trading intragiornaliero (compra e vende in giornata), stai tranquillo. Ti basta aprire e chiudere le posizioni in giornata, e il Professore non potrà metterti le mani nel portafoglio (quello di pelle).

Ma la cosa che a me interessa di più è l’applicazione della norma ai derivati. Se ben comprendo, tale passaggio dovrebbe avvenire il prossimo luglio. E qui c’è da ridere. E’ ovvio che agli occhi dell’uomo della strada, “derivato” suoni più o meno come pedofilo: complici anche le fandonie di giornalisti inesperti vogliosi di servire alle masse ottuse concetti fuorvianti come quelli legati al fatto che il nominale complessivo dei derivati in circolazione sia un multiplo delle operazioni reali sottostanti (cosa facilmente spiegabile). Ma esistono non pochi casi in cui l’uso dei derivati non solo non è irresponsabile, ma è, al contrario, indispensabile ad una gestione efficente dei rischi finanziari cui è esposta un’azienda. Se un’impresa  che acquista materie prime in dollari americani vorrà evitare di vedere i suoi costi lievitare in conseguenza di un apprezzamento del biglietto verde, dovrà fare delle coperture in derivati (acquisti a termine, opzioni) per assicurarsi che il costo sia chiuso oggi per domani, o che per lo meno sia contenuto all’interno di un intervallo ritenuto sostenibile. Ebbene, un imprenditore che si sta comportando con la diligenza del buon padre di famiglia, proteggendo attraverso la stipula di contratti  derivati l’azienda (e quindi anche posti di lavoro) dovrà subire l’ennesimo prelievo indebito da parte dello stato. Mi si dirà: ma la misura colpirà i derivati speculativi, mica quelli strumentali alla stabilizzazione dei costi aziendali! Vuol dire forse che si prevedranno esenzioni in questi casi. Quindi, prima di chiudere un derivato di protezione del suo cash flow, ogni tesoreria dovrà chiamare i funzionari dell’Agenzia delle Entrate e chiedere loro se, a loro modo di vedere, l’operazione sia speculativa o no… Considerando i tempi di reazione (tre quattro anni) e la preparazione media di queste persone, la nostra ipotetica azienda farebbe a tempo a fallire cento volte prima di ottenere un verdetto.

Quindi, diciamolo chiaro e tondo: questa è l’ennesima tassa iniqua, che grava solo sui soggetti che non possono scappare (privati e piccoli imprenditori). Altro che sventare la speculazione!

 

Economista a chi?

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Qualche giorno fa a Piazza Pulita si sono fronteggiati Michele Boldrin, fondatore di Fermare il Declino e Loretta Napoleoni, la (pare) ispiratrice di varie istanze economiche del Movimento 5 Stelle. Entrambi sono stati presentati come “economisti” dal conduttore. Il patatrac succede al minuto 14, quando viene fatto notare dal conduttore che anche gli economisti non sono d’accordo tra di loro. Michele Boldin a quel punto dice che Loretta Napoleoni non è un’economista, provocando la reazione stizzita della stessa, che gli dà del cafone. Visto che le parole sono importanti e che di questi tempi praticamente chiunque si sente un po’ un economista, forse sarebbe utile capire cosa vuol dire essere “economisti”. A differenza di mestieri quali il medico, l’avvocato o il notaio, non esiste un riconoscimento legale che consenta di dire con certezza chi è un economista e chi no. Bisogna dunque basarsi sul buon senso. Per economista si puo’ intendere qualcuno che abbia studiato economia all’università. Ciò renderebbe il numero di economisti in circolazione piuttosto elevato, e la loro qualità francamente scarsa. Diciamo che forse sarebbe necessario avere almeno un dottorato in economia? Ok, però se una persona con un dottorato in economia poi decidesse di andare a fare l’allevatore di struzzi, potremmo comunque considerarlo un economista? Forse no. La mia personale risposta è che un economista per definirsi tale deve svolgere un’attività scientifica in una qualche disciplina economica. Un’attività scientifica, per dirsi tale, a mio parere, dev’essere pubblicata su riviste scientifiche con un sistema di “peer review”  che fa in modo che un articolo passi lo scrutinio di altri esperti della stessa materia prima di essere pubblicato.
Torniamo dunque ai nostri due economisti di Piazza Pulita. Michele Boldrin starà pure antipatico a molti, ma non c’è discussione che tenga: professore e capo del dipartimento di economia alla Washington University di Saint Louis, 34 articoli pubblicati in riviste prestigiosissime (conosco parecchie persone che per pubblicare anche una volta sola su una rivista come Econometrica sarebbero pronti a uccidere). Loretta Napoleoni invece non risulta di ruolo presso alcuna università o istituzione dedita alla ricerca, come già fatto notare da altri . Guardando alla sua pagina su Ideas, si trova tracca di un solo articolo sul finanziamento delle attività terroristiche dopo l’11 settembre. Dal suo sito si vede come abbia scritto diversi saggi, nessuno di questi pubblicato da una casa editrice universitaria, dove la peer review è la norma. A occhio Loretta Napoleoni di mestiere fa la saggista e si occupa prevalentemente di terrorismo, politica e società. Michele Boldin invece produce (eccellente) ricerca scientifica in campo economico. Da qui credo nasca la perplessità di alcuni nel definire figure come Loretta Napoleoni, e molti altri che si occupano di tematiche connesse all’economia, come economisti. Naturalmente chiunque è liberissimo di considerarsi o considerare altri economisti in base a qualsiasi criterio ritenga più adeguato. Al lettore la scelta informata.
P.S. Se per caso il Professor Boldin dovesse leggere questo post, da boldriniana quale sono, mi permetto di consigliarli di contare fino a 10 prima di dire a qualcuno in un talk show che non è un economista dopo che è stato presentato come tale. A capire queste sottigliezze ci siamo io e forse qualche decina di accademici collegati in streaming da qualche università americana. A tutti gli altri il rischio è in effetti quello di apparire cafoni.

Affanculo Olof Palme

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La scena è questa. Cena tra amici, si parla del più e del meno. Inevitabilmente il discorso verte sulla politica e sull’Italia che non funziona, che disperazione, che scorno, che amarezza. Arriva, prima o poi, il momento in cui l’intelocutore di sinistra ti sbatte in faccia Il Modello Scandinavo (tutto maiuscolo). Un mito fatto di efficienza, inclusione, mobilità sociale, e tanta, tantissima spesa pubblica. A questo punto se c’è un interlocutore non di sinistra, costui potrebbe obiettare “ma dai, la Scandinavia è una cosa diversa, qui non si può fare”, e via scornandosi sul nulla.

La cosa spassosa non è solo che sbagliano entrambi: ma che, se lo sapessero, entrerebbero nello stesso gioco delle parti, invertendole. La butto lì: la Svezia non è il paradiso del socialismo che ci hanno detto. Certo, c’è stato un momento in cui la Svezia era effettivamente un paese che definire ad economia di mercato sarebbe stato fuori luogo: negli anni ’80, la spesa pubblica svedese è cresciuta fino ad arrivare al punto di massima espansione, nel 1993. Il numero, impressionante, è uguale al 67% del PIL. Grossomodo come in Sicilia o Campania (non scherzo, il 50% italiano è molto disomogeneo tra Regioni).

Bene, lanciamo un primo sassolino nello stagno delle convinzioni del nostro commensale di sinistra: quella gigantesca spesa sociale non ha creato molta ricchezza. Per la verità, nel 1993, complice anche la crisi bancaria di quegli anni, il PIL pro capite svedese era inferiore (in-fe-rio-re) a quello italiano. Da quel punto in poi, Italia e Svezia hanno preso due strade divergenti. La Svezia ha ristrutturato il suo sistema bancario, nazionalizzando tutte le banche fallite con l’impegno di metterle sul mercato (cosa poi realizzata), e ottenendo un sistema bancario solido, slegato dalla politica e aperto alla concorrenza. Negli stessi anni, in Italia, la legge sulle fondazioni bancarie trovava un escamotage per far rientrare dalla finestra della finanza italiana i politici che erano usciti dalla porta.

L’Italia ha aumentato la spesa pubblica e le tasse: la pressione fiscale italiana, sotto il 40% prima del 1990, è oggi quasi al 50% del PIL. Nel frattempo, dato che al 40% del 1991 ci si è arrivati partendo da quasi il 20% del 1974, l’evasione fiscale italiana (prodotta da questa escalation fiscale a tratti predatoria) fa sì che quel 50% sia spalmato in modo abbastanza diseguale. La Svezia, invece, ha cambiato parecchie cose, in senso opposto: ha ridotto l’aliquota sui redditi più alti di ventisette (27!) punti percentuali, una cosa che GWB a confronto impallidisce, ha portato l’equivalente della nostra IRES al 22%, e ha ridotto ogni tipo di altra imposizione su proprietà immobiliari e mobiliari. L’evasione fiscale, che era un problema nella Svezia degli anni ’80, è oggi solo una robetta di scandali isolati legati a questo o quel campione dello sport che vanno a vivere a Montecarlo.

Ad oggi, la spesa pubblica svedese non è solo più bassa di quella italiana, ma persino inferiore a quella dell’Inghilterra che fu di Maggie Thatcher. La stessa Inghilterra che si vede tallonare, e talvolta anche sorpassare, dalla Svezia in tutti gli indici di libertà economica. Macelleria sociale, insomma? Credo di no, si può dire all’interlocutore di sinistra, ormai spaesato: il cittadino svedese medio si è oggi parecchio arricchito rispetto al suo coevo italiano. Infatti, se l’italiano medio del 1993 guadagnava di più dello svedese medio, nel 2011 il PIL per capita svedese è un buon 30% più elevato di quello italiano.

Ah, a proposito di macelleria sociale: se la riforma Fornero ha fatto orrore al nostro commensale, qualcuno potrebbe spiegargli che il problema è che è arrivata troppo tardi. Il passaggio da sistema retributivo a sistema contributivo in Svezia è un fatto degli anni ’90, ma per tutti e con un adeguamento automatico all’aspettativa di vita con parametri che da noi, che siamo todos caballeros, sarebbero stati considerati brutali. Il motivo della persistenza di questa leggenda per cui l’algebra della contabilità nazionale che è un problema per altri paesi sia tranquillamente aggirabile da noi, per magia, con una leggina o “per effetto delle lotte“, è lo sconsolante risultato di anni passati a ritenere soddisfacenti le analisi “da tavola” dell’amico progressista che stavolta vogliamo smentire. Colpo finale: le Sante Scuole Pubbliche non sono monopoliste, nel paese di questi maledetti turboliberisti nordici. Un sistema di voucher assicura alle famiglie la possibilità di scegliere tra scuole in concorrenza tra loro. Scuole private finanziate con soldi pubblici. E qui ci sviene l’amico, temo.

Caffè?

Da Malindi contro Tecnici e Coprofagi

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Tramonto africano post temporale di fronte. Sul tavolo del giardino che si affaccia sull’Oceano Indiano, Pernod e mandorle tostate, Ipad, un libro di Fitzek ed un pacco di sigari cubani Montecristo n.5. Questa volta per incontrare l’ing. Paolo Pretocchio* arriviamo fino a Malindi, in Kenia. La t-shirt verde scura che indossa sotto una redingote blu elettrico a pois, pantaloni di lino grigio militari e bianchi mocassini in coccodrillo, riporta stampata la celebre frase di Mark Twain ‘’ Se votare servisse a qualcosa, non ce lo farebbero fare”.”Ieri avevo quella con la famosa frase del boss della mafia nera di Harlem Frank Lucas: “ Il più chiassoso nella stanza è il più debole nella stanza”, che ho indossato per questo ricevimento commemorativo degli ordini cavallereschi dell’impero austro-ungarico. Dove tra l’altro mi sono rotto i coglioni alla grande”.

Ing. Pretocchio, che cosa sta succedendo?

Siamo nel bel mezzo di una specie di Weimar al rallentatore. La situazione è identica all’esperienza del governo Brüning dal 1930 al 1933: identici i trend negativi della produzione industriale e della disoccupazione, identica la politica economica, identica la stasi parlamentare.

Cosa ci vuole dire, che presto quindi avremo l’avvento di un nuovo partito nazista?

La forma del movimento politico che prenderà il sopravvento alla fine di questa fase e conseguentemente all’esplosione degli accumuli di insoddisfazione che per adesso sono solo embrionali, confusi, autorimossi per sopravvivenza emotiva e non assemblati, ancora non si è manifestata. Di certo non ci salverà il neoautoritarismo tecnico-pragmatico di matrice finanziaria che oggi detta le direttive ai governi europei. 

Cos’è il neoautoritarismo tecnico-pragmatico di matrice finanziaria?

E’ ciò che oggi sta al potere in Europa. In questo frangente di rimasugli rantolistici, la difesa di interessi e privilegi mostra i muscoli. Ma si tratta solamente di una sorta di necessario quanto impotente tentativo dell’autofondazione assoluta dell’economia su se stessa senza presupposti filosofici, politici o religiosi. E’una solipsistica egemonia non egemone in quanto non risolve un bel niente, che non ha consenso nelle viscere collettive. E’ l’inevitabile esigenza sistemica dell’ autoriproduzione teorica, ma è un’operazione onanistica perché non ha nessun riferimento sociale. E’ una religione atea senza fedeli. Vive nella totale astrazione dall’esperienza di vita reale delle persone e per questo è oggettivamente disumana, violenta, perdente.

Ma ci sono socialisti, liberali, comunisti, liberisti, nazionalisti e federalisti pronti a sostenere, ognuno dalla propria prospettiva, che sia arrivato o stia per arrivare il loro momento.

Sono tutte categorie sorpassate. Gli esponenti ed i seguaci di tali ‘nobili’ teorie sono ormai delle vittime, sono come dei pupazzi nelle mani di un amore mai trovato. Il subconscio collettivo ancora non ha elaborato un centro d’interessi e di sfogo comune ed unitario delle proprie esigenze, aspettative, desideri irrisolti e frustrazioni. Tornando a Weimar, anche allora c’erano i vari Junger, Niekisch e von Salomon, intellettuali e militanti interessantissimi quanto incapaci ad insinuarsi nei gangli emotivi e politici delle masse dell’epoca. In più quelle ideologie erano l’espressione di tipi antropologici figli di un’evoluzione culturale della società e delle classi. Oggi siamo di fronte ad un processo di neoanalfabetismo intellettuale ed emotivo rilevante ed egemone, un rovesciamento dell’analisi pasoliniana: non sono più le borgate che si stanno imborghesendo, ma è la borghesia che si è imborgatata, che si esalta e gode del brancolare nel sudicio, nell’essere ignorante, bestiale, posticcia ed analfabeta.

Come vede l’exploit di Beppe Grillo?

Grillo è un abilissimo situazionista e comunicatore, coglie lo spaesamento irrazionale del momento storico, comprende ciò che la gente vuole sentirsi dire ed il modo in cui vuole sentirselo dire. Conosce bene la lezione del linguista Lakoff secondo cui un’efficace cornice cognitiva prevale dirompentemente ed è più importante della verità. Ma è il costruttore di una casa artificiosa che si basa solo sul suo situazionismo mediatico e monologhistico. Il centro aggregante non è radicato con la storia e la realtà, ma solo con un suo show comizistico e opportunisticamente aggressivo, una sorta di catarsi da teatro greco, ma che poi finisce lì. Non c’è nessun radicamento profondo con la storia. D’altronde il suo percorso artistico ce lo testimonia: prima faceva la pubblicità dello yogurt yomo, poi è passato alla satira economico-ecologica antipubblicitaria, poi prendeva a martellate i computer fino a divenire un paladino della rete. Per personaggi simili, Gramsci avrebbe parlato di “costruttori di palafitte’’, cioè di quelli che pretendono di impiantare il nuovo sul nulla. L’ideologia della democrazia diretta della rete è un inconcludente impasto di determinismo tecnologico, libertarismo velleitario e confuso neoliberismo antiliberistico. Durerà quanto deve durare, ma non è certo lui che porterà la luce. 

Lei ha parlato del partito dei coprofagi. Chi sono i coprofagi?

I coprofagi sono tutti quei tipi che, anche se anonimi e silenziosi, quando ci parli e metti in dubbio qualche loro concetto, ti rispondono con una faccia che emette un misto di ghigno, vagito del nascituro semisedato ed amplificazione da sforzo gutturale dovuto a stitichezza:’’e ma lo dice l’Europa!!!ce lo dice l’Europa, non possiamo fare diversamente’’. Se l’Europa decidesse di sequestrare tutte le nostre case per darle alla famiglia di Mario Draghi o ai discendenti della tigre Arkan, loro ti direbbero, acriticamente eccitati ed esaltati: “ma ce lo dice l’Europaaa!”. E’una nuova forma di razza umana, dei neoebeti, il partito dei celodiceleuropa, quindi un partito di coprofagi nella sostanza. E penso che si sia capito cosa intendo dire.

Ma il governo Monti ci ha ridato credibilità internazionale, senza il suo intervento non si sarebbero potuti pagare gli stipendi degli statali. La sua mi sembra una critica troppo eccessiva.

Ma questo è solamente l’alibi di ferro trovato per iniziare ad impiantare un disegno ben preciso. Mi spieghi una cosa: che centra con l’Europa tagliare i fondi per gli ammalati di Sla o per l’accompagnamento degli invalidi, o quelli per l’illuminazione pubblica? E’ logico che tutto ciò segua una linea ben precisa che con l’Europa non centra niente, e cioè la privatizzazione del welfare ( la sanità, gli asili, i trasporti, le pensioni etc.) che ormai è l’unico bottino rimasto per le varie banche e compagnie assicurative impastate nella melma di titoli cartastraccia e mancanza di liquidità. Anche perché nei primi otto mesi del 2012, il debito pubblico è aumentato di quasi 70 miliardi, con una media di 8,6 miliardi al mese, cioè 282 milioni di euro al giorno. Per non parlare del mancato taglio delle tasse o delle mancate liberalizzazioni, cose che invece, quando questi tecnici facevano gli economisti editorialisti del corriere della sera, auspicavano come uniche vie d’uscita per l’economia italiana, criticando severamente i governi che c’erano e che non prendevano tali provvedimenti. Insomma, facevano i liberisti con il culo degli altri. 

Comunque mi pare di capire che lei si allinea a tutti quelli, economisti e leader populistici vari, che sostengono che bisogna uscire dall’Euro?

Ma assolutamente no, sarebbe pura follia sia tattica che strategica. E’ l’euro che uscirà da noi. Quando alla Germania non starà più bene il giochino, manderà all’aria tutto in un batter di ciglia. Ma niente di tutto ciò accadrà nell’imminente. Detto questo, però, mica possiamo fare come i coprofagi, le cose bisogna pur cercare minimamente di comprenderle. Alla fine degli anni settanta ci fu un dibattito all’interno della rivista per cui scrivevo, Mercati, virilità e scemi di paese, costola dissidente di MondoEpilettico. Scrissi un articolo sull’adesione dell’Italia allo Sme in cui sostenevo che l’unione di economie diverse tra di loro, con un rigido sistema a cambi fissi, avrebbe prodotto una crisi sistemica, dove le economie più forti avrebbero schiacciato quelle più deboli. Un sistema a cambi fissi è una manna dal cielo per i paesi più forti (vedi Germania) perché in un’economia aperta e allargata a più mercati, chi ha capitale desidera la rigidità dei cambi per poter investire dove conviene di più senza rischiare di perderci a causa della fluttuazione dei cambi. Quindi sostenevo che i rischi per l’Italia sarebbero stati collegati al fatto che un paese meno competitivo come il nostro, con un’inflazione strutturalmente più alta rispetto a quella della Germania, con un cambio fisso non avrebbe più potuto, quando serviva, recuperare competitività svalutando la moneta e quindi avrebbe dovuto, inevitabilmente, trasferire i necessari aggiustamenti nell’economia interna, cioè svalutando i salari, attaccando i guadagni ed i redditi delle persone, facendo in questo modo contenere i consumi e quindi contenere l’inflazione. E’ esattamente quello che sta accadendo adesso. 

E cosa proponeva all’epoca per evitare questi rischi?

Accompagnare il sistema della rigidità dei cambi con un concentrato di regole capaci di stabilire, nel caso di deviazione degli andamenti di cambio, un’equilibrata distribuzione degli oneri di aggiustamento tra paesi strutturalmente in disavanzo esterno e paesi in surplus. Ora hanno adottato il fiscal compact, che è come prendere uno grasso 300 kg e per farlo dimagrire mandarlo a pane e acqua senza casa in un bosco disperso della Siberia per due anni. Dimagrirà sicuramente, ma verrà trovato morto stecchito prima della fine della dieta.

Lei è un imbecille?

Non lo so, ci sto pensando da un paio di settimane.

Soundtrack1:’La pelle’, Cesare Basile
Soundtrack2: ‘Veteran of the psychic wars’, The blue oyster cult

Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

*L’ing. Paolo Pretocchio è un personaggio di fantasia dislocato autunnamente in una spiaggia dell’Africa meridionale.

chi si 110 e loda si imbroda

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A seguito delle parole che il ministro Fornero non ha pronunciato (e grazie anche a un uso dell’inglese un po’ tricky, come direbbero gli inglesi) è riscoppiata una polemica sempre verde sui gggggiovani. Parlo dei (piu’ o meno) giovani laureati italiani che urlano incazzati cose del tipo “io mi sono laureato con 110 e lode e raccolgo i pomodori nei campi a 5 euro all’ora”. Ok, non dico che stare a 30 anni a fare lavoretti che altrove sarebbero per studenti del liceo sia il massimo della vita. Il mercato del lavoro italiano e’ quel che e’. In queste furenti dichiarazioni si intravvede pero’ una pericolosa forma mentis ereditata dai nostri avi per cui prevale l’importanza del pezzo di carta sulla sostanza. C’e’ la convinzione che l’importante sia essere laureati e non cosa e come si e’ imparato; che il 110 e lode sia piu’ importante di dove lo si e’ preso (certe universita’/facolta’ sfornano 110 e lode in automatico, altre pochissimi); che una laurea presa in 8 anni sia come una presa in 5, e avanti cosi’. C’e’ poi l’idea che se alcune facolta’ sono piu’ apprezzate di altre nel mondo del lavoro, questa sia una specie di lesa maesta’ (come se la cultura stesse piu’ nelle facolta’ di lettere rispetto a quelle di ingegneria o fisica o medicina). Infine, io non sento mai lo stesso slancio di protesta verso il fatto che in certe facolta’ il voto normale agli esami sia 30 e che la maggior parte dei neodottori esca con il massimo dei voti: e’ anche questa una delle disgrazie delle facolta’ umanistiche, le quali non sono in grado di segnalare un accidente su quanto siano bravi o no i loro studenti visto che questi hanno tutti gli stessi voti. 

Economisti in libera uscita

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Sono tra di noi. Hanno cominciato con gli editoriali sui quotidiani. Poi le ospitate nei salotti televisivi, dove fanno la parte di quelli che ne sanno, in collegamento dal loro ufficio in qualche universita’ americana. Erano particolarmente apprezzati durante il periodo berlusconiano, quando non gli ci voleva nulla a sbranare un sottosegretario in meno di 10 secondi, ruttino compreso. Litigano puntualmente con tutti, anche con quelli che sono d’accordo con loro nonostante non abbiano un PhD. A volte ti chiedi se non li invitino apposta per far casino. Poi sono arrivati ai blog, a Facebook e a Twitter. Tutto per estendere anche a noi comuni mortali il privilegio di farsi trattare come i sottosegretari di cui sopra. Alcuni di loro sono entrati nel governo tecnico nel 2011 e hanno cominciato a parlare come un manuale di microeconomia I, a reti unificate (tanto mica rischiano di fare la fine di Siniscalco nel 2005). Usano termini come ottimizzare, minimizzare, riallocare, efficienza, surplus e spesso completano le frasi in inglese perchè in italiano, dopo decenni all’estero, non gli escono più. Invece di dire “tra poco” e “tra qualche anno”, dicono “nel breve periodo” e “nel lungo periodo” (dimenticando che in quest’ultimo siamo tutti morti?). Riuscirebbero a portare il discorso sull’economia anche se gli chiedessero com’e’ il tempo oggi a Boston. Poi quando gli muovi una critica ti accusano di usare uno “straw man argument”, costringendoti ad andare su Wikipedia per capire di cosa ti accusano. Dopo aver passato anni a dire che i politici sono tutti uguali e che in Italia non cambiera’ mai nulla, hanno deciso di…fare i politici e provare a cambiare l’Italia. E va bene, cari economisti, entrate in politica. Ma fatelo parlando in un linguaggio comprensibile anche a chi non ha mai studiato economia e ricordandovi che in democrazia non tutto quello che insegnate si puo’ attuare. Insomma, entrate in politica da politici, non da economisti.  Perche’ un partito di (quasi) soli economisti, o di loro mini-me in procinto di diventarlo, sarebbe come una citta’ di soli idraulici, in cui tutti sono bravissimi a riparare i tubi ma nessuno sa fare un’appendicectomia o mungere una mucca. E nei partiti, come nelle citta’, c’e’ bisogno di saper fare un po’ di tutto. Se invece volete fare solo gli idraulici, ci sono parecchi partiti in giro che ne avrebbero bisogno di bravi. Con immutato affetto.

Il fine giustifica i Renzi

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«La rottamazione? Una frase bieca, truce e volgare. Ma mi ha portato titoli sui giornali e mi ha reso credibile».

Massì, Matteo Renzi: cosa ce ne frega di essere biechi, truci e volgari se ci porta titoli sui giornali?

“Purché se ne parli”, caro Renzi. Ma poi, se qualcuno utilizza l’aggettivo fascistoide nei tuoi confronti, tu ti inalberi. “Ma come – dici – vengo attaccato sul giornale del mio stesso partito?”

Tu però, puoi tranquillamente mettere Bersani e Vendola sullo stesso piano di Fiorito. Uno è l’attuale segretario del tuo partito, l’altro è alleato del tuo partito. Anche i consiglieri del PD che supportano la tua giunta sono come Fiorito? No, per sapere…

Capisco che tu voglia andare sui giornali ma c’è modo e modo di andarci. Ad esempio – oggi leggevo su tuitter e condividevo – se un supporter di Bersani si fosse messo una tua maschera e avesse fatto finta di essere investito, avremmo avuto un sacco di titoli sui giornali.

Avremmo avuto titoloni sull’odio della sinistra verso i moderati, sul rischio di un rinfocolarsi della violenza e del terrorismo, sui Romanov assassinati, sulle foibe, su Pol Pot e su tutti i crimini della sinistra mondiale ai quali, “si sa, signora mia,” Bersani, in fondo in fondo ammicca!

Ma tu, Renzi, te la cavi dissociandoti, e tutti a dire: “ma che bravo che si dissocia!”. E’ il mainstream, bellezza!

Vedi Matteo Renzi, tu e tutti quelli che utilizzano toni violenti per far parlare di sé stessi rappresentate uno dei peggiori problemi della politica italiana. Perché al di là del linguaggio squadristico – che fa schifo in sé e per sé – a furia di andare sui giornali per i vostri toni sono anni che il dibattito politico e giornalistico di questo Paese si concentra solo sui vostri rutti in libertà. Santè

Subsidenza politica, ecologica ed economica

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Ieri mattina ascoltavo il Comitato nazionale di Radicali Italiani su RR e tra i tanti interventi mi è capitato di ascoltare quello di un amico, Enrico Salvatori, uno di quei radicali rompicoglioni che mettono faccia, tempo e corpo per portare alla luce gli obbrobri amministrativi e le mafiette locali, per gridare a chi dovrebbe farsi carico della gestione di un territorio che i disastri politici vanno a braccetto – quando non ne sono responsabili – coi disastri sociali e ambientali.

Enrico parla della situazione politica e ambientale della provincia est di Roma, dei dissesti (che lui definisce ecologici, economici e politici) provocati da anni di sfruttamento di un territorio ormai fragile da ogni punto di vista. Dice che i famosi Luther Blisset definirono la zona che comprende i comuni di Tivoli e Guidonia come una “fascia di scarto”. Chi vive in una provincia dimenticata può capire benissimo cosa significa.

Trovo che nel suo intervento ci sia una parola chiave, una di quelle parole che col suono indicano già il loro significato: subsidenza. La subsidenza è un lento e progressivo abbassamento del piano campagna (quello su cui poggiamo i piedini) e può essere di due tipi: naturale, cioè dovuta alla porosità del suolo, che tende a sprofondare su se stesso, e indotta, ovvero provocata da qualche attività umana. Le cause più diffuse di quest’ultima – cito da Wikipedia – “sono essenzialmente lo sfruttamento eccessivo delle falde acquifere, l’estrazione di idrocarburi, le bonifiche idrogeologiche”.

Riporto integralmente il suo intervento (che potete vedere e ascoltare qui) perché credo sia interessante ed efficace. Perché c’è una subsidenza fisica, politica e informativa che va combattuta con ogni mezzo.

“Quello che succede a Guidonia e Tivoli non va assolutamente declassato come locale o localistico. Ce lo dicono i dati, ce lo racconta questa cronaca della quale voglio rendervi partecipi. Stiamo parlando di un territorio di 150.000 abitanti circa. Solo Guidonia è la terza città del Lazio ed è il più grande centro di produzione e coltivazione del travertino – il travertino più famoso e pregiato al mondo, quello del colonnato di san pietro e della cava bernini per intenderci. Accade quindi che su questi territori pesano dei gravissimi debiti ecologici, economici e politici. Cominciamo da uno dei tre dissesti, quello idrogeologico.

Ad un certo punto, in questo territorio così vasto e scartato, i cittadini da qualche anno avevano incominciato ad accorgersi che qualcosa non andava: scosse di terremoto, boati, voragini improvvise, emissioni di gas velenosi dai tombini delle città e delle frazioni circostanti, acque che scorrono nei canali cambiando colore e infine abbassamenti e innalzamenti improvvisi dei Laghi. Proprio come in un film di fantascienza.

Quindi cedimenti strutturali di abitazioni, fabbricati chiese e strade, e questa oscillazione continua della falda nei comuni di Guidonia e Tivoli. Così, uno studio del CERI commissionato dalla Regione e voluto fortemente dai sindaci (il CERI è il Centro di Ricerca per la Previsione, Prevenzione e Controllo dei Rischi Geologic) dichiarava in un documento inquietante che in questi territori ci si trovava in una “situazione di criticità tale da imporre l’assunzione di provvedimenti urgenti ed indispensabili per la tutela della pubblica e privata incolumità”.

Nel 2004, un altro studio commissionato sempre dalla Regione e realizzato dal professor Nolasco annunciava un disastro imminente, un disastro che si sarebbe verificato di lì a poco, se le condizioni di sfruttamento delle risorse sarebbero rimaste le stesse. Quali risorse? In breve cerco di farvi capire. Le attività diciamo responsabili di questo stress del territorio sono due: travertino e acque albule. Una attività difesa storicamente dal comune di Guidonia, quella dei travertini, per evidenti squallidi conflitti d’interesse. E l’altra attività, quella delle acque albule, difesa dal comune di Tivoli. Sempre per più che evidenti, sfacciati, conflitti d’interesse. Entrambe le attività, sia quella dei travertini che quella delle acque albule, si occupano di emungere acqua dal terreno. La società Acque Albule perché ha bisogno di quell’acqua per le piscine, per le terme. Le società di travertino perché, quando il travertino – ad esempio, ai trenta metri – è finito e sono costrette con i macchinari a scendere a quaranta o cinquanta trovano ovviamente l’acqua e, non potendo estrarre il travertino, ne pompano 5000 litri al secondo per favorire le loro estrazioni. Poi con questi 5000 litri al secondo che ci fanno? Niente, li buttano nell’Aniene, contnuando ad alterare le acque di quel fiume, che tra l’altro, se non sbaglio, è già il più inquinato d’Italia.

Quindi potete immaginare la lotta tra queste 80 aziende di travertino e le acque albule, perché le acque albule comunque denunciano i “travertinari” di sottrargli acqua. Ma al di là di queste lotte fatte di denunce, di ricorsi e tribunali, chi ha pagato e continua a pagare negli anni gli effetti disastrosi del pompaggio di 5000 litri di acqua al secondo (pompaggio che continua ad avvenire tuttoggi fuori da ogni regola, da ogni controllo)? Chi continua a pagare negli anni questi effetti disastrosi sono i cittadini: gas velenosi, abbassamento pericolossissimo dei laghi che creano subsidenze, voragini improvvise, crepe nelle case.

E così arriviamo al debito economico.

Ad oggi sono stati spesi circa 60 milioni di euro per la messa in sicurezza degli immobili. Circa 200 famiglie hanno subìto danni, di cui 50 hanno subìto danni molto gravi (molti non vivono più nelle loro abitazioni, aspettano da troppi anni i contributi previsti dalla Regione, quando venne decretato lo stato di emergenza – cioè parliamo di quasi 10 anni fa). Contributi mai arrivati e smarriti nelle stanze della Regione e dei comuni. Molte famiglie sono state costrette a farsi carico dei lavori di messa in sicurezza delle abitazioni. E tutto questo mentre società di travertino ed acque albule continuano a pompare acqua, nonostante il CERI – pagato sempre dai cittadini – abbia dato delle soluzioni specifiche: ridurre almeno del 30% gli emungimenti; bloccare le edificazioni in quella zona; considerare il trasferimento della popolazione e rottamazione edilizia.
Altrimenti le conseguenze potrebbero essere, e cito testualmente, “CATASTROFICHE”.

Ma tutto ciò avviene perché la politica ha lasciato un vuoto. Un debito negli anni, in tanti anni. La Regione Lazio, che doveva approvare il PRAE (il Piano Regionale delle Attività Estrattive), che avrebbe regolamentato le estrazioni di travertino, non ha approvato proprio niente. Ma è andata avanti con leggi-proroga prorogabili e così non prendendo assolutamente decisioni e scaricando di Consiglio in Consiglio le responsabilità. Perché all’interno del Consiglio regionale del Lazio sono evidenti le presenze di gruppi, lobby e potentati legati sia alle società di travertino che alle acque albule.
Ad esempio, l’ormai ex sindaco di Tivoli, Marco Vincenzi, durante il suo mandato è stato dirigente della società Acque Albule Spa. Marco Vincenzi è assessore ai lavori pubblici della Provincia di Roma. Quindi, Giunta Zingaretti.
Se Zingaretti sarà presidente di Regione, Marco Vincenzi, ex sindaco di Tivoli ora assessore in Provincia, punterà – e ve lo dico quasi con certezza – a risultare di essere, proprio come un Batman dell’Aniene, tra i primi degli eletti”.

 

Mangino brioches (scadute)!

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Più di dieci anni fa, alcuni lo ricorderanno, le geniali autorità della Corea del Nord chiesero ad alcuni Paesi europei, in particolare alla Germania, di inviare loro i capi di bestiame affetti dal morbo della mucca pazza: “meglio rischiare l”intossicazione che morire di fame”, pensavano i nordcoreani. O meglio, lo pensavano i loro carcerieri, alias le menzionate geniali autorità nordcoreane.

La Germania rifiutò; ricordo innumerevoli voci alzate contro la gestione fallimentare dell”economia comunista che costringeva i nordcoreani a scegliere tra carestia e possibile contagio “da mucca pazza”.

Bene: il 12 ottobre 2012, le geniali autorità Greche hanno autorizzato la vendita sottocosto di cibi scaduti, salvo il rispetto – ci informano i geniali media italiani – di “alcuni paletti chiari” (NIENTEMENO!): “i prodotti che hanno una data di scadenza che precisa giorno e mese, potranno rimanere sugli scaffali fino a un massimo di una settimana in più. Quello dove sono indicati solo mese e anno, 30 giorni oltre la scadenza. Dove invece è riportato solo l”anno oltre il quale è sconsigliata la consumazione, verranno garantiti tre mesi in più di vita commerciale“.

Ora, sicuramente altre geniali menti troveranno modo di esercitare il loro cinismo in susseguiosi distinguo, blaterando che le due vicende non hanno niente in comune.

Sarà per questo che non si alzano – contro le politiche economiche greche – le voci indignate che giustamente condannavano le geniali politiche nordcoreane.

Io invece penso che la testardaggine con cui le geniali autorità nordcoreane e le altrettanto geniali autorità greche (ed europee, trattandosi la Grecia di un paese commissariato) difendono le proprie fallimentari teorie e pratiche economiche, incuranti degli effetti che queste hanno sulle popolazioni dei propri Paesi, costringendole a scegliere tra fame e rischio di malattia, abbiano in comune la stessa feudale noncuranza del benessere dei propri cittadini (pardon, volevo dire “sudditi”!). Ma probabilmente accade perché non sono abbastanza geniale! Santè

Intervista a Paolo Pretocchio

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Incontriamo l’Ing. Paolo Pretocchio*, fondatore e socio di maggioranza della Coppoladitalia Inc., la più importante azienda al mondo nella rieducazione e riabilitazione dall’amnesia catatonica del non riuscire a ricordare ed azionare i movimenti psicofisici del sedersi. Pretocchio indossa una maglietta nera che riporta stampata la frase di Henry Miller «I ciechi conducono i ciechi. Questo è il sistema democratico». Passeggiando per le vie del centro di Alba Adriatica, l’ingegnere ricorda le interminabili partite a pallone di fronte al negozio di abbigliamento nautico L’onda e di quando montava la bancarella del padre che aveva un negozio di cappelli. “D’estate, oltre al negozio, ci spostavamo sul lungomare dove avevamo una bancarella che doveva essere montata tutti i giorni. Non scorderò mai quanto diventava incandescente il metallo dell’intelaiatura. Tutto ciò che ho realizzato dopo è nato in quei pomeriggi solitari di tanti anni fa.”

Dott.Pretocchio, la Coppoladitalia inc è ormai leader indiscussa nel proprio settore. Lei che gira il mondo ed è un imprenditore globale, ci dice cosa sta succedendo in Europa?

Il punto di partenza deve essere uno: gli Stati Uniti d’Europa non esisteranno mai per un semplice ed elementare motivo e cioè l’impossibilità dello smantellamento di tutte le basi militari americane dislocate nel continente. Non si parla mai di questo, ma è così. Nei fatti siamo una zona geografica colonizzata militarmente. Tutto il resto è un mezzo pasticcio. Esiste un impianto accozzagliato che per semplicità potremmo definire ‘neoliberale’ o ‘neoliberista’che quindi pone come priorità pareggio di bilancio e lotta contro l’ inflazione monetaria. Questo blocca e stressa in modo rilevante alcuni singoli Stati appestati dal proprio debito pubblico. L’ Euro doveva rendere l’ Europa un soggetto competitivo nella globalizzazione, ma non credo ci stia riuscendo in questa fase di saturazione geografica del mondo intero. A questo punto l’ unica cosa che può dare un vantaggio competitivo è la svalutazione della forza lavoro, con tutte le conseguenze annesse e connesse. Sicuramente ha fatto comodo alla Germania in quanto la moneta unica è posizionata ad un livello inferiore a quello del marco, ma superiore a quello delle monete degli Stati più deboli. Ciò ha favorito le esportazioni tedesche che si sono ritrovate più competitive rispetto a quelle di altri Stati con una moneta troppo forte rispetto alle loro economie.

Come valuta la situazione politica italiana prossima alla fine dell’esperienza del governo tecnico di Mario Monti e con le elezioni alle porte?

Una valutazione più precisa potrebbe essere fatta solo dopo aver capito con quale legge elettorale si andrà a votare. Il centrodestra è travolto da scandali vari con un leader anziano, saturo e stanco, privo di una qualunque minima strategia riaggregante le varie forze che dovrebbe rappresentare. Il centrosinistra striscia asfissiato dalla balcanizzazione delle primarie, ma prenderà più voti degli altri. Poi ci sono questi grillini che raccoglieranno il 10/15%. Non vincerà nessuno, ci sarà un Monti bis con i vari leader politici al governo e Grillo all’opposizione. Il governo Monti ha stressato le famiglie italiane con l’aumento delle tasse, non ha tagliato la spesa pubblica né gli sprechi tumorali che ne appestano le finanze, non ha fatto né liberalizzazioni ne politiche di incentivi produttivi ed occupazionali. Ha fatto tutto questo perché il nostro debito per la maggior parte ce l’hanno le banche francesi e tedesche e questi rivogliono i soldi prima di un eventuale nostro fallimento. L’hanno messo là unicamente per questo motivo. Di tutto il resto non gliene importa una ceppa.

Non pensa che anche in Italia ci possa essere un boom delle formazioni comuniste o neofasciste e di estrema destra come in altre parti d’Europa?

Assolutamente no. La sinistra comunista si è autoflagellata da sola attraverso posizioni tatticamente allucinanti. E’ chiaro che se invece di difendere il pensionato comunista che ti vota difendi l’extracomunitario che gli ruba la pensione, il pensionato non è scemo e non ti voterà più. Per le formazioni neofasciste, diciamo che rappresentano per lo più fenomeni folkloristici e nostalgici, di micro assistenza sociale e monitoraggio territoriale. La degenerazione fascista in Italia la si trova dappertutto tranne che in questi movimenti qui. La trovi se vai a fare la fila alle poste, se fai un esame all’università, nei luoghi di lavoro, tra gli antifascisti e quelli che si dicono nè fascisti nè antifascisti, o la notte dentro le discoteche, o nelle melensità castranti dei testi dei cantanti che vanno per la maggiore.

E quindi? Si spieghi meglio.

Quando parliamo oggi di fascismo dobbiamo attenerci ad una valutazione psicologica più che politica. Faccio un esempio: prendi un politico che ha fatto uno scandalo o ha governato male ed ha fatto leggi che hanno peggiorato la vita delle persone. Prendi un suo elettore che di conseguenza lo critica e lo insulta. Prendi che il politico si ricandida e viene rieletto da chi lo criticava ed insultava. Chi è il vero mostro da abbattere? Il politico o l’elettore? E’ chiaro che quest’ultimo sia un soggetto ‘malato’, con delle contraddizioni evidenti, frustrato ed impotente o perlomeno impedito da qualcosa che ha dentro di sé. E’ un individuo sopraffatto da modelli educativi e culturali che impediscono la soddisfazione del proprio essere e delle proprie pulsioni. E’ la peste emozionale di reichiana memoria, che produce soggettività corazzate, bloccate, cristallizzate nelle loro emozioni, intrise di una sessualità misera e pornografica, cariche di aggressività e violenza repressa da deviare sui più deboli. E’il fascismo psicologico, di individui menomati nel loro essere dalla repressione pulsionale con la conseguenza che il compito di tale rimozione pulsionale può essere svolto solo con l’aiuto del rapporto affettivo irrazionale con l’autorità.

Ha fatto scalpore la sua uscita contro l’uso calcistico della magistratura.

Ho solo fatto una costatazione il giorno dopo che il pm di Genova ha chiesto l’archiviazione, nell’inchiesta sul calcio scommesse, per Criscito che era stato escluso dagli europei di quest’estate. Il presidente della Federcalcio aveva dichiarato che l’esclusione fu decisa per “una questione di serenità del calciatore’’ e che “non era collegata ad una logica di presunzione di colpevolezza”. Io mi sono limitato a dire durante una trasmissione televisiva:“quindi, caro presidente, era stata collegata ad una logica di presunzione di innocenza che avrebbe ostacolato la serenità del giocatore?’’

Lei è pazzo?

No, credo di no.

Soundtrack1:’ Orestes’, A perfect circle
Soundtrack2: ‘Tutti al mare’,Virginiana miller

Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

*L’ing. Paolo Pretocchio è un personaggio di fantasia dislocato estivamente in una spiaggia dell’Europa meridionale.

Sovranita’ monetaria e altre stronzate

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Pare che Berlusconi ritorni. E pare che voglia venderci una nuova idea: fuori dall’euro. Mi pare il caso di dire, innanzitutto:

(i) pensare che uscire dall’euro equivalga a non esserci mai entrati e’ un po’ come dire che tra rimanere al piano terra e salire al decimo piano per poi buttarsi ci sono le stesse probabilita’ di rimanere illesi;

da cui segue, tra l’altro, (ii): uscire dall’euro ora significa, caro lettore, che probabilmente molti di noi non potrebbero permettersi il riscaldamento il prossimo inverno;

In molti casi questo basta. C’e’ di piu’, ovviamente. Berlusconi cerca di convincerci che, anche considerando i costi, uscire dall’euro porti all’Italia dei benefici di lungo periodo. Questa idea e’, se possibile, piu’ sbagliata ancora dell’ignorare le conseguenze immediate di un’uscita dalla moneta unica.

Tutti questi ragionamenti sembrano dare per scontato che l’euro sia un progetto mal concepito, disegnato in fretta e mancante di un pezzo. Idea, anche questa, fondamentalmente sbagliata, o quantomeno male indirizzata : se manca un pezzo, non e’ il pezzo citato dagli opinionisti nel dibattito politico corrente, ossia l’unione fiscale. Anzi, l’assenza di una unione fiscale e’ una virtu’ del disegno attuale dell’euro.

Risulta tutto piu’ chiaro leggendo questa splendida intervista a John Cochrane e Harald Uhlig. Per i pigri, Cochrane e Uhlig ribadiscono tre punti di partenza:

A) la moneta e’ debito a breve degli Stati, e quindi l’inflazione e’ svalutazione della moneta, non aumento dei prezzi;

B) l’inflazione deriva dalle aspettative di inflazione;

C) l’inflazione attesa deriva dal percorso atteso del bilancio pubblico;

La conclusione di queste premesse, parafrasando Friedman e semplificando all’estremo, puo’ essere: “l’inflazione e’ sempre e comunque un epifenomeno monetario”. Ossia, un fenomeno fiscale.
L’inflazione, e sopratutto le aspettative di inflazione, sono decisive perche’ gli investitori che comprano debito pubblico chiedono rendimenti reali, cioe’ al netto dell’inflazione, e non nominali, quindi chiedono rendimenti piu’ alti tanto piu’ alta e’ l’inflazione attesa.

Ora, lo statuto della BCE impone un solo obiettivo, che e’ la stabilita’ dei prezzi. Ereditando la credibilita’ della BundesBank, questo ha permesso di tenere basse le aspettative di inflazione. Insieme ad altri fattori (il fatto di accettare indistintamente tutti i titoli di debito pubblico per operazioni pronti contro termine presso la BCE), il risultato e’ stato l’annullamento degli spread per ANNI.

Il corridoio nella figura (tra l’introduzione dell’euro e l’inizio della crisi) era il famoso “tempo in cui abbiamo risparmiato 1400 miliardi di interessi sul debito andati in spesa corrente” di cui parla sempre Oscar Giannino. Cosa ha tenuto bassi gli spread? Questo dipende da due tipi di rischi, sostanzialmente: quello che il titolo non venga ripagato, e quello che perda valore. In anni in cui il rischio dovuto al non pagamento del debito (default di vario genere) era considerato nullo, l’unico rischio percepito dagli investitori era quello di mosse “a sorpresa” delle banche centrali nazionali che, cercando di alleggerire il vincolo fiscale stampando moneta*, facessero perdere valore ai loro titoli in portafoglio.
Perche’ questo era percepito come nullo? Per due ragioni, di cui una e’ in parte conseguenza dell’altra:

(i) perche’ una banca centrale europea non ha – in teoria – nessun incentivo ad alleggerire il vincolo fiscale di un singolo paese membro, quindi e’ perfettamente credibile nel promettere un’inflazione intorno all’obiettivo;

(ii) perche’, in virtu’ di (i), i paesi membri dovrebbero percepire l’assenza di alternative a una politica fiscale rigorosa, e quindi adottare seriamente, a loro beneficio, le regole di Maastricht, essendo a loro precluso il salvagente monetario;

Che succederebbe in un’unione fiscale? Che non oggi, ma possibilmente domani si potrebbero verificare le condizioni di una perdita della credibilita’ della Banca Centrale Europea mancando il punto (i): una cosa estremamente piu’ grave e irrimediabile dei danni che il comportamento dei paesi dell’europa mediterranea degli ultimi anni sta gia’ causando attraverso il fallimento del punto (ii) dovuto a elite politiche estremamente miopi e furfanti. Come Berlusconi, per tornare al punto di partenza.

Piccola nota sulla credibilita’, per tirare le somme. La credibilita’ di una banca centrale dipende in prima istanza dalla credibilita’ dell’istituzione in quanto tale, ossia dal suo comportamento negli anni e dalla sua indipendenza sostanziale dal potere politico. Cioe’ non basta che la banca centrale non sia controllata dal Tesoro: occorre anche che nella storia abbia dimostrato di saper rimanere indipendente dalle pressioni dei governi che pro tempore avanzano richieste di politiche monetarie espansive, cioe’ inflazionistiche, per drogare l’economia.
Ma questo non basta. Se la politica fiscale del paese di quella banca centrale e’ irresponsabile, e’ legittimo aspettarsi che, prima o poi, le pressioni politiche sulla banca centrale per ottenere un aiuto monetario di fronte al rischio di una crisi debitoria abbiano la meglio. Si vede, insomma, che l’efficacia e la credibilita’ della Banca Centrale nel tenere bassa l’inflazione, e quindi anche i tassi d’interesse sul debito pubblico, dipendono da due cose (indipendenza e continenza fiscale) che in ultima analisi sono sotto il pieno controllo dei governi.

Per questo motivo la BCE, che e’ una istituzione giovane, si avvicina al disastro ogni volta che Draghi da’ l’impressione di muoversi “per salvare l’Italia”. Se la credibilita’ anti-inflazionistica della BCE e’ compromessa una volta, questa e’ comromessa per sempre. E sono cazzi amari per tutti, per anni.

Rimane un punto. E l’Inghilterra che ha tassi bassi perche’ “ha mantenuto la sovranita’ monetaria”? Viene spesso tirata in ballo, in effetti. L’Inghilterra, dove scorre latte e miele perche’ la Bank of England puo’ stampare moneta e comprarsi il debito. Beh, vi do’ due notizie:

(i) In Inghilterra non scorre latte e miele, ma il sangue dovuto a tagli di spesa pubblica che qui sarebbero considerati macelleria sociale all’ennesima potenza. Il debito pubblico inglese e’ esploso con la crisi, ma lo sforzo per il rientro del deficit e’ immenso e credibile;

(ii) I tassi inglesi sono bassi proprio perche’ la percezione diffusa e’ che l’intervento straordinario della Bank of England sia tale, e che finita la crisi tutto torni alla normalita’: conseguenza di un capitale di credibilita’ accumulato nei secoli, che forse nessuna altra banca centrale al mondo possiede;

Data la credibilita’ estrema ancora posseduta dalla Bank of England, rimanere fuori dall’euro e’ ancora una scelta razionale per l’Inghilterra. D’altra parte questa maggiore credibilita’ implica minore inflazione attesa, e quindi minore inflazione. Sono cose che si vedono nella vita di tutti i giorni: quanto e’ diventata insostenibilmente cara Londra per chi ragiona in euro, ad esempio, e’ una cosa evidente. E questo da’ una misura della maggiore utilita’ di definire l’inflazione come perdita del valore della moneta che si ha in tasca, invece che come aumento dell’indice dei prezzi, secondo il punto A).

La scelta non adottare l’euro e’ quindi razionale per l’Inghilterra ma non lo e’, ne’ lo sarebbe stata in retrospettiva, per altri paesi: dall’Italia, ai paesi dell’est europa che hanno comprensibilmente deciso di attendere la fine della tempesta, ma entreranno con grande felicita’ nella moneta unica se tutto dovesse tornare alla normalita’. Perche’ i vantaggi, come detto, ci sono.

C’e’ un pilastro che manca, dicevo, e si e’ capito che non penso sia quello dell’unione fiscale. E’ quello dell’unione bancaria. Irlanda e Spagna stanno ancora patendo la mancanza di un meccanismo di salvataggio delle banche su base comunitaria. Ad oggi quello che succede e’ che le banche sono diventate too big to fail, e quando ci vanno vicine si trascinano gli stati sovrani, in una spirale che porta le banche a diventare zombie perche’ piene di titoli di stato dei paesi che le hanno salvate, e cosi’ via. Senza contare il fatto che le procedure di salvataggio a livello comunitario potrebbero evitare scandali dovuti all’eccessiva vicinanza dei banchieri al potere politico, l’assenza di una unione bancaria e’ oggi il principale limite macro dell’euro. Meglio concentrarsi su quello, invece di inseguire le stupidate populiste di Berlusconi, o le Tobin Tax d’accatto di altri demagoghi.

 

 

* = lo so che e’ una eresia e le cose non vanno esattamente cosi’. Sto cercando di farla semplice.

P.S. ho scritto questo post anche per chiarire le idee a me stesso su tutto il complesso di fenomeni di cui parlo. Mi e’ stato d’aiuto parlarne con qualche amico, ma forse c’e’ ancora qualche imprecisione. Spero sia comprensibile, comunque.

Grillata mista con granchio

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Oggi siamo monotoni, ma le cose van dette. Possibilmente vere.

Sul blog di Beppe Strillo campeggia lo sfottò dei Sindaci-star che sgomitano per andare in Parlamento e farci tutti fessi, loro. Le prima dieci righe sono una invettiva pirotecnica che culmina trionfalmente nel catartico “è tutta una presa per il culo”. Figuriamoci, signora mia, se la conclusione poteva essere diversa.

Mammagari fosse la conclusione. Segue invece la dimostrazione della tesi “i Sindaci governano male”, articolata più o meno come segue:

  • argomento 1: i Sindaci governano male perchè i Comuni hanno debiti alti. FALSO: l’importo del debito non ci dice niente sulle capacità amministrative del Primo Cittadino, così come nessuno si sognerebbe di verificare le capacità di un manager sulla base del valore assoluto del debito dell’azienda, come abbiamo cercato di spiegare qualche post fa. L’indicatore di performance utile sarebbe, piuttosto, un indice di solvibilità di breve e di medio-lungo termine
  • argomento 2: quando il debito cresce, aumentano le tasse e diminuiscono i servizi. FALSO: intanto l’importo del debito nel 2011 non ci dice nulla sull’andamento del debito negli anni precedenti. Magari è diminuito, magari no. L’autore dà per scontato che sia aumentato e che questo (presunto) aumento sia l’origine di tutti i mali. Macchè. Abbiamo già spiegato che “un ente che funziona adeguatamente e che non ha problemi riesce a ripagare i costi connessi al passivo con i ricavi generati dall’attivo”, come un lavoratore non scriteriato riesce a pagare senza problemi le rate del mutuo e gli interessi passivi se ha pianificato adeguatamente il flusso delle sue entrate e non ha fatto il passo più lungo della gamba. In breve, è possibile che l’aumento del debito causi nefaste conseguenze, ma la causa non è mai il debito in sè bensì il rapporto tra passività e attività.

Insomma la grillata mista produce certi strafalcioni che uno finisce per dubitare anche della tesi iniziale: ma è poi vero che sti Sindaci governano male? La risposta è per lo più sì, ma certo non può essere agomentata con un tabellone pescato a caso sul Sole24Ore da cui si evincerebbe che il Sindaco di Roma Alemanno è praticamente un eroe dal momento che la Capitale si posiziona in àfondo alla classifica del debito pro-capite.

Peccato che il valore assoluto del debito della Capitale sia undici volte quello riportato e, pur diviso su un fracco di abitanti, surclassi il debito procapite della prima in classifica Torino.

La ragione di questo granchio è il fatto, sconosciuto ai più, che il debito precedente il 2008 è stato scorporato dai bilanci della gestione corrente del Comune perchè messo sotto l’egida di un Commissario governativo ancora in carica, per quel poco che ci è dato sapere grazie al dossier di due dirigenti dell’associazione Radicali Roma. Questo in grazia di un unicum giuridico che ha aggirato le norme del TUEL in tema di dissesto finanziario per consentire all’attuale Sindaco di fare come se nulla fosse e per salvare la faccia ai Sindaci precedenti, chè nessuno è così imbecille da pensare che un debito di miliardi sia stato prodotto dall’ultimo sindaco, vero?, ma si tratta di una misura sufficiente a risanare la drammatica situazione del bilancio della Capitale solo sulla carta.

Le altre carte, quelle che ci direbbero davvero qualcosa sullo stato finanziario di Roma Capitale, sono secretate e inavvicinabili anche con una regolare richiesta di accesso agli atti: ma qui toccherebbe aprire quei capitoli noiosi del libro della democrazia italiana, quello della trasparenza delle istituzioni, del ruolo (mancato) dell’informazione come watchdog delle politica, del consenso comprato capillarmente attraverso gli enti locali e le municipalizzate.

Ma perchè farlo, quando si può tranquillamente sembrare seri gridando Al debito! Al debito! con la profezia “è tutta una presa per il culo” che, puntualmente, si autoverifica.

 

 

Scavare il declino

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Un utile disclaimer. Ho firmato l’appello, e continuo a sostenere pienamente le ragioni, dei promotori di Fermare il Declino. Vi invito anche ad imitarmi, ci mancherebbe. Ma voglio allietarvi con ben altro, ché questo è un blog canaglia, mica un circolo di cucito.

L’oggetto delle mie attenzioni è un capolavoro – nel senso italo-latinoamericano dei già citati Vargas Llosa, pubblicato originariamente sul blog dell’ex portavoce di Folena (c’è chi fa la panchina a Floro Flores e poi va in Nazionale, e c’è chi fa il portavoce di Folena, di che vi stupite?) e poi ripreso da Linkiesta qui.

Dei dieci punti, bontà loro, Iodice e Palma ne “salvano” uno. Vediamo se hanno, quantomeno, capito gli altri nove.

1. Uno propone privatizzazioni e liberalizzazioni, che servono sopratutto a ridurre il ruolo di intermediazione della politica (forse i nostri eroi hanno dimenticato anche solo le recenti eroiche vicende tremontiane), e quelli ci propongono la classifica delle più grandi multinazionali, ordinate per foreign assets. Vabè. Dopo aver elencato una serie di aziende italiane privatizzate, ci ricordano che ENI ed ENEL son pubbliche.
Aspetta, allora sopra nella lista delle cose privatizzate non hanno incluso le banche, giusto? Altrimenti anche l’ENI, voglio dire… sbagliato: ci sono. C’è anche l’operazione “capitani coraggiosi”, alias Telecom Italia. Grandi esempi di liberalizzazioni e privatizzazioni all’italiana, per fortuna, nel caso di Telecom, superate da un inaspettato balzo tecnologico. En passant, uno gli farebbe notare che in quella classifica Volkswagen e Toyota sono più eccezionali (e significative) di ENEL ed ENI, ma sa che non c’è verso e passa oltre.

2. + 3.  Qui c’è proprio un problema di comprensione del testo.
Prima parte, ridurre la spesa. Esempio: azzerare i sussidi alle imprese.
Seconda parte, riqualificare la spesa. Esempi: istruzione e sanità.
Replica: vogliono licenziare insegnanti e infermieri.
Possiamo, se volete, tacere su questo e sulla difesa sperticata della politica industriale “discrezionale”, che loro rimandano ad altri post. Ma perché farlo? Basta limitarsi ad un invito per il lettore: leggetevi la storia dell’ILVA, quella di Alitalia, e per fare gli esotici anche quella di Solyndra. Poi venitemi a dire che serve più politica industriale, in questo paese.

4. “La concorrenza nel settore ferroviario c’è da alcuni mesi”. Da alcuni mesi. Seguono osservazioni sui prezzi. Amici, ho capito che nel lungo periodo siamo tutti morti, ma di che stiamo parlando? Tolta la falsità della premessa , ovviamente.
Segue un piccolo delirio sui prezzi dell’energia, che in Italia sono volati più per la tassa occulta da rinnovabili (parlando di politica industriale….) che per la fantomatica liberalizzazione del settore. Ma loro l’hanno vista passare, quindi dev’essere in giro, ‘sta stronza.

5. Dal 2003 l’Italia…no, scusate, la legge Treu è il passaggio decisivo. E sapete che c’è? La legge Treu, con tutti i suoi limiti, ha funzionato. Guardate il grafico: la disoccupazione giovanile torna ai livelli precedenti alla riforma solo con la crisi. Ma, in tempi di pace, le resistenze a parlare dell’introduzione di licenziamenti motivati da scarsa produttività, per motivi economici, e universalità del welfare, non sono venute dagli amici dei nostri amici? Vogliamo dare, per essere precisi, un’occhiata alle dichiarazioni di Folena negli anni critici? Saremo pietosi.

7. Qui i nostri dicono cose “libertarie” e avrebbero pure ragione, ma mettono in bocca ad altri la soluzione sbagliata ad un problema che c’è (“più carceri contro il sovraffollamento delle carceri”) invece di ipotizzare che si sia d’accordo con l’abolizione, per dire, della Bossi-Fini e della Fini-Giovanardi. Dev’essere impossibile, hanno pensato, trattandosi di liberisti amici di Pinochet, e quindi fascisti. Posso capire, ognuno ha i suoi limiti.

8. Dopo decenni di analisi sul sistema produttivo italiano, i Cavalieri della teoria economica eterodossa finalmente trovano la soluzione: basta con queste dannatissime piccole imprese. Sì alle imprese grandi, possibilmente cartellizzate, in grado di realizzare consistenti economie di scala ed extra-profitti anti-concorrenziali, magari da redistribuire ai lavoratori come “risultato della lotta”. Bella idea, ci hanno già provato. Non funziona, porca miseria.

9. Abolire il valore legale del diritto allo studio è l’unica cosa che notano del punto, praticamente. Dicono che avvantaggerebbe le numerose università private italiane. Cioè, praticamente la Luiss, la Bocconi, il San Raffaele. Il mio commento, scusate, è: yawn.

10. Con questa analisi i Nostri vincono l’insufficienza nella prova di comprensione del testo. Ripassate alla voce “federalismo competitivo”, ossia dove il problema non è l’autonomia di spesa (che c’è), ma la responsabilità dei saldi di bilancio (che manca, finché non arriva una sostanziale insolvenza). Presi da uno slancio riformista autentico, i nostri rilanciano con l’originale proposta di abolire le province. Essendo notoriamente costosissime e prive di funzioni, si tratterà decisamente di un risparmio notevole.

Se questa fosse l’opposizione, ci sarebbe da fare confronti all’americana tutte le sere. Ma a questo punto gli interlocutori potrebbero essere, quantomeno, più spassosi.

Colpa dei passeggeri

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Tira una strana aria. Avrete sentito parlare della vicenda di Windjet. No? Bene, in breve: una compagnia fintamente low-cost, specializzata nelle tratte da e per gli scali siciliani, è sull’orlo del fallimento. Progetta di fondersi (svendersi) ad Alitalia, ma vari aspetti non esattamente marginali, incluse delle richieste molto pesanti dell’Antitrust, uniti alla colpevole negligenza degli amministratori della società siciliana, fanno fallire anche la fusione.

In tutto ciò, finita la liquidità e ogni prospettiva di salvataggio, l’operatività della compagnia cessa improvvisamente. Chiunque avesse comprato un volo ha ora buttato i suoi soldi. Chiunque avesse preso un volo di andata ora è senza ritorno. Segue intervento dell’autorità aeroportuale per “riproteggere” i passeggeri privi della seconda gamba del volo, previo sovrapprezzo.

In tutto questo delirio, la metà dei commentatori aveva di suo dimostrato di capire poco. Poi ci sono quelli per i quali i passeggeri riprotetti stanno usufruendo di un “favore” non dovuto, perché “potevano informarsi prima circa le condizioni di Windjet”. Bene, questi non hanno capito proprio un cazzo.

Forse vi siete accorti che un’economia di mercato non è esattamente il far west della deregolamentazione. Figuriamoci l’economia italiana. Nel caso specifico, per vendere beni e servizi è necessario ottenere una licenza. Se per un bar ottenere la licenza necessaria ad operare potrebbe (dovrebbe) essere una formalità, eventualmente reversibile ex post in caso di violazioni della legge, per chi vende un certo tipo di servizi gli obblighi possono essere più stringenti.
Chi scrive, ad esempio, è un fan del sistema previdenziale cileno, ma non ritiene che ogni lavoratore debba essere in grado di valutare la probabilità di fallire del fondo in cui sceglie di mettere i suoi risparmi: lui può valutare a stento i prospetti, e va bene così. Ultrasemplificando, se c’è un compito per lo Stato, è sostituirsi a lui in quella valutazione, ed evitare che ci siano in giro fondi basati su schemi alla Ponzi.

Lo stesso dovrebbe accadere, sia per i casi estremi di fallimento che per quelli più quotidiani relativi alla sicurezza, per il rinnovo delle licenze per le compagnie aeree. E sicuramente la legge, o il regolamento relativo, lo prevedono. Ma allora se la selva di norme che rende invivibile la situazione di ogni operatore privato in qualsiasi settore, pensata proprio per proteggere il povero e disinformato cittadino, alla fine fallisce anche nel suo scopo principale, pur essendo incredibilmente efficiente nei suoi effetti collaterali, uno qualche domanda se la deve porre.

Perché poi è questo, in fondo, quello che l’elettore medio percepisce come “il mercato”: una cosa da pazzi, in cui lo Stato ti chiede cinquanta carte bollate per assicurarsi che tu non freghi nessuno, ma poi sembra che a te le fregature arrivino con estrema facilità.
Rivoltare lo Stato italiano come un calzino significa anche, di riflesso, cambiare l’idea che gli italiani hanno del mercato. Considerando che ogni episodio come questo rafforza la percezione più distorta, sembra davvero un’impresa impossibile.

Gli inglesi e Maria

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Ho sempre visto negli inglesi un popolo molto intelligente. Non animato da evangelica bontà, senz’altro, ma comunque molto intelligente. E ciò per tre motivi.

In primis, perchè è nelle terre di Albione che si producono il whisky Lagavulin, l’Harris Tweed, e le miscele di tabacco da pipa ad alto contenuto di Latakia. Forse il lettore non condividerà, ma posso assicurare che senza questi tre prodotti la vita mi apparirebbe un po’ più triste.

In secondo luogo perchè gli inglesi hanno saputo costruire un impero alla maniera romana e cioè, tolti gli inevitabili atti di crudeltà propri di ogni conquista, preservando i locali ceti dirigenti rispettandone, in linea di massima, usi e costumi.

Infine, perchè hanno saputo sviluppare l’arte dell’uscita elegante dalle situazioni politicamente difficili.

Soprattutto quest’ultima li ha resi a mio avviso davvero un grande popolo. A differenza infatti dei cugini tedeschi, impolitici per definizione, e dei figliastri americani, troppo esuberanti, gli inglesi hanno smontato il loro impero un attimo prima dell’inevitabile crollo riuscendo, con pochi spargimenti di sangue e molti vantaggi, a mantenere le ex colonie legate culturalmente ed economicamente alla madrepatria. Un capolavoro di diplomazia, capacità di ponderazione, ed eleganza davvero straordinario che solo nella gestione della crisi irlandese non ha funzionato: troppo vicina, l’Irlanda, e troppo odiati i suoi abitanti ostinatamente cattolici.

Spiace dunque vedere l’Occidente, inteso come Stati Uniti ed Europa, dimenarsi forsennatamente nell’incapacità di trovare una “exit strategy” per passare con dignità il testimone di cultura dominante, stante l’evidente crisi strutturale che ne scuote le fondamenta.

Invece di progettare una politica lungimirante che consenta di mantenere un qualche rilievo in un contesto globale dove non si sa ancora chi sarà il nuovo padrone (Cina? Paesi islamici? Russia?) l’élite americana si ostina ad esportare le proprie contraddizioni all’estero, in Siria, in Iraq o magari in Iran, quasi nello psicotico convincimento che fare i muscoli li renderà, ancora per un po’, i padroni, quelli la cui moneta è ovunque accettata, quelli il cui stile di vita è “lo stile di vita”, quelli fichi da cui c’è da imparare.

La Germania, poi, non ne parliamo: duri come sassi, incapaci di comprendere l’opportunità delle cose e i tempi della loro realizzazione, unitamente alla necessaria flessibilità suggerita da una comunanza di destini inevitabile, che loro lo vogliano o no.

Stendo un velo pietoso sull’Italia e sulla categoria del “permanente 8 settembre” quale paradigma costante dell’agire politico italiota.

In generale, e spero di sbagliarmi, non mi pare ci sia ENA francese o SSPA italiana in grado di formare coscienze lungimiranti. E anche il sistema oxoniense langue…

Che fare dunque? Senz’altro lottare per le nostre libertà individuali, rivendicando la spazio vitale di ogni singolo nel disporre di sè stesso come ritiene opportuno fare. Lotta sempre giusta, questa, in qualunque contesto.

E tuttavia, non dimentichiamo l’opportunità di selezionare un ceto dirigente con le palle. Che sì, l’anarchia è bella e sdraiati sul prato con una margherita in bocca si sta bene, ma come occidentali siamo gli eredi di una posizione dalla quale abbiamo il dovere di smarcarci con abilità.

Altrimenti, oltre ad una fine implosiva e violenta, rischiamo anche il grottesco di quei bontemponi del Centro Culturale Lepanto che organizzano per il mese di agosto una catena di rosari contro la legalizzazione della coltivazione domestica di cannabis per uso personale.

E anche questo la dice davvero lunga sui tempi in cui viviamo, laddove gli statisti certamente brancolano nel buio, ma dove anche non pochi uomini di Chiesa hanno difficoltà a leggere la realtà, a ripensare la propria missione e a focalizzare gli aspetti importanti del viver sociale da provare a governare.

Speriamo bene.

L’ILVA e Taranto.

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La prima volta che arrivai a Taranto, alla fine di un”estate molto lontana, fu con un treno espresso scalcinato dopo un classico “viaggio della speranza“, tipico delle ferrovie meridionali.
Prima di arrivare in città attraversai un paesaggio di chilometri e chilometri di marrone-rossastro: terreni, palazzi, strade: tutti coperti da uno specie di strato di ruggine.
“E” la polvere dell”ILVA, che si deposita e arruginisce…”, disse A., il mio amico tarantino venuto a recuperarmi in stazione.
“Qui tutto è ILVA“, continuò a spiegare, “Lo stabilimento è più grande di Taranto stessa. Tutti i tarantini lavorano per l”ILVA: mica solo gli operai della fabbrica e quelli dell”indotto!”

“Prendi mio padre; faceva l”avvocato di un ente pubblico: il 90% del suo lavoro era su cause legate all”ILVA. Poi ci sono quelli che lavorano nei servizi, nei negozi dove si spendono soldi pagati dall”ILVA. Taranto vive di quella fabbrica, ogni famiglia conta qualcuno che in un modo o nell”altro campa di ILVA”.
“Ogni famiglia ha anche qualcuno che di ILVA c”è morto! Non conosco nessuno, a Taranto, che non abbia un parente morto di tumore. Anche il mare qui e” contaminato: in quarant”anni nessuno si e” mai posto il problema di cosa significasse avere l”ILVA in città. Non e” solo un problema ambientale! Non esiste imprenditorialità, non esiste una diversa idea di sviluppo: come se la città si fosse rassegnata a vivere e morire di ILVA per sempre.”
I valori ambientali di Taranto, sono fuori da ogni parametro normativo europeo. I valori di agenti inquinanti ammessi dalla normativa italiana sono infinitamente maggiori di quelli ammessi in altre parti d”Europa. L”ILVA produce oltre il 90% delle diossine italiane e quasi il 10% di quelle europee. Il tasso di incidenza tumorale e” abnorme.
L”ILVA è diventata davvero un problema nazionale solo dopo che un magistrato – penale! – ne ha ordinato il sequestro. La città è lacerata: la scelta è tra rovina economica e livelli di inquinamento mortali. Oggi il corteo sindacale è stato interrotto da una dura contromanifestazione.

La tensione è altissima e le soluzioni concrete ben poche. Al di là di generici auspici a “coniugare lavoro e ambiente”, la politica nazionale non ha prodotto niente. Quanto al Governo, il ministro dell”AMBIENTE, non ha trovato nulla di meglio da dire, se non parlare di un”evoluzione tecnologica che avrebbe significativamente ridotto l”impatto ambientale ed affermare: “l”ILVA è un impianto strategico per la siderurgia in Italia e molto importante a livello internazionale. I competitori sono francesi e tedeschi”.

Al di la” del fatto che questa presunta evoluzione tecnologica è molto discutibile (1), il ministro ha tenuto quindi a farci sapere che  il problema principale non è “lavoro o salute a Taranto” ma la sfida siderurgica europea. E si tratta del ministro dell”ambiente! Se questa è la risposta della politica, difficile poi lamentarsi dell”ingerenza della magistratura nella vicenda! Santè.

 

(1) Su quest”ultimo aspetto non è ancora disponibile il link ad un più completo articolo di Gianmaria Leone su “il manifesto” di oggi, 2 agosto.

Se il Marxismo è ancora tra noi

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Un dipendente pubblico in sciopero a Londra, l”anno scorso. Foto: KeystoneUSA-ZUMA/Rex Features

«Il conflitto di classe sembrava semplice, un tempo: “La borghesia produce innanzi tutto i suoi seppellitori. La sua caduta ed il trionfo del proletariato sono del paro inevitabili”. Questo scrivevano Marx e Engels tra il 1847 e il 1848 nel secondo libro più venduto della storia,  Il Manifesto del Partito comunista. Oggi, a 164 anni di distanza, la situazione è esattamente all’opposto. I proletari, lungi dal seppellire il capitalismo, lo stanno tenendo in vita artificialmente. Gli sfruttati e i sottopagati apparentemente liberati dalla più grande rivoluzione socialista della storia – quella cinese – sono condotti sull’orlo del suicidio per far continuare a giocare quelli in Occidente con i loro iPad. I soldi della Cina finanziano un’America altrimenti in bancarotta».

 

Inizia così un pezzo di Stuart Jeffries per il Guardian, dal titolo Why Marxism is on the rise again, perché il marxismo si sta rialzando di nuovo. Non un patetico foglio sovversivo, ma il piu’ importante quotidiano progressista britannico decide di rispolverale i testi di Marx and Engels e si chiede come mai riescano ancora, nello scenario di macerie del mondo contemporaneo, ad alimentare una qualche speranza di cambiamento.

La domanda non e’ del tutto peregrina, dato che dal 5 al 9 luglio si è tenuto a Londra il festival Marxism 2012. Non era una novita’. L’evento e’ organizzato da oltre un decennio dal Socialist Workers’ Party, un partito minoritario ben lontano dalle stanze dei bottoni. Ma questa volta e’ stato diverso: il festival ha ottenuto un’attenzione senza precedenti, soprattutto da parte dei più giovani. Ho deciso di farci un salto dopo aver aver ricevuto l’invito contemporaneamente da un’amico ventenne artista di Camberwell, una traduttrice italiana di Islington, uno scrittore di New Cross e un anarchico sessantenne di Hackney.

Ci sentivamo in buona compagnia, anche prima del festival:  l’editoria inglese sta sparando sugli scaffali munizioni letterarie di tutto rilievo, tali e tante da far pensare che il dibattito sul marxismo non sia del tutto esaurito – come invece pare essere in Italia. Il professore di letteratura inglese Terry Eagleton ha pubblicato l’anno scorso un libro intitolato Why Marx Was Right. Il filosofo maoista francese Alain Badiou ha partorito un volume dalla copertina rossa col titolo The Communist Hypothesis. E si dichiarano senza alcun timore o tremore “marxisti” personaggi come l’ancora attivissimo Eric Hobsbawn, Jacques Ranciere, il sempre piu’ di moda Slavoj Žižek, il ventisettenne  Owen Jones che ha affrontato la tematica dei chav – i tamarri inglesi – con l’ispirazione del primo Pasolini. Resta da vedere se le loro munizioni saranno di granata o di cerbottana.

Questione di epoca e di segnali: la piu’ importante casa editrice radical anglosassone, la Verso, dopo aver quasi rischiato la bancarotta nel 2006, ora pubblica decine di nuovi titoli l’anno. Le vendite del Capitale, nonostante la concorrenza della spazza(lettera)tura di self-help alla Coehlo e di self-made men alla Jobs, sono schizzate verso l’alto a partire dal 2008. E se vogliamo fare ancora piu’ paura ai benpensanti progressisti: sara’ un caso che i sondaggi dicono che nella Germania dell’Est e in generale in quasi tutti i paesi dell’ex Cortina di ferro c’e’ piu’ nostalgia per il socialismo che entusiasmo per la Rivoluzione Digitale?

Parlando con amici scrittori e accademici non ho potuto non far notare, piu’ con disincanto che con malinconia, che di tutto questo sembra non esserci eco alcuna nel disgraziato Stivale. E non perche’ l’Inghilterra, nonostante la sua verve intellettuale, non soffra di forme diffusissime di oppressione e manipolazione sociale, ma perche’ almeno qui certe sacche minoritarie di resistenza sembrano potersi esprimere, e certi gruppi di discussione sono attivi persino nei media mainstream, e non ridotti al silenzio e al ridicolo. Ve li immaginate un Fatto, una Repubblica o una Stampa affrontare un dibatitto sulla modernita’ di Marx anziche’ sulla diatriba Travaglio-D’Avanzo?

Augusto Illuminati,  professore associato di storia della filosofia politica, commenta: «Il marxismo non gode salute smagliante nell”accademia e nelle pubblicazioni ed è sparito completamente nell”area ex-Pci, che un tempo l”aveva ospitato, deformato ma comunque trasmesso. C”è tuttavia la speranza che alcuni elementi rinascano nella crisi e dentro un un ciclo di lotte, di cui abbiamo avuto indizi nel biennio scorso e forse qualche barlume anche ora. Sarà un marxismo difficilmente commisurabile alla tradizione che si perpetua».

Paolo Persichetti, scrittore: «Il cantiere marxiano è sempre stato attualissimo. Il problema investe invece la sua ricezione politica. Esiste oggi una prassi politica efficace che si ispira a Marx? A me non sembra affatto. I vari marxismi del Novecento non hanno più molto da dire. La sfida è sul terreno di una politica ancora tutta da reinventare».

Fermiamo il declivio – Dieci umili proposte per la collina Italia

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Ho letto le dieci proposte di Fermare il declino. Da liberale di destra sono molto felice che si crei dibattito intorno a questioni così importanti. Tuttavia, pur essendo consapevole dei limiti che un’esposizione per punti possa avere, ritengo che le proposte del neonato movimento debbano essere accompagnate da una più consistente riflessione sulle libertà individuali, sui temi etici e sui diritti civili. Quelle che seguono sono le mie dieci umili proposte per la collina Italia, che lanciano il mio nuovo movimento. La maggior parte di queste non sono certamente novità, ma credo che formulate tutte insieme possano essere utili per riaprire la discussione. Fermiamo il declivio.

1)Legalizzazione delle droghe leggere. Le politiche proibizioniste sono evidentemente fallimentari e funzionali alle dinamiche commerciali di natura illegale, intraprese a livello macro dalle grandi organizzazioni criminali e a livello locale dalla microcriminalità. Legalizzare significa combattere il mercato illegale e allo stesso tempo produrre posti di lavoro e “fare cassa”.

2)Politiche dell’immigrazione e politiche per gli immigrati. L’immigrazione è da trent’anni una risorsa per l’economia del nostro paese e continuerà ad esserlo. Occorre sostituire le attuali pratiche temporanee di regolarizzazione (sanatorie) con strumenti permanenti, che permettano la valutazione individuale della condizione del migrante. Il lavoro nero degli immigrati – uno dei cancri del sistema economico italiano – e il loro ingresso in circuiti criminali si combattono anche modificando i vincoli imposti ai rifugiati politici e ai richiedenti asilo, che per il loro status non possono svolgere regolari attività lavorative. L’ha capito Obama, vediamo quanto ci mette la sinistra italiana. Last but not least, le attuali norme in materia d’immigrazione (Bossi-Fini) sono del tutto inadeguate, l’introduzione del reato di clandestinità e la precarietà alla quale è sottoposta la condizione di immigrato regolare (che può diventare irregolare se non mantiene un posto di lavoro) sono un tipico caso di produzione istituzionale di illegalità. Ah, dimenticavo: introduzione del principio dello ius soli: chi nasce in Italia è italiano.

3)Regolamentazione della figura professionale di sex worker. L’industria del sesso è una realtà, che piaccia o no ai moralisti cattolicheggianti e ad un certo femminismo. La realtà tedesca, che si affida ad un modello regolamentarista, in cui la prostituzione è legale e regolamentata, dimostra chiaramente i vantaggi di questo sistema. Ancora una volta, si può combattere l’economia sommersa che ne deriva (i sex worker sarebbero sottoposti, come qualunque altro lavoratore autonomo, ad un regime di tassazione particolare e dunque contribuirebbero a “fare cassa”). Il modello tedesco zittisce i detrattori della regolamentazione che sostengono l’eccessiva spesa per i controlli: i costi di polizia si abbattono in un tempo ragionevole e c’è solo da guadagnarci. In ultimo, c’è la questione igienico-sanitaria, che si può affrontare soltanto con la regolamentazione.

4)Ognuno ha il diritto di scegliere la propria fine. Lo Stato Etico pretende di scegliere per noi. L’istituzione di un registro delle dichiarazioni di fine vita (o testamento biologico) conseguentemente ad una legge che tuteli la libertà di scelta individuale paiono la soluzione più ragionevole. Come per l’immigrazione, lo Stato produce illegalità: sono tanti gli italiani che ogni anno decidono di varcare i confini per andare a morire, sono tanti i medici consenzienti che aiutano i pazienti ad avere una fine che loro ritengono dignitosa.

5)Amnistia e depenalizzazione dei reati minori. Che sia strutturale oppure no, l’amnistia è l’unico provvedimento che io conosca capace di ripristinare una condizione legale e ragionevole per il nostro sistema giudiziario: in Italia ci sono infatti 9 milioni di processi arretrati e ben 170 mila che ogni anno cadono in prescrizione. Il nostro paese detiene il triste primato per quanto riguarda le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo rimaste inapplicate. Il danno, oltre che per coloro che sono coinvolti direttamente, è enorme anche per l’economia: chi mai può investire in un paese dove i tempi di un processo sono lentissimi e non vi è certezza di avere giustizia? L’amnistia da sola però non basta, bisogna che sia accompagnata da una riforma del sistema giudiziario e dunque dalla depenalizzazione di alcuni reati minori come la detenzione di stupefacenti (negli ultimi anni, il numero di tossicodipendenti in carcere è cresciuto in modo consistente, tanto che nel 2011 essi erano il 29% del totale della popolazione carceraria), nonché il reato di clandestinità. D’altra parte, il punto 2, ponendo fine alla produzione istituzionale di illegalità e attraverso politiche per gli immigrati, può potenzialmente favorire la diminuzione della presenza di immigrati nelle carceri italiane (ben il 38% dei detenuti sono stranieri).

6)Abolizione del meccanismo dei rimborsi elettorali. I rimborsi elettorali rappresentano il frutto più evidente della reazione allergica del sistema dei partiti ai processi democratici. Un referendum promosso dai Radicali nel 1993 aveva decretato (col 90% dei voti a favore dell’abrogazione della norma) la fine del finanziamento pubblico. Gli hanno semplicemente cambiato nome e hanno ripreso serenamente a succhiare soldi dalle casse dello Stato.

7)Per uno Stato concretamente laico. Abolizione del Concordato e quindi dei privilegi garantiti alla Chiesa cattolica. Dunque, niente più otto per mille, pagamento dell’Imu per gli immobili della Chiesa e niente più ora di religione a scuola (tra l’altro, gli insegnanti di religione vengono reclutati direttamente dalle Curie ma retribuiti dal Ministero dell’Istruzione).

8)Intensificare i rapporti tra la Scuola, l’Università e le aziende. Almalaurea è una buffonata, occorre un sistema che faccia concretamente da ponte tra il mondo accademico e le aziende. Il conservatorismo e la mentalità sinistrorsa rispetto all’Università hanno sempre impedito una riflessione seria sul meccanismo dei finanziamenti privati e sulla possibilità di formulare (a parte singole virtuose iniziative) accordi tra gli Atenei e le imprese italiane e straniere. Bisogna uscire dalla dimensione provinciale in cui hanno rinchiuso i nostri dipartimenti e aprirsi al mercato del lavoro internazionale. Gli istituti professionali sono qualitativamente scarsi e non garantiscono l’accesso al mondo del lavoro. Uno strumento su tutti: l’apprendistato sul modello tedesco. Il 49% dei ragazzi che svolgono il periodo di apprendistato presso un’azienda tedesca, al termine della formazione, trova un posto di lavoro fisso e un contratto presso l’impresa dove ha svolto il servizio e quindi imparato il mestiere. Lo so che l’Italia non è la Germania, ma almeno riflettiamoci.

9)Incentivare l’accesso alla cultura. Due esempi su tutti: i musei e l’Opera. Nonostante i musei italiani siano in condizioni pietose, sono molto cari e dunque poco frequentati. Una tra le possibili misure? Ingresso gratis o a prezzo “simbolico” per gli studenti. L’Opera è un lusso che pochi facoltosi appassionati possono permettersi, mentre altrove (provate a indovinare dove) tutti possono permettersi una serata in compagnia del barbiere di Siviglia o del Rigoletto. Dove trovare i soldi per effettuare miglioramenti strutturali ed agevolare l’accesso a prezzi ridotti? Da tutti i provvedimenti che suggerisco qui sopra.

10)Più pilu per tutti. Una ricerca della Northwestern University School of Law firmata dal prof. Anthony D’Amato ha dimostrato che, negli ultimi venticinque anni, negli Stati Uniti l’incremento dell’accesso alla pornografia è stato accompagnato da un declino del tasso di violenze sessuali. Negli stati in cui la pornografia ha avuto maggiore espansione, si è rilevata una forte riduzione di crimini a sfondo sessuale; mentre in quelli in cui essa ha avuto difficoltà ad affermarsi tali crimini sono aumentati. Ora, forse la questione è stata semplificata un po’ e si espone a critiche metodologiche, però ritengo che meriti una certa attenzione. La prendo alla larga per dire che è necessario ripensare le politiche moralizzatrici a favore di un’incentivazione della discussione sulla sessualità in genere. Credo che introdurre una vera educazione sessuale nelle scuole ed aprire un serio dibattito pubblico sulle questioni relative la sfera sessuale possa produrre benefici sotto l’aspetto della consapevolezza del proprio corpo e delle proprie scelte. Portiamo i preservativi nelle scuole e facciamogli vedere qual è il verso giusto.

Il cattolicesimo democratico non esiste

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Quell”acuto intellettuale cattolico che è Roberto de Mattei si è reso ancora una volta autore di una messa a punto in tema di libertà religiosa, sul suo sito “Corrispondenza Romana”, quanto mai completa malgrado la natura sintetica dello scritto, e della quale raccomando una utile presa visione. Ciò che vi leggerete non è il delirio di un nostalgico fascista o le idee di un irriducibile legittimista, ma è la vera dottrina cattolica in materia di libertà religiosa, quella che ancora si insegna nelle università pontificie serie e che, passata l”ubriacatura vaticanosecondista, sta timidamente riemergendo anche negli scritti destinati al popolo. E ciò ve lo dico con drammatica cognizione di causa, non solo perchè coi preti io ci lavoro, ma anche perchè teologia l”ho dovuta ahimè studiare. E l”articolo del Nostro costituisce senz”altro un pregevole distillato degli insegnamenti cattolici sul punto espressi nei modi e con i termini della logica tomista, ovvero di quella straordinaria cattedrale del pensiero teologico occidentale che ha costituito l”ossatura dell”agire cattolico dal Medioevo fino ai giorni nostri.

In forza di ciò, dunque, mi pregio sottoporre alla vostra attenzione alcune idee che ho nella testa:

1) Il cattolicesimo democratico non esiste. Toglietevelo dalla mente, è una pia illusione. E se esiste, o è rappresentato da squallidi resituati del Vaticano II ormai fuori tempo massimo tipo Rosy Bindi, oppure è tollerato dalle gerarchie ecclesiastiche per sole ragioni di opportunità, “in vista di un bene più grande da ottenersi o di un male maggiore da evitarsi”. Da ciò ne discende che, laddove possibile, la Chiesa non si farà scrupolo di pretendere la restituzione dello spazio sociale e politico che ritiene essere di sua naturale spettanza.

2) Il cattolicesimo politico va combattuto senza sosta. Quello politico, ribadisco. E lo dico io, che cattolico lo sono, perchè conosco i soggetti. Dobbiamo assolutamente rompere quella cinghia di trasmissione, rappresentata dai cattolici in politica, che lega il mondo delle istituzioni repubblicane alla gerarchia ecclesiale.

Queste conclusioni mi sono apparse nella loro lampante ed inevitabile crudezza qualche giorno addietro, leggendo della stentenza emessa in data 12 luglio dalla Corte di Giustizia dell”Unione Europea con la quale è stato confermato il divieto di commercializzazione per le sementi delle varietà tradizionali che non risultino iscritte nel catalogo ufficiale europeo. Nella pratica la sentenza vieterà la circolazione delle sementi antiche che per millenni ci hanno nutrito, obbligando di fatto al consumo delle pochissime varietà proposte oggi dalle grandi multinazionali del settore agroalimentare. Inutile dire che così facendo la Corte di Giustizia ha violato uno dei più sacrosanti diritti umani, cioè quello di mangiare quel cazzo che ci pare. E lo dico con rabbia perchè il nostro corpo è fatto delle cose di cui noi ci nutriamo, siano esse le idee con cui veniamo a contatto e che facciamo nostre, o i cibi che ingeriamo per rigenerare e nutrire il nostro fisico. E la rabbia diventa doppia se penso che una spesa fatta con consapevolezza, consumando alcuni prodotti piuttosto che altri, è uno dei pochi modi che abbiamo per costruire un mondo più umano e giusto visto che certi poteri la politica non riesce più a governarli e tocca a noi, scegliendo cosa mettere nella sporta, dire di no a certe realtà agghiaccianti. Per non parlare poi della straordinaria bellezza della biodiversità, con i suoi colori, odori, sapori. Un Eden che, malgrado il peccato originale, non ci è tuttavia stato tolto e che ha riempito di bellezza la vita di tutte le generazioni passate.

Che centra questo con la Chiesa Cattolica? C”entra eccome! Perchè se noi non fossimo costretti a schiantarci di lavoro politico per strappare con le unghie e coi denti il diritto a sposare o ad accompagnarci con chi si vuole, a fare di noi stessi ammalati quello che più ci pare, a farci una benedetta canna quando aggrada, e numerosi altri diritti tanto razionalmente scontati quanto quotidianamente violati, noi forse avremmo anche le energie per protestare contro un lontano ed oscuro tribunale che ha deciso, lui per noi, cosa metterci nel piatto.

Pensate, dunque, a quanta è la capacità gessificante del cattolicesimo politico in Italia, oltre alle energie spese da parte nostra per cercare di ottenere l”ovvio.

E pensate a quanto grave è il corto circuito democratico che tutto ciò determina, alla quantità di idee insane che fa nascere nella mente di chi esercita il diritto di voto nel sempre più radicato convincimento che tanto non conviene votare o peggio fare politica perchè non cambierà mai nulla e quindi “sti cazzi, meglio stare al mare e leggere “Chi”!

E pensate alla conseguente autoreferenzialità di un ceto politico che finisce per essere chiamato a rispondere delle proprie azioni solo a quei poteri che dovrebbe governare e limitare. Chiesa compresa.

Una catastrofe, immane. Un”ecatombe di mancata serenità, di arretratezza culturale sempre più incolmabile, che si legge chiaramente sui volti della gente per strada. Non è solo la crisi economica a pesare, l”Italia non è mai stata ricca se non dal dopoguerra in poi eppure si è sempre qualificata come una Nazione allegra e cordiale. E” la mancanza di speranza, il senso di impotenza, che solca le rughe di un popolo ormai insanamente triste.

Ma tanto ai cattolici in politica che gli frega: l”importante è che i froci non si sposino, che l”eutanasia non ci sia, e che la “cultura della droga” non abbia cittadinanza.

E per i morti di cancro a causa della merda che mangiamo, ci sarà sempre il paradiso aperto.

Amen.

 

Sporchi interessi privati

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Vi disturbero’ per un brevissimo sfogo, che scrivo anche per rispondere ai toni da “signora mia, legga che belle cose scrive il Serra stamattina” di questo articolo.

In breve, un parcheggio ricorre davanti alla giustizia amministrativa (esattamente l’organo nel quale si decide delle controversie tra “il pubblico” e “il privato”, per dirla rozza), perche’ sostiene di essere danneggiato da Area C. Vince.
Grazie a questa sentenza, Michele Serra scopre che “che gli interessi di un privato sono la stella polare che deve tracciare il cammino”. Cazzo, veramente viviamo in una liberal democrazia occidentale? Ancora? Con tutti gli sforzi d’abberlusconi e d’a sinistra di farci diventare un incrocio tra l’Argentina e la Russia, senza risorse naturali? Incredibile, indecoroso, indegno.

Tutti stupiti, tutti indignati, tutti a lanciare strali contro il Consiglio di Stato organo politico. Cioe’, capite? Da sinistra. Da quelli che quando Berlusconi diceva che i giudici sono politicizzati gli urlavano (giustamente) “fatti processare”.

Non mancano ricorsi a figure folkloristiche in cui i fallocefali nostrani (specie diffusa in acque intellettualmente inquinate di odio verso i ricchi e puzza sotto il naso) praticamente sostengono che avere un SUV e’ un requisito per la fucilazione, quindi Area C e’ “troppo poco”. Perche’, capite, una congestion charge non e’ un modo intelligente di gestire esternalita’: e’ un provvedimento di (in)giustizia sociale, da realizzare attraverso punizioni dei ricchi – eppercio’ cafoni.

Cio’ detto, io ad Area C sarei pure favorevole. In una citta’ inquinata e congestionata come Milano l’idea di disincentivare il traffico istituendo un sistema di prezzi per l’accesso (alla fine lo spazio nelle strade e’ un bene scarso, no?) e’ in fondo sia piu’ efficiente che piu’ giusto di un divieto. Ma i diritti dei parcheggiatori non sono noccioline. Una amministrazione seria avrebbe risolto ogni possibile controversia con loro PRIMA, compensandoli del danno subito. Non si puo’ usare Coase solo quando ci piace, cioe’ introducendo la tassa, e ignorarlo quando non ci piace.

L’alibi della pseudonecessità

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Secondo varie concezioni filosofiche, la necessità è il non poter essere   diversamente di una cosa, al contrario del concetto di contingenza che si basa sul poter essere diversamente. Ad esempio,se io dico”se non respiri morirai”sto pronunciando un’affermazione necessaria, se io dico “la mela è rossa” l’affermazione sarà contingente perchè la mela può essere rossa, verde, gialla. La contingenza è il carattere di ciò che può essere o può non essere. La necessità, al contrario, è il carattere di ciò che è e non può non essere.

Questo tema, apparentemente relegabile in uno scantinato pieno di polvere e dimenticato da dio e dagli uomini, al contrario sta acquistando una sua inedita attualità in quanto l’aggettivo ‘necessario’rientra nella top ten dei termini ultimamente più strausati sia nell’ambito politico, italiano ed europeo, che nella quotidianità mediatica e cronistica in genere. Appare però a volte utile verificare se chi lo utilizza ed i contesti in cui viene utilizzato, in sostanza siano correttamente conformi e rimandabili al vero significato del concetto di cui sopra.

Ad esempio, lo stragista norvegese Breivik, autore degli attentati del 22 luglio 2011 in Norvegia che hanno provocato la morte di 77 persone, a giustificazione dell’eccidio, definì la sua azione «un gesto atroce ma necessario, per fermare i danni del partito laburista e per fermare una decostruzione della cultura norvegese per via dell’immigrazione in massa dei musulmani». Ammazzare 77 persone non ha avuto alcun effetto reale e quindi si dovrebbe, tra le tante cose, far sapere a Breivik che ha utilizzato in modo inopportuno il concetto di necessario.

Prendiamo il piano europeo per salvare le banche spagnole, 100 miliardi di euro, anch’esso spacciato per necessario e del quale anche l’Italia darà il suo contributo intorno al 20%. Anche il più imbranato e maldestro analista finanziario sa che per rimettere quel sistemo appena in salute di miliardi ce ne vorrebbero almeno 400, che tale intervento farà aumentare il debito pubblico spagnolo del 10 per cento, non porterà nessun beneficio reale all’economia iberica, diretta verso una bancarotta lenta ed inevitabile. Anche qui vale, per le alte teste politiche e finanziarie dell’Unione Europea, l’ammonimento che dovrebbe essere fatto a Breivik nell’utilizzare i termini linguistici appropriati.

Per giustificare il loro appoggio al Governo Monti, Pd Pdl e Terzo Polo il concetto di ‘fatto necessario ed indispensabile’ lo utilizzano sempre e lo tirano in ballo costantemente, così come lo stesso Monti e molti dei suoi competentissimi ministri tecnici esponenti dell’alta borghesia illuminata del Paese hanno spesso parlato, preannunciando i loro provvedimenti, di scelte difficili ma necessarie per la salvezza del paese, per la riduzione dello spread, per riconquistare credibilità internazionale e per l’ingresso nel regno della gioia.

Ora, appare chiaro che qui di necessario l’unica cosa plausibile sia l’abolizione del suffragio universale, perché che ci siano state milioni di persone che hanno creduto che mettendo Monti si abbassasse lo spread, è una roba pateticamente allucinante e di una ridicolaggine assoluta. Tra l’altro, se 1) lo spread si e’ abbassato solo dopo i due interventi della Bce a dicembre e febbraio, 2) parallelamente agli interventi del Governo Monti la tendenza del differenziale è stata crescente e presto pari se non superiore agli standard del precedente governo, 3) il Governatore della Banca d’Italia Visco ha affermato che lo stato Italiano può reggere per due anni livelli di spread a quota 800, beh allora anche questo benedetto Governo Monti non era affatto necessario. Magari contingente si, ma necessario proprio no.

L’ultima cosa per freschezza spacciata per necessaria e’ il fiscal compact di recente approvazione parlamentare. Si tratta di un accordo europeo che rende più stretti i vincoli di bilancio, imponendo a tutti i paesi dell’eurozona in cui il rapporto debito/Pil superi il 60%, un rientro in 20 anni nei parametri previsti. L’Italia che ha un rapporto pari al 120% dovrà rientrare con il 3% annuo, circa 45 miliardi, pari a 900 miliardi di euro ventennali, che si andranno a sommare alle manovre finanziarie ed al pagamento degli interessi sul debito che attualmente ammontano a 80 miliardi all’anno. Anche tale provvedimento, secondo tutti i testi scientifici di economia descritto come portatore di effetti recessivi, simile a quelli adottabili in tempi di guerra e carestia quando una nazione ha come punti forti e fiori all’occhiello della propria esportazione le piattole e la dissenteria, e’ stato definito necessario da Monti e dalla maggioranza che lo sorregge, perché indispensabile all’ingresso dell’Italia nel regno della gioia. Di quale gioia ancora non si e’ capito.

Ora, siccome non sono persone pazze assassine come Breivik, e siccome fanno pure parte dell’alta borghesia aristocratica illuminata del paese e quindi capaci di maneggiare i termini linguistici nel loro significato reale, forse bastava dire un iperminimo di verità, e cioè che questi provvedimenti non sono affatto necessari ma al contrario funzionali ad un’unica contingenza rappresentata dal fatto che Monti serviva come uomo di garanzia per le ‘dinamiche’ finanziare che ci tengono per le palle ed a cui noi per ragioni di realpolitik dobbiamo appecorinarci perche’ cosi’ va il mondo ed i rapporti di forza sono questi. L’andazzo attuale consiste in una formale e definitiva stabilizzazione di questi rapporti di forza, con una zona forte e sviluppata tedesco-franco ed una necessariamente sottosviluppata, l’europa ‘meridionale’, meridionale per italico rimando (perché e’matematico che se ci sta lo sviluppo ci devono stare anche il sottosviluppo e le aree di sofferenza, un po’ come il bene ed il male, un po’come con l’unità d’Italia). Nei fatti questo è e questo sarà, iniziando un lentissimo e lungo cammino che ci porterà inevitabilmente verso la ripetizione su scala continentale dell’esperienza che la Jugoslavia visse negli anni ’90.

Soundtrack:’Cortez the killer’, Neil Young/Pearl Jam ( live Hasselt, Belgium 1995 )

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