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La morte dell’Homo oeconomicus

in economia/politica/società by

Spero mi si perdonerà la provocazione, ma io ho l’impressione che quello che sta succedendo in Europa con la crisi della Grecia segni, paradossalmente, la fine dell’Homo oeconomicus.

Non voglio ora sbilanciarmi su una posizione o sull’altra, pro-Tsipras o pro-Troika – sinceramente non avrei nemmeno i mezzi per farlo. Tuttavia, l’impressione è davvero quella di una partita che va ben al di là della pura questione economica, sebbene questa rimanga, almeno apparentemente, centrale. Anzi, credo proprio che l’idea di un’economia come espressione unica e assoluta della vita umana in Occidente, una volta giunta al suo massimo apice, sia destinata a subire un tracollo da cui non potrà facilmente riprendersi.

Mi spiego: l’altro giorno ho seguito in diretta l’appello (definito da più osservatori “accorato”) di Juncker al governo greco per una ripresa in extremis delle trattative. Juncker appariva davvero onesto e sincero nelle sue intenzioni di apertura invitando, quasi sull’orlo delle lacrime, il governo e il popolo greco alla ragione. Eppure, a seguito di una risposta, seppure tardiva, della Grecia, vi è stata una chiusura prima da parte della Germania e poi dallo stesso Juncker, che ha letteralmente stoppato i commissari europei fino al voto del referendum il 5 luglio. Un cambio di atteggiamento davvero sorprendente e radicale.

In questo gioco di rimbalzi è allora facile vedere logiche e non-logiche strategiche che vanno ben al di là di un calcolo di pure interesse economico: siamo nel pieno campo della politica e, forse, persino in quello dell’ideologia. Attenzione, sto parlando di entrambi i campi, Eurogruppo da un lato e SYRIZA dall’altro: mi sembra davvero che il movente di molte delle decisioni delle ultime ore siano avulsi dal puro calcolo di opportunità/opportunismo economica/o.

D’altronde, questa posizione è stata espressa da economisti premi Nobel sicuramente molto più competenti di me in materia, i quali hanno a più riprese denunciato le manovre squisitamente politiche di certi poteri europei a danno dell’autonomia greca. Aggiungerei, però, che le considerazioni di questi stessi economisti hanno molto spesso il sentore della presa di posizione politica (ancora una volta: ideologica?), nei confronti di una situazione che è in realtà lo specchio di un problema persino più vasto – riguardante in ultima analisi la natura dell’Unione Europea.

Ognuno è poi libero di fare le considerazioni che vuole sulle varie responsabilità nel merito della questione. Vorrei sottolineare soltanto il fatto che l’economia come griglia interpretativa definitiva, totalizzante, quasi molochiana della realtà pare in questi giorni capitolare a fronte di un universo così ampio di fattori e variabili umane che gli stessi analisti sembrano ammutolire in un fremito di inadeguatezza.

L’Homo oeconomicus sta morendo. O perlomeno non si sente molto bene.

Ich bin griechisch

in economia/politica by

“Certo che le banche ci potevano pensare prima a perestare tutti questi soldi alla Grecia!”

Messa così pare che all’epoca il sor Papandreu si è recato nella filiale di Intesa Sanpaolo di Tessalonica dicendo “zio mi alzi 150 miliardi?”. In realtà, invece, fino ad un certo periodo storico, la Grecia, come qualasiasi altro stato sovrano, ha emesso titoli di debito pubblico che venivano acquistati dal mercato. Da voi lettori, da mio zio, da me, e ovviamente anche dalle banche. Anzi, prevalentemente dalle banche, perché, sempre fino a quel determinato periodo storico, acquistare titoli del debito di un Paese sovrano era una prassi consolidata per gli istituti finanziari, perché venivano considerati titoli “sicuri”. A maggior ragione quando tali titoli entrano sotto il “cappello” dell’Euro, moneta oggettivamente molto potente. Semplicisticamente: erogare un credito e acquistare un titolo di stato, se alla fine danno un effetto sostanziale uguale (“zio, me devi da i sordi!”), nascono come operazioni completamente diverse: nel primo caso sei tu che devi, da buon padre di famiglia, valutare le possibilità di rimborso del debitore; nel secondo caso, questa operazione è fatta, tendenzialmente, dalle società di rating. Che si basano su molte considerazioni, tra le quali i dati di bilancio. Che, come abbiamo avuto modo di apprendere, non sono propriamente ciò in cui eccellono i miei amati Opsiciani. E nemmeno i Bucellarii, se la cosa vi può consolare.

Ciò che poi è accaduto è che questo debito puzzone che girava per le banche (e per gli investitori privati) europei è stato sostanzialmente “trasferito” alle autorità sovranazionali. In buona sostanza, a tutti noi taxpayers europei. Questo, attenzione, non è stato fatto “rigirando” il debito dalle banche alla collettività: perché quel debito ha subito un pensante “haircut”, cioè una buona parte di esso è stato cancellato per sempre. Quindi occhio a dire “le banche hanno sbolognato il debito ai taxpayers”, perché a) non sono state solo le banche, ma magari anche mio zio che s’era comprato l’obbligazione ellenica b) in ogni caso, chi deteneva il debito greco all’epoca dell’haircut ci ha perso una discreta quantità di soldini. In soldoni: se prima JP Morgan Chase Manhattan deteneva un titolo che valeva 100, ha registrato una perdita secca a conto economico per 50; gli altri 50 se li è accollati la collettività europea.

Il trasferimento alle autorità sovranazionali (quelle rappresentate dalla Troika, per intenderci) è stato un passaggio fondamentale a mio modo di vedere, perché così ha finalmente liberato la gestione del debito greco dalle mere logiche finanziario/contabili. O meglio, avrebbe dovuto, perché effettivamente i tedeschi ragionano come se uno stato sovrano fosse una azienda, e questa è una cazzata bella grossa. Ma, tenendo un attimo da parte the unfuckable big assed, ripeto: che il debito greco sia diventato una questione politica e non più finanziaria è una cosa positiva, molto positiva. A questo punto la battaglia da fare è: ma adesso che possiamo gestire con calma questa roba, senza dover pensare al Net Present Value dell’investimento, ha senso andare lì e fare i pignoratori che si comprano il Pireo a due lire e lo rivendono agli oligarchi? Certo che no. Così come, però, non ha senso fare i pagliacci per mesi dicendo “io non vi pago” e basta. Se Tsi&Var avessero avuto un tipo di approccio diverso, se avessero dimostrato buona volontà e una visione di lungo periodo, a quel punto gli unici coglioni sarebbero rimasti i tedeschi e la loro mentalità tedesca. E a quel punto avremmo tutti potuto a buon diritto dire Ich bin griechisch e studiare assieme una strategia di lungo periodo per fare stare bene la gente. Perché se questi disgraziati chiedono solo di cancellare il debito, altri stati sovrani si troveranno a dover gestire perdite molto ingenti. Tra l’altro mentre dall’altra parte dell’Adriatico un panetto di burro costa 3 miliardi di dracme.

Non aiutare la Grecia (o non farsi aiutare, alla fine è uguale) è un gioco lose-lose, ci perdono i greci e ci perdono gli europei. Finanziariamente ma, soprattutto, politicamente.

Net Neutrality: ortodossia al ristorante

in economia by

L’altro giorno Libernazione ha ospitato un contributo volto a illustrare, in sostanza, la nuova posizione mainstream su un tema di cui prima nessuno sapeva niente. Come spesso accade, i nuovi temi non vengono introdotti in modo neutro, ma sostanzialmente proposti dagli attivisti: l’Internet cosí com’è viene quindi già individuata come affetta da un problema (tanto per essere originali: che c’è troppo poco Stato), per il quale si vuole individuare una soluzione (tanto per essere originali: che ci vuole piú Stato e piú regole).

Provare che in un dato contesto servono piú regole, in generale, e quali, non è mai semplice. Una brutta attitudine mentale è quella di farlo senza riflettere, con sciatteria, appoggiandosi alla mentalitá dominante che individua in nuove (piú) regole la panacea di tutti i mali. Ora, la Net Neutrality è una idea attraente, perchè rassicura rispetto agli scenari apocalittici che vengono prospettati (il signor Mario stará ore a guardare il buffer di Vimeo!); apprezzo molto lo stile retorico, ma non sono completamente convinto.

ESEMPIO E CONTROESEMPIO: IL RISTORANTE

Immaginate di dover andare da Raito a Cetara in motorino. Non avete molta fame, ma l’obiettivo è mangiare all’acquapazza, dove scoprite la seguente: il ristoratore ha grossomodo stabilito che se vuoi mangiare ti siedi, mangi i piatti del giorno e paghi. La cosa vi indispone, cosí tornate a Raito, prendete un tavolo al Golfo, ove siete liberi di ordinare, con un sorriso sarcastico, una pezzogna all’acqua pazza e nient’altro. Nel tavolo accanto, un gruppo di turisti russi (le sanzioni colpiscono sempre in modo un po’ asimmetrico) ha ordinato una lista di piatti che non pensavate nemmeno fosse tutta nel menu. 

Tutto bene, tutto bello. Se non fosse che la Severino fa decadere De Luca (sono sfighe), e il Governo creativamente nomina un commissario della Regione Campania: uno tutto liceo classico, giurisprudenza ed estetica cartesiana che era casualmente presente alla vostra cena, nel tavolo dietro ai russi, e non ha potuto ordinare i babá perché questi li avevano presi tutti. Senza nemmeno mangiarli, peraltro. Scottato dall’esperienza, il detto commissario stabilisce, in una normativa regionale, che i ristoratori campani potranno offrire unicamente (niente di piú e sopratutto niente di meno) che menu a prezzo fisso e portate definite, senza nessuna scelta.

Inizialmente i ristoratori si adeguano. Voi, pur non apprezzando la ristretta libertá di scelta, notate che per lo meno il menu dell’acquapazza  a Cetara adesso costa un 20% in meno di prima. In breve, peró, Wagamama e altre catene adeguano i menu alle normative regionali, che nel frattempo sono diventate via via piú stringenti a mezzo di regolamenti attuativi, e spazzano via tutti i  ristoranti della zona tranne i due di cui voi siete habitueès. I prezzi dei menu dell’Acquapazza e del Golfo, alla fine, tornano su: d’altra parte la scelta si é ridotta a loro, se non si vuole mangiare una cosa standardizzata.

Il discorso sulla net neutrality è molto simile. Di fatto, i sostenitori di questa idea vogliono imporre a tutti un menu fisso, pensando che questo possa garantirli contro la scarsitá di babá. Problema 1: limitare la libertá di scelta ha effetti negativi sull’efficienza, non tanto di chi investe sulla rete stessa (i ristoranti nel nostro esempio) quanto su chi offre servizi basandosi sulla flessibilitá dell’offerta del servizio complementare. Si pensi a Netflix. Nell’esempio dell’autostrada, a fronte del vantaggio per i ridotti costi della logistica, alcune strade diventano piú affollate. O forse no, perchè la gente non è stupida e sa che a questo punto potrebbe valer la pena di prendere il treno invece dell’autostrada, con vantaggio per tutti. Lucas’ critique at work.
Problema 2: il nostro contributor pensa che in un contesto caratterizzato da scarsa concorrenza serva regolamentare gli incumbent per redistribuire verso i consumatori. È una idea fallace: i monopoli in un contesto deregolamentato sono instabili, se la politica non li difende. Facciamo un esempio: a un certo punto negli US, mercato effettivamente non molto competitivo, una compagnia entrante (MetroPCS) aveva offerto un servizio di internet illimitato a 40$/mese che peró permetteva di accedere a una velocitá praticabile solo a YouTube. Era un modo per inserirsi nel mercato, e poi magari iniziare a competere sul resto dei servizi. Per un sostenitore della net neutrality, MetroPCS non puó avere nessuna chance legale di entrare nel mercato, piú o meno come una trattoria dedita ad offrire un paio di piatti a scelta di pescato del giorno nella Campania Cartesiana dell’esempio sopra.
Problema 3: i casi Snowden, Assange, e tutti gli altri. Qualunque cosa si pensi di questi ambigui personaggi, abbiamo imparato che l’Internet in mano a un potere “altro” rispetto allo Stato è una piattaforma di libertá. Gli Stati, non a caso, devono negoziare per i nostri diritti con le compagnie che operano sulla rete: non esistono buoni e cattivi quando uno insegue il potere e l’altro il profitto, ma è bene che le decisioni vengano da centri separati. Chi oggi teme un eccessivo potere delle compagnie come Google e Facebook offre come soluzione la cessione di tutto il potere agli Stati. La Net Neutrality è solo una tessera di questo puzzle, e pone la questione su un piano inclinato molto pericoloso.

Insomma, io qualche semino del dubbio rispetto a questa idea un po’ sciatta che mettere piú regole è sempre buona cosa spero di averlo gettato. Anche io invito ciascuno a informarsi sul “relativo provvedimento”e a farsi un’idea. Adesso, peró, le narrative sono due e non una sola.

P.S. faccelo un post su Scalia, chè gli Hamiltoniani non sono solo campi vettoriali.

 

La questione della Net Neutrality spiegata con il famoso esempio dell’autostrada

in economia/internet/mondo by

Alla faccia del topo Fievel, finalmente Netflix sbarca in Italia. Grande festa per tutti coloro che ora possono smettere di vedere i film e le serie su PopcornTime sul digitale terrestre. A parte il fatto che ora sarei curioso di sapere quanti veramente faranno il salto, in realtà quello di cui voglio parlare è l’altra notizia importante (forse anzi ancora più importante) per tutti coloro che passano un sacco di tempo davanti all’internet: la scorsa settimana una sentenza federale ha confermato le nuove regole della FCC (l’autorità statunitense per le comunicazioni) sulla Net Neutrality.

E a noi che ce ne frega? Ad alcuni ben poco, a me (e immagino potenzialmente ad un paio di altri) abbastanza. Per 3 motivi:

  1. Perché la Net Neutrality è un tema rilevante per il modo in cui si svilupperà Internet nei prossimi anni. In particolare per la possibilità di vedere film e serie televisive, magari in originale (sapevate che oltre un terzo del traffico totale sulla rete è generato da Netflix e ben più della metà da streaming video in genere?), usare applicazioni p2p come eMule o uTorrent e magari anche app di comunicazione come Skype o Facetime
  2. Perché è una buona scusa per parlare di concorrenza e del sistema americano delle lobby
  3. Perché è una buona scusa per parlare dell’influenza dei mass media su alcune decisioni e in particolare di come un certo tipo di infotainment possa in alcuni casi fare la differenza (ma poi la faccenda si fa lunga, quindi vi toccherà leggerla su quest’altro post)

Forse vale la pena fare uno spiegone preliminare su cosa sia questa Net Neutrality e sulla sua storia.

ED ECCO A VOI QUELLO CHE SARÀ RICORDATO COME L’ESEMPIO DELL’AUTOSTRADA

Immaginate di dover andare da Roma a Firenze in automobile. Ovviamente chiunque prenderebbe la A1 e in 3 ore o giù di lì dovrebbe giungere alla meta. Ora immaginate che l’autostrada, invece di costare i soliti suppergiù 30 euro, ne costasse 300: non vi resterebbe che percorrere strade senza pedaggio, passando da Perugia e impiegandoci 5 ore, mentre magari una grande azienda che ha bisogno di effettuare trasporti veloci su gomma pagherebbe l’oneroso balzello e continuerebbe ad usare l’autostrada.

Immaginate di dover andare da Roma a Firenze in automobile. Oggi prendete la A1, pagate 30 euro e in 3 ore siete arrivati alla meta. Ora immaginate che un bel giorno arriviate a Fiano Romano e al casello vi dicano che per i 30 euro di prima potete viaggiare solo sulla corsia di destra e non superare i 70 km/h: se volete usare anche le altre corsie e andare a 130 km/h dovete pagarne 300. A fronte di questo una grande azienda che ha bisogno di effettuare trasporti veloci su gomma pagherebbe l’oneroso balzello e continuerebbe ad usare l’intera l’autostrada mentre tutti gli altri si metterebbero in coda arrivando in 5/6 ore invece di 3.

Ecco la Net Neutrality è la condizione che costringe l’autostrada a trattare tutti gli utenti allo stesso modo senza fare distinzioni. In assenza di questa regola, poche grandi aziende pagherebbero ingenti costi (i quali, direttamente o indirettamente, saranno ribaltati sugli utenti) per continuare a inviare i loro contenuti ad alta velocità, mentre tutto il resto di internet sarebbe costretto a viaggiare sulla “corsia lenta”.

Per darmi un tono ora citerò un professorone di Harvard, tale Lawrence Lessig, che sostiene che Net Neutrality significa che Internet non è b2b, b2c o chissà che altro, bensì e2e, cioè end-to-end, a dire che non vi è differenza nella trasmissione di dati, quali che siano emittente e destinatario.

Se la metafora e la citazione non vi sono bastate, Net Neutrality significa che gli ISP (per esempio Telecom o Fastweb in Italia) non possono:

– porre limiti al tipo di contenuto che passa sulle loro reti (cioè non possono dirvi che visitare Facebook va bene, ma vedere un film su Netflix o scaricarlo con un client torrent, oppure fare tethering col cellulare, no)

– imporre un prezzo alla possibilità di trasmettere a maggiore velocità (cioè non possono chiedere a Google dei soldi in più per rendere prioritaria sulla rete la trasmissione dei video di Youtube, mentre il povero Mario che ne vuole vedere uno su Vimeo passerà mezza giornata ad osservare un clessidra con la scritta “buffering”)

ONCE UPON A TIME IN AMERICA

Ora, questa cosa della Net Neutrality in America ha una storia di guerre legali che andrebbe raccontata in tecnichese e che quindi vi risparmierò. Il riassunto è che, dopo anni di lotte, Tom Wheeler, nuovo presidente della FCC, ha dichiarato qualche mese fa di voler rendere più lasche le regole sulla Net Neutrality, in pratica facendo un favorone alle poche compagnie monopoliste del servizio di provider (Comcast, Time Warner Cable e Verizon). Dopo un certo subbuglio, però, la questione si è completamente ribaltata: la FCC ha stabilito che la Net Neutrality deve essere assoluta (o quasi, ma di questo poi ne parliamo) e quando le compagnie telefoniche hanno fatto causa contro questo provvedimento sono state sconfitte.

Adesso abbiamo più o meno chiarito perchè la Net Neutrality è rilevante e come sono andate le cose. Aggiungo che in genere quello che succede in ‘Murrica per quanto riguarda le politiche di controllo della rete tende ad essere d’esempio per l’Europa, quindi anche se so che non vedevate l’ora di farlo, potete anche risparmiarvi di commentare “ma che cazzo me ne frega a me degli americani”, “schiavo della cultura statunitense” o “noi mica siamo cosi’”. Possiamo quindi proseguire sugli altri due punti, iniziando dai simpatici retroscena di questa faccenda.

Come è possibile che i provider si possano permettere di minacciare Google, Amazon, Netflix e via dicendo di far pagare loro cifre esorbitanti per una linea veloce? Il fatto è che negli Stati Uniti in pratica non esiste concorrenza sulla connessione a banda larga. Se va bene in una certa zona ci sono due provider, ma nella maggior parte dei casi ce n’e’ uno solo. Ultimamente si è fatto un gran parlare della potenziale fusione tra Comcast e Time Warner Cable e il presidente della prima, per spiegare che questo non avrebbe diminuito la quantità di concorrenza, ha affermato che non sarebbe stato possibile perché loro non lavorano mai nelle stesse zone: se uno è a San Francisco, l’altro è a San Jose, se uno è a New York, l’altro è a Philadelphia. Ora, parafrasando John Oliver, grazie al cazzo che una cosa che NON C’È NON PUÒ DIMINUIRE.

In aggiunta, a quanto pare Comcast è la seconda azienda in assoluto per investimenti in lobbismo (alle spalle di una società che si occupa di armamenti) e questo determina una influenza disgustosa sulle scelte del governo, al punto che il suddetto Tom Wheeler, presidente della FCC che da principio voleva abolire la Net Neutrality, è l’ex negoziatore capo della lobby delle telecomunicazioni.

Infine, lo scorso anno Comcast stava rinegoziando con Netflix alcuni contratti e, proprio a ridosso della firma, la velocità di streaming si è improvvisamente ridotta ai minimi storici, quindi, per quanto pazzesco, non si parla di alzare il prezzo per garantire una velocità maggiore, ma di farlo per non imporne una minore.

In fatto di concorrenza in Europa le cose fortunatamente non stanno così, ma questo non significa che la Net Neutrality non sia comunque importante, vista la tendenza di alcune aziende nostrane a fare cartello: quanto ci metterebbero Telecom, Vodafone e Wind ad accordarsi per far pagare a Netflix un bel sovrapprezzo pur di non vedersi ridotta la velocità di trasmissione?

Siccome voglio far finta di essere super partes, ecco un po’ di argomenti contro la Net Neutrality:

– Innanzitutto le compagnie telefoniche sostengono che senza Net Neutrality potrebbero sì far pagare di più Netflix e soci, ma userebbero quei soldi per investire nel miglioramento delle reti e potrebbero contrastare i siti illegali.

– C’è poi chi dice, non senza fondamento, che la Net Neutrality in realtà non è mai esistita e che Google e simili non pagano per la corsia veloce sulle normali linee per il semplice fatto che già pagano per avere i loro server direttamente nei centri di smistamento dei provider.

– Antonin “Justice” Scalia è a favore della Net Neutrality, il che dovrebbe renderci tutti sospettosi (e se non sapete perché, vorrà dire che vi sorbirete un altro post).

Ora avete più o meno tutti gli strumenti per andare a studiare sul serio, come suggerirebbe il buon Rosario D’Auria, il relativo provvedimento e decidere da che parte state.

 

OST: Chi ruba nei supermercati, F. De Gregori

L’equilibrio funebre su John Nash

in economia by

E’ morto John Nash e tutti gli studenti di economia stanno delirando in citazioni cinematografiche e sentenze argute. Ma qual è il comportamento corretto? Questo test ci aiuta a scoprirlo.

 

Alla morte di Nash, due studenti di economia vorrebbero ricordare su Facebook il grande matematico.

Postando una foto di “A beautiful mind”, prenderebbero entrambi due like; ma se uno dei due non lo facesse, scrivendo invece “Nash non era affatto quello di A beautiful mind, capre!”, la sua argutezza lo premierebbe con 5 like e sbugiarderebbe l’altro studente, azzerandogli i like.
Tuttavia, se entrambi perculassero chi posta “A beautiful mind”, ebbene prenderebbero solo 1 like, perché la rete non premierebbe così tanta aggressività di fronte alla morte.

Dica lo studente: qual è l’equilibrio?

 

 

 

 

 

Soluzione: miao

 

 

 

Peggiorare le alternative

in economia/politica by

Quindi a gennaio-febbraio 2015 abbiamo 79.000 assunzioni in più rispetto allo stesso periodo del 2014 grazie agli sgravi fiscali sulle nuove assunzioni; questa notizia, nonostante le consuete e misurate esternazioni del primo ministro (“é il segnale che l’Italia riparte”), non dovrebbe affatto motivo di giubilo per il governo. Molte di tali assunzioni, infatti, rientreranno all’interno del vecchio sistema di tutele pre-Jobs Act (a loro si applicherà l’articolo 18 per intenderci) che il governo tanto ha penato per abolire in quanto fonte di staticità e immobilismo lavorativo.

Senza entrare nel merito né economico né etico del Jobs Act, mi limito a dire una banalità: avendo istituito un nuovo regime di tutele del lavoratore, ritenuto evidentemente “migliore” del precedente, sembra ragionevole supporre che il governo auspichi l’ingresso, ancorché graduale, di un numero sempre maggiore di lavoratori in questo nuovo regime andando via via a svuotare le vecchie. Questo perché un alto numero di lavoratori sottoposti al Jobs Act stimolerebbe la creazione di altri posti di lavoro e comporterebbe, in generale, una crescita economica.

Ora, il Jobs Act si applica a tutti i contratti di lavoro stipulati dal 1 marzo in poi; occhio che “nuovi contratti” non vuol dire “nuovi lavoratori”, ma vuol dire qualsiasi nuovo contratto: anche chi cambia lavoro rientrerà all’interno del Jobs Act perdendo, qualora gli si applicassero in precedenza, le tutele pre-Jobs Act (articolo 18, sempre per capirci). Ecco, probabilmente mi sfugge qualcosa, ma per commentare questa trovata posso solo affidarmi al mio personale esperto di economia del lavoro.

In pratica questi geni hanno detto a 10/11 milioni di lavoratori (3 pubblici + 6,5/8 privati, a seconda della fonte) che se cambiano lavoro saranno meno tutelati rispetto a prima: il Jobs Act ha creato, con un tratto di penna, il più grande blocco alla mobilità dal dopoguerra a oggi e lo ha fatto non tramite lacci e lacciuoli ma creando un disincentivo enorme a cambiare lavoro per quasi il 70% dei lavoratori dipendenti, circa la metà dei lavoratori totali. Ora, io capisco che questi sono metà della base elettorale del Pd e non si rompono i coglioni a chi ti paga lo stipendio, ma se il piano per creare posti di lavoro é aspettare che vadano in pensione (raggiungendo l’altra metà) mi spiegate a che minchia serviva il Jobs Act?

EDIT: ho ricontrollato qualche dato e, stavolta, messo i link alle fonti che ho trovato a scanso di equivoci. Se trovate fonti migliori segnalatemele nei commenti.

Manuale di Conversazione Natalizio: disuguaglianza.

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E’ Natale. Tanti di voi riceveranno in regalo libri, qualcuno magari anche l’ottimo Capitale di Piketty – e d’altronde le sezioni di economia e societa’ delle librerie sono gia’ piene di robe ben peggiori. Corriere e Repubblica usciranno, entro poche settimane, citando per l’ennesima volta qualche “studio di Bankitalia” che dimostra come il 10% piu’ ricco detenga il 40%-45% della ricchezza del Paese. E giu’ con la solita retorica anti-ricchezza, pro-redistribuzione, le narrative della crisi come causata dalle disuguaglianze, e le storie apocalittiche sul mondo di domani diviso in ricconi con la villa e poveracci che puliscono il fondale delle piscine con la lingua.

Cerchiamo di fare un po’ d’ordine.

0. (ovvio): La distribuzione della ricchezza e la distribuzione dei redditi non sono la stessa cosa.

Sembra ovvio, ma molti commentatori fanno volutamente confusione. Anche un Paese estremamente egalitario nella distribuzione dei redditi puo’ sembrare molto diseguale, specialmente se si considera il 10% piu’ ricco. Questo semplicemente perche’ la ricchezza si accumula nelle generazioni, e quindi la sua distribuzione andrebbe misurata per famiglie (allargate magari) e non sugli individui. In particolare, in Europa il 10% degli individui detiene il 52% del valore della ricchezza: e’ indice di disuguaglianza? Non necessariamente.

1. La concentrazione della ricchezza e’ minore in Italia rispetto al resto d’Europa.


 wealth

E, per di piu’, questo non e’ necessariamente un bene. Tra i paesi con maggiore concentrazione della ricchezza, con l’eccezione di Cipro, vi sono economie che hanno avuto una maggiore stabilita’ macroeconomica nel dopoguerra: sopratutto, minore inflazione. Si guardi ad esempio al paragone tra Italia/UK e Germania.

 

romerf242007

 

2. La disuguaglianza nei redditi in Italia e’ (di poco) in diminuzione e (di poco) maggiore di quella del resto d’Europa.

Indubbiamente la ricchezza conta. Ma se la preoccupazione principale che muove a parlare di disuguaglianza e’ la condizione degli ultimi, piuttosto che l’invidia verso i primi, tocca smentire le voci apocalittiche. Nonostante tutto, e chissa’ ancora per quanto sara’ vero, la disuguaglianza non e’ esplosa in Italia in anni di bassissima crescita come i venti che ci hanno preceduto.

Gini

I movimenti nella disuguaglianza sono stati drammatici in altri paesi, ma e’ difficile tracciare una storia coerente: alcuni hanno significativamente liberalizzato le proprie economie, sono cresciuti, e l’aumento della disuguaglianza e’ in realta’ dovuto all’emergere di molti nuovi ricchi, quindi sarebbe un fatto positivo (vedi la Danimarca, la Svezia o la Finlandia), in altri paesi l’aumento della disuguaglianza e’ probabilmente dovuto all’aumento del numero di indigenti dovuto alla mancata crescita o all’impatto della crisi (Spagna, Francia). In generale, l’indice di Gini non misura la poverta’, quindi non bisognerebbe brandirlo come un’arma: se aumenta non e’ necessariamente una cattiva notizia, se diminuisce non e’ necessariamente una buona notizia.

3. Anche in Europa, gli uomini piu’ ricchi sono per lo piu’ self-made men.

In fondo, quasi nessuno ha da obiettare sulla ricchezza degli Zuckerberg, dei Gates, e finanche di Madonna, Cristiano Ronaldo e Leonardo di Caprio. Talento, fortuna e professioni scalabili hanno reso queste persone ricche nello spazio di qualche lustro. Molti, pero’, ritengono che l’Europa sia piu’ che altro caratterizzata da una ricchezza di natura ereditaria, trasmessa attraverso le generazioni e alimentata grazie alle connessioni politiche e non. C’e’ del vero, e sicuramente questo e’ un problema: in Italia abbiamo gli Agnelli (o i Ligresti) a dimostrarci come siano dannose le dinastie familiari che devono molta della loro ricchezza all’abile saccheggiamento del contribuente (o del piccolo azionista). Ciononostante, tra le ombre c’e’ qualche luce. Chi sono i dieci uomini piu’ ricchi d’Europa nel 2014?

1. Amancio Ortega Gaona (SPA), di Inditex
2. Ingvar Kamprad (SWE), di Ikea
3. Bernard Arnauld (FRA), di LVMH
4. Stefan Persson (SWE), di H&M
5. Michele Ferrero (ITA), di Ferrero
6. Dieter Schwarz (GER), di Lidl
7. Georg Schaeffler (GER), di Continental
8. Leonardo Del Vecchio (ITA), di Luxottica
9. John Fredriksen (CYP)
10 Ernesto Bertarelli (CH/ITA), di Serono.

La fonte di questa lista, come di alcune delle immagini sopra, e’ il rapporto annuale sulla ricchezza di Julius Bär , una banca svizzera. Solo due (o tre, se si include Bertarelli) dei presenti in questa lista hanno ereditato una parte rilevante del proprio patrimonio. Tutti gli altri sono self-made men. Come molti avranno notato, una lista analoga in US (ma anche in Cina) includerebbe molti piu’ ricchi provenienti da business non tradizionali. Questo e’ un altro problema di cui si legge poco nei giornali: perche’ nessuna delle big companies di Internet, per esempio, e’ europea? Solo perche’ Stanford e Berkeley sono nella Bay Area? O perche’ l’ambiente competitivo e finanziario non e’ favorevole all’emergere di imprenditori che diventano (pro tempore) monopolisti in business prima inesistenti?

4. Quale disuguaglianza conta?

Secondo Piketty, quella tra il top 1% e il restante 99%. Piketty, come E. Saez e altri, ritiene che il top 1% ottenga parte della ricchezza dall’estrazione di rendite a scapito del restante 99%: non parla di imprenditori, o non solo, ma sopratutto di top manager, avvocati, etc. Puo’ essere che questo sia vero, ma le soluzioni meramente redistributive rischiano di farci tornare a un mondo in cui quel top 1% magari controlla meno ricchezza, ma e’ composto unicamente da ereditieri, ossia da gente che non ha creato nulla, ne’ per se’ ne’ per gli altri.

Personalmente, e non sono il solo (ne parlava anche Raghouram Rajan in un ottimo libro sulla crisi finanziaria), penso che la disuguaglianza rilevante politicamente, nei paesi sviluppati, sia quella che si sta sviluppando tra chi ha qualcosa da vendere nel mondo globale e chi no. In breve, tra gli istruiti in cose “utili” e gli altri. L’Italia in questo vive anche un altro dramma, cioe’ quello di interi settori che essendo stati occupati militarmente da camarille familistiche e di partito si sono ritrovati completamente spiazzati dalla globalizzazione, e oggi sono causa primaria del declino – vedi universita’ e ricerca, ma anche piu’ in piccolo tutto il mondo delle municipalizzate. In ogni caso, anche se dovessimo risolvere questi problemi, la disuguaglianza dei redditi e’ di per se’ destinata ad aumentare perche’ chi ha qualcosa da vendere oggi lo vende nel mercato mondiale, e guadagna molto di piu’. Come si risolve questo problema? Non si risolve. O meglio, si risolve facendo in modo che un Paese non debba morire, come sta accadendo con l’Italia, perche’ chiunque abbia qualcosa da vendere pensa che questo non sia il posto da cui farlo, perche’ la priorita’ qui e’ dar da mangiare alle varie Caste. Se poi, come in Svezia e Danimarca, la disuguaglianza aumenta perche’ in un contesto di aumentato benessere qualcuno si arricchisce piu’ della media, pazienza.

C’e’ poi un altro problema, che ha poco a vedere con la globalizzazione, molto con la mobilita’ sociale, e pero’ ancora una volta poco con lo schemino scemo di quelli a cui piace dare addosso al neoliberismo: il cambiamento del ruolo della donna, e quindi della famiglia. Nelle famiglie europee di 50 anni fa, la provenienza o la professionalita’ della moglie non erano una questione prioritaria. Molte donne non lavoravano, comunque non erano considerate alla pari, e quindi capitava di frequente che attraverso i matrimoni si incrociassero famiglie provenienti da ceti diversi (di solito era la famiglia di lei a muoversi verso l’alto). Ecco qui un ottimo articolo che racconta come questo non sia piu’ vero.

5. E quindi?

E quindi ha ancora ragione, probabilmente, il vecchio Milton Friedman. Se vogliamo affrontare questi problemi senza rincorrere soluzioni oniriche, senza avere in mente livelli irraggiungibili di uguaglianza sostanziale, ma sopratutto combattendo l’esclusione sociale e la poverta’, contano due o tre cose: recuperare i quartieri degradati, investire in istruzione, aumentare la concorrenza e l’apertura dei mercati ad ogni livello, in modo da permettere a chiunque di farsi valere per cio’ che e’, e non per “chi lo manda”.

Giudicate voi se queste sembrano essere le priorita’ di chi ci governa, dagli ultimi decenni a questa parte.

 

 

 

Il Piano Juncker

in economia/politica by

Mi dicono che ieri sera durante la puntata di Ballarò, con l’autorevolezza di toni e fisiognomica da momenti importanti e decisivi per le sorti delle umane genti, Simona Bonafè annunciava che grazie al lavoro svolto dal Pd in Europa è stato approvato un piano di investimenti anticiclici da 300 miliardi di euro per combattere crisi ed austerità.

Si statta del cd. Piano Juncker, presentato dal neo presidente della Commissione al Parlamento Europeo ed operativo da Giugno. Si, parliamo proprio di quel Juncker ex primo ministro del Lussemburgo, secondo un’inchiesta demiurgo di un sistema di elusione delle rendite che ha consentito al Granducato del Lussemburgo di trasformarsi nel più raffinato e impenetrabile paradiso fiscale d’Europa, garantendo a oltre 340 fra aziende e multinazionali di arricchirsi a dismisura, sottraendo alle casse dei paesi europei e agli Stati Uniti oltre 2.000 miliardi di euro di tasse. Ma questa è un’altra storia.

Dicevamo del Piano che in Italia viene orgogliosamente rivendicato come una vittoria assoluta del Pd e dei suoi rappresentanti europei.

Se per Pittella “Oggi siamo davanti a una svolta, frutto della nostra battaglia politica. L’aria è cambiata: se 5 anni fa il titolo era ‘austerità”, oggi è investimenti, crescita e lavoro”, per Roberto Gualtieri “La presentazione del Piano Juncker costituisce un primo importante passo verso il cambiamento dell’Europa e della sua agenda economica nella direzione della crescita e dell’occupazione, che premia l’iniziativa del governo italiano e dei socialisti e democratici europei”.

Ma è veramente così? Ci possiamo fidare di questi due punti di riferimento del renzismo in Europa dal passato fortemente dalemiano? O si tratta dei soliti annunci alla Wanna Marchi per deboli di cuore, romantici ingenuoni innamorati del decisionismo e della praticità sbrigativista e di successo dell’esecutivo italiano? Siamo davvero di fronte ad un neo Piano Marshall che risolverà la crisi e la disoccupazione europea? Vediamo di capirci qualcosa in più:

Piano Juncker, solo 21 miliardi per partire, Marco Zatterin

“L’ultima bozza dice che la dotazione reale del Piano Juncker sarà di 21 miliardi. «Appena», sospirano in molti, e il dibattito sulla strategia che verrà svelata domani a Strasburgo comincia qui. In luglio il presidente della Commissione Ue ha promesso un pacchetto da 300 miliardi di investimenti anticiclici, senza specificare dove li avrebbe presi, cosa che probabilmente non sapeva. Adesso l’obiettivo è cresciuto a 315 miliardi, ma ci si arriva con un moltiplicatore importante: si spera cioè che ogni euro pubblico ne attiri altri 15 nei cantieri europei. Sulla carta possono metterci dei soldi anche i governi (e i privati!). Però, alle attuali condizioni, non si capisce perché dovrebbero farlo.

Nel quartiere generale della Commissione i nervi sono tesi. Stavolta non si può fallire, non è possibile fare il bis del piano da 120 miliardi del 2012, presentato con tutte le fanfare e alla fine dimostratosi deludente. La stessa Garanzia per i giovani che doveva offrire una opportunità di formazione per i ragazzi disoccupati ha dato risultati inferiori alle attese. Mentre il continente rischia un terzo giro nell’inferno recessione, i leader si sono resi conto che – pur mantenendo la stabilità dei bilanci – è necessario agire dal lato della domanda, spingendo sugli investimenti. Di qui l’atteso Piano Juncker e i miliardi promessi, 300 come gli eroi delle Termopili, riferimento casuale però involontariamente efficace: la situazione del lavoro e della crescita è drammatica.

Juncker ha accelerato il percorso, scoprendo passo dopo passo che in fondo i governi nazionali – che col coltello dalla parte del manico – hanno una predilezione per le parole più che per i fatti. Il suo Piano decolla pertanto con passo incerto e 21 miliardi di dote effettiva, meno del previsto: 16 saranno riciclati dal bilancio Ue, dal fondo infrastrutture Connecting Europe (che pesa 30 miliardi) e da Horizon 2020 (strumento per a ricerca da 80 Miliardi); i rimanenti 5 miliardi saranno firmati dalla Bei.

I denari finiranno nell’Efsi, European Fund for Strategic Investment (nome provvisorio), il «veicolo» che sarà usato dalla bei per garantire i programmi di investimento selezionati a Bruxelles e darà tutela in caso di «prima perdita», scenario possibile perché si tratta di operazioni più ambiziose che comportano un qualche rischio aggiuntivo. Gli ingegneri finanziari della Commissione assicurano che allo stato attuale, un effetto leva di 15 volte è possibile, schema che eleva il totale a 315. Soldi virtuali.

Nei giorni scorsi l’ipotesi di un moltiplicatore a 10 aveva sollevato parecchie critiche, anche all’Europarlamento. Aperte due questioni principali. La prima è la possibilità che gli stati partecipino all’Efsi: difficile che lo facciano senza possibilità di scaricare gli esborsi dal Patto di Stabilità (ipotesi ardua) e difficile che succeda non all’unanimità. La seconda riguarda i progetti presentati dagli Stati, sono oltre 1800 e valgono 1.110 miliardi. Bruxelles dovrà sfoltire e questo non farà piacere alle capitali, che guardano al Piano con enfasi disomogenea. Juncker farà fatica a tenere insieme il progetto. Ma se i risultati non arriveranno, sarà ingiusto dare la colpa in prima battuta a lui piuttosto che ai ventotto governi Ue.”

Beh, che dire, sicuramente che i miliardi effettivi sono 21 e non 300. Qualcosa invece l’ha detta al riguardo il ministro Padoan, ministro dell’economia del Governo Renzi e dello stesso partito di Pittella, Gualtieri e della Bonafè: “‘Non abbiamo ancora deciso se contribuire al Fondo, (…) le aspettative dei cittadini sono crescenti ma è crescente anche il rischio di una delusione”.

Si attendono quindi in serata, a controbilanciare la freddezza del ministro, nuovi lanci di adrenalinica euforia sparsi nell’etere e su twitter dalla Centrale dell’Entusiasmo Comunicativo. Possibilmente, a richiesta, la Moretti o la De Micheli sono disponibili per es. per 8eMezzo dalla Gruber o, meglio ancora, da Bruno Vespa?

Soundtrack1:‘Pensiero Stupendo’, La Crus

 

 

Gli stupidi consigli finanziari de Il Giornale

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Mi piace leggere IlGiornale.it perché mi dà delle emozioni che altri giornali non sono in grado di suscitare. Si tratta di sensazioni specifiche, una sorta di thrills vicini a quelli che si prova guardando un film di spionaggio o di complotto politico o fantascientifico, soprattutto quando verso la fine il protagonista tira le somme e in trenta secondi spiega un intrigo complicatissimo, cosa che nella vita reale toccherebbe ad una commissione parlamentare e a un memorandum di almeno cinquecento pagine. E tu sei lì che percepisci che nella spiegazione frettolosa, tra proiettili vaganti o e fili rossi da tagliare, ci sono buchi logici abnormi, conclusioni basate sul nulla, rapporti causa-effetto surreali. Spesso la cosa bella è che, personalmente, sul momento mi sento anche un po’ in colpa, mi dico che se non ho capito alcuni punti della spiegazione è colpa mia che non ci arrivo.

Ecco, io provo identiche emozioni leggendo IlGiornale.it. Questa settimana per esempio è saltato fuori un documento “segreto” secondo il quale l’UE – o la Commissione Europea, o forse la BCE, boh tanto sono tutti uguali – vorrebbe togliere la soglia minima dei 100mila euro per i depositi su cui effettuare prelievi forzosi in caso di tracollo bancario (ah, le virgolette sulla parola “segreto” ce le mette lo stesso quotidiano, e non capisco quindi se siano sarcastici, se facciano dell’autoironia, o se sia la citazione di qualcuno). Sapere che a difendere i correntisti ci sia il leghista Buonanno (quello che esponeva finocchi in Parlamento, per dirne una) dà alla storia un primo tocco di surreale e fantascientifico, ma è agli ultimi paragrafi dell’articolo che si toccano vette altissime. Il giornalista, citando Claudio Borghi, conclude con ferrea logica che il prelievo forzoso sia una delle diverse trappole studiate dalla Germania “per rientrare dalla loro esposizione creditoria nei nostri confronti e incenerire la nostra industria”.

 

La redazione di Libero e Il Giornale intenta a scrivere articoli di economia. F2 per "salasso fiscale", F3 per "L'Euro che stritola", F4 per "la culona"
La redazione di Libero e Il Giornale intenta a scrivere articoli di economia. F2 per “salasso fiscale”, F3 per “L’Euro che stritola”, F4 per “la culona”

Vi prego, mandate subito Gian Maria De Francesco, colui che ha scritto queste righe, a Hollywood affinché incontri Nolan e scrivano assieme un meraviglioso sequel di Interstellar. Ma non dimenticate Ivan Francese e un anonimo redattore di Liberoquotidiano.it, che in un articolo correlato ci spiegano le 4 mosse fondamentali per tutelarsi dal prelievo forzoso. Ora, prima che ve le elenchi, dobbiamo definire ciò di cui si sta parlando. Trattasi di prelievo forzoso quando un’istituzione governativa preleva dai conti correnti determinate somme di denaro per sopperire ad una crisi bancaria o a specifiche necessità fiscali. L’ultima volta che ne abbiamo sentito parlare per esempio è stato quando a Cipro una percentuale dei soldi di correntisti (con più di 100mila euro a credito) è stata tramutata in azioni della banca che soffriva di una pesantissima sottocapitalizzazione, per giunta in una situazione di corsa agli sportelli. Bene, ciò che Libero e Il Giornale suggeriscono per evitare che lo Stato o le banche centrali saccheggino i nostri risparmi è:

  1. “Fate attenzione agli hedge funds, che sono difficili da maneggiare se non siete esperti”.
  2. “Attenzione a titoli di Stato e obbligazioni dell’Eurozona, che possono essere soggette a ristrutturazioni del debito”
  3. “Pensateci bene a sottoscrivere polizze vita se i soldi vengono depositati in banche dell’Eurozona”
  4. “Come per il punto 3, investite in fondi che depositano i soldi fuori dall’Eurozona.”

Leggendoli sono rimasto un po’ perplito, io che pensavo che per evitare un prelievo forzoso bastasse semplicemente non avere soldi in banca (con tutti i problemi che ne conseguono, ovviamente). Mi sbaglierò io, ma mi pare che nessuno di questi punti abbia nulla a che vedere con il punto in questione, ma anzi siano consigli massimalisti e del tutto insensati, come se ad uno con un braccio fratturato il dottore consigliasse: “Si copra quando esce e cerchi di non sudare.”. Gli hedge funds, signori: GLI HEDGE FUNDS! Attenzione a come li maneggiate perché un mio amico una volta ci ha perso due dita! Santo Dio, ma su Libero hanno idea di quanto sia il capitale minimo richiesto per investire in un hedge fund (risposta: 500 mila euro)? E cosa c’entrano i titoli di Stato e le obbligazioni in euro?

Ma no dai, mi sbaglio io.

Forse la trama di Interstellar ha un senso.

 

 

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Una foto dell’autore quando legge Il Giornale

Giudicare Moncler senza aver visto Report

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Mi sento piuttosto d’accordo con chi dice che nel campo della comunicazione non può valere il detto “tra due mali è meglio scegliere il minore”, per cui è giusto dare addosso a Report se la qualità delle informazioni, pur rimanendo estremamente migliore di quella di Studio Aperto, è venuta col tempo a deteriorarsi. D’altro canto questo non può riqualificare il male estremo del giornalismo, soprattutto quando gente come Sallusti, imperterrita, continua a dire stupidaggini colossali.

L’ultimo esempio riguarda appunto la critica feroce rivolta alla Gabanelli riguardo all’argomento che sta dividendo la piazza negli ultimi due giorni, ovvero il servizio su Moncler. Dice Sallusti: “Siamo fautori del giornalismo d’inchiesta […] Ma sappiamo bene quanto delicato sia questo genere: una somma di fatti veri non necessariamente portano alla verità“. Insomma, facendola breve, Sallusti non dichiara che Report abbia detto cose false (tant’è che per ora nessuno, nemmeno la stessa Moncler, è riuscito a smentirle con argomentazioni provate), ma che abbia manipolato la verità omettendo altri fatti che avrebbero cambiato il risultato percepito ai telespettatori. Bene, d’accordo, è vero, è effettivamente uno dei problemi principali della trasmissione. Peccato che poi Sallusti cominci uno sproloqui in cui difende a spada tratta la casa dei piumini, giungendo a dire il falso: “Ieri Moncler in Borsa ha perso fino al 5 per cento, bruciando 140 milioni del suo capitale.”.

Sta cominciando a diventare fastidioso dover ripetere che in Borsa le società non bruciano nemmeno un centesimo del loro capitale, raccolto in sede di fondazione prima e di quotazione poi. I veri danneggiati sono piuttosto gli azionisti, sia quelli di maggioranza sia il piccolo risparmiatore, i quali però non subiranno alcuna perdita effettiva fin quando non verrà disinvestito il pacchetto azionario. Ma lo ammetto, non è onestamente corretto sottovalutare una perdita, per quanto potenziale, e forse dovremmo maledire Report per aver influenzato negativamente le quotazioni. Ma Report ha veramente influenzato i corsi azionari di Moncler nella giornata di ieri?

Onestamente non potremo mai dirlo (a maggior ragione visto che contestualmente BNP Paribas ha confermato l’underperform della società). Però forse vale la pena dare un’occhiata alle performance di Moncler da quando si è quotata, un anno fa. Partiamo dalle fluttuazioni più recenti e proseguiamo andando indietro nel tempo. Questo è il grafico degli ultimi cinque giorni:

 

moncler 5gg

 

Quella crepa degna di una zolla tettonica è il presunto effetto Gabanelli. Osservate come interrompa un andamento sinusoidale: il valore all’apertura era pari a quanto registrato a metà della settimana prima. Andiamo avanti con la sintesi dell’utlimo mese.

 

 

moncler 1m

 

A inizio ottobre il titolo ha affrontato un crollo anche peggiore rispetto a quello che sta registrando ora. Ma contestualizziamolo: le tensioni sulla Grecia avevano fatto crollare pesantemente tutti gli indici mondiali. Ok, avanti con gli ultimi tre mesi:

 

moncler 3m

 

Oh-oh! Le nuove collezioni autunno-inverno devono aver fatto un po’ cagare a giudicare dalla discesa lunga un mese intero. Forse che Report ha mandato in onda un’intera stagione settimanale intitolata The Moncler Dead? Facciamo senza indugi un balzo e guardiamo le performance del titolo da quando è stata quotato, circa un anno fa.

 

moncler ytd

 

Per un attimo ho temuto di aver caricato il grafico della mia attenzione durante un monologo di Enrico Ghezzi. E invece è la fenomenale performance di Moncler, che dopo un balzo in alto piuttosto comune per titoli dal fresco ingresso è lentamente planata come una piuma. Mi direte: “Vabbè Dan, tanti altri han fatto male nel 2014”. Vero, e allora facciamo un confronto con le società di moda quotate con fatturato 2013 più vicino (Geox, Brunello Cucinelli, Tod’s e Aeffe). Ci aggiungiamo pure l’indice FTSE MIB, e crepi l’avarizia.

 

moncler confrontone

 

Peggio di Moncler solo Tod’s e Brunello. Da quando si è presentata in Piazza Affari, Moncler ha generato una perdita potenziale per circa il 20%. E’ tantissimo, pur in un contesto (quello del FTSE MIB) che non ha quasi generato valore nell’anno (non chiedetemi di Aeffe perché quella linea rossa costantemente in salita è qualcosa di spaventoso e probabilmente soprannaturale). Non credo che BNP abbia guardato la Gabanelli per giudicare il titolo come underperform: probabilmente si è limitato a guardare il rapporto P/E, fisso a 28 e confrontarlo con quanto dice Wikipedia: “A company whose shares have a very high p/E (that is, >25) may have high expected future growth in earnings, or in this year’s earnings may be considered expectionally low, or the stock may be the subject of a speculative bubble”.

Forse che Moncler ha dei problemi ben più gravi di Milena Gabanelli? Direi di sì. Forse che la società vive in un contesto difficile, in un Paese di merda? Sicuramente sì.

Forse che Sallusti debba rinunciare a scrivere puttanate? Certamente si.

 

 

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Lo Stato Ladro in un solo Paese

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C’e’ qualcosa nella visione del mondo di buona parte degli italiani “colti e informati” che proprio non torna. Sta nella loro convinzione, ormai quasi dominante, che limitatamente all’Italia e di certo non in assoluto, i liberali abbiano una chiave di lettura funzionale alla soluzione dei problemi. Non con queste parole, ma il senso e’ quello li’.

Limitatamente all’Italia. Ma perche’ ? Perche’ si  ritiene sostanzialmente che, per quanto la natura umana sia sostanzialmente identica, le istituzioni umane sono una cosa molto differente. Ad esempio, lo Stato danese e’ amico, scatola di vetro, giusto e legittimo; lo Stato italiano invece e’ nemico, imperscrutabile, ingiusto e ladro. La verita’ non sara’ tutta nel mezzo, ma sicuramente non e’ a questi estremi, e la mentalita’ di cui sopra ha due gravi conseguenze.

La prima e’ ritenere che procedure democratiche corrette siano criticabili nella loro legittimita’, in Italia, solo perche’ non piacciono. Renzi non eletto, Monti non eletto, Napolitano secondo mandato, Berlusconi regime, i sindacati che cantano Bella Ciao in piazza come se Renzi fosse Mussolini appoggiato dalle SS, etc. Questo atteggiamento e’ tipico dei paesi africani dove ci sono le guerre civili ogni due lustri. Non e’ l’atteggiamento dominante, ma e’ frequente. La soglia del ridicolo si passa quando vedi gente che parla di brogli e coinvolge avvocati pure in elezioni studentesche o di condominio. Si, e’ capitato.

La seconda e’ ritenere che solo lo Stato italiano, se si considerano i paesi “avanzati”, metta in atto pratiche disumane, ingiuste, dispotiche. Non e’ cosi’, neanche lontanamente. Lo Stato italiano ne commette forse piu’ di altri, perche’ negli anni si e’ consolidato intorno a certi soggetti un margine di intervento discrezionale, di impunita’ e di arbitrarieta’ impressionante – sospinto con forza da quelli che il problema e’ il neoliberismo. Ma date un potere arbitrario e l’impunita’ a qualcuno, e si trasformera’ molto rapidamente in Toto’ Riina. Mafiosi non si nasce, ma lo si puo’ diventare. Prendiamo il recente caso delle norme anti-terrorismo. L’IRS (piu’ o meno l’Agenzia delle Entrate ammeregana) ha acquisito il diritto di sequestrare certi conti correnti per attivita’ sospetta – l’attivita’ sospetta consistendo in effettuare versamenti di piccolo calibro – senza che l’autorita’ giudiziaria abbia intrapreso un procedimento contro l’individuo, cosa che gli garantirebbe un minimo di diritti da imputato. Percio’, in questo contesto, l’IRS sequestra beni come un atto amministrativo, fa le sue indagini e giunge alle conclusioni. Direte, nella maggior parte dei casi non trovano niente – e avete ragione – e quindi siccome non siamo in Italia rimettono tutto a posto – e qui avete torto. Perche’ L’IRS e’ ormai potere arbitrario e sovraordinato, quindi ti dice: prendine una parte o fammi causa.

La contingenza dello Stato Ladro non e’ forse poi tanto contingente.

 

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La BCE deve fare lo stress test sui consulenti finanziari

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Proprio mentre scrivo questo pezzo vengono pubblicati i risultati degli stress test effettuati dalla BCE sulle banche. La scelta di pubblicare i risultati il giorno in cui gli orologi vanno un’ora indietro mi sembra sufficiente ad alimentare nuove voci di complotto, del tipo: “Ecco, vedete? I signori del denaro posseggono anche il potere di cambiare il tempo quando vogliono, così da poter terminare in orario il lavoro! E noi gente comune allora, che non abbiamo questo privilegio quando dobbiamo consegnare un report o pagare le tasse entro una rigidissima scadenza? Basta privilegi di casta! Mario Draghi ne risponderai al popolo!”. Tuttavia, sebbene perculare i combolottari sia un divertente evergreen, non è questo l’argomento di cui voglio parlare.

Lo scopo di questo articolo è di lanciare un appello alla BCE: non fate lo stess test soltanto ai bilanci, fatelo anche sulle persone che li hanno scritti! Fate un giro per gli uffici di contabilità. Passate in rassegna le sedi dei consulenti fiscali, degli advisor finanziari, dei revisori dei conti. Giudicate lo stato dei nervi delle persone che vi lavorano. Perché se dietro i conti di una banca c’è un team di persone affette da talmente tanti tic nervosi e manie ossessivo-compulsive da non sfigurare con una camicia dalle maniche molto lunghe, allora c’è da preoccuparsi seriamente della solidità “aziendale” della banca stessa. Secondo una stima, ogni anno circa 10.000 società falliscono perché i dirigenti, a furia di scrocchiarsi le dita, non riescono più a firmare gli assegni. Solo nel 2011 sono stati spesi 80 milioni per capire cos’hanno di buono le unghie, la dieta principale dei consulenti strategy. E la fisioterapia di recupero ogni anno costa agli Stati europei circa il 1,2% del PIL.

Il mio grido di aiuto ovviamente non è, come dire,  disinteressato. Non è da molto che giro questi ambienti, ma li frequento da abbastanza per poter avvertire anche in me i primi segnali di pazzia. Perché il tic nervoso è contagioso, viene trasmesso da un collega a un altro, più infettivo dell’ebola perché non serve il contatto con i flussi corporei: basta essere nella stessa stanza e vedere o ascoltare le manie del tuo vicino di scrivania. Senza uno studio approfondito che porti ad una soluzione, i casi di infezione possono terminare in due soli modi, entrambi sconvenienti per il colletto bianco che ha un collega infetto: o si lascia contagiare da quest’ultimo, o lo elimina – ma fisicamente, proprio.

Siccome più di una volta ho sognato di ripulire l’ufficio con un lanciafiamme, lascio qui alcuni dei sintomi che ho potuto osservare in questi anni, così da aiutare la BCE nell’individuazione dei contagiati (sono indicate in ordine crescente di pericolo):

  • Palpebra ballerina (grado 1). E’ un sintomo di stanchezza e di stress avvertito dall’infetto ma per nulla pericoloso per gli altri. E’ inutile che diciate agli altri “Guardami! Guardami! La palpebra si si muove da sola!”, perché tanto non si vede un cazzo.
  • Unghie Saclà (grado da 2 a 5). Se tutti consigliano di presentarsi al colloquio di lavoro con le unghie intatte, non vuol dire che una volta assunti ci si possa fare una scorpacciata. A maggior ragione se non si è in grado di farlo silenziosamente, e dall’altro capo della stanza si sente “Stock! Stock! Stock!”.
  • Dita musicali (grado da 1 a 6). Scrocchiarsi le dita non è un sintomo se fatto occasionalmente, in un gesto distratto e poco rumoroso. Diventa preoccupante se viene fatto meticolosamente, passando in rassegna un dito alla volta, e facendo vibrare tra i muri della stanza la scala diatonica delle falangine “Stock! Stack! STOCK! Stick! stick!
  • Muscoli marmorei (grado 7). State parlando con una persona quando questa comincia a fare smorfie assurde: mandibola che si contrae o si protende, sopracciglia che si inarcano, occhi che sembrano irrigidirsi e convergere, o che strabuzzano. No, non è un infarto. Non è nemmeno una crisi epilettica. E’ una deadline vicinissima.
  • Ciuffo di Sgarbi (grado da 4 a 10). Continuare a sistemarsi la frangia. Continuare. E continuare. E più si continua più il braccio diventa veloce, ma impreciso. Fino a che la mano non tocca più la testa, ma si muove a caso in spasmi casuali tanto che, se visti con la coda dell’occhio, fan pensare che l’individuo si stia facendo il segno della croce. Il fatto si aggravia se si è pelati.
  • L’orchestra d’ossa (grado indefinibile). Se le dita sono i violini, il resto delle articolazioni è tutta un’orchestra. Ci sono le percussioni nel collo. I fiati delle ginocchia. L’arpa fatta di vertebre. Ma se ti alzi dalla sedia per far risuonare una parte del corpo ignota con un movimento che sembra provenire da anni di studio ed esercizio, allora hai trovato l’ottava nota e puoi andare a suonare nel più vicino manicomio.

 

Questi sono solo alcuni sintomi che non troverete nelle fabbriche, dove i sindacati denunciano sia avvenuta la robotizzazione dell’uomo. Li trovate negli uffici, tra colletti bianchi e tailleur.

La classe dirigente è da sempre sull’orlo del collasso, e nessuno l’aiuta.

Cominciamo noi.

L’ha detto Stiglitz!

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Da oggi non dovrete ricorrere soltanto al Dictionnaire des idées reçues per portare avanti una discussione: sbalordite il vostro interlocutore con un riferimento ad hoc ad un autore che non ha letto. Se lo ha letto? Meglio, rimarra’ comunque senza parole.

Istruzioni: fare refresh per ottenere nuove utili semplificazioni sul contributo di economisti che hanno vinto il Nobel al fine di avvantaggiarsi in una discussione.

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Una capitale senza teatro (ma col tiramisù)

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Nell’inverno del ’45, prima di rifugiarsi a Zurigo, Wilhelm Furtwängler diresse a Vienna la seconda sinfonia di Brahms. Da qualche mese Albert Speer, l’architetto di Hitler, gli aveva confermato ciò che ormai era innegabile: la guerra dei nazisti era persa, prudente trovare un luogo in cui riparare.

Furtwängler venne processato (e assolto) durante la fase di denazificazione della Germania: non fu mai iscritto al partito ma allo stesso modo non abbandonò mai la Germania, come invece tanti altri intellettuali dell’epoca, e continuò a dirigere fino a quando la situazione lo rese possibile. Disse durante il processo “…io mi sono sentito responsabile per la musica tedesca, ed è stato mio compito farla sopravvivere a questa situazione, per quanto ho potuto…Questo popolo, compatriota di Beethoven, Mozart e Schubert, doveva ancora vivere sotto il controllo di un regime ossessionato dalla guerra… Non potevo lasciare la Germania in quello stato di massima infelicità.”.

Oltre Furtwängler, più determinati di Furtwängler, furono i Berliner Philarmoniker: nella seconda settimana di aprile del 1945 suonarono Brahms nella Beethoven-Saal parzialmente distrutta.

Berlino cadde definitivamente il 2 maggio.

Due anni dopo la fine della guerra Berlino, distrutta dai bombardamenti alleati, poteva già contare su una sala concerti e una orchestra, che Furtwängler diresse per il primo concerto in tempo di pace. Era impensabile che una capitale potesse restare senza un teatro, senza una orchestra.

Nell’anno del signore 2014 a Roma, capitale dei compatrioti di Verdi e Puccini, dopo che il Teatro dell’Opera ha licenziato la sua orchestra, e Direttore e coreografo hanno dato le dimissioni sancendo così il fatto che il Teatro di Roma non ha un’orchestra, lo psicodramma collettivo riguarda la minacciata chiusura del Bar Pompi, aka il Regno del Tiramisù. Secondo il sovrano del tiramisù la colpa è dei cittadini residenti vicino al bar, che si lamentano per una situazione del traffico insostenibile, e dell’amministrazione comunale, che ha sanato questa situazione.

Apro le braccia e accolgo con spirito di martirio i vostri sputi e le vostre accuse di fighetteria, ma vi invito per un momento a riflettere sul futuro degli orchestrali (lavoratori anche loro, ne converrete), dei tecnici e di tutte le persone che lavorano in un teatro. Sul mancato ricavo della stagione. Sul mancato indotto delle attività limitrofe al teatro. Sull’immagine di una capitale europea che non è in grado di tenersi un’orchestra, in tempo di pace e senza i russi alle porte.

Non si chiede a nessuno di tenere accesa fino all’ultimo la fiammella della cultura -come Furtwängler, come i Philarmoniker – ma di riflettere serenamente se ad una città come Roma sia più indispensabile un luogo per la musica classica o un bar il cui tiramisù evidentemente non vale il tempo di un parcheggio regolare.

La Grande Proletaria e’ stata mossa

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Non e’ proprio uno scoop, ma sicuramente delinea con piu’ chiarezza le posizioni, e sgombra il campo da molte dietrologie oziose e patetiche. Parlo del resoconto di Peter Spiegel sul fine settimana di inizio Novembre 2011, esattamente dieci giorni prima che Silvio Berlusconi rassegnasse le dimissioni da Presidente del Consiglio. Un breve riassunto, per chi non avesse voglia, tempo, o avesse esaurito il numero di articoli grauiti al mese del Financial Times:

1. Il governo tecnico di Papademos, in Grecia, e’ conseguenza della totale perdita di credibilita’ del Pasok, al governo dall’inizio della crisi. In Grecia si e’ effettivamente verificato un cambio di governo determinato da pressanti richieste della comunita’ internazionale.

2. Tutti i leaders avevano in mente un piano per tenere a galla l’Italia, ma la Bundesbank aveva obbligato il governo tedesco a non accettare aiuti non condizionali – in sostanza, la Bundesbank suggeriva un piano di salvataggio del FMI in piena regola.

3. Obama ha scelto, per ragioni misteriose (non ideologiche, probabilmente) di supportare Berlusconi:

Merkel supported the plan politically, and if Italy agreed to the €80bn IMF programme she may be able to go to the Bundestag to increase the size of the rescue fund itself. But on SDRs, the answer was no.  Mr Obama had agreed with the Italians that the IMF programme was a bad idea. “I think Silvio is right,” Mr Obama said (…). Giulio Tremonti, Italy’s finance minister, held firm: Rome would accept IMF monitoring but no programme. Would the Italian monitoring plan, plus a commitment by Germany to contribute bilateral loans, be enough, Mr Sarkozy asked. “No. Germany has one-fourth of all [eurozone] SDR allocations,” Mr Obama objected. “If you have all the EU countries together but not Germany . . . it starts losing credibility.”

4: Berlusconi, questo appoggio non se l’e’ giocato proprio benissimo:

The leaders met again the next morning but the momentum was gone. “The storm was over,” said one person at both meetings. The SDR plan would never again see the light of day. Italy would get a monitoring programme but no funding. And to compound the failure, Mr Berlusconi at his closing news conference publicly acknowledged what everyone had assiduously attempted to keep secret: that the IMF had offered him a rescue programme. Italy would suffer the stigma of needing a rescue but without receiving any assistance. (…) When markets reopened, Italian borrowing costs soared. Within the week they would nearly touch 7.5 per cent

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Vengo alle mie considerazioni.

a. Berlusconi e’ un incapace, e lo ha dimostrato con la geniale leggerezza che l’ha portato fuori da Palazzo Chigi. Non e’ stato il complotto, non e’ stata la pressione internazionale. I leaders a Cannes volevano la rimozione di Papandreu, non la sua: ma lui e’ stato talmente bravo da sbattersi fuori da solo, rilasciando una dichiarazione che ha gettato benzina sul fuoco. E pretendeva pure di convincerci che, se nessuno si fidava piu’ di lui e della sua maggioranza tenuta insieme con lo sputo, Scilipoti e Razzi, la colpa fosse di qualche gomblotto. Beh, qualche fenomeno, a destra come a sinistra, Berlusconi l’ha effettivamente convinto.

b. Non sapremo mai cosa Obama avesse in mente, se avesse un piano, se ci fosse uno scambio, o se e’ semplicemente un altro che, per cosi’ dire, usa un grande potere con grande fantasia. Dopo aver gia’ sofferto la piu’ grave recessione degli ultimi decenni, l’Italia ha vissuto una crisi del debito, nel 2011, che si sarebbe potuta serenamente evitare. Un piano dell’IMF non sarebbe stato popolarissimo, non avrebbe forzato l’Italia a fare tutte le riforme, ma sarebbe stato molto piu’ efficace. Nonostante, ovviamente, nulla possa sostituire un buon governo politico: un esecutivo legato mani e piedi a un prestito ha molta meno legittimita’.

c. Weidmann ha evitato la creazione di numerosi, gravissimi, precedenti. Di questo dobbiamo ringraziare lui, e l’architettura istituzionale tedesca. Una lezione importante per un paese, come il nostro, frequentemente in preda a deliri sudamericani in cui si sfumano le distinzioni tra i poteri, e si mettono i principi di checks and balances costituzionali sotto i piedi. Pur non essendo un fan del rotolo cattocomunista, sono ancora meno appassionato all’arbitrio del potere che sembra essere la malcelata ambizione di ogni esecutivo degli ultimi vent’anni, culminata nella sfacciata occupazione partigiana di ogni organo di garanzia, dalle presidenze delle Camere alla Consob.

d. Lamentarsi della perdita di sovranita’, dei “poteri forti” internazionali che vogliono comprarsi le imprese italiane, e tutto il resto va benissimo. Siamo un paese democratico, e nessuno e’ un cavallo. Purche’ , per carita’, la si pianti con la retorica della Grande Proletaria, che tutti cercano di fregare per oscure ragioni. L’Italia non e’ la Moldavia o l’Uruguay, con tutto il rispetto per la Moldavia e l’Uruguay, ma la settima potenza mondiale. Gestita, purtroppo, da gente che probabilmente non ha un’idea di cosa sia l’interesse nazionale, e quando dovesse averla non e’ in grado di perseguire il minimo obiettivo per incapacita’ personale o vincoli auto-inflitti. C’entrano poco, oggi, i complotti, lo spionaggio, le cazzate. Non siamo negli anni ’70 e non ci sono misteriose scuole di lingue a Parigi cui attribuire, magari con ragione, la genesi dei fatti italiani.

Concludo: in questi anni non vorrei essere nei panni di chi, tra gli alti funzionari, i pochi dirigenti politici con un minimo di senno, e i vertici militari e istituzionali, ha cercato di tenere in piedi la baracca nonostante l’immensa quantita’ di idiozie prodotte, di pavidita’ mostrate, di inadeguatezze palesate di fronte a una situazione di emergenza. Perche’ sara’ vero che le guerre si fanno con gli eserciti che si hanno, ma se il tuo esercito inizia a spararsi sui piedi un po’ ti girano.

Parametri stupidi

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È diventata ormai popolare la citazione della famosa sentenza di Romano Prodi: “le soglie automatiche di Maastricht sono soglie stupide” – intendendo che in quanto tali siano inadeguate, superate, mal congegnate.  Dicono, sulla scorta di Romano Prodi, uno che fino all’altroieri lavorava a Bruxelles e non a Casapound, che i parametri costanti non sono adatti, perche’ non si adeguano alle mutate necessita’ e alle contingenze. Ma necessita’ e contingenze di chi?

PermanentCrisis

So che diro’ una cosa ovvia per molti, ma e’ sconfortante che nessun giornalista, mai, si permetta di ricordare che la stupidita’ di quelle soglie e’ il loro unico pregio. Qualunque sia stato il metodo con cui hanno finito per essere stabilite, non si cambiano. Si chiamano regole: oggetti strani che decenni di ricerca, oltre al buon senso, ci hanno insegnato essere piu’ sagge della discrezionalita’ dei politici. Certo, e’ normale che per effetti avversi del ciclo economico un paese possa trovarsi ad avere piu’ deficit. Ma sette anni di caduta del PIL sono “ciclo economico” secondo qualcuno?  Trovarsi, nell’A.D. 2011, sull’orlo del piu’ gigantesco e catastrofico default della storia della finanza internazionale dai tempi dei sovrani spagnoli che fecero fallire i Bardi e i Peruzzi, dipende dal destino cinico e baro? Per inciso, se non vuoi stare nei parametri che hai stabilito insieme ad altri, con che coraggio chiedi pure di emettere debiti insieme?

Insomma, chi oggi cerca di vendere mezzo punto di debito in piu’ oggi come soluzione magica e’ allo stesso livello di Wanna Marchi. Con buona pace di Lord Keynes, incolpevole riferimento di generazioni di predoni del deserto.

 

Fisco amico una sega

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Il signor Rossi, espertissimo in un’attività a vostra scelta, all’inizio del 2012 riesce a chiudere con un’impresa un contratto di consulenza che prevede un compenso di ben 60mila euro l’anno.
Diciamo che in una situazione del genere la scena potrebbe essere plausibilmente questa: il signor Rossi sostiene il colloquio finale, torna a casa camminando sulle nuvole e appena arriva dà la buona notizia alla moglie; dopodiché i due stappano una bottiglia, perché 60mila euro l’anno sono un gran bel gruzzoletto, poi si concedono un’oretta di sesso scatenato e infine si addormentano facendo progetti sul modo migliore per impiegare soldi che arriveranno.
Il giorno dopo il signor Rossi, raggiante, si reca dal commercialista e apre la partita IVA.
Il 2012 trascorre senza intoppi: il signor Rossi ha lavorato bene, tanto che la consulenza gli viene rinnovata anche per l’anno successivo, e non ha dovuto sostenere alcun costo per svolgere la sua attività, giacché è un gran cervellone che viene pagato solo per pensare, e mese dopo mese si è messo in tasca i suoi 60mila euro.
Anzi, no. Per la verità se ne è visti arrivare solo 48mila, poiché 12mila gli sono stati trattenuti dall’impresa a titolo di ritenuta d’acconto, quale anticipo delle imposte che dovrà pagare quando farà la dichiarazione dei redditi. Però, per carità, niente da dire: 48mila euro sono pur sempre una cifra ottima. Insomma, parliamo di quattromila euro al mese, mica bruscolini.
Senonché, a giugno del 2013, il momento di fare la dichiarazione dei redditi arriva.
E quando quel momento arriva, il commercialista dice al signor Rossi che oltre ai 12mila euro che gli sono già stati trattenuti ne deve pagare altri 7.720 a titolo di saldo dell’IRPEF 2012.
Il signor Rossi resta un tantino sorpreso, ma prima che faccia in tempo a replicare il commercialista aggiunge che ci sono da pagare altri 2.878 euro a titolo di primo acconto per l’IRPEF dell’anno 2013.
Il signor Rossi, che è un cervellone e se la cava bene anche con le operazioni, fa un rapido calcolo mentale: dai 60mila euro iniziali siamo passati a 37.402 euro.
Ma nel frattempo il commercialista continua a parlare: ci sono da pagare anche 16.632 euro di contributi INPS alla gestione separata. Questo a titolo di saldo per il 2012. A titolo di acconto per il 2013, invece, occorre sborsare altri 6.653 euro.
Il signor Rossi è nel panico. Quasi non sente il commercialista, quando conclude la sua esposizione aggiungendo che in realtà ci sono da pagare anche 1.038 euro per l’addizionale regionale all’IRPEF, nonché altri 702 euro tra saldo e acconto dell’addizionale comunale.
Il signor Rossi, paonazzo, chiede carta e penna: perché a questo punto, anche se lui è un gran cervellone, ci vogliono le sottrazioni in colonna. E dopo aver fatto e rifatto le sottrazioni in colonna scopre che dei 60mila euro iniziali, quelli per cui aveva festeggiato con sesso e champagne una sera di quindici mesi fa, gliene sono rimasti in tasca una cosa come:

60.000-12.000-7.720-2.878-16.632-6.653-1.038-702

che fa 12.377. Dico, dodicimilatrecentosettantasette.
A questo punto, comprensibilmente, il signor Rossi sviene.
Quando si riprende, il commercialista gli ricorda che a novembre dovrà pagare anche 4.318 euro quale secondo acconto dell’IRPEF 2013, nonché altri 6.653 per il secondo acconto dei contributi INPS. Insomma, col mese di novembre del 2013 i 60mila euro iniziali saranno diventati in pratica 1.406. A cui occorre sottrarre il compenso del commercialista, naturalmente. Quindi, in pratica, zero.
Per carità, nel frattempo il signor Rossi sta continuando a guadagnare, perché il contratto di consulenza continua, il che giustifica la necessità di pagare gli acconti che altrimenti non sarebbero stati dovuti. Però, in ultima analisi, è come se gli incassi di tutto il primo anno se ne fossero andati via integralmente. Puff.
E poi anche sugli incassi del 2013, a giugno del 2014, bisognerà pagare le imposte e i contributi: non i saldi, naturalmente, che saranno coperti dagli acconti versati; ma gli acconti per il 2014, quelli sì. Insomma, dall’anno successivo la situazione sarà meno drammatica, anche se pesantuccia (diciamo che andrà via il 45% dell’incasso, grosso modo, considerando tra l’altro che i contributi pagati l’anno precedente saranno deducibili dal reddito): posto, tuttavia, che il primo anno di lavoro se n’è andato via tutto.
E uno, perbacco, l’avrà pur speso qualche soldo durante il primo anno di lavoro, no? Voglio dire, per quanto possa essere stato previdente e abbia messo via dei soldi per le tasse avrà mangiato, si sarà comprato di che vestirsi, si sarà concesso una pizza con gli amici, o no? Dico, con 60mila euro di contratto chi non lo farebbe?
Invece no. A regola di bazzica avrebbe dovuto mettersi da parte tutto. Tutto, dico, tranne forse qualche decina di euro. Poi ibernarsi, svegliarsi solo per lavorare e iniziare a campare all’inizio dell’anno successivo.
Ora, questo è un esempio schematico ed estremo, e io non voglio farne una questione ideologica: cioè, da un lato so perfettamente che la situazione del primo anno di lavoro autonomo è peculiare, e dall’altro sono consapevole del fatto che il signor Rossi ha la possibilità di evadere il fisco, o in modo più subdolo di portare in deduzione alcune sue spese private dichiarando che siano riferite all’attività professionale, mentre qualsiasi lavoratore dipendente non può farlo.
Ma noi non vogliamo che il Signor Rossi evada il fisco o indichi spese a cazzo, giusto? Cioè, siccome riteniamo (convintamente) che sarebbe una nefandezza, si tratta di un’eventualità che desideriamo escludere, o sbaglio?
Ebbene, escludendo questa eventualità, a voi pare che una situazione del genere sia minimamente plausibile? Vi pare che esageri, il signor Rossi, quando dice che si sente tartassato? Vi sembra che sia poco responsabile, egoista, meschino se gli girano i coglioni e inveisce contro il governo, lo stato, il clero e il padreterno in persona?
Bisogna considerarle, queste cose, quando si inventano contrapposizioni che magari un tempo esistevano ma oggi non esistono più, come quella tra lavoratori autonomi e lavoratori dipendenti: perché sono le cose pratiche, materiali, quelle che possono fare di noi degli uomini liberi e sereni o degli zombie.
E le cose pratiche, purtroppo, ci dicono che rischiamo sul serio di diventare zombie tutti quanti, perché siamo tutti nella stessa merda: autonomi, dipendenti e (sentite cosa vi dico) pure imprenditori: quelli onesti, intendo, e posso assicurarvi che ce ne sono tanti.
Ecco, voglio augurarmi che certe cose vengano adeguatamente considerate, quando si parla di “fisco amico” e di razionalizzazione della spesa pubblica.
E che non siano, com’è spesso avvenuto nel passato, le solite chiacchiere propagandistiche.

Un fisco a puttane

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“Sa, io vado a puttane… così non devo parlare di politica, di film, di Proust; quindi siamo ‘felici e clienti’ “ diceva Woody Allen in un suo vecchio film. Un desiderio, quello di non dover fondare un incontro sessuale sul reciproco affabulamento, che, stando ai numeri indicati dall’Università di Bologna, accomunerebbe circa 2,5 milioni di italiani. Un numero considerevole, come del resto quello dell’esercito dei cosiddetti sex workers, i lavoratori del sesso, che si aggirerebbe – anche in questo caso il condizionale è d’obbligo, viste le oggettive difficoltà a reperire dati affidabili – intorno ai 25-30mila operatori.

La continuità storica della prostituzione sta lì a ricordarci che si tratta di un fenomeno sociale estremamente radicato; mentre i numeri ne testimoniano la rilevanza. In Italia, l’approccio giuridico è quello di tenere un occhio chiuso e l’altro aperto: con quello chiuso si nasconde l’entità e la necessità tecnica del fenomeno; con quello aperto si scova e sanziona il cliente (peraltro, per via dell’ambiguità del reato di “favoreggiamento”, sempre più frequentemente con ordinanze sindacali). La prostituzione è infatti paradossalmente legale ma non regolamentata.

Questa tendenza impregnata d’ipocrisia moralistica – ottusa quando si vuole combattere lo sfruttamento violento; ingiustificabile quando ci si trovi di fronte ad una libera scelta – non è tuttavia peculiarità del nostro paese. Siamo in pessima compagnia. Nel novembre scorso, la sinistra socialista francese ha proposto una legge che mira a combattere la prostituzione attraverso la penalizzazione dell cliente. La proposta, che è stata votata ed approvata a larga maggioranza dall’Assemblea Nazionale, dovrà essere discussa in Senato entro il prossimo giugno. E c’è il serio rischio che diventi legge, visto che la lotta contro la prostituzione è riuscita a fare il miracolo: mettere sotto la stessa bandiera puritana Partito Socialista e UMP.

Gli unici a fare una ostinata opposizione alla proposta di legge sono stati proprio loro, i sex workers, che, attraverso lo STRASS (il sindacato dei lavoratori sessuali), sono ripetutamente scesi in piazza per difendere il diritto ad esercitare la professione in condizioni dignitose. Sempre più frequentemente, sono gli stessi operatori del sesso a rivendicare la propria condizione e con essa il diritto di essere regolamentati. Il loro messaggio è chiaro e tondo: il fatto di vendere il proprio corpo, che sia maschile o femminile, riposa sul non negoziabile principio di autodeterminazione individuale.

Se il fenomeno – in Italia, in Francia ed altrove – è limpidamente inarrestabile, anche il volume d’affari che lo riguarda non sembra subire flessioni. Lasciando da parte le organizzazioni criminali che gestiscono una buona fetta del mercato (e che certamente non si combattono con un occhio aperto ed uno chiuso), il mondo della prostituzione è pieno di lavoratori del sesso autonomi, che svolgono la professione in casa o a domicilio. Sono le (o gli) escort, professionisti che offrono servizi talvolta estremamente costosi. I clienti pagano, loro incassano e lo Stato non vede un soldo. Del resto, le escort mica corrispondono le tasse. Non tutte, perlomeno.

Prendiamo il caso di Sandra Yura, cinquantenne brasiliana dal fisico ancora giovane. Intervistata dal Corriere, Sandra racconta di aver più volte tentato di regolarizzare la propria situazione fiscale ma di essere stata puntualmente respinta. Non esistendo infatti alcuna categoria nella quale è inquadrabile la sua attività di escort, le è sempre stata negata la possibilità di aprire una partita Iva. Ebbene, nell’ottobre 2012, Sandra riceve la visita della Guardia di Finanza; senza scomporsi, dichiara di essere una escort e mostra tutta la documentazione che attesta la sua professione. In base agli accertamenti compiuti dall’Agenzia delle Entrate, nel dicembre scorso le vengono notificate sanzioni e interessi per un totale di circa 50 mila euro. In sostanza, le viene riconosciuto lo statuto di “ditta individuale” e con questo tutti i relativi oneri fiscali.

Ed ecco il paradosso: lo Stato chiede a Sandra di pagare le tasse per un’attività non regolamentata. Ciò significa che lei ha il dovere di contribuire in proporzione al suo (elevato) reddito, ma non il diritto di essere riconosciuta come un lavoratore del sesso. Quindi niente assistenza sanitaria, ad esempio. Quindi niente garanzie per i clienti. Quindi, dal punto di vista dei diritti, tutto cambia per restare come prima. Per lei, perché i suoi colleghi continueranno ad esercitare come hanno sempre fatto, ovvero al riparo dalla morale e dal fisco.

Il caso di Sandra crea un precedente e potrebbe indurre un incremento dei controlli e dunque delle sanzioni. D’altronde, in questo momento c’è bisogno di far cassa. “Come sarebbe giusto – dice la escort brasiliana nell’intervista rilasciata al Corriere -, dovrebbero fare pagare le tasse a tutte quelle che fanno il mio mestiere. Si recupererebbero un sacco di soldi per la gioia delle casse dello Stato e dei tanti cittadini che da tempo chiedono che le prostitute paghino le tasse”.

Sì, Sandra, sarebbe giusto. Ma sarebbe pure giusto che l’Agenzia delle Entrate rilasciasse una partita Iva per la categoria “lavoratore autonomo del sesso”, che quel baraccone chiamato Stato non si nascondesse più dietro il dito della castità. Ché tanto ormai è abbastanza chiaro: a puttane ci va pure lui. Con la cartella esattoriale, ma ci va.

Quando curarsi e studiare diventano un lusso

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Una volta le spese mediche, le spese scolastiche ed altre tipologie di spesa (ad esempio gli interessi passivi sui mutui, le assicurazioni sulla vita e le spese funebri) sostenute dai contribuenti erano “oneri deducibili“: vale a dire che in sede di dichiarazione dei redditi esse si sottraevano dal reddito imponibile prima di procedere al calcolo delle imposte, e di conseguenza ciascun contribuente otteneva su quelle spese un’agevolazione fiscale perfettamente corrispondente alla propria aliquota fiscale media.
Poi, a partire dal 1993, quelle spese si trasformarono da “oneri deducibili” in “oneri detraibili“: esse, cioè, non si sottraevano più dal reddito imponibile nel loro intero ammontare, ma ne veniva decurtata dalle imposte dovute, dopo averle calcolate, una percentuale del 27%; ragion per cui, i contribuenti che avessero scontato un’aliquota media superiore al 27% si sarebbero ritrovati in tasca un rimborso parziale e non più proporzionato alla propria aliquota fiscale.
La percentuale di detrazione, nel corso degli anni, diminuì: dal 27% al 22% nel 1996, dal 22% al 19% nel 1999: con il diminuire di quella percentuale, evidentemente, non solo aumentò in termini assoluti la differenza tra l’ammontare complessivo delle spese effettivamente sostenute dalle persone e la parte che venivano loro “rimborsate” dal fisco, ma si andò ingrossando la fascia di contribuenti con redditi più bassi che dovettero accontentarsi di un “recupero” sempre più ridotto.
Ebbene, la notizia di questi giorni è che la percentuale di detrazione delle spese mediche, delle spese scolastiche e delle altre spese “detraibili” diminuirà ancora: dal 19% al 18% quest’anno, dal 18% al 17% nel 2015; il che significa, in soldoni, che nei prossimi anni curarsi e iscrivere i figli all’università (tanto per citare i due casi più eclatanti) non solo costerà di più in valore assoluto, ma soprattutto costerà (ancora) di più per chi guadagna meno.
Dopodiché, ciascuno tragga le conseguenze che preferisce: ma ricordiamoci, tutti, che quando sentiamo chiacchierare di “protezione” delle fasce più deboli vale sempre la pena di fermarsi a riflettere e fare due conti.
Così, tanto per verificare se è vero o ce lo stanno solo raccontando.

Storia della moneta infame

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Noi nati alla fine degli anni ’80 siamo i primi a non avere una memoria storica di come l’euro ci sia finito in tasca. Temo, pero’, che non solo a noi che siamo cresciuti con i primi videogiochi decenti, i disegni di Corrado Mastantuono (che belli i Topolino dei ’90!), l’idea che la Serie A e’ la migliore lega del mondo , ci siamo sorbiti l’onda lunga del grunge e abbiamo capito che l’infanzia finiva grossomodo quando due torri crollavano a Manhattan, manchi la memoria storica. Cioe’, noi siamo giustificati: dacche’ leggiamo i giornali e’ una continua discesa nel baratro – iniziata con l’undici settembVe, Dandini, non dimentichi l’undici settembVe. Andavamo alle elementari quando la globalizzazione portava promesse fantastiche di riduzione della poverta’ (poi mantenute), la rivoluzione dell’IT prometteva di renderci tutti piu’ connessi (altra promessa mantenuta), il crollo del Muro, la riunificazione della Germania e la separazione di Jugoslavia e Cecoslovacchia promettevano decenni di pace in Europa (finora mantenuti). Ci siamo svegliati con l’euro, e per me e’ stato solo il fastidio di ricontare i soldi della cassa del fantacalcio, che allora gestivo.

Pero’, tu, che mi leggi. Si, tu, fottuto idiota che hai piu’ di 35 anni e credi a quei quelli che parlano di complotti neoliberisti quando citano l’euro. Tu, che ti meriti Diego Fuffaro e tutto il cucuzzaro, dove cazzo sei stato?

Quando l’euro si e’ discusso e approvato. Quando se ne e’ dibattuto. Io non ricordo, perche’ non c’ero, ho dovuto recuperare andando a ritroso. E ho scoperto che quelli che oggi vengono additati come i peggiori nemici del popolo, difensori strenui dell’euro, sono quelli dello stesso giro che allora avvertivano contro i suoi pericoli: in primis, gli economisti di formazione anglosassone. Erano tutti dubbiosi, perplessi o recisamente contrari: da Modigliani a Friedman, da Lucas a Barro. Erano poi contrari anche alcuni politici conservatori, tra cui la maggioranza di quelli inglesi. E va detto che Maggie non era anti-europea: cercatevi la sua splendida maglietta con cui celebro’ la vittoria del referendum del 1975 per rimanere nell’UE, fresca vincitrice di congresso. Come si reagi’ allora? Tenetevi forte, ne sparo una nuova. I politici, sopratutto quelli di sinistra, reagirono dicendo che gli economisti (a) non sono affidabili perche’ sbagliano le previsioni, (b) parlano cosi’ perche’ (per misteriose ragioni) fanno gli interessi dell’America, che avrebbe da perderci geopoliticamente con una moneta unica in europa. Cio’ varrebbe anche per i conservatori inglesi, ovviamente. Perche’, il baricentro del mondo dal 2002 e’ forse diventato Strasburgo? Boh.

Per un principio riassumibile con l’idea che un conto e’ non salire in cima a un grattacielo, un conto e’ farlo per poi buttarsi di sotto, oggi quasi tutti i contrari della prima ora avvertono contro i danni catastrofici provocati dall’uscita: fuga di capitali, fallimenti a catena prima nel settore finanziario e poi in quello reale, deprezzamento della ricchezza privata, probabile default pubblico. Potremmo arrivarci comunque da dentro l’euro, ma se vogliamo accelerare la strada e’ quella. Eppure, oggi, chi lo dice viene additato come chi l’euro ha sempre difeso.

Ecco, sarebbe interessante vedere, tra i novelli no-euro di professione, cosa dicevano costoro sull’eventualita’ di una valuta unica. A intervalli di 5 anni, partendo dal 1990. Secondo me qualcosa di carino viene fuori. Magari, come negli anni ’90, si scopre che alla fine e’ colpa dei testi violenti di Marylin Manson.

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Un appello

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Riprendo l’appello di un amico che non so se vuole essere citato.

Dato che ormai e’ assodato che la lobby sindacale e partitica ha vinto un’altra battaglia, e a Genova saranno come al solito i contribuenti a pagare per la gestione catastrofica dell’AMT.

Dato che questo risultato e’ stato ottenuto a mezzo di ripetuti scioperi con gravi sospensioni del servizio per i cittadini, pressioni politiche, aggressioni fisiche agli amministratori, eccetra.

Dato che questa soluzione apre le porte al ripetersi delle stesse modalita’ in tutte le altre situazioni di dissesto.

Dato che in tutti i casi l’applicarsi di tale soluzione portera’ di nuovo al punto di partenza nel giro di qualche anno.

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Mi chiedo: e’ possibile confrontare il numero permessi per malattia dei dipendenti AMT Genova del mese di Novembre 2013 con il numero dei permessi per malattia del Novembre degli anni, che so, 2008-2012?
Cosi’, per inquadrare la questione e i personaggi con chiarezza, e magari anche per togliersi qualche dubbio malevolo. Nel caso, sarebbe interessante anche chiedere ai genovesi se sono contenti di accollarsi i debiti di AMT in due momenti: prima, e dopo la pubblicazione dei dati.

I “liberali”, il mercato e la legalità

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È affascinante leggere sui social network le acute osservazioni di chi – sentendosi ovviamente molto liberale e riformista – minimizza il caso Cancellieri-Ligresti o dichiara di infischiarsene della decadenza di Berlusconi.

Ho letto in particolare su Twitter l’intervento di uno dei citati sedicenti riformisti che, in un orgoglioso sfoggio di arguzia, dichiarava serio: “Non mi interessa la decadenza di Berlusconi, mi interessa la decadenza dell’economia”. E giù applausi e ovazioni, ed entusiastici commenti da parte dei fan: “Smettiamola di occuparci di questioni irrilevanti” – era il tono dei commenti – “e occupiamoci di cose serie: di economia!”.

Ora, non è questa la sede per discutere se abbia senso ridurre tutta la vita pubblica e la discussione politica del paese alle questioni economiche; mi sembra che di economia se ne parli già abbastanza, pure troppo; che poi chi parla dica cose sensate è un altro discorso, ma comunque…

La cosa che mi sorprende, invece, è che l’atteggiamento di minimizzazione delle vicende “etiche” della politica (già solo il fatto che ci si debba richiamare all’etica e non  al semplice “costume” la dice lunga), proviene da autoproclamatisi liberali che non fanno che menartela che il problema dell’Italia sono le corporazioni, i notai, gli avvocati e poi i tassisti e i sindacati, i pensionati, i pubblici-impiegati, sperando ardentemente in riforme palingenetiche che spazzino via tutto questo per dare spazio al mercato, al mercato e al mercato.

Bene, cari liberali, se volete dare spazio al mercato, vi annuncio che la legalità è una delle componenti essenziali: senza legalità, senza rispetto delle regole, il mercato non può funzionare correttamente perché, tra l’altro, l’illegalità induce sfiducia perché aggrava le asimmetrie informative e incentiva comportamenti opportunistici nei confronti della controparte (per approfondire, date uno sguardo anche qui).

L’illegalità frena l’economia; questo non vuol dire che tutte le leggi siano buone e non vadano riformate ma vuol dire anche che le leggi, di base, si rispettano e la cosa deve riguardare tutti e specialmente chi ha a che fare con le istituzioni, dall’ultimo dipendente dell’ultimo ministero senza portafoglio fino a su, su, su!

Se non riuscite a cogliere l’enormità del fatto che un ex Presidente del Consiglio abbia riportato una condanna definitiva in Cassazione e ANCORA sieda in Parlamento, se minimizzate il fatto che un Ministro della Giustizia si muova in favore di un singolo detenuto, vuol dire che non solo non capite niente di etica pubblica ma nemmeno afferrate i concetti di base dell’economia di mercato.

Continuate pure a far la voce grossa contro il dipendente pubblico che durante il turno va a bere il caffè e non occupatevi mai della trasparenza dei vertici delle istituzioni e della classe dirigente in genere: vedrete come il vostro “mercato, mercato, mercato” se ne gioverà!

Del resto, il malcostume italiano il “mercato” lo ha sempre fatto funzionare alla grande, no? Ecco, no! Santé

La legge morale dentro di voi

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Dato che e’ tornato di moda spararsi addosso per via di dispute intorno agli scritti di filosofi tedeschi (no compagni, stavolta e’ Kant), proviamo a volare alto. Me la prendo, al solito, con qualche vizio della sinistra italiana – non perche’ gli “altri” mi stiano simpatici, ma perche’ ho sempre voglia di parlare con l’originale e mai con la copia.

Ed ho voglia di esprimere l’immenso fastidio per la fondamentale incomprensione che i nostri amici “di sinistra” mostrano verso un fatto fondamentale: la societa’ in cui viviamo ( democrazia liberale + economia di mercato ) e’ un fenomeno etico. Per fenomeno etico intendo che esiste fintanto che certi comportamenti vengono omessi – e questo include sia il piccolo comportamento opportunista di breve periodo che il luogo comune vuole attribuire ai napoletani, sia il comportamento sistematicamente criminale di un Madoff. Include anche, in buona misura, il comportamento banditesco di chi ritiene che sia sensato spostare le risorse di x su y per motivi “politici” (e con le famose migliori intenzioni di cui e’ lastricata la strada per l’inferno), di chi piega la propria responsabilita’ pubblica alle richieste di privilegi privati, e cosi’ via. Stabilire cosa tenga tutto insieme e’ un esercizio un po’ esagerato. Ma le norme morali comunemente accettate, comunque le si voglia chiamare, hanno un ruolo importante.

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E allora: come esprimere lo schifo, il fastidio e lo sdegno con cui gli intellettualucoli da bar del nostro paese liquidano episodi che non sono altro che la sintomatica rappresentazione dello stadio cui siamo arrivati in termine di sfacciata banditocrazia? Come trattenere la violenza verbale, per non dire fisica, quando con aria saccente continuano a ribadire che “i problemi sono altri”, magari intendendo l’egemonia tedesca, il neolibberismo, lo stipendio di Marchionne o quello di Cristiano Ronaldo, il riscaldamento globale, il fracking, i tonni radioattivi spiaggiati sulle spiagge giapponesi?

Non lo so. E chi lo dice non sta invocando improbabili piazzali Loreto per Amato, Mussari, o chi per loro. Anzi. Semplicemente ritengo che questi episodi rappresentino la piu’ palese dimostrazione che sia irresponsabile lasciarsi intortare a lungo da Amato e Mussari (o Tremonti, Lorenzetti, etc…)  lasciandogli il controllo del 50% del nostro reddito, piu’ quello delle banche e il controllo di tre delle piu’ grandi imprese italiane, della RAI e di tutte le municipalizzate.

E invece no, dobbiamo lasciargli tutto in mano. Senno’ e’ neolibberismo.

E ora torniamo a parlare dei problemi veri, dai.

Isi, Ici, Imu

in economia by

A forza di sentir parlare (talora a sproposito, in un senso e nell’altro) dell’IMU mi è venuta voglia di fare un piccolo punto della situazione che potrebbe aiutare tutti a vederci più chiaro. Armatevi di pazienza: si entra nel favoloso mondo dei numeri.

Forse non tutti sanno che la storia iniziò nel 1992, durante il governo Amato, con lo stesso Decreto Legge che prevedeva il famigerato prelievo straordinario sui depositi bancari.
“Ritenuta la straordinaria necessità ed urgenza di emanare disposizioni per il risanamento della finanza pubblica” veniva istituita l’ISI, vale a dire l’Imposta Straordinaria sugli Immobili.
L’ISI, sulle normali abitazioni, funzionava così: si prendeva la rendita catastale dell’immobile, la si moltiplicava per 100 e si applicava un’aliquota del 3 per mille sul risultato ottenuto. Il che equivale a dire che su una casetta di 3 vani e mezzo situata in un quartiere periferico di Roma, la cui rendita catastale si può ragionevolmente immaginare di 600 euro, l’ammontare dell’imposta era pari a:

600 x 100 x 0,003 = 180 Euro

L’ISI era tanto “straordinaria” che di lì a pochi mesi, cioè a dicembre del 1992, venne istituzionalizzata e si trasformò nell’ICI (Imposta Comunale sugli Immobili), che veniva calcolata moltiplicando la rendita catastale per 105 e applicando un’aliquota stabilita dal comune di riferimento nell’intervallo tra il 4 e il 7 per mille.
Va da sé che moltissimi comuni, per i fabbricati diversi dalla prima casa, si attestarono su un’aliquota vicinissima a quella massima: come Roma, ad esempio, che stabilì il 6,9 per mille, ragion per cui l’imposta sulla casetta del nostro esempio diventò:

600 x 105 x 0,0069 = 435 euro

Occorre aggiungere, tuttavia, che per gli immobili che costituivano prima casa i comuni adottavano normalmente un’aliquota vicina a quella minima, oltre al fatto che dall’imposta si detraevano 103,29 Euro (le vecchie 200mila lire); il che, sempre nel caso di Roma che adottava l’aliquota del 4,9 per mille, portava l’ammontare dell’imposta a:

600 x 105 x 0,0049 – 103 = 206 Euro.

Poi ci fu il governo Prodi, che aumentò la detrazione per l’ICI sull’abitazione fino a 200 Euro, e quindi il governo Berlusconi, che abolì del tutto l’imposta sulla prima casa.

Infine, come tutti sanno, arrivò l’IMU (Imposta Municipale sugli Immobili): la quale è un tantino diversa dall’ICI, perché in alcuni casi assorbe anche le imposte sul reddito dovute sugli immobili. Su questo, però, torneremo dopo: per il momento vediamo come si calcola.
Il procedimento è analogo a quello dell’ICI, ma con alcune differenze: si prende la rendita catastale, la si incrementa del 5%, la si moltiplica per un ulteriore coefficiente, che per le civili abitazioni è pari a 160, e infine si applica l’aliquota, che viene determinata dal comune di riferimento nell’intervallo tra 4 e 6 per mille in relazione alla prima casa, e tra 7,6 per mille e 1,06 per mille per gli altri immobili; il tutto con una detrazione, nell’ipotesi di prima casa, di 200 Euro, oltre a 50 Euro per ogni figlio di età non superiore a 26 anni che vi risiede.
Sta di fatto che molti comuni non si sono adeguati al minimo per la prima casa, ma si sono adeguati al massimo per gli altri immobili; ciò significa che se la casetta del nostro esempio fosse l’abitazione del contribuente e se si trovasse a Roma, che per la prima casa ha stabilito l’aliquota del 5 per mille, egli si troverebbe a pagare:

600 x 1,05 x 160 x 0,005 – 200 = 304 Euro

mentre se fosse un altro immobile, poiché a Roma l’aliquota è stata fissata all’1,06 per mille:

600 x 1,05 x 160 x 0,0106 = 1.068 Euro

Per ricapitolare: immaginiamo che il signor Rossi sia proprietario della casa che abbiamo utilizzato come esempio, una casetta periferica di Roma, supponendo prima che sia la sua casa di abitazione, e poi che sia un’immobile nel quale invece non risiede.

Prima casa
Nel 1992 il signor Rossi si è trovato a pagare 180 Euro di ISI credendo che si trattasse di un’imposta straordinaria; in seguito, dopo aver scoperto che invece l’imposta sarebbe rimasta, ha dovuto sborsare 206 Euro di ICI, decrementati a 109 Euro dopo le modifiche di Prodi e temporaneamente azzerati dopo l’esenzione di Berlusconi; dopodiché, con l’introduzione dell’IMU, si trova a pagare 304 Euro. L’IMU, come già accennato, assorbe l’eventuale reddito IRPEF derivante dalla proprietà degli immobili (non anche, ovviamente, quello da affitto), ma siccome la prima casa non dà luogo a reddito imponibile il signor Rossi si sciroppa un bell’incremento del 70% rispetto all’imposta “straordinaria” del 1992.

Altro fabbricato
Nel 1992 al signor Rossi è toccato pagare 185 Euro di ISI credendo che si trattasse di un’imposta straordinaria; in seguito, dopo aver scoperto che invece l’imposta sarebbe rimasta, ha dovuto sborsare 435 Euro di ICI; dopodiché, con l’introduzione dell’IMU, si trova a pagare 1.068 Euro. Il che, per carità, assorbe il reddito IRPEF derivante dal possesso di quell’immobile, nel più esoso dei casi quantificabile in, diciamo, 300 Euro (il che porterebbe l’importo “netto” a carico del signor Rossi a circa 770 Euro), non dando luogo, invece, ad alcun “assorbimento” nel caso in cui il signor Rossi affitti l’immobile, poiché dovrà continuare a pagare normalmente le imposte su quel reddito nonostante l’IMU. Ciò equivale a dire che in questo caso il signor Rossi deve scontare un incremento che oscilla tra il 70% e il 145% rispetto all’imposta “straordinaria” del 1992.

Questo, come si dice, è quanto. E su questo, naturalmente, si possono fare tutte le considerazioni che si vogliono.Però pensavo che potesse essere utile farle con qualche numero in mano, e con un po’ di storia accanto.
Tutto qua.

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