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Quello che gli economisti non dicono

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Recentemente il chief economist della banca d’Inghilterra Andrew Haldane ha dichiarato che gli economisti non sono stati in grado di prevedere i principali andamenti economici degli ultimi anni e che, nella maggior parte dei casi, i loro modelli previsionali hanno compiuto errori grossolani. Si pensi ai paventati effetti della Brexit o al fatto che le banche centrali dei paesi più avanzati non hanno avevano nemmeno avuto il sentore della grande crisi finanziaria del 2007. Queste frasi hanno creato un certo sconcerto nell’opinione pubblica britannica ormai abituata a vedere nell’economista il portatore di un verbo esatto, più precisamente un “tecnico” che “sa come funzionano  le leggi che regolano la società”.

Al contrario, come tutte le scienze sociali, la teoria economica di certezze ne ha veramente poche. Le scuole di pensiero che si contendono l’egemonia culturale sono molteplici così come i metodi di analisi applicati dai loro adepti. Le prescrizioni di policy veramente le più varie. Ogni teoria si basa su assunti rispetto al comportamento degli individui e degli attori economici (imprese, stati, banche) a partire dai quali si costruiscono dei “modelli” che tentano di spiegare le variabili economiche osservabili e di prevedere il loro andamento futuro. La fortuna di una teoria e del metodo di analisi utilizzato dipende dalla capacità di dare conto degli accadimenti del momento.  Ecco perché, ogni qualvolta ci si trovi davanti a una crisi  o a considerevoli cambiamenti economici, si assiste a mutazioni all’interno del paradigma dominante. Nei casi di grossi sconvolgimenti economici si assiste a veri e propri avvicendamenti nella teoria di riferimento dei policy makers. E’ successo nel 1870, nel 29, negli anni 70 del secolo scorso e da dieci anni a questa parte ci troviamo in una transizione all’interno della quale, come ricordava Haldane, gli economisti sono costretti ad apportare grandi cambiamenti ai modelli e alle loro ipotesi sul funzionamento dell’economia. Non sembra chiaro il punto di approdo e probabilmente ci vorranno diversi anni prima di trovarlo, però se dall’onda della crisi del 29 si è affermata la vulgata keynesiana dell’intervento pubblico in economia, dalla crisi petrolifera e dagli shock di offerta degli anni 70 ha tratto giovamento la teoria monetarista  anche la crisi recente farà segnare il passo alle convinzioni radicate a inizio millennio.

Altra grande convinzione tra il pubblico  è che quando un economista parla di dati si stia riferendo a  qualcosa di profondamente oggettivo e incontrovertibile. Senza bisogno di addentrarci in considerazioni epistemologiche complesse basta ricordare che i dati sono sempre il risultato di un metodo di raccolta il quale ha, inevitabilmente, dei limiti. Non sempre chi divulga tali dati nel dibattito pubblico riesce a darne conto. Ci sono inoltre limiti rilevanti che derivano dal modo in cui i dati vengono analizzati. Tendenzialmente gli addetti ai lavori sono ben consci di tali limitazioni così come dei limiti previsionali dei modelli, quasi mai lo sono i politici o i lettori non specializzati.

Forse il modo con cui gli economisti si sono posti al grande pubblico ha rafforzato tali convinzioni? In parte mi sentirei di affermarlo. Mi si potrebbe obbiettare che l’economista non è meno “arrogante” del medico che in tv parla di cose di cui ha competenza specifica  a un pubblico che di competenze specifiche non ne ha. Quello che però l’economista non dice è che, nella gran parte dei casi, le ricette che lui propone e che spaccia come medicine di comprovata efficacia non sono che il frutto di un’interpretazione dell’ambiente sociale. Gli economisti tendono spesso ad evitare di presentare le loro prescrizioni come politiche, tendono piuttosto a divulgarle come il risultato ineffabile e noioso dell’applicazione dei modelli a loro volta prodotto di assunzione precise.

Con ciò non si vuole sostenere che non bisogna fidarsi degli economisti o che essi siano dei sostenitori, in buona o cattiva fede, di qualche ideologia, piuttosto, sarebbe importante riportare la disciplina all’altezza morale e politica che gli compete. Ridare all’economista lo status di interprete e non di contabile gioverebbe a lui e darebbe al pubblico qualche elemento in più.

La banca delle bestemmie come soluzione alla crisi

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Ieri e’ saltata fuori la notizia che lo Stato italiano ha ricevuto il via libera dalla Commissione Europea per poter istituire un fondo di garanzia di 150 miliardi a sostegno delle banche italiane. Si tratta di circa l’8% del PIL: non poco, se raffrontato con l’ammontare target della spesa per investimenti cheh il Governo vuole portare al 20%.

Nelle ore successive al comunicato, Mario Seminerio ha evidenziato – invano – come si tratti di una garanzia di liquidita’ e non un potenziale aiuto sottoforma di ricapitalizzazione. Si tratta di due concetti ben diversi: la garanzia in questione rappresenta un prestito (senior, tra l’altro) attivabile in caso di carenza di liquidita’ da parte di una banca comunque solida. Descritta cosi’, sembra una rete protettiva nel caso di corse agli sportelli, eventualita’ difficile da gestire anche da parte degli istituti migliori. Il MEF ha specificato ad ogni modo che – a differnza di quanto scritto dai principali quotidiani – non si tratta di strumenti atti alla ricapitalizzazione delle banche: armiamoci quindi di pazienza per arginare la valanga di “Il solito regalo alle banghe! E gli italiani che muoiono di fame?!”.

Tuttavia, rimango perplesso dalle tempistiche di questo intervento. Ammetto di non essere troppo inserito nelle pratiche finanziarie, e spero che qualcuno risponda al seguente dilemma, ma non e’ strano che tale garanzia sia attivabile solo fino al 31 dicembre 2016? Voglio dire, perche’ una garanzia di cosi vasta portata avra’ vita per soli 6 mesi, considerando che deve coprire un rischio non cosi’ atipico nel mondo della finanza? Ci attende forse un altro autunno di fuoco?

Tornando invece alla solita questione dei patrimoni delle banche italiane, che vedono sofferenze pesanti come incudini e mezzi propri sottili come carta velina, mi e’ tornato in mente un meraviglioso saggio del 700 scritto da quel genio comico che e’ stato Jonathan Swift. Si intitola Saggio sulle bolle inglesi del Sig. Thomas Hope e parla di un progetto riguardante la creazione in Irlanda di un istituto finanziario mezzo statale e mezzo privato veramente alternativo e profittevole: la banca della bestemmia.

Quanta lungimiranza in poche righe: “Sottoscrivere azioni bancarie senza conoscerne il progetto, è come se dei gentiluomini approvassero dei discorsi senza conoscerne il contenuto” afferma l’autore irlandese, aggiungendo che senza la tutela di una legge statale le banche, pur avendo garanzie relativamente solide come i possedimenti terrieri, non reggerebbero ad una corsa agli sportelli e di conseguenza ai fallimenti. Basilea III ‘sto paio di VaR.

Il progetto e’ cosi descritto: i sottoscrittori privati versano (tanto) capitale che viene inizialmente utilizzato per pagare i dipendenti della banca. Questi, grazie ad una legge parlamentare, hanno il diritto di girare per le strade e multare ogni persona che bestemmia con un’ammenda di uno scellino. Swift fa velocemente due conti: l’Irlanda dell’epoca contava 2milioni di abitanti: stimando che una buona metà era adusa a far precedere il nome di una divinità con quello di un animale e suddividendo la frequenza eresiaca tra gentiluomini e contadini, lo scrittore assicura un cash flow annuo minimo di 282.500 sterline (del 1700) che, calcolatrice alla mano, mi risulta essere qualcosa come 5 milioni e mezzo di bestemmie all’anno. Neanche poi tante, diremmo noi.

Cosa fare dei soldi ottenuti? Oltre che per ripagare i sottoscrittori e pagare i dipendenti, secondo l’autore vanno utilizzati per costruire e sostenere opere pubbliche come il sistema scolastico. Ovvero, come fare del bene sfruttando il male.

Il progetto tra l’altro vieta tassativamente di concedere licenze di imprecazione e di usare il profitto a fini di devozione: “Tale pratica scandalosa è degna solo della Santa Sede, dove i proventi scaturiti dalle licenze concesse per il meretricio sono adoperati ad propaganda fidem”; infatti in Italia la Chiesa tassava le baldracche di Milano per finanziare la costruzione del Duomo. Invece, riconoscendo l’uso terapeutico dell’imprecazione nel “consentire ai polmoni di ripulirsi da umori ristagnanti”, l’autore (il quale, si noti, era anche Decano della Cattedrale di St.Patrick a Dublino) sottolinea come, esibendo una ricetta firmata dal medico, sia possibile pagare soltanto mezzo scellino (cioè solo il 50% dell’ammenda). Trattamento di assoluta impunibilità spetta inoltre ai militari affinché essi, in periodi bellici dove secondo le stime si registrano 300 imprecazioni all’ora, non debbano cedere le armi al Monte dei Pegni: “Giacchè i papisti e le persone a noi ostili trarrebbero grande gioia dallo spettacolo delle nostre truppe ridotte senza armi da fuoco né spade per eccesso di espressioni blasfeme.”

Un progetto così profittevole dal punto di vista economico potrebbe incorrere in obiezioni da quello morale: i parlamentari saranno d’accordo con questa iniziativa? Potrebbero infatti affermare che il progetto sia possibile solo in uno Stato che incoraggia la bestemmia per fini economici. Eppure i benefici non vanno a favore dei bestemmiatori, i quali anzi vengono multati per ogni santone tirato giù dal cielo!

Concludendo. Questa sì che è una riforma bancaria. In questo modo, con una tassa piuttosto simbolica, si riescono comunque a raccogliere i fondi per far ripartire l’economia attraverso quel mastodontico piano di opere pubbliche che ricorda il modello Roosveltiano.

… A proposito: data l’imposta sulle smadonnate, il federalismo fiscale potrebbe amplificare o meno la disparità di raccolta fondi nelle regioni italiane, a favore di Lombardia, Veneto, e Toscana? Varrebbe la pena scoprirlo.

Il Pil, la maturità, il mio lanciafiamme

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(attenzione, il seguente articolo e’ stato scritto con una tastiera giapponese, quindi accenti e apostrofi sono messi a cazzo. Se l’ha accettato il nostro internal grammar nazi, potete farcela anche voi.)

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“Buongiorno, patente e libretto…lo sa a che velocita’ andava?”

“Non so, a PPP? Pro capite? Sia piu’ preciso, dannazione!”

Le indiscrezioni sulla prima prova di maturità che gli studenti italiani delle superiori stanno svolgendo in questo momento parlano di una traccia intitolata: “Il PIL come misura di tutto?”. Se vero, siamo di fronte ad una situazione ridicola, grave e imbarazzante.

Ridicola, perche’ gia’ il titolo (e i contenuti, ma entro piu’ avanti nel dettaglio) presuppone l’accettazione, anzi la legittimazione, di un errore grave da parte della cosiddetta societa’ civile, ossia l’utilizzo a sproposito del PIL come strumento di misura. In altre parole coloro che citano quotidianamente il PIL, soprattutto con declinazioni negative, sono coloro che non hanno nemmeno idea di che cosa sia tale indicatore, quali siano i suoi utilizzi, quali siano i suoi limiti.

Grave, perche’ nelle scuola (tranne forse ragioneria e qualche liceo scientifico) vengono raramente e troppo superficialmente insegnate materie economiche. Quindi, non si capisce perche’ chiedere agli studenti un parere su una cosa di cui non sanno se non per sentito dire. Io capisco che si voglia innanzitutto verificare le capacita’ analitiche e argumentative di uno studente, ma come si puo’ argomentare bene se la tesi e’ campata per aria?

Imbarazzante, perche’ e’ l’ennesimo campanello di allerta riguardo al disinteresse per una materia con la quale ogni cittadino e’ costretto a confrontarsi quasi quotidianamente una volta compiuti i 18 anni. E in una situazione di mancanza di una didattica solida non rimane allo studente che il messaggio di un’opinione pubblica che parla del PIL con la stessa bava alla bocca con cui parla di Soros e delle banghe.

Immancabile, ovviamente, il discorso di Bob Kennedy sul PIL, che e’ veramente l’esempio di un capolavoro di retorica. Cattiva retorica, ma politicamente un capolavoro. Quando lo leggo mi viene voglia di applaudire ma solitamente ho le mani impegnate dal lanciafiamme con cui appicco fuoco al foglio.

I liceali pero’ possono dirsi salvi. Per caso, 4 anni fa scrissi un articolo che calza a pennello per l’occasione, e che riporto qui. Se vogliono, possono copiarlo

Ee farsi bocciare.

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Circa un mese fa Corrado Augias introdusse una puntata del suo programma su Rai Tre con l’arcinoto discorso di Bob Kennedy sul prodotto interno lordo:

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.

Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

Ora.

Augias è un gigante della cultura, e non mi sento di non perdonargli il brillio di soddisfazione nei suoi occhi alla fine del discorso. Ma tutti gli altri esseri umani… “Discorsi del genere dovrebbero farli ascoltare dal primo giorno delle elementari fino al giorno della seduta di laurea”, scrive MrBorghes su Youtube. Addirittura, durante lo stage in revisione, ho trovato una copia del discorso incollata dentro un armadio che conteneva le fatture: avrei preferito trovarci un calendario di Brigitte Bardot in versione contemporanea. Kennedy ha generato un incredibile esempio di allucinazione collettiva ottenuta attraverso un discorso manipolatorio che dovrebbe essere incorniciato nel capitolo principale del manuale della cattiva retorica. Basterebbe conoscere il concetto di PIL, la sua triplice natura, la sua composizione in formula. Non stiamo parlando di definizioni filosofiche sulla sostanza, l’anima e l’esistenza di Dio: il PIL è il totale dei redditi/del valore aggiunto generato/della produzione finale di una nazione. Non stiamo parlando di integrali e arcotangenti, ma di una semplicissima addizione proposta a pagina 15 di un qualsiasi libro di macroeconomia.

Chi osanna questo discorso percepisce un messaggio di questo tipo: “Il PIL è sbagliato perchè il suo perseguimento nasconde i veri bisogni e obiettivi delle persone”. Ma l’errore sta nel vedere il PIL (e la sua crescita) come target, mentre invece è un semplice strumento di misura. I meteorologi, quando usano i termometri, non si prefiggono di modificare il clima: quello, al massimo, è il mestiere di chi ha il potere per impattare sull’inquinamento. Come il PIL non misura la bellezza della poesia (posto che chiunque intenda misurare la bellezza della poesia o la gioia dei momenti di svago è un pirla), il termometro non misura il calore umano nei rapporti intrapersonali: non è quello il suo scopo. “Ma cosa scrivi, che su tutti i giornali dicono che l’obiettivo principale è la crescita (del PIL)?”. Certamente, ma di nuovo, il PIL è soltanto uno strumento di misura, e non un manuale di politica economica; ci dice che per farlo crescere basta intervenire su uno di quegli addendi (o sulle loro aspettative, ma non complichiamo le cose), ma non ci dice come intervenire. La spesa pubblica può aumentare sia pagando gli stipendi di centomila soldati che combattono una guerra sbagliata, sia sussidiando centomila disoccupati (tranquilli amici liberali, era solo un esempio). Tocca alle persone che hanno in mano il joystick scegliere come giocare affinchè il gioco duri il più possibile, e non al joystick.

I Bob-allucinati sostengono comunque che cercare soltanto la crescita economica è sbagliato e miope. Essendo il PIL uguale al reddito di una nazione, è una versione alternativa del motto: i soldi non danno la felicità. Sarà anche vero, ma di certo sono due cose altamente correlate. Prendiamo le classifiche dei Paesi per reddito pro capite, e confrontiamole con quelle per i diritti umani, per la libertà di stampa, per la qualità d’informazione, per l’emancipazione femminile. Scommetto che troveremo più o meno gli stessi paesi al vertice, a metà e alla fine di ogni classifica; evidentemente si cresce economicamente intervenendo sull’onestà della pubblica amministrazione, sull’intelligenza dei dibattiti, sulla giustizia dei tribunali. Altrimenti arrendiamoci ad essere inutili come le squadre che non puntano né alla vittoria né alla salvezza; avremo l’orgoglio delle muffe, e il PIL continuerà a dirci tutto di noi. E noi continueremo a non saperlo leggere.

 

Le quadrature in Excel portano alla criminalità

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La contabilità è un mestiere semplicissimo, quantomeno da un punto di vista tecnico. Non ci sono formule complicate: sono solo somme e sottrazioni. Non una moltiplicazione, non un logaritmo. Diventa difficile una volta inserita all’interno di regole che diventano tanto complesse quanto è complessa la realtà che si vuole descrivere. Ma va bene così: 4000 anni fa ci bastavano una dozzina di suoni gutturali, oggi abbiamo i monologhi di Enrico Ghezzi.

Recentemente un caro amico che lavora in un ufficio più creativo del mio mi ha definito “contafagioli”. Ed ha ragione. Sostanzialmente si tratta di contare un tot di fagioli rossi e un tot di fagioli bianchi, con l’imperativo categorico che siano di pari ammontare. Ne aggiungi uno rosso, ne aggiungi uno bianco. Ne metti 23 bianchi in una ciotola quadrata, e subito devono essercene 23 rossi accanto.

E fin qua.

Poi è arrivato Excel, con le sua interfaccia, le sue formule e soprattutto le sue alte potenzialità di calcolo, che ha reso molto più semplice e veloce effettuare analisi e controanalisi: i fagioli e le ciotole da gestire sono centuplicati ed è possibile fare oggi cose che 40 anni fa erano inimmaginabili. Tutto ciò senza cambiare il dogma fondamentale: la somma deve dare il totale. Sempre. E per verificare che esso venga rispettato si è creato un concetto tanto importante quanto mostruoso e satanico, ovvero la quadratura.

La quadratura è quella cosa per cui quando andate fuori a comprare il pane, al vostro ritorno la casa è la stessa dalla quale eravate partiti. Poi uscite a bere una birra, e tornate sempre alla stessa casa. Poi improvvisamente vi mandano in Vietnam per 5 anni, venite fatti prigionieri dai cong, perdete la sanità mentale, vivete di antidolorifici e sangue di cane, e vi trovate a rivalutare positivamente Vasco Rossi come artista. Eppure, al rientro dalla guerra, la casa è sempre la stessa di prima. Insomma, qualsiasi analisi voi facciate, il risultato finale deve sempre parlarsi con un dato iniziale. Per questo motivo chiunque lavori in Excel crea delle celle in cui viene effettuata la differenza tra risultato finale e valore di partenza. Se e’ uguale a zero, i conti tornano.

Ovviamente, la questione è tanto ovvia in teoria quanto irraggiungibile nella pratica, e la tentazione di forzare le formule pur di convincere sé stessi – prima ancora di altri – è fortissima. L’inganno può passare attraverso due strade: una formattazione ingannatrice o una formula taroccata. Sebbene non abbia che pochi anni di esperienza ho potuto raccogliere esempi delle migliori (s)quadrature, che vi elenco qui in basso.

 

quadratura 2

LA FORMULAZIONE

A mio parere si tratta di un livello di taroccamento solitamente abbastanza semplice e sciocco. Diciamo che in una graduatoria presa da Gomorra questi utenti generalmente si attestano a livello “assistant mariuolo”.

  • Lo scalpello/ il martello: la squadratura vale solitamente poche unita’ (siano esse 1 euro o 1 milione). Si entra nella formula e si digita un semplice “+1”. Pericoli: se cambiano i valori di partenza, bisogna intervenire nuovamente di scalpello. Tuttavia, numeri digitati in una cella sono facilmente dimenticabili e riaprire il file dopo qualche mese diventa un dramma.
  • L’aiuto da casa: la formula sottrae i valori in quadratura più una cella lontana dalla vista che contiene casualmente un numero tale da permettere la quadratura. Molto più gestibile dello scalpello. Aggiungendo un tocco di paraculaggine si può scrivere accanto a tale cella amica la parola “Adj”, come dire “non preoccuparti so quello che faccio”.
  • L’aiuto fantasma: identico all’aiuto da casa, con la sola aggiunta che la cella amica subisce il trattamento imbianchino (testo bianco su cella bianca, come spiegato più avanti). Chiunque risalga a quella cella, la vedrà vuota e quindi ininfluente.
  • Il dito sotto la bilancia: alla formula base si aggiunge la funzione “arrotonda”. Più è alta la soglia di arrotondamento, più sono gli anni da scontare in galera.
  • La mano sotto la bilancia: risultato della quadratura diviso per 10, o 100, o 1000. Passabile per direttissima al 41bis.
  • Il carnevale della logica: entriamo qui in un campo in cui, con intensità sempre maggiore, l’utente modifica una formula nella disperata ricerca della quadratura, convinto che se ad un certo punto la ottiene vuol dire che il ragionamento è corretto. Perché lo sia, non è dato sapere. I modi sono essenzialmente tre:
  1. lascia o raddoppia: come lo scalpello, ma anziché aggiungere o togliere si moltiplica uno dei valori di riferimento. Alla domanda “perché?!” si risponde sempre “Per nettare il doublecounting” (?!).
  2. “ma certamente”: si va alla ricerca di una qualsiasi variabile all’interno del file che sia quasi uguale al valore della squadratura e la si coinvolge nella formula. Ecco cosa avviene nella mente dell’utente “Mmmh…4.3milioni di squadratura…mmh…dove ho gia’ visto un numero simile…ah si! Gli ammortamenti delle migliorie sui beni di terzi…proviamo ad aggiungerle…perfetto, quadra! Ma certo, come ho fatto a non considerarle prima?”. E chiude cosi il controllo SUI RICAVI.
  3. Parla con me: la quadratura e’ il confronto tra un valore iniziale “A” ed uno finale “B”, che devono essere identici. Ma… e se confrontassimo il valore finale “B” con se stesso? Quadratura garantita! In realtà questo fenomeno e’ spesso del tutto involontario e accade quando all’analisi principale ne viene affiancata un’altra, purtroppo ingannatrice. Succede infatti che anziché partire da B seguendo a ritroso il percorso fatto fino ad A, si sceglie di fare un’altra strada – che appare alla nostra mente più logica, o peggio ancora più semplice – che dimostra come B sia davvero il numero corretto. In altre parole si ricostruisce un gemello B2 secondo un ragionamento tanto sbagliato quanto quello che ha creato l’originale, e si confronta infine B con B2. Ma pensa: sono uguali!

 

LA FORMATTAZIONE

Innanzitutto la formattazione della cella indica spesso la sanita’ di mente della persona. La gradazione ufficialmente riconosciuta dagli IAS/IFRS e’ la seguente:

    • Utente sano: la quadratura e’ fatta da una cella in grassetto, evidenziata con colore tenue, con scritto accanto “check”.
    • L’artista: aggiunge una formattazione condizionale che evidenzia con un bel verde i risultati uguali a zero, in rosso diversamente. Se in vena, puo’ far comparire parole semplici quali “ok” o “errore”.
    • L’alter ego: l’utente “fa parlare” Excel attraverso formattazioni condizionali che fanno apparire elogi in caso di quadratura (“quadrato!”, “bella zio!”, “TAAAAAC!”) o di squadratura (“SQUADRA!!!1!!” o “SEI UN COGLIONE !”).

Tali patologie non comportano necessariamente la forzatura dell controllo, ma possono portare l’utente a farlo. Tendenzialmente la forzatura avviene attraverso la tecnica gia’ anticipata dell’imbianchino, dove sia il testo della cella che lo sfondo vengono colorati di bianco

Ma il vero genio del crimine, colui che una volta mi fece impazzire per un’ora buona nel tentativo di capire come fosse possibile che “200 meno 3 uguale 0” e’ colui che ho definito Borges. Chi sceglie questa opzione e’ semplicemente il figlio dell’unione tra Einstein e Vallanzasca. La tecnica prevede la cella venga modificata affinché qualsiasi sia il risultato, appaia sempre zero. Attenzione, non si tratta di una formula “SE”. Troppo facile, cari miei. La formula che appare nella barra e’ una corretta sottrazione. Qui si tratta di andare a cambiare la proprietà della cella: indicando ad Excel di fornire il risultato in formato “ora”, ed in particolare in formato “h”, si scopre che – entro determinati limiti di squadratura – il risultato rimane sempre zero. Quando ho scoperto il trucco, mi sono sentito come Zenigata che cattura Lupin: alla fine più che l’incazzatura prevale un profondo senso di ammirazione.

 

EDIT – LE SEGNALAZIONI DEI LETTORI

Il collega El Presidente mi segnala un’alternativa al “lascia o raddoppia” chiamata “Permutatore“, cioe’ colui che cambia i segni degli addendi finche’ non si raggiunge lo zero.

Il lettore Claudio invece ci scrive quella che puo’ essere definite la Cappella Sistina delle quadrature forzate, e che dato l’alto livello di skillaggio richiesto – ai limiti della fantascienza – viene ora ribattezzata “Claudio in the Shell”. Insomma: “su Excel si può usare il VBA (Visual Basic for Application), in pratica scrivere porzioni di programma, in particolare funzioni che, abilmente celate alla vista del profano, possono far quadrare qualsiasi squadratura con artifizi di ogni tipo, ad esempio cercando automaticamente quel valore degli ammortamenti sulle migliorie dei beni di terzi che casualmente coincide con la squadratura, oppure determinando il valore di coefficiente della squadratura rispetto al totale e poi sviluppando lo stesso coefficiente in valori assoluti e con segno contrario alla squadratura stessa, alla quale viene poi sommato. Trattandosi di un vero e proprio programma, più è complicato ed incomprensibile, più rende difficile la sua decodifica. La difficoltà, semmai, sarebbe trovare un nome ed uno scopo credibile alla funzione farlocca, ma qui siamo nel campo umanistico ed io mi ritiro per manifesta incapacità.”

Amici di sinistra, niente da dire su Chavez?

in economia/politica by

Quando ero al Liceo, Chavez era da qualche anno saldamente al potere in Venezuela. Locali dirigenti dei partiti di sinistra andavano in pellegrinaggio in Venezuela e tornavano estasiati, come piccoli Sartre di ritorno da Mosca, magnificando la rivoluzione bolivarista.

Non era una fascinazione limitata a qualche giovincello cresciuto nella provincia italiana che avrebbe poi cercato una raccomandazione da qualche politico locale – il vero socialismo realizzato da noi. Chavez aveva ammiratori nella pubblicistica mainstream di sinistra anche negli Stati Uniti: si veda qui, qui; politici oggi alla guida della sinistra inglese magnificavano i risultati del bolivarismo, come si vede qui. Non ha fatto eccezione la stampa italiana, da Internazionale (si veda qui) a davvero tutti gli altri (qui una rassegna, curata da Formiche.net).

Non c’è poi bisogno di citare il documentario di certo non critico di Oliver Stone, distribuito in Italia con il titolo Chávez – L’ultimo comandante, e applauditissimo a Venezia nel 2009.

Finchè le cose andavano bene, ossia finchè il prezzo del petrolio tirava e il costo delle scelte del governo socialista poteva essere spostato in avanti, il Venezuela ha rappresentato l’ennesima reiterazione delle illusioni della sinistra mondiale, convinta di poter ignorare lo stato di diritto, i vincoli di bilancio, la logica e qualsiasi altra cosa che si opponesse ai propri desiderata. Tra gli ostacoli, nel caso del Venezuela, ci sono stati non trascurabilmente i diritti umani. E non parlo solo degli oppositori politici come Leopoldo Lopez – la sua farsesca vicenda era troppo grottesca perchè anche la stampa italiana non ne desse conto, quindi si veda qui – ma anche dei comuni cittadini.

Ora, in un paese ormai nel caos, con la violenza per le strade, le squadracce filogovernative che hanno reso Caracas simile a Gaza, gli ospedali in disarmo, la carenza di beni di prima necessità, l’iperinflazione, la crisi fiscale e valutaria, scopriamo che il regime ritiene indispensabile pagare il debito estero comprimendo ancora di più i consumi interni. Come suggerisce anche Mario Seminerio, questo potrebbe spiegarsi con la volontà di salvaguardare i propri conti esteri – no, non quelli dello Stato, ma quelli della banda di criminali che oggi lo controllano. Di questo è già più difficile trovare traccia sulla stampa di sinistra, come del fatto che la figlia di Chavez è probabilmente la persona più ricca del Venezuela.

Stiamo parlando di un gruppo di potere spietato, disposto ad affamare i propri governati come e peggio di un dittatore africano di anni che pensavamo di esserci lasciati alle spalle. Eppure, la reputazione di Chavez e Maduro a sinistra non è ancora riuscita a modificarsi – e per molti, anche solo paragonare Chavez/Maduro a Pinochet è offensivo verso i primi. Come se di fronte alle proprie preferenze estetiche, di appartenenza, non contassero niente le condizioni di vita di chi deve fare esperienza di queste politiche.

Seriamente: cari amici di sinistra, non è il caso di fare un passo in avanti, ammettere che vi siete sbagliati? È vero o è falso che il pregiudizio ideologico vi ha portato a sostenere la causa di dei criminali, difendendoli anche quando negavano i diritti delle opposizioni ed esultando quando sono riusciti a rimanere al potere, nel 2002?

La domanda, ovviamente, è rivolta anche agli autori di questo blog, come Absinthe, che di fronte alla citazione del problema, da qualche mese, sanno rispondere solo con insulti e attacchi personali.

Forza, ce la potete fare.

L’abolizione del roaming non è una buona notizia

in economia by

Quando, la scorsa estate, era stato approvato il pacchetto di regole che prevede l’abolizione del roaming entro un anno, il coro patetico degli euro-entusiasti cantava vittoria. Mentre, negli stessi mesi, la stessa classe politica europea cedeva terreno su terreno ai populismi di destra e di sinistra, la cricca autoreferenziale di Bruxelles vendeva al popolino la mancia dell’abolizione del roaming con la stessa retorica dell’abolizione del costo di ricarica del non compianto Bersani. Se ne parlò qui.

Ora, mi rendo conto che è complicato spiegare in dettaglio per quale motivo un provvedimento apparentemente vantaggioso per i consumatori sia, in realtà, solo un ritocco di facciata che nel lungo periodo avrà effetti verosimilmente negativi. Ma proviamo.

Il mercato della telefonia e dei servizi connessi è, ad oggi, prevalentemente nazionale. Le compagnie nazionali vendono servizi specifici, di solito a parte, per chi si trova all’estero e vuole comunque accedere ad Internet o telefonare. In altri casi, esistono compagnie (in Italia credo di no, ma di sicuro in Germania) che offrono piani che includono traffico dati e minuti di telefonate senza distinzioni – cioè, si può accedere a internet in ogni paese UE, e si possono usare i minuti del piano per chiamare qualsiasi prefisso UE. Insomma, sulla scorta della nascente domanda di servizi di questo genere, alcune piccole aziende avevano fatto degli investimenti per cercare di inserirsi per prime nel mercato. Ma non è scontato, ovviamente, che a servire un bisogno del genere, ammesso che continui a crescere insieme alla mobilità degli europei, sia un servizio tradizionale: il ritardo delle tlc nazionali avrebbe potuto lasciare aperto lo spazio per piattaforme di altro genere.

Ma quello che dico io è tutto ipotetico, non noto, non pianificato. Questo tipo di cose non piace ai burocrati, e men che meno a Bruxelles: la logica di fondo, in questi ambienti, è che (1) loro stabiliscono di cosa ha bisogno il consumatore, (2) loro (con modelli e/o giustificazioni più o meno sofisticate) stabiliscono se il “mercato” è abbastanza efficiente e/o concorrenziale, (3) loro stabiliscono come questo mercato deve funzionare, come deve esservi introdotta maggiore “concorrenza”, e così via. Questo è il caso del recente provvedimento sul roaming.

Impedendo un ricarico sul roaming, le nuove regole tagliano fuori in anticipo tutti gli operatori che hanno provato ad inserirsi nel mercato praticando un pricing differente; allo stesso tempo, poichè verosimilmente l’abolizione delle tariffe di roaming non produrrà una esplosione dei volumi di traffico degli stessi utenti, questo divieto si tradurrà in un aggravio per i consumatori “nazionali”, cioè quelli che non viaggiano e non lavorano in giro per l’Europa. Il solito, ottimo, Robin Hood al contrario che risulta dalla pianificazione.

Ma non hai capito niente, mi diranno i critici: questa operazione serve a creare un mercato unico continentale! E deve essere vero, se, come dice anche il Corriere della Sera:

Cosa succede a chi fa il furbo? Resta vietato comprare una scheda telefonica in un Paese in cui i prezzi sono inferiori per usarla in modo permanente in un altro Paese: si tratta di abuso di quello che Bruxelles ha definito come «uso equo» e si rischia un (salato) recupero dei costi.

Perchè, ovviamente, se voglio servirmi di Deutsche Telekom in Italia sono un “furbetto”. Ah, questi astuti regolatori dalla moralità retta ed esemplare! Al solito, per fortuna che c’è la stampa, vero cane da guardia del potere, ad illuminarci.

Il canone in bolletta è una brutta notizia per il libero mercato

in economia/politica by

Benché la Rai lo inserisca nei suoi bilanci tra le “vendite e prestazioni” e lo chiami spesso un “abbonamento”, il canone televisivo è e rimane un’imposta sul possesso della prima TV, istituita da un Regio decreto nel 1938. L’idea di farlo pagare nella bolletta della luce è un’idea di Renzi, già proposta a Novembre 2014. Fu allora bocciata per mancanza di tempo ma non completamente abbandonata. Riproposta di nuovo nell’autunno scorso ha superato il varco del Parlamento ed è stata inserita nella Legge di Stabilità.

Le modalità di attuazione sono state chiarite nel decreto della scorsa settimana, mentre sul piano teorico generale resta aperta la questione di coerenza tra questo provvedimento e i principi ispiratori del Ddl Concorrenza, che dovrebbe finalizzare la liberalizzazione del mercato elettrico iniziata da Bersani e ad oggi nei fatti incompiuta, con il 75% delle famiglie tuttora dormienti nella maggior tutela.

Per discutere del Canone RAI in bolletta abbiamo incontrato Michele Governatori, presidente di AIGET, l’Associazione Italiana dei Grossisti di Energia e Trader, nonché autore di Derrick, la trasmissione dedicata all’energia, l’ambiente e l’economia su Radio Radicale e del relativo blog.

  • Da dov’è venuta a Renzi l’idea di mettere il canone Rai nella bolletta della luce?

“Il canone RAI è un’imposta molto evasa e molto invisa ai contribuenti, anche perché non ha il coraggio di chiamarsi “imposta” pur essendolo a tutti gli effetti. (E anche, aggiungerei io, perché la connotazione di servizio pubblico della RAI è troppo flebile per giustificare simili trasferimenti economici). L’idea del Governo, mi pare, è stata quella di rovesciare l’onere della prova di mancato possesso della tivù (o di altre condizioni di legittimo non pagamento del canone), fatturando il canone a tutte le famiglie che abbiano un’utenza elettrica senza che sia il contribuente a dover attivarsi. È un’idea furba, ma ha grandi controindicazioni.”

  • Quali?

“Su tutte ne cito un paio: è un’ingerenza su operatori di mercato che non hanno alcun dovere di esazione per il Governo se non per imposte indirette legate al consumo di ciò che vendono, e trasforma la fattura di un servizio (elettricità) in un contenitore che include una voce che non c’entra nulla, ma che finisce per interagire coi pagamenti del servizio principale offerto.

Inoltre, compie una presunzione di obbligazione rispetto alla quale il contribuente passivo viene comunque tassato. Questo lo trovo iniquo: una prepotenza di Stato.”

  • I casi particolari, di chi non ha la televisione o cambia residenza, come verranno gestiti? Nessuno rischia di pagare più del dovuto?

“Sono casi insidiosi. Per quanto riguarda il mancato possesso della tivù, l’Agenzia delle Entrate ha già predisposto un modello di autocertificazione che sarà inoltrabile anche online. Sui dati anagrafici, e in generale su tutte le informazioni necessarie a identificare i soggetti passivi dell’imposta, sarà l’Agenzia delle Entrate a dover inviare ad Acquirente Unico (un soggetto istituzionale del settore energia) gran parte delle informazioni. I venditori di energia le acquisiranno e si comporteranno di conseguenza, senza alcuna possibilità o dovere di sindacarle. Errori nei dati, quindi, non saranno gestibili dai venditori di energia, che opereranno solo (ed è un impegno già gravosissimo) come soggetto di fatturazione e incasso.”

  • Lato fornitori, il canone Rai implica complicazioni organizzative. Sono pronti a gestirlo?

“I fornitori dovranno modificare i propri sistemi gestionali e la propria capacità di interazione coi clienti e con le istituzioni coinvolte a molti livelli. Se saranno pronti dipenderà anche dalla velocità con cui le specifiche verranno rese note. Di sicuro si tratta di un processo di aggiornamento critico e costoso.”

  • Sarebbe possibile avere precisazioni sui costi che dovranno sostenere i fornitori?

“Due semplici esempi: il primo: aggiornare un sistema di amministrazione basato su SAP nelle modalità richieste costa nell’ordine delle centinaia di migliaia di Euro. Si tratta di uno dei costi fissi di adeguamento. Il secondo: rispondere a più telefonate tramite il customer care costa quanto il lavoro che gli operatori devono dedicarci, più la loro preparazione. Già ora gli operatori stanno ricevendo un incremento molto significativo di chiamate, che non possono certo ignorare. 300 telefonate in più alla settimana, di dieci minuti l’una, significano 50 ore settimanali di lavoro di una persona, da formare e retribuire.”

  • Non era previsto all’inizio ma sembra che finalmente ci saranno rimborsi per i fornitori. E’ stata una negoziazione difficile?

“È stata una negoziazione difficile perché gli operatori si sono trovati a dover sottostare a una legge già scritta (la Stabilità). Hanno quindi cercato di convincere il Governo che se la RAI o l’Agenzia delle Entrate non remunerassero un’attività che la legge ha girato ai venditori di elettricità, e di cui quindi gli interessati originari si sono in parte liberati, quest’attività finirebbe per essere pagata nel prezzo dell’energia. Il che sarebbe iniquo e costituirebbe una tassa occulta.”

  • Cosa ci dobbiamo aspettare?

“Nel migliore dei casi, una bolletta un po’ meno trasparente (perché “inquinata” da una cosa che non c’entra nulla) e un onere annuale della prova (autocertificazione) a carico dei cittadini che (come me) non hanno la tivù. Nel peggiore (se non ci saranno i tempi minimi per mettere tutto in piedi) problemi e perdita di credibilità dei venditori dell’energia e del Governo. Nel caso dei venditori, anche perdita di denaro. Speriamo di no.”

Trivelle: un referendum imbarazzante

in economia/politica by

Con un sistema politico al collasso e in perdita quasi irreversibile di credibilità, non stupisce che si assista a periodiche fiammate populiste di fronte alle quali governi anche ben indirizzati sono incapaci di opporre una voce ferma, o anche solo condurre il dibattito presentando una opinione ragionata e dati a supporto.

Questo è stato il caso nel 2011, con il triste silenzio della maggioranza di centrodestra, e l’infame voltafaccia opportunista del centrosinistra: Berlusconi e Bersani non difesero una riforma dei servizi pubblici locali che pure entrambi avevano sostenuto anche con atti concreti in Parlamento. Con un sistema ancora piú abborracciato a una stabilità di governo che dipende inesorabilmente dal contenimento dei grillini, oggi questi dettano l’agenda politica sui temi ogniqualvolta alzano la voce: per non rischiare di perdere consensi si è costretti a inseguirli su ogni cosa.

Questo, purtroppo, è anche il caso della campagna di squallida disinformazione portata avanti dalle associazioni “ambientaliste” nel caso del referendum delle trivelle. Il referendum del 17 Aprile include un quesito unico sopravvissuto a una campagna su piú temi portata avanti, tra gli altri, da un Civati in versione sfascista di cui si è parlato qui. Primo sponsor politico della campagna, il governatore pugliese Emiliano: uno che non se ne fa mancare una, dai tempi in cui sosteneva la necessità di compensare i professori meridionali vincitori di cattedre al Nord, chiamandoli “deportati”. Un utile riassunto di cosa c’è in ballo si puó trovare anche su fonti di informazione “di sinistra” come ilPost, non c’è bisogno di chiedere all’ENI: si veda, ad esempio, qui .

La campagna di sigle come Greenpeace, invece, mira unicamente a confondere le acque. Tra le altre cose, gli attivisti:

  • affermano che le royalties italiane siano le piú basse del mondo; ma questo non solo non è vero, è proprio una informazione che tratta in maniera disonesta una materia complessa! Si veda, ad esempio, la guida alle politiche sull’estrazione di idrocarburi realizzata dalla società Ernst & Young, qui. Alcuni paesi, ad esempio il Regno Unito, non applicano alcuna aliquota per le royalties, e incamerano entrate da estrazione solo con le tasse sulle imprese! Altri paesi, primariamente in via di sviluppo, applicano tassi disomogenei che dipendono dalla quantità di materiale estratto. Fare paragoni è molto difficile, ma non esiste una formulazione in cui Greenpeace stia dicendo la verità sul tema.
  • impostano la campagna sulla paura delle perdite di petrolio, quando la questione riguarda principalmente l’estrazione di gas: la produzione di grezzo a mare nel 2009 è stata in totale di 525.905 tonnellate, a fronte di 4.024.912 tonnellate di gas (fonte qui), e si tratta peraltro di piattaforme considerate molto sicure – anche perchè la tecnologia per la messa in sicurezza delle piattaforme off-shore è quasi tutta una eccellenza italiana. Tecnologia che viene applicata moltissimo nel mare del Nord, dove si trovano 450 piattaforme petrolifere per lo più norvegesi e britanniche. Chi agita lo spettro del più grande disastro della storia delle piattaforme, cioè quello di BP nel Golfo, omette di indicare che gli studi condotti a cinque anni di distanza sono molto meno unanimi nel parlare di disastro irrecuperabile di quanto non sembrasse all’inizio (vedasi qui e qui). Immagini come quella che segue sono disoneste, fuorvianti, disinformative:

 

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  • sostengono posizioni irrealistiche sul tipo di mix energetico che emergerebbe a conseguenza di un “Si”. Poichè l’effetto di breve riguarderebbe principalmente una diminuzione delle estrazioni di gas, l’effetto più probabile sarebbe quello di aumentarne l’importazione – il che, dal momento che per l’opposizione spesso degli stessi soggetti è impossibile da farsi per via di gasdotti, implica l’approdo di un numero maggiore di navi, quelle si più inquinanti e pericolose.
  • rappresentano l’Italia come un Paese dotato di un mix energetico sbilanciato nella direzione dei combustibili fossili. Questo fa ridere perchè, almeno in questa dimensione, il mix energetico italiano sarebbe peggiore solo di quello francese – a meno che come spesso accade non si sia altrettanto ostili al nucleare, nel qual caso il nostro Paese sarebbe il modello da imitare, e non il contrario. Si vedano i dati:

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L’intera campagna è diventata uno spaventoso caso di fanatismo collettivo basato su sogni e rappresentazioni utopiche, nel rifiuto totale di ogni valutazione mediata e meditata, e nella fuga dei corpi intermedi, dei partiti e delle istituzioni da ogni capacità di migliorare la qualità del dibattito.

L’ultima volta che ho controllato, il voto era un dovere solo nelle democrazie plebiscitarie. Tanto più quando votando si aumenta il rischio di ulteriori interventi politici nella vita di cittadini e imprese, in nome del fanatismo ideologico di minoranze che ,complici l’ignoranza e la malafede dei media, vogliono vendere il referendum come un voto su cose che parlano d’altro.

In questi casi l’astensione è un diritto il cui esercizio assume quasi i contorni di un dovere morale. Chi fa la morale sull’importanza del voto si impegni perché venga abolito il quorum, o perché vengano garantiti spazi informativi seri, autorevoli e ad ampia diffusione sulle materie referendarie.

La privacy secondo Severgnini

in economia/giornalismo/politica by

Esce oggi, a firma dell’intellettuale scomodo Beppe Severgnini, un puntuto editoriale in difesa delle libertà civili, dalla parte dei cittadini e del loro diritto ad un limite delle intrusioni governative nelle loro vite private.

Ovviamente stavo scherzando: si tratta del solito pensierino semplificato, con una prosa giovanilista che serve a farlo sembrare cool. Dice, Severgnini:

“Apple rifiuta di sbloccare l’iPhone5 del terrorista autore della strage di San Bernardino (14 morti), come richiesto da un giudice federale negli Usa. Non è solo una sottovalutazione: è una provocazione che l’azienda di Cupertino rischia di pagare cara. Gli Stati Uniti non sono mai stati particolarmente sensibili alle questioni di privacy, come dimostrano i continui litigi tra Google e l’Unione europea sulla raccolta dei dati e il «diritto all’oblio».”

E fin qui tutto bene.

“(…) Da dove viene, dunque, quest’improvvisa sensibilità? La sensazione è che Apple abbia fatto i suoi conti: meglio irritare il proprio governo che spaventare il proprio mercato. Ha scritto Tim Cook: «Il governo ci ha chiesto qualcosa che semplicemente non abbiamo, e consideriamo troppo pericoloso creare. Ci hanno chiesto una versione di iOS (il sistema operativo, ndr) che renda possibile aggirare la sicurezza del telefono creando di fatto un accesso secondario all’iPhone». (…) Risposta: e allora? La protezione dei dati personali è importantissima — come l’Europa tenta da anni di spiegare all’America — ma non è un valore assoluto.”

Iniziano i problemi. Certo che non è un valore assoluto, ma se uno dice “e allora?” senza mostrare di capire il problema, forse per lui non è nemmeno un valore di qualche importanza…

“Prima viene la vita umana. Banale? Forse. Ma la questione è tutta qui.Per fermare l’infezione del terrorismo islamista dobbiamo ricorrere a medicine sgradevoli: lo stiamo scoprendo in tanti, dovunque. Intercettazioni, telecamere, controlli ossessivi negli aeroporti. (…) “

Appunto, non gliene frega nulla. Senza contare il Patriot Act, e il blocco di Schengen, eccetra. Tutta roba, tra quella citata e quella omessa, per la quale il fighetto di Como sembra pensare “e allora?”

“Tim Cook sbaglia quando dice: «Nelle mani sbagliate, questo software avrebbe il potenziale di sbloccare qualsiasi iPhone fisicamente in possesso di qualcuno». Le mani dell’autorità giudiziaria non sono sbagliate. Sono le mani autorizzate dal patto sociale.”

Le mani dell’autoritá giudiziaria non sono sbagliate. Cosí, con la leggerezza di una pattinatrice sul ghiaccio, Severgnini risolve secoli di tensioni tra il diritto ad essere lasciati in pace dal potere giudiziario e il diritto ad ottenerne protezione – o, se vogliamo, tra l’obbligo contrattuale dello Stato a proteggere i cittadini, e l’obbligo pattizio dello Stato a prevenire intrusioni indebite dei suoi apparati nelle vite degli stessi.

Ma che importa, una bella chiosa giovanilistica e passa tutto, anche la voglia di pensare: Severgnini chiude suggerendo che Apple stia facendo il passo piú lungo della gamba (a meno che) Tim Cook pensi di essere il nuovo Thomas Jefferson e voglia cambiare la natura della democrazia in America, e non solo. In questo caso gradiremmo essere informati: basta un messaggio sull’iPhone.
Insomma, Severgnini dice nel suo linguaggio ovattato ciò che vari falchi dell’intrusione statale nella privacy dichiarano in modo piú esplicito: ad esempio il Senatore Repubblicano Tim Cotton, che accusa Apple di privilegiare un terrorista morto rispetto ai cittadini americani. Cercando di prendere sul serio l’argomento di Cotton, Severgnini e tutti gli altri paladini della sicurezza, mi vengono in mente due cose:
La prima la dice lo stesso Tim Cook, nella sua lettera: “the “key” to an encrypted system is a piece of information that unlocks the data, and it is only as secure as the protections around it. Once the information is known, or a way to bypass the code is revealed, the encryption can be defeated by anyone with that knowledge.” C’è bisogno di spiegare a Severgnini che questo non significa solo e soltanto “il giudice” ? Ovviamente un indebolimento della crittografia, come spiega lo stesso Cook, andrebbe a vantaggio di ogni genere di individuo, da quello in un certo senso legittimato ad agire su mandato di un giudice, ai criminali informatici.
Ma c’è di più. Una volta che Apple dovesse provvedere alla soluzione tecnica di un problema che evidentemente le autorità federali non sono in grado di risolvere da sole, cosa potrebbe garantire che queste non cerchino di replicare quella stessa soluzione all’infinito, senza limiti e garanzie? Se qualcuno pensa che questa sia paranoia: è esattamente quello che Snowden ha rivelato con lo scandalo NSA.
Infine, ci tengo a ripetere:  l’FBI e le autorità giudiziarie, quando hanno accesso ad informazioni private senza limiti, sono le mani sbagliate. Come qualsiasi mano. Concentrare troppo potere non è solo una minaccia potenziale molto grave – e in ogni caso irreversibile – alla democrazia. È anche l’esposizione dei privati cittadini a comportamenti umani, troppo umani dei difensori della legge: trovare qualche esempio di sesso, bugie e videotape non è difficile, basta cercare un po’ per scoprire come le debolezze umane possano mettere a rischio i database che l’FBI sta accumulando solo per qualche storia di figa.
Per Severgnini, ovviamente, tutto ciò è secondario. Se chiedete a lui, probabilmente vi dirà che non capisce le vostre preoccupazioni, che lui non ha niente da nascondere. Ok.
Beppe, posso avere le tue password?
P.S. se avete voglia, una discussione estesa e tutto sommato ben fatta anche se non definitiva sul problema della privacy e dell’argomento per cui chi non ha niente da nascondere non ha nulla da temere, è qui.

La reversibilità e i Robin Hood al contrario

in economia by

Qualche tempo fa, chi scrive aveva auspicato che le pensioni di reversibilità venissero abolite per i coniugi, lasciando l’onore di provvedere al loro futuro previdenziale alle rispettive dolci metà attraverso delle pensioni integrative private. Come spesso succede, chi scrive si augura 100 e il governo propone di fare 10. Meglio di niente. Secondo Repubblica, il ddl di contrasto alla povertà attualmente in discussione prevede il passaggio delle future pensioni di reversibilità da prestazioni previdenziali ad assistenziali.
Questo passaggio ho provocato critiche da Lega, Cgil, sinistra Pd, M5S e area popolare (dovrebbe bastare questa lista per far capire la bontà del provvedimento, ma andiamo avanti). Cosa implica questo passaggio? Sostanzialmente, le pensioni di reversibilità in futuro dovrebbero dipendere dallo stato di necessità o meno di chi le percepisce. Attualmente, se una vecchietta di 80 anni che percepisce una pensione di 10,000 euro si sposa con un giovanotto di 25 anni nullatenente e nullafacente, dopo la sua dipartita il giovanotto riceve 6,000 euro al mese vita natural durante (in media fino a 79 anni, ma perché mettere limiti alla Provvidenza?). Con il passaggio a trattamento assistenziale, il giovanotto riceverebbe una pensione tale da mantenerlo ma non proporzionale alla pensione della defunta. Secondo Repubblica, “a giustificare l’erogazione delle pensioni di reversibilità non saranno più i contributi versati durante tutta la vita lavorativa da parte del lavoratore che avrebbe avuto diritto all’assegno se non fosse morto prematuramente”. Ora, forse a Repubblica non sanno che quando vengono calcolati i contributi da versare, si tiene conto della speranza di vita della popolazione. Nella speranza di vita, che è una media, sono inclusi sia quelli che muoiono single a 64 anni, e dunque versano contributi che mai diventeranno pensione, che quelli che muoiono a 100 anni dopo aver percepito la pensione per 35. In sostanza, la pensione è un’assicurazione che garantisce a chi vive 100 anni di non rimanere senza reddito e che piaccia o no quella pensione viene pagata anche da chi muore a 64 anni senza mai vedere un euro di pensione. Del resto anche la RC auto di chi non ha mai fatto un tamponamento paga i danni di chi fa un tamponamento all’anno. Quando Salvini dichiara che con il nuovo sistema verrebbero rubati i contributi effettivamente versati, evidentemente non si rende conto che quei contributi non tengono minimamente conto della speranza di vita dei coniugi (se lo facessero chi ha coniugi a carico dovrebbe pagare molto di più, trasformando le pensioni di reversibilità in molti casi in vere cuccagne per toy boy e sciure che non hanno lavorato un giorno in vita loro. Tutto a spese (anche) dei cittadini che hanno invece lavorato tutta la vita senza lasciare in eredità alla collettività coniugi da mantenere. Il sistema attuale è un bel caso di Robin Hood al contrario che toglie ai poveri per dare ai ricchi. Se invece si passasse a un sistema assistenziale le pensioni verrebbero pagate solo a chi ne ha bisogno per sopravvivere, al pari di quelle di povertà, imponendo un costo per la collettività si spera più contenuto.

Oxfam e la disuguaglianza: confondere per deliberare

in economia/politica by

Questo fine settimana si terrà il World Economic Forum; e ieri ho sentito Joseph Stiglitz, di passaggio per Davos, che parlava di riscaldamento globale, complessità finanziaria e disuguaglianze. Sí, tutto in un solo intervento. D’altronde, se lo dice Stiglitz

Il problema, comunque, non è solo il divagare: a un certo punto, Stiglitz ha citato il famoso rapporto di Oxfam secondo il quale una sessantina degli individui più ricchi del mondo possiedono un patrimonio uguale a quella della metà più povera (rapporto qui). La strategia di Oxfam è nota, ed è la stessa da anni: seguendo un metodo paragonabile al clickbaiting di grillina memoria, elaborano i loro dati di partenza in modo creativo e sputano fuori un numero di statistiche in grado di funzionare come titolone sui quotidiani. In seguito, i giornali riporteranno la narrativa dell’organizzazione e le sue proposte di policy.

Legittimo, se non fosse che è la premessa ad essere tendenziosa, o addirittura errata. Il problema sta, per dire, nella definizione di “patrimonio”: Oxfam usa una misura chiamata “ricchezza netta”, che è semplicemente la somma del patrimonio meno i debiti. Se pensate che la cosa sia priva di conseguenze, guardate qui:

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Il grafico rappresenta la distribuzione della ricchezza netta nel mondo: a sinistra stanno i piú poveri, e a destra i piú ricchi. Sorprenderà come la distribuzione dei paesi ricchi (Nord America, Europa) sia incredibilmente bimodale, con moltissima gente nel 10% piú alto e poi molta gente nel primo 10%. Questo accade perchè nel primo 10% ci sono il signor Rossi, ingegnere ravennate quarantenne che non ha ancora ereditato la casa dei genitori, ma deve pagare vent’anni di mutuo su quella in cui abita, Fritz Müller, imprenditore di Stoccarda che ha fatto debiti personali per mantenere in piedi la sua azienda di trasporti con trenta dipendenti, come anche un Mike Tyson carico di debiti e di multe da pagare. Se vi pare poco, considerate che usando questa metrica viene fuori che un americano su due ha una ricchezza netta pari a zero: si veda qui. Sembra abbastanza chiaro che se si mette tutta questa gente insieme agli abitanti della periferia di Ouagadougou si farà in fretta a riempire la cosiddetta “coda sinistra” della distribuzione, no? Ecco quindi che i sessanta signori di cui si diceva sopra saranno di certo molto ricchi, ma molto meno di quanto sembri dalla descrizione: un numero spropositato di quel 50% di “poveri” ha una ricchezza netta totale non troppo maggiore di zero!

Bene, se lo capisco io e lo capite voi forse può arrivarci anche Stiglitz, che Nobel a parte di certo non è un tonto. Qualcuno glielo farà notare a Davos? Io dico di no.

Case svedesi, file sovietiche

in economia by

Quando vivevo a Londra, una delle preoccupazioni principali era quella di trovare una stanza il cui affitto fosse compatibile con le finanze di una dottoranda. Si sentivano storie tremende di affitti a quattro cifre, topi, moquette, finestre con gli spifferi, padroni di casa delinquenti e coinquilini da ufficio igiene. Il tutto era naturalmente vero e dovuto a quel biricchino del mercato, che per via dall’altissima domanda e la limitata offerta di alloggi, proponeva prezzi di equilibrio molto alti.

Una volta dottorata, sono uscita dall’inferno del libero mercato degli affitti di Sua Maestà per entrare in quello stile tardo sovietico della Svezia. Una volta arrivata in terra vichinga, con uno stipendio ben più sostanzioso, ho cominciato a cercare casa. Di domanda e offerta, neppure l’ombra: in Svezia quello che conta per ottenere un contratto di affitto a tempo indeterminato è la posizione nella fila. Sì, avete letto bene, la FILA. Perché la quasi totalità degli appartamenti in Svezia è assegnato attraverso un sistema di affitti calmierati e liste d’attesa che per alcune zone di Stoccolma possono oscillare dai 10 ai 20 anni. Naturalmente i locali si mettono in fila praticamente dalla nascita, ritrovandosi a 25 anni in un appartamento in centro che mai avrebbero potuto permettersi in un sistema di mercato. Bello, no? In realtà no, visto che come nel gioco delle sedie, se qualcuno trova posto qualcun altro lo perde. E dunque, per ogni studente svedese squattrinato che vive in centro grazie ai genitori che lo hanno messo in fila appena nato, ci sono molti più outsider (immigrati o svedesi provenienti da altre città o con genitori distratti) che rischiano seriamente di trovarsi senza un tetto sulla testa. Il sistema delle file porta poi al fiorire di comportamenti umani inevitabili, che solo chi crede ancora in Babbo Natale può pensare non esistano in Scandinavia. Per esempio, visto che ottenere un contratto di prima mano è così complicato, per non perderlo è consentito subaffittare casa per un anno (con una valida ragione e previa autorizzazione). Le valide ragioni vanno da un traferimento temporaneo per studio o lavoro ad un “tentativo di coabitazione” con un nuovo partner. Naturalmente, è illegale chiedere un affitto più alto di quello che si paga per il contratto di prima mano. Un’altra regola è che è possibile affittare stanze all’interno del proprio appartamento senza limiti se ci si rimane dentro.

Ora, potete immaginare quante e quali irregolarità avvengano visto che una grossissima parte degli appartamenti è in subaffitto (tutti improvvisamente studiano all’estero o provano a coabitare?). I prezzi dei subaffitti poi, specialmente a Stoccolma, sono ben più alti di quanto dovrebbero. Airbnb gode di ottima salute, e non a prezzi simbolici. Infine, pare sia frequente la pratica di subaffittare tutte le stanze di un appartamento tranne un ripostiglio e far finta di viverci per evitare il limite di un anno.
Recentemente il Guardian, giornale non proprio liberista, ha usato l’esempio di Stoccolma  per illustrare come quello degli affitti controllati sia un pessimo sistema di allocazione degli alloggi. Se un sistema simile a quello svedese fosse applicato a Londra, il risultato sarebbe catastrofico: le case migliori verrebbero assegnate agli insider a prezzi troppo bassi e per la maggioranza di poveri cristi nati altrove rimarrebbe il mercato dei subaffitti, con pratiche discutibili e prezzi altissimi. Alla fine, parafrasando il buon vecchio Winston, il libero mercato è il peggior sistema, eccezion fatta per tutti gli altri.

Di Maio, ma che stai a di’?

in economia/politica by

Dopo averci rifilato una dose di schizofrenia niente male sulla questione banche – passando con un’elegante piroetta dagli strepiti di un tempo per l’impiego di denaro pubblico nei salvataggi agli strepiti di oggi per il non-impiego di denaro pubblico negli (stessi) salvataggi –, i grillini oggi ci hanno regalato un’altra notevole serie di castronerie, inesattezze e imprudenze sul medesimo tema.

Il cittadino portavoce on. Luigi Di Maio (con un post su Facebook) e il suo collega cittadino portavoce on. Girgis Giorgio Sorial (con un intervento in Parlamento questa mattina) ci hanno resi edotti dell’ennesimo scandalo di questo governo amico delle banche. Scrive Di Maio su Facebook:

Schermata 2015-12-22 alle 21.16.00

Capisco che non sia mestiere del grillino leggersi le carte, dal momento in cui è impegnato a riportare Ordine e Onestà e Sovranità Popolare nella Repubblica, ma è altresì notevole infilare un così cospicuo numero di inesattezze. Vediamo.

  1. Come ha fatto notare puntualmente Mario Seminerio qui, il “fondo interbancario” non c’entra un tubo. Innanzitutto perché si chiama Fondo di Risoluzione, che è un’altra cosa, e in seconda battuta perché concorre al salvataggio con circa 500 milioni di euro. Contro gli 1,7 miliardi di intervento statale.
  2. I trattamenti riservati al caso italiano e a quello portoghese, stando al comunicato della Commissione Europea sull’operazione, sono stati dello stesso tipo. Si legge infatti:Schermata 2015-12-22 alle 17.01.59
    Questo significa che azionisti e obbligazionisti subordinati hanno contribuito fino in fondo al sostenimento dei costi della risoluzione. Vi ricorda qualcosa? Quindi, stando alle informazioni disponibili finora, i “risparmi” non sono stati salvati. Proprio come in Italia.
  3. Si legge che il governo portoghese ha impiegato 1,7 miliardi di fondi pubblici per salvare Banif. È vero, ed è successo perché l’intervento del Fondo di Risoluzione non è stato sufficiente. In Italia il circuito bancario ha sborsato, per il salvataggio delle 4 banche, circa 3,6 miliardi di euro. In proporzione al PIL dei due paesi, però, Banif è una banca molto più grossa e importante delle quattro italiane (ha attivi per circa il 7% del PIL): i soldi del Fondo non sono bastati, e quindi si è deciso di utilizzare denari pubblici. Da noi questo non è successo, perché i soldi messi dalle altre banche sono stati sufficienti, e non vedo proprio cosa ci sia da lamentarsi. Ribadisco anche qui: stando al comunicato della CE, questo intervento non è stato sostitutivo dell’aggressione di azioni e obbligazioni subordinate.
  4. L’UE non ha effettivamente permesso l’utilizzo del Fondo Interbancario di Tutela dei depositi, com’è scritto nero su bianco in più di un documento, non ultima l’audizione di Carmelo Barbagallo (capo del dip. di vigilanza bancaria e finanziaria della BdI) in Commissione Finanze alla Camera del 9 dicembre scorso. Quindi, per semplice conseguenza logica, è falso dire che questo non sia vero.

Insomma, un gran pasticcio. Il problema è che nessuno si assumerà, ancora una volta, la responsabilità della disinformazione, pericolosa e dannosa, fatta anche in questo contesto. Capisco le esigenze politiche, ma servirebbe decisamente più cautela da chi si fa paladino della trasparenza: ché tra dire le cose sbagliate e non dirle, bisognerebbe pensare bene a cosa scegliere.

La discussione sulle banche: come non buttarla in caciara

in economia/società by

Come di consueto, quando si parla di banche, l’opinione pubblica non ci capisce un cazzo di niente.

Così come quando rivalutarono le quote delle banche in Banca d’Italia (lì lo stato Italiano emise un bond perpetuo in favore delle banche azioniste. Lo avete mai letto da qualche parte? Certo che no, ne parliamo noi stronzi la sera davanti ad un Moscow Mule), anche qui sul salvataggio delle 4 banche del centro Italia, l’opinione pubblica non ci ha capito un cazzo.

A parte l’atteggiamento schizofrenico à la Fatto Quotidiano (se le salva lo Stato “EH MA I SOLDI DEI CONTRIBUENTI!”; se si salvano da sole “EH MA I SOLDI DEI RISPARMIATORI”), c’è da sottolineare che, come di consueto, tutto viene percepito o bianco o nero: o i risparmiatori vengono considerati pollastri a cui è giusto restituire del danaro (quindi adesso voglio che lo Stato mi restituisca le mie perdite su MPS, Finmeccanica o Unicredit accumulate negli anni passati facendo trading), oppure vengono considerati dei Gordon Gekko che stavano comprando Anacott Acciaio, “e quindi che cazzo gli vuoi restituire”.

Ancora non ho sentito nessuno (politici, giornalisti, commentatori, il Califfo, Varoufakis, Adele, Ignazio Marino, Valerossi, tua madre) dire parole di buonsenso, ovvero “esiste una direttiva che ha più di 10 anni (la MiFID): è stata rispettata? Se sì, cazzi vostra; se no, denunciate chi vi ha truffato. Ora però per favore scusate, che devo andare a vedere se ho strumenti di grandfathering da dedurre dal Common Equity Tier 1”

No: non stanno salvando le banche con i soldi dei risparmiatori

in economia by

L’emendamento 42.73 alla Legge di Stabilità a firma del Governo reca norme di procedimento per agevolare l’implementazione del cd. “decreto quattro banche”, già approvato dal Consiglio dei Ministri domenica 22 novembre e convertito in legge la settimana immediatamente successiva (A.C. 3446).

Non entrerò nei dettagli del design dell’intervento, ma mi preme soffermarmi sul rapporto con risparmiatori e correntisti, dal momento in cui in giro si legge di tutto: “salvataggio dei banchieri sulle spalle dei finanziatori”, “Governo amico delle banche”, “bomba da 2 miliardi: 130mila risparmiatori sul lastrico”, e così via.

Cerchiamo allora di fare un po’ di ordine su questa vicenda, nella maniera più semplice possibile.

  1. La manovra non coinvolge soldi pubblici. Neanche un centesimo. Questo perché, riducendo all’osso, in osservanza delle direttive europee viene implementata una leggera variazione sul tema del cd. bail-in: non è la fiscalità generale a intervenire, ma –in prima istanza– i detentori di capitale di rischio e di capitale di debito non garantito. Il bail-in vero e proprio diventerà operativo per tutte le operazioni di questo tipo dal 1 gennaio 2016, ma il Governo ha ritenuto utile intraprendere una strada molto simile anche nei confronti delle quattro banche.
  2. Le perdite che queste banche hanno accumulato nel tempo vengono assorbite dagli strumenti d’investimento a maggior rischio: azioniobbligazioni subordinate. Ricordiamo che queste ultime sono esposte al rischio d’impresa. Chi le acquista, cioè, accetta il rischio che possano succedere il genere di cose che stanno accadendo proprio ora, sapendo –fin da subito– che non sarà tutelato.
  3. Questo salvataggio tutela, invece,  tutti i risparmi di famiglie e imprese detenuti nella forma di depositi, conti correnti e obbligazioni ordinarie. Ripeto: neanche un centesimo detenuto in questa forma verrà intaccato dalla manovra.
  4. La parte di onere eccedente azioni e obbligazioni subordinate è a carico dell’intero complesso del sistema bancario italiano, che alimenta a mezzo dei propri contributi il cd. Fondo di Risoluzione.
  5. Il salvataggio è, in effetti, prevalentemente a carico del sistema bancario italiano, che si sobbarca di 3,6 miliardi di oneri complessivi.
  6. Dunque questa manovra non è esattamente quello che si potrebbe definire un “regalo alle banche”: non a caso quelle stesse banche, per voce dell’ABI, non sono esattamente entusiaste della cosa.

Quindi, in estrema sintesi, l’intervento non coinvolge un centesimo di denaro pubblico ed è completamente a carico dei detentori di attività rischiose degli istituti in sofferenza e del vituperato sistema bancario italiano.

Adesso. Io capisco che vedere le proprie attività finanziarie svalutate sia un colpo durissimo per molti bilanci, che apre scenari difficili per la stabilità economica di una famiglia o di una piccola impresa. Però, se domani investissi in un’impresa che mostra pessime performance nei prossimi, che so, cinque anni, senza tutelarmi, e quell’impresa dovesse fallire, con chi me la dovrei prendere? Con lo stato che non mi ha salvato dalle mie cattive scelte d’investimento?

Può anche essere una risposta, per carità. Discutiamone. A me, come punto di partenza, basta che sia chiaro ciò di cui stiamo parlando.

I contanti, gli evasori, e noi

in economia/politica by

Renzi, che già circa due anni fa si era detto favorevole ad alleggerire il vincolo sull’utilizzo del contante, ha finalmente deciso di fare sul serio. È un provvedimento di buon senso, che purtroppo, nell’isteria assoluta che pervade il dibattito italiano sul tema, sembra impossibile affrontare razionalmente. Eppure si dovrebbe.

Punto primo. Porre limiti all’utilizzo del contante è giustificato dal fatto che favorisce l’evasione e il riciclaggio. Non è, il pagamento con contante, un male in sè. Come ho cercato di dire in altre occasioni, mi piacerebbe che si ragionasse di piú sul fatto che sanzionare comportamenti che in sè sarebbero leciti, ma che vengono penalizzati perchè “contigui”, o “di passaggio” verso comportamenti illeciti, non è il massimo della civiltà giuridica. Si è arrivati, in qualche comune, a multare chi guida in un certo modo, a una certa velocità, nella presunzione che questo comportamento preluda al tirar su una prostituta.

NEL DUBBIO VIETA.

E di divieto in divieto si muove, uno Stato già in grande difficoltà nel far rispettare norme piú condivise, complicando la vita agli onesti e rendendola del tutto identica a chi giá vive nell’illegalità. Invertendo l’ordine del ragionamento: tale comportamento è praticato dagli evasori, quindi lo vieto, perchè danneggeró gli evasori. I non-evasori non esistono, non hanno voce in capitolo. E chi si lamenta forse ha qualcosa da nascondere.

Punto secondo. Porre limiti all’utilizzo del contante non serve a granchè, se l’obiettivo è il contrasto all’evasione. Sfido chiunque a dimostrare l’esistenza un qualsiasi impatto positivo del limite ai contanti sui conti pubblici. In compenso, potrebbero non mancare gli effetti negativi: alcune transazioni che avrebbero potuto avvenire in contanti (ma non in nero), col limite sono state costrette al nulla di fatto o al nero. Un affarone. Vietare comportamenti comuni in zone grigie dell’economia e della società ha di solito effetti opposti a quelli desiderati, spingendole ancora di piú nella marginalità. Non a caso, un limite all’utilizzo di contante cosí stringente esiste solo in alcuni fortunati Paesi: Italia, Francia e Portogallo. Chissà come faranno gli altri, dalla Svizzera al Regno Unito, passando per Svezia e Germania. Pieni di evasori che comprano Lamborghini con pezzi da 20.

Punto terzo. Porre limiti ancora piú stringenti all’utilizzo del contante (lo ha proposto il partito dell’assemblea del liceo, a Giugno) ha costi sociali. E sono molto piú rilevanti dei benefici. Come ricorda Francesco Lippi, il 15% degli italiani non ha un conto corrente. E il contante è utilizzato, in generale, come mezzo prevalente da milioni di persone oneste. Riprendendo Lippi, “tassare il contante per combattere l’evasione e’ un po’ come riempire l’autostrada di dossi per far rispettare i limiti di velocità”.

Punto quarto. L’evasione è un fenomeno che va capito, studiato, e affrontato in maniera razionale. La follia del dibattito italiano, con la folla che grida “repressione” neanche fossimo in un film di Elio Petri, è non capire che a fronte dello stato di polizia tributario che già è presente, le aree sviluppate del Paese hanno un tasso di evasione fiscale molto piú basso della media UE 15. Ma questo non è privo di costi per cittadini e imprese, costretti a spendere notevoli quantitá di tempo e denaro per far fronte a una mole crescente di adempimenti giustificati dalla caccia agli evasori. Dovrebbe far riflettere, ma sull’argomento nessuno è disposto a farlo, contano solo gli slogan. Aiuterebbe, invece, chiedersi in quali settori l’evasione è prevalente. Basta una ricerca su Internet per scoprire che – non sorprenderá nessuno – i piú gettonati sono edilizia, servizi alla persona, ristorazione, ecc. Ovviamente è piú difficile evadere se sei McKinsey o Mapei. Ora, in Italia l’evasione è molto elevata al Sud. Il mio sospetto è che una delle ragioni di questo fatto sia anche la composizione: ossia, che avendo il Sud una economia privata paragonabile a quella di Colombia e/o Serbia, ne condivida anche l’incidenza dell’economia informale. Nessun limite ai contanti sarà rilevante in luoghi dove tutta la catena delle transazioni avviene senza scontrini, registri, bilanci. Ovviamente, se si vuole spezzare questa catena si puó intervenire con la repressione, o magari creando le condizioni perchè anche il Sud abbia una economia compatibile col terzo millennio. Scegliete voi. Ma parlare del pizzo (che pure viene ancora pagato dalla maggioranza di aziende ed esercizi commerciali), della burocrazia criminale e corrotta, dell’incertezza del diritto, del perdurante analfabetismo di massa (di cui NON SI DEVE SAPERE) e della lentezza dei processi, tutti fattori che rendono il Sud un relitto del mondo avanzato, fa meno fico che urlare agli evasori.

Punto quinto. Piaccia o non piaccia, il contante regola le attività illegali che non spariranno mai. O meglio, potrebbero sparire come attività illegali, per essere operative alla luce del sole. Ma siccome non vedo all’orizzonte liberalizzazioni di massa sul fronte prostituzione, per non dire droga, per non dire una vera apertura dei mercati del credito, esiste una massa imponente di transazioni di cui tener conto. Esistono poi altre piccole attività abusive (tassisti, parrucchiere, etc) che in alcuni casi sono abusive perchè così è loro imposto a mezzo di restrizione della concorrenza – vedi i tassisti abusivi – in altri perchè altrimenti non varrebbe la pena di lavorare. Tutte insieme, queste attività non violente fruttano redditi a individui. Questi redditi, secondo i nostri paladini della legalità fautori di limiti alla circolazione di valuta in stile argentino, dovrebbero continuare ad essere spesi come sono stati generati: in nero. Perché così, non a caso, funziona in Argentina. Un capolavoro su tutta la linea!

Questo, più o meno, è quello che penso sul tema. Per i più, ovviamente, è la prova che sto dalla parte degli evasori, perché questo è il livello del dibattito. Purtroppo, a quanto si scende in basso, un limite non lo si può mettere.

E dopo Volkswagen, venne la bomba Deutsche Bank

in economia by

Dybala dovrà moltiplicare di 7 volte il suo attuale numero di goal per poter raggiungere il record attuale di Totti. Il Mississippi è lungo 8 volte il Tevere. Il diametro di Giove è 11 volte più grande di quello della Terra.

L’esposizione della Deutsche Bank in strumenti finanziari derivati è 20 volte superiore al PIL tedesco. Venti fottute volte, in un rapporto 2.7 contro 54.7 bilioni di euro, o 54.7 milioni di milioni di euro, o 54.7mila miliardi di euro. Insomma, so’ssoldi.

Certo, questa è la cosiddetta esposizione lorda. Una volta nettata delle esposizioni favorevoli, la cifra si riduce a soli 0.02 bilioni, ovvero a 21mila milioni. Che so’ccomunque soldi, ma sono solo lo 0.03% dell’esposizione lorda. Il punto quindi è: Deutsche Bank quanto sta rischiando, l’importo netto o quello lordo?

Un attimo, facciamo qualche passo indietro.

Zerohedge , un sito impostato sulla linea “andrà molto peggio prima di andare peggio”, e il suo leggendario autore Tyler Durden (esatto, Tyler Durden) ci spiega come spesso l’esposizione delle banche nei confronti di vari tipi di rischio – rischio tassi, rischio cambio, rischio Paese – sia celata dal fatto di aver assunto posizioni opposte in merito a tal rischio, che quindi si nullificano tra loro praticamente azzerando o quasi possibili impatti negativi.

Ok, non mi sono spiegato bene.

Immaginiamo di voler scommettere sulla finale Italia-Grecia dei mondiali di calcio. Puntiamo 1€ sulla vittoria dell’Italia, con la speranza di vincere 2,01€. Tuttavia, il pensiero che l’Italia perda e che quindi vada perso l’euro scommesso non ci faccia dormire la notte. Tornando alla Snai, scopriamo che anche la vittoria dell’avversaria, la Grecia, frutta 2,01€. Decidiamo quindi di puntare 1€ sulla vittoria della Grecia: ora, vinca l’Italia o vinca la Grecia, vinceremo di sicuro 2,01€, con un guadagno netto di 0,01€ perché 1€ l’abbiamo bruciato scommettendo in maniera opposta, mentre l’euro investito vittoriosamente è da considerarsi per l’appunto il capitale che avevamo già e che rientra da quel Vietnam che chiamiamo “speculazione” e che ha visto soccombere l’euro bruciato di cui sopra.

Ora, tutto sto mal di testa per prendersi un centesimo di guadagno? Mettiamola così: le banche prestano 1 trillion alla Grecia, con la promessa di riaverne 2,01 trillion. Poi pagano una compagnia assicurativa 1 trillion per avere copertura sul rischio, cosicché se la Grecia dovesse fallire, la compagnia assicurativa gliene restituisca 2,01 trillion. Quindi, se qualcuno dovesse dire alla banca: “Pazza! Hai prestato 1 trillion alla Grecia pur sapendo che fallirà” questa risponderà “Tranquilli, ho un derivato di copertura e alla fine, qualunque cosa accada, guadagnerò 0,01 trillion.”

Quindi, mentre l’esposizione lorda è di 2,01€ , il rischio netto che la banca ci dice di dover sopportare è soltanto quello di non veder incassato 0,01€.

Ma è così? Tyler Durden dice che da un punto di vista logico il ragionamento funziona, ma che la realtà è ben diversa.

La logica è che un netting bilaterale, come viene chiamato il principio sottostante tale ragionamento, debba sempre funzionare – indipendentemente dal mercato –  e che il rischio di controparte debba essere sempre ignorato perché le banche onorano sempre le proprie esposizioni sui derivati

Ovviamente non è così, e basta ricordarsi di AIG, quella società assicurativa che vendeva protezioni sui mutui subprime e che dovette essere salvata coi soldi pubblici perché non era più in grado di proteggere nemmeno il proprio cellulare usando il blocco tasti.

Queste constatazioni, frutto dell’esperienza del 2008, venivano ripetute su Zerohedge nel 2011 mentre i mercati andavano in panico a causa dei PIIGS e i politici lasciavano il passo ai tecnici.

Tre anni dopo, il sito pubblicava stralci di bilancio di Deutsche Bank e concludeva con le seguenti parole:

Come sempre, non c’è nulla di cui preoccuparsi. Questi 54.7 mila miliardi di esposizione in derivati, dovesse andare tutto molto, molto male, sono coperti dai più che equi 500mila milioni in depositi, giusto di 100 volte inferiori.

L’ultimo anno, per la banca tedesca – spesse volte confusa dai nostri politici con la Bundesbank, che non ha niente a che vedere – è stato piuttosto movimentato, ed è sempre Zerohedge a renderci edotti di ciò. Di seguito gli ultimi mesi di Deutsche Bank:

  • Aprile 2014: DB è obbligata a fare un aumento di capitale per €1.5 billion
  • Maggio 2014: DB deve vendere €8.0 billion di titoli con uno sconto del 30% pur di raccogliere altra liquidità.
  • Marzo 2015: DB è bocciata agli stress test e deve rafforzare il proprio capitale
  • Aprile 2015: DB ammette di aver fatto parte alla manipolazione del LIBOR, e becca una sanzione da $ 2.1 billion
  • Maggio 2015: a uno dei due CEO di DB – Anshu Jain – vengono dati poteri maggiori e più vasti. E quando al supereroe vengono aggiunti i poteri, vuol dire che in giro stanno volando cazzi amari.
  • Giugno 2015:
    • Venerdì 5: La Grecia salta la rata da pagare all’IMF.
    • Sabato 6: i due CEO di DB dichiarano di voler lasciare la banca. Anshu Jain – quello a cui un mese prima avevano aumentato i poteri – fugge su Kripton a fine giugno. Jurgen Fitschen lascerà a maggio 2016.
    • Mercoledì 9: S&P declassa DB al rating di BBB+, a tre passi dalla spazzatura e peggio del rating di Lehman tre mesi prima che questi collassasse.

Sono passati oramai 3 mesi, e nel frattempo il titolo in borsa è sceso da 32€ a 24€ circa, perdendo quindi il 25%.

Ora, non per schierarmi dalla parte di Tyler Durden e dei suoi allarmismi, ma mi pare che la situazione sia piuttosto seria. Ve la immaginate la Germania che, alle prese con gli enormi problemi di una delle sue principali imprese industriali, si vede saltare per aria la sua banca principale?

L’impressione è che, concentrati e impauriti davanti al corpo alieno del caso Volkswagen, rischiamo di non vedere la nave da guerra marziana tanto grande da fare ombra su Berlino. E su tutta l’Europa.

Lo Stato e la legalità

in economia/giornalismo by

Noto, da anni, che il dirsi “a favore della legalità” è diventato una sorta di atto politico. Vivendo in Sicilia, anni fa, vedevo la cosa forse piú grande di quella che era, ma direi che adesso il legalitarismo ha superato i confini del medio notabilato meridionale.

Ma manca, sempre, un pezzo.

Quel pezzo è che uno dei principali violatori seriali di norme, in Italia, è lo Stato italiano, in tutte le sue articolazioni. È notizia di oggi che le Regioni, avendo ricevuto dei trasferimenti vincolati al rimborso dei debiti coi fornitori, abbiano sovranamente deciso di fregarsene per utilizzarli ad aumento della spesa. È solo l’ultimo capitolo di una storia che include quote latte, abusi di intercettazione e di detenzione, servizi deviati, gestione dei rifiuti improntata all’emergenza costante per aggirare la legge, e cosí via.

Lo Stato italiano è il piú grande criminale operante sul suo territorio – e non è un caso se nel 2014 l’Italia è stato il paese che ha preso piú sanzioni dall’Unione Europea: per aver violato regole che l’Italia stessa, attraverso i suoi rappresentanti, ha contribuito ad approvare.

Eppure, nella narrativa dei legalitari di casa nostra, lo Stato non appare mai come problema, ma sempre come soluzione. Si invoca la “legalitá” per un funerale, ma non per decine e decine di miliardi spesi contro la legge dalle Regioni. Nè mi sa che se ne parlerà al prossimo giro della Repubblica delle Idee: rovinerebbe lo storytelling.

La causa delle crisi finanziarie? Il rientro dalle ferie

in economia by

Ripubblico un articolo scritto due anni fa per ilcalibro.com, visto che: 

1) sta piovendo

2) queste sotto sono le aperture dei mercati stamattina

apertura mercati

 

 

Pronti, partenza, via…

 

Oggi ha piovuto. PIOVUTO!

P   I   O  V  U  T  O !

P

I

O

V

U

T

O

E tu, lettore, non lo vuoi accettare e ti incazzi perché avevi voglia di uscire. Tu, giovane lettrice, piangi su facebook perché sta tornando l’inverno. E’ Domenica e piove. Non e’ giusto, dici.

Stai scherzando, spero. E’ il movimento planetario. Non puoi stupirti, e soprattutto non puoi lamentarti. Schiocchi: l’uomo non può modificare il corso della natura. Certo, può impedire che ci siano troppi danni: l’agricoltura ha fatto passi da gigante, sappiamo controllare le esondazioni e abbiamo inventato tanti strumenti per combattere vento, pioggia e freddo. L’unico problema rimasto sono le foglie rosse che cadendo morte insanguinano i parchi facendoci sentire un po’ Baudelaire mentre invece siamo solo un po’ pirla. Lettrice, lettore, il pericolo non viene dalla natura. Viene proprio dalla tua depressione, e può colpire la finanza mondiale.

Sono andato a cercarmi l’elenco cronologico delle più importanti crisi economiche, fossero esse strette creditizie, mastodontici fallimenti o scoppi di bolle sui mercati finanziari. Vanno dalla speculazione dei tulipani, che devastò l’Olanda a partire dal febbraio 1637, al fallimento di Lehman Brothers nel settembre del 2008, per un totale di 28 casi. Ho segnato tutti i mesi in cui sono scoppiate le catastrofi ed e’ venuto fuori questo agghiacciante grafico.

crisi - mesiOsservate come a partire dall’estate le crisi registrate crescono in maniera progressiva fino a raggiungere il picco massimo a ottobre. Negli ultimi 376 anni 10 disastri economici sono emersi nella stagione autunnale (settembre-novembre), di cui la meta’  durante il decimo mese dell’anno. Seguono l’inverno (8 crisi) e l’estate (7), mentre la primavera rende i mercati piu’ speranzosi con soltanto 3 cataclismi, tutti comunque avvenuti in un mese – marzo – in cui il sole si fa vedere ben poco e i fiori stanno ancora belli nascosti. Messo così il grafico mostra un’interessante progressione ma, in fondo, le tre stagioni sembrano avere storicamente una probabilità  di sfiga piuttosto simile. Allora facciamo una bella cosa, guardiamo soltanto i casi dal 1900 ad oggi. In altre parole analizziamo i 113 anni di massima espansione della finanza, quando le crisi non sono state racchiuse nei confini di una nazione ma hanno coinvolto il mondo intero. Esce quest’altro grafico. Ed è ancora più preoccupante:

crisi - mesi 900

L’inverno e l’estate praticamente spariscono. Settembre e novembre cedono un’unità, ma l’autunno tiene duro grazie al motherfucker ottobre, che non si muove. Già: a partire dal secolo della grande industrializzazione, del consumo di massa, della finanza che non traina più ma domina l’economia reale, l’autunno si è rivelato la stagione più infame per i mercati. Il 15 ottobre 1907 i fratelli Heinze sputtanano il NYSE. Il 24 ottobre 1929 Wall Street perde l’11% e comincia la Grande Depressione. Passa la seconda guerra mondiale, le cose sembrano andare bene, poi il 16 ottobre 1973 l’OPEC decide l’embargo e comincia la crisi petrolifera. Dieci anni dopo, il 2 ottobre, scoppia la crisi delle banche israeliane. Infine, il 19 ottobre 1987 – il lunedì nero – la borsa registra il più grande crollo percentuale della storia. E pensate a due anni fa, quando i mercati spinsero verso la caduta del Governo Berlusconi per la nomina di Monti: succedeva nei giorni tra ottobre e novembre. E’ una cosa incredibile, pazzesca. Perché è accaduto tutto ciò?

Adam Kadmon e il tizio dei 5 stelle col microchip nel cervello urlerebbero probabilmente al complotto internazionale, e giocherebbero su stronzate numeriche e su etimologie improvvisate (come mai ottobre è il decimo mese dell’anno nonostante cominci per otto?). Io che sono appena rientrato dalle ferie estive do un’interpretazione più banale. A settembre tornano tutti dalle vacanze: i broker, gli speculatori, gli analisti e gli asset manager. Tutti. Hanno la pelle abbronzata, e possono ancora sentire il profumo del mare: preferirebbero andare ad un concerto neomelodico pur di non dover rimettersi seduti davanti al laptop. La posta elettronica è già intasata di messaggi da leggere. Alla macchinetta del caffè devono ripetere venti volte dove sono stati, quanti giorni sono stati via, com’era la sabbia, se c’era gente. Vorrebbero fare una strage ma possono soltanto sorridere. Mai come in altri momenti han pensato di licenziarsi. Come possono quindi fare un buon lavoro, così depressi? E si noti che i piani altissimi, quelli alla Gordon Gekko, quelli che “il denaro non dorme mai” ebbene quelli non hanno fatto ferie, nossignore: magari erano ai caraibi, ma avevano sempre con sé il computer e il telefonino. Peccato che non siano loro a dover operare fisicamente sui mercati, e lasciano tutto in mano agli operai dei numeri e dei grafici che però si trovano in uno stato di shock per l’essersi resi conto di trovarsi di nuovo in ufficio (e magari fuori piove).

Ed ecco dunque svelato, a mio parere, perché dal Novecento in avanti le crisi finanziarie sono avvenute quasi sempre in ottobre. Nei secoli precedenti il XX° i diritti del lavoratore non erano ancora evoluti, e non esisteva il concetto di ferie pagata. Con il consolidamento dei sindacati e con l’uniformità dei calendari lavorativi è stato concesso al dipendente di assaggiare la libertà, salvo poi gettarlo nuovamente tra le soffocanti scrivanie degli open space. E i grandi statisti, i geniali imprenditori, i fenomeni dell’alta finanza non si rendono conto di aver delegato operazioni sensibili a gente letteralmente scoglionata, che ricomincia a lavorare in maniera approssimativa e sfaticata. Poi gli effetti si vedono in breve tempo: gli errori di distrazione di settembre cominciano ad accumularsi in tutto il mondo, per poi scoppiare il mese successivo. A quel punto però ci si è tutti già  dimenticati delle vacanze passate e non si pensa a quelle future (Natale è fin troppo lontano), e arriva il giorno in cui ci svegliamo e cadiamo giù dal pero leggendo: Wall Street ha raggiunto il minimo storico, chiudendo sotto il livello ‘Leone di Lernia’?.

Quindi, lettrici e lettori, preparatevi all’autunno. E se lo spread sale e Piazza Affari scende, non accusate i banchieri e i capi di stato: è tutta colpa di noi lavoratori.

Uber ≠ pirateria

in economia by

Uber opera in un mercato che è, sostanzialmente, quello dei taxi. Se prendiamo per buono il modello di concorrenza perfetta così come da un manuale di economia del primo anno, in cui tante imprese sono ciascuna troppo piccola per influenzare i prezzi, si può pensare a ciascun tassista come a una impresa che prende i prezzi per dati – ed è portata dalla concorrenza a non realizzare alcun profitto. Nella realtà, gli Stati hanno imposto una regola che viola le ipotesi di base del modello (non c’è libertà di entrata), quindi i profitti possono essere positivi; i tassisti uscenti, poi, hanno privatizzato le licenze, ed esse hanno quindi acquisito un valore uguale – grossomodo – alla somma dei profitti futuri, pesata per un tasso di sconto, del tassista entrante. Ora, dal momento in cui la licenza viene acquistata, essa mantiene il suo valore per l’acquirente se non lo Stato non ne emette di nuove. Per questa ragione, i tassisti hanno sempre avversato l’emissione di nuove licenze. Poiché nella maggior parte dei Paesi questa pretesa ha avuto successo, il valore delle licenze è aumentato nel tempo.

Esistono però delle altre licenze con un valore di mercato positivo – anche molto grande. Sono le licenze non emesse. Man mano che la domanda potenziale di servizi di taxi aumentava, il valore di queste licenze non emesse seguiva questo aumento. Dovrebbe essere chiaro a tutti, a questo punto, che non emettere quelle licenze significa privarsi di parecchio valore aggiunto, in altre parole diventare più poveri.  Cos’è, allora, il valore di UBER? UBER, al netto della innovazione tecnologica dell’app, del marketing e di altre piccole cose, vale molto perché il suo valore rispecchia l’aspettativa che sia abbastanza forte – politicamente – da far emergere quelle licenze “fantasma” e appropriarsi quindi di una parte importante di quel surplus.

Prima lezione da UBER: se restringi la concorrenza in un mercato per troppo tempo, a un certo punto qualcuno vorrà forzare le regole per appropriarsi di una parte del surplus che quelle stesse regole impediscono di produrre, perché il guadagno atteso sarà più alto di qualsiasi sanzione. Allo stesso tempo, i privilegiati dalle regole anticompetitive faranno di tutto – anche al di fuori della legge – per impedire al nuovo concorrente di entrare sul mercato.

Questo è quanto per UBER. La storia è simile, anche se meno intuitiva, per AirBnb: la app si inserisce effettivamente in un mercato ultra-regolamentato, quello della ricezione alberghiera, mostrando sia che il mondo va avanti benissimo senza molte regole imposte agli alberghi, sia che quelle regole hanno effettivamente ristretto in maniera significativa la concorrenza nel settore, al punto che AirBnb si è appropriato di molta domanda latente, ma gli alberghi tradizionali sembrano non risentirne. È vero anche, però, che il servizio offerto da AirBnb è anche in qualche misura qualitativamente differente: si può scegliere di utilizzarlo in un Paese di cui si conosce poco anche per sfruttare la permanenza dall’ospite come finestra su quei luoghi, mentre la sosta in un albergo è tipicamente più impersonale. In ogni caso, gli alberghi che lamentano la concorrenza di AirBnB fanno bene, in quanto incumbent, a chiedere che vengano applicate a tutti le regole che loro già rispettano. Dal punto di vista del benessere generale, però, sarebbe meglio trovare un punto d’incontro tra la deregolamentazione totale di cui beneficia l’app e la follia kafkiana imposta agli altri, possibilmente nella direzione di un insieme minimo di regole basate sull’esperienza di AirBnB e non su quella degli alberghi esistenti.

Se AirBnB apre nuovi modi di fare vecchie cose, Amazon fa così bene il business tradizionale da spazzare via chiunque cerchi ancora di praticarlo. Aggira inoltre parte della folle pressione fiscale a cui sono sottoposti gli esercizi commerciali tradizionali. Per questo molti librai lo avversano. Francamente non riesco a solidarizzare, se non rispetto alla questione delle tasse – ma ancora una volta in pochi chiedono di pagarne meno, i più preferiscono vedere qualcun altro pagarne di più. Ho comprato libri per molti anni dai librai, fino all’avvento di Amazon. La mia esperienza come consumatore non ha risentito della mancanza di un negoziante con cui interfacciarmi – se è così, la colpa non può essere di Amazon, ma di chi ha interpretato il proprio mestiere di libraio come se fosse poco più di un cassiere da supermercato. Confido che Amazon forzerà le librerie che vogliono sopravvivere – e sopratutto le nuove che nasceranno – ad essere più che asettici negozietti generalisti. In qualche caso, noto, sta già succedendo: librerie che assomigliano sempre più a bar, o a centri culturali, o si specializzano in un genere (la letteratura sudamericana, la saggistica contemporanea, l’esoterismo, i volumi “tecnici” di natura giuridica o scientifica) e assumono gente competente, in grado di orientare il cliente e contribuire alla sua scelta. Un miglioramento delle condizioni di tutti, a patto di sapersi adattare.

Infine, Napster. Anche nel caso di Napster, la novità non era tanto la tecnologia, quanto la pretesa di legittimità del business. Napster nasce, sostanzialmente, da una evoluzione delle chat stile IRC in cui i primi utenti di Internet scambiavano file musicali, spesso prendendoli da cd trafugati nelle fabbriche delle major. Il New Yorker ha pubblicato una spassosa biografia di uno degli “pionieri” di questa attività, qualche mese fa (link). Chi aderisce alla teoria secondo la quale la proprietà intellettuale rappresenta una ingiustificata pretesa monopolistica sui prodotti di ingegno (è una posizione che sta guadagnando qualche consenso, e che personalmente trovo convincente, si veda qui) vede Napster esattamente come io ho descritto UBER: una attività che irrompe abbattendo le barriere monopolistiche che sono state artificialmente, ed erroneamente, poste a difesa del beneficio di qualche privilegiato. Oggi il file sharing ha preso strade difficili da immaginare ai tempi di Napster, ma è un fatto indiscusso, una cosa con cui fare i conti. L’industria della musica, con grande sorpresa di chi sosteneva il contrario quindici anni fa, è ancora in piedi – e chi ha saputo innovare fa più soldi di prima.

In breve, la sharing economy non è niente altro, fin dai suoi inizi, che un modo per sfruttare alcune piccole innovazioni tecnologiche allo scopo di aggirare delle barriere artificiali o tecnologiche alla libertà di impresa. Non ha nient’altro di innovativo, di straordinario, di rivoluzionario. Pone problemi nuovi rispetto a cosa sia il lavoro, lo studio, la difesa del consumatore, questo sì. I soliti che, alla fine, scelgono sempre e comunque di stare dalla parte avversa al libero mercato, piú per una sorta di feticismo dell’ordine che per ambizione di giustizia, sostengono che questi “problemi nuovi” sono in realtá la fine della dignitá del lavoro, la fine della classe media, l’inutilità dello studio come ascensore sociale, la distruzione di ogni difesa del consumatore. Balle. Ogni volta che si sono aperti dei mercati si è semmai sostituita una classe media esistente con una nuova, di solito piú estesa. Nel processo, ovviamente, ci sono stati e ci saranno vincitori straordinari (i fondatori di Google, Facebook e altri sono lí a rappresentarli), e grandi sconfitti (i commercianti che vendevano cd ieri, i tassisti domani). Ma viviamo ormai in società ricche: se riuscissimo a interrogarci su come salvare gli sconfitti e fornire a tutti le chance di competere, invece che impedire che emergano dei vincitori, non staremmo facendo altro che il nostro dovere. E riusciremmo a rimanerlo, ricchi. Per tutto il resto c’è la Grecia – o l’Italia.

 

Salvini, la leva, e la destra

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Cercasi destra seria disperatamente. Non bastassero le ormai quotidiane figure di palta rimediate dal Nostro con le sue sparate sugli immigrati, ora Salvini ha la sua anche sul servizio militare:

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Ora, l’Italia ha avuto anche una destra non seria, ma migliore di questa. Giova ricordare, ad esempio, che il ministro che ha dato il nome alla fine del servizio di leva in Italia è stato un ministro del secondo governo Berlusconi.

Erano tempi in cui, per lo meno, si fingeva di rifarsi a pensatori liberali – come Milton Friedman, che negli anni 60 fu il piú strenuo sostenitore dell’abolizione del servizio di leva. Richard Nixon, repubblicano, fece sua la proposta durante la campagna delle presidenziali nel 1968, e mantenne la promessa: dal 1973 in poi, nessuno fu piú obbligato a servire nell’esercito.

È istruttivo spendere quattro minuti per questo breve filmato sul ruolo di Milton Friedman come intellettuale pubblico nel dibattito sul tema.

Estratto:

In una testimonianza di fronte alla Commissione Gates, il Generale Westmoreland disse che non voleva comandare su un esercito di mercenari. Milton Friedman lo interruppe per chiedere “Generale, preferisce comandare su un esercito di schiavi?”, domanda a cui il militare replicò , “Non mi piace che si riferisca ai nostri patriottici coscritti come schiavi!”, così Friedman: “Non mi piace che lei si riferisca ai nostri patriottici volontari come mercenari. Se loro sono mercenari, signore, allora io sono un professore mercenario e lei è un generale mercenario; veniamo curati da dottori mercenari, seguiti da avvocati mercenari, e compriamo la carne da macellai mercenari!

 

 

La sostenibilità del debito greco

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Premessa (ancora): questo articolo avrebbe dovuto essere semplicemente la seconda parte di un discorso sui vari fraintendimenti che popolano il dibattito sui fatti correnti in Europa. Quando è diventato evidente che il primo era già fin troppo lungo, ho deciso di spezzarlo.

Aprire un giornale a caso, specialmente se americano o dell’Europa meridionale, porta con la quasi assoluta certezza al ritrovamento di un editoriale (talvolta anche di gente colpremionobbel, signoramia) in cui vari e coloriti ragionamenti partono da una indiscutibile premessa: l’insostenibilità del debito greco. Tipicamente questa premessa prende le forme di una esortazione a guardare la realtà, come se non fosse possibile prenderne atto a meno di vivere sulla Luna.

Eppure.

Che i debiti si debbano sempre pagare è una posizione, diciamo, più di natura morale che economica. La storia è piena di esempi di debiti ripudiati o non onorati; è una scelta basata su costi e benefici, come in tutti i casi. Quali siano gli effetti di questa scelta, però, non è possibile dirlo ex ante: gli esempi noti vanno in direzioni molto diverse, anche se (mi) sembra che le ristrutturazioni di successo siano quasi tutte post-belliche, mentre quelle che aprono il ciclo di instabilità finanziaria e quindi nuovi default seguono periodi di incontinenza fiscale.
In ogni caso, un paese puó comunque vedersi costretto a fallire se, alla scadenza di una quota del suo debito non trova nessuno disposto a comprare nuovi titoli in modo da ripagare i creditori, nè dispone di liquidità sufficiente per estinguere la posizione in scadenza. Quando il debito è tanto, gli interessi sul debito sono alti, e la crescita del PIL è bassa, un paese può trovarsi ad aumentare il rapporto tra debito e PIL anche solo per inerzia. Un esempio: l’Italia ha quasi sempre tassato piú di quanto abbia speso al netto degli interessi negli ultimi vent’anni, ma ciononostante il debito pubblico è cresciuto piú del PIL. Questa dinamica ovviamente aumenta la probabilitá di trovarsi a dover dichiarare default anche se non lo si desidera.

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Ora possiamo parafrasare l’espressione abusata del giorno, che diventa: la Grecia di oggi ha ereditato un debito pubblico talmente elevato che in un futuro prossimo si troverà nelle condizioni di non poter rifinanziare una delle rate e dovrà dichiarare default.

Questa affermazione era vera all’inizio della crisi, ma da allora sono successe tantissime cose. È sorprendente vedere i commentatori di varie fazioni ignorare i fatti per continuare a ripetere lo stesso mantra. Andiamo appunto alla Primavera-Estate del 2011, quando le sfilate lasciano intendere che nella stagione successiva andrá di moda il gomblotto tedesco / bancario / eurocratico / farmaceutico / etc.. Due anni prima la crisi avrebbe posto la Grecia in condizione di fallire: evidentemente persuasi dall’idea che tale situazione fosse temporanea, gli altri stati europei avevano “salvato”  il Paese lanciando un primo pacchetto di aiuti condizionale al rientro del deficit e a riforme atte a migliorare la crescita. Cosí, nel 2011, il disavanzo pubblico greco ammonta ancora al 10% del PIL (quello al netto degli interessi al 5%), il debito è il 140% del PIL e per l’anno si prevede un aggravarsi della recessione.  Inoltre, molte delle riforme promesse dall’esecutivo sono al palo. In questo scenario, il debito greco è insostenibile e non per cause temporanee. Nel Giugno dello stesso anno, Wolfgang Schaüble esce dal covo dei cattivi e manda una lettera a BCE e FMI auspicando una ristrutturazione del debito greco.

La ristrutturazione del debito greco diventa il tema dei meeting dell’autunno-inverno 2011/2012, e si conclude con una serie di operazioni – i dettagli tecnici sono ben riassunti qui – che riducono il valore del debito greco coinvolto nel processo del 50% (circa 107 miliardi di euro: per farsi un’idea, il PIL greco era di circa 210 miliardi). Il dato ufficiale “debito/PIL” non cambia, ma cambia (e molto) la sostenibilità dello stesso, perchè vengono cambiate (spostate in avanti) le scadenze per il pagamento del capitale e spalmati nel tempo i pagamenti degli interessi. Ovviamente, se io ho un credito di 10 esigibile oggi, quel credito vale 10. Se il credito di 10 è esigibile tra quarant’anni,è tanto che valga 5. Donde, il trasferimento di 107 miliardi. Come si vede qui, i pagamenti si estendono oltre il 2050. Nemmeno Paperino è mai riuscito a spostare il pagamento dei suoi debiti in avanti nel tempo come hanno fatto i greci. Per fare un paragone, il debito italiano oggi ha una scadenza media nel 2021; quello greco nel 2032!

Spalmare nel tempo i debiti ha anche effetti sugli interessi che si pagano ogni anno; poichè, come sopra, se gli interessi pesano meno, il rischio che il debito esploda anche quando si spende meno di quanto si tassi è minore, questo ha posto la Grecia su un sentiero di maggiore sostenibilità. Per dirne una, la spesa per interessi in Grecia è oggi inferiore rispetto a Italia e Spagna, e comparabile a quella francese:

 

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Ovviamente, se la crescita del PIL non c’è, tutti questi ragionamenti valgono poco. Ma, prima dei casini di Tsipras, le previsioni di crescita greche erano rosee (2,9% per il 2015, si veda qui a pagina 50). Per chi dice, giustamente, che le previsioni possono sbagliare: sì, sbagliano anche per difetto, e nell’ultimo trimestre del 2014 era successo proprio questo. Che poi, giusto per guardare a cosa si scriveva in quei mesi, ecco spuntare:

Those fears have also grown amid fresh concerns over Greece’s volatile political landscape. Early next year, Greece’s government must ask parliament to vote for a new head of state when the current one’s five-year term ends. (…) Public opinion polls suggest national elections would likely bring the antiausterity opposition Syriza party to power. (…) «Greece will achieve its full-year GDP target, but the problems will emerge again during the fourth quarter of the year, and are expected to remain in 2015 and maybe 2016,» said Panagiotis Petrakis, economics professor at Athens University. «Economic activity is likely to be stressed because of the political uncertainty.»

E cosí è andata. Nel Gennaio di quest’anno Syriza è andata al potere, e quello che è successo è ancora fresco nella memoria di tutti. In questo caso la lezione è abbastanza chiara ed univoca: quanto è successo negli anni 2011-2014 rendeva non necessariamente vera l’affermazione circa l’insostenibilitá del debito greco. C’erano fragilitá, ma in assenza di troppe cattive notizie le cose potevano anche prendere un corso positivo. La campagna di Syriza, echeggiata dai populismi di tutto l’Occidente, insieme ai fumosi preminobbel di cui sopra, è partita da una premessa sostanzialmente autodistruttiva, cioè che il disastro fosse inevitabile. Ed oggi, a quanto pare, è molto vicina ad essere riuscita nell’obiettivo di farlo accadere.

 

Nel post scriptum, vi invito a comparare questa narrazione, se la ritenete quantomeno coerente, possibilmente fondata su qualche dato di realtá e magari anche sensata, con il tipico prodotto dell’opinionismo italiano. Una (mostruosa) rassegna:

1. Alessandro Gilioli;
2. Christian Raimo;
3. Carlo Clericetti;
4. Marco Valeri
5. Nino Galloni

 

 

 

 

La verità su IMF e austerità

in economia by

Premessa: sono di solito abbastanza restio a scrivere post “tecnici”: non interessano a nessuno, e al peggio si rischia sempre di essere impiccati a una imprecisione come giusta punizione per essersi messi col ditino a spiegare le cose. So giá che mi pentiró di aver derogato a questo principio.

Da qualche tempo la blogosfera, la tv e la carta stampata riportano come un fatto acclarato la presa di distanze “del Fondo Monetario Internazionale” dalle politiche di austeritá. Giusto ieri sera in tv, per fare un esempio, quel gran pezzo d’economista che è Giulio Sapelli – non mi è chiaro quante pubblicazioni in giornali peer-reviewed abbia l’uomo, ma lui si dice economista e lo invitano sempre, avrá ragione – diceva che “l’austeritá ha fallito, come ha detto il capo dell’OCSE (ehm) Gustave Blanchard (ehm^2)“.

Ora, l’affermazione come sempre in questi casi mescola veritá e menzogna, approssimazione facilona ma perdonabile e un po’ di tendenziositá che suggerisce malafede. Perdonabile è la confusione su ruolo e affiliazione di Blanchard, il quale è stato capo economista del Fondo Monetario Internazionale, e non “capo” dell’OCSE. Certo, a uno che discetta con la sicumera di Sapelli si è tentati di far pagare anche questi scivoloni, ma non è tra i problemi sostanziali. Il primo problema, piuttosto, è la tecnica retorica: si attribuisce un carattere ideologico a una istituzione (il FMI come un inesistente tempio dell’ortodossia economica, o dell’austeritá, o altri concetti abbastanza vaghi), e quindi si afferma che anche tale istituzione ha smentito uno dei tratti che gli si sono attribuiti.

Il Fondo Monetario ha sempre assunto la parte del cattivo nei casi in cui ci si è trovati a fare i conti con tensioni sui debiti pubblici. Questo è accaduto in parte perchè, per i politici locali, è piú facile forzare i rapporti di causa-effetto addebitando alla comunitá internazionale i casini creati in loco e offrire un capro espiatorio, in parte perchè lo stesso FMI rivestendo un ruolo “tecnico” porta aspettative di infallibilitá che vengono puntualmente disattese.
Il tradimento delle aspettative non è solo un risultato dello stravolgimento politico delle misure a vantaggio delle lobbies locali, ma anche dovuto alla natura delle misure stesse: la nostra conoscenza dei fatti economici è ancora molto limitata, quindi proporre le misure ottimali è semplicemente un obiettivo fuori portata. Si devono prendere molte scelte, e quando se ne prendono tante, il rischio di scoprire ex post di essersi sbagliati non è certamente zero.

Nel caso dei commentatori piú sofisticati, il paragrafo precedente è dato per scontato, e si dice: bene, Olivier Blanchard ha dichiarato che le misure di austeritá sono state mal congegnate, quindi bisogna apprendere la lezione e cambiare politiche per il futuro. Anche questa, se pur meno clamorosa, è una forzatura.

Il dibattito che nella cultura pop ruota attorno al termine “austeritá” in accademia ruota invece intorno alla parola “moltiplicatore”: il moltiplicatore, in breve, è un magico numerino, diciamo x, per cui se un governo aumenta/riduce le tasse o la spesa pubblica di 1 il PIL di quel paese diminuisce/aumenta di x. Siccome per comoditá si ragiona in percentuali, nel caso piú semplice si puó immaginare che il moltiplicatore sia 1 se un aumento delle tasse dell’1% fa diminuire il PIL dell’1%.  Chiaramente, se il moltiplicatore è maggiore di 1, ridurre il deficit in tempi di crisi per scongiurare il rischio di default puó rivelarsi controproducente, perchè il PIL si riduce piú che proporzionalmente, e il rapporto debito/PIL esplode, mentre se è minore di 1 si tratta di una scelta razionale: il PIL diminuisce, ma tornare su un sentiero sostenibile del rapporto debito/PIL porta benefici tra le altre cose in termini di minori interessi, che si trasmettono all’economia reale in qualche trimestre.

Riassunto della sparata di Sapelli con quello che sappiamo finora: Olivier Blanchard ha stabilito, dopo aver osservato gli anni della crisi, che il moltiplicatore è maggiore di 1. In queste circostanze, uno stimolo fiscale finanziato con ulteriore debito puó rivelarsi una scelta piú azzeccata di una stretta fiscale.

Piccolo passo indietro. L’inizio della crisi, con le finanze pubbliche ballerine dei paesi europei, ha chiarito che il tema del debito sarebbe diventato caldo. Stime di moltiplicatori volavano da tutte le parti, da Alesina e Ardagna  a Romer e Romer, e la letteratura sui default ha vissuto una seconda giovinezza, con Rheinart e Rogoff  finiti in mezzo a un’indegna gazzarra per due linee di Excel su un paper non peer reviewed.
Anche il Fondo Monetario ha un suo dipartimento di ricerca, e in quegli anni ha pubblicato uno studio (questo) in cui si suggeriva che, per farla breve, sto moltiplicatore fosse minore di uno. Date certe condizioni, etc., ma insomma: in politica si semplifica e il messaggio che è passato è stato che il FMI avesse una linea dettata da questo paper. Ora, il FMI è un organismo internazionale che prende posizioni un filino piú articolate. Ma, a prescindere da questo, chi lavorava al Fondo aveva piena contezza della non assoluta affidabilitá di queste stime, in un mondo in cui non vi era alcun consenso su quale fosse una stima credibile di questo moltiplicatore.

A un certo punto, siamo nel 2012, il FMI pubblica il suo solito World Economic Outlook. A pagina 41 del documento (trovate qui), Blanchard afferma di suo pugno che “(…) actual fiscal multipliers were larger than forecasters assumed.  (…) our results indicate that multipliers have actually been in the 0.9 to 1.7 range since the Great Recession“. La cosa genera un boato di giubilo nella stampa di sinistra mondiale, che vede finalmente un appiglio istituzionale per poter affermare la sua tesi – si veda, ad esempio, il Guardian.

Questa è la famosa “ammissione” di cui parlano tutti. Posto che detta “ammissione” non suona certo come una inversione a U delle posizioni di Blanchard (se in macroeconomia ha ancora senso parlare di impostazione teorica o di scuola, Blanchard puó essere classificato come keynesiano), bisogna poi vedere se un risultato del genere tiene. Va ricordato, infatti, che un IMF report non è soggetto allo stesso scrutinio di un articolo su una rivista peer reviewed.

E infatti, puntualmente, è bastato che qualcuno si mettesse a cercare di replicare i dati del boxino di Blanchard sul WEO per scoprire che quei risultati non erano a prova di bomba: in pratica, bastava togliere la Grecia dal campione per far crollare il moltiplicatore. Ovviamente, un risultato in cui basta togliere una osservazione dal campione perchè cambi tutto non è una piattaforma solidissima da cui sparar sentenze. Eppure viviamo ancora nell’onda lunga di un boxino, su un report WEO, che un giornalista del Financial Times ha mostrato non essere scritto bene.

In conclusione: quanto sono grandi, sti benedetti moltiplicatori? Personalmente, per quel che conta la mia opinione (ed è molto poco) ritengo che la domanda sia mal posta. Innanzitutto, trovo ci sia una attenzione esagerata per gli effetti di breve periodo di questa o quella scelta politica, senza considerare che tipo di sistemi di incentivi certe politiche finiscono per fare affermare. Anche se il moltiplicatore fosse maggiore di 1 potrebbe non essere una scelta intelligente procedere a piani di stimolo, e viceversa. Ed è assolutamente possibile che, anche se si riuscisse a stimare correttamente l’effetto delle politiche fiscali nelle serie storiche a disposizione, questo ci direbbe pochissimo sugli effetti futuri.

Il dibattito sull’austeritá è in realtá non altro che il riflesso del tentativo di legittimare un crescente o ridotto ruolo dell’intermediazione pubblica come soluzione alla crisi, da parte di persone con chiari obiettivi politici. Ma un dibattito in cui le posizioni su un tema sono in realtá posizionamenti tattici su un altro tema di fondo non è un dibattito in cui prendere sul serio le posizioni di nessuno. Meglio disintossicarsene: se uno parla di austeritá, cambiate canale.

La Grecia, l’Europa e il gioco del pollo

in economia/mondo/politica by

Al di là delle questioni di merito (che lascio a gente ben più esperta di me in materia), quello che mi colpisce maggiormente di questa storia è che Grecia e (semplificando) Europa, invece di sedersi a un tavolo e cercare concretamente e responsabilmente una soluzione a questo casino, si siano messi a fare il gioco del pollo.

Cos’è il gioco del pollo? È questo qui sotto (minuto 2:35).

Perché, vi chiederete, di fronte ad uno snodo cruciale come quello a cui stiamo assistendo, i leader dei paesi coinvolti ci cimentano in quello che santa wikipedia martire ci spiega essere un passatempo da deficienti? Perché il loro scopo non è trovare la soluzione migliore al problema (la Grecia non ha i soldi ERGO se va per stracci l’Europa i suddetti soldi non li rivedrà mai) ma far contente le rispettive tifoserie che li dovranno votare alle prossime elezioni. Ed ecco quindi Tsipras che tira fuori un referendum con una settimana di preavviso (paventando le dimissioni in caso di esito negativo) per gettare in faccia alla Merkel* che ha dalla sua parte l’intero popolo greco (anche perché è stato eletto col 36%), e la troika insistere con le misure che già avevano fatto casino la volta precedente e ispirate, almeno in parte, su uno studio quantomeno controverso (ma che per altri paesi, tipo Irlanda e Portogallo, hanno effettivamente funzionato).

Il bello del gioco del pollo è che l’unico motivo razionale per giocarci è essere convinti che l’altro si farà più male di te nello schianto (specie se entrambi i contendenti si affidano alla teoria del pazzo). Ho quindi la netta impressione la vera scommessa in ballo sia su cosa succederà quando la Grecia uscirà dall’euro con Tsipras che spera, almeno nel medio periodo, di cavarsela non troppo male (cosa che distruggerà l’idea stessa di austerity visto che nessuno mangerà più la minestra potendo saltare agilmente dalla finestra) e la Merkel che tifa per uno scenario Maxmaddesco/Kenshiriano da usare come monito per il prossimo stronzo che proverà a fare il furbo.

Per riepilogare la stupidità della situazione osserviamo che

1) Tutti gli attori coinvolti ritengono assolutamente normale scommettere sulla pelle di undici milioni di tizi

2) Qualsiasi esito ci sia nella vicenda l’idea stessa di Europa è probabilmente defunta nella mente di tutti i suoi cittadini

3) È la terza volta in 150 anni che la Germania raggiunge l’apice della sua potenza e si prodiga per buttare tutto nel cesso: stavolta è forse la peggiore di tutte in quanto avrebbe concretamente potuto guidare l’Europa ad assumere un ruolo chiave nello scacchiere internazionale (scusate l’orribile espressione da bignami del giornalismo). Immaginate un’Europa forte e unita come interlocutore credibile verso la Russia in alternativa agli USA (anche lì un bel gioco del pollo) e ponte verso Africa e Medio Oriente. Cara signora Merkel, in vista della prossima volta assuma come spin doctor il Dr. Jack Shephard.

4) L’ho già detto ma vale la pena ripeterlo: se la Grecia va per stracci, i debiti NON LI PAGHERÀ MAI: per la cronaca buona parte di quei debiti sono nei confronti dell’Italia. E questo ci porta a

5) Renzi fa la figura del tizio che, non avendo studiato un cazzo, pensa che sputtanando il compagno di banco con la maestra si salvi il culo dall’interrogazione. Anche in una situazione di merda, riusciamo comunque a distinguerci alla grande.

*Si intenda “Merkel” come personificazione della Troika, e dei vari elettorati nordeuropei

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