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Cari comunisti, Israele è roba vostra

in politica/storia by

Un paio di post fa si è mostrata l’incompatibilità teorica tra comunismo e qualsiasi forma di dottrina religiosa, tuttavia è risaputo che  durante la guerra fredda i rapporti tra i comunisti e gli stati islamici furono intensi e duraturi. Ciò che è meno noto è il fatto che senza l’apporto dei comunisti non sarebbe mai nato lo stato di Israele. Visto che la questione israeliana è uno dei verminai del secondo Novecento, per il quale ancora oggi si è lontani da trovare un rimedio, vale la pena approfondire il tema.

Riflessioni di questo tipo possono sembrare un’assurdità per i duri e puri della sinistra moderna, non bisogna però dimenticare che la maggior parte degli alti gradi del partito bolscevico della prima ora erano composti da ebrei: Zinov’ev, Trotsky e persino Lenin, che aveva parenti ebrei.

Tale preponderanza della componente israelitica, seppur laica, spinse politici del calibro di Churchill a considerare il comunismo come un “complotto del giudaismo internazionale” (esternazione già sentita, vero?). A ben guardare erano pochi gli stati membri in Europa orientale nei quali gli ebrei non fossero ai vertici del Partito: in Ungheria i padri del comunismo come Kun erano ebrei, a Praga ̶  per dirla con le parole di Gobbeles  ̶  i medesimi ebrei “infestavano il governo”; erano inoltre ebrei anche i filosofi di rifermento come Lukács e, nemmeno a dirlo, Karl Marx.

Al termine della seconda guerra mondiale, per tenere fede alla dichiarazione Balfour, oltre che sull’onda emotiva di ciò che era successo durante il conflitto, l’ONU riconobbe lo Stato di Israele, al quale doveva essere affiancato uno stato palestinese. L’intervento americano e occidentale in assemblea fu tiepido, mentre furono decisivi il voto e l’arringa dell’URSS: ciò contribuì a far scoppiare il primo conflitto arabo-israeliano. Per Israele era in gioco la propria esistenza, gli stati arabi lottavano per una parte del territorio che consideravano loro; nel mezzo c’erano i palestinesi, privi di esercito e ritenuti dai loro fratelli arabi scevri da ogni diritto.

Per farla breve, Israele si salvò grazie agli ingenti aiuti militari e logistici forniti dai comunisti cecoslovacchi. In questa prima fase della nascita dello stato di Israele gli USA mantennero le distanze, poiché pensavano di compromettere i rapporti con i partner commerciali arabi; d’altro canto inglesi e francesi erano fortemente contrari alla formazione di uno stato che minava la loro influenza nell’area. La tensione internazionale crebbe quando gli USA protestarono ufficialmente con il governo cecoslovacco a causa dell’aiuto “illegale” procurato da quest’ultimo agli ebrei di Palestina.

Resta da spiegare perché i comunisti cecoslovacchi aiutarono Israele. A questo proposito bisogna ribadire che a Praga gli ebrei si trovavano in tutti i gangli del Partito, per di più la Cecoslovacchia era il paese sovietico in cui il numero di sinagoghe era aumentato maggiormente durante i primi anni di comunismo. A quel tempo si pensava inoltre che Israele si sarebbe potuto unire all’Internazionale Comunista in un numero esiguo di anni.

Dopo la vittoria della guerra Israele si consolidò e nel giro di pochi mesi si assistette a uno dei più grandi stravolgimenti delle relazioni internazionali che si ricordi, con gli USA a sostegno dello stato di Ben Gurion e l’URSS sempre più distante nei confronti degli ebrei, sia dentro che fuori dai propri confini. In seguito iniziarono le purghe interne e le denunce di fantomatici complotti giudeo-capitalisti (dovuti alla definitiva affermazione del panslavismo sostenuto fermamente da Stalin), ci fu l’eliminazione di molti quadri in Ungheria e Cecoslovacchia durante le rispettive “rivoluzioni”, infine si ebbe l’avvicinamento all’asse arabo prima e al movimento di liberazione palestinese poi.

Questa è una pagina della storia del movimento comunista mondiale che rimane sempre nelle retrovie. I “compagni”  di oggi, rigorosamente antisionisti, spesso non la conoscono nemmeno. Da un lato ciò va imputato al fatto che quasi tutta la sinistra radicale odierna ripudia l’esperienza sovietica  ritenuta deviata dallo stalinismo. Dall’altro lato i reduci più ortodossi si sono anagraficamente formati un momento in cui l’Urss e i partiti comunisti occidentali sostenevano la causa palestinese. Nei primo anni 50 la situazione era un po’ più complessa: le alleanze sovietiche vanno considerate come contingenti, ricordando che il fattore religioso fu sempre impiegato in base a interessi di potenziamento e di influenza specifici della potenza comunista.

Brexit e le leggi fondamentali della stupidità umana

in società/storia by

In questi tempi di Brexit, sadomasochismi nazionalisti e velleitarismi autarchici, mi sembra doveroso rievocare le cinque leggi fondamentali della stupidità umana secondo lo storico padovano Carlo M. Cipolla:

Prima Legge Fondamentale: Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione. Investitori in borsa, sondaggisti e scommettitori hanno puntato fino all’ultimo sulla sconfitta del fronte leave al referendum britannico, rimanendo così clamorosamente smentiti dai fatti.

Seconda Legge Fondamentale: La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa. A sostegno di questa tesi, ci si limiti a dare uno sguardo alle dichiarazioni del magnate di successo e candidato alla presidenza americana Donald Trump, in visita proprio in questi giorni in Scozia (paese a maggioranza europeista).

Terza (ed aurea) Legge Fondamentale: Una persona stupida è una persona che causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé od addirittura subendo una perdita. Gli effetti immediati e breve-medio termine dell’esito del referendum avranno ripercussioni sul piano socio-economico tanto sulla Gran Bretagna che sul resto d’Europa. A questo punto è lecito domandarsi chi sarà il primo a crollare: lo stupido o la sua vittima?

Quarta Legge Fondamentale: Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare i non stupidi dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, ed in qualunque circostanza, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore. Un buon punto per riflettere sugli isterismi antieuropeisti di casa nostra, spesso sostenuti e portati avanti da personaggi lombrosianamente inaccettabili.

Quinta Legge Fondamentale: La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista. Gli effetti di una minoranza numerica (in termini assoluti europei) incolta, mal informata e xenofoba su un intero continente la dice lunga sul potenziale nocivo dello stupido antropologico.

            Corollario: Lo stupido è più pericoloso del bandito. Infatti nessun bandito ha mai causato una                 recessione economica.

Insomma, non rimane che aggrapparci alla metodologia umoristica di un storico sopra le righe per far fronte ai tornanti imprevedibili della Storia. Il resto è in mano al caos primordiale della stupidità umana.

k

Soundtrack: Morire per delle idee“, F. De Andrè (G. Brassens)

Francia, patria della democrazia e della libertà

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Si è parlato molto in questi giorni del valore della Francia come culla di principi democratici e libertari. A seguire dunque, 10 fatti storici che illustrano perfettamente l’attitudine d’Oltralpe al rispetto della vita e della libertà degli individui.

  1. 2 novembre 1793: la drammaturga Olympe de Gouges, autrice della Dichiarazione universale dei diritti della donna e della cittadina, viene ghigliottina per ordine del tribunale rivoluzionario, a causa delle accuse di violenza che la scrittrice aveva rivolto pubblicamente a Robespierre.
  2. 2-3 maggio 1808: il generale napoleonico Gioacchino Murat ordina di catturare e fucilare i popolani e contadini di Madrid che si erano ribellati all’invasione francese. La sommossa e la successiva repressione causano migliaia di morti fra le fila spagnole.
  3. Settembre-ottobre 1880: Pëtr Il’ič Čajkovskij compone l’Ouverture 1812, brano che nelle intenzioni dell’autore doveva commemora la fallita invasione della Russia da parte delle truppe napoleoniche. Il tema dell’invasore francese viene rappresentato dal motivo de La Marsigliese.
  4. Gennaio-luglio 1889: la conquista coloniale del Ciad ad opera della Francia, detta “mission Voulet-Chanoine” (dal nome dei generali che comandavano il corpo di spedizione) degenera in una violenza sistematizzata nei confronti dei civili che non vogliono collaborare. La cittadina di Birni N’Konni, con circa 10.000 abitanti, viene completamente rasa al suolo.
  5. 16 e 17 luglio 1942: più di 13.000 Ebrei residenti a Parigi (di cui un terzo bambini) vengono rastrellati dalla polizia francese e condotti in massa al Vélodrome d’Hiver, per poi essere trasportati in treno al campo di concentramento di Auschwitz.
  6. Maggio 1944: il Corpo di spedizione francese in Italia, composto da soldati marocchini al comando di ufficiali francesi, si rende responsabile in Lazio dello stupro di circa 20.000 persone tra donne, vecchi e bambini.
  7. 23 novembre 1946: la marina francese bombarda il porto di Haiphong, in Vietnam, nel tentativo di riconquistare l’ex colonia dichiarata indipendente da Ho Chi Minh. Nei bombardamenti muoiono circa 6.000 civili.
  8. 17 ottobre 1961: circa un centinaio dei 15.000 algerini che stavano manifestando pacificamente per le vie di Parigi contro l’occupazione francense della loro nazione, vengono uccisi a colpi d’arma da fuoco e manganellate dalla polizia gaullista.
  9. 31 luglio 1968: in Francia viene votata una legge che concede l’amnistia per tutte le infrazioni commesse dai militari francesi durante la guerra d’Algeria (1954-1962). Fra queste vengono incluse le torture inflitte alla popolazione locale (alcune stime parlano di centinaia di migliaia civili e combattenti coinvolti).
  10. 10 novembre 1982: nasce la cosiddetta “dottrina Mitterrand”, che di fatto esclude l’estradizione di cittadini stranieri imputati o condannati verso paesi considerati dalla Francia non “democraticamente” idonei. In seguito, beneficeranno dell’asilo francese i terroristi italiani Cesare Battisti, Toni Negri, Paolo Persichetti, Marina Petrelli, ecc.

Liberté, Égalité, Fraternité.

La marsigliese e il napoletano

in cinema/cultura/mondo/musica/sport/storia by

In condizioni normali Inghilterra-Francia, specie se giocata a Wembley, non è mai una partita banale, anche se è un’amichevole: ieri sera, tuttavia, della partita in se non fregava niente a nessuno (ha vinto l’Inghilterra due a zero, per la cronaca) perché il momento più alto della serata è avvenuto prima ancora che si iniziasse a giocare quando l’intero pubblico di Wembley, in commemorazione dei tragici eventi di Parigi, ha intonato La Marsigliese.

https://www.youtube.com/watch?v=7MLGTTMXsIU

Anche chi, come il sottoscritto, ha un livello di sopportazione della retorica estremamente limitato, non può non riconoscere la potenza di una tale scena. Dove molti inni nazionali sono una mera celebrazione dell’orgoglio, appunto, nazionale, La Marsigliese è da tempo assurta a espressione trasversale di libertà e rifiuto dell’oppressione. Con qualsiasi altro inno quella di ieri sera sarebbe risultata “solo” un’espressione di solidarietà ad una nazione colpita da una tragedia; la Marsigliese la trasforma in una dichiarazione di intenti. La sua potenza è tale da renderne istantaneamente iconico l’utilizzo, come avviene nella Scena (con la S maiuscola) del Film (con la F maiuscola).

Ora, voi penserete che la bellezza della scena risiede, oltre che nella splendida confezione (molti degli attori erano davvero rifugiati in fuga dai nazisti come mi suggerisce il mio Bogartista di fiducia), nella sua implausibilità: chi avrebbe il coraggio di fare una cosa del genere di fronte ai nazisti? E il motivo per cui voi lo pensate è che non avete il piacere di conoscere il professor Renato Caccioppoli, pianista, matematico, e, occasionalmente, barbone. Quando non contribuiva a dimostrare uno dei teoremi chiave per lo studio delle equazioni differenziali o a gettare le basi per la soluzione del diciannovesimo problema di Hilbert (contribuendo indirettamente a far uscire di testa John Nash), Caccioppoli, tra l’altro nipote di Mikhail Bakunin, era impegnato a prendere per i fondelli il regime fascista. La sua trovata più fantasiosa fu in reazione ad una legge che proibiva agli uomini di andare in giro con cani di piccola taglia (in salvaguardia della virilità del maschio italico): se ne andò in giro per il centro di Napoli con un gallo al guinzaglio.

L’ironia gli venne, tuttavia, a mancare in occasione della visita di Hitler nel 1938: la sera prima dell’arrivo di Mussolini e Hitler a Napoli, Caccioppoli entra nella birreria Löwenbräu con la compagna e paga un sacco di soldi all’orchestra per suonare la Marsigliese di fronte ad un pubblico di gerarchi. Alla fine dell’esecuzione si alza, va al centro del locale e, rivolgendosi a tutti, fa in tempo a dire “Quello che avete sentito è l’inno di un paese libero, l’inno della libertà: la stessa libertà che in questo paese è soffocata e negata da Benito Mussolini, che con il suo alleato tedesco…” prima di venir riempito di manganellate e trascinato via a forza. La famiglia riesce a farlo internare anziché arrestare e, addirittura, a fargli ottenere un pianoforte nella clinica: e Renato Caccioppoli, ufficialmente pazzo, suona la Marsigliese in continuazione, prima da solo, poi con un coro di altri pazzi che la cantano con lui, alla faccia di Mussolini, di Hitler e di tutti i tiranni e gli assassini di questo mondo.

P.S. c’è un’altra scena nella storia del cinema che fa un uso eccellente della Marsigliese: provate a dire che non è una botta anche questa (si, nonostante il grugno di Stallone).

P.P.S. volevo accennare alla citazione dei Beatles in All You Need Is Love ma ve la risparmio per la prossima volta

P.P.P.S. qualche fonte

Daesh , I Protocolli di Sion e come trarre in Inganno l’avversario

in politica/storia by

Ricevo e pubblico:

Nel gergo del servizio segreto il termine inganno comprende una vasta gamma di stratagemmi per mezzo dei quali uno Stato cerca di trarre in inganno un altro Stato, generalmente nemico, circa le proprie forze e intenzioni. Le tecniche d’inganno sono antiche quanto la storia, si pensi solo al “Cavallo di Troia”, oppure, come ci racconta Tucidide, la strategia dei greci contro Siracusa nel 415 a.C. In quest’ultimo caso i greci inviarono tra le file dei siracusani una spia, che riuscì a farsi passare per disertore e a convincere il nemico ad attaccare i greci accampati in un determinato campo ad una certa distanza dalla città. Contemporaneamente l’esercito greco s’imbarcò sulle navi e si diresse verso Siracusa, rimasta sguarnita di truppe; totalmente indifesa !!!

Il metodo migliore per far giungere in modo convincente e rapido un’informazione falsa ma verosimile al nemico è quello del caso; ovviamente affinché la riuscita sia massima, questo caso deve avere per il nemico tutte le apparenze di un inatteso colpo di fortuna… Ad esempio, l’inganno che gli Inglesi perpetrarono ai danni dei tedeschi qualche mese prima dell’invasione della Sicilia nel 1943. Nello specifico, ai primi di Maggio di quell’anno, fu rinvenuto sulla costa sud della Spagna, nei pressi di Gibilterra, il cadavere di un maggiore inglese con assicurata al polso una valigetta contenente le copie della corrispondenza tra lo Stato Maggiore dell’Impero e il generale Alexander in Tunisia. I documenti illustravano un piano d’invasione dell’Europa meridionale attraverso la Sardegna e la Grecia. I tedeschi abboccarono all’amo inghiottendo l’intera canna da pesca, non a caso Hitler spedì in fretta e furia una divisione corazzata in Grecia e gli italiani fecero orecchio da mercante, evitando, volutamente o no, di rinforzare le proprie armate in Sicilia. Ovviamente il cadavere rinvenuto in Spagna apparteneva ad un civile morto in un incidente d’auto che venne vestito con l’uniforme da maggiore, nelle cui tasche vennero inseriti i documenti che comprovassero la sua falsa identità.

Quello dei Greci e quello degli Inglesi rappresentano i due modi fondamentali per ingannare il nemico, ossia l’infiltrazione tra le linee nemiche di uno o più agenti che si fingano disertori per fornire informazioni false oppure inscenare un incidente. In entrambi i casi, sia per operazioni di penetrazione che per operazioni d’inganno, il compito principale per un servizio di controspionaggio è far si che il nemico si fidi. Veri e propri “Uffici di Disinformazione” che confezionino, redigano e distribuiscano falsi documenti ufficiali con lo scopo di offrire visioni inesatte, distorsione di orientamenti politici ed economici, distorsione delle finalità politiche di determinati governi o creazione di particolari movimenti rivoluzionari a sfondo razziale, politico o religioso, che suscitino reazioni da parte di governi o coalizioni di governi sempre e comunque fraintendibili a seconda degli interessi economici e geopolitici delle aree interessate; finanziare ed armare popoli per disarmarne altri, il cui disarmo porterà ad armare ulteriori popoli il cui scopo sarà quello di combattere una recessione economica indotta dal finto armare un finto popolo.

Con particolare attenzione si guardi e si rifletta sull’escalation del fenomeno “Daesh”, l’acronimo arabo di ISIS (Islamic State of Iraq and the Levant) che Stato non è…. Oppure sugli ottocenteschi “Protocolli dei Savi Anziani di Sion”, un falso di fattura alquanto rozzo e dozzinale, redatto a Parigi da agenti della polizia segreta Zarista con lo scopo di provare l’esistenza di una cospirazione ebraica per il dominio del pianeta. Divenendo così la fonte principale della propaganda antisemita, sulla cui base nasce e si evolve l’idea di una licenza di genocidio, rinnovando una paranoia nutrita nei secoli; la stessa paranoia che aprì la strada allo sterminio degli ebrei !!! Quando si ordisce un inganno, possono cadere nella trappola gli amici così come i nemici e in seguito, colui che ha ingannato può non esser più creduto, magari quando più se ne ha bisogno… Si pensi al caso “Cicero” e alla reciproca diffidenza tra Himmler e Kaltenbrunner, a capo del servizio segreto nazista, e Ribbentrop, ministro degli esteri del III Reich… Tutto ciò per ribadire il concetto che ciò che appare potrebbe non essere e ciò che è potrebbe non apparire, come potrebbe essere vero il contrario, a seconda della convenienza !!! Come disse Elvis Presley “We can’t go on together, With suspicious minds, and we can’t build our dreams, on suspicious minds….. . We’re caught in a trap…..”

Arik il Rosso

Chi è Arik il Rosso:

Io sono un “Fico d’India”, sono figlio di una terra secca e arida !!! In genere la gente si fa diverse idee sulla mia figura, alcune sono attendibili, altre menzognere… L’errore più grosso che la gente fa su di me e quello di dipingermi come un guerriero, un ossesso che si diverte a sparare. Io odio la guerra!!! Soltanto chi ha fatto tante guerre quante ne ho fatte io, soltanto chi ha visto tanti orrori quanti ne ho visti io, soltanto chi vi ha perduto amici e vi è rimasto ferito come vi son rimasto ferito io, può odiare la guerra nella misura in cui la odio io… E se proprio lo volete sapere, gli anni più felici della mia vita sono quelli che trascorro nella mia fattoria, a guidare il mio trattore e allevare le mie belle pecore…

I am the Basileus who knocks

in storia by

Alcuni personaggi storici hanno rivestito un’importanza fondamentale nel corso di quella che è stata l’evoluzione della civiltà umana. Penso ad esempio all’imperatore bizantino Giustiniano, che, tra le innumerevoli opere meritevoli che ha posto in essere, può annoverare il Corpus Iuris Civilis, la raccolta di materiale normativo sulla base della quale è modellato il diritto di molti paesi occidentali ancora oggi.

Altri personaggi, invece, hanno rivestito un ruolo minore. Ma, cionondimeno, hanno regalato ai posteri momenti di una bellezza insopportabile. Penso ad esempio all’imperatore bizantino Giustiniano II il Rinotmeto (“naso tagliato”).

Giustiniano II il Rinotmeto nasce nel 669 d.C. a Sinope, città dell’attuale Turchia. Ad appena 13 anni sale al trono associato al padre, il Basileus dei Romei Costantino IV; stante la sua età e il ruolo del padre, si trattava in ogni caso soltanto di una investitura formale. È importante sottolineare il fatto che questi due imperatori appartenevano alla dinastia eraclea, nata appunto con Eraclio, uno dei più importanti imperatori della storia dell’Impero Bizantino, il Basileus che salvò l’Impero dalla dissoluzione definitiva nel 628 d.C. sconfiggendo i Persiani.

Nel 685 d.C., dopo la morte del padre, ad appena 16 anni, Giustiniano II diventò imperatore a tutti gli effetti, in quanto unico titolare del titolo. Mettetevi un attimo nei suoi panni: è l’ultimo esponente della più importante dinastia di imperatori bizantini, e a soli 16 anni diventa l’imperatore, il capo della Chiesa Ortodossa, l’uomo che ha il potere di vita o di morte su milioni di cittadini, e si chiama pure come l’imperatore più famoso della storia bizantina fino a quel momento.

Fosse capitato ad una persona normale, magari staremmo qui a parlare di un grande imperatore illuminato. Ma è invece capitato a Giustiniano II il Rinotmeto, un uomo che voleva solo vedere bruciare il mondo. E infatti, dopo qualche anno di regno relativamente tranquillo e persino positivo che lo portò a conquistare l’Armenia e l’Iberia e a sconfiggere i bulgari riconquistando Tessalonica, la seconda città dell’Impero, nonché a chiudere una pace abbastanza vantaggiosa con gli Arabi, pose in essere uno dei celebri atti “Why? Because fuck you, that’s why!” che lo rendono leggendario.

Il trattato di pace con gli Arabi prevedeva il versamento da parte di questi ultimi all’Impero di 1.000 nomismata all’anno. Tutto filava liscio, quando all’improvviso Giustiniano II decise di far coniare dei nuovi nomismata, per la prima volta raffiguranti l’effige di Cristo. Mi piace immaginare questo tipo di discorso tra Giustiniano II e il suo logoteta (il ministro dell’economia dell’epoca).

– oh cì, senti, ho deciso: mettemo Cristo sulle monete! 
– zio, ma che stai a di’? Se ce mettemo Cristo, gli Arabi non ci pagheranno mai il tributo, non conieranno mai nomismata con l’effige di Cristo, la loro religione glielo vieta!
– e a me che cazzo me ne fotte? Io sono l’Imperatore dei Romei, sono il capo del mondo civile, che cazzo vogliono quelle scimmie maledette?
– e dai, te prego, sii ragionevole…
– STOCAZZO! ANZI, SAI CHE C’È? MO JE DICHIARO GUERRA A QUEI SENZA DIO DEMMERDA!

E difatti così fece. Nel 692 formò un esercito di 30.000 Slavi deportati (tenete a mente questa informazione, molto importante più avanti) e mosse guerra agli arabi nonostante le ripetute offerte del Califfo di pagare il tributo con monete arabe

– dai zi’, te li do i 1000 nomismata, però te prego, no co Cristo sopra, nun se po’ fa, famo che te li do in valuta araba, tanto sempre oro è, dai, che dici? 
– I AM THE BASILEUS WHO KNOCKS!

I due eserciti si scontrarono a Sebastopoli. All’inizio l’esercito bizantino sembrava avere la meglio, ma poi il Califfo riuscì a corrompere 20.000 dei 30.000 Slavi deportati (you don’t say? Mandi 30.000 prigionieri a combattere per conto tuo, che te pòi aspetta’ Giustinia’? Eh?). Cosa farebbe un imperatore assennato in una situazione del genere? Ok, d’accordo, un imperatore assennato non si troverebbe mai in una situazione del genere, ma comunque: proverebbe a cercare una pace dignitosa con il nemico. Giustiniano II, invece, diede ordine di massacrare tutti gli Slavi residenti nella città di Leukate. Because fuck you, that’s why!

La pesante sconfitta subita contro gli Arabi, che costò inoltre la perdita dell’Armenia, oltre alla perdita del tributo annuale che gli Arabi versavano all’Impero Bizantino, fu soltanto una delle cause che portarono alla fine del regno di Giustiniano II il Rinotmeto: chiaramente, un personaggio di questo tipo viveva nel lusso e nello sfarzo, tartassando i cittadini dell’impero e strafottendosene della stabilità economica.

La goccia che fece traboccare il vaso fu la voce secondo la quale Giustiniano II si apprestava ad ammazzare tutta la popolazione di Costantinopoli. Qui il tema è lo stesso dell’affaire Culona Inchiavabile: non è più tanto importante che l’abbia detto o no; il punto è che è plausibile che l’abbia pensato. Nel 695 d.C. quindi, l’usurpatore Leonzio, col supporto del Patriarca di Costantinopoli e di tutta quanta la popolazione, catturò Giustiniano II, lo portò all’Ippodromo di Costantinopoli, e lì gli mozzò il naso. Questo gesto di crudeltà infinita si spiega con le leggi in vigore in quel periodo storico: all’epoca, infatti, chi subiva mutilazioni fisiche, non poteva più aspirare a diventare imperatore.

Giustiniano II fu quindi spedito in esilio a Cherson (l’attuale Crimea), luogo all’epoca remoto e isolato dal resto dell’Impero Bizantino. Leonzio pensava, dopo avergli mozzato il naso e dopo averlo mandato affanculo in un luogo irragiungibile e insalubre, di aver risolto il problema.

Grave, gravissimo errore. Gli uomini come Giustiniano II non si arrendono davanti a nulla, e compiono gesti per la maggior parte delle persone insensati, al solo fine di raggiungere i propri scopi folli.

(continua)

Nel nome del diavolo

in società/storia by

Mia nonna era stalinista.

Oddio, adesso non immaginatevi una compagna baffuta e autoritaria dedita a promuovere i gulag o ad affamare l’Ucraina. Pensate piuttosto a una ridanciana matrona emiliana con una fede profonda nel comunismo di stampo bolscevico.

Non so nemmeno fino a che punto fosse cosciente della situazione reale in Unione Sovietica, ma ricordo perfettamente la nostalgia con cui, nei tardi anni ’90, ad ogni apparizione televisiva di Berlusconi o D’Alema sospirava affranta “Ah, se ci fosse ancora Stalin”. D’altronde, con due cugini socialisti assassinati durante i terribile scontri del biennio rosso, un padre arrestato nel cuore della notte e fucilato alcuni giorni dopo dalle autorità fasciste, un fratello partigiano ucciso in un agguato a soli 19 anni e un altro fratello a marcire in un qualche campo di concentramento dell’est Europa, be’, converrete con me che il sol dell’avvenire nel suo caso fu quasi una scelta forzata.

Così, un comunismo tira l’altro, crebbi anch’io in seno a certe ideologie e, soprattutto, nel mito della guerra partigiana. Passata un’infanzia fatta di racconti sull’epica della Resistenza, attraversai un’adolescenza dedita alla lotta di classe (lotta che corrispondeva più o meno a scrivere sul giornalino scolastico articoli zeppi di parolacce) e, una volta all’università, decisi di iscrivermi all’ANPI del mio paese.

Poi, purtroppo o per fortuna, si cresce. Si impara che il mondo non è solo bianco e nero, si studia un po’ meglio la storia e si apprende qualcosa in più sulla natura ambigua dell’essere umano. Il grande mito della Resistenza che aveva nutrito la mia infanzia e la mia adolescenza acquistò così i tratti amarissimi del relativismo esistenziale, nella cui morsa, ahimè, non si capisce più una mazza di niente.

Penserete giustamente che fregacazzi della mia biografia, ma tutto questo pippone per dire che negli anni infelici della mia disillusione un punto è sempre rimasto fermo: quello del comandante partigiano Germano Nicolini, al Dievel. Curioso soprannome il suo, che i media malinformati hanno sempre tradotto con “diavolo”, mentre nel dialetto reggiano questo termine indica piuttosto uno scavezzacollo, un daredevil.

Voglio bene a Germano Nicolini non perché mi abbia insegnato i valori della Resistenza, ma perché mi ha insegnato il valore della storia e delle sue contraddizioni. Quel diavolaccio che così candidamente di fronte alle scolaresche inizia ogni suo discorso dichiarando che in gioventù era nel GUF, Gruppo Universitario Fascista. Quel demonio che è diventato partigiano perché non sopportava l’idea che i nazisti si fossero impossessati dell’Alto Adige. Quel satanasso che fermò con una camionetta americana la folla inferocita davanti alla prigione di Correggio che voleva scannare i gerarchi fascisti, poiché “ragazzi, la convenzione di Ginevra prima di tutto”. Quel belzebù che non ha mai smesso di interrogare gli amici che passarono al lato opposto, i Repubblichini, sui motivi della loro scelta.

Grazie mille Germano, per continuare a regalare a noi poveri stronzetti della Grande Pace il senso assurdo della storia. Grazie mille davvero per averci donato questa goccia di splendore.

Gli ex collaboratori di D’Alema

in politica/storia by

E’ commovente e curioso constatare che i primi (e gli unici) che scattano solerti e reagiscono veementi a difesa di Matteo Renzi contro gli attacchi di Massimo D’Alema siano il suo ex capo dello staff a Palazzo Chigi Claudio Velardi, il suo ex responsabile alla comunicazione Fabrizio Rondolino, ed il suo ex portavoce Matteo Orfini.

Stiamo parlando di tre soggetti all’epoca appartenenti a quella cerchia invidiata, misteriosa ed inaccessibile dei “dalemiani di ferro”. Velardi, Rondolino, Orfini, La Torre, Minniti, tutti temuti e beffardi soldati dalemiani. Poi diventarono ex dalemiani. Adesso non solo antidalemiani, ma focosi renziani, passati addirittura con il “nemico”.

Sicuramente, caro Massimo, te la riderai sotto i baffi pensando “questi non li conosceva nessuno e li ho fatti diventare ‘famosi’ mettendoli al mio fianco. Poi se ne sono andati ma per continuare a dimostrare al mondo che esistono devono parlare male di me. Sono sempre io al centro dei loro pensieri. Sono dei dalemacentrici. Senza di me non se li cacherebbe nessuno.La loro condanna è questa ed io in fondo li perdono e provo pure affetto per loro.”

Certo, se ci aggiungiamo la Moretti che da antirenziana viscerale è divenuta una delle amazzoni del premier, pare evidente che per D’Alema e Bersani la scelta di collaboratori ‘stabili’ non sia una delle cose che gli venga meglio.

Ma nel caso dei tre di cui sopra, c’è un qualcosa in più del salire sul carro del vincitore. C’è quella dose di rivalsa, sfottò sopra le righe, sfumato livore, camuffato rancore, che balza nitidamente agli occhi e che noi comuni mortali non riusciamo a spiegarci.

Perchè, caro Massimo, ce l’hanno così tanto con te? Che gli hai fatto?

Potremmo tirare fuori l’Ornella Vanoni di Quei giorni insieme a te:

“Quei giorni insieme a te/ io non li rivivrei /è stata un’ Odissea difficile, inutile/ Noi eravamo in due /che adoravamo te/una ero io, l’altro eri tu/ e non avevi il tempo di volere bene a me (…) Quei Giorni Insieme A Te io li cancellerei/ ripeto fra di me: Che stupida! che stupida!/ E mi vergogno un po’ di averti detto sì/ Oggi che ho più dignità/ io non accetterei l’amore in briciole che tu allora davi a me come fosse carità/ ma se è così chissà perché penso ancora ai giorni insieme a te.”

Oppure dovremmo pensare a delle più crude pratiche di tortura psicologica? Li legavi a delle croci di sant’Andrea e  incollavi loro sul corpo con dell’attack pagine de Il sangue dei vinti di Giampaolo Pansa? Gli ficcavi in bocca una ball gag con lo stemma falce e martello e con un megafono da 120 milioni di volt gli urlavi le massime di Mao tse tung e gli stratagemmi di Sun Tzu? Li spogliavi nudi in una stanza blindata con Fassina che gli lanciava in faccia delle secchiate di acqua ghiacciata minacciandoli che avresti fatto condurre loro una trasmissione su Red Tv con Adinolfi e Massimo Bordin? Hai costretto ciascuno di loro singolarmente per un mese a testa a preparare a mano deliziose ed abbondanti fettuccine per Goffredo Bettini?

Ecco, cosa sia successo non lo sapremo mai, almeno fino a quando non leggeremo le memorie postume di Roberto Gualtieri e del Ministro Padoan, ex direttore di Italianieuropei.

Soundtrack1:’Il Gulliver’, Verdena

Soundtrack2:’Reach for the dead’, Board of Canada

Soundtrack3:’No tomorrow’, The Stevenson Ranch Davidians

Soundtrack4:’Lord of light’, Bardo Pond

Soundtrack5:’La polizia chiede aiuto’, Stelvio Cipriani

Soundtrack6:’I giorni che ci appartengono’, Mina

Soundtrack7:’Quei giorni insieme a te’, Ornella Vanoni

Soundtrack8:’Non si sevizia un paperino’ Liz Ortolani

Soundtrack9:’The dampfwalze’, Sudstern 44

Soundtrack10:’Serra’, Mugstar

 

Illiberali per dna

in politica/storia by

“Avere fede in sè è la priorità illimitata e indubitabile,
fede che non sa che cosa farsene della convalida della comunità”.

Il genio (l’importante di essere Oscar), M K

Salvini ha il diritto di fare una manifestazione con gli xenofobi, i razzisti e gli omofobi? Quelli che vogliono impedirglielo sono più razzisti di lui? E da qui la domanda/prigione: “chi è più illiberale e fascista di chi?” La risposta è molto semplice: questo accade perché siamo un paese dalle radici illiberali. Il motivo è ovvio: nella sua evoluzione storica il ‘destino’ ci ha consegnato una borghesia a maggioranza illiberale e reazionaria.

Considerando il liberalismo quell’insieme di dottrine filosofico/politiche che pongono precisi limiti al potere e all’intervento dello Stato, al fine di proteggere i diritti naturali, di salvaguardare i diritti di libertà e di promuovere l’autonomia creativa dell’individuo, storicamente esso nasce e si sviluppa come ideale che si affianca all’azione della borghesia nel momento in cui essa combatte contro le monarchie assolute e i privilegi dell’aristocrazia a partire dalla fine del XVIII secolo.

Ciò significa che, dove si sia avverato, accennato, tentato, il contagio liberale di una determinata società avvenne attraverso l’azione di una borghesia liberale che si affermava, appunto, in quanto liberale.

Ecco, l’Italia non è un paese liberale perché una borghesia liberale non l’ha mai avuta. E naturalmente mai l’avrà perché il treno della storia è passato.

Max Weber ne L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, ha spiegato che la riforma protestante e la sua etica del lavoro hanno favorito una singolare tendenza al comportamento razionale per raggiungere il successo economico. Soprattutto la tradizione calvinista, percependo il lavoro e l’esercizio costante di una professione come una chiamata di Dio, ha portato con se un forte sentimento di responsabilità e devozione. Sentimento di responsabilità che è la base fondante di ogni forma di emancipazione, economica, culturale, personale etc. Tutto questo non si è sviluppato, o si è sviluppato male e schizoidamente, nei paesi cattolici, che per loro standard costitutivo contrappongono al senso di responsabilità individuale un’inflessibile concezione paternalistica, infondendo a tutti i livelli sentimenti di insufficienza personale e di assistenza coatta, funzionali appunto a dinamiche paternalistiche.

Non è un caso che, ad esempio, in Italia il Vaticano abbia svolto un ruolo decisivo per tamponare e disinnescare le spinte liberali che cercavano di emergere nella politica e nella società. La chiesa, dopo essersi giocata la carta del Non expedit (con cui la santa sede il 10 settembre 1874 espresse parere negativo sulla partecipazione dei cattolici italiani alle elezioni e in generale alla vita politica dello Stato ), ha fatto scacco matto su quest’aria politica con il Patto Gentiloni prima, che orientava gli elettori cattolici verso i candidati liberali (disinnescandone spinte e contagiandone azioni) in cambio di un potere di condizionamento sui valori non negoziabili della chiesa, e, successivamente, con il partito dei cattolici, concepito da Sturzo nel 1919 e inveratosi in forma totalizzante con la Dc del Dopoguerra.

Dal 1882, cioè dal momento in cui la Destra storica cade sul pareggio di bilancio e Agostino Depretis dà vita da sinistra alla grande ammucchiata del trasformismo, assistiamo all’evolversi di un’anomalia secolare che fa della borghesia italiana un ceto fortemente illiberale nella sua composizione maggioritaria, e questo si manifesta esplicitamente nell’esperienza del ventennio fascista fino ad oggi.

Mussolini convinse gli industriali del Nord, gli agrari dell’Emilia Romagna ed il latifondismo meridionale, preoccupati dagli scioperi e dalla nascita di una forte organizzazione operaia, che il suo movimento non era una rivoluzione ma un sostanziale ritorno alla legge e all’ordine. E infatti tanto la grande quanto la piccola borghesia, reazionari nei loro nuclei psichici, vi si riconobbero. Quando, all’inizio degli anni Trenta, il fascismo pretese il giuramento di fedeltà al partito da tutti coloro che in un modo o nell’altro erano dipendenti dallo Stato, non un magistrato, un burocrate, un poliziotto, un funzionario di qualsiasi ordine e grado (Borghesia) si tirò indietro.

Concetti ed azioni, questi ultimi, del tutto estranei al liberalismo e ad una rivoluzione liberale che, al contrario, ha sempre concepito la società come somma ed espressione delle varietà e singolarità umane, tendente ad una moderna democrazia che non sia basata esclusivamente sulla volontà della maggioranza, ma anche e soprattutto, sul rispetto delle minoranze.

Dall’Unità in poi la borghesia italiana ha sempre preferito la protezione statale al rischio di mettersi in gioco politicamente. In preda ad un’ossessione di rivendicazione bottegaia ha sempre puntato sulla trattativa con lo Stato per organizzare la difesa dei propri interessi, subordinando l’interesse generale agli accordi privati, particolari, in un regime d’ideologia concertativa permanente.

Questa debolezza strutturale, questa paura e questa assenza di emancipazione ha portato il blocco sociale imprenditoriale, quello delle professioni, delle élite dell’economia, della finanza, a farsi rappresentare per decenni da ‘prodotti’politici’, alternativamente di destra, centro, sinistra, espressione della monolitica egemonia del gesuitismo controriformistico e dell’arretratezza italiana.

Le lunghe disquisizioni sulla sensatezza dell’ideologia liberale di un ‘liberale’ italiano, in un batter d’occhio vengono cestinate nel dimenticatoio e sostituite da pratiche, scelte ed azioni appunto reazionarie ed illiberali, appena egli deve preservare e difendere il proprio orticello.

E’così che è andata. Sarebbe bene ricordarselo sempre.

Soundtrack1:’How we be’, Sinkane

Soundtrack2:’Head over heels’, Tears for Fears

Soundtrack3:’La lira di Narciso’, Marlene Kuntz

Soundtrack4:’Io se fossi Dio’, Giorgio Gaber

Soundtrack5:’A chi succhia’, Marlene Kuntz

Soundtrack6:’Mad world’, Tears for Fears

Soundtrack7:’There there’, Radiohead

Post scriptum:

Lungo i bordi (Dedicato ad Emanuel Carnevali)

in cultura/scrivere/storia by

« Volevo maledire i miei occhi encefalitici,
ma non maledissi nulla, perché la mattina era bella e c’era pace nel mio cuore. »
(Emanuel Carnevali, Castelli sulla terra – Le montagne)

Emanuel Carnevali è stato uno scrittore e poeta italiano. Nato a Bologna nel 1897, a soli 16 anni, causa i continui litigi con il padre considerato troppo autoritario e reazionario, decise di emigrare negli Stati Uniti, luogo per lui simbolo della vita e della letteratura, dove vi sbarca il 5 aprile del 1914.

Visse tra New York e Chicago, all’inizio senza conoscere una sola parola d’inglese ed esercitando lavori saltuari: lavapiatti, garzone di drogheria, cameriere, pulitore di pavimenti, spalatore di neve ecc., e soffrendo fame, abbietta miseria e privazioni di ogni sorta («raccogliere cicche per strada non fu certo la cosa più spregevole a cui mi ridussi»). Col tempo imparò la lingua (“leggendo le insegne commerciali di New York”), cominciò a scrivere e ad inviare i suoi versi a tutte le riviste che conosceva.

Inizialmente rifiutate, le sue poesie cominciarono man mano ad essere pubblicate e lui a farsi conoscere nell’ambiente letterario, diventando amico di diversi poeti tra cui Max Eastman, Ezra Pound, Robert McAlmon, William Carlos Williams, Sherwood Anderson, che lo accolsero come uno dei loro, inclusero suoi testi nelle loro celebri antologie e riviste, con ammirazione e insieme sconcerto dinanzi a questo difficile e imprendibile personaggio.

Dimenticato dalla critica e dal pubblico, ha lasciato un piccolo, ma tagliente e forte segno nella letteratura americana del Novecento. Pur vivendo quasi in miseria, passando da un lavoro all’altro, e da un amore all’altro, frequentando prostitute e teppistelli, riuscì a partecipare, da straniero, al rinnovamento dell’avanguardia letteraria americana dell’epoca.

Nel 1922 fu colpito da encefalite letargica e dovette tornare in Italia.

Trascorse in un ospedale vicino a Bologna gli ultimi anni della sua vita, dove visse gli ultimi venti fra l’ospedale e varie pensioni di Bazzano, il Policlinico di Roma e la clinica bolognese Villa Baruzziana, morendo l’11 gennaio 1942.

Due giorni dopo venne sepolto a Bologna nel Cimitero della Certosa. (*)

(*) Ecco la maniera in cui Carnevali descrive la sua caduta nella follia:

«Ero atterrito dalla maniera totalmente nuova in cui la luce stessa mi appariva alla finestra, una luce così eterea, inconsistente, debole e tremula nella finestra. Credetti di morire o di essere prossimo a morire, o anche di aver raggiunto la morte. I rumori prendevano un altro significato, ma il più terribile di tutti era il rumore della mia voce. Urlavo a squarciagola la mia pazzesca formula della divinità, ripetendo che io ero, per me stesso e per tutti gli uomini, il Primo Dio, l’Unico Dio, che ero un carico di spezie giunto improvvisamente in porto. Ma ero l’unico apostolo della mia religione: rispettavo il sole e la luna, benché, nel  mio orgoglio violento, non avessi bisogno di loro. Avevo sempre odiato la ricercatezza e ora piangevo e invocavo la semplicità, solo che la semplicità non doveva essere presa per pura idiozia. Per essere un dio, un vero dio, bisognava saturarsi di cose semplici: ecco la via più facile per raggiungere la perfezione della divinità. Accadde mentre leggevo un libro di storia  cinese: improvvisamente il nodo di sgomento e di disperazione si sciolse e l’intera stanza ruotò intorno a me; balzai in piedi barcollando, ubriaco. Stavo diventando pazzo e lo sapevo. Ogni traccia di realtà mi aveva abbandonato e io vacillavo, inciampavo, senza risorse, in un mondo incerto»(1)

In questo momento, atterrito dal pensiero della pazzia, Carnevali bussa alla porta di Sherwood Anderson e gli chiede di poter mangiare, «pensando che l’azione meccanica del masticare mi avrebbe riportato alla realtà», ma Anderson, dice Carnevali, «mi mise garbatamente alla porta»:

«Barcollai fuori, nella neve, ubriaco per quei terribili sintomi di follia, vagando per strade che mi erano da sempre note e da sempre sconosciute. Avevo per compagne la tremenda Paura delle Paure, la paura di non essere più in grado di capire il significato delle cose e la Miseria di tutte le Miserie: quella di capire che era scomparsa in me la facoltà di distinguere una cosa dall’altra e perfino la volontà di distinguerle. Sento ancora gli orrendi rumori che facevo mentre andavo avanti, il grugnito che scambiavo per poesia, il pianto che era il pianto più disgustoso del mondo […]. Fuori, nella neve, di nuovo dissi ad alta voce: ora quell’angolo cesserà d’essere un angolo, quel lampione non sarà più un lampione; quella fogna non scorrerà più col suo carico d’acqua sporca, perché l’amato elenco delle cose comprensibili è andato inavvertitamente distrutto, perché in questo immacolato pezzo di cielo una vite si è allentata, un dado spuntato, una rotella è andata fuori posto, e l’intera macchina della realtà è soltanto l’interruttore. Dicevo: poiché io sono pazzo o lo diventerò tra poco, impossibile che io riesca di nuovo ad afferrare la realtà. E allora qualcosa di strano accadde o non accadde: sentii che uno dei miei occhi non si chiudeva, che non si sarebbe mai più potuto chiudere, e d’ora innanzi avrebbe agito indipendentemente dall’altro».(1)

La versione di Anderson:

«Alla fine una notte d’inverno venne a casa mia. Era pallidissimo e mi parve che nei suoi occhi brillasse una luce strana […]. Non l’avevo visto da parecchi mesi e la malattia aveva molto progredito in lui. Era magrissimo e assai poco coperto; era senza cappotto. La notte era rigidissima e cadeva una neve pesante. Stette con me quella notte, per mezz’ora, parlando dapprima tranquillamente, insistendo perché io uscissi con lui quella notte […]. Continuò a gridare, stando in piedi davanti a me e poi, prima che io potessi dire una parola e fermarlo, corse fuori. Sentii i suoi passi giù per le scale e gli corsi dietro, chiamandolo, poiché gli volevo dare almeno un cappotto pesante ma, quando fui in fondo alle scale e per la strada lui era sparito nella tempesta di neve. Deve aver vagato pazzamente, per ore quella notte, nella bufera. In casa mia prima di eccitarsi a quel modo e fuggire, aveva parlato della bellezza della tempesta, dicendo che c’era stato in mezzo, perché voleva sentirsi parte di essa. “Voglio in me la sua bellezza”, aveva detto».(2) (S. Anderson’s Memoirs)

“Ho rovinato tutto, ma non devo nulla a nessuno.”
(Il primo Dio, Emanuel Carnevali)

https://www.youtube.com/watch?v=20J6iJcHxN0

Soundtrack1:’Schiele, lei e me’, Marlene Kuntz

Soundtrack2:’Dura’, Fine Before You Came

Soundtrack3:’Il pranzo che verrà’, Fine Before You Came

Soundtrack4:’Quassù c’è quasi tutto’, Fine Before You Came

Post scriptum:

Il caos ‘incontrollato’ di Obama

in mondo/società/storia by

La stella calante di Obama ha avuto un sigillo formale l’altra sera con le elezioni del midterm. Mi vengono in mente tutti quei sermoni avventati di giubilo ed entusiasmo quando venne eletto nel 2008: “E’ un grande”, “Cambierà la storia”, “Il mondo ha una speranza in più”, “Sicuro, lo ammazzeranno, lo ammazzeranno come Kennedy”. Un giorno in libreria mi ritrovai in mano il libro dei suoi discorsi. Stavo per prenderlo, ma quando notai la prefazione di Walter Veltroni lasciai perdere ed uscì immediatamente.

Con Obama venne portata avanti un’operazione politica di una parte dei democratici, intelligente e ben precisa: spingere al massimo al potere un politico afroamericano in una situazione di emergenza che rischiava di sfuggire di mano, con le banche che fallivano, poveri disgraziati incazzati e disperati a cui avevano fregato tutti i risparmi, licenziamenti di massa (come dimenticare le scene degli impiegati che uscivano dagli uffici con gli scatoloni), gente che dormiva nelle macchine, fabbriche chiuse, case abbandonate e svuotate di ogni bene e valore.

Insomma, gli Usa stavano nella merda. Un attimo ancora e la condizione standard di vita sarebbe stata l’estensione quotidiana della famosa “Notte del Diavolo” di O’Barriana memoria (dal film “Il Corvo”), dove bande di disperati, strafatti di cocaina e crack, alcolizzati, perdigiorno senza pietà, banditi, stupratori, senzatetto ed anarchici predatori violenti mettevano a ferro a fuoco quartieri ed intere cittadine senza scrupoli di sorta e senza che le forze dell’ordine potessero farci nulla. (Lo so, una vera figata).

Serviva un coupe de theatre per disinnescare questa tendenza potenziale, e lo spingere un afroamericano fino a candidarlo alla presidenza fu una mossa giusta. Tra l’altro, alle primarie, riuscì ad imporsi sulla Clinton, un osso veramente duro. Ed eccolo, Barack, l’innovatore della comunicazione politica, a sfidare l’ingiustizia, senza giacca con la camicia bianca e la cravatta, con i suoi magnetici discorsi contro l’avidità e la guerra, con la speranza ed i toni da “non lasceremo nessuno indietro nè mai solo”. Ora questa storia sta volgendo al termine. E non tutti vivranno felici e contenti.

Naturalmente il problema non è Obama. Come tutti gli imperi che la storia ha conosciuto, anche quello americano si avvia o si avvierà verso una lenta ed inesorabile fine. In questo arco temporale il destino ha voluto che ci fosse Barack. Non è stato affatto un presidente dalle riforme epocali o significative. Ma che poteva fare? La situazione era ed è quella che è. Qualcosa di buono è riuscito pure a portare a casa. Ci dispiace, ma è logico che a tutti quelli che nel 2008, con contentezza esagerata ti urlavano in faccia cose tipo “Combatterà contro i soprusi delle banche”, “Gli americani non faranno più guerre”, “E’ la nuova sinistra contro le diseguaglianze” etc etc, un doveroso “Ragazzi, datevi una calmata, Lexotan e passa tutto”, come lo dicemmo allora, lo confermiamo oggi.

Gli Usa stanno giocando una partita difficile. Non sono più la superpotenza di una volta in un contesto generale tra l’altro mutato e non più favorevole. Sono in difficoltà tattico/strategica in politica estera. Hanno sì ancora un primato tecnologico/militare che però, se non è ancora stato raggiunto e tamponabile, poco ci manca, e non è detto che basti. Hanno un problema che non riescono ad arginare che si chiama Cina, il cui Pil ha da poco superato il loro. Anche se pare evidente che il dragone rosso più che voler sostituire gli Usa nella catena capitalistica di comando , ne è entrato in simbiosi assorbendone il debito ed incamerandone il reddito da capitale fittizio.Ma resta pur sempre un problema.

Attualmente la tendenza geomilitare che gli States hanno adottato è quella di far casino. Tutti gli scenari di guerra più importanti, Siria, Ucraina, Iraq, Libia, sono stati innescati da loro, forzandoli fino ad un’apparente irragionevolezza. Tutte crisi volte non ad una stabilizzazione effettiva delle aree interessate. La strategia è seminare il panico ovunque e creare instabilità in nome di una sorta di caos controllato che rischia però di sfuggire di mano trascinando gli alleati in un pantano internazionale che può finire male. Perché anche se non sembra, questa roba può finire veramente male.

Emblematici sono i fatti sul filo del rasoio che hanno riguardato l’Ucraina. Ad esempio, è lo stesso John Biden, in un lungo discorso all’Università di Harvard,  ad aver serenamente ammesso che sia stata l’America a costringere l’Europa a punire Putin e ad aver obbligato i Paesi europei ad adottare sanzioni contro la Russia, contro la loro volontà. “Abbiamo dato a Putin una scelta semplice: rispetta la sovranità ucraina o avrai di fronte gravi conseguenze. E questo ci ha indotto a mobilitare i maggiori Paesi più sviluppati al mondo affinché imponessero un costo reale alla Russia.(…) “E’ vero che non volevano farlo. E’ stata la leadership americana e il presidente americano ad insistere, tante di quelle volte da dover mettere in imbarazzo l’Europa per reagire e decidere per le sanzioni economiche, nonostante i costi”.

E poi, sempre Biden, sul famigerato Is che quindi così famigerato non è: “Non stiamo affrontando un pericolo esistenziale per il nostro stile di vita o la nostra sicurezza. Hai due volte più possibilità di essere colpito da un fulmine per strada che di essere vittima di un evento terroristico negli Stati Uniti”.

A conferma implicita che l’Isis altro non sia che un Frankenstein uscito dal laboratorio/controllo di alcune agenzie di intelligence occidentali e finanziato dai petroldollari delle monarchie del Golfo Persico (Arabia Saudita, Qatar e Kuwait) alleate storiche degli Usa (e dei suoi centri finanziari) e da sempre fiancheggiatrici dei movimenti jihadisti in tutto il mondo, da utilizzare come strumento indiretto per creare caos ed instabilità nell’area, sempre in chiave antirussa.

Tutto in nome di quella strategia del caos controllato che spinge a scelte, alleanze e comportamenti schizofrenici ed anche a figuracce non di poco conto. La crisi siriana con conseguente retromarcia ne ha rappresentato l’esempio lampante. L’ operazione anti Assad terminò sostanzialmente non appena la flotta russa del Mar Nero si posizionò nelle acque immediatamente adiacenti al probabile scenario di guerra. Poi continua indirettamente tramite l’Is, ma questa è un’altra storia spiegata qui.

Per non parlare dell’appoggio iniziale alle primavere arabe contro tutti i regimi laici del nord Africa (molti dei quali alleati) che rappresentavano comunque, nonostante la corruzione e l’autoritarismo, un argine al dilagare dell’estremismo islamico. Tunisia, Egitto, Libia, Sudan e la deriva irachena, la guerra civile in Siria, tutti atti  sobillanti una spregiudicata destabilizzazione dell’intera area per favorire l’insorgere dell’integralismo sunnita dal nord Africa al Medio Oriente, quella mezzaluna oggi attraversata dall’ondata islamista che ha raggiunto i confini della Turchia.(*)

In spicciola sostanza, per creare disordine e casino, autogenerando un nemico che impegnasse le democrazie in una guerra per la sopravvivenza dei propri valori laici e civili (ma quando mai), in funzione di un nuovo ordine globale che non si capisce cosa sia e dove voglia arrivare. Cose tra l’altro criticamente osservate negli stessi States da noti esponenti della destra libertaria americana come Ron Paul e filosofi come Tibor Machan, amputate tramite pretestuose accuse di complottismo .

Secondo l’accademico e consigliere presidenziale di Putin Sergey Glaziev, gli Stati Uniti “contano di superare la crisi e riavviare la crescita economica per mezzo di una guerra su vasta scala in Europa ed accendendo una serie di conflitti su tutto il pianeta . Essi preferiscono condurre le guerre non direttamente, bensì ricorrendo alla corruzione delle élite al potere, aizzando gli uni contro gli altri; le truppe Nato intervengono solo dopo che si è riusciti a indebolire a tal punto il nemico, che non è più in grado di opporre resistenza”.

Venuto meno il Patto di Varsavia, ossia l’esistenza di un nemico comune, il mondo è diventato qualcosa di completamente diverso rispetto a quanto conosciuto tra il 1945 e il 1989, ed in questo nuovo scenario tutto torna in gioco. Le linee dell’amicizia e dell’inimicizia di ieri restano sì, ma appiccicate con la saliva. Tutto è un decifrare in divenire. Una condizione per molti versi simile a ciò che precedette il 1914, con gli Usa che, con tutte le dovute differenze del caso, si ritrovano in una posizione non diversa da quella della Gran Bretagna a ridosso della seconda guerra mondiale, ovvero la più potente forza politica militare presente a livello internazionale.

Obama e chi per lui, sono nella non facile posizione di dover compiere una serie di atti in una situazione di debolezza strutturale che limita gli States non poco. E’ come se, con la strategia del caos controllato, avessero deciso di adottare linee da guerra asimmetrica, che sono soliti utilizzare i gruppi guerriglieri contro gli stati coloniali ed oppressori.

L’insegnamento di Clausewitz sul rapporto tra politica e guerra secondo cui l’insieme dei fattori politici, economici, sociali e culturali che fanno da sfondo alla guerra devono essere costantemente tenuti a mente, diviene a questo punto assolutamente fondamentale e centrale per capire perché sia avvenuto questo capovolgimento di movimento e posizione.

Siamo davanti ad una frenata dell’economia globale contro la quale possiamo fare ben poco, anzi niente. L’unica cosa certa è che dopo sette anni di crisi ne abbiamo davanti altri quattro pericolosi. Nei Paesi europei il numero dei disoccupati è salito a oltre 26 milioni e non esiste un benché minimo segnale di controtendenza.. L’attuale situazione non risponde più ai criteri cui eravamo abituati dalla caduta del Muro di Berlino. Il concetto di “locomotiva economica”, ad esempio, non è più applicabile poiché oggi nessuna economia nazionale è in grado di trascinare le altre come ha fatto quella americana negli anni passati. La crisi fiscale ha depotenziato tutti gli organismi statuali. Le ondate migratorie non si arrestano e fanno aumentare le tensioni sociali tra i ceti medio bassi.

Tutto converge verso la necessità di una soluzione drastica, che dovrebbe voler dire guerra generalizzata come occasione di rigenerazione del ciclo economico, come è sempre accaduto escludendo questi ultimi 70 anni e passa ormai di tregua eccezionale.

Naturalmente a tutt’oggi uno scenario simile appare irrealizzabile e visionario. Prevalgono diffusi luoghi comuni del tipo “Eee seee, se scoppia la guerra possono usare la bomba atomica e quindi distruggono il mondo. Per questo non ci saranno più guerre”. Come se le operazioni militari riguardassero solo l’uso delle bombe atomiche. Quasi nessuna delle generazioni viventi ha avuto a che fare direttamente con esperienze di conflitti bellici. Le guerre alle quali abbiamo assistito in questi anni sono sempre state lontane, “immateriali”, distanti dalla vita reale e concreta delle popolazioni. Nessun “cittadino normale” ne era direttamente coinvolto. A combattere erano volontari, militari professionisti e specializzati in sperdute zone del mondo che non saremmo riusciti ad indicare nemmeno nella cartina geografica del Risiko. E si è sempre trattato di “operazioni umanitarie”, “operazioni di polizia”.

Lo strapotere tecnico/militare può non bastare se corroso da mille contraddizioni e problemi. Per questo motivo l’amministrazione Obama cerca di accedere ad un futuro prossimo procrastinando la sua leadership globale  tramite azzardi, spesso anche contradditori, e spregiudicate scommesse clandestine che innescano mutamenti rapidi e molto rischiosi su teatri mai realmente stabilizzati, come Medio-oriente e Africa. Per intervenire (vero problema) poi ad Est a frenare l’ascesa dei giganti asiatici che costituiscono una grave e diretta minaccia alla sua sicurezza.

E’ una questione di rimodulazione di rapporti di forza che tendono a mutare in conseguenza di trasformazioni diversificate, geografiche ed economiche in primis e delle resistenze che inevitabilmente si mettono in moto. ‘Il disordine internazionale di questi ultimi tempi è la conseguenza di queste scelte che sono pur sempre derivanti da trasformazioni storiche oggettive, attinenti alla riconfigurazione dei rapporti di forza tra potenze sulla scacchiera mondiale. I piani americani, per quanto generici e nebulosi, sono dettati dalla consapevolezza che i precedenti equilibri politici, sociali e, persino, culturali non servono più efficacemente la causa del loro imperio. In questo sforzo di chiarificazione del loro stesso destino  gli States saranno disposti a sacrificare partner e valori universali.’(1,2)

Tutto questo, legittimo e ‘naturale’, verrà fatto, è bene saperlo, a costo di forzature che portate fino alle estreme conseguenze potrebbero partorire scenari e processi aperti ad ogni tipo di evoluzione. Anche ad un vero e proprio conflitto mondiale.

Soundtrack1:’Nessuno fece nulla’, Csi

Soundtrack2:’Information of death’,Neon

Soundtrack3:’Un mondo nuovo’, Neffa

Soundtrack4:’Nightcall’,Kavinsky

Film1:’I figli degli uomini’ Alfonso Quaròn

Film2:’Ken Park’, Larry Clark e Edward Lachman

Il pianista di Hitler

in storia by

Ci sono biografie che custodiscono l’assurdità di un’epoca. Ci sono storie che, se interrogate senza la tenaglia del pregiudizio, mischiano le carte in tavola, tracciano lo zigzag dell’umanità: rappresentano l’incomprensibile andare delle cose. Certo, per coglierle occorre rinunciare alla giustezza della narrazione storica, alla retorica approssimativa del bianco e del nero, all’ideologia dell’interpretazione appassionata; per coglierle occorre concedere un’opportunità alla schizofrenia degli eventi, aggrapparsi, per quanto possibile, alla giostra del vissuto.

La vita di Ernst Hanfstaengl detto “Putzi” è una di queste storie. Un gran casino che sfugge apparentemente alle ragioni della coerenza. Fu pianista, businessman, tedesco, americano, confidente di Adolf Hitler, collaboratore di Franklin D. Roosvelt, capo dell’ufficio stampa straniera a Berlino durante il Terzo Reich, studente ad Harvard. Fu talmente tanti personaggi che è difficile raccapezzarsi, inquadrarlo, dargli un posto nella versione ufficiale, quella che si insegna e si ripete come un mantra. Del resto, non è facile oggi digerire l’armonia di gusti così lontani: quello per la musica, per l’arte, ereditato dal padre editore e dal nonno fotografo; quello per l’oltreoceano, gli Stati Uniti, patria della libertà e delle possibilità, trasmesso dalla madre americana; quello per la guerra e il valore militare, forse portato dal filo invisibile delle generazioni, da quella lontana parentela con John Sedgwick, generale unionista durante la guerra civile americana.

Negli anni trascorsi sui libri ad Harvard, anni in cui si divertiva a comporre canzoni per la squadra di football dell’università, Putzi conobbe gente del calibro di Walter Lippmann (il giornalista che introdusse il concetto di “Guerra fredda”) e il reporter John Reed. Fu nel prestigioso ateneo che si formò intellettualmente e si preparò a prendere le redini del ramo statunitense del business di famiglia, la Franz Hanfstaengl Fine Arts Publishing House. Per questo, dopo la laurea, si trasferì a New York. Qui, pur continuando a suonare il piano, portò avanti la sua attività imprenditoriale. In quel periodo frequentò, tra gli altri, un giovane attore promettente: Charles Spencer Chaplin detto “Charlie”. Strinse inoltre amicizia con Franklin e Theodore Roosvelt.

Nel 1922, in seguito alla Prima guerra mondiale e alla confisca dei beni di famiglia da parte del governo degli Stati Uniti (si trattava del resto di un’impresa “nemica”), tornò in Germania e si stabilì in Baviera, sua terra natale. A Monaco presenziò al primo discorso pubblico di Adolf Hitler, che si svolse in una birreria del centro. Vista la sua conoscenza della realtà locale, gli fu chiesto di  assistere un addetto militare americano nel monitoraggio della scena politica tedesca. Fu così che rimase affascinato dalla violenza retorica del genio politico hitleriano. Tanto che nel 1923 prese parte al fallimentare Putsch di Monaco. Nei giorni seguenti alla disfatta, fu costretto a rifugiarsi in Austria ma offrì ospitalità a Hitler nella sua casa di Uffing, un tranquillo villaggio lacustre nel pieno della foresta bavarese. Fu proprio la moglie di Hanfstaengl, Helene Niemeyer, a dissuadere il leader del partito nazionalsocialista dal sucidio quando la polizia bussò per arrestarlo. Ernst e Adolf divennero così amici intimi. L’imprenditore tedesco-americano aiutò il giovane politico a finanziare la pubblicazione del suo Mein Kampf; mentre l’altro fece da padrino a Egon, il figlio di Hanfstaengl. Grazie alla sua grande amicizia con Hitler, divenne capo dell’Ufficio stampa estera di Berlino ed assunse una certa influenza nell’entourage del dittatore. Nel periodo berlinese, quando si incontravano Ernst suonava spesso il pianoforte per Adolf, che adorava starlo ad ascoltare.

Qualche tempo più tardi, nel 1933, una serie di discussioni col ministro della propaganda Joseph Goebbels compromisero il ruolo istituzionale di Putzi, che fu rimosso dall’incarico. Quegli anni furono particolarmente difficili. Nel 1936 divorziò da Helene; lo stesso anno fu denunciato al Führer da Unity Mitford, un’aristocratica inglese amica di entrambi. Tuttavia, nonostante la situazione non esattamente tranquilla, Ernst non lasciò la Germania. La fuga avvenne soltanto nel ’37, quando un pesante scherzo di Hitler e Goebbels lo convinse a lasciare il paese. La vicenda ha dell’incredibile. Albert Speer racconta che Hanfstaengl fu fatto salire su un aereo e soltanto una volta in volo messo a conoscenza della missione che gli era stata assegnata: si sarebbe dovuto lanciare col paracadute nella zona rossa della Spagna per lavorare come agente segreto di Francisco Franco. In realtà, sostiene Speer, l’aereo si limitò a sorvolare la Germania. Quando gli fu rivelato lo scherzo, Ernst capì che era giunto il momento di fare le valigie. Andò in Svizzera, poi da lì Inghilterra e infine, fatto prigioniero, tradotto in un campo di lavoro in Canada.

Lo salvarono le sue amicizie giovanili. Nel frattempo, Frank D. Roosvelt era infatti diventato presidente degli Stati Uniti d’America. Tra il 1942 e il 1944, su diretta richiesta del vecchio amico, Hanfstaengl lavorò come informatore e consulente psicologico di guerra all’S-Project. Le sue preziose informazioni permisero di schedare circa 400 leader nazisti e aiutarono gli psicanalisti Henry Murray e Walter Langer a tracciare un profilo psicologico della personalità di Adolf Hitler. Diversi anni più tardi, nel 1957, Putzi raccontò la sua storia straordinaria in un libro dal titolo eloquente: Unheard Witness (“Testimonianza inascoltata”). Morì nella sua Monaco all’età di 88 anni.

Ci sono biografie che custodiscono l’assurdità di un’epoca. Ci sono storie che, se interrogate senza la tenaglia del pregiudizio, mischiano le carte in tavola, tracciano lo zigzag dell’umanità: rappresentano l’incomprensibile andare delle cose. La vita di Ernst Hanfstaengl detto “Putzi” è una di queste.

Cosmin Moți e noi

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Sovente mi capita di partecipare a discussioni il cui tema è l’evoluzione del giuoco del calcio. Dato il tono di queste discussioni, più che dell’evoluzione si discute di una presunta involuzione. Tipicamente, c’è sempre un interlocutore che rimpiange “il calcio di una volta”, “le partite tutte alle 3 di pomeriggio”, “i calciatori che non erano milionari”, “i vecchi valori”.

Che negli ultimi 20 anni ci sia stata una lenta trasformazione del giuoco del calcio è fuor di dubbio. Non voglio annoiarvi analizzando gli eventi o le persone che l’hanno favorita: vi mostro soltanto un piccolo particolare, che secondo me racchiude dentro di sé tutto un mondo.

Questa che vedete sotto è una foto tratta dalla premiazione della Coppa delle Coppe 1992-1993, vinta dal mitico Parma di Nevio Scala.

Esatto, QUEL Parma: Taffarel, Benarrivo, Apolloni, Minotti, Grun, Di Chiara, Osio, Zoratto, Pin (Cuoghi), Melli (Brolin), Asprilla.
Esatto, QUEL Parma: Taffarel, Benarrivo, Apolloni, Minotti, Grun, Di Chiara, Osio, Zoratto, Pin (Cuoghi), Melli (Brolin), Asprilla.

Guardate bene questa foto. Fateci caso, sembrano i festeggiamenti che potremmo fare noi persone normali vincendo un trofeo di quartiere. Non ci sono fuochi artificiali e festoni colorati coi colori della squadra che ha vinto, non c’è una pedana con su scritto il nome della manifestazione, i calciatori sono messi un po’ a caso, mescolati con i massaggiatori, i dirigenti e qualche passante. Ah, e purtroppo non c’è nemmeno più la Coppa delle Coppe, abolita nel 1999.

È ciò che pensavo durante il Mondiale giocato in Brasile: gli stadi sembravano quelli di un videogioco, di Fifa 2014 o di Pro Evolution Soccer 2014: non c’erano striscioni, gli spettatori stavano quasi sempre composti e seduti, era tutto così preciso, ordinato. Niente emiro pazzo o difensori a cui non sono state spiegate le regole. Sembrava quasi una parata nazista. E difatti, a riprova che tutto è stato ormai codificato, durante la finale del Mondiale si è proceduto alla assolutamente ridicola premiazione del “Miglior Giocatore del Mondiale”, titolo vinto da Leo Messi. Cioè quel Leo Messi che pochi minuti prima aveva visto sfumare non solo la vittoria del Mondiale della sua Argentina grazie al gol di Götze, ma anche (e forse soprattutto) la sua personalissima ascesa al trono di Miglior Calciatore di Tutti i Tempi, trono ancora saldamente nelle mani di Diego Armando Maradona, grazie anche a quel mondiale del 1986 in Messico, vinto praticamente da solo e condito da due dei gesti più geniali di sempre, peraltro effettuati nella stessa partita: la Mano de Dios e il Gol del Secolo. Messi, invece, all’ennesimo Mondiale, ha fallito ciò che tutti gli chiedevano: portare l’Argentina alla vittoria grazie ai gol pazzeschi che però purtroppo di solito fa con l’Almeria o con la Real Sociedad. Ciononostante, mentre i tedeschi festeggiavano, un cupissimo Messi ha dovuto ritirare quel premio e persino abbozzare un sorriso. Kafka da lassù lo guardava con affetto.

Quindi, come dire: amici che pensate che le percentuali di spettacolo e sport nel calcio si siano via via sbilanciate in favore dello spettacolo, beh, non posso certo darvi torto. Sarebbe da cretini non ammettere ciò, in un Paese che fa giocare una partita della propria Serie A alle 12.30 in modo da poterla trasmettere, grazie al fuso orario, in prima serata alle 20.30 nel Sud Est Asiatico.

Detto tutto questo, però, va rilevata anche un’altra cosa. Che il calcio, per quanto si voglia normarlo, standardizzarlo, twittarlo, renderlo un prodotto vendibile e tutte quelle altre diavolerie che piacciono a Caressa, resta sempre uno sport. Resta sempre un gioco che simula una battaglia, e a volte, ancora oggi, alcune battaglie si risolvono nelle maniere più strane, casuali, incredibili.

Ieri sera, durante il turno di qualficazione alla UEFA Champions League 2014/2015, a Sofia si sono incontrate il Ludogorets, squadra bulgara, e la Steaua Bucarest, squadra rumena. La partita di andata, tenutasi la scorsa settimana in Romania, terminò 1-0 in favore della Steaua Bucarest. Quindi al Ludogorets, per passare il turno, sarebbe servita una vittoria con almeno due gol di scarto. O con un gol (ma senza subirne) per andare ai supplementari ed eventualmente ai rigori.

La partita è stata una battaglia nervosissima che ha costretto l’arbitro ad estrarre ben 10 volte il cartellino giallo, ma fino al 90′  è rimasta ferma sullo 0-0. La Steaua Bucarest ormai intravedeva la qualificazione, quando il brasiliano Wanderson Cristaldo Farias ha fatto scoccare il tiro decisivo che ha portato il Ludogorets sull’1-0, regalando alla squadra bulgara la possibilità di giocarsi ancora la qualificazione durante i tempi supplementari. Fin qui, episodi di questo tipo, sebbene rari, sono quasi dei classici: basti pensare alle finali di UEFA Champions League del 1999 o dell’anno scorso.

I supplementari, come spesso capita, sono stati una ulteriore guerra di nervi tra le due squadre, fino ad un episodio molto importante: al 119′ minuto, a un solo minuto dai calci di rigore, il portiere del Ludogorets, Vladislav Stojanov, viene espulso per un’uscita a valanga sull’attaccante avversario. Il problema per il Ludogorets era che aveva terminato le sostituzioni a sua disposizione, pertanto, non potendo giocare senza portiere, ha dovuto dirottare in porta un calciatore che di solito occupa un altro ruolo. Quel calciatore è il difensore Cosmin Moți. Ironia della sorte, Cosmin Moți è rumeno. Come la Steaua Bucarest. Cosmin Moți è l’unico rumeno che gioca nel Ludogorets. Inoltre, ha giocato per sette anni (inframmezzati da quattro mesi al Siena, tra l’altro) nella Dinamo Bucarest, l’acerrima rivale della Steaua Bucarest. Per capirci: è un po’ come se la Lazio dovesse giocare contro una oscura squadra svizzera che schiera però (per caso) Francesco Totti o Daniele De Rossi in porta.

Moți ha indossato la maglia numero 91 del secondo portiere Ivan Čvorović (e già qui, in un mondo in cui ci sono i numeri fissi e i nomi sulle maglie, vedere un calciatore con la maglia di un altro compagno è un gustosissimo ingranaggio che si inceppa in quel fantastico macchinario scintillante che è il calcio moderno), non si è perso d’animo, e ha portato a termine i tempi supplementari.

E i rigori? Probabilmente i giocatori della Steaua Bucarest già pregustavano una facile vittoria, pensando che un difensore non avrebbe mai e poi mai potuto essere all’altezza di un portiere. Evidentemente non sapevano nulla di Bilica e di Shevchenko. Moți però, a differenza di Bilica, non ha neutralizzato un rigore a fine partita, peraltro ininfluente ai fini del risultato (il rigore fu tirato sul 3-0 per il Milan).

Cosmin Moți, investito della responsabilità probabilmente più grande della sua intera carriera, ma, beffardamente non connessa a ciò di cui si occupa abitualmente (fare il difensore), decide di trasfigurarsi. E, così come il mitologico Ricardo di Euro 2004, decide persino di prendersi la responsabilità di tirarlo, un rigore. Moți ha infatti tirato il primo rigore della serie per il Ludogorets, e l’ha segnato.

Poi si è accomodato in porta. Secondo rigore. Invece di stare fermo come pensavano i calciatori dello Steaua, Moți si è buttato. Non solo, ha anche intuito il lato della porta in cui il pallone si è insaccato. A quel punto, terzo rigore: Wanderson, l’eroe che aveva portato il Ludogorets sull’1-0, sbaglia. La situazione in quel momento per il Ludogorets era a dir poco disperata: sotto di un gol e con un difensore al posto del portiere. E invece, Cosmin Moți, fa il capolavoro: para il quarto rigore, e rimette in gioco la sua squadra. Ed ha anche cominciato a fare il fesso, ballando sulla linea di porta, come il Dudek dei tempi d’oro. Da qui in poi, nessuno ha più sbagliato un rigore.

Fino al quattordicesimo rigore, quarto della serie a oltranza. Sul dischetto, per la Steaua Bucarest, si è presentato Cornel Râpă. E ha sbagliato. O meglio: Cosmin Moți ha parato anche questo rigore. Terminando la serie ad oltranza, e portando per la prima volta nella sua storia il Ludogorets alle fasi a gironi della UEFA Champions League.

Ricapitoliamo: sei l’unico rumeno in una squadra bulgara, giochi contro la squadra rumena di cui sei stato nemico giurato per sette anni, ti mettono in porta anche se non è il tuo ruolo, segni un rigore, ne pari due, e porti la tua squadra per la prima volta nella sua storia in UEFA Champions League. E hai pure giocato sei mesi nel Siena, per la gioia di noi appassionati di calcio italiani.

Ecco, davanti a tutto questo, penso possiate capire come sia possibile che, nonostante Blatter, nonostante Platini, nonostante mille divieti (non si può più esultare come Ravanelli o andare in giro con monili d’oro -e la faccia da parcheggiatore abusivo- di Hristo Stoichkov), nonostante il fatto che ormai metà delle inquadrature durante le partite trasmesse in tv siano primi piani dei calciatori o suggestive panoramiche dello stadio ripreso dall’elicottero, nonostante tutto questo, ci sarà sempre un nutrito gruppo di persone (di cui fieramente faccio parte) che amerà il giuoco del calcio. Perché questo gruppo di persone sa che, prima o poi, apparirà un Cosmin Moți a ricordarci cosa sia davvero il bello del calcio, come ci ha spiegato Chris Piersonqualche momento sublime, molti episodi ridicoli, e tutto ciò che sta nel mezzo tra i due opposti. 

Inno all’Inno

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Da bambina avevo una musicassetta con un sacco di canzoni patriottiche. Era di mia mamma, maestra elementare a cui piaceva dare una colonna sonora alle sue lezioni di storia. Se non ricordo male, la playlist comprendeva degli evergreen come la Canzone del Piave, Bella Ciao, Va’ Pensiero, l’inno della Brigata Sassari e svariati canti degli alpini. Naturalmente c’era anche la versione completa del Canto degli Italiani, che poi sarebbe il nostro inno nazionale. Mia mamma ci teneva molto che tutti i suoi alunni leggessero e comprendessero tutto l’inno prima di spedirli alle medie. E se il trattamento toccava agli alunni della maestra, a maggior ragione toccava alla figlia della maestra (“mica si può girare il mondo senza conoscere tutto l’inno nazionale!”). Essendo appassionata di storia, tra me e le parole del Canto degli Italiani è stato un colpo di fulmine. Gli inni nazionali in genere hanno dei testi piuttosto anonimi, se li hanno, che fanno appello a generici buoni sentimenti. Del nostro inno invece mi affascinava il fatto che ripercorresse con una notevole nonchalance sette secoli di storia, diventando così per l’Italia come la scarpetta di cristallo per Cenerentola.

In occasione della Coppa del Mondo, durante la quale speriamo di sentire l’inno risuonare altre sei volte, ecco sette buon motivi per conoscere e amare il Canto degli Italiani (rimando all’ottima pagina del sito del Quirinale per il testo completo).  
 
1) Perché l’inno è stato composto nel 1847 dal ventenne patriota genovese Goffredo Mameli. Mameli, che era uno che non stava mai fermo, dopo aver combattuto contro gli Austriaci a Milano nel 1848 morirà appena un anno dopo al fianco di Garibaldi durante l’assedio di Roma che mise fine allla Repubblica Romana. Io a ventidue anni la cosa più eclatante che avevo fatto era scavalcare con gli amici la recinzione della spiaggia di Grado di notte per venir beccata dopo poco dalle guardie giurate e essere accompagnata all’uscita senza spargimento di sangue. Fate un po’ voi. 
 
2)  Perché l’intero inno è un continuo riferimento alla rivolta da parte degli italiani underdog contro l’oppressione straniera. E su du me gli underdog esercitano un fascino fortissimo. Non avendo mai capito in base a cosa Francesi, Spagnoli e Austriaci si sentissero autorizzati a venire a rompere le scatole in Italia, non posso che apprezzare i versi “Noi siamo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi. Raccolgaci un’unica bandiera, una speme: di fonderci insieme già l’ora suonò.” 
 
3) Perché Mameli dice “Dall’Alpi a Sicilia dovunque è Legnano”, togliendo le zampe leghiste dalla vittoria della Lega Lombarda contro il Barbarossa. 
 
4) Perché conoscere il verso “i bimbi d’Italia si chiaman balilla” e sapere che cantarlo non costituisce apologia di Fascismo può evitare delle figuracce. Nella scuola di mia mamma alcune zelanti maestre si erano rifiutate di far leggere tutto l’inno ai loro alunni per via di quel verso. Poi mia mamma ha spiegato loro che il Balilla è il ragazzino che nel 1746 diede inizio alla rivolta di Genova contro gli Austriaci. Storia vera. 
 
5) Perché  “già l’aquila d’Austria le penne ha perdute” per una triestina con antenati decisamente irredentisti è meglio di qualsiasi sfottò calcistico. Con buona pace di quel simpaticone di Radetzky.
 
6) Perché il nostro inno cita la Polonia e l’inno polacco cita l’Italia. Ed è l’unico caso al mondo. Underdog al quadrato. Parlando dell’Austria, Mameli dice “il sangue d’Italia, il sangue Polacco, bevé, col cosacco, ma il cor le bruciò.” L’inno polacco più semplicemente invita a marciare sul suolo italiano come su quello polacco. 
 
7) Perché quando Mameli ha scritto “siam pronti alla morte” era sincero. Quasi quanto Rino Gattuso nel Mondiali 2006.
 
Infine una preghiera, anzi tre. Quando si canta l’inno ci si alza in piedi e si sta composti, tra la prima e la seconda strofa si tace (nessuno poporopopopopo’) e dopo “siamo pronti alla morte l’Italia chiamò” si urla “sì!” (anche se è una balla). 
P.S. FORZA AZZURRI!!!!
 

Italiani di un Dio minore

in storia by

A Trieste circa un terzo della popolazione è di origine istriana, fiumana o dalmata. La mia città è quella che ha accolto il numero maggiore di esuli dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino al 1954, anno in cui i nuovi confini sono diventati definitivi. A Trieste più che in qualsiasi altra parte d’Italia c’è una conoscenza diretta di cos’è stato l’Esodo: 200.000 cittadini italiani hanno lasciato le loro case, espropriate dalla Jugoslavia, e si sono dispersi in Italia e nel mondo. Hanno dovuto ricominciare la loro vita da zero passando per campi profughi, sistemazioni di fortuna o navi che li hanno portati dall’altra parte del mondo. Un’intero patrimonio culturale è rimasto impigliato al di là della Cortina di Ferro. Immaginate se improvvisamente dalla vostra regione il 90% della popolazione faccesse i bagagli senza possibilità di ritorno. Per qualche generazione le tradizioni, i dialetti, la musica e la cucina resisterebbero al distacco, ma il loro destino sarebbe inevitabilmente segnato. Materiale da museo, da documentario o da pièce teatrale nostalgica.

Ecco, oltre al distacco fisico dalla loro terra, gli esuli hanno dovuto sopportare anche la diffidenza, o nella migliore delle ipotesi l’indifferenza degli altri italiani. Una parte della sinistra ha convenientemente fatto passare l’Esodo come la fuga di 200.000 fascisti colpevoli di rifiutare il sogno socialista jugoslavo. Allo stesso tempo, il resto della società ha chiuso gli occhi, lasciando che il ricordo diventasse terreno di conquista della peggiore destra. Così, fuori da Trieste e dintorni, si è via via formata quest’idea che chiunque parli di Esodo debba per forza farlo perché ha simpatie fasciste e antislave e non per un’ onesta e disinteressata soldarietà verso altri italiani meno fortunati. Idea che nel 2014 tristemente resiste delle teste di alcuni presunti antifascisti che non disdegnano però metodi fascisti. 

L’Esodo non è stato né l’unica né la peggiore delle tragedie del XX secolo, ma quelli che oggi tacciano di revisionismo storico chi semplicemente ricorda quei fatti forse dovrebbero fermarsi un attimo e riflettere.  Gli esuli hanno perso le loro radici, le tombe dei loro antenati, le loro case e le loro attività costruite con il sudore della fronte ma quei 200.000 italiani come noi, non erano ne più ne meno fascisti del resto degli italiani nel Ventennio. E hanno pagato il conto per tutti, magari anche per i nonni di quelli che oggi continuano a dar loro dei fascisti.

L’uovo ke avanza

in politica/storia by

Se non si torna indietro all’impazzimento ideologico conseguente al compromesso storico e all’eurocomunismo del Pci di Enrico Berlinguer, non si potrà mai capire come sia stato possibile che un  mariadefilippizzato Humpty Dumpty qualsiasi della politica italiana, l’amico uovo del Gatto con gli stivali, sia diventato tutto d’un colpo il capo indiscusso della sinistra, legittimato domani sera dal ‘voto’ di militanti e simpatizzanti.

Esauritasi la fase togliattiana della creazione di un partito ideologico fortemente identitario, attraverso quella che venne definita la ‘via italiana al socialismo’ prima ed ‘eurocomunismo’dopo, il Pci si pose l’obbiettivo di essere lo strumento rappresentativo del graduale processo di integrazione sociale della classe operaia di recente emigrazione, ed il mezzo di modernizzazione e liberalizzazione del costume delle classi popolari e della piccola borghesia. Quest’operazione gli permise di crescere elettoralmente in modo costante dal 1948 al 1979.

Su questa linea si arrivò alla ricerca di un’alleanza di governo con la sinistra della Democrazia Cristiana, teoricamente basata su una critica non tanto al capitalismo quanto alla società dei consumi di massa e dell’ occidentalizzazione culturale. Alleanza preferita a quella con i socialisti della segreteria craxiana, che si proponevano al contrario come rappresentanti di quell’americanizzazione della società che sarebbe poi diventata egemonica tra la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80.

Falliti gli esperimenti del compromesso storico e dell’eurocomunismo, il più grande partito d’opposizione cade vittima di un’assenza di strategia, bloccato da contraddizioni varie che ne sentenziano l’arresto della crescita del consenso elettorale: il voler prendere in mano il governo del Paese con la Dc e non con il partito socialista; il prendere le distanze dall’Urss ma ritenere allo stesso tempo inconciliabile l’adesione alle socialdemocrazie europee; essere il primo gendarme inflessibile contro ciò che accadeva nelle fabbriche e nelle piazze, cercando poi in ritardo di cavalcarne il movimentismo già però esauritosi; il sostituire il leninismo con la battaglia contro la degenerazione del sistema politico del quale però il medesimo partito, con le corporazioni sindacali ad esso connesso, rappresentava uno dei perni nevralgici a livello locale e nell’articolazione burocratica/impiegatizia; il consegnarsi inconsapevolmente al potentato editoriale post-azionista scalfariano, sbandierando una questione morale che cozzava con i finanziamenti ricevuti negli anni dall’Urss, dalla quale prendeva le distanze in occasione dell’ invasione dell’Afghanistan. Salvo poi, col passare degli anni, vedere gli eredi di Enrico Berlinguer votare ed essere a favore della stessa occupazione, ma stavolta ad opera degli Stati Uniti. Mai nemesi storica fu cotanto efficace e beffarda.

Gia’, gli eredi berlingueriani. Il Pci degli anni Ottanta è un partito senza teoria, senza strategia e senza tattica. Non esiste più analisi strutturale delle classi e dei rapporti sociali, ma solo lo sbandieramento dell’onestà e della moralità. Categorie, quest’ultime, che anche i bambini di 2 anni sanno essere estranei alla lotta politica e ad ogni forma di pensiero strategico.

Fai una carrellata e capisci che non poteva finire altrimenti. E capisci anche che alla base del fallimento del comunismo c’è stata la prevalenza di un modello gregario dell’ obbedienza identitaria aprioristica a qualunque svolta tattica e strategica del capo, sul precedente ed originario modello critico ed autonomo di interpretazione delle lotte sociali e delle trasformazioni storiche.

Achille Occhetto, il bambino buono coi baffi, quello che sostituisce tutto d’un fiato la fine delle ideologie con il giustizialismo della magistratura, che pensa che gli italiani ad un certo punto l’avrebbero votato in massa perché lui era ‘pulito ed onesto’. Il Gorbaciov italiano, immemore che Gorbaciov finirà a fare la pubblicità televisiva per la Pizza Hut. Massimo D’Alema, l’incarnazione del detto’la furbizia te se magna’, il leader che morì di tattica. Walter Veltroni, il nulla tattico e strategico per eccellenza, lo scrittore di libri dell’apoteosi del buonismo imbecille televisivo, l’inconsistenza politica allo stato puro, ritratto da Guzzanti in un’imitazione, mai tanto azzeccata, come l’allenatore della squadra di calcio ‘centrosinistra’ che, quando l’arbitro fischia un rigore per il ‘centrodestra’, sostituisce il proprio portiere con una vecchia signora di 90 anni che stenta a muoversi. Piero Fassino, una corda di chitarra ipertesa ed anemica che mentre cercavi di seguirlo mentre lui ti parlava, finivi sempre per andare sovrapensiero e col chiederti:’ma io posso stare a sentire uno così che sembra che stia per morire e dissolversi nell’aria???’. Bersanetor, il buontempone di paese, politicamente parlando, quello che sbaglia il rigore a porta vuota,  l’impeccabile amministratore emiliano onesto e buon padre di famiglia che non si sa perché ma ha tutti collaboratori grassottelli, quello che per sei mesi ‘mai mai mai con Berlusconi’e poi ‘Berlusconi ok, facciamo il governo insieme e come nostro uomo ti mandiamo il nipote del tuo braccio destro’.

Un movimento politico che doveva rovesciare ed invertire i rapporti di forza dentro la società italiana, si è invece ritrovato con dei leader che hanno scelto di integrarsi allo status quo per miopia teorica e politica o per carrierismo ed aspirazione personale, finendo con l’essere sgretolati loro stessi e risucchiati nel sistema. L’antiberlusconismo sbandierato, così come l’anticraxismo dei decenni passati, il vuoto e parolaio riformismo di cui ci si riempie tanto la bocca, il moralismo giustizialista, altro non sono che il gemito del morente, l’alibi giustificazionista che in realtà è la coperta di un fallimento strategico e politico di un ceto politico professionale autoreferenziale, di una classe dirigente impreparata, superficiale, che ha fatto strada non per meriti dialettici e di preparazione sostanziale, ma perché stava nella cricca giusta.

Hanno fatto la fine del gatto con gli stivali, quando scopre la crudele verità e cioè che i suoi compari HumptyDumpty  e Kitty erano sempre stati in combutta fin dall’inizio con Jack e Jill e gli abitanti di San Ricardo, e che avevano ordito l’astuto piano di condurlo lì e farlo arrestare, vendicandosi del passato che fu.

Soundtrack1:’Adius’, Piero Ciampi

“Ripetetele ai vostri figli”

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Settanta anni fa gli uomini di Kappler rastrellarono 1259 persone nel ghetto di Roma, 1023 delle quali vennero spedite ad Auschwitz. L’anniversario, quest’anno, è passato in secondo piano, oscurato in parte dalla morte di Erich Priebke e in parte dal fatto inconfutabile che della cosa frega poco a pochi.

Per quello che vale, questo vuole essere un piccolo aiuto alla memoria collettiva. Dato che della vicenda e dei criminali che ne furono protagonisti si ricordano bene i dettagli, si è preferito concentrarsi su un aspetto un po’ meno pubblicizzato: lo scarso aiuto ricevuto da chi poteva darlo.

Capitolo 1

Il 26 settembre del 1943 Ugo Foà, presidente della Comunità Israelitica di Roma, e Dante Almansi, presidente delle Comunità Israelitiche Italiane, vengono convocati nell’ufficio di Herbert Kappler, comandante della Gestapo a Roma. Dopo una cortese conversazione di carattere generale, Kappler viene al dunque con un discorso di questo tipo: “Noi tedeschi consideriamo voi ebrei come nemici e come tali vi trattiamo. Non abbiamo bisogno delle vostre vite né di quelle dei vostri figli, abbiamo bisogno invece del vostro oro. Entro trentasei ore voi dovete versare cinquanta chilogrammi di oro, altrimenti duecento ebrei saranno presi e deportati in Germania”.

I due presidenti, dopo aver cercato invano di ridurre la richiesta di oro, si congedano, e convocano gli esponenti principali della Comunità per prendere una decisione. Scartano ben presto l’idea di rivolgersi alla polizia italiana: sanno già che non potrebbe influenzare la decisione tedesca. Non rimane che raccogliere l’oro e cedere al ricatto per evitare mali peggiori.

La popolazione ebrea di Roma viene messa a conoscenza della richiesta, e in breve tempo arrivano le offerte di oro; i meno abbienti portano cari ricordi di famiglia; chi non ha oro contribuisce con denaro. Con grande slancio di solidarietà, anche molti cattolici fanno la loro parte. Del fatto viene a conoscenza anche la Santa Sede.

E fa sapere spontaneamente in via ufficiosa che, nel caso non fosse stato possibile raccogliere l’oro richiesto entro il termine stabilito, avrebbe messo a disposizione la differenza. Da restituire con calma quando possibile.

Poco prima della scadenza delle trentasei ore vengono raccolti cinquanta chilogrammi di oro e poco più di due milioni di lire. Appena tre settimane dopo, ovviamente, aver ceduto al ricatto si rivela del tutto inutile.

Capitolo 2

La mattina del 16 ottobre 1943 la principessa Enza Pignatelli, ex-allieva di Pio XII, chiede udienza in Vaticano. Ha assistito alle operazioni di rastrellamento iniziate all’alba, e ne informa il Papa. Della faccenda viene incaricato il Segretario di Stato, il cardinale Luigi Maglione, che incontra l’ambasciatore tedesco in Vaticano, Ernst von Weizsäcker.

Gli ho chiesto di voler intervenire a favore di quei poveretti. Gli ho parlato come meglio ho potuto in nome dell’umanità, della carità cristiana.
L’Ambasciatore, che già sapeva degli arresti […] mi ha detto con sincero e commosso accento: «Io mi attendo sempre che mi si domandi: Perché mai Voi rimanete in codesto ufficio?».
Ho esclamato: «No, signor Ambasciatore, io non Le rivolgo e non Le rivolgerò simile domanda. Le dico semplicemente: Eccellenza, che ha un cuore tenero e buono, veda di salvare tanti innocenti. È doloroso per il Santo Padre, doloroso oltre ogni dire che proprio a Roma, sotto gli occhi del Padre Comune, siano fatte soffrire tante persone unicamente perché appartengono a una stirpe determinata». L’Ambasciatore, dopo alcuni istanti di riflessione, mi ha domandato: «Che farebbe la Santa Sede se le cose avessero a continuare?».
Ho risposto: «La Santa Sede non vorrebbe essere messa nella necessità di dire la sua parola di disapprovazione».

Maglione, nell’occasione, ricorda anche a Weizsäcker che “la Santa Sede [era] stata, come egli stesso [aveva] rilevato, tanto prudente per non dare al popolo germanico l’impressione di aver fatto o voler fare contro la Germania la minima cosa durante una guerra terribile”.

Il piano di Weizsäcker, a questo punto, è quello di far scrivere una lettera al vescovo Alois Hudal, rettore della Chiesa Cattolica tedesca a Roma e noto simpatizzante nazista, indirizzata al generale comandante militare di Roma Reiner Stahel, in cui il prelato chiede la “non reiterazione degli arresti, per evitare un intervento pubblico del Papa contro di questi”. In ogni caso alle 14, tre ore prima che la lettera sia consegnata, il rastrellamento è già terminato.

Il 28 ottobre, Weizsäcker scrive al Ministro degli esteri tedesco:

“Il Papa, benché sollecitato da diverse parti, non ha preso alcuna posizione contro la deportazione degli ebrei da Roma […]. Egli ha fatto di tutto anche in questa situazione delicata per non compromettere il rapporto con il governo tedesco e con le autorità tedesche a Roma. Dato che qui a Roma indubbiamente non saranno più effettuate azioni contro gli ebrei, si può ritenere che la spiacevole questione per il buon accordo tedesco-vaticano sia liquidata”.

Capitolo 3

“L’odierna commemorazione potrebbe essere definita come una memoria futura. Un appello alle nuove generazioni a non appiattire la propria esistenza, a non lasciarsi trascinare da ideologie, a non giustificare mai il male che incontriamo, a non abbassare la guardia contro l’antisemitismo e contro il razzismo qualunque sia la loro provenienza” (Jorge Mario Bergoglio, 16/10/2013).

Fonti:
Sentenza n. 631, del Tribunale Militare Territoriale di Roma, in data 20.07.1948
Robert Katz, “Roma città aperta. Settembre 1943-giugno 1944” (il Saggiatore, Milano 2003)
Rastrellamento del ghetto di Roma, it.wikipedia
Roma, Napolitano in Sinagoga – “Oggi giornata di grande coesione”, Repubblica.it

Perche’ si parla tanto di Cile

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Ogni undici Settembre – ma anche prima e dopo, purtroppo –  la stessa storia: siamo inondati da giudizi lapidari sul Cile degli anni ’70 e i suoi protagonisti. La grande maggioranza dei giudizi, ovviamente, di esaltazione per il martire della democrazia e della liberta’ Allende e di condanna per il truce, malvagio e terribile Pinochet. Un esempio particolarmente sconfortante per superficialita’ e pochezza, qui .

L’eccesso di attenzione per il Cile e’ il riflesso di alcuni tic storici della sinistra italiana. Il Cile e’ una dittatura di cui tutti ricordano a memoria inizio, fine e protagonisti. Molti non saprebbero ricordare il nome di un colonnello greco – ok, per i greci la pronuncia e’ complicata. Ma forse e’ meno cool il Brasile, che ha avuto una dittatura militare simile e per molti versi peggiori di quelli cilena; o l’Argentina, che per di piu’  e’ stata tirata suo malgrado in una guerra stupida contro l’Inghilterra: guerra in cui molti sagacissimi esponenti di sinistra nostrani ritennero sensato schierarsi dalla parte di Videla perche’ opposto alla loro nemesi Margaret Thatcher. La memoria collettiva dimentica quindi non solo esperienze simili a noi vicine geograficamente o culturalmente (e dimentico ovviamente Nicaragua, Cuba, Venezuela, Peru, …), ma anche tragedie di paesi a noi culturalmente vicini un tempo, e che si sono allontanati bruscamente, come l’Iran. Perche’ ?

Innanzitutto per il mito di Allende. Il Cile era una democrazia per alcuni aspetti simile a quella italiana. Quando Allende, appartenente a un partito legato al PCUS come lo era il nostro PCI, prese il potere con l’obiettivo di trasformare la societa’ cilena in una societa’ socialista, il processo si era svolto secondo procedure democratiche chiare e identificabili.

Il secondo motivo ha a che vedere con le consulenze dei  “Chicago Boys” al governo di Pinochet. Da un lato queste consulenze hanno dato l’occasione alle sinistre d’ogni paese, per il resto conniventi con dittature d’ogni risma , di affermare scioccamente che libero mercato e democrazia non sono compatibili. Dall’altro lato, che la performance economica del Cile sia stata incomparabilmente la migliore del continente sudamericano obbliga l’analisi dei militanti ad essere parziale: si deve associare Pinochet al neoliberismo, ma solo per un attimo, e poi tornare alle torture, agli stadi pieni di dissidenti, e magari azzardare che il neoliberismo e’ torture e stadi pieni di dissidenti. Inquinare un giudizio cosi’ bello e cosi’ netto, in cui da una parte c’e’ il Bene (Allende, il socialismo, la democrazia cilena pre-1973), e dall’altra il Male (Pinochet, il neoliberismo, magari gli Stati Uniti, etc.), richiede di non affrontare ciascun argomento separatamente, e sopratutto di non approfondire.

Quali sono state le riforme neoliberiste cilene? Per dire: prima di perdere il controllo del Parlamento cileno, Allende aveva nazionalizzato le miniere di rame. Pinochet e’ stato cosi’ terribilmente neoliberista che in 17 anni si e’ ben guardato dal riprivatizzarle. Ha introdotto alcune riforme importanti, ma roba che noi consideriamo normale, come abbattere dazi e restrizioni sul commercio internazionale. Il risultato del complesso di queste misure (riassunto qui ) e’ stato probabilmente una crescita cilena piu’ stabile, con i picchi, appunto, dovuti ai boom del prezzo del rame, ma senza le precipitose cadute tipiche delle economie sbilanciate nei momenti di discesa dei prezzi delle materie prime, e una riduzione costante della poverta’. A chi dovesse chiedersi perche’ allora si parla di politiche di successo, la risposta da dare e’ grossomodo questa: molte buone scelte sono omissioni. I governi sudamericani hanno accumulato innumerevoli scelte di politica economica disastrose negli stessi anni in cui il Cile introduceva poche riforme sensate. Il semplice ristabilire la rule of law, e il non ostacolare gli investimenti esteri, sono in fondo le cose che piu’ spesso vengono invocate da coloro i quali hanno un movimento di tristezza quando sentono il solito cretino che urla al “neoliberismo”. Per il resto, la societa’ cilena rimane molto diseguale, ma questo purtroppo e’ un problema comune ai paesi latinoamericani e che pre-esisteva sia ad Allende che a Pinochet.

 
picocho-allende-1973

Tornando al mito di Allende: che tipo di democrazia e’ stata sovvertita da Pinochet ?  Il quesito e’ complesso, e nel link c’e’ una risposta forse parziale. La narrativa cui siamo tipicamente esposti sceglie, in cattiva fede, di non raccontare la storia di un Allende destituito dal suo stesso Parlamento, che chiede l’intervento dell’esercito. Al tempo della presa del potere da parte dei militari, comunque,  il Cile era nel caos e lo sarebbe rimasto per vari anni, in una situazione del tutto simile a quella dell’Italia nel biennio rosso: bande di militanti di sinistra praticavano la violenza politica nella tacita connivenza dei loro referenti istituzionali. Non sarebbe stato fuori luogo se un parlamentare cileno avesse citato la celebre frase di Claudio Treves, che affermo’ tragicamente nel 1922: “Quando si minaccia il parlamentarismo e si inneggia alla dittatura, noi vi diciamo, o signori, de re vestra agitur . Il regime liberale parlamentare è vostro, non nostro”. La sinistra parlamentare italiana, che negli anni ’70 era indulgente e assolutoria ma non connivente con i violenti, trasse un improprio paragone tra la reazione popolare alla violenza politica cilena che porto’ al regime autoritario e una eventuale svolta autoritaria nel nostro Paese in caso di una vittoria delle elezioni da parte del PCI. Basta ascoltare un qualsiasi dibattito tv della seconda meta’ dei ’70 per sentire velati riferimenti all’episodio cileno come minaccia e scelta auto-assolutoria di considerare la democrazia italiana “instabile”.

Ora, niente e’ piu’ lontano dalle mie intenzioni  che banalizzare un processo storico che ha portato a decine di migliaia di vittime nel solo Cile. Ma sarebbe bello se rievocarne continuamente il ricordo servisse a trarre qualche lezione su di noi, sulla nostra democrazia e sul destino del nostro Paese, e meno a evocare fantasmi utili a esorcizzare la propria incapacita’ di spiegare il mondo, o a costruire santini immaginari e non corrispondenti con la realta’. Considerando che siamo il Paese delle anomalie Mussolini prima, PCI poi, e infine Berlusconi, cercherei di trarre lezioni reali, prima di pensare di poterne dare di immaginarie a paesi lontani, non studiati e neanche capiti.

L’ultimo provocatore

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Gli inventori della moderna provocazione politica furono senza dubbio Filippo Tommaso Marinetti e Gabriele D’Annunzio. Il primo coi suoi eroici aerei volantinaggi, le sue stilettate metaforiche e gli zum bum bang tumb bellicosi e sbellicanti; il secondo con le celebri trasvolate edonistiche, le imprese militareggianti e l’io ingombrante, vera casa di ogni aspra e divertita provocazione. Furono i padri e in un certo senso i padroni di un’arte che si lascia prendere solo da coloro che la invocano a piena voce, che la sanno portare alle soglie del ridicolo, per poi varcarle beatamente senza alcuna remore intellettuale, senza alcun pudore esistenziale né – tantomeno – alcuna prudenza morale. Cambiarono il senso e i sensi di una dimensione, quella politica, che era abituata sì agli autoritarismi estetici e linguistici crispiani, giolittiani e bavabeccarisiani, ma non certamente alla prova solenne e per certi versi definitiva del ribaltamento semantico, dell’assurdità che si fa azione e dimostrazione (perché, come suggerisce l’etimologia, la provocazione è innanzitutto “invito alla lotta”). Fecero scuola e spianarono la strada ad un nuovo modo di affrontare l’avversario politico, un nuovo modo di concepire la protesta. E poco importava se c’era proposta o meno, l’importante era la rivolta, che doveva preservare prima d’ogni cosa se stessi, detentori di una meravigliosa balbuziente verità.

Dopo di loro vennero gli anni del fascistissimo mutismo della provocazione, che si fece anch’essa parte del discorso unificante e intristì nelle dichiarazioni di guerra e nella recitazione – magistrale, bisogna ammetterlo – del Benito Mussolini da Predappio, distrattore italianissimo e fiero ma incapace di concepire lo spazio dei contrasti, vera ed unica patria dell’ars provocatoria.

Tuttavia, nonostante il ventennio – anni della retorica serietà mussoliniana e della pur brillante rettitudine linguistica di regime –,  i cromosomi dell’insegnamento marinettiano e dannunziano ricomparvero sotto altre forme: nel fronte del ribaltamento semantico che ribalta se stesso, le sue proprie aspirazioni elitarie: è il gianniniano Uomo Qualunque che ristabilisce fittiziamente, per scherzo, un equilibrio antropologico pressoché dimenticato dai padri provocatori. Il qualunquismo come tendenza politico-esistenziale è la provocazione delle provocazioni; laddove decade lo straboccante spirito egocentrico dannunziano riappaiono centinaia, migliaia, forse milioni di ego pronti a sputare nel piatto in cui hanno mangiato, quello dell’assolutamente no e quello dell’incredibilmente sì: un pasticcio che in confronto quello gaddiano era una fiction da giudice Santi Lichieri.
Giannini prende D’Annunzio e Marinetti, li mette insieme, aggiunge un poco di ironia e di antifasciocomunismo et voilà che dà corpo e voce ad un nuovo baluardo della provocazione, un Fronte apparentemente senza fronzoli di un Uomo Qualunque che non esiste in senso assoluto ma che ci appartiene da sempre in senso relativo; una rottura netta con la storia recente che si configura nella presa di coscienza che “non esiste e non può esistere una politica di massa”.

Nel momento in cui precocemente cade il muro qualunquista, comincia l’infinita solitudine dei tanti (o pochi, chi lo sa?) uomini assurdi, dei tanti patrioti della pernacchia intelligente. Solitudine che sarà colmata un decennio più tardi dal più grande provocatore degli ultimi sessant’anni, quel Giacinto Pannella detto Marco che negli anni di piombo farà rimuovere la porta di casa.
Fu Pannella a riportare il discorso e la pratica sul terreno del ribaltamento improvviso, della provocazione pertinente, o meglio anticipatoria. Giacinto detto Marco tradì felicemente un linguaggio stantio e compiaciuto, una militanza militonta e astiosa che imbracciava stemma e lessico della morale come progetto e non come attitudine, della retorica come violenza e massificazione e non come strumento di emancipazione.

La provocazione pannelliana ha sempre avuto l’aria del giochino che prima o poi si rompe ma che tira avanti e poi avanti e avanti ancora. Perché è il giochino dell’assurdo, che, pur non piacendo a coloro che vorrebbero tutto spiegato, tutto democratichinamente inquadrato, si rivela prezioso – forse fondamentale – per tutti i dannunziani, i marinettiani e i gianniniani che ancora sentono la necessità di guardarlo in faccia quell’assurdo.
Ed ecco come nascono gli scioperi della fame portati alle soglie presunte o reali dell’estrema conseguenza (ma che importa nella logica assurda della provocazione? Non conta più niente perché conta proprio tutto); ecco la Cicciolina in Parlamento, vagina e cervello dentati e parlanti di un genio politico, quello pannelliano, che qualche volta fa cilecca per natura – perché un Toni Negri nella vita ce l’abbiamo avuto tutti – ma che è lineare e lucido come nessun altro dei suoi padri e compagni provocatori; ecco l’hashish gettato nella folla: sostanza pericolosa e sconosciuta che smaschera tutti i proibizionismi del mondo in un colpo solo, tutta l’assurdità di cui è impregnato il panorama politico italiano, quel “sistema partitocratico” che, per non sbagliare e non fare torto a nessuno, punta sul moralismo bacchettone da destra a sinistra passando per il centro.

Ed ecco – per venire all’attualità – la bagarre nel programma radiofonico dell’aspirante provocatore: quando la provocazione è imparentata col successo e col compiacimento puzzolente (che non tende mai a ribaltare se stesso per provarsi tutta la propria inutilità), allora accade che il velo scivola via e tutta la pratica senza la teoria, tutta la forma senza la sostanza ci sbattono in faccia  il tempo perso a credere di sapere dove sta la casa della provocazione e a pensare magari pure di averne le chiavi in tasca.

Sì, lo dico convintamente, Giacinto Pannella detto Marco è l’ultimo provocatore. Perché gli altri, quelli che gridano il vaffanculo sistematico e virtuale come se – oltre ad avere le chiavi – credessero addirittura di abitarla quella casa, sono la miseria di un’arte ormai al tramonto, il declino nauseante del ridicolo che non ride più nemmeno della propria esistenza. Quelli lì sono la negazione di una storia che forse ormai possiamo soltanto guardare con nostalgia, incapaci di capire quanto bene ci farebbe studiarla e accettarla con l’assurdità di spirito e la pernacchia sempre pronta. Insomma, con lo spirito e la pernacchia di Giacinto Pannella detto Marco.

A volte è bene ricordare la Storia così com’è, semplicemente /1

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88279 Il Ministro Calderoli da fuoco a 375.000 leggi inutili

Un Ministro della Repubblica Italiana, che fa parte di un partito che ha come principale obiettivo la secessione di un territorio dalla Repubblica Italiana, si reca in una caserma dei Vigili del Fuoco e sistema nel piazzale antistante degli scatoloni pieni di carta straccia con su scritto 375.000 LEGGI INUTILI.

Poi, con addosso un chiodo con pellicciotto e con in mano un’accetta, dà fuoco ai suddetti scatoloni, sorridendo ai fotografi.

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