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Il ragazzo di Belcourt / 1

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È il 16 maggio 1936. Tre studenti poco più che ventenni salgono di buona lena il Chemin Sidi-Brahim, uno di quei sentieri turchi tanto rappresentati dai pittori orientalisti, che gli abitanti della zona sono abituati a chiamare Chemins Romains per via della loro architettura vagamente romana. La strada si inerpica sulle colline sovrastanti Algeri nei pressi di El-Biar, una località residenziale che si staglia ad ovest della città e che deve il suo nome ai molti pozzi presenti nella zona. La vegetazione è fitta e selvaggia e mediterranea: gli olivi e le piante di ribes spinoso cominciano a fiancheggiare il cammino non appena fuori dal centro abitato e lo accompagnano quasi languidamente verso l’alto, interrotti di tanto in tanto soltanto dalle mura grezze e bianche di qualche villa.

La salita è ripida e tortuosa, il sole algerino bagna il paesaggio, lo riempie di una luce marina. Il mare è infatti alle spalle ed è una presenza liberatoria perché apre il panorama, affidando al mondo questa fetta d’Africa francofona. Jeanne-Paule Sicard, Marguerite Dobrenn e Albert Camus si lasciano indietro lo sferragliare dei tram e lo scalpiccio frenetico degli abitanti del centro; continuano a salire tra gli olivi mai potati, superano un tornante e notano un cartello «À louer» («Affittasi») su una casa lì in alto, all’angolo tra il Chemin Sidi-Brahim e la Rue des Amandiers. La piccola villa, che è situata nella proprietà Jourdan, sembra incastonata nella collina e rivolge la faccia verso il mare.

Si tratta della Maison Fichu, la vecchia abitazione del giardiniere di Monsieur Jourdan, al quale il ricco proprietario l’aveva donata e da cui ha preso il nome. Monsieur Fichu l’aveva col tempo ampliata con un attico e una grande terrazza dalla quale si poteva osservare tutta la baia di Algeri fino alle montagne della Kabylia. Al primo piano di quella stessa casa aveva vissuto il decoratore Maurice Acquart, amico del pittore Louis Bénisti e padre dello scenografo teatrale André Acquart. Per i tre studenti è un colpo di fulmine. Albert rimane abbagliato da quella terrazza aperta sul Mediterraneo, quel mare in cui lo zio Ernest, muscoloso muratore sordomuto, lo portava a nuotare da bambino.

L’intuizione è immediata, l’entusiasmo unanime: perché non abbracciare il vecchio sogno, il progetto della vita in comunità? Ma soprattutto: perché non fare di quella casa in collina la sede della loro neonata compagnia teatrale?

(Continua…)

Beatlernazione /2: Pattie

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“While my guitar gently Weeps”, che certamente conoscete tutti per averla sentita e risentita qualche centinaio di volte, è una delle più suggestive tra le canzoni scritte da George Harrison per i Beatles:

Orbene, non è che io sia un appassionato delle composizioni di George (calma, gente, non ho detto che fanno cagare: ho detto che non mi fanno impazzire, tutto qua), però che ‘sto pezzo sia davvero niente male, per amor di verità, bisogna riconoscerlo. Pare che invece Paul e John non fossero della stessa opinione, tant’è che a luglio del 1968, quando iniziarono a registrarlo, George li vide parecchio scoglionati, e per risollevare il livello decise di chiamare a suonarci dentro un suo caro amico: mica pizza e fichi, eh, stiamo parlando nientepopodimeno che di Eric Clapton.
Sta di fatto, però, che a quei tempi il buon Eric era già innamorato cotto della moglie di George, l’avvenente modella Pattie Boyd, al punto che si era ridotto (come possono ridursi, gli uomini) a fare la corte alla sorella di lei pur di ronzarle intorno.
Del resto le cose non andavano granché bene, tra Pattie e George: voglio dire, droghe e tradimenti non sono il massimo per mandare avanti un matrimonio come si converrebbe, e a quanto pare Harrison ci dava dentro di brutto con le une e con gli altri, salvo poi immortalare la moglie come una specie di dea nella leggendaria “Something” (che poi negò di aver dedicato a lei, mentre lei a sua volta continua a sostenere di sì):

Cionondimeno, Clapton dovette aspettare anni per coronare il suo sogno d’amore: nel frattempo, già che c’era, nel 1971 si fece ispirare dalle pene d’amore, prese carta e penna e scrisse per lei la celeberrima (godetevi questa versione splendida con Knopfler) “Layla”:
https://www.youtube.com/watch?v=nEPeTL6ol6c
Nel 1974 la Boyd si scassò definitivamente le palle, stavolta sul serio: mollò Harrison e si buttò tra le braccia di Clapton (che a dipendenze era messo niente male anche lui, ma a questo arriviamo tra un attimo), il quale colse l’occasione per dedicarle, nel 1977, un altro pezzo entrato nella storia come “Wonderful tonight”:

Dopo quindici anni, probabilmente, a Pattie balenò l’idea che lasciare uno con la scimmia della droga per passare a un altro con l’hobby dei superalcolici non fosse stata una grande alzata d’ingegno: quanto ai tradimenti, giusto in quel periodo iniziava la storia d’amore tra Eric e Lory Del Santo, poi finita in tragedia per altri motivi.
Insomma, nel 1989 alla Boyd toccò salutare anche Clapton, grosso modo per gli stessi motivi che l’avevano fatta scappare a gambe levate da Harrison: a riprova della circostanza che la coazione a ripetere è qualcosa di più di un modo di dire.
A parte tutto, però, resta il fatto che a lei, Pattie Boyd da Tauton (Somerset), siano state dedicate, una in fila all’altra e al netto delle polemiche postume, tre delle canzoni più famose degli ultimi cinquant’anni.
Se non è un record, ci va molto vicino.

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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In ritardo di un giorno, mea culpa, ieri ero molto malata (no, non sto morendo).

Ci troviamo dunque a casa di zio Herzog.

E’ il 1974, e W. beve la sua birretta delle 17:45 mentre si legge il giornale.

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Questo è il primo risultato se si cerca su google “Herzog beer”. Herzog significa ‘duca’, quindi vabbè. Però è sottointeso che ora la voglio.

Poi, annoiato, si accende il televisore. E becca un documentario sui musicisti di strada.

Ora, noi conosciamo bene lo zio H. : questa è materia sua.

Rapito dalle immagini, individua subito il caso umano di cui si innamora: emarginato, emaciato, con la faccia di chi ha vissuto il male.

“E’ perfetto. Lo voglio in tutti i film.”

Werner Herzog aveva appena notato Bruno S.

Al secolo Bruno Schleinstein, quest’uomo è l’apoteosi di ciò che affascina il regista: emarginatissimo, sociopatico, infanzia passata fra un ospedale psichiatrico e un altro, paura della vita, delle persone che lo hanno sempre picchiato e scacciato. Una sorta di Elephant Man, ma senza Elephant.

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Uno con questa faccia non è che presenti un curriculum proprio da aspirante fisico nucleare. Ma un aspirante fisico nucleare poteva fare Kaspar Hauser? No.

Herzog impazzisce. Fa di tutto per procurarselo come attore, perché lo vuole per interpretare L’enigma di Kaspar Hauser, una storia molto popolare in Germania, che racconta, sostanzialmente, quasi la vera vita di Bruno S. (con piccole, insignificanti differenze).

Alla fine della fiera zio H. deve solo scontrarsi con la troupe, che è dubbiosissima nell’accettare come attore principale di un film un..un..un barbone, Werner! Che diavolo ti salta in mente??

“Ragazzi” incalza lui “voi non capite. Bruno è perfetto. E’ lui che mi serve, è lui che voglio. Lui E’ Kaspar Hauser! Nessuno -ripeto- nessuno potrebbe farlo meglio!”

“Werner, è un azzardo. E se scappa con i soldi? E se impazzisce?”

“Per cortesia, ragazzi…”

L’unico che dà man forte al regista è il suo operatore di fiducia Jörg Schmidt-Reitwein. Herzog, incoraggiato dal suo appoggio, se ne frega di quello che dicono gli altri (“Ti prego Werner, siamo disposti a lavorare persino con Kinski!”) e la butta su “io metto i soldi, io decido. E ve dovete fida’.”

A malincuore, tutti accettano il loro destino.

Iniziano a girare il film. Bruno, però, ha paura di tutto: delle luci, dei rumori, delle mucche, dei contadini, di tutto. Soprattutto, ha paura delle telecamere.

Herzog allora passa con lui delle ore nella sua stanza da letto a rassicurarlo, ascoltandone i timori e cercando di far sì che la sua autostima cresca un po’.

Bruno, incoraggiato da Werner, migliora moltissimo (esattamente ciò che accade a Kaspar nel film). Comincia a essere più sicuro di sé, e per rimanere nel personaggio non si toglie mai gli abiti di scena, nemmeno alla fine della giornata.

Un giorno Herzog entra nella sua stanza e lo trova che dorme sul pavimento, vestito da Kaspar Hauser. Io leggo questa cosa e mi scende la lacrimuccia.

Bruno girerà due film con W. H., poi smetterà di recitare e si dedicherà alla pittura e alla musica.

Otto anni più tardi di Kaspar Hauser, durante le riprese di Fitzcarraldo, impegnato in una discussione con Mario Adorf a proposito del nuovo protagonista del film (ricordiamo che Jason Robards era quasi morto di dissenteria e quindi l’avevano spedito a casa), Herzog si sente dire che lui (Adorf) sarebbe stato un ottimo Fitzcarraldo. Oltre a ciò, aggiunge Mario, sarebbe stato anche un Kaspar Hauser migliore di quello “sprovveduto dilettante” [sic] di Bruno S.

Herzog dissente: “Bruno era Kaspar Hauser. Tu non l’avresti fatto così bene.”

Adorf si offende. Herzog commenta dicendo “Amen”.

Nell’agosto del 2010 Bruno S. muore.

Zio H. lo ricorda dicendo queste parole:

In tutti i miei film, fra tutti i grandi attori con i quali ho lavorato, lui è stato il migliore. Non esiste interprete che si sia nemmeno lontanamente avvicinato a lui. Voglio dire, alla sua umanità, allo spessore della sua performance… non c’è nessuno come lui.”

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JJ

 

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Oggi, per la consueta rubrica, vi propongo tre aneddoti brevi invece che uno lungo.

L’aneddoto votato il migliore sarà eletto il migliore fra i tre.

1. Herzog vs La musica

Quando aveva 12 anni, al piccolo Werner fu imposto di cantare davanti a tutta la classe. Lui non voleva. La professoressa ha insistito, forse anche in maniera troppo concitata.

Immaginatevi come dev’essere sentirsi urlare da una professoressa in tedesco.

A causa di questo inconveniente, W. H. (che fu anche minacciato di espulsione dalla scuola da parte della preside, per questo suo rifiuto) decise di smettere di ascoltare musica, di cantare (sì, anche sotto la  doccia) e di utilizzare strumenti musicali fino alla veneranda età di 18 anni.

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“hahwndwoswesefai alegria macarena, EEEEH MACARENA!”

2. Herzog vs il disagio sociale

A sua detta, durante i primi anni della sua vita zio Herzog abitava in un paesino talmente sperduto che mangiò la sua prima banana a 12 anni e fece la sua prima telefonata a 17.

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3.  Herzog vs Abel  Ferrara

Nel 1992 esce Il cattivo tenente, di Abel Ferrara.

Nel 2009 esce Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans, di Werner Herzog.

Nonostante il film porti lo stesso titolo, Herzog ha affermato che non si trattasse assolutamente di un remake (certo,  le coincidenze so’ tante. C’è pure lo stesso produttore. Però vabbè).

Abel Ferrara, di tutta risposta, non l’ha presa tanto bene.

Interrogato sul film, pare abbia detto (a proposito di chi ha lavorato sul film del 2009, maestranze comprese): “Spero che quella gente muoia all’inferno.  Spero che si trovino tutti sullo stesso tram, e che esploda.” [sic]

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“Ma io so come difendermi.”

Al di là dell’immagine del tram, che fa molto vintage, la pesante critica di quel bonaccione hippy di Abel Ferrara viene affrontata da Herzog, al quale la riferiscono, con una risata: “E’ stupendo! Pensa che io stia facendo un remake. Ma lasciatelo combattere contro i mulini a vento. A parte questo, chi è Abel Ferrara? Non ho mai visto un suo film. Non so chi sia. E’ italiano? Francese? Chi è?” [sic]

Inutile dire che quando ho letto queste affermazioni ridevo come un’idiota.

In ogni caso purtroppo il bagno di sangue non ha avuto luogo.

Anzi, addirittura i due si sono chiariti, in occasione del festival del Film di Locarno, in Svizzera,  nel 2013, dopo che Herzog ha affermato che con A. F. ci avrebbe bevuto volentieri una bottiglia di whisky.

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Werner Herzog: Unisciti a noi per un bicchierino! Abel Ferrara: Levami quella CAZZO di macchina fotografica da davanti!

Happy ending, una volta tanto.

 

 

JJ

Beatlernazione/ 1: Melanie

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Disclaimer: questo è un abbozzo di rubrica (con nome sghembo, tra l’altro): il che equivale a dire che conoscendomi, e avendo ormai preso consapevolezza della mia incostanza, non mi meraviglierei se il post che state leggendo finisse per essere l’unico della rubrica stessa. Insomma, chi vivrà vedrà.

E’ il 4 ottobre del 1963: nella trasmissione televisiva “Ready Steady Go” si svolge una gara di mimi.
Il presidente della giuria è nientepopodimeno che Paul McCartney, il quale, dopo l’esibizione, annuncia la vittoria della concorrente numero 4, che risponde al nome di Melanie Cole.

https://www.youtube.com/watch?v=IgQ1qNPciic

Passano tre anni e mezzo.
Il 27 febbraio del 1967 il London’s Daily Mail mette in grande risalto la notizia di una diciassettenne scappata di casa per contrasti coi genitori e apparentemente svanita nel nulla. Paul si ritrova tra le mani una copia del giornale, ed è così colpito da tirarne fuori una delle sue canzoni più suggestive di sempre, vale a dire quel vero e proprio capolavoro di “She’s leaving home“:

https://www.youtube.com/watch?v=-lG3nXyI41M

Orbene, a questo punto sarà opportuno riportare testualmente il titolo dal quale il nostro amico trasse tanta ispirazione:

A-level girl dumps car and vanishes. The Father of 17-year-old Melanie Coe, the schoolgirl who seemed to have everything, spent yesterday searching for her in London and Brighton.

Incredibile ma vero: la ragazza del 1963, quella premiata da Paul nella gara dei mimi, e la ragazza del 1967, quella magistralmente immortalata da Paul in una delle sue canzoni più belle, erano la stessa persona; né si può supporre che il buon Paul se ne fosse minimamente accorto, a meno di non immaginare che una delle più importanti star mondiali ricordasse, a tre anni e mezzo di distanza, il nome di una ragazza qualsiasi incrociata durante una comparsata televisiva.
Insomma, questo è quanto.
A volte la vita fa degli strani scherzi, nevvero?

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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1974.

A Parigi, Lotte Eisner ha un infarto che la colpisce molto duramente, costringendola a ricoverarsi d’urgenza.

Ha poche speranze di riprendersi, e se ne sta nel suo letto d’ospedale un po’ triste.

Sì, ok, ma chi è questa, e cosa ce ne frega?

Lotte Eisner è una grandissima donna, una critica cinematografica, una poetessa e scrittrice, che ha sempre difeso il cinema sin dai suoi albori: ad esempio si batte contro la censura tedesca che vieta la proiezione de Il testamento del Dottor Mabuse di Lang nel 1937. Ancora prima, difende il diritto d’espressione quando i nazisti bloccano l’accesso al cinema in cui si proietta La Corazzata Potemkin. Anni dopo, il ragionier Fantozzi avrà una potentissima opinione in merito.

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“GRAZIE, LOTTE EISNER!!”

Finisce poi in un campo di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale, in quanto ebrea, ma riesce a fuggire, iscrivendosi successivamente all’Università di Montpellier per sviare i sospetti.

La Eisner diventa quindi un punto di riferimento per molti registi tedeschi, come Fassbinder e Wim Wenders, che le dedica addirittura due film.

Torniamo al 1974: zio Herzog in quello stesso anno ha dedicato a L. E. L’enigma di Kaspar Hauser (non è propriamente un film che normalmente si dedicherebbe a una signora, ma questa è Lotte Eisner, mica una qualunque.  E poi che fai, ti fai battere da Wim Wenders? No, eh).

Mentre si occupa delle sue cose matte (probabilmente sta cercando qualche altro emarginato della società al quale far girare un film), apprende che la Eisner è lì in territorio francese che lotta contro la morte.

Non fa le valigie, non si preoccupa di prendere il biglietto di un treno, o di un aereo, non prende né biciclette o monopattini, ma esce di casa e, il 23 novembre 1974, da Monaco di Baviera, inizia a camminare verso Parigi.

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“Svolta a destra e imbocca Hirschgartenallee. Svolta a sinistra. Svolta a destra. Svolta a sinitra. Svolta a destra. Svolta a sinistra. Svolta a destra.” (sic google maps, dopo che mi sono chiesta quanti chilometri fossero-774 per la cronaca)

 

 

Il 14 dicembre Herzog è al capezzale dell’amica, le porta fiori, cioccolatini e abbracci.

Lotte: Werner! Come mai sei qui, non hai un film da girare?

Werner: No, volevo assicurarmi che stessi bene.

L: Beh, ora sono fuori pericolo, però in realtà ho rischiato grosso.

W: Lo so, per questo sono venuto a piedi.

L: Eh?

W: Eh, che cosa avrei dovuto fare? Stavi morendo, ho deciso che avrei camminato da Monaco di Baviera fino a Parigi per far sì che stessi meglio.

L: Ma sei matto??? Fa freddo, cazzo!

W: Lo so, lo so, lo so. Ma io ti voglio bene.

L: …pure io.

Lotte Eisner muore a novembre. Però del 1983. Ce l’hai fatta, Werner.

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Lotte e Wernerone sulla spiaggia in cui zio H. ha girato “Nosferatu, il Principe della Notte”. Tutto è bene quel che finisce bene.

Quel matto di zio Herzog raccoglie tutte le disavventure della passeggiatina invernale in “Sentieri nel ghiaccio”, che ancora non ho sul comodino ma che devo assolutamente procurarmi, perché probabilmente ci saranno mille altri aneddoti bellissimi, tipo lui che si lamenta di cose tipo “Oh, ma a questa non je poteva piglia’ un infarto a luglio?”

 

JJ

L’eterno ritorno

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Il Presidente scese dall’automobile, avvertendo una fitta di dolore sordo in mezzo alla schiena. Accennò un mezzo saluto al giovanotto in divisa che gli teneva aperto il portone, lo imboccò, coprì velocemente la distanza che lo separava dall’ascensore e ci si infilò dentro.
Si guardò allo specchio e fu preso alla sprovvista: un vecchio pallido, cadente, stremato. Come se tutti i sorrisi dispensati durante la trasmissione di quella sera gli fossero cascati addosso in un colpo solo, uno sopra all’altro, schiacciandolo con un peso insostenibile.
Entrò in camera, si tolse la giacca, la gettò a terra. Si sedette sprofondando sul letto, mentre il corpo gli doleva ormai dappertutto. Respirò a fondo, come cercando di riprendere fiato dopo un’immersione.
Ottant’anni non erano uno scherzo, per niente.
Ma bisognava resisterne altri quattro o cinque, come minimo. Almeno un’altra campagna elettorale, oltre a quella che era appena iniziata. Più le tornate amministrative in giro per l’Italia. Salvo crisi di governo impreviste.
Poi, forse, sarebbe finita.
Si portò alla bocca il bicchiere d’acqua leggermente gasata che Agata, silenziosa come sempre, gli aveva appoggiato sul comodino. Ci si bagnò appena le labbra, quel poco che bastava per sciogliere la sensazione di avere la bocca impastata, di biascicare leggermente le parole.
Prese il telefono accanto al letto, lo alzò, compose tre numeri.
“Sì”.
“Mario, sono io. Portami l’apparecchio, per favore”.
“E’ sicuro, Presidente? E’ un po’ tardi, non vorrei che…”
“Ho detto portamelo, non discutere”.
“Come vuole”.
Passarono due minuti. Poi bussarono alla porta. Mario, un omone grande e grosso sulla cinquantina con una folta barba brizzolata gli porse un oggetto quadrangolare che pareva un cellulare dei primi anni ’90. Mario emanava un disgustoso odore di pino silvestre. Uno non cambia mai, pensò il Presidente, per quanti soldi gli si possano mettere in tasca. Cafone era, cafone sarebbe rimasto. Ma era l’unico di cui si fidasse, ormai.
Il Presidente storse il naso, prese in mano il telefono, gli parlò sottovoce senza neppure girarsi.
“Vai pure”.
Sentì la porta della stanza che si chiudeva, sospirò.
Un vecchio, ecco cos’era diventato. Un vecchio disfatto, che ormai cadeva a pezzi.
Premette l’unico bottone dell’apparecchio. Un impulso invisibile iniziò ad attraversare gli ottocentonovantaquattro chilometri di cavo pazientemente e segretamente posati un metro dopo l’altro, tra il 1993 e il 1994, fino a quella residenza svizzera. Linea dedicata, non intercettabile.
Il piccolo led verde lampeggiò. A quel punto si trattava aspettare altri cinque minuti, fino all’accensione di quello rosso.
L’idea era stata sua, naturalmente. Come tutte le idee migliori. Perché era uno che guardava avanti, lui. Molto avanti. Gli tornarono alla mente i sorrisi ironici di allora, lo scetticismo il giorno dell’intervento, le accuse di follia da parte di quelli che gli erano più vicino.
Ma lui sapeva che giorni come quello che stava vivendo sarebbero arrivati, che sarebbe arrivata quella stanchezza, la sensazione delle cose che sfuggono di mano e non hai più la forza di tenerle.
E sapeva che quell’idea, la sua follia, sarebbe stata l’unica risposta possibile.
Una sala operatoria. Un ricovero, ma solo per precauzione. D’altronde non si trattava che di un piccolo prelievo di cellule. Poi una provetta. Poi anni di pazienza. Di lavoro. Di attesa.
Ripeté la parola sottovoce. Una parola impronunciabile per tutti gli altri, allora. Ma non per lui. Non per il Presidente, che non aveva mai avuto paura né delle parole né delle loro conseguenze.
Clonazione. Non era mica difficile da dire. Ammesso che uno non avesse la bocca impastata, naturalmente. Che non biascicasse, com’era successo a lui quella sera in televisione.
Ripensò alla domanda clou della trasmissione. Una domanda concordata, come tutte le altre. Del resto era così che funzionava. Per tutti, non solo per lui.
“E’ vero quello che si dice, che sarà sua figlia a prendere il suo posto in politica?”
Ripensò alla sua risposta, che lasciava intravedere qualcosa di impalpabile. Dire e non dire. Lasciare il dubbio, il fiato sospeso.
Sorrise. Quel giornalista non poteva immaginare. Come tutti gli altri, del resto.
Per un attimo, ma solo per un attimo, gli era balenata in testa l’idea di rispondere sinceramente.
Come dice? Mia figlia? No, non mia figlia. Altro che mia figlia.
Io.
La vedo perplesso, caro conduttore. Le sfugge qualcosa?
Io, ho detto. O meglio, un altro me. Che poi significa me, ha presente?
Del resto, chi meglio di me?
Gli scappò di bocca una risata rauca, stanca.
Ventun anni l’altroieri.
E nessuna festa di compleanno, nel posto blindato in cui lo stavano preparando al suo destino: prendersi il paese, tenerselo, combattere per sessant’anni ancora.
Ventun anni l’altroieri.
E l’altroieri, come da accordo siglato davanti a un notaio lussemburghese, un nuovo prelievo, una nuova provetta, un’altra residenza segreta nella quale far crescere premurosamente un altro lui. Un lui di lui. Il terzo. E poi il quarto, il quinto e poi all’infinito, nei secoli dei secoli amen.
Ventun anni l’altroieri.
Ne mancavano altri quattro o cinque anni e avrebbe potuto anche morire.
A quel punto lui, l’altro lui, sarebbe stato pronto.
Resistere, bisognava. Con ogni mezzo possibile. Tra poco si sarebbe potuto riposare.
La spia rossa si accese.
Dal microfono vennero fuori due parole.
“Sono io”.
Era la sua voce, sessant’anni fa.

Non farti saltare i bottoni, Dolores: te ne è rimasto uno solo.

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Oggi niente Herzog, lo rimando a mercoledì prossimo.

Oggi lutto nel mondo del cinema, se ne va Bob Hoskins, un attore che personalmente mi piace ricordare per un ruolo in particolare: faceva Super Mario nell’omonimo, stranissimo film del 1993. Mega capolavoretto incompreso con le musiche di Steve Vai, John Leguizamo che faceva Luigi e il cattivo che era un inquietantissimo Dennis Hopper (vedendolo in Velluto Blu anni dopo, mi capitò di pensare “Cristo, ma quello è l’imperatore Koopa!!”. I miei amici cinefili non erano contenti PER NIENTE.)

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Nella foto: Super Mario e un Bob-omb. (non troverò mai un buon marito se continuo a far sfoggio di queste conoscenze inutili)

Il vecchio B.H., però, ha interpretato una cifra di ruoli notevolissimi (Super Mario peraltro era un film considerato una grossa  falla nella sua carriera), sempre con quella sua faccia da burbero simpatichello che, alla fine della fiera, per noi figli degli anni ’90 era sempre il volto di Eddie Valiant, quello che il cartone gli aveva ammazzato il fratello col pianoforte in testa, e allora tirava le orecchie a Roger Rabbit e lo teneva sotto l’impermeabile, generando così una delle battute più citate nell’universo intero.

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“Non ho le chiavi… di queste manette!!”
Niente, volevo ricordarlo a tutti un attimo, perché tutti l’abbiamo amato, sia quando faceva Spugna in Hook, sia quando faceva un cameo nell’infimo film delle Spice Girls (tutto vero), sia che avesse il volto di Mussolini in Io e il Duce (classe ’85).

Ti volevo un sacco bene Bob, eri fichissimo e sono triste per questa grandissima perdita.

 

JJ

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Nel 1976 succede che sull’isola di Guadalupa, nelle Antille francesi, c’è un vulcano, detto “La Soufrière”, che minaccia di eruttare.

Cioè, non è che minaccia. Roba de Pompei.

Tutti si guardano in faccia: niente, tocca evacuare.

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Sembro tranquillo, eh? Infatti.

75000 persone circa devono abbandonare le proprie case, per spostarsi non sanno ancora bene dove. Una bella seccatura, certo, ma in previsione di quello che stava per succedere è un rischio che non si può proprio correre.

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Zio H. sta lavorando al montaggio di Cuore di Vetro, quando apprende la notizia: in seguito all’evacuazione dell’isola suddetta, c’è un contadino che se ne frega altamente di quello che succederà al vulcano e che decide di “io sono nato su quest’isola e morirò su quest’isola”.

Ed Lachmann e Jörg Schmidt-Reitwein, i suoi operatori di fiducia, si voltano: hanno sentito il rumore di Herzog che si alza dalla poltrona e getta il quotidiano che stava leggendo a terra, in modo molto, troppo teatrale.

“Cosa succede, Werner?”

“Fate i bagagli, ragazzi! Si parte per l’isola di Guadalupa!”

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“I WANT YOU to join ecc. ecc. daje rega’ zainetti e telecamera in mano che ci aspettano i lapilli!”

“Eh?”

“Werner, stiamo montando Cuore di Vetro, non è che possiamo lasciare il lavoro a metà perch-”

“C’è un vulcano che sta per eruttare.”

“Motivo in più per rimanere a casa.”

“Sì, ma c’è questo contadino che rifiuta di andarsene con gli altri!”

“Si vede che sa quanto costa un affitto fuori dalle Antille francesi.”

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“Confermo che un affitto in centro a Parigi è veramente ‘na roba spaventosa. Poi calcola che c’ho il gatto, che faccio, lo lascio qui? E dai.”

“Non dite idiozie! Si parte domani all’alba.”

Herzog abbandona la stanza tutto felice.

Jörg Schmidt-Reitwein si volta verso Lachmann: “Ed, dalla prossima settimana prima di fargli leggere il giornale, a turno ce lo scorriamo tutto e tagliamo via le notizie sulla gente eroica o cose del genere, ok?”

“Ci sto.”

Herzog e due non troppo convinti Lachmann e quell’altro col nome difficile e non mi va di fare copiaincolla partono per Guadalupa, rischiando di morire sotto il magma e robe simili.

Ed chiede a Werner: “Cosa succede se il vulcano erutta?”

“Uh… beh, moriamo. Cosa vuoi che succeda?”

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“Rega’, ma quella è lava?” “Io te l’avevo detto che era una pessima idea.”

Non si portano nessun altro perché nessun  altro avrebbe accettato un tale rischio. Calcola che stai su un’isola evacuata, eh.

Intervistano i contadini rimasti (alla fine erano tre), si fanno i giretti per la città e trovano uno scenario post-apocalittico, con le strade vuote, i maiali che banchettano nelle case e le televisioni ancora accese.

Herzog è contentissimo, gli altri due un po’ meno ma alla fine gli vogliono tanto bene.

In 10 giorni zio H. e compari raccolgono il materiale necessario per far sì che di quell’isola condannata rimanga un ricordo significativo.

Poi però succede che il vulcano in realtà non erutta.

75000 persone tornano nelle loro case (e spengono la televisione), visibilmente sollevate, e Herzog ci rimane malissimo perché “adesso pare tutto finto. Oh, io c’ho rischiato la vita.”

 

JJ

Her, ovvero un film sulla solitudine

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Può darsi che, come scrive Christian Raimo su Il Post, sia un film da carini. Può darsi quindi che, essendomi piaciuto, sia anch’io “carino”. Può darsi.

Più sicura è invece la piacioneria del regista Spike Jonze, che butta sullo schermo ogni due per tre aviatorie panoramiche di una città futuristica e piaciona pure lei.  Più sicura è l’andatura grottesca della storia d’amore tra Theodore, un Joaquin Phoenix hipsterissimo, e Samantha, un sistema operativo con la voce di Scarlett Johansson capace di interagire quasi umanamente. Più sicura è la costante presenza di musica “carina”; ed è vero che si ha troppo spesso l’impressione che si tratti di civetteria paracula piuttosto che di completamento cinematografico.

Ma c’è un ma. Perché tra tutte le certezze Raimo ne ha scelta una, la più semplice, la più visibile e spendibile: Her è un film che pretende di raccontare il nostro rapporto con la tecnologia. Che fa leva su quel quasi associato a quell’umanamente. E così sulla contemporaneità di un futuro prossimo – approssimato forse per eccesso forse per difetto – in cui uomini e donne si parleranno sempre meno e consegneranno il tempo dei sentimenti non più ai loro simili ma a macchine sofisticatissime. Raimo ha scelto di prendere questa certezza e di farne motivo di critica. Cioè di sbeffeggiare il presunto messaggio morale del film: se continuiamo a non parlarci, finiremo con l’innamorarci di un OS. In questo modo la presunta banalità imbellettata è pulita di ogni intento antropologico; e il critico può farsi le pippe sulla sua capacità di smascherare la vuotezza. Tutto facile. Tutto bello.

In Her la tecnologia – o meglio: il rapporto degli esseri umani con la tecnologia – sembra essere inequivocabilmente l’elemento chiave. La vediamo, la sentiamo, persino la riconosciamo. Di primo acchito, sembra quindi avere ragione chi vuole denunciare una denuncia narrativamente così scontata. Come dargli torto? L’espediente è banalotto.

Eppure, a pensarci bene, c’è dell’altro. Ad andare un poco più in fondo nella riflessione, senza farsi dettare la critica dalla visibilità – che cosa sciocca -, sembra esserci una antropologia più acuta nel film. La tecnologia, certo,  ma anche la solitudine. È questo il mio ma: la solitudine.

Nelle ultime righe del suo libriccino Non luoghi, l’antropologo francese Marc Augé scriveva che “Ci sarà dunque posto domani, o forse, malgrado l’apparente contraddizione dei termini, c’è già posto oggi per una etnologia della solitudine”.  L’apparente contraddizione dei termini sta nel fatto che l’etnologia dovrebbe occuparsi sì dell’individuo ma nella sua dimensione sociale, collettiva, interattiva; mica del suo essere e sentirsi solo.

Ebbene, Augé già nel 1992 ci raccontava la necessità di ripensare il nostro approccio alla questione. Non poteva certamente immaginare che sarebbero arrivati gli smartphone; ed ancor meno figurarsi che un giorno potrebbero arrivare sistemi operativi con la voce sensuale della Johansson. Quel che però sapeva, ed ormai sappiamo pure noi, è che l’individualizzazione dei riferimenti e dei sentimenti era un processo in atto e che bisognava tenerlo d’occhio.

L’incapacità del protagonista Theodore di accettare il casino esistenziale della sua ex moglie, il tentativo dichiarato di cambiarla, il desiderio di volerla a suo piacimento sono fatti che c’entrano con la questione di cui parla Augé. C’entrano nella misura in cui costringono lui e noi alla delusione, all’inadempienza dell’altro rispetto al ritratto macchiettistico a cui vorremmo egoisticamente ridurlo. E quindi costringono lui e noi alla solitudine. Perché Theodore viene lasciato per via della sua chiusura, del suo silenzio su quella delusione, su quell’inadempienza. Non c’entra proprio niente la tecnologia. C’entra la volontà di essere assecondati e capiti e amati senza riserve. È per questo che un sistema operativo, al netto di Scarlett Johansson, diventa lo strumento apparentemente perfetto per saltare la solitudine senza rinunciare all’ego: un sistema operativo può incredibilmente imparare ad amarti ma mica può smettere, è al tuo servizio. È perfetto. 

E invece (spoiler) non solo può smettere ma può anche svelarti che, in un preciso momento, sta interagendo con altre migliaia di persone e sta addirittura amandone qualche centinaia. Manco un sistema operativo può quindi garantire la realizzazione di un progetto sentimentale a senso unico. Manco quello può risparmiarci la solitudine.

Her, Lei, qualsiasi Lei, se non ci si smacchia l’ego, non può essere più che un viatico. In questo senso, la tecnologia, come la carne e le ossa, è soltanto uno degli strumenti possibili per mettere in atto quel viatico. Niente più che un analgesico pronto all’occorrenza, come può esserlo un compagno che dice di amare proprio te e solo te. Ma certamente  più funzionale alla smania dell’autocompiacimento.

Ecco, questo mi sembra il vero messaggio del film: possiamo usare qualsiasi supporto ma, se non impariamo la nostra solitudine, se non impariamo a dirla e a considerare quella dell’altro come qualcosa di necessario, rimarremo inesorabilmente soli.

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Nel 1978 a Errol Morris, un giovane regista esordiente, viene presentato Werner Herzog.

Herzog è già piuttosto lanciato, coi suoi film: ha realizzato, fra i tanti, Cuore di Vetro, film in cui tutto il cast era sotto ipnosi (galline comprese), Aguirre, furore di Dio, il primo con Kinski, La Ballata di Stroszek e Nosferatu, il principe della notte.

Insomma, è più o meno sulla cresta dell’onda.

Morris è uno studente di cinema, incontra zio Herzog e, comprensibilmente, rimane affascinato dal personaggio.

Herzog è tutto ciò che non è lui: un regista realizzato, che ha fatto affidamento solo sulle sue qualità e la sua forza di volontà.

“Non riuscirò mai ad essere come te, Werner. Io sono solo uno studente di cinema con tante speranze.”

Herzog sospira.

“Errol, noi tutti abbiamo dei sogni, ma solo pochi di noi hanno il coraggio necessario per realizzarli. E poi avanti… essere un regista è facile, tutti possono farlo!”

“Ma tu parli perché già sei diventato quello che sei!”

“Ragazzo, il mio primo film l’ho fatto con due soldi. Due. E sai come mi sono procurato la telecamera per girarlo? L’ho rubata.”

“L’hai… cosa?!”

“Beh, dopo l’ho restituita.”

“Ok, d’accordo, mettiamo che sia pure così. Il problema è che io non… ecco… non so nemmeno da dove cominciare!”

“Beh, che diamine, prendi la telecamera e parti! Va’ a filmare le scimmie nella Foresta Amazzonica, gli scorpioni nel deserto… insomma, fai tu!”

“Non… non è così facile come sembra. Vedi..”

“Queste sono scuse. Sono solo stupide scuse. A questo punto credo che il tuo problema sia un altro.”

“Sarebbe a dire?”

“Probabilmente non sei in grado di fare il regista.”

“Come?”

“Mi hai sentito. Sono sicuro che non riusciresti a fare un film nemmeno se avessi un budget illimitato donato dalla 20th Century Fox in persona. E che io sia dannato se mi smentisci. Anzi, ricordi come Rockerduck dice sempre di volersi mangiare il cappello? Bene, se riuscirai a fare un film, giuro che mangerò una scarpa.”

“Una scarpa..?”

Les Blank, regista e amico di Herzog, è presente a tutta la conversazione. Divertito dalla scommessa, decide di fare da testimone al fatto.

“Werner, questo è il momento più bello della nostra giornata: se dovesse accadere, posso filmarti?”

“Va bene… tanto questo sbarbatello non ce la farà mai.”

Ottobre 1978: esce “Gates of Heaven”, primo film di Errol Morris.

Aprile 1979: Werner Herzog, di fronte a una platea di gente divertitissima, mangia una scarpa “di pelle, perché solo un codardo avrebbe onorato la scommessa con una scarpa di tela.” [sic]

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Cosa avrei dato per esserci.

Agli amici che gli suggeriscono di non mangiare la suola, che magari fa male, Herzog risponde “Sono sopravvissuto a tanto di quel KFC che una scarpa non mi farà alcun male.”

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“…’no sguardo de tabasco, du’ cipollette…”

12/2/1980: Al Festival di Berlino viene proiettato “Werner Herzog eats his shoe”, documentario firmato da Les Blank, in cui zio Herzog mangia una scarpa cotta per 5 ore in una pentola.

“Giulia, ma tutta questa storia è improbabile, dai, come..”

Werner Herzog Eats His Shoe
Eddai, su.

 http://www.dailymotion.com/video/xl61of_werner-herzog-eats-his-shoe_shortfilms

 

 

JJ

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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E’ il 2006, siamo a Los Angeles, e il critico cinematografico della BBC Mark Kermode sta intervistando Herzog su una terrazza panoramica.

I due parlano di tante cose, ma in particolare di Grizzly Man, straordinario documentario di zio Herzog sul quale vorrei aprire una piccola parentesi interna all’aneddoto, poiché merita davvero un po’ di spazio.

Grizzly Man racconta la storia di Timothy Treadwell, un ambientalista che, dal 1990 al 2003, ogni singola estate soggiornò nel Grizzly Maze, in Alaska, nella riserva naturale di Katmai. Treadwell prendeva la sua telecamera, la sua tenda e si metteva per tre mesi nel parco, a studiare i suoi orsetti. Si filmava mentre parlava di sé, degli orsi, delle volpi e di mille altre cose.

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“Occhio che dietro c’hai… ah no, giusto.”

Era un personaggio particolare, Treadwell, un uomo scampato all’alcolismo, che aveva trovato nei grizzly una sorta di nuova famiglia, un modo per evadere da una realtà che gli stava parecchio stretta. Li proteggeva, diceva lui, oltre che studiarli. Va detto che Treadwell non hai mai preso un soldo bucato per questa attività, eh. Insomma, era uno che “gli animali sono meglio delle persone”.

Solo che nel 2003 lui e Amie Huguenard, la fidanzata che ogni tanto lo accompagnava, incontrano un grizzly che non è proprio contentissimo di trovarli nel loro habitat, e quindi se li mangia. Eggià.

La parte inquietante di questa storia (oltre a tutto il resto) è che sul luogo dell’accampamento è stata ritrovata la telecamera di Treadwell, ancora accesa, che aveva filmato l’incidente, a tappo chiuso. Dunque sì, esiste l’audio della questione. Brutta storiaccia.

Lato ancora più inquietante: se su google si cerca “Timothy Treadwell” la prima cosa che viene fuori è “audio”: c’è un’intera fetta di umanità che vuole ascoltare la morte di quest’uomo per mano di un orso (sì, l’ho cercato anche io, ovvio). In realtà esistono solo pochissime persone che hanno ascoltato quella cassetta, custodita da Jewel Palovak, amica di Treadwell. Una di queste, naturalmente, è lo zio Werner.

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Assicuratami dunque che vi siate tutti procurati Grizzly Man,  torno al nostro aneddoto.

Sulla terrazza c’è un bel sole, una brezza leggera, un Herzog tutto allegro e disponibile come al solito, senonché a un certo punto BANG! (cioè, non proprio bang, però un rumore simile). “Come un fuoco d’artificio”, descriverà il rumore l’intervistatore. Zio Herzog sobbalza appena. “Sono stato colpito” ride “ma non preoccuparti, non è nulla di che.” E’ stato colpito da un proiettile ad aria compressa all’altezza dell’inguine. Da chi? Boh. Mai saputo. Ma Herzog non si interessa  a queste banalità, ricordiamo che è sopravvissuto a un salto su un cactus, alle riprese di Fitzcarraldo, a Kinski che sfonda il muro di casa per i colletti delle camicie stirati male.

Kermode, giustamente, si preoccupa, Herzog non si scompone nemmeno.

Il critico lo convince a spostarsi, nonostante zio H. sostenga che là fuori si sta benissimo.

Dunque salgono in macchina e si spostano all’interno della casa di Kermode.

Dopo essersi accomodati su due sedie, Mark K. si accorge che Herzog non ha affatto guardato cosa gli è successo. Ma nemmeno per curiosità.

“Uhm… Werner, sei ferito, non credi sia meglio andare in ospedale?”

“Ospedale? Ma per cortesia. Vogliamo continuare con l’intervista?”

“Ma ti hanno sparato!”

“Ti dirò: non è una cosa che mi capita tutti i giorni; tuttavia non posso dire di esserne stupito, prima o poi sarebbe dovuto succedere.”

“Fammi vedere però…”

Herzog si slaccia i pantaloni commentando “Mi spiace, non dovrei farlo davanti a una telecamera” e mostra delle simpatiche mutande fucsia e un po’ di sangue.

“Stai sanguinando!!! Guarda! Diamine, Werner, ti chiamo almeno un medico!”

“Oh” risponde serafico zio Herzog “it’s not a significant bullet.”

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“It’s not a significant bullet. I am not afraid.” (sic)

“Giulia, questo te lo sei inventato, non è successo davvero…”

“Toh: https://www.youtube.com/watch?v=ylXqc8TQ15w

JJ

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Oggi partiamo da più lontano.

Klaus Kinski, da giovane, occupa un attico a Monaco, riempiendolo di foglie dai colori autunnali, e si mette a vivere lì.

Un giorno, però, la temibile polizia tedesca gli impone di andarsene, pena l’arresto. Kinski non si piega alla loro volontà: minaccia di salire sul tetto, di buttarsi di sotto, grida, strepita, ma alla fine viene buttato fuori.

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“Non lascerò mai questo attico. MAI.”

Una gentile signora, Klara, che ha un debole per gli artisti, decide di trarlo d’impaccio e se lo porta a vivere nella pensioncina che gestisce.

Lo nutre, gli fa il bucato, gli stira le camicie, ripassa le battute dei provini con lui, gli rifà il letto e non gli chiede una lira *.

Nel frattempo, la famiglia Stipetić va ad abitare proprio in quella pensioncina.

Stipetić, già, perché (subtrivia) Herzog al secolo si chiamava proprio così, aveva assunto il cognome della madre, dato che il padre non era mai stato troppo presente nella sua vita (in sostanza non gli chiedeva mai di fare due tiri con il suo vecchio).

Solo che poi una volta evidentemente avrà chiesto alla mamma, Elisabeth, come si chiamasse il padre. E il padre si chiamava Herzog, che in tedesco significa ‘duca’. Quindi Werner ha guardato la madre e le ha detto “Guarda. Io ti voglio bene, eh. Però Herzog. Cioè. Lo sai pure te che se voglio fare il regista di cui si innamorerà Giuliastràni a 28 anni dovrò avere un cognome molto più incisivo di Stipetić.”

“Chi è Giuliastràni, Werner?”

“Lascia stare, non è importante.”

Dicevamo.

All’ora di pranzo la famiglia Stipetić/Herzog (Elisabeth, Werner e i suoi fratelli Lucki e Tilbert) è intorno al tavolo insieme alla signora Klara.

“Mamma,” chiede Lucki, educatamente, “potresti passarmi il pan-”

In quel momento, una delle pareti del salotto salta letteralmente in aria. Si sente un botto clamoroso, che i vicini avranno battuto forsennatamente con la scopa su uno dei muri ancora in piedi per invocare il silenzio.

La porta è in terra, divelta dai cardini. Schegge di legno ovunque, intonaco e pezzi di muro sul pavimento, un fumo bianco e innaturale incornicia la scena. La signora Klara è a terra, Herzog ha scoperchiato il tavolo e lo sta usando come scudo per proteggere la sua famiglia, Elisabeth stringe i figli al petto e pensa: “Dio mio, hanno bombardato Monaco. E’ la guerra, di nuovo.”

Improvvisamente, iniziano a volare tutt’intorno quelli che sembrano panni bianchi. Sono camicie.

Una figura si erge davanti alla voragine; mentre il fumo si dirada tutti pensano al peggio: soldati? Rapinatori? Mitomani? Esattori delle tasse? Testimoni di Geova?

E’ Klaus Kinski, pallidissimo, con le vene del collo pulsanti e gli occhi fuori dalle orbite, che cerca con lo sguardo la padrona di casa.

“KLARA!! BRUTTA STRONZA!! I COLLETTI DELLE MIE CAMICIE!!”

“Klaus…?”

“I-COLLETTI-DELLE-MIE-CAMICIE!!! NON SONO STIRATI BENE!! GUARDA COSA HAI FATTO, BRUTTA STRONZA!!”

Altre camicie volano in aria, sui piatti rotti, sul pavimento, su Herzog.

Zio Werner a quell’epoca ha 13 anni, sin dal suo primo incontro con K. K. ne ha avuto puro terrore, e, ancora nascosto dietro al tavolo, pensa una cosa tipo “Santo cielo. Spero di riuscire a portar via la mia famiglia da questo inferno il prima possibile. Non voglio mai più avere a che fare con questo folle.”

 

JJ

 

* un marco.

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Famosi sono gli incredibili disagi che W. H. dovette affrontare per concludere le riprese di Fitzcarraldo, un film che sarebbe andato a Cannes nel 1982, ma le cui riprese erano iniziate tre anni prima.

Il fatto è che si girava in Amazzonia, dove, diciamocelo,  le condizioni non erano proprio delle migliori. Umidità, animali selvatici, dissenteria erano forse i problemi meno gravi che zio H. doveva affrontare in quel periodo.

Ora, divaghiamo un attimo. Non so se abbiate visto il film, ma la storia racconta di un uomo che si batte per portare un Teatro dell’Opera nella sperduta Iquitos, dove vuole far esibire i giganti della lirica. Ecco, Herzog per quella parte aveva pensato a Jason Robards, che all’epoca era già piuttosto famoso. Il Fitzcarraldo di Robards poi avrebbe dovuto essere affiancato da Mick Jagger, che sarebbe stato una sorta di ‘spalla’ del personaggio principale.

“La pianti de canta’ i pezzi tuoi?? Stamo a lavora’!”

Quindi Robards & Jagger, lanciatissimi nei personaggi, erano già al 40% della lavorazione del film, quando Robards passa una giornata intera in bagno. E poi un’altra. E un’altra ancora.

Herzog chiama un medico.

“Guardi, Robards ha una forma acuta di dissenteria.”

“Oh. Ma io dovrei finire il film.”

“Signor Herzog, se non lo mandiamo subito in un ospedale con attrezzature adeguate, quest’uomo non solo morirà, ma non sarà bello da vedere.”

Accannato Robards, Herzog è nella più nera disperazione.

Se si leggono i suoi diari (raccolti in La conquista dell’inutile, gran libro), ci si accorge di come il progetto del film andasse a corrispondere perfettamente con quello diegetico dello stesso Fitzcarraldo che voleva portare l’Opera a Iquitos: ‘na cosa che te dico no. Herzog si identifica sempre di più col suo protagonista, e  vive di nuovo una serie di sfighe incredibili. Ma in Amazzonia non ci sono cactus.

In tutto ciò, il film se l’è dovuto produrre come al solito da solo, perché la 20th Century Fox, che aveva accettato di metterci il vil danaro, quando ha saputo che la nave che avrebbe dovuto attraversare una montagna era una vera nave, e non un modellino, ha detto “Signor Herzog, noi i soldi glieli diamo, ma per l’amor del cielo, usi un modello in scala!”

“No, io la nave la voglio vera. E voglio che scavalchi la montagna, per passare dall’Ucayali al Pachitea, è questo il senso del film.”

Niente soldi dalla 20th Century Fox. Proprio non riescono a essere dei sognatori, questi squali al potere.

Un giorno H. si sveglia, e infilandosi uno scarpone sente che c’è qualcosa dentro. “Un calzino appallottolato?” Lo tira fuori con noncuranza.

E’ una tarantola grossa come un pugno.

H. la appoggia in terra e si siede, aspettando la morte, che forse in un momento come quello sarebbe stata un’ottima scusa per non affrontare un altro giorno di lavorazione.

La morte non arriva; arriva però un’altra defezione: Mick Jagger è tipo mezzo il leader dei Rolling Stones, non è che può stare in Amazzonia a grattarsi, deve andare in tour. Arrivederci e grazie, pure quello ce lo siamo giocato.

Herzog accarezza sempre di più l’idea di mollare tutto e chiudersi in una vita di eremitaggio, tuttavia afferma: “Se io abbandonassi questo progetto sarei un uomo senza sogni, e io non voglio vivere in questo modo. Vivo o muoio con Fitzcarraldo.”

Allora tiene duro.

Solo che qui, al di là di tutto il bordello causato dalle condizioni miserevoli in cui H. & compagni si trovano a dover girare il film, non c’è più un attore principale. Herzog arriva a pensare di poterlo interpretare proprio lui stesso, “Tanto arrivati a ‘sto punto siamo diventati la stessa persona.”

Mario Adorf gli fa: “Oh, zi’, se vuoi ci sto io, eh! Calcola che potrebbe funzionare una cifra.”

“No Mario, tu non sarai mai Fitzcarraldo, mi dispiace.”

Adorf si offende. “Pazienza”, commenta Herzog nei suoi appunti.

C’è una sola alternativa, e H. lo sa. Chiamare Kinski.

Appresa la notizia, Kinski stappa una boccia di champagne: “Lo sapevi, Werner, che io ero l’unico che avrebbe potuto interpretare Fitzcarraldo, lo sapevi da subito!”

L’ottimismo di K.K. dura qualcosa come 5 minuti, perché appena giunto in loco inizia a impazzire per qualsiasi cosa. Cibo scadente, umidità, fame, insetti, cose.

Una volta Herzog, di fronte alle sue lamentele su nonsisabenecosa, gli mangia davanti agli occhi una tavoletta di cioccolato che aveva tenuto nascosta (cibo ambitissimo in quelle condizioni). Kinski sta zitto e medita vendetta. Herzog scrive sui suoi diari che l’aveva fatto con malcelata cattiveria e soddisfazione.

Finché un giorno K. fa una delle sue sfuriate in maniera particolarmente teatrale, a causa del caffè troppo tiepido (tutte cose che se volete si trovano nell’eccezionale Burden of Dreams di Les Blank, documentario sulla realizzazione del film in questione: roba de Kinski che strilla come una scimmia, incurante di essere ripreso).

Fra gli strepiti del pazzo, H. si limita a preparare il set per la scena successiva, dimostrando una notevole e olimpica calma: non è facile organizzare le cose mentre uno ti urla nell’orecchio di licenziare l’assistente alla regia.

Gli indios locali sono allibiti: vedono questo tizio biondissimo che grida di tutto in tedesco e accanto un uomo calmissimo che sposta dei cavi.

Sono terrorizzati da Herzog, e allo stesso tempo provano rispetto per lui.

Timidamente, il capo degli indigeni si avvicina al regista: “Signor Herzog, quel demone bianco la infastidisce? Se vuole, ecco, noi avremmo delle punte avvelenate…insomma, potrebbe sembrare un incidente. Cosa ne dice?”

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“Piuttosto vedimpo’ che sta succedendo là in fondo, che sento casino e dobbiamo girare.”

Herzog ci pensa su un attimo.

“Grazie”, dice alla fine, “ma ho davvero bisogno di finire questo film. Coraggio, andatevi a mettere in posizione.”

 

 

JJ

Bonus trivia: uno degli attori del film, tale Miguel Angel Fuentes, ha il primato di aver recitato in uno dei film più belli del mondo (Fitzcarraldo) e in uno dei più brutti, L’Uomo Puma, del quale vi consiglio una visione completa

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Questa è la foto sul cv di M. A. Fuentes che convinse Herzog a sceglierlo per interpretare il ruolo dell’indio Cholo, conosciuto nel villaggio per il suo carattere particolarmente sveglio e attento

Qui comunque ne propongo una scena parecchio significativa: https://www.youtube.com/watch?v=zjdjrjfuz1gù

Le appassionanti avventure di Zio Herzog

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Ok, siamo sul set di Aguirre, furore di Dio.

W. H. ha scritturato un instabilissimo Klaus Kinski, attore che già conosceva per diversi motivi che non anticipo.

Kinski, in quel periodo, era impegnato in una tournée teatrale nella quale interpretava il ruolo di Gesù Cristo.

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[intraducibili insulti in tedesco]
Lo chiamano e gli fanno: “Werner Herzog ti vuole per interpretare Aguirre.”

“Chi?”

“Aguirre, Lope de Aguirre, uno spagnolo che nel mill-”

“No, idiota, intendevo chi diavolo è Werner Herzog!”

“E’ un regista, Klaus. Un regista tedesco, dice che avete anche vissuto insieme quando eravate giovani e che tu sei l’unico che secondo lui potrebbe interpretare il protagonista del suo film.”

“Ok, ci penso io.”

Sono le tre del mattino. Herzog dorme tranquillo.

A un certo punto, lo squillo del telefono rompe il silenzio della casa. Herzog risponde, assonnato.

“Pron-”

“WOHOGWOHAHQOFHWOAZHQOAHAAAH!H!h!!”

“Ma chi parla?”

“ARIGIEWGHO VAUGUIRRE WORHFAHHHAHFH!”

Testuali parole di Herzog: “Il telefono squillò fra le tre e le quattro del mattino. Mi ci vollero almeno un paio di minuti per realizzare, attraverso quelle urla (test.: “inarticulate screaming”, n. d. A.), che all’altro capo c’era Klaus Kinski che accettava di interpretare il ruolo di Aguirre.”

Ora, dovete sapere che non c’è niente di più impervio, complicato, disagevole e problematico di un set di Herzog. Se per Anche i nani hanno cominciato da piccoli quell’uomo ha deciso di buttarsi su un cactus per scongiurare eventuali altri casini (vi rimando alla precedente puntata delle avventure herzoghiane per ulteriori informazioni), qui le cose si fanno ancora più complicate, perché c’è un pazzo come protagonista.

Kinski si lamenta, vuole stare al centro dell’inquadratura, vuole dormire all’asciutto, si è portato qualcosa come 20 valigie, beve solo acqua importata.

Herzog si lava i calzini da solo, mangia quello che trova nella giungla amazzonica e ascolta, paziente, le urla di Kinski.

Ma questo è solo l’inizio.

Per realizzare questo film Herzog s’era fatto in quattro. Un terzo dei costi di produzione era la paga di Kinski; il budget limitato, perciò, era un problema. Ciò diede luogo, ad esempio, all’episodio delle scimmie, che dovevano essere 400 nella sequenza finale. W. H. aveva pagato dei tizi per farsele prendere; questi però prima s’erano intascati i soldi di zio H., poi le avevano vendute ad altra gente. Allora lui prende la jeep, corre tipo protagonista del film che deve impedire il matrimonio della sua donna con un altro, e blocca le scimmie prima che si imbarchino per un volo verso Los Angeles.

“Sono un veterinario, queste scimmie devono essere vaccinate prima di lasciare il paese!” Herzog gira la scena e poi libera le 400 scimmie nella giungla.

Oltre a questo, H. girava con una telecamera rubata dalla Munich Film School, perché non aveva i soldi nemmeno per quella.

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“Oh, guarda che poi l’ho restituita, eh!”

Un giorno, Kinski ha un altro dei suoi attacchi. Se la prende con un innocente operatore, il quale, durante una ripresa, viene apostrofato con “COGLIONE! STAI RIDENDO DI ME???”

W. H. chiama lo stop.

“Klaus, cosa succede?”

“Questo pezzo di merda sta ridendo di me!”

“Nessuno ride di te. Ora, per favore, finiamo la scena.”

“Licenzialo.”

“Puoi ripetere?”

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“Lui, lui, non fare lo gnorri che sai benissimo di chi parlo!”

“Licenzia questo stronzo che ride!”

“Non essere ridicolo.”

“Allora me ne vado io.”

“Klaus, per fav-“

“No, Werner, questa è l’ultima goccia!! Qui non mi rispetta nessuno, io me ne vado!”

Kinski fa i bagagli, e inizia a caricare una canoa a caso con tutto ciò che è suo.

Herzog lo guarda.

“Non puoi farmi questo. Questo film è importante, per me, e lo è anche per te. E viene prima di tutto, anche prima dei nostri sentimenti. Non esiste.”

“Va’ al diavolo, io me ne vado da qui.”

“Klaus. Sulla jeep ho un fucile. Dentro ci sono nove colpi. Otto pallottole le avrai in corpo prima di arrivare sull’altra sponda del fiume. La nona me la pianterò in testa quando vedrò che non ti muovi più.”

Klaus Kinski guarda Werner Herzog.

Scende dalla canoa, smantella i bagagli e finisce Aguirre.

JJ

Le appassionanti avventure di zio Herzog

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L’anno scorso cominciai la mia tesi sul cinema, poiché in altro non potevo laurearmi. In questo scritto, alla fine della fiera (e dell’università), decisi di analizzare in particolare quattro registi e il loro lavoro con gli attori, poiché secondo me avevano un rapporto molto interessante con i suddetti interpreti: Alfred Hitchcock, Jean Renoir, John Cassavetes e Werner Herzog.

Io, all’epoca, di Herzog conoscevo qualcosa a dire tanto: avevo visto Grizzly Man, mi ero commossa tantissimo; Fitzcarraldo al Palazzo delle Esposizioni (sì, sono radical chic); Cave of Forgotten Dreams su youtube. Boh, ho detto, fico ‘sto regista.

Ma è studiando il personaggio e la sua vita che ne sono rimasta prima affascinata, poi mi sono interessata tantissimo, poi ho deciso che avrei voluto vedere tutti i film suoi e su di lui e alla fine sono impazzita completamente.

Perché? Quando? Esattamente nel momento che vado a illustrarvi.

Mi trovavo nella biblioteca del DAMS di Roma Tre. E già ero agitata, in quanto esterna (mi sono laràta alla Sapienza, nota università da sempre in guerra con la terza); non potevo portarmi i libri fuori, c’erano delle tizie tutte precise che si studiavano i libri sul meraviglioso mondo di Amélie e ridacchiavano perché io mi vesto male, il mio vecchio pc aveva degli adesivi delle Big Babol in bella vista e avevo sul tavolo una pila di libri polverosissimi che quando l’avevo chiesti al bibliotecario caruccio m’aveva guardato come per dire “No, non ci rimorchierai me.  Mai.”

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“IH IH IH, MI PIACE INFILARE LE DITA NEI FAGIOLI!!!”

Ma io devo scrivere la tesi, c’ho il fiato sul collo della consegna.

Apro ‘sto castoro su Herzog (n. d. A.: i ‘castori’ non sono i simpatici roditori che fanno le dighe e sponsorizzano dentifrici, in questo caso, ma una collana di libri molto ben fatti sul cinema) e inizio a leggere la biografia.

A una certa.

“Durante la lavorazione di Anche i nani hanno cominciato da piccoli Herzog, per scongiurare altri problemi relativi alla lavorazione del film, fa un voto e si lancia su un cactus.”

Pausa.

Silenzio.

Rumore di libro che cade, fortissimo, sul banco.

Le tizie di Amélie si girano, mi guardano. Io cerco di rimanere impassibile.

Cactus.

Inizia a prendermi una roba di risata isterica che lèvati.

Mi viene in mente una scena analoga e al contempo diversissima, e cioè di me che (forse manco troppo) piccola, decido di afferrare una pianta grassa presente sul mio terrazzo perché “vediamo cosa succede”. Cosa è successo? Spine ovunque, disagio totale, due ore di mia madre con la pinzetta che si chiedeva “Dove ho sbagliato?”

Herzog però all’epoca del film non aveva dai 3 ai 6 anni. Ne aveva 28.

Era il 1970, e stava succedendo un bordello allucinante sul set. C’erano tutti i problemi possibili e immaginabili, e nessuno ce la faceva più, era difficile persino pensare di arrivare a fine giornata.

W. allora raduna tutta la troupe da una parte, e sale su una roccia: “Ragazzi, lo so che è dura, lo so che è un casino, che abbiamo un ritardo mostruoso e che non riusciamo a fare un passo avanti senza farne due indietro, però io voglio finire questo film.”

Maestranza a caso: “Signor Herzog, lasciamo perdere, nessuno ha la tempra morale e fisica per resistere un altro giorno.”

W. H. fa una pausa. Guarda l’uomo che ha pronunciato la frase.

“Portatemi un cactus.”

“Prego?”

“Un cactus. Voglio un cactus, possibilmente uno di quelli a tappetino, con tanti bozzetti.”

Portano ‘sto cactus. Herzog guarda la troupe. “Io mi ci lancio sopra, e voi finite il film.”

W. H. si lancia sul cactus.

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W. H. si alza in piedi.

Si gira verso l’uomo. “Cazzo ne sai te di tempra.”

Il 15 maggio 1970 Anche i nani hanno cominciato da piccoli viene presentato al Festival di Cannes.

 

 

JJ

Berlinguer non ti vuole bene

in cinema/politica by

Caro regggista veltroni, quando c’era Berlinguer, socialisti e democristiani “hanno usato la spesa pubblica contro il Pci, facendo salire il debito nel tentativo di attirare voti “. Caro regista, sai chi l’ha detto? Un signore che tu quando eri segretario dei Ds hai fatto diventare presidente del Consiglio.

Parliamo naturalmente di quella degnissima persona di Giuliano Amato, ex-consigliere economico di Bettino Craxi, uno dei principali protagonisti di quella fase politica in cui, dal 1980 alla fine della Prima Repubblica, il rapporto tra debito e pil è passato dal 60% a oltre il 100%. A sfondare la soglia del 100% ci pensò lui direttamente, portandolo al 105%, con razzolamento incorporato dei risparmi degli italiani varando notte tempo il prelievo forzoso del 6 per mille dai conti correnti bancari. Era il lontano 1992.

Dinanzi a tutto ciò, il tuo tanto caro ed osannato Berlinguer, caro regggista veltroni, avrebbe approvato le tue scelte politiche o ti avrebbe sputato in faccia, metaforicamente parlando? Perché, aldilà di chi avesse torto o ragione, Berlinguer ed il Psi si odiavano, basti pensare al suo ingresso al congresso dell’ 84 a Verona, quando fu sommerso da un boato di fischi e insulti dei delegati craxiani.

E cosa avrebbe detto e fatto il tuo caro stimato rimpianto segretario Berlinguer, del sindaco della città di Roma che come ultimo atto del proprio mandato, teneva la seduta di discussione ed approvazione da parte del Consiglio, del Nuovo Piano Regolatore (soprannominato ‘Regalatore’), a porte semichiuse, in quanto era esclusivamente ammessa la presenza di costruttori e imprenditori edili, mentre veniva impedito l’accesso ai rappresentanti dei comitati ed ai semplici cittadini attraverso l’intervento delle forze dell’ordine? Era il 2008, ultimo atto della giunta Veltroni. Caso rarissimo nella storia dei consigli comunali.

Il tuo caro Berlinguer sarebbe stato fiero di te? Credo proprio di no.

Ora, su Berlinguer si possono fare tante osservazioni e riflessioni, critiche etc etc. Ad esempio, si potrebbe disquisire sul fatto se quelli come te, reggggista, dovrebbero vergognarsi per gli ultimi 20 anni alla guida della sinistra italiana, piena di errori, danni alle persone che vi hanno votato, compromessi al ribasso, analfabetismo tattico e strategico. Oppure se non siete stati altro che il prodotto e la continuazione Berlingueriana nella sua deriva autocelebrativa ed autoreferenziale. Da questo punto di vista, Occhetto dimostra, per il basso profilo assunto e l’ingenuità quasi infantile dimostrata, di avere più dignità di tutti voi.

Ma, ad ogni modo, caro regggista veltroni, questo tuo utilizzo feticista dedito a scontate commozioni per la ggente de sinistra nostalgica del partito che fu, che sta bene a casa col portafoglio pieno, farà sicuramente effetto, tra un’intervista da Fabio Fazio, una passerellata dalla Bignardi e due chiacchiere dalla Gruber.

Invece, al contrario e più degnamente, arriverà mai il tempo ed il buongusto di lasciare in pace i morti e di rispettarli, qualora se ne riconosca la forza della memoria e del ricordo, non con il chiacchiericcio inutile per cazzi pieni d’acqua dediti all’imbambolamento parolaio, ma con una concreta azione politica ed umana coerente con i valori ed i principi di cui se ne vorrebbe tramandare la portata?

Stammi bene, regggista. E speriamo che sia l’ultimo.

Soundtrack1:’Lavatrice4-Mi iscrivo ai terroristi’, Magnotta

L’incredibile imperdibile nottata degli Oscar

in cinema by

Dalle due e mezza di una domenica di febbraio, insieme agli amici, vino, chinotto, birra, patatine e altre amenità, mi sono goduta la notte degli Oscar, che ogni anno prende vita nelle Americhe, fra gente che cade sul red carpet, personalità di spicco e Leonardo di Caprio che non vince l’oscar.
Innanzitutto va detto che la kermesse del tappeto rosso è eliminabile, per chiunque non abbia amiche che il giorno dopo vogliono sapere “Allora, qual’era il vestito più bello?” “Veramente non mi ricordo…” “Oh, sei così poco femminile!” [risatina con la mano davanti alla bocca].
Se non fosse che esistono cose belle come Jennifer Lawrence che cade.
Ora, io non ho nulla contro JL, anzi, mi sembra che sia una discreta gnocca; ma, da che mondo è  mondo, la gente che cade fa ridere (specialmente se sovrappeso).

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“Ciao, gent-porcocazzo!”

Capitomboli a parte, la serata entra immediatamente nel vivo con la proclamazione di Jared Leto come miglior attore non protagonista per Dallas Buyers Club, che parla di aidiesse, e Leto interpreta un omosessuale con l’aidiesse, e quindi vince l’oscar. Ve lo ricordate Jared Leto? Quello che in Fight Club pigliava un sacco di botte da Edward Norton?

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Prima – Dopo – “Daje tutti, c’ho l’oscar”

Beh, s’è più o meno ripulito. Ora fa il cantante, l’attore, e vince l’Oscar.
Travestito come Kurt Cobain vestito da cameriere, Leto fa un bel discorso commovente con la sua faccia poco sveglia da cantante che piace alle adolescenti e poi torna a servire ai tavoli.
Vorrei ora aprire una piccola parentesi a proposito della quantità IMMANE di pubblicità che facevano durante questa benedetta cerimonia. Ora, noi in Italia ci scocciamo perché mediaset manda Via col Vento che già di per sé non è corto, e ci infila dentro più stacchi pubblicitari del numero di personaggi del film. Ma, fidatevi, la quantità di spot a cui ho assistito domenica notte era qualcosa di estremo, di spaventoso. Forse non ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati.
Dimenticavo di spendere due parole sulla presentatrice: Ellen DeGeneres, molto nota in America come la conduttrice di un popolare talk show, si esibisce in pezzi quali ordinare la pizza e servirla a Brad Pitt, Meryl Streep e Julia Roberts o organizzare gli ormai popolarissimi ‘selfie’, le foto che si fanno le adolescenti in bagno con le dita a segno di vittoria e la bocca contratta, ma molto più popolare, perché in quella di Ellen ci stanno gli attori famosi e sono tutti alla nottata degli Oscar. Vuoi mettere con le bocce di fuori di una 17enne? Ci sarebbe da discuterne. Propongo una versione alternativa della foto che ormai è già starta retwittata (dio, non avrei mai pensato che l’avrei effettivamente scritta questa parola) più di [inserire numero molto alto] volte.

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#siamotuttikevinspacey

Fra uno stacco pubblicitario e un altro, la serata si dilaziona nel tempo in maniera piuttosto tranquilla: non ci sono risse, non ci sono grossi strafalcioni, non c’è (altra) gente che inciampa. La prima sorpresa, però, è che il premio per miglior documentario non se lo becca The Act of Killing, come tutti avevano previsto, bensì 20 Feet from Stardom, che parla di gente che canta. Bene così, adoro i plot-twist.
Poi arriva Cuaròn, e si prende tutto il prendibile con Gravity, il film nello spazio dove Sandra Bullock e George Clooney sono vestiti come Buzz Lightyear.

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“George, tu sei un giocattolo!”

E lasciatemelo dire: tutto ciò che s’è preso il buon A. Cuaròn è meritatissimo. Io a uno che fa un film come Gravity gli voglio solo bene. Detriti spaziali ovunque, musica stile 9 Inch Nails (pure Steven Price, il compositore delle musiche, si becca l’oscar), angoscia e Sandra Bullock in mutande rendono questo film un eccezionale documento di come anche mettendo insieme una trama poco elaborata, se sei un regista bravo, uno non si rompe le balle al cinema. E una volta tanto è un 3D sensato, santo cielo. Bravo Alfonso, ti voglio bene.
Ma attenzione: Gravity non fa l’en plein, poiché il miglior film se lo aggiudica 12 anni schiavo, che è un film con un sacco di gente di colore, e dunque prende l’Oscar perché l’America ancora si sente in colpa per la storia dello schiavismo. Apprezzabile in ogni caso il fatto che si vari un po’, con i premi, perché dopo il sesto Oscar a Gravity (per carità, tutto meritatissimo) mi chiedevo se non gli avrebbero fatto vincere anche miglior film d’animazione, che invece si aggiudica il delizioso Frozen, all’interno del quale in tanti hanno visto molto più che una semplice storia di amore fraterno. Ma questa è un’altra storia.
Frozen si prende anche il premio per la miglior canzone, la straormaifamosa Let it go, di cui hanno già provveduto a fare la cover tutti, Neri per Caso compresi.
Interessante anche il fatto che la miglior sceneggiatura originale se la sia portata a casa Her, di Spike Jonze, che ha battuto i temutissimi American Hustle e soprattutto Dallas Buyers Club, che parla di aidiesse, e quindi già sappiamo.
Spazio alle donne! Quote rosa! Una straordinaria Cate Blanchett si aggiudica il premio come miglior attrice protagonista, per la sua eccezionale performance in Blue Jasmine, e la giovane Lupita Nyong’o come miglior attrice non protagonista per 12 anni schiavo. Ed è in quel momento che Brad Pitt e Angelina Jolie hanno capito di voler adottare anche lei.

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“Vi ringrazio, ma ho già dei genitori!”

Verso le 4 del mattino devo aprire una bottiglia di vino per festeggiare Sorrentino con i miei amici, visto che per fortuna il premio come miglior film straniero ce lo portiamo a casa noi italici con La Grande Bellezza, e non voglio sentire critiche a riguardo, se non a proposito del deplorevole inglese di P. Sorrentino, che vabbè dai. S’è impegnato. Cioè, no, personalmente credo che avrebbe potuto dire anche un paio di cose in più (lasciamo stare la pronuncia, che nemmeno io so’ forte) per dimostrare un minimo di rispetto (oh, comunque hai vinto l’Oscar, eh) verso un premio che non è proprio ‘o bangarell’, per citare lo stesso film. Ma probabilmente Sorrentino aveva fretta di andarsi a spaccare ammerda insieme a Servillo, quindi lo perdoniamo e gli vogliamo bene comunque.

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“Maradona, Fellini, pizza, mandolino!”

E poi, c’è il momento che tutti attendono.
La proclamazione del miglior attore.
Perché sappiamo tutti che anche quest’anno Leonardo di Caprio ha ricevuto la nomination, e sappiamo tutti che non vincerà, perché Matthew Mceogoegorwey ha interpretato un malato di aidiesse, e poi ha fatto il botto con True Detective, ormai sono lontani i tempi in cui interpretava giovani bellocci in commedie scadenti, ora è uno che c’ha l’aidiesse, quindi niente, il premio lo vince lui perché in effetti la sua interpretazione è stata veramente magnifica, priva di patinatura, autentica q.b. e soprattutto in nessun modo patetica (ed è difficile quando impersoni uno che c’ha due mesi di vita).
Leonardo pure stavolta c’è dovuto sta’.

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“Un giorno…forse…anch’io. Un giorno.”

Notare la faccia di Jonah Hill, dietro, che pensa “Adesso questo s’accolla tantissimo.”

JJ

Perché amo gli Aristogatti

in scrivere/società by

Gli Aristogatti è uno dei miei film preferiti in assoluto. Alla base di questa mia preferenza vi è con ogni probabilità anche un dato biografico. Come sa bene chi mi conosce, la mia memoria è un buco nero attraversato occasionalmente da lucciole. Ecco, una di queste lucciole, uno dei frammenti di storia personale su cui so di poter sempre contare, sono i sabato pomeriggio che passavo con mia madre al cinema “parrocchiale”. Di solito davano film di Bud Spencer and Terence Hill, oppure quelli di Disney. Tra questi ultimi, fa la parte del leone questa bella storia di gatti, anche perché gli Aristogatti è l’unico cartone che sia mai piaciuto a mia madre (oggi stesso me lo ha ridetto, mentre in salotto il film veniva riprodotto da BluRay a beneficio delle nuove generazioni). Per questa ragione, molte delle battute del cartone sono diventate parte del nostro lessico familiare. Per dire, quando mamma preparava la crema, la presentazione del dolce veniva accompagnata dalla battuta: “Crema di crema di Edgar” (diciamo che la citazione forse non era la più appropriata, dal momento che il sudbolo e mellifluo maggiordomo così si esprimeva mentre ammanniva ai teneri micini un dolce abbondantemente addizionato di sedativi, mentre mia madre non mi ha mai drogato, almeno a quanto ne so). Sono rimasti scolpiti nella mia memoria di lungo periodo (in compagnia delle province di alcune regioni italiane, rigorosamente in ordine alfabetico, ché se no non ho speranza, e ai fiumi Secchia e il Panaro) i nomi dei tre gattini di Duchessa, Minou, Matisse e Bizet (allora mi sfuggiva ovviamente la citazione degli artisti) così come il motivetto: “Do-mi-sol-do-do-sol-mi-do eccetera”.

Ma bando alla malinconia, e concentriamoci su quelle che sono, a mio avviso, le peculiarità che rendono immortale questa pellicola. Innanzitutto, è uno dei pochissimi cortometraggi Disney in cui non c’è una vera tragedia: avete presente quella sfigata di Biancaneve (orfana, odiata dalla matrigna, che tenta più volte di assassinarla?) o quell’altra infelice di Cenerentola, condannata dalla sua tutrice ad un destino di schiavismo? E che dire delle lacrime che generazioni di fanciulli versano inutilmente sulla crudele sorte del papà di Bambi? Pensateci bene, e poi fatemi sapere se c’è un solo cartone di Disney senza tragedie: lutti, parenti ostili, quando non apertamente criminali (vedi il Re Leone), genitori alienati dai figli (La Bella e la Bestia) e figli che tradiscono i genitori (Pinocchio), figli deformi oggetto di violenza e derisione (Dumbo), pazzi sanguinari pronti a scannare centinaia di cuccioli per farne pellicce… E invece negli Aristogatti abbiamo un ambiente aristocratico e sereno: l’azione prende le mosse nella residenza parigina di Adelaide Bonfamille, una anziana cantante lirica in pensione, aristocratica e piena di gioia di vivere (si veda come si pavoneggia – alla sua età! con il boa di pelliccia) e amante della sobrietà (la sentiamo rimbrottare il maggiordomo Edgar per la sua piaggeria). Madame ha quattro gatti, Duchessa e i suoi tre cuccioli, i già citati Minou, Matisse e Bizet. E qui già secondo me c’è un altro elemento di discontinuità rispetto alla classica storia Disney: Duchessa non ha un compagno e nulla si dice o si capisce del suo destino: è morto? fuggito? Sarà che quanto è uscito Gli Aristogatti (1970) ancora si respirava un po’ di contestazione, ma il narratore non si preoccupa minimamente dare questo tipo di spiegazioni.

La decisione di Madame di lasciare i suoi averi agli amati felini fa scattare una molla criminale latente nel buffo maggiordomo inglese, che decide di rapire i gatti: non è chiaro dove li porti o se intenda veramente ucciderli (sarei personalmente propenso a sostenere che intenda “semplicemente” abbandonarli in campagna): qui abbiamo un “cattivo” che, al confronto di Crudelia Demons de La Carica dei 101 è una vera mammoletta. Come sappiamo, le cose non andranno come aveva immaginato Edgar e, dopo una serie di esilaranti avventure, sarà lui a finire a Timbouctù, proprio nella cassa che aveva preparato per le sue vittime.

La sequenza della corsa in sidecar è da antologia, il personaggio di Romeo (trasformato in romanaccio da irlandese che era nella versione originale) è gradevole e divertente, anche se forse ha qualche cliché da farsi perdonare. Il fatto di aver ambientato la vicenda nella Parigi del primo decennio del Ventesimo Secolo ha dato agli sceneggiatori un pretesto per parlare di bohéme: si pensi all’oca Reginaldo (zio di Adelina e Guendalina Blabla) che è evidentemente un alcolizzato ma soprattutto al modo molto britannico con cui le due pennute nipoti considerano il suo stato con rassegnato umorismo (nessuno scandalo!). Ma soprattutto alla gang di amici di Romeo, capitanati da Scat Cat: una vera posse di musicisti debosciati (violenti, se del caso: ricordate come il topino Groviera rischi di essere divorato e si salvi in extremis solo facendo il nome di Romeo), eppure capaci di amicizia e solidarietà.

Ma è Duchessa il personaggio che davvero incanta: è la classica “gattamorta”, bollente quanto apparentemente imperturbabile; raffinata ed elegante, mai altezzosa. Da una micia dei quartieri alti ci si sarebbe attesi un atteggiamento sussiegoso nei confronti del rumoroso e franco Romeo. E invece lei gli dimostra immediatamente simpatia, anche se in quel suo modo obliquo e riservato. La chimica che si crea tra quei due è un capolavoro che difficilmente si è visto sugli schermi: se Romeo fa il suo lavoro di “duro-ma-buono”, distribuendo machismo, epiteti affettuosi, battute e profferte di protezione, Duchessa sta al gioco, senza dimostrare il minimo segnale di debolezza, e accogliendo con elegante ironia il paternalismo benintenzionato del micione rosso. Duchessa si dimostra inoltre molto alla mano anche con quelli della banda di Scat-Cat. E va detto che, quando è il suo momento, dimostra di saperci fare, con quell’arpa, trasformandosi da algida bellezza in una felina sensuale come poche.

Insomma, gli Aristogatti è davvero un capolavoro, e dimostra come si possa mettere colore, passione ed amore anche in un lavoro di evasione destinato ai bambini. Di ogni età.

Diluizione

in scrivere by

La metro è strapiena e davanti a me, di spalle, c’è questo tizio bassino, tutto sudato, con un cappotto scuro che gli arriva quasi fino ai piedi. Chatta sul suo smartphone; io mi sto annoiando e  mi trovo nelle posizione ideale per leggere quello che compare sullo schermo “Tutto confermato?”. Bip. “Sì”. “Trattamento completo?”. Bip. “Come sempre”. “Soldi?”. Bip. “Come sempre”. “Pericoloso. Bonus?”. Bip. “Vedremo: la tipa è Esther Torcia, via delle Ginestre 68”. A Piramide il tizio, spingendo e sbuffando, svicola attraverso le porte automatiche un secondo prima che si chiudano.

Leggo un paio di mail, e poi gioco a Candy Crush, finché non arrivo in ufficio, dove passo due ore a mettere a mettere in ordine la scrivania e a fare telefonate personali. Il mio vicino di scrivania ha capelli rosso-rame, di qui il suo soprannome, “Torcia”. Mi loggo su Facebook e digito “Esher Torcia”. E’ una bella ragazza magra ed alta: sulla foto del profilo appare in bikini, con un gran cappello da mare sulla testa ed un sorriso indecifrabile. I colleghi mi vogliono al caffè. CTRL-ALT-CANC. Nelle ore successive, durante una riunione mortale, fingo di leggere e-mail d lavoro, anche se in realtà guardo foto di culi su Twitter. Al ristorante esagero un po’, e poi mi faccio uno spino con il lavapiatti, che è anche il mio fornitore di roba.

Torno in ufficio in questo caldo irreale, mi pare di sudare il grasso dell’abbacchio e l’alcol della birra Sulle strisce pedonali un idiota su un SUV sgomma e mi suona anche se tocca a me. E’ solo Giuseppe, il mio ex compagno di classe che si diverte a farmi prendere un colpo. Mi offre un passaggio e così mi arrampico nell’abitacolo, dove mi accoglie “Monster” di Kanye West a volume altissimo e l’olezzo volgare del dopobarba del mio amico. Dice che mi porta in ufficio, ma poi:  “Senti, devo andare a prendere un’amica all’aeroporto, perché non mi accompagni? La prendiamo, la portiamo da Marco, mangiamo un boccone tutti insieme, e ti prometto che alle undici sei a casa”.

Anche se farfuglio qualche scusa incoerente, non mi va per niente di lavorare, ed in ogni caso  Giuseppe sta già sfrecciando a 130 sulla tangenziale. Il mio cellulare si è scaricato e nelle due ore e mezzo che passo a farmi marinare dalle cazzate di Giuseppe, non c’è modo di ricaricarlo. Sono ormai le cinque del pomeriggio quando finalmente dalle porte scorrevoli fa la sua comparsa la tipa che siamo aspettando: deve aver una ventina d’anni, è magra e pallida, il volto serio e duro come quello di una statua di marmo. Deve essere dell’Est. Giuseppe le corre incontro ansimando, sposta il carrello portabagagli e la seppellisce nelle pieghe della sua carne umida mentre l’esile corpo di Frozen (sembra quella del cartone animato, per via dei capelli bianchi a striature violette e fucsia, e per quella sua aria altera), asseconda la veemenza del mio amico piegandosi come una parentesi. Giuseppe me la presenta e lei mi bacia sulle guance come fossimo vecchi amici, senza proferire verbo. In macchina sentiamo Bjork mentre Frozen si addormenta quasi subito sul divano posteriore. “Senti, dovrei mettere il telefono sotto carica…”. Giuseppe mi passa il suo smartphone: “Chiama tua moglie e dille che torni a casa dopo cena”.

Dopo aver eseguito l’ordine, gli chiedo di poter dare un’occhiata a Facebook, perché devo controllare una cosa. “Guarda, io non ce l’ho Facebook, mi piace farmi i cazzi miei. Comunque, da Marco, mentre carichi il telefono, potrai controllare Facebook da un computer o da uno dei suoi tablet.” Marco, l’ex regista underground napoletano, recentemente sulla cresta dell’onda dopo aver diretto una serie televisiva RAI sulle sante martirizzate per aver salvaguardato il loro imene. Non riesco a riconciliare il Marco Thorsen che ballava sulla pista senza mutande e con una maschera da maiale (Roma, circa luglio 1985) e il Marco Thorsen dimagrito, ripulito, barbuto, in completo nero e camicia bianca alla Reservoir Dogs che bacia l’anello di un visibilmente eccitato cardinal Mingardi alla sera di gala per la presentazione della serie “Morire caste”. Quando ci apre la porta, Thorsen, che è già piuttosto fumato, mi si rivolge con quell’amicizia untuosa che le persone pubbliche ostentano nei confronti dei giornalisti della testata più temuta di Roma, quella per cui scrivo le mie zozzerie. Non a caso è controllata dai fratelli Bobba, signori dei cinema e dei canali televisivi dei film d’autore. Mi bacia e con quella sua sfumatura campana delicata e carezzevole, dopo avermi guardato negli occhi per un tempo che a me pare interminabile, fa: “Come ti sei fatto chiatto, quaglio’!”.

Frozen va a farsi una doccia e a sistemarsi nella sua stanza, mentre Giuseppe ed io ci facciamo una canna sul divano. Ad un certo punto ci sembra di sentire Thorsen dare di matto con i suoi domestici in cucina, facendo riferimento all’inferiorità culturale e razziale dell’intero popolo filippino, incapace, a suo dire, di cuocere il roast beef in modo accettabile ai nouveau riches caucasici. Quando, circa tre quarti d’ora dopo, Thorsen ritorna tra noi, ha la patta dei calzoni sbottonata e continua a guardare alternativamente da una parte all’altra della stanza come se il suo spazio fosse occupato da pattuglie agguerrite di insetti visibili solo a lui. Non che faccia gran differenza, visto che io saran venti minuti che mi sono bloccato sulla grande tela astratta appesa alla parete davanti al divano dove sono spaparanzato, “Sta roba mi ricorda le foto di una… come si dice, rettoscopia?”, me ne esco, senza rivolgermi a nessuno in particolare.

Arrivano degli amici di Thorsen: una coppia di gay lindi in pantaloni skinny e occhialoni neri, una strappona con le tette al vento e senza mutande, e un tizio panciuto e rasato, barba gigante e  tatuaggi Yakuza. Il Bang & Olufsen di Thorsen diffonde canzoni pop islandesi, pezzi degli Arctic Monkeys, dei Franz Ferdinand, Eurythmics e Blur. Giuseppe parla fitto con il barbuto, mentre i due gay discutono animatamente assieme a Thorsen di un certo architetto finlandese, la tettona pippa coca direttamente dal tavolino di cristallo. Faccio per chiedere al padrone di casa dove posso caricare il telefonino e se per caso posso usare uno dei suoi tablet, ma è troppo preso nella discussione . Allora mi alzo e imbocco il corridoio, che mi appare lunghissimo e pieno di porte quasi tutte chiuse; tutte salvo l’ultima a destra, da cui esce una lama di luce. Mi affaccio e vedo Frozen nell’atto di salire in piedi sul basso tavolino sistemato proprio davanti alla finestra. Quando busso lievemente sulla porta aperta, trasale, e scende. Il suo corpo da ragazzo nuota dentro ad una maglietta dei Joy Division che sarebbe grande anche a me. Mi chiede se ho da fumare.

Ci facciamo in silenzio mentre dal diffusore collegato al suo cellulare sentiamo Bauhaus,  Siouxsie and the Banshees, Cure ed Echo and the Bunnymen. Finalmente collego il caricabatterie al  telefono e le chiedo se posso usare il suo iPad nero pieno di adesivi ecologisti e di oscuri gruppi politici anarcoidi. Mi loggo su Facebook con il mio account e apro il profilo di Esther Torcia. Direct message. Lo cancello e riscrivo tipo diciotto volte, perché effettivamente è una cosa proprio strana e paurosa quella che le sto per scrivere, finché: “Ciao, non mi conosci, ma credo di aver saputo per puro caso una cosa che ti riguarda… Non posso spiegarti ora come sono venuto a conoscenza di questa informazione, ma ho ragione di credere che delle persone ti stiano cercando e credo ti vogliano fare del male”. Risponde dopo qualche secondo: “Ma chi sei? Che cazzo vuoi? Sei pazzo? Ti faccio bannare immediatamente, stronzo”. “Ti prego, so che è pazzesco, ma senti questa storia…” e digito un breve riassunto di quello che mi è sembrato di capire che le stia per succedere. Mentre sto per inviare, sul display mi appare un traliccio grigio stilizzato su fondo bianco: “Ops! Ci dispiace, ma la tua connessione ha un problema”. Merda, non solo non ho spedito, ma ho perso tutto!

Appena alzo gli occhi dal tablet, che vorrei scagliare contro il muro, vedo il corpo scheletrico di Frozen, che adesso indossa veramente poca roba;  mi si avvicina, prende il tablet e lo poggia delicatamente su una sedia; poi mi si siede in braccio. Ho quasi cinquanta anni, una famiglia, sono timido, questa ragazza che mi giace in grembo potrebbe largamente essere eccetera eccetera; ed inoltre, sono un po’ di ore che non mi lavo, se non puzzo, poco ci manca, per non dire che sono fanche un po’ fatto. Questa situazione mi imbarazza da morire; rimango paralizzato qualche minuto sulla poltrona con la tipa in braccio, con alcune intenzioni alternative in testa, tipo deporla sul letto così come è, oppure simulare buon senso e costringerla a rivestirsi subito sostenendo con giusto sdegno che non si fa questo ad un ciccione cinquantenne, ma. La verità è che godermi la fettina di tramonto che si intravede da questa poltrona, mentre il profumo dell’umidità dell’estate romana invade la stanza e questa fatina delle favole mi siede in braccio non mi dispiace affatto. E’ questa la ragione principale della mia inerzia, credo. Frozen sta russando. Alzarsi dalla poltrona con la ragazza in braccio senza svegliarla non è facile, e con i chili e con il fumo e l’alcol che ho in corpo rischio di rimetterci le penne, ma in qualche modo riesco a metterla a letto;  la copro alla meglio con la sua tee shirt e con l’accappatoio e, chiusa delicatamente la porta, imbocco il corridoio di casa Thorsen, dove mi raggiungono rumori di colluttazione, urla e bestemmie in napoletano dei Bassi. In salotto mi attende una scena formidabile: Giuseppe avvinghiato a Thorsen in una presa da catch. I due ragazzi e il barbuto cercano di staccarlo dal padrone di casa, mentre la tipa senza mutande urla in preda ad una crisi isterica.

Un po’ di tempo dopo, un’ora? due? boh, un agente di polizia chiaramente seccato di aver interrotto il sonno, i due ex amici riferiscono la rispettiva versione dei fatti. A quanto pare si sono menati per qualche ragione che ha a che vedere con la pazza sanculotta. Me ne vado. Inspiro l’aria umida del mattino e mi fiondo dentro un bar dietro Santa Maria Maggiore: un caffè doppio e due cornetti, e poi decido di andare direttamente in ufficio. Al bagno mi do una sistemata come posso, mi cambio la camicia e mi passo il deodorante sotto le ascelle. Sono come nuovo. Sul telefono dell’ufficio ci sono  sette chiamate non risposte, tutte dal numero di casa mia. “Cazzo! Avevo promesso a Marta che sarei tornato a casa per le undici di ieri sera!”. Compongo il numero, preparandomi al peggio. Mia moglie si limita a dire di ricordarmi di portarmi il cellulare la prossima volta. Così mi ricordo che è rimasto nella stanza di Frozen, a casa di Thorsen. Avvio il pc. Provo ad accedere al mio profilo Facebook, ma un pop-up mi avverte che è stato bloccato sulla base della segnalazione di un utente.

In quel momento un’agenzia che attira la mia attenzione: “Roma. Sgomento al quartiere africano. Questa notte, attorno alle 3.00, E.T., studentessa ventitreenne fuori sede, si è gettata dal quinto piano della palazzina in cui viveva da sola. La giovane è morta sull’ambulanza che la stava trasportando in Ospedale. Benché il caso faccia pensare ad un suicidio, gli inquirenti non escludono al momento nessuna altra possibilità”.

Sanremo canaglie: guardare Sanremo con libernazione

in musica by

Allora, ragazzi: ieri sera noi di Libernazione, insieme a un mucchio di altre persone, ci siamo incontrati in questo posto per guardare e commentare Sanremo insieme. Debbo dire che ne sono venute fuori due o tre ore divertenti, ragion per cui abbiamo deciso di replicare stasera, e se ci regge la pompa anche venerdì e sabato.
Quindi, se avete voglia di cazzeggiare insieme a noi, fate una cosa: iscrivetevi all’evento, aspettate le 21, aprite Facebook e mettevi comodi.
Nel darvi appuntamento a più tardi, vi lascio con un piccolo estratto di quello che ci siamo detti ieri.
Dai, ci vediamo dopo.

Caro Capriccioli, sono Gramellini, ti scrivo perché l’altro giorno ero a passeggio per dei filari di vite in Romagna e a un certo punto volevo fare la cacca. Allora ho fatto la cacca, ed effettivamente era tanta cacca, e poi mi sono pulito con foglie di vite strappate dalle viti romagnole ed ho pensato: “che miracolo la Natura che vi dà l’uva per fare il vino ma anche le foglie per pulirci il sedere”. E mi sono detto: “che gran Paese saremmo, senza questi politici!” (Libero Ab Sinthe Gramellino)

La mia generazione è a spasso come nubi sul Gran Sasso. Behvabbè ciao. (Laura Di Donato)

Comunque datemi le sorelle Kessler, un nano, una batteria per auto, del sale grosso da cucina, un megafono e vedete come vi risveglio la serata. (Canimorti)

Per Fazio sono tutti ‘momenti bellissimi’. Ma che merda di vita fa? (Daniele Sensi)
Calcola che Fazio lo tengono chiuso in una stanza tutto il tempo come Oldboy e lo liberano solo per questi eventi. Dopo per forza. (Canimorti)

Scusate, Mimmo m’ha promesso 50 euro. Trattoria da Mimmo, Menù pranzo 12,50 euro – Antipasto all’italiana, Primo a scelta, secondo, contorno, pane, acqua, vino e caffè. Via Nino D’Angelo, Portici (NA). Chiuso il lunedì. (Roberto Sassi)

Adesso la Litizzetto fa una battuta e Clemente Russo le sfonda il cranio. (Canimorti)

Per votare la canzone di Claudio Baglioni mandate un commento con scritto 1!! a beppegrillo.it (Aioros)

Credo che ci sia un equivoco: il direttore d’orchestra è chiaramente Giachetti.(Martina Anzini)

Baglioni piange e le lacrime gli scendono dalle orecchie. (Beatrice Dondi)

Questa cosa della donna di Baglioni che gli scompiglia i fogli prima di lasciarlo l’ho sempre trovata una cosa sadica. (Metilparaben)

Ammazza però intonato Renato Balestra (Mita Borgogno)

La Snai dà la stecca di Baglioni a 2.40. (Roberto Sassi)

E comunque indossa il botox con una certa scioltezza. (Elisa Moroni)

Ma soprattutto perché Noemi ha una gruccia intorno al collo? (Luisa Simeone)
Credo sia per migliorare la ricezione audio. (Aioros)

Lo sapevate che Gian Antonio Stella nel gozzo ha provviste per sopravvivere anche fino a due mesi e mezzo? (Canimorti)

Giovanardi in che categoria è? (Giuseppe Celano)

Leggenda vuole che se si guarda il video integrale di Sanremo dall’inizio le immagini siano perfettamente sincronizzate con quello dell’86. (Aioros)

Come giustificare questa crudeltà nei confronti della vecchiaia? Liberate Franca Valeri adesso!” (Libero Ab Sinthe Gramellino)

Ron è stato pettinato da Noemi. (Metilparaben)
Con il napalm. (Silvia Belli)

Questa canzone di Rubino è sufficientemente carina da poter ambire all’ultimo posto. (Beatrice Dondi)

Ma tutta la sera sta bellezza e sta bruttezza. Nel ventennio costruivano città bellissime e allora? (Luisa Simeone)

Occhi e orecchie aperte, il prossimo è Burzum con la testa di Papa Francesco. (Giuseppe Celano)

La bravura di Sinigallia è dovuta al fatto che lui in realtà è Aragozzini. (Platano Sorrentino)

Oddio, quando ha detto Tiromancino ho pensato che arrivasse Zampaglione. Che brutto momento madonnina mia. (Canimorti)

Il più grande cantautore del pianeta fa la cover di Across the Universe, sobboni tutti così. (Luisa Simeone)
Io sono solo il secondo più grande cantautore del pianeta e quindi al massimo vi faccio Fiori Rosa Fiori di Pesco. (Canimorti)

La serie B della serie B

in musica by

Mengoni, Emma, Vecchioni, Scanu, Carta, Di Tonno&Ponce, Cristicchi, Povia, Renga, Masini, Alexia, Matia Bazar, Elisa, Avion Travel, Oxa, Minetti, Jalisse, Ron&Tosca, Giorgia, Baldi: questi, a ritroso, i vincitori di Sanremo degli ultimi vent’anni.
Ebbene, io non saprei dire se la musica italiana, dal dopoguerra in poi, abbia prodotto qualcosa di effettivamente significativo: sicuramente De André, che personalmente considero una spanna sopra tutti gli altri, eppoi qualcosa dei cantautori un po’ a macchia di leopardo, qua e là. Cose a cui magari siamo tutti affezionati, ma niente di minimamente paragonabile a quello che succedeva negli stessi anni in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, nei quali venivano inventati dal nulla, e senza soluzione di continuità, generi musicali sempre nuovi che noi italiani abbiamo via via scopiazzato, spesso e volentieri deturpandoli e senza aggiungere (quasi) mai neppure un pizzico di originalità.
Ciò premesso, e ammesso (ma non concesso) che dalle nostre parti sia mai venuto fuori qualcosa di davvero rilevante, quel qualcosa non è passato mai, o quasi mai, per Sanremo: che per come la vedo io ha sempre rappresentato la serie B della musica italiana; e quindi, in ragione di non so più quale relazione binaria, la serie B della serie B.
Dopodiché, per una serie di ragioni che esulano dalla musica in sé e per sé, magari uno finisce perfino per guardarselo: però, per favore, non facciamo finta che si tratti di musica.
La musica, quella vera, è tutta un’altra storia.

Italiani di un Dio minore

in storia by

A Trieste circa un terzo della popolazione è di origine istriana, fiumana o dalmata. La mia città è quella che ha accolto il numero maggiore di esuli dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino al 1954, anno in cui i nuovi confini sono diventati definitivi. A Trieste più che in qualsiasi altra parte d’Italia c’è una conoscenza diretta di cos’è stato l’Esodo: 200.000 cittadini italiani hanno lasciato le loro case, espropriate dalla Jugoslavia, e si sono dispersi in Italia e nel mondo. Hanno dovuto ricominciare la loro vita da zero passando per campi profughi, sistemazioni di fortuna o navi che li hanno portati dall’altra parte del mondo. Un’intero patrimonio culturale è rimasto impigliato al di là della Cortina di Ferro. Immaginate se improvvisamente dalla vostra regione il 90% della popolazione faccesse i bagagli senza possibilità di ritorno. Per qualche generazione le tradizioni, i dialetti, la musica e la cucina resisterebbero al distacco, ma il loro destino sarebbe inevitabilmente segnato. Materiale da museo, da documentario o da pièce teatrale nostalgica.

Ecco, oltre al distacco fisico dalla loro terra, gli esuli hanno dovuto sopportare anche la diffidenza, o nella migliore delle ipotesi l’indifferenza degli altri italiani. Una parte della sinistra ha convenientemente fatto passare l’Esodo come la fuga di 200.000 fascisti colpevoli di rifiutare il sogno socialista jugoslavo. Allo stesso tempo, il resto della società ha chiuso gli occhi, lasciando che il ricordo diventasse terreno di conquista della peggiore destra. Così, fuori da Trieste e dintorni, si è via via formata quest’idea che chiunque parli di Esodo debba per forza farlo perché ha simpatie fasciste e antislave e non per un’ onesta e disinteressata soldarietà verso altri italiani meno fortunati. Idea che nel 2014 tristemente resiste delle teste di alcuni presunti antifascisti che non disdegnano però metodi fascisti. 

L’Esodo non è stato né l’unica né la peggiore delle tragedie del XX secolo, ma quelli che oggi tacciano di revisionismo storico chi semplicemente ricorda quei fatti forse dovrebbero fermarsi un attimo e riflettere.  Gli esuli hanno perso le loro radici, le tombe dei loro antenati, le loro case e le loro attività costruite con il sudore della fronte ma quei 200.000 italiani come noi, non erano ne più ne meno fascisti del resto degli italiani nel Ventennio. E hanno pagato il conto per tutti, magari anche per i nonni di quelli che oggi continuano a dar loro dei fascisti.

La dittatura è dentro di te

in politica/scrivere by

Belgrado è davvero una città stupenda. La vita notturna della capitale serba ha poco da invidiare a quella delle altre capitali europee del divertimento come Londra, Amsterdam, Barcellona e Praga. Le possibilità di svago e divertimento non mancano affatto, anzi, sono abbastanza diversificate ed abbondano di input alquanto interessanti. Primeggiano gli splavovi, zattere o barche trasformate in club, ristoranti, bar e locali notturni galleggianti, di solito ancorati alle rive dei fiumi Sava e Danubio, compresa la spiaggia di Ada Ciganlija. Su tutti l’Acapulco, l’Amsterdam, il BlayWatch DiscoWater Club e il Plastic Jam. Dei locali “terrestri” sono invece degni di nota l’Akademija, il Mr. Stefan Braun, il Bar Baltazar, il Club Magacin, l’Ana 4 Pištolja, il Club White, il The Tube e l’Oh Cinema!.

Ma è proprio all’Acapulco che incontriamo Pretocchio *, ammassato su una poltrona futuristica di velluto viola, soverchiato da due modelle slave seminude, che sono in pratica i sosia di Mila Milutinovic. Sul tavolino tre bottiglie di Piper-Heidsieck Rare del 2002, svuotate fino all’osso. In arrivo un Charles Heidsieck Blanc des Millénaires del 1995. Poi, ancora dentro il suo classico contenitore in oro 24 carati, Almas Beluga, il più prezioso dei caviali, il più esclusivo ed il meno diffuso, ricavato da storioni del Mar Caspio di più di 100 anni d’età, e per questo risulta essere di colore praticamente bianco.Infatti, il caviale più è chiaro e più risulta essere anziano lo storione da cui vengono le uova. Jelena e Vesna adesso indossano le classiche magliette pretocchiane aforismizzate. Su quella di Jelena ci sta scritto “è la paura che crea l’attaccamento, non l’amore“, su quella di Vesna “quando bevi l’acqua dal pozzo ricordati sempre di chi l’ha scavato”.

Ho seguito Pretocchio a Belgrado appena ho appreso la notizia del suo doppio impegno in città e cioè le presentazioni di ‘Clip’,il film della regista serba Maja Milos, alla quale ha consegnato il Tiger Award al festival del cinema di Rotterdam, e quella della sua guida appena uscita sul rap francese ‘Rien ne va plus’.

Il film della Milos, ormai manifesto della generazione youporn, racconta la storia di Asna, 16 anni, delusa e arrabbiata con tutto e tutti, compresa se stessa, con un padre malato terminale e la madre scoraggiata e vinta. Si innamora di un ragazzo che la trascina nel proprio mondo di droga ed alcol, che è quello della generazione del dopoguerra in Serbia: strade infestate dai soprusi di un bullismo d’accatto, con ragazzini palestrati che si sentono padreterni, tirano e picchiano, che invocano un riconoscimento attraverso il sesso del ‘ io padrone tu schiava’. Lei schiava e felice, apparentemente, di esserlo e lui dittatore di pulsioni che può comandare. Attraverso il filtro del proprio smartphone immola al feticismo tecnologico un massacro dell’anima e del corpo, nell’assenza di chi li circonda e di genitori che non si accorgono di nulla o che non vogliono rimanere incastrati nell’ennesimo dolore.

In Rien ne va plus viene ripercorsa tutta la scena dell’Hip Hop francese nella sua evoluzione storica. Si parte dalla metà degli anni Ottanta con i NTM (Nique Ta Mere) ed i IAM, antesignani testimoni della violenza e della rabbia delle banlieue. Poi MC Solaar, la prima rap-superstar francese con la sua impostazione vicina all’acid-jazz. Il super mainstream Booba, i veterani Oxmo e Zoxea, Mac Tyer, fino ad arrivare a L’Entourage, collettivo di artisti visuali, graffittari e rapper.Si finisce con Georgio, rapper giovanissimo che fa parte di 75e Session, un collettivo di artisti video, e Guizmo, uno dei rapper più versatili di Parigi.

“In Italia i politici sono odiati in quanto persone invidiate. Non ci sono altre ragioni più nobili. Renzi è la continuazione dell’apparato con altri mezzi. Ma io alle primarie, travestendomi da Jimmy Faust Bimbozzi, l’ho votato, perché accellera la disarticolazione di processi di contraddizione esistente che a me stanno molto a cuore. Anche lui è un chiacchierone, ma almeno parla chiaro ed attrae elettori televisivi provenienti da zone elettorali opposte. Attualmente è il meglio che avete a disposizione. Certifica la fine del fallimento della classe dirigente dei giovani berlingueriani, gli asini di buridano. Ma stiamo parlando di una morte annunciata quando la crisi del sistema socialista aveva spinto il gruppo dirigente comunista a mutare la ragione sociale del partito, rendendolo autonomo dalle sue stesse radici. Non più la questione sociale, la trasformazione del sistema capitalistico per un suo superamento, la lotta di classe,l’odio degli operai per il capitale, ma piuttosto la questione morale, la retorica del buon governo, la lotta tra onesti e disonesti. Mi ricordo di averne parlato nel 1984 a Stavropol’anche con Jurij Vladimirovič Andropov, il segretario del Pcus dell’epoca, qualche mese prima che lui morisse.”

I forconi?

Bah, i forconi. Richiamano alla mente il movimento di Pierre Poujade, sorto in Francia nei primi anni ’50. Che le devo dire, sono una delle tante sfaccettature della dismissione del ceto medio. Abbiamo quelli che resistono alla crisi, il lavoro subordinato garantito che ancora crede nel sistema e voterà per lo più Renzi. Poi abbiamo il precariato cognitivo, il proletariato no future, e mo pure i forconi. Individualismo proprietario di piccoli commercianti, da sempre contrapposti al mondo salariato attraverso la questione dell’aumento dei prezzi/costi, addebitati alle rivendicazioni dei lavoratori dipendenti. Da una parte, quindi, c’è il piccolo artigiano che difende la sua attività, dall’altra il giovane/vecchio laureato che difende il suo titolo di studio e la possibilità di fare carriera, come manager o come ricercatore universitario. Il primo diventa un forcone, il secondo un indignato nella piazza o nella cameretta. Entrambi hanno il terrore di scendere nella scala sociale e pur di non scendere accetterebbero qualsiasi cosa, anche una dittatura o una giunta militare che azzerasse i diritti civili e le garanzie costituzionali.E’ questo terrore di perdere la propria posizione sociale e quindi di mischiarsi con quelli che hanno sempre considerato degli inferiori, che stavano più in basso, cioè gli immigrati che quindi diventano pure dei concorrenti, che spinge le masse al nazionalismo di ritorno degli ultimi tempi. Ma sono tutte cazzate”.

Perché sono cazzate?

Perché non si pongono la questione della presa del potere politico. Si rinchiudono nella rivendicazione e nella protesta della vuota frase contro i politici e lo stato. Ma l’alternativa allo Stato è il caos dei poteri informali, opachi, in molti casi criminali, che tendono a estendere il proprio spazio di manovra, a espandersi in nuovi territori, profittando della debole legittimazione delle istituzioni statuali. Dove non esistono governi responsabili, o ne esistono solo sulla carta, a prevalere sono inevitabilmente i rapporti di forza allo stato puro. Bruto. E parlare di politica non ha più senso”.

Quindi per lei questi movimenti incarnano la protesta, ma non hanno alcuna visione politica. Mancano di prospettiva, di sintesi ideologica.

Ma certo. Una delle loro rivendicazioni è ritornare alla lira per avere una moneta svalutata. Ma non si rendono conto che svalutare la moneta è una delle forme occulte di riduzione del valore reale dei salari. Perché i prodotti di importazione costano di più e quindi se ne possono acquistare di meno. Contemporaneamente le esportazioni valgono meno e quindi viene deprezzato il lavoro italiano. Il problema non è la moneta, ma le classi dirigenti che hanno guidato il Paese. Il cosiddetto “dividendo” dell’euro ammonta a circa 500 miliardi: si tratta dei risparmi sui tassi d’interesse realizzati dall’Italia fra il 1995 e il 2010. Negli stessi quindici anni abbiamo ottenuto 250 miliardi in più di Pil, grazie agli emigrati che hanno fatto crescere la popolazione e, lavorando, anche la ricchezza. Queste risorse non sono state utilizzate per ridurre le tasse e per modernizzare l’Italia. Sono state sprecate dalla classe politica, sono state dissipate. Per questo il punto nevralgico della questione è porsi l’obbiettivo della presa del potere”.

Gli esperti di strategia politica dicono che lei sta preparando, con la creazione di questa testa di legno Jimmy Faust Bimbozzi, un partito politico che prenderà il potere intorno al 2025. E’ vera la notizia?

Assolutamente si. L’obbiettivo e’ di reintrodurre  come soggetto storico il valore, la convenienza, la necessità e la prevalenza dell’essere collettivo su quello individuale. L’obbiettivo è prendersi un decennio /decennio e mezzo di tempo per canalizzare le varie sfaccettature di dissenso frastagliate e disperse, in un unico blocco, innescando di conseguenza una polarizzazione dello scontro: da un lato gli inclusi, quelli del Pul, il partito unico liberale, dall’altro gli esclusi, i non consumatori per decisioni altrui, quelli che non possono giocare. Solo che questi ultimi smetteranno di fare gli osservatori inermi e diranno:o fate divertire e giocare anche noi, oppure non vi divertite neanche voi. A questo punto gli inclusi reagiranno con dinamiche repressive da Stato coloniale, solo che la colonia sarà la propria popolazione che di conseguenza non avrà nessuna giustificazione per non attaccare il Pul. D’altra parte il Pul non potrà invertire questa tendenza in quanto dovrebbe dare e concedere i suoi pezzi di torta e questo non lo farà mai. Il contrasto classe dirigente/popolazione sarà lampante e non mascherabile. Gli esclusi avranno due sole alternative: o il suicidio o la radicalità diffusa. Fino ad ora non lo hanno ancora fatto perché la dittatura è radicata in essi”.

Quale dittatura?

“La radice di tutto questo timore e sgretolamento è la paura della punizione ed il suo falso superamento mistico e sentimentale. E’questa radice che bisogna sradicare dentro se stessi in primis, comprendendola e disinnescandola. Ognuno ha un suo limite. Ognuno si identifica con il suo limite. La paura della punizione nasce quando non si accetta il limite. Non accettandolo lo si vuole superare. Nella volontà di superarlo ci si scontra con lo spavento della sua perdita, perdita che in qualche misura diviene perdita della propria identità per via della coincidenza individuo-limite. Ma se non si ha il coraggio di superarlo nasce il disprezzo di sé, nascono i complessi di inferiorità. Allora l’individuo si muove come se lo superasse. Lo supera con l’immaginazione. L’immaginazione dà il via alla fantasticheria, ai sogni di grandezza e di superiorità. Nella realtà si atteggia a quei sogni. Cerca conferme. Le crea, se le racconta, le sollecita, le esige, discute per affermarle. Le afferma rifuggendo dalle prove di realtà. Si allontana sempre più dalla realtà. Assume arie di superiorità, diviene arrogante, recita il personaggio che non è e siccome non lo è, ricade in continuazione nel dubbio di esserlo e i sentimenti di superiorità si alternano ai sentimenti di inferiorità. Nasconde la propria impossibilità dietro l’impossibilità generale. È alla ricerca permanente dei limiti, delle impossibilità, delle incapacità, delle viltà altrui. Non crede nelle possibilità degli altri, salvo che per via mitica. Ma anche in questo caso tanto le proclama, quanto le pone in dubbio. Il disprezzo che al fondo nutre per sé si riversa sugli altri. Il sospetto diviene un suo modo di essere poiché alla base c’è la volontà di credere che ognuno ha limiti che non accetta e maschera”.

Minchia. Mecojoni.

A questo punto però Pretocchio fa segno che la conversazione è terminata. Con un cenno chiama al tavolo Asna e Jelena. Arrivate, prende Asna per un braccio e le dice: “Svestiti che andiamo”. Voltandosi verso di me, aggiunge: “Non so quando ci rivedremo. Jelena rimarrà con te tutta la notte. Ora ti faccio portare una bottiglia di Dom Pérignon Rosé del 2000. O preferisci un Ruinart Dom Ruinart Rosé del 1996? Quando hai finito di scolartele, hai  una  suite presidenziale prenotata allo Hyatt Regency. Prendi Jelena a cinghiate sulla schiena che le piace. E’ felice quand’è sottomessa. Buon divertimento. E ricorda: Jimmy Faust Bimbozzi”.

Soundtrack1:’Blitz’,Digitalism

Soundtrack2:’New day rising’, Aucan

Soundtrack3:’ Superheroes / Human After All / Rock’n Roll’,  Daft Punk 

Soundtrack4:’We Are Your Friends’, Justice

Soundtrack5:’Demoni e dei’, Contropotere

Soundtrack6:’Sogno numero 2′, Fabrizio De Andrè

Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

*L’ing. Paolo Pretocchio è un personaggio di fantasia che sta cercando di trasformarsi clandestinamente  e per palIngenesi apotropaica e maieutica in Jimmy Faust Bimbozzi

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