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cultura - page 7

Psycho Killer – The Talking Heads

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Providence, 1974. David Byrne (chitarra) e Chris Franz (batteria), colleghi del Rhode Island School and Desing, formano gli “Artistics” – una band che, già dal nome chiarisce le sue tendenze art-rock. La cittadina del Rhode Island va loro stretta e così l’anno successivo i due amici si trasferiscono in un loft di New York assieme a Tina Weymouth, la ragazza di Chris. Byrne coltiva i suoi interessi artistici, che non si limitano alla musica, ma si estendono al cinema sperimentale e l’arte performativa. Poiché i due ragazzi faticano a trovare un bassista, Chris chiede a Tina se si vuole cimentare con le quattro corde. Anche se le viene indicata come modello la cantante e bassista hard / glam Suzi Quatro, Tina, da autodidatta, forgia un suono decisamente più morbido, influenzato da funk e disco, sviluppando una tecnica tutta sua – suona con il pollice, una specie di slap. Il basso della Weymouth è posizionato principalmente su tonalità medie, “in una frequenza prossima a quella della voce, al fine di non esasperare il gap con lo stridore dello strumming della chitarra di David“. Infatti, mentre nei club di New York impazza il punk dei Ramones con le sue aggressioni sonore, la distorsione e la maniacale ricerca di un’insensata ortodossia rock, il bastian contrario David Byrne scrive ed esegue quasi esclusivamente parti di chitarra ritmica, senza assoli: la sua, di chitarra, deve avere un suono “sottile, pulito e sferragliante. Voglio suonare come una macchina oliata con i meccanismi a vista; niente trucchi nascosti nell’ombra di un suono corposo. Mi sembrava più onesto – anche più artistico”.

Tina Weymouth
Tina Weymouth e il suo pollice

Ora la band si chiama “Talking Heads“, moniker che sintetizza efficacemente lo stile freddo e cerebrale della sua musica: come spiega Weymouth (1) a ideare quel nome era stato un amico, leggendo… la guida tivvù: si tratta di un’espressione usata per indicare il mezzobusto di uno speaker televisivo – un po’ come dire “tutto contenuto e niente azione“. David Byrne ammira Jonathan Richman e i suoi Modern Lovers. I due condividono ironia, temperamento anticonformista e amore per i lati meno scontati della realtà. I Modern Lovers possono essere considerati una versione “solare e positiva dei Velvet Underground. “Immaginate i VU che non cantano pezzi su droga ed oscurità, ma sulla semplice bellezza del mondo“. I Modern Lovers hanno scritto (nel lontano 1972) Roadrunner, un brano che il regista Richard Linklater (2) considera “il primo brano punk in assoluto”, su cui si esercitavano anche i Sex Pistols. Roadrunner (una coupé Plymouth) si basa apertamente su Sister Ray dei Velvet Underground (non a caso fu prodotto da John Cale) e racconta la gioia di essere giovani, al volante di una macchina, con la radio a palla, di notte, pieni di vita e di amore. Racconta John Felice (Modern Lovers) che Richman ogni tanto montava in macchina per farsi un po’ di “vasche” su e giù per la Route 128: si fermava su qualche collina e finiva per commuoversi guardando le torri radio e i fari del porto illuminati. “Aveva la capacità di vedere tutta questa bellezza nelle cose, dove gli altri semplicemente non riuscivano a trovarla“. Come Byrne, Richman scriveva testi di grande ironia ed intelligenza: penso al verso di Hospital, una canzone cui pure non mancano aspetti oscuri, “I go to bakeries all day long / There’s a lack of sweetness in my life” o al divertissement Pablo Picasso, giocata sull’assonanza tra il nome del pittore e l’insulto “asshole”.  Tuttavia, “mentre Richman arricchisce la narrazione con la sua schiva innocenza, Byrne era, per usare un verso di Psycho Killer, un vero cavo sotto tensione – scintille elettriche di nevrosi ed ansia percorrono le vene della sua esperienza lirica. I paesaggi sonori che ne derivano sono mise-en-scène cinematografiche drammatizzate dalla ‘recitazione’ urgente, tesa, animata di Byrne, il quale assume di volta un diverso ruolo di narratore.”

Richman
Jonathan Richman si esercita nella sua stanzetta

A David Byrne e alla sua band, come del resto a Richman, piaceva esibire un look tradizionale, da “giovane repubblicano”(3): i pantaloni eleganti e le Lacoste dei due ragazzi contrastavano apertamente con i look aggressivi delle altre band che, al pari dei Talking Heads, si esibivano al CBGB, il club nato per far esibire gruppi Country, Blue Grass e Blues, ma divenuto culla del punk di New York. Tina Weymouth, con la sua sobria eleganza ed il taglio alla Twiggy completava il quadro: è stata una delle prime donne con un semplice ruolo di musicista (non di cantante o di star) in una band. Un gruppo di giovani perbene, insomma, con un suono educato ed essenziale, caratterizzato da repentini cambi di tempo, dalla predominanza della chitarra ritmica ed influenzato da un lato dal rock anni Sessanta e dall’altra da R’n’B, funk, disco e musica tradizionale africana e brasiliana. Si notava, eccome, la differenza di stile con il protopunk e la sua orgia di cuoio nero, jeans strappati e capelli lunghi. Byrne, che comunque aprì diversi concerti per i Ramones, considerava quello stile infantile e convenzionale: “dal mio punto di vista, molti degli artisti che si esibivano al CB non fanno che perpetuare stancamente gli atteggiamenti romantici del Rock and Roll, il ribellismo e le pose da palco, tutte cose non originali, ereditate da altri. Non ci trovo niente di nuovo. Sono solo versioni più sciatte dei Rolling Stones.”

Anche nei testi della canzoni dei Talking Heads si parlava molto poco dei topoi “classici” della cultura rock (sesso, sballo, amore, contestazione): oggetto delle elucubrazioni di Byrne erano piuttosto impiegati pubblici (Don’t Worry About the Government),  genitori e figli (Pull Up), libri ed ambizioni borghesi (The Book I read), la carta (ed in particolare all’espressione “sulla carta”, ovvero “in teoria” – “I had a love affair, but it was on paper“, Paper), gli animali (“Animals think they understand / Most of them are a big mistake / Animals want to change my life /I will ignore, I don’t know such place”), l’aria (“Air can hurt you too, air can hurt you too“), il terrorismo (“Life during Wartime“), il paradiso (“A place where nothing happens“).

La loro prima esibizione al CBGB è del 5 giugno del 1975: aprono per i Ramones: il trio (Byrne, accompagnato da una chitarra acustica, Frantz e Weymouth) esegue una versione molto scarna di Psycho Killer, con arrangiamento e testo diversi da quelli definitivi. “La band suona come un incrocio tra i Modern Lovers e i Television, al netto delle staffilate chitarristiche di questi ultimi: canto strozzato, linee di basso rudimentali, batteria marziale di impostazione soul suonata come dal tamburino di una banda militare” (4). A Seymour Stein piacciono subito, al punto che li accoglie nella sua Sire Records (etichetta famosa per aver intercettato il montante fenomento punk americano). I Talking Heads passano tutto il 1976 a provare e marzo dell’anno successivo la line-up viene arricchita con l’entrata del tastierista / chitarrista Jerry Harrison, ex Modern Lovers. A febbraio 1977 esce il singolo, Love -> Building on fire – che si trova solo nelle edizioni De Luxe di 77 e nella raccolte. La canzone già esprime i tratti quintessenziali dei primi Talking Heads: inizia con un canto di uccellini su un semplice motivetto alla tastiere, proseguendo con un intreccio di due chitarre (ritmica e acustica); poco dopo il minuto entra il sax e dal bridge in poi il pezzo è influenzato dal rythm & blues “classico” (alla Wilson Pickett). Su questa riuscita combinazione di musica bianca e nera, “classica” e tradizionale, David Byrne dà libero sfogo alla sua nevrosi con versi enigmatici: “Quando il mio amore / è vicino al tuo amore / non riesco a definire l’amore / quando non è amore“. E quando si tratta di trovare un’allegoria per questo stralunato duplice non-amore, Byrne pensa bene di ravvisarla in un edificio… in fiamme.

A differenza degli altri due singoli dall’album 77 (il R’nB Uh Oh Love Comes to Town e Pulled Up), Psycho Killer fu un successo e, complice anche la casuale coincidenza degli assassini e dei ferimenti perpetrati tra il 76 e il 77 da David Berkowitz (Son of Sam), diviene rapidamente l’inno di una generazione di studenti. Il brano è caratterizzata dal ritmo insistente, dallo staccato di chitarra e da una delle parti di basso più semplici e caratteristiche della storia del rock. Byrne indossa qui la maschera di un serial killer, anche se, poiché i suoi crimini non vengono descritti, non è chiaro se si tratti della narrazione di un autentico criminale o delle fantasie distruttive di una personalità nevrotica. Le prime tre strofe sono in prima persona e descrivono una situazione di disagio psicologico – incapacità di accettare la realtà e insonnia. Il ritornello mescola frasi in francese (“Che cosa è”), il “fa fa fa” preso di sanapianta da Sad Song di Otis Redding – che potrebbe essere anche “far better” (molto meglio) pronunciata da un balbuziente, con l’invito a scappare. L’uso della lingua straniera ha un effetto straniante e potrebbe indicare una possibile schizofrenia oppure un atteggiamento pretenzioso e piccolo borghese con cui il nevrotico cerca di fare colpo sul prossimo esibendo la sua presunta cultura. Le strofe successive. coniugate alla seconda persona, descrivono i comportamenti che irritano il protagonista fino a condurlo a pensieri omicidi, quali:  iniziare una conversazione senza essere in grado di concluderla, parlare continuamente senza dire nulla, ripetere ossessivamente le stesse cose. Suona familiare? Segue il bridge, anche questo in francese: “ciò che ho fatto quella sera / realizzando le mie ambizioni / io mi lancio verso la gloria”. Potrebbe riferirsi ad un crimine che soddisfa i desideri perversi di un serial killer nonché il suo narcisismo malato; come della positiva conclusione di una situazione romantica. Come spesso accade nelle canzoni dei Talking Heads, la cifra caratterizzante è quella dell’ambiguità e del distacco: vi si trovano suggestioni, più che certezze, pennellate anziché ritratti realistici. La canzone si conclude con una critica sociale (“siamo vanitosi e ciechi”) e con un’altra causa di pensieri omicidi: la maleducazione. La combinazione ambigua di gentilezza, ironia e pensieri (o atti) criminali rendono questa canzone particolarmente misteriosa ed irrisolta. Se il suo archetipo è quasi certamente il Norman Bates di Psycho (a cui peraltro Byrne assomiglia leggermente), la sua incarnazione cinematografica più immediata è Hannibal Lecter – da non dimenticare il fatto che la band preferita di Patrick Bateman (protagonista di American Psycho di Easton Ellis) sono proprio i Talking Heads.

byrne perkins2
Perkins vs. David Byrne – e poi vi domandate perché Psycho Killer?

Nota: quasi tutto quello che ho scritto è influenzato dalla versione britannica del magnifico “Rip It Up and Start Again: Postpunk 1978-1984”  di Simon Reynolds (2006), che contiene un illuminante capitolo tutto dedicato ai TH.

(1) Note di copertina di “Popular Favorites 1976-1992: Sand in the Vaseline”

(2) Regista tra gli altri di “School of Rock”

(3) Stephen Demorest su Rolling Stone (1977)

(4) Love Goes to Buildings on Fire: Five Years in New York That Changed Music Forever di Will Hermes

considera l’uomo

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Subito prima di entrare nel capannone al centro dell’area della “Sagra della Carne Umana”, ci lasciamo tentare da un chioschetto di due metri per due che vende arrosticini di pastore sardo e crostini di pane spalmati con  pate’ di fegato di cirrotico. Prendiamo quaranta arrosticini che la titolare del chioschetto, una simpatica cicala di mare con forte accento siciliano, ci consegna in due cartocci separati. Abbiamo fame e la fila per entrare al “Grand Buffet” del capannone non promette niente di buono. Davanti a noi, un gruppo di astici della Costa Brava  sta facendo casino per forzare la fila. Dietro ai cordoni di velluto, un altero e sdegnato astice blu inarca il carapace con l’esperienza tipica di chi ha fatto “dell’inarcare il carapace” un gesto professionale.
Si narra che all’interno del “Grand Buffet” vengano servite prelibatezze assolute. Gia’ dalla nostra posizione, la fine di una fila di aragoste disordinatamente ammassate le une sulle altre, arriva un forte, pungente odore di carne umana grigliata. Armati di santa pazienza, mangiamo arrosticini e studiamo la moltitudine crostacica.
Finalmente riusciamo a entrare e subito ci piglia l’indecisione. Ci sono stand ogni due metri e ognuno di essi propone qualcosa che dobbiamo assaggiare a tutti i costi. Io mi faccio un vassoio con spaghetti con polpette di bolognese, tacos di bambino obeso messicano e una nunnata di aborti spontanei saltata in padella. Rita si fa una porzione di ascelle fritte con salsa al curry, una lombata di bambino obeso americano con pure’ all’aglio e una gligliata di costolette di caucasico.
Troviamo posto ad una tavolata parzialmente occupata da un gruppo di aragoste del Maine, tutte piuttosto alticce. Hanno davanti a se’ porzioni enormi di glutei di obeso americano adulto scaloppati al burro e limone, tutto intorno resti di bicchieri di vino in cartone, piatti usati e vassoi impilati uno sopra all’altro. Dalla distanza a cui ci troviamo, posso sentire l’odore dei loro succhi gastrici.
Al terzo boccone di gluteo di bambino obeso americano, Rita ha un moto di ribellione. Mi dice che finche’ e’ carne di maschio adulto o di bambino americano, purche’ obeso, lei ci sta, ma vedermi mangiare la nunnata di aborti spontanei le da il voltastomaco. Io dico che non caso si chiamano “aborti spontanei”, proprio perche’ avvengono spontanemente. E che se non ce li mangiassimo noi- e se non fossero cosi’ deliziosi- andrebbero semplicemente giu’ per lo scarico del cesso. Lei dice che non ci crede a questa storia degli aborti spontanei, che dietro c’e’ un giro di soldi tale, e una richiesta tale, che gli aborti spontanei non basterebbero per rispondere a tutta la domanda. E’ sicura che la maggior parte degli aborti siano indotti e che insomma e’ una cosa schifosa. Io provo a dirle che tutto sommato, che sara’ mai, pure che fosse, sono essere umani mica aragoste, lo sanno tutti che non provano dolore da adulti, figurati da feti.  Ma lei niente, e’ incagliata, dice che c’ha un’amica che lavora per una multinazionale specializzata in prodotti di origine umana e pare che le donne incinte stiano in batterie pressate e senza la possibilita’ di muoversi e che le farine che danno loro da mangiare siano piene di ossitocina e altre schifezze chimiche e gli aborti spontanei li raccolgono insieme alla merda e che la vera nunnata e’ solo quella delle donne allevate a terra, biologiche, ma figurati se qui alla “Sagra della Carne Umana” ti danno quella.
“La merda ti mangi.” Mi dice schifata, con quella sua espressione da aragosta ferita nell’orgoglio.
Non voglio litigare quindi mi taccio, altrimenti le farei notare che il pate’ di fegato se lo e’ gustato alla grande e lo sanno tutti che agli umani destinati alla produzione di pate’ la cirrosi gli viene indotta costringendoli a bere enormi quantita’ di grappa, manco barricata. E che pure sui glutei di bambino obeso americano che sta spappolando con le sue nobili chele di aragosta del mediterraneo ci sarebbe molto da dire. Ma lo sa cosa gli fanno mangiare, a quelli, per farli diventare cosi’ ciccioni? Roba di pancetta fritta, hamburger e ketchup, una merda a base di pomodoro, zucchero e aceto.
Ci alziamo e caracolliamo un po’ appesantiti verso il fondo del capannone, cosi’, per fare un giro. Passiamo accanto ad una tavolata di aragoste rosse che stanno facendo a gara di sibili, dopo che buttano giu’ grosse sorsate di una bevanda allo zenzero. Un chiosco interamente di legno propone tagliata di filetto di caucasico adulto su letto di rucola e pomodori pachino. Poi e’ la volta dei fritti:  Rita dice di avere un po’ di nausea, che l’odore della trippa di obeso americano in pastella proprio non lo regge. Minaccia persino di diventare vegetariana e di nutrirsi solo di alghe e rucola.
Usciamo fuori a prendere un po’ d’aria. L’astice blu ai cordoni di velluto ci saluta con una inarcata del carapace da manuale dell’inarcatore di carapace. Giriamo intorno al capannone, drenando la folla che vuole entrare nel capannnone del “Grand Buffet”. Sento due aragoste del Mediterrraneo sibilare qualcosa a proposito della possibilita’, nella prossima edizione, di aprire le porte alle aragostine. Se cosi’ fosse, a me, mi si possono scordare: una volta che le aragostine mettano le loro chele nei nostri piatti, chi potra’ fermare tutti gli altri, vale dire scampi, gobbetti e mazzancolle e soprattutto quegli zozzoni dei gamberoni rossi, che altro non fanno se non  andarsene in giro per le nostre citta’ con la loro camminata all’indietro e la merda attaccata dietro al carapace?
Dietro al capannone del “Grand Buffet” c’e’ un capanno piu’ piccolo, animato da un gran via vai di addetti ai lavori. Ci avviciniamo lentamente, con fare disinvolto. Ci sono aragoste in tuta da lavoro che trafficano con fare sbrigativo. E’ ovvio che siamo davanti al mattatoio.  Rita non fa in tempo ad attaccare con la sua solfa bio-minchio-sostenibile, che un carretto trainato da quaranta aragoste giganti dell’Atlantico ci taglia la strada. A gruppi di tre o quattro vengono scaricati umani semi-svenuti ma ancora presumibilmente vivi, ammassati gli uni sugli altri, nudi e con le zampe legate dietro la schiena. Ce ne sono alcuni con la pelle nera, destinati alla preparazione delle salsicce piccanti, c’e’ un bambino obeso americano con gli occhi chiusi che cammina sulle sue zampe, i glutei gia’ delimitati a pennarello per farne lombate. Alcuni esemplari femmina, sporchi di sangue e terra, ci passano davanti prima di venire inghiottiti dal mattatoio, da dove riusciamo a cogliere il suono di grida umane. Rita dice che quelle sono grida di dolore. Facciamo il giro largo e ci affacciamo al finestrone sul retro. Al centro della stanza c’e’ un enorme pentolone, pieno di acqua bollente. Pare che la prebollitura dell’essere umano, ne aiuti la conservazione, ne ammorbidisca le carni e ne faciliti il disossamento, prima di destinarne le carni alla griglia, alla padella o al forno che sia. Ed e’ piu’ igienico, che lo sanno tutti che gli umani portano un sacco di malattie. Gli umani vi vengono gettati da un trampolino mezzi addormantati ma inequivocabilmente vivi. Il contatto con l’acqua ha il potere di risvegliarli per quei pochi interminabili istanti che li separano dalla morte. Come gia’ detto, gridano.
“E’ un riflesso condizionato” faccio a Rita.
“No, e’ un grido di dolore”
“Ma gli umani non provano dolore. Hanno la pelle e l’assenza di peli signifca che non hanno terminazioni nervose” insisto, convinto. L’ho letto su Aquam, una rivista di divulgazione scientifica.
“E il grido allora?”
“E’ il suono dei polmoni che si svuotano. Si chiama pneumotorace del cazzo.”
“E se invece fossero grida di dolore? Sarebbe tanto assurdo farli secchi in maniera indolore prima di gettarli nella pentola di acqua bollente, magari con un colpo alla testa?”
“Ma sono cosi’ deliziosi, cotti vivi.”
“E ho capito, ma se uccisi un istante prima, non e’ che vanno in putrefazione istantanea.”
“Ma perche’ te la prendi tanto, scusa? In fin dei conti stiamo parlando di uomini…”
“Ecco. Appunto. Considera questo.”
“Considera cosa?”
“L’uomo, considera l’uomo”.

Il colmo della fiducia

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Il colmo della fiducia è…“, gli occhi di zio brillanti come quelli di uno scolaretto briccone. “Il colmo della fiducia è…“, insisteva, apparentemente immemore, o incurante, del fatto che quella battuta mio cugino ed io l’avevamo sentita praticamente ad ogni festa comandata. Una volta scaldata la platea, sparava il battutone: “… fasse fa’ ‘n pompino da ‘na cannibale“. Risate obbligatorie. Imbarazzo: per l’indecoroso riferimento al sesso orale, di cui almeno io (mio cugino, che è sempre stato più sveglio di me, chissà) ai tempi avevo una nozione piuttosto generica. E poi quella grottesca commistione di antropofagia e fellatio mi faceva sentire come quando guardavo i cartelloni pubblicitari dei film della serie “Mondo Cane”: turbato, ma non in modo piacevole, come invece mi capitava quando sfogliavo Penthouse in cantina.

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La copertina che ricordo era più o meno questa.

Incidentalmente, noto che quando io ero piccolo (negli anni Ottanta), le locandine dei film erano molto più esplicite di quanto non siano nel Secolo che ci ha per contro regalato YouPorn. Magari poi, per vedere la foto di una tetta a casa mia dovevi avere la fortuna che qualcuno portasse a casa Panorama o l’Espresso, che ogni tanto pubblicavano un nudo femminile – ricordo in particolare una copertina in cui compariva una bella ragazza nuda crocifissa – voleva essere un’immagine forte sulla negazione del diritto all’aborto, ma a me parve ad un tempo eccezionalmente bella e proibita, erotica, sadica e blasfema – e che vuoi di più. Va da sé, se la copertina era un po’ osé, i mei manco la compravano, la rivista. Per strada, però, non mancavano le immagini forti, di tipo sessuale e non. Uno dei ricordi più inquietanti di quegli anni è la locandina de “Il Male di Andy Wahrol“, nella quale veniva mostrato un neonato spiaccicato su un marciapiede lordo del suo sangue.

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La locandina USA di “Andy Warhol’s Bad” (malamente tradotto in italiano “Il Male di Andy Warhol”).

Io me lo ricordavo come “Il male di Andy Capp” – ovviamente non sapevo chi cavolo fosse Andy Wahrol, l’unico personaggio noto ad avere un nome assonante era quello del protagonista delle vignette sulla Settimana Enigmistica (di cui leggevo le sole barzellette, non essendomi mai nemmeno interessato a come si riempissero i quadrati vuoti dei cruciverba e avendo sperimentato empiricamente la mia totale incapacità a districarmi nell’arte di risolvere i rebus).

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Così per anni mi è rimasto in mente quel neonato spappolato a cui era incollato il nome “Andy Capp”. Per un lungo tempo ho rimuginato dentro di me: “Che cosa è successo a quel bambino?”, “E’ stato un incidente?”, “Perché mai i grandi fanno un film con un bambino che muore in questo modo, è già una cosa sufficientemente orribile quando accade veramente, perché riprodurre una cosa simile in un film?”; devo essere arrivato a pensare che quello non fosse un lavoro di fiction, ma un documentario e che quindi il bambino fosse morto sul serio. Ma una sera ebbi una rivelazione. Accadde a casa della cugina di mio padre che, a settant’anni se ne andava in giro truccatissima e con una parrucca di finti capelli corvini. Va detto che ero già nei guai perché, dopo aver ficcato in bocca una forchettata di risotto ai funghi più che bollente, avevo creduto bene di risputarlo nel piatto – con il comprensibile cordoglio di mia madre e sotto lo sguardo diluito ma visibilmente seccato del marito della cugina, diplomatico in pensione. Ripresomi dai miei cinque minuti di vergogna, sentii la cugina parlare di un film “schifoso” che aveva visto poco prima al cinema, in cui una madre degenerata, seccata per qualche contrattempo futile, lanciava il suo bambino dalla finestra di un grattacielo di New York. Alcuni quesiti erano rimasti senza risposta, ma per lo meno il bambino non era morto sul serio su quel marciapiedi.

Tornando alla fiducia. Quell’atteggiamento aperto e disponibile verso gli altri che un giorno molto dopo i fatti raccontati sopra ma comunque molti anni fa, mi aveva messo nei guai. Sedevo in un bar sconosciuto, di un quartiere ignoto di in una città estera che conoscevo molto poco. Il luogo dell’appuntamento era stato scelto sulla base del nome della piazza, facile da ricordare. Avevo ordinato uno snack e una birra che stavo cercando di consumare alla svelta e ad occhi bassi.  Gli altri due avventori del bar, infatti, mi facevano sentire a disagio. Avevo addirittura cominciato ad avere un po’ paura: questi due tizi mi guardavano a turno, ammiccavano tra loro, parlottavano e ridevano. Ad un certo punto, hanno attaccato bottone. Facevano delle domande strane ed un po’ insistenti: “Che cosa fai qui?”, “Sei solo?”. Non so dire perché ma mi ero fatto l’idea che stessero mirando ad inchiappettarmi – in senso proprio e figurato: rubarmi i soldi ed inchiappettarmi, volevano. E così, maledicendo la mia naturale socievolezza, sono svicolato fuori dal bar lasciando sul tavolo i soldi. Non mi seguirono, come temevo. Questa intera scena ce l’ho nella testa come uno di quegli allestimenti teatrali “alternativi”, dove devi essere tu, lo spettatore, a immaginarti tutto, la strada, il salotto, così. Non saprei dire che cosa ci fosse fuori dal bar: attraversato l’uscio diciamo che sono finito in un non-luogo bianco latte. Puf.

Fatto sta che la ragazza arrivò, non ricordo niente di lei, né il viso, né i suoi vestiti, niente. Lei si fidava della mia asserita familiarità con la mappa dei mezzi pubblici – ancora fiducia! – infatti solo dopo molte false partenze, inversioni di marcia e cambi di linea riuscimmo a raggiungere il mio appartamento. Ero fiaccato dai cinque piani di scale a piedi – faceva un caldo italiano, quel giorno – ed in più era impossibile trasformare quella specie di divano in una specie di letto senza esplicitare le mie effettive intenzioni libidinose. Quando la ragazza andò a farsi una doccia, ne approfittai per allestire la “situazione” in camera. Era interessante pensare come la fiducia continuasse a guidare i miei passi nelle direzioni più pericolose – niente inibizioni, nessuna protezione. Dopo, coperto di sudore, “animal triste”. Non riuscivo a prendere sonno, continuava a comparirmi la faccia da comico del mio psicoterapeuta, i capelli neri e lucidi sulla fronte, quelle due orripilanti maschere africane che sembravano scrutarmi dal mobile dietro la sua scrivania. Mi pareva di sentire le sue parole: “Lei è tormentato dai sensi di colpa; vede una bella fica, se la scopa e poi si guasta il piacere pensando di aver preso l’AIDS… Ma perché mi guarda in questo modo?”. Ti guardo così perché magari mi sono effettivamente preso qualche cosa, che dici?

Questione di un millimetro o poco più. Era lì, nuda in ginocchio su quella specie di letto. Le gambe aperte, le braccia unite sopra la testa ricciuta, le mani chiuse attorno al manico di legno del grosso coltello con cui avevo affettato il salame poco prima – in modo molto, ma molto incongruo, notai che un frammento di budello era rimasto attaccato al filo della lama. Ebbi fortuna, dicevo, riuscendo a schivare il colpo che si abbattè nella gommapiuma proprio nel punto in cui aveva sostato il mio torso fino qualche secondo prima. Terrorizzato, mi lanciai giù per le scale, in boxer – ma l’avevo dietro. Quella figlia di cane era assai più veloce di me e della mia panza, e se non fosse inciampata sulla seconda rampa di scale fracassandosi quella testa incasinata, non sarei qui a raccontarvela.

10 conseguenze – non tutte necessariamente negative- dello status di “obeso americano”

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1. Evacuazione intestinale pestilenziale. Cioe’, non e’ che l’evacuazione sia di per se’ un evento dal piacevole afrore di rosa e acacia. La Merda Americana pero’ –vale a dire il prodotto di scarto di un’alimentazione fatta di uova strapazzate e pancetta fritta, pancake con sciroppo d’acero, crocchette di pollo , Ketchup piccante, salsa barbecue, T-bone steack grigliata su carbonella, cheeseburger con bacon e cheddar, frappe’ panna banana e cioccolato, Marshmallow (Marshmallow arrostiti sul fuoco!!!), gamberi fritti, aragosta del Maine al burro, pure’ all’aglio, carne rossa tutti i giorni, costolette di maiale, niente frutta fresca, coca cola alla vaniglia come base per l’idratazione giornaliera, irragionevoli e spropositate quantita’ di ghiaccio, pop-corn al caramello, anelli di cipolla fritti, patatine al formaggio, tacos, burritos, pizza pepperoni (col salame!), ciambelle con glassa al cioccolato, fagioli piccanti in scatola e tacchino ripieno nei giorni di festa- ecco, quella roba li’, puzza di piu’.  Puzza peggio.

SUmoBambino

Paragonare la Merda Americana aI prodotto del catabolsimo di un lottatore di Sumo giapponese , e’ come paragonare l’odore di un centro commerciale Texano con il  profumo di alberi di ciliegio in fiore di un giardino Zen.

2. Motorette elettriche per coprire lunghe distanze a piedi. L’obeso americano le utilizza per  non affaticarsi nello spostarsi all’interno di Disneyland, dei casino’ di Las Vegas o anche solo nel vialetto di casa per raccogliere il giornale, al pari di un portatore di una qualche rara disabilita’ genetica.

3. Viaggiare in business class: quei culoni flaccidi fanno fatica ad incastrarsi tra gli stretti pertugi dell’economy, costringendo la compagnia a frettolosi upgrading del ciccione di turno.

Aereo Ciccione

4. Sovraccarico dei condotti fognari. Tra coccodrilli ciechi di sei metri,  buttati nel cesso da piccoli, pantegane radioattive a tre teste e la materia fecale degli obesi- del cui afrore si e’ detto al punto 1- il sistema fognario americano sta diventando un postaccio

5. La tuta come unico indumento: come con l’armadio di Einstein e di Dylan Dog, non si perde tempo a decidere cosa indossare.  L’unico dubbio sono i colori: tute di ciniglia pastello, tute nere acetate, tute di felpa grigie, rosa shocking o giallo ocra.

6. Piu’ superficie corporea per tatuarsi. E piu’ spazio per l’ego, ipertrofico come gli adipociti:  gli epigoni di Norman Bombardini si mangeranno l’universo e ai vegetariani invidiosi non rimarranno che foglie di rucola.

7. Termoregolazione autonoma: caldo d’inverno, caldissimo d’estate. Il rivestimento adipocitario rende l’obeso adiabatico con l’ambiente esterno, coibentato verso le rigidita’ climatiche, isolato dalle asprezze invernali.

8. Tutta l’attenzione delle aziende farmaceutiche. Dopo i fumatori, e insieme ai vecchi, l’obesita’ e’ la manna dal cielo per i produttori di statine, antipertensivi, farmaci per il diabete, l’artrosi, la sindrome metabolica e la coagulazione del sangue.

Tre panze

 

9. La scena piu’ comica  nella storia del cinema (inglese, by the way).

10. E poi, la conseguenza delle conseguenze: il centro dell’attenzione. Lo sguardo riprovevole dei magri, il disappunto indignato dei genitori salutisti, l’orrore negli occhi dei vegetariani oltranzisti. Al grande obeso si riserva lo stesso trattamento sociale destinato a Marilyn e Charlie Manson; al pari di una rockstar maledetta o di un serial killer leggendario, l’omino della michelin in carne (soprattutto) e (poche) ossa e’ oggetto di dibattito, mela della discordia, pietra dello scandalo.

Omino della michelin

 
A fronte di tante conseguenze, un’unica causa: mangiare. Mangiare tutto quello si vuole, e anche di piu’.

 

RagazzaCicciona

Gli Onesti e i Giusti

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Un fatto in se’ abbastanza minore – Landini che dice di Renzi che non ha il consenso dell’Italia “onesta” – potrebbe finalmente innescare un cortocircuito, o magari instillare in qualcuno dei molti fedeli alla Chiesa della Questione Morale il seme del dubbio sul dogma fondativo. Uno pensa: il fatto che la bomba dell’indegnita’ morale a prescindere venga gettata dentro il recinto della sinistra “ufficiale” (gia’ si era usato contro il Renzi outsider e contro i suoi supporter meno tradizionali, come Davide Serra, ma e’ diverso) e’ una sostanziale liberalizzazione del dito indice piu’ lungo del medio, e allora potrebbe darsi che qualcuno inizi a notarne l’assurdita’. Temo non andra’ cosi’.

Non andra’ cosi’ perche’ l’invettiva di Landini e’ solo una versione rozza di un atteggiamento che il Landini stesso ha approvato, visto accettare, e di cui ha partecipato ogni membro dell’establishment italiano che vuole autodefinirsi “progressista”. Un puritanesimo intollerante, esclusivo e molto superficiale. Che assume le sue conclusioni, fa confusione, crea i suoi stereotipi e i suoi tabu’. Ci sono le cose che si possono discutere a mente aperta (e sono sempre meno), quelle sulle quali esistono alcuni dogmi, la retorica sull’evasione e’ un esempio, e quelle che ormai hanno assunto una natura unicamente dogmatica, tale che nessuno osa metterla in discussione in pubblico per paura di passare per irregolare, imprudente, inaffidabile : il femminicidio, il sessismo, le quote rosa, e tutte le questioni “di genere”, per dirne una.

Qualche giorno fa, Filippo Facci ha raccontato un episodio paradigmatico: invitato a discutere di Eternit, si sente sostanzialmente dire che il format della trasmissione prevede lo schieramente dei cattivi contro quello dei buoni. La posizione dei cattivi, quelli scemi ai quali va spiegata l’unica posizione accettabile, e’ quella dei “turbo-liberisti”. Non penso sia un problema di impostazione isolato, se poi certe menti deboli introiettano tali idees recues  al punto da affermarle con stolida convinzione dall’alto della presidenza della Camera. L’Italia dei giusti, degli onesti, dei buoni a priori, ha una posizione caratterizzante su quasi tutto: sa gia’ che c’e’ troppa disuguaglianza e cosa la causa, quanto riscaldamento globale c’e’ e da cosa e’ generato, che l’evasione e’ un problema morale, che Bergoglio e’ moderno quando parla di economia e cattivo quando ribadisce le sue cosine sulla famiglia, che di immigrazione come problema si discute solo per dire a Salvini che e’ razzista, e cosi’ via.

Non stupisce che, come reazione, tutti i contenitori politici che ormai raccolgono i voti degli outsiders (per lo piu’ la Lega al Nord, per lo piu’ i grillini nel resto d’Italia) abbiano assunto l’atteggiamento opposto, reagendo all’ipocrisia dell’establishment con un brutalismo velleitario, demagogico, non di rado cialtrone.

Insomma, probabilmente questo ci meritiamo, e questo abbiamo. Nella morte di qualsiasi centro di elaborazione culturale autonomo, di produzione di elites dotate di una visione del mondo un po’ piu’ strutturata di quanto possa offrire Italianieuropei, la retorica dell’Italia Giusta e’ il meglio che si possa produrre. Pero’ poi non lamentiamoci se gli irregolari, gli indipendenti, i battitori liberi, si sentono sempre meno coinvolti in questa rissa sul nulla, finalizzata solo a produrre appartenenze basate su indignazioni superficiali. Gia’ Scalfari, in tempi di giacobinismo strategico, ebbe a definire chi prendeva per il culo le sue ridicole pretese di superiorita’ antropologica rispetto ai berlusconiani un “terzista”.  Oggi non avrebbe neanche dovuto preoccuparsi di dare un nome a un fenomeno che, nello scazzo piu’ assoluto, nessuno ha voglia di rappresentare.

 

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Hurt – Nine Inch Nails

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Provincia. Periferia di provincia. Periferia psichica. La periferia di una ragnatela che disinnesca ogni tipo d’approccio. Buco del culo del mondo. Sentirsi addosso un drone ossessivo che ti condanna. L’inflessibilità di miliardi di porte chiuse e sbattute in faccia. L’inaccessibilità di una qualche via d’uscita. L’irrequieto e mai accettato tornare a casa con un pugno di mosche in mano. L’aria che manca. La solitudine che succhia il sangue, certe giorni, certe sere. Vergognarsi di tutto questo.

Per non sprofondare nell’angoscia, raccontarsi di giorni migliori futuri, che questo sia un allenamento per diventare più forte. Consapevole che l’allenamento sarebbe diventato la cosa più crudele, si sarebbe cioè trasformato in abitudine. E sempre più spesso il piano sequenza che ti avvolge in una cucina vuota, a fissare il silenzio, i piatti sporchi, il frigorifero, le mattonelle.

In questa zona della tua esistenza che ad un certo punto si installa The Downward Spiral dei Nine Inch Nails (NIN), uno degli album che più ti appartengono visceralmente e che senti di crocifiggerti addosso più eterno di un tatuaggio. Perché sai che c’è una parte di te che è stata amputata o non c’è mai stata. Ma sai, o meglio scopri, che quella roba che non sai come risolvere, non ce l’hai solo tu. In una parte più remota del pianeta, in un altro buco del culo del mondo, nella periferia più isolata di un’altra ragnatela, c’è qualcun altro che quella condanna da suicidio assistito la sta scontando quanto te. E questo non è poco. Questo non risolve un bel niente. Ma ti porta un po’ di ossigeno.

Perché quando parliamo di Hurt non ci riferiamo alle cover più o meno imborghesite ed edulcorate di David Bowie, Johnny Cash, Eddie Vedder e Leona Lewis (tutte comunque bellissime). E neppure delle versioni più recenti che Reznor ha proposto live trasformandola da enigmatica confessione in hit ‘necessario’ da ammannire a legioni di  groupie e giovanotti pronti ad indossare un malessere esistenziale posticcio come una felpa da preppy.

No. Qui stiamo parlando dell’ultimo brano di The Downward Spiral, terzo lavoro in studio e capolavoro assoluto dei NIN. L’album esce a marzo del 1994 e, sorprendendo tutti, anche Trent Reznor, diventa un immediatamente un successo (quattro milioni di copie vendute nel solo anno di lancio). Fino ad allora si riteneva inconcepibile il fatto che un disco decisamente lontano dai canoni ufficiali del mainstream potesse vendere più di una manciata di dischi, collocati principalmente presso parenti ed amici. Il successo di The Downward Spiral dimostra che esiste un pubblico nutrito molto ben disposto verso la musica di derivazione industrial – si tratta principalmente di giovani che vivono in grandi città e per nulla intimoriti da suoni anche molto abrasivi e da lyrics infette, traboccanti alienazione e disperazione esistenziale. Lo stesso Reznor, in un’intervista a Rolling Stone, racconta:”quando è uscito The Downward Spiral, ho detto a quelli dell’etichetta: ‘Sentite – mi spiace, ma non credo che qui dentro ci sia anche un fottuto singolo [Ne vennero fatti invece uscire ben quattro, invece, ovvero March of the pigs, Closer, Piggy e Hurt – NdR). Credo che non venderà un cazzo, ma questo album l’ho dovuto fare, perché rappresenta bene quello che sono in questo momento; ci credo al cento per cento. Solo mi rincresce che non contenga niente tale da giustificare il denaro che mi avete dato per farlo. E poi invece esce Closer, e d’un colpo l’album vende 2 o 3 milioni di copie. Mi ha sorpreso perché – non vorrei sembrare altezzoso, ma proprio non pensavo che la gente lo capisse, sai?”.

Reznor scrive, suona quasi tutti gli strumenti a parte la batteria, produce e mixa, coadiuvato da professionisti del calibro di Mark Ellis, Aka Flood (U2, Depeche Mode, The Smashing Pumpkins), Adrian Belew (chitarrista per Frank Zappa, Bowie, Talking Heads e King Crimson), Chris Vrenna (Marilyn Manson), Stephen Perkins (Jane’s Addiction) e Sean Beavan (ingegnere del suono e produttore di Guns N’ Roses, Marilyn Manson, God Lives Underwater e Slayer). Trent si installa con l’allegra combriccola in una grande casa al 10050 di Cielo Drive a Benedict Canyon (Los Angeles), ignorando a quanto pare che è stata teatro del brutale omicidio di Sharon Tate e dei suoi amici per mano della banda di pazzi capitanati da Charlie Manson. La leggenda vuole che la scritta “Pig” sulla porta di casa, vergata da uno degli assassini, sia ancora visibile a dispetto dei numerosi strati di vernice quando Reznor e C. la occupano – per la cronaca la Trent la smonterà e la farà risistemare nei suoi nuovi Nothing Studios di New Orleans.

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10050, Cielo Drive, la casa di Sharon Tate (è stata demolita)

La mansion, ribattezzata studio “Le Pig” viene riempita di strumenti di ogni genere: console, sampler, minimoog, sequencer, drum machine, un mellotron appartenuto a John Lennon, un bel numero di chitarre Jackson e Gibson. Reznor è in piena crisi esistenziale e creativa, ascolta a nastro Low di David Bowie (un disco in cui “Bowie ha esorcizzato i suoi demoni realizzando una musica pacata ma allo stesso tempo intensa”) e The Idiot di Iggy Pop (pare sia l’ultimo disco ascoltato da Ian Curtis prima di impiccarsi). Assieme a Chris Vrenna affitta film dai quali estrae sample che trasforma in paesaggi sonori, droni, e hook di synth. Il processo creativo è discontinuo e un po’ caotico: Trent gira per la casa alla ricerca dell’emozione giusta – quando arriva il momento, “il Vietnam” lo chiamano, deve trovare un microfono entro un minuto e mezzo, altrimenti esce dalla stanza, e con lui se ne va anche l’ispirazione.

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Trent lavora così…

Spesso comincia a vocalizzare sulla base di un sample di batteria – è così che nasce ad esempio Closer, ovvero partendo dal campionamento della grancassa di Nightclubbing di Iggy Pop. “Il 99% delle cose che facciamo finisce nell’hard drive di un computer, e solo dopo innumerevoli rielaborazioni, trattamenti, taglia-e-cuci, finisce su nastro”. Spesso Reznor registra parti di chitarra da 20 / 25 minuti, da cui finisce per estrarre solo alcuni segmenti, gettando via il resto. Si stanca rapidamente, e allora passa ore ai videogiochi, riemergendo fresco e riposato, pronto per una nuova sessione.

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Sean Beavan è un bravissimo ingegnere del suono, ma ha pessime frequentazioni, come potete constatare.

L’album

The Downward Spiral è “un concept album sul controllo: dominazione fisica, sesso come forma di controllo, schiavitù mentale: in ogni relazione umana, qualcuno vuole prendere il controllo, io lo so, voglio affrontare questa cosa, la voglio mettere in discussione. Non so perché sia così, ma ogni volta che mi viene detto che non posso fare qualcosa o di farla in un certo modo, io voglio saperne le ragioni. Mettiamola così: [nella vita] sono [come] uno che al lavoro rende poco, non perché non lavori sodo, quanto perché gli ordinano di fare un mucchio di cazzate“.

A mettere subito in chiaro in che tipo di inferno dantesco si ritrovi l’ascoltatore arriva il brano iniziale, Mr. Self Destruct, introdotto dal sample di una scena di tortura presa da THX 1138 di George Lucas (L’uomo che fuggì dal futuro); segue una devastante cacofonia di riff di chitarre, sfrenati percussionismi digitali e rumorismi industriali. Il bridge, invece, è melodico, canto pulito su basso e tastiere. Questo alternarsi di violenza e dolcezza è in effetti la cifra stilistica più caraterizzante dell’arte di NIN, ed in particolare di questo album. Tale alternanza si adatta perfettamente agli scopi espressivi del concept Downward Spiral: una discesa a spirale verso il nichilismo e le pulsioni autodistruttive, discesa inesorabile, ma lenta ed intervallata da brevi sprazzi di umanità. Il protagonista di Mr Self Destruct si trova a fare i conti con quella “voce nella sua testa”, così come con il sesso, la religione, la droga e la violenza – tutte forme di controllo. Ma il problema è che la voce nella testa lo spinge proprio “dove desidera andare, gli dà tutto quello che deve sapere, lo trascina verso l’abisso e lo usa”. Infatti, il seme della rovina dell’uomo risiede nelle sue stesse pulsioni.

Sui loop di chitarra e rumorismi di Mr Self Destruct viene introdotta Piggy, un pezzo quasi jazzy, scandito da un portentoso loop di batteria e da una linea di basso semplice ed efficace. Piggy è l’amante del protagonista, che lo ha lasciato, perché “bisognosa di novità”. L’ultimo argine che tiene insieme l’uomo, l’amore, è abbattuto, e ora egli è libero, anche se nel modo più pericoloso: “Nothing can stop me now / ‘Cause I don’t care.” Il rutilante crollo di tutte le certezze è ben commentato dal crescendo di batteria che pian piano si conquista il suo spazio in totale autonomia con il beat primario del pezzo – la leggenda vuole che questa parte ritmica sia soundcheck fatto da Reznor in studio.

La prima vittima del percorso di liberazione / autodistruzione è Dio. Heresy è un grido di rabbia e di dolore diretto contro la divinità e contro gli uomini che l’hanno creata (“si sono cuciti gli occhi perché hanno paura di guardare in faccia la realtà, hanno confezionato delle risposte per smorzare la mia curiosità, hanno sognato un Dio, e lo hanno chiamato Cristianesimo“). Per una divinità che “ha fabbricato” un virus in grado di ammazzare tutto il gregge (l’AIDS),  che domina sul suo regno con l’omicidio e la sofferenza e che si compiace di atti di devozione atroci, non si può che provare odio. Per questa ragione nel 1994 la morte di Dio proclamata Nietzsche poco più di un secolo prima lascia indifferenti (“God is dead and no-one cares”).

March of the Pigs, con le sue metriche insolite (tre in 7/8 e una in 4/4, con ritornello in 4/4) e il ritmo indiavolato tra speed metal e techno, esprime la rabbia di Reznor nei confronti di tutti quelli che lo coccolavano quando era solo un brillante giovane musicista underground e che hanno preso ad “augurargli il peggio, plagiarlo e tentare di usarlo” non appena ha cominciato a vendere qualche disco.

Ed è la volta di Closer, un pezzo basato su un semplice beat disco con riflessi black ed industriali, scandito dal romantico ritornello “I wanna fuck you like an animal” (che inizialmente a Trent non piaceva perché troppo trito). Qui il sesso viene visto nella sua dimensione di dominio / controllo: non è congiungimento carnale tra esseri consenzienti, ma ad un tempo fuga dalla realtà (“help me get away from myself“) e strumento per mettere in atto la narrazione di un dio che usa violenza alle sue creature. “Mi hai concesso di profanarti, penetrarti, complicarti“, sussurra soavemente Trent all’amante. La sottomissione dell’altro diventa rappresentazione rituale dell’abuso sistematicamente perpetrato sull’uomo da questo cattivo demiurgo: ecco perché nell’atto sessuale l’uomo si sente quasi come Dio (“closer to god“).

La rivolta continua con Ruiner, altro durissimo attacco alla divinità cui qui Reznor si rivolge con l’epiteto di “distruttore”, “untore” (ancora riferimento all’AIDS), in grado di “servire merda alle sue mosche”, ladro d’anime. Come in Closer, anche qui l’aggressione del demiurgo assume connotazioni sessuali: di qui i (solo apparentemente incongrui) riferimenti fallici: “how did you get so big? / how did you get so strong? / how did it get so hard? /how did it get so long?”.

Sistemato Dio una volta per tutte, il protagonista viene liberato della sua morale e dalla sua umanità: è di questo che si parla in The Becoming. La defenestrazione del dio creato dall’uomo non produce una nuova rifondazione di valori, solo macerie. Non c’è più dolore, certo, ma con esso è svanita ogni parvenza di anima, sostituita da circuiti elettrici (“all pain disappears it’s the nature of my circuitry / drowns out all I hear there’s no escape from this my new consciousness“). La disumanizzazione è avviata, ma non completa: al pestare furioso di suoni e rumori industriali, infatti, si interpongono in felice distonia parti di chitarra acustica e cantato pulito; addirittura viene invocata una certa “Annie”, cui l’uomo chiede di essere abbracciato più forte – teme infatti di scivolare nel baratro – quello che egli stesso ha scavato.

L’uomo continua a resistere in I Do Not Want This, con il suo incipit malinconico e morbido e la sua melodia cui si interpongono urla disperate e esplosive deflagrazioni chitarristiche. Una diatriba che si conclude con un messaggio superomistico: “I want to know everything / I want to be everywhere / I want to fuck everyone in the world / I want to do something that matters“. Ma la volontà di potenza del nuovo uomo depurato dalla fede e dalle emozioni non è altro che A Big Man With A Gun. Quel desiderio di mettere in atto il controllo divino sull’uomo diventa possibile, non più e non solo con la mediazione del sesso, ma con anche attraverso la violenza. L’uomo non usa la sua rinnovata libertà per dotarsi di una nuova morale: preferisce abbandonarsi a fantasticherie violente nelle quali terrorizza il prossimo puntandogli contro la sua pistola e costringendolo a succhiarla come un fallo di acciaio.

In A Warm Place l’uomo si rende conto di come la sua umanità sia svilita e di come la sua condanna del distruttore lo abbia infine trasformato in qualcosa di molto simile al nemico: è una ballata strumentale dolce e triste, un clone di Cristal Japan di David Bowie, che a quanto pare non se l’è presa troppo per il plagio. I sentimenti dell’uomo in questa fase della discesa agli inferi vengono chiariti nella successiva Eraser. Con la consueta dinamica bipolare, vengono dapprima descritte le varie forme di interazione dell’uomo con il suo prossimo  (Ho bisogno di te / ti sogno / ti trovo / ti assaggio / di scopo / ti uso / ti lascio delle cicatrici / ti distruggo) e la conseguente cupio dissolvi dell’uomo (lascia che mi perda / odiami / distruggimi / cancellami / uccidimi / uccidimi …). Ormai l’obiettivo del viaggio è chiaro: farla finita. Ma ancora manca il coraggio di agire – per questo l’uomo invoca la fine per mano di un altro.

A questo punto l’uomo si concede un rapporto sessuale con una prostituta, o comunque con una donna similmente indifferente (non a caso viene definita Reptile). Non si possono immaginare immagini più poeticamente decadenti: il sesso squadernato di questa donna è un ricettacolo di insetti, traboccante i liquidi organici di migliaia di altri uomini: “Devils speak of the ways in which she’ll manifest / Angels bleed from the tainted touch of my caress“. Quest’ultima degradante esperienza è l’autostrada verso i pensieri più autodistruttivi. A Downward Spiral si apre con caos di ronzare di mosche e rumori meccanici, cui si sovrappone, in un arrangiamento semplificato, la melodia di Closer e l’apparente rumore di una persona che dorme, insieme a campionamenti di archi presi da chissà dove. Intorno ai due minuti dall’inizio, la canzone inizia a prendere una forma: sullo sfondo di urla di Trent Reznor e di potenti riff di chitarra e note di piano registrati come se fossero dietro ad una parete isolante, lo spoken word di Reznor beffardamente nota come il suicidio che qui rappresenta simbolicamente a sé stesso sia alla fine incredibilmente semplice: “A lifetime of fucking things up fixed in one determined flash” – il flash è quello prodotto dal colpo di pistola.

L’album si chiude con Hurt, pezzo toccante ed enigmatico, legato alle canzoni precedenti come una placenta. Hurt contiene riferimenti espliciti alla dipendenza dalle droghe e all’autolesionismo – il dolore come ricerca di senso in un individuo anestetizzato, piazzato sulla sua “sedia da bugiardo” a contemplare i suoi pensieri difettosi ed impossibili da recuperare. Quello che ha da offrire quest’uomo lesionato (hurt) è un impero di polvere, e l’amore che lo lega alla tenera amica non gli impedirà di farle del male e di abbandonarla. Eppure il messaggio finale è positivo – o sono talmente provato dalla nera disperazione e dai contorsionismi autolesionisti di The Downward Spiral che non posso fare a meno di vedere uno sprazzo di luce al termine di questo cunicolo umido? In fondo, anche dovendo ricomiciare “a mille miglia da qui”, continuerebbe a voler essere sé stesso pur non sapendo come venire a capo della propria natura (auto)distruttiva. Ma sono sempre possibili intepretazioni meno benevole: dopo i pensieri suicidi, che paradossalmente rappresentano la tutela malata di un umanesimo corroso, l’individuo si sottopone al dominio in una sorta di stato vegetativo semicosciente. Una voce dal coma quella che racconta Reznor, il quale con questo album magistrale tenta di liberarsi dei suoi traumi di bambino abbandonato a Mercer, in Pennsylvania, e da quelle ‘infezioni’ sociali che lo porteranno a comprare una Porsche d’argento per sperare di fare una fine alla James Dean (“non crediate che l’abbia comprata per portare modelle alle prime cinematografiche“).

Perche’ il pasto del condannato a morte puo’ essere solo la Carbonara

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La filosofia popolare suggerisce che “morire per morire, tanto vale morire a pancia piena”. E su questo siamo tutti d’accordo. Ma con cosa la riempiamo questa pancia?

Qualche anno fa feci sul mio blog un sondaggio su quale avrebbe dovuto essere, a giudizio dei votanti, il piatto del condannato a morte. Si trattava di un sondaggio con scelte multiple, sette per la precisione (all’epoca nutrivo un certo interesse per il numero sette, a mia modesta ossessione rappresentato in maniera eccessiva tale da giustificare una qualche elaborata teoria complottista: una roba che unisse i giorni della settimana, settembre, i samurai, i re di roma, i colori dell’arcobaleno, le meraviglie del mondo e le vite del gatto).

Le opzioni erano le seguenti:
Aragosta
Bistecca
Cous cous di agnello
Involtini primavera
Tagliolini al tartufo
Sashimi
Carbonara

Vinse la carbonara, con largo margine (solo un paio di intemerati scelsero l’aragosta, evidentemente influenzati da una letteratura, probabilmente gonfiata se non del tutto falsa, secondo cui l’aragosta sarebbe praticamente il pasto obbligato dell’inquilino del braccio della morte al suo ultimo giorno di residenza).
Ovviamente nel mondo reale le cose vanno diversamente; secondo quanto riportato qui, le market share sarebbero le seguenti:

Hamburger o cheeseburger 23%
bistecca 14.8%
gelato 15,6%
insalata 13,1%
latte 8,2%
caffè 5,35%
pizza 2,8%

Preso atto che la somma e’ ben lontana dal fare 100, dobbiamo rimarcare che l’aragosta non compare proprio.
Hamburger e cheesburger, insieme alla bistecca, rientrano nella norma, cosi’ come la pizza, poco richiesta ma comunque rappresentata. Quello che stupisce e’, su tutti, la performance dell’insalata (che tra i residenti del braccio della morte ci sia un’alta percentuale di vegani? Che si possa in qualche modo strumentalizzare questo dato, utilizzandolo per dimostrare che la privazione di carne aumenta la possibilita’ di commettere delitti particolarmente efferati?), mentre trovo persino deludenti i risultati di latte e caffe’.
Quello che molti ignorano, in effetti, e’ che il condannato, prima di accomodarsi sulla sedia elettrica (o prima di vedersi somministrata l’iniezione di penthotal e curari, o di essere rinchiuso in una stanza con delle pasticche al cianuro o qualunque sia il metodo di soppressione della vita scelto dal sistema statale) ha  la possibilita’ di scegliersi un pasto, si’, ma alle quattro e mezza del mattino. Non deve stupire quindi che molti si limitino ad un caffe’ o ad un bicchiere di latte. Vedo peraltro ostacoli di natura logistico-organizzativa davanti all’opportunita’ di preparare un’aragosta alla catalana. Gia’ mi immagino che lo chef della mensa del braccio della morte non sia esattamente Gordon Ramsey (piuttosto mi raffiguro un ispanico-afro-americano sovrappeso, con un camice lurido, scarsa igiene orale e un gusto particolare per la carne avariata stracotta). Vederlo poi che alle quattro di mattina che mette delicatamente a bollire l’aragosta, preoccupandosi di preparare la marinata per i pomodori maturi e le cipolle bianche, mi riesce proprio difficile.  Altro punto nodale e’ il budget a disposizione, che mi risulta essere non maggiore di venticinque dollari. Solo aragosta del Maine, quindi, aragosta cinese.
Ma il senso della domanda dovrebbe essere un altro: qui non stiamo parlando della fattibilita’ di un certo pasto all’interno di una carcere di massima sicurezza Texano, ma di cosa mangereste voi sapendo consapevolmente che quello che avete davanti e’ l’ultimo pasto, a prescindere dalle ragioni per le quali si sia giunti a tale situazione.

Per esempio Vice, riprendendo un servizio di Henry Hargreaves, provo’ a definire alcuni aspetti psico-attitudinali del condannato a morte partendo proprio dalla scelta dell’ultima cena. Celebre e’ la foto di quello che ha mangiato aragosta e bistecca guardando la trilogia del Signore degli Anelli: mi sento di dire che solo in punto di morte, un qualcosa come unire carne e pesce, cioe’ una non scelta alimentare, rende esistenzialmente significativo il mari e monti.

Aragosta e bistecca
Cosi’ come desto’ scalpore Ricky Ray Rector che prese la Pecan Pie e se ne tenne una fetta per dopo. La cosa venne interpretata come un chiaro sintomo psicotico, fatto sorprendente in un pluriomicida dichiarato lobotomizzato dopo che aveva tentato il suicidio sparandosi alla testa.
Il problema dell’ultimo pasto, se di problema si puo’ parlare, e’ che si puo’ definire tale con certezza solo nel caso dei condannati a morte e di Gesu’, che evidentemente sapeva lo scherzetto preparatogli da Giuda. Tralasciando quindi il surf&turf e la necessita’ evangelica del pane e vino, ben poco rimane da analizzare e discutere.
Provando pero’ a mettere ordine, e dandosi delle regole, magari c’e’ la possibilita’ di fare chiarezza:
1. Si puo’ scegliere un unico piatto, e non un menu’ o un percorso degustativo.
2. Il pasto verra’ consumato ad un orario proprio e non alle quattro e mezza del mattino (idealmente, la sera alle otto)
3. In ogni caso, e’ da considerarsi esclusa la presenza di Rucola.
Tornando quindi alle famose sette opzioni, vediamo cosa succede:
1. Aragosta: anche ammettendo che venisse preparata correttamente, in generale l’aragosta – almeno che non sia servita alla catalana, con quintali di patate lesse- mi lascia sempre un vuoto esistenziale, diciamo all’altezza dello stomaco. E nessuno vuole andare incontro alla morte con la pancia che brontola. Cosi’ come l’idea della catalana e’ menzognera: chi sceglierebbe come ultimo pasto delle patate lesse?
2. Bistecca: ok, facciamoci una bella bistecca. Al sangue. Ma se poi viene fuori qualcuno che vuole la bistecca ben cotta? E’ chiaro che non e’ accettabile guardare in faccia il tristo  mietitore con filetti di manzo stracotto incastrato tra i molari.
3. Cous cous di agnello: trattasi di un opzione inserita esclusivamente per gli abitanti dell’area Maghrebina, altrimenti detti musulmani. Nel loro caso quindi, direi che la qualita’ dell’ultimo pasto non ha alcuna importanza: una volta lapidati infatti, potranno finalmente spassasersela nello Janna o nel  Valhalla con Champagne, Spogliarelliste in Burqa di pizzo e porchetta di Ariccia.
4. Involtini primavera. Seriously, involtini primavera?
5. Tagliolini al tartufo: opzione da non scartare a priori, nel caso in cui qualcuno avesse voglia di fare il pretenzioso davanti alla grande consolatrice. I venticinque dollari di budget rappresentano un ostacolo per qualcosa di meglio di uno scorzone.
6. Sashimi: come e piu’ che nel caso dell’aragosta, chi ha voglia di morire desiderando un panino col salame?
7. Carbonara: nutrizionalmente parlando, non si discute. Cosi’ come totalmente nel budget.  Pasto completo, mix inarrivabile di carboidrati, proteine e grassi, va consumata caldissima, sfama gli appetiti piu’ insaziabili, e, soprattutto, e’ un’esplosione di gusto.

Anonimo cantore post-moderno:
“Conosco uomini tutti di un pezzo, lo sguardo fiero e il passo fermo, sulle cui solide spalle si potrebbe tranquillamente poggiare il peso di tutti i dolori del mondo. Ne conosco di tali senza macchia e senza paura, pirati del mar dei sargassi, cavalieri neri, capitani d’industria e predatori di amori impossibili. Eppure li ho visti tremare, perdere la loro personalità, arrendersi alla debolezza del loro cuore davanti alla criptonite dell’esemplare maschio della razza umana: la carbonara.”

E’ cosa altro puo’ essere la morte, se non la certezza, dolce e crudele, della sconfitta? E cos’altro si puo’ desiderare, in un momento di solipsismo assoluto, se non abbandonarsi, finalmente e completamente, alle proprie debolezze?

Due o tre specifiche: la carbonara si fa col guanciale. Tenete fuori quella merda di pancetta affumicata dal mio piatto. Si mescolano parmigiano e pecorino. L’uovo si manteca a caldo, ma lontano dal fuoco (niente pasta e frittata, please). La pasta dev’essere corta (schiaffoni, rigatoni, maccheroncini di Osimo etc.)

Poi naturalmente c’e’ sempre qualcuno che devi metterci la rucola e fare il mari e monti, ma questa e’ tutta un’altra storia (con cui, ci tengo a precisare, la pena di morte non ha niente a che fare).

 

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Anche perche’ potrebbe esserci persino di peggio.

 

CV

Camicie sessiste e hijab

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La storia e’ purtroppo gia’ nota: uno degli scienziati dell’ESA, un certo Matt Taylor, tra i responsabili del progetto Rosetta, si fa vedere con una camicia probabilmente non proveniente dall’ultima collezione di American Apparel.

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Sulle prime, ammetto, non ho neanche fatto caso ai disegni. Avrebbero potuto esserci (e se mi avessero chiesto probabilmente avrei detto che c’erano) dragoni, cavalieri e tutto il prevedibile armamentario heavy metal / fantasy che puo’ divertire un nerd. Invece – orrore – c’erano delle donnine discinte.

La cosa ha suscitato un vespaio di polemiche, per lo piu’ nel mondo anglosassone, costringendo il Nostro a chissa’ quanto sincere scuse. Scuse che chiunque sarebbe stato costretto a porre, temo. La mia sensazione e’ che, non solo nel mondo anglosassone ma li’ in modo particolare, si sia diffusa una mentalita’ che ha fatto del politically correct un bigottismo paradossale, incoerente, miope. Un mondo pronto a etichettare qualsiasi cosa come omofoba, razzista, sessista, eccetra, senza considerare neanche per un attimo che tra le categorie interpretative possa esistere anche l’ironia, o l’umana comprensione per standard differenti rispetto anche solo a cosa possa essere becero, senza che percio’ sia violento.

Non so da cosa sia originata questa serie di piccoli fanatismi. Molti pensatori conservatori americani, parlando dei loro interlocutori liberal, attribuiscono questa sostanziale mancanza di empatia alla convinzione di possedere l’unico insieme di valori individuali accettabile per partecipare a una societa’ civile, cosa che in effetti spiegherebbe anche un certo classismo progressista ormai sempre piu’ diffuso (se qualcuno si chiede di cosa io stia parlando, prendete questo esempio).

In attesa di un Edmund Burke pronto a riscoprire il valore del relativismo per i conservatori, mi permetto di notare che e’ su premesse assolutamente identiche che certe interpretazioni dell’islam limitano la liberta’ individuale, in particolare quella delle donne e degli uomini nel relazionarsi con loro. Chi le promuove, infatti, non giustifica le sue posizioni basandosi sul principio che la donna e’ inferiore, ma sull’idea che chi fa diversamente manca alla donna di rispetto. In entrambi i casi, credo, dalla convinzione di possedere valori universali invece che individuali si passa alla paura dell’imprevedibile, della paradossalita’, dello scherzo, della contingenza, e ci si chiude in piccoli conformismi, probabilmente non migliori delle discriminazioni che vogliono combattere.

 

Nel dubbio, forza Matt, non buttare quella camicia.

ASSI DI INQUADRAMENTO ALIMENTARE

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Dall’analfabeta al progredito, secondo una scala rigorosa, i possibili criteri diagnostico-masticatori.

 

Orientamento alimentare

I Cinesi mangiano la merda?

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“Allora, che ci prepara Isa?”

“Non lo so, ha detto che cucina il marito.”

“Ma chi, il cinese?”

“Si chiama Lee.”

“Lee di nome?”

“Boh, credo di si’”

“Ma Lee non e’ un cognome, tipo Bruce Lee?”

“Ma che ne so.”

“Vabbe’, comunque che ci prepara Lee? Involtini primavera?”

“Che conosci solo quello della cucina cinese?”

“No che c’entra, anche i ravioli al vapore, i gamberetti crack, il pollo tandoori…”

“Il tandoori e’ indiano”

“Ho capito, sempre pollo e’, indiano o cinese, che ti cambia? Mica ci devi parlare…”

“Non e’ il pollo che e’ indiano, ma proprio il tandoori: si chiama cosi’ il forno in argilla dove viene cotto il pollo”

“Eeeh, ma come siamo colte. Ma il cinese ce li fa o no questi involtini primavera?”

“Non credo. Quella che tu immagini essere La Cucina Cinese, quella che conosci perche’ la mangi nei ristoranti dei cinesi nati a Roma, e’ vagamente simile alla cucina cantonese.”

“E scommetto che il cinese che ha sposato Isa non e’ cantonese.”

“Esatto, e’ della provincia del Sichuan, nella prefettura di Mianyang, dove la cucina e’ molto diversa e…”

(brusco, con una leggera nota di irritazione)” E insomma per fare gli involtini primavera, non basta essere cinese, devi essere proprio di quella parte della Cina, giusto? Che a Mianyang proprio non li sanno fare gli involtini primavera, eh?”

“Di sicuro non sono buoni buoni come nel Canton”

“Uhm…”

“Ci stanno tremila chilometri di distanza. E’ come pretendere di mangiare una buona pasta alla Norma a Copenahgen…. Che poi magari la trovi pure, ma di sicuro e’ una merda.”

“Quindi questo andiamo a mangiare stasera, la merda? Merda Cinese?”

“Ma no, guarda che la cucina cinese e’ ricchissima di piatti. Ci sono i ravioli, le zuppe, le alghe fritte…”

“Le alghe fritte? Ora si’ che mi hai messo appettito. E poi mi sembrava di aver capito che ‘sta roba la facessero solo nella prefettura del Canton…”

“Vabbe’, dicevo cosi’ per dire…”

“Ma la divisione in prefetture non e’ una cosa giapponese?”

“Anche  cinese.”

“Si’ che poi alla fine Cina/Giappone e’ tutto uguale, no? Sempre di occhi a mandorla, musi gialli e tendenze masochiste si parla, no?”

“Stai generalizzando”

“Pero’ gli involtini primavera, che li fa anche il filippino sotto casa mia, a Vigne Nuove, in un buco di venti metri quadri che la puzza di fritto ti si impregna addosso fin sotto i capelli, e sono favolosi, quei cazzo di involtini primavera, il cinese di Isa, Bruce Lee, no, non li sa fare che alla prefettura di Shangay ti mettono nelle risaie se ci provi soltanto a friggere…”

“Non ho detto questo. Ho solo detto che la Cina e’ grande tre volte l’Europa e non ti puoi aspettare che facciano dappertutto gli stessi quattro piatti che mangi dall’avvelenatore filippino a Vigne Nuove. Pensa solo all’Italia e alle diversita’ regionali… Sarebbe come dire che in Italia mangiamo solo pasta e pizza, cacchiarola…”

” Si pero’ una pasta o una pizza decenti in Italia le mangi dappertutto.”

“E ma ogni tanto mangi anche qualcos’altro, no?”

“Ecco, e’ proprio quel qualcos’altro cinese che mi spaventa.”

“E che sara’ mai, di che c’hai paura?”

“Della merda, ecco di cosa ho paura”

(Agitando il braccio verso un parcheggio libero, subito dopo una serie di cassonetti)”Ecco siamo arrivati, mettiti li’ che c’e’ posto, dai.”

    *****

“Beh allora com’era? Ti e’ piaciuta la cena?”

“E a te, piace mangiare la merda?”

“Su dai, non era male.”

“Certo, non era male per essere merda. Poteva essere peggio. Almeno era calda, cazzo. Pensa se ci davano da mangiare la merda fredda.”

“Mamma mia, come sei disgustoso. Guarda che il cetriolo di mare e’ una prelibatezza, in Cina, e vederselo offrire e’ un segno di grande rispetto.”

” Ah, certo. Proprio quello di cui hai bisogno quando hai fame. Rispetto. E poi perche’ cetriolo, scusa?”

“Beh, per la sua conformazione, no?”

“Scusa ma tu hai mai visto un cetriolo marrone?”

“Beh no, che c’entra ma magari in Cina…”

“In Cina c’hanno i cetrioli marroni?”

“Ma non lo so…”

“Sai invece per la sua conformazione a cosa somiglia? Anzi, e’ proprio uguale uguale?”

(rotea gli occhi, in un gesto di resa)” Dimmelo tu.”

“Ad uno stronzo. Tant’e’, che a casa mia, l’oloturia, cosi’ si chiama. Stronzo marino. E questo dimostra che avevo ragione io.”

” Riguardo a cosa, perdonami?”

“Riguardo al fatto che i cinesi mangiano la merda.”

Nota del redattore: la cucina cinese di per se’ non esiste, ma esiste solo come insieme che raccoglie le cucine cinesi (tra cui quella Cantonese). Inizialmente, le grandi scuole tradizionali erano quattro. Ad oggi, se ne riconoscono dieci. L’oloturia e’ effettivamente considerata una prelibatezza in Cina, a prescindere dalla prefettura. Viene cotta in infusi al the verde ed e’ servita, fumante e gia’ affettata tipo salame, in piccole scodelle da zuppa, insieme a foglie di coriandolo e vermicelli di soja. Puo’ essere anche proposta come stufato, in una grande piatto da portata messo al centro della tavola e lasciando che ogni commensale si serva a suo piacimento. Se mai dovesse capitarvi nella vita, non lasciatevi ingannare dall’aspetto: per quanto poco invitante sia, per quanto l’afrore sia, anche solo vagamente, simile a quella cosa, il sapore, beh il sapore e’ proprio quello che ci si aspetta: e ora che siete li’, dovete assaggiarla.

 

Perline

in scrivere by

Qualche volta piove ancora, da queste parti.
Da bambino mi piaceva il rumore della pioggia. Mi piaceva guardare le gocce che si appiccicavano sui vetri, vederle gonfiarsi, risucchiate all’indietro dal vento freddo, rompersi e poi scivolare giù, in uno dei rivoli che scendevano verso il davanzale. Mi piaceva guardare il cielo scuro e zuppo di quei pomeriggi d’inverno nella luce debole della cucina. Mi dava un senso di normalità. Era rassicurante, come il pizzicore leggero del golfino di lana che sentivo sui polsi, e sotto il collo.
A volte succedeva che qualcuno venisse a trovarci. Ero un bambino intelligente, dicevano. Mi sorridevano, volevano sapere. Più che altro mi chiedevano cosa volessi fare da grande. Io non sapevo mai rispondere. Cioè, non è che non volessi, proprio non ci riuscivo. Nella testa iniziavano ad aprirsi corridoi e porte e finestre, un numero incalcolabile, spaventoso di finestre. Era una vertigine, quella miriade di possibilità. Era terrificante, avere tutta la vita davanti.
Così restavo muto, sul punto di piangere, sperando con tutto me stesso che cambiassero discorso appena possibile. Pregando di poter tornare a guardare la pioggia, a godermi il cielo scuro e zuppo, a sentirmi avvolto dalla luce debole della cucina e dal golfino che pizzicava. Sapendo che comunque era fatta, la vertigine quella notte stessa mi avrebbe preso da solo, con calma, e mi avrebbe tolto il respiro.
Restavo muto, finché non vedevo sulle loro facce la solita espressione (dio, quell’espressione) che sembrava dire: io penso che questo sia un bambino molto intelligente, ma chissà dove ha la testa. Se ne sta là ore intere a guardare la pioggia. Mica andrà lontano. Oddio, speriamo, ché la speranza è l’ultima a morire, ma mi sa tanto di no. Che peccato.
Forse avevano ragione loro. Forse no. In effetti non sono andato tanto lontano. Cioè, non abbastanza da ricacciargli in bocca quell’espressione: ma per la verità non sono neppure rimasto dov’ero. Insomma, la questione è dubbia, quindi nessuno ci torna più. E tutti, o perlomeno i superstiti, hanno adottato uno sguardo neutro. Così non sbagliano.
Sono qua, in questo posto a volte bello a volte no, metto in fila scatole di minerva per contare i giorni. Con scrupolo, ché pure allineare i fiammiferi ha bisogno di una certa dedizione. Poi, di quando in quando, infilo perline colorate. Con un bel po’ di attenzione in più, ma cercando di non darlo troppo a vedere. Non le infilo mica per loro. Le infilo per me. E quindi nessuno, tranne me, può portarmele via.
Sta di fatto che col passare degli anni gli ospiti prima sono diminuiti, poi sono diventati ospiti diversi. Nessuno me lo chiede più, cosa vorrei fare da grande. Del resto non è più il momento. Per fortuna, perché col tempo ho imparato tante cose, tranne che a farmi uscire la voce quando sento arrivare quella vertigine. Quella che anche oggi mi prenderebbe da solo, di notte, e mi toglierebbe il respiro.
A quel punto l’unica sarebbe guardare la pioggia sui vetri, proprio come allora.
C’è di buono che qualche volta piove ancora, da queste parti.

Gli Americani (non) mangiano (piu’) la merda

in cibo by

Negli anni ottanta, a chi criticava il sistema alimentare americano e l’inarrestabile diffusione del Fast-food, Ronald Reagan rispondeva che, in ultima analisi, „il Ketchup e‘ verdura”. Il ciccione americano, quel tipo tutto rotoli modello omino della Michelin che caracolla incerto all’interno di una tuta di ciniglia in colori pastello, un bibitone ghiacciato in una mano e un secchio di ali di pollo fritte nell‘altra, altri non e’ se non il risultato di un processo evolutivo. Se gli anni ottanta sono stati gli anni in cui si sono gettate le basi della tradizione alimentare, non c’e’ da stupirsi se nella cultura americana si sia sviluppata una certa forma di proudness che vede nel cheeseburger e nella sua innaturale celebrazione la propria dimensione patriottico-masticatoria. Questo fiero attaccamento alla pancetta fritta impilata su formaggio industriale fuso su carne di manzo estrogenata sembra suggerire una sorta di ostentazione al diritto supremo dell’alimentazione americana, il diritto all’obesita’. A mero titolo di esempio, mi piace ricordare come non sia infrequente, negli Stati Uniti, in luoghi che richiedano lunghi spostamenti a piedi tipo aeroporti o parchi dei divertimenti, osservare obesi americani che, anziche’ muoversi caracollanti, preferiscono spostarsi- come se fossero portatori di una qualche rara e geneticamente ineluttabile disabilita’- su motorette elettriche, tutte ovviamente dotate di apposito spazio per il loro frappe’ banana e cioccolato. Eminenti luminari della medicina, potrebbero a questo punto ricordare come le principali cause di obesita’ siano disordini di alimentazione incontrollata (traduzione: mangiare troppo), malnutrizione (traduzione:mangiare merda), stile di vita sedentario (traduzione:non muovere il culo) unitamente all’abuso dell’aria condizionata e del riscaldamento (perche’ la termoregolazione consuma calorie), ma sono dettagli.

Naturalmente, come per ogni forma di orgoglio, non potevano mancare i fanatismi. Anzi direi che proprio a supporto di questo viaggio collettivo verso l’occlusione delle coronarie, sono spuntati avamposti di beceraggine ipercolesterolica. E’ notizia ormai di tre anni fa, la morte accertata di un cliente dell’Heart Attack Grill Burger dopo il consumo di una porzione di Quadruple Heart Attack Burger, un mostro di carne di manzo e trentasei strisce di pancetta fritta da diecimila calorie, ad oggi plausibilmente riconosciuto come “il cibo piu’ pericoloso del mondo”. L’idea di dichiarare apertamente l’intenzione di avvelenare a morte clienti (all’Heart Attack Grill Burger giustamente trattati alla stregua di pazienti, con cameriere vestite da infermiere procaci, sedie a rotelle per accompagnare i malati fuori dal ristorante e menu’ come ricettari) ha in qualche modo fatto centro, dando adito a proselitismi e brand-like.

 

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C’e’ pero’ almeno un’altra faccia della medaglia (in realta’ ce ne sono molte di piu’, e di sicuro non e’ una medaglia ma perlomeno un fullerene): in quegli stessi anni ottanta, Bret Easton Ellis ipnotizzava milioni di lettori con le descrizioni dei piatti favolosi che i vice-president di Wall Street ordinavano dai menu’- talvolta scritti in braille– dei ristoranti piu’ esclusivi di New York. In American Psycho, l’uso di termini come “salsiccia di capesante” o “pasticcio di Jalapeňo” assumeva un significato quasi esoterico, un codice attraverso il quale accedere al Luogo Supremo, incarnato a tutti gli effetti dal Dorsia e dal suo petto d’anatra, rigorosamente croccante. In pratica, nello stesso momento, una cultura antitetica al fast food si insinuava subdola tra una differente categoria di americani (i ricchi, occorre dirlo? Si scrive WASP). In effetti, da Wolfgang Puck (Las Vegas NV, ma anche altri luoghi) e’ possibile gustare degli ottimi tagliolini pomodoro e basilico per soli 18 dollari:

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Comunque, il maiale per ingrassare di un chilo deve mangiare solo un chilo e mezzo di merda, le salsicce sono buone, la pancetta fritta anche di piu’, al fast food con un dollaro hai accesso al distributore di bibite gasate secondo la formula “All you can drink” e ‘fanculo alla Fiji e a tutte le acque oligominerali fighette da 4 dollari al litro.

Il potenziale calorico del cibo e’ inversamente proporzionale al potere d’acquisto del suo potenziale consumatore.

L’obeso Americano, in effetti e’ sempre meno Americano:

Mondobeso

Attraverso un processo di integrazione fatale dello stile di vita, i paesi limitrofi e culturalmente dipendenti dagli Stati Uniti stanno ingerendo un sacco di calorie sotto forma di salsicciotti e costolette in salsa barbecue, liberando nelle strade di Citta’ del Messico tanti omini della Michelin con Sombrero e Banjo, tanto da arrivare a sottolineare attraverso l’indice di massa corporea l’unica vera differenza che conti in America: il denaro.

 

The water(s) flowing

in musica by

Disclaimer: in questo pezzo faremo riferimento soltanto a Gilmour, in quanto Mason in studio probabilmente ci sarà andato solo a controllare il valore delle sue auto d’epoca sull’iPad.

Disclaimer 2: grazie a Nagasaki, senza cui questo post non sarebbe mai nato.

Se c’è una cosa sicuramente positiva di The Division Bell è il fatto che si conclude con i versi “forever and ever”. Che era un formidabile spunto di discussione nelle cene tra intellettuali, quando potevi uscirtene con “trovo sintomatico che le ultime parole dell’ultimo album dei Pink Floyd siano proprio “forever and ever”. Adesso, Gilmour e la sua sete di danaro ci hanno tolto anche questo.

Part I – la pancia

Ascoltare The Endless River è come incontrare di nuovo la ragazzina delle medie che tanto ti piaceva, e scoprire che è una smandrappata qualsiasi. Anzi, peggio: è come quando rivedi una persona che hai tanto amato e tale persona, senza di te, ha fatto esattamente la fine che ti aspettavi: tutti i difetti acuiti, tutte le bellezze sepolte dietro quei difetti.

Lì dove un tempo c’erano i tappeti sonori di Wright impreziositi da Gilmour nell’ambito dell’architettura di Waters e la simpatia di Mason, sono rimasti solo i dialoghi chitarra-tastiera tra Wright e Gilmour che sono diventati “musica da salotto”, buona solo ad acchiappare gente che non conosce la complessità celestiale di A Saurcerful Of Secrets o l’immenso fumo negli occhi (ma dolcissimo) di Shine On You Crazy Diamond (parts VI-IX).
Io non ne so quasi nulla di A Momentary Lapse Of Reason e di The Division Bell, perché al solo pensiero che il nome Pink Floyd sia finito accanto a LAMMERDA come Dogs Of War ho i conati di vomito.

division bell

Il problema è che sono stato per anni sul forum usenet dei Pink Floyd, e la guerra tra watersiani e gilmouriani è sanguinosa come quella tra Hutu e Tutsi. Quindi a questo punto del discorso di solito arriva il cretino fan di Gilmour che odia Waters a dire “Eh sì, invece The Pros And Cons Of Hitch-Hicking è fico?” MA BRUTTO COGLIONE HO MAI DETTO QUESTO? STO DICENDO CHE SEPARATI FANNO CACARE, QUINDI ANCHE CHE THE PROS AND CONS OF HITCH HICKING FA CACARE, LO VUOI CAPIRE O NO? AMLOR E TDB FANNO CACARE PERCHE’ SONO SOLO MUSICA CARUCCIA DISPERSA NEL NULLA, SENZA UN TESTO DECENTE E SENZA UN IMPIANTO DI ALBUM, TPACOH INVECE FA CACARE PERCHE’ NON VI È ALCUN TIPO DI MELODIA, SOLO LA PAZZIA DI WATERS.

E ANDATEVENE TUTTI AL DIAVOLO.

Scherzi a parte, ha senso che io scriva un post di questo genere? È semplicemente il mio modo di vedere i Pink Floyd; magari davvero arriva il Gilmouriano e mi dice che Marooned o che High Hopes sono dei bei pezzi. E ci mancherebbe che non lo siano, comunque stiamo parlando di roba scritta da Wright e Gilmour.

Il problema è che The Division Bell è quantomeno ascoltabile, a differenza di AMLOR, quindi magari anche un suo scarto può avere dignità. Ma, appunto, stiamo parlando dei scarti di 20 anni fa, peraltro rimasticati dal solo Gilmour, visto che Wright intanto è morto, e Mason… è molto simpatico.

Ma la domanda è: che cazzo ce ne dovrebbe fottere di un disco new age venduto a 18,99 euro?

Part II – un ascolto

Prendiamo la seconda traccia, la più decente del disco: It’s what we do. Le prime due note di organo sono prese pari pari da Celestial Voices (ma era proprio il caso di fare questo sgarbo a Wright?), poi è tutta una citazione alternata a Shine On e a Celestial Voices, impreziosita (ah ah) da Mason, che dal 1983 ha deciso di suonare la batteria sempre allo stesso modo in qualsiasi pezzo gli sottopongano. A 2.28 entra la chitarraccia di Gilmour col suono fetente di Run Like Hell / Young Lust, le cacate di The Wall che piacciono a lui (non sto certo parlando di quella divina di Comfortably Numb o di The Narrow Way), mentre a 3.55 cominci a chiederti “ok, dai, quando lo dice Remember when you were young“?

Una dedica a Richard Wright o al conto in banca di Gilmour?

Per essere endless è endless comunque, niente da dire (h/t Gianluigi Ceccarelli) e non si può dire che sia una schifezza come  è AMLOR, d’altra parte deriva da TDB, che quantomeno musicalmente era accettabile. Il punto è: che senso ha fare una Shine On rimasticata?  Cioè, la facesse un artista nuovo okay, massima fiducia: hai mezzo copiato, hai creato una mezza Shine On, in futuro potresti fare di meglio.
Ma Gilmour, cristo santo, a te cosa cazzo serve una nuova mezza Shine On rimasticata?

E non per rinfacciare (rinfacciamo, rinfacciamo)

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Il caos ‘incontrollato’ di Obama

in mondo/società/storia by

La stella calante di Obama ha avuto un sigillo formale l’altra sera con le elezioni del midterm. Mi vengono in mente tutti quei sermoni avventati di giubilo ed entusiasmo quando venne eletto nel 2008: “E’ un grande”, “Cambierà la storia”, “Il mondo ha una speranza in più”, “Sicuro, lo ammazzeranno, lo ammazzeranno come Kennedy”. Un giorno in libreria mi ritrovai in mano il libro dei suoi discorsi. Stavo per prenderlo, ma quando notai la prefazione di Walter Veltroni lasciai perdere ed uscì immediatamente.

Con Obama venne portata avanti un’operazione politica di una parte dei democratici, intelligente e ben precisa: spingere al massimo al potere un politico afroamericano in una situazione di emergenza che rischiava di sfuggire di mano, con le banche che fallivano, poveri disgraziati incazzati e disperati a cui avevano fregato tutti i risparmi, licenziamenti di massa (come dimenticare le scene degli impiegati che uscivano dagli uffici con gli scatoloni), gente che dormiva nelle macchine, fabbriche chiuse, case abbandonate e svuotate di ogni bene e valore.

Insomma, gli Usa stavano nella merda. Un attimo ancora e la condizione standard di vita sarebbe stata l’estensione quotidiana della famosa “Notte del Diavolo” di O’Barriana memoria (dal film “Il Corvo”), dove bande di disperati, strafatti di cocaina e crack, alcolizzati, perdigiorno senza pietà, banditi, stupratori, senzatetto ed anarchici predatori violenti mettevano a ferro a fuoco quartieri ed intere cittadine senza scrupoli di sorta e senza che le forze dell’ordine potessero farci nulla. (Lo so, una vera figata).

Serviva un coupe de theatre per disinnescare questa tendenza potenziale, e lo spingere un afroamericano fino a candidarlo alla presidenza fu una mossa giusta. Tra l’altro, alle primarie, riuscì ad imporsi sulla Clinton, un osso veramente duro. Ed eccolo, Barack, l’innovatore della comunicazione politica, a sfidare l’ingiustizia, senza giacca con la camicia bianca e la cravatta, con i suoi magnetici discorsi contro l’avidità e la guerra, con la speranza ed i toni da “non lasceremo nessuno indietro nè mai solo”. Ora questa storia sta volgendo al termine. E non tutti vivranno felici e contenti.

Naturalmente il problema non è Obama. Come tutti gli imperi che la storia ha conosciuto, anche quello americano si avvia o si avvierà verso una lenta ed inesorabile fine. In questo arco temporale il destino ha voluto che ci fosse Barack. Non è stato affatto un presidente dalle riforme epocali o significative. Ma che poteva fare? La situazione era ed è quella che è. Qualcosa di buono è riuscito pure a portare a casa. Ci dispiace, ma è logico che a tutti quelli che nel 2008, con contentezza esagerata ti urlavano in faccia cose tipo “Combatterà contro i soprusi delle banche”, “Gli americani non faranno più guerre”, “E’ la nuova sinistra contro le diseguaglianze” etc etc, un doveroso “Ragazzi, datevi una calmata, Lexotan e passa tutto”, come lo dicemmo allora, lo confermiamo oggi.

Gli Usa stanno giocando una partita difficile. Non sono più la superpotenza di una volta in un contesto generale tra l’altro mutato e non più favorevole. Sono in difficoltà tattico/strategica in politica estera. Hanno sì ancora un primato tecnologico/militare che però, se non è ancora stato raggiunto e tamponabile, poco ci manca, e non è detto che basti. Hanno un problema che non riescono ad arginare che si chiama Cina, il cui Pil ha da poco superato il loro. Anche se pare evidente che il dragone rosso più che voler sostituire gli Usa nella catena capitalistica di comando , ne è entrato in simbiosi assorbendone il debito ed incamerandone il reddito da capitale fittizio.Ma resta pur sempre un problema.

Attualmente la tendenza geomilitare che gli States hanno adottato è quella di far casino. Tutti gli scenari di guerra più importanti, Siria, Ucraina, Iraq, Libia, sono stati innescati da loro, forzandoli fino ad un’apparente irragionevolezza. Tutte crisi volte non ad una stabilizzazione effettiva delle aree interessate. La strategia è seminare il panico ovunque e creare instabilità in nome di una sorta di caos controllato che rischia però di sfuggire di mano trascinando gli alleati in un pantano internazionale che può finire male. Perché anche se non sembra, questa roba può finire veramente male.

Emblematici sono i fatti sul filo del rasoio che hanno riguardato l’Ucraina. Ad esempio, è lo stesso John Biden, in un lungo discorso all’Università di Harvard,  ad aver serenamente ammesso che sia stata l’America a costringere l’Europa a punire Putin e ad aver obbligato i Paesi europei ad adottare sanzioni contro la Russia, contro la loro volontà. “Abbiamo dato a Putin una scelta semplice: rispetta la sovranità ucraina o avrai di fronte gravi conseguenze. E questo ci ha indotto a mobilitare i maggiori Paesi più sviluppati al mondo affinché imponessero un costo reale alla Russia.(…) “E’ vero che non volevano farlo. E’ stata la leadership americana e il presidente americano ad insistere, tante di quelle volte da dover mettere in imbarazzo l’Europa per reagire e decidere per le sanzioni economiche, nonostante i costi”.

E poi, sempre Biden, sul famigerato Is che quindi così famigerato non è: “Non stiamo affrontando un pericolo esistenziale per il nostro stile di vita o la nostra sicurezza. Hai due volte più possibilità di essere colpito da un fulmine per strada che di essere vittima di un evento terroristico negli Stati Uniti”.

A conferma implicita che l’Isis altro non sia che un Frankenstein uscito dal laboratorio/controllo di alcune agenzie di intelligence occidentali e finanziato dai petroldollari delle monarchie del Golfo Persico (Arabia Saudita, Qatar e Kuwait) alleate storiche degli Usa (e dei suoi centri finanziari) e da sempre fiancheggiatrici dei movimenti jihadisti in tutto il mondo, da utilizzare come strumento indiretto per creare caos ed instabilità nell’area, sempre in chiave antirussa.

Tutto in nome di quella strategia del caos controllato che spinge a scelte, alleanze e comportamenti schizofrenici ed anche a figuracce non di poco conto. La crisi siriana con conseguente retromarcia ne ha rappresentato l’esempio lampante. L’ operazione anti Assad terminò sostanzialmente non appena la flotta russa del Mar Nero si posizionò nelle acque immediatamente adiacenti al probabile scenario di guerra. Poi continua indirettamente tramite l’Is, ma questa è un’altra storia spiegata qui.

Per non parlare dell’appoggio iniziale alle primavere arabe contro tutti i regimi laici del nord Africa (molti dei quali alleati) che rappresentavano comunque, nonostante la corruzione e l’autoritarismo, un argine al dilagare dell’estremismo islamico. Tunisia, Egitto, Libia, Sudan e la deriva irachena, la guerra civile in Siria, tutti atti  sobillanti una spregiudicata destabilizzazione dell’intera area per favorire l’insorgere dell’integralismo sunnita dal nord Africa al Medio Oriente, quella mezzaluna oggi attraversata dall’ondata islamista che ha raggiunto i confini della Turchia.(*)

In spicciola sostanza, per creare disordine e casino, autogenerando un nemico che impegnasse le democrazie in una guerra per la sopravvivenza dei propri valori laici e civili (ma quando mai), in funzione di un nuovo ordine globale che non si capisce cosa sia e dove voglia arrivare. Cose tra l’altro criticamente osservate negli stessi States da noti esponenti della destra libertaria americana come Ron Paul e filosofi come Tibor Machan, amputate tramite pretestuose accuse di complottismo .

Secondo l’accademico e consigliere presidenziale di Putin Sergey Glaziev, gli Stati Uniti “contano di superare la crisi e riavviare la crescita economica per mezzo di una guerra su vasta scala in Europa ed accendendo una serie di conflitti su tutto il pianeta . Essi preferiscono condurre le guerre non direttamente, bensì ricorrendo alla corruzione delle élite al potere, aizzando gli uni contro gli altri; le truppe Nato intervengono solo dopo che si è riusciti a indebolire a tal punto il nemico, che non è più in grado di opporre resistenza”.

Venuto meno il Patto di Varsavia, ossia l’esistenza di un nemico comune, il mondo è diventato qualcosa di completamente diverso rispetto a quanto conosciuto tra il 1945 e il 1989, ed in questo nuovo scenario tutto torna in gioco. Le linee dell’amicizia e dell’inimicizia di ieri restano sì, ma appiccicate con la saliva. Tutto è un decifrare in divenire. Una condizione per molti versi simile a ciò che precedette il 1914, con gli Usa che, con tutte le dovute differenze del caso, si ritrovano in una posizione non diversa da quella della Gran Bretagna a ridosso della seconda guerra mondiale, ovvero la più potente forza politica militare presente a livello internazionale.

Obama e chi per lui, sono nella non facile posizione di dover compiere una serie di atti in una situazione di debolezza strutturale che limita gli States non poco. E’ come se, con la strategia del caos controllato, avessero deciso di adottare linee da guerra asimmetrica, che sono soliti utilizzare i gruppi guerriglieri contro gli stati coloniali ed oppressori.

L’insegnamento di Clausewitz sul rapporto tra politica e guerra secondo cui l’insieme dei fattori politici, economici, sociali e culturali che fanno da sfondo alla guerra devono essere costantemente tenuti a mente, diviene a questo punto assolutamente fondamentale e centrale per capire perché sia avvenuto questo capovolgimento di movimento e posizione.

Siamo davanti ad una frenata dell’economia globale contro la quale possiamo fare ben poco, anzi niente. L’unica cosa certa è che dopo sette anni di crisi ne abbiamo davanti altri quattro pericolosi. Nei Paesi europei il numero dei disoccupati è salito a oltre 26 milioni e non esiste un benché minimo segnale di controtendenza.. L’attuale situazione non risponde più ai criteri cui eravamo abituati dalla caduta del Muro di Berlino. Il concetto di “locomotiva economica”, ad esempio, non è più applicabile poiché oggi nessuna economia nazionale è in grado di trascinare le altre come ha fatto quella americana negli anni passati. La crisi fiscale ha depotenziato tutti gli organismi statuali. Le ondate migratorie non si arrestano e fanno aumentare le tensioni sociali tra i ceti medio bassi.

Tutto converge verso la necessità di una soluzione drastica, che dovrebbe voler dire guerra generalizzata come occasione di rigenerazione del ciclo economico, come è sempre accaduto escludendo questi ultimi 70 anni e passa ormai di tregua eccezionale.

Naturalmente a tutt’oggi uno scenario simile appare irrealizzabile e visionario. Prevalgono diffusi luoghi comuni del tipo “Eee seee, se scoppia la guerra possono usare la bomba atomica e quindi distruggono il mondo. Per questo non ci saranno più guerre”. Come se le operazioni militari riguardassero solo l’uso delle bombe atomiche. Quasi nessuna delle generazioni viventi ha avuto a che fare direttamente con esperienze di conflitti bellici. Le guerre alle quali abbiamo assistito in questi anni sono sempre state lontane, “immateriali”, distanti dalla vita reale e concreta delle popolazioni. Nessun “cittadino normale” ne era direttamente coinvolto. A combattere erano volontari, militari professionisti e specializzati in sperdute zone del mondo che non saremmo riusciti ad indicare nemmeno nella cartina geografica del Risiko. E si è sempre trattato di “operazioni umanitarie”, “operazioni di polizia”.

Lo strapotere tecnico/militare può non bastare se corroso da mille contraddizioni e problemi. Per questo motivo l’amministrazione Obama cerca di accedere ad un futuro prossimo procrastinando la sua leadership globale  tramite azzardi, spesso anche contradditori, e spregiudicate scommesse clandestine che innescano mutamenti rapidi e molto rischiosi su teatri mai realmente stabilizzati, come Medio-oriente e Africa. Per intervenire (vero problema) poi ad Est a frenare l’ascesa dei giganti asiatici che costituiscono una grave e diretta minaccia alla sua sicurezza.

E’ una questione di rimodulazione di rapporti di forza che tendono a mutare in conseguenza di trasformazioni diversificate, geografiche ed economiche in primis e delle resistenze che inevitabilmente si mettono in moto. ‘Il disordine internazionale di questi ultimi tempi è la conseguenza di queste scelte che sono pur sempre derivanti da trasformazioni storiche oggettive, attinenti alla riconfigurazione dei rapporti di forza tra potenze sulla scacchiera mondiale. I piani americani, per quanto generici e nebulosi, sono dettati dalla consapevolezza che i precedenti equilibri politici, sociali e, persino, culturali non servono più efficacemente la causa del loro imperio. In questo sforzo di chiarificazione del loro stesso destino  gli States saranno disposti a sacrificare partner e valori universali.’(1,2)

Tutto questo, legittimo e ‘naturale’, verrà fatto, è bene saperlo, a costo di forzature che portate fino alle estreme conseguenze potrebbero partorire scenari e processi aperti ad ogni tipo di evoluzione. Anche ad un vero e proprio conflitto mondiale.

Soundtrack1:’Nessuno fece nulla’, Csi

Soundtrack2:’Information of death’,Neon

Soundtrack3:’Un mondo nuovo’, Neffa

Soundtrack4:’Nightcall’,Kavinsky

Film1:’I figli degli uomini’ Alfonso Quaròn

Film2:’Ken Park’, Larry Clark e Edward Lachman

Manifesto del FLNRPABMB- Il Fronte di Liberazione Nazionale dalla Rucola-Pachino-Aceto-Balsamico-Mozzarella-di-Bufala

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Fondare il FLNRPABMB nasce dall’esigenza di porre un freno al becero pressapochismo  culinario da quattro soldi che, per varie ragioni, si sta untuosamente spargendo sulle nostre tavole. Improvvisamente, bocche cresciute a pane e ciauscolo hanno cominciato a riempirsi di termini altezzosi per definire piatti allo stesso tempo sciatti e pretenziosi. Ho individuato da tempo alcuni simboli di questo fenomeno complesso. La rucola, la quale, evolutasi in una nuova dimensione, sfida persino le leggi dello stato della materia e si presenta sotto forma di gelatina o spuma. Il pachino, che ha paradossalmente cominciato a far parlare di se’ senza essere nemmeno lui il protagonista: quello che viene presentato come tale e’, infatti, il piu’ delle volte il suo parente rotondo, il pomodoro ciliegino.  L’aceto balsamico di Modena, o meglio il suo succedaneo post-industriale, un aceto economico e dozzinale, balsamicizzato per aggiunta di sostanze aromatizzanti e non per dodici anni di invecchiamento in botti di rovere, castagno o frassino.
E poi lei, la mozzarella di bufala, forse il piu’ subdolo degli esercizi di sciatta pretenziosita’ del masticatore italico. Biglietto da visita degli Italiani all’estero, la mozzarella di bufala si porta dietro una storia, e una letteratura, fatte di genuinita’, amore per le cose artigianali, buona Italia a tavola e senso di appartenenza territoriale difficilissime da sradicare.
Non e’ un caso che questi ingredienti compaiano frequentemente accoppiati,  anche tutti insieme o uniti da un fil rouge rosso pachino in preparazioni ruffiane.

Intendiamoci, a me, la mozzarella di bufala, piace (soprattutto quella affumicata). Cosi’ come la rucola, che altro non e’ se non un’erba infestante, ogni tanto la consumo. Quello che non posso tollerare e’ l’assunto secondo il quale il semplice utilizzo di questi ingredienti, possibilmente in una presentazione che preveda il ricorso a formule quali il  “letto di rucola” e la “glassa all’aceto balsamico”, sia sufficiente a conferire a chi ne fa uso il titolo di buongustaio, gourmet, intenditore, un Vatel esperto di cose buone, amante della vita, sofisticato cuciniere e tomber de femme.

Il FLNRPABMB dice no all’ipocrita rappresentazione della buona Italia a tavola, alla spuma di mare e all’uso strumentale di termini come dadolata, vellutatata e apericena.

C’e’ anche da dire che Rucola, pachino e aceto balsamico oramai non sono nemmeno piu’ simboli di pretenziosita’, ma solo di sciatteria preconcetta. Rucola e aceto balsamico sono peraltro da tempo diffusissimi sulle tavolate  di tutti quei ristoranti ad aspirazione italica tra Miami Beach, Varsavia  e Mosca che vengono gestiti da finti italiani dalle imprecisate origini bulgaro-balcaniche. Ciononostante, o forse proprio per questa ragione,  sono loro i simboli della sciagurata strada intrapresa;  archetipi dai quali e’ gia’ possible  individuare  le emanazioni. Per dire, la belga e’ la nuova rucola. E l’aceto al lampone e’ il nuovo aceto balsamico.

Il FLNRPABMB e’ un club a socio e amministratore unico. Si entra per invito.

E’ nostra (pluralia maiestatis) intenzione mettere fine ad abitudini malsane atte solamente a portare acqua al proprio mulino come massacrare di “buon appetito” chiunque si avvicini al proprio posto. E’ giunto il momento di farla finita con affermazioni come ”tutto buonissimo, complimenti allo chef”, minacce quali ”mangio l’aglio, tanto non devo baciare nessuno” e tutta la pantomima dell’aglio a tavola e le conseguenti tragiche ilarita’ del tipo “aglio come lubrificante dei rapporti sociali”. Altri argomenti totalmente tabu’ a tavola sono da considerarsi la stitichezza e il colesterolo. Non sono ammessi al FLNRPABMB quelli che non si alzano mai da tavola senza prima bere il caffe’, quelli che chiedono la grappa barricata e quelli che con la grappa (barricata o no, non ha alcuna importanza) ci sciacquano la tazzina del caffe’. Niente da fare nemmeno per l’affogato al caffe’ e il gelato al pistacchio. Sono controindicazioni per l’ammissione al FLNRPABMB la frequentazione di MacDonald’s, anche e soprattutto dietro la scusante che “ogni tanto e’ buono”, affermazioni come “la pizza vera e’ solo quella alta”, cosi’ come tutte le altre affermazioni atte a determinare la verita’ di una certa preparazione, ingrediente, origine o aroma. Sono fuori dal FLNRPABMB quelli che mangiano solo piatti regionali, quelli che sostengono che solo a casa loro si mangia bene, o solo in Italia, o solo in Toscana o a “I tre scalini”. Quelli che mangiano sushi pensando di fare qualcosa di esotico, o che mangiano sushi con le bacchette pensando di fare qualcosa di molto sofisticato. Viene depositata agli atti la totale inutilita’  dei seguenti piatti: tortellini panna e prosciutto, risotto mari e monti, ciambellone marmorizzato, pizza all’ortolana, zuppa di farro e pennette al salmone. Non saranno ammesse situazioni come offrire avanzi di cibo dal proprio piatto, sia che si sostenga di non averlo toccato sia che non si dica nulla. Non e’ accettabile chi ha piu’ di tre anni e cena con una tazza di latte, cosi’ come chi pranza con un tramezzino o chi pranza con un tramezzino tonno e carciofini, a prescindere dall’eta’. Altri parametri di esclusione sono il non saper ordinare al ristorante, o il voler sempre ordinare qualcosa da smezzare, pensare che la Certosa di Parma sia un formaggio, fumare tra un piatto e l’altro o, peggio,  uscire fuori a fumare tra un piatto e l’altro in gelide serate d’inverno e tornare impregnati di puzza di sigaretta. Non va bene per il FLNRPABMB ingozzarsi di pane appena seduti e poi lasciare meta’ degli spaghetti cosi’ come non mangiare il pane sostenendo di voler  sentire i sapori. Calcolare esattamente quello che si e’ preso al momento di pagare il conto, o ordinare caviale e tartufo quando si paga alla romana e gli altri mangiano pizza margherita, sono motivi sufficienti di espulsione. E’ considerato inammissibile il consumo di carne di manzo ben cotta,  cosi’ come la diffusione di materiale a favore del petto di pollo grigliato, della bresaola e del formaggio di soja.

I vegetariani, gli astemi e quelli che mangiano sciapo saranno considerati con lo stesso sospetto riservato agli assassini seriali.

La fisica berselliana di Milena

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Non ci sarebbe bisogno di scrivere niente di piu’ di un aggiornamento a questo classico pezzo di Guido Vitiello, se si volesse commentare la deriva di Report e della sua conduttrice.

Eppure, a distanza di piu’ di tre anni dalla sua uscita, la fisica dei soliti stronzi continua indisturbata a mietere vittime. Non e’ allora, credo, solo l’euforia, l’autocompiacimento del consenso.  C’e’ la grave colpa colpa, direi, dei soliti “buoni a prescindere”, quelli che anche quando iniziava a sbarellare dovevano difenderla perche’ e’ “indipendente, professionale, dalla parte giusta, una di noi”. Perche’ e’ “di sinistra”.

Come fai a mantenere il senso della misura, il senso della ragione, a confrontare i tuoi pregiudizi stupidi e i tuoi ideologismi vetusti, quando sei circondata da tale aura di santita’? E non ditemi che la Nostra non ne coltivasse, di pregiudizi e ideologismi, gia’ da prima. E non c’entra niente il fatto che, per cacciare uno come Paolo Barnard, debba prima esserselo tirato in barca. C’erano piuttosto certi segnali, certe derive, le conclusioni di molti servizi in cui si parlava di argomenti complessi, e invece si tagliava tutto con l’accetta: i derivati presentati come il male a prescindere, le menzogne sulle municipalizzate del Sud presentate come “aziende private”, e cosi’ via.

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Ma non si poteva criticare, la Gabanelli, non si poteva mettere in dubbio. Bisognava darle, sostanzialmente, sempre ragione, a prescindere dal merito, perche’ dall’altra parte ci sono i Cattivi: Belpietro, Feltri, Studio Aperto, Minzolini – allora darle torto, farle le pulci, ma anche solo sollevare il ditino, significa indebolire lei e rafforzare loro. Loro sono i cattivi, noi siamo i buoni, non bisogna dimenticarlo mai. E infatti adesso ha dato la stura: campagne oscurantiste contro gli OGM, campagne ridicole anti-capitalismo, anti-finanza, anti-qualsiasi cosa. Ieri, un servizio in cui si menziona Moncler con molta, molta leggerezza. Si fa confusione, deliberatamente, menzionando costi di produzione e paragonandoli ai prezzi al dettaglio, si allude all’utilizzo di pratiche scorrette per la rimozione delle piume dagli animali, e cosi’ via. L’azienda risponde che le piume d’oca del servizio non vengono utilizzate per la produzione dei loro piumini, ma pare chiaro comunque che la pratica non si possa attribuire alla sola Moncler. Che pero’ subisce tutto il danno d’immagine di un metodo di fare giornalismo ormai basato solo sul suscitare l’indignazione spicciola, da bava alla bocca, e che spesso risolve tutto in una bolla di sapone.

Peccato. Pensiamoci, la prossima volta, prima di zittire il nostro senso critico in nome di qualche passeggera battaglia di parte.

Due o tre cose sul Festival del Film

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La settimana scorsa, dal 16 al 25 ottobre, ho vissuto al Festival Internazionale del Film di Roma, questa manifestazione che, alla sua nona edizione, ancora si ostinano a fare facendoci credere che sono capaci di organizzare le cose.

Prima le buone notizie: la selezione dei film è sempre buonissima, a mio modesto parere. Anche quest’anno sono riuscita a vederne circa una quindicina, con il picco raggiunto di tre in un giorno solo (poi dopo ero tipo morta), dunque passo a illustrarvi quelli che, secondo me, sono stati i film più significativi e non.

As the Gods Will, Takashi Miike: da recuperare assolutamente; Miike traspone il manga su pellicola lasciando allo spettatore l’impressione di leggere un fumetto, e non di vederne l’adattamento a film. Colonna sonora strepitosa, ma non vi dico la trama.

Still Alice, Wash Westmoreland, Richard Glatzer: filmone sul dramma dell’Alzheimer precoce, che, nonostante le premesse, riesce a non risultare patetico. Grandissima Julianne Moore, e Kristen Stewart forse ha imparato ad assumere più di un’espressione.

Eden, Mia Hansen-Løve: gli anni ’90 francesi attraverso la musica elettronica, con più di un accenno ai Daft Punk. Sì, ci sta sempre quell’atmosfera fastidiosa con i francesi che fumano in continuazione e che non fanno nulla tutto il giorno, ma vi assicuro che passa tutto grazie alle atmosfere musicali azzeccatissime. Cameo di Greta Gerwig, che non ho capito perché ma ormai è l’idolo delle folle, quindi magari se uno scrive che c’è pure lei nel film la gente se lo vede.

Trash, Stephen Daldry: favelas, ragazzini cenciosi, un po’ di buonismo, ma in sostanza un buon film, che si regge soprattutto sul fatto che chiunque della mia generazione veda dei bambini alle prese con un’avventura, si immagina i Goonies. Dovevano pensarla così pure i giurati del Festival, perché l’hanno premiato come miglior film.

Buoni a nulla, Gianni Di Gregorio: non ci siamo. Il Di Gregorio secondo me ha azzeccato solo Pranzo di Ferragosto, questo, come il precedente, manca di approfondimenti e di ritmo. Però Gianni oh: bravissimo. Dovrebbe recitare in film non scritti da lui.

Gone Girl, David Fincher: evitate accuratamente di andare a vedere questo film con la vostra dolce metà. Fincher devastante, che ci offre un’atroce metafora sui rapporti di coppia, senza risparmiare quelle due o tre volte in cui ti strappa pure una risata. Ben Affleck diretto da uno bravo diventa bravo pure lui; notevole Neil Patrick Harris che forse s’è riuscito a levare l’ansia di essere identificato come Barney Stinson per il resto della sua vita.

Soul Boys of the Western World, George Hencken: assolutamente da vedere per i fan degli Spandau Ballet, secondo me questo film può essere apprezzato pure da chi non li conosce per niente: io avevo sentito due canzoni in croce, e alla fine del documentario ammetto che m’è scesa la lacrimuccia.

Mauro, Hernan Rosselli: ho dormito per metà del film, l’altra metà era comunque roba completamente inutile, non ho capito dove volesse andare a parare pure se avevo letto la trama prima di entrare in sala.

La foresta di ghiaccio, Claudio Noce: signori e signore, il film più brutto del mondo. Trama banalissima, dialoghi da Occhi del cuore, buchi di sceneggiatura, attori insopportabili che parlano tipo in bergamasco o in un dialetto ugualmente antipatico, hanno voluto fare Twin Peaks ma ‘sto cazzo. Atroce, da vedere MAI.

La prochaine fois je viserai le coeur, Cédric Anger: inquietante thriller hard-boiled tratto dalla storia vera di un poliziotto serial killer, ottimo noir, protagonista bravissimo ma vorrei non incontrarlo mai a tarda notte, paura totale.

Tusk, Kevin Smith: niente a che vedere col Kevin Smith che tutti conosciamo. Tusk è un film allucinante, completamente surreale ma godibilissimo, meglio da vedere se non si sa nulla della trama; sconsigliabile però a chi si impressiona facilmente. Nota per il cast: a metà film ho capito che uno dei protagonisti era Johnny Depp; il tizio più anziano è palesemente Bryan Cranston fra 20 anni e chi trova prima il ragazzino di Il sesto senso vince una pacca sulla spalla.

Guardiani della GalassiaJames Gunn: una sola parola: BOMBA.

Nightcrawler, Dan Gilroy: ambientato ai giorni nostri ma al contempo negli anni ’70, secondo me il film migliore del Festival. Jake Gyllenhaal mi ha ricordato il Ryan Gosling di Drive, uno che non sbrocca mai proprio perché nessuno vorrebbe assistere a quel determinato momento. Io continuo a non raccontarvi le trame perché pure questo secondo me è fico da vedere senza sapere nulla.

Stonehearst Asylum, Brad Anderson: il regista aveva fatto un paio di film più belli, che erano Session 9 e L’uomo senza sonno; di questo si può dire che l’idea è molto interessante, ma che poi purtroppo non viene sviluppata come dovrebbe. Ottimo casting, notevolissimo il professor Remus Lupin di Harry Potter nel ruolo di un custode piuttosto inquietante. Kate Beckinsale sempre più bòna, mortacci sua, e niente, ogni volta che vedo Michael Caine mi sembra che il film salga una spanna in su.

Menomale è lunedì, Filippo Vendemmiati: documentario sui carcerati che dal lunedì al venerdì non stanno più al gabbio, ma li portano a lavorare; quindi, al contrario di noi, odiano i finesettimana. Iniziativa lodevolissima, ma il film manca di approfondimenti. C’è da dire che forse il regista ci voleva solo mostrare nello specifico cos’è che fanno gli impiegati, e non per forza quali sono le loro storie, ma sarebbe stato carino sapere, per esempio, quello che viene fuori alla fine, visto che per tutto il film li vediamo assemblare una macchina, ma alla fine non sappiamo a cosa serve.

Mio papà, Giulio Base: un film che poteva essere carino ma fallisce completamente per due motivi: le trovate di trama forzatissime che servono a trasformarlo in un drammone, e i dialoghi fintissimi che sembrano scritti da uno che non ha mai vissuto un giorno nel mondo reale. Ottimo per essere una fiction, ma non un film. Note positive: il bambino protagonista bravissimo, Giorgio Pasotti finalmente non urla e non parla ansimando.

Dopodiché: passiamo all’organizzazione.

Ok, non avete i soldi. Ok, volete che vengano comprati tanti biglietti da poter così avere tanti soldi.

Un paio di consigli:

a) gli accreditati sono persone come le altre. È cafone che ci trattiate come appestati, visto che la gente con al collo l’accredito ‘press’ sta, tipo, LAVORANDO, e quindi magari ecco vorrebbe vederli i film, visto che il pubblico è pagante, ma pure noi l’accredito lo paghiamo 50 pippi.

b) sul regolamento c’è scritto “non si entra a proiezione iniziata”. Bene. Le cose stanno così: il vero problema del Festival del Film di Roma è il fatto che l’Auditorium vuole megavendere i biglietti, dunque vengono prima i possessori di biglietto e dopo gli accreditati. Mi sta bene, anche perché noi abbiamo le nostre proiezioni stampa, e mi sta bene pure che alle prime uno si mette in fila un’ora prima per assicurarsi di poter entrare (nelle sale tengono comunque un minimo di posti disponibili per gli accreditati, e le sale sono grosse, quindi 9 su 10 entri comunque). Però cosa succede: che se mi fate entrare, e mi fate sedere, e dopo 20 minuti che è iniziato il film quello col biglietto improvvisamente si ricorda che doveva entrare, e voi lo fate entrare (nonostante sul regolamento ci sia scritto che non si può), e vabbè, e quello ha anche l’ardire di far alzare un’intera fila perché deve raggiungere il suo posto, è giusto che la gente si rifiuti di alzarsi. Non è capitato a me, ma ho visto gente che giustamente gli ha detto “ti attacchi al cazzo, potevi arrivare prima.” Stima assoluta.

Nota finale: i partecipanti al Festival.

Non dico che io voglia vedermi i film nel silenzio più assoluto, eh, ma vi suggerisco un paio di cose:

a) ce la facciamo a non commentare ogni singola scena? “Oh, ma quella è Trastevere!” “Nooo, c’è Johnny Depp!” “Ma lì dove stanno?” “Oddioddioddio” (sentito dire per un intero film da una signora che evidentemente non aveva mai visto un thriller): sì, stiamo guardando un film; sì, ci sono degli attori a volte anche famosi, pensa; sì, alcuni luoghi può essere che li abbiate addirittura già visti.

b) ce la facciamo a non scassare le palle mentre mi guardo il film? Se entrate a proiezione già iniziata, come già detto, vi attaccate al cazzo e vi mettete di lato.

c) ce la facciamo ad avere il buon gusto di non sembrare tutti dei piccoli Ghezzi dei poveri, che magari a me non frega una mazza emerita delle vostre recensioni e/o congetture che iniziano ancora prima dei titoli di testa?

Conclusioni: il cinema è bello, gli appassionati di cinema no.

 

JJ

 

Purple Rain – Prince And The Revolution

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Purple Rain, il primo film su Prince è diretto dal regista Albert Magnoli, discreto mestierante che in seguito girerà un documentario su Sign of the Times, e finirà per subentrare (uncredited) a Konchalovsky nella direzione di Tango & Cash. A differenza di quanto si potrebbe immaginare, non è il film ad essere costruito attorno alle canzoni, ma il contrario. Come ad un bambino goloso cui si conceda piena libertà di ordinare a suo piacimento in pasticceria, Prince dà a Magnoli facoltà di scegliere tra un centinaio (!) di brani, pronti o solo abbozzati. Il regista ne sceglie velocemente 11 sui dodici previsti per il disco. Poco dopo, però, rimane colpito dalla (ancora rozza) versione di una canzone rock-gospel eseguita da Prince e i Revolution durante una serata al First Ave & 7th St. Club di Minneapolis. Quando chiede a Prince quale sia il titolo del pezzo, si sente rispondere “Purple Rain”. Da quel momento film e disco si chiameranno in questo modo.

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Il First Ave & 7th St. Club di Minneapolis

Il film, girato in 42 giorni tra Minneapolis e Los Angeles, ha un budget di 7 milioni di dollari e finisce per incassarne oltre 68, superando anche le aspettative più sfrenatamente ottimistiche. Per il ruolo di protagonista femminile viene inizialmente scelta Vanity (Denise Matthews) fidanzata di Prince e membro delle Vanity 6, uno dei progetti del Principe che potrebbe essere così sintetizzato: un gruppo di belle ragazze che cantano zozzerie in biancheria intima di gusto discutibile (non per niente il nome della band avrebbe dovuto essere The Hookers, ovvero Le Puttane).

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Al centro, in mutande, la fidanzata del Principe

Prince insiste perché Denise assuma il singolare nome d’arte di Vagina, ma a lei non va l’idea di identificarsi con i suoi – pur rispettabilissimi – organi sessuali esterni. Così Denise diventa Vanity – questo perché Prince, che è sempre stato leggermente narciso, nel volto di Vanity non vede altro che il suo alter ego femminile – nascono così le Vanity 6. Se insistete per sapere perché 6 e non tre, è presto detto: 6 è il numero complessivo di seni totalizzati dalle tre cantanti.

Poco prima dell’inizio delle riprese di Purple Rain: i rapporti tre le componenti della band, già tesi, vengono infatti ulteriormente messi alla prova dalla pubblicazione di una foto di Richard Avedon per Rolling Stone, in cui la sola Vanity viene ripresa in compagnia dell’influente produttore e fidanzato.

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Lo scatto di Avedon che avrebbe fatto imbestialire le altre Vanity 6

A rompere definitivamente gli equilibri è l’allettante contratto che la Motown propone a Vanity, la quale, oltre a lasciare le Vanity 6, rompe anche con Prince. A sostituirla in Purple Rain, dopo il rifiuto di Jennifer Beals viene scelta Apollonia (neé Apollonia Kotero). Kotero subentra a Vanity anche nelle Vanity 6, che da questo momento diventeranno le Apollonia 6 (il numero di tette è invariato).

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Prince ed Apollonia in una delle scene più erotiche mai viste in una pellicola mainstream

Il posto nel cuore (o solo nel letto) di Prince spetta, almeno in questa fase, ad un’altra Vanity 6, Susan Moonsie (Teenage Lolita).

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Teenage Lolita delle Vanity 6, poi Apollonia 6, una delle donne di Prince

C’è chi sostiene invece che nel periodo di lavorazione del film e del disco dedicato alla pioggia viola, Prince stia (ancora) con Susannah Melvoin, gemella di Wendy Melvoin (che assieme alla fidanzata Lisa Coleman milita nei Revolution). Quel che certo è che per Susannah, Prince ha preso a suo tempo una bella cotta – non a caso per lei ha scritto una sciocchezzuola come Nothing Compares to You.

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Susanne e Wendy Melvoin da piccole

L’album

Purple Rain è giustamente considerato uno dei più bei dischi della storia della musica contemporanea: con la sua miscela altamente instabile di new wave, R’n’B, hard rock, pop e psichedelia ha parlato ad un pubblico molto eterogeneo, toccando il cuore di milioni di ragazzi della mia età e facendo muovere culi sui dancefloor di tutto il mondo.

Tra i suoi 12 pezzi, si contano a mio avviso almeno quattro capolavori. Innanzitutto, Computer Blue: nato come un pezzo di quattordici minuti e successivamente ridotto alla più commerciabile taglia di circa 7, è un delirio di saliscendi di synth e di chitarra, con splendide variazioni ed un passaggio centrale particolarmente delicato, scandito da un basso possente; pochissime parole, a descrivere l’impossibilità di esistere senza amore (“There is something wrong in the machinery / Till I found the righteous one / Computer blue“) – a meno che non si tratti di un canto di disperazione davanti alla celebre schermata blu che faceva Windows quando crashava. La versione originale comprende anche il celebre “Hallway Speech”, un soliloquio del Principe sui suoi stati d’animo, che molti fan considerano più importante di quelli di Gesù e di Budda messi insieme.

Segue, ovviamente, Darling Nikki, la canzone che ha turbato la brava signora borghese nella foto qui sotto a causa del suo assai esplicito quanto sconveniente riferimento all’autoerotismo (poiché ovviamente le canzoni pop dovrebbero parlare di api e fiori, e non di manipolazione di genitali).

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“la trovai nella lobby di un albergo, mentre si masturbava con una rivista” … capito, Tipper Gore?

In effetti, Darling Nikki dovrebbe essere censurata, sì, ma solo per lo scarso realismo della scena evocata: vi sembra ragionevole che esista al mondo una tipa talmente allupata da toccarsi nella hall (nella hall!) di un albergo guardando una rivista? In ogni caso, il disco di Prince è stato il primo della storia a dover uscire con questo simpatico adesivo applicato sopra la copertina:

717_1_wandtattoo_parental_advisoryIl pezzo, che viene trattato in studio in modo da sembrare ruvido come un live, è in reltà assai elaborato. Si apre con una intro dal ritmo sbilenco ed ebbro, a base di synth e batteria acustica; poi chitarra e sintetizzatori schizzano nel cielo nero come fuochi artificiali, portando l’emozione al climax; riproducendo il ritmo di un rapporto sessuale, crescendo e plateau, il pezzo continua a stupire anche i fan al milionesimo ascolto: il paradosso che preferisco è l’associazione della doppia cassa (stile metal) alle “botte” di tastiera verso la parte finale. Al di là della premessa irrealistica, Darling Nikki dà vita ad un personaggio femminile impregnato di un erotismo letale: “She took me to her castle / (…) the castle started to spin / or maybe it was my brain / I can’t tell you what she did to me / But my body will never be the same“): il sesso con Nikki ti cambia la vita. Per sempre. Per inciso, provo molta pena ed imbarazzo al pensiero che una nullità come Rihanna abbia osato fare una cover di questo pezzo meraviglioso – immagino fosse alla ricerca dell’ennesimo pretesto per esibirsi una volta di più con la manina sulla sua passera estenuata.

Come dimenticare l’incantevole When Doves Cry? Questa è stata l’ultima canzone aggiunta all’album, e, nonostante il tono malinconico, ha un tiro forsennato che la rende ballabile. Si apre con un assolo di chitarra fiammeggiante su drum machine e vocalismi distorti. Come nella gran parte dei pezzi di questo album, la produzione enfatizza i toni alti, voci, chitarre e tastiere. La canzone aveva originariamente una linea di basso, ma il Principe all’ultimo momento decide di rimuoverla dal mix finale, preoccupato del fatto che la rendesse troppo “convenzionale”. Scelta singolare, per un pezzo dance: ma il genio è anche uno che fa cose strane ed imprevedibili che però funzionano. Farà lo stesso in Kiss, e in entrambi i casi il ruolo delle quattro corde verrà rimpiazzato da un potente riverbero applicato alla grancassa. Inoltre, When Doves Cry ha anche un testo di una dolcezza che ti resta dentro. Io per esempio mi sciolgo ogni volta pensando al “Sogno un cortile / Un oceano di violette in boccio / Mentre animali assumono pose insolite / Sentono il calore / Il calore tra me e te / […] “; oppure: “Toccami per favore lo stomaco / Senti come trema da dentro / Tu ci hai rinchiuso tutte le farfalle / Fai in modo che non debba darti la caccia / Anche le colombe hanno un po’ di orgoglio”.

E naturalmente Purple Rain. Il pezzo è stato registrato live il 3 agosto 1983 presso il First Avenue Club di Minneapolis, ad una serata di beneficienza, e successivamente editato e completato con innumerevoli sovraincisioni. Se pure nell’intero album la chitarra è ben presente, qui lo strumento diventa preponderante, sin dalle note iniziali, contribuite dalla chitarrista dei Revolution Wendy – una delle gemelle che vedete sopra ritratte da bambine. Prince, preoccupatissimo dell’assonanza di Purple Rain con Don’t Stop Believing dei Journey (?), realizza una mirabile sintesi tra hard rock e gospel e ha la possibilità di scatenarsi in una serie di assoli orgasmici. Il testo è un inno alle contraddizioni del cuore. Prince sa di aver causato molto dolore: del resto, come sostiene chiaramente in un’intervista a Rolling Stone del 1985 “ho sempre desiderato che la gente capisse che penso di essere una persona cattiva“. Secondo me, si parla di un’amicizia che è diventata qualcosa di più (weekend lover), generando sofferenza in diverse persone (l’amica e il suo compagno, l’amante stesso) . Ma è giunto il momento di fare una scelta, di cambiare le cose; poiché la compagna desidera che sia lui a prendere il controllo (o almeno questo è quello che lui pensa o spera), le chiede di smetterla con i ragionamenti e di farsi guidare da lui attraverso la “pioggia viola” (un’immagine simbolica che può significare cose diverse, dall’età del discernimento all’apocalisse). Questa strofe in effetti contraddice le affermazioni precedenti, in cui Prince si era detto pentito del male procurato ad altri e pronto a rinunciare non solo all’amore, ma perfino all’amicizia. Ma, come già scriveva Ovidio, molto prima di Prince e molto lontano da Minneapolis, Giove si fa beffe degli spergiuri degli amanti.

Il pianista di Hitler

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Ci sono biografie che custodiscono l’assurdità di un’epoca. Ci sono storie che, se interrogate senza la tenaglia del pregiudizio, mischiano le carte in tavola, tracciano lo zigzag dell’umanità: rappresentano l’incomprensibile andare delle cose. Certo, per coglierle occorre rinunciare alla giustezza della narrazione storica, alla retorica approssimativa del bianco e del nero, all’ideologia dell’interpretazione appassionata; per coglierle occorre concedere un’opportunità alla schizofrenia degli eventi, aggrapparsi, per quanto possibile, alla giostra del vissuto.

La vita di Ernst Hanfstaengl detto “Putzi” è una di queste storie. Un gran casino che sfugge apparentemente alle ragioni della coerenza. Fu pianista, businessman, tedesco, americano, confidente di Adolf Hitler, collaboratore di Franklin D. Roosvelt, capo dell’ufficio stampa straniera a Berlino durante il Terzo Reich, studente ad Harvard. Fu talmente tanti personaggi che è difficile raccapezzarsi, inquadrarlo, dargli un posto nella versione ufficiale, quella che si insegna e si ripete come un mantra. Del resto, non è facile oggi digerire l’armonia di gusti così lontani: quello per la musica, per l’arte, ereditato dal padre editore e dal nonno fotografo; quello per l’oltreoceano, gli Stati Uniti, patria della libertà e delle possibilità, trasmesso dalla madre americana; quello per la guerra e il valore militare, forse portato dal filo invisibile delle generazioni, da quella lontana parentela con John Sedgwick, generale unionista durante la guerra civile americana.

Negli anni trascorsi sui libri ad Harvard, anni in cui si divertiva a comporre canzoni per la squadra di football dell’università, Putzi conobbe gente del calibro di Walter Lippmann (il giornalista che introdusse il concetto di “Guerra fredda”) e il reporter John Reed. Fu nel prestigioso ateneo che si formò intellettualmente e si preparò a prendere le redini del ramo statunitense del business di famiglia, la Franz Hanfstaengl Fine Arts Publishing House. Per questo, dopo la laurea, si trasferì a New York. Qui, pur continuando a suonare il piano, portò avanti la sua attività imprenditoriale. In quel periodo frequentò, tra gli altri, un giovane attore promettente: Charles Spencer Chaplin detto “Charlie”. Strinse inoltre amicizia con Franklin e Theodore Roosvelt.

Nel 1922, in seguito alla Prima guerra mondiale e alla confisca dei beni di famiglia da parte del governo degli Stati Uniti (si trattava del resto di un’impresa “nemica”), tornò in Germania e si stabilì in Baviera, sua terra natale. A Monaco presenziò al primo discorso pubblico di Adolf Hitler, che si svolse in una birreria del centro. Vista la sua conoscenza della realtà locale, gli fu chiesto di  assistere un addetto militare americano nel monitoraggio della scena politica tedesca. Fu così che rimase affascinato dalla violenza retorica del genio politico hitleriano. Tanto che nel 1923 prese parte al fallimentare Putsch di Monaco. Nei giorni seguenti alla disfatta, fu costretto a rifugiarsi in Austria ma offrì ospitalità a Hitler nella sua casa di Uffing, un tranquillo villaggio lacustre nel pieno della foresta bavarese. Fu proprio la moglie di Hanfstaengl, Helene Niemeyer, a dissuadere il leader del partito nazionalsocialista dal sucidio quando la polizia bussò per arrestarlo. Ernst e Adolf divennero così amici intimi. L’imprenditore tedesco-americano aiutò il giovane politico a finanziare la pubblicazione del suo Mein Kampf; mentre l’altro fece da padrino a Egon, il figlio di Hanfstaengl. Grazie alla sua grande amicizia con Hitler, divenne capo dell’Ufficio stampa estera di Berlino ed assunse una certa influenza nell’entourage del dittatore. Nel periodo berlinese, quando si incontravano Ernst suonava spesso il pianoforte per Adolf, che adorava starlo ad ascoltare.

Qualche tempo più tardi, nel 1933, una serie di discussioni col ministro della propaganda Joseph Goebbels compromisero il ruolo istituzionale di Putzi, che fu rimosso dall’incarico. Quegli anni furono particolarmente difficili. Nel 1936 divorziò da Helene; lo stesso anno fu denunciato al Führer da Unity Mitford, un’aristocratica inglese amica di entrambi. Tuttavia, nonostante la situazione non esattamente tranquilla, Ernst non lasciò la Germania. La fuga avvenne soltanto nel ’37, quando un pesante scherzo di Hitler e Goebbels lo convinse a lasciare il paese. La vicenda ha dell’incredibile. Albert Speer racconta che Hanfstaengl fu fatto salire su un aereo e soltanto una volta in volo messo a conoscenza della missione che gli era stata assegnata: si sarebbe dovuto lanciare col paracadute nella zona rossa della Spagna per lavorare come agente segreto di Francisco Franco. In realtà, sostiene Speer, l’aereo si limitò a sorvolare la Germania. Quando gli fu rivelato lo scherzo, Ernst capì che era giunto il momento di fare le valigie. Andò in Svizzera, poi da lì Inghilterra e infine, fatto prigioniero, tradotto in un campo di lavoro in Canada.

Lo salvarono le sue amicizie giovanili. Nel frattempo, Frank D. Roosvelt era infatti diventato presidente degli Stati Uniti d’America. Tra il 1942 e il 1944, su diretta richiesta del vecchio amico, Hanfstaengl lavorò come informatore e consulente psicologico di guerra all’S-Project. Le sue preziose informazioni permisero di schedare circa 400 leader nazisti e aiutarono gli psicanalisti Henry Murray e Walter Langer a tracciare un profilo psicologico della personalità di Adolf Hitler. Diversi anni più tardi, nel 1957, Putzi raccontò la sua storia straordinaria in un libro dal titolo eloquente: Unheard Witness (“Testimonianza inascoltata”). Morì nella sua Monaco all’età di 88 anni.

Ci sono biografie che custodiscono l’assurdità di un’epoca. Ci sono storie che, se interrogate senza la tenaglia del pregiudizio, mischiano le carte in tavola, tracciano lo zigzag dell’umanità: rappresentano l’incomprensibile andare delle cose. La vita di Ernst Hanfstaengl detto “Putzi” è una di queste.

Death Disco – Public Image Ltd.

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Se pensate che una band sia una società per azioni; se avete contribuito in modo definitivo ad incendiare il Regno Unito con il punk e decidete che è ora di passare oltre; se, pur essendo collezionisti maniacali di dischi, pensate sia normale vendere (nel 1979) quattro 45 giri da 12” in una scatola di metallo; se non vi preoccupate di far incazzare i vostri fan storici con pezzi ballabili, né di turbare i nuovi parlando di angoscia urbana e nevrosi assortite; allora la band che vi rappresenta meglio sono i Public Image Ltd.

1978: dopo l’implosione dei Sex Pistols Lydon forma i Public Image. Alla chitarra chiama il ventenne Keith Levene, abilissimo, amante del progressive ma anche incline al free-form. Nel suo curriculum una breve militanza nei Flowers of Romance (con Palmolive e Viv Albertine, le quali avrebbero poi fondato le Slits assieme ad Ari Up, figliastra di Lydon) e nei Clash (si dice sia stato lui a convincere Strummer a lasciare i 101-ers), da cui però viene allontanato quasi subito, pur avendo co-scritto uno dei pezzi del primo album (What’s my name). Le strade dei Clash e di Levene si separano a causa della sua incompatibilità (artistica, ma forse anche ideologica) con Strummer e Jones (“non mi ci vedevo a cantare cose come White Riot, o ‘no Elvis, Beatles or Rolling Stones'”). Il suono glaciale ed ossessivo che spreme alle sue chitarre (tra cui alcune Veleno – totalmente in alluminio) è innovativo ed assai personale e ha ispirato generazioni di chitarristi, tra cui The Edge (U2).

Keith ha così riassunto il processo creativo dei primi PIL: “Il bassista Jah Wobble non sapeva suonare, che poi era una cosa ottima, dato che non aveva il cervello formattato su cosa fosse o non fosse rock ‘n roll, o su che cosa dovessse fare un chitarrista. E lo stesso valeva per me, se è per questo. Per cui non facevamo che stare insieme e suonare. Per esempio Theme, il pezzo più strutturato che abbiamo mai fatto – con strofa ritornello e intro – è stato costruito a mano a mano direttamente in studio. Lo abbiamo registrato su un multitraccia – la nostra prima esperienza con un 24 piste – poi abbiamo dovuto tagliarne un bel pezzo e fare un collage dei vari segmenti in una data sequenza.”

La ricostruzione di Levene è ingenerosa, dal momento che John Wardle (Jah Wobble è il modo in cui storpiava il suo nome da ubriaco) se la cava già un po’ con le quattro corde quando nel 1978 il vecchio amico Lydon gli propone di entrare nella band. In ogni caso, le linee di basso di Wobble, inspirate da dub, funk e disco (come e forse più delle staffilate chitarristiche di Levene) diventano il marchio di fabbrica dei Public Image Ltd (come disse Lydon, “chi sentiva il basso nella musica rock prima dei PIL?”). Wobble lavorerà con i PIL nel primo e nel secondo album, ma verrà cacciato dopo l’uscita di Second Edition con l’accusa (documentata) di aver usato basi dei PIL per il suo disco solista, significativamente intitolato The Legend Lives on – Jah Wobble in Betrayal.

First Issue (1978) – “In cui l’ex selvaggio-da-tre-accordi-in-croce Johnny Lydon si trasforma in primitivista imbarazzato, anche sofisticato nella sua maniera corrotta”

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Sulla copertina dell’esordio dei PIL campeggia un primo piano di Lydon con l’espressione allucinata di un internato in manicomio. Occhi sgranati, testa lievemente reclinata, capelli in ordine, e, al posto delle solite maglie stracciate, una giacca di taglio classico. Una foto che è una dichiarazione di intenti: come scrive Scaruffi, “La sceneggiata pubblica (il divismo e lo scandalo) dei Sex Pistols viene sostituita dai P.I.L. con una maniacale indagine della psiche collettiva.” Basta dunque con l’orrenda paccotiglia spacciata dagli esecrabili “anarchici-borghesi” Malcom McLaren e Vivienne Westwood.

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Scrive Pitchfork nelle note di commento alla ristampa di First Issue che i PIL “ridefiniscono il punk come qualcosa di più rispetto ad un tipo di musica o ad una moda, riferendosi piuttosto ad un’idea, ad una filosofia di liberazione incardinata sulla impollinazione incrociata pan-culturale e su un abraviso anticonformismo“.

First Issue può (anche) essere considerato uno dei primi album post-punk. Public Image, che non è più una band, ma una società per azioni, si apre ad un ventaglio ampio di influenze eterogenee: dub, kraut-rock, pop, musica del mondo, elettronica. Un percorso formidabile, una faconda decostruzione che condurrà, anni dopo, alla realizzazione di uno dei dischi rock meno convenzionali della storia, The Flowers Of Romance. Lydon e Levene, privi del basso di Jah Wobble, si divertiranno a fare musica usando, tra le altre cose, il ticchettio di un orologio, un’opera trasmessa per televisione, il violino amplificato Stroh, sassofoni, oltre a registrazioni suonate al contrario (“trucchetto” già usato da Beatles ed Hendrix).

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La rivolta si fa da dentro, dunque, ma non per questo essa è meno violenta: in Theme, nove minuti in cui, su un basso dub tempestato dai mille virtuosismi di Levene, Lydon mette in scena la sua depressione (causata dalle emicranie di cui soffre, strascico della meningite), culminando il rito con la geniale rima “terminal boredom“;  Attack bastona il conformismo borghese; Low Life è invece un ritratto molto realistico di McLaren (“Traditore egotico, sei ridicolo, le tue menzogne di tengono lontano, ignorante egoista“). Public Image è un manifesto del nuovo Lydon (“Voi non ascoltate una sola parola di quello che dico / Mi giudicate in base ai vestiti / (…) o forse in base al colore dei capelli / l’immagine pubblica è mia / il mio ingresso / la mia creazione / il mio finale / il mio addio). Il garage furioso di Annalisa, con il riff formidabile, celebra la morte di Annelise Michel, una giovane con problemi mentali ritenuta “indemoniata” e morta nel 1976 per mancanza di cure appropriate: la sua vicenda diventa paradigma dell’oscurantismo mortifero propagato dalla religione cattolica. Tema ripreso e ribadito di  Religion I (una poesia) e Religion II, che la mette in musica: qui la rabbia di Lydon diventa invettiva e, dopo aver fustigato l’ipocrisia dei preti e di chi riempie le loro chiese, si abbandona alla bestemmia, giocando con l’assonanza tra God e dog. A chiudere il cerchio iniziato con la disperazione di Theme, la folle Fodderstompf, genialmente insensata, sin dall’onomatopea del titolo. Su un giro ossessivo di basso il salmodiare delirante di Lydon si fa nenia da asilo o da manicomio, e, tra lallazioni dementi, spruzzate di synth e rumori di ogni genere (tra cui il flusso di un estintore sparato da Wobble direttamente contro il microfono) viene sgranato uno testi più esilaranti della storia del rock, in cui vengono misceltati metanarrazione “We only wanted to finish the album with the minimum amount of effort / Which we are now doing very suc-cess-fully” ed auto-ironia “I don’t know what these punk rockers get up to / Y’know these punk rockers with their spitting and their antics /Don’t they realise that love makes the world go roooond“). First Issue è un capolavoro e diventa immediatamente un riferimento imprescindibile per generazioni di musicisti.

Lydon, Levene e Wobble sono un vulcano di idee e a marzo del 1979 tornano in studio. Assieme a tre batteristi (alle pelli si alterneranno infatti, oltre a Levene e Wobble su quattro tracce, Richard Dudanski, Martin Atkins e David Humphrey) allestiscono un altro gioiello, Metal Box, che uscirà in 4 45 giri chiusi in una confezione di latta con il logo PIL a sbalzo.

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La scarsa praticità di questo formato fa in modo che a novembre 1979 il disco esca in un formato convenzionale: un doppio LP, Second Issue, la cui copertina mostra immagini distorte dei membri della band (ben distinguibile solo la zazzera bionda di Levene). Questo è un altro disco miliare, e merita la trattazione compiuta che presto leggerete su questa rubrica.

Death Disco

A fine giugno del 1979, ovvero a circa sei mesi dall’uscita di First Issue, arriva il primo singolo da Metal Box, Death Disco. Dice Levene che la base viene creata nel corso di una jamming session chitarra / basso: “nessun pezzo era stato scritto prima di andare in studio, tutti avevamo un mucchio di idee. Dicevamo agli ingegneri del suono: ‘tieni acceso il tasto del REC e basta’. Death Disco è nata così: Wobble aveva questa linea di basso e io ci ho suonato sopra Il Lago dei Cigni [di Tchaikovsky]: la gente credeva che venissi dalla musica classica, che cazzata! Conoscevo l’accordo di la, e mi sono allargato fino al la minore, tutto qui”. Sembra che la madre di Lydon, molto malata, avesse chiesto a John di scrivere per lei una canzone dance. Detto fatto: Death Disco è una summa di ossimori coerenti con lo stile post-moderno della band, in cui convivono felicemente contraddizioni apparentemente non riconciliabili: un pezzo ballabile per mettere in scena il rituale della perdita, rock e musica classica, estetica punk e romanticismo, sentimento e situazionismo. Sulla traccia messa a punto da Levene e Wobble Lydon canta come un muezzin pallido ed infreddolito, rievocando il silenzio negli occhi della madre in punto di morte, mentre soffoca sul letto, e osserva i fiori marci sul comodino del suo letto d’ospedale, in cui si sta spegnendo, oltre alla persona amata, anche la speranza. Il singolo esce con una agghiacciante copertina disegnata dallo stesso Lydon.

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Di Death Disco viene anche girato un video, in cui si dà vita ad un cabaret dark: la scena è scura, mentre la camera oscilla ruotando e soffermandosi ora su Lydon, ora su Levene, ora su Wobble – quest’ultimo suona da seduto, esibendosi in un campionario di sorrisi ebeti e puntando il manico del basso contro la macchina.

Il 2 luglio 1979 la band porterà il pezzo a Top of The Pops (“Ero determinato ad andare a quella trasmissione, anche se è stato un inferno. Volevo che si sentisse in giro. Che senso ha professare morale e principi se nessuno al mondo ti ascolta?”). Su una base pre-registrata, Lydon canta dal vivo indossando una gigantesca cuffia da studio, volgendo le spalle alla telecamera, mentre Levene e Wobble fingono di suonare (cosa insolita, dato che in quella trasmissione tutti i gruppi si esibivano in genere integralmente in playback). Anche in questo caso, Wobble è seduto, con il basso in grembo, e, dovutamente allucinato, sorride in camera esibendo un dente annerito per l’occasione.

Una versione di Death Disco verrà incluso in Second Edition con un titolo diverso (“Swan Lake”) ed un mix lievemente diverso, con delle parti di synth alla fine e la frase “Words cannot express” che girano in loop alla fine.

La voce della senescenza

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Complice un po’ di influenza fuori stagione, negli ultimi giorni ho guardato molta tv, molta di più di quella che guardo di solito (partite di pallone, serie tv, documentari e il canale 200 di Sky sino a perdere i sensi).

Mi sono reso conto, miei cari amici, che ancora oggi, dopo tanti anni, non solo esiste, ma prospera, Striscia la Notizia. Non seguendo più la tv con costanza, l’avevo come rimossa. E invece esiste ancora, eterna e immutabile.

Ed è proprio questo il gravissimo problema di Striscia la Notizia, l’immutabilità, ovvero il fatto che Antonio Ricci (che dio lo maledica), è invecchiato malissimo, così come, ad esempio, il suo amico Beppe Grillo. O Roberto D’Agostino. Ormai questi personaggi non hanno più un solo briciolo di quella che fu la creatività che li travolse e li rese famose negli anni ’80. Sono diventati, semplicemente, vecchi. Dicono cose da vecchi, si lamentano delle stronzate come i vecchi, dicono sempre più frequentemente “ai miei tempi…”, etc. Un po’ come Paolo Villaggio, ma almeno Paolo Villaggio da moltissimi anni ha fatto ben capire a tutti il seguente concetto: “sì, sono vecchio, la cosa mi diverte tantissimo, e quindi la sfrutterò fino alla fine facendo una cosa che mi diverte ancora di più, cioè diventare ancora più grottesco e fetente”.

Esempio relativo ad Antonio Ricci: è ancora fermamente convinto che montare la faccia di un politico su un altro filmato sia una cosa divertente (ho avuto modo di vedere un filmato in cui Putin si cimentava nelle arti marziali e aveva, come sparring partner, un tizio con la faccia di Renzi motata sopra). Ma, cosa ancora più grave, è ancora convinto che l’Avvocato Agnelli faccia ridere. Mi è rimasta davvero molto impressa questa cosa. Gianni Agnelli è morto 11 anni fa, ma per Ricci è una cosa sensata e divertente, in uno di quegli assurdi servizi tipo Speteguless o I Nuovi Mostri, far intervenire Agnelli mediante un filmato di repertorio doppiato da un imitatore. Nel 2014. Ripeto, 11 anni dopo che Agnelli, come Amedeo Nazzari, È MORTO!

Il passaggio di Agnelli è, come dicevo, solo un campanello d’allarme: in realtà, tutta Striscia la Notizia è permeata da un senso di stantio, di vecchio, di antico. Che non sarà certo lo scimmiottare la presentazione e il monologo iniziale di Letterman a rinfrescare. Perché quel monologo lo fa Ezio Greggio, che due minuti dopo ci regalerà l’ormai trentennale “badaben, badaben, badaben…!”. O, al massimo “è lui o non è lui? Cerrrto che è lui!”.

Già, cerrrto che è lui. Purtroppo.

All Along The Watchtower – Jimi Hendrix Cover

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In genere, non capisco che senso possa mai avere registrare una cover, almeno quando si sia artisti di talento. Ma “All Along The Watchtower” è una delle pochissime eccezioni. Hendrix adorava Zimmerman, girava con gli spartiti di Dylan nella valigia, e nel corso degli anni reinterpretò, oltre Watchtower, altri tre brani del suo repertorio (“Can You Please Crawl Out Your Window?” – BBC Sessions, “Drifter’s Escape” – South Saturn Delta e “Tears Of Rage“.

Genesi

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1968: Jimi è appena tornato a Londra dagli Stati Uniti con il vinile di John Wesley Harding ed una bottiglia di whiskey speciale; lo ascolta in loop nel salotto di casa con la fidanzata Kathy (Etchingham); se lei prova ad allontanarsi, anche solo per andare al bagno, Jimi la prende delicatamente per un polso e la costringe a risedersi: “Questo passaggio non puoi perdertelo”. Si sviluppa così l’idea di interpretare / stravolgere uno dei pezzi dell’album di Dylan. “I Dreamed I Saw St. Augustine”, quella perla delicata, viene scartata perché troppo personale – il sogno è di Dylan, non di Jimi (inoltre Jimi non si sente a suo agio con il tempo,  3/4).

E’ così che Hendrix arraffa All Along The Watchtower e lo tratta neanche fosse la sua chitarra a Monterey, usandogli violenza ed incendiandolo, dando così vita ad una delle sue esecuzioni più straordinarie. Non solo il pezzo originale viene reintepretato, ma la versione di Hendrix lo sviluppa, facendo sublimare la tranquillità contemplativa di Dylan in un discorso rock feroce, urgente, violento. Un caso, forse unico, di inconsapevole fecondazione incrociata tra compositore ed inteprete. Dylan ammetterà di essere stato “sopraffatto dall’interpretazione di Hendrix. Era talmente talentuoso da scovare elementi sconosciuti in una canzone e svilupparli in modo vigoroso. […]. Forse è addirittura riuscito a migliorarla, sfruttando i gradi di libertà che si era concesso. Io stesso ho approfittato di questa versione, lo faccio tutt’ora.” Per inciso, All Along The Watchtower è una delle canzoni più suonate da Dylan dal vivo (è stata eseguita ben 1.700 volte, più di Like A Rolling Stone), con uno stile molto … hendrixiano. Dal canto suo, Hendrix pensava a Watchtower come ad una canzone che avrebbe potuto scrivere lui stesso, senza però riuscire a completarla.

27-esimo take

La prima registrazione viene eseguita agli Olympic Studios di Londra: insieme a Jimi, Mitch Mitchell (batteria), Noel Redding (basso) e Dave Mason (dei Trafic) alla chitarra acustica a 12 corde. Al settimo take Redding, cui il pezzo non piace, si alza e se ne va al pub. Poco dopo, si presenta in in studio Brian Jones, completamente ubriaco. Hendrix non sa dirgli di no e gli concede di mettersi al piano, sostituendo Mason. Dopo un paio di tentativi miserrimi, Jones viene allontanato per poi collassare nella control room. Nonostante la pessima prova di sé, riuscirà a suonare il vibraslap dell’intro.

In giornata, al 27-esimo take, la versione base della canzone è finita . La registrazione, a questo punto, non ha ancora gli a-solo, né la parte vocale, ma è costituita dal solo scheletro ritmico, una culla in cui Hendrix avrà modo di includere i ben quattro a-solo di chitarra elettrici (ognuno con un suono diverso). Hendrix riprende a lavorare su All Along The Watchtower durante l’estate del 1968, nei Record Plant di New York. Negli USA Jimi potrà avvalersi di una strumentazione molto più sofisticata di quella di cui disponeva a Londra (dal 4 piste degli Olympic Studios passerà al 12 piste dello studio newyorkese, presto sostituito da un 16 piste), sovraincidendo ossessivamente le parti di chitarra e poi anche di basso.

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Rispetto alla versione che conosciamo oggi, il risultato è relativamente dolce, con la chitarra acustica in primo piano e gli a-solo di elettrica non troppo spinti (la si può ascoltare nella già citata raccolta South Saturn Delta) . Il mix della canzone messo a punto da Hendrix assieme al produttore Eddie Kramer, invece, è scintillante: i due si sbizarriscono, ricorrendo a tutto l’armamentario dei trucchi da studio, riverbero, chorus, compressione… Il singolo arriva al n. 5 in Gran Bretagna e raggiunge negli USA il 20-esimo posto.

All Along The Watchtower

Le parole

Benché Dave Van Ronk, amico e mentore di Dylan sostenesse che la canzone fosse “uno sbaglio dal titolo in poi”  (“una torre di guardia non è un muro né una strada, non la si può costeggiare“), le parole di All Along The Watchtower sono un capolavoro di poesia e di ermetismo. In esse, al di là delle diverse possibili intepretazioni allegoriche, si respira l’imminenza di un mutamento epocale. Non caso, la canzone è stata scritta alla vigilia del 1968.

Con la strofa iniziale siamo già “in medias res”: “Ci sarà un modo per uscirne“, dice il Giullare al Ladro. Non è un caso che i due siano due outsider, il primo privo di dignità, e il secondo apertamente immorale. “C’è troppa confusione qui, e non trovo pace“, continua il Giullare, “Gli uomini d’affari bevono il mio vino mentre gli operai lavorano la mia vigna“. Il Giullare, che per mestiere intrattiene i bravi borghesi, fustigandone i vizi, mette in scena la sua alienazione: i fan (gli operai) pagano per la sua musica, mentre i boss dell’industria discografica si arricchiscono (“bevono il mio vino“). Nessuno di loro (sfruttatori, sfruttati) riesce a comprendere il valore autentico dell’Arte; lo scambio scellerato tra arte e denaro non può che produrre “confusione”.

Il Ladro invita il Giullare a guardare con serenità alla situazione e a parlargli con franchezza: loro due, in quanto reietti, dovrebbero sapere che molte delle persone inquadrate nel meccanismo mortifero della società pensano che la vita “non sia altro che uno scherzo“. Ma in fretta, il momento della verità si sta avvicinando. La canzone si conclude con l’immagine della società gaudente (“I principi erano di vedetta, e donne e servitori a piedi scalzi entravano ed uscivano [dalla cittadella]“) ignara di quanto la attende. Nonostante infatti tutta la poetica dell’opera ruoti attorno alla torre di guardia, nessuno sembra accorgersi dei segnali dell’apocalisse ormai prossima, significata dalle potenti immagini della chiusa: il ringhio del puma, i due cavalieri all’orizzonte, il forte vento che inizia a soffiare.

Benché Dylan finisca per piegarli al servizio della sua immaginazione poetica anarcoide, i riferimenti iconografici della canzone provengono quasi testualmente dal Libro di Isaia (la torre di guardia, la coppia di cavalieri, l’annuncio della caduta di Babilonia e la conseguente distruzione dei suoi falsi idoli).

Non mancano tuttavia altre interpretazioni: secondo una di queste, il Giullare rappresenta Cristo, mentre il Ladro è il peccatore, ovvero l’umanità intera. La canzone non sarebbe altro che la resa poetica di una (inutile) perorazione da parte dell’umanità a Dio, finalizzata a scongiurare la punizione per le sue molte malefatte, significate dalla torre di Babele (“La Torre di Guardia”). Una preghiera inutile: i due cavalieri si stanno avvicinando.

Secondo altri, il Giullare è Dylan, mentre il Ladro è un’immagine del Diavolo, cui il cantautore ha venduto l’anima. In questa prospettiva, la confusione è dovuta al fatto che le masse non possono sapere quale sia il segreto che garantisce a Dylan il successo. “Non c’è ragione di agitarsi”, come fa la gente comune, che non può conoscere la natura del patto infame tra il cantautore e il demonio. La vita del piccolo Faust del Minnesota è comoda e piena di divertimenti (le donne e i servitori che camminano scalzi per non far rumore), ma le guardie del demonio (i Principi) non permetteranno a Dylan di fuggire. Intanto il puma ruggisce e i due cavalieri all’orizzonte non promettono niente di buono.

Riferimenti:

http://bit.ly/1hXjWKW

http://bit.ly/1Cg8KCn

 

4 lezioni di vita dal creatore di Breaking Bad

in scrivere by

Per avere ideato e realizzato la migliore serie tv di SEMPRE, Vince Gilligan è una delle poche persone di cui si possa dire genio senza ricorrere a iperbole.

Eppure seguendo i fatti e le circostanze che lo hanno portato a passare alla storia come autore della più grande opera tragica dai tempi di Shakespeare (almeno secondo Anthony Hopkins e la sottoscritta), ci si accorge che la storia di Vince è fatta di talento e fortuna, come tutte le storie di successo, ma anche – e qui vi voglio – da una serie di buone prassi che faremmo bene a tenere a mente.

LEZIONE 1

Vince Gillian, dopo aver collaborato a un paio di puntate del glorioso X-Files e fatto esperienze autoriali per varie emittenti americane, non se la passava affatto bene. Durante una chiacchierata con un collega, anche lui professionalmente a terra, l’amico scherza sul fatto che una possibile soluzione sarebbe stata mollare tutta la baracca e darsi alla nobile arte della preparazione di metanfetamine. Mutatis mutandis, è quello che succede nella seconda puntata al nostro Walter White, con la differenza che Vince il piano B non l’hai mai attuato nella vita, ma l’ha preso così sul serio da farne una sceneggiatura.

Mai trascurare il tuo piano B: è molto di più di una exit strategy, è la tua proiezione in possibilità inesplorate. Prendilo dannatamente sul serio.

BONUS: Per quanto brillante possa essere la tua mente, non c’è riflessione solitaria che possa dare frutti migliori un sano cazzeggio.

LEZIONE 2

Sembra assurdo, ma il soggetto di Breaking Bad sembrava non piacere a nessuno: una storia in cui l’eroe, per quanto controverso, diventa eroe in quanto produttore di droga non trova facilmente spazio tra i produttori americani, a meno che non si tratti di un poliziesco a sfondo morale come The Wire. Insomma il povero Vince ha fatto inutilmente più di una anticamera prima di trovare un matto come lui che scommettesse sul progetto: ma per quanto difficile da trovare quel matto esisteva, e Vince non ha smesso di cercare.

Se ci hai provato una volta sola, non ci hai provato.

LEZIONE 3

A un certo punto viene fuori che l’idea di Vince non è abbastanza originale: in realtà è già stata realizzata con un discreto successo una serie con una trama simile, Weeds, in cui una giovane donna rimasta vedova si dà allo spaccio di marijuana per mantenere i figli. Vince non ne aveva mai sentito parlare, e ha dichiarato che se l’avesse saputo non avrebbe mai scritto Breaking Bad, eppure.

Se non sei il primo, puoi sempre essere il migliore: la creatività è uno stato mentale.

LEZIONE 4

Breaking Bad è una espressione che non esiste sui vocabolari, o meglio non esisteva: si tratta di un termine gergale della profonda Virginia per indicare qualcuno che comincia a darci dentro, a fare sul serio o – in un accezione appena negativa – a sbroccare. Ebbene, quando il nostro Vince si presentava ai produttori con un titolo incomprensibile per chiunque, ha fatto non poca fatica a convincerli che aveva senso e che anzi aveva proprio il senso dell’enigma degli States del sud, del lessico familiare della periferia del sogno americano: oggi possiamo dire che ha convinto mezzo mondo.

Se qualcosa ha davvero senso per te, trova l’entusiasmo, la pazienza e il tempo di convicere gli altri: funziona.

Soundtrack: Morphine – I’m free now

Le appassionanti avventure di Zio Herzog

in cinema by

Scusate!  Sono mancata un paio di settimane, ma purtroppo qui gli aneddoti iniziano a scarseggiare, dunque facciamo che li faccio uscire ogni due mercoledì, in modo che si allunga il brodo e voi state con la saspenz, eh? (non picchiatemi)

Qui comunque, trovate tutte le puntate.

Lo so che ne avete abbastanza di Fitzcarraldo.

Ma metti insieme W.H., Klaus Kinski, una masnada di indigeni incazzati, l’Amazzonia, i ragni grossi come un pugno, mille zanzare, attori che si ammalano di dissenteria e avrai una produzione tutt’altro che facile (ricordiamo sempre che per semplificare le cose Herzog decise di far passare davvero una nave attraverso una montagna).

Allora.

Mentre sul set erano tutti piuttosto tesi, si dimenticavano gente appesa agli scogli, c’erano gli insetti, Kinski era matto, c’era anche da gestire le tribù locali, che già erano diffidenti, in più non andavano tanto per il sottile: Herzog da solo già aveva, per sua stessa ammissione, pensato seriamente a voler fare fuori Kinski (cosa che anche l’attore, dal canto suo, aveva pianificato); e quando gli indigeni sul set di Fitz. gli avevano chiesto se voleva che il “demone bianco” (Kinski, n.d.A.) sparisse dalla circolazione, lui ci aveva pensato un attimo prima di dire di no. Insomma, non era gente poi tanto tranquilla. Se ci fate caso, infatti, nel film le comparse recitano piuttosto bene il loro odio verso il giovane invasore: è che lo odiavano davvero.

Insomma, in tutto ciò accade che, come se non bastassero già i milioni di guai che aveva tutta la produzione (non tutti sanno che i membri di quella troupe dopo il film fecero richiesta per lavori noiosi, tipo in banca), c’era pure una guerra di confine, fra Peru ed Ecuador.

E la presenza della troupe tedesca non li intimidisce? No, perché pare che alcuni attivisti francesi, ambientalisti (magari pure vegetariani), si erano presentati qualche giorno prima dagli indigeni dicendo (da leggere con accento da Ispettore Clouseau): “Mes amis, i tedeschi sono delle persone terrìble, guardate qua” e gli avevano regalato delle simpaticissime foto dell’olocausto. Così, tanto per appianare i rapporti.
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Quindi, senza ulteriori indugi, a un certo punto questi iniziano a tirarsi le lance.

Come nei cartoni animati.

Cioè, mica tanto, perché a una certa iniziano pure a tirarsi delle frecce, forse per essere più precisi, vai a sapere; e alcune di queste colpiscono una comparsa alla gola (salutace i nonni) e sua moglie tre volte all’addome. La moglie, incredibilmente, sopravvive. Ma va operata.

Chi si occupa di fare da assistente chirurgo? E’ ovviamente zio H., che senza indugi prende una torcia, un repellente per i MILIONI di insetti che tentavano di mangiarsi la moribonda, e sta là 8 ore col medico, a fare da assistente e a imparare come si estraggono le frecce dallo stomaco (hai visto mai ti torni utile).

"MEEEEEEEHHHH!" "MEEEEEHHH! MEEEEEH!!"
“MEEEEEEEHHHH!” “MEEEEEHHH! MEEEEEH!!”

Dopo questa esperienza estenuante, zio H. è felice: sa di aver fatto il suo dovere, di aver salvato una vita; e tutto sommato si sente un po’ più allegro (come il chirurgo dell’omonimo gioco).

“Questa gente, beh, io in fondo la capisco. Si trovano il territorio invaso da gente che gli sta modificando il paesaggio, c’è quell’altro che non la finisce mai di urlare e loro già hanno milioni di problemi senza che ci mettiamo anche noi a peggiorare le cose. Però stasera forse mi sono guadagnato un po’ di rispetto. Credo che questo sia dell’ottimo karma.”, pensa, mentre si avvia all’accampamento.

Herzog arriva all’accampamento. La sua capanna è stata data alle fiamme dagli indigeni.

“Maledetti selvaggi.”

 

 

 

JJ

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