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cultura - page 6

In Danimarca si mangia di merda

in cibo by

“In an effort to shape our way of cooking, we look to our landscape and delve into our ingredients and culture, hoping to rediscover our history and shape our future”
L’abilita’di René Redzepi nel servire un piatto di sassi con contorno di muschi e licheni ha contribuito al diffondersi della credenza che in Danimarca si mangi bene. Bene in modo sofisticato e raffinato, con una particolare cura della materia prima. Ma al di fuori delle quatro mura del Noma, dove non sono stato,  il senso scandinavo per il cibo e’ molto lontano da questa immagine.

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La kazabaika geopsichica

in arte/politica/scrivere by

“Non esiste problema, per quanto appaia difficile, doloroso o apparentemente irrisolvibile, che la violenza non renda peggiore”
Breaking Bad, 05×12 Cane Rabbioso/ Rabid Dog

“Noi siamo troppo volubili e troppo cocciuti ad un tempo. Guardiamo la zia Chiara, prima capace di morire piuttosto che di sposare il marchese, poi un’anima in due corpi con lui, poi in guerra ad oltranza. Guardiamo la zia Lucrezia che, viceversa, fece pazzie per sposare Giulente, poi lo disprezzò come un servo, e adesso è tutta una cosa con lui, fino al punto di far la guerra a me e di spingerlo al ridicolo del fiasco elettorale! Guardiamo, in un altro senso, la stessa Teresa. Per obbedienza filiale, per farsi dar della santa, sposò chi non amava, affrettò la pazzia ed il suicidio del povero Giovannino; e adesso va ad inginocchiarsi tutti i giorni nella cappella della Beata Ximena, dove arde la lampada accesa per la salute del povero cugino! E la Beata Ximena che cosa fu se non una divina cocciuta? Io stesso, il giorno che mi proposi di mutar vita, non vissi se non per prepararmi alla nuova. Ma la storia della nostra famiglia è piena di simili conversioni repentine, di simili ostinazioni nel bene e nel male… Io farei veramente divertire Vostra Eccellenza, scrivendole tutta la cronaca contemporanea con lo stile degli antichi autori: Vostra Eccellenza riconoscerebbe subito che il suo giudizio non è esatto. No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa.”

I Vicerè, Federico De Roberto

Napoli. Aprile 2015.


Per Bimbozzi tutta questa storia è perfetta. E’ una meraviglia.

Quale storia, Ingegner Pretocchio*?

Questa dell’Italicum e del senato non elettivo. Una volta addirittura per un accenno di riforma in senso  semipresidenziale, blindata con tutti i pesi ed i contrappesi possibili, avrebbero gridato alla dittatura cilena ed al nazifascismo. Oggi invece uno vince, si prende tutto il parlamento, si fa tutte le nomine che vuole, dalla Corte costituzionale fino alle cariche di garanzia, e stanno tutti zitti. Ma ripeto: per l’avvento di Bimbozzi è perfetto. Ci stanno spianando la strada.

Perché perfetto?

Quando con Bimbozzi nel 2024 andremo al potere, noi avremo nelle mani tutto. Non ci sarà bisogno di colpi di stato o azioni violente. Avrà fatto tutto il Pd di Matteuzzo nostro. Lui pensa che costruendosi questo castello blindato vincerà per i prossimi tre secoli e che quando starà per perdere consenso prenderà la cornetta del telefono, chiamerà i giudici della corte costituzionale da lui nominati e gli ordinerà di azzerare tutto con una pronuncia di incostituzionalità. E col cazzo che finisce così. Mica va sempre tutto bene.

kaza renzi

Guardi che Renzi ha un consenso popolare enorme. Va al Parlamento europeo e se ne fotte di Schultz sbadigliandogli in faccia e parlando al telefono mentre il tedesco fa la conferenza stampa.


E fa bene, ma che dico bene, strabene cazzo!!! Ora sta provando il repulisti della minoranza interna. Prova la forzatura sull’italicum così se cade dà la colpa ai bersaniani, li addita come nemici interni peggiori degli avversari; se non cade, loro gli si sono dimostrati contrari, perdenti e di conseguenza li farà fuori definitivamente. L’attuale maggioranza dem, ora renziana, è entrata in Parlamento con lista bloccata compilata dalla segreteria Bersani. Ora stanno con Renzi, e allora??? Che dovevano fare? Dovevano votare l’emendamento che 1) avrebbe riportato al Senato la legge che 2) a quel punto si impantanava come sempre e 3) poi tutti giù contro il governo che ha sbagliato, che non fa niente ed il solito bla bla bla? Ma poi, di che cosa stiamo parlando? Questi deputati Pd eletti tutti grazie a Bersani, dovevano forse rinunciare ad uno stipendio di 20 mila euro al mese perchè qualche trombone si riempie la bocca con la parola democrazia? Quelli accumulano soldi, che gliene fotte della democrazia? Prendi uno di quelli che gridano allo scandalo e mettilo al loro posto e vediamo se poi si scandalizza ancora. Loro sono l’apparato. Una volta che ci entri nemmeno te ne accorgi. E l’apparato ha di volta in volta facce nuove con cui presentarsi. Prima c’era Bersani, ora Renzi. E Renzi è il top. Il Parlamento è uno stipendificio di ottimo livello. Fesso chi non riesce ad entrarci.

Ma così la politica perde in qualità.

Ma quale qualità?! Ma perchè, scusa, Letta era meglio di Renzi? Oppure, la commissione dei saggi voluta da Napolitano non era forse una forzatura istituzionale contro la costituzione? Con questa mossa Renzi immette nel sistema un precedente bellissimo: le regole del gioco le fanno i più forti e basta.  Se le accettate ok, altrimenti andatevene pure affanculo. Il più forte si fa le regole che più gli convengono, che gli consentono di vincere e di non perdere mai. Chi vince può fare quello che vuole. Ammettiamo che adesso vinca uno che decide di espropriare le case a tutti quelli che hanno i capelli biondi. Se arriva un altro a protestare invocando il rispetto dei valori costituzionali, gli si dice che la costituzione è un feticcio, che il Pd ha fatto la stessa cosa con l’approvazione dell’Italicum e che se passa con la fiducia ha rispettato le procedure parlamentari e la democrazia. 

Renzi ha addirittura le opposizioni dalla sua parte.

Esatto. Il suo potere si regge sul fatto che le opposizioni sono a lui alleate. Berlusconi lo appoggia per proteggere le sue aziende ed in cambio ha portato Forza Italia al 12%. Tiè, leggi qua, con Renzi le pubblicità del governo sulle reti Mediaset  sono passate dal 10 al 57%. Così si fa politica, altro che Bersani e grillini che gridano o-ne-stà- o-ne-stà ro-do-tà- ro-do-tà!!!.Poi, Salvini è il suo alleato ideale, anche lui al 15%. Totalmente innocuo e funzionale alla frantumazione della destra. Sono lontani i tempi in cui la Lega faceva paura, con Cossiga che minacciava di rovinare Bossi facendogli trovare l’ automobile imbottita di droga. “E quanto ai cittadini che votano per la Lega li farò pentire: nelle località che più simpatizzano per il vostro movimento aumenteremo gli agenti della Guardia di Finanza e della Polizia, anzi li aumenteremo in proporzione al voto registrato. I negozianti e i piccoli e grossi imprenditori che vi aiutano verranno passati al setaccio: manderemo a controllare i loro registri fiscali e le loro partite Iva; non li lasceremo in pace un momento. Tutta questa pagliacciata della Lega deve finire.” (i). E poi i grillini, che stanno bene al 20, percentuale che permette loro di poter continuare a gridare senza doversi prendere responsabilità.

Tutto l’establishment finanziario ed editoriale è dalla sua parte. Obama lo adora.

Ma non continuerà così per sempre. Obama con la storia di Lo Porto ha mandato un segnale chiaro: “Vieni qui, ti facciamo fare jogging fuori dalla Casa Bianca e tu posti il video su Twitter, ma ricordati che non conti un cazzo.

https://www.youtube.com/watch?v=qPWbBgop7N8

Ti pisciamo quando vogliamo. Come ti abbiamo piazzato lì grazie alle manovre di nostri vecchi referenti politici di primo livello che lavorano per noi da decenni e che abbiamo collocato nei vostri vertici istituzionali, così ti facciamo cadere quando vogliamo”. 

A proposito. Ha letto la storia di Gorbaciov?

Quale storia?

Secondo lo scrittore e filosofo Aleksandr Zinoviev, il crollo dell’Unione Sovietica fu una grande attività sovversiva occidentale che portò Gorbaciov a Segretario generale del Pcus. Gorbaciov e sua moglie furono reclutati dalla Cia nel 1966 durante un loro viaggio in Francia. Per le elezioni a Segretario generale, tutto fu pianificato affinché solo 8 persone decidessero. Si ritardò, con dei pretesti, la partenza dagli Stati Uniti del membro del Politburo Shherbitskij, che avrebbe sicuramente votato contro Gorbaciov. Fu impedito nelle elezioni un altro membro del Politburo, che era in congedo, Romanov, che avrebbe certamente votato contro. Se solo questi due avessero votato, Gorbaciov non sarebbe diventato segretario generale. Ed infatti venne eletto per un solo voto.

kazabaka geo

Ma perché Bimbozzi deve aspettare il 2024?

Primo perché ci dobbiamo inserire quando si acutizzerà la crisi prebellica che spaccherà l’Europa in due, e secondo perché deve implodere la situazione italiana con l’uscita di scena di Sirviuzzo ancora oggi troppo ingombrante, che non può che avvenire se non per cause naturali addebitabili alla vecchiaia. Ci vorranno almeno dieci anni perché rimbambisca completamente e si tolga dai coglioni. Nel frattempo dentro il Pd esploderanno le contraddizioni che oggi sono solo a livello embrionale. Tutti quelli che appoggiano il premier stavano lì già prima ed erano daleminani e bersaniani. Quindi ora sono passati con Matteuzzo solo per mantenere la poltrona. Il Pd diventa giorno dopo giorno la più grande macchina redistributrice del potere e quindi la più grande forza di attrazione del trasformismo attuale. Arrivano da tutte le parti. Ma le poltrone quelle sono. E per le poltrone la gente si squarta viva.


Tendenza alla guerra?

Vedi bello mio, qualche giorno fa c’è stato il 25 aprile. Un bel giorno, la festa della liberazione, i partigiani, bella ciao e la resistenza. I fascisti che si incazzano, qualcuno che rompe i coglioni con la storia delle foibe. Le solite cose italiane irrisolte. Ok. Bravi tutti. Ma nessuno cita mai la Carta Atlantica. Vattela a leggere. Oppure vai a vedere i soldi che gli Usa hanno dato a Hitler. Capirai che gli americani non hanno mai voluto un’ Inghilterra forte in Europa, ne avrebbero tollerato i britannici ed il Giappone come potenze mondiali ed imperialiste. Fanno firmare agli inglesi questa bella carta dove dicono che bisogna riconoscere l’indipendenza a tutte le colonie e che in caso di aggressione ad uno stato firmatario gli altri sarebbero occorsi in aiuto. Da quella carta é evidente che la seconda guerra mondiale é stata creata a tavolino. Gli Usa sapevano che con il loro sistema industriale praticamente indisturbato avrebbero matematicamente spaccato il culo a Hitler (finanziato dagli yankee stessi prima per crearsi l’apparato bellico) e al Giappone. Ed ecco, alla fine, l’Inghilterra ridimensionata a nazioncina europea.

Ma cosa c’entra tutto questo con la situazione attuale?

C’entra in quanto le cose si studiano, ieri come oggi, a tavolino. Gli Usa hanno un piano: destabilizzare l’Europa, indebolirla, frammentarla. Forzarla su posizioni antirusse, Russia considerata militarmente l’apericena per l’attacco alla Cina. L’Europa è si una colonia militare Usa, ma energeticamente e commercialmente dipendente anche dalla Russia. La Germania secondo te passerà mai con gli americani? Fa le mosse, ma alla fine lo strappo non lo farà mai. E quindi ci staranno tensioni gravi, criticità serie, che si ripercuoteranno a livello interno. Una situazione del genere inevitabilmente genera scosse a 360°. Aumentano sospetti. Si indeboliscono alleanze. E Bimbozzi comincerà a farsi vedere in giro. Ma ancora è presto.

E per adesso che fa?

Per adesso prepariamo le reti per raccogliere i pesci. Prima cosa dobbiamo creare una sorta di nemico mediatico che accomuni disprezzo trasversale. Ci hanno provato con la casta ma è un’idea-forza che non ha prospettive politiche. E’ sterile. Calcola sempre che l’analfabetismo crescerà sempre di più perché studiare diventerà un privilegio e perché le riforme che fanno hanno l’unico obbiettivo di smantellare l’educazione pubblica. Le condizioni lavorative peggioreranno così come lo stile di vita tenderà ad un impoverimento graduale. Crescerà il livore. Dovremo dare a qualcuno la colpa per canalizzare rancore. Questo qualcuno saranno gli economisti e l’economicismo biototalizzante.

Ora perchè se la prende con gli economisti?

Perché loro hanno governato sia a livello nazionale ed europeo. Hanno messo la faccia. Pensa a Monti. Tutte le massime cariche sono sempre state ricoperte da economisti o quanto meno questa è la percezione generale. Il mood è sempre economicistico: Spread, Deficit, Crescita, Pil, Spending Review, Disavanzo etc etc, tutte cose che stanno sul cazzo e che non hanno portato a niente di buono. Sono loro che comandano, ma da anni non riescono a portarci fuori dal pantano, anzi peggiorano la situazione di volta in volta.

Ma è come accusare i medici di non guarirci dalla morte o da tutte le malattie?

E ma che mi frega. E’ un discorso prepolitico. E’ uno slogan. Tipo la Casta o la Rottamazione. Chi cazzo va ad approfondire la questione?! Il messaggio passa, eccome se passa. Mica dico di portarli in un campo di concentramento?! Solamente non devono più scassare il cazzo. Ricopriranno una funzione contabile e ragioneristica senza scassare il cazzo più di tanto. Come fa Renzi con Padoan. Mi immagino Renzi con Padoan: ‘firma qua e non rompere il cazzo’, seguito magari da un paio di scappellotti in testa e da una ravanata dello scroto in segno di strafottenza. Gli abbiamo dato più peso di quello che effettivamente meritano o possono ‘scientificamente’ supportare. Com’è quel detto? «non si è mai visto un grande economista diventare miliardario grazie a tutta la sua scienza». Beh, in effetti è vero.

Intende dire che forse in questi ultimi anni li abbiamo sopravvalutati?

Sono una setta che da sempre ripete un discorso ermetico e li si rispetta solo perché non ci si capisce niente. L’economia è una disciplina che della scienza ha solo il nome e della razionalità solo le contraddizioni, che si nutre di ragionamenti socio-psico-filosofici sulle nostre vite trasformandoli in un miscuglio di teorie, cifre, equazioni matematiche atte a dissimulare confusione concettuale.

Intanto ci raggiunge Johnny Casuscelli che gli piazza in faccia uno smartphone con una foto su un qualche profilo social. “In quanti sono coscienti del fatto che i loro selfie, provocanti o meno, sono usati dai piú per pigliarli per il culo in ogni conversazione privata tra amici?”. 

Casuscelli ci dice che dobbiamo andare assolutamente ad assaggiare la montanara, la pizza fritta napoletana.

montanara

Il nome deriva dai contadini che provenivano dalla montagna, “i montanari” appunto, che erano soliti consumare per merenda panini conditi con sugo di pomodoro, basilico e formaggio. Successivamente nella ricetta al pane è subentrata la pizza e sono stati aggiunti, secondo piacimento e disponibilità, provola o fiordilatte. Immutata invece l’essenza popolare del prodotto, visto che per molto tempo la montanara, preparata e fritta dai pizzaioli nei loro “bassi” e venduta dalle mogli per strada, è stata realizzata con l’impasto avanzato della pizza e condita con il sugo rimasto dal giorno prima.(y)

Usciamo dalla metropolitana di Montesanto ed imbocchiamo via Pignasecca, quartiere popolare di Napoli, pieno di colombi. Siamo venuti qui per la montanara di Fiorenzano, friggitoria storica nota per i suoi “cuopp” .

fiorenzano-foto-larcante

 

Pizzette di tutte le misure, zeppole, panzarotti, calzoni fritti ripieni, frittatine di pasta, arancini, crocche’ di patate, ciurilli impastati, zucchine e melanzane fritte, pasta cresciuta, trippa. Meglio lanciarsi sul panino napoletano, rustico con salumi, o su un un bel ‘cuppetiello’ di frittura mista? L’odore inebriante avvolge le narici.

Mangiamo la montanara in religiosa contemplazione.

Quindi ci dirigiamo verso il San Carlo.

Il Teatro San Carlo di Napoli è il più antico d’Europa. Affacciato sull’omonima via e, lateralmente, su piazza Trieste e Trento, fu il simbolo di una Napoli che rimarcava il suo status di grande capitale europea. Fondato per volontà di Carlo di Borbone, fu inaugurato il 4 novembre 1737. L’opera che per prima in assoluto andò in scena fu l’Achille in Sciro di Domenico Sarro e libretto di Pietro Metastasio con Vittoria Tesi, Angelo Amorevoli ed il soprano Anna Peruzzi. Per Stendhal “La prima impressione è d’essere piovuti nel palazzo di un imperatore orientale. Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea”. Le sue linee architettoniche, le decorazioni, i velluti rossi e gli arredi incantano e lasciano a bocca aperta chiunque.

Teatro di San Carlo. 2009
Teatro di San Carlo. 2009

 

inaugurazione restauro teatro san carlo con nastasi e bassolino
inaugurazione restauro teatro san carlo con nastasi e bassolino

Il San Carlo, ha conquistato lo scorso anno il primo posto nella classifica del National Geographic superando la Scala di Milano, il Teatro Bolscioi di Mosca, l’ Opéra Garnier di Parigi ed il Semperoper di Dresda. Ed è proprio al San Carlo che stasera l’ing. Pretocchio presenterà la prima del suo spettacolo Io non sono nessuno, vita, morte e resurrezione dei Nerorgasmo.

L’antagonismo degli egoismi produce solo un equilibrio che è quello tipico dei campi di concentramento. Pensaci bene, guarda come vive un normale quadro dei nostri tempi, o un interinale o un disoccupato, se non in un equilibrio precario, sempre provvisorio sul filo del rasoio, costantemente rimesso in discussione dai capi. L’incertezza e l’angoscia erano le migliori sbarre dei lager. Le guardie dei campi di concentramento infantilizzavano i prigionieri mantenendoli nell’incertezza, nell’improbabilità, nel rischio.

Infantilizzazione e femminilizzazione, è questo che intende?

Quello di cui si avverte maggiormente la mancanza, oggi, non è il padre come figura maschile, ma il ‘principio paterno’ su cui si fonda la norma, la legge, l’autorità: il terzo polo nel triangolo famigliare che attira a sé il figlio e lo separa dalla madre, stabilendo un ponte verso l’esterno, verso la società. Manca insomma, un’immagine di padre che raffigura qualcuno che ‘sta più in alto’: qualcuno a cui giurare e con cui confrontarsi, magari attraverso la sfida e la ribellione, per poter salire al suo livello. Gli uomini nella società odierna stanno elaborando una diversa competenza genitoriale rispetto a quella di un tempo, competenza che si affianca sempre di più a quella materna, in quanto essi si occupano anche delle cure primarie assieme alla madre. Un tempo la donna aveva il compito di mettere “al” mondo il figlio e il padre quello di metterlo “nel” mondo, di insegnargli a vivere nella società; egli era colui che trasmetteva le regole sociali, era il primo esempio di autorità, il detentore di valori. Il padre era la figura forte che proteggeva il figlio e lo accompagnava nel mondo insegnandogli a vivere e ad adattarsi alle richieste sociali. Oggi il padre è stato un po’ spodestato da questo ruolo. Questo ha comportato il fatto che il ruolo paterno sia oggi più difficilmente gestibile ed attribuibile ad un singolo individuo, ma venga invece spesso delegato al sistema sociale nelle sue più ampie articolazioni. Diventa così più difficile identificarsi in una figura paterna spodestata delle sue funzioni, che non trasmette più ai figli una tavola di leggi, un codice morale da far proprio, da modificare o da rifiutare. Diventa però più difficile anche separarsi da quell’universo femminile, materno, che in questa fase storica sembra avere il sopravvento.(ii)

Ed è nella vita sociale che il declino della figura paterna come principio d’autorità, di legge interiore, dà i suoi segnali più allarmanti. La delinquenza minorile è priva non solo di moventi, ma anche di sensi di colpa: il comportamento antisociale non avviene più nel segno della rivolta contro il padre, la sua legge e le istituzioni che lo rappresentano. Ma si perde nel magma indistinto, indifferenziato di un arcaico universo materno, in cui non è ancora intervenuta la “legge del padre” a stabilire un nuovo ordine e un nuovo equilibrio.(ii)

Voce fuoricampo: “A questo punto si tratta di agire non come esseri umani che hanno perso la propria capacità di prendersi cura gli uni degli altri divenendo mostri senza un perché”. 

https://www.youtube.com/watch?v=XBuDO_ZsXxA

Voce fuoricampo: “Industriale siciliano, instancabile sottaniere, sposa una ragazza timorata e la notte di nozze non riesce a concludere”.

E Bimbozzi di fronte a tutto questo cosa farà?

Entrociti, leucociti, piastrine, sono tipologie differenti di particelle  del sangue. Ecco, a Bimbozzi interessa il sangue, non le singole particelle. L’Homo oeconomicus, l’ essere produttore e consumatore, la iena egoista e calcolatrice fonte di progresso e di sviluppo che passa sopra qualsiasi cadavere per cercare sempre di massimizzare la propria utilità e il proprio profitto privato, è oramai un sociopsicopatico, un isolato distaccato da tutti gli altri. Gli rimane solo l’illusione della novità come unica possibilità di una propria isola privata. Ma è una vittoria di Pirro in quanto, scollegato da tutto il resto, presto o tardi andrà in tilt. Bimbozzi invertirà la tendenza. Ha la bacchetta magica.

E’ finalmente sera. Pretocchio sale sul palcoscenico completamente buio. Lo spettacolo inizia.

“Nell’ultimo concerto alla batteria suonò Francesco Dilecce, ora mio batterista nei Via Luminosa. Con lui abbiamo fatto l’ultimissimo concerto dei Nerorgasmo, quello che è diventato l’album “Nerorgasmo Live a El Paso” e in cui Luca era vestito da nazi. Credo che sapesse che sarebbe stato davvero l’ultimo concerto. Mi ricordo che è stato tutto il giorno, dalla mattina alle otto, fino a mezzanotte, prima di suonare ad assemblare l’uniforme da ufficiale SS. Chicca, la sua ragazza dell’epoca, appena prima del concerto mi disse ‘Che due palle, mi ha portato in giro tutto il giorno per tutta Torino a cercare tutte le cose, maniacalmente.’ Voleva proprio la mostrina della particolare divisione delle SS… ti ho detto no che faceva un sacco di modellismo fin da piccolo, con la passione per i soldati nazi?” (.)

“A quel concerto c’era pure Lallo, un eccellente bassista che ha fatto tra l’altro il turnista per artisti importanti. Non avevamo ancora iniziato a suonare e Lallo ha cominciato a fare il culo a Luca per il suo abbigliamento nazi, ‘Come cazzo sei vestito? Vergognati! Levati di torno’. La cosa è andata avanti per quasi tutto il concerto. E allora Luca ha fatto quel discorso che c’è anche registrato nel disco: «Volevo ricordare alla gente che si scandalizza ancora per queste cose che la nostra società ha assorbito tutto quello che c’era da assorbire dal nazismo, tanto è vero che i viaggi in Volkswagen, le vacanze e la vita come la facciamo noi adesso è quella che era stata programmata allora! E i nostri lager sono il terzo mondo lontani dagli occhi e lontano dal cuore… quindi la gente che si scandalizza di fronte ad una croce uncinata messa al collo per provocazione dovrebbe fare un pochino più attenzione a quello che gli gira intorno e alla vita che fa… perché se vogliamo guardare la nostra società è tutta nazista!»(.)

Questo post è dedicato alla memoria di Luca “Abort” Bortolusso

Soundtrack1:‘A horse with no name’, America

Soundtrack2:‘Olga’, Belisma

Soundtrack3:‘Televators’, Mars volta

Soundtrack4:‘ Saturday’, Oneida

Soundtrack5:‘Lady or the Tiger,’ Verma

Soundtrack6:‘Knowledge and conversation’, Dead Sea Apes

Soundtrack7:‘Lightning At The Doo’, All Them Witches

Soundtrack8:‘Nuclear Psychology’, Weird Owl

Soundtrack9:‘Tempel’, Colour Haze

Soundtrack10:‘Spirit Knife’, Jeremy Irons and the Ratgang Malibus

Soundtrack11:‘Yearning’, Mono

Soundtrack12:‘The Last Dawn / Rays Of Darkness’, Mono

Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

*L’ing. Paolo Pretocchio è un personaggio di fantasia che cerca di uscire dalla fantasia per trasferirsi provvisoriamente a Napoli.

Un cancro chiamato femminismo

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Dal fantastico mondo dei media, due filmati che illustrano piuttosto chiaramente le conseguenze di quel sonno della ragione chiamato femminismo:

1) Nel corso della solita, inutile, sterilissima televisiva discussione sulla riforma della legge elettorale, Andrea Scanzi, con una retorica farlocca degna del miglior Totò, mette alle corde la deputata del PD Alessia Rotta (e questo dovrebbe dare l’idea della profondità dei contenuti di entrambe le parti), che risponde accusandolo, davvero dal nulla, di misoginia nei confronti delle sue colleghe parlamentari. La scena mi ha ricordato un episodio dell’ultima stagione di House of Cards, in cui Frank Underwood suggerisce alla candidata alla presidenza Jackie Sharp di accusare di sessismo l’avversaria nel corso di un dibattito televisivo, giusto per metterla a tacere. Quest’atteggiamento è l’equivalente contemporaneo della reductio ad Hitlerum.

2) Ennesimo “esperimento sociale” sull’internet che mostra l’ennesima bellissima ragazza chiedere ai passanti, tutti rigorosamente uomini, se vogliono fare sesso con lei. Come usuale in questi “esperimenti”, della cosiddetta società impariamo ben poco, mentre apprendiamo tantissimo sulle intenzioni di chi sta dietro la telecamera. A parte un signore di colore che rifiuta l’invito “perché troppo magra”  (mito assoluto!) , in tutte le altre scene vengono mostrate essenzialmente due categorie di persone: quelli che accettano senza pensarci mezzo secondo – la maggior parte – e si allontanano con la ragazza per cercare un luogo appartato, e quelli che le fanno notare quanto, in realtà, “valga ben più di così”. In poche parole, buoni e cattivi: gli Illuminati che ricordano alla ragazza il valore della sua dignità e i maiali che non vedono l’ora di mettere il pisello nel primo buco di passaggio. Come se nel mezzo non possa esserci alcun’altra reazione possibile a una proposto del genere: paura, diffidenza, semplice mancanza di interesse, incertezza. E invece no, solamente bianco e nero.

Ecco, questi due episodi sono significativi di quel che è diventato il femminismo ai giorni nostri. Ovviamente non mi riferisco al femminismo delle origini, quello delle grandi battaglie per la parità dei diritti, ma di quello quotidiano da discussione salottiera, quello degli isterismi mediatici. Il femminismo oggi è demonizzazione dell’altro, laddove l’altro è l’essere umano dotato di pene. Come tutti gli -ismi (nazismo, comunismo, razzismo, maschilismo, ecc.), anche il femminismo attuale divide il mondo in eletti e malvagi, e utilizza una retorica discriminante per attaccare gli avversari, indipendentemente dal contesto e dalla natura della discussione. O sei con noi o contro di noi. Una grande Salem in cui, questa volta, ad essere cacciate sono streghe dotate di scroto.

Non so voi, ma a me tutto ciò fa abbastanza schifo.

Nel nome del diavolo

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Mia nonna era stalinista.

Oddio, adesso non immaginatevi una compagna baffuta e autoritaria dedita a promuovere i gulag o ad affamare l’Ucraina. Pensate piuttosto a una ridanciana matrona emiliana con una fede profonda nel comunismo di stampo bolscevico.

Non so nemmeno fino a che punto fosse cosciente della situazione reale in Unione Sovietica, ma ricordo perfettamente la nostalgia con cui, nei tardi anni ’90, ad ogni apparizione televisiva di Berlusconi o D’Alema sospirava affranta “Ah, se ci fosse ancora Stalin”. D’altronde, con due cugini socialisti assassinati durante i terribile scontri del biennio rosso, un padre arrestato nel cuore della notte e fucilato alcuni giorni dopo dalle autorità fasciste, un fratello partigiano ucciso in un agguato a soli 19 anni e un altro fratello a marcire in un qualche campo di concentramento dell’est Europa, be’, converrete con me che il sol dell’avvenire nel suo caso fu quasi una scelta forzata.

Così, un comunismo tira l’altro, crebbi anch’io in seno a certe ideologie e, soprattutto, nel mito della guerra partigiana. Passata un’infanzia fatta di racconti sull’epica della Resistenza, attraversai un’adolescenza dedita alla lotta di classe (lotta che corrispondeva più o meno a scrivere sul giornalino scolastico articoli zeppi di parolacce) e, una volta all’università, decisi di iscrivermi all’ANPI del mio paese.

Poi, purtroppo o per fortuna, si cresce. Si impara che il mondo non è solo bianco e nero, si studia un po’ meglio la storia e si apprende qualcosa in più sulla natura ambigua dell’essere umano. Il grande mito della Resistenza che aveva nutrito la mia infanzia e la mia adolescenza acquistò così i tratti amarissimi del relativismo esistenziale, nella cui morsa, ahimè, non si capisce più una mazza di niente.

Penserete giustamente che fregacazzi della mia biografia, ma tutto questo pippone per dire che negli anni infelici della mia disillusione un punto è sempre rimasto fermo: quello del comandante partigiano Germano Nicolini, al Dievel. Curioso soprannome il suo, che i media malinformati hanno sempre tradotto con “diavolo”, mentre nel dialetto reggiano questo termine indica piuttosto uno scavezzacollo, un daredevil.

Voglio bene a Germano Nicolini non perché mi abbia insegnato i valori della Resistenza, ma perché mi ha insegnato il valore della storia e delle sue contraddizioni. Quel diavolaccio che così candidamente di fronte alle scolaresche inizia ogni suo discorso dichiarando che in gioventù era nel GUF, Gruppo Universitario Fascista. Quel demonio che è diventato partigiano perché non sopportava l’idea che i nazisti si fossero impossessati dell’Alto Adige. Quel satanasso che fermò con una camionetta americana la folla inferocita davanti alla prigione di Correggio che voleva scannare i gerarchi fascisti, poiché “ragazzi, la convenzione di Ginevra prima di tutto”. Quel belzebù che non ha mai smesso di interrogare gli amici che passarono al lato opposto, i Repubblichini, sui motivi della loro scelta.

Grazie mille Germano, per continuare a regalare a noi poveri stronzetti della Grande Pace il senso assurdo della storia. Grazie mille davvero per averci donato questa goccia di splendore.

1992 (spiegato male)

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È finito anche 1992. È stato un fenomeno di massa, tipo Gomorra ma meno di Gomorra, perché era più brutto di Gomorra e perché nessuno era tamarro e napoletano e manco uno è stato sparato. Fatto sta che va molto di moda parlarne: siete fuori dal mondo e senza battuta pronta se non sapete di cosa si tratta, chi è Leonardo Notte, come si fa a risolvere una disputa genitore-docente e che cosa c’è tra gli incisivi di Tea Falco. Sono qui per darvi una piccola mano, con un agile compendio dei personaggi principali: se non sapete come ringraziarmi, vi lascio nei commenti il mio IBAN.

Leonardo Notte: è Stefano Accorsi, cioè –se non lo avete ancora capito– quello che ha avuto l’idea della serie, e non a caso si è ritagliato il personaggio mezzo figo addosso. Ciò che dovete sapere è che tromberà sempre e comunque più di voi e che riuscirà a farla franca in ogni contesto con un sorriso da testa di cazzo stampato sotto una capigliatura degna di un omino del calcio balilla. Si chiava Miriam Leone, oltre a praticamente ogni altro essere di sesso femminile che gli capiti a tiro, comprese tardone e minorenni. In più fuma, beve, è ricco sfondato e ha capito che Berlusconi è la chiave della svolta politica dei 20 anni successivi. A breve un film su di lui interpretato da Robert Downey Jr.

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Renato Pozzetto reagisce al personaggio di Leonardo Notte.

Pietro Bosco: questo fa il leghista. Quindi, inevitabilmente, è da contratto buzzurro, ignorante, grosso, rasato, aggressivo, analfabeta. Forse il personaggio meglio tratteggiato della serie, ci fa capire quanto dovremmo rimpiangere i giganti della Prima Repubblica rispetto al deserto intellettuale e politico della seconda. Si chiava (indovinate un po’?) Miriam Leone.

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Pietro Bosco, che nella vita reale è un incrocio tra Il Freddo e D’Artagnan.

Veronica Castello: Miriam Leone con un grosso problema col sesso, ovvero il vero ottimo motivo per guardare la serie. È assolutamente fantascientifico che rimanga incinta alla nona puntata (NONA PUNTATA), dopo averci illustrato come, anche trombando CHIUNQUE TI CAPITI A TIRO, nel 1992 non si riusciva ad andare a Domenica In. Roba tosta questo mondo dello spettacolo, mica come pensate voi altri.

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All’incirca tutto quello che c’è da sapere su Veronica Castello.

Luca Pastore: questo c’ha l’AIDS per colpa dei cattivi, quindi passa la serie a cercare di sbattere in galera i cattivi, fottendosene di qualsiasi altra cosa gli succeda d’intorno. Fine.
Ah, incredibilmente non si chiava Miriam Leone. Rimedia però con Tea Falco.

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Luca Pastore realizza di essere l’unico stronzo a non aver approfittato di Veronica Castello.

Beatrice “Bibi” Mainaghi: la principessa INDISCUSSA della serie. Non si capisce un cazzo di niente quando parla, e oltretutto è difficilissimo parlare come lei: una specie di fenomeno da baraccone. L’internet è impazzito rispolverando alcuni suoi video in cui recita su Youtube che avremo la cura di non mostrarvi. Inaspettatamente non si chiava Miriam Leone, ma viene ovviamente chiavata da Notte. E da Pastore. Viene anche inclusa in una mezza citazione da Pulp Fiction che francamente boh.

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Walter White non ha chiara la domanda di Tea Falco.

Rocco Venturi: è uno pettinato male.

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I capelli del cazzo di Rocco Venturi.

 

Nota di realtà:
1) Piercamillo Davigo: il magistrato è in realtà del pavese, però è interpretato da Natalino Balasso, quindi parla rovigotto. Il risultato è quello di un pensionato veneto. Boh.
2) Silvio Berlusconi: qui si sorpassa il ridicolo. È tipo peggio della peggior caricatura che un vostro amico ubriaco al bar potrebbe fare di Berlusconi. Roba che il Bagaglino in confronto è un gruppo di cloni di Gassman. Se l’avessero fatto fare a Pippo Franco almeno ci sarebbe stato un momento amarcord.

Comunque, insomma, di tutta la serie l’unico che non chiava manco per sbaglio è Di Pietro.

Immigrazione: una soluzione finale

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Signori, la situazione è chiaramente diventata insostenibile.

Gli sbarchi di immigrati sono sempre più numerosi, il fatto che siano costretti all’illegalità li rende un’enorme fonte di reddito per la criminalità organizzata, le condizioni degradanti in cui vivono in Italia li portano a diventare (se non lo erano già) criminali e ad abusare di alcool e sostanze stupefacenti. La politica si rifiuta di affrontare la questione in maniera realistica proponendo sparate occasionali in presenza di disastri e ignorando la situazione quanto più possibile. I media, d’altro canto, oscillano tra la costruzione di un clima di sospetto, quando non di paura, e improvvisi rigurgiti di una vacua pietas da riflesso pavloviano.

Eppure la soluzione c’è, ha già funzionato in passato per grandi civiltà ed è parte di una lunga tradizione che, orgogliosamente, ci vede eredi: i giochi gladiatori.

Invece di farli affogare soli e lontano dalle telecamere, reclutiamo profughi e migranti, li addestriamo e li facciamo combattere per il pubblico. Si creeranno una serie di competizioni suddividendo peso, stile di lotta e tipo di match (Team Tag Match, Royal Rumble, Spada, Lancia o mani nude) da trasmettere in alternativa al calcio, o alla formula uno; le fasi di selezione e allenamento diventeranno reality show, il pubblico deciderà la pena degli sconfitti su twitter, siamo già in trattativa con Russel Crowe per apparire come special guest.

So che, come tutte le idee innovative, c’è bisogno di un attimo per apprezzarne tutti gli aspetti ma se mi concedete cinque minuti provvederò ad illustrarvi tutti i vantaggi della soluzione a fronte dei quali i contro risultano pressoché risibili.

Innanzitutto l’aspetto economico: il business plan mostra che, a fronte di una spesa iniziale per le infrastrutture, i guadagni crescono in maniera esponenziale. Pensate ai proventi televisivi, al merchandising, all’esportazione del format in tutto il mondo (gli Stati Uniti si sono detti molto interessati): sarebbe un trionfo per il Made in Italy. Inoltre si creeranno numerosi posti di lavoro (pensate al reclutamento, al training, alla costruzione delle infrastrutture) che abbatteranno la disoccupazione e alzeranno il gettito fiscale.

L’aspetto comunicativo, d’altro canto, potrebbe apparire un po’ ostico ma in verità la GI (Gladiator Initiative) non è che il naturale approdo della strategia mediatica tesa alla disumanizzazione di “negri”, “arabi” e “zingari” che in Italia da anni riscuote notevole consenso (un trend riscontrabile anche nel resto d’Europa e negli Stati Uniti) in modo del tutto trasversale: non è un caso che il firmatario della legge che ha inventato i CIE sia stato eletto (due volte) Presidente della Repubblica. D’altronde il concetto di Monkeysphere è chiaro: l’empatia verso queste persone è al più frutto di un senso di colpa individuale del quale il pubblico sarà più che lieto di liberarsi. In questo una grossa mano ci è venuta dai media che negli ultimi anni anni hanno sempre più avallato il concetto che il cosiddetto “razzismo” è null’altro che la coraggiosa espressione di una minoranza che non si piega al politicamente corretto o, in alternativa, un’insieme di esternazioni forse un po’ “fuori luogo” o “sopra le righe” ma scevre di cattive intenzioni.

Tutte le nostre analisi concordano nell’indicare che il mercato (scusate, l'”opinione pubblica”) risponderà positivamente alla GI: l’assenza di empatia verso target quali “negri”, “arabi” e “zingari” è già una realtà, e va solamente innescata inquadrando la questione sotto il corretto punto di vista: il nostro fine è attrarre segmenti di mercato diversificati per creare un sentire condiviso.

Ad esempio, per i più poveri si punterà sul succitato aspetto economico anche sottolineando il risparmio confrontato alle alternative: infatti sia la copertura militare delle coste, tesa all’affondamento dei natanti, che la distruzione preventiva di tutti i porti di Libia, Egitto e Libano è chiaramente troppo dispendiosa ed impegnativa per le nostre forze armate.

Presso le fasce di pubblico più informate sono due gli argomenti da affrontare: da un lato l’inconcludenza delle proposte attuali (ad esempio “Ok, gli abbattiamo le case con le ruspe. E poi? Dove andranno? Tornano per strada a rubare?”) e dall’altro la possibilità di scelta per l’individuo, che, invece di crepare in mare, potrà combattere per la libertà.

Verranno coinvolti nel progetto anche gli attuali residenti nelle prigioni venendo così incontro alle richieste dell’Europa di diminuire la popolazione carceraria: si includeranno gli zingari in questo gruppo in quanto rientranti nel target stabilito ,a prescindere dal fatto che siano o meno “italiani”.

I soggetti non adatti al combattimento potranno essere utilizzati per sperimentazioni mediche: in questo modo si attrarrà ulteriore consenso dal mondo animalista.

Inoltre, tramite selezioni mirate, si provvederà a graziare un (limitato) numero di concorrenti, qualora si convertano al cristianesimo (pare sia un bias che fa abbastanza presa su certe fasce di popolazione): oltre a, chiaramente, accontentare la Chiesa, provvederà ottimo materiale per la programmazione pomeridiana.

Comune a tutti questi argomenti, e pietra miliare della nostra opera di persuasione, è, e dovrà sempre essere, il rifiuto dell’ipocrisia, del buonismo e di tutte le falsità moralizzanti che impregnano la società: a tutti noi, lo sappiamo benissimo, di negri, arabi e zingari non frega nulla, sono quindici anni che non li consideriamo esseri umani e li facciamo crepare senza che ne siamo minimamente toccati, non dobbiamo aver paura di dirlo perché è normale che sia così, è come siamo fatti e non c’è niente di male. E per giunta non c’è davvero alternativa: l’unica soluzione possibile è una soluzione finale.

Sono cose che decapitano

in mondo/scrivere/società/ by

Inneggiano al duce. Vogliono bruciare vivi gli zingari. Si eccitano a vedere cadaveri di extracomunitari che galleggiano in mare e lo scrivono sui social. Vanno allo stadio per osannare l’ assassino di un ragazzo denigrando con gigantografie imbarazzanti la madre dell’ucciso. Odiano lo Stato. Odiano le tasse, ma si lamentano dell’assenza di ordine, di autorità e di servizi. Odiano la polizia, tranne quando tortura carcerati e manifestanti.

Se gli dici che sono razzisti la metà ti dice di si con vanto, l’altra ti dice no minimizzando il significato e ridicolizzando il termine.

Ad un certo punto scopri che sono tanti, accanto a te e sempre di più. “Mussolini ci vorrebbe per questi negri che ci vengono a rubare il lavoro. Vengono tutti qua. C’è l’invasione. Ma che vogliono?! Non c’è lavoro per noi, figuriamoci per loro.” Prova a spiegargli che quelli sono dei perseguitati e disperati che scappano da inferni che noi nemmeno riusciremmo ad immaginare. Che tra la morte certa di restare e quella probabile nel provare a scappare, ogni essere umano sceglierebbe la seconda per puro istinto di sopravvivenza.

Ma appena provi a spiegarglielo ti assalgono inferociti: “ALLORA VUOI L’INVASIONE? PORTATELI TUTTI A CASA TUA IN CENTRO. SEI UN RADICALCHIC CHE NON CONOSCE LA REALTA’.VERGOGNATI MISERABILE. TI VUOI SALVARE LA COSCIENZA SULLA PELLE DI NOI ALTRI CHE STIAMO IN PERIFERIA!!!PENSA AGLI ESODATI CHE VIVONO IN MACCHINA!!!”.

E’ come lo sketch di Corrado Guzzanti “E allora rivolete il comunismo”: il poveretto che attraversa le strisce pedonali viene tamponato e quando chiede all’autista gli estremi per l’assicurazione viene assalito verbalmente con un martellante “E ALLORA RIVOLETE IL COMUNISMO?”.

Razzismo puro. Ma ormai sono accanto a noi. Dettano legge. E’ il mantra che va di moda tra gli scienziatelli della porta accanto che propinano con tono sbrigativista pratiche di razionalizzazione del fenomeno che altro non sono se non forme di bieca discriminazione, sino al giustificazionismo e al forzato ridimensionamento di eminenti politologi e opinion maker, irrottamabili soprammobili del paesaggio televisivo buoni per tutte le stagioni.

Che gli devi andare a dire a questi? Che il razzismo è un sentimento di avversione contro quelle categorie percepite diverse in quanto si ha paura a relazionarsi con qualcosa di sconosciuto? O  il prodotto dell’idea malsana per cui escludendo altri si possa ottenere di più dalla vita, causa paura di non reggere la concorrenza? O perché semplicemente si ha un sadismo interiore da sfogare contro qualcuno in quanto irrimediabilmente e rovinosamente bloccati in una delle fasi sessuali di freudiana memoria che ha comportato uno sviluppo incompiuto e claudicante della sfera caratteriale?

Vagliele a dire queste cose e vedi che ti rispondono. Che non sei connesso con la pancia del paese. Che non cogli i tempi che stiamo vivendo. Minimizzano. Ma poi ti chiedono pure: “E che alternativa proponi?”

Già. Che alternativa propongo? L’integrazione? Appena apro bocca mi oppongono la strage del macete di Kabobo a Milano o quella del marocchino di Terni o l’omicidio della Caffarella a Roma. E poi dovrei difendere le politiche della ministra che fu Livia Turco?

Mi salvo tirando fuori il ragionamento delle conseguenze della dismissione del ceto medio e della piccola borghesia impoverita dalla crisi, con il terrore insopportabile di scendere nella scala sociale, che pur di non mischiarsi con quelli che ha sempre considerato degli inferiori accetterebbe qualsiasi cosa, anche una dittatura o una giunta militare che azzerasse i diritti civili e le garanzie costituzionali?

“Ok. E quindi?”

Ok, i ragionamenti non vi convincono. Ma  questo basta per non proclamarsi razzisti o, al contrario, per sentirsi legittimati ad esserlo?

Nemmeno quello dei Nobraino è razzista.

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I Nobraino, gente che fa il concerto del Primo Maggio, che bazzica scene, luoghi e retoriche alternative, circuiti indipendenti, centri sociali, teatri occupati, spazi autogestiti, culture dal basso. I Nobraino razzisti? Ma stiamo scherzando?! Lorenzo Kruger razzista? Magari qualche atteggio calcolato da coglione. Ma razzista, che diamine. Non scherziamo proprio. Non l’ha scritto lui lo status, l’ha scritto il chitarrista che ha poi chiesto scusa e dato giustificazioni.

“Sono Néstor Fabbri chitarrista dei Nobraino ed autore della frase che equiparava i naufraghi del Mediterraneo a mangime per pesci.(…)Mi occupo attivamente di protezione internazionale dei diritti umani dal 2009, quando ho conseguito la laurea specialistica presso la Facoltà di scienze politiche di Bologna con una tesi dal titolo Politiche migratorie dell’ Unione Europea. Prima di dedicarmi a tempo pieno al chitarrismo ho lavorato presso alcune ONG in Spagna e Francia. (…)”

Ha fatto Scienze politiche a Bologna, lavorato per Ong. Non è certamente un troglodita privo di strumenti culturali o un barbaro xenofobo. Non è sicuramente un razzista. Ha fatto una cazzata? Un’uscita sbagliata? E’ stato vittima degli effetti collaterali di una coglionaggine esasperata e finalizzata a qualche pompino nel backstage? No. Lui ha chiesto scusa per “non essere stato retoricamente capace di indirizzare la sfrontatezza contro i reali responsabili del massacro: gli autori delle politiche migratorie europee.”  Cioè, l’equiparare i morti del mediterraneo a mangime per i pesci è stato un tentativo retorico andato a male in quanto invece di stigmatizzare gli autori delle politiche migratorie europee ha finito “per offendere associazioni, militanti e liberi cittadini pensanti che mettono la loro vita a disposizione dei più deboli”.

Fraintendimenti. Le parole creano malintesi.

Ma io non capisco più tanto bene le cose. Ecco, è come se io, sbagliando forse, in generale percepisco una certa tendenza strisciante che non mi fa impazzire. Tossine che inquinano. Inconsapevolmente.

E’ semplice. Mi arrendo?

E degli extracomunitari che bazzicano arrogantemente nelle nostre strade, di quelli diventati neo ultras da bar che guardano più coinvolti degli autoctoni le partite,  di quelli che guidano strafottenti, ne vogliamo parlare? Li avete mai sentiti ragionare? Sembrano militanti di Forza Nuova. Non tutti certo, non la maggioranza, ma nemmeno una strenua minoranza. A volte ragionano peggio di quelli che li vogliono fare fuori. Reazionari per osmosi, ok. Ci sta. Si, tiriamo fuori sociopsicoantropologia etc etc. Ok, va bene. I meridionali che stavano a Varese e nelle valli bergamasche hanno fondato la Lega Nord. Erano quelli con la ferocia antisud più spinta. Lo si fa per forzare il processo integrativo, ok. Ma allora stiamo pur sempre parlando di INTEGRAZIONE. O mi sbaglio?

Ma che ci posso fare io? Mi viene in mente il De Gregori di Chi ruba nei supermercati: “Tu da che parte stai, dalla parte di chi ruba nei supermercati o di chi li ha costruiti rubando?” 

Quanto può essere sterile ed inutile la solidarietà alle vittime di razzismo e xenofobia?

Come me la spiego l’impotenza di non riuscire ad essere incisivo nel far capire agli altri che non ci vuole niente a perdere la dignità?  E quanto è difficile trasmettere il ragionamento che ciò possa in un attimo toccare a tutti?

Me ne esco attaccando Alfano? Renzi? L’Europa che ci tratta come un obitorio abusivo e clandestino? Tiro fuori la storia che nei secoli dei secoli ogni territorio/zona/continente sviluppato ha bisogno del suo serbatoio di sottosviluppo? Che questi nuovi razzisti repressi terrorizzati dall’impoverimento cui vanno inesorabilmente incontro sfogano la loro mancanza di potere  in pensieri di stupri passivi con protagonisti loro e qualche immaginifico aguzzino delle SS? Mi devo andare a rileggere Personalità autoritaria di Adorno, riprendere nelle mani Erich Fromm e tutta la Scuola di Francoforte?

Come lo chiudo questo post?

Utilizzo il suggerimento di Nestor Fabbri per cui “Il mimetismo è diventato la mia strategia: quanto più ci si dissimula sotto i valori e gli ideali opposti, tanto più si ha la possibilità di vincere. Il criterio della forza, dice Nietzsche, è riuscire a vivere sotto il dominio dei valori contrari e volerli sempre di nuovo. Zarathustra è Zelig!”?

Non lo so.

Al momento, in effetti, sono solo cose che decapitano.

Soundtrack1:‘All my friend’, Lcd Soundsystem

Soundtrack2:‘Vortex’, John Carpenter

Soundtrack3:‘Interstellar’, Hans Zimmer

Soundtrack4:‘Ragazzo’, Litfiba

Soundtrack5:‘My sleeping Karma’, My sleeping Karma

Soundtrack6:‘Konikas’, Soen

Soundtrack7:‘Rains in the desert’, Dead Meadow

Soundtrack8:‘Yesterday’s Blowing Back’ , Dead Meadow

Soundtrack9:‘Il nostro battito del cuore’, Petrol

Soundtrack10:‘Cronache montane’, Pgr

 

 

 

I Nobraino (spiegati male)

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Dopo la gustosissima polemica sulla battuta del gruppo “Nobraino”, della quale ho avuto coscienza grazie all’articolo del sempre ottimo Canimorti, ho pensato una cosa e una soltanto: e chi cazzo sono, adesso, questi qua? Perché se ne riporta una notizia? Dove mi trovo?

Quindi, con grande magnanimità, ho pensato di dare voce al #paesereale, che risoluto chiede a gran voce spiegazioni, e di fornirvi un breve vademecum realizzato in 5-7 minuti con sommarie ricerche online e spezzoni di canzoni ascoltate superficialmente. Questo sunto vi farà risparmiare un sacco di tempo e vi permetterà di dire la vostra sulla questione, di cui in realtà non frega un cazzo a nessuno, delle battute che questi simpatici buontemponi fanno sulla strage del canale di Sicilia, o di quelle che faranno. Tutto materiale comunque buono per provare a rimorchiare, chissà.

NB: Se qualche fan della band vuole contattarmi per eventuali lamentele, può farlo inviando una mail a questo indirizzo di posta autogenerato che si distruggerà fra 10 minuti: g2131907@trbvm.com.

Allora, i Nobraino nascono a Riccione. E questo già dovrebbe darvi un sacco di informazioni che forse no, non volevate sapere. Invece di assumere sostanze stupefacenti e mettere dischi al Cocoricò come tutti i loro compagni di scuola, i nostri decidono di darsi al folk.

Wikipedia riporta:

“In base a quanto riferiscono i membri della band provavano in una saletta improvvisata nei magazzini della palestra. Nel 2006, sotto produzione di Andrea Felli esce The Best Of, disco che raccoglie i lavori dei Nobraino dagli esordi sino al 2006. Tra il 2007 e il 2008 partecipano a molte manifestazioni locali e anche come gruppo spalla di Roy Paci & Aretuska, Marta sui Tubi e Morgan.”

Che dire, già non è da tutti avere il fegato di fare da gruppo spalla ai Marta sui Tubi –per non dire di Morgan– ma più di tutto è notevole uscire con un primo album che si chiama “The Best Of”. Che cioè, Cristo, neanche hai iniziato e già hai bisogno di raccogliere il meglio. Tutto il meglio prodotto nei fantomatici magazzini della palestra. Che poi io manco sapevo che le palestre avessero dei magazzini.

Quindi è il turno dell’album dall’emblematico nome “No USA! No UK!” e l’etichetta è –ovviamente, irrimediabilmente– indipendente. Non partecipano al festival di Sanremo (che forse è un po’ USA, un po’ UK), bensì al dopofestival, che è un po’ come il dopolavoro del festival, anche se ci mettono i conduttori che non conosce nessuno.

Dopodiché succedono altre cose che non ho voglia di raccontarvi, tra cui due dischi dagli arguti titoli “Disco d’Oro” (che gustosa gag!) e “L’ultimo dei Nobraino”, che se volesse il cielo decidono di non andarsene dai magazzini della palestra e farne un altro sai che casino col nuovo titolo. Poi arriva l’immancabile concertone del 1 Maggio, organizzato dal Comitato dei cittadini e lavoratori liberi e pensanti (così cita Wikipedia, e chi sono io per omettere il Comitato?) fianco a fianco, tra gli altri, al gruppo preferito della redazione di Libernazione, i 99 Posse. Nella graziosa cornice del concertone, durante la performance, il cantante dei Nobraino prende un rasoio elettrico e decide di rasarsi i capelli. Perché? Che discorsi, avete mai chiesto a Duchamp perché firmare un cesso? E allora.

 

 

Qui, per riprenderci un po’ tutti dal video qua sopra, riporto un pezzo che ho trovato su Youtube che, devo dire ora che li ho presi un po’ per il culo, non è poi male, se soprassediamo sui capelli del cantante. E pensare che Genny Savastano non era ancora nell’immaginario collettivo. Forse abbiamo spiegato il ribelle gesto del 1 maggio.

 

Ivan

in musica by

Ci fu un tempo in cui non avevamo accesso a tutta la musica del mondo comodamente seduti in poltrona, o, meglio ancora, la mattina in metro andando al lavoro. In quel tempo, l’acquisto di un cd era lo strumento principale mediante il quale fruivamo della musica. L’acquisto di costosissimi cd, almeno agli occhi di noi spiantati studenti.

Quindi andare alle Messaggerie Musicali, alla Feltrinelli, al Ricordi Media Store era quasi una sorta di rito. Potevi passarci anche tre o quattro ore dentro, con in mano Mellon Collie And The Infinite Sadness, Blood Sugar Sex And Magic, Up, (What’s The Story?) Morning Glory, Mondi Sommersi. In mano, perché poi a stento riuscivi a comprarne un paio, dovevi irrimediabilmente scegliere. E magari non ascoltare i Red Hot Chili Peppers per due mesi, perché nessun tuo amico ce l’aveva quel dannato cd, e aspettare il prossimo giro.

Per molti mesi, in queste mie sortite alla Ricordi, un cd mi ha affascinato, solo per la sua copertina. Ogni volta però, alla fine, non lo prendevo. Era uscito l’ultimo degli Smashing, era tornato il vecchio batterista, sarebbe stato sicuramente un bomba, ti pare che spendo altri soldi per quel cd con quel buffo tizio in copertina, con quegli improbabili occhiali rossi?

Invece, poi, complice la mai abbastanza rimpianta Radio Rock Italia, che durante la notte passava una canzone tristissima che parlava di una trentenne triste triste, con un nome così poco musicale, mi decisi a comprare quel cd. Era, come molti di voi avranno capito, Firenze-Lugano no stop, di Ivan Graziani.

Sinceramente, non ricordo come reagii al primo ascolto. Probabilmente un po’ rimasi perplesso ad ascoltare quella voce con così tanti falsetti. Ma la perplessità, quello sì che me lo ricordo, durò davvero pochissimo. Nel giro di pochi giorni, praticamente non ascoltavo altro. Era l’unico cd che avevo in macchina, lo portavo sempre con me, anche a casa di amici. Ero totalmente rapito.

Non riuscivo a capacitarmi del fatto che questo cantautore riuscisse a descrivere in maniera così dannatamente precisa il disagio esistenziale di tutti noi. Come riuscisse a infilarsi dentro le pieghe del nostro essere, come riuscisse a farci vedere, con garbo e velata ironia, gli ultimi. Senza nobilitare o giudicare le figure che descriveva, ma soltanto analizzandole. Quasi come un entomologo.

O come, in maniera deliziosa, andava a individuare quei sentimenti profondissimi che però spesso siamo portati a rimuovere, immagino per autodifesa, e a ricordarci che li abbiamo provati. E che, forse, li proveremo di nuovo. Perché nel verso “e non c’è più nessuno che mi parli ancora un po’ di lei, ancora un po’ di lei” (che scherzosamente -ma fino a un certo punto- definisco spesso “il verso più triste di tutta la poesia italiana del 900”) Graziani ci mette di fronte alla triste sensazione che abbiamo tutti provato almeno una volta nella vita: la storia che ci ha squarciato l’anima e ci ha distrutto l’esistenza cambiandoci probabilmente per sempre è terminata da un pezzo lasciandoci solo cocci da mettere a posto. Non solo: è passato talmente tanto tempo che ormai la tua malinconia è solo ed esclusivamente tua; le vite degli altri, anche dei tuoi più cari amici, sono giustamente andate avanti. E sei rimasto da solo, se ne è andato pure il Barbarossa.

(continua)

Rosemary’s baby e i diritti delle donne

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Rosemary’s Baby” (USA, 1968), assieme a “Repulsion” (UK, 1965) e a “The Tenant” (Francia, 1976), è un capitolo della cosiddetta “trilogia dell’appartamento” di Roman Polanski: tre storie spaventose di ambientazione borghese, in cui forze misteriose ed incontrollabili prendono il controllo dei protagonisti (rispettivamente, una shampista, un modesto impiegato, una casalinga) annientando la loro vita. Il sardonico Rosemary’s Baby, tratto dall’omonimo romanzo di Ira Levin, è uno psicodramma che, usando l’armamentrio horror / B-movie, dà simbolicamente voce all’ansia americana della fine degli anni Sessanta.

La storia – Guy e Rosemary sono una giovane coppia borghese; lui (John Cassavetes, che sarà anche indimenticabile regista di capolavori come A Woman Under the Influence e Gloria) è un attore alle prime armi che per il momento ha girato solo uno spot pubblicitario, mentre lei (Mia Farrow, allora celebre volto della serie televisiva Peyton Place) è una ragazza di campagna, insicura e tormentata dal suo “tradimento”: a dispetto della sua formazione cattolica, non solo ha sposato un non-cattolico, ma addirittura fa uso di anticoncezionali. Mentre, da buona casalinga, si occupa del bucato, Rosemary conosce Terry, una ragazza che abita nel suo palazzo, ospite di Roman e Minnie Castevets, i due strambi vecchietti dell’appartamento accanto. I due anziani sono in realtà i capi di una setta satanica alla ricerca di una giovane “di sana e robusta costituzione fisica”, non vergine, cui affidare il ruolo di Madonna demoniaca, ovvero di madre dell’Anticristo. Terry, che per qualche ragione non rientra nel profilo desiderato, finirà suicida, ma verrà rimpiazzata dall’ignara ed ingenua Rosemary. I Castevets reclutano Guy, facendo leva sulla sua vanità e dando, a suon di malefici, una svolta fondamentale alla sua agonizzante carriera. Non contento di aver letteralmente venduta al diavolo la sua anima, Guy non si farà scrupolo di devolvere alla causa satanista il ventre di sua moglie. Dopo una serie di vicende agghiaccianti, Rosemary, nel giugno del 1966 (6/66, anno zero della nuova era dominata dal Maligno) darà alla luce l’Anticristo.

Ansia americana – E’ interessante analizzare brevemente il contesto storico e culturale in cui il film viene concepito. Sul fronte esterno, gli Stati Uniti stanno vivendo l’escalation della guerra in Vietnam, mentre all’interno del paese misteriose cospirazioni conducono, nel solo 1968, a due omicidi politici: il 4 aprile viene infatti assassinato il reverendo Martin Luther King, mentre il 5 maggio è la volta di Robert Kennedy. Dopo la sbronza hippie e il sogno di una nuova stagione di libertà, il Paese si risveglia con le mani lorde di sangue. Pochi personaggi incarnano la mutazione degenerativa del sogno hippie quanto Charles Manson, musicista ed hippie divenuto ispiratore di una setta di spostati, la cosiddetta Family. Ironicamente, furono proprio alcuni membri della Family ad uccidere, l’8 agosto 1969, tra gli altri, Sharon Tate la moglie di Polanski, incinta al nono mese. Non è dato sapere se i fulminati che si macchiarono di quei terribili delitti avessero o meno visto Rosemary’s Baby; ma certo il fatto che una setta “satanica” abbia ucciso una donna prossima al parto ha delle sinistre assonanze con la vicenda narrata nel film interpretato da Mia Farrow, in cui una donna partorisce il figlio del Demonio. Paradossalmente, la musica dei Beatles, che tutto evoca salvo pensieri e gesta criminose, in quel periodo viene associata alle gesta dei succubi di Charles Manson. Manson era addirittura ossessionato dall’Album Bianco (uscito a novembre 1968), al punto che i suoi emissari scrissero “Helter Skelter” e da “Pigs” con il sangue delle vittime su una parete e sulla porta di ingresso di casa Polanski, al 10050 Cielo Drive di Benedict Canyon, Beverly Hills. (1)

Bambini deformi – Rosemary’s Baby stuzzica anche un altro nervo scoperto della psiche collettiva del suo tempo. Questa volta parliamo di Europa: tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta l’ancestrale e radicata fobia di una gravidanza culminata dalla nascita di un mostro si era acutizzata a causa del cosiddetto scandalo del talidomide. A seguito di test drammaticamente superficiali, che ne certificarono la sicurezza, le donne in gravidanza impiegarono farmaci a base di talidomide come sedativo e anti-nausea. Solo nel 1961 gli studi indipendenti di un ginecologo australiano, William McBride, e del pediatra tedesco Widukind Lenz misero in luce gli aspetti teratogenici del farmaco, che, come fu chiaro, provocava gravissime malformazioni al feto, quali amielia (assenza di arti) e focomelia. Si stima che la criminale irresponsabilità della Chemie Grünenthal, la casa farmaceutica che sviluppò il prodotto, destinandolo alle donne in gravidanza, abbia causato la nascita di un numero compreso tra i 10.000 e i 20.000 bambini con gravissime deformità, il 40% dei quali non sarebbe arrivato al primo compleanno (senza considerare le morti in utero). Benché il farmaco fosse stato ritirato dal commercio a fine novembre del 1961, l’inchiesta governativa tedesca impiegò oltre sei anni per approdare alla denuncia a carico delle figure apicali della società: il processo iniziò a maggio del 1968 (2). Rosemary’s Baby, dunque è il capostipite di una serie di film impregnati da “ossessioni ginecologiche e fetali” (3), così come di quelli che hanno come protagonisti bambini malvagi: The Brood di David Cronemberg, Alien di Ridley Scott, Omen di Richard Donner e naturalmente a L’Esorcista di W. Friedkin.

La “Pillola” – E’ indubitabile l’importanza della diffusione della pillola anticoncezionale nella storia della società americana degli anni Sessanta. Benché la Searle inizi a vendere l’Enovid come anticoncezionale tra il 1960 e il 1961, si dovrà attendere fino al 1965 per renderla disponibile a tutte le coppie sposate (!), e fino al 1972 affinché la vendita del prodotto a donne non sposate non venga considerata illecita secondo la legge americana. La separazione del sesso dalla riproduzione e il pur esitante e lento processo di riappropriazione dei suoi diritti riproduttivi da parte della donna irrita l’oscurantista ed ottusa chiesa cattolica. Non a caso, solo pochi mesi dopo l’uscita di Rosemary’s Baby, Paolo VI (4) promulga l’enciclica “Humanae Vitae“, nella quale ribadisce la ferma condanna della chiesa nei confronti di ogni forma di controllo delle nascite. Ed in effetti Rosemary’ Baby è una elaborata critica sociale “all’oppressione di genere e al patriarcato”, che Polanski realizza da par suo, senza cioè rinunciare al divertimento. Infatti, se da un lato l’impostazione cospirazionista è tipica della subcultura ultrareazionaria, il modo in cui la setta satanica si rapporta alla giovane donna sola non è che una manitestazione parossistica della vera agenda con cui i conservatori tentano di ricacciare nel buio le innovazioni liberal degli anni Sessanta. Al di là dei topoi del cinema di genere, la vicenda è in effetti quella di una donna che cerca di sfuggire al marito e ai suoi alleati (satanisti?) impegnati a controllare ogni aspetto della sua esistenza: il suo corpo, la sua sessualità, e il suo diritto a procreare, e, nel caso, a determinare come e quando farlo – perfino il suo modo di acconciarsi i capelli (5).

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Sex Is Violence

Control – Non appena Rosemary viene percepita come “feconda” e sola (in quanto rinnegata dalla sua famiglia per le sue scelte “immorali”), essa diviene un utero a disposizione dei piani folli di suo marito. Ci sono, sì, le rose rosse, ma la fecondazione di Rosemary è la conseguenze non di un rapporto affettuoso e consensuale, ma di una violenza carnale: Rosemary viene drogata (e le sue rimostranze sul sapore “farinoso” del dessert preparato dalla “affettuosa” anziana vicina vengono ovviamente ridicolizzate) e il marito ne abusa sessualmente. Dal momento che, approfittando di un momento di distrazione, la donna ha gettato una parte del dolce, il suo sonno sarà parziale, e sarà quindi parzialmente lucida mentre il marito e i suoi compagni di … Sabba la sopporranno allo stupro. Il rapporto verrà sì iniziato dal marito, ma a concluderlo sarà un orribile mostro antropomorfo – lo spettatore potrà scegliere se nell’economia della narrazione, tale rimpiazzo sia da interpretarsi come effettivo o simbolico. Quando, la mattina dopo, Rosemary si lamenta dei graffi sul corpo, il marito non si fa problemi a raccontarle una versione dei fatti che, pur edulcorata, comporta comunque l’ammissione di una violenza sessuale. Guy si concede perfino una risatina e una battuta di cattivo gusto; e lì finisce. Tutto normale, in fondo, la donna è proprietà del marito, e lui può servirsene come meglio crede.

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La verità non rende liberi. Proprio per niente.

Rosemary, ormai incinta, continuerà ad essere oggetto al controllo ossessivo eteronormativo: non potrà prendere le vitamine come le altre donne, ma sarà costretta a bere l’orrendo bibitone che le prepara la strega Minnie. Quest’ultima farà in modo che Rosemary non venga più seguita dal suo ginecologo, presentandola al dottor Sapirstein (un altro membro della setta). Le amiche che la sconsigliano di dar retta a Sapirtstein verranno trattate da Guy come delle oche senza cervello. L’insistenza di Rosemary verrà messa a tacere con un riferimento assai greve a chi paghi le fatture del dottore. Tra i consigli di Sapirstein vi sarà il divieto di leggere libri che parlino di gravidanza; e lo stesso farà il marito quando Rosemary entrerà in possesso di un testo sulla stregoneria fattole pervenire da un suo amico, guarda caso ucciso da un incantesimo ordito dai Castevets. Guy si impadronirà del libro, posizionandolo su uno scaffale in alto, dove la moglie non possa arrivare a meno di non montare in piedi su una sedia, … accanto (e significativamente) ad una copia del Rapporto Kinsey. Quando ormai Rosemary avrà accumulato prove evidenti del complotto che la sta trasformando suo malgrado nella madre di un nuovo Cristo diabolico (che nascerà a giugno 1966 – 6/66), cercherà aiuto presso il suo precedente ginecologo che, probabilmente in buona fede, interpreterà il suo racconto come l’esito di un attacco isterico pre-parto, finendo per consegnarla proprio ai suoi aguzzini. A questo punto, Rosemary si ribella apertamente ai suoi carnefici, e per questo viene sottoposta ad una pesante sedazione; quando si risveglia, dopo il parto, viene nuovamente ingannata, dal momento che Guy cerca di convincerla che il bambino è nato morto. Tuttavia, Rosemary, che attraverso le sottili pareti dell’appartamento riesce a sentire il pianto del neonato e i canti rituali della setta, scoprirà la verità.

Il bambino (cui è stato dato il nome di Adrian, senza nemmeno interpellarla), è vivo ed in buona salute, ma nella sua culletta nera, sovrastata da un crocefisso rovesciato, frigna come un normale neonato, bisognoso delle coccole della mamma. Peccato abbia quegli occhi non umani  – “proprio quelli di suo padre” chioccia una socia più anziana della setta, riunita per far festa all’anticristo. Ed è nel finale che si realizza il capolavoro di Polanski: Rosemary, entrata nell’appartamento dei capi della setta con un coltello da cucina e non proprio con le migliori intenzioni, soccombe alla pressione sociale patriarcale, (“lasciate che lo culli… è sua madre” dirà Roman) e finisce per accettare come “destino” la sua progenie biologica, anche se frutto della violenza e dell’inganno.

(1) I collegamenti tra Beatles, sorelle Farrow e Charlie Manson non finiscono qui: Susan Denise Atkins, una degli assassini di Sharon Tate, era conosciuta nella Family con il soprannome di Sadie Mae Glutz, un nome che assona con “Sexy Sadie“, un altro pezzo dell’Album Bianco, che Lennon scrisse per prendere in giro il maestro Maharishi per i suoi presunti approcci sessuali a… Mia Farrow. “Dear Prudence“, un altro pezzo dell’Album Bianco, era stato scritta da Lennon per Prudence Farrow, sorella di Mia, che era un po’ la “secchiona” dell’ashram, talmente presa della meditazione da rimanere reclusa in meditazione per settimane intere (di qui l’invito degli amici: “Dear Prudence won’t you come out to play?”) Un’ultima cosa: l’appartamento in cui è ambientato Rosemary’s Baby (che nel film viene chiamato Bramford Building) è in realtà il Dakota Building, un palazzone ottocentesco sulla Settantaduesima Strada (New York), dove sarebbe andato a vivere John Lennon, e davanti al cui ingresso venne assassinato l’8 dicembre 1980.

(2) Il procedimento giudiziario venne sospeso circa due anni dopo, in conseguenza, sembra, di un vergognoso patteggiamento tra i rappresentanti dell’azienda e quelli del governo federale, che tra l’altro non incluse i rappresentanti delle vittime.

(3) David J. Skall, storico e critico di film horror

(4) Paolo VI viene citato per ben due volte nel film di Polanski: la prima nel corso della conversazione tra i capi della setta demoniaca e Guy, e una durante l’angosciante sequenza onirica in cui Rosemary mette in scena i suoi sensi di colpa di cattolica reietta

(5) Più o meno a metà del film il look di Rosemary cambia drasticamente, e i bei lineamenti di Mia Farrow verranno valorizzati da un rivoluzionario (per i tempi) taglio “pixie”, divenuto immediatamente molto popolare in tutto il mondo.  Peccato che Guy dedichi al nuovo taglio della moglie una battuta singolarmente volgare: “Non riesco a credere che abbia pagato dei soldi per … questo”. Polanski fece arrivare sul set direttamente da Londra il mitico parrucchiere Vidal Sassoon, facendo lievitare il costo dell’hair-do di Ms. Farrow da 30 a 5.000 dollari. Si trattò di un’eccezionale occasione pubblicitaria per il parrucchiere britannico, che finse di eseguire il taglio all’interno di un ring da boxe trasformato in set fotografico. In realtà, Sassoon aveva già trasformato in “pixie” Mia Farrow qualche settimana prima, e quindi si schermì quando Polanski gli chiese raggiungerlo negli USA. Ma quando quest’ultimo rispose “c’è sempre qualcosa da tagliare”, a Sassoon non restò che prendere l’aereo e partire. La ricostruzione dei fatti di Mia Farrow è leggermente diversa: il giorno dopo la morte di Sassoon (2 maggio 2012) Mia Farrow, su Twitter, ha fatto sapere che si era tagliata da sola i capelli qualche giorno prima e che l’intera vicenda del ring con i fotografi non era altro che una colossale montatura a scopo promozionale. Sembra che Frank Sinatra, allora marito di Mia Farrow, l’avesse minacciandola di “conseguenze” qualora si fosse tagliata i capelli corti; a proposito di uomini violenti che vogliono controllare le donne… In ogni caso, da gentiluomo qual era, Sinatra fece recapitare a Farrow le carte del divorzio direttamente sul set di Rosemary’s Baby; pare che il casus belli fosse stato il rifiuto di Farrow di abbandonare il set di Rosemary’s Baby per raggiungere il marito, che desiderava farle recitare una particina nel suo film The Detective.

Il tormentone commerciale dell’estate prossima

in musica/società by

Non bisogna mai dimenticare di concedersi un 20-30% di musica commerciale.
Taylor Swift (fregna), Katy Perry (fregna), Tiziano Ferro (fregnissimo pure lui), Nicky Minaj (ecchevvelodicoafare): è roba che ti tiene in contatto con il mondo reale, con il popolo dei centri commerciali e con gli inestetici adolescenti di oggi; mi corre l’obbligo di ricordarvi che quest’anno diventerà maggiorenne (io scrivo “maggiorenne” ma voi leggete pure “fiocinabile a norma di legge”) gente nata mentre noi ci fumavamo emozionati il primo spinello, eravamo appena usciti pazzi per Manuel Agnelli e sognavamo il giorno in cui finalmente ci saremmo guadagnati LA DEPRESSIONE.

Per l’estate a venire un probabile tormentone sarà questo pezzaccio di FEDER.
Mi è piaciuto subito – del resto per apprezzare il genere non devi fare i settecento ascolti necessari ad allenare l’orecchio a Dvořák – e mentre lo ascoltavo per la diciannovesima volta di seguito è stato naturale chiedersi: perché mi piace in questa maniera smodata dal momento che non ho assunto droghe?
Probabilmente perché ricorda le atmosfere di un film che mi fa uscire di cabeza ogni volta che lo guardo: Frantic, memorabile thriller hitchcockiano girato da Polanski a Parigi negli anni ottanta, con protagonisti quella figa pazzesca di Emmanuelle Seigner e Indiana Jones.
E mi piace così tanto perché potrebbe benissimo essere una citazione di I’ve seen that face before di  Grace Jones, miglior cover ever di Libertango, che appare in una scena centrale del film in cui la Seigner balla ancheggiante e sensuale e io soffro molto.

Dicevamo, Goodbye di FEDER (acronimo di cui si sa poco e niente) è il pezzo è più scaricato della settimana su iTunes Italia e il più virale su Spotify, ha già fatto furore nelle discoteche dell’est Europa con il sensualissimo vocal semi-parlato che caratterizza la dance degli ultimi anni e l’eleganza della base tanguera, si, sto usando parole scelte a caso.
Raghi, ve lo dico, ascoltatevelo ora, prima che vi tormenti gli ossicini dell’udito nella pubblicità estiva della Telecom con Pif che balla ancheggiando sensuale insieme a Indiana Jones.

Gli ex collaboratori di D’Alema

in politica/storia by

E’ commovente e curioso constatare che i primi (e gli unici) che scattano solerti e reagiscono veementi a difesa di Matteo Renzi contro gli attacchi di Massimo D’Alema siano il suo ex capo dello staff a Palazzo Chigi Claudio Velardi, il suo ex responsabile alla comunicazione Fabrizio Rondolino, ed il suo ex portavoce Matteo Orfini.

Stiamo parlando di tre soggetti all’epoca appartenenti a quella cerchia invidiata, misteriosa ed inaccessibile dei “dalemiani di ferro”. Velardi, Rondolino, Orfini, La Torre, Minniti, tutti temuti e beffardi soldati dalemiani. Poi diventarono ex dalemiani. Adesso non solo antidalemiani, ma focosi renziani, passati addirittura con il “nemico”.

Sicuramente, caro Massimo, te la riderai sotto i baffi pensando “questi non li conosceva nessuno e li ho fatti diventare ‘famosi’ mettendoli al mio fianco. Poi se ne sono andati ma per continuare a dimostrare al mondo che esistono devono parlare male di me. Sono sempre io al centro dei loro pensieri. Sono dei dalemacentrici. Senza di me non se li cacherebbe nessuno.La loro condanna è questa ed io in fondo li perdono e provo pure affetto per loro.”

Certo, se ci aggiungiamo la Moretti che da antirenziana viscerale è divenuta una delle amazzoni del premier, pare evidente che per D’Alema e Bersani la scelta di collaboratori ‘stabili’ non sia una delle cose che gli venga meglio.

Ma nel caso dei tre di cui sopra, c’è un qualcosa in più del salire sul carro del vincitore. C’è quella dose di rivalsa, sfottò sopra le righe, sfumato livore, camuffato rancore, che balza nitidamente agli occhi e che noi comuni mortali non riusciamo a spiegarci.

Perchè, caro Massimo, ce l’hanno così tanto con te? Che gli hai fatto?

Potremmo tirare fuori l’Ornella Vanoni di Quei giorni insieme a te:

“Quei giorni insieme a te/ io non li rivivrei /è stata un’ Odissea difficile, inutile/ Noi eravamo in due /che adoravamo te/una ero io, l’altro eri tu/ e non avevi il tempo di volere bene a me (…) Quei Giorni Insieme A Te io li cancellerei/ ripeto fra di me: Che stupida! che stupida!/ E mi vergogno un po’ di averti detto sì/ Oggi che ho più dignità/ io non accetterei l’amore in briciole che tu allora davi a me come fosse carità/ ma se è così chissà perché penso ancora ai giorni insieme a te.”

Oppure dovremmo pensare a delle più crude pratiche di tortura psicologica? Li legavi a delle croci di sant’Andrea e  incollavi loro sul corpo con dell’attack pagine de Il sangue dei vinti di Giampaolo Pansa? Gli ficcavi in bocca una ball gag con lo stemma falce e martello e con un megafono da 120 milioni di volt gli urlavi le massime di Mao tse tung e gli stratagemmi di Sun Tzu? Li spogliavi nudi in una stanza blindata con Fassina che gli lanciava in faccia delle secchiate di acqua ghiacciata minacciandoli che avresti fatto condurre loro una trasmissione su Red Tv con Adinolfi e Massimo Bordin? Hai costretto ciascuno di loro singolarmente per un mese a testa a preparare a mano deliziose ed abbondanti fettuccine per Goffredo Bettini?

Ecco, cosa sia successo non lo sapremo mai, almeno fino a quando non leggeremo le memorie postume di Roberto Gualtieri e del Ministro Padoan, ex direttore di Italianieuropei.

Soundtrack1:’Il Gulliver’, Verdena

Soundtrack2:’Reach for the dead’, Board of Canada

Soundtrack3:’No tomorrow’, The Stevenson Ranch Davidians

Soundtrack4:’Lord of light’, Bardo Pond

Soundtrack5:’La polizia chiede aiuto’, Stelvio Cipriani

Soundtrack6:’I giorni che ci appartengono’, Mina

Soundtrack7:’Quei giorni insieme a te’, Ornella Vanoni

Soundtrack8:’Non si sevizia un paperino’ Liz Ortolani

Soundtrack9:’The dampfwalze’, Sudstern 44

Soundtrack10:’Serra’, Mugstar

 

The Ruling Class – una recensione

in cinema by

Una noiosa domenica di molti anni fa, a casa della mia nonna materna, mi capitò di vedere un pezzo di questo film. Nonna Ginetta aveva comprato un televisore a colori, che allora rappresentava il massimo della tecnologia moderna, e ogni tanto mio padre ed io passavamo un pomeriggio domenicale ipnotizzati da quella fantastica novità. Sorbivamo di buon grado qualsiasi porcheria ci venisse propinata dalla scatola magica; a differenza della Rai, le “tivvù private”, infatti, passavano film a qualsiasi ora, classici come opere bislacche come quella di cui oggi voglio parlare.

Da notare: i miei genitori, che si erano preoccupati di bandire dalla conversazione qualsiasi riferimento anche lontanamente attinente alla sfera sessuale, a dieci anni mi consentivano di guardare film che per tema, durata, stile, argomento, erano chiaramente non adatti ad un bambino della mia età. Ero piccolo quando mi vennero propinate le tre ore abbondanti di “Barry Lyndon”. Vorrei poter dire che la visione di quella meravigliosa pellicola in sì tenera età sia stata decisiva per forgiare il mio futuro impeccabile gusto in fatto di cinema; la realtà è ben diversa, ovviamente: “Grazie papà, per avermi portato a vedere un film dove a uno tagliano la gamba e la danno al gatto“- questo fu il mio unico commento. Tra l’altro, la versione che vidi allora era quasi certamente tagliata: non ho memoria, ad esempio, della scena del bacio omosessuale tra ufficiali (negli USA si affronta il tema dell’omosessualità nel 1958 con “La Gatta sul tetto che scotta”, in Italia, oltre vent’anni dopo, si purga una scena con un bacio tra uomini).

Ma torniamo a “The Ruling Class” (“La classe dirigente”): facendo zapping, mio padre vede Peter O’ Toole, un attore che idolatra dopo il suo Lawrence d’Arabia, e finalmente la pianta di cambiare canale in modo compulsivo. La bizzarria e l’irriverenza del film a me piacquero immediatamente, anche se ovviamente non ne capii a fondo il senso polemico. Al piccolo Braconi (e anche al senior in effetti) fu comunque negata la scena in cui Carolyn Seymour si esibisce in una coreografia-strip tease, fino a rimanere nuda: anche qui, evidentemente, un piccolo taglio per non turbare troppo i borghesi teledipendenti della domenica…

Quando lo becchiamo, il film è iniziato da un po’, e così perdiamo pure l’assurda sequenza iniziale: quella di sicuro non l’avrei capita. Provate a spiegare questo, ad un bambino di 10 anni (nel 1979): l’anziano Ralph, 13-esimo conte di Gurney, in divisa da ufficiale britannico e tutù da ballerina, chiuso nella sua stanza da letto, fa uno strano gioco autoerotico: con l’ausilio di una scaletta, si mette un cappio al collo e si procura piacere con brevi istanti di asfissia. Quando la scala si rovescia, il conte si impicca e muore.

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Gli stravaganti nobili inglesi

Sir Charles, dopo aver dissimulato la reali circostanze della morte dell’illustre e ricco fratello, punta ad impadronirsi dei di lui beni, congiurando apertamente ai danni del legittimo erede, Jack Arnold Alexander Tancred Gurney, 14-esimo conte di Gurney (Peter O’ Toole). Obiettivo apparentemente facile, dal momento che Jack è un pazzo furioso convinto di essere Dio. Una follia tenera e poetica, la sua, che si manifesta nell’aperta predicazione della fratellanza universale e che comporta qualche piccola stravaganza: Jack, per dire, insiste a dormire, in piedi, sul crocifisso a grandezza naturale che ha fatto installare nel salotto della sua casa di famiglia. Ovviamente, il suo messaggio di amore incondizionato, più che avversato, viene semplicemente ignorato dai più come una fastidiosa forma di eccentricità.

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Carolyn Seymour, moglie del regista Peter Medak, come io non ho potuto rimirarla quando avevo 10 anni.

Sir Charles mira a far sposare rapidamente Jack – a tal fine “riciclerà” cinicamente una sua (ex?) amante, che, a dispetto di ogni aspettativa, finirà per provare autentica tenerezza per lo sfortunato conte di Gurney. Una volta messo alla luce un erede legittimo, spera Sir Charles, potrà far interdire Jack e toglierlo definitivamente di mezzo rinchiudendolo in manicomio. A tal fine viene perfino ingaggiato uno psichiatra, il dottor Herder, il quale però, anziché favorire i biechi piani di Charles, avallando la tesi della follia di Jack, si metterà in testa di curarlo. Ed effettivamente i suoi metodi, singolarmente crudeli, condurranno il paziente ad una parvenza di normalità. Dismessi l’acconciatura da Gesù pop, i completi bianchi ed il saio monacale, Jack sfoggia ora un perfetto taglio di capelli, un magnifico completo di sartoria, e siede sullo scranno parlamentare un tempo occupato dal defunto padre. Eppure, il recuperato equilibrio mentale non è esente da ombre né da vaghe suggestioni violente; la mente di Jack, infatti, è irrimediabilmente malata, ed egli adotterà ben presto un alter ego assai più sinistro, quello del maniaco assassino di prostitute Jack lo Squartatore. Nessuno, nemmeno l’amata e tutto sommato innocente moglie, verrà risparmiato dal suo furore distruttivo.

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Il “nuovo” conte di Gurney e la sua platea di zombie.

La Classe Dirigente” è la versione cinematografica di una pièce teatrale scritta da Peter Barnes nel 1968 (in questi giorni, fino all’11 aprile 2015 viene rappresentata a Londra); anche in quel caso il quattordicesimo conte di Gurney venne impersonato da Peter O’ Toole, il quale era anche proprietario dei diritti. La leggenda vuole che, nel 1972, al termine di una serata ad alta gradazione alcolica trascorsa in compagnia di Peter Medak, l’attore irlandese abbia telefonato al suo agente: “Sono qui con quel pazzo di ungherese, e sì, lo so che sono sbronzo, ma ti do 24 ore per metter su questo film“. La mattina successiva Medak riceve una chiamata dalla United Artists. Il film, come la commedia, è un guazzabuglio in cui si alternano black comedy, satira sociale e musical. Pur nella sua piacevolezza è una pellicola piena di rabbia, quasi nichilista. L’unico personaggio positivo è in effetti quello del maggiordomo marxista, Daniel, che, una volta ereditata una somma di denaro dal vecchio conte di Gurley, diventerà pericolosamente poco diplomatico nei confronti dei suoi “padroni”, e progressivamente più proclive all’abuso di alcol. Pur odiando cordialmente (e con ottime ragioni) la corrotta famiglia Gurney, rimarrà fedele al giovane Jack, il quale tuttavia lo tradirà senza il minimo scrupolo per salvarsi dall’accusa di omicidio. Il “nuovo” conte di Gurney si comporta in modo consono a quanto gli impone il suo retaggio, ovvero mettendo in conto alle classi oppresse le conseguenze della propria condotta criminale: si registra qui quel tipo di forzatura ideologica che dal mio punto di vista fa invecchiare male tanto cinema di contestazione anni Settanta, altrimenti molto interessante.

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Il maggiordomo marxista, pronto alla prima vacanza della sua vita.

Per il resto il carnevale grottesco di Medak / Barnes butta all’aria ogni sacra istituzione borghese:

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Il Vescovo Lampton.

La religione organizzata (La Chiesa d’Inghilterra): ad impersonarla è la maschera stravolta ed esilarante del vescovo Bertie Lampton (Alastair Sim), che, a dispetto delle manfrine con cui manifesta il suo sdegno per la corruzione dei suoi tempi, fingerà di credere che la morte di Ralph Gurney sia stata causata da un incidente e che il matrimonio di comodo tra una prostituta ed un debole di mente sia il suggello divino su un amore sincero. Non a caso l’autentico messaggio “love & peace” viene messo in bocca ad un folle: esso, infatti, comporta un sovvertimento di valori talmente violento che una società cinica non può che catalogare come pazzia.

La scienza: a dargli corpo è il personaggio del dottor Herder, medico abile ma incapace della minima empatia con il paziente, ed in più pronto a farsi corrompere in cambio di sesso (le profferte erotiche della matura e disinibita moglie di Sir Charles) e del denaro necessario a finanziare le sue ricerche. Per inciso, con la sua “geniale” terapia, trasformerà la bonaria follia di Jack in una furia omicida che nulla risparmia.

Il matrimonio: quello organizzato da Sir Charles è una farsa indecente – solo per caso, da queste esecrabile finzione nascerà un legame basato su un affetto genuino, anche se breve. Quanto al suo, di matrimonio, c’è poco da stare allegri. A parte il fatto che Sir Charles se la spassa con un’amante che ha la metà dei suoi anni e che non si farà scrupoli ad asservire ai suoi loschi piani, la moglie lo disprezza al punto da andare a letto con Herder solo per odio nei suoi confronti. Non solo, ma quando Jack recupererà la sua rispettabile “normalità” (apparente e comunque transitoria), Lady Claire non si farà scrupolo di sedurre il nipote, che l’ammazzerà a coltellate.

La società: la classe dirigente viene dipinta come una combriccola di deboli di mente, il cui sbandierato rispetto per le tradizioni nasconde esistenze dannate da conformismo, fredda ipocrisia, violenza e alcolismo. Un circolo chiuso, all’interno del quale tutto è concesso e al di fuori del quale tutti sono considerati nemici. Molto efficace, a tal proposito, è la scena in cui Jack, ormai rinsavito e trasformatosi in eloquente parlamentare, terrà un discorso in cui si dichiarerà favorevole alle punizioni corporali e alla pena di morte; ad applaudire sarà però un’assemblea di mummie polverose (il Parlamento).

Insomma, anche se è stato girato molti anni fa e nonostante qua e là faccia percepire l’ansia dimostrativa tipica dei film a tesi, La Classe Dirigente è divertente e polemico; il suo unico difetto è la lunghezza: 153 minuti sono davvero troppi, qualche taglio in fase di montaggio avrebbe reso il lavoro molto più snello e fruibile.

Illiberali per dna

in politica/storia by

“Avere fede in sè è la priorità illimitata e indubitabile,
fede che non sa che cosa farsene della convalida della comunità”.

Il genio (l’importante di essere Oscar), M K

Salvini ha il diritto di fare una manifestazione con gli xenofobi, i razzisti e gli omofobi? Quelli che vogliono impedirglielo sono più razzisti di lui? E da qui la domanda/prigione: “chi è più illiberale e fascista di chi?” La risposta è molto semplice: questo accade perché siamo un paese dalle radici illiberali. Il motivo è ovvio: nella sua evoluzione storica il ‘destino’ ci ha consegnato una borghesia a maggioranza illiberale e reazionaria.

Considerando il liberalismo quell’insieme di dottrine filosofico/politiche che pongono precisi limiti al potere e all’intervento dello Stato, al fine di proteggere i diritti naturali, di salvaguardare i diritti di libertà e di promuovere l’autonomia creativa dell’individuo, storicamente esso nasce e si sviluppa come ideale che si affianca all’azione della borghesia nel momento in cui essa combatte contro le monarchie assolute e i privilegi dell’aristocrazia a partire dalla fine del XVIII secolo.

Ciò significa che, dove si sia avverato, accennato, tentato, il contagio liberale di una determinata società avvenne attraverso l’azione di una borghesia liberale che si affermava, appunto, in quanto liberale.

Ecco, l’Italia non è un paese liberale perché una borghesia liberale non l’ha mai avuta. E naturalmente mai l’avrà perché il treno della storia è passato.

Max Weber ne L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, ha spiegato che la riforma protestante e la sua etica del lavoro hanno favorito una singolare tendenza al comportamento razionale per raggiungere il successo economico. Soprattutto la tradizione calvinista, percependo il lavoro e l’esercizio costante di una professione come una chiamata di Dio, ha portato con se un forte sentimento di responsabilità e devozione. Sentimento di responsabilità che è la base fondante di ogni forma di emancipazione, economica, culturale, personale etc. Tutto questo non si è sviluppato, o si è sviluppato male e schizoidamente, nei paesi cattolici, che per loro standard costitutivo contrappongono al senso di responsabilità individuale un’inflessibile concezione paternalistica, infondendo a tutti i livelli sentimenti di insufficienza personale e di assistenza coatta, funzionali appunto a dinamiche paternalistiche.

Non è un caso che, ad esempio, in Italia il Vaticano abbia svolto un ruolo decisivo per tamponare e disinnescare le spinte liberali che cercavano di emergere nella politica e nella società. La chiesa, dopo essersi giocata la carta del Non expedit (con cui la santa sede il 10 settembre 1874 espresse parere negativo sulla partecipazione dei cattolici italiani alle elezioni e in generale alla vita politica dello Stato ), ha fatto scacco matto su quest’aria politica con il Patto Gentiloni prima, che orientava gli elettori cattolici verso i candidati liberali (disinnescandone spinte e contagiandone azioni) in cambio di un potere di condizionamento sui valori non negoziabili della chiesa, e, successivamente, con il partito dei cattolici, concepito da Sturzo nel 1919 e inveratosi in forma totalizzante con la Dc del Dopoguerra.

Dal 1882, cioè dal momento in cui la Destra storica cade sul pareggio di bilancio e Agostino Depretis dà vita da sinistra alla grande ammucchiata del trasformismo, assistiamo all’evolversi di un’anomalia secolare che fa della borghesia italiana un ceto fortemente illiberale nella sua composizione maggioritaria, e questo si manifesta esplicitamente nell’esperienza del ventennio fascista fino ad oggi.

Mussolini convinse gli industriali del Nord, gli agrari dell’Emilia Romagna ed il latifondismo meridionale, preoccupati dagli scioperi e dalla nascita di una forte organizzazione operaia, che il suo movimento non era una rivoluzione ma un sostanziale ritorno alla legge e all’ordine. E infatti tanto la grande quanto la piccola borghesia, reazionari nei loro nuclei psichici, vi si riconobbero. Quando, all’inizio degli anni Trenta, il fascismo pretese il giuramento di fedeltà al partito da tutti coloro che in un modo o nell’altro erano dipendenti dallo Stato, non un magistrato, un burocrate, un poliziotto, un funzionario di qualsiasi ordine e grado (Borghesia) si tirò indietro.

Concetti ed azioni, questi ultimi, del tutto estranei al liberalismo e ad una rivoluzione liberale che, al contrario, ha sempre concepito la società come somma ed espressione delle varietà e singolarità umane, tendente ad una moderna democrazia che non sia basata esclusivamente sulla volontà della maggioranza, ma anche e soprattutto, sul rispetto delle minoranze.

Dall’Unità in poi la borghesia italiana ha sempre preferito la protezione statale al rischio di mettersi in gioco politicamente. In preda ad un’ossessione di rivendicazione bottegaia ha sempre puntato sulla trattativa con lo Stato per organizzare la difesa dei propri interessi, subordinando l’interesse generale agli accordi privati, particolari, in un regime d’ideologia concertativa permanente.

Questa debolezza strutturale, questa paura e questa assenza di emancipazione ha portato il blocco sociale imprenditoriale, quello delle professioni, delle élite dell’economia, della finanza, a farsi rappresentare per decenni da ‘prodotti’politici’, alternativamente di destra, centro, sinistra, espressione della monolitica egemonia del gesuitismo controriformistico e dell’arretratezza italiana.

Le lunghe disquisizioni sulla sensatezza dell’ideologia liberale di un ‘liberale’ italiano, in un batter d’occhio vengono cestinate nel dimenticatoio e sostituite da pratiche, scelte ed azioni appunto reazionarie ed illiberali, appena egli deve preservare e difendere il proprio orticello.

E’così che è andata. Sarebbe bene ricordarselo sempre.

Soundtrack1:’How we be’, Sinkane

Soundtrack2:’Head over heels’, Tears for Fears

Soundtrack3:’La lira di Narciso’, Marlene Kuntz

Soundtrack4:’Io se fossi Dio’, Giorgio Gaber

Soundtrack5:’A chi succhia’, Marlene Kuntz

Soundtrack6:’Mad world’, Tears for Fears

Soundtrack7:’There there’, Radiohead

Post scriptum:

Lungo i bordi (Dedicato ad Emanuel Carnevali)

in cultura/scrivere/storia by

« Volevo maledire i miei occhi encefalitici,
ma non maledissi nulla, perché la mattina era bella e c’era pace nel mio cuore. »
(Emanuel Carnevali, Castelli sulla terra – Le montagne)

Emanuel Carnevali è stato uno scrittore e poeta italiano. Nato a Bologna nel 1897, a soli 16 anni, causa i continui litigi con il padre considerato troppo autoritario e reazionario, decise di emigrare negli Stati Uniti, luogo per lui simbolo della vita e della letteratura, dove vi sbarca il 5 aprile del 1914.

Visse tra New York e Chicago, all’inizio senza conoscere una sola parola d’inglese ed esercitando lavori saltuari: lavapiatti, garzone di drogheria, cameriere, pulitore di pavimenti, spalatore di neve ecc., e soffrendo fame, abbietta miseria e privazioni di ogni sorta («raccogliere cicche per strada non fu certo la cosa più spregevole a cui mi ridussi»). Col tempo imparò la lingua (“leggendo le insegne commerciali di New York”), cominciò a scrivere e ad inviare i suoi versi a tutte le riviste che conosceva.

Inizialmente rifiutate, le sue poesie cominciarono man mano ad essere pubblicate e lui a farsi conoscere nell’ambiente letterario, diventando amico di diversi poeti tra cui Max Eastman, Ezra Pound, Robert McAlmon, William Carlos Williams, Sherwood Anderson, che lo accolsero come uno dei loro, inclusero suoi testi nelle loro celebri antologie e riviste, con ammirazione e insieme sconcerto dinanzi a questo difficile e imprendibile personaggio.

Dimenticato dalla critica e dal pubblico, ha lasciato un piccolo, ma tagliente e forte segno nella letteratura americana del Novecento. Pur vivendo quasi in miseria, passando da un lavoro all’altro, e da un amore all’altro, frequentando prostitute e teppistelli, riuscì a partecipare, da straniero, al rinnovamento dell’avanguardia letteraria americana dell’epoca.

Nel 1922 fu colpito da encefalite letargica e dovette tornare in Italia.

Trascorse in un ospedale vicino a Bologna gli ultimi anni della sua vita, dove visse gli ultimi venti fra l’ospedale e varie pensioni di Bazzano, il Policlinico di Roma e la clinica bolognese Villa Baruzziana, morendo l’11 gennaio 1942.

Due giorni dopo venne sepolto a Bologna nel Cimitero della Certosa. (*)

(*) Ecco la maniera in cui Carnevali descrive la sua caduta nella follia:

«Ero atterrito dalla maniera totalmente nuova in cui la luce stessa mi appariva alla finestra, una luce così eterea, inconsistente, debole e tremula nella finestra. Credetti di morire o di essere prossimo a morire, o anche di aver raggiunto la morte. I rumori prendevano un altro significato, ma il più terribile di tutti era il rumore della mia voce. Urlavo a squarciagola la mia pazzesca formula della divinità, ripetendo che io ero, per me stesso e per tutti gli uomini, il Primo Dio, l’Unico Dio, che ero un carico di spezie giunto improvvisamente in porto. Ma ero l’unico apostolo della mia religione: rispettavo il sole e la luna, benché, nel  mio orgoglio violento, non avessi bisogno di loro. Avevo sempre odiato la ricercatezza e ora piangevo e invocavo la semplicità, solo che la semplicità non doveva essere presa per pura idiozia. Per essere un dio, un vero dio, bisognava saturarsi di cose semplici: ecco la via più facile per raggiungere la perfezione della divinità. Accadde mentre leggevo un libro di storia  cinese: improvvisamente il nodo di sgomento e di disperazione si sciolse e l’intera stanza ruotò intorno a me; balzai in piedi barcollando, ubriaco. Stavo diventando pazzo e lo sapevo. Ogni traccia di realtà mi aveva abbandonato e io vacillavo, inciampavo, senza risorse, in un mondo incerto»(1)

In questo momento, atterrito dal pensiero della pazzia, Carnevali bussa alla porta di Sherwood Anderson e gli chiede di poter mangiare, «pensando che l’azione meccanica del masticare mi avrebbe riportato alla realtà», ma Anderson, dice Carnevali, «mi mise garbatamente alla porta»:

«Barcollai fuori, nella neve, ubriaco per quei terribili sintomi di follia, vagando per strade che mi erano da sempre note e da sempre sconosciute. Avevo per compagne la tremenda Paura delle Paure, la paura di non essere più in grado di capire il significato delle cose e la Miseria di tutte le Miserie: quella di capire che era scomparsa in me la facoltà di distinguere una cosa dall’altra e perfino la volontà di distinguerle. Sento ancora gli orrendi rumori che facevo mentre andavo avanti, il grugnito che scambiavo per poesia, il pianto che era il pianto più disgustoso del mondo […]. Fuori, nella neve, di nuovo dissi ad alta voce: ora quell’angolo cesserà d’essere un angolo, quel lampione non sarà più un lampione; quella fogna non scorrerà più col suo carico d’acqua sporca, perché l’amato elenco delle cose comprensibili è andato inavvertitamente distrutto, perché in questo immacolato pezzo di cielo una vite si è allentata, un dado spuntato, una rotella è andata fuori posto, e l’intera macchina della realtà è soltanto l’interruttore. Dicevo: poiché io sono pazzo o lo diventerò tra poco, impossibile che io riesca di nuovo ad afferrare la realtà. E allora qualcosa di strano accadde o non accadde: sentii che uno dei miei occhi non si chiudeva, che non si sarebbe mai più potuto chiudere, e d’ora innanzi avrebbe agito indipendentemente dall’altro».(1)

La versione di Anderson:

«Alla fine una notte d’inverno venne a casa mia. Era pallidissimo e mi parve che nei suoi occhi brillasse una luce strana […]. Non l’avevo visto da parecchi mesi e la malattia aveva molto progredito in lui. Era magrissimo e assai poco coperto; era senza cappotto. La notte era rigidissima e cadeva una neve pesante. Stette con me quella notte, per mezz’ora, parlando dapprima tranquillamente, insistendo perché io uscissi con lui quella notte […]. Continuò a gridare, stando in piedi davanti a me e poi, prima che io potessi dire una parola e fermarlo, corse fuori. Sentii i suoi passi giù per le scale e gli corsi dietro, chiamandolo, poiché gli volevo dare almeno un cappotto pesante ma, quando fui in fondo alle scale e per la strada lui era sparito nella tempesta di neve. Deve aver vagato pazzamente, per ore quella notte, nella bufera. In casa mia prima di eccitarsi a quel modo e fuggire, aveva parlato della bellezza della tempesta, dicendo che c’era stato in mezzo, perché voleva sentirsi parte di essa. “Voglio in me la sua bellezza”, aveva detto».(2) (S. Anderson’s Memoirs)

“Ho rovinato tutto, ma non devo nulla a nessuno.”
(Il primo Dio, Emanuel Carnevali)

https://www.youtube.com/watch?v=20J6iJcHxN0

Soundtrack1:’Schiele, lei e me’, Marlene Kuntz

Soundtrack2:’Dura’, Fine Before You Came

Soundtrack3:’Il pranzo che verrà’, Fine Before You Came

Soundtrack4:’Quassù c’è quasi tutto’, Fine Before You Came

Post scriptum:

Florence Foster Jenkins, la migliore cantante peggiore di sempre.

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Qualcuno può dire che non so cantare, ma nessuno può dire che io non abbia cantato.

Iniziare una biografia con la citazione-emblema del personaggio di cui si vuole parlare è poco originale, lo so. Parlare di Steve Jobs cominciando con “Stay hungry, stay foolish” è oramai ridicolo, e sarebbe una sfida inumana scrivere di Winston Churchill senza mai far uso delle sue sentenze clamorose. Questa volta tuttavia è necessario cominciare così, perché mentre tutti sanno chi è il fondatore di Apple, troppi pochi conoscono la storia della migliore peggiore cantante lirica della storia: Florence Foster Jenkins, una donna che superò di mezzo miglio abbondante il confine dell’inarrivabile.

Il 1868 è un anno piuttosto tranquillo, negli Stati Uniti. Si stanno facendo ancora i conti con la guerra di secessione, terminata appena tre anni prima, e si comprende la necessità di un sistema di maggiori tutele per l’uguaglianza delle persone. Il 9 luglio viene ratificato il 14mo emendamento della costituzione americana, che garantisce anche agli schiavi il godimento dei diritti costituzionali, oltre a sancire il concetto di “giusto processo”. Dieci giorni dopo, a Wilkes-Barre, in Pennsylvania, nasce Florence Foster.

Non è una bambina prodigio. I genitori non rimangono esterrefatti davanti alle sue performance al pianoforte. Anzi, il padre, un ricco banchiere, è severissimo e per niente accondiscendente: quando a 17 anni la figlia gli chiederà il permesso di andare in Europa per imparare a cantare nelle migliori scuole di lirica, lui rifiuterà seccamente.

Ma la ragazza è cocciuta. Il suo sogno è diventare una diva del canto e – Santo Dio- lo diventerà. Il padre la ostacola tagliandole i fondi, e quindi Florence comincia a dare lezioni di pianoforte per pagarsi gli studi di canto. Gli anni passano e lei continua a coltivare il suo sogno. Le ambizioni crescono, e con loro la consapevolezza di avere grandi doti che le viene impedito di esprimere. Il padre muore nel 1909, lasciandole un’immensa eredità. Ma, soprattutto, viene a mancare il principale ostacolo alla sua carriera. Certo, la Signora Foster, che nel frattempo si è sposata (e ha anche già divorziato) con tal Dottor F.T. Jenkins, ha oramai 41 anni. Già ai nostri giorni è impensabile credere di farsi una carriera artistica a 41 anni, figurarsi all’inizio del Novecento, quando non esistevano né talent show né mezzi come internet dove ognuno può mostrare ciò che vuole, quando vuole e a chi vuole. Sarebbe comprensibile pensare che i sogni sono finiti e al massimo piangere ciò che si desiderava essere ma non si è diventati a causa di un padre stronzo. Ma non è il caso di Florence Foster Jenkins. Lei voleva diventare una cantante lirica.

Anzi, si rende conto – o meglio, crede – di esserlo già. Per cosa ha studiato così tanto, altrimenti? Così, comincia ad esibirsi nei pranzi tra amici e durante gli incontri ai club che il suo status di ereditiera le permette di frequentare. E gli amici rimangono attoniti. Basiti. Interdetti.

La signora Foster Jenkins non sa cantare.

A pensar bene, è una cagna. Una cagna maledetta. Ma che vuoi dirle, si è tra amici, tutti appartenenti ad una classe sociale altamente educata. “Brava, Signora Jenkins, complimenti! Lei è bravissima.” “Che gentili, grazie. Allora al prossimo pranzo canterò qualcosa di nuovo.” “Ah…eh…sì, sì, ma assolutamente! Non vediamo l’ora!”.

 

Incredibilmente, le persone dei club si rendono conto che davvero non vedono l’ora di assistere all’ennesima, ridicola, performance della Foster Jenkins. Anzi, invitano altre persone. E così lei va avanti a cantare, nei piccoli salottini privati, mentre la gente molto garbatamente trattiene le risate. Nota che gli ascoltatori aumentano ogni volta, e questa è la chiave che libera le sue ambizioni. È ricca, può permettersi di pagare per avere spazi sempre più ampi. Affitta piccole sale da concerto e invita tutti i conoscenti. Gli spazi poi aumentano. Le città si fanno sempre più lontane. È un vero e proprio tour.

Assolda un musicista con un nome improbabile, Cosme McMoon, che l’accompagni al pianoforte. In realtà ne aveva già avuto un altro, ma era stato licenziato perché durante un concerto non era riuscito a trattenersi ed era scoppiato a ridere. McMoon, personaggio ritenuto da alcuni piuttosto torbido, capisce il potenziale della donna, che ovviamente non è nella musica ma nell’intrattenimento. Dirà un giorno il pianista, intervistato:

At that time Frank Sinatra had started to sing and the teenagers used to faint during his notes and scream. So she thought she was producing the same kind of an effect.

Nel 1934 si esibisce con Die Mainacht di Brahms. Sul libretto fa scrivere: “O cantante, se non sei in grado di sognare, non cantare questa canzone.”. Semplicemente perfetto. Intanto arriva anche la benedizione di Enrico Caruso, che non può che dirle: “Non ho mai sentito nessuno cantare come lei”. L’ego di Florence arriva sulla Luna mezzo secolo prima del’uomo. Totalmente priva di orecchio, è sorda alle sporadiche critiche di chi, ascoltandola, si sente comprensibilmente preso in giro. Anzi, rilancia pubblicando un disco. Durante le registrazioni della difficilissima Regina della Notte, tratta dal Flauto Magico di Mozart, si dice preoccupata per una determinata nota. “Mia cara Madame Jenkins” le dice il direttore dello studio di registrazione della Melotone “lei non si deve sentire in ansia per alcuna singola nota.”. Ne venne fuori un capolavoro assoluto.

 

Ascoltando la registrazione Florence dice ai vertici della Melotone, in maniera educata ma convinta, che era una versione indubbiamente migliore di quelle di due prime donne a lei contemporanee, Frieda Hempel e Luisa Tetrazzini. Nel 1941 perderà poi anche l’ansia riguardo ad alcune note complicate a seguito di un incidente stradale in taxi. Grazie allo scontro, in qualche modo, ora riusciva a cantare un FA più alto. Il tassista venne ringraziato con una scatola di sigari pregiati.

Il successo non si arresta mai, ed è un continuo crescendo fino al 25 ottobre 1944 quando la cantante mette piede sul palco del Carnegie Hall, semplicemente la sala per concerti più importante di New York.

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I biglietti sono esauriti in pochi giorni dall’apertura delle prevendite (c’è chi dice “in poche ore”). Apre con alcune canzoni inglesi, e passa subito ad uno dei suoi cavalli di battaglia, la Regina della Notte. Prosegue con autori russi (Rachmaninoff, Tschaikowsky), poi un Puccini e infine la sua preferita, Clavelitos di Valverde. Ora, per comprendere pienamente la potenza dell’intrattenimento, bisogna sapere che Madame Jenkins si presentava in scena in abiti disegnati da lei e studiati per abbinarsi ai brani scelti. Per esempio indossava ali dorate nel costume dell'”Angelo dell’ispirazione”. Oppure, durante Clavelitos, si presentava con abiti della tradizione spagnola e cominciava a lanciare rose verso il pubblico che, ovviamente, andava in visibilio; a quel punto McMoon scendeva dal palco, raccoglieva i fiori e li restituiva alla dama, cosicché potesse fare il bis del brano. Voce stonata, costumi appariscenti, trucco pesantissimo e danze esotiche dalle movenze imbarazzanti. E aveva 76 anni.

 

 

Il pubblico esce entusiasta. Si dice che qualcuno non è in grado nemmeno di terminare lo spettacolo. McMoon testimonia di un’attrice famosa costretta ad uscire perché in preda all’isteria durante una danza del ventre. Il Carnegie Hall viene giù tutto.

I giornali, il giorno seguente, raccontano esattamente quello che era accaduto la sera prima. Esattamente. Ovvero, massacrano la Diva esplicitando, una volta per tutte, che la gente era lì perché le sue performance sono imbarazzanti. Non è una cantante lirica. Non sa cantare. È sostanzialmente un pagliaccio. Forse, in quel momento, Florence Foster Jenkins realizza veramente la caratura della sua arte. Cinque giorni dopo il concerto ha un attacco di cuore. Un mese e giorno dal concerto, il 26 novembre, muore nella sua camera all’Hotel Seymour di Manhattan.

Il manager disse che le cause erano interamente da attribuire alla vecchiaia e soprattutto che era morta con il cuore felice, e viene da pensare che se mai ebbe un sussulto riguardo alle sue capacità, fu solo per un attimo. Come sempre, aveva rigettato le parole dei critici definendoli invidiosi e ignoranti.

Madame Jenkins ha lasciato un segno indelebile nella storia della musica. È un segno celato, come una macchiolina sulla camicia, che magari nessuno nota per giorni interi ma che, una volta vista, rimane sempre davanti ai nostri occhi. E non si lava. Oggi viene celebrata con spettacoli in tutto il mondo, da Broadway all’Italia. Qualcuno le ha scritto una canzone. Katia Ricciarelli nel 2008 portò in scena Gloriosa, uno spettacolo interamente dedicato alla Foster Jenkins. Cantare come lei, ha ammesso la Ricciarelli in un’intervista, è stato difficilissimo. È facile crederlo. E tra qualche mese tutto il mondo, finalmente, conoscerà la sua storia. È infatti in corso la produzione di un film: ad interpretarla sarà Meryl Streep, affiancata da Hugh Grant. Se non mi vedete in giro è perché sono già al cinema, sto scrivendo da lì.

Oggi, quando vediamo il web che impazzisce per Magalli e che la canzone Chocolate Rain ottiene più di 100 milioni di visualizzazioni, ci viene da pensare che l’idolatria per persone chiaramente inette (che, quantomeno inizialmente, pensano invece di non esserlo) sia un fenomeno tipicamente contemporaneo, intrinsecamente legato a Internet. Non è così.  E’ qualcosa di nascosto nell’uomo da secoli, come testimonia la storia di Florence Foster Jenkins. Che voleva diventare una stella della lirica, e lo diventò.

RECENSIONE a “NUMERO ZERO” di UMBERTO ECO

in scrivere/ by

Il 9 gennaio è uscito l’ultimo romanzo di Umberto Eco, Numero Zero, Bompiani, 2015, 218 p. (17 euri ed. cartacea ma ci sono pure le promozioni; tipo 10 euri edizione digitale).

Qui un confronto tra l’Autore e Paolo Mieli. Di sotto trovate la descrizione dalla seconda di copertina e, di seguito, la recensione.

 

numero zero

DESCRIZIONE: Una redazione raccogliticcia che prepara un quotidiano destinato, più che all’informazione, al ricatto, alla macchina del fango, a bassi servizi per il suo editore. Un redattore paranoico che, aggirandosi per una Milano allucinata (o allucinato per una Milano normale), ricostruisce la storia di cinquant’anni sullo sfondo di un piano sulfureo costruito intorno al cadavere putrefatto di uno pseudo Mussolini. E nell’ombra Gladio, la P2, l’assassinio di papa Luciani, il colpo di stato di Junio Valerio Borghese, la Cia, i terroristi rossi manovrati dagli uffici affari riservati, vent’anni di stragi e di depistaggi, un insieme di fatti inspiegabili che paiono inventati sino a che una trasmissione della BBC non prova che sono veri, o almeno che sono ormai confessati dai loro autori. E poi un cadavere che entra in scena all’improvviso nella più stretta e malfamata via di Milano. Un’esile storia d’amore tra due protagonisti perdenti per natura, un ghost writer fallito e una ragazza inquietante che per aiutare la famiglia ha abbandonato l’università e si è specializzata nel gossip su affettuose amicizie, ma ancora piange sul secondo movimento della Settima di Beethoven. Un perfetto manuale per il cattivo giornalismo che il lettore via via non sa se inventato o semplicemente ripreso dal vivo. Una storia che si svolge nel 1992 in cui si prefigurano tanti misteri e follie del ventennio successivo, proprio mentre i due protagonisti pensano che l’incubo sia finito. Una vicenda amara e grottesca che si svolge in Europa dalla fine della guerra ai nostri giorni.

RECENSIONE: Ma perché? Cazzo, perché?

Ve lo spiega Rosario vostro special edition “guerre di religione”

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Oh, siccome vi vedo carichissimi su questa cosa della religione, senza che ovviamente ci capiate un cazzo di niente come di consueto (in due parole: o siete troppo bigotti e minchioni che credete alla gente con le ali in Paradiso – ma che so’, piccioni? (cit.) – oppure vi credete sto grancazzo col vostro relativismo stupido e inutile – le grandi evoluzioni dell’Uomo, che vi piaccia o no, sono per larga parte da ascrivere a gruppi organizzati e irregimentati, non a singoli, piantatela di sentirvi Gauss, Cristo, Socrate, Newton, Einstein, Zidane, ecc -) vi racconto questo simpatico aneddoto che spesso racconto nei miei post sull’Impero Bizantino.

A partire dal V secolo d.C., quando in Europa non si capiva più nulla perché i tedeschi sputavano sulle nostre candide tuniche e si arrubbavano gli ornamenti d’oro delle nostre deliziose statue di marmo copiate dai greci, del Cristianesimo serio non si occupava solo Papa, ma anche i bizantini. E facevano i bellissimi concilii di Calcedonia, Nicea, Trebisonda, insomma, sceglievano i posti in virtù della bellezza dei nomi che avevano. E come dar loro torto?

Siccome all’epoca non avevano né il terziario né Facebook, in qualche modo dovevano capire come impegnare quelle enormi praterie di tempo libero che avevano. E quindi si scannavano (letteralmente: i vescovi si pigliavano a schiaffi durante i concilii, oppure venivano fatti sparire awww) sulla natura di Cristo. Cioè le genti cristiane si odiavano tra loro perché alcuni cristiani erano convinti che Cristo fosse soltanto divino, mentre altri credevano che aveva una doppia natura, umana e divina.

Lo so, state pensando “ma che cazzata è mai questa?”. Eppure non solo la gente si odiava, ma la cosa rappresentava un problema serissimo per tutto l’Impero, e quindi i potenti dell’epoca dovevano giocoforza occuparsene. O fare finta di occuparsene per fare contenti i poverelli che a ‘ste cazzate ci credevano sul serio, così come fanno oggi per i soldi per noi “occidentali”, o come sono le vignette per quei pazzi squinternati.

Oh. Tornando a noi, e alla natura del Cristo, nel corso del IV e V secolo d.C., era fortissimo il dibattito su questa benedetta natura di Cristo, se umana, divina, o entrambe (la faccio semplice, lo so, se volete parlare di teologia seriamente contattatemi in pvt). Tanto forte che, dopo la decisione del concilio di Calcedonia del 451 d. C. di considerare due nature per Cristo, umana e divina, la quasi totalità dei vescovi egiziani si incazzò tantissimo, considerarono eretici tutti gli altri, e si rilanciarono come i pazzi sul monofisismo, secondo il quale la natura umana di Cristo era stata assorbita da quella divina, e quindi Cristo aveva una sola natura, appunto divina. Il concilio di Costantinopoli del 553 d.C. non fece altro che peggiorare le cose, e quindi, nel corso del VII secolo, la situazione era diventata insostenibile. Non potevano più convivere nello stesso Impero, specie quello bizantino in cui l’Imperatore era anche custode della cristianità e dell’ortodossia, due diverse teorie cristologiche.

A questo punto, i vari Denis Verdini dell’epoca non sapevano più che pesci prendere. Provarono prima col Monoenergismo (“amico egiziano, senti, due nature no, nun se po’ fa, però famo che aveva un’unica energia, eh? No eh? Vabbe’…”) e col Monotelismo (“amico egiziano, so che la cosa dell’unica energia ti pareva un po’ una presa per il culo, quindi ho pensato: ehi! Sempre due nature, però una sola VOLONTA’! EH? EH? DAJE! GRANDE! RELIGIONE DI STATO!”)

Ora. Io la prendo a ridere, e vabbe’, ma vi rammento che, se nel VII secolo la religione di stato era il Monoenergismo o il Monotelismo, e tu te ne uscivi con “buongiorno Esarca, secondo me Cristo ha due nature e due energie!” ti tagliavano il naso. Ma piuttosto, come si concluse questa storia? Molto semplicemente: a seguito della conquista araba dell’Egitto del 640-641 d.C., la reazione di Costantinopoli fu pressappoco la seguente:

“Ah ma quindi siete stati conquistati dagli arabi? E non c’è alcuna speranza che sia una di potere riconquistare l’Egitto? Perfetto, chivvesencula a voi e a ‘sta cazzo de natura unica, noi siamo duofisiti, lo siamo sempre stati e lo saremo sempre. Anzi, ortodossia religione di stato, che è ‘sta cazzata dell’unica energia e dell’unica volontà?”

Perche’ dobbiamo essere grati a Masterchef

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Masterchef e’ senza dubbio il miglior reality mai proposto in TV. Ecco spiegato perche’. Keep Reading

Katabasis (Die Wellen)

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“Ci hanno rinchiusi in uno stanzino vuoto con neon accesi h24. Urla e schiaffi: ‘Scordatevi questo cazzo di immaginario che avete’. Acqua ghiacciata sui piedi nudi schiacciati dalla pressione di rulli metallici. Tutto lo schifo nasce da qui, in questa cintola di tensione tra il desiderio di libertà ed il terrore di essere liberi. Non c’è niente di peggio che provenire da un orfanotrofio dell’immaginario”.

“Con il suv parcheggia la badante filippina che spaccia Shaboo alla fermata dell’autobus. Ma io non uso cappelli di lana e mi commuovo solo di acqua. La quasi cinquantenne arranca con gli stivali alti per onorare jeans che stringono il giro vita in mezzo al traffico. Per essere in forma per l’estate il presidente si fa inculare dal trans, poi sta impazzendo e scoppia a piangere dopo che ha riempito il carrello all’ipermercato. I soldi risparmiati per il viaggio a New York li avete spesi in piani di edilizia carceraria per onorare la competizione sessuale tra le donne dell’Est e quelle dell’Europa centrale. Orde di manifesti elettorali ricoprono tutti i muri. I talk show televisivi mi espellono dal sistema e (OMISSIS), per dichiararsi prigioniero politico, scappa con la clandestinità dei capelli ossigenati.”

Inizia con queste suggestioni “Una buona scusa per andarmene (La corsa all’oro)”, l’autobiografia non autorizzata di Paolo Pretocchio*, scritta da lui stesso in persona durante il periodo di ritiro spirituale passato in un ashram segreto nella giungla della Thailandia, non lontano dal confine con la Birmania.

Nell’ashram si entra come pecore e si esce come leoni. Sveglia al mattino alle 5. Si cucina, si puliscono i bagni, si medita, si fanno pratiche mantra. Pasti in comune. La pratica si fa per tre ore al mattino, tre al pomeriggio. Poi ognuno nella propria cella. ‘La mia solitudine non dipende dalla presenza o assenza di persone; al contrario, io odio chi ruba la mia solitudine, senza, in cambio, offrirmi una vera compagnia’, diceva Nietzsche. Io dopo 6 mesi di ashram mi sento in dovere di dire che Nietzsche diceva delle cafonate inarrivabili.”

Suono indeterminato di un gong di rame sospeso con due metri di diametro. Il battitore agita irriverente una mazza di metallo al centro del piatto con forza intermittente: due colpi forti di lunga durata seguiti da altri due più deboli e brevi. I colpi intermezzeranno tutta la presentazione del libro che Pretocchio stesso ha voluto durasse fino a tarda notte e mattina inoltrata. Tra una lettura e l’altra, proiezione di filmati, famosi drammi nō , brevi o lunghe pause a secondo dell’ispirazione o dell’arrivo alla spicciolata dei numerosi amici ed invitati in compagnia delle loro corti. Anche noi lo intercettiamo in alcune di queste sue pause cercando di estrapolare le sue osservazioni del menga in preda ad ipnosi ericksoniana. L’ultima volta, quasi un anno fa, l’avevamo raggiunto e seguito a Belgrado. Poi più niente.

Oggi l’Ingegnere appare nel salone del locale con addosso uno sgargiante dashiki cucito su misura in pelle di leopardo ed un bastone da passeggio con diamante Cullinan clandestinato ed irriverentemente sfarzoso.

“Ashram, silenzio, solitudine e meditazione, ma intanto la presentazione del libro la sta facendo a Malibù Beach tra amici potenti e facoltose modelle, astronauti, militari, ex terroristi, campesinos narcotrafficanti, filmati sulla ricerca biopolitica e meccanica dell’adattabilità umana tra cyborg convertiti all’Islam, animali domestici e flussi tsunamici post nucleari”.

Malibù, la vita è troppo breve per vivere altrove”, sono soliti dire da queste parti. L’altro giorno è arrivato un ex consigliere strategico di Carter e mi ha detto: ‘Finiremo così velocemente nella merda che non avremo nemmeno un millesimo di secondo per accorgercene. Tu stai seduto con i tuoi occhiali da sole del cazzo a bere il tuo caffè e la tua spremuta di pompelmo pensando ai tuoi progetti futuri, a questo ed a quello ed in un attimo finisci nella merda più totale. Bum, bum, bum, senti un rumore strano che non hai mai sentito e vedi un cazzo di palazzo che ti sta crollando addosso e la strada comincia a gonfiarsi e sprofondi sottoterra e Bum’.”

Bum. Il gong annuncia il coro nō:

Was soll ich jetzt mit euch, ihr Wellen, ihr, die ihr euch nie
entscheiden könnt, ob ihr die ersten oder letzten seid?
Die Küste wollt ihr definieren mit eurem ständigen Gewäsch,
zisilieren mit eurem Kommen, eurem Gehen.
Und doch weiss niemand wie lang die Küste wirklich ist,
wo das Land aufhört, das Land beginnt, denn ständig ändert
ihr die Linie, Länge, Lage, mit dem Mond und unberechenbar.

Beständig nur ist eure Unbeständigkeit.
Siegreich letztendlich, denn sie höhlt, wie oft beschworen,
Steine, mahlt den Sand, so fein wie Stundengläser,
Eieruhren ihn brauchen, zum Zeitvermessen und für den
Unterschied von hart und weich.
Siegreich auch weil niemals müde, den Wettbewerb, wer
von uns beiden zuerst in Schlaf versinkt, gewinnt ihr, oder
du, das Meer noch immer, weil du niemals schläfst.

Obwohl selbst farblos, erscheinst du blau wenn in deiner
Oberfläche ruhig sich der Himmel spiegelt, ein Idealparkour
zum wandeln für den Sohn des Zimmermanns, das wandelbarste Element.

Und umgekehrt wenn du bist, wild, und laut und tosend
deine Brandung, in deine Wellenberge lausch’ ich,
und aus den höchsten Wellen, aus den Brechern,
brechen dann die tausend Stimmen, meine, die von gestern,
die ich nicht kannte, die sonst flüstern und alle anderen
auch, und mittendrin der Nazarener;
Immer wieder die famosen, fünfen, letzten Worte:
Warum hast du mich verlassen?

Ich halt dagegen, brüll’ jede Welle einzeln an:
Bleibst du jetzt hier?
Bleibst du jetzt hier?
Bleibst du jetzt hier, oder was?

(Die Wellen – Einstürzende Neubauten)

“Sono a Malibù perché ho accolto l’invito del mio vecchio amico Johnny Casuscelli. Anni fa con Casuscelli eravamo specializzati nel comprare delle Alfasud usate e le piazzavamo alle produzioni cinematografiche specializzate in poliziotteschi rumeni o porno moldavi amatoriali. Con noi bazzicavano anche Charlie fa surf dei Baustelle che si è appena disintossicato dalla paroxetina e arriverà a Malibù questa sera, ed il timido musicista di strada Bruno Stroszek, all’epoca appena uscito di prigione”.

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“Casuscelli mi fa: ”Se vieni adesso a presentare qua il tuo libro faccio venire Chuck Hagel in persona”. Poi però Hagel si è dimesso da capo del Pentagono e Segretario della difesa e quindi non se ne è fatto più nulla. Ma io ormai avevo preso l’impegno. Le dimissioni di Hagel sono la premessa di un incattivimento quasi da cinghiale ferito da parte degli Usa che presto si concretizzerà malamente. Comunque la faccenda più interessante è la questione dell’oro.”

Una modella gli offre della Shaboo ma lui declina l’invito sorridendo. 

“La Banca Centrale Olandese (DeNederlaschneBank – DNB) ha chiesto di rimpatriare ben 122,50 tonnellate di oro stoccate presso i magazzini della Fed di New York, esattamente il 20% delle sue riserve, per un valore di 4 miliardi di Euro. Diverse banche centrali hanno già preso decisioni simili negli ultimi anni. Questo perché in primis non c’è più fiducia nella Fed e nella Bank of England e si ritiene pacificamente che esse non possiedano più tutto l’oro che dichiarano di detenere. Poi perchè non escludono che l’Eurozona, in un futuro più o meno lontano, possa esplodere finanziariamente. E come dargli torto. Si, ok la Germania per almeno un altro annetto, ma Francia e Italia sono governati dai minchioni, noi declassati BBB- con ormai la certezza dell’impossibile sostenibilità del debito, i francesi con la Le Pen prossimo presidente della Repubblica, la Grecia con Tsipras che come soluzione vuole la cancellazione del debito nonostante un’evasione fiscale del 95%, i governi olandese e tedesco che hanno sul tavolo i rispettivi piani d’emergenza per la dismissione della moneta unica. E Draghi che sta ancora col dubbio se alzare il volume di liquidità della Banca centrale dai duemila miliardi attuali ad almeno tremila, quando tutti sanno che ce ne vorrebbero almeno 10 mila per sbloccare il “credit crunch” che ancora affligge molti Paesi dell’Eurozona. Senza contare lo stallo sul “quantitative easing”, l’acquisto di titoli di debito sovrano dei membri di Eurolandia, in gran parte pura e semplice spazzatura”.

“Poi ci sta la corsa all’oro della Russia. Secondo i dati ufficiali del World Gold Council, nel terzo trimestre 2014, più della metà dell’oro aggiunto alle riserve delle banche centrali di tutto il mondo è stato acquistato da Mosca. I russi fanno incetta d’oro per affrontare gli effetti della crisi Ucraina e il deprezzamento del rublo. Putin cerca di difendersi dalle tensioni geopolitiche e dall’ulteriore calo del prezzo del petrolio che incide pesantemente su un’economia che ha nell’esportazione di petrolio e gas il 45% dei sui ricavi. Il prezzo dell’oro è stato artificialmente tenuto basso per aumentare il potere di acquisto del dollaro attraverso il quale gli Stati Uniti se la sono sempre comandata poiché la moneta americana è considerata mezzo ultimo di pagamento nel sistema monetario globale. Quindi l’ occidente acquista dai russi petrolio, gas e uranio pagando in dollari e con questi Putin compra oro il cui valore è tenuto basso dagli stessi dollari, mirando a fondare una nuova valuta russo-cinese nella quale ridenominare gli scambi commerciali delle materie prime russe“.

“Ingegnere, lei sta delirando. Forse ha fatto troppo uso di cristalli filippini”.

Bum Bum. Coro nō:

Io, Ragionier Total, non sono diverso da voi.
Né voi siete diversi da me.
Siamo uguali, nei bisogni.
Diseguali nel loro soddisfacimento.
Io so che non potrò mai avere nulla più di quanto oggi ho, ma nessuno di voi potrà avere nulla più di quanto ha, fino alla morte.
Certamente molti di voi avranno più di me, come tanti hanno meno.
E nella lotta, legale o illegale, per ottenere ciò che non abbiamo, molti si ammalano di mali vergognosi.
Si riempiono il corpo di piaghe, dentro, e fuori.
Tanti altri cadono, muoiono. Vengono esclusi, distrutti, trasformati. Diventano bestie, pietre, alberi morti, vermi.
Così nasce l’invidia.
E in questa invidia si nasconde l’odio di classe.
Che è composto in egoismo e quindi reso innocuo.
L’egoismo è il sentimento fondamentale della religione della proprietà.
Io sento che questa condizione mi sta diventando insopportabile.
Così come lo sta diventando per molti di voi.

 ( da ‘La proprietà non è più un furto’)

Lei alle primarie dell’epoca andò a votare per Renzi. Come sta messo attualmente il premier?

“Renzi è un acceleratore di processi. E’ un’arma inconsapevole contro quelli che dovrebbe difendere e che l’hanno piazzato lì. Tutto ciò è meraviglioso. Io spero che duri il più a lungo possibile. Usa la stessa tecnica dei predicatori: ti vende la storiella che c’è la luce alla fine del tunnel. Vuole incoraggiare la tua capacità di illuderti e ti dice che è una virtù e questa virtù ti da senso di importanza. E per nutrirla si inventa la contrapposizione con quelli che non si allineano, ridicolizzandoli con caricature sminuenti tipo gufi o menagrami, per screditarli e ovviamente neutralizzarli. E’ il giochetto più vecchio del mondo. Pompa al massimo un’ossessiva simulazione di un decisionismo da ‘sono Wolf, risolvo problemi’, smanettando velocità, energia, vigore fisico, ottimismo ottuso, sfottente e sbrigativista. E’ bravissimo a camuffare fiaschi palesi con vanterie prive di ogni riscontro. Ma nulla cambia in meglio. Ci aiuta Freud. «L’uomo energico è colui che riesce a trasformare in realtà le sue fantasie di desiderio. Laddove ciò non riesca, a causa della opposizione del mondo esterno e della debolezza dell’individuo, ecco comincia la deviazione dalla realtà; ecco l’individuo cercare rifugio nel mondo di fantasia, dove trova l’appagamento». E’ quest’ultimo passaggio che tormenta Renzi, ben consapevole che la sua fuga immaginaria dalla contingenza spiacevole sia destinata ad interrompersi da un momento all’altro”.

Bum Bum Bum. Coro nō :

E stato quasi senza accorgermene.
Prima un piacere fatto a un amico, poi l’insistenza di un superiore.
Un altro favore a un uomo politico per ottenere una promozione.
Un regalo troppo grande che ti arriva a Natale.
E poi la carriera facilitata iscrivendomi all’associazione di (Omissis).
E quando sei diventato importante, ecco arrivare un primo assegno accettato come gesto di cortesia.
E poi un secondo e poi un terzo, una piccola compromissione e poi una più grande.
Un primo ricatto da subire, un ricatto da restituire ad altri e i ricatti aumentano, si moltiplicano, diventano la condizione stessa della tua vita.
Ti rendi conto che non puoi più vivere senza subire o fare subire dei ricatti.
E dopo il ricatto si arriva al crimine.
Finisci per vivere in compagnia del crimine.

(da ‘La Piovra‘)

“Questa lagna del ‘C’è la crisi’ è oramai diventata tormento da Festivalbar. Ma non va sottovalutata. C’è molta stanchezza, specie quando in tasca mancano soldi per comprarci ciò che vogliamo. Ci vuole un attimo a consegnarci nelle mani di chi ci da quei soldi che ci mancano o una qualsiasi forma di ‘sicurezza’, anche a costo di barattarli con un pò di libertà e di diritti. L’Occidente, sfinito da razionalità e competizione eccessivamente responsabilizzanti, si consegnerà per stanchezza alle padronali, consolanti, basiche logiche islamiche? Siamo alla catabasi pura, la spedizione verso la costa, la discesa nell’Ade, il viaggio agli inferi, lo sprofondarsi nell’ombra dell’inconscio. Ma raggiungeremo la costa nel modo più insospettabile che ci sia. Faremo come il peschereccio giapponese Ryon Nu Maru. Dopo il terremoto che ha colpito il Giappone l’11 marzo del 2011, il peschereccio, un battello lungo 65 metri, era stato spazzato via dalla potenza dello tsunami generatosi. Inghiottito dal mare, il relitto fantasma per poco più di un anno ha vagato per il Pacifico settentrionale, affrontando e superando tempeste e le grandi onde dell’oceano, prima di ripiegare, ricoperto ormai di ruggine, in direzione delle coste nord-americane, rimanendo pressoché intatto, senza danni significativi. Una roba inspiegabile. Eppure ce l’ha fatta. Ecco, Ryon Nu Maru siamo noi”.

pretocchio news 2

A questo punto Pretocchio raggiunge la modella, si spara una dose di Shaboo e si disperde nella festa che continuerà ad oltranza fino a tarda notte e mattina inoltrata. Non sono previste irruzioni di terroristi islamici al grido di Allah Akbar.

Soundtrack1:‘Die Wellen’, Einstürzende Neubauten

Soundtrack2:‘Young men dead’, The Black Angels

Soundtrack3:‘The son of Flynn’, Daft Punk

Soundtrack4:‘La proprietà’, Fuzz Orchestra

Soundtrack5:‘Il cielo’, Karma

Soundtrack6:‘Guru’, Timoria

Soundtrack7:‘Kingdom of Heaven’, 13th Floor Elevators

Soundtrack8:‘Gli avamposti sono minati’, Egle Sommacal

Soundtrack9:‘Have a cigar’, Pink Floyd

Soundtrack10:‘The day the world went away’, Nine Inch Nails

Soundtrack11:‘Roots and culture’, Mikey Dread

Soundtrack12:‘I see you’, Jutty Ranx

Soundtrack13:‘Tecnichally, Missing’, Trent Reznor/Atticus Ross

Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

*L’ing. Paolo Pretocchio è un personaggio di fantasia che ha scritto la propria autobiografia non autorizzata dal suo dark side, ma con l’ok di Jessica Hyde.

Un monaco in caserma

in scrivere by

Penso agli uomini e alle donne il cui destino è stato benevolo al punto da esporli alle gesta di personaggi straordinari: l’esattore Simon Pietro Matteo, il cameriere di Gotama, il segretario di Ghandhi. Persone senza meriti particolari, a parte il fatto di trovarsi al momento giusto nel giusto posto, che hanno potuto testimoniare del carisma, della parola, dell’azione. Che invidia. Vedere il sole in tutto il suo fulgore, anziché a sprazzi e per caso, il giorno in cui hai un serio problema di emorroidi.

Eppure anche io ho avuto la mia minuscola illuminazione, decenni fa. Mi trovavo in un periodo della mia vita che mi pareva buio e deprimente – col senno di poi, una passeggiata. Facevo il servizio militare: assieme ad altri “imboscati” svolgevo un lavoro amministrativo a Roma. Eravamo “scritturali”, ovvero dattilografi: il nostro compito era trascrivere referti con reperti (tali potevano considerarsi, anche allora, le macchine da scrivere elettriche in dotazione). Il nostro ufficio era un tunnel di vetro che collegava due plessi, nel quale erano stata sistemata una decina di scrivanie, mentre, sparpagliati un po’ dappertutto, giacevano centinaia, forse migliaia, di voluminosi faldoni di cartone rigido tenuti insieme da lacci di cotone robusto. Il lavoro era alienante, ma almeno ero al riparo dalle corse, dagli spari, dalle docce otturate in cui navigavano preservativi srotolati, dagli stracci usati promiscuamente per i pavimenti e le pentole, dagli eroinomani e dagli autolesionisti, dai criminali e dai pazzi a piede libero, dal fottuto missile nella piazzola. Era alienante, sì, ma c’era modo, forse, di fare qualcosa di utile: far avere la pensione ad un maresciallo con la schiena sfondata – sempre che non si trattasse di un simulatore. Per questo, pur non essendo io un fulmine di guerra (!), lavoravo, cercando di completare un certo numero di pratiche ogni giorno. Tra l’altro, proprio mentre trascrivevo i referti con la macchina da scrivere elettrica su carta carbone in tre copie, ho scoperto un numero allarmante di casi di militari ammalatisi, o morti di tumore a causa dell’esposizione alle radiazioni da uranio impoverito. Tutti quei ragazzi avevano prestato servizio in Bosnia, e tanto i casi di malattia conclamata che di decesso erano di gran lunga più numerosi di quelli di cui si era letto sulla stampa. Fa una certa impressione constatare fattualmente la divaricazione tra realtà e news di cui tutti siamo in effetti genericamente consapevoli. Qui c’era di mezzo la vita di persone vere, righe per lo più difficili da decrittare, vergate a mano su una cartella clinica, che descrivevano la fine di ragazzi normalmente più giovani di me – io avevo 23 anni, una laurea in tasca, e un futuro radioso davanti.

La mia vita era pura routine. Lavoravo dalle 8:30 alle 16:00 circa. Poi prendevo un autobus dalla caserma dove avevo l’ufficio fino alla Metro B, poi la Metro A fino a piazzale Flaminio, la circolare fino a piazza Mancini, ed infine un altro autobus fino a casa. Venticinque chilometri di puro piacere ATAC per farmi una cacata e una doccia come si deve, mangiare un boccone con i miei, e poi intraprendere il percorso inverso, in modo da arrivare alla seconda caserma in cui dovevo tornare a dormire. Avevo particolarmente bisogno di casa, calore, igiene perché la mia ragazza mi tradiva. Ora, non saprei nemmeno citare l’episodio clou del mio personale melodramma. Ricordo i corpo-a-corpo con i telefoni pubblici, quelli sì. Avevo sempre nel portafoglio una tesserina magnetica da 10.000. La sera mi muovevo con un po’ di anticipo, e solitamente a piazza Mancini la chiamavo da un telefono pubblico. E mi incazzavo. Tanto. E di solito finivo per colpire il telefono con il ricevitore. Nessuno metteva a posto i danni che facevo, così finivo per usare sempre telefoni diversi – ne avrò sderenati almeno un paio in modo irreparabile. Ricordo con particolare rabbia quel periodo in cui lei era spesso in giro, ed in particolare una sua memorabile trasferta in Nord Europa. Continuavo a chiamare il numero dell’albergo che mi aveva lasciato, avevo chiesto che mi mettessero direttamente in comunicazione con la stanza, nella quale il telefono continuava a squillare a vuoto. Il receptionist scandinavo che tratteneva a stento una risata, la tizia che giocava a incularella con qualcun altro nella sua stanza: non so quanto queste immagini fossero frutto di una vera esperienza, e quanto il parto di una fantasia infiammata ed autolesionista. Ma io volevo essere uno tsunami e spazzare tutto dalla faccia della terra: la caserma, la Scandinavia, il Signore Iddio e tutte le sue chiese.

Non sapevo con certezza cosa stesse accadendo, e, benché l’immaginazione più masochista mi aiutasse a unire i puntini, non riuscivo a credere quello che era chiaro e comprensibile almeno per tutti quelli che mi stavano attorno: per questo che mi ha fatto strano quando, mesi dopo, quella sua bocca così generosa con tutti diede un minimo di concretezza alle ombre che si erano formate nella mia mente confusa. Occorre dirlo?, non ricordo le esatte parole, ma è più che certo che avrà usato una complicata, ridicola perifrasi. Va detto però che quella stentata spiegazione in un italiano approssimativo mi era servita a capire perché una certa domenica a pranzo era fuggita al cesso in preda ai conati di vomito. La mia spiegazione, la sua spiegazione, era stata: “mal di stomaco”. Punto. Non sapevo, non avevo sinceramente nemmeno pensato che l’ansia indotta da un (più che giustificato) senso di colpa possono condurre a reazioni nervose di questo tipo.

Quasi tutto quello che aveva addosso erano miei regali (vestiva malissimo, in effetti), e mi ero fatto delle idee. E proprio non volevo credere alla mia voce interiore che per la prima volta aveva cominciato a sussurrarmi: “Le donne sono pazze”. La sua follia, la mia inadeguatezza. Tutto sommato, questo recriminare, questo scambio di luoghi comuni era meglio della siderale indifferenza che sarebbe seguita, dell’implosione subitanea di una relazione di anni all’interno di un punto ortografico. Ad aggravare la cosa, non riuscivo proprio a tenermi per me la mia piccola tragedia a base di corna. Mi illudevo che la vicenda potesse destare negli altri commilitoni un senso di solidarietà: potevo davvero sfiorare queste vette di idiozia ed autolesionismo? Ora, da quando in qua un cornuto fa pena? E’ un personaggio comico – del resto chi mai si è preoccupato delle commozioni cerebrali subite da Pulcinella?

Così una mattina arrivò una battuta poco felice: “Io mica ho la donna che mi mette le corna…”. E’ strano come questa frase, pronunciata da un soggetto che avrebbe meritato più la mia pena che gli effetti della mia rabbia, sia riuscita a riempirmi di una ira violenta e fredda. Nessuno, in effetti, e io meno di tutti, si sarebbe aspettato di vedermi reagire come in effetti feci, rendendo la mia condotta memorabile. Girai attorno alla branda, raggiungendo l’estensore della battuta, e con la mano destra lo presi per il colletto della camicia, afferrando nella foga anche la striminzita cravatta verde oliva. Lo sbattei contro l’armadietto, non molto forte per la verità, anche se il suono prodotto dal suo corpo contro la lamiera fu soddisfacente. A rendermi felice fu anche l’espressione smarrita del compagno, quello sguardo incredulo in cui i suoi occhi tutto sommato bonari stavano annaspando. Fu solo quando intervennero per separarci che mi resi conto di quanto questo gesto tanto sciocco fosse stato anche discretamente pericoloso. Era molto più basso di me, ma pieno di muscoli, esercitati in lavori manuali la cui durezza potevo al più immaginare, e, pur non avendo un’indole necessariamente perversa, era molto più spregiudicato di me e di certo più abituato al confronto fisico. Se non fosse stato per il mio formidabile quanto casuale tempismo, mi avrebbe potuto tranquillamente spaccare la faccia. Andò bene. In ogni caso, inspiegabilmente, in camerata non vi furono altre canzonature né ironie sulle mie corna.

Fu un incidente inutile. Non riuscivo a perdere questo vizio di raccontare a tutti quello che mi stava accadendo. Non mi rendevo conto di quanto fosse privilegiata la mia condizione: doccia, cesso, cena a casa mia, sia pure con l’assurdo obbligo di dormire in una merdosa caserma. Mi pesava la divisa, il fatto che spesso e volentieri non avessi in tasca più di mille lire, che mi toccasse risparmiare sulla colazione, o, peggio, scroccare da un compagno. Mi urtava l’offesa che stavo subendo, benché allora non potessi conoscere i fatti che la sostanziavano. Il percorso sui mezzi pubblici era infinitamente lungo; e se capitava di trovare un commilitone a bordo del bus, magari uno simpatico ed aperto, si poteva chiacchierare per mezz’ore intere. Fu così che mi capitò di conoscere questo tizio, un ragazzo più giovane di me, un riccio bassetto. Parlammo parecchio, finché, “casualmente”, arrivammo a parlare di ragazze. Gli raccontai la mia storia per sommi capi: “Eh, ti capisco… Ci sono passato anche io”. Mi sentii meglio. “Ora, vedi,” aggiunse, mostrandomi una (orrenda) fedina all’indice della mano sinistra, “sono fidanzato. Ma ho passato periodi brutti… come sta succedendo a te ora. Sono felice con la mia ragazza ora, ma, insomma, se mi dovesse lasciare… insomma, me ne andrei al cinema…”. I nostri passi risuonavano, assieme a quelli di altri soldati che come noi si affrettavano verso i cancelli, battendo sull’asfalto bagnato e colorato di arancione dai lampioni stradali. “Me ne andrei al cinema”: proprio così aveva detto. Poche volte avevo visto una persona tanto semplicemente felice del suo destino presente quanto serena alla prospettiva di vederla sfumare. Non ho preso nemmeno in considerazione la possibilità che mi stesse prendendo in giro: quel ragazzo sembrava serio, il suo atteggiamento verso la relazione era positivo e tuttavia privo di attaccamento patologico. Un vero monaco zen in divisa. Mi piacerebbe sapere che fine ha fatto; chissà come è andata a finire con la sua fidanzata di allora.

Notizie dal Fronte-FLNRPABMB: argomenti da evitare a tavola

in cibo by

Ci stanno quelli che, a tavola, massacrano tutti quelli nelle vicininanze a colpi di “buon appetito”, come se non sapessero che il “buon appetito” e’ stato bandito da tempo da tutti i manuali di buona educazione.
Perche’  lo fanno?

E’ una specie di zona di comfort all’interno della quale si sentono certi di portare acqua al proprio mulino? Questi arrivisti sono certamente gli stessi che propongono i brindisi a tutte le occasioni, che sia il compleanno del gatto o l’onomastico del portiere. Sono quelli che mandano gli auguri multipli sul cellulare a te e famiglia usando termini come “sereno” e “gioioso”. Gente che la tua famiglia non l’ha mai incontrata, eppure dovrebbe, per qualche ragione che mi sfugge, sentirsi gratificata da quel messaggio. Questi professionisti del saluto con mano-e-bacio, sono gli stessi che propongono frasi tipo “quello che non strozza ingrassa”,  “tira piu’ un pelo di figa che un carro di buoi” con la stessa enfasi di un Ayatollah in cima al minareto piu’ alto di Kabul.
Il “buon appetito” non e’ una semplice forma di maleducazione, e’ una dichiarazione di intenti.
Se fosse solo una questione di Bon Ton, al pari delle scuregge in pubblico (che peraltro hanno il loro fascino), dell’uso dello stecchino, delle suonerie con la musica di Gigi D’alessio e delle unghie con lo smalto abbinato al copri-iPhone, ecco sarebbe si’ riprovevole, ma per ragioni diverse.
Il vero fatto imperdonabile che si nasconde dietro il “Buon appetito”, e’ il suo uso strumentale: chi lo sta proponendo, non e’ per mera e genuina goffagine, quel misto di provincialismo bonario e sempliciotto che da sempre caratterizza l’italico masticatore. No, quel buon appetito, e quei messaggi multipli la sera del 24 Dicembre, ecco, quel ciarpame viene prodotto per portare a se’ dei vantaggi. Condurre tutti su un terreno di apparentemente rassicurante familiarita’, altri non e’ se un mezzuccio per attribuirsi una leadership non richiesta.
Resto convinto che i maniaci del “buon appetito” siano anche quelli che non perdono occasione per fare del facile umorismo davanti all’aglio. Uno di quei gentiluomini che appena compare un bruschetta all’aglio, si lanciano in intemerate ilarita’ del tipo “mangio l’aglio tanto non devo baciare nessuno”, proponendo la visione dei propri incisivi marroni alla sventurata di turno che ha la sfortuna di trovarsi seduta a quello stesso tavolo. Del tragico impatto dell’aglio sulla conversazione ne esistono anche versioni piu’ sofisticate, e per questo probabilmente finanche peggiori, del tipo “aglio come lubrificante dei rapporti sociali”, come se evocare una probabile alitosi dovesse in qualche modo rendere piacevole la conversazione.
Accanto all’assioma aglio-alitosi, altro elemento di assoluta deplorazione e’ il secondo grande riflesso Pavloviano a tavola, vale a dire burro-colesterolo. Il burro, a solo menzionarlo, evoca scenari apocalittici che comprendono termini come “coronarie”, “arterosclerosi”, “infarto” e “miocardio”, in un uso esoterico di termini paramedici col solo scopo di esorcizzare la paura della morte.
Per chi non lo sapesse, diciamo una volta per tutte che il colesterolo e’ un grasso policiclico aromatico ampiamente presente nei processi biochimici e strutturali del corpo umano. Da una parte infatti e’ un precursore di tutta una serie di molecole, chiamate “ormoni”, di natura steroidea, dall’altra invece funge da struttura di sostegno per la membrana cellulare. Come molecola grassa, il colesterolo e’ abbastanza insolubile in mezzi acquosi: di conseguenza, quando ce n’e’ troppo in circolazione nel sangue, finisce col depositarsi sulle parteti arteriose, dando origine alle famigerate placche aterosclerotiche. Queste placche, tendendo ad ingrossarsi, possono attivare la coagulazione- venendo percepite come lesioni- e da li’ alla formazione di coaguli. Se il coagulo si stacca e va in circolo, si fermera’ solo in corrispondenza di un arteria dal diametro pari al diametro del coagulo. Quando cio’ accade a livelo delle coronarie, abbiamo un bell’infarto del miocardio.

Ecco fatto, per tutti coloro che da anni parlano di colesterolo senza realmente sapere di cosa stanno parlando, consiglio di imparare a memoria queste dieci righe e di farla finita di rovinare tutti i pranzi di Natale, Pasqua e Ferragosto con concetti come LDL, HDL e colesterolo totale, che se volevano fare i cardiologi dovevano studiare di piu’ alle medie.  Per tutti gli altri c’e’ il Torvast. O la Rucola.
Non ho certezze sul fatto che quelli che amano parlare dei rischi di alitosi a tavola, siano gli stessi che introducono sempre, ad un certo momento dello svolgimento di pasti particolarmente lunghi, l’argomento “stitichezza”. La merda e’ senz’altro uno degli argomenti di conversazione piu’ interessanti, ma ecco, a tavola non se ne dovrebbe fare menzione (tranne in questo caso). Cionostante, e’ indiscutibile che lo stitico seduto accanto a voi trova sempre una controparte pronta a vantarsi della propria regolarita’ chiamando in causa crusca consumata al mattino, attivita’ fisica, prugne secche e l’abbinamento caffe’ -sigaretta.

Sia detto una volta per tutte che, per quanto nobilitante possa sembrare  parlare delle propria frequenza peristaltica, alla fin fine, non e’ cosi’ interessante.

Quindi, dal FLNRPABMB diciamo no all’uso strumentale del “buon appetito”, ai riflessi Pavloviani aglio-alitosi e burro-colesterolo e strenua resistenza contro gli stitici monopolizzatori di conversazioni a tavola.

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