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I neuroni occulti di Goffredo Fofi

in cultura by

Goffredo Fofi ha pubblicato in questi giorni, su Internazionale, un articolo molto duro a proposito di Inside Out. Parliamo del film d’animazione Disney che racconta quello che passa per la testa di una bambina di undici anni – le sue emozioni, paure, affetti, ragionamenti – e lo rappresenta come un universo colorato e complesso, gestito da una simpatica brigata di cinque personaggi/sentimenti primitivi: Rabbia, Disgusto, Gioia, Paura e Tristezza.

Il pezzo di Fofi è il classico caso in cui ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. In breve, la tesi dell’articolo è questa: Inside Out dipingerebbe la realtà mentale in maniera ideologica e tendenziosa. Si tratterebbe, in altre parole, del tentativo subliminale di instillare nei piccoli spettatori l’idea che attori esterni intervengano a manipolare, anzi in fin dei conti a determinare, le nostre azioni. Nelle parole di Fofi, ‘[s]vanisce il libero arbitrio e resta l’idea di una “macchinosa” manipolazione delle nostre azioni’. Secondo Fofi, sembra di capire, la rappresentazione di questi ‘persuasori occulti’ come allegri pupazzetti colorati avrebbe come obiettivo quello di abituare i bambini a non aver paura, anzi a guardare con simpatia, quelle ‘entità astratte ma ben presenti nella realtà’ che si propongono di ‘pensare per noi’ e guidare meccanicamente le nostre azioni. Il tutto, ça va sans dire, in nome di ‘un dettato generale della società americana che ha ambizioni globali’.

Fofi sostiene di aver paura (sì, paura) della rappresentazione della mente proposta dal film: prova orrore per la raffigurazione delle nostre memorie sotto forma di biglie ben organizzate come bit di un gigantesco hard disk, si straccia le vesti per la metafora della ‘cabina di regia’. Conclude, con un certo orgoglio piccato, che ai suoi nipoti preferisce, piuttosto, ‘far vedere qualcosa di più tradizionale e di più umano. Di meno preoccupante su quel che s’intende fare di loro e di noi’.

Davvero, non si sa da dove cominciare. Provo a dire un paio di cose semplici. Fofi sembra non rendersi conto che quella contro cui si scaglia non è altro che l’immagine scientifica della mente così come ce la raccontano, sulla base di osservazioni empiriche e ipotesi teoriche, la psicologia cognitiva e le neuroscienze. Non si rende conto, cioè, che ciò da cui vuole proteggere i suoi nipoti, quello su cui preferisce che chiudano gli occhi per paura che intacchi il loro sentimento di libertà, è in realtà ciò che più di tutto ci aiuta a liberare noi stessi e la società in cui viviamo da pregiudizi antichi e molto spesso violenti: la ragione scientifica.

Non sembra sfiorarlo, neanche per un secondo, l’osservazione che quello che Inside Out racconta non ha nulla a che vedere con ‘l’astrazione psicofilosofica’ (con scappellamento a sinistra), ma è invece una favola del cervello, dove la divulgazione scientifica viene adattata per un pubblico di bambini e inserita in una trama delicata e commovente. Non capisce, o forse ignora, che le isole colorate sospese nel vuoto, i pupazzetti stralunati, le scaffalature immense non sono affatto, come lui pensa, l’immagine di una nuova, spaventosa ‘mitologia’ tecnologica, che si propone di subentrare ad altre mitologie che lui considera ‘più tradizionali e più umane’.

Al contrario, Inside Out è una rappresentazione semplificata di quello che oggi conosciamo – grazie al lavoro degli scienziati cognitivi, dei neuroscienziati, dei filosofi della mente, dei linguisti – su come funziona il nostro cervello. Non sembra avere idea che le allegorie animate del film alludono ad aree funzionali del nostro cervello, a connessioni elettro-chimiche, a reti neurali: tutti oggetti del nostro modello scientifico attraverso cui cominciamo finalmente a gettare un cono di luce su alcuni dei misteri che hanno accompagnato l’uomo dalla notte dei tempi: cosa sono i sentimenti, come funziona l’azione, la percezione, la memoria, la coscienza.

Fofi non sembra capire che questi oggetti – che lui chiama ‘persuasori occulti’ – siamo noi, è la materia di cui siamo fatti, l’architettura cognitiva che ci fa uomini. Che il libero arbitrio non è (più) una questione per i preti e non (solo) per filosofi, ma (anche) per i neuroscienziati e gli psicologi. Non si accorge che i determinanti causali delle nostre azioni – i pupazzetti colorati – sono nel nostro cervello, sono il nostro cervello, siamo noi. Non la Coca Cola Company o la Monsanto. Non l’ideologia americana, non la pubblicità.

Infine, che le ‘mitologie tradizionali e più umane’, i miti greci come la letteratura e la poesia, non sono in contrapposizione all’immagine scientifica del mondo e dell’uomo, ma semmai la completano e arricchiscono, ci restituiscono l’altra faccia di quello che siamo.

La Disney ha da poco annunciato che produrrà un nuovo film animato su Charles Darwin. Chi ha paura dell’evoluzione?

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Nei difficili anni in cui zio H. stava cercando di portare a termine le riprese di Fitzcarraldo (se non sapete di cosa sto parlando vi rimando a http://libernazione.it/le-appassionanti-avventure-di-zio-herzog-3/), un giorno si ritrova a Lima, in Perù, a giocare a calcio con alcuni personaggi del posto.

Apriamo una parentesi: il calcio è sempre stato una delle passioni di H., il quale più volte si è espresso a favore del nobile sport. Testimonianza relativa:

Dunque, torniamo a noi. Ci troviamo a Lima, e Herzog sta cercando di portare avanti questa partita. Il problema è però il seguente: tutti i partecipanti (sto per dire una cosa razzista) si somigliano, e come se non bastasse indossano magliette di colori simili, quindi Werner non sa più a che santo votarsi per capire a chi deve passare la palla.

“Pedro, Pedro, passa a Ramon!”

“Io sono Pablo, e gioco nell’altra squadra!”

“Maledizione. Manuel, fa’ qualcosa, dalla sulla sinistra!”

“Mister Herzog, io sono Javier”

E così all’infinito.

Herzog quindi, saturo di passare la palla sempre allo stesso tizio dell’altra squadra, va dall’arbitro (che prima viene scambiato per Jesus) e gli chiede di interrompere la partita per poter vestire i suoi compagni di squadra con le magliette di un colore differente, che sia perlomeno riconoscibile.

” ‘Sto pantone non mi convince, ma che è?”

“Carta da zucchero”

“Non ho fame”

“No, è il nome del colore”

“Scusa, ma avete dato a tutti le magliette azzurre?”

“Carta da zucchero”

“Avete dato a tutti le magliette CARTA DA ZUCCHERO?”

“Veramente la vostra è celeste”

“Vabbè; noi possiamo indossarne di arancioni?”

“No”

Herzog si allontana guardando in cagnesco l’arbitro.

Ed è a quel punto che la soluzione si fa strada nella sua testa. Era nel bel mezzo delle riprese di un film che stava sostanzialmente affrontando da solo; da solo avrebbe finito Fitzcarraldo per poterlo presentare al Festival di Cannes, ed era quindi da solo che avrebbe dovuto portare a termine anche la partita.

“I knew the only hope of winning the game would be if I did it all by myself […] I would have to take on the entire field myself, including my own team.” (sic)

Non ha tenuto nemmeno il portiere, eh.

Io non ho idea di come sia finita (Herzog si limita a riferirci quella che ha immaginato fosse la risoluzione finale: io contro il mondo, alla fine almeno so che non devo passare la palla a nessuno se non a me), ma mi piace pensare che sia andata più o meno così:

 

 

JJ

 

La carne rossa di Monicelli

in cibo/cultura by

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha decretato che le carni lavorate (come ad esempio salumi, insaccati, würstel) sono classificabili come cancerogene, al pari di bacco e tabacco. Manca qualche evidenza scientifica per averne la certezza, ma sembra che nella stessa categoria rientri anche la carne rossa, cioè agnello, maiale, vitello, manzo, pecora e altri simpatici amici dell’uomo, cui donano di buon grado bistecche, braciolette, costatine, lonze e cosciotti.

La società aperta e l’avanzamento tecnologico che abbiamo sperimentato negli ultimi decenni ha aumentato incredibilmente la nostra aspettativa di vita, e ci ha fatto prendere coscienza di un sacco di problemi che, semplicemente, non sapevamo di avere. Adesso, il punto è: quei problemi preesistono alla nostra coscienza oppure no? Il fatto che mangiare due fettine di bacon al giorno aumenti il rischio di contrarre un tumore al colon del 18% ci aiuterà a salvarci da noi stessi? E soprattutto: dobbiamo davvero farlo? Non sono sicuro che prendere coscienza del pericolo di ogni azione abbia necessariamente un effetto aggregato positivo sulla vita di ognuno di noi. Pensarci a fondo, a tutto, e non lasciare niente di inevaso alla previdenza, è sempre il modo migliore per preservarsi?

Emil Cioran scriveva che “nei momenti critici una sigaretta porta più sollievo che i vangeli”. A me, quell’effetto, lo fanno ad esempio le scottadito di abbacchio, come quelle che ho mangiato due sere fa. E quindi, adesso, le strade sono due: o quel 18%, quel colon, quel disinvestimento sulla qualità della vita di qui a trent’anni comportato dalla sontuosità del sangue della bistecca continua a rimbalzarmi in testa come un monito, e quindi quel piacere me lo annacqua, lo dissolve nella preoccupazione fino a farlo sparire; oppure me ne frego, e faccio finta di non sapere. Come si vive meglio?

C’è in questo discorso il seme universale dell’approccio alla vita contenuta in quell’enciclopedia dell’esistenza che è Amici Miei. Mi riferisco al Perozzi, il Perozzino, come lo chiamano le prositute al mattino presto, che non capisce –quando il figlio lo rimbrotta: “ma quando cresci, babbo? quando la smetti di fare l’imbecille?”– se l’imbecille è sì, lui, “che la vita la pigliava tutta come un gioco”, o se è non fosse il figlio ad esserlo, “che la pigliava come una condanna ai lavori forzati”.

 

Non so, ma ho come l’impressione che da queste parti, di questi tempi, si tenda sempre più a prendere la vita come una condanna ai lavori forzati. Non saprei bene chi scegliere, tra il Perozzi e il figlio, ma una cosa è certa: non avete idea di quanto mi piaccia, quanto mi soddisfi, dentro, fino in fondo, poterci pensare davanti a una costata al sangue, in mezzo ad una tavola imbandita. E insieme alle persone che le si sederanno intorno.

Domenica ad urlapicchio

in cultura by

Due giorni fa Gianni Rodari avrebbe compiuto 95 anni. Noi l’abbiamo ricordato così. Oggi però è domenica, e a me è sovvenuto un altro grande, che in molti non ricordano, e non ho mai capito perché: Fosco Maraini. Un giorno forse troverò il modo di mettere in ordine un po’ di idee nella mia testa e scrivere qualcosa sulla sua magnifica, densissima vita.

In particolare, però, proprio oggi che è domenica, mi è venuta in mente una fanfola, una poesia metasemantica, leggerissima, che non so se parla della domenica, ma che io ho sempre immaginato collocata in una domenica. La domenica, che nella mia testa è proprio – e forse oggi, ché fuori è grigio ma festoso, più del solito – un giorno ad urlapicchio.

Ci son dei giorni smègi e lombidiosi
col cielo dagro e un fònzero gongruto
ci son meriggi gnàlidi e budriosi
che plògidan sul mondo infrangelluto,
ma oggi è un giorno a zìmpagi e zirlecchi
un giorno tutto gnacchi e timparlini,
le nuvole buzzìllano, i bernecchi
ludèrchiano coi fèrnagi tra i pini;
è un giorno per le vànvere, un festicchio
un giorno carmidioso e prodigiero,
è il giorno a cantilegi, ad urlapicchio
in cui m’hai detto “t’amo per davvero”.

Mellon Collie ha vent’anni. E noi no.

in religione/scrivere by

Viola

Venti anni fa usciva “Mellon Collie and the Infinite Sadness” degli Smashing Pumpkins.
Non credo ci sia bisogno di soffermarsi per l’ennesima volta su quanto stupendi fossero i pezzi, su quanto intenso sia Billy Corgan, o quanto brava (e figa) fosse D’Arcy. Noi che nel 1995 eravamo teenager e/o giovani, la generazione X (si proprio quella di Ambra Angiolini, non si può avere tutto dalla vita) lo sappiamo benissimo. Ai Millenials che per caso non lo hanno ancora sentito, direi che non è mai troppo tardi per smettere di sottovalutare gli anni Novanta e fare un regalo alle proprie orecchie. E ai propri occhi: la copertina dell’album, dell’illustratore John Craig, è un piccolo capolavoro di collage ispirato alla pittura settecentesca, preraffalita, al dadaismo e al surrealismo.
La musica e l’arte hanno, d’altronde il potere di trascendere il tempo e lo spazio. E di permearlo di una bellissima, e infinita, tristezza.

Luca

Quando è uscito Mellon Collie, per me era indubbiamente troppo presto. Lo scoprii piú tardi, ma non troppo piú tardi: Repubblica aveva un inserto musicale dove si parlava della prossima uscita di questi Smashing Pumpkins, e ripercorreva gli album passati. Quello in arrivo era Machina,  e io avevo 12 anni.
A scuola ci si passava la musica tramite cd masterizzati. Con un amico del tennis avevamo l’accordo per cui ogni tanto si comprava l’album originale insieme, e poi in qualche modo uno dei due avrebbe avuto la copia: di sicuro non ebbi Iommi, ma ho tenuto Lateralus. Il colpo di fulmine per Mellon Collie avvenne grazie a un prestito, sempre dello stesso amico.
Ero solito passare il sabato (o il venerdí) sera da una zia. Per uno cresciuto fuori città, una zia ospitale, di compagnia e discreta era una complice perfetta per tornare a casa la sera dopo un tardo pomeriggio in centro: usavo lo stereo del cugino espatriato per ascoltare la mia – a volte, ammetto, anche la sua – musica: il piano dell’intro del primo cd di Mellon Collie nella mia testa non è districabile da quel salotto arredato con un gusto decisamente retró.
Quindi uscì Machina. Ricordo l’album nuovo e la moda di vestire robaccia della ADIDAS. Non più tardi dell’estate, le tv musicali erano piene di speciali su Billy Corgan e rimandavano a ruota i grandi classici: quasi tutti da Mellon Collie. E quasi tutte dal primo cd, dawn to dusk. Un amico piú grande, proveniente da un altro mondo dati i  suoi “quasi 18 anni”, propose di andare a vederli dal vivo: Palaghiaccio di Marino, Roma, 26 Settembre. Siccome la mia etá non rendeva possibile il viaggio secondo qualsiasi criterio di ragionevolezza, feci una cosa irragionevole: comprai il biglietto del concerto e quello per Roma indebitandomi, e mi presentai a casa a fatto compiuto. L’espediente, combinato a una serie di fattori rassicuranti, funzionó. Come spesso capita, si va al concerto di qualcuno ascoltando in fissa qualcun altro: allora credo fosse questo, ma se vi sforzate un poco Corgan si vede comunque.
Poi venne l’autunno e le canzoni del secondo cd sembrarono piú appropriate. D’altronde, era appunto il disco notturno, twilight to starlight. Non so se sia il cambiamento tecnologico o l’età, ma che un album attraversi così bene le stagioni non mi è più capitato.  A proposito, portate indietro le lancette: da domani fa buio piú presto.

Rosario

Mellon Collie And The Infinite Sadness. Malinconia e infinita tristezza. Gli unici sentimenti che ti sembra sensato provare a 16 anni, quando è uscito Mellon Collie. Perché Mellon Collie È avere 16 anni, lo è sempre stato e sempre lo sarà. Mellon Collie sono le tute acetate indossate in maniera scriteriata per uscire di casa, sono le Nike ed è Michael Jordan, è Ronaldo e Romano Prodi, è Clinton, è il modem 56k, è tutta la nostra vita, sarà sempre la nostra vita. Mellon Collie è dolcezza, è rabbia, è sentimentalismo patetico, è lirismo insensato, è bellezza che improvvisamente ti entra nelle vene con un semplice believe in me as I believe in you. Mellon Collie sono le urla di una presunta rivalsa di Fuck You (An Ode To No One) e il cuore che ti si spacca in mille pezzi di Thirty-Three. È la rabbia di un ratto di una gabbia e il fallimento di vedere chi ami che butta via il proprio amore, i segreti dei suoi sogni. Mellon Collie compie venti anni, ma non li ha mai avuti, non li avrà mai. Mellon Collie siamo noi, Mellon Collie saremo per sempre noi.

Qualcosa su Rodari

in scrivere by

A: Ciao, scriviamo qualcosa su Gianni Rodari?

B: Stai scherzando? E’ ancora vivo?

A: No, ma oggi avrebbe avuto 95 anni.

B: Io non so una minchia di Rodari, tranne che scriveva bei racconti che fanno ridere e che era comunista.

C: Che è il motivo per cui io, giovane virgulto di buone letture, leggevo Tolkien e non lui.

D:  Ma poi sei diventato comunista lo stesso, no?

E: Bello rodari heart emoticon (cheppalle tolkien wink emoticon)

C: è stata un’influenza passeggera, perché le basi erano solide.

D: Su Rodari c’è il rischio serio di trovarsi a scrivere un articolo con Serra e Gramellini.

F: Oggi Rodari, domani Sepulveda.

A: Cristo, NO. Rodari scriveva per bambini ed era un fico sulle tecniche umoristiche, Sepulveda sarebbe mediocre anche stesse in zone politiche meno sbagliate.

C: E dopodomani Pasolini.

B: Si inizia con Rodari e si finisce per celebrare Pol Pot, vergognatevi!

G: Ma Rodari chi, quello della Banda della Magliana?

H: Io so qualcosa su Gianni Risari, candidato sindaco con l’ulivo a Crema, ma di Rodari nulla.

I: Peraltro per un lungo periodo delle elementari ero convinto che Gianni Rodari fosse il mio maestro di religione. Era un gran porco il maestro Gianni, si faceva fare i massaggi dalle bambine e ci tirava i rotoli di carta igienica.

E: Anche Gianni Boncompagni non era male. Un mondo di grandi Gianni.

H: Gianni, l’ottimismo vola!

F: No, il più ottimista dei Gianni è il Morandi.

J: Tra i Morandi preferisco quello vero: Giorgio.

C: Per quanto su Morandi Z ha ieri detto una cosa importante.

A: Si però sarebbe un altro post.

*** UPDATE***

K: Gianni Rodari mi ricorda le mie elementari, quando mi incazzavo tantissimo perché ero convinta che anche io sarei riuscita a scrivere storie come le sue, vecchio bastardo.

 

Soundtrack: System of a Down – Toxicity

Il caporalato è legale?

in scrivere/società by

” Ricevo e pubblico:

“Il cadavere rende tutto legittimo”
G. Anders, L’odio è antiquato

Italia – Piemonte – Carmagnola ore 6.00 del mattino: un ragazzo dai tratti slavi sui 40 anni fuma mesto e con espressione affranta quella che fu un tempo una cicca… “ Ciao, è successo qualcosa ??? Hai bisogno di aiuto???”, e lui con accento dell’Europa dell’est : “ Si io bisogno lavorare, oggi no per me, già passato Capo Cecco, già chiamato miei amici, no lavoro per me io chiesto 5 euri ora lui detto me troppo, riprova domani”, e io “Come 5 euro all’ora???Per fare cosa??? Per quante ore???”, e lui: “Raccolta verdure, peperoni, 10/11 ore!!!”…

Italia – Calabria – Rosarno ore 5.00: un ragazzo nord africano seduto sul ciglio di una strada, appoggiato a quello che rimane di un cartello stradale scambiato per un bersaglio da tiro a segno… “Amico che fai li a quest’ora??? Stai bene???”, e lui: “ Si io stare bene, aspettare Capo per andare lavorare!!!”, e io: “Che lavoro??? Dove???”, e lui  “Arance, frutta, qui tutta frutta arance!!! 20/25 euro una giornata fino sera!!!”…

Italia – Lombardia – Milano ore 11.00: a colloquio con il responsabile Ufficio Turni di una grande azienda di trasporto pubblico… “ Ciao A., ti avrei portato alcune proposte di modifica ad alcuni turni perché abbiamo riscontrato che ci sono delle anomalie, ad esempio non è stata inserita la pausa pranzo, poi questo servizio lungo 10 ore senza pausa lo si potrebbe riassemblare così, in modo tale che diventi lungo 8.30 ore garantendo un minimo di refezione al personale!!! Poi visto che ci siamo avremmo da proporti questa serie di modifiche al turno mensile perché ci siamo accorti che tra i due stabilimenti ci sono delle differenze di produzione; a parità di servizi da erogare, nell’impianto B cinquanta agenti lavorano al 140% con quote straordinario e nell’impianto C settanta agenti lavorano al 60%, non sarebbe meglio ridistribuire la produzione tra i due impianti in modo tale che gli agenti di ogni impianto lavorino al 100%???”, e lui, responsabile dell’ufficio turni ( sopra di lui appena l’A.D.): “ Heeee ma sai, avrei le mani legate!!! La proposta è buona ma come tu sai nell’impianto B la XXXX è il sindacato più forte e non posso andargli contro, nel tuo impianto C invece siete tutti iscritti all’ OO.A.A. , che tra l’altro non ha voluto firmare il contratto di secondo livello, quindi come faccio??? Non posso mettermi contro la XXXX, però questa vostra proposta è molto buona sai ??? Magari se me la faceste recapitare dal segretario provinciale della XXXX o della YYYY, loro possono sponsorizzare molto di più!!!”, e il lavoratore: “ Ma scusa, il mio sindacato è vero non ha firmato il contratto perché non dava abbastanza garanzie e seppur sindacato autonomo rappresenta l’80% dei dipendenti, quegli altri in tre arrivano appena a rappresentare il 20%, forse,  perché non devi tener conto di questo fattore???”, e lui nel modo tipico di chi ha fatto carriere in azienda sfruttando il sindacato: “ Heee nooo, non posso assolutamente, ho le mani legate”….

Italia – Lombardia – Crema ore 10.00: AAA Cercasi personale per cucina e sala per apertura nuova birreria e griglieria, per candidature rivolgersi a Tizio presso Camera del Lavoro….

Piazza del Duomo – Ore 18.15:  “Domani vai e ti presenti alla Camera del Lavoro. Hai l’appuntamento con R. Io ci ho già parlato e lui ti aspetta. In ogni caso ricordaglielo e fai il mio nome”. (“Mah!!!”)….

(L’indomani) Camera del Lavoro – Ore 10.00: “Salve, sarei venuto per la candidatura per il lavoro presso la birreria che deve aprire a giorni. Ho un appuntamento con il signor R.” – Risposta: “La mando subito dal segretario provinciale”…. (“Mah!!!”)… “Salve, piacere N., mi hanno mandato da lei per la candidatu…” – “Haaa sisisisisi, allora sisisisi quanti anni hai??? Disoccupato??? Esperienze lavorative??? Heeemmm per caso sei mai stato iscritto o hai intenzione di iscriverti al sindacato??? Questo sindacato!!!”, e N.: “Veramente non sono mai stato iscritto al sindacato, sono sempre stato disoccupato, da quando mi sono diplomato!!!”, e lui “ Haaa ma non c’è alcun problema guarda!!! Metti due firmette qui e con la tua copia vai li alla birreria, vai dal signor B. a nome mio e gli dici che hai già parlato con me , che hai fatto già tutto con me e poi ci pensa lui!!! Ciao Ciao Cia Cia”…..

Nei primi due casi il caporalato è illegale, negli altri si aprirebbero (il condizionale è d’obbligo) vie di criptolegalizzazione fattuale basata su usi e consuetudini in potenza più frequenti di quanto si potrebbe pensare.

L’annichilimento della dignità umana assumerebbe (il condizionale è d’obbligo) un peso differente se praticato da chi, per antonomasia, è dedito a questo tipo di relazioni lavorative o se, invece, praticato da chi, sempre per antonomasia, dovrebbe per statuto tutelare istituzionalmente i lavoratori, a maggior ragione dietro il pagamento di una tessera mensile… Come dire, un conto è se a picchiarti in nome del nazifascismo è un nazi/fascista che si reputa e declama tale, tutto un altro è se a picchiarti in nome del nazifascismo medesimo è un nazi/fascista che si reputa e declama antinazi-fascista !.

Italia – Gran Sasso – Crognaleto. “Li hai portati i soldi?“, “Si, ma stavolta mi dovete dare il passaporto e gli altri documenti che mi avete rubato. Questi erano patti. 2 mila euro e mi restituite tutto. Sono otto mesi che lavoro qua sopra su montagne. No vedo nessuno. No incontro nessuno. Devo tornare da mia famiglia in Macedonia“. “Se vuoi rivedere tua famiglia devi fare quello che diciamo noi. Lavora con pecore e no rompere cazzo. I 4 soldi che guadagni li dai a noi. Se no paghi ti spariamo. O peggio ti denunciamo. Poi documenti. Tu qui no sei nessuno“. Incattivendo lo sguardo e portando il dito tra la bocca ed il naso ad indicare di fare silenzio, l’albanese trancia ogni altra eventuale replica di B., da mesi sotto scacco del racket che colpisce i pastori clandestini che popolano come fantasmi parte delle montagne abruzzesi.

Un cadavere rende tutto legittimo quando l’attualità viene percepita come esistenza inconsapevole, quando i multiformi aspetti delle società contemporanee vicinissimi e diversissimi, non interagiscono però tra loro. L’evidenza abbagliante del sopruso e la dilagante demenzialità crudele che si costituisce in pretesa “Razionalità” legittima e normativa, hanno le fondamenta di una palafitta. Il male genera male e a questo non si sfugge. Anche se sei un dio che cammina a tre metri da terra estraneo al lato cattivo di ciò che si muove attorno a te, il male ti verrà a trovare, inaspettato e sconosciuto, alle spalle, quando starai pensando ad altro, quando starai programmando altro. Ti verrà a cercare perché hai contribuito ad allevarlo,  perché, in un modo o nell’altro, sei stato suo complice.

Frank Dla

Ogni riferimento a fatti e persone sopra menzionati sono puramente casuali e non fanno riferimento ad alcun evento realmente accaduto.

Vaccinazioni e “scelte culturali”: la salute di tutti nelle mani di pochi

in cultura/politica/società by

In tutta la sporca faccenda del calo delle vaccinazioni, sui cui spero di tornare presto con la collaborazione di qualche amico medico, un ulteriore elemento di preoccupazione è costituito dalle affermazioni di politici di rilievo sull’importanza di una presunta “scelta culturale”, a discrezione degli individui, in merito alla prevenzione delle malattie infettive (ne trovate due esempi qui e qui).

Sembra infatti che l’idea che le sensibilità sociali, politiche religiose e religiose del singolo debbano prevalere persino su interessi di carattere pubblico, come nel caso dei vaccini, dove si è sottolineato a più riprese che i numeri contano, eccome, soprattutto per quanto riguarda le masse. Insomma, se tuo figlio non viene vaccinato pure il mio è potenzialmente a rischio, il che dovrebbe ridurre notevolmente lo spazio di manovra della tua tanto amata scelta culturale. Eppure, a sentire molto voci autorevoli, tutto ciò passa in secondo piano rispetto alla libertà di coscienza del genitore pro-choice.

Sarebbe quindi ora di smetterla di addure la “cultura” – sebbene il concetto , così come utilizzato da certi stregoni della comunicazione, non mi sia del tutto chiaro – a pretesto di qualsiasi scelta di natura, appunto, pubblica, tanto più in una dimensione politica altamente suscettibile a diverse forme di manipolazioni. La predisposizione ad attribuire caratteri intoccabili e immutabili al background culturale di certi gruppi di individui ha prodotto nella storia, purtroppo, degenerazioni terribili e violenze di portata epocale. Un esempio parossistico ma efficace di questo pericolo ce lo offre la Germania di Hitler: cos’altro non è il Nazismo, se non la libera scelta culturale di un certo numero di individui che decide di far (pre)valere i propri diritti e interessi ideologici? L’arianità non è forse anch’essa un’espressione culturale al pari di tante altre? Il Lebensraum, lo “spazio vitale”, non è una necessità spirituale, costruita su basi materiali, che realizza una relativissima, culturalissima “spinta vitale”?

Diciamola una volta per tutte: la “cultura” è una puttanata, persino pericolosa, soprattutto se utilizzata per giustificare scelte e azioni di carattere meramente politico. E nel caso delle vaccinazioni, dove si parla della salute di tutti, l’idea risulta ancor più sconcertante e deleteria. Ci si chiede di scegliere tra opinioni personali e pericoli reali, conclamati, che riguardano indifferentemente ogni singolo cittadino di questo paese: in una società civile, un problema del genere non dovrebbe neanche porsi.

Altrimenti, l’unica alternativa per evitare la poliomielite rimane una bella lettura del Mein Kampf.

 

The Lobster

in cinema by

C’è questa idea che è in giro da qualche millennio. Dice così: incontrare l’amore, la persona giusta – the one, direbbero gli inglesi – è un po’ trovare l’altra metà di sé stessi. Quelli di voi che ancora conservano reminiscenze del manuale di filosofia (o, meglio ancora, di questa scena memorabile di Tre uomini e una gamba), ricorderanno probabilmente il mito della metà raccontato da Aristofane nel Simposio di Platone.

Ora, prendete questa idea a prima vista banale e provate a metterla dentro una app per il vostro iPhone. Il risultato si chiama Tinder (o Happn, OkCupid, …). Dating apps, ovvero la versione contemporanea dell’agenzia matrimoniale: vediamo che faccia hai, quanto sei alto, se fumi, se ami leggere Proust o i manga giapponesi. Se il tuo profilo mi piace e io piaccio a te allora abbiamo un match, un potenziale incontro di due anime gemelle che si cercavano da sempre e che magari, nella barbara notte dell’era pre-internet, mai si sarebbero trovate.

Questo sistema è certamente molto funzionale. L’amore è cieco. E tuttavia, statisticamente, ho più chance di trovare l’anima gemella in uno che in partenza trovo attraente e che condivide i miei stessi interessi, piuttosto che in uno stupratore di tacchini indonesiani, grasso e con la faccia sfigurata da una ferita di machete.

Ma non di sola statistica vive l’uomo. E l’occhio del vero artista è quello che sa soffermarsi su quella transizione impercettibile da un’intuizione semplice ma potente – l’amore come incontro di due destini – in qualcosa di più di un tic di massa, quasi un’ossessione collettiva. L’amore come il perfect match su una app di appuntamenti. L’amore come l’ideale della coppia radiosa, sdraiati sul prato guancia a guancia in un selfie con il filtro Sierra di Instagram.

Il 15 ottobre è uscito nelle sale, anche in quelle italiane, un film che parla esattamente di questa transizione impercettibile tra essere e dover essere della vita in due. Si chiama The Lobster, del regista greco Yorgos Lanthimos. E’ un film spiazzante, divertentissimo, profondo e brillante. Uno dei film più belli e originali degli ultimi anni.

La trama non ve la racconto, per due ragioni: la prima è che, che ci crediate o no, esiste Google. Il secondo motivo è che questo è un film dal quale mi sarei molto probabilmente tenuto alla larga, se ne avessi letto la trama prima di comprare il biglietto, temendo un penoso senso di déjà-vu. Lathimos, in effetti, non inventa nulla, costruisce un’opera originalissima di puro materiale di riciclo: abbiamo così un espediente semplice e persino abusato – il presente distopico dove l’ossessione collettiva è divenuta legge della Città; l’ambientazione più classica dei racconti uno-a-molti (quando non è il protagonista che si muove incontro a personaggi e situazioni improbabili, come nei road movies, sono questi ultimi che si muovono incontro al protagonista: ed ecco l’hotel). Le metafore trite (l’amore cieco), la recitazione impersonale da teatro dell’assurdo (magistrale Colin Farrell), i non-luoghi metropolitani, il romanzo di formazione.

Il regista greco pesca a piene mani in un repertorio di immagini e situazioni che spazia impavidamente da Sofocle a Lost, riuscendo sistematicamente, ma con leggerezza, a sovvertire la cifra originale del già visto. Ciò che all’origine è tragico diventa qui comico o almeno grottesco, il comico si colora degli elementi del dramma, il fantastico assume i contorni della realtà più cruda e il realismo sfuma nelle nebbie dell’immaginazione.

Così, The Lobster è un film intrinsecamente sovversivo: nelle singole, brillanti scelte di stile prima ancora che nel messaggio crudele. Che è poi questa reinvenzione rovesciata del mito platonico in un’era post-Tinderizzata. Dove non è più Zeus che, per invidia, decide di spaccare in due metà difettose l’originaria e perfetta unità ermafrodita della coppia di amanti, ma sono gli uomini che, per il terrore di non farcela, si ostinano come bambini a riappiccicare a forza pezzi di puzzle presi a casaccio da scatole diverse.

Richiamo al futuro

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Marty

LA PREVALENZA DEL VEGANO

in cibo by

Eurisko rende noti alcuni dati sul profilo del  Vegano: e’ donna (58%), vive al Nord-Ovest (36%), in una grande citta’ (13%), e’ in possesso di una laurea (17%), ha una posizione da dirigente (25%) ed e’ tra i 45 e i 54 anni (28%). Si tratta in sostanza di una signora- per comodita’ la chiameremo la Dottoressa- che dopo essersi presa la sua laurea in Economia alla Bocconi e aver scalato posizioni nella filiale Italiana di Unilever o Palmolive fino a diventare direttore Marketing o responsbile Ricerche di Mercato, alle soglie della menopausa ha cambiato radicalmente il suo approccio al cibo, facendone una ragione non soltanto di vitto, ma di vita. Al pari dei gay, che fanno della loro inclinazione per il sesso anale una questione politica, la Dottoressa  tende ad affermare la  superiorita’ socio-culturale che l’abuso di Tofu le conferisce, attraverso sottili violenze psicologiche nei confronti dei poveri consumatori di arrosticini di pecora. All’inizio non e’ una questione etica, la sua, ma di gusti: la carne, dice “ha tutto lo stesso sapore, lo stesso retrogusto disgustoso che mi impedisce fisicamente di mangiarla”.Con questa affermazione,  la Dottoressa forse sta suggerendo che noi amanti del cheeseburger siamo in realta’ dei palati rozzi e mononeuronali, incapaci di distinguere la differenza tra un carpaccio di manzo e una melanzana alla parmigiana mentre lei, delicatissima e raffinatissima, coglie sfumature a cui solo gli eletti hanno accesso. Il pregiudizio alimentare diventa quindi una voce sul curriculum, un indicatore sicuro di eleganza, raffinatezza e un po’ di snobismo.

Da una semplice questione di gusti si passa quindi ad un primissimo discorso etico: la nostra simpaticissima bocconiana infatti, si rifiuta di cibarsi di un cadavere. La caccia ora come ora e’ uno sport, a detta di alcuni un po’ vigliacco ma a detta di altri- se se ne rispettano le regole- molto nobile. Chi lo spiega meglio di tutti e’ Robert De Niro, ne Il cacciatore, con la sua teoria di “un colpo solo”. Per estrema sintesi, non c’e’ nulla di vile in una sfida alla pari tra animale e uomo, anzi nulla come la voglia dell’uomo di dominare la natura ha contribuito all’evoluzione della specie. Se poi qualche idiota paga 50.000 dollari per sparare con un AK-47 ad un vecchio leone, ecco, la soluzione non e’ il veganesimo, perche’ a quanto mi risulta il latte di soja non guarisce dalla stupidita’. In ogni caso, la caccia rappresenta una parte trascurabile di tutta la carne che arriva in tavola, venendo la maggior parte da macellazione industriale e allevamenti intensivi di polli, maiali e altri animali da carne da macello. A questo aspetto quantititivo si aggiungono anche aspetti qualitativi a proposito della manipolaione dei polli da batteria con l’uso di estrogeni, alla somministrazione di mangimi all’ocratossina e all’abuso di nitrati nei bovini allo scopo di indurre ritenzione idrica (e’ per questo che quando la vostra bistecca di manzo messa in padella caccia acqua vuol dire che e’ una carne di merda). Su questo aspetto qualitativo sono d’accordo al 100%: no alla carne di merda. Per dire, l’ambiente ideale per quella che diventera’ la mia bistecca e’ Kobe, dove la mia simpatica mucca beve birra e Sake’ mentre le mani sapienti di un lottatore di Sumo in pensione le massaggiano i glutei. Ma come facilmente intuibile, il problema del pollo in batteria gonfio di estrogeni  non  si risolve col Veganesimo. E’ infatti un problema legato alla mancanza di scrupoli e all’avidita’ di persone che lucrano sulle necessita’ alimentari della povera gente, proponendo carne scadente a prezzi da svendita. Se improvvisamente tutti diventassimo vegetariani o vegani (fatto peraltro insostenibile, ma su questo ci torniamo piu’ tardi) potete star certi che gli stessi individui senza scrupoli che siedono nei consigli di amministrazione delle multinazionali e che decidono la qualita’ del cibo di massa, troverebbero il modo per intensificare la coltivazione della soja attarverso l’uso di pesticidi o per sofisticare il Tofu con l’aggiunta di olio di palma idrogenato. In ogni caso, la battaglia per la difesa della qualita’ della carne e’ sacrosanta ma, ripeto, nulla ha a che fare con le scelte alimentari di base.
Andando avanti nel suo percorso passivo-aggressivo, la responsabile comunicazione di Procter&Gamble potrebbe dirci che mangiare carne fa male alla salute, sorretta in questa dalle (poche) conoscenze di scienze di alimentazione che ha appreso quando sfogliava il blog “By bye salsiccia” con il suo iPhone 6S, magari  mentre aspettava dal parrucchiere che i colpi di sole le coprisserro la frezza bianca in mezzo alla testa che le ricorda gli anni che passano. Se e’ vero che mangiare ciauscolo tutti i giorni non e’ proprio un toccasana per le arterie, e che la carne rossa in eccesso e’ stata effettivamente correlata all’aumentato rischio di alcuni tipi di cancro (colo-rectal cancer), e’ altrettanto vero che si dovrebbero avventurare in questo tipo di discorsi solo coloro che ne hanno cognizione di causa.
Per dire, ho sentito con queste mie orecchie-giuro- addetti all’impaginazione di Free Press che avevano conseguito il diploma attarverso un corso serale on-line, sostenere l’alimentazione priva di carne con argomenti tipo” i carnivori come la tigre hanno l’intestino corto, l’uomo ha l’intestino lungo QUINDI (lo metto maiuscolo perche’ e’ la parola chiave in questo ragionamento) la carne gli fa male”. Tralasciando per un momento l’ansia di tutti i vegetariani di tenere in ordine il proprio colon, anche qui il diritto di parlare di un argomento complesso come il cancro e’ qualcosa che ci si deve meritare (per dire Veronesi puo’ farlo, il grafico di Leggo no). Per semplificare comunque, possiamo certamente dire che una corretta informazione alimentare che tenga conto di tutti gli elementi senza focalizzarsi ottusamente su un singolo aspetto, e’ da salutarsi piu’ che benevolmente. Per inciso, il tutto si puo’ riassumere con quanto segue: carne rossa, una volta al mese. Carne bianca, una volta a settimana. Uova, una volta settimana. Pesce, due volte a settimana. Latticini, quanto basta. Carne processata, il meno possibile. Frutta e verdure fresche e di stagione, tutti i giorni. Dolci, solo ai compleanni. L’uomo e’ in cima alla piramide alimentare e come tale, a prescindere dalla lughezza del suo intestino, necessita di assumere con l’alimentazione tutto quello di cui ha bisogno. Che poi sia un predatore cosi’ abile e ben organizzato da potersi approvviggionare di cio’ di cui abbisogna sui banchi del supermercato anziche’ uscendo da una caverna armato di clava e vestito di pelliccia, beh e’ una conseguneza dell’evoluzione, la stessa che ha prodotto l’Iphone 6S, le serie TV americane e il fotovoltaico. Quella stessa evoluzione peraltro ha prodotto sciagure come l’animazione nei villaggi turistici, alcune serie Tv americane e  il Veggie Burger.
Un altro argomento, che si ricollega a quanto detto sull’allevamento industriale, che la Senior Brand Manager del Colgate potrebbe mettere sul tavolo della discussione e’ il rispetto dell’ambiente. Partiamo subito da una verita’: le mucche, che hanno quattro stomaci e consumano enormi quantita’ di erba, scureggiano. Scuregge di metano, responsabili pare del 7% delle emissioni di Metano. a loro volta deleterie per il surriscaldamento globale. Paradossalmente, l’allevamento bovino incide sul surriscaldamento globale piu’ dei  voli transoceanici dei Boeing 747. La soluzione che ad oggi e’ stata trovata e’ stata quella di tassare le scuregge della mucche. Chissa’ cosa ne pensano ai vertici della Vokswagen. Il problema e’ che se all’improvviso diventassimo tutti Vegani, lo scenario sarebbe apocalittico. Bisognerebbe infatti trasformare i pascoli in coltivazioni intensive di lenticchie, riso basmati, soja, soja e soja. Dal punto di vista dell’ecosistema, questo semplicemente non e’ sostenibile e avrebbe conseguenze sull’equilibrio planetario ben piu’ catastrofiche delle scuregge delle mucche. Sta per uscire un libro fatto di tabelle che spiega nel dettaglio perche’ a cambiare i pascoli dell’Oregon in piantagioni di Soja, a rimetterci sarebbe tutto il pianeta. (la soja peraltro contiene fito estrogeni, utilissimi per contenere le vampate  da menopasua della Dottoressa ma meno efficaci per tenere vivo il desiderio del suo compagno, che gia’ fa fatica a desiderarla adesso che ha passato i quarantacinque).
Per tornare all’unico elemento che realmente mi interessa, cioe’ quello relativo al gusto, vorrei concludere con un’immagine, relativa all’imminente lancio sul mercato del Vegorino, definito come “il primo alimento vegetale, fermentato, crudo,con probiotici di calcio e magnesio”. Pur chiedendomi cosa voglia dire “probiotici di calcio e magnesio” (calcio e magnesio sono Sali minerali, i probiotici organismi monocellulari responsabili di processi fermentativi), mi pare evidente la voglia del popolo Vegano di prevalere non solo dal punto di vista dell’etica, della salute e dell’impegno sociale ma anche da quello del gusto. Ora, tenendo bene a mente che il Vegano ha cominciato a smettere di mangiare di carne perche’ “ha tutta lo stesso gusto”, con quale aromentazione adesso propone questo prodotto vegetale che vuole competere con il pecorino romano, quello stagionato che si mette sull’amatriciana o con cui si assembla la carbonara?
Allora cara Dottoressa, perdiamoci di vista, che e’ meglio. Mentre io staro’ probabilmente affettando la mia tagliata di manzo danese, tu probabilmente starai passeggiando per il pianeta Seitan alla ricerca del sapore peduto. Come dire, viviamo in pianeti diversi, ma ecco, credo di sapere quale sia quello dove ci si diverte di piu’.

Cupe vampe

in musica by

“Be willing to die for your beliefs, or computer printouts of your beliefs.”
― Don DeLillo, Great Jones Street

Ci muove a piacimento Ferretti, basta che alzi il mignolo. Nessuno come lui, nemmeno lontanamente, ha la capacità di polarizzare la discussione: ma se fate di un uomo un idolo, è normale che vi deluda.

La verità è che vi siete posti il problema di cosa dicesse Lindo Ferretti quando ha cominciato a parlare invece che a cantare: se gli slogan su piani quinquennali e l’acciaio sovietico in salsa emiliana raccoglievano applausi e lodi sperticate, all’annuncio di una ritrovata spiritualità è scattato il linciaggio belluino. Il nodo della questione è tutto qui: voi non volete un artista, voi volete una marionetta. Una marionetta-guru che vi dica cose geniali e illuminanti, ma perfettamente in linea con il vostro pensiero. Lindo Ferretti è sprecato per tutto questo. Dateci mezz’ora di tempo e vi facciamo un generatore automatico a cui tirare la cordicella per sentirvi dire ciò di cui avete bisogno, in eterno.  Senza cambiare mai, senza deludere mai.

E pensare che era anche stato così gentile da avvisare: “Non fare di me un idolo mi brucerò /Se divento un megafono m’incepperò

Essere fedeli alla linea dei CCCP dal conseguimento della maggior età, e forse anche da prima, come pretesa di controllo sulla produzione artistica di Ferretti. Il Minculpop dei fan che analizza e stigmatizza le dichiarazioni pubbliche dell’artista. Il processo pubblico per idee controrivoluzionarie.

Non importa che siano passati 30 anni, cioè una vita, e che 30 anni ammettano drammi e soluzioni, crescite e cambiamenti, nuove idee e ripensamenti. Giovanni Lindo doveva rimanere il “punkettone” dei primi anni, anche adesso che di anni ne 60. Doveva cantare di Unione Sovietica, anche se non esiste più da 25 anni. Doveva restare comunista, come quando aveva vent’anni, perché a vent’anni si è stupidi davvero e quante balle si ha in testa a quell’età, eccetera eccetera. Un eterno ritorno da Emilia paranoica. Una baracconata in salsa pop, più simile al Drive-in immaginato da Lansdale, dove gli stessi B-movies venivano proiettati all’infinito, che all’ Uroboro di Nietzsche: tutto ciò non è spaventoso, è solamente ridicolo.

E pop è tutta questa vicenda, che sembra essere lo specchio deformato del Wall di Roger Waters, dove il rocker diventa dittatore potendo contare su una folla di fans adolescenti e succubi, che lo adorano dalla base del piedistallo-muro che si è costruito per separarsi da loro.

Anziché giudicarlo, dovreste ringraziarlo: poteva avervi tutti ai suoi piedi, ma non l’ha fatto.

La donna Ceppo

in cinema by

Te ne sei andata stamane, in silenzio.
Ti chiamavi Margaret Lanterman, ma in questo buco di posto sperduto tra le foreste dove accadono solo cose inquietanti eri considerata la scema del villaggio.
Ti chiamavano “La donna Ceppo”, qui a Twin Peaks.
Una bella ironia, in un posto tanto affollato di nani, giganti e agenti dell’ FBI posseduti da spiriti maligni. Ma che vuoi, la gente è stupida, si ferma alle apparenze.
Io, che ti conoscevo bene, vedevo una bella donna, magra, dai lineamenti dolci e un po’ tristi, che amava bere caffè e sputare chewing gum nelle piante.
Mi hai trovato a pezzi e in fin di vita, mi hai accudito, adottato e amato. E soprattutto, mi hai ascoltato. Nessuno al mondo ne era in grado, tranne te.
Senza scomporti hai alscoltato. Io ero l’unico che sapeva la verità. Ero l’unico che quella notte aveva visto tutto. La crudeltà di Bob, la follia di Laura e Ronette, il sangue, il fuoco.
Immagino che fardello ti sei portata dietro per tutti questi anni. I tuoi tentativi di aiutare a far luce su quella triste vicenda venivano automaticamente ignorati, perchè come si fa a dare retta ad una donna che comunica telepaticamente con un ceppo? E allora tenetevi pure i dubbi e le paure. Perchè da oggi la verità resterà in silenzio per sempre.

Te ne sei andata stamane, in silenzio. Quel silenzio che io conosco bene.
Oggi, dopo che hai chiuso gli occhi, ho scoperto delle cose su di te, di cui non ero a conoscenza.
Ho scoperto che in quel mondo di fantasia della vita reale avevi un altro nome. Ti facevi chiamare Catherine Elizabeth Coulson. Non avevi soprannomi strani, non eri considerata la scema del villaggio, ma una brava attrice che amava la meditazione trascendentale, il teatro di Shakespeare e far ridere le persone. Pare fossi amica di un certo David Lynch, un signore un po’ matto ma che faceva film contorti e che conosceva praticamente tutti a Twin Peaks. E’  incredibile che tu non fossi più famosa per il tuo personaggio di Catherine che per quella strana Margaret Lantermann che eri nella nostra quotidiana scatola luminosa.

Sono inconsolabile oggi, ma felice del fatto che te ne sia andata lasciando a tanti un così bel ricordo di te. Sono sempre stato dell’idea che tu, a Twin Peaks, fossi la vera star. Anche se quell’Albert Rosenfield, il sultano dei sentimenti, faceva anche lui la sua bella figura!

Addio, cara Margaret.
Se per il mondo eri La Donna Ceppo, per me eri come una madre.

E da oggi sono solo un ceppo senza mamma.

 

 

 

Il Sistema Fusaro

in cultura by

Ragionando di filosofia, uno che ne capiva abbastanza ha detto una volta che essa “è necessariamente sistema”. Ora, nell’Italia del 2015 pare che la filosofia sia tornata di moda: i festival a tema spuntano come funghi e non c’è talk televisivo che si faccia mancare la presenza fissa del filosofo in studio. Filosofi, insomma, come se piovesse. Di sistemi filosofici, tuttavia, neanche l’ombra.
Eppure, forse, non tutto è perduto! Fortuna vuole che, dallo schiamazzo del circo mediatico-filosofico, una voce si levi, forte e chiara, al di sopra delle altre. La voce di un giovane Filosofo (con la f maiuscola), un sistematico per vocazione, giacché – per sua stessa ammissione – ‘allievo indipendente’ di Hegel e di Marx. Il suo nome è Diego Fusaro.

È un Sistema, quello fusariano, che per rigore logico e ampiezza di Weltanschauung fa vacillare al confronto, come castelli di carte, le costruzioni dei suoi stessi maestri (indipendenti). Tutto si tiene, nella logica implacabile del Nostro. Di seguito, ecco un breve e inevitabilmente incompleto compendio del suo pensiero.

Il Sistema Fusaro muove da una transvalutazione di tutti i valori. In pratica, alcune cose sono buone e altre sono cattive, inerentemente. Tra le cose cattive figurano, in ordine sparso: i numeri, il calcolo, il metodo scientifico e la scienza e in particolare l’economia – ma ogni disciplina che faccia uso di strumenti matematici è guardata con sospetto, per ovvie ragioni (v. alla voce ‘numero’) – il capitalismo e il (neo-)liberismo, l’inglese, la teoria gender, due anni (ma solo questi due) del Novecento, vale a dire il 1968 e il 1989, e naturalmente l’Euro e l’Europa.

Tra le cose buone ci sono: la filosofia e la cultura umanistica, i selfie, l’abbronzatura, Giovanni Gentile e il liceo classico, il mare (“immagine mobile della libertà”), Marx, i festival filosofici, la Gabbia di Paragone, gli avverbi formati col nome di un filosofo tipo heideggerianamente.

A grandi linee, la logica del discorso fusariano procede come segue: si prende una cosa a caso (un fatto di cronaca, una persona, un’invenzione tecnologica, una teoria, una frase), meglio ancora se proveniente dal mondo della sinistra e del marxismo, e si mostra che – una volta squarciato il velo di Maya dell’illusione borghese – essa non è altro che l’ennesimo, maleodorante tentacolo della piovra capitalistica. La strategia si adatta, con lievi variazioni, ai casi più disparati, tipo Tsipras (qui), il gender (qui), o le proteste delle Femen (qui). Mirabolante, e meritevole di una citazione, è la sua applicazione al caso dell’iPhone:

L’astuzia della produzione risiede nel generare l’illusione che nell’oggetto-merce riposi la possibile salvezza e, insieme, nel fare sì che esso sia caratterizzato da una strutturale vacuità di fondo: l’oggetto-merce si dissolve rapidamente, nell’atto stesso con cui viene consumato. All’I-Phone 3, segue il 4, e poi il 5, il 6, secondo le logiche illogiche del cattivo infinito del fanatismo dell’economia.

Si noti qui come il tema del capitalismo cattivo si incroci al rifiuto della tecnica e soprattutto alla liberazione dall’oppressione del Dio-numero che tutti ci vuole asserviti alla ‘logica illogica’ neoliberista della sequenza per cui, ecco lo scandalo!, all’uno segue il due e al due il tre e così via, senza scampo. Un crescendo filosofico da capogiro.

Tornando alle cose cattive, particolarmente dannosi per Fusaro sono l’Euro e l’Inglese. Quanto al primo, il Nostro sostiene la tesi secondo la quale “[l]’euro non è una moneta: è un metodo di governo per rimuovere diritti sociali e del lavoro. E’ il trionfo del capitalismo assoluto”. A chi volesse alzare il proprio borghese ditino per sottolineare la contraddizione di una moneta che però non è una moneta, sfuggirebbe – suppongo – l’ovvietà per cui il principio di non contraddizione è esso stesso nient’altro che una delle maglie della camicia di forza neoliberista. E, si badi, Fusaro potrebbe tranquillamente darci una spiegazione tecnica del perché l’Euro è così letale per i popoli europei. Potrebbe, ma se ne astiene, poiché – rischiarato dal lume della filosofia – è cosciente che agitarsi nelle sabbie mobili del discorso economico non condurrebbe ad altro che a sprofondare ancora di più nei fanghi del capitalismo (qui il testo completo):

Cari amici e care amiche, prego tutti quanti di risparmiarmi le esortazioni allo studio dell’economia. … l’economia è il problema e non la soluzione: finché si permane nel “cretinismo economico” (Gramsci) non vi può essere salvezza, giacché si permane sul terreno della reificazione e della fascinazione per cifre, numeri e calcolo.… Lasciatemi proseguire nel cammino filosofico, re taumaturghi dell’economia! 

Quanto alla lingua inglese, quest’ultima – proprio come l’Euro – è pure essa uno strumento di dominio mondialista delle masse e di assuefazione all’ideologia consumistica. Fusaro è particolarmente intransigente contro l’uso dell’inglese nelle pubblicazioni scientifiche, paradigma della “adesione supina al nomos dell’economiada parte del “clero accademico”.
L’ignaro, lo stolto, il sempliciotto non filosoficamente avveduto, potrebbe obiettare che, tuttavia, a scrivere tutti nella stessa lingua forse ci si capisce meglio e si rende la propria ricerca accessibile a un numero molto più ampio di studiosi che potranno così avvalersene a vantaggio di quell’impresa intrinsecamente comunitaria che è la scienza. Di fronte a simili bestemmie, il Nostro non potrà che scuotere il capo in segno di rassegnazione al cospetto del cretinismo di chi, drogato di ideologia capitalistica, persegue “nella coazione alla rinuncia alla propria lingua nazionale (nel nostro caso, la lingua di Dante e di Leopardi) e nella convergente adesione irriflessa all’inglese operazionale dei mercati finanziari, non certo a quello di Shakespeare o di Wilde.”.
Pensateci: un mondo di fisici sperimentali che pubblicano articoli sui semiconduttori in terzine dantesche, di ingegneri aerospaziali che discettano di propulsione idraulica in perfetto inglese Shakespeariano. Davvero avete ancora dei dubbi sul mondo in cui preferireste vivere?

Diciamolo pure: il pensiero fusariano è una finestra verso l’abisso che è dentro e fuori di noi. Tale è la sua complessità, tante le sfaccettature, i temi, la profondità di vedute. Impossibile darne una visione comprensiva: non basta il post di un blog, non basterebbe un libro, persino un’enciclopedia. Speriamo almeno di aver reso al Nostro l’umile servigio di presentare le fondamenta del suo Sistema. D’altronde, scriveva Nietzsche: “Io non sono abbastanza ottuso per un sistema – e tanto meno per il mio sistema”. Fusaro, invece…

Les Revenants: il ritorno dei ritorna(n)ti

in televisione/ by

In francese, il termine “revenant” indica, in maniera generica, un’entità proveniente dal mondo dei morti. La parola può infatti riferirsi indifferentemente a creature malevole o benigne, ectoplasmi innocui e senza voce, spettri infestanti, vampiri o, persino, zombie. Ed è proprio a partire da questa ambiguità etimologica che Les Revenants, serie televisiva francese apparsa per la prima prova sui canali d’Oltralpe nel novembre 2012, costruisce un intreccio tanto appassionante quanto difficilmente inquadrabile in una categoria specifica.

I protagonisti della storia, persone decedute che ritornano “in vita” così sconvolgendo vite e destini degli abitanti di un’anonima cittadina sulle Alpi, camminano sul confine incerto tra horror e racconto drammatico, romanzo gotico e zombie movie americano: ora sono normali esseri umani coinvolti dal vortice delle passioni, mangiano dormono e fanno l’amore, il momento dopo sono mostri deturpati da piaghe purulente e arti in cancrena, e un attimo dopo ancora sono creature inquietanti a metà tra il demoniaco e l’angelico, freaks dotati di poteri paranormali e capacità profetiche. Molti di loro sono confusi, e ancor più confusi sono gli “altri”, i viventi, invischiati in storie familiari, drammi d’amore e oscuri segreti del passato che credevano ormai sepolti: i morti in vita fanno un gran casino per il solo fatto di essere ritornati, figurati se ci aggiungi pure la carta esoterica, il mistero nel mistero.

Anzi, i morti non sono ritornati, stanno ritornando. La goffa traduzione del remake americano realizzato quest’anno per il pubblico anglofono, The returned, non restituisce la continuità del participio presente dell’originale francese: quello dei “ritornanti” è un processo in corso per tutta la prima stagione, un vero e proprio incipit d’Apocalisse in cui i primi defunti escono dalle loro tombe per annunciare la venuta di molti altri, l’approssimarsi inquietante di un’orda di non-morti. D’altronde, l’elemento biblico ed escatologico è fortemente presente nell’opera, un aspetto che getta nello sconforto i protagonisti e crea ancor più confusione nello spettatore: siamo di fronte alla resurrezione dei morti alla Fine dei Tempi, o a una rivisitazione europea del classico di George Romero?

L’horror caciarone americano sfuma dunque nell’introspezione esistenziale del Vecchio Continente; la cifra stilistica per eccellenza del cinema francese, la LENTEZZA, contribuisce a fare delle serie un vero e proprio stravolgimento di genere: laddove ci aspetteremmo urla, fughe deliranti, telecamere impazzite e sangue a fiotti, abbiamo lunghi silenzi, inquadrature di paesaggi, primi piani dei volti (bellissimi) dei personaggi e persino qualche lacrimuccia. Il risultato, inaspettatamente, è lungi dall’essere pedante – merito anche della buona scrittura dell’ideatore della serie, Fabrice Gobert, e del  co-sceneggiatore Emmanuel Carrère, noto romanziere.

Un prodotto a tratti eccellente che  sul finale della prima stagione (parliamo di sedici episodi da cinquantadue minuti l’uno) soffre, sfortunatamente, di quella maledetta patologia catodica nota come “sindrome di Lost”: della miriade si segreti, enigmi e misteri che si accumulano di puntata e puntata, alla fine non ne viene chiarito manco uno. Non che ci si aspettasse il manuale di istruzioni per una storia che punta tutto sul fascino etereo dell’Inconoscibile, eppure il gusto manierista del mistero per il mistero – à la J. J. Abrams – sfrutta in maniera un po’ vigliacca l’ovvia curiosità dello spettatore avido di risposte. Della serie: “Vuoi saperne di più? Ti aspettiamo alla prossima stagione.”

E così, tre anni dopo la messa in onda del primo episodio, eccoci qua ad attendere con sciocca speranza la seconda stagione, in debutto stasera (28 settembre) sulla rete francese Canal+ e domani sera in Italia su Sky Atlantic. Risposte alla marea di quesiti della prima parte della storia temo non ne avremo, tanto più che l’attrattiva della serie verte, in buona parte, sul disorientamento provocato dall’apparente mancanza di logica nella costruzione dell’intreccio. E se i produttori francesi conoscono la triste lezione Twin Peaks, dovrebbero sapere che non c’è niente di meglio (o peggio) per affondare una serie che rivelare chi ha ucciso Laura Palmer.

Staremo a vedere. D’altra parte, quando i morti ritornano è davvero difficile rimanere indifferenti.

Brevi interviste con donne schifose – La Mangiamerda

in cultura/società by

A:

Allora, da dove cominciamo? Vuoi dirmi come hai iniziato?

 

 

B: Ma così, per provare. Come tutti… Ero in vacanza con un gruppo di amici, al mare e…

A: Al mare dove? In Italia?

B: Sì, sulla riviera adriatica. A Tortoreto Lido. Eravamo in spiaggia, la sera di Ferragosto, e avevamo bevuto un bel po’. Vino, birra e soprattutto Gin, mischiato con la Lemon Soda.

A: Una classica indianata di Ferragosto, quindi.

B: Sì, sai quelle schifezze che fai da ragazzina, che bevi fino a vomitare l’anima. Che a quindici anni é un’ottima occasione per perdere la verginità.

A: Giá.

B: Sì, mi ricordo che c’era questo tipo di cui eravamo tutte innamorate. Faceva il bagnino all rotonda. Un buzzurro quarantenne con il cerchietto per i capelli e la canottiera anche di sera.

A:Ma non mi dire

B: Sí un tipo che oggi non userei per niente piú che farmi chiudere l’ombrellone. Uno che se gli chiedi l’ora ti dice “Le sedde e drendadrè”. A quei tempi mi sembrava irresistibile.

A: Rimaniamo sul tema. La tua prima volta.

B: Insomma siamo in spiaggia e io sono proprio cotta. Cotta al punto che una squadra di Bagnini abruzzesi potrebbe sodomizzarmi in sequenza e io non batterei ciglia.

A: Hai la fissa coi Bagnini.

B: Bagnini abruzzesi. Comunque, a un certo punto, io me ne sto lí a fantasticare su Gaetano (il bagnino abruzzese, ndr) che non mi accorgo che sta girando questa cosa, scura e fumante. Ad un certo punto, me la passano e io, senza pensarci, me la ficco in bocca.

A: E com’era?

B: Mah, te l’ho detto ero talmente cotta che un palo nel culo mi avrebbe fatto il solletico, peró il senso di nausea che ti lascia la prima volta, ecco, quello te lo porti dietro per sempre.

A: E poi, hai preso il vizio?

B: Ma figurati, sono passati anni e molti bagnini prima che pensassi di ripetere quell’esperienza. La seconda volta mi é successa a Londra, a 19 anni. Dopo la maturità ero andata per fare qualche mese lí, a studiare l’inglese, a cercare qualche lavoretto, a fare esperienza. Ai miei avevo detto che prima di iscrivermi all’università volevo vedere un po’ di mondo, per capire bene cosa avrei fatto da grande.

A: Se ne dicono di stronzate a quell’età.

B: Ah certo, e pure dopo. Comunque tempo una settimana e a Londra mi ero accombricolata con un gruppo di ragazzi di Roma. All’epoca a Londra c’era mezza Roma Nord. Io mi ero pseudo- fidanzata con un certo Saverio, uno stronzetto figlio di un notaio che giocava a fare lo squatter. Di solito, dopo quattro giorni passati a calarsi di exctasy e fumare gangia, accoppiandosi con le piú scellerate e tossiche e portatrici di malattie veneree tra le punkabestia, ecco, tornava all’appartamento di famiglia, un’attico con tripla esposizione dalle parti di Buckingham Palace.

A: Carino. Siete rimasti in contatto?

B: Dopo Londra non l’ho piú visto. Da amici comuni so che si é sposato e ha tre bambini. Abita al Fleming, e lavora nello studio da Notaio del padre. Ma ancora adesso, ogni volta che ho un prurito o una perdita bianca-gialla-verde non posso fare a meno di pensare a lui e alla sua gonorrea.

A: Delizioso, sta andando meglio di quanto sperassi. Insomma, sei a Londra, a metá degli anni novanta. Squatter pariolini bazzicano le crackhouse con la stessa disinvoltura con cui prendono lo Spritz a Ponte Milvio. E tu sei lì, e non impari una parola di inglese. Cosa succede?

B: Insomma, una sera, ci siamo calati gesú Cristo. Anzi é una settimana che andiamo avanti a Snow Ball, che un amico di Saverio (il figlio del notaio, ndr) ha detto che sono speciali, che ” c’è morta la gente” e insomma, stiamo in questa casa occupata, una Cosa che al confronto  l’appartamento di Trainspotting, quello dove vanno a farsi, é… la Cappella Sistina. per dire,  c’é ‘sta tipa che c’ha i capelli-capelli verde marcio eh- che le stanno crescendo a vista d’occhio…Fuma Crack da una pipetta di vetro e  si guarda le mani e grida  che le sono cresciute le dita e le unghie. Insomma, un bell’ambientino.

A: E quindi?

B: Quello che si atteggia a proprietario della casa, vale a dire il primo della combriccola che ha piazzato il suo culo rancido in quella topaia, uno Scozzese tutto ciccia e tatuaggi, bianco come un attore di True Blood, Russel mi pare si chiamasse, dice che é ora che ci diamo tutti una calmata e che ce l’ha lui una cosa che ti stende. Andiamo nella camera da letto di Russel -un buco di merda con il materasso poggiato in terra e  una lampadina al neon che penzola dal soffitto- in quattro: io, Saverio e il suo amico, il Giuda, figlio dell’assessore alla cultura e c’e’ pure una squatter, una  vera, quella sì, una secca malefica che tirava  la Ketamina con la disinvoltura di un poppante attaccato alla tetta della madre. Ci sono pile di giornali porno dappertutto, usati come comodino, come poggiapiedi, come appendiabiti…
A: Un tipo distinto, questo Russel.

B: Sì, uno schifoso in piena regola. Pensa che vicino al materasso c’é uno di quei cosi che si usano in ospedale per i pazienti allettati, quelli che non possono alzarsi per pisciare. Un fagiano.

A: Un pappagallo, forse.

B: Che fai, birdwatching? Comunque, Russel il pappagallo lo usa quando non gli va di andare a pisciare nel cesso comune… Comprensibile peraltro, visto che a confronto di quella latrina la fogna di Bombay é Sephora sugli Champs Elyseé

A: Capisco. Anche se pure i francesi, con questa storia del profumo non é che poi si lavino cosí tanto.

B: Ma infatti, pensa che c’avevo questo fidanzatino di Parigi, Michel, tanto carino e ben vestito, sempre con la camicetta azzurra abbinata con gli occhi cerulei, i calzini puliti e i jeans Le Copain e poi quando si spogliava, c’aveva sempre le mutande gialle.

A: Come le mutande gialle?

B: Ma sì, sgommate. Hai capito? Si puliva il culo sommariamente, e considerava il bidé una cosa da selvaggi.

A: Mon dieu! Atteniamoci al racconto però: siete nella camera da letto di Russel e…?

B: E niente, lui tira fuori da una scatola per scarpe poggiata vicino al pappagallo questa cosa qui, che dice che e’ “cucinata”… Infatti e’ croccante, quando la usi fa crack ed e’ tutta un’altra cosa rispetto a quella merda che avevo assaggiato a Tortoreto, la notte di Ferragosto

A: E gli effetti? Dimmi di piu’?

B: Beh vabbe’, il senso di nausea non te lo levi mai, quello rimane. Ci sta Saverio che vomita per terra al secondo schioppo, tant’e’ che Russel s’incazza a tal punto che lo sbatte fuori. Ma oltre al senso di nausea quel tipo di merda li’, ti fa sentire proprio una… una merda. Ecco. Il risultato e’ che ci mettiamo tutti nudi sul materasso e Russel ci scopa tutti e tre, a turno: a me, alla tossica-arma-biologica-ambulante e al Giuda per ultimo.

A: Ottimo. Ed e’ cosi’ che hai preso il vizio?

B: No, nemmeno cosi’. Dopo due anni di vitaccia a Londra sono tornata a Roma, e mi sono iscritta all’universita’.

A: Lasciami indovinare: Scienze della Comunicazione?`

B: Esatto. Ho dato otto esami in quattro anni. Il mio preferito e’ stato teoria e tecnica della comunicazione di massa. Mi sono incagliata su Statistica. Mai capito che cazzo e’ una Gaussiana. Comunque, all’universita’ ci facevamo un sacco di canne, tutto il giorno, tutti i giorni, e il Venerdi’ partivamo per andare alle discoteche del Nord. Il Peter Pan, il FitzCarraldo, il Red Zone… Il mio fidanzatino di allora, Lallo, figlio di un macellaio di Palestrina, ci portava tutti nella sua Golf GTI assieme ad un carico di 500-1000 pasticche che piazzavamo poi con ricarichi pazzeschi.

A: Ma scusa, un fidanzato onesto mai?

B: Mah, non e’ che lo facessi proprio apposta, sembra che io abbia una specie di calamita per questi tipi loschi, traffichini.

A: Senza dimenticare i bagnini.

B: Gia’… Comunque tiravamo avanti fino all’After Hours della Domenica mattina, al 99, e partivano sempre 10, 15, 20 pasticche a testa. Irrita il sistema nervoso a lungo andare… Per rilassarci Lallo tirava fuori questa merda stagionata, di solito andavamo in spiaggia a Cattolica, e finivamo con l’addormentarci sotto il sole. Di tanto in tanto qualcuno si svegliava e si preoccupava di girare gli altri, per essere certo che tutti ci abbronzzassimo in maniera uniforme. La sera tornavamo piano piano e il lunedi’ di nuovo in forma.

A: Quanto e’ durata questa vita?

B: Quattro anni. Poi i miei si sono stufati di pagarmi le rette e mi hanno detto o mangi ‘sta minestra o salti dalla finestra.

A: E tu?

B: Beh io ci ho provato a saltare dalla finestra, sono andata a stare da una collega dell’Universita’, una brava ragazza di Catanzaro. Maria Carmela. Religiosissima, aveva la media del trenta e non si era mai fatta una canna in vita sua. Mi sono trovata un posto in un call center e ho smesso con tutta quella merda.

A: Quanto hai resistito?

B: Quattro giorni. Poi sono tornata dai miei, che mi hanno pagato un corso in grafica ed impaginazione di sei mesi. E sono finita qui…

A: Quant’e’ che lavori qui al Messaggero?

B: Otto anni.

A: E alla merda, alla merda ci pensi ancora?

B: Tutti i giorni. Anche adesso. Anche dopo che te ne sarai andato. E’ una voglia che non ti togli mai.

La mirabolante, incredibile vita di Beppe Bigazzi

in televisione by

Oggi vi racconto una storia. Una di quelle storie, una biografia per l’esattezza, grazie alle quali possiamo dire con fierezza che sì, la bellezza salva il mondo. È la storia di Beppe Bigazzi.

Adesso, su le mani chi conosce Beppe Bigazzi. Bene, per tutti gli altri, parliamo di quell’affabile e rassicurante signore canuto, 82enne, dal marcato accento toscano, parte del cast fisso a “La Prova del Cuoco”. È una specie di verace mezzadro che racconta al pubblico pre-prandiale di Rai1 le meraviglie della Cinta Senese, del pane toscano, del coniglio in umido e dei funghi porcini. Il tutto vestito come un buttero maremmano, ma senza cavallo, con il foulard sotto la camicia e il giubbottino scamosciato.

Il caro Bigazzi assurge alle cronache nazionali per un torbido affaire che riguarda i gatti: viene sospeso nel 2010 dalla Rai per aver affermato che, in tempo di guerra, si mangiava senza troppi complimenti i simpatici felini. Più precisamente il povero Beppe, dopo aver affermato che “UNO DEI GRANDI PIATTI DEL VALDARNO ERA IL GATTO IN UMIDO”, decide anche –non senza magnanimità– di fornirci una gustosa ricettina, che si conclude con “ti garantisco che è una delizia”.

Facciamo adesso un passo indietro. Chi è Beppe Bigazzi nella sua vita precedente, cioè prima di fare il contadino mangiagatti in Rai alla Prova del Cuoco? Tenetevi forte.

Bigazzi nasce in provincia di Arezzo nel 1933. Si laurea (cosa di per sé già rara per quella generazione) in scienze politiche all’Università degli studi di Firenze con 110 e lode e dignità di pubblicazione. Dal 1960 al ’61, per non farsi mancare niente, serve come ufficiale presso l’Aeronautica Militare. Dal 1961 al 1966 è in Banca d’Italia. Nel 1968 è nominato vicesegretario generale del Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno nonché membro di vari comitati interministeriali per la programmazione economica fino al 1970. Finita qui? No, abbiamo appena cominciato.
Dal 1970 al 1993, il vecchio Beppe, il simpatico gastronomo, lavora all’ENI. E con “lavora all’ENI” intendo direttore delle relazioni estere dell’ENI (1970-1973), direttore generale e successivamente amministratore delegato della Lanerossi (1973-1978) e presidente di varie società quali GEPI, Maserati, Innocenti e Tirsotex.

È finita? Certo che no. Dal 1984 al 1990 è amministratore delegato dell’AGIP Petroli e dal 1990 al 1993 presidente dell’AGIP Coal e presidente di 53 società dell’AGIP.

Dopodiché si rompe eccezionalmente i coglioni di tutta questa roba, manda affanculo tutti quanti e decide di vestirsi come ci immagineremmo un toscano che coltiva l’orto e di andare in tv a spiegarci come cucinare il gatto in umido. Per farsi sospendere.

Insomma, la vita è una cosa meravigliosa. Soprattutto quella di Beppe Bigazzi.

Daesh , I Protocolli di Sion e come trarre in Inganno l’avversario

in politica/storia by

Ricevo e pubblico:

Nel gergo del servizio segreto il termine inganno comprende una vasta gamma di stratagemmi per mezzo dei quali uno Stato cerca di trarre in inganno un altro Stato, generalmente nemico, circa le proprie forze e intenzioni. Le tecniche d’inganno sono antiche quanto la storia, si pensi solo al “Cavallo di Troia”, oppure, come ci racconta Tucidide, la strategia dei greci contro Siracusa nel 415 a.C. In quest’ultimo caso i greci inviarono tra le file dei siracusani una spia, che riuscì a farsi passare per disertore e a convincere il nemico ad attaccare i greci accampati in un determinato campo ad una certa distanza dalla città. Contemporaneamente l’esercito greco s’imbarcò sulle navi e si diresse verso Siracusa, rimasta sguarnita di truppe; totalmente indifesa !!!

Il metodo migliore per far giungere in modo convincente e rapido un’informazione falsa ma verosimile al nemico è quello del caso; ovviamente affinché la riuscita sia massima, questo caso deve avere per il nemico tutte le apparenze di un inatteso colpo di fortuna… Ad esempio, l’inganno che gli Inglesi perpetrarono ai danni dei tedeschi qualche mese prima dell’invasione della Sicilia nel 1943. Nello specifico, ai primi di Maggio di quell’anno, fu rinvenuto sulla costa sud della Spagna, nei pressi di Gibilterra, il cadavere di un maggiore inglese con assicurata al polso una valigetta contenente le copie della corrispondenza tra lo Stato Maggiore dell’Impero e il generale Alexander in Tunisia. I documenti illustravano un piano d’invasione dell’Europa meridionale attraverso la Sardegna e la Grecia. I tedeschi abboccarono all’amo inghiottendo l’intera canna da pesca, non a caso Hitler spedì in fretta e furia una divisione corazzata in Grecia e gli italiani fecero orecchio da mercante, evitando, volutamente o no, di rinforzare le proprie armate in Sicilia. Ovviamente il cadavere rinvenuto in Spagna apparteneva ad un civile morto in un incidente d’auto che venne vestito con l’uniforme da maggiore, nelle cui tasche vennero inseriti i documenti che comprovassero la sua falsa identità.

Quello dei Greci e quello degli Inglesi rappresentano i due modi fondamentali per ingannare il nemico, ossia l’infiltrazione tra le linee nemiche di uno o più agenti che si fingano disertori per fornire informazioni false oppure inscenare un incidente. In entrambi i casi, sia per operazioni di penetrazione che per operazioni d’inganno, il compito principale per un servizio di controspionaggio è far si che il nemico si fidi. Veri e propri “Uffici di Disinformazione” che confezionino, redigano e distribuiscano falsi documenti ufficiali con lo scopo di offrire visioni inesatte, distorsione di orientamenti politici ed economici, distorsione delle finalità politiche di determinati governi o creazione di particolari movimenti rivoluzionari a sfondo razziale, politico o religioso, che suscitino reazioni da parte di governi o coalizioni di governi sempre e comunque fraintendibili a seconda degli interessi economici e geopolitici delle aree interessate; finanziare ed armare popoli per disarmarne altri, il cui disarmo porterà ad armare ulteriori popoli il cui scopo sarà quello di combattere una recessione economica indotta dal finto armare un finto popolo.

Con particolare attenzione si guardi e si rifletta sull’escalation del fenomeno “Daesh”, l’acronimo arabo di ISIS (Islamic State of Iraq and the Levant) che Stato non è…. Oppure sugli ottocenteschi “Protocolli dei Savi Anziani di Sion”, un falso di fattura alquanto rozzo e dozzinale, redatto a Parigi da agenti della polizia segreta Zarista con lo scopo di provare l’esistenza di una cospirazione ebraica per il dominio del pianeta. Divenendo così la fonte principale della propaganda antisemita, sulla cui base nasce e si evolve l’idea di una licenza di genocidio, rinnovando una paranoia nutrita nei secoli; la stessa paranoia che aprì la strada allo sterminio degli ebrei !!! Quando si ordisce un inganno, possono cadere nella trappola gli amici così come i nemici e in seguito, colui che ha ingannato può non esser più creduto, magari quando più se ne ha bisogno… Si pensi al caso “Cicero” e alla reciproca diffidenza tra Himmler e Kaltenbrunner, a capo del servizio segreto nazista, e Ribbentrop, ministro degli esteri del III Reich… Tutto ciò per ribadire il concetto che ciò che appare potrebbe non essere e ciò che è potrebbe non apparire, come potrebbe essere vero il contrario, a seconda della convenienza !!! Come disse Elvis Presley “We can’t go on together, With suspicious minds, and we can’t build our dreams, on suspicious minds….. . We’re caught in a trap…..”

Arik il Rosso

Chi è Arik il Rosso:

Io sono un “Fico d’India”, sono figlio di una terra secca e arida !!! In genere la gente si fa diverse idee sulla mia figura, alcune sono attendibili, altre menzognere… L’errore più grosso che la gente fa su di me e quello di dipingermi come un guerriero, un ossesso che si diverte a sparare. Io odio la guerra!!! Soltanto chi ha fatto tante guerre quante ne ho fatte io, soltanto chi ha visto tanti orrori quanti ne ho visti io, soltanto chi vi ha perduto amici e vi è rimasto ferito come vi son rimasto ferito io, può odiare la guerra nella misura in cui la odio io… E se proprio lo volete sapere, gli anni più felici della mia vita sono quelli che trascorro nella mia fattoria, a guidare il mio trattore e allevare le mie belle pecore…

I am the Basileus who knocks

in storia by

Alcuni personaggi storici hanno rivestito un’importanza fondamentale nel corso di quella che è stata l’evoluzione della civiltà umana. Penso ad esempio all’imperatore bizantino Giustiniano, che, tra le innumerevoli opere meritevoli che ha posto in essere, può annoverare il Corpus Iuris Civilis, la raccolta di materiale normativo sulla base della quale è modellato il diritto di molti paesi occidentali ancora oggi.

Altri personaggi, invece, hanno rivestito un ruolo minore. Ma, cionondimeno, hanno regalato ai posteri momenti di una bellezza insopportabile. Penso ad esempio all’imperatore bizantino Giustiniano II il Rinotmeto (“naso tagliato”).

Giustiniano II il Rinotmeto nasce nel 669 d.C. a Sinope, città dell’attuale Turchia. Ad appena 13 anni sale al trono associato al padre, il Basileus dei Romei Costantino IV; stante la sua età e il ruolo del padre, si trattava in ogni caso soltanto di una investitura formale. È importante sottolineare il fatto che questi due imperatori appartenevano alla dinastia eraclea, nata appunto con Eraclio, uno dei più importanti imperatori della storia dell’Impero Bizantino, il Basileus che salvò l’Impero dalla dissoluzione definitiva nel 628 d.C. sconfiggendo i Persiani.

Nel 685 d.C., dopo la morte del padre, ad appena 16 anni, Giustiniano II diventò imperatore a tutti gli effetti, in quanto unico titolare del titolo. Mettetevi un attimo nei suoi panni: è l’ultimo esponente della più importante dinastia di imperatori bizantini, e a soli 16 anni diventa l’imperatore, il capo della Chiesa Ortodossa, l’uomo che ha il potere di vita o di morte su milioni di cittadini, e si chiama pure come l’imperatore più famoso della storia bizantina fino a quel momento.

Fosse capitato ad una persona normale, magari staremmo qui a parlare di un grande imperatore illuminato. Ma è invece capitato a Giustiniano II il Rinotmeto, un uomo che voleva solo vedere bruciare il mondo. E infatti, dopo qualche anno di regno relativamente tranquillo e persino positivo che lo portò a conquistare l’Armenia e l’Iberia e a sconfiggere i bulgari riconquistando Tessalonica, la seconda città dell’Impero, nonché a chiudere una pace abbastanza vantaggiosa con gli Arabi, pose in essere uno dei celebri atti “Why? Because fuck you, that’s why!” che lo rendono leggendario.

Il trattato di pace con gli Arabi prevedeva il versamento da parte di questi ultimi all’Impero di 1.000 nomismata all’anno. Tutto filava liscio, quando all’improvviso Giustiniano II decise di far coniare dei nuovi nomismata, per la prima volta raffiguranti l’effige di Cristo. Mi piace immaginare questo tipo di discorso tra Giustiniano II e il suo logoteta (il ministro dell’economia dell’epoca).

– oh cì, senti, ho deciso: mettemo Cristo sulle monete! 
– zio, ma che stai a di’? Se ce mettemo Cristo, gli Arabi non ci pagheranno mai il tributo, non conieranno mai nomismata con l’effige di Cristo, la loro religione glielo vieta!
– e a me che cazzo me ne fotte? Io sono l’Imperatore dei Romei, sono il capo del mondo civile, che cazzo vogliono quelle scimmie maledette?
– e dai, te prego, sii ragionevole…
– STOCAZZO! ANZI, SAI CHE C’È? MO JE DICHIARO GUERRA A QUEI SENZA DIO DEMMERDA!

E difatti così fece. Nel 692 formò un esercito di 30.000 Slavi deportati (tenete a mente questa informazione, molto importante più avanti) e mosse guerra agli arabi nonostante le ripetute offerte del Califfo di pagare il tributo con monete arabe

– dai zi’, te li do i 1000 nomismata, però te prego, no co Cristo sopra, nun se po’ fa, famo che te li do in valuta araba, tanto sempre oro è, dai, che dici? 
– I AM THE BASILEUS WHO KNOCKS!

I due eserciti si scontrarono a Sebastopoli. All’inizio l’esercito bizantino sembrava avere la meglio, ma poi il Califfo riuscì a corrompere 20.000 dei 30.000 Slavi deportati (you don’t say? Mandi 30.000 prigionieri a combattere per conto tuo, che te pòi aspetta’ Giustinia’? Eh?). Cosa farebbe un imperatore assennato in una situazione del genere? Ok, d’accordo, un imperatore assennato non si troverebbe mai in una situazione del genere, ma comunque: proverebbe a cercare una pace dignitosa con il nemico. Giustiniano II, invece, diede ordine di massacrare tutti gli Slavi residenti nella città di Leukate. Because fuck you, that’s why!

La pesante sconfitta subita contro gli Arabi, che costò inoltre la perdita dell’Armenia, oltre alla perdita del tributo annuale che gli Arabi versavano all’Impero Bizantino, fu soltanto una delle cause che portarono alla fine del regno di Giustiniano II il Rinotmeto: chiaramente, un personaggio di questo tipo viveva nel lusso e nello sfarzo, tartassando i cittadini dell’impero e strafottendosene della stabilità economica.

La goccia che fece traboccare il vaso fu la voce secondo la quale Giustiniano II si apprestava ad ammazzare tutta la popolazione di Costantinopoli. Qui il tema è lo stesso dell’affaire Culona Inchiavabile: non è più tanto importante che l’abbia detto o no; il punto è che è plausibile che l’abbia pensato. Nel 695 d.C. quindi, l’usurpatore Leonzio, col supporto del Patriarca di Costantinopoli e di tutta quanta la popolazione, catturò Giustiniano II, lo portò all’Ippodromo di Costantinopoli, e lì gli mozzò il naso. Questo gesto di crudeltà infinita si spiega con le leggi in vigore in quel periodo storico: all’epoca, infatti, chi subiva mutilazioni fisiche, non poteva più aspirare a diventare imperatore.

Giustiniano II fu quindi spedito in esilio a Cherson (l’attuale Crimea), luogo all’epoca remoto e isolato dal resto dell’Impero Bizantino. Leonzio pensava, dopo avergli mozzato il naso e dopo averlo mandato affanculo in un luogo irragiungibile e insalubre, di aver risolto il problema.

Grave, gravissimo errore. Gli uomini come Giustiniano II non si arrendono davanti a nulla, e compiono gesti per la maggior parte delle persone insensati, al solo fine di raggiungere i propri scopi folli.

(continua)

Questioni di genere

in cultura/società by

Ogni volta che si solleva il problema del “genere” o “gender” (non importa se per discutere le affermazioni di Papa Francesco o per ragionare sulla politiche scolastiche svedesi), si dà per scontato di aver bene in mente di cosa si parla quando si usa il termine in questione – o la sua variante britannica.

Il dizionario, apparentemente, sembra aiutarci. Dice lo Zanichelli (edizione 2005): “Appartenenza all’uno o all’altro sesso, spec. con riferimento al contesto culturale e professionale dell’individuo”. Prendendo un dizionario inglese on-line a caso (http://dictionary.reference.com/browse/gender) la definizione di gender è fondamentalmente la stessa: “either the male or female division of a species, especially as differentiated by social and cultural roles and behavior.” Anzi, il sito britannico entra ancor più nello specifico: “Although it is possible to define gender as “sex,” indicating that the term can be used when differentiating male creatures from female ones biologically, the concept of gender, a word primarily applied to human beings, has additional connotations—more rich and more amorphous—having to do with general behavior, social interactions, and most importantly, one’s fundamental sense of self.”

Il che potrebbe facilmente chiudere la questione, catalogando il concetto di genere/gender come un semplice dato addizionale al substrato biologico: si prende un individuo alla nascita culturalmente spurio ma biologicamente definito (maschile o femminile), si aggiungono un pizzico di cultura, un pizzico di influenze comportamentali, un pizzichino di individualità, e il risultato finale è appunto il genere – e tutto ciò che, da un punto di vista socio-culturale, ne consegue.

Le discussioni, seguendo dunque tale linea di pensiero, vertono quasi sempre sul ruolo effettivo di questa (presunta) gendrificazione: l’individuo gendrificato si stacca veramente da quello biologico? Se sì, è giusto che questo accada o meno? In che direzione va pilotato questo processo?

Ovvero, prendendo un esempio banale ma immediato: alla femminuccia va regalata la bambola che fa ruttini e scoregge? Le risposte possibili a questa domanda sono tre: a) sì, perché di fatto il genere non esiste, è una questione di istinti “naturali”; b) sì, perché il genere esiste ed è giusto che vada in questa direzione (vale a dire: questa è la nostra cultura e deve rimanere tale); c) no, perché il genere esiste e non è giusto che vada in questa direzione (vale a dire: la nostra cultura va cambiata).

Tutte e tre le risposte, sebbene ideologicamente distanti, partono da una premessa comune a cui ho accennato in precedenza: l’esistenza di un individuo spurio, allo stato “naturale”, destinato con la crescita ad evolversi in una direzione piuttosto che in un’altra. Il che ci porta a dare per assodata una dicotomia profonda tra natura e cultura, laddove il genere rappresenta – secondo alcuni – l’espressione per eccellenza di quest’ultima istanza.

Ed è proprio su tale punto che si pone la difficoltà nel definire il concetto di “genere”: risulta infatti davvero difficile immaginarci questo individuo culturalmente spurio, un essere oltre qualsiasi contesto sociale. Al di fuori dell’utero, persino il neonato reagisce a degli stimoli che sono già di per sé “culturali” (le parole articolate della madre o il suono artificiale prodotto da un sonaglino). Lo stesso vale per i famosi casi dei bambini-lupo cresciuti dagli animali in stile Libro della jungla: da tempo gli etologi ci dicono che la socialità di certi mammiferi evoluti presenta dei tratti di “culturizzazione” difficilmente distinguibili dai nostri. Insomma, anche Mowgli è immerso nella cultura.

Per semplificare, potremmo dire che la natura dell’uomo è la cultura. Il che rende abbastanza ridondante l’idea di “genere” come aggiunta al presunto substrato biologico di cui sopra. Nella realtà sociale, non vi sono gameti, ma solo interazioni tra persone. Da questo punto di vista, il genere non dice nulla di più di quello che viviamo, su base quotidiana, per il fatto stesso di essere umani.

È impossibile culturalizzare ulteriormente la nostra cultura-natura. Il problema non è dunque se e in che misura plasmare gli individui (questo è un processo continuamente in atto, la base stessa della nostra umanità), quanto che senso dare alla realtà in cui viviamo. Se si tratta di crescere ed educare i nostri figli, smettiamo allora di nasconderci dietro certi reificazioni inutili e tautologiche, e facciamo invece appello ai nostri desideri, alla nostra visione del mondo, alla nostra personalissima idea di felicità.

Il genere non è tanto una questione di educazione, ma piuttosto di interpretazione.

 

Nota finale: per evitare di appesantire un post già di per sé non particolarmente accattivamente, ho omesso i riferimenti bibliografici. Se volete qualsiasi chiarimento o indicazione in proposito, chiedete e vi sarà dato.

https://it.wikipedia.org/wiki/Wes_Craven

in cinema by

Ero da poco entrata all’università quando, con i miei amici, decidemmo di tornare indietro di qualche anno per le nostre serate horror, e affrontammo la visione di una pellicola del 1972, L’ultima casa a sinistra. “Dai che è di Wes Craven!”

All’epoca io Wes Craven lo conoscevo già bene, cioè, conoscevo il suo cosiddetto masterpiece, perché quando ero piuttosto piccola ricordavo che il mio amico dal quale leggevo di nascosto Dylan Dog mi parlava di questo Nightmare, uno cattivissimo con gli artigli come Wolverine, col maglioncino a righe e con la faccia tutta rovinata. L’avevano bruciato, dice. “Che poi non si chiama proprio ‘nightmare’, si chiama tipo Freddy, come Mercury, ma cattivissimo e con una brutta voce.”

“E come mai la polizia non lo arresta?”

“Non possono: lui ti uccide nei sogni, mentre dormi.”

Quella frase mi avrebbe perseguitato negli anni a venire, impedendomi di dormire nel buio più totale o con braccia o gambe che penzolavano dal letto. I miei genitori hanno maledetto Wes Craven tutte le volte che “NOOOOO!!! RIMANI FINCHE’ NON MI ADDORMENTO!”

In qualche modo la presenza del genitore lì accanto era per me una sicurezza. Il problema è che entrambi si addormentavano sempre prima.

Nightmare, comunque, non avrebbe influenzato solo la mia vita notturna, ma sarebbe diventato uno dei maggiori cult del genere horror, tanto da essere uno dei film più citati nella storia del cinema.

Un esempio su tutti
Un esempio su tutti

Nel ’96, poi, era uscito Scream, (“E’ di quello di Nightmare? Mi sa che dobbiamo vedercelo”) e qualche anno dopo i miei genitori, accorgendosi che il genere horror era diventato uno dei miei preferiti (ma che ormai non avevo più l’età per costringerli a dormire sul pavimento accanto al mio letto), mi avevano rimediato il vhs originale, che credo sia ancora in casa da qualche parte.

Tralasciando il resto, l’impatto che ebbe la celeberrima scena iniziale sulla mia vita fu tale che per un sacco di tempo, quando rimanevo a casa da sola, esitavo sempre un attimo prima di rispondere al telefono.

E poi che cazzo, avevamo lo stesso telefono
E poi che cazzo, avevamo lo stesso cordless

Ma torniamo agli anni universitari.

“Non lo so, forse questo film è un po’ datato. Ma poi di che parla?”

"Oh wow."
Oh, wow.

L’ultima casa a sinistra, ragazzi, rimase nella mia testa come nessun altro film.

Non c’era sogno con al suo interno Freddy Kruger che tenesse,

Che poi
Che poi.

non c’era stalker telefonico che ti entra dentro casa con la maschera paurosa che mi angosciasse di più come gli eventi che si susseguono nell’Ultima casa a sinistra. La semplicità della trama, il disagio che ti trasmette man mano, la frustrazione di non poter intervenire, la soddisfazione finale.

Wes Craven se n’è andato ieri, a 76 anni. Il cancro al cervello che da un po’ di tempo lo perseguitava non gli aveva impedito di continuare a lavorare su progetti futuri.

Come succede quando muore un artista, lo si ricorda per le produzioni più famose: nel caso di Craven potrei citarvi anche Le colline hanno gli occhi, del quale nel 2006 Alexandre Aja fece un discutibilissimo remake. Oppure Il mostro della palude (classe 1982), o gli episodi per la serie Ai confini della realtà.

Tuttavia, questa potrebbe essere l’occasione per andare un po’ più indietro.

Fate così: per un gentile tributo a uno dei registi horror che più hanno rivoluzionato il genere, vedetevi L’ultima casa a sinistra, il suo primo film, e può anche darsi che alla fine avrete anche voi una risposta alla fatidica domanda “Qual’è il tuo film horror preferito?”

Grazie Wes, davvero

 

JJ

Un uomo irrazionale

in cinema/ by

Sebbene il titolo del post sia preso dall’ultimo film di Woody Allen, Irrational Man, uscito sul mercato internazionale in queste settimane e che arriverà in Italia solo il 25 dicembre, l’argomento che andrò a trattare è di carattere più generale e riguarda, nello specifico, lo “stato di salute artistica” dell’ottantenne regista newyorkese. Nel merito del film magari ritorneremo a Natale, anche se temo che saremo tutti impegnati in una grande – anzi mastodontica – sega collettiva davanti all’ultimo Star Wars.

Spenderò giusto due parole sulla trama, di certo non particolarmente complessa: un professore universitario di filosofia (Joaquin Phoenix) dedito al nichilismo esistenziale più assoluto, incapace perfino di contraccambiare l’amore di una bella e appassionata studentessa (Emma Stone), trova una nuova ragione di vivere…nell’omicidio.

Il film, non c’è bisogno di dirlo, presenta i soliti allenismi, conditi giusto da una spruzzata di Dostoïevski: l’assoluta mancanza di senso nell’universo, la solitudine, l’amore come unica scappatoia dal vuoto esistenziale, l’escatologia impossibile della giustizia umana, il rapporto tra crimine e castigo, ecc. L’insieme giocato su una trama apparentemente lineare e su una recitazione sicuramente di livello (Phoenix e Stone come sempre ottimi), ma tutto sommato un po’ rigidina: indipendentemente dall’interprete, i personaggi alleniani non sono altro che una costante, ossessiva, reincarnazione della psicologia dell’autore, divisa in una sorta di Yin e Yang de’ noantri tra il femminile (luce/amore/sesso/ottimismo) e il maschile (oscurità/disperazione/morte/pessimismo).

Il che ci potrebbe spingere – e qui arriviamo al cuore del post – a liquidare Woody Allen come un regista da tempo in declino (perlomeno da una decina d’anni a questa parte), un artista ormai privo di ispirazione condannato a ripetere a cadenza annuale i temi e le atmosfere dell’ultimo capolavoro conclamato, Match Point (2005). La cosiddetta “fase europea” di Allen non sembra attirare le simpatie di pubblico e critica, soprattutto in ambiente americano – non è un caso che la maggior parte dei suoi film venga ora prodotta e girata nel Vecchio continente – e c’è chi già parla, non troppo velatamente, di problemi legati all’età avanzata dell’autore.

Eppure, a ogni nuovo film, puntualmente, ci troviamo a parlare e discutere di Woody Allen. Usciti dalla sala non possiamo non riflettere, confrontarci, a volte persino litigare, su quello che abbiamo appena visto. Allen continua a toccare una qualche corda misteriosa che non smette di vibrare nell’animo dello spettatore, nonostante l’evidente disagio che si prova al confronto con le sue grandi opere del passato.

D’altronde, un cambiamento di notevole importanza è avvenuto, inutile negarlo. Dopo quarant’anni di carriera, Woody Allen è uscito da Manhattan – ed era ora.

L’Europa alleniana infatti, così come la sua America “europeizzata”, non è più lo spazio per le riflessioni intimiste – e decisamente autoreferenziali – del periodo newyorkese, ma un luogo di sapere antico (dal senso del tragico per i Greci, passando per il pensiero kantiano fino al gioioso pessimismo della “Generazione perduta”) in cui riflettere sui temi altrettanto antichi della filosofia classica. Il più postmoderno di tutti i comici ha deciso di vestire i panni del precettore ottocentesco per – letteralmente – filosofeggiare con il pubblico, senza la mediazione di tutti quegli sporchi trucchetti solipsistici propri della nostra epoca. Da questo punto di vista, Woody Allen a più di settant’anni ha saputo reinventarsi in maniera assolutamente anticonformista, laddove “classico” e “universale” sono categorie per lo più disprezzate dal cinema contemporaneo.

È fin troppo facile parlare di una generazione che si sente sola davanti al computer o che si innamora del telefonino; l’immedesimazione è tanto immediata quanto contingente, fra qualche anno i problemi saranno altri e certe questioni spariranno dalla nostra memoria. Allen invece tenta il sorpasso: personaggi affetti da manie assolutamente contemporanee riflettono ad alta voce su questioni sempre, terribilmente, attuali. Dal particolare si passa al generale. Lo stile didascalico – a tratti sicuramente un po’ pedante – dell’autore è una vera e propria dichiarazione di intenti (di guerra?) nei confronti degli spettatori: “adesso vi parlerò di questo e nient’altro, cercando di non tergiversare poiché certi temi non necessitano di fronzoli o abbellimenti di maniera”.

Non si deve tuttavia pensare che Allen sia così fermo, statico, nella sua recente presa di posizione, come potrebbe apparire da una visione sommaria dei suoi ultimi film a distanza di mesi, o anni, l’uno dall’altro. Anche su questo punto magari ritorneremo in futuro, per il momento invito a (ri)guardare nel più breve arco di tempo possibile buona parte dell’ultima produzione alleniana, per cogliere quelle che a mio parere sono sfumature di metodo e significato destinate a evolvere in un’ulteriore, nuova fase – età permettendo, ovviamente.

Speculazioni a parte, un fatto rimane: Woody Allen ha fatto una scelta irrazionale decidendo, a scapito dello spirito dei tempi, di parlare della ragione umana e del suo rapporto con l’universo.

L’irrazionale razionalità di Woody Allen, potremmo dire.

Marinella

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La storia è arcinota. Nel dicembre 1967, Mina aveva da poco fondato con il padre, Giacomo Mazzini, un’etichetta discografica indipendente con l’obiettivo di pubblicare i successi musicali della Tigre di Cremona in maniera del tutto autonoma . Il primo disco della Platten Durcharbeitung Ultraphone (PDU) di Lugano conteneva dodici tracce di artisti diversi provenienti da varie parti del mondo, il cui unico punto in comune era l’essere stati selezionati da Mina e i suoi collaboratori per il “debutto”.

Nei mesi successivi, una serie di singoli estratti dall’album decretarono il successo commerciale della nuova etichetta, con decine di migliaia di copie vendute in Italia già nei primissimi giorni. Il secondo LP della serie, un 45 giri apparso nel febbraio del ‘68, conteneva sul lato A una ballata dai toni vagamente decadenti la cui versione originale era stata realizzata e incisa tra anni prima da un giovanissimo e semisconosciuto cantautore di Genova, all’epoca appena venticinquenne.

La canzone di Marinella di Fabrizio de André irruppe nelle case della maggior parte degli Italiani quello stesso anno, grazie ai (come li chiameremmo oggi) “videoclip” dei celeberrimi Caroselli Barilla: in poco più di un minuto, in uno stile a metà tra la chanson française e il pop britannico, Mina riuscì a raccontare al Paese intero la passione della sfortunata Marinella e delle sua tragica fine lungo le sponde di un fiume affamato di giovani innamorate.

Fatto curioso, era la seconda volta che Mina portava al successo una canzone il cui testo parlava – sebbene in modo metaforico – di una puttana: nel 1960 era uscito sotto l’etichetta Italdisc Il cielo in una stanza, raccolta di interpretazioni minesche che traeva il titolo dall’omonima canzone di un altro giovane e (all’epoca) altrettanto sconosciuto paroliere genovese, Gino Paoli.

Storie di iniziazioni sessuali ed educazioni sentimentali, La canzone di Marinella e Il cielo in una stanza cercavano in ugual misura di sensibilizzare il grande pubblico italiano al lato umano della prostituzione, attraverso l’esperienza concreta della gioventù genovese e delle sue avventure in via del Campo.

Tuttavia, De André aggiungeva alla poesia da strada una sfumatura a dir poco politica: la storia di Marinella traeva ispirazione da un fatto di cronaca, ovvero il tragico omicidio di una prostituta adolescente il cui cadavere era stato ritrovato sul greto del fiume Tanaro, in Piemonte. La solitudine umana, esistenziale e finanche legale di una categoria ai margini veniva così sbattuta in faccia a milioni di Italiani, normalmente intontiti dal crescente benessere economico e dall’ipocrisia democristiana.

Lunedì 17 agosto 2015: una prostituta di origine rumena che batteva a Volpiano, nei dintorni di Torino, è stata massacrata di botte e ridotta in fin di vita da un cliente “insoddisfatto”. L’ennesimo caso di violenza e abusi nei confronti di una sex worker, tra l’indifferenza generale delle sinistre, dei liberali e di buona parte della Chiesa Cattolica. Paradossalmente, solo quei balordi della Lega sembrano continuare una lotta per la legalizzazione della prostituzione decisamente controcorrente rispetto all’andazzo europeo. Basti pensare alla civilissima Francia socialista dei matrimoni omosessuali, ostinata nel suo progetto di penalizzazione – come se punire i clienti fosse un buon mezzo per garantire sicurezza e dignità a esseri umani che vogliono semplicemente guadagnarsi da vivere. Briciole nascoste sotto il tappeto, e sangue che cola.

A distanza di più di cinquant’anni, Marinella continua a volare in cielo su una stella.

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