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Un Giubileo per Joseph

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IL BRAINWASHING DELL’ARTE

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La piccola notizia del giorno è che ieri sera, alla fiera Art Basel Miami, nella NOVA section, dedicata agli artisti emergenti, una donna è stata accoltellata. Nessun attacco terroristico, ma solo il gesto di una persona evidentemente instabile.
A quanto pare (le notizie sono un po’ confuse), la pazza di turno si chiama Siyuan Zhao, ha 24 anni ed è newyorkese di origini asiatiche. Nella foto vedete il suo encomiabile gusto estetico nell’abbigliamento.

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La vittima, anche lei di origine asiatiche, pare abbia iniziato una discussione con Siyuan Zhao, perchè quest’ultima continuava a seguirla e andargli addosso. Per tutta risposta, la pazza, in stile Kill Bill, ha tirato fuori un taglierino X-Acto, e ha colpito la ragazza al collo e al braccio. Nessun pericolo di vita, ma parecchio sangue. La Zhao è stata arrestata con accusa di tentato omicidio. Affermando inoltre che doveva uccidere lei e altre due persone e che volveva vederle sanguinare. Un tipino a modo insomma.

Ennesima storia di ordinaria follia. Quello che personalmente mi ha lasciato un po’ sconcertata, al di là del gesto in se, è stato il commento di uno testimone: “Pensavo si trattasse di una performance!”

Oltre a non saper discernere la realtà dalla finzione (grazie Hollywood) questa affermazione da l’idea del crescente influsso mediatico del mercato dell’arte sulle povere menti facilmente manipolabili. Qualsiasi cosa accade è performance.
E’ un po’ come quello che avviene per chi venera Ai Wei Wei senza interrogarsi sulla effettiva qualità della sua produzione artistica.
Ora penserete che ce l’ho con Ai Wei Wei. Si, è  così. Ma posso fare lo stesso esempio usando Damien Hirst.
L’amore per l’arte, se non accompagnato da una certa dose di spirito di osservazione, diventa suscettibile di brainwashing, abbagliando il giudizio critico sulla produzione e sull’evento artistico stesso. Il che è ironico se si pensa che negli ultimi 130 anni la produzione artistica ha combattuto per imporsi come espressione critica della società e dei costumi.
Nel caso del testimone poi, anche ammettendo la possibiltà, dovuta alla confusione, di credere che si trattasse di una performance, la mancanza di capacità di senso critico è doppia e imperdonabile, dato che il pensiero consequente avrebbe dovuto essere uno, molto semplice: “che performance di merda!”

Shock presepe: statuine dell’ISIS a scuola

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Il tema del presepe a scuola viene portato sulla tavola dell’opinione ogni Natale, ma mai come quest’anno. Sulla spinta di quanto accaduto a Rozzano, è nata una costellazione di casi che hanno mosso interesse su scala nazionale. Questa scuola fa il presepe, quella non lo fa, quell’altra lo fa ma organizza anche feste musulmane, ebraiche e induiste. Stavamo cercando anche noi di stilare una sorta di statistica, ma navigando tra i forum degli studenti siamo venuti a conoscenza di un caso eccezionale che sarà destinato a fare scandalo.

Si tratta dell’Istituto Tecnico di Borgo del Prato (TR), dove pare che il Preside, F. Cavani, abbia deciso di inserire nel presepe, tra un pastore e un angioletto, alcune statuine raffiguranti terroristi islamici. Una scelta che lascia interdetti e, immaginiamo, potrebbe provocare non pochi problemi in un momento in cui probabilmente non ce ne sarebbe bisogno. Siamo però riusciti a contattare il Preside, che – lo ammettiamo, sorprendentemente – ci ha invitato nel suo ufficio presso la scuola.

 

Buongiorno Preside. Non giriamoci intorno, questa cosa è parecchio…strana? Provocatrice? Pericolosa? 

“No, è semplicemente l’espressione democratica degli studenti, che hanno scelto deliberatamente dopo un percorso approfondito.”

Non sono sicuro di capire. Partiamo dall’inizio: è vero che verranno messe statuine di terroristi nel presepe? E chi l’ha deciso?

“Si, è vero, e lo hanno deciso gli studenti. Le spiego: ogni anno all’ingresso di questo istituto organizziamo il presepe. Ci sono tutte le statuine classiche, tranne alcuni elementi tratti dalla quotidianità. Riserviamo infatti un posto d’onore a figure nominate nei consigli degli studenti, scelte tra una rosa di personaggi che sono stati ritenuti fondamentali nel corso dell’anno solare. Lo scopo era quello di unire la tradizione alla contemporaneità. Per esempio un anno abbiamo avuto Neymar, un’altra volta Checco Zalone. Diciamo che gli studenti hanno sempre scelto divi dello sport o dello spettacolo, allontanando un po’ lo scopo didattico dell’esperimento”

E quest’anno hanno votato per l’ISIS?

“Onestamente quest’anno ho dato io una rosa di nomi all’interno dei quali votare. La presenza di star del cinema o del calcio stava diventando ripetitivo e come le dicecvo portava via un obbiettivo importante, cioè quello di capire gli elementi del presente e contestualizzarli nella nostra cultura, nella nostra società, nel nostro vivere quotidiano.”

Chi c’era in nomination?

“L’ISIS, che ha vinto. Poi: Papa Francesco, Angela Merkel, il Presidente Mattarella e Malala, la vincitrice del premio Nobel . Lo sa? L’ISIS ha vinto con grande scarto.”

Non crede che sia una burla da parte degli studenti?

“Può essere, ma d’altro canto gli studenti sono consapevoli delle scelte che fanno, nonostante queste poi possano trasformarsi in qualcosa di irresponsabile. Scegliere di mettere le milizie dell’ISIS al posto dei Re Magi avrà conseguenze significative all’interno del presepe. Come interagiranno tra loro, i pastori e i terroristi? E’ un aspetto che gli studenti hanno considerato. Non c’è ovviamente una risposta precostituita: le statuine jihadiste potrebbero farsi saltare in aria o rinunciarvi per accogliere il significato tradizionale che diamo noi occidentali al Natale: pace e salvezza per tutti. ”

Scusi, non credo di aver capito un passaggio. Le statuine dell’ISIS “potrebbero” saltare in aria?

“Certamente, saranno rivestite di petardi di buona potenza e collegate ad un detonatore. L’attivazione di quest’ultimo sarà del tutto aleatoria e verrà decisa il giorno dell’Epifania da un sistema di calcolo elettronico di cui nessuno conosce il funzionamento. Nemmeno io. L’abbiamo realizzato affinché la macchina decida tutto in maniera completamente randomica. Come per il gatto di Schrodinger.”

Lei vuole distruggere il Natale, se ne rende conto? Il licenziamento, direi, è praticamente garantito.

“Io non voglio distruggere né salvare alcunché. E’ stata fatta una scelta ed ora se ne pagano le conseguenze, se mai la macchina deciderà di accendere la miccia.”

Dio non gioca a dadi, e non lo dico io.

“Una frase senza senso; è la classica, meravigliosa frase retorica a cui si giunge quando si vuole difendere con la poesia ciò che ormai è scientificamente indifendibile. L’infantile speranza che tutto sia determinato da terzi, per cui noi non abbiamo responsabilità. Noi invece ne abbiamo, di responsabilità, perché possiamo scegliere mentre il fato ci accompagna. I dadi danno risultati casuali, ma scegliamo noi se giocare o se smettere. Lei ha paura per il Natale? Venga, la porto a parlare con le statuine. Venga. Eccoci qua. Parli con loro, ascolti cosa hanno da dire”

Parlare con le statuine? Lei è pazzo! 

“Parli, le dico, si rivolga a loro, domandi quel che vuole!”

E cosa mai dovrei dire?! Mi lasci andare, pazzo scatenato.

“AHIA Mannaggia all’agnello!”

Come scusi?

“Non ho parlato io…guardi bene laggiù… lo vede il suonatore di cornamusa che è caduto?”

“Tiratemi su cazzo, e stavolta mettetemi qualcosa sulla pedana sennò tra dieci minuti sono di nuovo per terra. Maledetto made in china, guarda a fare le cose con il culo cosa succede. Ecco grazie, mi metta quel tocco di muschio sotto il piede signor preside, così non cado più, spero.”.

Ma lei parla!

“Si, porca miseria. Ma nessuno mi raccoglie mai da terra, anche se urlo tutto il giorno. Ho più contusioni io di Mike Tyson.”

“Caro suonatore di cornamusa, il signore qui è un giornalista a cui ho spiegato la scelta di quest’anno riguardo ai terroristi al posto dei Re Magi. Ha delle domande a cui preferirei rispondeste voi statuine.”

“Ok, no problemo amigo…quindi?”

Quindi…oddio che assurdità…

“Allora? Cosa vuole domandare?”

Beh, insomma, ma voi non avete paura di saltare per aria?

“Aaaaah, ok, quella cosa lì… Oddio, paura sì, ma alla fine speriamo di poterli convincere a non farlo”

Ma il preside dice che la detonazione avverrà per scelta di una macchina inaccessibile che sceglierà in maniera casuale e imprevedibile!

“Vero, vero, ma è anche vero che i terroristi possono slacciarsi i petardi di dosso. La statuina del fabbro ha già detto che per lui non è un problema martellare via i candelotti scollegando così i cavi, sempre se i terroristi sono d’accordo.”

Ma come potrete mai convincerli?

“Guardi che non sono statuine nuove. In realtà si tratta sempre dei Re Magi, che ora sono coperti da una tuta e da un passamontagna nero. Ma alla fine sono sempre i Re Magi che da anni, ogni anno, portano i doni e ci fanno compagnia. L’unica cosa che un po’ ci turba è che quando c’è stato detto dal preside che qualcuno di noi avrebbe dovuto fare il terrorista dell’ISIS, ecco, loro si sono offerti subito volontari con entusiasmo. Ma c’è ancora tempo per convincerli ad evitare questa seccatura dell’esplosione. Sarebbe meglio per tutti.”

Ma allora c’è una speranza.

“Speranza, speranza, caro amico, ma certo, speranza. In fondo in questa storia c’è stato un po’ di tutto: l’irresponsabilità degli studenti, l’aleatorietà del macchina-Dio, e infine ci sarà la scelta delle statuine. Altro che statuine dei calciatori e dei divi: questo presepe sì che è uno spaccato della vita reale. E ora ci suoni una bella canzone, amico suonatore.”

“Andiamo coi classici Dropkick Murphys, eh signor preside?”

“Vada per i Dropkick Murphys.”

 

L’insostenibile leggerezza dell’essere (ebreo)

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Credo solo in due cose, il sesso e la morte, solo che dopo la morte non ti viene la nausea.

Ci sono tanti modi per affrontare la morte; fra questi, esserne terrorizzati è sicuramente il migliore. Ma è proprio la paura della morte – non la morte in sé, evento disgustoso e innominabile – a dare luogo a l’espressione più profonda della nostra umanità: ovvero l’umorismo, di cui Allan Stewart Konigsberg, in arte Woody Allen, è il grande interprete contemporaneo.

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Un interprete ha spesso una vita a tratteggiare i contorni di questa ansia universale, traducendola nei termini malinconici dell’ilarità riflessiva. Proprio come nell’umorismo pirandelliano, ridiamo grazie alle opere dell’autore newyorkese con la consapevolezza della miseria della nostra ben limitata natura: Allen si prende infatti gioco della nostra paura più grande non per esorcizzarla (questo è un compito per cabarettisti o filosofi di seconda categoria), bensì per prenderne atto. Non vi è catarsi nella risata, solo consapevolezza – una sorta di Nietzsche al contrario, che ride ancor prima di guardare nell’abisso.

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Un artista della morte ma non per la morte, il caro Woody: nel caos insensato di un’esistenza la cui unica (non-)logica sembra essere l’entropia, l’amore fa capolino per gettare ancora più confusione nella mischia. Possibile che oltre tutto questo dolore e questa paura, esista qualcosa in grado di cambiare le carte in tavola? L’amore non è forse una sorta di magia, che scombina le regole implacabili dell’insensatezza universale per dare agli esseri umani un buon motivo per andare avanti? Nella classica dicotomia freudiana eros/thanatos, pare che per Woody Allen il primo abbia tutto sommato la meglio.

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Certo, non che l’amore non sia causa di problemi, soprattutto quando si tratta di sesso: quel che il corpo ci spinge a fare spesso va contro il buoncostume e gli usi del vivere civile. Prostituzione, incesto e zoofilia mal s’accordano con una società che fonda le proprie basi su ciò che è lecito o meno fare (a letto), ma non per questo Allen rinuncia a sottolineare l’incongruente necessità della perversione amorosa – al punto non solo di raccontarla, ma persino di viverla sulla propria pelle. Il sesso nelle sue manifestazioni più distorte è forse ingiusto e immorale, ma al tempo stesso inevitabile e, soprattutto, dannatamente piacevole.

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E a una società che traccia i confini della moralità Woody Allen risponde con il paradosso ebraico, che è quello della doppia appartenenza. L’ebreo della diaspora vive in due mondi paralleli senza appartenere completamente a nessuno dei due, ed è proprio questa ubiquità imperfetta a permettergli di cogliere le contraddizioni, gli aspetti grotteschi, di entrambe le realtà. Si ride degli ebrei da americano e degli americani da ebreo, nella consapevolezza del proprio posto da osservatore privilegiato – sebbene a tratti un po’ schizofrenico – di questa dimensione caleidoscopica.

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Quel che rimane fisso è invece l’arte, nella sue varie forme (cinema, scrittura, musica), placebo esistenziale che conforta o perlomeno distrae dai mali di questo tempo. Un tempo che però si assottiglia, fino a quasi scomparire, nell’esercizio di una letteratura – intesa in senso ampio, come narrazione della vita – tesa a rivelare la tragica costante delle nostre insoddisfazioni. Woody Allen è inattuale perché non semplicemente relegati all’attualità sono i dubbi e le contraddizioni dell’essere umano. Non che vi sia davvero una risposta agli interrogativi che ci attanagliano da sempre (così come non vi è una reale soluzione alla paura per la morte), tuttavia è proprio l’assurdità del porsi domande senza risposte quel che permette all’artista di andare oltre, nei termini spaziali della propria persona e in quelli temporali di un divenire che non si arresta mai.

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Oggi Woody Allen compie 80 anni. Chissà cosa ne pensa, di questo traguardo un po’ amaro: una ragione in più per aver paura della morte, o un ulteriore incentivo a riflettere, con lacrime e risa, dell’assurdità dell’esistenza?

Ad ogni modo, buon compleanno Woody!

Identità e tradizioni: il Natale talebano

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Ogni volta che sento parlare di “cultura”, “tradizioni” e “identità” mi vengono i brividi. L’impressione è infatti quella che si voglia imporre come assoluti, necessari e indissolubili elementi che, da una prospettiva sociale e storica, sono squisitamente contingenti.

Prendiamo il Natale ad esempio, anche quest’anno al centro delle polemiche per le dichiarazioni del preside di un istituto scolastico di Rozzano che si è detto contrario ai canti religiosi, al fine di evitare provocazioni nei confronti dei musulmani.  Sommerso da critiche provenienti da ogni parte, il preside alla fine ha dovuto dimettersi. Sulla questione è però intervenuto lo stesso Matteo Renzi, dichiarando che “confronto e dialogo non vuol dire affogare le identità in un politicamente corretto indistinto e scipito. L’Italia intera, laici e cristiani, non rinuncerà mai al Natale. Con buona pace del preside di Rozzano”.

Ecco, al di là delle motivazioni della scelta dell’ormai ex dirigente scolastico (certo ingenue e un po’ vigliacche), si potrebbe discutere proprio sull’affermazione del premier, a proposito di un presunto trittico “Natale-Identità-Italianità”. Da queste parole sembrerebbe infatti che le celebrazioni natalizie siano un’esigenza fondamentale della nostra società, indipendentemente dal nostro essere credenti o meno – quasi che non si possa realmente dirsi Italiani al di fuori di tale schema. Che poi Renzi si riferisca al Natale religioso in senso stretto o a quello commerciale del Santa Claus beone della Coca-Cola poca importa: non c’è possibilità di scelta, questa è la nostra identità.

Tuttavia, la posizione renziana sul tema mina (paradossalmente) il concetto stesso di identità –  intesa da un punto di vista democratico, e, aggiungerei, antropologico –, la quale è innanzitutto una questione di agency: ovvero, ognuno è libero di definirsi come meglio vuole e crede. Questo vale anche per le cosiddette culture che, lungi dal formarsi “fuori dal tempo” e al di là del libero arbitrio, non sono altro che il prodotto di scelte e selezioni (individuali o collettive) spesso finalizzate a uno scopo ben preciso. L’esempio più banale ce lo mostra proprio il Natale, paradigma per eccellenza di rottura consapevole con il passato: per contrastare le celebrazioni pagane del solstizio d’inverno, le gerarchie cristiane si inventarono di sana pianta la storia del Bambin Gesù nato il 25 dicembre. Alla faccia della tradizione.

Certo, come scrive qualcuno, si potrebbe semplicemente accettare la realtà di una scuola invasa da simboli più o meno religiosi e, senza vietare niente a nessuno, proporre delle alternative all’interno dello stesso contesto. Come è giusto che sia: libertà per tutti, minoranze e maggioranze. Eppure è evidente che in una dimensione pubblica in cui la “tradizione” appare indiscutibile non può esserci spazio per un qualcosa di diverso, un’alternativa di pari dignità nella sua natura culturale benché non necessariamente connessa agli usi e costumi del passato. Se vi è un’identità fissa e immutabile (come traspare dalle parole di Renzi) tutto il resto è – per forza di cose – secondario, subordinato. Roba da Italiani di serie B, insomma.

E di fronte a un’identità unica e assoluta a me viene in mente solo una parola: fondamentalismo.

I migliori lasciano Berlusconi… e si portano Coelho

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La nascita di una nuova casa editoriale è sempre una buona notizia. Questo è anche il caso della Nave di Teseo, progetto di Elisabetta Sgarbi e di una pattuglia di autori che include Umberto Eco, Nesi, Furio Colombo e varia umanità.

Vorrei peró spendere due parole sul clima in cui parte l’avventura dei transfughi della fusione Mondadori-Rizzoli. Sarà colpa della stampa e in particolare di certi giornalisti, che continuano a perpetuare il vizietto della superiorità antropologica (loro) verso “gli altri”, quelli del Paese Reale, quintessenzialmente rappresentati dalla famiglia Berlusconi. Come al solito, il piú abile a rappresentare questa visione è Michele Serra. Ecco qui la sua Amaca:

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Ci sono varie cose che, come si è già detto, non “suonano” bene: il fatto che tratti l’intiera famiglia Berlusconi come parvenu, termine orribile che denota il classismo ingiustificato di chi ha l’unico merito di non aver mai svolto un lavoro “pratico”, il fatto che pensi che Marina sia una manager stupida quando invece è una con due palle così e Mondadori va da dio, in un periodo in cui per l’editoria e la produzione culturale in generale non è che si scoppi di salute, e cosí via.

Chi, poi, abbia stabilito che si debba dare per scontato che il signor Berlusconi Silvio, nel suo privato, non debba godere del bello, includendo con ció anche la lettura, non si è capito. Mi capita di dissentire con varie persone, ma non per questo devo negare loro l’umanità, e quindi la capacità di apprezzare ciò che un animo sensibile può cogliere. Fin qui i problemini, diciamo, che vengono dalla formazione comunista di Serra, incapace di separare il privato dal pubblico, l’avversario dal nemico, il diverso dall’inferiore antropologicamente.

Poi c’è Umberto Eco, che comunista non è mai stato, ma a Berlusconi diceva che dopo una certa ora, lui, sottintendendo lui e tutta la gente perbene, “legge Kant”. Perchè, ça va sans dire, se uno paga delle donne per il sesso non può capire la Critica della Ragion Pura. In fondo, anche i grandi intellettuali possono rivelare vizi piccoloborghesi. Cosa dice Umberto Eco di questa avventura? Prendiamo la recente intervista a Repubblica:

Elisabetta (Sgarbi) ha spiegato a Marina che cosa significa “l’appiattimento dell’identità per un editore” e perché “i libri dei grandi autori raramente sono usciti da imprese gigantesche e perché i movimenti letterari più importanti della storia sono stati sostenuti e sviluppati da piccole realtà editoriali…” . Dice Eco: “Qualsiasi cosa avesse detto, Marina non avrebbe capito”.

Non-avrebbe-capito. Perchè, signora mia, Marina Berlusconi non è mica Franca Sellerio, non è certamente una donna di lettere, non è una di noi. È una che parla di “azienda” – perchè una casa editrice, si sa, non è una azienda.

Eppure non vorrei essere cosí severo con Umberto Eco. Ho letto tre dei suoi romanzi: Il Pendolo di Foucault, che mi appassionó parecchio a 17 anni. Oggi troverei tutto quello sfoggio di erudizione un poco stucchevole, ma credo mi piacerebbe ancora se lo scoprissi da zero. Il nome della rosa, che lessi subito dopo e consolidó il mio apprezzamento per Eco, e poi anni dopo anche (chissà perchè) la misteriosa fiamma della regina Loana, un romanzo cosí cosí, in cui emergono tratti autobiografici e piú superficialmente autocompiaciuti dell’uomo. Tra le altre cose, la sua passione per il whisky. Ora, questa passione è universalmente documentata, ed è una passione che apprezzo e condivido. Fui perció colto da grande sorpresa e curiosità quando, trovandomi in un alimentari del centro di Milano qualche anno fa, vidi entrare proprio Umberto Eco. Vediamo che bottiglia chiede, pensai, visto che chiedeva il whisky. Ed ecco una bottiglia di J&B. Che non è malaccio, peró insomma, neanche una cosa così da intenditori. Mi ricordava, sopratutto, i film di gangster italiani degli anni ’70 – in Milano Calibro Nove il J&B era onnipresente.

Quel giorno sono uscito dall’alimentari fischiettando il motivetto dell’inizio di Milano Calibro Nove, e pensando che uno può essere Umberto Eco, darsi grandi arie di intenditore di whisky, e poi comprare un umanissimo, normalissimo J&B. Ci ripenso oggi, quando vedo con che toni Eco e i suoi compagni di viaggio parlano del loro nuovo progetto editoriale, disprezzando la casa editrice che abbandonano come un gourmet snob parlerebbe di una bottiglia mainstream.

Attenzione – non c’è mica niente di male a comprare un whisky che, peraltro, ha un ottimo rapporto qualità/prezzo.   Solo che, alla fine, il catalogo della Nave di Teseo includerà anche Sandro Veronesi e Paolo Coelho. A dimostrazione che, nell’editoria come nella vita, capita di dire che si beve un ottimo whisky per leggere Kant la sera, ma alla fine si è pur sempre umani, attenti al portafogli e desiderosi di cose semplici, e si torna a comprare il buon vecchio J&B. E la diversità antropologica, se dovesse andar male, si potrà sempre tirare fuori per dire che gli italiani “non ci hanno capiti“.

Francia, patria della democrazia e della libertà

in società/storia by

Si è parlato molto in questi giorni del valore della Francia come culla di principi democratici e libertari. A seguire dunque, 10 fatti storici che illustrano perfettamente l’attitudine d’Oltralpe al rispetto della vita e della libertà degli individui.

  1. 2 novembre 1793: la drammaturga Olympe de Gouges, autrice della Dichiarazione universale dei diritti della donna e della cittadina, viene ghigliottina per ordine del tribunale rivoluzionario, a causa delle accuse di violenza che la scrittrice aveva rivolto pubblicamente a Robespierre.
  2. 2-3 maggio 1808: il generale napoleonico Gioacchino Murat ordina di catturare e fucilare i popolani e contadini di Madrid che si erano ribellati all’invasione francese. La sommossa e la successiva repressione causano migliaia di morti fra le fila spagnole.
  3. Settembre-ottobre 1880: Pëtr Il’ič Čajkovskij compone l’Ouverture 1812, brano che nelle intenzioni dell’autore doveva commemora la fallita invasione della Russia da parte delle truppe napoleoniche. Il tema dell’invasore francese viene rappresentato dal motivo de La Marsigliese.
  4. Gennaio-luglio 1889: la conquista coloniale del Ciad ad opera della Francia, detta “mission Voulet-Chanoine” (dal nome dei generali che comandavano il corpo di spedizione) degenera in una violenza sistematizzata nei confronti dei civili che non vogliono collaborare. La cittadina di Birni N’Konni, con circa 10.000 abitanti, viene completamente rasa al suolo.
  5. 16 e 17 luglio 1942: più di 13.000 Ebrei residenti a Parigi (di cui un terzo bambini) vengono rastrellati dalla polizia francese e condotti in massa al Vélodrome d’Hiver, per poi essere trasportati in treno al campo di concentramento di Auschwitz.
  6. Maggio 1944: il Corpo di spedizione francese in Italia, composto da soldati marocchini al comando di ufficiali francesi, si rende responsabile in Lazio dello stupro di circa 20.000 persone tra donne, vecchi e bambini.
  7. 23 novembre 1946: la marina francese bombarda il porto di Haiphong, in Vietnam, nel tentativo di riconquistare l’ex colonia dichiarata indipendente da Ho Chi Minh. Nei bombardamenti muoiono circa 6.000 civili.
  8. 17 ottobre 1961: circa un centinaio dei 15.000 algerini che stavano manifestando pacificamente per le vie di Parigi contro l’occupazione francense della loro nazione, vengono uccisi a colpi d’arma da fuoco e manganellate dalla polizia gaullista.
  9. 31 luglio 1968: in Francia viene votata una legge che concede l’amnistia per tutte le infrazioni commesse dai militari francesi durante la guerra d’Algeria (1954-1962). Fra queste vengono incluse le torture inflitte alla popolazione locale (alcune stime parlano di centinaia di migliaia civili e combattenti coinvolti).
  10. 10 novembre 1982: nasce la cosiddetta “dottrina Mitterrand”, che di fatto esclude l’estradizione di cittadini stranieri imputati o condannati verso paesi considerati dalla Francia non “democraticamente” idonei. In seguito, beneficeranno dell’asilo francese i terroristi italiani Cesare Battisti, Toni Negri, Paolo Persichetti, Marina Petrelli, ecc.

Liberté, Égalité, Fraternité.

Brevi interviste con uomini schifosi- La persona sieropositiva

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Cosa vuol dire essere una Megastar positiva all’HIV? L’abbiamo chiesto ad un diretto interessato.

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La marsigliese e il napoletano

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In condizioni normali Inghilterra-Francia, specie se giocata a Wembley, non è mai una partita banale, anche se è un’amichevole: ieri sera, tuttavia, della partita in se non fregava niente a nessuno (ha vinto l’Inghilterra due a zero, per la cronaca) perché il momento più alto della serata è avvenuto prima ancora che si iniziasse a giocare quando l’intero pubblico di Wembley, in commemorazione dei tragici eventi di Parigi, ha intonato La Marsigliese.

https://www.youtube.com/watch?v=7MLGTTMXsIU

Anche chi, come il sottoscritto, ha un livello di sopportazione della retorica estremamente limitato, non può non riconoscere la potenza di una tale scena. Dove molti inni nazionali sono una mera celebrazione dell’orgoglio, appunto, nazionale, La Marsigliese è da tempo assurta a espressione trasversale di libertà e rifiuto dell’oppressione. Con qualsiasi altro inno quella di ieri sera sarebbe risultata “solo” un’espressione di solidarietà ad una nazione colpita da una tragedia; la Marsigliese la trasforma in una dichiarazione di intenti. La sua potenza è tale da renderne istantaneamente iconico l’utilizzo, come avviene nella Scena (con la S maiuscola) del Film (con la F maiuscola).

Ora, voi penserete che la bellezza della scena risiede, oltre che nella splendida confezione (molti degli attori erano davvero rifugiati in fuga dai nazisti come mi suggerisce il mio Bogartista di fiducia), nella sua implausibilità: chi avrebbe il coraggio di fare una cosa del genere di fronte ai nazisti? E il motivo per cui voi lo pensate è che non avete il piacere di conoscere il professor Renato Caccioppoli, pianista, matematico, e, occasionalmente, barbone. Quando non contribuiva a dimostrare uno dei teoremi chiave per lo studio delle equazioni differenziali o a gettare le basi per la soluzione del diciannovesimo problema di Hilbert (contribuendo indirettamente a far uscire di testa John Nash), Caccioppoli, tra l’altro nipote di Mikhail Bakunin, era impegnato a prendere per i fondelli il regime fascista. La sua trovata più fantasiosa fu in reazione ad una legge che proibiva agli uomini di andare in giro con cani di piccola taglia (in salvaguardia della virilità del maschio italico): se ne andò in giro per il centro di Napoli con un gallo al guinzaglio.

L’ironia gli venne, tuttavia, a mancare in occasione della visita di Hitler nel 1938: la sera prima dell’arrivo di Mussolini e Hitler a Napoli, Caccioppoli entra nella birreria Löwenbräu con la compagna e paga un sacco di soldi all’orchestra per suonare la Marsigliese di fronte ad un pubblico di gerarchi. Alla fine dell’esecuzione si alza, va al centro del locale e, rivolgendosi a tutti, fa in tempo a dire “Quello che avete sentito è l’inno di un paese libero, l’inno della libertà: la stessa libertà che in questo paese è soffocata e negata da Benito Mussolini, che con il suo alleato tedesco…” prima di venir riempito di manganellate e trascinato via a forza. La famiglia riesce a farlo internare anziché arrestare e, addirittura, a fargli ottenere un pianoforte nella clinica: e Renato Caccioppoli, ufficialmente pazzo, suona la Marsigliese in continuazione, prima da solo, poi con un coro di altri pazzi che la cantano con lui, alla faccia di Mussolini, di Hitler e di tutti i tiranni e gli assassini di questo mondo.

P.S. c’è un’altra scena nella storia del cinema che fa un uso eccellente della Marsigliese: provate a dire che non è una botta anche questa (si, nonostante il grugno di Stallone).

P.P.S. volevo accennare alla citazione dei Beatles in All You Need Is Love ma ve la risparmio per la prossima volta

P.P.P.S. qualche fonte

C’ERAVAMO TANTO AMATI (ULAY VS MARINA ABRAMOVIC)

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”    Art Vital: No fixed living place, permanent movement,
direct contact, local relation, self-selection,
passing limitations, taking risks, mobile energy. 
(Relation Work’s Art Vital Manifesto )”

 

 

Marina Abramovic non ha bisogno di presentazioni. Fino a qualche anno fa era la “Abramovic” (quella che appartiene al mondo dell’arte, non colui che appartiene al mondo del calcio). Da un paio di anni a questa parte è ascesa al semplice nome di “Marina”. La conoscono ormai anche le fan teenager di Lady Gaga, per farvi capire.
C’è un buon motivo per questo. Marina Abramovic è stata una delle più grandi performance artist della storia. Punto.
Nella sua fase produttiva migliore e piu´ conosciuta, Marina non era sola. Con lei c’era un uomo: Frank Uwe Laysiepen, meglio noto come Ulay, partner nella vita e nell’arte.
Dal 1976 al 1988 i due vivono in simbiosi, nel privato e nel lavoro, dando vita ai “Relation Works“, une serie di performance che sfidano, andando anche oltre, i limiti della resistenza fisica e psicologica nella società e nella coppia. Ulay si occupa della documentazione video e fotografica (fare attenzione a questa informazione).

 

 

A un certo punto la simbiosi si esaurisce, e i sue si separano. Nel modo più romantico e spettacolare possibile: nella performance finale “The great wall” Ulay e Marina partono a piedi dagli estremi opposti della muraglia cinese per incontrarsi a metà per un ultimo addio.
Piccola nota sul potere dei “media”: Ulay racconta in un’intervista che la relazione sentimentale era già terminata da un anno quando la performance è stata realizzata, ma Marina decise che quello sarebbe stato il modo ideale per presentare al pubblico la fine della storia.
Quello che succede poi resta abbastanza fuori dai riflettori. Long story short: i due continuano le rispettive carriere artistiche. Ulay riprende a lavorare con il suo primo amore, la fotografia, senza lasciare mai del tutto la performance. Marina prosegue come una furia nell’ambito in cui è sempre stata di casa, ormai con un nome a sostenerla. Le sue opere seguenti diventano più teatrali, perdendo forse un po’ il senso di sofferenza degli inizi. Ma Marina acquista una notorietà sempre più crescente.
Resta un “figlio” a cui badare: l’opera comune. A un certo punto Ulay vende alla Abramovic il suo archivio fisico con un accordo ben preciso: di ogni opera venduta, il 50% va alla galleria, il 30% a Marina e il 20% a Ulay, incluse, ovviamente le royalties. Il perchè di questa scelta la spiega Ulay in maniera molto semplice: “Con lei, non mi ci metto neanche a combattere”.
Ulay è un tipo tranquillo, Marina è una pantera slava, una che, da sempre, vuole il successo. Poi però a Ulay viene diagnosticato un tumore, da cui guarisce, e le cose cambiano. Nel 2014 Ulay pubblica un libro: “Whispers: Ulay on Ulay“, che la Abramovic cerca di boicottare, impedendo la riproduzione di 28 fotografie della loro opera comune. A Ulay girano finalmente le scatole. E si rende conto che in 16 anni e´ stato pagato appena 4 volte e sono entrate nelle sue tasche solo 35.000 dollari (cifra infinitamente bassa in proporzione alla quotazione delle opere dei due). Per non parlare delle royalties non riconosciute. Quindi l’ha denunciata.
A fine mese i due si incontreranno di nuovo, meno romanticamente, in un tribunale di Amsterdam.
Ulay ha dichiarato di essersi sentito molto ferito. E immagino che non sia per i soldi. L’artista è nato in un bunker tedesco durante la guerra, rimasto orfano da ragazzino, è cresciuto per strada e ha passato una vita da giramondo nel tentativo di crearsi un’identità  che lo allontanasse dalla Germania. Una vita, la sua, fuori dai compromessi e dedita ad un solo scopo: diventare un artista. Lo rincorre questo scopo, attraverso le sue opere, forti e bellissime.
La paura di Ulay è che Marina lo possa cancellare dalla storia. E può riuscirci. Se oggi il nome di Ulay è su tutti i testi di storia dell’arte, è molto probabile che in futuro non sia più così , se la sua proprietà intellettuale continua ad essere negata, da chi ha una visibilità pubblica immensamente maggiore.
Marina Abramovic è ormai una icona pop. Botox incluso. Pur essendo senz’altro una personalità straordinaria, è altrettanto fuori dubbio che la metà esatta del suo successo la deve a Ulay. Le loro opere sono state create al 50%, e funzionano tutt’ora per via del perfetto bilanciamento di questi due opposti, o come lo definisce quest ultimo, della vicinanza del corpo “comunista” di Marina, un po’  sovrappeso, a quello “fascista”, magro e nervoso, di Ulay.

La prova del nove è proprio la performance “The artist is present“, creata per la Restrospettiva della Abramovic al MoMA nel 2010, il momento più alto della sua carriera.
Questa performance di 90 giorni altro non è che lo spin off di “Nightsea crossing“, una serie di 21 performances realizzate da tra il 1981 e il 1987, in cui Marina e Ulay siedono per 7 ore consecutive agli estremi di un tavolo, immobili, digiuno, guardandosi.
Praticamente la stessa cosa che fa la Abramovic al MoMa, ma con degli sconosciuti davanti a se. La Performance, immortalata da un documentario che ha vinto anche la Berlinale, raggiunge il suo momento più emozionante quando Ulay si presenta e si siede davanti a Marina. Colpo al cuore, lacrime, Marina lascia per un attimo la sua algida immobilità e stringe le mani al suo ex amore. Il video su You tube è stato visto da milioni di persone, e più o meno giornalmente lo si vede postato su facebook da qualche romanticone. Questo a prova che Ulay, nonostante gli anni passati, riesce a far spledere ancora di più , una stella che di per se´ha già una forte luce propria.

La morale della storia è che anche i grandi amori finiscono, a volte anche molto male, ma forse, nella vita, si riesce a diventare quello che si è sempre sognato. Marina è diventata quello che desiderava: una Diva. E Ulay, beh, Ulay voleva essere un Artista.

 

 

 

Cinefili e cinofili: gente che non sa recitare

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In occasione dei 35 anni di Ryan Gosling, l’attore-cane che piace tanto alle donne, una breve lista di attori e attrici internazionali altamente sopravvalutati (in ordine alfabetico). Insomma, gente che in fondo non sa recitare.

 

Ben Affleck: nonostante il recente e inaspettato guizzo di Gone Girl (grazie, David Fincher), la carriera dell’ex Daredevil è caratterizzata da una recitazione piuttosto piatta e da una bocca sempre aperta – non so voi, ma darei oro per vederlo ingoiare una mosca. Pure come regista è piuttosto discutibile: il tanto declamato Argo è una delle peggiori americanate degli ultimi anni.

Margherita Buy: sempre eccellente nel ruolo di Margherita Buy.

Elio Germano: certo, affermare che Germano non sa recitare è decisamente un’eresia. Ma l’interpretazione autistica di Leopardi a metà tra il Rain Man di Dustin Hoffman e lo Shine di Geoffrey Rush se la poteva proprio evitare. Per non parlare delle pause a metà verso mentre recita L’infinito: la metrica va rispetta, cazzo.

Ryan Gosling: è bastato uno stuzzicadenti in bocca in Drive per renderlo un’icona. Ma parliamoci chiaro: lo sguardo cool e l’assenza di espressioni non è una scelta stilistica, bensì una necessità. Paralisi facciale e capacità interpretative pari a zero.

Tom Hardy: un attore con una fortissima presenza scenica, eppure non c’è mezza interpretazione che mi abbia mai veramente colpito. Forse non un cane, ma decisamente dimenticabile.

Angelina Jolie: a differenza del marito, lei non ha mai dato prova di grandi interpretazioni, salvo forse la felice eccezione di Changeling. Tutta occhioni e sorrisi enigmatici. Anche la staticità è la stessa della Gioconda.

Matthew McConaughey: una volta entrato nella parte del cowboy texano per Dallas Buyer Club (ruolo che gli ha valso un Oscar), sembra non esserne uscito più: da True Detective a Interstellar, abbiamo dubito subirci ore e ore di farneticazioni sbiascicate in un accento incomprensibile e sguardi persi nel vuoto a denotare una presunta profondità d’animo. Arridatece Clint Eastwood col sigaro in bocca, please.

Brad Pitt: che fine ha fatto il Tyler Durden scalciaculi e sventramutande di Fight Club? Da un po’ di anni a questa parte, il marito di Angelina Jolie non fa altro che regalarci sguardi da cane bastonato e interpretazioni da bravo padre di famiglia. Che palle.

Toni Servillo: no, dai, scherzo.

Léa Seydoux: come mai ci stupiamo che gli attori francesi in film internazionali risultano piatti, tristi, monotoni? Forse perché pure il loro cinema è così, ma contestualizzato va più che bene. Il problema è quando dobbiamo far interpretare a una noiosona come la Seydoux ruoli che richiederebbero un po’ di brio – vedi l’ultimo film di 007.

Dieci suggerimenti per ordinare al ristorante

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Dietro l’affabile sorriso di un cameriere si celano molte insidie: il primo decalogo per imparare a gestirle ed evitarle.

 

1.   I ristoranti lavorano con materia prima rapidamente deperibile e con margini di guadagno sottili.  Diffidate di carte troppo “ricche”, varietà esagerate e origini incongruenti soprattutto se il ristorante è semi-vuoto o comunque non in grado di offrire quel turn-over che garantisce ragionevole freschezza ai vostri patti: nella migliore delle ipotesi,  in cucina c’è un enorme congelatore carico di astici, anelli di calamari panati, bistecche di manzo e funghi porcini, mentre il riciclaggio e la “rigenerazione” sono dietro l’angolo.

2.   In fase di ordinazione, fate attenzione al cameriere in modalità “faccio io”.

3.   Per farvi un’idea del livello igienico, date un’occhiata al bagno: se fa schifo, fuggite a gambe levate. Se non si preoccupano di nascondere ciò che potete vedere, provate a immaginare cosa c’è in cucina, lontano dai vostri occhi.

4.   Prenotare è una buona abitudine e vi darà più possibilità di avere un tavolo decente. Se siete in tre, prenotate per quattro, se siete da soli e senza prenotazione, un venerdì sera in un locale alla moda, dite che state aspettando qualcuno.

5.   Non ordinate roba “da smezzare” al di fuori degli antipasti. Non offrite gli avanzi dal vostro piatto. Non ingozzatevi di pane appena seduti a tavola.

6.   Non ordinate mai: il risotto mari e monti, la pizza all’ortolana, la zuppa di farro, i maltagliati crema di pecorino e radicchio. In generale, cercate di ragionare secondo un schema di sostenibilità: evitate il “tutto pesce” a Frascati, i canederli a Catania o la carbonara a Bolzano.

7.   “Non ordinate il pesce il lunedì”.

8.   Cercate di evitare di concludere il pasto con amari, grappe (barricata poi non ne parliamo) o limoncelli. Oltre a rovinare gli effetti eventualmente benefici degli alimenti precedentemente ingeriti, hanno il compito di far lievitare ingiustificatamente il conto. Se proprio non potete farne a meno, chiedete un bicchiere di passito: è meno tossico e assai più di classe.

9.   Lasciate la mancia. Se vi siete trovati bene, il 10%, se invece la cameriera vi ha lasciato intendere tutto il tempo che- anche se era lì per servirvi- non era lì per farsi comandare, gli spiccetti sul fondo delle tasche del vostro cappotto.

10.   Infine la regola d’oro delle regole d’oro: non mettetevi mai contro chi ha accesso diretto al vostro cibo. Non immaginereste mai cosa può succedere ad un piatto di spaghetti con le vongole nel breve tragitto che va dalla cucina al vostro tavolo.

“Tanti auguri, Ennio Morricone!”, in 10 film italiani

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Oggi Ennio Morricone compie 87 anni. Non scriverò una riga in più sulla sua biografia, perché qualcuno là fuori l’ha fatto infinitamente meglio di quanto potrei farlo io, e perché non è questo l’intento del post. Vi lascio una playlist, a tratti scontata –perché di certe cose non si può far proprio a meno–, a tratti un po’ più particolare.

Tutti italiani, in ordine cronologico. Buon ascolto e, se vi manca qualcosa, vale la pena continuare: quindi buona visione.

 

1) Per un pugno di dollari (Sergio Leone, 1964)

 

2) Per qualche dollaro in più (Sergio Leone, 1965)

 

3) Il buono, il brutto e il cattivo (Sergio Leone, 1966)

 

4) Titoli di testa di Uccellacci e uccellini (Pier Paolo Pasolini, 1966), cantati da Domenico Modugno

 

5) Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (Elio Petri, 1970)

 

6) Sacco e Vanzetti (Giuliano Montaldo, 1971)*

 

7) Novecento (Bernardo Bertolucci, 1976)

 

8) Il Vizietto (Eduardo Molinaro, 1978)

 

9) Nuovo Cinema Paradiso  (Giuseppe Tornatore, 1988)

 

10) Sostiene Pereira (Roberto Faenza, 1995)

* Ero indeciso con La classe operaia va in paradiso film dello stesso anno di Elio Petri. Ha vinto Sacco e Vanzetti per ragioni affettive, ma su YouTube trovate anche quella colonna sonora.

Una parafrasi di “Ocio”, il nuovo pezzo rap di Jerry Calà

in arte/musica by

Non credo servano presentazioni. Se qualcuno però non lo sapesse, Jerry Calà (già il mio candidato favorito alla Presidenza della Repubblica all’ultima elezione), ha fatto uscire un pezzo rap (che trovate in calce a questo articolo) di una bellezza insensata, denso di rimandi, raffinatezze, arguzie e chicche assortite. Non potevo astenermi da darne una lettura personale.

Ah, non chiamatelo un ritorno
Io non ho mai mollato
Ti faccio vedere i sorci verdi, fighetta!
Mica quella roba commerciale che fa gente come J-Ax
Io faccio il rap vero!
Riportiamo questa roba in strada, fratelli!

In questo passaggio iniziale, il Maestro lancia un monito: nonostante la propria figura appartenga ad un tempo passato, quello dei gloriosi e intramontabili anni ’80, egli non se ne è mai andato, non ha mai abbandonato il proprio pubblico: non è appropriato parlare dunque di ritorno. Inoltre, compiutamente postmoderno, il Nostro si catapulta nel presente con il superamento dello stesso tramite il ben noto leitmotiv del ritorno alle origini: il rap “commerciale”, adoperato qui con forte accezione dispregiativa, va accantonato in favore di una ripresa più autentica degli inizi in strada.

Quando arrivo grida “Ocio! Ocio!”
La gente mi vede e grida “Ocio! Ocio!”
Fai lo smile al mio socio, ocio!
Dentro al club come sbocio, ocio!

“Ocio” è uno storico tormentone del Maestro. Compare in numerosi suoi film, spettacoli teatrali ed è sempre presente negli ormai epici mercoledì sera alla Capannina a Forte dei Marmi. Calà riporta qui, con un’operazione di grande complessità nel suo essere temporalmente trasversale, la spavalderia propria dello yuppismo di cui lui è stato testimone e interprete nella contemporaneità: egli, nel 2015, sboccia nel club. Ocio.
In un guizzo geniale, poi, un lettore ci fa notare una ricamata allitterazione di straordinaria raffinatezza: “fai lo smile al mio socio” suona pericolosamente vicino a “sai lo Smaila è il mio socio”. Un tributo straordinario al secondo dei quattro Gatti di Vicolo Miracoli.

Vivevo solo dentro al pied-à-terre
Tu ti facevi seghe, io la Venier
Sbocciavo con Eva e con Alba
Tu fai la vida loca, io la vita smeralda!

Il primo dei passaggi sinceramente magistrali del pezzo. Qui, coerentemente con la prospettiva di ritorno alle origini manifestata nell’intro, il Maestro si ricorda dei tempi iniziali, in cui –sebbene spiantato– portava in nuce i semi del suo essere bomber già all’epoca: Calà conosce la Venier sul set di Vado a vivere da solo (1982) e se la sposa negli USA due anni più tardi. Per gli altri, onanismo.
Il riferimento ad Eva e Anna, invece, è di più raffinata decrittazione: si fa riferimento ad Abbronzatissimi, pietra miliare del 1991 le cui protagoniste femminili erano, appunto, Alba Parietti ed Eva Grimaldi. Vita Smeralda è infine un film del 2006 scritto, diretto e interpretato dal Maestro. Le citazioni si sprecano.

Ho rossa l’iride, mi sale il crimine
La tua tipa che mi guarda: libidine!
Tu sei un fac-simile, con Jerry non fotti
La tua tipa sì: libidine coi fiocchi!

Qui il riferimento è ad una scena di grande disinibizione: compare l’utilizzo di droghe leggere e l’eccitazione della conquista. Sicuramente una situazione di grande libidine, appunto, altro tormentone del Vate catanese. Il raffinato gioco di parole successivo aumenta quella stessa libidine: non si scherza con Jerry, ma egli può permettersi di scherzare (sessualmente) con chiunque, perfino con le ragazze altrui. Forse, possiamo azzardare, le sue prede preferite.

Son di moda, cazzo son di moda
Tu sei in coda, babbo fai la coda
Minchia frate come stai
Pago il mio canone Rai

Verso interlocutorio questo: di fronte a Calà ci si può solo mettere in coda. Egli ci guarda col disprezzo derivante dalla coscienza della propria grandezza. In tutto ciò, è pure un onesto cittadino.

Quando arrivo grida “Ocio! Ocio!”
La gente mi vede e grida “Ocio! Ocio!”
Fai lo smile al mio socio, ocio!
Dentro al club come sbocio, ocio!

Strofa già trattata.

Sono vacanziero di professione
Vedo culi grossi, cinepanettone
Sono ritornato, un tornado in città
Spacco tutto: Jerry Calamità!

Qui si entra nel vivo, nella pregnanza del testo: le parole si susseguono come lame affilate in un turbinio sintattico-semantico da lasciare di sasso. Il primo riferimento è ai film a tema vacanze di cui il Maestro è stato protagonista a più riprese (vacanziero di professione): dallo storico, primo, cinepanettone Vacanze di Natale (1983), ma anche Vacanze in America (1984), lo stesso Abbronzatissimi (1991) o il mitico Sapore di Mare (1983), quasi un manifesto generazionale. Come poi mi fanno notare molti autori, questa mia prima, acerba, interpretazione è probabilmente sbagliata: si fa in realtà riferimento a Professione Vacanze, caposaldo della serialità italiana degli anni Ottanta e masterpiece indiscusso della carriera del Maestro. Infine, si riprende il tema dell’introduzione, in merito al rientro sulle scene, più carico e devastante che mai.

Versi a serramanico, scoppia il panico
Rime a raffica, Trrrrrrr, Jerry Kalashnikov
Alla fine la tua donna me la schiaccio
In giro dicono che non son bello, piaccio!

La devastazione causata dal flow è ormai totale: i versi fendono l’ascoltatore come un coltello affilato, e il panico serpeggia. Le rime arrivano a raffica, come sparate da un AK-47. Come se non bastasse, subito dopo, ecco il colpo di grazia: la frase simbolo del Maestro (“non sono bello: piaccio!”), trasportata dall’apertura di Vacanze di Natale dritta nel turbinio della contemporaneità. Lode, menzione d’onore e bacio accademico per “Jerry Kalashnikov”. Mi inchino.

Son di moda, cazzo son di moda
Tu sei in coda, babbo fai la coda
Minchia frate come stai
Pago il mio canone Rai

Quando arrivo grida “Ocio! Ocio!”
La gente mi vede e grida “Ocio! Ocio!”
Fai lo smile al mio socio, ocio!
Dentro al club come sbocio, ocio!

 

HPV (breve tragedia in due atti)

in scrivere by

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Atto I

(primi anni duemila, ambulatorio medico, veneziane verdi alle finestre, lineoleum verde a terra, un giovane siede davanti alla scrivania di un dermatologo)

– Mi dica
– Guardi, ho notato una cosa strana, una piccola escrescenza carnosa sul glande
– Si
– E, dunque, volevo accertarmi di cosa potesse essere
– È hpv
– Ovvero?
– …aspetti, potrebbe essere qualcos’altro, mi lasci concentrare
– …
– Uhm…
– …
– Potrebbe essere qualcosa di diverso?
– Lo chiede lei a me?
– Lei ha dei suggerimenti?
– Il dermatologo è lei!
– Allora è hpv
– Ovvero?
– Ovvero condilomi, creste di gallo
– Ignoro proprio di cosa stia parlando
– È un virus
– Una cosa brutta?
– No, è molto diffuso, lo contrae quasi l’ottanta per cento della popolazione sessualmente attiva, solo che nella maggior parte dei casi non si manifesta, lei invece è stato fortunato, si è manifestato!
– Sono stato fortunato?
– Fortunatissimo!
– Ah…
– Bene, non aspettiamo oltre, vediamo la manifestazione!
(il giovane si spoglia, si stende sul lettino)
– Ora le scoprirò il glande
– Le dispiacerebbe indossare dei guanti?
– Lei mette in dubbio la mia professionalità?
– Lei mette in dubbio la mia ipocondria?
(il medico indossa i guanti)
– Ora le scopriprò il glande
– Ok
– Le confermo la diagnosi, papilloma virus
– Cosa facciamo?
– Lo devo rimuovere
– Dopodiché sarò guarito?
– Oh, oh oh oh, ho ho ho, no, certo che no
– Come certo che no?
– Non è detto
– Come non è detto?
– Eh, non è detto
– Intende darmi qualche informazione in più per carità di dio?
– Di doman non c’è certezza
– Dubito che se la caverà con una citazione di Lorenzo De Medici
– Mi compiaccio giovanotto, lei è colto
– Guardi che è una citazione molto comune
– Lei mette in dubbio la mia cultura?
– Abbia pietà, non ricominciamo
Quisque faber fortunae suae
– Va bene
Pectus est enim quod disertos facit
– Ho fatto solo due anni di latino ma a occhio questa frase non c’entra nulla col contesto
Pecunia non olet
– T
utto questo non ha senso e lei lo sa
– Excusatio non petita accusatio manifesta

– MI CRESCERANNO DELLE COSE SUL CAZZO PER SEMPRE?
– Bè, nella mia esperienza passati alcuni mesi dalla prima rimozione c’è una ricaduta, poi non si dovrebbero presentare altri episodi
– Quindi dopo sarò guarito?
– Non si sa
– Ma come non si sa santo cielo?
– Dipende dal suo organismo, forse riuscirà a debellare l’infezione, forse no, potrebbe rimanere con lei per sempre, potrebbe affezionarsi
– Mi sta salendo l’ansia
– Oh, non si preoccupi, sa quanti ne vedo ogni giorno?
– Quanti?
– Non vuole saperlo, e con lei casco bene, c’è gente che aspetta mesi e quando arriva qui ha il pene che sembra un carciofo
– Un carciofo?
– Si, vede, nel suo caso è ancora minuta, ma crescerà e poi ne cresceranno altre e poi altre ancora,e poi ancora, prima il pene diventerà un carciofo e infine aumenteranno fino a ricreare un gemello identico a lei per peso e dimensioni
– Non respiro bene, mi tolga subito quella cosa
– Mi accingo con gioia
(il medico prende delle piccole forbici chirurgiche)
– Che cosa sono?
– Forbicine chirurgiche
– E cosa ci deve fare?
– Devo asportarle il condiloma
– CON LE FORBICI?
– Con le forbici
– CON LE FORBICI?
– Si
– LEI ME LO TOGLIE CON LE FORBICI?
– Con le forbici
– MA STIAMO PARLANDO DELLA STESSA COSA? IO PARLO DI QUELLO CHE HO ATTACCATO AL CAZZO
– Stiamo parlando della stessa cosa, pensava che usassi una calamita?
– NON C’È UN MODO DIVERSO DALLE FORBICI?
– Potrei usare l’azoto liquido
– …
– Meglio le forbici no?
– Dio mio
– Procedo?
– Dio mio
– Allora procedo, non si muova, non vorrei procurarle un’ emorragia


Atto II
(ingresso di un abitazione, penombra serale, il giovane è al telefono)

– Ciao
– Ciao
– Senti una cosa, allora mi hanno trovato un virus che…
– Che ti hanno trovato?
– Eh, se mi lasci finire
– Dimmi
– Praticamente mi hanno trovato un condiloma
– Ok
– Sul cazzo
– Ok
– Eh
– Dimmi
– Quindi visto che abbiamo fatto sesso non protetto ti volevo avvertire
– Ok, nessun problema
– Mi fa piacere che non te la prendi, mi dispiacerebbe avertelo attaccato
– Ah, ma tu a me?
– Eh
– Ahahah, no, che cucciolo, te l’ho attaccato io, che dolce sei, però grazie eh
– …
– Davvero, un bacione, ciao
– …
– (click)
creste di gallo

Pasolini 40

in cinema/cultura/humor/internet/scrivere/società by

Pasolini

Halloween, Hollywood e altri Horrori

in cultura/ by

Da bravi satanisti, gli autori di Libernazione passeranno la notte di Halloween tra orge sfrenate e libagioni a base di sangue di vergine. In questa occasione vorrei però ricordare come molte delle creature spaventose che popolano i nostri incubi siano in realtà il prodotto della fantasia hollywoodiana, se non nel contenuto perlomeno nella forma. A seguire dunque, un breve elenco della “vera” natura dei più famosi protagonisti dell’orrore – al netto delle peggio americanate.

 

Vampiro

Il vampiro è forse la creatura che ha subito maggiormente l’influenza del cinema americano. Il Nosferatu succhiasangue e vulnerabile alla luce non è infatti altro che una rielaborazione estremamente moderna di una categoria ben più antica e variegata a diffusione pan-europea. Con questo termine si indica infatti in maniera generica individui provenienti dall’aldilà che si nutrono di una qualche essenza umana (non necessariamente sangue), la cui pericolosità deve essere mitigata da precise pratiche rituali. Le testimonianze più antiche al riguardo si trova nopresso i Boi, tribù celtica stanziata nell’attuale territorio emiliano, i quali erano soliti seppellire i morti considerati “pericolosi” (quelli cioè suscettibili di ritornare dalla morte a tormentare i vivi) con gli arti legati o la testa staccata dal corpo. Tali costumi e credenze rimasero in uso in tutto il continente almeno fino al XVIII secolo (celebre è il caso dell’epidemia di vampiri nei Balcani a cui dovette interessarsi l’imperatrice Maria Teresa d’Austria stessa). Persino la rivisitazione più famosa del mito del vampiro, quella del Dracula di Bram Stoker, è stata ampiamente travisata dall’immaginario contemporaneo: il conte transilvano del romanzo sopravvive benissimo alla luce del sole (anche se indebolito), non dorme necessariamente in una bara, bensì nella terra natale da cui trae forza, e teme particolarmente le collane di… fiori d’aglio – il solo bulbo sarebbe infatti del tutto inutile.

 

Frankenstein

Scordatevi l’immagine dell’omone stupido con la faccia verde e i chiodi piantati in testa così cara all’interpretazione di Boris Karloff degli anni ‘30. La Creatura nata nel 1818 dalla penna di Mary Shelley è un essere estremamente intelligente, benché orribile d’aspetto, che decide di perseguitare il suo creatore, il ginevrino dottor Frankestein (francofono, e non di lingua tedesca come comunemente rappresentato), dopo aver preso coscienza della malvagità della propria natura, semplice riflesso del corrotto animo umano. Pare che la moglie del poeta Shelley, per realizzare la figura dello scienziato pazzo che tenta malamente di imitare il potere di Dio, si sia ispirata  al naturalista reggiano Lazzaro Spallanzani, (proto-)scienziato mattacchione dell’epoca che si divertiva a unire parti di animali diverse per far credere di aver scoperto nuove specie.

 

Zombie

Ovviamente in principio furono Romero e La notte dei morti viventi, il cui canone è rispettato dalla quasi totalità delle opere di fantasia a tema zombie. Tuttavia, la vera genesi dei morti-che-camminano è legata ai culti sincretici del mondo caraibico afro-americano, in particolare voodo e santería. Lo zombie in questo contesto è un essere umano assolutamente vivente ma svuotato dei suoi attributi interiori (intelligenza, spirito o anima) attraverso pratiche di stregoneria. Sebbene questo genere di magia sia piuttosto diffusa in vari continenti, ad Haiti la portata di tale fenomeno ha assunto in passato una vera e propria dimensione politica: si dice che tra gli anni ’50 e ’60 il dittatore dell’isola François Duvalier abbia fatto uso di incantesimi per “zombizzare” parte della popolazione e obbligarla a lavorare in condizioni di schiavitù nelle piantagioni di canna da zucchero. Si è in seguito ipotizzato che questa passività fosse indotta fisiologicamente dall’utilizzo mirato di una tossina ricavata dal pesce palla. La figura dello zombie è stata dunque fonte di ispirazione per metafore politiche ben prima degli sviluppi hollywoodiani, mentre tutto il discorso legato a cannibalismo e consumo smodato di carne umana rimane appannaggio dell’immaginario cinematografico contemporaneo.

 

Lupo Mannaro

Miti universalmente diffusi trattano della trasformazione di uomini in animali, anzi, per meglio dire il travestimento di uomini in animali (o viceversa): solo gli dei hanno infatti la capacità di assumere concretamente i tratti di creature di altre specie, mentre gli esseri umani possono tutt’al più vestire o svestire magicamente le pelli di bestie di varia natura. Stesso discorso per il licantropo del mondo europeo, in origine semplice vestizione sovrannaturale di guerrieri valorosi versati nelle arti della stregoneria. Anche l’elemento lunare è frutto di una sovrapposizione successiva: non ci sono condizioni particolari per la trasformazione del Lupo Mannaro del folklore europeo (e non); tuttavia, il satellite della Terra funge da catalizzatore magico negli antichi culti di Ecate-Artemide-Diana, divinità ambivalente legata alla caccia e ai sabba notturni spesso evocata fino alla più tarda Modernità. L’argento necessario a uccidere il mostro costituisce probabilmente un’ennesima aggiunta hollywoodiana, sebbene questo materiale abbia virtù particolari e sia considerato tabù da diverse popolazioni (ad esempio i Rom).

 

Fantasma

In questo caso il colpevole è forse il buon vecchio Bill Shakespeare, primo artefice dell’immagine moderna dell’anima dannata che si aggira lamentosa sui merli del castello. Eppure, il fantasma del teatro elisabettiano porta ancora in sé il marchio dell’Antichità: gli spettri shakespeariani sono infatti apparizioni che servono a guidare l’eroe tra passato e futuro, proprio come il phàntasma del mondo ellenico, più profeta di origine quasi divina che vera e propria creatura dell’orrore. Ci penseranno poi scrittori e poeti del Romanticismo a marcare ulteriormente la natura spaventosa e molto spesso maligna di tali entità, e nel XIX secolo fioriranno vere proprie scienze legate all’occulto e al mondo dei morti. Non bisogna tuttavia sottovalutare l’influenza giapponese nell’immaginario contemporaneo occidentale: il panteismo shintoista è stato veicolato in Europa e in America grazie al cinema del Sol Levante, attraverso trasposizioni filmiche e remake di diversa fattura e qualità. Quel che rimane della cultura giapponese, nonostante le innumerevoli traduzioni, è l’idea di un mondo completamente popolato da spiriti capaci di animare cose e oggetti, dalla sedia a dondolo alla bambola dal sorriso inquietante.

 

 

 

In Polonia si mangia benissimo

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Contrariamente a quanto l’orgoglio Italico ci porti a pensare, anche al di fuori dei confini dello stivale si puo‘ trovare una cucina in grado di soddisfare i nostri esigenti palati di masticatori di spaghetti. Nel mio ultimo viaggio a Varsavia, grazie all’abile guida di Darek, ho potuto sperimentare alcune delle prelibatezze polacche.

Nella zona di Mokotow- cosi’ chiamata per la polacchizzazione del termine francese Mon Coteau, la mia collina.- arriviamo alle sette in punto in un tipico ristorantino di Varsavia, il Bisti. Si tratta di una piccola trattoria con sette otto tavoli, frequentata principalmente da abitanti del quartiere, identificabili come una discreta e ben vestita borghesia fatta di medici (come il mio amico Darek), professori universitari (la zona di Mokotow ospita quasi tutto il sistema universitario di Varsavia) ed ex-belle donne dall’aria stanca e il viso pallido.

 

Bisti
Il Bisti, tipico ristorantino di Varsavia dove gustare specialita’ polacche.

La cucina a vista, con tanto di lavagna e piatti del giorno scritti col gessetto appesa al muro, richiama le tradizioni del Pigneto, un quartiere di Varsavia interamente ricostruito dopo i bombardamenti della Seconda Guerra mondiale. Mi dicono che spesso suonatori di Bonghi improvvisano motivetti di Chopin per rallegrare l’aria e addolcire ulteriormente l’aspetto del mite personale che si affaccenda oltre il bancone di ferro.

Lavagnetta

Ci accomodiamo ad un tavolino di formica senza tovaglia ed un giovane cameriere con gli occhialetti tondi e la parannanza bianca ci porge i menu’ e ci chiede se vogliamo ordinare da bere. Il mio amico Darek ordina una soda: in Polonia infatti il livello di tolleranza di alcol nel sangue e’ pari allo 0,000%, e ogni infrazione e’ punita con la deportazione in Siberia. A me viene proposto del Vermentino  al bicchiere. Pur sorpreso, accetto. Quando arriva la bottiglia, sull’etichetta c’e’ scritto “Vino Bianco”. Con un esame piu’ approfondito, intercetto la provincia nel quale il suddetto “Vino Bianco” e’ prodotto: Cn, vale a dire Cuneo, in Piemonte, poco piu’ a Sud di Cracovia. Le pareti esterne di Bisti sono di vetro, creando un tipico effetto da esterno in un luogo interno: nel vedere il mio volto emaciato riflesso sul vetro, per un attimo ripenso a Kieslowsky e alla doppia vita di Veronica.
Esamino il menu’ e faccio fatica a scegliere tra alcune delle piu’ note prelibatezze polacche:

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Menu’ del Bisti dove spiccano gli “Spaghetti Carbonara”.

 

Oltre alle note specialita’ Spaghetti Carbonara e Spaghetti Bolognese (esportati persino in Italia e molto popolari a Roma dalle parti del Vaticano, in quei ristorantini in cui i pellegrini polacchi si rifugiano, attirati dalle foto esposte fuori alla ricerca dell’amato comfort food di casa loro) colpisce la presenza dei Tagierini ai gamberi tigre, pescati nel mar di Polonia- notissimo per le sue spiagge assolate e l’acqua tiepidamente cristallina- e gli gnocchi fatti in casa con pesto di pomodori secchi e rucola. Si’, rucola.

Opto per una tartare di manzo, il mio amico Darek cede invece alla dadolata di tonno rosso. Ordiniamo anche una focaccia sale marino e rosmarino, rigorosamente fatta in casa e cotta al forno a legna. Termini come focaccia precongelata e  pane rigenerato suonano come blasfemi in questo tempio della genuinita’.

 

Focaccia
Focaccia sale marino e rosmarino

Nel frattempo ci raggiunge Marek, che ha fatto tardi perche’ impegnato col figlio in un tema di Polacco. Ordina una tisana. Indossa una maglietta attillata nera a maniche corte, sull’avambraccio destro un tatuaggio in caratteri gotici recita “never ever give up”. Oggi pomeriggio, durante la Business Review, abbiamo visto una foto di lui sul desktop del suo lap top che finiva la mezza maratona del mezzo Iron Man, una cosa tipo 21 chilometri di corsa dopo 5 a nuoto e 75 in bicicletta. Mentre la sua bustina di lemongrass e zenzero diffonde un simpatico aroma nell’aria, mi mostra una foto di lui di due anni fa, o meglio di trenta chili fa: in quell’immagine non e’ rimasto quasi nulla del mezzo iron man che ha appena ordinato una dadolata di tonno rosso seduto davanti a me, se non lo sguardo incredibilmente determinato. Il Marek di due anni fa era, infatti, un tricheco baffuto amante dei cannoli siciliani a colazione.
Arrivano i secondi. Darek ha ordinato il polpo, tipica specialita’ di Varsavia, mentre io sono andato sulle  piu’ tradizionali costolette di agnello, altro pilastro della cucina dei cugini di Karol Woytila.

 

Octopus
Polpo grigliato, tipica specialita’ polacca

Varsavia, sia detto chiaramente, e’ una citta’ allo stesso tempo triste e bellissima, affascinante come una donna straniera, una di quelle bellezze che portano negli occhi azzurro ghiaccio tutta la tristezza dell’ Europa dell’Est.
Il giorno dopo, all’aeroporto “Frederick Chopin” compro una tazza come souvenir: e’ bianca e rossa, i colori della bandiera polacca. Una grossa aquila di aspetto vagamente germanico, completa l’immagine di potenza e orgoglio locale che quel semplice oggetto trasmette. Ci bevo il mio cappuccino italico- il miglior cappuccino del mondo- e la metto a lavare. Dopo il primo passaggio in lavastoviglie, quei colori sgargianti capaci di incutere timore allo (sprovveduto) straniero in visita in terra polacca si stingono, lasciando solo un pallido ricordo. Ora la uso per metterci penne e matite.
Alla fine, dopo una visita in Polonia, forse rimane rimane soprattutto questo, il pallore di un popolo che tanto ha sofferto e che nonostante tutto mantiene un- a tratti inspiegabile- orgoglio nazionale che gli fa parlare della Polonia come “del piu’ bel paese del mondo”.
Nasdrovia!

Soundtrack: Gazebo-I like Chopin

Fanno 20 anni anche i Pulp

in musica by

 She came from Greece she had a thirst for knowledge,/She studied sculpture at Saint Martin’s College.

Dovrebbe avere ormai più di 40 anni quella ragazza greca che conobbi in Erasmus esattamente 20 anni fa. Me lo ricordo bene.

Non che ci siamo poi frequentati così a lungo: certo abbiamo bevuto qualche aperitivo al Bar Italia e ballato come matti alla Disco 2000, ma ehi, erano tempi spensierati, e chi mai ha preso un impegno serio negli anni 90?

E dire che sarebbe anche potuta durare, forse eravamo un po’ squinternati (o meglio “mis-shapes”, come diceva lei) ma ci abbiamo anche provato a vivere come le persone normali. Affittare un appartamento sopra un negozio, tagliarsi i capelli e trovarsi un lavoro: purtroppo non siamo mai andati oltre la spesa al supermercato. Alla fine, come è ovvio, abbiamo anche cominciato a litigare, io preferivo gli Stone Roses, lei aveva una cotta per Damon Albarn.

Ci lasciammo per colpa dei suoi amici: Jarvis era un pazzo maledettamente serio, una presenza troppo ingombrante per chiunque, e Richard, beh Richard alla fine l’ha conquistata, con quella sua voce da crooner e quell’eleganza fuori tempo.

Me l’ha portata via, e anche io dopo un po’ me ne sono andato da Sheffield.

L’ho rivista l’altro giorno che vagava per Roma, ci siamo incrociati solo per un attimo ma sono certo fosse lei.

E’ invecchiata molto peggio della musica che ascoltavamo insieme 20 anni fa. Mi dicono che le piaccia sempre l’arte ma che adesso se la faccia con gente molto barbuta e seriosa. Anche Renton e Sick boy sono diventati grandi, ma faresti fatica a credere che una volta uscivano insieme, tanto è austera nel suo rigoroso minimalismo nero, dalle scarpe a punta alla montatura degli occhiali, al cappellino di feltro. Frequenta il giro giusto adesso e non si perde una serata al cineforum dedicato a PPP. La puoi vedere in certi luoghi borgata, esattamente quelli dei ragazzi di vita, contrassegnati da apposita street art. In questi giorni poi mi dicono sia presissima da un reading che stanno organizzando a Ostia, indovinate su chi.

Meglio la fretta e l’indecisione di quella musica, con il mondo ad assistere al gigantesco karaoke della coltura brit, o l’esasperata celebrazione dei nostri talenti migliori? Meglio l’esegeta del neorealismo romano o il raver che ha letto solo Irvine Welsh, e non l’ha neanche finito?

È stato un brivido.

Ho chiuso la zip della mia tuta adidas, ho fatto ripartire il walkman e le note di “live bed show” mi sono scoppiate nelle orecchie.

Chissenefrega: è tardi e Spud mi sta aspettando.

 

…tanti auguri “A different class”.

 

 

Perchè Ai Wei Wei è uno stronzo e la Lego ha ragione

in arte by

Ai Wei Wei, è il piu’ famoso artista contemporaneo cinese.
Ai Wei Wei è l’artista piu’ supportato da tutti.
Ai Wei Wei è un artista venerato da tutti, o (per fortuna) quasi.
Ai Wei Wei è uno stronzo.

Il fatto di essere uno stronzo prescinde il ruolo di artista, o le sue “capacità” in quanto tali.
Questo ciccione con la barba ha creato in effetti delle opere discretamente interessati, nate con lo scopo di criticare il regime cinese e la sua inamovibile ed arcaica struttura sociale e culturale.
Ma non è diventato famoso per questo. Checchè se ne dica la fama di Ai Wei Wei è cresciuta esponenzialmente, diventando globale, in seguito al suo arresto da parte delle autorità cinesi e ai suoi 81 giorni di detenzione, senza accuse formali, se non quella di evasione fiscale alla compagnia per cui lavorava. Le notizie al riguardo a tutt’oggi sono confuse.
Di sicuro una situazione che non è piaciuta a nessuno, a me per prima. Cercare di togliere (letteralmente) la libertà di espressione ad un artista rientra nella lista delle cose che mi fanno incazzare abbastanza.
Nonostante questo, lo stesso Ai Wei Wei conferma in un’intervista che senza la polizia “I would never have become so noticeable as an artist.’”.
Il suo arresto, di base, se da una parte è stata sicuramente una esperienza personale traumatica, dall’altra ha rappresentato il trampolino di lancio di Ai Wei Wei nel mercato artistico occidentale, che lo ha accolto a braccia spalancate.
Oggi il cinese è considerato un mito, un’icona, una sorta di rock star che viene addirittura fermata per strada. Adorato dai buoni di tutto il mondo, soprattutto in Germania nella sua migliore veste di Sailor Moon, dove Ai Wei Wei vive da quando gli è stato restitutito il passaporto, e dove ha trovato subito un nuovo impiego come Professore alla Universität der Künste di Berlino.

Fin qui tutto bene. Happy Ending, direte voi. Cosi potrebbe essere, se non avessi l’impressione (e a quanto pare non solo io), che sul suo status di perseguitato politico dalla cattivissima Madre Cina, Ai Wei Wei abbia cominciato a marciarci.

E’ di questi giorni la notizia che la Lego, la società danese produttrice di giocattoli, quella dei mattocini colorati, si sia rifiutata di consegnare un ordine di migliaia di mattoncini all’artista per la sua produzione della sua prossima opera gigante (come quasi tutta la sua megalomanica produzione) per una mostra che si terrà alla National Gallery of Victoria, in Australia.
Le ragioni della Lego sono semplici: la società produce giocattoli e desidera prendere le distanze da qualsiasi utilizzo politico dei suo prodotti.

Ai Wei Wei, come un bambino frignone a cui è stato bucato il pallone, non ha preso affatto bene questa decisione, ed è corso da mamma Twitter e da zia Instagram a denunciare il fatto, accusando la Lego di “discriminazione e censura”.

Vorrei sottolineare che la Lego non ha proibito ad Ai Wei Wei di utilizzare i suoi prodotti per creare un’opera. Semplicemente non glieli vende. Quindi non si può parlare di censura.

Non ci sarà nessun silenzio imposto all’artista, che tra l’altro, da grande accattone mediale (e non solo) quale è, ha già trovato il modo di ovviare al suo problema, facendo in modo che da tutto il mondo i mattoncini Lego gli venissero donati, dai figli dei suoi fans.

La decisione della Lego è, a mio avviso, piu’ che legittima. I mattoncini sono il giocattolo che piu’ di tutti istruisce il bambino alla Libertà creativa, e la reazione di Ai Wei Wei, che della lotta per la libertà espressiva ne ha fatto uso, e soprattutto consumo, per lungo tempo, è una contraddizione in termini ed un segno chiaro di ipocrisia.

E fa di lui quello che è, uno stronzo.

 

The Lasagna Thing

in cibo by

Dear non-Italian friends,
I am writing in support of your dietary liberation. As an Italian, I often discriminated your way of eating Italian food, criticising how you cook pasta, the time in the day you drink cappuccino or the cream you put in your tiramisu. Now it’s time to stop. And not just for me, I also urge all my fellow Italian to stop harassing you.
It is about time we Italians recognise Italian food is not only Italian anymore. And it has long been like this. When we emigrated and exported Italian food culture, opening Italian restaurants and bar everywhere in the world, we had to do compromise with the local culture and the local supply of ingredients. So “spaghetti with meatballs”, “spaghetti bolonnaise” and all the sort of possible stuff we Italians see as an aberration are actually part of Italian food culture in the world.
In other words, you have the right to eat Italian food the way you like it, without being obliged to listen to any Italian whining that your pasta is overcooked or that no one in Italy would eat pasta and chicken in the same dish: do as you like! Really!
As long as I do not have to eat it, you can eat Italian food as you wish.
After all, as an Italian, I never heard a Chinese person ironizing about the way we eat Chinese food in Italy: we normally walk in Chinese restaurants and get starters, first course based on noodles or rice and second course based on meat, chicken or fish: something that just makes no sense in real Chinese cuisine.
And no Chinese person ever told me we eat crappy spring rolls or fried rice, even though we do. No German friend ever mocked our würstel either (this is how we call Vienna Sausages in Italy by the way, of course it makes no sense, thanks for not telling us). And we are actually convinced Ikea food is the only existing Swedish food.
But why do we Italians eat this stuff, then? Well, for the very same reason you non-Italians eat not-proper-Italian food all around the world: we just like it the way it is!
We are used to it! Just like you people are used to overcooked spaghetti and overgarliced Bruschettas (we Italians do not eat as much garlic as people often assume, but if you like it, go for it!).
So, it’s really about time Italians stop pestering other people about how wrong their Lasagnas are and how they drink their macchiato. Don’t allow us harassing you about food, anymore, guys! Really!
Best!
P.S.: maybe, if we could just rediscuss that Lasagna thing…

Santé

C’era una volta MTV (ovvero, breve storia del videoclip)

in cultura/musica/televisione by

Qualche giorno fa ricorreva il ventennale dell’uscita di “Mellon Collie and the Infinite Sadness” degli Smashing Pumpkins. Tra quasi tutte le persone che conosco, si è scatenata un’ondata celebrativa in ricordo non solo di questo album stupendo, ma un po’ di tutto un arco di tempo che ha racchiuso una generazione. Quella generazione che, quando non era ancora passata, già era stata definita generazione X.
Presa anche io dai ricordi ho cominciato a ripensare a quei “venti anni fa o giù di lì”. C’ era una cosa che ha plasmato la cultura giovanile di quegli anni, tanto quanto il rock´n´roll aveva cambiato gli anni 50/60 e il punk gli anni 70: quella cosa era MTV.
Sì, perché la X generation altro non era che la MTV generation.

MTV inteso non solo come canale televisivo, ma come veicolo principale di trasmissione di un prodotto che ha rivoluzionato completamente il mondo dell´audiovisivo: il videoclip.

Convenzionalmente si fa risalire la nascita del videoclip al 1975, quando, in Inghilterra, il programma Top of the Pops manda in onda “Bohemian Rhapsody” dei Queen. Diretto da Bruce Gowers, realizzato in quattro ore con un budget di 7000 sterline, è il primo concept-video, pensato e realizzato per essere trasmesso in televisione: è un video concettuale, costituito da un montaggio serrato che unisce immagini live e primi piani del gruppo effettuati col prisma che rendono visivamente l’effetto del coro della canzone. È anche il primo caso confermato di capacità promozionale del video: dopo appena sette giorni dalla trasmissione del clip infatti, la canzone balza in testa alla classifica inglese restandoci per quattro settimane.
Oltreoceano sono i Jackson Five a sperimentare i primi effetti speciali con in video “Blame it on the Boogie”, del 1978.

Ma l’epoca del videoclip inizia a tutti gli effetti allo scoccare della mezzanotte del 1° luglio 1981 (che, guarda caso, è anche il mio anno di nascita), sul tasto 25 della tv americana via cavo dove erano sintonizzate circa due milioni di persone. Con un baritonale “Signore e signori… rock and roll!” MTV da inizio alle sue trasmissioni con un video di una semi sconosciuta band inglese. Sono i Buggles, e il video si chiama“Video killed the Radio Stars”. Girato da Russel Mulchay, è il primo con una vero storyboard che riutilizza le tecniche pubblicitarie, pensato appositamente per un videoclip.

Dopo il successo di Bohemian Rapsody inizia ad aumentare il numero di clip promozionali, che si avvalgono inoltre delle prime sperimentazioni di immagini ed effetti speciali, e contemporaneamente iniziano a nascere le prime case di produzione per videoclip. La prima società di produzione indipendente è la Roseman Production: strutturata come una società di produzione di spot pubblicitari, realizzava video con budget messi a disposizione dalle case discografiche. Nel 1976 la società apre una filiale a Los Angeles e produrrà tra il ’76 e il ’79 oltre tremila video; la Roseman ha inoltre una scuderia di eccellenti videomaker, come Bruce Gowers, Russel Mulchay e Julien Temple.

Il primo circuito di diffusione dei clip in America non è costituito dalle televisioni, ma dalle discoteche, i campus universitari e i festival underground. Nel 1979 nasce il canale musicale via cavo Video Concert Hall. Nel 1980 la Wasec trasmette sulla tv via cavo Nichelodeon un programma chiamato “Popclips” che doveva essere la versione televisiva di un’ora di radio: in pratica una sorta prova generale di Mtv. Poi arriva Bob Pittman, un radiofonico di 26 anni, che proponne alla Wasec una rete che trasmettesse musica 24 ore su 24. Mtv nasce con una library di appena duecentocinquanta video. Da quel momento, letteralmente, Video kills the radio star.

Curioso è che nello stesso anno nasca in Italia Videomusic, che è stato il mio primo grande amore televisivo.
Il primo videoclip italiano è “Rocking Rolling” di Scialpi, diretto da Piccio Raffanini. Beh non stiamo parlando dei Queen, ma Scialpi negli anni Ottanta era molto affascinante.
MTV arriva in Italia solo nel 1997, prendendo addirittura il posto di Videomusic nel mio cuore.

Il videoclip, spesso sottovalutato come forma espressiva, rispetto al cinema o alla videoarte, ha avuto per la cultura giovanile un impatto estremamente importante.
Nel 1979 il fenomeno punk inglese si sta esaurendo, pur continuando da quel momento fino a oggi a influenzare la musica. Le ceneri del movimento insegnano ai ragazzi degli anni ’80 ad affermare la propria identità attraverso comportamenti che avessero un preciso significato simbolico: la spettacolarizzazione dell’identità, l’uso dei propri mezzi per comunicare, una sorta di rifiuto per la società adulta, la classificazione della gioventù come categoria dello spirito, tutto questo diventa la base vitale delle generazioni dei giovani degli ultimi tre decenni. Per i giovani la musica diventa messaggio esistenziale, e lo sviluppo del videoclip rispecchia in un certo senso questa urgenza espressiva.

Oggi MTV è morta. Reality shows o programmi che nulla hanno a che fare con la musica, si sono impossessati di un canale nato per la musica. Ma il videoclip non è morto. Tanto oggi come allora, il videoclip è un fedele compagno di molti musicisti, semplicemente è più facile trovarlo su YouTube. In alcuni casi è una salvezza per gli stessi: vedi il caso degli OK Go, gruppo le cui canzoni mediocri restano difficilmente nella memoria, ma i cui video sono assolutamente geniali (vedere This shall pass too per credere)

Il videoclip soffre però ancora oggi di una sorta di pregiudizio qualitativo. Non è cinema, non  è videoarte, ha troppo a che fare con la pubblicità.

Quello che molti non notano è che, nonostante molti video siano poco più  che un accompagnamento visivo di ben poco valore, in alcuni casi questi audiovisivi sono dei piccoli capolavori.

Ma di questo ne parleremo dopo la pubblicità…

See you later, Dogui!

in cinema by

«Ero di casa a Port Lligat, vicino a Cadaqués, dove Dalí viveva. Un giorno, dopo aver cenato, il maestro mi porta a vedere l’opera che stava dipingendo, la “Pesca del Tonno”, che ora è esposta al Louvre. Arriviamo nello studio e… sorpresa, è tutto vuoto, non c’è un cazzo. Ad un certo punto Dalí prende una specie di telecomando e taac, schiaccia un bottone. Come per magia, dal pavimento si materializza una rotaia e appare la grande tela con il quadro. Libidine, tutto elettronico: era il 1967.»

A parlare così potrebbe essere qualcuno che sta realmente raccontando un aneddoto, o un attore che sta recitando una sceneggiatura scritta e studiata a tavolino. In realtà non è nessuno dei due, o meglio, è l’esatta sovrapposizione di entrambi: è una frase di uno di quegli attori che non ha mai recitato, ma che semplicemente ha portato se stesso (e un pezzo d’Italia che non esiste più, con sé), sul set.

Guido Nicheli, (il dogui, cioè il grande amante delle ghefi, il profeta della libidine e del panta bello diritto, nell’armadio), moriva il 28 ottobre di otto anni fa esatti, nel 2007. È diventata l’icona della spensieratezza ricca, borghese e politicamente scorrettissima, di una superficialità cafona e ostentata sotto cui si nascondeva, forte, un costante anelito di libertà: “c’è chi pensa che il pesce pilota sia destinato a una vita in solitudine perché se pilota è davanti a tutti. Errore. È sempre in compagnia della sua libertà perché decide dove andare. Believe me, credimi.” 

In questo senso, la libertà del Dogui non si è mai persa neanche davanti alla macchina da presa: non c’era bisogno di recitare, di sottostare al copione, ma bastava trasporre il proprio essere cumenda dalla vita alla storia, e riportare la propria maschera e le proprie esagerate, reali, manie sulla pellicola. Ad esempio, il celebre “Ivana, fai ballare l’occhio sul tic: Via della Spiga – Hotel Cristallo di Cortina, due ore, cinquantaquattro minuti e ventisette secondi: Alboreto is nothing!” non è mai stato scritto, ma completamente improvvisato. I tecnici di scena ridevano, e la scena si girava un’altra volta. Dopotutto, Nicheli nasceva odontotecnico, notato dai Vanzina e quindi incluso nel giro della comicità milanese in fermento all’epoca, da Teocoli, a Jannacci, a Pozzetto. Non ha avuto il successo di nessuno di questi – forse – e forse proprio perché non l’ha mai cercato. Faceva lo stretto indispensabile per poter vivere in prima classe, come diceva lui, ma senza aver bisogno di strafare. Non si proponeva, non cercava nessuno, non voleva stare costantemente in vetrina. Dopotutto, non era questione di fama e di soldi, ma ancora una volta proprio di semplice libertà:

“La ricchezza è la libertà di fare quel cazzo che vuoi, e in questo senso sono ricchissimo. Se hanno bisogno di me, chiamano loro. Altrimenti goodbye e see you later: arrivederci.”

E allora, goodbye e see you later, Dogui. Sei parte di un’Italia che un po’ ci manca.

doguitomba
La tomba di Guido Nicheli: “See you later”
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