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La Polonia dei murales tra voglia di bello e derive autoritarie

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«Non c’è voluto certo un grande carattere/per il nostro rifiuto dissenso e opposizione/abbiamo avuto un pizzico del necessario coraggio/ma in fin dei conti è stata una questione di gusto/Sì di gusto» *

Così si pronunciava nel 1981 Zbigniew Herbert, poeta dissidente polacco in esilio a Parigi, sulla necessità di combattere la dittatura comunista al potere nella sua terra d’origine. L’etica per Herbert, divenuto eroe nazionale una volta rientrato in patria dopo la caduta del Muro, era soprattutto una questione di estetica, una resistenza del bello sulle brutture (morali, ideologiche e propagandistiche) imposte dallo squallore di regime.

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Etam-Cru, Łódź

E la Polonia post-socialista sembrò apprendere quasi subito la lezione impartita da uno dei poeti-simbolo della rivolta, mettendo in atto, sin dagli esordi della rinnovata democrazia, una forma di resistenza artistica contro quel appariva fra i più pesanti lasciti di cinquant’anni di dominazione del brutto. Poco dopo la caduta del Muro, i numerosissimi quartieri-operai presenti in tutte le maggiori città del paese, dominati da osceni palazzoni grigi dall’aspetto quasi orwelliano, divennero il principale campo di battaglia per la rinascita estetica della nazione. Fu innanzitutto Łódź, città prevalentemente industriale, capitale del cinema polacco e luogo di formazione artistica, fra altri, di Roman Polanski e Krzysztof Kieślowski, a vedere i suoi muri decorarsi di quelle forme urbane emerse circa un trentennio prima nei bassifondi di New York: enormi e coloratissimi murales cominciarono ad apparire sulle facciate delle architetture sovietiche, mentre piccoli gruppi di graffitari anonimi lanciavano dall’alto dei tetti la loro sfida di bellezza all’eredità del recentissimo passato comunista.

In poco tempo, gli altri centri seguirono l’esempio di Łódź. Le aree più povere di Varsavia, Danzica, Cracovia, Gdynia, Bydgoszsc si popolarono di animali fantastici, allegorie politiche, figure umanoidi e rappresentazioni surrealiste a guardia dello skyline cittadino. Un processo che continua tutt’oggi, con una ricezione sempre più positiva da parte di un pubblico inizialmente scettico e ora travolto da questa piccola rivoluzione del gusto – i murales da forma di vandalismo a bene comune di un popolo in rinascita. Negli ultimi tre lustri, la street art si è imposta in Polonia come avanguardia di una nazione alla ricerca di una propria estetica redenta, grazie a una nuova generazione di giovani artisti votati al rinnovamento del panorama urbano: Chazme, M-City, il duo Etam Cru, Sepe, Natalia Rak, ecc. Questa frizzante atmosfera culturale è riuscita ad attirare anche grandi nomi internazionali, arricchendo ulteriormente il patrimonio artistico del paese con i lavori di Borondo, Blu, Remed, Ericailcane, Aryz, e dando dunque vita a un’ideale caccia al tesoro su larga scala a beneficio del turismo interno e straniero: il viaggiatore che voglia visitare una qualsiasi città polacca può spendere gran parte del suo tempo girovagando per le periferie e i quartieri popolari, alla ricerca di uno stile conosciuto – o di un tratto innovativo – sul muro scrostato di un vecchio edificio in rovina.

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Aryz, Katowice

Una storia apparentemente a lieto fine, se non fosse che la minaccia del brutto è sempre in agguato e rappresenta per la Polonia, ancora una volta, un rischio concreto. Dopo le elezioni dell’ottobre 2015, che hanno visto la vittoria del partito cattolico e ultra-nazionalista PiS (acronimo di Prawo i Sprawiedliwość, Diritto e Giustizia), il paese sembra infatti destinato a ricadere nelle maglie dell’oscurantismo ideologico. Oltre all’imposizione di tasse più pesanti sulle imprese straniere, lo smantellamento dell’attuale Costituzione, il divieto totale di aborto e l’occupazione sistematica di tutti i vertici del sistema mediatico statale con figure vicine al partito, il governo del primo ministro Beata Szydło si propone di indirizzare istituzioni e produzioni culturali verso la promozione del cosiddetto “Orgoglio polacco”. Orgoglio che si tradurrebbe nella celebrazione delle grandi figure nazionali (Copernico, Chopin, Karol Wojtyła e Marie Curie Skłodowska), a discapito di una qualsiasi analisi o interpretazione critica di una realtà storica ancora piuttosto controversa. Come scrive Alex Urso sulla rivista Artribune a proposito dei recenti sviluppi politici: «nonostante le pulsioni artistiche positive del momento e le potenzialità̀ individuali dei singoli artisti di ultima generazione, i limiti dell’arte polacca sono semmai da rintracciare nell’apparato istituzionale […]. Speculatori e affaristi dell’ultima ora, affiancati da una classe politica arrivista e di stampo populista, stanno lentamente rivelando le magagne di un sistema facilmente corruttibile, in cui interessi privati e pubblici si mischiano con insolenza, in cui il ruolo dei media la fa da padrone e le aspirazioni autoritaristiche dei rappresentanti sono all’ordine del giorno.» **

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Natalia Rak, Białystok

Una terra dunque al bivio tra una riappropriazione ancora lunga e faticosa del proprio patrimonio artistico e, soprattutto, urbano – il profilo dei maggiori centri della Polonia rimane grandemente deturpato dalla scelleratezza architettonica socialista – e politiche statali centripete tese all’omologazione e all’appiattimento culturale. Parliamo d’altronde di un aspetto non così secondario – o elitista – in un’ottica più generale di costruzione, o meglio, di mantenimento, di una coscienza civica trasversale. A 26 anni dalla fine del regime, gli operai di Solidarność che recitavano le poesie della dissidenza nel corso di scioperi e manifestazioni lasciano oggi a figli e nipoti la possibilità di scegliere tra due strade antitetiche: la crescita di un popolo (anche) attraverso lo strumento dell’arte, o la chiusura in se stessi e il ripiegamento in atteggiamenti antiliberali e nazionalisti. Rimane allora da sperare che la street art polacca, nata come espressione estetica critica nei confronti di un passato oscuro e tormentato, mantenga comunque quell’autonomia d’azione e di pensiero che le è stata propria sin dal principio, scavalcando gli ostacoli istituzionali di un paese che sembra voler far rivivere i suoi peggiori fantasmi.

Insomma, la speranza che, alla fine, il gusto abbia la meglio sulla bruttezza ideologica.

Polonia

* Herbert Zbigniew, “Potenza del gusto”, in Herbert Z., Rapporto dalla città assediata, Adelphi, Milano 1993: 219-220.

** Urso Alex, “Polonia tra paura e cambiamento”, Artribune, VI, 30, marzo-aprile 2016: 36-39.

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Renoir e De Gregori

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Renoir, del 1978 è per me il più bell’album di De Gregori. La prima canzone dell’album è “Generale” che diverrà una delle sue più conosciute. Ci sono altre perle, meno note, come “Natale”, “Raggio di sole” e “Babbo in prigione”.

E poi c’è la canzone che dà il nome all’album: “Renoir”.

Anzi, in realtà ci sono due canzoni che si intitolano “Renoir” e hanno lo stesso testo. Il testo è tra i più bei testi d’amore che De Gregori abbia scritto, secondo me può parlare d’amore e nostalgia a decine di generazioni successive alle nostre non meno – pure di più, anzi – di una poesia di Catullo.

Gli aerei stanno al cielo
come le navi al mare
come il sole all’orizzonte la sera
com’è vero che non voglio tornare
a una stanza vuota e tranquilla
dove aspetto un amore lontano
e mi pettino i pensieri
col bicchiere nella mano

Chi di voi l’ha vista partire
dica pure che stracciona era
quanto vento aveva nei capelli
se rideva o se piangeva
la mattina che prese il treno
e seduta accanto al finestrino
vide passare l’Italia ai suoi piedi
giocando a carte col suo destino

Ora i tempi si sa che cambiano
passano e tornano tristezza e amore
da qualche parte c’è una casa più calda
sicuramente esiste un uomo migliore
io nel frattempo ho scritto altre canzoni
di lei parlano raramente
ma non vero che io l’abbia perduta
dimenticata come dice la gente

Però, anche se le parole sono le stesse, non si tratta di due versioni della stessa canzone ma di due canzoni differenti. Almeno la interpreto così: la prima, lenta, pensata parla di amori appena finiti che fanno male acutamente e si accompagnano a tanta tristezza. La seconda è molto più ritmata, allegra, con due voci che ripetono lo stesso testo con mezzo secondo di stacco. Parla degli stessi amori ma dopo un po’ di tempo, quando si sono cicatrizzati e li si ricorda con un po’ di malinconia (la prima voce) ma anche con il gusto e l’allegria di averli vissuti (la seconda voce).

La prima Renoir

La seconda Renoir

Nell’LP originale la prima chiudeva il lato A, la seconda apriva il lato B. Una trovata semplice ma geniale, che purtroppo si perde nei CD e nelle versioni digitali, e un po’ anche nella mia cassetta analogica piratissima registrata dall’album di uno zio.

Ora, De Gregori è uno a cui piace nei vari dischi e soprattutto nei concerti variare i testi e sopratutto la musica delle proprie canzoni. Alcuni di quelli che vanno ai concerti se ne lamentano anche perché non riescono a cantare assieme a De Gregori che cambia continuamente le canzoni. Anche a me è capitato.

In realtà è giusto che le canzoni cambino, perché cambiano anche nella nostra testa, a seconda dei nostri sentimenti del momento. De Gregori fa bene a dimostrarlo ogni volta, a farci vivere le sue canzoni non come una natura morta cristallizzata nel tempo ma come un qualcosa di vivo, che si muove e a volte ti fa pure incazzare.

Le due canzoni “Renoir” sono la rappresentazione più plastica di questo. Per questo, se penso a De Gregori penso a “Renoir”.

Auguri, Francesco.

Santé

Vasco Rossi è stato un genio e io devo chiedergli scusa.

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Qualche giorno fa mi ero messo ad ascoltare un best of di Franco Battiato, di cui fino ad allora conoscevo essenzialmente tre canzoni: Cuccuruccuccù, Bandiera Bianca e Centro di Gravità Permanente. Dalle casse sono cominciate ad uscire fuori Prospettiva Nevskij, L’Era del Cinghiale Bianco,  Summer on a Solitary Beach e tante altre ancora, e sebbene per un secondo mi sia rammaricato di non averle mai ascoltate prima, a dominarmi è stato subito dopo la meraviglia di avere davanti a me un’intera discografia ignota e di qualità eccelsa, praticamente un godimento infinito.

Mi ero quindi ripromesso di ascoltarmi ogni singolo album nelle settimane successive e così ho cominciato con Patriots. Mentre stavo per passare a Gommalacca, è avvenuto – ahimè – qualcosa di strano e mostruoso. Da un angolo remoto del mio cervello, come il serpente che tenta Eva con una pasticca fuori dalla scuola, ho sentito me stesso pensare: “Beh, se per questo, non hai mai ascoltato nemmeno la discografia di Vasco”. Il maledetto suggerimento veniva dal fatto che, gli stessi giorni in cui avevo l’epifania su Battiato, mi era capitato di ascoltare per la prima volta Colpa d’Alfredo. 

“Ho perso un’altra occasione buona stasera / è andata a casa con il negro, la troia”.

Come scusa? Ha proprio detto “è andata a casa con il negro, la troia”. Mi ero fatto la classica risatina da stupore in ritardo di 36 anni ed ero andato avanti ad ascoltare. Beh, pazzesco! Non mi aspettavo da Vasco un testo in cui, anziché vagheggiare i soliti sentimenti noiosi e banali, veniva narrato un aneddoto con un dettaglio incredibile delle persone coinvolte, del luogo, di tutto ciò che è contenuto effettivamente nelle parole e ciò di cui non c’è nemmeno bisogno di dire un aggettivo. Non è affatto facile rendere al pubblico una descrizione fotografica di una situazione usando pochissimi versi, ma Colpa d’Alfredo ci riesce benissimo.

Così, ancora con l’ironia imbecille di chi guarda Ciao Darwin “perché mi piace il trash e mi piace soprattutto sapermi migliore di loro”, ho cliccato sull’album omonimo alla canzone. “Solo un attimo, poi torno a Battiato.”.

Cantanti completamente strafatti durante un concerto: deve esserci un momento nella vita di queste persone in cui il bivio tra sopravvivere e soccombere è decisivo. L’importante è trovare sempre qualcosa di ironico nelle cose, come il fatto che questo video sia stato caricato dal profilo ufficiale del Partito Democratico.

Tralascio il classico Non l’hai mica capito, ché sulla questione dei classici pop di Vasco ci voglio tornare dopo. Susanna è divertente ma dimenticabile, senonché mi colpisce perché penso a mia sorella che si chiama come la canzone, che è contemporanea (o quasi) al disco e da ragazza era fan di Vasco, e mi viene in mente che magari questo brano le piaceva tantissimo da piccola e che dovrei ricordargliela la prossima volta che la sento. Poi Anima Fragile, dove tiro un sospiro di sollievo: finalmente una canzone inutile alla Vasco Rossi. E sono già pronto a chiuderla lì, quando salta fuori Alibi, e di nuovo mi accorgo che sono letteralmente immerso nella scena descritta. Non solo, ma poi comincia ad elencare “devono accertare / controllare / verificare / analizzare / eventuali connivenze / coincidenze”. Un uso delle parole singole, tutte in rima, che non so come ma mi ricorda Nun te reggae più. 

Cavolo, un disco piacevolissimo. Ha le canzoni strane, le canzoni famosissime e spensierate, un tot di canzoni banalotte come è lecito che sia per un album non scritto dai Beatles. O da Battiato, per dire. Così mi viene un dubbio: stai a vedere che prima di diventare famoso, Vasco era bravo. Seleziono quindi Non siamo mica gli americani  e schiaccio play.

Signori, popolo che mi legge, voglio oggi chiedere scusa a Vasco Rossi. Mi scuso per tutte le volte che ho pensato che fosse un coglione totale, uno dei minimi livelli della musica italiana, fagocitatore di fama senza aver contribuito a nulla in Italia se non ad arricchire i gestori degli stadi di calcio. Perché se da un certo punto in avanti della sua carriera questi concetti possono anche essere in parte o del tutto veri, è sicuramente certo che come artista ha fatto dei veri e propri capolavori assoluti quali Non siamo mica gli americani. 

L’album, il secondo della sua discografia, contiene 8 canzoni. Una metà è piacevolissima. L’altra metà è già diventata pietra miliari mia personale raccolta di canzoni fondamentali. Si tratta innanzitutto di Fegato, fegato spapolato, che guarda un po’ inizia esattamente come Alibi. E, nuovamente, racconta in maniera fotografica una mattina – che diventa poi automaticamente l’intera giovinezza – del classico fattone del piccolo paesello di provincia. Noi oggi quando vogliamo attribuire un complimento ad un altro divo del pop, Max Pezzali, diciamo “Eh, ma come ha raccontato lui certe situazioni dei ragazzi di provincia, proprio nessuno”. Sì, ma si trattava dei ragazzi puliti, quelli da oratorio d’inverno e Grest d’estate, e delle loro comunissime disavventure. Quindici anni prima Vasco parlava già dei comunissimi problemi dei lazzaroni tossici e cazzari che esistono e sempre esisteranno in provincia. Gente priva delle velleità dei disgraziati cantati dai Baustelle. Nonostante per assurdo poi il testo contenga tracce di poesia talvolta perfettamente unita al comico:  “La primavera insiste la mattina” o “La festa ha sempre lo stesso sapore, gusto di campane, non è neanche male”. Montale, scansati.

Segue Sballi ravvicinati del 3° tipo. Concetti dello spazio profondo, melodie lontane come i già citati L. dei Baustelle o No Time No Space di Battiato. Solo che parla, di nuovo, di fattoni completamente persi. Gente che non ha bisogno di parlare di serpenti giganti e autobus blu per spiegare che si è imbottita di fumo peggio di una centrale a carbone dell’800. E poi Non siamo mica gli americani, con quell’intro assurdo in dialetto meridionale o con quella divagazione (Astro del Ciel) dentro la melodia senza alcun motivo apparente che oggi vengono ricalcate da Elio e le Storie Tese,. Con la differenza che Elio parla di cose demenziali del tutto immaginarie, mentre Vasco sta semplicemente recitando frasi che le persone semplici pensavano o dicevano per davvero durante la leva militare. Perché se la guerra rende i soldati semplici vittime e poeti (aka Generale, quella famosa di Vasco che poi ha rifatto De Gregori…no dai, scherzo) in tempo di pace a dominare è la pura noia di essere obbligati a fare da guardia alla polveriera di domenica sera, sotto la sarcastica minaccia della guerra fredda.

E infine Albachiara. Uno, superata l’adolescenza, deve rendersi conto che il pop non è una merda. Il pop, come tutte le cose, può essere una roba orrenda o un’opera d’arte. Dietro Uptown Funk di Bruno Mars, per dire, c’è del genio. Dietro i diversi singoli di Pharrell Williams c’è del lavoro impressionante. E noi italiani non possiamo chiamare “cantautorato” le canzoni di massa che ci piacciono per lasciare che al pop la spazzatura. Adesso venitemi a dire che Agnese non è pop come Albachiara. Che Notte prima degli esami non è pop come Albachiara. Una canzone che non è orecchiabile, non è che si lascia ascoltare. E’ una bomba universale che al secondo ritornello stavo per salire in piedi sulla scrivania, tirare un calcio al monitor e cantare in mezzo all’ufficio. Ed è solo perché sono a Tokyo; se fossi stato in Italia non solo il gesto non avrebbe avuto ripercussioni, ma sono pronto a scommettere che avrei potuto interrompermi a “Sei fresca come…” e, col gesto del microfono rivolto al pubblico, lasciare che i colleghi completassero il verso.

 

vasco fan

 

E nonostante tutto, oggi, Vasco Rossi è oggettivamente il simbolo del peggio che la musica italiana possa offrire. Con il senno di oggi, mi dispiace pure per lui. Come sia avvenuta questa trasformazione non lo so, non conosco la sua biografia né moltissimi degli album che sono venuti dopo Vado al massimo, l’ultimo album – per altro anch’esso stupendo – che si è fermato a quota 100mila dischi venduti. Sarà stato il successo: Bollicine, subito successivo e con un milione di copie vendute, mi ha fatto cagare. Magari è perché ha riunito sotto di se gli eroi di cui cantava, cioè quei fattoni ignoranti e privi di sogni che presi singolarmente in qualche serata all’osteria fanno ridere a crepapelle ma messi tutti dentro ad uno stadio finiscono per fare cose immonde (dovrebbero scrivere un libro sui racconti di gente che negli anni 80-90 andava ai suoi concerti: venderebbe più di tutti i titoli di Palahniuk messi assieme).

Quello che è certo e che sono stato mosso da un pregiudizio, ed è giusto che me ne penta.

Heidegger e il lato oscuro della filosofia

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Ieri su queste pagine, Lucio Gobbi ha scritto un breve articolo a proposito di Heidegger, i Quaderni Neri, l’adesione al nazismo e il presunto anti-semitismo del filosofo. Le tesi di Lucio sono sostanzialmente due:

  1. Non si può etichettare Heidegger come anti-semita o nazista sulla base di alcuni passaggi inquietanti dei Quaderni Neri. Quando lo si fa – dice Gobbi – si dimentica colpevolmente di citare i passaggi in cui Heidegger sembra esprimere giudizi diametralmente opposti.
  2. E’ scorretto etichettare Heidegger come un filosofo anti-scientifico e anti-moderno. H. non rifiutava la tecnica. Nella vita di tutti i giorni “guidava la motocicletta e aveva il riscaldamento centralizzato”. La questione della tecnica e della scienza è ben più complessa e profonda e ha a che vedere con l’impianto generale del suo pensiero.

Io la penso esattamente all’opposto di Lucio. Credo che Heidegger sia stato un convinto aderente al nazionalsocialismo e credo che fosse un antisemita. Penso inoltre che la filosofia di H. abbia un’impronta decisamente reazionaria, anti-scientifica e anti-moderna. Un impronta certo non caratteristica del solo pensiero heideggeriano, bensì tipica delle “utopie conservatrici”. E che tuttavia, proprio grazie alla enorme influenza che il modello heideggeriano ha avuto sulla successiva filosofia continentale, è riuscita a penetrare nel pensiero e nella cultura, anche quella italiana e anche quella non accademica, fino a diventare un tragico luogo comune.

Quanto alla questione del pensiero politico di H., esiste una diatriba decennale che appassiona molto gli specialisti e che, di tanto in tanto, riemerge anche sulla stampa. La pubblicazione dei cosiddetti Quaderni Neri ha offerto l’occasione per un revival dell’affaire Heidegger/Nazismo. La dialettica tra le opposte fazioni si incardina essenzialmente sulla ricerca di appigli testuali nelle opere di H. che servano, a seconda dei casi, per crocifiggerlo o scagionarlo dalla infamante accusa.
Nei fatti, è noto che H. abbia aderito al partito nazionalsocialista nel 1933 diventando nello stesso anno rettore dell’Università di Freiburg e mantendo la carica per un anno circa. Heidegger rimarrà comunque iscritto al partito fino al 1945. Sul fatto che Heidegger fosse un sincero nazista nel 1933 ci sono ben pochi dubbi; sono i suoi stessi discorsi e le sue lettere di quel periodo a testimoniarlo apertamente. Inoltre, ci sono ragioni per pensare che la sua adesione al nazionalsocialismo scaturisse da profonde convinzioni ideali e filosofiche e non fosse semplicemente un innamoramento passeggero. La vulgata storico-filosofica tende a isolare l’adesione di H. al nazionalsocialismo al solo anno 1933 e a etichettare questa scelta come un passo falso e una leggerezza della quale H. si sarebbe ben presto avveduto. Non voglio addentrarmi invece nella questione, abbastanza inutile ma molto dibattuta, che riguarda il ‘nazismo intrinseco’ nella filosofia heideggeriana, si tratta di un dibattito ermeneutico che, come tale, difficilmente può sperare di pervenire a un consenso.

Per quanto riguarda il presunto anti-semitismo di H., alcuni passaggi scandalosi dei Quaderni Neri sono piuttosto chiari. In questi passi, H. è molto esplicito nell’affermare che la questione ebraica è una questione metafisica prima ancora che razziale. Chi conosce lo stile di H. capisce bene che una simile imputazione è, nel gergo del filosofo, persino più grave della “semplice” accusa razziale. Gli ebrei sono, per H., “quella specie di umanità che, essendo per eccellenza svincolata, potrà fare dello sradicamento di ogni ente dall’essere il proprio “compito” nella storia del mondo”.
Lucio dice di non volersi soffermare su questo punto, e neanche io lo farò. Voglio approfondire invece la sua giusta osservazione che, in altri passaggi, H. sembra dire cose diverse e in definitiva in contraddizione con gli estratti sotto accusa. Anche questo non dovrebbe stupire chi conosce le opere e la biografia del filosofo. H. era notoriamente un personaggio ambiguo e doppio. Rispondendo per lettera all’amica e amante Hannah Arendt sulle voci che circolavano attorno al suo antisemitismo, H. liquidava queste ultime senz’altro come calunnie. Contemporaneamente, scriveva alla moglie descrivendo gli ebrei come degli approfittatori nei confronti dei quali “non si è mai abbastanza diffidenti.” Parole come “intossicazione”, “invasione”, “giudaizzazione” dell’università e della società tedesca ricorrono nelle sue lettere private. Mentre a parole mascherava il suo antigiudaismo di fronte ai colleghi, amanti e amici ebrei, nei fatti non osteggiava o addirittura approvava i provvedimenti del regime contro questi ultimi. Che si trovino giudizi e riflessioni contraddittorie negli stessi quaderni non è sorprendente alla luce della sua ambiguità e doppiezza di carattere.

Uno dei più fortunati topoi heideggeriani è la critica della tecnica e dell’immagine scientifica del mondo. Su questo punto Lucio scrive che la questione non può banalmente ridursi a un rifiuto della tecnologia, rifiuto al quale nei fatti H. neanche si sarebbe attenuto. Ciò che interessava H., dice Lucio, è piuttosto l’enfasi sull’incapacità del modello scientifico di porre o risolvere questioni fondamentali. In effetti, Heidegger identificava le scienze come “ontologie regionali” e le opponeva alla filosofia intesa come “ontologia fondamentale”: più o meno questo intendeva dire quando affermava che “la scienza non pensa”. (Per inciso questo modo di vedere le cose non ha nulla a che vedere con i risultati matematici del teorema di incompletezza di Gödel, e va rifiutato nettamente ogni paragone tra le grossolane semplificazioni della filosofia della scienza di matrice heideggeriana e le presunte conseguenze epistemologiche della monumentale fatica logica di Gödel).
Il modo in cui Lucio presenta la questione è del tutto corretto dal punto di vista delle premesse filosofiche del discorso heideggeriano. Le conclusioni che H. ne trae, tuttavia, non vanno ignorate. La specializzazione accademica, la divisione in dipartimenti, la tecnica e la ‘cibernetica’ erano per H. nient’altro che culminazioni del processo destinale di “oblio dell’Essere”. Questo oblio è per H una sorta di ‘peccato originale’ della modernità. Una modernità la cui corruzione è fatta risalire addirittura alla filosofia greca post-socratica e che man mano si dispiega, secondo una fenomenologia del rimosso, nella storia della filosofia e della scienza. La perversa culminazione di questa storia inautentica è da ritrovarsi, per H., non solo nella scienza e nella tecnica, ma anche nell’egalitarismo, nella cultura di massa, nel liberalismo (di cui gli ebrei sarebbero per natura infetti) e nella democrazia. Non è un caso che H. vedesse nel modello americano e in quello sovietico due facce della stessa medaglia. Nè si può dimenticare che buona parte del pensiero tardo di H. ruota attorno al concetto di nuovo inizio: sorta di palingenesi che dovrebbe seguire il necessario collasso della modernità corrotta. Heidegger è molto chiaro sul punto che, così come il primo inizio (quello pre-socratico) ha i caratteri dell’originario spirito greco, allo stesso modo il nuovo inizio non può che fondarsi sulla lingua e sullo spirito tedeschi. Svuotata dai suoi echi misticheggianti e delle fantomatiche catene etimologiche, la filosofia heideggeriana nel periodo dopo la cosiddetta svolta è insomma un intreccio indissolubile di nazionalismo radicale, critica alla modernità scientifica e utopia conservatrice.

Di filosofi dalle convinzioni politiche deliranti e dalla moralità dubbia è costellata la storia della filosofia. Il caso di H. ci colpisce particolarmente perché lo avvertiamo, per ragioni storiche, come più vicino a noi e perché l’adesione ad un movimento come quello nazista ci risulta del tutto intollerabile (pensiamo, per contrasto, alla leggerezza con cui si legge e si studia un filosofo certamente fascista come Gentile o tutta la schiera dei pensatori marxisti filo-sovietici). Ma la controversia infinita su H. è anche e soprattutto dettata da un luogo comune piuttosto radicato, che nelle parole di Lucio suona così: “il pensiero di Heidegger è un pensiero molto complesso ed è più comodo etichettare e mettere all’indice che cercare di capire”. Sarebbe il caso di chiedersi una volta per tutte in cosa consiste questa presunta complessità del pensiero di H., così come di molti filosofi contemporanei che si ispirano al suo stile e ai suoi temi. Ho la sensazione che questa presunta complessità sia nient’altro che un modo per descrivere l’oscurità e inaccessibilità, la sensazione di profondità e insondabilità, la percezione dell’abisso, che rappresenta il fascino di tanta cattiva filosofia. Quasi mai l’oscurità (che è cosa diversa dal tecnicismo) è sinonimo di profondità. Quasi sempre, invece, l’oscurità va a braccetto con il discorso magico, religioso, esoterico. Presentarsi come guru, come sciamani o maghi in possesso di un linguaggio iniziatico ed elusivo è il modo più semplice per creare attorno a sé una comunità di fedeli pronti a scattare in difesa del maestro. Sottrarsi alla comprensibilità, infine, vuol dire allo stesso tempo provare a sottrarsi alle proprie responsabilità, anche a quelle storiche e personali, per consegnarsi al vortice infinito delle interpretazioni inutili.

Blu, i murales cancellati e l’arte del futuro (che non c’è)

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Si è detto che la scelta di Blu di cancellare i suoi murales è stata una scelta dolorosa ma legittima.

Si è detto che l’arte appartiene all’artista, e che sta a lui decidere se ne è stata snaturata la poetica o meno.

Si è detto che il suo è stato un grido di libertà contro lo sfruttamento commerciale dell’arte.

Si è detto che non può esserci alternativa se non la ribellione di fronte all’egemonia plutocratica delle istituzioni, dei curatori, dei privati.

Si è detto che la Street Art non è tale se rinchiusa fra le mura di un museo.

Si è detto che nella rivoluzione non esistono compromessi.

Si è detto che la cancellazione stessa è in sé un’opera d’arte, una macchia grigia di denuncia schiaffata in faccia ai magnati.

Si è detto che le generazioni future un giorno ringrazieranno Blu per la battaglia ideologica che sta portando avanti.

Blu

Si sono dette tante cose. Io so solo che un artista ha deciso di privarci in maniera definitiva della sua opera, di privarci del piacere (emotivo e intellettuale) di ammirare qualcosa di bello. E se un giorno vorrò mostrare ai miei figli i murales bolognesi di Blu, tutto quello che avrò da mostrare loro sarà un muro spoglio e qualche vecchia foto del passato.

In tutto questo, io non ci vedo niente di democratico.

L’ARTE DELL’INCLUSIONE

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Esiste un termine che definisce una tematica che si sta, fortunatamente, sempre più ampliando nell’ambito del sociale, soprattutto in Germania, a cui viene data l’importanza che merita. Questo termine è “inclusione”.
La lingua tedesca non è particolarmente nota per la sua facilità di apprendimento, ma si può dire senza ombra di dubbio che sia una lingua estremamente precisa nelle definizioni. Molto di più della lingua italiana.
Se cercate “inclusione” sul dizionario, la Treccani la definisce così: “L’atto, il fatto di includere, cioè di inserire, di comprendere in una serie, in un tutto (spesso contrapposto a esclusione)” . Se invece andate sul Duden, viene definita “das Miteinbezogensein; gleichberechtigte Teilhabe an etwas “, ossia l’essere parte di qualcosa, o la partecipazione di diritto a qualcosa.
Mentre la nostra lingua prevede una azione (includere in qualcosa) che prescinde da uno stato delle cose altro (esclusione), nella lingua tedesca inclusione è “Zugehörigkeit”, appartenenza. Ed è, attenzione, diversa dall´integrazione. E’ un diritto dell´uomo. Una società inclusiva è una società di cui tutti fanno parte, dove persone con handicap fisici e mentali possano vivere e lavorare nella maniera più comfortevole possibile.
Il tema dell’inclusione ha assunto attualmente un ruolo sempre più importante nell’ambiente dell’arte e delle istituzioni culturali e museali.
A Berlino esiste dal 2009 un’organizzazione chiamata Insider Art, che ha creato una piattaforma online per artisti portatori di handicap sia fisici che mentali nonchè diversi eventi atti alla sensibiliazione sul tema inclusione per gli stessi.
Lo scorso anno è stata organizzata, dall’incontro e collaborazione di artisti portatori e non di handicap, una mostra “inclusiva”. Qua, le opere esposte passavano in secondo piano rispetto alla vera creazione comune dei suddetti artisti : un ambiente che fosse accessibile a tutti. La sala espositiva è stata trasformata in ambiente di sperimentazione atto all’abbattimento di barriere fisiche e mentali. Una rampa di accesso e una altezza delle opere esposte adatta sia a chi sta in piedi, sia a ci siede su una sedia a rotelle, un’audioguida e una mappa tastabile della sala per non vedenti, cosi come quadri materici da toccare, annunci in lingua dei segni per i non udenti e infine testi in versione semplificata per venire incontro alle disabilità intellettive. Piccoli accorgimenti che permettono a un pubblico maggiore di usufruire dell’arte.

Questa mostra è solo uno degli eventi che pian piano coinvolgono istituzioni molto più grandi, non solo in Germania: attualmente è in corso a Basel, al museo Tinguely, la mostra “PRIÈRE DE TOUCHER – Der Tastsinn der Kunst”, una mostra interamente dedicata alle possibilità della percezione aptica nel processo di conoscenza estetica deli’opera d’arte, mentre a Roma in diversi musei, il MACRO, al Museo di Roma, alla Galleria d’Arte Moderna e al Museo Napoleonico è in corso l’iniziativa didattica “Musei da toccare”.

L’ultima bella notizia in ordine cronologico è di oggi e viene dagli Staatliche Museen zu Berlin (musei statali di Berlino), dove al Neues Museum (quello dove sta il busto di Nefertiti, per capirsi) è stata creata una Audioguida in linguaggio semplice, per facilitare la comprensione delle opere a disabili mentali, a persone con problemi di apprendimento e a stranieri/immigrati, nonche una audioguida per bambini.
Tutto questo per dire che quando si sostiene che l’arte deve essere per tutti non vuol dire comprarsi una maglietta col disegnino di Banksy nel negozio di Souvenir a Londra, né farsi il tour dei graffiti a Kreuzberg.

 

http://www.tinguely.ch/en/ausstellungen_events/ausstellungen/2016/Priere-de-toucher.html

http://www.insiderart.de/

La Macchia Umana, di nuovo

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Comprai questo romanzo di Philip Roth a un’età troppo precoce per poterlo apprezzare del tutto (col senno di poi, troppo precoce anche per riconoscerne i difetti).
Andò così: vinsi un buono-libri per una “gara di lettura”, e per spenderlo entrai in una libreria dove mi cadde l’occhio su uno struzzo Einaudi avvolto da un nastro con l’immagine di Nicole Kidman. Il nastro con l’immagine era dovuta al fatto che stava per uscire l’adattamento cinematografico con la Kidman ed Anthony Hopkins nel ruolo dei protagonisti. Immagino che per lei questo dovesse essere l’ennesimo ruolo forte in quel periodo d’oro della sua età adulta in cui i ruoli “forti” le venivano quasi lanciati addosso (mi sembra anche esemplare il modo con cui quel periodo si chiuse, in una sequela di interpretazioni assolutamente manieristiche tra Diane Arbus e la madre di un demonio, come solo un’attrice qualunque alla ricerca di ruoli forti sarebbe stata in grado di paccare).
Ad ogni modo, comprarlo mi sembrò un modo per confermare definitivamente il mio status di lettore di cose adulte, e per quanto un professore di lettere ti potrebbe anche indicare un milione di alternative più adatte, quello presi.

La storia che incontrai fu questa: Coleman Silk, un professore di greco antico alle soglie della pensione, pronuncia a lezione un appellativo equivoco rivolto a due studenti perennemente assenti; l’appellativo in questione sarebbe “spettri”, che in inglese, “spooks”, è stato in passato un modo dispregiativo per indicare la gente di colore. I due studenti, effettivamente persone di colore, portano il caso in facoltà. Il consiglio di facoltà, facoltà di cui Coleman è stato a lungo preside, prende sul serio l’accusa di razzismo e gli chiede formalmente delle scuse. Coleman non cede e alla fine viene costretto a dare delle dimissioni. Qualche mese dopo lo scrittore Nathan Zuckerman viene in contatto con Coleman, e apprende del suo rapporto con Faunia Farley, una signora analfabeta di 34 anni, madre di due bambini morti per sua negligenza, costretta a barcamenarsi tra più lavori per le condizioni di assoluta indigenza in cui versa. Il romanzo che prende corpo è la storia di Coleman, della sua relazione con Faunia, e del disvelarsi tragicomico (e vi prego di prendere quest’aggettivo sul serio) del perché, messo davanti all’accusa di razzismo, Coleman ha deciso di non lottare e dimettersi.
Philip Roth oggi va di moda. Ma in quei molti che lo trovano “eccessivo” ho sempre avuto il sospetto che non riuscissero a digerire il suo modo poco gratificante di intendere la letteratura. Specialmente, risulta spesso poco digeribile a quel “lettore attento”, che purtroppo – andate a una presentazione qualsiasi – esiste ed è persona che ostenta sempre più la sua passione per i libri as opposed to, ad esempio, un’idea di arte altrimenti corrotta dalla musica rap o dal digitale (da questo punto di vista, che c’entra anche molto con la storia di Coleman e Faunia – sulla fine, l’amante della musica classica rappresenta il culmine di questo modo sacerdotale e salvifico di vivere le proprie passioni). Rimane, fondamentalmente, uno scrittore troppo consapevole della miseria a cui personalmente va incontro quando scrive un romanzo. Non è necessariamente l’unico modo di intendere la scrittura, o avvicinarvisi, ma pare che per Philip Roth la miseria dello scrittore di fronte alle tragedie degli altri sia qualcosa di così ingombrante che il lettore non solo deve venire esposto alla storia, ma anche alla miseria di chi scrive; la sintesi che il lettore deve trarre, il “momento purificatore”, è accettare, all’interno di una storia sia la narrazione, sia lo scrittore, sia il suo gioco crudele sulla vita delle persone. Mi sembra qualcosa di abbastanza generale e costante nella produzione di Roth e che vale per tutta la sua produzione precedente e successiva alla Macchia Umana.

Ok, ma quindi, questa Macchia Umana? Me la sono andata a rileggere qualche mese fa in lingua originale. Devo dire, se a un età troppo precoce l’unica cosa che avevo potuto provare era la vaga sensazione di venire bombardato dalle parole e della nitidezza delle immagini, questa sensazione è rimasta, si è amplificata notevolmente e oltre i brividi di fronte alla bellezza di certi passaggi mi sono sentito anche sollevato dalla paura che diventare lettori sofisticati significa perdere qualcosa. Quali riflessioni si possono aggiungere adesso che si è diventati lettori maturi?
Sul conformismo accademico Roth fa una panoramica mirabile su quei temi che, ad esempio, tanto accendono le dita sulla tastiera di Luca Mazzone. Sulla sessualità e sul desiderio spiega cose che tanto farebbero incazzare i soliti progressisti degli anni 10. Anche sull’affermazione della propria identità porta il lettore ad affermare delle verità tremende. Spiegare e anticipare la portata aggressiva e grandiosa delle conclusioni del romanzo significherebbe spegnerne la miccia. Ecco, una consolazione per il lettore nuovo arrivato è che tutte le tematiche vengono introdotte e contestualizzate a poco a poco: questo è un grande pregio, curarsi del lettore più sprovveduto, basta che questi abbia la buona volontà di imbarcarsi e farsi “bombardare”; ed è qualcosa che ho trovato tanto più ammirevole nel momento in cui, da ragazzino, avrei forse rischiato di interrompere il romanzo se avessi anche avuto la minima sensazione che mi stessero sfuggendo troppe cose. Roth rimane comunque uno scrittore democratico. E cosa nasconde invece la letteratura incomprensibile? Nel romanzo ci sono anche pagine molto divertenti dedicate al nucleo geografico della produzione di un certo tipo di stronzate incomprensibili (Sì, amanti del bateaux mouches).
L’unica vera novità che mi sento genuinamente di osservare, a una seconda lettura, è il tono insolitamente elegiaco della storia in confronto a quello che Roth aveva prodotto prima della Macchia Umana. Dalle sue cose precedenti l’aspetto ludico dello scrittore e dei suoi alter ego è quasi sempre sembrato trionfare in maniera distruttiva sulle vite dei personaggi. E’ come se a chiudere la storia Roth impugnasse alla fine una tromba e la suonasse dritta nell’orecchio di tutti; la sensazione che ho avuto stavolta è che, se la tromba va comunque a sfracassare i timpani di chi porta all’esasperazione Coleman e Faunia, nei loro confronti Roth e il suo alter ego posino lo strumento a fiato, e mettendosi a spalla un violino concedano loro quella pace che la comunità invece ha strappato. E’ un romanzo in cui si indugia molto sui momenti in cui i protagonisti sono felici, ed è una cosa che mi ha sorpreso.
Cito sparsi dei momenti che valgono da soli l’acquisto o la rilettura del romanzo:
– Nathan Zuckerman che ritrova il desiderio di raccontare una storia mentre balla con Coleman
– Il confronto finale tra Coleman la madre
– Coleman e Faunia che ballano nudi
– Faunia che abbandona nella gabbia di un corvo l’anello di fidanzamento.
– Zuckerman che osserva per l’ultima volta Coleman e Faunia, a un concerto di musica classica.

Rimangono solo i difetti che, dicevo, ho invece rilevato avvicinandomi una seconda volta al romanzo: leggetevelo, e se li trovate ci passerete sopra.

Chiedi chi era George Martin

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Se qualcuno si è meritato il titolo di “Quinto Beatle”, quello è George. Dal giorno in cui ha fatto firmare ai Beatles il loro primo contratto fino all’ultima volta in cui l’ho incontrato è stato sempre uno degli uomini più generosi e intelligenti che abbia avuto il piacere di conoscere.

Sir Paul McCartney

Ci sono esattamente sette persone che hanno reso i Beatles, beh, i Beatles. Quattro ci potete arrivare da soli chi siano. Il quinto era un tale del Tennessee. Il sesto era il loro manager Brian Epstein il quale, fra le altre cose, li convinse a piantarla di conciarsi così per iniziare a conciarsi così. Il settimo era il loro produttore, Sir George Martin, un compositore di 34 anni che prese quattro ventenni di Liverpool reduci da anni di concerti negli stripclub di Amburgo (spesso e volentieri strafatti di speed) e li trasformò nei musicisti più influenti del ventesimo secolo.

Se il talento compositivo di Lennon e McCartney andava istintivamente oltre il canone del rock’n’roll, Martin fu colui che guidò e assecondò quel talento: i Beatles portavano le idee e Martin le metteva in pratica e, spesso e volentieri, le migliorava. Giusto per essere chiari: tutte le innovazioni rivoluzionarie che i Beatles hanno apportato all’idea stessa di musica rock, dall’uso estensivo di orchestrazioni classiche al considerare lo studio di registrazione come un vero e proprio strumento, portano la firma di Martin.

Martin è quello che suona il piano nell’accordo iniziale di A Hard Day’s Night (tutte le parti di piano nei primi album sono opera di Martin, più o meno finchè McCartney non imparò a suonarlo decentemente); Martin è quello che fa lasciare il feedback iniziale nella registrazione di I Feel Fine; Martin che prende una “semplice” ballata di Paul McCartney per chitarra acustica e voce, e ci aggiunge un quartetto d’archi scritto e diretto da lui stesso (di cui McCartney inizialmente non era manco convinto, bontà sua) per produrre LA canzone dei Beatles; Martin che si ispira a Bach per l’assolo di piano di In My Life (con la registrazione accelerata al punto da sembrare un clavicembalo) e a Bernard Hermann (ovvero alla colonna sonora di Psycho) per l’arrangiamento Eleonor Rigby; Martin che si fa canticchiare i motivetti che hanno in testa Lennon, McCartney ed Harrison e li trasforma nel solo di tromba di Penny Lane, e in quello di corno di For No One, nell’organo di Being for the benefit of Mr Kite!, nelle fanfare di Sgt. Peppers Lonely Heart’s Club Band e Good Morning, nel duo di clarinetti di When I’m Sixty-Four e nelle orchestre lisergiche di I Am The Walrus e A Day In the Life; Martin che ottiene Strawberry Fields Forever come sintesi di due take registrati con velocità diverse (cosa che per la tecnologia dell’epoca era a un passo dal miracolo).

Martin che pare che non fosse proprio convintissimo di scritturare i Beatles inizialmente (tanto è vero che fece licenziare Pete Best perché non gli era piaciuta la registrazione originale di Love Me Do) ma si decise quando George Harrison iniziò a prenderlo in giro per la cravatta.

Martin che nel 2006 fu persuaso dal Cirque du Soleil ad aprire l’archivio delle registrazioni (alcune ancora in 4 e 8-piste) e a produrre, insieme a suo figlio Giles, la colonna sonora di Love, il loro nuovo spettacolo basato alla musica dei Beatles. Il risultato è talmente straordinario che non ho intenzione di sprecare parole per descriververlo: ascoltatelo e comprenderete (e poi venite a scrivere nei commenti quali citazioni riuscite a cogliere nell’outro, che sarebbe il contrario dell’intro, di Strawberry Fields Forever).

Sir George Martin si è spento ieri a 90 anni. Ed io non ho che augurargli un buon riposo.

Per tutti quelli che pensavano che fosse morto il ciccione di Game of Thrones vi informo che Jon Snow sta ciucciando cazzi all’inferno.

E comunque viene resuscitato quando bruciano il suo cadavere in quanto è figlio di Rhaegar Targaryen e Lyanna Stark

Masterchef non è un programma di cucina

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Non è un caso che i sei concorrenti di Masterchef rimasti in gara siano, in ordine sparso: una spocchiosetta che sostiene di aver sconfitto l’anoressia attraverso la cucina, un arabo pasticcione che si chiama Maradona, un bamboccione extralarge che a trent’anni vive ancora con la madre, una sindacalista cinica che parla come la Camusso, una fisioterapista emiliana abbandonata dal marito e un macellaio veneto che si aggira per la cucina con un perenne stupore esistenziale dipinto sul viso.
Non è un caso, credo, nell’ottica della progressiva trasformazione del format da programma culinario a vero e proprio reality, nel quale l’importanza delle ricette tende via via a sfumare per mettere in luce il vero elemento caratterizzante della faccenda: i personaggi, o per meglio dire gli stereotipi che quei personaggi incarnano.
Tra gli eliminati, lo ricordo, figuravano anche l’uomo senza nerbo (cazzabbubbolo, si direbbe a Roma) usato come zerbino dalla moglie e in cerca di rivalsa, il fotografo hipster, il secchione dottorando in filosofia, il graphic designer, la farmacista di campagna, il camerierino emaciato di concatiana memoria, la piccoloborghese abituata alle vacanze in barca.
Un campionario umano, più che una kermesse di piatti: il tentativo di rappresentare in salsa pop uno spaccato trasversale di società prima ancora che un festival dei fornelli.
Tant’è che le ricette, anno dopo anno, convincono sempre meno, e proporzionalmente diventano sempre più funamboliche e rocambolesche, al limite della formula da “Giochi senza Frontiere”, le prove cui i poveretti vengono sottoposti per poter superare il turno: non un’idea e non uno spunto culinario, insomma, ma semplicemente una lunga, interminabile carrellata di personaggi da sussidiario scolastico in preda a crisi isteriche da eccesso di pressione.
Rifletteteci un attimo: Masterchef non è (o perlomeno, non è più) un programma di cucina. Voglio dire, se ai malcapitati venisse richiesto di fabbricare castelli di carte, di giocare a shangai o di cimentarsi con l’Allegro Chirurgo, e se quei malcapitati fossero rappresentativi di altrettante “categorie” sociali ben definite, il programma funzionerebbe esattamente allo stesso modo. Per carità, magari avrebbe un po’ meno successo, perché la mania della cucina ormai straripante è pur sempre un formidabile pretesto per tenere molte persone (tra cui lo scrivente) incollate alla televisione: ma è sempre più evidente il fatto che si tratti, appunto, di un pretesto, di uno specchietto per le allodole, mentre in realtà si parla (o si cerca di parlare) di altro.
La progressiva defilippizzazione della tv, verrebbe da dire: se non fosse che neppure la De Filippi sembra aver inventato niente, essendosi probabilmente limitata a occupare per prima il solco di una sorta di vouyerismo vagamente disimpegnato che ormai dilaga in ogni dove tra malattie imbarazzanti, personaggi famosi rinchiusi in ogni sorta di contesti claustrofobici e gente qualsiasi che si sposa a cazzo di cane dopo un paio di appuntamenti al buio.
Intendiamoci, non che la cosa mi scandalizzi: la televisione è quello che è, e tutto sommato va benissimo così.
Buon Masterchef a tutti, quindi. E comunque secondo me alla fine vince Lorenzo.

Le canzoni di Sanremo 2016 spiegate meme

in musica by

Le abbiamo ascoltate tutte. Recensirle sarebbe banale, e poi già c’è venuta l’orchite a sentirle, figuriamoci a leggerne. E allora perché hanno inventato l’internet? Per i porno e per leggere di meno, naturalmente. Eccovi serviti.

Lorenzo Fragola – Infinite volte
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Noemi – La borsa di una donna
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Dear Jack – Mezzo respiro
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Giovanni Caccamo e Deborah Iurato – Via da qui
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Gli Stadio – Un giorno mi dirai
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Arisa – Guardando il cielo
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Enrico Ruggeri – Il primo amore non si scorda mai
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Bluvertigo – Semplicemente
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Rocco Hunt – Wake Up
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Irene Fornaciari – Blu

Dolcenera – Ora o mai più” (le cose cambiano)
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Clementino – Quando sono lontano
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Patty Pravo – Cieli immensi
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Valerio Scanu – Finalmente piove
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Francesca Michielin – Nessun grado di separazione
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Alessio Bernabei – Noi siamo infinito
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Elio e le Storie Tese – Vincere l’odio
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Neffa – Sogni e nostalgia
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Annalisa – Il diluvio universale
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Zero Assoluto – Di me e di te
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Cercasi Gesù: Beppe Grillo e l’ipocrisia cattolica

in cinema/politica by

Non so se ve lo ricordate, ma nel 1982 Beppe Grillo tentò la carriera cinematografica collaborando con Luigi Comencini su una produzione liberamente ispirata a L’idiota di Dostoevskij. Il film, Cercasi Gesù, vedeva Grillo come protagonista nei panni di un sempliciotto sbucato dal nulla e assoldato da un’editrice cattolica per rappresentare il volto moderno del Cristo.

In una critica serrata della società italiana degli anni ’80, Grillo e Comencini mostravano tutta l’ipocrisia di una Chiesa desiderosa di mostrarsi al passo coi tempi e sostenuta da una gerarchia ecclesiastica alla scoperta del marketing, ma al tempo stesso incapace di liberarsi del suo fardello di avidità secolare, intolleranza e paura del nuovo.

Grillo incarnava perfettamente il potenziale dell’uomo della strada, intellettualmente semplice ma di un’onestà disarmante, che preferisce passare il suo tempo tra bambini handicappati e terroristi redenti piuttosto che sporcarsi le mani con gli affarucoli di scribi e farisei vaticani. Proprio come il Gesù dei Vangeli, il personaggio del comico genovese metteva alla berlina le contraddizioni dell’autorità religiosa con esempi di reale virtù e azioni di umana solidarietà.

Un Beppe Grillo coraggioso insomma, che non esitava a puntare il dito contro la Chiesa cattolica pur mantenendo una sobrietà nei toni e nei contenuti molto distante dai metodi adottati in tempi più recenti. Era la coscienza a parlare all’epoca, non lo stomaco di un branco di elettori incazzati e sbraitanti. Una coscienza che sembra ora del tutto scomparsa, per fare spazio a un mix ributtante di attitudini forcaiole, realpolitik e semplice indifferenza per tutti quei temi che esulano dalla rabbia della gggente.

A quanto pare, il ddl Cirinnà rientra perfettamente quest’ultime due categorie, laddove l’opinione di una minoranza cattolica all’interno del M5S e un probabile disinteresse personale per le questioni civili sono bastate a Grillo per proclamare la “libertà di coscienza” sul voto al Senato, sabotando di fatto l’iter futuro del disegno di legge. Un intervento a gamba tesa che, ben lungi dal garantire genuini spazi di manovra ai parlamentari grillini, rischia in un’ultima analisi di consegnare il destino dei diritti omossessuali nelle mani del solito Cattolicesimo di regime.

Chissà cosa direbbe oggi, di tutto questo, il Gesù di Grillo e Comencini.

I 10 momenti dei Sanremo recenti per cui anche quest’anno sarà uno spettacolo imperdibile

in musica/televisione by

Al di là dell’intramontabile e assicurata presenza del Maestro Beppe Vessicchio, al massimo sostituito da Massimo Cacciari, che non sa dirigere l’orchestra ma parla molto bene, qui trovate una breve soluzioni di momenti molto alti tratti da edizioni recenti del Festivàl. Andare a scavare più indietro sarebbe stato scoperchiare un vaso di Pandora per cui, francamente, non mi sentivo pronto.

Certi che anche quest’anno lo show non ci deluderà, noi intanto ci siamo attrezzati con il consueto sobrio gruppo d’ascolto su Facebook. Ci vediamo lì.

 

10 – La famiglia Anania da Catanzaro con 16 figli, apertura col botto dell’anno scorso. Sedici. Figli.

NB: impossibile non pensare a

 

9 – Che ve lo dico a fare.

 

8 – Benigni che parla della canzone della Zanicchi ancora in cui lei ha scoperto di non essere ancora in menopausa, lei viene eliminate ed è subito POLEMICONE.

 

7 – Siani, simpaticissimo, che arriva e come prima cosa ha L’OTTIMA IDEA di insultare gratuitamente un bambino sovrappeso tra le prime file.

 

6 – Questi due che nessuno ha ancora capito chi cazzo siano.

 

5 – Il momento graziosamente balcanico, tutto rigorosamente in playback, in cui nonostante fosse il 2004 si respirava a pieni polmoni degrado post-sovietico del 1993.

 

4 – Quella volta in cui a nessuno fregava un cazzo che Albano e Romina fossero tornati a cantare insieme, però almeno lui ha fatto le flessioni sul palco.

 

3 – Adriano Pappalardo nel suo momento di massimo splendore artistico e intellettuale. Era il periodo dell’Isola dei Famosi, qui siamo oltre. Notare, in particolare, l’abbigliamento delle grandi occasioni e il pippone finale.

 

2 – Naturalmente il trio delle meraviglie composto da Pupo, Emanuele Filiberto e il tenore Luca Canonici. C’è qualcuno dell’orchestra che ancora non si è ripreso.

 

1 – Al primo posto ci può essere solo e soltanto quell’episodio in cui un consesso d’intellettuali d’assalto composto da Gigi D’Alessio, Loredana Bertè e il Dj Get Far – Fargetta ha trasformato il compassato palco dell’Ariston in una discoteca di Rimini, grazie all’ausilio di un centinaio di ballerini tamarri.

Franca Leosini e l’eleganza dell’orrore

in televisione by

‘La mia esperienza,’ così si rivolgeva Sherlock Holmes al fidato dottor Watson, ‘mi dice che il più miserabile cortile di Londra non può fornire una più spaventosa cronaca di peccati di questa ridente e gaia campagna’. Al volgere del XIX secolo, lo scrittore scozzese Arthur Conan Doyle riassumeva in poche righe il grande fenomeno letterario, giornalistico e giudiziario della contemporaneità: il “provincialismo dell’omicidio”, ovvero l’idea diffusa che i crimini più orrendi abbiano luogo in piccoli centri abitati, nel giardino dietro casa, per mano di insospettabili vicini. E per raccontare al meglio questa provincia sanguinaria serviva un donna, anzi due, ovvero Agatha Christie e Miss Marple, scrittrice e personaggio di fantasia che ben incarnano lo spirito salottiero dell’investigatore moderno: per risolvere l’omicidio del quartiere, niente di meglio che una bella tazza di the fra amiche e una battuta pungente sul nuovo giardiniere.

Franca Leosini, giornalista dal passato fatto di grandi scoop e attualmente autrice del programma di inchiesta Storie maledette, appartiene senza dubbio a questa tradizione: per intervistare assassini senza scrupoli, serial killers impenitenti e criminali indifendibili quel che serve è una messa in piega perfetta, un abito impeccabile confezionato su misura e tutta l’affabilità di un’elegante signora over 60. La drammatica realtà del crimine, così come la psiche di chi lo commette, può esser svelata solo con l’apparente bonarietà di una Miss Marple nostrana, piacevole e innocua nell’aspetto e nei modi, ma intelligente e implacabile nel cogliere le sfumature, o meglio le crepe, nascoste tra le parole dell’interlocutore-imputato.

La professionalità della Leosini non è in questione. Anzi, è proprio un surplus di competenza l’arma principale della giornalista, che si diverte a disorientare lo spettatore – e, molto spesso, pure l’ospite – con l’educato distacco e l’affabilità sorniona del gatto pronto a balzare sul topolino ignaro. È un gioco di aspettative: siamo perfettamente consapevoli del percorso che seguirà l’intervista, così come che sappiamo lo spazio di manovra dell’intervistato è in realtà piuttosto limitato. Ma è esattamente lo scarto, l’intervento sagace o il calembour linguistico della Leosini quel che stiamo aspettando.

Le storie risultano così quasi secondarie, o perlomeno di contorno: i fatti accaduti o i punti di vista dei vari protagonisti delle vicende giudiziarie contano poco, quel che interessa è invece è l’approccio a un certo tipo di umanità – l’approccio leosiniano. Come una vecchia parente zitella ma dal passato turbolento, la Leosini castiga e consola, ammicca e finge di indignarsi. È un confessionale della pasta sfoglia, in cui l’atmosfera casalinga ha comunque la meglio sui traumi raccontati. Paradossalmente, vorremmo trovarci noi stessi a quel tavolo a dialogare amabilmente dei nostri più efferati omicidi.

La Leosini ha successo perché racconta l’orrore decorandolo con dei centrini. Come per le tenere ziette omicide di Arsenico e vecchi merletti, il sorriso prende il posto a una smorfia di disgusto di fronte a situazioni che, diciamolo chiaramente, in altri contesti ci avrebbero trasmesso un certo disagio. Arriviamo persino a simpatizzare con l’intervistato, quasi fosse una comparsa di una simpatica black comedy in cui ciò che veramente conta, alla fin fine, è esorcizzare con una risata a denti stretti una realtà troppo spaventosa per essere pensata altrimenti. Certo, la Leosini non risparmia nulla allo spettatore, però lo fa con la grazia e l’impeccabile savoir-faire del chirurgo che vi annuncia la necessità di un’operazione urgente a cuore aperto.

Insomma, si può fare giornalismo sporcandosi le mani al contempo apparendo candidi come gigli. L’osceno lascia spazio all’armonioso, al delicato, pur mantenendo sotto la superficie un’inquietudine non del tutto repressa, un fastidio di fondo stemperato giusto da quel tocco di mondano che traspare dai modi educati della simpatica intervistatrice. Franca Leosini, incantatrice della porta accanto, riesce a mettere il pubblico a suo agio di fronte al peggio della natura umana.

E, proprio per questo, non riusciamo a staccarci dal televisore.

I marmi pudichi del bravo progressista

in cultura by

Le cortesie per gli ospiti che usiamo noi, rispetto a quelle che Ian McEwan faceva adoperare a Robert e Caroline nel romanzo del 1983, vanno nella direzione opposta e contraria: dal sadismo di quelle parti al masochismo nostrano. Copriamo i nudi, i nudi femminili delle statue che stanno lì da prima che qualcuno iniziasse a chiedersi se sia giusto o meno, signora mia, adoperare certi riguardi. Li copriamo perché sembra che ci offenda offendere anche chi, quotidianamente, offende le fondamenta di quel sistema di pensiero che ci porta a porci questi esatti problemi. Ma noi, si sa, siamo superiori (e come, se lo siamo!). E quindi mica ci si può sempre abbassare al livello di “ha cominciato prima lui”. Però c’è un limite, labile, che attraversa il doveroso, il ridicolo, e giunge fino al pericoloso. È un po’ quella vecchia storia del borghese che, per rinnovare la propria convinzione di esserlo, fino in fondo, nel midollo, vendeva al delinquente la corda con cui lui l’avrebbe impiccato.

Insomma, la Mogherini va in visita in Iran e si mette il velo, perché si sa, la sensibilità, la cortesia, e dopotutto paese che vai usanze che trovi. Però poi, ai Musei Capitolini, quei seni che sono valsi da canone estetico di tutto ciò che conosciamo, per come lo conosciamo, diventano scandalosi, vergognosi, sconvenienti. Una meschinità da nascondere, ché l’islamico se ne risente. La libertà beata di chi quei corpi li ha scolpiti occupandosi solo del loro valore estetico, della loro inutilità contingente e quindi della loro forza dirompente – in virtù della quale eccoli qua, a distanza di secoli, a troneggiare nei musei buoni per gli ospiti internazionali – non vale più niente, a un tratto.

L’avrà chiesto qualcuno, di coprire quelle statue, o è stato l’eccesso di zelo di un qualche funzionario che si è reso più ayatollah dell’originale? Non so quale sia la risposta che mi spaventa di più. Ci dicono che bisogna adeguarsi, alle sensibilità. Si svuotano i simboli? Chissenefrega! L’importante è che nessuno si senta offeso, minoranza o outsider che sia, e così facendo via, ad appiattire tutto, ad appianare e appianarsi ché se manca il tappeto che problema c’è, c’è la mia schiena, foderatela pure di velluto rosso. Esagero? Può darsi. Sono solo simboli? Sicuramente. Che però non siano il termometro di una situazione in cui il progressismo è diventato spersonalizzazione e irrazionale civetteria, beh, di questo temo di dubitare. Speriamo solo che mi sbagli.

Provaci ancora Leo! – The Revenant: la recensione

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“Tra l’ironia e il sarcasmo,” diceva quel pirata dal fascino senza tempo di Corto Maltese, “passa la stessa differenza che tra un sospiro e un rutto.” La stessa cosa si può dire del rapporto fra cinema autoriale di vecchio stampo (pacato nei toni ma di qualità ottima) e la polluzione egotica di una certa Hollywood contemporanea – quella che si fa le seghe davanti allo specchio, per intenderci.

Purtroppo, l’ultimo film di Alejandro González Iñárritu, The Revenant, fa parte di quest’ultima categoria. Già in Birdman i più attenti avevano notato una certa deriva del regista messicano autore di piccoli capolavori come Amores perros e 21 Grammi, in un tripudio di retorica farsesca che si nascondeva dietro piani sequenza infiniti e virtuosismi stilistici di maniera. E se un ottimo Michael Keaton si era trovato a dover reggere il moccolo nella relazione incestuosa tra Iñarritu e il suo specchio, questa volta il compito ingrato è toccato al povero Leonardo DiCaprio, ormai disposto a tutto pur di vincere quella dannatissima statuetta d’oro.

The Revenant è un film esagerato, ma nella nozione negativa del termine. È un’esplosione continua alla Michael Bay, un collage di situazioni improbabili, paesaggi spettacolari e masochismi interpretativi col solo scopo di ubriacare lo spettatore, che si trova all’uscita del cinema completamente rincoglionito e poco conscio di una trama altrimenti improbabile – se non addirittura ridicola. La storia vera della lotta per la sopravvivenza del cacciatore Hugh Glass, scampato nel 1823 a un attacco di un grizzly e abbandonato nella foresta, ferito, dai compagni, diventa infatti una parodia del massacro per certi versi simile a Gravity di Alfonso Cuarón, con la gente in sala che ride per la marea di sfighe surreali che minacciano in continuazione  la vita del protagonista. Lo sfondo è il panorama meraviglioso delle montagne e dei fiumi della Columbia Britannica, il cui aspetto documentaristico viene purtroppo rovinato da un abuso di CGI. E’ tutto troppo nel film di Iñarritu, c’è sempre qualcosa che sembra dover stonare per forza, quasi fosse un obbligo.

Dispiace poi che in quella che parrebbe una cura maniacale per la regia e il montaggio scada in piccole disattenzioni d’antan, come i cambi climatici repentini nell’ambiente circostante (neve che appare e scompare da una scena all’altra) o i fucili ad avancarica che, nel corso di una scena d’azione, si ricaricano misteriosamente da soli e sparano due volte. Ma il peggio è rappresentato dalle trovate da mockumentary e splatter movie, ovvero gli schizzi di sangue sulla telecamera o il fiato dei protagonisti che appannano l’obiettivo (per non parlare dei sogni-visioni del protagonista sulla moglie morta, a metà strada tra le scene nel grano de Il gladiatore e la fotografia pedante di Nicolas Winding Refn).  Gigionate davvero inutili.

E il povero Leo? DiCaprio ci regala due ore di pura sofferenza fisica, dipinta e assolutamente visibile sul suo volto. Emotività però che si ferma solo lì, sulla faccia, dato che in tutto il film il regista gli mette in bocca sì è no cinque battute. Il resto è un grugnito continuo, uno sbavazzarsi sul mento tra una sfiga e l’altra. Eppure credo proprio che a questo giro l’Academy si troverà costretta a premiarlo con l’Oscar – se non altro per esasperazione. Come diceva un mio amico alla fine della proiezione, “se questa volta non glielo danno, al prossimo film si taglia la pelle come in una performance di Marina Abramović.” Body art extrema ratio.

Insomma, The Revenant è quel cinema che faremmo a meno di vedere ma che alla fine vediamo lo stesso, un po’ perché ci siamo affezionati ai tentativi fantozziani di DiCaprio, un po’ perché Iñarritu è uno che il proprio mestiere alla fin fine lo sa fare, eccome. Tuttavia è forse la consapevolezza della propria estrema bravura a spingerlo in una deriva autoreferenziale e parossistica, un loop squilibrato di ripetizione del canone (un po’ come Sorrentino in The Youth che copia Sorrentino in La grande bellezza). Tanto, troppo narcisismo e pochissima sostanza.

Il risultato? Un film fatto per registi e attoroni a caccia di Oscar che molto spesso si dimentica del vero referente: lo spettatore.

Che settimana pesante

in cinema by

Così esordiva il mio compagno quando mi scriveva che, oltre a David Bowie e ad Alan Rickman era morto pure David Margulies.

A parte quello sfigato due volte per essere morto dopo un’icona della musica e una del cinema, Margulies ve lo ricorderete senz’altro per essere stato il sindaco che a “masse isteriche”

decideva di dare carta bianca a Peter Venkman.

Niente, era giusto ricordare anche lui.

Dopodiché lo sappiamo tutti: Alan Rickman ci ha fatto innamorare interpretando Severus Piton (o Snape, per chi ha seguito la saga in lingua originale), uno dei personaggi meglio riusciti della letteratura ME NE FREGO DI TUTTI I VOSTRI SCRITTORI FAMOSI HIPSTER MATTI, HARRY POTTER PIETRA MILIARE TOTALE BRAVI BRAVI CONTINUATE A FARE I CLASSISTI E A LEGGERVI I TOMI DI SCRITTORI POLACCHI MORTI SUICIDI GIOVANISSIMI

Si diceva; Alan Rickman in realtà non ha interpretato solo Piton: l’altro ruolo per il quale tutti se lo ricordano è il marito di Emma Thompson in Love Actually, che ora voi romanticoni andrete subito a rivedervi, perché alla fine quando Colin Firth va a trovare la sua filippina in Portogallo per chiederle di sposarlo ci vengono sempre i lucciconi.

Però che cazzo: questo era un super attore e tutti se lo ricordano per essere stato il sosia di Renato Zero che insegnava pozioni a degli insopportabili adolescenti in più doveva pure sorbirsi tutto il disagio di questo mondo. Mica è giusto. Alan, ci penso io a darti un degno tributo, anche perché quando mi hanno detto che eri morto ero triste sul serio. State a mori’ tutti, mannaggia alla miseria.

Non spenderò parole su quanto amassi Rickman, il suo viso meraviglioso, il suo estremo fascino, il sorriso magnetico e la versatilità che ha fatto sì che diventasse un attore in grado di interpretare qualsiasi ruolo: mi limiterò ad elencare 5 film che sarebbe carino rivedere per omaggiarne la figura, perché scommetto che non vi ricordavate che in queste pellicole ci stava pure lui.

  1. Sweeney Todd, quando Tim Burton voleva fa’ il musical perché era il più matto di tutti;
  2. Profumo, storia di un assassino, o del perché mi tinsi i capelli di rosso per la prima volta cercando di somigliare vagamente a quella super fregna roscia bellissima protagonista, invece mia madre mi disse “Questo colore io lo chiamo rosso menopausa” (avevo 22 anni);
  3. Robin Hood – Principe dei ladri: Rickman è il secondo sceriffo di Nottingham che se ne va, il primo è stato lui,
    "Vi chiamate Smerdino...?"
    “Vi chiamate Smerdino…?”

    ab aeternam, ragazzi.

  4. Die Hard, quello che in italiano hanno chiamato Trappola di cristallo (ma perché?): non me lo ricordavo nemmeno io che ci stava lui;
  5. Dogma, il Kevin Smith che ci piaceva tanto.

Bonus: se vi capita guardatevi pure Gambit: non è certo un capolavoro nonostante sia scritto dai Coen, ma Alan Rickman tira su tutto il film.

Grazie, eri un grande.

 

JJ

 

David Bowie e il coraggio delle stelle

in musica by

Viviamo in un’epoca di grandi talenti canori e autori inesistenti. Basta accendere la televisione e mettersi a guardare un qualsiasi talent musicale: tantissimi ragazzi e ragazze in competizione per quei fottuti quindici minuti di celebrità, una rincorsa alla celebrità dell’attimo che, nella migliore delle ipotesi, si tradurrà in una folgorante carriera da interpreti eccezionali di canzoni mediocri.

Legioni di schiavi talentuosi “costretti” a mettere la proprio voce al servizio di brani altrui, motivetti da barbiere che rimangono nelle nostre orecchie giusto per la durata dell’assedio radiofonico, in una bulimia di tormentoni stagionali destinati a soccombere di fronte alla prossima ossessione del momento. Non vi è distanza tra terra e cielo per questi cantanti-operai della musica, legati a una catena di montaggio mediatica il cui nastro scorrevole sembra non avere mai fine.

Ma il cielo, anzi lo spazio, è ancora lì, sopra le nostre teste, e qualcuno l’ha persino raggiunto. Costruttore di scale per l’infinito, David Bowie ha speso un’intera carriera nell’esplorazione di ciò che poteva risiedere oltre i limiti. Il coraggio dell’innovazione, la sfida per il futuro, non era semplicemente un fine per il cantautore londinese, ma un vero e proprio mezzo di creazione artistica. Plasmare nuove realtà mettendo in discussione i propri canoni, innovare abbandonando i fardelli insostenibili dei vecchi sé. Ci vuole coraggio, per abbandonare la Terra.

Angelo dell’innovazione musicale, Bowie ha fatto della galassia la propria casa, dei soli e dei pianeti distanti il proprio punto di riferimento costante. E se credete che tutto ciò sia solo una metafora, guardatevi il video dell’astronauta canadese Chris Hadfield in una performance a dir poco commovente di Space Oddity a bordo della Stazione Spaziale Internazionale.

Le stelle sembrano molto diverse oggi, ma l’universo è ancora nelle nostre mani grazie a David Bowie.

Sense: la recensione di un romanzo ancora in corso.

in scrivere by

Quindi Alessandro Capriccioli ha deciso che, tra le tante cose che sa fare molto meglio di me, ora c’è anche la narrativa. E si è messo a scrivere un romanzo di science-fiction che pubblica, a puntate, come se non bastasse, qui.

Ebbene, io detesto lo sci-fi perché è già tanto che riesca a fare login nella mia email senza chiamare l’IT, quindi, per dire, figuriamoci la narrativa basata sulla tecnologia. Non solo, io odio anche le storie a puntate, sin da quando Topolino spezzava le storie lunghe in due o più numeri (maledetto topastro!).

Per darmi un maggior tono, aggiungo che non avrei mai potuto essere un lettore di Hugo, Dumas o Dickens quando scrivevano feuilleton perché non sopporto di dover attendere il seguito di una storia.

Bene, sappiate che se la pensate come me, il romanzo di Ale dovete leggerlo comunque perché io lo sto adorando. Siamo in un’Italia futura, tra una ventina d’anni, e si sono inventati delle app che ti istallano direttamente nel cervello e migliorano di moltissimo le tue capacità e conoscenze.

Ovviamente le app costano, alcune un sacco di soldi, e col cavolo che tutti se le possono permettere.

Chi può, ovviamente le acquista per distanziarsi ancora di più da chi i soldi per comprarle non li ha. E però c’è anche chi questo stato di cose non lo gradisce affatto. Una infima minoranza che si fa disinstallare le app e le rivende perché vuole farcela senza barare e collettivi di contestatori che provano a craccare le app, per il momento con scarsi risultati.

E poi c’è anche chi ammazza, per rubare le app installate nei cervelli altrui. Ed è su questi che indaga il commissario Scaglia, uno che una volta le app ce le aveva e ora non più. Hanno ammazzato un poveraccio, un essere umano di “Fascia C”, un mentecatto insomma che però aveva installate delle app che evidentemente valeva la pena rubare. Di quelle insomma, che non trovi gratis nel fustino del detersivo: e come poteva permettersele, sto sfigato?

Insomma, per ora un sacco di domande e io sto qui come un cretino ad aspettare la prossima puntata. Venite anche voi, nel mondo del romanzo di Ale, vi assicuro che ci piacerà.

Santé

Perché la performance di Milo Moirè non aiuta le donne

in arte/società by

Quello che è successo a Colonia nella notte di capodanno è un evento che mette insieme diverse tematiche contemporaneamente: il razzismo, l’emigrazione, il femminismo e la violenza.

E mentre si cercano i colpevoli diretti ed indiretti, e si lanciano colpe e accuse, c’è chi ha pensato bene di salire sull’onda del rumore per scivolare veloce sulla spuma della attenzione mediatica: l’“artista” Milo Moirè.

Dato che fino a poco tempo fa non la conosceva quasi nessuno, faccio un breve riassunto della signorina in questione: svizzera, 32enne, desiderava diventare pittrice ma poi ha studiato psicologia all’Università di Berna. Vedendo i suoi disegni si capisce anche il perchè. Non che non sappia tenere in mano una matita, ma sicuramente non la si puo definire propriamente un talento. Oggi vive a Düsseldorf con il compagno fotografo ed si è tramutata, guarda caso, in artista concettuale e performer. La sua fonte di ispirazione è, indovinate chi? Si proprio lei, l’onnipresente Marina Abramovic.

Segni particolari visibili: bellissima, e con le tette rifattissime (neanche troppo bene). Questo si vede, perchè è sempre, ma proprio sempre, nuda. Segni particolari meno visibili: quando apre bocca, l’effetto musa algida si spacca come una cristalleria sotto il peso di un elefante. Non so se dipende dal suo accento svizzero, dalla sua vocina da ragazzina innocente e un po’ scema, o dal fatto che non riesce a mettere in piedi una spiegazione intelligente o per lo meno lineare, della sua “opera”.

Ieri la nostra gnocca, alla luce degli eventi di Colonia, ha pensato di esibirsi in una performance a favore delle donne. E cosi, vestita solo di snickers rosa (in quanto a eleganza ha adottato gli altissimi standard tedeschi), ha sfidato i 4 gradi della città e si è piazzata davanti al duomo con un cartello che recita: “Rispettateci! Non siamo selvaggina anche se siamo nude”.

Cosi facendo la Moirè ha dichiarato di voler sensibilizzare l’opinione pubblica sul rispetto della donna e sulla sua libertà e autodeterminazione. E il messaggio, in sè, non fa una piega. Quello che la piega la fa, è il contesto. E come contesto intendo l’artista stessa. Non il suo corpo nudo, ma il suo modus operandi.

Infatti, se sulla sua pagina Facebook è difficile capire se si tratta di un’artista o dell’ennesima ragazza che si fa i selfie con la duck face, visitare il suo sito internet è invece un’esperianza memorabile. Al di là dello statement piuttosto banale sull’uso del corpo, è un po’ come stare su Tube8 ma in versione patinata. E anche poco economica. Si, perchè per scaricare i video delle sue performance senza i bollini della censura sulle parti intime, dovete pagare.

E quando pagate, quello che vedete è la Moirè infilarsi delle uova riempite di colore nella vagina e poi spararle su una tela che verrà poi piegata in due per spargere il colore in maniera simmetrica. In pratica un qualsiasi ping pong show a Pattaya.

Non che un’artista debba per forza essere brutta come la Abramovic perchè la sua nudità venga presa sul serio, mentre se è gnocca non vale. Ma dal momento che le performance di questa artista non hanno un sostegno concettuale profondo, o anche solo un concetto articolato, si traducono, di fatto, in un tentativo di farsi spazio nel mercato dell’arte secondo la vecchia formula del Sex sales. Sono tempi duri per gli artisti, si sa. Bisogna saper attirare l’attenzione.

Di fatto, non c’è nulla di provocatorio o di rivoluzionario nelle performance di Milo Moirè. E, al di la del femminismo, il suo mettere letteralmente in vendita le sue parti intime entra in contraddizione tanto con l’idea di rispetto per la donna, quanto con il concetto stesso di creatività.

Il Capodanno di Matera è provincialissimo. E allora?

in politica/scrivere/società by

Ho aspettato qualche giorno, per evitare di finire nelle polemiche tristi sugli sms e sul Capodanno. C’è peró qualcosa in questo pezzo di Christian Raimo che fornisce spunti per ragionamenti piú generali (se dovesse leggere, non lo prenda per accanimento).

Raimo è, nel panorama culturale italiano, uno a cui tutti devono “almeno due o tre favori”. Se le sue esternazioni non sono necessariamente il metro di cosa pensano gli intellettuali in Italia, quantomeno sono un indizio di che tipo di discorsi vanno bene, sono kosher. Ebbene, se questa premessa è vera, un po’ c’è da preoccuparsi.

Raimo, da persona colta e sensibile, critica il capodanno della RAI perchè “sciatto”, “avvilente”, “provinciale”. La debolezza dell’analisi la sospetti dalla seconda riga, quando Raimo sente il bisogno di dire che non possiede una tv, e dopo aver pestato innecessariamente una merda ne pesta una seconda: “non è snobismo, è praticità”.

Si potrebbe dire che dissezionare così un testo altrui per smontarlo è ingiusto, e concordo. Quelli sono indizi. La cosa più sorprendente, in effetti, è l’articolo in sè: Raimo è senz’altro parte di quella Italia che la sera legge Kant. E usa, non a caso, l’aggettivo nazionalpopolare in senso dispregiativo. Che va tutto bene, uno la sera può leggere Kant e finanche Heidegger, ma allora perchè sta sempre a commentare il nazionalpopolare invece di parlarci di Kant? Forse il pubblico di quelli a cui piace sentirsi fighi disprezzando il nazionalpopolare è più ampio di quelli a cui interessa davvero parlare di Kant? Misteri.

Ma questo, purtroppo, non c’entra niente con l’essere snob, accusa che a molti piace schivare perchè in realtà ama attribuirsi. C’entra con una certa dipendenza dal nazionalpopolare come carattere fondante della propria identità, foss’anche in negativo. Laddove l’identificazione in positivo è una banalità sul presepe, le identificazioni in negativo sono di certo piú potenti e durevoli. A margine, i presepi napoletani piacciono anche a me che non sono cristiano. Ma sono meridionale e provinciale, come Mattarella. Capita.

Dopo di che, se del provincialismo si deve parlare, visto che lo fa anche Raimo, facciamolo. Provincialismo sarebbe, secondo lui, restituire l’atmosfera da sagra di paese, glorificare la provincia intesa come piccolo centro. Sarà. Andrebbe detto che l’Italia è proprio un collage di province, diverse e uniche nel bene e nel male, di piccoli centri e delle loro eccellenze, economiche oltre che culturali. Non fa chic per chi ha il mito di Parigi: il provincialismo è un vecchio mostro nella cultura italiana, malata di derivativismo e complessi di inferiorità.
Scherzando sul successo delle Lezioni Americane, Arbasino commentava che se invece che ad Harvard Calvino le avesse tenute a Cassino forse non staremmo a ricordarle cosí spesso. Forse era vero allora, se da un lato le cose che uscivano sul new Yorker o sul Partisan Review diventavano dibattito culturale in Italia con due anni di ritardo, e dall’altro la produzione culturale e artistica continuava ad influenzare anche quella di altri paesi. Ma quanto è vero ora? La proposta culturale delle riviste intelló come IL magazine, Rivista Studio e simili è totalmente derivativa, al punto di vivere di riflesso sulle analisi anche dei fatti nostri: si veda il codazzo di articoli “lucani”, tanto per rimanere sul tema, seguito proprio a un bel servizio del New Yorker.

In un deserto simile, in cui la produzione di idee originali è vista come qualcosa di sconveniente, tanto c’è prima da tradurre Franzen ed eccitarsi di rimbalzo del successo – esploso altrove – della Ferrante (ma poi chi dovrebbe comprare questi prodotti se esiste un analogo, migliore e più onesto, anche se scritto in inglese?), vivono le analisi dei Raimo e dei loro analoghi meno sofisticati. In attesa di una nuova tirata, questa invece molto autentica e ruspante, contro il solito neoliberismo.

Perché Star Wars

in cinema by

Sono due settimane che l’edicolante in piazza si ritrova una speranzosa me che cerca di trovare i cofanetti da collezione di Star Wars.

“Salve, posso aiutarla?”

“Sì, no, davo uno sguardo…”

Di solito faccio finta di guardare i giornali di economia, per fingermi adulta. Poi chiedo se è uscito il Messaggero. Poi “No, vabbè, magari lo compro dopo”. Poi, vagamente,

“I dvd sono tutti quelli esposti?”

“Non ci è ancora tornato Star Wars.”

“Ah, grazie, arrivederci”

Perché? Principalmente perché fino a poco tempo fa avevo soltanto i vhs della prima trilogia, quella originale, registrati da Italia 1, con sulle etichette il disegnino di una spada laser, la Morte Nera e un piccolo R2-D2. Avevo 13 anni e mi guardavo L’Impero Colpisce Ancora circa una volta al giorno. Adesso vivo in una casa senza videoregistratore, ho 30 anni, e con il mio compagno abbiamo sentito il bisogno di fare il grande passo: vederci tutti i sei capitoli prima di vederci il settimo.

Abbiamo messo un pupazzetto di Darth Vader sotto l’albero di natale. Abbiamo delle spade laser gonfiabili con le quali andremo al cinema.

Quando frequentavo un master di regia, questa è una delle foto che ho presentato a una lezione:

GIO_0532

L’unica cosa che ho comprato (per me) quando sono andata a Lucca è stata una maglietta con C-3PO disegnato sopra. La mia suoneria è la marcia imperiale in 8 bit.

Perché Star Wars ci rincoglionisce così tanto? Perché se non partecipate all’emozione collettiva siete delle persone aride? Ho isolato alcune motivazioni plausibili.

1.Le spade laser

Le spade laser le vorremmo avere in casa tutti, nessuno escluso, nemmeno quelli che dicono che non amano Star Wars, nemmeno i fan di Star Trek, tutti.

Non è possibile che non vogliate imparare a usare un cosa così fica

Le spade laser sono perfette in tutto: colori sgargianti, dimensioni accettabili, maneggevolezza, ma soprattutto per i famosi rumori WHOUUOHHUN… WHUOOOON….KSSHHH! FHSSSH!! che adesso state riproducendo nella vostra mente.

Rumori così assuefacenti che Ewan McGregor, durante le riprese di tutti i suoi combattimenti nella saga, continuava a farli con la bocca, non riuscendo a trattenersi, quindi in post produzione i montatori del suono hanno dovuto rimuoverli da ogni singola battaglia.

2.I combattimenti con le spade laser

Oltre a essere bellissime visivamente, le spade laser vengono impiegate dai personaggi per dare vita a splendidi combattimenti acrobatici, roba che se io la prendevo in mano due secondi dopo mi mancavano tre dita, un orecchio e probabilmente avevo tagliato a metà il frigorifero.

Io sono innamorata delle storie della vecchia trilogia, ma c’è da dire che nella nuova i combattimenti sono mille volte più MA CHE CAZZO STAI A DI’ LO VOGLIO FARE PURE IO

3.Le spade laser go with everything

Ma sul serio, everything

4.Han Solo

Ogni singola battuta che quest’uomo pronuncia è diventata leggenda. Dal fatto che il Millennium Falcon ha fatto la rotta di Kessel in meno di dodici parsec, al “conversazione noiosa, comunque”,

fino alla storica frase che tutti amiamo da morire, e lui lo sa.

5.Darth Vader

Best personaggio evah della saga, Darth Vader è probabilmente colui che durante tutti e sei i film subisce l’evoluzione più bella e commovente della storia del cinema. E tutti, almeno una volta, ci siamo sempre chiesti come sarebbe stato se Anakin fosse rimasto Anakin, e si fosse limitato SPOILERSPOILERSPOILERSPOILER a essere un buon padre per Luke e Leia.

Diciamoci la verità, è lui il vero protagonista dei primi sei episodi, alla faccia di Luke, Han Solo, Yoda e tutti i filistei.

6.Tutti ci siamo commossi quando abbiamo visto litigare Obi-Wan e Anakin

A tutt’oggi non riesco a guardarlo senza farmi venire gli occhi lucidi.

7.Tutti siamo rimasti sconvolti quando, all’epoca, abbiamo scoperto la triste verità

8.John Williams ha creato un vero capolavoro immortale

John Williams io lo adoro perché ci ha regalato musiche spettacolari, tipo la colonna sonora di Indiana Jones o quella di Jurassic Park.

Ancora prima di queste, però, il simpatico vecchietto componeva alcuni fra i temi musicali che avrebbero avuto un impatto all’epoca ancora inimmaginabile nella cultura di massa: La Imperial March, il tema principale, quello dell’alleanza ribelle, la simpatica canzone della “cantina”: le sappiamo a memoria, e io il cellulare ogni tanto lo lascio squillare, perché che bello.

E poi c’è roba tipo questa, che non è classificabile, è solo bellissima

https://www.youtube.com/watch?v=Q5ZY8Fz9GGU

9.Vorremmo che il futuro fosse così

Disgraziatamente non vivrò abbastanza per vedere se davvero fabbricheranno delle spade laser degne di questo nome, o se il Millennium Falcon diventerà una realtà; quello che posso dirvi è che il 90% delle persone che abitano le terre emerse del nostro triste mondo vorrebbe avere come migliore amico un robot, guidare un TIE Fighter o attraversare il deserto stando attento a non innervosire i Sabbipodi (tanto si spaventano facilmente).

10.Leia Slave

 

Ciao amici, amate questa meravigliosa saga. Amatene i personaggi, la storia straordinaria, l’universo, affezionatevi alle vicende, ad Alec Guinness, celebrate la triste fine di Alderaan, leggetevi le teorie dei fan, commuovetevi per i poveri appaltatori esterni che ultimavano la costruzione della nuova Morte Nera, e poi andatevi a vedere l’episodio VII, perché è per questo motivo che state ancora leggendo, perché anche voi non vedete l’ora di sapere che diavolo di fine ha fatto Luke, perché il trailer ve lo state riguardando duecento volte, e perché per due giorni non riuscirete a guardare nulla su internet per paura degli spoiler.

Quando guardo il trailer, ogni volta che Han dice “Chewie… siamo a casa” io piango (seriamente, piango, non come quando scrivi “hahahah” su whatsapp e in realtà sei serissimo). Posso solo immaginare che diavolo mi succederà giovedì sera.

 

JJ

Star Wars: il risveglio del fomento

in cinema by

Questa volta non ci avrebbero fregati. Non dopo esser passati per i cazzo di prequel. Allora non sapevamo, non potevamo sapere; allora avevamo speranza, fiducia. Ed eravamo ancora giovani, inesperti: eravamo innocenti.

Ora, non è che noi siamo gli imbecilli che ci sforziamo di sembrare. Lo sappiamo che, pur essendo oggettivamente dei bei film, il motivo per cui ci piacciono tanto sono le vacanze di Natale passate a registrarli in TV e a rivederli fino a consumare le videocassette. E questo perché, anche se Il Ritorno dello Jedi è uscito solo nel 1983, per molti di noi Guerre Stellari è sempre stato lì: esisteva, anzi è sempre esistito, nella sua accezione di classico, insieme ai film disney prima e al resto della truppa dopo (Indiana Jones, Ghostbusters, i Goonies, Ritorno al Futuro etc…).

Si, ci sono i talebani per cui è IN-CON-CE-PI-BI-LE che Han non abbia sparato per primo e i folgorati che hanno ricostruito a mano i film originali ma molti di noi sono persone per lo più normali. E noi ce li siamo visti i prequel: li abbiamo attesi come Il Vangelo parte II – Back to Bethlehem e questo è quello che abbiamo avuto in cambio. Abbiamo preso i DVD e ci siamo ritrovati scene raccapriccianti (non è una questione di blasfemia rispetto alla sacralità dell’originale, è che fanno veramente schifo al cazzo).

Abbiamo poi visto tutti i sequel/prequel/remake/reboot sfornati senza alcun senso di misura o dignità pur portare mezzo cristiano in un cinema, figli di ignavi omuncoli, parassiti di talento altrui. Cazzo, abbiamo visto Indiana Jones 4 (che Dio ci perdoni).

Cosa pensate che abbiamo provato quando Lucas ha smollato il tutto alla Disney che immediatamente ha annunciato altri TRE FILM?? Per di più con JJ Abrams (che non ha MAI fatto un film oltre il buonino) alla guida del baraccone?

Non lo volevamo questo cazzo di film. Non volevamo le false speranze per le notizie del cast e lo zig-zag tra le teorie spoiler e le teorie LOL. Non volevamo un trailer pezzentissimo a più di UN ANNO dall’uscita del dannato film.

Ma, come ho detto, siamo persone ragionevoli: stracciarsi le vesti non ci viene bene e poi, in fin dei conti, è solo un film. Saremmo andati al cinema come tutti ma con animo rassegnato, stoico. Saremmo stati pronti perché non ci saremmo aspettati nulla

Sapevamo tutto. Eravamo preparati. Eravamo consapevoli.

E tutto questo è finito nel cesso otto mesi fa in meno di due minuti.

ortolani

 

Ticket

credits Leo Ortolani, Morelli’s Movie Guide

P.S. qualsiasi cosa succeda stasera temo che non si arriverà mai al livello di gegno di quel fenomeno di Patton Oswalt.

San Vittore 2041 – Il viaggio nel tempo nelle prigioni

in scrivere/ by

Pubblichiamo le trascrizioni di mail misteriose rinvenute nella nostra casella di posta nella speranza che qualcuno possa fare luce su questo mistero.

 

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DA: ecaironi@polimi.mi.it

A: acavalli@fbmail.com

Oggetto: eureka!

24 Giugno 2040

Mia cara Anna,

Eureka! Ce l’abbiamo fatta, siamo riusciti finalmente a completare la macchina! Ieri sera abbiamo inviato il topolino di cavia indietro nel tempo, esattamente di un mese, e  stamattina è ricomparso nella porta temporale con legato al corpo un messaggio scritto da un mio alter-ego di un universo parallelo, che conferma la ricezione della cavia alla data esatta in cui l’avevamo spedito. Stiamo facendo tutte le verifiche del caso, ma stavolta la scaramanzia la voglio lasciar perdere perché il messaggio riportava esattamente una frase a cui ho pensato in tutti questi anni come prova di verità, e che non ho mai rivelato a nessuno, nemmeno per sbaglio.

Chiamami appena torni a casa, ti racconto per bene al telefono

Non sto più capendo niente dalla gioia

Ti amo

Ettore

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: giorgio.salati@min.interno.gov.it

Oggetto: RE: installazione impianto S.Vittore

03 Dicembre 2041

Gentile On. Salati,

è con grande soddisfazione che le comunico la buona riuscita dell’installazione dell’impianto di trasferimento temporale all’interno del carcere di San Vittore. Sono convinto che entro la primavera del prossimo anno, una volta conclusa anche la preparazione psicofisica dei soggetti scelti per la sperimentazione, saremo in grado di dare finalmente il via alla fase finale dell’operazione “Rewrite”. Non so ancora come ringraziarla per gli aiuti che ci sono stati dati dal Ministero degli Interni e da quello di Giustrizia, e la prego di ringraziare da parte mia i Ministri Teresiani e Capriccioli per tutto ciò che è stato fatto per questo progetto. Un ringraziamento speciale va ovviamente a Lei; senza il suo aiuto non saremmo stati in grado di giungere così vicini a qualcosa che fino a vent’anni fa era etichettato nella categoria della fantascienza.

Un caro saluto

Ettore Caironi

 

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: acavalli@fbmail.com

Oggetto: mi chiami?

6 Marzo 2042

Anna,

potresti chiamarmi appena arrivi a casa? Mi è appena arrivata una notizia che non saprei se definire tragica o allucinante. Devo rispondere a delle persone ma prima vorrei confrontarmi con te, che mi fai sempre venire in mente le parole giuste. Ti dico solo che, come temevamo, le elezioni politiche e il nuovo governo hanno avuto impatti seriamente negativi sul lavoro.

Baci

E.

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: mmaroni@min.giustizia.gov.it

Oggetto: RE: RE: progetto temporale S. Vittore

7 Marzo 2042

Egregio On. Maroni

ho letto la Sua risposta in merito al progetto temporale da me installato e gestito presso il carcere di San Vittore e non posso nasconderle preoccupazione e una certa difficoltà nel trovare, complice il mio stupore, le parole adatte per spiegarle la fallacia delle sue deduzioni in merito al progetto e il perché le decisioni prese dal Ministero possano impedire il raggiungimento di uno dei più grandi sogni nella storia dell’umanità.

Cercherò di spiegarle sinteticamente le mie argomentazioni, nella speranza di poter incontrare di persona il Ministro Cazorla il prima possibile, magari presso il laboratorio, in modo da convincerlo davanti all’evidenza dei fatti.

I viaggi temporali che abbiamo intenzione di realizzare non hanno scopo turistico né di scopo ludico. Forse siamo visti, agli occhi della politica, come gli scienziati pazzi che la letteratura fantascientifica ha descritto in passato, ma La prego di credere che non è così. Abbiamo voluto dare lo strumento definitivo ai sistemi detentivi per permettere loro di raggiungere l’obbiettivo principale, che è quello rieducativo e non, come molti tendono a credere, puramente punitivo. E da qui lo scopo dei viaggi: permettere ai carcerati di tornare indietro nel tempo ed impedire che i loro crimini vengano commessi.

Quando si affronta un viaggio indietro nel tempo, si crea automaticamente un universo parallelo che, al momento dell’arrivo del viaggiatore, è assolutamente identico al mondo da questi lasciato. In altre parole, se uno volesse tornare ad un mese fa, giungerebbe in un nuovo mondo assolutamente identico a quello presente nell’universo d’origine un mese prima della partenza. Dall’arrivo in avanti, invece, il nuovo universo prende una strada diversa da quello originario grazie alle scelte compiute dal viaggiatore e dalla sua interazione con le persone che lo circondano. Ivi comprese le vittime dei crimini per cui il viaggiatore è incarcerato. L’unica persona che scompare al loro arrivo è il loro stesso alterego. Non possono esserci due persone identiche nello stesso universo, e le nostre pubblicazioni dimostrano che, all’arrivo del viaggiatore, il suo alterego scompare ed egli ne prende il posto, nel punto esatto in cui si trovava. Per esempio, se tra un mese volessi tornare a questo istante in cui le scrivo la mail, mi troverei in un universo parallelo esattamente dietro all’alterego di questo mio computer, con le mani appoggiate all’alterego della tastiera.

Per anni, prima del viaggio, i detenuti scelti per affrontare il viaggio ricevono una rieducazione importante e una soprattutto una preparazione psicologica volta a due obbiettivi. Il primo: sapere con esattezza in che luogo, e durante quale situazione, il viaggiatore “atterrerà” nel nuovo mondo. Abbiamo ritenuto che la scelta più semplice sia di farli arrivare di notte, così che sia solo necessario sapere dove e con chi dormivano all’epoca. Il secondo, e più importante: avere la certezza che non commetteranno più alcun crimine e che gli alterego delle vittime siano, nel mondo parallelo, sane e salve.

Come vede, solo per descriverle queste considerazioni preliminari e necessarie ho dovuto impiegare molte parole, ed è perciò che insisto affinché i Ministri dell’Interno e della Giustizia, nonché le rispettive commissioni parlamentari, vengano a San Vittore affinché possa spiegare con maggiore efficienza e alle persone di competenza il perché sia necessario proseguire lungo il percorso seguito fino ad oggi, considerando quanto è breve la distanza dall’arrivo.

In attesa di una Sua cortese risposta, la ringrazio per l’attenzione e le auguro una buona giornata.

Distinti Saluti

Prof. Ettore Caironi

 

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: giorgio.salati@camera.parlamento.it

Oggetto: saluti

20 aprile 2042

Caro Giorgio,

considera questa come l’anticipo alla lettera di dimissioni che lascerò domani al Centro di Ricerca, allegando in copia Maroni e Bonamini, i loro viceministri e i presidenti delle commissioni. Non pensavo di dover arrivare a tanto, quando mancava così poco al successo. Ricordi quando siete venuti qua a San Vittore a vedere il laboratorio? Mai avrei pensato che tutte le informazioni e la totale trasparenza da parte mia venisse utilizzata poi dal governo per avere più punti su cui aggredirmi, addirittura pubblicamente.

Lo sai vero che mi hanno pure invitato – “caldamente” invitato – a partecipare ad un dibattito serale su Canale 5, per confrontarmi in pubblico con Salvini? Ho già visto come lui e i suoi uomini di governo hanno trattato in televisione la mia ricerca. Quali errori, quali falsità! E io dovrei rendermi ridicolo, farmi massacrare da queste macchine della retorica mentre il pubblico compiacente urla quando prendo parola? Ricercatori, docenti e politici di tutto il mondo fanno la fila per vedere il laboratorio ma il Ministro degli Interni mi ha vietato di confrontarmi con chiunque al mondo, con tanto di minacce poco mascherate.

Ho studiato per anni a questo programma. Ho provato a raccogliere tutte le falle che potevano emergere. Ho definito una linea etica rigida e severa. A chi temeva che i prigionieri scappassero nel mondo parallelo ho spiegato che il dispositivo di ritorno prevede un rientro inflessibile nel mondo originario, che non può essere rimosso a meno che il viaggiatore voglia venire nullificato (come possono far finta di non sapere che il dispositivo è l’unico strumento che permetta al viaggiatore “intruso” di non essere “mangiato” dall’universo ospitante? L’ho detto e scritto milioni di volte, e ancora ieri Il Giornale diceva che aiutavo i prigionieri ad evadere!).

Salvini e i suoi peones continuano a ripetere che questo sistema non riporta indietro le vittime. È vero, ma crea mondi in cui queste possono continuare a vivere, addirittura rimuovendo i loro carnefici, ché una volta che il viaggiatore ritorna nel mondo originario non esiste più traccia né di lui né del suo alterego parallelo in nessun universo esistente.

Mi arrendo. La macchina è pronta e funzionante. Ovviamente loro non vogliono usarla per questo fine ma figurarsi se vogliono distruggerla: chissà quali biechi utilizzi hanno in mente. Ovviamente ho preso le giuste precauzioni e nessuno oltre a me è in grado di farla funzionare, e nel caso di ripararla.

Addio, Giorgio, non credo che ci rivedremo ancora. Ti ringrazio, è grazie a te e ad Alessandro se sono arrivato così vicino ad un sogno. Nonostante l’epilogo, ti devo moltissimo.

Abbi cura di te

E.

 

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: acavalli@fbmail.com

Nessun Oggetto

20 aprile 2042

Anna,

io in questo mondo non posso più vivere. Me ne vado lasciandoti un ricordo di egoista. Continuerò ad amarti altrove, ma tu non potrai più amare me. Ricorda che in un altro luogo io sto abbracciando Anna, la stessa che sei tu.

Ti amo

Ettore.

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