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cultura - page 13

Violentare l’Italiano

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C’è violenza e violenza: quella di cui voglio parlare oggi ne costituisce una declinazione blanda, e ha per oggetto la lingua italiana. Passi per la grande quantità di succedanei inglesi che senza necessità vengono utilizzate al posto di parole nostrane meno sexy (eh no, “sexy” in Italiano non c’è, penso si debba proprio usare il termine inglese, e questo vale anche per il bellissimo “outing”): non so, su due piedi mi vengono in mente “spread”, “notch” ed “account”, che corrispondono a “differenziale”, “tacca, livello” e “gestore della relazione”, rispettivamente.

Ci sono dei modi raffinati per seviziare la lingua: un atto crudele che viene solitamente praticato per fretta, succubanza culturale verso il mondo anglosassone e/o per manifesta incultura. Solo tre esempi: “ricco in calcio”; “confidente” e “dragone”.

La prima espressione l’ho vista campeggiare per anni sulla confezione di un noto formaggino per bambini – forse avrei dovuto preoccuparmi maggiormente della qualità di quell’alimento e del fatto che fosse prodotto da una nota multinazionale svizzera finita sotto lo scrutinio internazionale per aver promosso la vendita di latte in polvere in paesi in cui l’acqua è sporca, con le conseguenze del caso. Eppure quella frase, frutto di una traduzione approssimativa dall’inglese che ha dato luogo ad un’espressione indubitabilmente errata in Italiano, mi ha sempre infastidito.

Per anni ho vissuto sereno nella consapevolezza che il sostantivo “confidente” si impiegasse per indicare una persona cui si raccontano cose intime, che è bene che altri non conoscano. Oppure uno o una che fa la spia per la polizia o i giornalisti. Devo constatare che oggi qualche malaccorto lo usa come aggettivo, in considerazione della sua assonanza con il termine inglese “confident”, ovvero fiducioso. Assai simile è l’uso che alcuni fanno della parola “figure”: dicono in pratica “figura” al posto di “numero”. “Sei confidente sulle figure?”. “In quel momento, vostro onore, ho impugnato il mio revolver …”

“Dragone”: ma non abbiamo il bellissimo “drago”, in Italiano? Che bisogno c’era di quest’altra malatraduzione dall’inglese “dragon”? Certo, “La tigre e il drago” è molto più fiacco, come titolo, rispetto a “La tigre e il dragone”: il segreto è in quella sillaba in più, che dà assuefazione.

La casa della nonna

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Questo post di Metilparaben mi ha fatto pensare ad una cosa che mi è successa esattamente un mese fa (i nostri giocattoli elettronici registrano le date per noi, per fortuna – dal mio punto di vista, da quel giorno poteva essere passato anche un secolo).

Dunque, il 23 giugno mi trovavo dalle parti della stazione Termini per una faccenda personale, ma un imprevisto mi ha costretto a rimanere in zona per una mezz’ora senza niente da fare. Ne ho approfittato per fare un giro nel quartiere: da quelle parti c’era (e c’è ancora) la casa della mia nonna paterna, morta per una caduta in casa quando ero al primo anno di università (circa un quarto di secolo fa). Nonna Livetta era una vecchina a forma di caffettiera della Alessi, molto dolce con il suo unico nipote, benché si diceva avesse punte di carattere non indifferenti – non che me ne sia mai accorto, del resto ero il suo cocchino…

Ogni sabato andavo con mio padre a trovarla, e lei mi faceva trovare “il caffé”, che poi era una specie di brodaglia fatta con i fondi, il cui unico scopo era quello di farmi partecipare al rito che accomunava madre e figlio da diversi lustri. Un rituale un po’ inquietante, dato che era quasi percepibile quanto il nonno (che non ho mai conosciuto) mancasse loro in quei momenti, a dispetto del fatto che fosse morto una ventina d’anni prima.”Eh, peccato” ho sentito più volte la nonna mormorare a nessuno in particolare, pensando al marito che non c’era più.

Ogni tanto, ad attendermi c’era una porzione di crema, che nonna metteva in delle assurde tazze da té di Limoges di mille colori psichedelici e con una filatura dorata sul bordo (erano orribili, ma durante le mie visite settimanali non ci ho fatto mai caso). Nonna cucinava benissimo, e per un po’ a casa mia andava forte il numero in cui si ricordava con eccitato orgoglio il numero prodigioso delle sue famose polpettine che ero riuscito ad ingurgitare in un’unica sessione serale.

Nonna mi voleva molto bene, ed uno dei tanti segni tangibili del suo affetto erano i risparmi che aveva messo insieme prendendoli mese dopo mese dalla pensione, destinati ad aiutarmi a comprare una macchina una volta compiuti i fatidici diciotto anni. Una coppia delle ormai celebri false impiegate dell’INPS attive in quegli anni nelle case di ignari vecchietti rubò dal comò della nonna la busta che conteneva quel denaro, provocando a tutti noi grande rabbia e dolore (nessuno mi crederà, ma a me fece forse più male vedere la vecchina disperata per quel suo “essere rincoglionita”, che la scomparsa della mia potenziale Fiat Uno base usata, di cui peraltro non sapevo nulla prima del furto).

Sotto casa di nonna c’era un negozio di modellismo: il padrone era un tizio molto anni Settanta, con un magnifico caschetto di capelli neri lucenti ed un paio di baffetti all’ingiù. Praticamente ogni sabato ero lì a sporcare con il grasso del mio naso la sua vetrina, e a chiedere i prezzi di ogni singolo oggetto in vendita. Il tipo era simpatico e dissimulava bene la noia che certamente devo avergli dato. Chissà come si sarà sentito quando un bel giorno, a dispetto di qualsiasi aspettativa, ho comprato modellino di una macchina americana in scatola di montaggio, forse l’unico articolo mai comparso nel suo negozio che avesse un prezzo compatibile con la mancetta di due o tremila lire che nonna Livetta quel giorno doveva avermi appena sganciato.

Oggi, la facciata della casa è molto male in arnese, ma è rimasta la maniglia del portone che fa anche da buca della posta con il nostro cognome sopra. Credo che sia l’unica cosa che è rimasta di loro (anche mio padre è morto otto anni fa) nel mondo fisico. Tutto il resto, perfino un po’ della malinconia, è sparito.

Non si può mai dire

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Il vecchio alzò la testa è guardò la casa. Tornare a rivederla era l’ultima cosa al mondo che avrebbe immaginato. Ma non si poteva mai dire, mai. Si accarezzò la la barba bianca, pensando che in un libro o in un film la scena sarebbe stata diversa: magari la facciata sarebbe stata ricoperta di rampicanti, o resa irriconoscibile da chissà quale cambiamento. Invece era tale e quale a trent’anni prima, il che gli toglieva anche il conforto di doverla immaginare e sovrapporre a quello che vedeva.
-Cerca qualcuno?
Dal portone era uscito un uomo sulla trentina, coi capelli chiarissimi e un paio di occhiali con le lenti a giorno. Devo sembrare un barbone, pensò il vecchio. Ma il tipo non aveva l’aria diffidente. Sembrava semplicemente curioso.
-Io, be’… Io abitavo qua, una volta.
L’uomo guardò il vecchio, soffermandosi sulla pelle bruciata dal sole, i capelli bianchissimi tagliati a spazzola, la maglietta di cotone con la scritta sul davanti consumata a forza di lavarla.
-Ha l’aria di uno che torna da un posto lontano.
-Torno da un posto da cui non credevo di tornare più.
-Vuole entrare a vederla?
-Come?
-La casa, dico. Vuole entrare a vederla?
Il vecchio alzò le sopracciglia con l’espressione di chi sente diffondersi dappertutto qualcosa che ha tenuto sepolto chissà dove per un tempo interminabile. Gli occhi gli si ingrandirono, le pupille verdi diventarono liquide, il respiro si fece appena un tantino affannoso.
-No. Non credo che servirebbe.
-Anche domani, se preferisce.
-Grazie. Ma davvero, va bene così.
Il vecchio tornò a toccarsi la barba bianca, fece un cenno di saluto, si voltò come per andarsene. Poi si fermò, si girò di nuovo. L’uomo era ancora là che lo guardava.
-Ci vive da solo?
-Ci vivevo… Ci vivo da solo, sì.
Il vecchio sorrise, ed era un sorriso così triste che l’uomo coi capelli chiari si sentì trafitto da una specie di dolore sordo sotto lo sterno.
-Mi scusi. Non avrei dovuto chiedere.
-Non si preoccupi. Passa. Lei lo sa, credo.
-Dovrei. Ma non si può mai dire.

Tristezza digitale

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Capita anche che arrivi così, casualmente. Un piccolo attacco di tristezza, una cosa da nulla, che però ti s’arrampica sulle spalle con le sue zampine fredde. Sei davanti al Tubo a sentire una canzone dei Cure che non conoscevi, guardando in modo scettico e piuttosto annoiato la sequenza di immagini col flou che si susseguono sullo  schermo in dissolvenze incrociate: topoi goth / emo a base di volti femminili stilizzati, decorati da rose (rosse), rigati da lacrime (nere), con i soliti ammennicoli di rito, lamette, teschi, effigi in gotico, maschere senza espressione eccetera (tra l’altro, pensi che Robert Smith abbia ragione da vendere quando rifiuta con sdegno l’etichetta “goth”).

In ogni caso, quando il video ti annoia, ti metti a leggere i commenti degli utenti. La musica è strumentale, lenta ed ipnotica, così affondi rapidamente in un mood sintetizzato di malinconia e perdita. Ad un certo punto ti imbatti in un commento, vergato in un inglese paurosamente sgrammaticato, che suona più o meno così:

Amo i Cure, tanto quelli degli anni Ottanta che quelli di oggi. [Sono / rappresentano] la mia vita e tutto quello che ho fatto. Questa canzone è formidabile, potrei sentirla per tutta la vita. Ho amato una ragazza in un momento sbagliato [della mia vita], in cui ero malato. Ora sto meglio, ma la ragazza non è al mio fianco. Uahhh! Dov’è? La cerco ma non riesco a trovarla. Non è mai arrivato il momento giusto. L’aspetto… ci sono tante cose che vorrei dirle sulla nostra vita futura. Sarò morto tra pochi anni.”

Ora, può anche trattarsi di un buontempone che ha lasciato galoppare il suo lato dark per sembrare più interessante. Ma la prendi male, perché, forse con la complicità della musica, ti sei immedesimato in questa storia pazzesca di amore (reso impossibile dalla) malattia e dalla successiva impossibilità di ritrovarsi. Ti colpisce come un uppercut. E per un momento la tua tristezza fasulla diventa tanto, troppo concreta.

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