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cultura - page 11

Deodorian Spray

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E’ questa la vera storia di Deodorian Spray, un uomo bellissimo ed immancabilmente elegante, a suo agio in ogni circostanza. Deodorian viveva in una casa in collina, era gentile, educato e suoi denti erano bianchi come la neve e robusti come macigni. Portava abiti che definire eleganti sarebbe riduttivo: il suo stile, in fatto di abbigliamento era apollineo, anche con indosso solo un asciugamano attorno alla vita era più piacevole ed elegante di qualsiasi modello da cartellone, ed in più era molto più vero e disinvolto. Deodorian non sudava veramente: il suo corpo era educato e discreto come l’uomo che lo possedeva: al massimo perspirava lievemente, e comunque non puzzava mai.

Spray visse una lunga vita felice, amato, vezzeggiato, profumato e sorridente. Gli uomini lo ammiravano e le donne lo desideravano. E lui si comportava sempre in maniera talmente adeguata che il piacere procurato ai mortali dalla sua multiforme perfezione non generava negli altri pensieri malvagi indotti dall’invidia e dalla coscienza dell’inadeguatezza. Per quanto sesso e sport facesse, il suo corpo non di deteriorava; non c’era quantità di alcol e droga assunti che lo fiaccasse, e benché quando era completamente fatto la sua traspirazione divenisse leggermente più abbondante, ciò non lo costrinse mai in situazioni imbarazzanti.

Nel suo garage Dorian custodiva diverse automobili, mentre, in una rimessa separata, era parcheggiata la sua Favorita: una Porsche Cayenne del 2005 color oro, dotata di ogni accessorio e di un impianto stereo Bosé che da solo costava parecchie migliaia di euro, che veniva usato solo per riprodurre la musica di punk da quartieri alti e rapper lacaniani. Deodorian la teneva quasi sempre in garage, un po’ perché lui era talmente gradevole che amiche ed amici facevano a gara per fargli da autista, e un po’ per qualche ragione misteriosa che nessuno è mai riuscito a capire. Spray aveva dato disposizione al suo maggiordomo di curarne regolarmente la manutenzione, e almeno due volte al mese un amico la prendeva per farci un giro in città. Per il resto la Cayenne riposava serena sotto un telo di plastica grigio decorato da grandi effigi del logo del costruttore.

Un bel giorno, Deodorian, che ad ottantasette anni suonati pareva un uomo sulla cinquantina scarsa, si decise ad andare alla rimessa. Non appena entrato, il suo volto che mai si atteggiava ad espressioni di rabbia o dolore, rimase pietrificato in una smorfia deformante che gli fece recuperare in un amen tutti gli anni in meno che la sua faccia dimostrava. Le dimensioni che si indovinavano sotto la protezione non erano quelle del suo magnifico ed amatissimo SUV di fabbricazione germanica. Con uno scatto isterico, anche questo molto atipico, Deodorian Spray afferrò un lembo del telo e snudò con una sola, abile mossa, il veicolo: era una Trabant celestina piuttosto giù di carrozzeria. Spray urlò un urlo silenzioso, e per una volta la sua caduta verso il pavimento non ebbe nulla di bello ed elegante. Quando il suo ragguardevole corpo toccò il fondo del garage sporco di grasso, esso si sbriciolò come fosse stato fatto di cristallo, mentre i suoi bei vestiti si trasformarono all’istante in una salopette da imbianchino.

Jannacci – Milano

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A Milano, i terroni come me che ci campano da quando avevano iniziato l’università all’inizio si trovano male. La città non la capiscono, con  tutto quel cemento e  troppo poco verde; tutta quella gente estranea. Per un po’ di tempo di vive nello stereotipo della città del nord fredda e inospitale.

Dopo un po’, le cose cambiano. Non per  tutti: alcuni di noi terroni continuano ad odiare Milano, altri – come  me – se ne innamorano.

Bisogna viverci un po’ ed avere pazienza: imparare a considerare una bella giornata quella che nella tua città natale era una giornata “un po’ nuvolosa” (trad. “c’è mezza nuvola in cielo”). Soprattutto devi uscire dalla linea retta della Milano-di-Plastica: dal Castello, fino al Duomo e poi San Babila.

Esci da lì ed impari, ad esempio, che anche a Milano esistono ancora le osterie.

In dialetto milanese le osterie si chiamano “Trani“, perché il vino che ci si beveva tradizionalmente veniva dalla zona di Trani, in Puglia. Allora ti senti un po’ più a casa, anche se non sei pugliese. Impari che a Milano ci sono i cortili e le case di ringhiera. Impari che esistono ancora le latterie e impari cosa sono, visto che a casa tua non c’erano.

Alla fine, impari che – in fondo – puoi vivere una vita a misura d’uomo anche a Milano. E te ne innamori.

Ma non puoi davvero capire un posto se non conosci almeno un po’ la lingua locale. Parliamoci chiaro: i milanesi che io chiamo “autoctoni” – con entrambi i genitori milanesi – sono pochissimi: li conti sulla punta di una mano; quelli che ancora parlano bene il dialetto locale sono anche meno. Gli altri, quelli come noi, sanno dire  al massimo qualche parola. Alcune le si impara conversando, molte altre le si sente in giro e poco a poco acquistano significato.

Io, però, la maggior parte delle parole in dialetto milanese che conosco le ho imparate ascoltando le canzoni di Enzo Jannacci. Cercando di decifrare “El Portava I Scarp del Tennis” o  T’ho Compraa i Calzett de Seda, oppure cantando e ricantando “La Luna è una lampadina” (che ha la traduzione simultanea). Ma anche le canzoni interamente – o quasi – in italiano, come l’Armando, ti facevano conoscere la Milano-oltre-la-plastica, così quando ti capita di incontrarne pezzi per strada – tra un McDonald’s e una lavanderia a gettoni – li riconoscevi e sorridevi.

Canten tucc “lontan de Napoli se moeur” ma po’ i vegnen chi a Milan! TEEEERUUN!

Ciao, ciao Enzo! Santè

Rispetto, vergogna

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E’ bello il pezzo di Jeffrey Tayler per The Atlantic su Inna Shevchenko, una delle animatrici del gruppo “sesstremista” Femen – peccato che la traduzione su Internazionale non sia puntuale: l’editor italiano, per dire, ha ritenuto di dover rimuovere un inciso personale del redattore che commenta l’aria da discount della fede che si respira attorno a Notre Dame nell’ottocentocinquantesimo anniversario dall’inizio dell’inizio della sua costruzione:

“in effetti, quello che dice [Inna] non è poi tanto lontano dalla verità. Nei secoli scorsi la Chiesa Cattolica vendeva a parrocchiani creduloni indulgenze per ottenere uno sconto sul soggiorno in purgatorio. Ora, all’interno di Notre Dame, impiegati della chiesa tentano di piazzare croci di cristallo per 250 euro e piccole campane di bronzo commemorative senza alcuna iscrizione a, sì proprio così, 850 euro. Parliamoci chiaro, poi, chi potrebbe considerare 850 anni un vero anniversario, a parte dei consulenti di marketing?”

Senza grandi sorprese la performance parigina di Inna e delle altre “ragazze del mucchio”, le quali hanno vivacizzato i festeggiamenti di Notre Dame (al momento dell’azione non si stava celebrando la messa) a suon di poppe nude. Uno spettacolo che, pur non avendolo visto di persona, non esito a definire glorioso. Flash sul mio passato bigotto. Undici o dodici anni, il decubito funereo delle prediche di Sant’Euclide, le mosche che danzavano nell’aria umida, l’immane, l’inutile fatica di tentare di stornare il missile terra-terra della mente puntato su “culo-fica-tette” e riportarlo a pensieri e visualizzazioni più consone alla funzione. Per questo, immaginare le candide tette orientali delle ragazze di Femen che biancheggiano nella penombra di una chiesa cattolica che ha quasi un millennio di vita a me pare una specie di contrappasso da sballo.

Un po’ trito e generico il commento con cui la giovane ha spiegato al giornalista le ragioni dell’azione del collettivo: “Vi sono così tante falsità che vengono nascoste. Ma quando strappi la benda, viene fuori il pus. E’ quello che abbiamo fatto a Notre Dame. Abbiamo strappato la fasciatura” (per inciso, anche questa espressione un po’ disgustosa, eppure appropriata alla sempiterna corruzione ecclesiastica, è stata rimossa dalla traduzione in italiano del pezzo pubblicata da Internazionale – sarà un caso?).

Piuttosto scontate anche le conseguenze dell’azione: polizia, arresto simbolico, e immancabili prese di posizione del sindaco di Parigi e del Ministro dell’Interno: hai voglia a essere laici, ‘sti Francesi, ma, se capita l’occasione di baciare un deretano clericale, anche loro mica si tirano indietro… Ma io riflettevo su due concetti: “rispetto” e “vergogna”. Perché, è certo, di questo avranno parlato i detrattori di Femen: mancanza di rispetto verso i fedeli, assenza di vergogna nelle bellissime e pugnaci ragazze di Femen.

E’ giusto “chiedere”, o, peggio ancora, pretendere “rispetto”? Già dovrebbe mettere in allarme la constatazione che quelli che lo chiedono, il rispetto, di solito sono i vecchi scorreggioni del bus – per inciso, credo che anche io mi stia trasformando in uno di loro (anche se gli sfinteri ancora vanno): a meno che non sia un caso se mi trovo sempre più spesso a lamentare presunte mancanze di rispetto nei miei confronti da parte di persone care o gente con cui mi tocca lavorare.

Rispettare significa guardare con “considerazione”, “riguardo”, “riverenza”. E che cosa accade se una certa persona / istituzione ha fatto / detto cose esecrabili? Occorre comunque “rispettarle”? E’ un po’ come quando mi scalpellavano il cervello a suon di “principium autoritatis” ([ha detto una cazzata] ma è pur sempre il maestro). Il rispetto dovrebbe essere naturale, altrimenti non si dovrebbe concedere. Tutto questo perché, anziché piagnucolare del rispetto negato, magari la prossima volta si faccia l’ipotesi che non si ottenga il rispetto anche perché non lo si è meritato. Per dire, se sei un padre che mostra anche piccoli segnali di ipocrisia, come si può sperare che i tuoi figli ti rispettino. Ad un livello diverso, se predichi la povertà e sei ricco sfondato, se pretendi di essere l’unico a saper distinguere tra giusto e sbagliato, ma commetti delitti orrendi e, non pago, pretendi l’impunità; diciamo che non ti dovresti lamentare se il rispetto che credi di meritare venga meno. Le tette in chiesa potrebbero risvegliare la coscienza di qualcuno, in fondo.

In un certo senso, vale lo stesso ragionamento per la vergogna. Come si fa a dire “vergognati” a uno che non si vergogna? Come si fa ad usare un imperativo per scatenare un sentimento che semplicemente l’altro non prova? Anche io qualche volta lo dico, ma non posso fare a meno di sentirmi stupido quando mi rendo conto che sto pronunciando davvero quella parola. In fondo, il rispetto, come la vergogna, assomigliano un po’ all’amore: se non te lo danno, non lo otterrai certo pestando i piedi per averlo.

A volte è bene ricordare la Storia così com’è, semplicemente /1

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88279 Il Ministro Calderoli da fuoco a 375.000 leggi inutili

Un Ministro della Repubblica Italiana, che fa parte di un partito che ha come principale obiettivo la secessione di un territorio dalla Repubblica Italiana, si reca in una caserma dei Vigili del Fuoco e sistema nel piazzale antistante degli scatoloni pieni di carta straccia con su scritto 375.000 LEGGI INUTILI.

Poi, con addosso un chiodo con pellicciotto e con in mano un’accetta, dà fuoco ai suddetti scatoloni, sorridendo ai fotografi.

Confiteor

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Sono un essere disgustoso. Ciò che ho fatto mi fa vergognare: che cosa darei per tornare a ieri, quando ancora ero pulito, e non sospettavo che mi sarebbe successo questo, o meglio che avrei permesso a questo di accadere. Dopo tutto quel cianciare, “sono pulito”, “non ci casco più”  e bla e bla e bla…

Ho provato a distrarmi, credetemi, sono perfino andato in un posto specializzato dove, con pochi euro ti levi il prurito: la roba è vintage, ma se hai tempo e voglia di cercare, trovi ciò che fa per te: ti dà la botta che ti serve, e comunque sei “a posto”, per un po’ non devi più “farlo”. Certo, è come dare un vol-au-veint a uno che vuole abbuffarsi di trippa alla romana…

I primi giorni di astinenza sono andato a dirlo a tutti, e pensa che con quelli che ancora ci sono dentro facevo il superuomo, il moralista, mi avvolgevo tutto con la porpora della mia vittoria sulla dipendenza. Ma il desiderio si è infilato dentro di me come gas che scivola dalla fessura sotto la porta, mi ha avvolto da dietro con le sue mille mani calde e fredde, mentre nel Tier Garten cercavo di svagare la mente concentrandomi su delle gambe femminili arancione elettrico che andavano misurando i suoi viali alberati.

Poi ho comprato gomme sigarette dolci cioccolata: in un pomeriggio ho bruciato in questo modo quasi 40 euro. Ma il desiderio, che per un momento mi aveva mollato, si ripresentava un quarto d’ora dopo, benvestito, sbarbato e suadente come un piazzista. Una forza irresistibile ha preso il controllo delle mie gambe e mi sono ritrovato prima nella metro, e poi a casa. Mentre appendevo il cappotto e la sciarpa all’attaccapanni, mi sono preso il tempo per gustare la mia disfatta, per godermi la luce e il calore delle fiamme che stavano trasformando in cenere i miei buoni propositi; con calma – ormai ero suo, perché non indulgere in questo rituale? – mi sono seduto e ho acceso la scatola magica.

E ho ricominciato a scaricare musica senza pagare.

Vizi Capitali: accidia

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Mi sono sfilato con un po’ di fatica gli anfibi e li ho abbandonati alla meglio all’ingresso; nel corridoio ho seminato, nell’ordine, borsa, giaccone, giacca, camicia, jeans e boxer: con indosso solo i miei (amati) calzini a righe rosse e blu entro nel bagno e mi do un’occhiata allo specchio. Considero la mia espressione alienata, le occhiaie profonde, scure. Mi sembra opportuno lavarmi i denti: un automatismo che mi porto dietro da quanto ero alto un metro, lavare i denti prima di andare a letto. Peccato che ora sono le tre e venti del pomeriggio, e che tra dieci minuti inizia la “riunione delle riunioni”, in cui è atteso il mio “importante contributo”.

Nudo, vado in cucina, e mi somministro una dose liberale di tranquillanti, accompagnati da 4 pasticche di cioccolato M&M’s – oggi si possono avere anche in versione personalizzata, tipo con le tue iniziali stampate sopra ogni confetto. Dodici passi contati mi conducono davanti al letto. Sollevo un lembo del piumone chiaro con i disegnini e mi ficco a letto. Mi giro sul lato sinistro, il mio preferito, dal momento che lascia libero l’orecchio destro, che sente meno. Qualcuno mi ha detto, però, che dormire sul lato sinistro affatica il cuore. Chissà se è vero. Mi tiro il lenzuolo imbottito fin sopra la testa e comincio a respirare l’aria di là sotto. E’ un gioco che facevo da bambino: respirare per un po’ l’aria viziata sotto le coperte, e poi cacciar fuori di botto la testa, ed annusare l’aria fresca, ossigenata, della stanza i cui termosifoni erano spenti da ore. Il mio ingenuo sinestismo infantile mi faceva immaginare che quell’aria fosse di un blu metallico tempestato di macchie d’argento, esattamente come il fondalino che nel presepe serviva a ricreare una fredda notte palestinese.

Erano notti serene, quelle: ronfavo avvolto nel mio bozzolo di amore familiare, la membrana opaca che mi impediva di vedere i guai e le tragedie che si consumavano nella famiglia – almeno quelle che ai miei genitori era possibile nascondere. A parte questa sensazione di protezione, che valuto oggi in prospettiva, non ricordo quasi niente di quei giorni vissuti oltre trenta anni fa. Per l’esattezza, di quell’era remota mi sono rimasti appiccicati dei frammenti casuali: le province di Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, che mi si presantano ancora in ordine alfabetico; un incisivo sbeccato bevendo (ovviamente di nascosto) direttamente dalla brocca d’acqua che stavo portando a tavola e rimbalzatami direttamente sui denti grazie alla mia goffaggine; quando mi hanno bruciato una verruca da sotto il piede e poi ho camminato zoppo per diverse settimane; il tentativo di decifrare un film di un qualche minimo contenuto sessuale attraverso la nebbia catodica del televisorino portatile Philips (una pellicola di Pasolini), ricavandone la sconvolgente e ben poco eccitante vista di membri maschili mediorientali; la lista di preghiere da recitare prima di dormire – se avevo troppo sonno, mi concedevo la possibilità di “saltarle”, con l’impegno implicito a “recuperarle” la sera successiva. Il brutto veniva quando dovevo “mettermi in paro” per diversi giorni di turni rimandati! E vabbè che ho avuto una maturazione tardiva, e che magari non sono un un genio: ma ancora mi domando come un simile mondo mi sembrasse avere senso…

Anche ora sono al riparo di in un bozzolo di piuma, in posizione fetale, e ho pure escogitato una manovra che mi permette di nascondere anche la testa sotto le coperte lasciando un buchino per respirare. Complice la chimica, le membra si fanno pesanti, e sull’anima cala una pace serafica, scandita dal mantra del fanculo: fanculo il lavoro, fanculo la politica, fanculo i maschioni e fanculo le femministe, fanculo la scuola pubblica e fanculo anche la scuola privata, fanculo il fisco e fanculo gli evasori, fanculo i vessatori e fanculo i lavativi, fanculo la religione e fanculo pure gli atei, fanculo il papa e fanculo il dalai lama, fanculo la castità e fanculo il sesso, fanculo i moralisti e fanculo i libertini, fanculo la musica classica e fanculo la musica leggera, fanculo le scale e gli ascensori, fanculo i vecchi che puzzano e fanculo i giovani profumati come mignotte, fanculo le élite e fanculo le masse, fanculo i giornali e pure i blog, fanculo la guerra ed anche i pacifisti, fanculo le dittature e fanculo pure le democrazie, fanculo Prada e fanculo i punk, fanculo i gattini e fanculo gli animali che uccidono per il piacere di farlo, fanculo i carnivori e fanculo i vegetariani, fanculo il vino e fanculo l’acqua, l’hashish e la birra, fanculo gli arroganti e fanculo i timidi, fanculo la “casta” e fanculo l’uomo della strada, fanculo gli estremisti e fanculo i moderati, fanculo i fascisti e fanculo i comunisti, fanculo i poeti e fanculo gli ingegneri. Fanculo.

Fetish Blue

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Nell’autobus, Artistoide sedeva smarrito tra liriche nipponiche e kraut-rock, mentre pensava e valutava se’ stesso: non un particolarmente buono, né davvero pessimo. Calzeblu era in effetti seduta davanti a lui da un po’, solo che lui era smarrito ad inseguire la sua mente, che a sua volta correva a perdifiato sulla neve caduta quella notte sulle cime di qualche vulcano giapponese. Ma ad un certo punto alzò gli occhi: troppa era la sua fame di mondo, irresistibile la sua curiosità. Calzeblu era vestita proprio in modo perfetto: innanzitutto portava occhiali irresistibilmente erotici (lenti ovali, montatura scura ma non nera), che, a guardarli bene, agli estremi sviluppavano due minuscole curve eleganti.Ricordavano una coppia di farfalle che si stringessero le mani appena sopra la radice del naso di Calzeblu: erano cool e allo stesso tempo facevano un po’ “segretaria sexy anni Sessanta”, ma senza brillantini. Un morbido cappellino da puffo di lana grigia copriva il capo di Calzeblu, senza poter impedire a qualche ciocca castana di uscirsene fuori a sentire che aria tirasse. Era truccata in modo discreto, e perfino le piccole imperfezioni della pelle vicino alla bocca, che il trucco non riusciva a cancellare, sembravano programmate, studiate per scongiurare il rischio lo stile si facesse pedantezza. Sul grembo di Calzeblu riposava una borsa di sovrumana bellezza. Dava l’impressione di denim molto delavé, e di essere stata lavata in lavatrice con un capo viola che aveva stinto. La borsa poggiava sulla gonna ed in parte sulle gambe della ragazza, che, come è facile capire, indossava dei collant blu molto trasparenti.

La combinazione del nylon e del chiarore delle cosce produceva un effetto cromatico che mandò in tilt il cervello di Artistoide, il quale cominciò immantinente a copiosamente sudare sotto al suo eskimo di lusso. Le liriche, che fino a pochi minuti prima gli erano sembrate morbide ed carezzevoli come una grappa, divennero in un amen trite e banali, ed in effetti faceva una fatica boia a mettere a fuoco le parole stampate sul libro. Doveva fare qualche cosa, doveva memorizzare quella frequenza, per tentare di riprodurla. Quella sfumatura di blu lo faceva risuonare come la pelle di un tamburo percosso da una bacchetta. (del resto è così che qualche volta arriva l’ispirazione definitiva d’artista: mica ti avvisa, lei si presenta non invitata dentro un autobus pidocchioso alle 11:00 di mattina, ché ti sei appena alzato e nemmeno hai bevuto un caffè perché sei già in ritardo per un appuntamento importante).Doveva fare qualche cosa, doveva conoscere Calzeblu, portarla nel suo studio a posare, vestita, con addosse le sue belle guaine colorate di nylon. Dimenticò l’appuntamento importante, e quando la giovane scese dall’autobus, le si precipitò dietro di lei.

Un po’ di tempo dopo

Calzeblu amava ancora Artistoide, quando finì a letto con Abercrombie de Timberland; e fu con Abercrombie che poi si sposò. Niente più  miseria, depressione, vanità da primadonna, niente più conti da pagare, niente più recriminazioni, minacce di suicidio. Erano stati due anni anche divertenti, se non fosse per quella fissazione per di Artistoide per le sue calze. All’inizio le era sembrata una specie di parafilia non particolarmente sconvolgente: ci si era adattata, eccitata e divertita dalla novità. Che poi novità non era, dal momento che poteva mettere dei collant di marca e colore diversi da quelli che indossava il giorno in cui si erano conosciuti solo quando lui era fuori, o a patto di cambiarsi quando tornava a casa. Non si trattava di sesso; quello sciocco accessorio che avvolgeva le sue gambe scatenava Artistoide, che però, dopo, infelice ed insoddisfatto, cominciava a piagnucolare come un bambino noioso. La lasciava tra le lenzuola per scappare blaterando nello studio, dove passava il resto della domenica, mentre lei guardava al dvd qualche film pretenzioso ed incomprensibile.

Epilogo

Artistoide capì che la chiave per completare il suo trittico “Battaglia Navale”, sul quale lavorava da cinque anni, era ad un passo da lui, eppure non riusciva ad impossessarsene, a farla sua, domarla, metterla al servizio del suo conato artistico. Ne moriva, ed infatti nemmeno si accorgeva di quanto Calzeblu lo amasse e lo apprezzasse, e mai si rese conto di quanto la poveretta avesse fatto per lui anche solo materialmente, subendo le sue stravaganze senza battere ciglio e mantenendolo economicamente (“in fondo sei un artista!”, gli diceva sorridendo, ogni volta che pagava il conto). Quando lei se ne andò, si sentì perso, ma come si sente perso un cieco quando gli muore il cane guida. Passò in rassegna varie possibili evoluzioni della sua parabola artistica: non aveva soldi per darsi all’assenzio o alle droghe, benché sembrasse très chic, come soluzione. Considerò freddamente la possibilità di tagliarsi un orecchio, ma quando arrivò il momento clou, davanti allo specchio del bagno pensò che la sua faccia non era poi tanto male e che l’asimmetria che sarebbe risultata dalla recisione di un padiglione acustico non gli avrebbe giovato dal punto di vista estetico (e commerciale): in fondo era pigro, e anche conservatore. Così si iscrisse ad economia e, dopo la laurea, divenne dirigente di una banca d’affari di Londra.

San Remo 2013. A bocce ferme.

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Leggere e sentire i commenti di chi sostiene, per partito preso, che guardare il Festival di San Remo è roba da sfigati è qualcosa che fa girare le palle. Forte. Voglio dire, se non te ne frega niente o hai di meglio da fare va benissimo, nulla da eccepire; ma San Remo è, che tu te ne renda conto o no, lo specchio della situazione socio-culturale italiana. Ti dice esattamente cosa sta succedendo, segna il limite del politicamente corretto e del musicalmente accettabile. Per la massa eh, mica per te. Tutti sappiamo che la musica vera la vai a sentire altrove ma, dato che nella massa tu ci vivi, ti conviene farti un’idea di cosa pensa e cosa fa, così magari ti riesci addirittura a relazionare, sennò finisci solo e pazzo dietro le linee nemiche a valutare le uniche tre opzioni che ti sono rimaste: il suicidio, una sana e consapevole tossicodipendenza o denunciare Zingaretti. Quindi sticazzi se è da sfigati, io l’ho guardato tutto, perché i Jon Spencer Blues Explosion li ho già visti e dai Blur a Capannelle ci vado sicuro. E comunque quelle sere no, non avevo niente di meglio da fare.
Non credo sia più il caso di fare un resoconto dettagliato, se ne sono dette troppe e troppe ce ne sarebbero. Mi limito a sottolineare alcuni punti.
– Fabio Fazio, nonostante il suo atteggiamento da prete giovane che piace ai giovani, (quello che suona la chitarra e ti stupisce che conosce i Metallica, ma solo quelli di Nothing Else Matters ) non ha fatto proprio un lavoro orèndo. Sia come conduzione (anche se la Littizzetto, con il suo “sono la racchia discola che fa doppi sensi si sdraia a terra” dopo un po’ rompe le palle), sia (e soprattutto) per la scelta dei collaboratori (Mauro Pagani su tutti).
– Musicalmente, in gara, c’erano solo Elio e le storie tese. La loro Canzone Mononota è una trovata degna del miglior Frank Zappa. Sono riusciti a prendere per il culo 60 anni di canzonette in 4 minuti. Pazzeschi.
– Bollani, Veloso e Antony Hegarty ( di Antony and the Johnsons ) sono stati i protagonisti dei momenti musicali più alti di tutto il festival. In particolare, anche se la canzone eseguita non è la più bella del suo repertorio, Hegarty ha regalato un’interpretazione che, in sintesi, ha fatto un culo così a tutti i cantanti in gara, dimostrando che se sul palco c’era la fotografia del meglio della musica pop italiana, stiamo guardando un campionato di serie B.
– Il momento più surreale di tutto il festival è stato senza dubbio l’esibizione, nella prima serata,  di Toto Cutugno, che ha cantato “ l’Italiano vero” con il coro dell’armata rossa.  E io sto ancora qui a chiedermi perché non abbiano cantato Oh Katiuscia, che almeno avrebbe avuto un senso. Sarà, ma io ancora non mi capacito. Comunque ho letto che Cutugno è fortunatamente uscito da una brutta malattia, la stessa che portò via Frank Zappa 22 anni fa. Questo a dimostrare per l’ennesima volta che Dio non esiste o, se esiste, ha dei gusti musicali quanto meno discutibili.
Tutto il resto rientra in uno schema previsto e prevedibile, dalle battute dei comici alle canzoni, alcune più ascoltabili (ma niente di che), altre davvero orènde;  tante copie di cose già sentite e tante copie di cantanti morti e sepolti.
In conclusione, a San Remo, il “già-sentito” musicale è stato ben confezionato e ben presentato, con tanto rassicurante ed elegante buon gusto e anche un pizzico di momenti fuori dallo schema classico, ma niente di preoccupante, eh, ci mancherebbe. Come un elegantissimo e pettinatissimo giovane prete che, in borghese, sotto il loden, ha la maglia dei Metallica (però sempre quelli di Nothing Else Matters). Immagine che combacia perfettamente con l”idea platonica del candidato premier che (quasi) tutti vorrebbero.Temo.

In memoria di Malcom Sorrow

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Malcom J. Sorrow si è spento la scorsa notte nel suo appartamento di Londra; erano con lui la compagna Akar e le figlie Caress e Whisper, che lo avevano raggiunto qualche giorno fa da New York. David Bowie, in jeans e giubbotto scuri, occhiali da sole a goccia, è stato visto lasciare l’appartamento dei Sorrow a Marylebon verso le 11:00 di stamattina, mentre fonti vicine alla famiglia di Sorrow confermano che per il primo pomeriggio di domani è prevista una visita di Nick Cave. Negli ultimi mesi, Marina Abramovic si è mantenuta in stretto contatto con Malcom, almeno finché il suo stato di salute glielo ha permesso: con il supporto dell’artista serba, Sorrow ha infatti messo a punto la regia della sua cerimonia funebre, che, come programmato da Sorrow, verrà officiata presso il Tempio dell’Ipnoeroticomachia di Londra il terzo giorno successivo alla sua morte. Di questa celebrazione non si sa molto, ma, considerando le stravaganze di Sorrow e dei suoi ex compagni di scorribande (musicali e non), c’è da scommettere che le sorprese non mancheranno.

Malcom J. Sorrow (né Alexander Mc Callum) nasce nel 1969 da una famiglia borghese, cui tenta in ogni modo di ribellarsi; fondatore del collettivo artistico Smoking Tampon, fu animatore di alcune delle performance artistiche più discusse della fine degli anni Ottanta. La più celebre fu Human Scent, nella quale la sua splendida fidanzata del tempo, Suzy Temple, dovette sobbarcarsi l’ingrato compito di farsi sommergere, completamente nuda in una stanza non riscaldata, da 20.000 paia calzini usati da altrettanti uomini selezionati tramite un annuncio sui quotidiani. Quando apprese il contenuto della manifestazione artistica, tenuta presso il Victoria & Albert Museum con il patrocinio della Royal Society for Arts Development, il primo ministro Trumpet espresse netto sconcerto, definendo Sorrow e gli altri scoppiati dello Smoking Tampon “una banda di diseredati, nonché distruttori di civiltà”.

“Wrecker Of Civilization” è, guarda caso, il titolo dell’opera prima di Mc Callum: un lavoro che, al netto di qualche ingenuità, contiene in nuce gli elementi di genio rivoluzionario che avrebbero fatto di Sorrow uno dei numi tutelari dell’underground dark / industriale britannico. “Wrecker Of Civilization” spinge alle estreme conseguenze la virulenta forza negatoria del post-punk, introducendo massicce dosi di disturbi elettronici. Mc Callum, mettendo a punto strumenti elettronici fatti in casa (l’ormai mitico sorrowizer), campiona rumori del mondo (due topi che copulano, una sega circolare in azione sulla carcassa di un’automobile, lo stantuffare sfiatato di una porta difettosa di un convoglio della metro, i rumori e le voci di una corsia d’ospedale, le urla di un manicomio criminale), trasformandoli e dotandoli di una ritmica ora sgemba, ora simmetrica ed accattivante. Su questo strano miscuglio, Sorrow registra, spesso filtrandola, la sua notevole voce: urla lancinanti cui spesso seguono improvvise ed inattese aperture melodiche, balbettamenti smarriti, lallazioni e nenie. Un vero capolavoro: “Wrecker Of Civilization”, con la sua anima oscura e la sua attitudine dark jazz, diventa immediatamente un classico della musica contemporanea.

Il successivo “Section Six” (1990), è invece un concept album sul senso della vita in una grande città industriale, “dove il fumo radioattivo delle fabbriche si mischia al chiarore spermatico del cielo”. Dopo la morte improvvisa della moglie, Mc Callum convive con il grande amore della sua vita, l’ermafrodito Akar. E’ probabilmente la storia con Akar a consentire a Mc Callum di intravedere un barlume di speranza dal fondo della cripta in cui si è autosepolto. Pur permanendo l’impostazione oscura e disperata e una visione della società dei consumi come una landa dominata da violenza, perversione e malattia mentale (“Burger / Autopsy”, “Cannibal Baby”, “Heart-Shaped Blood Stains”), si regitrano caute ed episodiche aperture all’amore e la speranza (“Totally Yours”, “Chinese Fucking Walls”). Giusto per non smentirsi, “Section Six” si conclude però con la tempesta metallurgica di “Hell = Heaven”: diciotto minuti di di campionamenti impietosi di presse idrauliche che si sovrappongono a chitarre effettate e ai battiti ossessivi di una drum machine che pesta senza pietà.

Nel 1992 Sorrow, che nel frattempo ha cominciato il suo percorso iniziatico-chirurgico per trasformare il suo corpo in un ibrido maschio-femmina e ha fondato nientemeno che una nuova chiesa, dà alle stampe la sua suite industriale “Into the Perversion Chapel” (Useless Music), ardito cross-over tra canti tradizionali sciamanici, free-jazz e black metal. Pur essendo un album amatissimo dai fan, “Into the Perversion Chapel”, pasticciato ed incerto, è l’unico vero passo falso nella carriera di Sorrow. E’ solo nel 2009, dopo ben diciassette anni di oblio e solitudine marcati dagli eccessi e dal consumo irresponsabile di alcol e droghe sintetiche, che vede la luce il capolavoro del “distruttore di civiltà”, le “Orgamic Suites”. Ispirato alle dottrine del discusso intellettuale neo-pagano Franz Kutzleweit, il disco è composto da sole quattro tracce, ognuna delle quali di una ventina di minuti ed è stato messo in commercio in sole 250 copie. Il CD viene venduto in bundle con un uno speciale dispositivo grande come una scatola di fiammiferi, concepito per interporsi tra riproduttore e fonte, su cui va applicata la cuffia e da cui si dipartono i cavi elettrici che lo collegano ad una fascia elastica da applicare al polso e ad un paio di speciali occhiali. Le “Orgamic Suites” sono concepite per suonare in modo diverso per ogni ascoltatore: il dispositivo venduto assieme al CD, infatti, rileva le reazioni dell’ascoltatore al suono, instaurando un circuito di feedback gestito da un software che preleva la più adatta tra le migliaia di possibili tracce pre-registrate da Sorrow remixandola in tempo reale in modo coerente alle reazioni psico-fisiche dell’ascoltatore.

Le Orgasmic Suites furono un successo underground, e, a dispetto del prezzo proibitivo (600 sterline), il “pacchetto” fece immediatamente sold-out. Le major avevano annusato l’affare e forse Sorrow era pronto a spiccare quel salto verso il mainstream cui i suoi fan “alternativi” guardavano con timorosa libidine. Sarebbe anche successo, forse, se non fosse stato per il caso di Beatrix Todd, una ventiquattrenne di Southampton, cui il brano “Shibari & Ice” procurò un orgasmo talmente violento e prolungato che il suo cuore, minato da una patologia non diagnosticata, non riuscì a resistere. Sorrow, che sotto la scorza di stravaganza, ha sempre mantenuto un animo puro e sensibile, ne fu addoloratissimo; al punto che la notte del 26 gennaio del 2010 diede fuoco al suo studio “nel quale avevo concepito un’opera che aveva ucciso un’innocente”. I genitori di Beatrix fecero causa a Sorrow e la polizia aprì un’inchiesta sul suo conto per omicidio preterintenzionale. E’ facile comprendere quanto gli ultimi anni di Mc Callun siano stati duri, segnati come furono dai rigori di un processo ingiusto e dalla rabbia cieca del popolo britannico, che liberò contro il “mostro” Sorrow tutto il suo potenziale latente di primitività ed ignoranza.

Ieri se n’è andato uno dei pochi geni musicali del secolo. Requiescat In Pace.

Romanticherie

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Alle 12 e 30 circa del 15 ottobre del 1963, Ian e Myra sedevano sulla panchina di un parco. La giornata era fredda; il vento che aveva soffiato insistente tutta la mattina era riuscito a spazzare via le nuvole, e ora gli abitanti di Manchester si bevevano vogliosi fino all”ultima briciola di quella luce solare che vedevano tanto di rado.

Ian sedeva in modo esemplare, come fosse un manichino dei grandi magazzini del centro, il completo economico ben in ordine, i capelli ondulati pettinati all”indietro con la brillantina: teneva un libro dalla copertina nera davanti agli occhi; le sue labbra si muovevano – leggeva infatti alla sua fidanzata, che so, qualche sonetto antico? O magari un lavoro di un certo poeta francese che allora andava per la maggiore? Incredibile la trasformazione subita da Ian da quando aveva deciso di rigare dritto: niente più alcol, risse e furti, galera. Si era chiuso in casa a “migliorarsi” con tale impegno che il suo padre adottivo che lo vedeva per ore chino sui libri, aveva cominciato a provare nostalgia per la sua fase da teppista.

Il volto di Myra era girato verso il suo innamorato, i capelli brutalmente ossigenati, il rossetto vermiglio, la rabbia di una giovane svantaggiata determinata a non mollare l”osso attorno a cui aveva stretto i suoi denti non troppo sani. Sbocconcellava il pranzo (una porzione di fish and chips avvolta in un giornale bisunto), mentre pendeva letteralmente dalle labbra di Ian, che le appariva bello, sicuro di sé, nonché rispettabilmente impiegato presso una azienda chimica – la stessa per la quale lei svolgeva le mansioni di dattilografa.

Avevano interessi in comune, loro due. Ad esempio, il libro che lui le stava leggendo scandendo le parole e tornando sui passaggi più pregnanti, sì, il libro che, a dirla tutta, le stava provocando qualche imbarazzante reazione sotto la cintura, descriveva con scientifica minuziosità sulle inenarrabili violenze cui erano stati sottoposti individui innocenti ed inermi in un campo di concentramento nazista. La violenza, del resto, era la placenta in cui si era sviluppata, il seme nero germogliato dai suoi traumi infantili. Solo la sua morte in carcere, nel 2002, avrebbe reciso la malapianta. Ma la sua ombra minacciosa era ancora lì, 35 anni dopo i delitti di cui si era macchiata: non a caso, si dovettero cercare ben venti imprese di pompe funebri prima di trovarne una disposta a bruciare la sua carcassa…

Una coppia borghese deliziosa, da vedere in un parco al centro della città di Manchester, più o meno all”ora della pausa pranzo. Gli uomini, certo, consideravano Ian una mezza calzetta dal cattivo carattere, e le segretarie in libera uscita scoccavano sguardi ironici al lavoro approssimativo che il parrucchiere aveva fatto alla testa di Myra, poverina, convinta, in quel modo, di poter assomigliare ad una delle eroine del terzo reich che animavano le sue perverse fantasie. Ma in fondo l”eterna condiscendenza piccolo borghese verniciava di paillette quei due poveretti, e a qualcuno particolarmente mammoletta il cuore dava una piccola strizzatina gentile nel petto, al pensiero del loro amore da quattro soldi.

Se solo quegli sciocchi avessero saputo che i due stavano in effetti concordando un modo per individuare ed adescare le loro vittime, non sarebbero stati tanto sentimentali.

Di nuovo tra voi (5)

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il mio racconto si era fermato qui.

Depilarmi non è stata una passeggiata, fortunatamente ho dovuto farlo solo in quell’occasione: non so proprio come fanno le donne. Ho dovuto usare tre-quattro rasoi, dal momento che continuavano ad intasarsi e/o a perdere il filo delle lame. Alla fine dell’operazione, mi faceva strano guardarmi quella immensa distesa di pelle bianca e certo non molto tonica che mi faceva da petto e ventre, completamente glabra. Quando abbiamo finito, le nostre quattro assistenti ci hanno sciacquato ben bene versandoci a turno acqua tiepida da alcune brocche predisposte per l’occasione, mentre noi stavamo accosciati dentro le nostre rispettive vasche. Ero assai preoccupato per la mia nudità, temevo che le “vestali” soppesassero il mio sesso come usualmente faccio io con i seni e le chiappe di ogni donna passabile tra i diciotto e i cinquant’anni. Improvvisamente ho capito che cosa significa quello che le donne provano, quando sono in un ascensore con tre damigiane di testosterone ambulanti – alcune sostengono di sentirsi “nude”, ed effettivamente lo sono, in un modo un po’ strano ed astratto, ma garantito che lo sono. Vabbè, comunque, la situazione è durata poco per fortuna, perché, non appena ci hanno fatto segno di alzarci in piedi, erano già pronte con due accappatoi candidi. Mi avvolsi frettolosamente in quello che mi era stato assegnato. Non era un vero accappatoio, quanto piuttosto una specie di tunica, di cotone molto pesante.

Una delle ragazze mi ha allungato una ciotola dentro alla quale si trovava un unguento dall’aroma dolce, avrei detto mirra, o qualcosa si simile: ho fatto come mi aveva suggerito a gesti, ovvero vi ho intinto le mani e mi sono passato la sostanza grassa sul capo completamente rasato. Ruslan aveva fatto lo stesso. Le ragazze (ne avevamo una al lato ognuno) ci hanno accompagnato in un vestibolo, davanti al quale si trovava il Gesù superfumato che mi era apparso durante quelle che fino ad allora mi erano sembrate semplicemente allucinazioni da esaurimento e da uso di droghe. “Gesù” era vestito come un Pope, solo che la sua tonaca e il suo buffo cappello erano di un rosso sgargiante, anziché del classico nero. Al collo portava un crocifisso blasfemo: il giovane uomo torturato a morte era qui raffigurato con un realismo inedito, almeno in alcune sue porzioni anatomiche. Le assi della sua croce erano del resto costituite da corpi femminili, intrecciati nelle maniere più assurde. “Gesù” aveva praticamente la faccia di Sébastien Tellier, e ci ha dato la mano. Anzi, a me per poco non l’ha stritolata. Il prete mi ha parlato con il suo accento californiano, dicendomi che era felice che potessimo fare esperienza di qualcosa di veramente unico: “Amico, stasera potrai vedere l’avanguardia della religione e del sesso. Lo so, lo so, tu sei sempre stato abituato a considerarli due argomenti distinti, addirittura antitetici, vero? Ma non ti hanno forse detto che saresti resuscitato nella carne? Eh?”. Il pope pop si era levato il capello, per asciugarsi la testa, che sul cocuzzolo mostrava una bella piazza luminosa tempestata di goccioline di sudore. “Pensavi che JC si riferisse alle bistecche? O forse a questa roba qui?” ha aggiunto, stringendomi in modo fortunatamente lieve, ma non per questo meno fastidioso, i coglioni nel suo pugno destro. Ho avuto di nuovo paura di essere evirato, e il fatto che la sua mano si fosse allontanata dalla sancta sanctorum non era sufficiente a rassicurarmi più di tanto. Non potevo sopportare quell’angoscia, così ho deciso di parlargli con chiarezza: “Non è che state per evirarci?”. Sebastien mi ha guardato come per rendersi conto se stessi scherzando o dicendo sul serio, e poi è scoppiato a ridere, così forte che avevo paura che gli venisse un colpo. Dopo qualche decina di secondi, nei quali la sua ilarità aveva fatto a tempo a propagarsi alle ragazze, il prete ha detto: “Ma caro, tu non hai capito niente. Quelli che hai in mente tu sono gli Skoptsy, una antica setta che aveva avuto una relativa diffusione da queste parti diversi anni fa… Ma, mio caro, noi siamo tutt’altro, apparteniamo tutti ad una setta dei Khlisti, ne hai mai sentito parlare?”, “No”, “Immaginavo, però credo che tu abbia sentito nominare un certo Rasputin… ecco lui era uno di noi. Comunque, ora iniziamo la nostra cerimonia, d’accordo, e… tranquillo, domani mattina potrete ripartire, tutti interi, beninteso, non ci prenderemo certo le vostre palle come souvenir!”. Così dicendo, il prete sempre ridendo forte, ha spalancato le ante di un portone pesante che si apriva su una grande sala.

Ci saranno stati una trentina tra uomini e donne, strigliati e pettinati nelle loro tuniche bianche. Erano disposti in un ampio cerchio e si guardavano tra loro con occhi poco spirituali, direi. Molti di loro avevano in mano uno strumento musicale: tamburi, viole, violini, tamburelli, trombe e altri strumenti a fiato. Il Cristo, così ho poi scoperto che si chiamava il prete, aveva raggiunto il centro del cerchio. Ruslan ed io ci eravamo sistemati nello spazio vuoto che ci era stato lasciato da alcuni nostri cortesi ospiti. Il Cristo era stato raggiunto dalla Vergine Maria Madreterra, che indossava una ricca palandrana viola: si erano presi per mano, mentre il Cristo salmodiava in russo. Silenzio. Salmodia. Silenzio. Ci tenevamo tutti per mano: ci siamo uniformati almeno all’inizio, alla condotta degli altri, che tenevano il capo chino, come intenti alla preghiera o alla meditazione. Poi sono state accese le pipe di hashish, da cui tutti hanno attinto liberamente.

E poi è stata la volta della musica: una musica infernale, che andava aumentando di velocità e di intensità in modo proporzionale alla quantità di droga e di vino che veniva via via consumata. Hanno cominciato a spogliarsi e ad accoppiarsi, più o meno a caso, in coppie, in tre, di quattro… Uno spettacolo fantastico. Avete presente un film pornografico? Quella è roba per frati trappisti, rispetto a quello cui io e Ruslan abbiamo visto quella notte. E noi due? Possiamo dire che qualcosa è successo, anche se non sono poi tanto sicuro di cosa, o forse lo so, ma non ne voglio parlare, o meglio no, noi, io ho solo guardato, abbiamo fumato e bevuto, sì, abbiamo anche dato una mano, sì, se c’era qualcuno da frustare, niente di cruento, eh, qualche colpettino, niente di più, ma insomma, noi siamo stati più che altro testimoni.

E poi ci siamo addormentati per terra: quando ci siamo svegliati, c’era ancora qualcuno che trombava, anche se non con la stessa lena, con lo stesso entusiasmo della sera precedente. La Madreterra, che era nuda, e devo dire non troppo presentabile dopo tutti gli smanacciamenti, è passata tra i fedeli con una grande ciotola piena di uva sultanina, e ne ha data a tutti (non solo di uvetta, per la verità). Così si è concluso il nostro rito.

Eravamo ancora frastornati quando due delle vestali ci hanno accompagnati con una vecchia Lada Niva arancione ad una stazioncina persa tra i campi di grano a circa 350 chilometri dal nostro fantastico villaggio di mistici scopacchioni. La biondina paffutella, che ho scoperto chiamarsi Adviga o qualcosa di simile,  sedeva accanto a me sul divano di dietro in puro sky color merda, e così, senza ragione, ad un certo punto del viaggio ha appoggiato la testa sulla mia spalla, sorridendo. Una piccola cosa, rispetto a tutto quello che ci è successo in Russia, ma sull’aereo, quel piccolo ricordo pieno di affetto si sovrapponeva a tutto il resto, alla violenza, alla paura di morire, al freddo, al delirio mistico, all’orgia e al vino e alla droga.

E poi: Roma, assieme a Ruslan, ovviamente, che per qualche settimana – così dice – dormirà sul divano del salotto di casa mia – per la gioia di mia moglie.

di nuovo tra voi (4)

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eravamo arrivati fin qui

“Certo che sei un amore, vestito così, sembra che vieni dritto dritto da Novecento di Bertolucci…”

Ruslan ridacchiava: “Ridi, cazzone, intanto qui si fa una vita sana… lavoro, preghiera… e ho pure rimorchiato!”

“Che cosa è questa storia della preghiera? In effetti, quando mi hanno dato da fumare della strana roba in una pipa, mi è apparso uno strano americano vestito di bianco, anche lui fumatissimo, che diceva di essere Gesù… anzi, ad essere precisi, non è che si sia proprio presentato, ma insomma, è come se lo avessi saputo che era… lui”

Ruslan si era avvicinato un po’, per parlarmi sottovoce: “Questi sono proprio strani, proprio invasati da qualche forma di religione strana. Stanno spesso in silenzio, si alzano ad ore impossibili, prima di mangiare pregano, quando scambiano qualche parola tra loro, non fanno che blaterare cose incomprensibili sulla purezza…”

Ad un tratto, mi era lampeggiata un’intuzione nel cervello, pur provato come era dall’esaurimento psico-fisico e dalle strane droghe assunte. Mi era flashata nella mente una pagina di Wikipedia in cui mi ero imbattuto mesi prima per caso, che parlava di una setta russa: un gruppo di schizzati, guidati da un contadino ancor più fulminato, che aveva avuto la buona idea di convincere i suoi sodali che il modo migliore per essere vicini al Signore era quello di astenersi completamente dalla vita sessuale. Questa è roba vecchia, classica, almeno per le grandi religioni monoteiste. Ma qui si era andati ben oltre. Le donne più dotate venivano premiate dalla comunità con l’asportazione chirurgica del seno, mentre i maschietti più promettenti finivano per essere separati dai loro “gioielli di famiglia”. Mi veniva in mente il delirio sado-masochistico del video “Closer to God” dei Nine Inch Nails, ma anche le immagini indigeribili in cui mi ero imbattuto facendo ricerche sugli Skoptsy (così mi sembrava si chiamassero i pazzoidi invasati di Wikipedia), provenienti da un qualche sito di autolesionisti della Church of the Body Modification. Roba da vomitare.

O. Mio. Dio. Dove. Siamo. Finiti. Pensavo veloce. Per esempio, che questa faccenda di puro-non puro in molte culture viene prima del ben più importante discrimen tra giusto-non giusto. E’ per questo, mi dicevo, che le cose vanno in questo modo, nel nostro occidente di plastica e silicio, così come in uno stronzo villaggio pieno di neve nel culo della Russia, come quello in cui eravamo stati catapultati.

“Ruslan, ascoltami, questi sono Skoptsy, la donna piatta – non, non ha più il seno! E l’uomo effemminato, si è fatto evirare, cazzo!”

Ruslan mi guardava con la mascella pendula: instintivamente, aveva appoggiato una mano a coppa sullo scroto, come a proteggersi da una forcola immaginaria pronta a separarlo dalla sua CPU della vita e del piacere.

“Tra l’altro, stasera ci sarà una cerimonia… siamo invitati anche noi”

“Ho un po’ paura, non è che finiamo anche noi senza ceppa?”

“Ma no, per la verità sono proprio curioso…”

“Qui vige una specie di comunismo, tengono tutto, conserve, carne secca, vestiti e stivali in un grosso magazzino che si trova proprio qui dietro. Potremmo partecipare a ‘sta messa, e quando sono tutti lì a sentire il predicozzo, eclissarci, fregarci un po’ di roba pesante e un paio di zaini di mangiarini per poi tagliare la corda. Che ne dici?”

E abbiamo deciso di fare proprio così. Verso sera, son venute da me due ragazze – una era veramente carina – che mi hanno fatto indossare un grosso pastrano rivestito di pelliccia assieme ad uno sciarpone i lana grezza e un cappellone di pelliccia con i paraorecchi. Siamo usciti fuori e abbiamo raggiunto una grande sala, dove evidentemente si svolgeva la preparazione al loro rito. Il fuoco che scaldava la stanza in modo insopportabile ardeva nel grande caminetto, e sopra era sistemato un paiolo dove bolliva l’acqua. Ruslan, che a quanto pareva mi aveva preceduto nella sala, nel momento in cui sono entrato si stava togliendo i boxer. Mi ha sorriso un po’ imbarazzato, nudo bruco, il ventre peloso leggermente prominente sembrava disegnare una faccia grottesca, gli occhi erano i capezzoli, da uno dei quali pendeva un anellino, mentre la bocca era l’enorme buco dell’ombelico. Sul petto, subito sotto al collo, Ruslan aveva un tatuaggio a forma di fulmine stilizzato, molto simile al logo dei Throbbing Gristle.

Al centro della stanza si trovavano due vasche da bagno vintage, nelle quali altre due ragazze versavano l’acqua bollente. Le mie due accompagnatrici mi fecero capire a cenni che dovevo imitare il mio amico, così cominciai a spogliarmi anche io, sia pure con una certa riluttanza, in parte per la presenza di quel pubblico femminile, che però non pareva imbarazzato dalla nudità maschile, ed in parte perché temevo di essere evirato da un momento all’altro… Ruslan, invece, se la godeva: si era ficcato dentro la vasca di destra, parlando affabilmente con le sue ospiti. Pertanto decisi, come avrebbe detto il Gesù fumato dei miei sogni, di abbandonarmi anima e corpo alla volontà di dio. Il contatto con l’acqua calda non appena mi fui immerso nell’altra vasca fu stratosferico: sentivo lo sporco, il sangue rappreso sciogliersi nell’acqua fumante assieme alla mia preistorica stanchezza. Avevo appena iniziato a rilassarmi e a sperare / credere che in qualche modo la nostra avventura sarebbe finita per il meglio, quando sentii Ruslan urlare e sciaguattare disperatamente nella vasca per mettersi in piedi.

“Cazzo queste stanno parlando di rasoi, vieni fuori, ché ci vogliono tagliare il cazzo! Fuori!”

Una delle ragazze, una biondina un po’ sovrappeso con un taglio degli occhi molto interessante, gli ha messo una mano sulla spalla, mentre con l’altra gli porgeva una confezione di rasoi Gillette trilama usa e getta. Come ho appreso poco dopo, la tizia gli aveva detto di stare tranquillo e di non sclerare, dato che tutto quello che si aspettava da noi era che ci rasassimo i peli del corpo, da sotto le ascelle, dalla schiena, dal pube e dallo scroto, e dal petto: era parte del loro rituale, e se non avevamo fiducia in loro, potevamo procedere da soli. I rasoi erano nuovi e sigillati, per cui non avevamo nulla da temere.

Ruslan si è rilassato e si è ficcato di nuovo nella vasca. Poi ha aperto la confezione dei rasoi, ne ha estratto uno, lo ha guardato con attenzione e poi ha deciss che si poteva fidare. Ne ha tolto un altro, e me lo ha lanciato. L’ho preso al volo, e poi, all’unisono con il mio amico russo, ho iniziato il mio lavoro depilatorio.

La narrazione continua qui

Pappamolla

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Crisi del quarantenne: in quella fase, c’è chi si fa l’amante, chi compra una moto, chi scopre di non poter vivere senza correre chilometri (ho due cari amici che hanno fatto questa fine, amen, vorrà dire che si soffieranno il naso al mio funerale, membra asciutte e cuore lento). Vabbè. Io spazio. Un anno è stata la volta delle arti marziali (non cito la tecnica, per rispetto verso chi la pratica seriamente, persone per bene per le quali la mia breve e disastrosa adesione alla pratica è stato motivo di imbarazzo). Una fase che è durata poco, e si è conclusa a causa dei danni fisici riportati – roba da niente una volta confrontati a quelli subìti dall’orgoglio.

Prima ancora, c’è stato il cinese mandarino: a lezione, il sabato mattina, la muraglia di impossibilità che si interponeva tra me e l’insegnante mi conduceva velocemente in uno stato di lattescente alienazione. Ingentilita, va detto, dalla elegante bellezza di Stella del Mattino (il suo nome in mandarino ovviamente non lo ricordo, ma non l’avevo capito bene nemmeno allora), la singolarmente flessuosa figlia della mia energica docente, che, disperata dal mio scarsissimo profitto, si era evidentemente risolta a farmi dare (inutili) ripetizioni dalla ragazza prima delle ore canoniche. Disastro.

Quello con la musica, invece, è un rapporto solido. Un passato post-punk, new wave e dark, e un presente ondivago, a rimbalzare tra alternative rock, elettronica, industrial, metal: e, alla fine, il salto del recinto, da insaziabile fruitore di suoni a musicista dilettante. I risultati? Quelli che sono. Eppure: a forza di insistere, in rari momenti di grazia, riesco a vincere la mia assenza di coordinamento e la mia sostanziale “a-ritmicità”, e suono. E’ più che certo che suoni male. Ma quando mi capita di imbroccare un groove e di finire in quella corrente insopportabilmente potente… è qualcosa che non si può esprimere a parole. Sono un neofita, un bambino che, reduce da un febbrone, ha guadagnato qualche centimetro di altezza, e, in punta di piedi riesce finalmente a vedere quello che accade oltre il muretto del giardino. E anche così, le mani volano sulla tastiera, i suoni del basso si legano con il cemento rapido ai colpi sui tamburi. Ora capisco, con il cuore, ad un livello profondo, le parole che le riviste e i siti specializzati hanno ammannito ai miei occhi e al mio cervello per due decenni e mezzo: “fare musica è come il sesso”, “quando suono mi sento libero”, “suonare è accedere ad una dimensione superiore”… Sembravano frasi fatte, unte di retorica, insopportabili ovvietà. Ma sono vere. E se sono vere per uno che non sa suonare, immaginatevi la sensazione che può provare chi è affrancato dalla schiavitù di cercare la nota giusta, libero dall’ossessione di costringere le dannate dita a fare il movimento che il cervello raccomanda loro; ma ha in mano una tecnica sufficiente per metterci, nel suonare, calore, sentimento. Diciamo che il mio è onanismo, il loro è un rapporto sessuale con una creatura angelica molto snodabile e che per giunta ci capita di amare profondamente.

Tutto questo per dire che, dalle mie attività extracurricolari da quarantenne senza amante e senza moto, ho appreso su me stesso molto più di quanto mi aspettassi. Ad esempio, quando tentavo di praticare un’arte marziale giapponese, mi hanno messo in coppia con una ragazza, la Rumena. La Rumena era seria e taciturna, non credo di averla mai vista sorridere, in effetti. Era evidente che fosse tosta, anzi, diciamo “asciutta e determinata”, va’, ché la gente che parla di donne “toste” mi sta automaticamente sulle palle. Ma di chi fosse la Rumena, me ne sono reso conto quando l’ho affrontata in un tragico corpo-a-corpo. Ero in imbarazzo, per l’ovvia ragione che mi trovavo alla distanza e perfino nella posizione adatta a ballare con lei uno (spassionato) tango giapponese. Doppiamente in imbarazzo, perché, insomma, era una situazione in cui un uomo deve menare una donna, e a chi non ha mai picchiato nemmeno un uomo… La Rumena, però, mi ha velocemente fatto scendere dalla mia nuvoletta di inutili riflessioni afferrandomi un polso con un’energia che ovviamente non sarei stato lontanamente pronto ad aspettarmi, nemmeno mille anni più tardi, in un altro pianeta. Mi ha sbattuto come uno straccio impolverato. Quando è stato il mio turno, di simulare l’attacco, per quanto ci mettessi del maschio vigore, la mia presa era – effettivamente, tragicamente – non più minacciosa di una mozzarella, anche se la burrata si presta meglio all’idea. Costringendomi, oltre che a rovesciare una montagna di pregiudizi idioti (uomo forte – donna debole e vittima) a farmi qualche domanda: perché nella vita, nelle cose, con le persone, non mi sono mai sognato di usare nemmeno un decimo della forza inumana inscatolata dentro le scapolette di quell’uccellino, che, dopo ogni colpo che (mi) infliggeva, si tirava i lembi della giacca per scongiurare fuoriscite mammarie indesiderate (un riflesso spinto dall’abitudine più che dalla necessità – non era esattamente una maggiorata).

Perché sono stato, tanti anni, così pappamolla? Bella domanda, non proprio comoda, e nondimeno salutare, anche nel suo pervenire così tardiva. Me la sono posta di nuovo, durante una lezione di musica, mentre il mio maestro mi invitava in modo colorito (nessuno mi “invitava” così, credo, dai tempi delle medie…) a suonare più forte. Perché quel suono moscio, insicuro, debole? Era la stessa sindrome riscontrata sul tatami? Certamente. E così, impietosamente, lucidamente, mi sono sdraiato, nudo su un tavolo di marmo, e il coltello ha cominciato ad incidere. Ed è stato in questo modo che ho scoperto la grande insincerità che mi avvolgeva come una pellicola domopak. Ecco compresa la causa di quella insicurezza patologica (Shyness is nice and Shyness can stop you From doing all the things in life, la colonna sonora della mia gioventù); quella fondamentale ipocrisia nei rapporti, quella stucchevole gentilezza indossata come un’ipocrita corazza protettiva dagli altri (“non fatemi male, vedete come sono buono”); quella impossibilità crassa ed autoimposta di vedere con chiarezza la realtà (le cose belle che accadono, le cose brutte che succedono), che poi si trasforma in disagio, con il disagio che esplode nella rottura, una frattura inattesa, per tutti, pure per te, se solo avessi avessi avuto un po’ più di coraggio, un po’ più di violenza nelle dita – per stringere il polso della Rumena, per pestare sul fottuto basso, per strappare il lenzuolo e guardare sotto.

 

di nuovo tra voi…

in scrivere/società/ by

Eccomi di nuovo al computer, a schizzare lettere sullo schermo bianco… A proposito, mentre ero via, ho avuto modo di collegarmi una volta e in quell’occasione su FB ho letto una cosa tipo: “chi dice di scrivere perché ne ha bisogno non ha mai sofferto la fame”. Mah, non si vive di solo pane, come diceva quello, ma anche di poesia, e in generale di espressione di sé, per quanto malata, fallace, sbrindellata, infame, inutile, sporca ed imperfetta possa essere, perfino agli occhi del suo estensore. Ma insomma.

Le ultime due settimane sono state le più strane di questa mia vita (la settima). Cominciamo dall’inizio: la sera del 14 novembre ho ricevuto una e-mail dal mio amico Ruslan [ovviamente non è il suo vero nome, e l’account era uno di quelli usa-e-getta]: sembrava caduto in una di quelle fasi di depressione acuta cui andava soggetto anche quando ci frequentavamo (ha vissuto per un lungo periodo a Roma). La sua ragazza, diceva, lo aveva lasciato all’improvviso dopo una manciata di giorni di gioia carnale e spirituale, ma la sua comprensibile disperazione sentimentale virava verso la paranoia conclamata. “Era una di loro, dovevo capirlo, era troppo bello per essere vero, mi si è piazzata in casa, mi ha fatto innamorare come un idiota… credo sappia troppe cose, mi consegnerà a quelli, mi ammazzeranno, non credo di farcela”… erano cose di questo tipo quelle che scriveva, tra l’altro, nella sua mail. Quando l’ho raggiunto sul cellulare, mi ha detto frettolosamente che quella linea non era sicura: mi ha contattato più tardi con un protocollo internet di cui non posso parlare (non saprei neanche bene di che si tratta), e ha continuato a sproloquiare. Ho avuto paura, davvero: Ruslan giustiziato dagli sgherri delle forze speciali (i suoi deliri erano ricchi di prove apparentemente incontrovertibili), Ruslan suicida? Mi vedevo scorrere davanti agli occhi su uno split screen i due film horror con il mio amico russo come protagonista, che finiva comunque privo di vita in un lago di sangue…

Non so come mi sia venuto, ma, ad un certo punto gli ho scritto in chat: “Vengo da te appena possibile, così parliamo con calma”. Ruslan mi ha risposto al volo dicendo che potevo partire la mattina successiva con il volo Lufhansa delle 12:00 da Fiumicino. Non c’era bisogno di pagare, beninteso. Cose di questo tipo, per uno come Ruslan, sono un gioco da ragazzi. “ma non c’è bisogno del visto?”, ho digitato. E lui: “non se sei nella lista speciale del FSB, vedrai, lo sbirro timbrapassaporti di Domodedovo non farà una grinza, courtesy of the house”. Vedete, Ruslan è un hacker, un tipo in gamba con la tastiera, uno di quelli che incasina la vita di Putin, insomma un pericolo pubblico da noi, ma soprattutto da nella Repubblica Federale. Così ho mandato qualche e-mail urgente per l’ufficio, riempito il mio trolley con tutti gli abiti più pesanti che ho trovato, tirato fuori il mio parka: pronto.

Meno di dodici ore dopo scendevo da un taxi Mercedes che ancora odorava di nuovo davanti alla dacia dove abitava Ruslan. Quando ha aperto la porta di casa, mi sono trovato davanti una persona che assomigliava al fratello magro e malaticcio del Ruslan che conoscevo ai tempi dell’università: era pallidissimo e nervoso, e quando l’ho abbracciato, una volta chiusa la porta, mi è sembrato che le sue ossa incastrate alla meglio l’una nell’altra si scuotessero rumorosamente come le posate in un cassetto della cucina chiuso di scatto. Mangiammo la zuppa con le rape e la panna acida ed un ottimo spezzatino che la mamma (o la ex ragazza di Ruslan) dovevano aver preparato e surgelato per lui (lui non sarebbe capace di farsi un uovo bollito).

Dopo cena ci facemmo un paio di canne sul divano vuotando mezza bottiglia della Russian Standard che avevo preso per lui all’aeroporto, mentre sullo schermo a 40 pollici andava un porno in bielorusso con il volume bassissimo. A motore caldo, arrivarono le rivelazioni: Evgeniya l’aveva rimorchiato alla stazione di Novokuznetskaya: una studentessa pallida e bellissima, e lui c’era cascato come un pollo. A letto era fantastica, e nel giro di qualche giorno, si era stabilita a casa sua. “Le tre settimane più belle della mia vita”, mormorava sognante Ruslan, guardando da qualche parte oltre lo schermo sul quale enormi tappeti di pelle umana si muovevano ritmicamente, giustapponendosi. Era abbastanza patetico, devo ammetterlo, e io stavo per vomitare. Una bella mattina, la bionda era sparita: oltra al suo cuore melanconico, si era portata via, pare, un paio di hard drive zeppi di roba che scottava (video di dissidenti torturati, ordini di eliminazione a carico di giornalisti, dossier che documentavano l’uso di armi chimiche in Cecenia). Ruslan non ricordava di averne mai parlato alla ragazza, di quelle memorie: ma lei doveva averlo spiato con molta circospezione. Quando gli aveva chiesto cosa faceva nella vita, lui era stato un po’ evasivo, e poi le aveva raccontato che aveva messo su uno schema non proprio legale su internet, che gli permetteva di alzare sui tra i 400 e 500 dollari al giorno. Lei aveva sorriso, e poi era uscita silenziosamente dalla sancta sanctorum di lui, piena zeppa di computer, monitor, cavi e dispositivi vari. Ruslan, che proprio ingenuo non era, aveva riportato l’impressione che se la fosse bevuta.

Verso le tre del mattino, andammo a letto. La vodka mi martellava le tempie e caddi in un dormiveglia costellato di spezzoni cinematografici: Ruslan nella sua war room in canottiera, la Paltrow dagli zigomi alti e rotondi con addosso solo un paio di mutandine grigie, la metropolitana di Mosca, la delatrice che fa rapporto ad un funzionario in un doppiopetto già fuori moda ai tempi di Gorbačëv.

Alle 4 del mattino mi svegliai di soprassalto: sentii il rumore di vetri sfondati, uomini che urlavano, il crepitare di armi automatiche. Non capivo un cazzo, e, folle dalla paura, schizzai fuori dal piumone nell’aria gelata della stanza. Istintivamente, mi affacciai alla finestra e vidi una ragazza in bikini (in bikini? ci saranno stati meno 15 gradi) ed anfibi con una maschera antigas sulla faccia, circondata da alcuni uomini che ridevano. La donna camminava spedita verso la porta d’ingresso, illuminata dalla luce argentea della luna russa. Nel cortile, proprio dietro a lei, era parcheggiato un grosso SUV scuro. Mentre mi domandavo a cosa potesse servire la maschera antigas, venni afferrato da due uomini enormi in mimetica (anche loro con la maschera in faccia) che mi trascinarono prima nel corridoio, trasformato dai lacrimogeni nel porto delle nebbie. L’aria che dovetti respirare una volta fuori dalla mia stanza bruciava in gola e nei polmoni come se fosse stata uno spray al peperoncino.

Ora devo andare, presto vi racconto il resto qui

 

Seduto sulla riva…

in religione/scrivere/ by

Uscii in modo delicato dalla meditazione. Aprii gli occhi, ancora rivestiti di un verde forestale, e tutto quello che vidi fu il volto luminoso e lucente del mio maestro (lui era infatti completamente calvo, e il sole perpendicolare). Lao-Tze mi sorrideva pieno di pace (o era semplicemente ebete?): la sua pace gli usciva dalla veste monastica, e sbrodolava un poco anche sul prato verde. (Non vedevo un’erba così verde dall’ultimo rave di Berlino, sette anni fa).

“Maestro. Soffro a causa degli altri”, l’apostrofai, giustamente sottomesso e rispettoso.

Lao-Tze continuava a sorridere ricolmo di pace (che sia gloria al suo nome). Attendevo l’illuminazione: la tazza se l’era già messa in testa ieri, e quanto al suono di una sola mano che applaude, ormai potevo dire di essere un esperto – non che l’avessi capita quella frase, ma insomma.

Dopo venti minuti buoni, il maestro mi disse: “Devi solo sedere sulla riva del fiume, ed attendere. Prima o poi, vedrai passare il cadavere del tuo nemico”.

“Ah”, disse la mia mente fiocamente illuminata. Salutai il maestro con tutta la dolcezza che mi consentirono i tre tubetti di Smarties che avevo ingurgitato di nascosto nelle ultime ore. Appena fuori dalla portata della proverbialmente acuta vista di Lao-Tze, mi accesi l’ultimo spinello che mi era rimasto, e mi misi in cammino verso il dannato fiume. Dopo un giorno intero di cammino, lo trovai. E rimediai anche un posto discreto dove accamparmi: il set constava di 1) uno speco graveolente per ripararmi, 2) una certa quantità di fascine umide che, appena accese, produssero un fumo soffocante; 3) una pianta di amarilla ridens, che mi avrebbe dovuto sostentare con i suoi frutti secchi ed amari.

Passai una notte agitata sognando una riproduzione della Gioconda realizzata con un batterio messo sotto vetro: illuminando in modo selettivo dei settori del vetrino alcuni batteri morivano, mentre gli altri continuavano a svilupparsi, mangiando spazio. L’insieme produceva il disegno. Nel sogno, l’opera mi cadeva per terra, e dai frantumi si sprigionava una forza biologica distruttiva che avrebbe cancellato in pochi giorni ogni forma di vita dal mondo, ad eccezione delle tartarughe e degli avvocati appassionati di storia. La mattina dopo avevo la dissenteria, mentre l’amarilla ridens mi aveva convinto di essere Steven Spielberg. In ogni caso, non avvistai alcun cadavere.

I non avvistamenti si susseguirono per i successi 12 giorni. Stavo per soccombere ad uno dei vari malanni che mi ero procurato (aritmie, malnutrizione, malfunzioni renali, disidratazione, stati allucinatori), quando sentii strani rumori festanti provenire dal fiume. Pensai ad uno scherzo della mia mente esausta, e così non ci feci caso. Caddi anzi addormentato. Finché, qualche tempo dopo, vidi un battello stile Louisiana sfilare davanti ai miei occhi. A bordo, uomini e donne molto poco vestiti e decisamente su di giri si davano da fare: cantavano, ballavano, mangiavano, bevevano scopavano. I fiati di un’orchestrina di uomini di colore urlavano liberi sulle note delicate di un banjo. Una coppia era affacciata sulla ringhiera che dava verso la riva dove giacevo nel mio stato pietoso. L’uomo, nudo, aveva capelli e barba rossi: mi guardò ridendo, mi mostrò l’indice; poi si voltò per farmi vedere anche le sue chiappe candide. La donna rise sguaiatamente, con le tette che ballavano al ritmo della sua ilarità.

“Cosa ho sbagliato, per la vacca?” urlai, ma quelli della barca facevano talmente tanto casino che la mia frase non si sentì più lontano dello spazio racchiuso dalle ossa del mio cranio. Ero praticamente moribondo ma mi misi in marcia: avevo intenzione di spaccare il mio bastone da viandante in testa a Lao-Tze. Lui e suoi consigli della minchia. Non ce l’ho fatta, purtroppo. Sono morto, e un destino ironico ha voluto che cadessi nel fiume. Quel fiume che ora trasporta il mio corpo di martire.

Pattumiera umana (*)

in scrivere/ by

Mi ha svegliato il dolore alla schiena, verso le tre e mezza. A quanto sembra, mi ero addormentato a pancia in sotto sul mio fantastico divano italiano, con gli arti in posizioni innaturali, come se fossi una bambola disarticolata: faceva schifo, era pieno di bruciature di sigaretta e di macchie equivoche. Mi faceva male il naso, la mia maglietta bianca era decorata di gocce irregolari, larghe, di sangue marrone: ne ho contate diciassette. Qualcuno aveva danneggiato irreparabilmente il tavolino: nascosto malamente da una bottiglia di Wild Turkey, potevo vedere il disegno astratto di una ragnatela disegnata dal cristallo fratturato. Residui di cocaina dappertutto, una banconota da 50 dollari arrotolata, riviste, giornali, confezioni di tranquillanti, una scatola di preservativi aperta, da cui sporgeva una confezione a nastro di colore argenteo. Qualcuno l’aveva lacerata per estrarrne uno, ma poi doveva essere successo qualche cosa, e la gomma trasparente ed oleosa era rimasta mezza dentro e mezza fuori. Faceva un caldo fottuto e l’aria era viziata, impregnata di odori umani, anche genitali, e di fumo di sigaretta. Mi tirai a sedere, presi il primo dei bicchieri che mi capitò a tiro, tirai fuori dalla confezione un paio di Xanax, e li buttai giù con il whisky. Con lo sguardo fisso sulla portafinesta che conduceva in giardino, cercai a tentoni il mio giacchetto, dove ricordavo di aver messo un paio di spinelli già confezionati per le emergenze: ne trovai uno, e me lo accesi. Ero pieno di odio e di dolore, avevo voglia di prendere a calci qualcuno. Fui fortunato, perché ruotando leggermente la testa, intercettai il corpo immobile di Lucertola: seduto nella posizione del loto, rimirava il mio ritratto di Allan Poe. Non si muoveva, estasiato, fulminato. Trovai un po’ di energia per alzarmi, gli andai sotto, e gli tirai un calcio sulla schiena. Lucertola bestemmiò, e mi urlò che ero impazzito. Lo tirai su per la cresta e lo trascinai fino alla porta, si lamentava, ma in effetti mi seguiva abbastanza di buon grado: girai la maniglia, sempre con il ciuffo ossigenato tra le mani, e lo buttai fuori, sbattendo la porta. Black-out. I denti sulla moquette macchiata e bruciacchiata dalle cicche, un incisivo spezzato: lo sforzo di usare Lucertola come punching-ball doveva essere stato troppo. O forse lo Xanax, l’alcol e l’hashish avevano giocato qualche brutto scherzo alla mia pressione sanguigna. Avevo la tachicardia, poi il cuore cominciò a fare qualche giochino tipo extrasistole: quando il disturbo passò, pensai che non era bello quello che avevo fatto a Lucertola; forse era l’unico amico che avevo. Era venuto la sera, mi aveva tenuto compagnia, mi sa che aveva fatto un giretto dietro la mia zip, almeno così mi sembrava di ricordare. Mi alzai, aprii la porta, e, in preda ad un atroce pentimento, davvero più grande della realtà, e decisamente melodrammatico, presi a chiamarlo: “Lucertola, cazzo, torna indietro, mi dispiace, non volevo romperti la schiena a calci”. Caddi in ginocchio, piangendo, e pensando a Gesù Cristo sudato sul Golgota. Rientrai, e mi misi a cercare il cellulare. Non trovandolo, mi lanciai sul portatile, fortuna che il numero di Lucertola era memorizzato nella posizione 1. Non rispondeva. “Il Reverendo non fa più paura”: vedevo il maledetto titolo della merdosissima rivista. Era vero? Davvero il Reverendo era morto? La mia arte non intratteneva, non provocava più? Ero finito, come scriveva quello stupido giornalista venduto? In camera dormivano le due troie che avevo preso la sera precedente. Le avevo scelte belle e fredde, altezzose, proprio come quella puttana della mia ex moglie. Una dormiva a pancia in sotto, completamente nuda. L’altra era in posizione fetale. Cacciai un urlo che le riportò entrambe nel mondo dei vivi. Quando cominciai a lanciare le loro cose (vestiti, telefonini, beautycase, sigarette) fuori dalla finestra, capirono che era il momento di fare ciao ciao. Aprii tutte le finestre, presi due grandi sacchi della spazzatura da 15 litri e cominciai a fare pulizia: via i bicchieri rotti, le cicche di sigaretta e gli spinelli, via gli avanzi di cibo e i preservativi. A metà del lavoro, mi dovetti fermare: avevo il fiatone come se avessi corso per dieci chilometri. Passai l’aspirapolvere e perfino la schiuma per la moquette. Alle sette e mezzo circa il mio appartamento di West Hollywood sembrava un altro: le macchie e le bruciature rimanevano, ma adesso sembrava quasi una casa, invece che un porcile. Passai una mezz’ora nella doccia e quando uscii mi sentii un altro. “Non mi importa se il mondo finisce oggi stesso / non ero invitato in ogni caso”. Annotai le parole su un pezzo di carta, e mi misi al computer a giocare con Garage. In meno di due ore la canzone era pronta: melodia, ritmo, linee di basso, e quasi tutte le parole. Se solo Lucertola fosse stato qui con me. Quando riuscivo a produrre qualche cosa che mi soddisfaceva, mi assaliva l’euforia del bipolare. Lea sarebbe tornata da me la sera stessa, avremmo scopato sul letto cui avevo perfino cambiato le lenzuola, e la vita sarebbe andata avanti come prima che le se ne andasse portando con sé, oltre al mio cuore, anche la mia arte, l’unica cosa che so fare. Ostaggio di questa irragionevole speranza, sospeso in questo limbo perfetto, mi misi a guardare la TV, alzandomi solo per pisciare e per prendere del gelato dal freezer. Alle 11 di sera ero ancora sul divano, le mani strette attorno al cordless, in attesa di quella chiamata che non sarebbe arrivata. Né quella sera, né per i successivi quattro anni, per l’esattezza.

(*) ovviamente ispirato al video s’Aint di Marilyn Manson

Il giorno che sono arrivati…

in scrivere/società/ by

… nessuno se n’è veramente accorto. Erano molto simili a noi, quasi uguali direi, se non fosse per un piccolo dettaglio: gli uomini portavano dei calzini rosso acceso sotto i completi classici gessato blu scuro. Le donne, invece, collant colorati sgargianti molto Sixties abbinati a deliziosi abitini vintage a trapezio che lasciavano scoperte quasi del tutto le gambe dritte e tornite. Tutti, ma proprio tutti, avevano un piccolo neo sulla guancia destra, proprio vicino alla bocca.

La loro navicella era atterrata vicino a Trigoria, in una notte di maggio che profumava di erba e roba simile. Unico testimone, un cane con una zampa aggiustata male, che, comprensibilmente incuriosito, li vide uscire dal portello a coppie e disperdersi nella campagna romana. A star lì, si sarebbe potuto pensare ad una sfilata di moda. Gli uomini si assomigliavano tra loro e così pure le donne, ma ad impedire la perfetta omogeneità erano sempre tre particolari del loro aspetto fisico e/o del loro modo di vestirsi. Eh sì, proprio come quel giochino “trova le differenze” utile ad ammazzare il tempo durante un lungo viaggio su una freccia moscia delle Ferrovie dello Stato.

Dato che erano tanto simili a noi, solo un po’ più belli, un po’ più smart, fu difficile per noi rendersi conto del pericolo che correvamo: li si poteva ammirare in modo più o meno sfacciato, per quel loro essere così fighetti ed attraenti, ma mai si sarebbe pensato al rischio che rappresentavano, che rappresentano ancora in effetti, per quelli come me: in fondo quei 24 abitanti di 3c5ta51, a piede libero per il Lazio, erano pur sempre alieni, e dagli stranieri ci si può aspettare di tutto. Sono venuti qui a fare danno, a scopare le nostre donne e rubarci il lavoro, ad umiliarci con la loro bellezza, è un film già visto.

Vi starete domandando, forse: hanno qualche lancia laser? Leggono i nostri pensieri? Hanno altri super-poteri pronti ad essere usati per piegarci e/o sterminarci? Niente di tutto questo. Sono, come dire, normali in tutto e per tutto, mangiano, bevono, trombano, cacano come noi, se non fosse per il fatto che hanno una grave forma di intolleranza al malumore altrui.

Ce ne accorgemmo quando, il 27 maggio, una di loro attraversò via Ostiense in mezzo ad un gruppo di umani insonnoliti e frettolosi. Un automobilista giocava alla “roulette romana” con il gruppetto appiedato. Alla fine dovette rassegnarsi e fermarsi per evitare di travolgere, tra gli altri, una ragazza minuta al quinto mese di gravidanza. Il viso dell’uomo sprizzava collera e odio per tutti loro, ed in particolare per quella bambolina panciuta. Sfortunatamente, il suo sguardo incrociò quello di una di loro, Azelia. Il malumore di quell’uomo sporco e peloso la colpì allo sterno come un uppercut, ma lei fu svelta a riguadagnare il controllo, passando al contrattacco in un amen. Lo guardò molto male, e completò altezzosa l’attraversamento della strada, navigando mordida e fluida come un cammello sulle sue gambe agili ed eleganti fasciate di nylon viola trasparente. Il tipo della macchina rimase circa quattro ore nella stessa posizione in cui Azelia lo aveva sorpreso, con quella stessa smorfia infastidita, frustrata e violenta. Dopo mezz’ora, quando ormai l’occlusione dell’arteria stradale provocata dalla macchina bloccata aveva sclerotizzato un paio di quartieri, lo tirarono fuori a forza, rigido come uno stoccafisso. Lo appoggiarono su una seggiola tondeggiante di trattoria, mentre aspettavano l’ambulanza, che arrivò in pieno stile romano, circa quaranta minuti più tardi.

Il solo 27 maggio si registrarono 64 vittime nella sola zona urbana: tassisti lamentosi, spazzini insoddisfatti, mogli anorgasmiche, bambini con migliaia di doppioni non commerciabili dell’album degli animali, tecnici informatici fanatici dell’open source, studentelli sbarbati e saccenti, feticisti dell’auto al rito di passaggio del primo graffio, amministrativi burlati da bilanci spernacchianti che non quadrano mai, impiegati sussiegosi ed occhialuti dell’Agenzia delle Entrate convinti di fare il bene del paese vessando i poveri cristi, signore “bene” insoddisfatte della stiratura del grembiule a righe della filippina, ristoratori che si lamentavano delle imposte sul reddito (mai pagate)…

Finirono, tutti, in ospedale con le funzioni vitali ridotte all’osso. Si sarebbero ripresi, certo, ma non sarebbero stati più gli stessi. Una volta usciti dal coma, che tendeva a protrarsi per un numero di giorni direttamente proporzionale alla qualità e alla quantità del rancore provato nella loro vita pre-paresi, si sarebbero guardati intorno con un sorriso che sbrodolava sana dolcezza.

Usciti dal coma, li di solito fissavano per ore un particolare insolito, “una busta della spesa vuota che si agitava nel vento senza mai toccare terra”, ad esempio, oppure uno scorcio di cielo romano tempestato di antenne televisive che si contendevano lo spazio artistico con la maestà paciocca di una schiera di candidi nembocumuli. Al punto che al neurologo gli prendeva un colpo, dato che pensava ad una ricaduta.

Ma poi si scioglievano ed uscivano camminando sulle loro gambe sul viale del Policlinico, amando ogni dannata foglia secca per terra o svolazzante che fosse, sentendo l’asfalto vibrare come se fosse scosso da un boato dub a frequenze impossibili: percepivano ogni singola cellula del loro caldo sangue, godevano intensamente della loro ritrovata salute come della nuova sanità, appagati dalla benedizione suprema di essere in vita, ma allo stesso tempo vogliosi di averne ancora, di quella vita.

E poi si prendevano un caffè al baretto dell’ospedale, sfidando con il sorriso sulle labbra un piccolo esercito di batteri (alcuni dei quali seriamente pericolosi), ridendo da soli: al pensiero di quanto fosse stata minuscola e meschina la loro vita, a quanto avessero reso angusto e claustrofobico il loro orizzonte mentale emotivo sessuale culturale fino alla data del loro improvviso ricovero. E quindi tornavano alle loro occupazioni, con serità faconda, spargendo tutt’attorno il loro sorridente camminare sul filo dell’acrobata, come fosse quella porporina che per giorni ti ritrovi addosso, e poi ti tocca spiegare alla moglie che no, non sei stato in un locale di Schicchi l’altra sera.

I ricoveri aumentarono fino a toccare qualche migliaio. Poi si registrarono le prime guarigioni. Dopo qualche mese di allarmi e ipotesi via via sempre più demenziali, perfino i giornali la smisero di fare terrorismo, limitandosi per una volta ad un resoconto serio ed obiettivo di ciò che stava effettivametne accadendo a Roma attraverso testimonianze dirette. Fu così che tutti capirono, e molti addirittura cambiarono. Come un virus debellato da vaccinazioni massive, il malumore finì per rintanarsi nel suo speco buio, lasciando la strada ad un assurdo clima di amore, simpatia e tolleranza. Per questo, noi della Brigata Brontolo, siamo rintanati quassù, con le nostre copie de “Il Fatto Quotidiano” ed alcuni poster di Marco Travaglio. Non dite a nessuno che ci avete visto, eh?

Votare la libertà

in scrivere/società by

“Una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali, in Sicilia e per qualche mese: e il male sarebbe stato estirpato per sempre. La sua collera di uomo del Nord investiva la Sicilia intera: questa regione che, sola in Italia, da x aveva avuto in effetti libertà, la libertà che è nella sicurezza della vita e dei beni.

Quante altre libertà questa libertà era costata, i siciliani non sapevano e non volevano sapere: avevano visto sul banco degli imputati tutti i don e gli zii, i potenti grandi elettori, medici e avvocati che s’intrigavano alla malavita e la proteggevano, mentre i magistrati deboli o corrotti erano stati destituiti, e i funzionari compiacenti allontanati. Per molti, x parlava questo linguaggio di libertà.

E questa è forse la ragione per cui in Sicilia ci sono tanti aderenti a x: non è che loro abbiano visto x come una pagliacciata e noi, a un certo punto, come una tragedia, non è soltanto questo; è che nello stato in cui si trovavano una sola libertà bastava loro, e delle altre non sapevano che farsene”

Leonardo Sciascia, Il Giorno della Civetta.

Ghiaccio (quattro)

in scrivere/società/ by

abbiamo smesso di seguire ghiaccio qui

in questa parte si descrivono gli eventi accaduti qui, ma in modo diverso.

E’ nata una stella

E insomma, c’è una grande novità, ho finalmente trovato un protagonista per il nuovo film di Steven: è praticamente cascato dal cielo, non parla inglese – non ha neanche un documento. Potremmo creare per lui l’identità che ci farà più comodo con i media.

Ma aspetta, ché ti racconto tutta la storia: il giovedì mattina l’ho praticamente buttato dietro a Edda e Martin e alle loro paranoie sulle scadenze. Quella pallosissima riunione (si sono voluti riguardare tutti i giornalieri di ieri) è finita a mezzogiorno, mezzogiorno e mezza. Come al solito avevo la casa piena di questi parassiti del cazzo, la solita banda di puttane drogati ed invertiti/e, che sbevazzano dalle mie bottiglie, mangiano e prendono il sole nella mia maledetta piscina. Tutti i maschi, ovviamente, a sbavare addosso a Tippy, che non poteva esimersi dal fare la mignotta in piscina, era tutto un dentro e fuori dall’acqua con addosso solo il tanga viola, con tutto il ben-di-dio che sballonzola tra le gocce d’acqua.

Non faccio a tempo ad allontanarmi un po’ da quella Babilonia di personaggi inutili per scorreggiare in santa pace, che ti vedo questo tizio dietro la palizzata: un viso da urlo con un’espressione alla Forrest Gump. Era stanco, la fronte era bagnata di sudore, e teneva delle bellissime scarpe da uomo in mano: era scalzo, e doveva aver camminato per un bel po’, almeno a giudicare dal colore delle piante dei piedi e dalla quantità di ferite che si era procurato. Mi sono detto: “Ti venisse un accidente, Leon, ma questo cazzone non te lo fai scappare!”. Mi sono avvicinato al tizio, che continuava a fissarmi con un’espressione un po’ ebete, e l’ho invitato ad entrare. Certamente non parla la nostra lingua, o è muto: per tutto il tempo che abbiamo passato insieme, non gli ho sentito spiccicare mezza parola.

Insomma, me lo sono preso sottobraccio, e l’ho accompagnato all’interno della proprietà: avevo capito subito che aveva una gran fame. Il topolino entra nella trappola attirato dal formaggio… Era veramente bellissimo, e gli piace la topa, almeno a giudicare da come ho perso per un po’ la sua attenzione mentre Tippy faceva uno dei suoi piccoli show in piscina. Ho dato un urlo a Edda, che si è portata dietro Martin: quel suo assistente mi sta proprio sulle palle, la faccia seria, pallida, le giacche sportive, l’espressione perenne da primo della classe. C’era qualcosa in Edda che ha spaventato il mio nuovo amico, al punto che quando si è avvicinata, con i suoi capelli sporchi e l’odore di sigaretta che si sente a dieci passi di distanza, l’ho visto ritrarsi impercettibilmente. Anche Martin, che si è messo a squadrarlo e a girargli intorno manco fosse una statua del fottuto Louvre… che modo di mettere a proprio agio le persone!

“Ragazzi”, ho fatto, “questa struttura ossea ci renderà milionari!” e immaginandomi quel bellissimo viso, ormai mio, trasformato in immagini in movimento da vendere al popolo… Gli ho preso il viso tra l’indice e il pollice, per guardare l’impatto da un lato o dall’altro, e non gli è piaciuto. “Porca puttana, figliolo, ma devi avere una fame tremenda!”, ho urlato, battendomi una mano sulla coscia, cosa che lo ha fatto sobbalzare. Ho cercato quel riconglionito di José, mai che si trovi un cameriere, quando ti serve. Quando finalmente si è degnato di comparire, gli ho ordinato di dare al nostro prodigio un bel piattone di grigliata, senza dimenticare naturalmente quelle magnifiche pannocchie arroste che fa la nostra Pilar. Nel frattempo, Edda, dopo avergli fatto un po’ di foto, ha cominciato a fare il solito giro di telefonate, Elias, Momo, e poi naturalmente gli avvocati per buttar giù due righe di contratto. Martin-faccia-triste prendeva appunti sul tablet, lanciandomi ogni tanto una di quelle sue occhiate acquose e piene di risentimento.

Malcom Sorrow, questo è il nome che ho dato all’uomo dello spazio, deve essere allergico alla carne, o magari è uno di quei vegani del cazzo: fatto sta che, quando ha assaggiato la carne, c’è mancato poco che vomitasse. Ma le pannocchie di Pilar gli sono piaciute, eccome: se ne è fatte fuori quattro o cinque, ruttando come un maiale.

Wrong People

in scrivere/società/ by

All’interno del club, esaltato dalle deflagrazioni di una dubstep gocciolante, mi eri sembrata bella. Ti ho invitata a bere qualcosa al bar, dove, urlando per farci sentire oltre il fracasso vibrante dei wobble, ci siamo scambiati le banalità di rito: due esistenze impiegatizie al confronto, un miscuglio appiccicaticcio di oppressione, maldicenza, e foto ricordo delle Baleari. Abbiamo bevuto i soliti intrugli dolciastri con l’ombrellino del cazzo, tu sei andata al bagno ad “incipriarti il naso”, mentre io facevo lo stesso nel lurido orinatoio dei maschi, mentre un tipo accanto a me mollava una scorreggia bitonale chiedendomi scusa. Quello che sarebbe accaduto dopo era chiaro al momento in cui ci siamo ritrovati al bancone.

Abbiamo preso un taxi assieme con il pretesto che abitavamo sulla stessa direttrice, tu solo qualche chilometro più in là rispetto a me. Anche nel taxi era abbastanza buio, e il tuo profilo mi sembrava ancora attraente, benché, al momento in cui hai dato istruzioni all’autista, ho percepito una nota stonata. Durante il tragitto abbiamo riempito lo spazio e il silenzio con informazioni inutili sui nostri rispettivi gusti musicali e sugli ultimi film visti: tutta roba inutile pompata dai media. Mi hai fatto capire di avere un debole per Jude Law, “perfino adesso che sta diventando calvo”. Quando il taxi si è fermato sotto casa tua, come mi aspettavo, mi hai chiesto se mi andava di prendere una tazza di tè: la portiera aperta sulla foschia arancione, il rumore metallico del diesel che spargeva vibrazioni sui giardinetti stentati dei vicini, il sogghigno del tassista sotto i baffi a manubrio. Ho pagato, e sono saltato giù dalla macchina, con un minimo di agitazione e un certo prurito di aspettativa che mi percorreva il corpo longitudinalmente, dal cuore al prepuzio.

La tua casa era regolare e semplice, ordinata come ho pensato fosse la tua scrivania nell’ufficio dove andavi ad occupare le tue giornate: tutto sul beige. Come mi aspettavo, c’erano un paio di peluche sul divano. Mi hai invitato a togliermi il cappotto: l’ho fatto, appoggiandolo sul divano. Avevo un paio di spinelli, ti ho chiesto se ti andava di fumare, e tu, naturalmente, non ti sei tirata indietro (che ti andasse veramente, o no, questo non l’ho capito). Ci siamo seduti sul per terra, la schiena appoggiata al divano, hashish lavato dal darjeeling. C’era un po’ più di luce in casa, per questo ho notato che il tuo viso, pur essendo costituito da parti ben disegnate, aveva qualche cosa di disarmonico, come se chi l’aveva fabbricato, pur avendo usato materiale di buona qualità, avesse tirato un po’ via al momento dell’assemblaggio finale. E, ancora, quella nota stonata che avevo percepito nel taxi, quella dissonanza  ora si faceva strada con più forza, qui nel silenzio, pur avviluppata dal fumo e dal tè, come un bambino timido di un coro che improvvisamente decida di mettersi in luce con il cappellano.

A metà di un complicato e noioso resoconto di una gita in montagna, mi sei saltata addosso: ho sentito, in un secondo: l’odore del tuo shampoo del venerdì sera, roba di qualità, che vinceva senza sforzo l’effetto prodotto dalle particelle di fumo; il tuo odore personale, ancora in una fase assai gradevole; il tuo profumo, che era in verità un po’ troppo forte e un po’ troppo dolce; il tuo peso, che immaginavo più lieve; la nostra imbattibile mediocrità di amanti occasionali del venerdì sera. Sarebbe stato da andare via subito, se non fosse che c’era il sesso da prendere e portare via, come il pasto indigesto ma necessario comprato in una tavola calda.

Cosa c’era, dopo? La camminata su per le scale verso la camera da letto, linda e pinta: se non fosse per il librone sul letto, accanto a cui si trovavano un paio di occhiali da vista italiani dal design elegante e un iPod classic con le cuffiette, si sarebbe detta una stanza d’albergo non ancora occupata. E poi: “se vuoi scusarmi”, e la tua uscita dal bagno seminuda. Dunque, il sesso, freddo, sbrigativo, come una transazione tra due bande di mafiosi in un porto del nord. Scambio di liquidi protetto da una parete di gomma oleosa, certo, o scambio di prigionieri. Due solitudini inutili che si strofinano l’una contro l’altra senza costrutto, senza beneficio, senza bellezza. E poi, “Ti è piaciuto?”, “Da morire, e a te?”, “Vabbè, possiamo rifarlo, se ti va, ti lascio il mio numero”. E il piccolo broncio, “Non ti fermi a dormire, tanto domani non andiamo al lavoro, no?”. Ma perché? L’amore, per favore, non chiamiamolo nemmeno in causa, è partito a farsi una vacanza, e a quanto sembra non tornerà troppo presto. L’amicizia? Si può provare amicizia verso un pezzo di carne cui ci si attacca, che ci resta attaccato una manciata di minuti per ottenere la ricarica. Il cellulare prova amicizia per il trasformatore? Per pietà? Perché anche tu, anche io, in fondo, sono un essere umano? “OK”. Avevi uno spazzolino in più (mi sono immaginato che ne compri a pacchi di nuovi, ogni volta che fai la spesa, uno per ogni uomo del venerdì. Mi sono trovato a domandarmi: ma, dopo, li butti, oppure c’è un cassetto da qualche parte pieno di spazzolini da denti usati una volta sola, e ti auguri ardentemente  che almeno uno di quelli venga usato per più di una volta?) Mi sono lavato i denti, sono andato al bagno, e mi sono coricato accanto a te. Hai appoggiato la testa sul mio petto, non sapevo come farti capire che non mi piaceva troppo, ma sei una ragazza in gamba, e l’hai capito da sola, così pian piano ti sei ritirata, e ti sei accontetata di una mano, e poi, mentre scivolavi nel sonno, di un paio di dita: questo andava bene, era il massimo che potevo concedere al nostro reciproco squallore.

Come da copione, quando ti ho sentito russare lievemente, sono scivolato giù e sono scappato, chiudendo piano la porta. Ho preso un bus notturno e sono tornato a casa. Appena chiusa la porta, mi sono levato i pantaloni la camicia il giubbotto italiano e mi sono buttato sotto il piumone con i cavallini. Mi sono svegliato alle due del giorno dopo, ho messo un chicken masala precotto dentro il microonde e mi sono dedicato alle faccende domestiche. Mentre la lavatrice faceva il suo dovere, ho rassettato, passato l’aspirapolvere, e chiamato mia madre. La sera è arrivata presto.

Einstein e Tenerezza

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“Oh, ma secondo te, l’uomo è buono?”

“L’uomo, cioè questo qui?”, rispose Tenerezza con un sospiro eloquente, indicando con un pollice sporco di sangue il tizio che aveva appena riempito di botte fino a farlo svenire.

“Ma no, l’uomo in generale, dico…”

“Ah, mi stavi chiedendo se gli esseri umani, le persone, sono buone o cattive?”

“Eh!”

“Mah, non saprei…”

“Prendi quello lì, ad esempio”. Einstein voltò la testa, ed alzò leggermente il mento. “Ivan, sì. A vederlo così, la faccia spappolata, un bel po’ di ossa rotte, i denti a pezzettini… insomma, fa un po’ pena, non puoi negarlo… Viene quasi da domandarsi se se la meritava, una fine come questa…”

“Ivan ha sgarrato, ha fatto il furbo, e lo sai che queste cose nel nostro ambiente si pagano”

“Sì, ma…”

“Se può aiutare, ti dico che Ivan era un violento, specie con le donne. Quando era un giovane promettente con il cappotto di pelle e i capelli rasati, in un paio di occasioni l’ho visto maltrattare delle ragazze. Nessuna di loro voleva rimanere sola con lui, erano terrorizzate, sapevano che non esitava ad usare il suo coltello…”

Un coltello da caccia giaceva in effetti sull’asfalto bagnato ed illuminato dal riverbero dei neon ad una decina di centimetri dalla enorme, contorta, bianca e fermissima mano destra di Ivan Lazarov, professione gangster, specializzazione in assassinio, tortura, stupro di minorenni, sfruttamento, spaccio ed organizzazione di lotte clandestine tra cani.

“Anzi, ora che mi ci fai pensare, forse dovremmo prenderglielo, non si sa mai. E’ mezzo morto, ma magari si riprende e ci ficca quell’affare nello stomaco. Che aspetti, Einstein?”

“Che palle”. Einstein sbuffò forte, si alzò con un’espressione da sollevamento pesi, e fece quanto gli era stato ordinato. Si sedette e si accese meditabondo una sigaretta senza filtro. Con l’indice ed il pollice pizzicò i frammenti di tabacco che gli erano rimasti appiccicati alle labbra.

Tenerezza guardava un punto lontano oltre le baracche di legno. Einstein  ammirava sinceramente la sua capacità di non annoiarsi mai. Tenerezza era capace di stare in macchina ad aspettare il boss anche per dieci ore filate senza praticamente muovere un muscolo, apparentemente privo degli stimoli di mangiare, pisciare, sgranchirsi le gambe, bere. In quelle occasioni, rimaneva immobile come un orso in letargo; ma non gli sfuggiva niente: teneva d’occhio la strada guardando oltre il parabrezza, e le altre tre direzioni negli specchietti retrovisori della Mercedes. Nell’ambiente si raccontava di quella volta che un tizio a cui doveva dei soldi aveva cercato di prenderlo alle spalle mentre, in un momento di pausa, si divertiva a sistemare la sua vecchia moto Triumph: si ritrovò con la punta di un cacciavite dentro il cervello: la punta era penetrata attraverso l’occhio sinistro. Da quella volta, i rischi attesi di fargli un’improvvisata furono stimati troppo elevati rispetto al beneficio atteso di togliere di mezzo un tirapiedi della mafia russa. Tenerezza non fumava e non beveva, ed era in grado di mandare un uomo robusto in coma con un solo cazzotto bel assestato alla radice del naso.

“Tenerezza?”

“…”

“Tenerezza?”

“Che vuoi?”

“Ma Ivan non aveva almeno un lato positivo?”

“Non so. Mi ricordo che un giorno di pioggia arrivò al locale tutto zuppo: sotto il cappotto fradicio e ormai senza forma teneva un cucciolo. Un cagnolino bastardo: diceva di averlo trovato per strada. Si era perso e lui aveva deciso di prenderlo con sé. Era divertente pensare che l’attacco di cuore tenero gli era venuto al ritorno da un lavoretto che gli aveva commissionato il capo. Era andato da certi tizi del conservatorio che di facevano di amfetamine, ma che erano indietro con i pagamenti. Indietro in un modo imbarazzante. Sopra al cappotto Ivan indossava uno di quegli impermeabili di plastica usa e getta. Quando si presentò alla porta, i ragazzi erano drogati e dovettero trattenersi per non ridere in faccia al tizio con la plastica gialla addosso. Tutto finì in pochi minuti: per puro divertimento Ivan sfondò un violoncello con una pedata e strangolò uno degli orchestrali con le corde dello strumento. Per divertimento, perché aveva con sé un paio di pistole con il silenziatore con cui aveva fatto fuori gli altri due. Dopo, aveva riposto l’impermeabile in una sacca di Tesco, e se ne era andato.”

“Che fine ha fatto il cane?”

“Morto. Una delle ragazze che aveva avuto a che fare con Ivan gli servì una polpetta imbottita di cocci di bottiglia. Tanto lo odiava che non aveva esitato a sacrificare una vita innocente pur di colpire Ivan. Del resto, lei non era meno innocente di quel bastardo. Quando Ivan trovò il cucciolo in un lago di sangue, non successe praticamente niente: chi l’ha visto in quel momento racconta che ha semplicemente annuito, e poi è sceso a comprare una bottiglia di vodka…”

Ghiaccio (tre)

in scrivere/società by

Avevamo lasciato ghiaccio qui

Ho fatto, tipo, sesso con uno sconosciuto

Ciao Yumi, voglio raccontarti una cosa troppo assurda che mi è capitata ieri: ho vissuto anche io una piccola avventura sessuale un po’ lurida. Pensare che la mattina era cominciata male, la macchina con la batteria a terra, diciassette fermate di metro con il caldo infernale, lo sguardo di tutti gli uomini addosso. Sono scesa ad Asakusa, e mentre sono sull’ultimo gradino della rampa arriva una mail; mi fermo un attimo per rispondere. Non appena alzo nuovamente lo sguardo, vedo un super-figo. Nel casino di tutta quella gente che schizza da tutte le parti, lui è lì, fermo a pochi metri da me. E’ bello, certo, bellissimo, e anche ben vestito. Ma la cosa strana è un’altra. E come se emanasse una… cosa, una vibrazione, un’energia, qualcosa insomma. Proprio come mi aveva detto quella tipa che mi ha fatto le carte. Diceva che avrei incontrato un uomo “pieno di magnetismo”, che mi avrebbe sedotto senza dover nemmeno dire una parola. Come in trance, mi avvicino allo sconosciuto a passetti minuscoli, sentivo un gran caldo e il cuore ha saltato un battito, sembravo una liceale alla sua prima cotta… Che patetica cretina! Gli ho sorriso, lui mi ha considerato con curiosità, come se non capisse che, contro ogni buonsenso, era mia intenzione rimorchiarlo in pieno giorno, in un quartiere affollato. Ci mettiamo a camminare l’uno accanto all’altra, lui sincronizza il passo con il mio, ogni tot mi volto furtivamente verso di lui, che però continua a guardare dritto davanti a sé. Entriamo in un caffé. Visto che non parla, ma continua a guardare un po’ me e un po’ le persone agli altri tavoli, ordino anche per lui. “Dunque, eccoci qui”, faccio; per tutta risposta, l’uomo guarda fuori dalla vetrina del locale. “Non parli la mia lingua? … In effetti, non sembri uno di queste parti … o forse sei muto?” Lo sconosciuto ogni tanto mi guarda con una specie di fredda dolcezza nello sguardo: mi sento come se qualcuno mi stesse aprendo la pancia con un bisturi e per sfilarmi le viscere da dentro. Il tipo guarda con curiosità la cameriera rotondetta che ci ha portato gli espressi. Decido di portarmelo via, ho voglia di stare con lui da sola. E’ pazzesco, vero? Anche io, adesso, sono stupita quanto te, ma lì per lì il desiderio è più forte di ogni altra cosa, non mi vergogno per niente quanto trascino fuori dal locale questo sconosciuto tenendolo per mano e lo porto nella casa in cui io ed Andreas andremo a vivere dopo il matrimonio: una follia. Entro dentro, mi sfilo le scarpe, e poi, mentre cammino verso il salotto, anche il resto. Il tipo rimane un po’ interdetto. Poi cerca di imitarmi, si allenta con grande fatica le stringhe delle scarpe, e ne fa volare una sul tavolo nel tentativo di sfilarsela con un calcio in aria. Mi fa tenerezza, lo abbraccio e lo porto con me sul pavimento, dove la cosa comincia a succedere. Mi piace, se non fosse per l’espressione imbarazzata del mio amante, il sesso sarebbe anche perfetto. Mentre ci diamo dentro, suona il cellulare: uno, due, mille squilli, deve essere importante, cazzo! Lo lascio lì, promettendo a gesti che tornerò da lui prestissimo, ma non succede. Al telefono è Andreas, che mi attacca un pippone dicendomi che ha chiamato per l’ennesima volta, e che, no, il letto matrimoniale non verrà mai consegnato in tempo… Cerco di dissuaderlo da continuare ad infarcirmi le orecchie con tutte quelle informazioni (come sai, a volte, può essere incredibilmente prolisso!): forse è che sono rimasta a metà, forse è il senso di colpa che parla per me, ma quasi lo mando affanculo. Mi pento subito del mio tono, e con le spalle all’uomo, cerco ora di tranquillizzare Andreas, che nel frattempo si è incazzato lui. Quando smetto finalmente di telefonare, il tizio non c’è più. Mi metto al volo un accappatoio ed esco fuori. Lui è uscito, sta in piedi sul marciapiede, completamente vestito, a parte le scarpe, che tiene in mano. In effetti è lì a piedi nudi che guarda un passerotto zompettare nel giardino del dirimpettaio. Passa un autobus a due piani. A quel punto, il tizio si mette in marcia. Gli strillo un paio di volte un “Ehi!”, che poi è il massimo che posso fare, dato che non so nemmeno come si chiama. Poi ce lo mando. Rientro sbattendo forte la porta di casa. Rabbia frustrazione senso di colpa mi arrivano addosso come il coperchio di un tombino. Mi lascio cadere sulla moquette, la schiena contro un muro. Vorrei piangere, ma in qualche modo il pensiero del viso di quel tipo che mi stavo facendo pochi minuti fa me lo impedisce.

Ghiaccio (due)

in mondo/scrivere/società/ by

avevamo lasciato Ghiaccio qui

Caldo, cibo, acqua

La femmina mi ha chiamato: indossava uno strano vestito corto e peloso, chiuso alla vita da una cintura fatta della stessa stoffa. Ho scoperto i denti, in quel modo che a quanto pare si usa da queste parti, e mi sono messo in marcia. La femmina umana ha continuato a guardarmi per i successivi 17 secondi e mezzo – il suo volto è rimasto senza espressione per i prime cinque, poi la sua bocca si è tutta storta verso sinistra: non avevo mai visto un simile modo di spostare le labbra. Immagino che volesse farmi sapere qualcosa, con quello strano movimento muscolare, ma non io non l’ho mica capito. Subito dopo si è voltata, è rientrata in casa sbattendo forte la porta.

Ho vagato per ore in quella zona: le case erano tutte basse e con un po’ di verde attorno. Tavole di legno disposte verticalmente una accanto all’altra separavano l’erba dalla terra nera e puntuta che stavo faticosamente percorrendo a piedi nudi. Ho incrociato un paio di umani piccoli e rumorosi vestiti in modo identico, uno aveva dei capelli di un bellissimo colore, sembravano cavi di rame. Mi hanno guardato i piedi e hanno cominciato a scoprire i denti, poi la loro attenzione si è spostata sul mio viso: è stato allora che hanno smesso di mostrare i denti, e hanno preso a fissarmi: erano diventati tanto tanto seri. Hanno continuato a guardarmi con rispetto mentre li incrociavo e passavo oltre.

A quel punto, dopo una marcia di centosessantasei minuti, avevo una gran fame, oltretutto, la cosa che mi aveva fatto la femmina prima mi aveva tolto forza dalle gambe. Un buon odore di cibo attirò la mia attenzione: ho cominciato a seguirlo per capire da dove venisse. Nello spazio all’aperto fuori da una di quelle case basse era stato costruito un forno mattoni rossi. Vi ardeva dentro un bel fuoco  sul quale erano sistemati dei vegetali di forma allungata costellati di chicchi gialli: l’odore era delizioso, anche se non era puro, percepivo una nota di grasso animale. Ero talmente distratto dall’appetito che non mi resi conto del grosso umano vestito in maniera assurda che, denti in mostra, mi stava guardando dietro alle tavole di legno. Era alto, anziano ma ancora robusto, e portava strani vestiti che lasciavano scoperte la metà inferiore delle gambe e delle braccia: la la testa, invece, era coperta da un grande cappello bianco.

L’umano mi fece un segno cordiale cantando qualche cosa di incomprensibile: si avvicinò al recinto, aprì una porticina e mi fece cenno di raggiungerlo. I piedi nel verde morbido: che sensazione meravigliosa, quasi l’avevo dimenticata. L’umano mi strinse l’interno del gomito con una presa vigorosa e mentre mi spingeva per il prato continuò incessantemente a far vibrare le corde vocali. Vicino alla casa, sotto una tettoia, c’erano decine di altri umani, tutti molto belli: si sentiva una musica piena di suoni bassi e di percussioni, mentre maschi e femmine bevevano da bicchieri a cono sorsate di liquidi di colore acceso. Un po’ più in là per terra era stata scavata e riempita d’acqua una fossa a forma di parallelepipedo. Una femmina stava uscendo dall’acqua: era quasi nuda, e dopo aver strizzato i suoi lunghi capelli, si distese su uno dei giacigli disposti attorno alla pozza.

Il vecchio chiamò vicino a sé due altri umani, una femmina non giovane con addosso un pessimo odore di combustione e fiori, ed un altro di cui non fui in grado di determinare immediatamente il sesso. Il vecchio mi prese le guance tra indice e medio, spostandomi delicatamente la faccia a destra e sinistra, emettendo suoni che sembravano esprimere soddisfazione. La donna prese una tavoletta luminosa e me la agitò davanti diverse volte. L’altro umano mi guardava con occhi freddi toccando continuamente un altro dispositivo.

Il vecchio, che pareva contento di me, chiamò un umano dalla pelle scura vestito di bianco e gli disse qualche cosa con un tono che non mi piacque, non era delicato. L’umano bianco e nero tornò poco dopo portando tra le mani un grande disco di ceramica bianco decorato da disegni azzurri pieno di cibo: lo presi dalle sue mani e mi sedetti su una sedia di stoffa proprio davanti alla pozza. Il cibo era grasso e l’odore sospetto: infatti, in gran parte si trattava di carne: trattenni a fatica un conato di vomito. Fortunatamente, oltre a quella roba disgustosa, c’era una di quelle cose vegetali gialle che avevo visto rosolare nel fuoco poco prima: la divorai avidamente, incurante dei pezzettini di fibra che continuavano ad incastrarmisi tra i denti. Feci un rutto sonoro, che sembrò interrompere per qualche secondo il canto di tutti quegli umani, che poi però riprese normalmente. Mi alzai a cercare ancora un po’ di quella fantastica roba da mangiare.

Mariam (sei)

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Metamorfosi

Le stanezze di Mariam cominciarono a verificarsi poco dopo che Victor ebbe un attacco di cuore, la sera stessa del mio arrivo. Raccontai: “…mi sono fermato a guardare i costumi appesi su uno di quegli appendiabiti con le ruote, hai presente? E’ stato allora che con la coda dell’occhio ho visto Victor camminare a passo spedito, baldanzoso quasi, come un bambino che corre alla dispensa a rubare la marmellata mentre la mamma è fuori a fare la spesa. Dietro la sua roulotte c’era questa donna, una vera gnocca, alta, capelli lunghi, un paio di tette così, c’era questa donna, certamente una comparsa, visto che indossava una lunga tunica chiara. Erano sicuri che lì dietro nessuno li vedesse. Victor era infoiato come un quattordicenne alla sua prima pomiciata, gli si è buttato addosso e ha cominciato a baciarla convulsamente smanazzandole il petto… Ha fatto per tirarle su il vestito, ma lei lo ha afferrato in modo gentile ma fermo, e ha accompagnato le sue mani verso il basso per ricomporsi. L’ha preso per mano e insieme sono entrati nella roulotte. Forse Victor è confuso dal desiderio, o forse pensa di essere diventato invisibile, fatto sta che non tirano le tendine. Mi sistemo dietro ad un angolo a godermi la scena, che promette di essere interessante. Vedo la donna che evidentemente si deve essere appoggiata con il sedere alla parete opposta alla finestra: a braccia conserte lo segue con lo sguardo mentre va avanti e dietro dentro lo spazio minuscolo come una tigre in gabbia. Ad un certo punto si rivolge alla ragazza muovendo minaccioso il suo lungo indice. Il suo capoccione si frappone il la ragazza e il mio sguardo. Victor gesticola febbrilmente, mentre la donna se lo fila sempre di meno, sembra annoiata da una scena che si deve essere ripetuta fin troppe volte. Ora vedo solo il cocuzzolo di Victor, che evidentemente deve essere in ginocchio davanti alla comparsa, prega o fa sesso? O magari le cose assieme? Schizza in piedi e di punto in bianco molla alla ragazza un ceffone che la fa quasi cadere… Mi auguro che adesso lo colpisca con il primo oggetto contundente a portata di mano, ma niente, quella si toglie i capelli dalla faccia, e comincia a ridere in modo così forte ed osceno che si sente un po’ anche da fuori. Ed è lì che Victor crolla, non ho dubbi su quello che sta facendo ora. Ed è allora che è successo: la ragazza si è piegata su sé stessa, probabilmente per capire che cosa stia succedendo a Victor, che ha smesso di fare quello che stava facendo per stramazzare in pieno coma. E’ uscita fuori di gran corsa, ma senza urlare: deve aver dato subito l’allarme, ma in modo tale da non far capire che lei si trovava con lui nella roulotte quando gli è venuto lo schioppone… “. Mariam mi guardava come se fossi un alieno appena sbarcato sulla terra. “Victor ha avuto un infarto per l’emozione. Nella sua roulotte gli è apparso San Tommasino da Pietracalda, il santo a cui è devoto, e il cuore non ha retto”, “Una… visione? San Tommasino…, ma Mariam, che cosa hai preso?, da quando in qua credi a queste cazzate?”, “Non parlare così, oggi ho conosciuto la dolcezza del Signore, e ho detto basta alla mia vita di peccato e di perdizione”, “…”, “Sì, sono stata lontana da questo dono meraviglioso per troppo tempo, e ora voglio recuperare: Victor è stato messo alla prova, e voglio che mi capiti la stesso, voglio morire di quella gioia”, “Ma ti dico che quando ha avuto l’infarto, Victor aveva la sua bocca in mezzo alle cosce di quella comparsa, l’ho visto con i miei occhi…”, “Basta con queste oscenità, sei un miscredente, e lo sono stata anche io, ma è il momento di fare chiarezza, approfittare di questo meraviglioso dono che ci ha fatto il Signore”, “Cioè, un uomo in ospedale, sarebbe questo il cazzo di regalo che ci sta preparando. Tu sei pazza, lo stress ti ha fatto svalvolare il cervello, ritorna in te, cazzo! Cazzo cazzo cazzo”. Stavo urlando a squarciagola, e Mariam continuava a ricambiare la mia rabbia con un distacco olimpico, in fondo al quale non era difficile scorgere una netta, benché composta, riprovazione. “Signora, c’è qualche problema?”, era il tizio del SUV che parlava: era entrato nella roulotte di Mariam. “Oh, Big Jim, vattene un po’ affanculo, per favore, e non ti intromettere, non sono cazzi tuoi, gira i tacchi”. “Signora, c’è qualche problema?” ripeté l’energumeno (cammina, mangia, e dice “c’è qualche problema”?, come la bambola Sbrodolina). Mariam aveva assunto l’aria sofferente di un insegnante che sta per assegnare una punizione all’allievo prediletto. “Sì, per favore, faccia in modo che mio marito si dia una calmata”. La montagna di muscoli non aspettava altro: in un nanosecondo mi fu addosso e mi bloccò con la sua forza animalesca. “Fèfuffofiiitopfrooia”, dissi, che voleva dire “E’ tutto finito, troia”. Uscita di scena inelegante, ne convengo, ma capirete anche che un uomo innamorato cui un demone psicotico sostituisce l’oggetto vivente del desiderio con una pazza bigotta avrà anche il diritto di alzare un po’ la voce. No?

Epilogo

La follia di Mariam fu tanto repentina quanto irreversibile. Mi buttò fuori di casa, e mi scrisse una lettera disgustosamente impregnata di stucchevoli immagini religiose, che faticai non poco a carpirne il contenuto oggettivo dietro la cortina fumogena rosa e maleodorante. In pratica il senso era che mi avrebbe accettato di nuovo solo a patto che mi applicassi in un serio cammino di fede nel quale, scriveva la neo-demente, “sarebbe stata lieta di accompagnarmi mano nella mano come Gesù aveva fatto a Potenza con lei”. Ovviamente, avrei dovuto smettere con alcol droga e, va da sé, bestemmie, una condizione, quest’ultima, che mi pareva la più inaccettabile delle tre. Devo aggiungere che mi ritrovai completamente senza un lavoro legale, dato che la società di Victor si adoperò perché il mio nome venisse aggiunto nelle liste neri dei reprobi, e quindi non potevo nemmeno contare sull’editing delle agiografie di oscuri santi di paesi insignificanti come facevo prima. Cercai il cinese che faceva porno illegali per scoprire che era stato arrestato per svolgimento di attività contrarie alla morale pubblica. Con il denaro, se ne andarono rapidamente anche il decoro e la dignità, e finii a fare il barbone. Una notte, mentre dormivo ubriaco sopra un cartone che puzzava di piscio stantio, un ragazzo mi svegliò pigiandomi uno dei suoi anfibi sulle costole. Vincendo a fatica il fastidio per il mio odore disgustoso, mi fece salire sul retro di un furgone, che mi condusse in una bella casa di campagna, dove una serie di persone carine mi lavarono, nutrirono e in breve mi rimisero a nuovo. Ero diventato uno del gruppo di fuoco dei “Congiurati delle Polveri”, quelli che tentarono di appiccare fuoco al Vaticano. Ci beccarono, e io sono finito così, in coma e col sondino nasogastrico, perché uno poliziotto mi ha sparato in testa.

No, non è vero, mi trovo qui col sondino perché il tipo che mi ha portato via quella notte non era un cospiratore ma un portantino che ha fatto di tutto per salvarmi la vita dall’assideramento (cosa che peraltro poteva anche risparmiarsi, visto come è andata a finire). Dimenticavo, è inutile che vi dica a chi devo la cortesia finale del sondino, vero? Ci potete arrivare da soli: era una persona che una volta mi amava. Perfino da qui mi sembra ancora di sentire l’odore della sua pelle, ogni tanto.

Fine

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