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cultura - page 10

L’uovo ke avanza

in politica/storia by

Se non si torna indietro all’impazzimento ideologico conseguente al compromesso storico e all’eurocomunismo del Pci di Enrico Berlinguer, non si potrà mai capire come sia stato possibile che un  mariadefilippizzato Humpty Dumpty qualsiasi della politica italiana, l’amico uovo del Gatto con gli stivali, sia diventato tutto d’un colpo il capo indiscusso della sinistra, legittimato domani sera dal ‘voto’ di militanti e simpatizzanti.

Esauritasi la fase togliattiana della creazione di un partito ideologico fortemente identitario, attraverso quella che venne definita la ‘via italiana al socialismo’ prima ed ‘eurocomunismo’dopo, il Pci si pose l’obbiettivo di essere lo strumento rappresentativo del graduale processo di integrazione sociale della classe operaia di recente emigrazione, ed il mezzo di modernizzazione e liberalizzazione del costume delle classi popolari e della piccola borghesia. Quest’operazione gli permise di crescere elettoralmente in modo costante dal 1948 al 1979.

Su questa linea si arrivò alla ricerca di un’alleanza di governo con la sinistra della Democrazia Cristiana, teoricamente basata su una critica non tanto al capitalismo quanto alla società dei consumi di massa e dell’ occidentalizzazione culturale. Alleanza preferita a quella con i socialisti della segreteria craxiana, che si proponevano al contrario come rappresentanti di quell’americanizzazione della società che sarebbe poi diventata egemonica tra la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80.

Falliti gli esperimenti del compromesso storico e dell’eurocomunismo, il più grande partito d’opposizione cade vittima di un’assenza di strategia, bloccato da contraddizioni varie che ne sentenziano l’arresto della crescita del consenso elettorale: il voler prendere in mano il governo del Paese con la Dc e non con il partito socialista; il prendere le distanze dall’Urss ma ritenere allo stesso tempo inconciliabile l’adesione alle socialdemocrazie europee; essere il primo gendarme inflessibile contro ciò che accadeva nelle fabbriche e nelle piazze, cercando poi in ritardo di cavalcarne il movimentismo già però esauritosi; il sostituire il leninismo con la battaglia contro la degenerazione del sistema politico del quale però il medesimo partito, con le corporazioni sindacali ad esso connesso, rappresentava uno dei perni nevralgici a livello locale e nell’articolazione burocratica/impiegatizia; il consegnarsi inconsapevolmente al potentato editoriale post-azionista scalfariano, sbandierando una questione morale che cozzava con i finanziamenti ricevuti negli anni dall’Urss, dalla quale prendeva le distanze in occasione dell’ invasione dell’Afghanistan. Salvo poi, col passare degli anni, vedere gli eredi di Enrico Berlinguer votare ed essere a favore della stessa occupazione, ma stavolta ad opera degli Stati Uniti. Mai nemesi storica fu cotanto efficace e beffarda.

Gia’, gli eredi berlingueriani. Il Pci degli anni Ottanta è un partito senza teoria, senza strategia e senza tattica. Non esiste più analisi strutturale delle classi e dei rapporti sociali, ma solo lo sbandieramento dell’onestà e della moralità. Categorie, quest’ultime, che anche i bambini di 2 anni sanno essere estranei alla lotta politica e ad ogni forma di pensiero strategico.

Fai una carrellata e capisci che non poteva finire altrimenti. E capisci anche che alla base del fallimento del comunismo c’è stata la prevalenza di un modello gregario dell’ obbedienza identitaria aprioristica a qualunque svolta tattica e strategica del capo, sul precedente ed originario modello critico ed autonomo di interpretazione delle lotte sociali e delle trasformazioni storiche.

Achille Occhetto, il bambino buono coi baffi, quello che sostituisce tutto d’un fiato la fine delle ideologie con il giustizialismo della magistratura, che pensa che gli italiani ad un certo punto l’avrebbero votato in massa perché lui era ‘pulito ed onesto’. Il Gorbaciov italiano, immemore che Gorbaciov finirà a fare la pubblicità televisiva per la Pizza Hut. Massimo D’Alema, l’incarnazione del detto’la furbizia te se magna’, il leader che morì di tattica. Walter Veltroni, il nulla tattico e strategico per eccellenza, lo scrittore di libri dell’apoteosi del buonismo imbecille televisivo, l’inconsistenza politica allo stato puro, ritratto da Guzzanti in un’imitazione, mai tanto azzeccata, come l’allenatore della squadra di calcio ‘centrosinistra’ che, quando l’arbitro fischia un rigore per il ‘centrodestra’, sostituisce il proprio portiere con una vecchia signora di 90 anni che stenta a muoversi. Piero Fassino, una corda di chitarra ipertesa ed anemica che mentre cercavi di seguirlo mentre lui ti parlava, finivi sempre per andare sovrapensiero e col chiederti:’ma io posso stare a sentire uno così che sembra che stia per morire e dissolversi nell’aria???’. Bersanetor, il buontempone di paese, politicamente parlando, quello che sbaglia il rigore a porta vuota,  l’impeccabile amministratore emiliano onesto e buon padre di famiglia che non si sa perché ma ha tutti collaboratori grassottelli, quello che per sei mesi ‘mai mai mai con Berlusconi’e poi ‘Berlusconi ok, facciamo il governo insieme e come nostro uomo ti mandiamo il nipote del tuo braccio destro’.

Un movimento politico che doveva rovesciare ed invertire i rapporti di forza dentro la società italiana, si è invece ritrovato con dei leader che hanno scelto di integrarsi allo status quo per miopia teorica e politica o per carrierismo ed aspirazione personale, finendo con l’essere sgretolati loro stessi e risucchiati nel sistema. L’antiberlusconismo sbandierato, così come l’anticraxismo dei decenni passati, il vuoto e parolaio riformismo di cui ci si riempie tanto la bocca, il moralismo giustizialista, altro non sono che il gemito del morente, l’alibi giustificazionista che in realtà è la coperta di un fallimento strategico e politico di un ceto politico professionale autoreferenziale, di una classe dirigente impreparata, superficiale, che ha fatto strada non per meriti dialettici e di preparazione sostanziale, ma perché stava nella cricca giusta.

Hanno fatto la fine del gatto con gli stivali, quando scopre la crudele verità e cioè che i suoi compari HumptyDumpty  e Kitty erano sempre stati in combutta fin dall’inizio con Jack e Jill e gli abitanti di San Ricardo, e che avevano ordito l’astuto piano di condurlo lì e farlo arrestare, vendicandosi del passato che fu.

Soundtrack1:’Adius’, Piero Ciampi

Le dieci canzoni di cui vi vergognate.

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Ieri il maledetto Alessandro Capriccioli postava il seguente status su Facebook:

Un altro gioco potrebbe essere: una canzone che mi piace di un cantante che per il resto mi fa schifo; della qual cosa, magari, un pochino mi vergogno pure. Coraggio, gente, chi non ha almeno uno scheletro nell’armadio?

Io ho provato a non cadere nella provocazione e a non pensarci. Ma diciamocelo: non puoi resistere dopo un po’: tutto il trash immagazzinato per anni dentro di te è pronto ad esplodere… Basta uno status su FB per aprire il vaso di Pandora della propria abiezione musicale: decine di canzoni assurde ti ritornano in mente dopo secoli e tu non puoi resistere.

E, quindi, dopo un sabato sera e una domenica tormentata dai miei incubi di perversione musicale, ecco la mia personale classifica del trash. Non prendetevela con me: prendetevela con Capriccioli.

10° posto: Perdere l’amore di Massimo Ranieri. Tutti la conoscono e non si capisce perché. Un vero must.

9° posto: Ti lascerò di Fausto Leali e Anna Oxa. Lei canta con la r arrotata della campagna veneta, lui è vestito come il gobbo del Rocky Horror Picture Show col ricciolino alla Roby Baggio dei bei tempi che furono. Nel testo, frasi intramontabilmente senza significato, come “Ti lascerò provare a dipingere i tuoi giorni con i colori accesi dei tuoi anni“. Immancabile.

8° posto: Balla Linda di Battisti. Perché Lucio è Lucio, non scherziamo! Ma Balla Linda è davvero supertrash.

7° posto: Sono tremendo di Rocky Roberts. Con tuscie le ragascie sciono triemendo, le laccio guando voghlio e poi le ribrendo, nesciuna mi resciste ma mi arendo… Mezzo ammericano e mezzo romanesco: ce lo ricordiamo così il nostro Rocky!

6° posto: Si può dare di più di Tozzi, Morandi e Ruggeri. Buonismo, accordi triti e ritriti e rime facili. E poi, dico, Morandi, Ruggeri e Tozzi: come non amarla alla follia questa canzone?

5° posto: Tanta voglia di lei dei Pooh. Grande canzone davvero. Ma loro sono i Pooh. No, dico, i Pooh! Ditelo che piuttosto che ammettere che vi piaccia una canzone dei Pooh preferireste essere accusati di omicidio!

4° posto: Tu di Umberto Tozzi. Umberto è uno dei samurai del trash italiano. Per questo compare una seconda volta in questa limitata classifica. Tu dabadim-dabadam-dabadimbadin-badam! E non dite che non vi piace perché la musica della canzone è un semplice Giro di DO: non può matematicamente non piacervi.

http://www.youtube.com/watch?v=EE_4sl3K8es

3° posto: Amico è di Dario Baldan Bembo. Merita una menzione anche solo per essere la base di decine di cori da stadio. Grande musica, grande emozioni. E poi lui è uguale a Gianluca Vialli dei tempi d’oro.

http://www.youtube.com/watch?v=Zp2a7x9qVUg

2° posto: Pensiero d’amore di Mal. Non fate i furbi! Non vale dire “Eh, ma la ascolto cantata da Giuliano Palma!”. Mal è dentro di voi comunque.

1° posto: E tu di Claudio Baglioni. Perché vi ci vedo voi, a sedici anni, in piena crisi  di contestazione tardoadolescenziale darvi aree da poeta maledetto e   suonare solo De André e i Deep Purple. Ma poi la biondina al falò vi chiede di suonare “E tu”. E voi, vili! servi! giuda! Voi lo fate. Prendete e la suonate. E mentre voi lo fate la biondina limona con il suo fidanzato appena arrivato. E voi, intanto, la suonate.

Santé

Oh yeah I

in musica by

Volendo possiamo fare una cosa: chiuderci in una stanza, prenderci un paio di settimane di ferie e riascoltarli a nastro, discettando su quanto tutto -ma proprio tutto- quello che il mondo ha ascoltato dal 1970 in poi sia germogliato da loro, osservando che registrare una perla come Sgt. Pepper su un quattro piste fu un’impresa più vicina al miracolo che al capolavoro, assaporando estasiati la giunzione tra i due nastri con annessa correzione del mezzo tono di differenza piazzata dopo il primo minuto di Strawberry Fields Forever, raccontandoci a vicenda chi era Martha e chi era Sadie e chi era Prudence, mettendo insieme e scompaginando classifiche estemporanee del tipo I am the Walrus non si batte sì però pure The Long and Winding Road dove la metti concordo ma allora I’m so Tired sono d’accordo però pure Yesterday sì ma i pezzi di Harrison vogliamo parlarne scusate ma Happiness is a Warm Gun non ha uguali e così via, all’infinito.
Volendo potremmo metterla in piedi, un’iniziativa del genere.
Ma per quanto la facessimo durare, per quanto minuti fossero i frammenti in cui ci riuscisse di scomporre ciò che i Beatles hanno consegnato al mondo, non daremmo mai conto di quella cosa impalpabile ed elementare che se ne sta piantata dentro di noi, qualche millimetro più in fondo di tutte le altre, e che è così difficile da spiegare che alla fine siamo costretti a rinunciarci.
Non ho la presunzione di riuscire a darle un nome, a quella cosa: ma sono sicuro che è la stessa per tutti, anche se ognuno l’ha conosciuta in modo diverso.
A me, tanto per dire, successe quando ero un marmocchio, e una mattina che non ero andato a scuola la puntina del giradischi mi cascò scoppiettando in mezzo al vinile di non so più quale raccolta, pescando a caso questo pezzo qua.
Avete presente, no? Oh, Yeah, I.
Tre parole, nient’altro: ma quella cosa, da allora, se ne sta piantata là.
E sapete, perché lo sapete meglio di me, che non se ne va più.

La giusta distanza

in scrivere by

“*Camerieri, cantanti, attori bipolari, arguti figli di papà, Bukowski butterati. Massa drogata. San Benedetto in croce. Mahagonny abbandonate, Monterey di sogno. Parrucchieri in estasi, gerani ai davanzali – ricordarsi di dare da bere. Von braun tradito. Vasche ionizzate e culi di Hockney – culi di Hockney bagnati di luce annoiata – il lusso freddo della solitudine, di cose al loro posto mai desiderate(…).

Una volta finita l’ebbrezza non resta altro che metabolizzare l’effetto reale dell’ azione. Aspettare il tram. Stare dentro la macchina in mezzo al traffico. Voci radiofoniche. Volume a palla dell’ ipod. Occhi che ti guardano. Rotaie. Giornali stracciati per terra. Centinaia di curriculum scartati. Il manuale delle istruzioni per diventare ricchi. O ciechi. Arrivare in ritardo.

Quel giorno Geronimo Klausevitz aveva pensato di tornare nel quartiere dove aveva vissuto per tanti anni. Arrivato davanti al palazzo del suo ex appartamento, cominciò a fissarlo. Una volta quella era la sua casa. Quando arrivava nelle vicinanze subito provava un senso di sicurezza, di accoglienza. Lo stesso valeva per la strada, i negozi, il bar di sotto,il tabacchi, il parcheggio dei motorini, gli alberi. Tutto era familiare, protettivo. Era stato il rifugio dallo sradicamento conseguente all’arrivo in una nuova città. Adesso invece non era altro che un palazzo tra i tanti, nemmeno tanto bello, anzi, addirittura cadevano pezzi di intonaco. Ormai quella casa non rappresentava più niente per lui. E questo lo portava a ragionare sulla forza inesorabile del tempo, sulla capacità che ha di ribaltare il significato di situazioni e persone, su come le cose prendano dei percorsi inesorabili quanto inaspettati, e sull’incapacità di prevederle, sulla velocità della realtà che non e’mai ferma, anche quando si pensa di essere immobili, quando si pensa che tutto stia fermo per sempre.

Là vicino abitava Bargagas Tessalonica. Andò a bussarle. Tessalonica era sempre la stessa. Una volta  era innamorata di Geronimo e ne era attratta fisicamente. Ma Geronimo aveva sempre mantenuto la giusta distanza. Non le era mai piaciuta abbastanza. Erano seduti in camera sua. Lei cominciò a fargli vedere le foto del suo viaggio in Turchia dell’ estate appena passata, gli spiegava chi erano quelli che apparivano accanto a lei ed i posti che le fotografie mostravano. Tessalonica aveva una gonna che le scopriva le gambe. Non aspettava altro che Geronimo allungasse le sue mani e salisse lentamente. Ma Geronimo prese le sue sigarette ed iniziò a fumare. Le chiese cosa facesse di bello, con chi stava o si vedeva in quel periodo. Era da tanto che non si sentivano. Tessalonica disse che tra mezzora sarebbe arrivato urlich, uno con cui stava cercando di imbastire qualche cosa di serio, un tipo tranquillo che gestiva un ristorante, un tipo forse troppo geloso e possessivo.

Poi raccontò la storia delle sue pazze scopate con Nargus, che la faceva godere alla grande. Nargus aveva una moglie con seri problemi all’utero, probabilmente non sarebbero riusciti ad avere figli. Lui la faceva impazzire:’’guarda che sms mi manda”,faceva tessalonica, mostrando un messaggio dove c’era scritto ‘buonanotte troia!..’.Tessalonica sbavava per queste cose. Era fatta così. Prima che urlich arrivasse,Geronimo raccolse le sue cose e disse di andarsene. Parlarono di Teresa, una loro vecchia amica,piena di soldi con una famiglia importante alle spalle,che stava cominciando a farsi largo nel mondo. E con la quale entrambi avevano rotto i ponti. ‘’Dovevamo tenercela buona quella,dovevamo farci pisciare pure in bocca da Teresa. Ormai e’ una star,e chi la ferma più adesso”. Geronimo rispose che Teresa,qualunque cosa avesse potuto raggiungere, avrebbe combinato qualche cazzata delle sue e si sarebbe messa nei guai come al solito. “dovunque andrà combinerà danni”.

Arrivati alla porta, Tessalonica cominciò a dire che si sentiva abbastanza confusa in quel periodo,che scopava anche con il suo ex, che voleva questo urlich che era tanto buono,che in macchina le metteva le canzoni che voleva e lei poteva cantare a squarciagola,ma che non riusciva a fare a meno del suo ex e della storia strisciante e contorta con Nargus.Gli disse che l’altra sera Nargus era solo a casa perché la moglie era ricoverata all’ospedale e che mentre chattavano lui aveva portato il pc in bagno con la webcam e sotto la doccia si mise a masturbarsi. Geronimo annuiva distaccandosi da quelle parole, guardando la casa,la cucina,le finestre,le mensole sulle pareti, pensava che era rimasto quasi tutto come quando lui quella casa la frequentava quasi ogni giorno, pensava al firewall che doveva installare sul suo computer ed a emule che si impalla, pensava a Teresa, che era la ragione per cui lui aveva frequentato quella casa.

Prima dei saluti, il volto di tessalonica cambiò espressione, buttando giù un commento amaro sulla sua esistenza, che secondo lei annegava in una sequenza di menzogne e tradimenti, sui problemi che aveva a casa, sull’università che ancora non riusciva a finire, sull’incertezza di riuscire a trovare un lavoro, sulle altre ragazze che abitavano con lei. Per Geronimo Tessalonica era partita, non riusciva più a gestire quello che gli capitava attorno,aveva perso qualsiasi forma di fiducia in se stessa. Pensò che andarla a trovare non era stata un’ottima idea.

Dalla stanza accanto arrivava il rumore del televisore. Si sentiva la voce di uno che per portare avanti il suo discorso spesso urlava perché disturbato da chi lo interrompeva o da qualche applauso:”Chi tradisce lo fa perché vuole avere una attività sessuale molto movimentata? Perché  ci si  annoia del proprio partner? Perché si va alla ricerca di nuove sensazioni? Per il tradimento fine a se stesso? Perché ha trovato una persona interessante? Per sfogo naturale e fisiologico? Perché cosi ci si sente vivi? Perché si è rotto i coglioni? Perché la vita è breve? Chi tradisce e’un complessato? è un insicuro?è uno che usa il  tradimento come modo surrettizio di fuggire da una situazione che non riesce a modificare? è un prigioniero che non riesce a scappare? è uno sconfitto? e’ uno che utilizza il sesso solo per mascherare il suo essere impotente a cambiare le cose che non  sopporta? e’uno che non ha mai avuto un role  model ben strutturato? oppure il vero  tradimento lo realizza la persona tradita  perché ha potere sulla persona che lo tradisce in quanto usa il tradimento altrui come valvola di sfogo per il traditore, che alla fine  rimane sempre sotto al tradito? il traditore crede di aver fatto chissà cosa, oppure in realtà non ha fatto altro che peggiorare  ed acutizzare la sua situazione  di impotenza?”

Geronimo usci. Chiamò l’ascensore e la porta di casa si chiuse. La giusta distanza ora sarebbe diventata quella di non rivederla mai più.

(…)Di fronte a tutti voi io oggi umilmente mi inchino, per avermi fatto sentire vivo; e reso grazia al vostro incanto vi lascio, e corro incontro ai giorni che mi spettano, le carte appese al petto e una versione di riserva. Per tutte le strofe uscite male e le frasi sbagliate che nessuno potrà più cancellare, io vi saluto e mi inchino, io vi saluto e pieno di rispetto vi dico addio”.

Soundtrack1: ‘Da dove sono stato’. Massimo Volume

*Da dove sono stato – Massimo Volume

La linea gialla*

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“Attenzione, allontanarsi dalla linea gialla” picchia in testa la voce metallica cioè levigata dal metallo e dal tempo e da tutti i minerali terrestri e patetici freddi freddi freddi e giusti. Il cancello era verde, il piazzale leopardato di macchie d’olio, il garage puzzava di guanti sudati. Il pastore tedesco di mia zia Maria si chiamava Zeus; un giorno fu ritrovato impiccato al cancello verde. Questo è l’unico ricordo senza gambe che ho. In braccio a mamma a papà a zio, di braccio in braccio di petto in petto, di odore in odore: Zeus il pastore tedesco di zia Maria impiccato al cancello verde straziato dalle lacrime umane che non capivano la morte canina per impiccagione forse accidentale forse caninamente premeditata.

“Il sotterraneo odorava di formalina e acido fenico, e in tutto s’avvertiva la presenza di un mistero, a cominciare dall’ignoto destino di tutti quei corpi distesi, fino al segreto della vita e della morte, che lì aveva la sua casa, o il suo quartier generale”. Boris Pasternak scrisse un solo zigzagante romanzo fatto di zeta striscianti e di dottori e di Russia e pure parole a volte di parole cirilliche tradotte e premiate con un Nobel svedese libertario non cirillico. Jurij, Jura, che cazzo di nome, un nome da gregario moscio da ginnasta da bolscevico. Pavelekino, Pederelkino o come cazzo si chiama quel posto dove morì nella solitudine da compagno con la gloria della storia senza pane Boris Pasternak. Un uomo deve stringere i denti e condividere…Un uomo deve stringere i denti e condividere la sorte del proprio paese diceva Jurij Jura Zivago Boris. No, no, no. Sono pigro e assurdo come il giallo della linea gialla da cui mi sono allontanato mnemonicamente tutte le mattine i pomeriggi le sere e le notti collettivamente. La mia linea gialla è la memoria, “ricordarsi di un risveglio triste in un treno all’alba”. Penna, Sandro Penna poeta marchiato giustiziato dall’amore per l’amore puerile dell’universo. Un risveglio triste in un treno all’alba nel bianco di una Berlino morbida definitiva europea. Funkenflug, funkenflug, Berlino è scintille diceva Arne operaio polacco pelato malinconico in un agosto disperato.

Alice faceva spesso la torta rustica col radicchio rosso di Treviso e la crescenza. Le pulsava la giugulare e ci mettevo l’orecchio senza capire e pulsava e pompava sangue al cervello quel cervello che diceva parole “ho scelto te”. Alice tedesca acquisita e imbiondita nell’anima scura e selvaggia e antica; Alice riverniciata dal tempo nuovo dalla modernità, accasata con la testa sulle spalle e il cuore a tracolla. Sono patetico e giusto e antico e giallo come la mia memoria, come quel maglione spelacchiato senza seno tolto mille volte e dopo il seno. Al civico numero 6 ora ci sono degli stronzi mai visti ma stronzi. Al civico numero 6 c’è il mio strazio, le urla di gioia e di paura, l’eccitazione dello stato d’assedio. Alice  e il cantautore romano, quello che vorrei essere quello che vive ad Atlantide e non fa più domande del tipo “conoscete per caso una ragazza di Roma?”.

Devo averlo scritto in un vecchio quaderno “Se stropiccio gli occhi, vedo l’origine: un Giuda di latta, un cammello di seta e una ruspa abbandonata in un molo d’autunno”. Venerdì ho appuntamento dal dentista sloveno biondo professionale. La luce ospedaliera della  lampada frignava un bambino l’ultima volta non voleva entrare “ho paura” diceva. Perdio, dovevo strapparlo quel biglietto quello del parcheggio invernale aeroportuale di quando lei è decollata e puf. Aiuto. Chissà qual è il momento preciso in cui cade la prima foglia pigra autunnale del primo albero di questa città. E’ l’una e trentacinque, chissà perché ogni volta che guardo l’orologio è l’una e trentacinque o la lancetta dei minuti sta per arrivare lenta al trentacinquesimo minuto su sessanta dopo l’una. Zeus il pastore tedesco impiccato al cancello verde zia Maria la giugulare di Alice il civico 6 e i miei piedi immobili paralizzati dalla memoria. Cazzo, perdio.

“Attenzione, allontanarsi dalla linea gialla” è un bisbiglio ormai il metallo della voce la ripetizione paziente e involontaria. Quanto occorre per dimenticare il non fatto il non detto il non scritto? Quanto fatto? Quanto detto? Quanto scritto? Il giallo della memoria che non ricorda più il pericolo è la salvezza tristezza e giustizia. Sono pericoloso e salvo e triste e giusto. E ormai vedo tutto giallo e cammino, cammino, cammino.

 

 

*Questo post partecipa a #StayAnimalSpirit, il liveblogging della performance milanese di Mali Weil a cura di Virginia Fiume, storyteller del media collective Perypezye Urbane. Virginia mi ha chiesto di improvvisare sul tema dell’istinto che muove l’essere umano e questo è il mio contributo. Gli eventi narrati sono immaginari.

Assortiti

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E’ in fila davanti a me, nel negozio di biscotti che sta là dall’inizio del secolo scorso.
Vecchio, malmesso, pare uscito dritto da un campo profughi. Un giubbotto sportivo degli anni ’80, uno zuccotto di lana calcato sulla testa, scarpe da rapper rimediate chissà dove e un paio di occhiali con le lenti grosse come due parabole.
Quando arriva il suo turno si schiarisce la voce in modo solenne, come se stesse per dire qualcosa di definitivo, e gli viene fuori di bocca un italiano non parlato per una vita.
Dice che mancava da trent’anni. Che se n’era andato per uno sbaglio. Uno sbaglio grosso. Che riparare agli sbagli grossi è difficile, che dagli sbagli grossi non si torna indietro quasi mai. Adesso è tornato a vedere la casa dove abitava, perché è l’unica cosa che ancora poteva fare e non voleva perdersi pure quella. Però non lo hanno fatto entrare, perché non si fidavano.
Sospira, si passa una mano sotto gli occhiali, torna a guardare i biscotti. Non se lo ricorda più, dice, quali comprava trent’anni fa. Però ne vuole mezzo chilo “assortiti”. Li prendeva “assortiti”, allora. Li prendeva la domenica, specifica. Prima di fare quello sbaglio grosso, si direbbe.
Paga, prende il suo sacchetto, se ne va caracollando e guardandosi intorno con aria smarrita, come se cercasse di decifrare qualcosa che gli è oscuro adesso come lo era allora.
Come se ancora si rimproverasse quello sbaglio, che trent’anni fa lo ha portato chissà dove.
Lontano dalla casa che non gli fanno più vedere, dalle domeniche e dai biscotti assortiti.

Un minimo di decenza, mister Byrne

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Intendiamoci: il fatto che un artista del calibro di David Byrne si scagli contro i servizi di musica in streaming come Spotify è del tutto legittimo: così com’è ragionevole, probabilmente, ritenere che tali servizi riducano i ricavi degli artisti, in modo particolare di quelli emergenti, in modo così massiccio da poterli indurre a cambiare mestiere.
Sta di fatto, tuttavia, che quando si ragiona sui maggiori o minori guadagni che scaturiscono da un certo sistema, occorrerebbe se non altro essere precisi sui termini generali della questione.
Tanto per cominciare: né Byrne, né gli altri artisti che come lui hanno segnalato il potenziale pericolo rappresentato dalla diffusione della musica su internet sono riusciti mai a chiarire, perlomeno a me, in cosa consista esattamente quello che vendono.
Ad esempio, supponiamo che io compri il White Album dei Beatles per una venticinquina di euro: qualcuno è in grado di spiegarmi esattamente che cosa sto comprando? Il diritto ad ascoltare quelle canzoni, in quella specifica versione, tutte le volte che voglio? A prima vista parrebbe di sì: ed il corrispettivo, per come la vedo io, sarebbe ragionevole.
Eppure così non è, dal momento che se dovessi perdere o rompere quel cd sarei costretto ad acquistarne un altro, a prezzo pieno, per potermi assicurare nuovamente quel diritto: a prezzo pieno, dico, mentre se quel diritto l’avessi acquisito con la prima transazione, e se l’avessi acquisito una volta per tutte, dovrei avere la possibilità di riappropriarmene sostenendo soltanto i costi riconducibili alla stampa e alla distribuzione del supporto fisico, non anche quelli legati alla concessione di ascoltare la musica che c’è dentro.
Per venticinque o trenta euro, dunque, mi viene venduto un pezzo di plastica con della musica stampata sopra: e, con ogni evidenza, nessun diritto, ché se quel diritto lo acquisissi veramente il meccanismo dovrebbe funzionare come spiegavo prima, al di là delle chiacchiere che mi vengono ammansite da chi cerca di fregarmi facendo il gioco delle tre carte.
Tant’è che a me è capitato spesso (così come sarà successo a voi) di comprare lo stesso album tre o quattro volte: una in vinile, un bel po’ di anni fa, una in cassetta qualche anno dopo e poi due in cd, magari perché il primo era finito chissà dove e non riuscivo più a trovarlo o il cane l’aveva sbriciolato prendendolo per un osso; avessi acquisito davvero un diritto, dalla seconda volta in poi avrei dovuto rimborsare soltanto il supporto, cosa che invece non è avvenuta.
Orbene, mentre trenta euro possono essere considerati un prezzo equo se corrispondono all’acquisto di un diritto, diventano una cifra letteralmente indecente se si riferiscono esclusivamente alla disponibilità di un pezzo di plastica: e lamentarsi se la gente cerca di spendere meno utilizzando Spotify, o addirittura (essì, mi tocca dirlo) scaricando musica illegalmente, mi pare una pretesa un tantino eccessiva.
Di questo gli artisti come Byrne sono perfettamente consapevoli, ma non mi risulta che qualcuno tra loro l’abbia mai correttamente denunciato: incamerare tre o quattro volte gli stessi soldi dalla stessa persona per la stessa “merce”, del resto, fa comodo, e poco male se l’oggetto che corrisponde a quei denari non è né chiaro né definito.
Io avrei una proposta: mettiamoci intorno a un tavolo a discuterne, di questo problema: perché il fatto che internet costituisca un potenziale pericolo per il giusto compenso che si deve a chi crea un’opera artistica (sia essa musicale o di altro genere) è incontrovertibile, così com’è incontrovertibile che rubare quello che sarebbe giusto pagare è un comportamento censurabile.
Però cerchiamo di svolgere questo dibattito accompagnandolo con una premessa di onestà: vale a dire la disponibilità degli artisti a privarsi di quei guadagni che appaiono, dal punto di vista prettamente logico, del tutto ingiustificati.
C’è in giro qualche Byrne disponibile a discuterne in questi termini?

“Ripetetele ai vostri figli”

in storia by

Settanta anni fa gli uomini di Kappler rastrellarono 1259 persone nel ghetto di Roma, 1023 delle quali vennero spedite ad Auschwitz. L’anniversario, quest’anno, è passato in secondo piano, oscurato in parte dalla morte di Erich Priebke e in parte dal fatto inconfutabile che della cosa frega poco a pochi.

Per quello che vale, questo vuole essere un piccolo aiuto alla memoria collettiva. Dato che della vicenda e dei criminali che ne furono protagonisti si ricordano bene i dettagli, si è preferito concentrarsi su un aspetto un po’ meno pubblicizzato: lo scarso aiuto ricevuto da chi poteva darlo.

Capitolo 1

Il 26 settembre del 1943 Ugo Foà, presidente della Comunità Israelitica di Roma, e Dante Almansi, presidente delle Comunità Israelitiche Italiane, vengono convocati nell’ufficio di Herbert Kappler, comandante della Gestapo a Roma. Dopo una cortese conversazione di carattere generale, Kappler viene al dunque con un discorso di questo tipo: “Noi tedeschi consideriamo voi ebrei come nemici e come tali vi trattiamo. Non abbiamo bisogno delle vostre vite né di quelle dei vostri figli, abbiamo bisogno invece del vostro oro. Entro trentasei ore voi dovete versare cinquanta chilogrammi di oro, altrimenti duecento ebrei saranno presi e deportati in Germania”.

I due presidenti, dopo aver cercato invano di ridurre la richiesta di oro, si congedano, e convocano gli esponenti principali della Comunità per prendere una decisione. Scartano ben presto l’idea di rivolgersi alla polizia italiana: sanno già che non potrebbe influenzare la decisione tedesca. Non rimane che raccogliere l’oro e cedere al ricatto per evitare mali peggiori.

La popolazione ebrea di Roma viene messa a conoscenza della richiesta, e in breve tempo arrivano le offerte di oro; i meno abbienti portano cari ricordi di famiglia; chi non ha oro contribuisce con denaro. Con grande slancio di solidarietà, anche molti cattolici fanno la loro parte. Del fatto viene a conoscenza anche la Santa Sede.

E fa sapere spontaneamente in via ufficiosa che, nel caso non fosse stato possibile raccogliere l’oro richiesto entro il termine stabilito, avrebbe messo a disposizione la differenza. Da restituire con calma quando possibile.

Poco prima della scadenza delle trentasei ore vengono raccolti cinquanta chilogrammi di oro e poco più di due milioni di lire. Appena tre settimane dopo, ovviamente, aver ceduto al ricatto si rivela del tutto inutile.

Capitolo 2

La mattina del 16 ottobre 1943 la principessa Enza Pignatelli, ex-allieva di Pio XII, chiede udienza in Vaticano. Ha assistito alle operazioni di rastrellamento iniziate all’alba, e ne informa il Papa. Della faccenda viene incaricato il Segretario di Stato, il cardinale Luigi Maglione, che incontra l’ambasciatore tedesco in Vaticano, Ernst von Weizsäcker.

Gli ho chiesto di voler intervenire a favore di quei poveretti. Gli ho parlato come meglio ho potuto in nome dell’umanità, della carità cristiana.
L’Ambasciatore, che già sapeva degli arresti […] mi ha detto con sincero e commosso accento: «Io mi attendo sempre che mi si domandi: Perché mai Voi rimanete in codesto ufficio?».
Ho esclamato: «No, signor Ambasciatore, io non Le rivolgo e non Le rivolgerò simile domanda. Le dico semplicemente: Eccellenza, che ha un cuore tenero e buono, veda di salvare tanti innocenti. È doloroso per il Santo Padre, doloroso oltre ogni dire che proprio a Roma, sotto gli occhi del Padre Comune, siano fatte soffrire tante persone unicamente perché appartengono a una stirpe determinata». L’Ambasciatore, dopo alcuni istanti di riflessione, mi ha domandato: «Che farebbe la Santa Sede se le cose avessero a continuare?».
Ho risposto: «La Santa Sede non vorrebbe essere messa nella necessità di dire la sua parola di disapprovazione».

Maglione, nell’occasione, ricorda anche a Weizsäcker che “la Santa Sede [era] stata, come egli stesso [aveva] rilevato, tanto prudente per non dare al popolo germanico l’impressione di aver fatto o voler fare contro la Germania la minima cosa durante una guerra terribile”.

Il piano di Weizsäcker, a questo punto, è quello di far scrivere una lettera al vescovo Alois Hudal, rettore della Chiesa Cattolica tedesca a Roma e noto simpatizzante nazista, indirizzata al generale comandante militare di Roma Reiner Stahel, in cui il prelato chiede la “non reiterazione degli arresti, per evitare un intervento pubblico del Papa contro di questi”. In ogni caso alle 14, tre ore prima che la lettera sia consegnata, il rastrellamento è già terminato.

Il 28 ottobre, Weizsäcker scrive al Ministro degli esteri tedesco:

“Il Papa, benché sollecitato da diverse parti, non ha preso alcuna posizione contro la deportazione degli ebrei da Roma […]. Egli ha fatto di tutto anche in questa situazione delicata per non compromettere il rapporto con il governo tedesco e con le autorità tedesche a Roma. Dato che qui a Roma indubbiamente non saranno più effettuate azioni contro gli ebrei, si può ritenere che la spiacevole questione per il buon accordo tedesco-vaticano sia liquidata”.

Capitolo 3

“L’odierna commemorazione potrebbe essere definita come una memoria futura. Un appello alle nuove generazioni a non appiattire la propria esistenza, a non lasciarsi trascinare da ideologie, a non giustificare mai il male che incontriamo, a non abbassare la guardia contro l’antisemitismo e contro il razzismo qualunque sia la loro provenienza” (Jorge Mario Bergoglio, 16/10/2013).

Fonti:
Sentenza n. 631, del Tribunale Militare Territoriale di Roma, in data 20.07.1948
Robert Katz, “Roma città aperta. Settembre 1943-giugno 1944” (il Saggiatore, Milano 2003)
Rastrellamento del ghetto di Roma, it.wikipedia
Roma, Napolitano in Sinagoga – “Oggi giornata di grande coesione”, Repubblica.it

Perche’ si parla tanto di Cile

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Ogni undici Settembre – ma anche prima e dopo, purtroppo –  la stessa storia: siamo inondati da giudizi lapidari sul Cile degli anni ’70 e i suoi protagonisti. La grande maggioranza dei giudizi, ovviamente, di esaltazione per il martire della democrazia e della liberta’ Allende e di condanna per il truce, malvagio e terribile Pinochet. Un esempio particolarmente sconfortante per superficialita’ e pochezza, qui .

L’eccesso di attenzione per il Cile e’ il riflesso di alcuni tic storici della sinistra italiana. Il Cile e’ una dittatura di cui tutti ricordano a memoria inizio, fine e protagonisti. Molti non saprebbero ricordare il nome di un colonnello greco – ok, per i greci la pronuncia e’ complicata. Ma forse e’ meno cool il Brasile, che ha avuto una dittatura militare simile e per molti versi peggiori di quelli cilena; o l’Argentina, che per di piu’  e’ stata tirata suo malgrado in una guerra stupida contro l’Inghilterra: guerra in cui molti sagacissimi esponenti di sinistra nostrani ritennero sensato schierarsi dalla parte di Videla perche’ opposto alla loro nemesi Margaret Thatcher. La memoria collettiva dimentica quindi non solo esperienze simili a noi vicine geograficamente o culturalmente (e dimentico ovviamente Nicaragua, Cuba, Venezuela, Peru, …), ma anche tragedie di paesi a noi culturalmente vicini un tempo, e che si sono allontanati bruscamente, come l’Iran. Perche’ ?

Innanzitutto per il mito di Allende. Il Cile era una democrazia per alcuni aspetti simile a quella italiana. Quando Allende, appartenente a un partito legato al PCUS come lo era il nostro PCI, prese il potere con l’obiettivo di trasformare la societa’ cilena in una societa’ socialista, il processo si era svolto secondo procedure democratiche chiare e identificabili.

Il secondo motivo ha a che vedere con le consulenze dei  “Chicago Boys” al governo di Pinochet. Da un lato queste consulenze hanno dato l’occasione alle sinistre d’ogni paese, per il resto conniventi con dittature d’ogni risma , di affermare scioccamente che libero mercato e democrazia non sono compatibili. Dall’altro lato, che la performance economica del Cile sia stata incomparabilmente la migliore del continente sudamericano obbliga l’analisi dei militanti ad essere parziale: si deve associare Pinochet al neoliberismo, ma solo per un attimo, e poi tornare alle torture, agli stadi pieni di dissidenti, e magari azzardare che il neoliberismo e’ torture e stadi pieni di dissidenti. Inquinare un giudizio cosi’ bello e cosi’ netto, in cui da una parte c’e’ il Bene (Allende, il socialismo, la democrazia cilena pre-1973), e dall’altra il Male (Pinochet, il neoliberismo, magari gli Stati Uniti, etc.), richiede di non affrontare ciascun argomento separatamente, e sopratutto di non approfondire.

Quali sono state le riforme neoliberiste cilene? Per dire: prima di perdere il controllo del Parlamento cileno, Allende aveva nazionalizzato le miniere di rame. Pinochet e’ stato cosi’ terribilmente neoliberista che in 17 anni si e’ ben guardato dal riprivatizzarle. Ha introdotto alcune riforme importanti, ma roba che noi consideriamo normale, come abbattere dazi e restrizioni sul commercio internazionale. Il risultato del complesso di queste misure (riassunto qui ) e’ stato probabilmente una crescita cilena piu’ stabile, con i picchi, appunto, dovuti ai boom del prezzo del rame, ma senza le precipitose cadute tipiche delle economie sbilanciate nei momenti di discesa dei prezzi delle materie prime, e una riduzione costante della poverta’. A chi dovesse chiedersi perche’ allora si parla di politiche di successo, la risposta da dare e’ grossomodo questa: molte buone scelte sono omissioni. I governi sudamericani hanno accumulato innumerevoli scelte di politica economica disastrose negli stessi anni in cui il Cile introduceva poche riforme sensate. Il semplice ristabilire la rule of law, e il non ostacolare gli investimenti esteri, sono in fondo le cose che piu’ spesso vengono invocate da coloro i quali hanno un movimento di tristezza quando sentono il solito cretino che urla al “neoliberismo”. Per il resto, la societa’ cilena rimane molto diseguale, ma questo purtroppo e’ un problema comune ai paesi latinoamericani e che pre-esisteva sia ad Allende che a Pinochet.

 
picocho-allende-1973

Tornando al mito di Allende: che tipo di democrazia e’ stata sovvertita da Pinochet ?  Il quesito e’ complesso, e nel link c’e’ una risposta forse parziale. La narrativa cui siamo tipicamente esposti sceglie, in cattiva fede, di non raccontare la storia di un Allende destituito dal suo stesso Parlamento, che chiede l’intervento dell’esercito. Al tempo della presa del potere da parte dei militari, comunque,  il Cile era nel caos e lo sarebbe rimasto per vari anni, in una situazione del tutto simile a quella dell’Italia nel biennio rosso: bande di militanti di sinistra praticavano la violenza politica nella tacita connivenza dei loro referenti istituzionali. Non sarebbe stato fuori luogo se un parlamentare cileno avesse citato la celebre frase di Claudio Treves, che affermo’ tragicamente nel 1922: “Quando si minaccia il parlamentarismo e si inneggia alla dittatura, noi vi diciamo, o signori, de re vestra agitur . Il regime liberale parlamentare è vostro, non nostro”. La sinistra parlamentare italiana, che negli anni ’70 era indulgente e assolutoria ma non connivente con i violenti, trasse un improprio paragone tra la reazione popolare alla violenza politica cilena che porto’ al regime autoritario e una eventuale svolta autoritaria nel nostro Paese in caso di una vittoria delle elezioni da parte del PCI. Basta ascoltare un qualsiasi dibattito tv della seconda meta’ dei ’70 per sentire velati riferimenti all’episodio cileno come minaccia e scelta auto-assolutoria di considerare la democrazia italiana “instabile”.

Ora, niente e’ piu’ lontano dalle mie intenzioni  che banalizzare un processo storico che ha portato a decine di migliaia di vittime nel solo Cile. Ma sarebbe bello se rievocarne continuamente il ricordo servisse a trarre qualche lezione su di noi, sulla nostra democrazia e sul destino del nostro Paese, e meno a evocare fantasmi utili a esorcizzare la propria incapacita’ di spiegare il mondo, o a costruire santini immaginari e non corrispondenti con la realta’. Considerando che siamo il Paese delle anomalie Mussolini prima, PCI poi, e infine Berlusconi, cercherei di trarre lezioni reali, prima di pensare di poterne dare di immaginarie a paesi lontani, non studiati e neanche capiti.

Mangiarsi le stelle

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“Quello che allora non potevamo capire, era che di fronte a certe sconfitte, di fronte alla violenza dell’essere insoddisfatti, di fronte all’ingiustizia di non poter soddisfare bisogni basilari, ogni reazione, in quell’ambiente, sarebbe stata inutile e pericolosa per noi stessi. Anzi, ogni reazione era l’appendice programmata delle sconfitte stesse e delle sue violenze. Ogni reazione sarebbe stata la causa per essere fottuti ancora di più. Ma noi stavamo scoppiando e non riuscivamo più a tenerci nulla. Non avendo gli strumenti per capirlo, la nostra reazione divenne degenerativamente sproporzionata, perse qualsiasi rotta, ci buttò nel perdere le stelle, nel mangiarcele e nel non rivederle più. All’epoca, la nostra reazione divenne la fuga violenta contro noi stessi, anche se pensavamo di scappare da tutto il resto. Divenne quella ricercata mutazione genetica in esseri inafferrabili, velocissimi nel non rimanere inquadrati in nulla, instabili perfetti. Fu una corsa ad una velocità inesorabile, cieca, determinata. Invece bisognava stare fermi, aspettare, non impanicarsi, non sentirsi strangolati alla gola da abissi soffocanti come ergastoli in isolamento. Con la realtà che vivevamo, con la violenza psicologica a noi avversa, con il mischiarsi con essa, con le sue bassezze e le sue forzature, dovevamo venirne a patti. Dovevamo accettarne la sfida con altri strumenti. Ma all’epoca non potevamo capirlo. Vittime di quella sproporzione, tutto quello che abbiamo fatto dopo, di conseguenza, lo abbiamo fatto nel modo più lungo. Nel modo più disperato. Nel modo più traumatico.

Ad un certo punto avevo ribrezzo per il cibo. Il pensiero del cibo mi disgustava. Per rimediare alla fame avevo deciso di mangiare tutto ciò che prima non avevo mai mangiato con piacere o che avevo ignorato, o disgustato. Così cominciai a mangiare barbabietole, verza, piselli. E riso. Preparavo il riso ed aggiungevo le verdure. Ci aggiungevo qualche salsa di quelle alle erbe o per il cocktail di gamberi, a volte mais ed olive, e tanto parmigiano. Uno schifo per me. E la fame passava.
Per via endovenosa l’eroina raggiunge l’apice del suo effetto molto rapidamente, 10 secondi. Se viene sniffata o fumata, gli effetti si sentono dopo 10-15 minuti. Un po’ meno con le iniezioni intramuscolari. Quando ti fai, la tua vita ha un solo scopo: farsi. Tutta la giornata scorre in attesa di quel momento. Può succedere di tutto, ma e’ quello il momento per cui stai vivendo.

La sera aspettavo che Danger finisse il suo turno al ristorante, e poi andavamo a farci. Allora eravamo avanti, eravamo ricercati. Geni inafferrabili. Eravamo belli. Nell’immaginario di molti eravamo caratteri interessanti dalla personalità sfuggente. Ma eravamo soltanto due tossici. Il protagonista della nostra esistenza era diventato il nostro io malato, la nostra parte incompiuta ed irrisolta, che si era impossessata di noi, che ci faceva sentire fighi, al centro del mondo,delle situazioni,delle attenzioni. Ma tutto questo, altro non era che scambiare una gabbia malata che non riconoscevamo né percepivamo, in una passerella vincente.

Mesi dopo cominciarono a farsi quasi tutti e per me e Danger, che in qualche modo avevamo iniziato anche come segno di rottura e di distinzione, quella situazione non andava bene. Non che ne parlassimo, ma a pelle qualche crepa cominciava ad aprirsi. Io allora decisi, anzi mi imposi nello sforzo estremo, per quanto non fosse affatto facile, di non farmi più. E decisi anche questa volta di farlo come segno di distinzione e di rottura. Mi feci aiutare con ogni mezzo possibile. Decisi di intraprendere quella linea programmatica lunga e difficile, ma ormai inevitabile visto l’evolversi della situazione. Al contrario Danger cominciò a farsi di brutto, ad alzare il livello. Anche lui, ci scommetto, l’aveva deciso come segno di rottura e di distinzione. Cominciò a spacciare ed a mischiarsi con quelli che una volta erano dei novellini, anche se il suo livello era sempre superiore. Io cambiai aria, sparì, mi rinchiusi per un bel po’, finché la merda non uscì completamente dalla mia testa. Non fu un periodo affatto sereno nè facile. Una volta uscito, quando mi facevo vedere in giro, ormai ero diventato un corpo estraneo, un traditore pusillanime, uno che non valeva un cazzo. La merda se ne era andata. Era finita.

E’ così che andò. Che andò quella storia, quella folle scena della mia vita, quella discesa veloce verso uno schianto quotidiano. L’ansia della distinzione aveva generato una tragedia. La nostra tragedia. E’ così che andò anche la mia amicizia con Danger. Sia lui per me che io per lui, adesso, siamo solo due volti nella folla che proseguono su due strade diverse la propria esistenza. Con in agguato la paura della morte e l’attesa della possibilità di liberarsi da ogni pensiero. Come sempre era stato.”

Soundtrack1: ‘Coda Maestoso in F (Flat) Minor’, Earth

Meccanica

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Come ogni giovedì alle 18.30, Kyle si apposta: in ginocchio, la fronte appoggiata alla ruvida staccionata che divide il giardino della casa dei suoi da quello dei vicini. Lei è in ritardo, ma no, eccola: a quanto pare anche oggi Ena si esibirà. La ragazza si guarda attorno con fare furtivo, alza leggermente il kilt della divisa per montare in sella alla vecchia Honda CB 400 di suo padre. Facendo leva sulla pedaliera, sposta in avanti il bacino fino a che le sue cosce bianche abbracciano il serbatoio abbozzato; poi si allunga all’indietro fino a poggiare schiena e testa sulla parte posteriore del sellino.

E poi, naturalmente, fa quello per cui Kyle aspetta questo momento per tutta la settimana, annessi e connessi, e mentre lavora, passa la mano libera sul metallo cromato dello scarico, sugli ammortizzatori, sui freni e sul motore. Lucore, pallore, efelidi e metallo.

Ricevuta la sua piccola comunione di piacere, Kyle si interroga sulla mente di Ena. Si domanda, in particolare, da cosa derivi quel suo interesse per la meccanica.

La dottoressa Pia

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La dottoressa Pia era il fiore all’occhiello del Pronto Soccorso: efficiente, cortese, sempre disponibile nei confronti delle persone che avevano bisogno; nonostante non fosse più una ragazza, anno dopo anno, affrontava come niente fosse i massacranti turni notturni. Il fine settimana, poi, era quasi sempre al lavoro. Se un collega aveva un qualsiasi problema a rendersi reperibile, lei era  pronta a sostituirlo. Affrontava con intenso spirito di servizio le più disgustose disgrazie con cui il suo lavoro le imponeva una promiscuità che altri avrebbero considerato intollerabile. Nel corso delle migliaia di ore di veglia e di lavoro, aveva dovuto imbattersi nelle prove più eclatanti della crudele precarietà dell’esistenza: i corpi umiliati dall’insorgenza repentina di un male fulminante, dalla banalità, dalla sfortuna, dalla stupidità, dall’insipienza. Ma lei tamponava,  suturava, somministrava farmaci, richiedeva consulenze, beveva sette caffè in una notte, e poi ancora stabilizzava pazienti gravemente compromessi, isolava, ingessava, redarguiva, ordinava di restare coscienti, imponeva lavande gastriche, induceva al coma farmacologico, sudava sette camicie per riacciuffare persone scivolate dentro un coma. Vittime di incidenti stradali, infartuati, etilisti cronici od occasionali, operai pasticcioni, vittime di pratiche sessuali non sufficientemente approfondite, casalinghe punite dalla distrazione, ragazzini alle prese con i prodigi della chimica, autolesionisti, suicidi impreparati o non del tutto motivati. Osservava tutto quello spreco di vita, tutto quel dolore inutile dall’alto della sua fede. In ognuna di quelle persone sorteggiate da quella insensata lotteria, non vedeva una testimonianza profonda e sofferente della condiziona umana, ma, come amava ripetere ai giovani che istruiva in parrocchia, “il volto di Cristo”. Per questa ragione, il bene che aveva obiettivamente fatto non valeva niente ed era rimasta, una volta spogliata dell’orgoglio e degli orpelli, una donna di mezza età di glaciale freddezza, il cui migliore amico era un grosso vibratore

Uno domanda. Magari poi arrivano le risposte.

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Abbiamo capito che a volte la gente arriva a suicidarsi da adolescente perche’ i coetanei tendono alla presa per il culo verso chi e’ diverso dalla media. Mi spiegate in che modo una legge contro l’omofobia risolve o concretamente previene, o al limite anche finisce per punire (e quindi fungere da deterrente) in casi del genere?

Abbiamo capito che Pippo Civati vuole prendersi il Partito Democratico per gestirlo finalmente in maniera democratica, aperta, trasparente. Ma i partiti servono anche a fare politica, cioe’ a proporre ed approvare politiche: mi spiegate quali proposte, concrete e magari non episodiche o sull’ondata di qualche titolo di testa, porta avanti il signor Civati?

Abbiamo capito che Ratzinger stava sulle balle in quanto individuo visibilmente piu’ colto e intelligente della media – benche’ ovviamente a capo di una istituzione conservatrice. Mi sapete dire se in molti si sentono piu’ vicini alla stessa istituzione solo perche’ il nuovo boss e’ piu’ simile ad una certa mediocrita’ da bar, o e’ solo una mia impressione?

Abbiamo capito che in tanti sono disposti a pagare di piu’ pur di comprare la roba “bio”. Ma hanno capito che significa?

Potrei continuare all’infinito. Il senso, magari, traetelo voi.350px-Caesar-dot-to-dot.svg

La Samaritana

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Ero  a  letto  quando  ho  sentito  il  cancello che si apriva cigolando. Da qualche mese la mia naturale insonnia si era aggravata, e comunque quella notte ero sveglio a pensare a lei. Una volta scivolato giù dal letto e scostata la tenda della mia finestra, mi sembrò di essere in un film di Ridley Scott: sotto una pioggia sottile color arancio, una sexy androide in tuta di cuoio e casco integrale su una Ninja nera. Leila aspettava che il cancello si aprisse abbastanza da permetterle di sgommare dentro il suo cortile. Tornava certamente da una delle sue scorribande notturne. Di famiglia benestante e cosmopolita, era una ragazza bella e di raffinata intelligenza, che, dopo aver frequentato le migliori scuole, aveva trovato un ottimo lavoro in una azienda blasonata. Avrebbe potuto uscire con gli uomini più belli ed interessanti, ma non li filava di striscio.

L’investigatore privato che avevo assoldato sosteneva che perfino Paolo Peri, il frontman dei Mufloni Psichedelici, dopo averla conosciuta in un afterhours, se n’era invaghito al punto da perdere la tramontana. Il polistrumentista Peri era un tormentato giovane dai lineamenti regolari con un dottorato in letteratura. Leila non si lasciò impressionare dai suoi numerosi talenti, ma considerò con ironico distacco le sue mille profferte, le poesie, le canzoni, le e-mail, i biglietti, i fiori e i CD. Pera cadde  in una depressione assai proficua: mentre elaborava il lutto per i suoi sogni d’amore infranti, scrisse dieci dei dodici brani di “Polpette Avvelenate”, l’album più famoso e di successo dei Mufloni, quello che li trasformò da oscura band dell’underground livornese in fenomeno da major.

Leila, come appresi dopo averla fatta spiare, era metà virago e metà samaritana: durante la settimana dedicava tutte le sue energie al lavoro, dove era conosciuta come odiosa carrierista. Il fine settimana, però, si dedicava alla sua missione. Dragava i social network alla ricerca dei maschi più socialmente disadattati: programmatori di linguaggio macchina dall’igiene approssimativa e dalle idee politiche fascistoidi, fan di Guerre Stellari e di metal estremo, dark cinquantenni con le lenti colorate, cosplayer, nerd devastati dall’acne, appassionati di obsoleti giochi di ruolo con carte e dadi, campioni di go, praticanti di oscure arti marziali orientali. Il suo profilo digitale era associato ad un ritratto alterato al fine di farla apparire meno attraente e con qualche chilo di troppo: solo assecondando la patologica insicurezza in cui si dibattevano i suoi obiettivi, poteva sperare di  attirare la loro attenzione. Se fosse apparsa come era in realtà, loro non avrebbero mai avuto il coraggio di mettersi in contatto con lei.

E così, dopo la sua seduta di capoeira e una doccia, saltava sulla sua angolosa motocicletta verde e raggiungeva sul luogo dell’appuntamento l’uomo rimorchiato su internet quella settimana. E così, Leila, che conosceva cinque lingue ed poteva comporre delicati haiku, si sottoponeva di buon grado, a seconda dei casi, a lunghe e documentatissime disquisizioni sulle chance che il tale super-eroe lottando con un altro avesse la meglio; ovvero alla minuziosa descrizione della vita familiare del tale chitarrista death metal. Lasciandosi alle spalle l’atmosfera rarefatta della sua villa arredata in stile scandinavo, si costringeva eroicamente all’atmosfera viziata dell’abitacolo utilitarie anni Ottanta, dove decenni di scorregge e nicotina che avevano finito per impregnare i rivestimenti di skai. Registrava con composto e un po’ sadico divertimento le espressioni dei ragazzi e degli uomini che ovviamente non credevano ai loro occhi quando si presentava loro come la ragazza con cui avevano preso un appuntamento online. La confusione in cui li gettava la sua bellezza era estrema, e rendeva ancor più complicati i loro sforzi di simulare disinvoltura in una situazione sociale chiaramente senza precedenti nelle loro esistenze di nicchia. Ma poi di solito finivano per sciogliersi; anche perché Leila aveva vissuto in un ambiente di diplomatici, e quindi sarebbe stata in grado di fare conversazione anche con un cactus morto. E fin dei conti, i suoi compagni occasionali erano fatti di carne: erano strani, qualche volta sporchi, con strane fisse ed idee bislacche quando non pericolose, sospettosi e talora pesanti, ma vicino a lei esploravano angoli della propria personalità che non immaginavano nemmeno esistessero al di fuori dei film e dei libri. Era proprio una Samaritana.

Frammenti cantautorali

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Qualche considerazione sparsa sull’affaire De Gregori.

1. Ad affermare piu’ nettamente che si tratta di “banalita’ ” sono gli stessi che, in fondo, vengono descritti perfettamente dalle parole di De Gregori;

2. Ci sono anche le reazioni di quelli che dicono “allora sei di destra”, ritenendosi “di sinistra”. Quindi la sinistra e’ quella che dice De Gregori, e qui qualcuno si e’ insultato da solo;

3. Ci sono quelli che “e allora Berlusconi?”. Eh, non lo so, andate a chiederlo a quelli che fino a ieri l’hanno votato, De Gregori questa colpa non ce l’ha;

4. E’  bello pensare che emerge qualche crepa nel blocco compatto degli artisti, fino a qualche tempo fa praticamente tutti di sinistra, senza eccezioni e riflessioni;

5. E’ brutto pensare che, non solo in Italia, fa brutto per un artista dire di avere delle idee se non sono quelle della sinistra piu’ scema;

6. Tra i politici col carbon bagnato, in prima fila a reagire troviamo i renziani. Gente che ha fatto campagna per le primarie dicendo praticamente le stesse cose. Gente da cui comprerei un’auto usata, o forse no;

7. Tutta l’intervista contiene comunque piu’ spunti di riflessione sull’argomento “cosa non va nella sinistra italiana” di tutto il blog di Civati, dall’apertura ad oggi;

8. Ovviamente e’ Estate e non possiamo farci mancare una bella discussione sul nulla;

9. Tocca rassegnarsi al fatto che la “destra” sembrera’ sempre un po’ piu’ becera e pecoreccia della sinistra, finche’ la ultraminoranza che legge giornali, libri, ascolta musica e guarda i film (ovvero, per un problema di distorsione percettiva, cio’ che chi legge qui probabilmente considera la totalita’ del mondo umano) vota prevalentemente a sinistra.

10. Ne segue che non ci sara’ mai un numero di cantautori organici alla destra nel modo intellettualmente disonesto e servile con cui lo sono quelli di sinistra.;

11. Peraltro, la legge di Cipolla assicura che la percentuale di cretini e’ una costante in entrambi i sottogruppi della popolazione.

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Non e’ mica da questi particolari che si giudica un cantautore.

Chissenefrega

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Non è questione della musica che ti piace, o di quella che non ti piace.
Potrei continuare a pensare che non mi piace, la musica di Neil Young: che se dovessi scegliere una ballata folk o un pezzo rock da ascoltare continuerei a pescarli da quelli di qualcun altro.
Quindi il punto è un altro: e quel punto si chiama spessore.
Lo vai a sentire dal vivo, Neil Young, e ti accorgi di quanto sia “bold”, come dicono gli anglosassoni. Di quanta roba scritta da lui ci sia, dentro le cose che hai ascoltato per tutta la vita con un nome diverso appiccicato sopra. Di quanti ne abbia letteralmente fabbricati, in giro per il mondo, di quante specie e sottospecie di rock abbia inventato senza neppure degnarsi di battezzarle e lasciando la soddisfazione a quelli che sono venuti dopo di lui.
Lo vai a sentire dal vivo, conoscendolo poco e niente, e l’intensità, la forza, la verità di quello che suona, di come lo suona, ti scuote quasi a prescindere dal fatto che sia o non sia il tipo di rock che piace a te.
Chissenefrega, ti ritrovi a pensare.
E’ il più bel concerto della mia vita, e chissenefrega se mi piace o non mi piace.
Mi creda, signor Young, un complimento così non l’ho mai fatto a nessuno.

Ghost story

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ll giorno dell’incidente andai a Manchester a sentire gli Stone Roses. La mattina, sul treno, ero di umore eccellente: era bello, per un giorno, viaggiare con l’unico obiettivo del divertimento: niente a cui pensare, a parte la scaletta del concerto. Nel programma della giornata era inclusa anche una piacevole rimpatriata familiare: avrei dovuto mangiare e dormire a casa della zia. Zia Margareth è colta e spiritosa, e passare il tempo con lei era molto piacevole.

Quando arrivammo a casa, Margie aveva già preparato la tavola ed era pronta a servire un ottimo pranzo; notai che a lei condiva l’insalata con un’abbondante spolverata di pepe, esattamente come faceva mia nonna. Questo dettaglio insignificante mi fece pensare che la zia, invecchiando, aveva finito per assomigliare moltissimo alla nonna. Mangiammo con calma agnello con contorno di verdure bollite chiacchierando del più e del meno: attualità, lavoro, remote vicende familiari.

Dopo pranzo, la zia mostrò la casa, piccola ma arredata con gusto. Sul comò si trovava un ritratto incorniciato di qualcuno o qualcosa: attirò la mia attenzione, ma ero timido e riservato, per cui non feci domande. Poco dopo, sedevamo nel salotto zeppo di oggetti, tappeti, quadri e di piante incredibilmente rigogliose sorseggiando un altro espresso. Tra una chiacchiera e l’altra, venne fuori che, in una certa fase della sua vita, Margie si era interessata al paranormale. C’era questo questo tizio che organizzava delle sedute spiritiche, in cui, diciamo, si faceva… viva una ragazzina morta all’inizio dell’Ottocento per un banale raffreddore. A proposito, allora credevo alla penicillina, alle biotecnologie e alla microelettronica, non agli spiriti, a meno che con “spirito” non si intenda quello che si libera dalla fermentazione dell’uva o del grano. Eppure la piega che stava prendendo il discorso non mi piaceva, avevo la pelle d’oca e gli occhi mi si stavano irritando come se fossi sul punto di piangere.

Fu allora che la zia mi chiese se avessi visto la foto di Elizabeth, in camera sua. Così, a quanto pareva, si chiamava il fantasma amico della zia. “Dai che ti mostro la foto di Beth”, disse Margie. A malincuore, mi alzai e la seguii in camera, dove ebbi modo di guardare meglio la foto incorniciata sul comò: una macchia di Rorschach virata al seppia, dalla quale, con un po’ di fortuna, si poteva discernere l’immagine di una ragazzina in un abito bianco di foggia antica. Sforzandomi di non suonare sarcastico, le domandai che razza di fantasma fosse questo, che si metteva in posa per farsi fotografare da esseri viventi. Margie rispose evasivamente, sostenendo che, per ottenere quel tipo di immagini, “si usa una tecnica speciale”. Come il fotomontaggio, pensai. Pur nella consapevolezza che potesse benissimo trattarsi di un trucco, non potevo fare a meno di farmela sotto dalla strizza. Il fatto che me ne vergognassi non aveva effetto sul mio sfintere.

Ripensandoci, ora, l’intera faccenda mi fa ridere. Qui, per esempio, non sono riuscito a trovare ancora nessuno in grado di rispondere a questa domanda: per quale ragione solo alcuni di quelli che sono passati da questa parte potrebbero mettersi in contatto con i viventi? L’equità sarebbe dunque bandita anche dall’oltretomba, visto che alcuni possono farsi vedere da vivi e comunicare con loro, mentre per altri non se ne parla neanche? Per dirla tutta, qui non ho ancora visto nessuno, figuriamoci se sono riuscito ad intavolare una conversazione filosofica… Si può ben dire che qui sia un mortorio e che non ci sia un’anima – vorrete scusare il gioco di parole, ma anche “prima” ero un ragazzo spiritoso. Io sono qui da qualche secondo, un paio di anni secondo il vostro calendario, e tutto quello che sono riuscito a fare è stato soffiare sui capelli della mia ragazza e farle cadere ripetutamente una ciocca di capelli sul viso mentre era indaffarata a fare le valigie – avete presente, come in quel film italiano degli anni Settanta. Per cui, se qualcuno vi racconta che c’è un modo per mettersi in contatto con noi,  e magari vi mostra pure delle “prove”, datemi retta, girate i tacchi e andatevene al cinema.

Bagnoschiuma

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Niente di peggio che cominciare con il bagnoschiuma sbagliato la mattina. Mi direte, eh capirai. Ma se i poeti hanno il diritto di incontrare il male di vivere in una foglia accartocciata o in un torrente mezzo secco, perché io non posso trovarlo nel mio dannato sapone? In fondo, non ho ambizioni esagerate, sono un po’ sciocco e tendo al pop.

Ma atteniamoci ai fatti: la settimana scorsa l’ho finito, e poiché la mia prepotente mascolinità mi impedisce di usare le essenze delicatamente floreali in uso a casa mia, mi sono risolto all’incauto acquisto. Come potete immaginare, nel reparto “igiene personale” del supermercato sotto casa c’è non dico uno scaffale, ma un’autentica muraglia di possibilità imbottigliate in plastica: infatti “mi sento tanto smarrito nel supermercato”.

Ancora non riesco a capire come sia accaduto, ma ho snobbato tutti quei rassicuranti flaconi marchiati Johnson & Johnson, Nivea e Neutro Roberts, che è un po’ il trench-coat dei saponi per il corpo: tutti bottiglioni di plastica chiara, roba senza grilli per la testa, riempiti fino all’orlo di prodotto economico sperimentato, altero ma buono e rassicurante come la governante di un film per ragazzi dei tempi in cui (pare) non passassero il tempo a sniffare colla e progettare stupri. Ho voluto proprio lui: sarà perché il prezzo al litro  scritto piccino picciò sulla targhetta dello scaffale, accanto a quello dell’unità di prodotto) surclassava (al ribasso) quello di tutti gli altri, sarà perché il colore e la forma della confezione (una incredibile specie di vela / goccia stilizzata in nero lucido), hanno risvegliato il dark / punk / metalhead che vive dentro di me… ma l’ho prelevato con slancio dal suo ripostiglio fuori mano e l’ho fatto mio.

L’infatuazione è durata poco, ovvero fino al momento in cui non me sono servito. Appoggiato sull’orlo della vasca, circondato da paperelle di gomma, un mini-innaffiatoio fucsia e altri singolari ammennicoli, il povero bagnoschiuma nero non era più maschio e risoluto come mi era parso sotto il neon del negozio: solo fuori posto, oltre che singolarmente brutto, ovviamente, ma in quel modo patetico-poetico in cui possono arrivare ad esserlo solo i prodotti falliti.

Il bello è arrivato quando ho versato un po’ del contenuto del flacone nella mano per cominciare ad insaponarmi, ormai deluso, benché del tutto impreparato all’incredibile sorpresa che mi attendeva. Fedele al suo credo nichilista, il bagnoschiuma Badedas “energizzante” – dice – si presentava nella forma di un liquido viscido e verdognolo, che mi ha ricordato immediatamente una macchia di petrolio nel mare. La, diciamo, profumazione meriterebbe un trattato, che dovrebbe essere assegnato ad un chimico di grande esperienza: io non credo di essere all’altezza. Immaginate un aroma che vorrebbe essere fresco e frizzante, ma che in realtà è solo aspro al punto di risultare fastidioso (un po’ come l’acqua di colonia del mio amministratore di condominio, che talora impregna infelicemente il nostro minuscolo ascensore). Quando l’ho provato sulla pelle, istintivamente mi è venuta in mente la frase di una tipa che amava farsi dominare sessualmente: “lo faccio per assicurarmi che, grazie al dolore, sono ancora viva”.

Rinvigorente? Forse alla fine sì, dai. Perché, quando ti trovi con quella roba addosso che sfriccica di mentolo o sa il cazzo di che altro, non vedi l’ora di risciacquartela di dosso, e quindi, invece che impiegare quattro-cinque minuti per la doccia mattutina, fai meglio di Vin Diesel Nicolas Cage: fuori (dalla vasca) in cinquanta sessanta secondi.

Eppure, mentre soffrivo in silenzio dandoci dentro di docciatore, ho raggiunto un piccolo satori: me l’ha acceso il grottesco nome della casa che produce il sapone, Badedas. Chiudendo gli occhi e riportando ad una dimensione astratta l’impossibile accozzaglia di lettere (che mi evoca un paio di scarpe da ginnastica dentro una vasca da bagno piena), ho rivisto un altro flacone con lo stesso marchio, anche esso molto osé, ma in modo assai più Seventies. Era quello appoggiato sul bordo della vasca della casa dei miei genitori, di un giallo-verdino decorato da zigrinature orizzontali e coronato da un fantastico tappo a forma sferica. Se ricordo bene, anche il Badedas storico, aroma all’ippocastano, aveva un colore impossibile, verde fluorescente; quanto all’odore, non ricordo nulla, dal momento che per motivi di tipo storico-economico (possibilità di scelta ridotte all’osso), culturali (una famiglia sobria) e psicologiche (spirito critico inesistente) ero assai incline ad accettare di buon grado ogni cosa che mi venisse messa davanti. Devo dire che in questo sono migliorato, anche se non come avrei voluto.

Indelebile, invece è il ricordo dello spot pubblicitario. Una roba fricchettona al massimo, con questa tizia assurda che faceva il bagno in un torrente (?) e che, una volta uscita dall’acqua, accappatoio e tutto, invece che una pattuglia della Forestale, incontrava un magnifico cavallo bianco. Una voce fuori campo, intanto, chiosava: “Strane cose accadono dopo un bagno schiuma eccetera eccetera”. E a giudicare da quello che mi attende normalmente in ufficio dopo la doccia (e dopo tre quarti d’ora di mezzi pubblici romani), si può ben dire che i crucchi della Badedas, ieri come oggi, sono di parola.

Ciclamino

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Un ragazzo ossuto passa ad una grassona in tuta un pezzo di carta stropicciato consunto assieme ad un cellulare; una bimbetta dorme in braccio alla donna; un ragazzino un po’ più grande, sporco e confuso, guarda ora uno ora l’altra.

Vicino a loro, altri soggetti fuori fuoco, indistinti come fantasmi: tra loro, un giovane dall’anima spenta tiene in mano un vaso, da cui spunta, incongruo, un ciclamino fucsia già stropicciato.

The Fight Song

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“Bambino… ehi bambino? Ma questo qui è proprio…, ehi, bambinooooo? Ti sposti, ché vogliamo salire?”
I ragazzini imploravano un piccolo imbecille che, piazzato proprio su un ramo centrale dell’albero, con malcelato godimento impediva agli altri bambini di arrampicarsi. Zazzera bionda a caschetto, nasino all’insù, espressione grave, sguardo rivolto all’infinito: come una divinità elusiva se non sorda, ignorava le preghiere umane, il piccolo guru in felpa Hollister.

“Bastardaaaaaa! Adesso ti faccio vedere io, brutta stronza!”, urlò la riccia professionista quarantenne, mentre si avventava come un pitbull sulla bionda mamma borghese. Sul volto di quest’ultima la baldanza vistosamente esibita fino ad allora si era dissipata come il fumo di una sigaretta nel vento. La riccia le fu addosso in un decimo di secondo e le afferrò due abbondanti ciocche di capelli dorati, tirandole verso di sé con soddisfazione brutale ed erotica. Per limitare i danni, la bionda fu costretta a piegarsi come un Playmobil – ma la sua reazione fu terrificante. I muscoli della coscia destra, opportunamente esercitati dalla regolare attività fisica, scattarono a molla e in un decimo di secondo la tomaia delle sue eleganti scarpe italiane dal nome anglosassone colpì con un tonfo sordo il cavallo dei pantaloni della riccia.

“Bambino? Perché non ci fai salire? Guarda che l’albero non è mica tuo… Eddai, facci salire, maleducato!”. Una delle bambine decise che era il momento di passare all’azione e sfidò l’esibita noncuranza del pischello azzardando un’arrampicata perigliosa ma che fortunatamente si concluse con un doppio successo: materiale e morale. L’operazione, tuttavia, non era esente da rischi, tanto per chi la portò a termine quanto per chi ne impediva la realizzazione. Infatti, la bambina osò troppo e una mano perse la sua presa sul ramo. Nel tentativo di recuperare l’equilibrio, sforbiciò con le gambe: fu allora che una delle sue scarpine viola sfiorò il capo zazzeruto del Milarepa di Villa Paganini. Il repentino apparire della suola di gomma a motivi geometrici a pochi millimetri dal suo bel visino da criminale in erba lo spaventò, e a sua volta rischiò di cadere… Il suo viso perse l’alterigia e la distanza cui era atteggiato fino a poco prima e rifletté brevemente il terrore. La sua ieratica rigidità ne uscì alquanto ridimensionata. E non gli fece piacere.

Due pensionati, un gruppo di barboni che si sbronzavano su una panchina, le matricole dell’amore intente a baci chilometrici vicino al salice piangente, cani di diverse taglie e perfino uno scoiattolo, tutti, si fermarono a godersi lo spettacolo delle due femmine scarmigliate e sanguinanti che se le suonavano di santa ragione mentre dalle loro bocche dipinte e accaldate schizzavano insulti da suburra. Si attribuivano vicendevolmente, le due eleganti matrone, appetiti sessuali deviati ed insaziabili, perversioni insolite ma anche scarsa propensione all’igiene personale ed in particolar modo intima. Si diedero, poi, a deridere intelligenza, capacità intellettive, reddituali e virili dei rispettivi compagni. Il sollazzo fu generale, e tutti, scoiattolo incluso, furono un po’ tristi allorché un paio di agenti volenterosi, muniti di sfollagente, riuscirono a separare le due signore, prima di fare verbale. Uno dei due tutori dell’ordine era talmente malconcio al termine dell’operazione che dovette ricorrere a cure mediche con prognosi di giorni due.

“Mamma?”, “Dimmi, Aristotele”, “Quelle bambine mi hanno detto che sono maleducato…” – così verbalizzava il suo disagio il guru di Corso Trieste. La bocca sontuosa della signora riccia si increspò lievemente. “E poi mi hanno anche dato i calci…”. A quel punto il viso della donna ebbe un minuscolo fremito, e rivolgendosi tecnicamente al figlio, ma affiggendo il suo sguardo colmo di biasimo sulle due bambine in piedi sotto l’albero e su quella che aveva sfidato il suo pargolo sciocco e viziato, si espresse così: “Aristotele, devi avere pazienza, quando saranno più grandi, capiranno che non si insultano le persone, e soprattutto che esistono anche modi alternativi alla violenza per gestire le controversie”. La mamma bionda, che era a portata d’orecchio, la sentì, le si avvicinò. Cominciò così.

Pandorum vs. vita

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Ecco “Pandorum”, questo film che ho comprato un po’ di giorni fa su una bancarella: una specie di collage affannoso e pasticciato di Resident Evil (il regista della saga Sony è qui produttore), Alien 3, con un pizzico dell’assai più blasonato Solaris. La regia crucca conferisce un tocco di freddezza e una verniciatura vagamente intellettuale a quello che alla fine non è che un tentativo mal riuscito (la recensione de “Gli Spietati” parla correttamente di cinema “derivativo”).

C’è questa astronave pazzesca che ospita 60.000 persone, questo tizio sfigato e confuso che non sa che cazzo è successo, c’è un capo con il sangue al naso che poi si rivela un autentico squilibrato, ospiti che improvvisamente si trasformano in assassini cannibali ed ipercinetici, un viaggio che doveva durare un centinaio di anni (complice l'”ipersonno” o l’ibernazione, come a me piace dire, dato che sono old school) e che in effetti si protrae per quasi un millennio all’insaputa di tutti, l’agnizione(*) finale in cui si scopre che l’astronave non è in sperduta da qualche parte nello spazio, ma si trova ferma molti metri sott’acqua.

L’ho capito solo alle 18:00 di oggi : “Pandorum” è una visione (nemmeno troppo metaforica) della mia carriera, dell’azienda per cui lavoro e dei tipi umani che mi circondano.

Ah, e c’è anche una tough girl (deve essere una fissa di Anderson, visto che è sposato con Milla Jovovich, la sua Alice), occhi chiari, fibra solida, origini germaniche – proprio come a casa mia.

Ma in fondo niente di strano: cosa c’è di meglio del cinema di serie B per parlare della vita reale?

(*) ho scoperto solo ieri sera che cosa è, eh

 

Cinguettii elettronici

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Dalla finestra del cesso dell’ufficio, intenti al necessario, è possibile godere la vista di un poligono irregolare di volta celeste.

Peccato oggi sia grigia e triste quanto il mio umore, il quale in effetti meglio si accorda con il lato di quella figura geometrico-naturalistica popolata da dissuasori per uccelli – una sequenza di coppie di asticelle metalliche disposte a coppie in V, distanziate l’una dall’altra di qualche centimetro – dall’ignobile punto di osservazione, la barba fredda, puntuta del cielo romano.

Oggi, alla vista si è unita la percezione di una sequenza di suoni acuti ed articolati: una spirale ascendente di musica, che alla mente scollegata è parsa provenire da un dispositivo elettronico. E mi sono ritrovato a considerare: “Ma che divertente, armoniosa, questa suoneria”.

Solo per confermarmi che la mia distanza dalla realtà (il talentuoso uccellino, in questo caso, è evidente spia di cose non fisiologiche che stanno avvenendo da qualche parte nella mia mente) sta diventando siderale, probabilmente incolmabile.

 

You say you want a Revolution

in musica by

La cappa di tristezza che accompagna questo momento storico, diciamo dalle elezioni in poi, è atroce.  Del tipo che spesso ti trovi ad invocare qualcosa come un olocausto nucleare, o un’invasione barbarica (quelle vere, quelle coi Goti incazzati), o una zombie apocalypse, così per poter dire…”beh, almeno sta succedendo qualcosa di stravagante”. Mentre le larghe intese,  Enrico Letta a Montecitorio (ndr: nel mio precedente post avevo detto che l’ideale di premier era un giovane prete con la maglia dei metallica. Mi sbagliavo solo sui metallica.) e Napolitano (bis) al Colle tutto sono tranne che stravaganti.
E ti dici: ci vorrebbe una rivoluzione. E a questo punto arrivano i Grillini. Ebbene, il grillino è convinto che sia in atto, grazie a lui, una vera rivoluzione culturale. Così mi ha detto, l’amico musicista e fervente grillino: “oh, è in atto una grande rivoluzione culturale”.  (poi quando gli dici “oh, vedi che l’ultima “grande rivoluzione culturale” fece qualcosa come 7 milioni di morti in Cina” ti risponde: “Eeeh? Ma quando?” . E tu quindi sorridi. E invochi. Ma non è questo il punto di questo post.)
Rivoluzione culturale, dice. Aspetta un momento.
Ogni rivoluzione “culturale” che si rispetti ha un fermento culturale della madonna che la sottintende e la alimenta, no? È proprio tautologico. Ha una letteratura, ha una colonna sonora. È un dato di fatto.
Senza andare a ricordare cosa successe in ambito culturale e musicale durante la rivoluzione francese, il ’68 aveva dio-solo-sa-cosa. Woodstock, l’isola di Wight, Hendrix, Lennon, Andy Wharol, Godard, i Jefferson Airplane. Il ‘77  aveva i Clash, i Pistols, il Punk, i Talking Heads, i Ramones, Re Nudo, gli Area.
Questa rivoluzione che ha? “Un grillo per la testa”?(quella canzone oscena, oscena, che si sente ogni volta che apri un video su beppegrillo.it)
Le rivoluzioni culturali hanno la forza esplosiva delle idee nuove, partono dal voler costruire qualcosa di nuovo, e la distruzione del “vecchio” è qualcosa che viene dopo, di conseguenza. Qua l”odio cieco e la volontà di distruzione di ciò che viene considerato “vecchio” sembra sia proprio il presupposto e, per molti , quasi l’unico fine.

Le rivoluzioni hanno leader giovani e determinati, visionari e coraggiosi. Come cazzo fai a seguire Grillo e Casaleggio e a proporre Presidente Rodotà, degnissima persona, ma di 80 anni?

E poi, da dove viene questa ossessione nel voler mandare tutti ar gabbio? “In galera! In galera!” gridi come un ossesso. Apprezzi il magistrato che fonda un partito che si chiama “Rivoluzione Civile” e non ti salta all”occhio neanche un pò la comicità dell”ossimoro non voluto?? Ma che rivoluzionario sei?

Ma dico, li hai ascoltati Brassens, Johnny Cash, Dylan, De Andrè? Come fai a idolatrare Marco Travaglio, che è uno che al Pescatore di De Andrè avrebbe chiesto la condanna per favoreggiamento personale, concorso in omicidio e pesca abusiva? ma ti rendi conto?
Caro rivoluzionario, tu non hai idee nuove, dici cose tristi, cose già sentite, dalla Lega Nord nel 94, per esempio, e da molti altri prima di lei. La tua idea di giustizia sociale si risolve nel posto fisso. Non ti sbatte niente delle violazioni dei diritti umani, non ti sbatte niente delle violenze che vengono poste in essere affianco a te.  Tu vuoi il posto fisso. Per te.  E se ciò che ti muove è l’idea del posto fisso e non la folle speranza di poter cambiare la società, non scriverai mai Blowing in the wind, non scriverai mai Sulla Strada, non registrerai mai London Calling. Al massimo andrai a X Factor, o dagli Amici di Maria.
La tua non è una rivoluzione. È solo protesta. Ed è un”altra cosa, molto meno nobile.

L’ultimo provocatore

in storia by

Gli inventori della moderna provocazione politica furono senza dubbio Filippo Tommaso Marinetti e Gabriele D’Annunzio. Il primo coi suoi eroici aerei volantinaggi, le sue stilettate metaforiche e gli zum bum bang tumb bellicosi e sbellicanti; il secondo con le celebri trasvolate edonistiche, le imprese militareggianti e l’io ingombrante, vera casa di ogni aspra e divertita provocazione. Furono i padri e in un certo senso i padroni di un’arte che si lascia prendere solo da coloro che la invocano a piena voce, che la sanno portare alle soglie del ridicolo, per poi varcarle beatamente senza alcuna remore intellettuale, senza alcun pudore esistenziale né – tantomeno – alcuna prudenza morale. Cambiarono il senso e i sensi di una dimensione, quella politica, che era abituata sì agli autoritarismi estetici e linguistici crispiani, giolittiani e bavabeccarisiani, ma non certamente alla prova solenne e per certi versi definitiva del ribaltamento semantico, dell’assurdità che si fa azione e dimostrazione (perché, come suggerisce l’etimologia, la provocazione è innanzitutto “invito alla lotta”). Fecero scuola e spianarono la strada ad un nuovo modo di affrontare l’avversario politico, un nuovo modo di concepire la protesta. E poco importava se c’era proposta o meno, l’importante era la rivolta, che doveva preservare prima d’ogni cosa se stessi, detentori di una meravigliosa balbuziente verità.

Dopo di loro vennero gli anni del fascistissimo mutismo della provocazione, che si fece anch’essa parte del discorso unificante e intristì nelle dichiarazioni di guerra e nella recitazione – magistrale, bisogna ammetterlo – del Benito Mussolini da Predappio, distrattore italianissimo e fiero ma incapace di concepire lo spazio dei contrasti, vera ed unica patria dell’ars provocatoria.

Tuttavia, nonostante il ventennio – anni della retorica serietà mussoliniana e della pur brillante rettitudine linguistica di regime –,  i cromosomi dell’insegnamento marinettiano e dannunziano ricomparvero sotto altre forme: nel fronte del ribaltamento semantico che ribalta se stesso, le sue proprie aspirazioni elitarie: è il gianniniano Uomo Qualunque che ristabilisce fittiziamente, per scherzo, un equilibrio antropologico pressoché dimenticato dai padri provocatori. Il qualunquismo come tendenza politico-esistenziale è la provocazione delle provocazioni; laddove decade lo straboccante spirito egocentrico dannunziano riappaiono centinaia, migliaia, forse milioni di ego pronti a sputare nel piatto in cui hanno mangiato, quello dell’assolutamente no e quello dell’incredibilmente sì: un pasticcio che in confronto quello gaddiano era una fiction da giudice Santi Lichieri.
Giannini prende D’Annunzio e Marinetti, li mette insieme, aggiunge un poco di ironia e di antifasciocomunismo et voilà che dà corpo e voce ad un nuovo baluardo della provocazione, un Fronte apparentemente senza fronzoli di un Uomo Qualunque che non esiste in senso assoluto ma che ci appartiene da sempre in senso relativo; una rottura netta con la storia recente che si configura nella presa di coscienza che “non esiste e non può esistere una politica di massa”.

Nel momento in cui precocemente cade il muro qualunquista, comincia l’infinita solitudine dei tanti (o pochi, chi lo sa?) uomini assurdi, dei tanti patrioti della pernacchia intelligente. Solitudine che sarà colmata un decennio più tardi dal più grande provocatore degli ultimi sessant’anni, quel Giacinto Pannella detto Marco che negli anni di piombo farà rimuovere la porta di casa.
Fu Pannella a riportare il discorso e la pratica sul terreno del ribaltamento improvviso, della provocazione pertinente, o meglio anticipatoria. Giacinto detto Marco tradì felicemente un linguaggio stantio e compiaciuto, una militanza militonta e astiosa che imbracciava stemma e lessico della morale come progetto e non come attitudine, della retorica come violenza e massificazione e non come strumento di emancipazione.

La provocazione pannelliana ha sempre avuto l’aria del giochino che prima o poi si rompe ma che tira avanti e poi avanti e avanti ancora. Perché è il giochino dell’assurdo, che, pur non piacendo a coloro che vorrebbero tutto spiegato, tutto democratichinamente inquadrato, si rivela prezioso – forse fondamentale – per tutti i dannunziani, i marinettiani e i gianniniani che ancora sentono la necessità di guardarlo in faccia quell’assurdo.
Ed ecco come nascono gli scioperi della fame portati alle soglie presunte o reali dell’estrema conseguenza (ma che importa nella logica assurda della provocazione? Non conta più niente perché conta proprio tutto); ecco la Cicciolina in Parlamento, vagina e cervello dentati e parlanti di un genio politico, quello pannelliano, che qualche volta fa cilecca per natura – perché un Toni Negri nella vita ce l’abbiamo avuto tutti – ma che è lineare e lucido come nessun altro dei suoi padri e compagni provocatori; ecco l’hashish gettato nella folla: sostanza pericolosa e sconosciuta che smaschera tutti i proibizionismi del mondo in un colpo solo, tutta l’assurdità di cui è impregnato il panorama politico italiano, quel “sistema partitocratico” che, per non sbagliare e non fare torto a nessuno, punta sul moralismo bacchettone da destra a sinistra passando per il centro.

Ed ecco – per venire all’attualità – la bagarre nel programma radiofonico dell’aspirante provocatore: quando la provocazione è imparentata col successo e col compiacimento puzzolente (che non tende mai a ribaltare se stesso per provarsi tutta la propria inutilità), allora accade che il velo scivola via e tutta la pratica senza la teoria, tutta la forma senza la sostanza ci sbattono in faccia  il tempo perso a credere di sapere dove sta la casa della provocazione e a pensare magari pure di averne le chiavi in tasca.

Sì, lo dico convintamente, Giacinto Pannella detto Marco è l’ultimo provocatore. Perché gli altri, quelli che gridano il vaffanculo sistematico e virtuale come se – oltre ad avere le chiavi – credessero addirittura di abitarla quella casa, sono la miseria di un’arte ormai al tramonto, il declino nauseante del ridicolo che non ride più nemmeno della propria esistenza. Quelli lì sono la negazione di una storia che forse ormai possiamo soltanto guardare con nostalgia, incapaci di capire quanto bene ci farebbe studiarla e accettarla con l’assurdità di spirito e la pernacchia sempre pronta. Insomma, con lo spirito e la pernacchia di Giacinto Pannella detto Marco.

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