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You realise che stai arrivando a Craco quando d’un tratto lo sconfinato verde dei boschi lascia il campo a praterie di giallo ocra su cui troneggiano, come giganti addormentati, i calanchi.

Craco, comune italiano della provincia di Matera, è un luogo dove il tempo si è fermato in un’epoca incerta, ancestrale, indefinita. Le case arrampicate sulla roccia hanno finestre scure che sembrano scrutarti con sguardo spento ed autistico.

Le abitazioni con le ringhiere finemente decorate ma arrugginite, sono tutte abbandonate e rendono il paese una specie di conformazione plastica del relitto di una nave.

craco
A Craco non ci abita più nessuno, tranne una coppia di pastori che, occupato una casa abbandonata, ci sosta raramente. La popolazione (circa 700 abitanti) vive nella vicina località di Craco Peschiera.

La strada principale è un viale in pietra.

Il cammino è tutto in salita.

Il cuore in cima è una torre normanna del 1040 d.c.

Antico borgo medievale, importante centro strategico militare durante il periodo normanno, divenne sede universitaria nel 1276. La leggenda narra che ci giunse ferito San Vincenzo martire insieme a San Maurizio durante il viaggio di ritorno dalle crociate in Terra Santa. È storia reale invece la fucilazione di una ventina di briganti di fronte al campanile della chiesa Madre nel corso delle rivolte post-unitarie.

Craco diventa una città fantasma nel 1963, quando un’enorme frana, causata dalla composizione argillosa del suolo, si portò via un pezzo di paese e tutte le reti idriche e fognarie. Gli unici edifici ancora in piedi sono quelli risalenti al medioevo, come la vecchia torre, le chiese e alcuni palazzi importanti dell’epoca.

La frana ed una massiccia emigrazione al nord Italia e all’estero lo svuotò in breve tempo.

Craco è ormai diventato un luogo quasi soprannaturale, con i suoi silenzi continui. Durante le ore notturne, nel deserto totale, il vento fa letteralmente ululare il paesino dalle varie fessure e crepe degli edifici. Le tantissime finestre rotte e semi-divelte sbattono in continuazione. La presenza di cani randagi dà spesso l’impressione che ci siano presenze ultraterrene che stazionano per il paese.

E’ proprio qui che la notte di qualche settimana fa, l’ingegner Paolo Pretocchio* ha organizzato un summit semiclandestino chiamato L’acqua calda’s blocked, ultimissimo evento dell’embriornale fase di costituzione del Progetto Bimbozzi, che secondo le sue stime dovrebbe prendere il potere tra il 2026 ed il 2030.

Presente lo stesso Bimbozzi, che capitanava nell’oscurità della notte alcune figure con fiaccole e candele.

Prima che l’evento inizi, riusciamo a fumare qualche sigaretta ed a scambiare qualche chiacchiera con alcuni dei convenuti. Il concetto principale dell’essere a Craco lo spiegano quasi tutti così:” Tutti parlano della fine degli Stati Nazione, ma nessuno della nascita di Monarchie Immateriali come Google, Apple, Facebook, che hanno come territorio il non luogo del tecnoweb, come popolo gli utenti utilizzatori schedati, e come monopolio della forza il potere d’escludenza dell’algoritmo meccanico. Sul Non luogo non ci sono spazi e margini di operatività. Il Non luogo è quasi tutto occupato, è saturo. Bisogna inevitabilmente trasferirsi e colonizzare il Fuoriluogo. Il nostro luogo sarà il Fuoriluogo. E Craco, appunto, rappresenta perfettamente il concetto di Fuoriluogo.”

Rispetto alle altre volte, però, non siamo riusciti ad intervistare l’ingegnere che, terminata l’adunanza, è dovuto partire immediatamente per impegni d’affari verso Delaware, il nuovo paradiso fiscale creato da Obama negli States.
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Vi riproponiamo lo stesso alcuni passaggi del suo intervento blobbati e campionati con modalità che non possiamo riferire per ragioni che lasciamo custodite al mistero di Craco.

“Questa di stanotte è la prima tappa della nostra spedizione verso l’interno, è la prima meta della nostra Anabasi.

Non si possono scalare le montagne con sacchi di immondizia trascinate sulle spalle. Dovete liberarvi di tutto il male che tenete dentro. Il Progetto Bimbozzi non è una confessione. E’ una liberazione. Gli incubi non sopravvivono nella luce.

Tutti siamo turbati occasionalmente da ansietà ricorrenti, prodotto di una qualche colpa occulta, segreta, che nemmeno sappiamo quale sia o che nemmeno magari esiste.

Il senso di colpa è un’istanza psichica derivante dall’originaria identificazione del bambino con le figure genitoriali e con gli educatori, atta a mantenere in vigore i valori culturali da essi trasmessi attraverso la paura di perdere il loro amore e di essere punito.

Ognuno ha un suo limite.

Ognuno si identifica con il suo limite.

La paura della punizione ti porta all’esitazione se accettare il limite o superarlo.

Nella volontà di superarlo ci si scontra con lo spavento della sua perdita, perdita che in qualche misura diviene perdita della propria identità per via della coincidenza individuo-limite.

Quando non lo si vuole superare ci rassicuriamo momentaneamente, ma poi spuntano il disprezzo di sé, i complessi di inferiorità.

Allora si prova a superarlo con l’immaginazione, che come un surrogato dell’avercela fatta, dà il via alla fantasticheria, alle arie di superiorità e di arroganza.

Si recita un personaggio che non si è, ricadendo in continuazione nel dubbio di esserlo, con l’inevitabile alternarsi di sentimenti di superiorità e di inferiorità.

Tutti vogliamo stare bene con noi stessi.

Vogliamo sentirci importanti, degni e accettabili agli altri.

Vogliamo credere di essere attraenti.

Ma quando sbagliamo alimentiamo sentimenti di fallimento, di vergogna nascosta, di tensione e disagio in ambito sociale, si ha difficoltà a dire di no, ci si prende la colpa di tutto quello che succede.

A volte si giudicano gli altri per occultare le proprie colpe, o per scaricarle su altri, mettendo enfasi nei loro errori per evitare di essere noi il centro dell’attenzione altrui.

Tendiamo a diventare come ciò che odiamo ed abbiamo sempre disprezzato.

Alcuni scontano traumaticamente quei giudizi troppo scandalizzati sentiti da piccoli, che possono aver ancorato il sentimento che il sesso sia una cosa sporca, provocando blocchi e sensi di colpa nei rapporti e col piacere.

Aspettare il castigo ci rende ansiosi e turbati.

Il castigo si teme ma si desidera.

Ricevuto il castigo ci sentiamo sollevati, perché abbiamo pagato il nostro debito e possiamo tornare a vivere senza paura.

Il castigo espia il cattivo comportamento e allevia l’ansia.

Non si possono scalare le montagne con sacchi di immondizia trascinate sulle spalle. Dovete liberarvi di tutto il male che tenete dentro. Il Progetto Bimbozzi non è una confessione. E’ una liberazione. Gli incubi non sopravvivono nella luce.”

(Silenzio come se fosse partito un amen muto)

ZELIIIG IN EVIDENZAAAAAA

“Alterneranno la tattica della provocazione alla strategia dell’infiltrazione. La provocazione ha come obiettivo quello di aprire e scatenare una campagna di criminalizzazione. Una volta partita, la criminalizzazione serve come giustificazione preventiva per innescare le classiche azioni politico/militari/giudiziali, come forma di screditamento e divisione. Alla tattica della provocazione seguirà la strategia degli infiltrati che avrà due obiettivi. Da un lato dovranno spingere, come finti seguaci del progetto, tutte quelle posizioni che favoriscono il settarismo, costanti discussioni per spargere malumori e disagi, l’auto isolamento e la tendenza alle ”fughe in avanti”, dall’altro spiare e reperire il maggior numero di informazioni logistiche e strutturali.”

“L’ introduzione di una sfera spaziale inattesa, la sottopone automaticamente ad una svalutazione morale. Così come Napoleone male reagì al guerrigliero spagnolo criminalizzandolo e scatenandovi contro la potenza inutile di un esercito, anche l’Inghilterra male reagì al sottomarino tedesco durante la prima guerra mondiale. E male l’America contro i Vietcong. L’introduzione di una sfera spaziale inattesa provoca, infatti, inevitabilmente cattivi giudizi morali.”(x)

“Bisogna tenere presente che con il terrorismo si fanno crescere forze che poi diventano autonome. Non possono diventare autonome se prima non sono cresciute, ma non crescerebbero se non facessero comodo. Quando non fanno più comodo, vengono spazzate via.”

“Secondo Douglas Mortimer, nel western americano alla John Ford, la violenza rientra nella struttura della legalità come una forma di soluzione del conflitto: il topos dell’ “arrivano i nostri” serve a cavare d’impaccio i buoni e a far cessare il momento dello scontro. Nello spaghetti western, invece, il conflitto si interrompe solo con la vittoria “improvvisa e momentanea” di uno dei contendenti, non corrisponde mai al ripristino della legalità.” (y)

“Figlio del fabbro Alessandro Mussolini e della maestra elementare Rosa Maltoni, Benito Mussolini nacque il 29 luglio 1883 a Dovia, frazione del comune di Predappio. Il nome “Benito Amilcare Andrea” fu deciso dal padre,socialista, desideroso di rendere omaggio alla memoria di Benito Juárez, leader rivoluzionario ed ex-presidente del Messico, di Amilcare Cipriani, patriota italiano e socialista, e di Andrea Costa, imolese, leader del socialismo italiano (nell’agosto 1881 aveva fondato a Rimini il «Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna»). Contrariamente al marito, la madre Rosa era credente e fece battezzare il figlio. Vive un’infanzia modesta.

Mussolini, assunta la direzione dell’Avanti alla fine del 1912, diventa l’ ascoltato portavoce di tutte le frustrazioni ed insoddisfazioni di una società caduta in una crisi economica ed ideale che trascinava masse sempre più vaste verso esplosioni insurrezionali senza chiare prospettive. Espulso dal partito nel 1914 a causa delle sue posizioni interventiste a favore della guerra, Mussolini intuisce tre cose: le debolezze del partito socialista italiano, le debolezze del socialismo reale creatosi nella russia di Lenin, e che la prima guerra mondiale aveva avuto un valore socialmente molto dirompente. Si era reso conto infatti che gli ex combattenti sarebbero stati una massa di manovra molto significativa ed utile dal punto di vista politico e che quindi bisognava non perdere il contatto con essi.

I governi italiani che si succedono tra il 1919 ed il 1920 faticano a trovare una soluzione alla crisi sociale ed economica dell’epoca, schiacciati tra le trattative internazionali e le insoddisfazioni di molti italiani per quella che viene già definita una vittoria mutilata.

Nel 1919 nascono i fasci di combattimento che proclamano loro nemici i borghesi, i clericali ed i socialisti.

Il fascismo, movimento che raccoglie forze eterogenee, senza obiettivi chiari o un’ideologia di fondo, esprime la ricerca di una qualche soluzione alternativa basata su una forte accentuazione del sentimento nazionale e sulla ricerca di una qualche attuazione di uno stato sociale diverso da quello liberale tradizionale.”(p)

“Raggiungere un punto avanzato nella lotta per il potere vuol dire imporre rapporti di forza favorevoli e poter contare su una situazione di ingovernabilità del sistema esistente in cui sia possibile affermare un reale contropotere. Le condizioni per la conquista del potere si determinano solo per una breve fase in cui l’avversario è debole e non può dispiegare integralmente tutti i mezzi di cui dispone. Se non viene colta l’opportunità che si presenta in quella fase si apre la fase della sconfitta e del riflusso.”

“L’essenza della politica consiste nell’individuare il proprio nemico principale. Ed ovviamente nella capacità di saperlo riconoscere, di capire chi veramente esso sia.”

Quel tanto di speciale, quel tanto di sacrale, quel poco che è reale forse basta a salvarci (tono dimesso)

“Nel 1812-’13 lo Stato Maggiore Prussiano scatena dei sommovimenti antinapoleonici attraverso l’emissione dell’Editto Prussiano sulla milizia territoriale o Landsturm, recepito quale legge dall’ordinamento interno, con tanto di firma del primo ministro. Agli artt.61-62 di tale editto sta scritto:

« Ogni cittadino ha il dovere di opporsi al nemico invasore con qualsiasi tipo di arma.[…] Scuri, forconi, falci e lupare vengono espressamente raccomandati.[…] Ogni prussiano ha il dovere di non obbedire ad alcun ordine del nemico, bensì di danneggiarlo con ogni mezzo possibile. Anche se il nemico volesse ristabilire l’ordine pubblico, nessuno è autorizzato a obbedirgli, perché così facendo si finirebbe per facilitarne le operazioni militari.[…] Gli eccessi di una canaglia sfrenata sono meno nocivi di un nemico nelle condizioni di poter disporre liberamente di tutte le proprie truppe.[…]”

Perso nelle città, potevi avere il mondo (tono dimesso)

“La psicologia collettiva accosta e non discerne. Tende a seguire chi crea una dimensione della speranza con estrema semplicità. L’idea che si possano convincere le persone in maniera razionale non ha efficacia, la politica ha dimensioni emotive, narrative e di coinvolgimento in qualche modo collettivo in quanto deve cercare di mettere insieme la doppia natura dell’uomo, contrassegnata dall’esistenza di un bisogno di socialità e di un bisogno d’individuazione intrinsecamente conflittuali.”

“Il moderno dittatore, sostiene Le Bon ne La psicologia delle folle, deve saper cogliere i desideri e le aspirazioni segrete della folla e proporsi come l’incarnazione di tali desideri e come colui che è capace di realizzare tali aspirazioni. Anche in questo caso l’illusione risulta essere più importante della realtà, perché ciò che conta non è portare a compimento tali improbabili sogni quanto far credere alla folla di essere capace: “nella storia l’apparenza ha sempre avuto un ruolo più importante della realtà”. Le folle non si lasciano influenzare dai ragionamenti. Le folle sono colpite soprattutto da ciò che vi é di meraviglioso nelle cose. Esse pensano per immagini, e queste immagini si succedono senza alcun legame. L’immaginazione popolare é sempre stata la base della potenza degli uomini di Stato, dei trascinatori di folle, che il più delle volte, non sono intellettuali, ma uomini d’azione. Questi sono poco chiaroveggenti, ma non potrebbero esserlo, poiché la chiaroveggenza porta generalmente al dubbio e all’inazione. Essi appartengono specialmente a quei nevrotici, a quegli eccitati, a quei semi-alienati che rasentano la pazzia. Per quanto assurda sia l’idea che difendono o lo scopo che vogliono raggiungere, tutti i ragionamenti si smussano contro la loro ferma convinzione (nella neuro-psichiatria essa prende il nome di “Pseudologia fantastica” – chi crede alle sue stesse bugie)” .

Non si esce vivi dal novecento(tono dimesso)

“Mentre la fatica del lavoro industriale si esercitava sui corpi, i muscoli, le braccia, oggi si esercita sul linguaggio, l’intelligenza, gli affetti, la totale reperibilità temporale tramite smartphone ed internet, innescando nuove forme di sofferenza, alienazione e schizofrenie. L’esistente è rimpicciolito. L’esistente è esaurimento. Sarà inevitabile un ritorno feroce dell’irrazionale, un assetato inconscio desiderio di laico paganesimo rituale e mistico.  Le pulsioni continuano a funzionare secondo la logica loro propria dell’appagamento. L’attuale canalizzazione del piacere, saziando solo a livello caricaturale pulsioni addomesticate da modelli pubblicitari finti, o tramite surrogati placebo di mediazione tecnologica, rende insoddisfatto tutto l’apparato psichico. Il senso di felicità derivante dal soddisfacimento di un moto pulsionale si scontra con le ansiogene ed eccessive richieste che la civiltà dell’algoritmo, sodomizzandolo nella psiche, pone all’uomo, parcellizzato ed isolato.”

“Senofonte, giunto finalmente sulla costa del Mar Nero, presso Trapezunte (Trebisonda) con il famoso grido “Thálassa! Thálassa!” (“Θάλαττα! θάλαττα!”) (il mare il mare) , vedrà però il fallimento dei suoi propositi di essere l’ecista di una nuova colonia ellenica e dopo numerose peripezie porterà l’armata a combattere per il re di Tracia Seute II, ed infine la consegnerà, a Pergamo, al generale spartano Tibrone che stava allestendo un esercito per una nuova guerra contro i persiani.” (f)

“E adesso, cantiamo tutti insieme:

Tu! Tu!
Tu pure sai
Che non va la vita
Com’è ragazzo mio
Ci son volpi di qua
Lestofanti di là
Mille topi tutti per te
Le zanzare che pungono me
Sono le stesse che poi
Pungeranno te
E tutto questo perché
Con tanti galli che cantano
Non si fa mai… giorno!

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Ci son tanti galli che cantano
Chichichirichichi
Troppe galline rispondono
Cococoroccocco
E se i piccioni spariscono
Cucucuruccuccu
Tutte le papere piangono
Quaquaquaraqquaqqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaquaE se domani pure tu
Ragazzo mio
Vedi un’aquila lassù
Tu vai con le gambe che hai
In un posto che sai
Dove lei non può arrivare mai
C’è una tigre
Dietro al cespuglio
Che aspetta là
Dove passerai
Non andare
Finché il gallo canta
Il gallo che canta
Non ci casca mai
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Attenti al matto!

Con! Con!
Con tanti galli che cantano
Chichichirichichi
Troppe galline rispondono
Cococoroccocco
E se i piccioni spariscono
Cucucuruccuccu
Tutte le papere piangono
Quaquaquaraqquaqqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Il gallo si sa
Becca qua becca là
La talpa fa
Tutti i buchi che può
E il gatto non va
Dove il pesce non c’è
Il lupo scenderà quaggiu
Il coccodrillo sa
Che presto morderà
E che nessuno lo prenderà
Ed il giaguaro è già pronto

A colpire finché
Ogni gallo canterà

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Attenti al matto!

Chi! Chi!
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua!!!”

Soundtrack1:”Sleep sound”, Jamie xx

Soundtrack2:”Mercy mercy me”, Marvin Gaye

Soundtrack3:”Futura”, Lucio Dalla

Soundtrack4:”Messenger”, Blonde Redhead

Soundtrack5:”Distilled”, Blonde Redhead

Soundtrack6:”L’estate”, Vivaldi

Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

*L’ing. Paolo Pretocchio è un personaggio di fantasia che cerca di uscire dalla fantasia per trasferirsi provvisoriamente in una forma di fuoriluogo.

Sette omicidi: il romanzo jamaicano che vedremo in TV

in scrivere/televisione by

 

Sentirete parlare di una “Breve storia di sette omicidi” perchè la HBO ne ha acquistato i diritti per uno sceneggiato.

Il romanzo è anche riuscito a vincere il Man Booker l’anno scorso, con le parole d’elogio al momento della premiazione tutte rivolte al magnifico impianto narrativo che l’autore Marlon James è riuscito a mettere in piedi in settecento pagine. Una mole dispersiva di personaggi, un arco della storia che copre più di trent’anni, molte parolacce, molta crudeltà, molti omicidi, e la soddisfazione per l’autore di essere accostato a nomi molto importanti della narrativa contemporanea.

Di che parla: “Breve storia di sette omicidi” prende spunto da un fallito attentato al cantante Bob Marley nella seconda metà degli anni Settanta. Due giorni prima che in Jamaica si svolgesse un suo concerto che doveva servire a placare gli animi tra i due partiti principali, alcuni uomini armati fecero irruzione nella sua villa riuscendo a ferire lui e la moglie. Il cantante si salva ma le cause dell’attentato rimangono oscure. Marlon James, che è nato e cresciuto in Jamaica prima di inventarsi una nuova vita come professore di scrittura creativa in Minnesota, utilizza questo avvenimento come pretesto per un impalcatura enorme in cui le voci dei personaggi raccontano in prima persona la trama dell’attentato e le sue conseguenze.

A questo pretesto si aggiunge anche il pretesto di una  quanto più selvaggia e feroce della Jamaica di quegli anni, e di una ricostruzione della curiosità della CIA per i potenziali sviluppi politici della musica di Bob Marley in un paese come la Jamaica, e il pretesto per dare una panoramica sulla fascinazione che la musica bianca ha subito nei confronti del raggae,  e il pretesto per mettere in luce aspetti – questi sì, più o meno personali, della realtà jamaicana negli Stati Uniti. Insomma, se ve lo comprate fate meglio a mettervi il cuore in pace e iniziare pagina 1 con l’impegno che richiede un romanzo estremamente ambizioso in termini di pretesti.

Come ho detto, i capitoli sono tutti in prima persona. Le voci che si alternano incalzano il lettore verso direzioni opposte. Può essere frustrante, eppure un secondo prima che la noia si faccia percepire ecco che queste direzioni convergono. L’estrazione sociale dei personaggi è molto varia come vario è il registro dei personaggi. Insomma, il romanzo attraversa tutta la sua durata sul bordo pericoloso dell’abbandono, eppure ne esce salvo. Quando l’ho finito, ho pensato che una storia così dispersa e un ritmo così fitto meritassero una presentazione che fosse il più lineare possibile. Non avrebbe senso provare a costruire una sovrastruttura su un romanzo la cui ambizione è piegare la propria forma al racconto e basta. Molto spesso mi è sembrato evidente quanto la fedeltà dell’autore a questa scelta in un certo senso sinfonica lo abbia costretto a sacrificare le sue potenzialità; quindi, lettore esigente, di parti “ben scritte” il romanzo è pieno, ma compaiono a tratti, non te ne accorgi immediatamente, il tempo che le scorgi e si torna di nuovo alle espressioni gergali (povero traduttore) e alle parolacce.

Io sono una persona che i libri non si sente l’obbligo di finirli. Si finiscono gli esami o i compiti per casa, non i romanzi. E questo ha settecento pagine. Quando l’ho terminato ho pensato che l’autore sia comunque riuscito a combinare qualcosa di efficace. Ho pensato anche quand’è stata l’ultima volta che ho letto un romanzo tirato avanti da una trama e saranno stati anni. Il problema del romanzo non è quindi come ci si sente quando lo si finisce: su questo solo soddisfazioni; il problema è nel mentre: siamo  lettori occidentali, non sappiamo niente di Jamaica e l’autore non si è posto nemmeno il problema di come rendere la rappresentazione più commestibile. L’insistenza religiosa verso una scrittura veritiera ha sortito l’effetto paradossale per cui il lettore va avanti spinto da suggestioni razziste. La violenza, la droga, la facilità dei personaggi femminili: tutti elementi passibili di associazioni razziali equivoche. Eppure, se lo sforzo fosse stato un attimo più panoramico, se l’autore si fosse preso una pausa da questo realismo modulato al massimo, ci saremmo probabilmente risparmiati tutti questi equivoci.

Breve storia di sette omicidi è un romanzo notevole, col difetto originario di una distanza di punti di vista tra chi l’ha scritto e chi sta per leggerlo. Marlon James si è posto un obbiettivo molto vasto, ma il fondamentalismo con cui lo ha perseguito ha avuto come nemesi l’utilizzo (quasi) inconsapevole di una caratterizzazione pericolosamente grottesca. (Perchè dico (quasi) inconsapevole? Perchè dico pericolosamente grottesca? Perchè seguo Marlon James sul suo profilo Facebook e lo vedo molto impegnato nell’attaccare il razzismo altrui). Tutto questo ha implicazioni dannose a livello narrativo: gli sviluppi della storia si rendono comprensibili solo quando la voce passa a caucasici, e ciò porta il lettore a modulare l’attenzione, già in lotta con un linguaggio difficile, in una maniera selettiva che, oltre a non far bene alla propria coscienza, non fa bene nemmeno alla lettura: un caso che personalmente ho trovato molto istruttivo su come mandare in corto circuito chi legge.  Non ho nemmeno aspettato di finire il romanzo per figurarmi la trappola che l’autore si è costruito da solo: quando l’azione si sposta a NY, quest’insistenza alla mimesi produce l’effetto opposto: il lettore è costretto a cercare, nelle descrizioni, quanti più dettagli possibile per rassicurarsi sul fatto che non si è più in Jamaica. Insomma, sono stati commessi dei pasticci.

Al di là comunque degli aspetti politici, è un romanzo avvincente. Uno potrebbe dire ma perchè ne parlo; se Libernazione non è un bollettino di novità, ha senso allora parlare solo dei libri che piacciono; boh, a volte credo che abbia senso leggere cose che ti aiutano a costruirti un’idea di cosa dovrebbe e non dovrebbe essere la lettura, e questo romanzo l’ho terminato con le idee positivamente confuse. Piacerà di più a quei lettori disposti ad arrendersi a una lettura poco controllata, i tipi cioè che vanno avanti sopportando qualsiasi distanza dall’autore pur di godersi la storia. L’adattamento televisivo smusserà probabilmente queste incomprensioni.

 

 

Romanzi Cartolarizzati – Episodio I

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Visto che coi giornali trovate sempre una raccolta di libri e di DVD, si è pensato di farlo anche qui a Libernazione. Purtroppo, il nostro finanziatore occulto C. De Benedetti (che, a fini di mantenere l’anonimato, chiameremo semplicemente Carlo) ha detto che i soldi per i diritti non ce li da, e quindi abbiamo dovuto riccorrere alla formula della cartolarizzazione. La cartolarizzazione, in finanza, è sostanzialmente l’accumulo di titoli di vario genere che vengono mescolati e a successivamente distribuiti in maniera omogenea tra vari invevstitori. E’ come preparare un cocktail: prendi quattro o cinque ingredienti, li mescoli per bene e poi distribuisci a tutti lo stesso mix di preparato.

Parte quindi il primo episodio di Romanzi Cartolarizzati. Ne seguiranno altri due.

(il gioco ovviamente sta nell’indovinare gli ingredienti. In realtà è piuttosto semplice, ma il sottoscritto ha preparato questo post nel 2011 e oggi si è dimenticato le risposte).

EPISODIO I

Un tempo i Badwill erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza, Colorado; ce n’erano persino a Denver, e ad Aci Castello, tutti buona e brava gente di mare, proprio all’opposto di quel che sembrava dal nomignolo, come dev’essere. Adesso a Trezza non rimanevano che i Badwill di padron Tony, quelli della casa del nespolo, e della Provvidenza ch’era ammarata sul greto, sotto il lavatoio, accanto alla Concetta dello zio Cola e alla paranza di padron Fortunato. Povero padron Tony. La casa non era pagata. Era la sua nemica, quella casa. Ogni volta che egli faceva scricchiolare il pavimento della veranda, la casa diceva, sfacciata: non sono tua, Anthony Badwill, e non lo sarò mai. Il banchiere a cui apparteneva la casa era uno dei suoi peggiori nemici. Helmer il banchiere. La feccia dell’umanità. Più di una volta aveva dovuto presentarsi a Helmer per dirgli che non aveva abbastanza soldi per sfamare la sua famiglia. Helmer, i capelli grigi ordinatamente scriminati e le mani morbide, gli occhi da banchiere che parevano ostriche ogni volta che Anthony Badwill diceva di non aver soldi per pagare le rate della casa. Impossibile parlare a un uomo della sua razza. Odiava Helmer. Gli sarebbe piaciuto spezzargli l’osso del collo, strappargli il cuore dal petto e poi calpestarglielo. Ogni volta che pensava a Helmer borbottava: arriverà il giorno! Arriverà il giorno! Non era sua la casa, e gli bastava toccare la maniglia della porta per ricordarsi che non gli apparteneva.

Suo padre aveva osservato che, costantemente, in certe stagioni il solfato di rame saliva e in altre calava di prezzo. Decise perciò di comperarne per speculazione nel momento più favorevole, in Inghilterra, una sessantina di tonnellate. Poi il padre telegrafò al figlio che il buon momento gli sembrava giunto e disse anche il prezzo al quale sarebbe stato disposto di concludere l’affare. Mi ricordo la tranquillità e la sicurezza con cui Tony s’accinse all’affare che infatti si presentava facilissimo perché in Inghilterra si poteva fissare la merce per consegna al nostro porto donde veniva ceduta, senz’esserne rimossa, al nostro compratore. Egli fissò esattamente l’importo che voleva guadagnare e col mio aiuto stabilì quale limite dovesse stabilire al nostro amico inglese per l’acquisto. Tony dunque, per menare avanti la barca, aveva combinato con lo zio Crocifisso Woodenbell un negozio di solfato da comprare a credenza per rivenderli in Europa, dove compare Cinghialenta aveva detto che c’era un bastimento di Trieste a pigliar carico. La Longa, nuora di Tony, seppe del negozio di solfato e rimase a bocca aperta, e padron Tony dovette spiegarle che se il negozio andava bene c’era del pane per l’inverno, la plastica al seno per la neo sedicenne Mena e il Mercedes per Tony Junior. Tuttavia da Londra capitò un breve dispaccio: Notato  eppoi l’indicazione del prezzo di quel giorno del solfato, più elevato di molto di quello concesso dal loro compratore. Addio affare.

Tony era depresso per questo fallimento, che poteva costargli caro. Passava tutto il giorno a dormire e oziare sull’ottomana nella sua stanza. Lo svegliò definitivamente qualcuno che bussava con forza alla porta. «Ma apri, dunque! Sei vivo o morto?… Non fa che ronfare!» gridava Nastàsja, la sua cameriera, picchiando col pugno sulla porta. «Sono giorni e giorni che ronfa come un maledetto cane; e lo sei, un maledetto cane! Su, apri! Sono quasi le undici.» Balzò su dal divano, poi si sedette. Il cuore gli batteva da fargli male. Si sollevò, si chinò in avanti e tolse il gancio. L’intera stanza era talmente piccola che si poteva togliere il gancio senza alzarsi dal letto. Nastàsja lo guardò in un modo strano: in silenzio, gli tese un foglietto grigio, piegato in due e sigillato con la ceralacca.

«Un avviso dall’ufficio,» disse consegnandogli la carta.

«Da quale ufficio?»

«Come, quale ufficio? Significa che vi vogliono alla polizia; che scoperta!»

«Alla polizia!… E perché?»

«E io che ne so? Se ti vogliono, vacci.» La fissò attentamente, si guardò attorno e alla fine si volse per andarsene. «Ma che roba è questa? Per quel che ne so, io non ho niente da fare con la polizia! E perché proprio oggi?» pensava, immerso in un’angosciosa perplessità. «Santo Dio, purché tutto finisca presto!» Stava per gettarsi in ginocchio a pregare, ma poi scoppiò a ridere: non della preghiera, ma di se stesso.

La Macchia Umana, di nuovo

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Comprai questo romanzo di Philip Roth a un’età troppo precoce per poterlo apprezzare del tutto (col senno di poi, troppo precoce anche per riconoscerne i difetti).
Andò così: vinsi un buono-libri per una “gara di lettura”, e per spenderlo entrai in una libreria dove mi cadde l’occhio su uno struzzo Einaudi avvolto da un nastro con l’immagine di Nicole Kidman. Il nastro con l’immagine era dovuta al fatto che stava per uscire l’adattamento cinematografico con la Kidman ed Anthony Hopkins nel ruolo dei protagonisti. Immagino che per lei questo dovesse essere l’ennesimo ruolo forte in quel periodo d’oro della sua età adulta in cui i ruoli “forti” le venivano quasi lanciati addosso (mi sembra anche esemplare il modo con cui quel periodo si chiuse, in una sequela di interpretazioni assolutamente manieristiche tra Diane Arbus e la madre di un demonio, come solo un’attrice qualunque alla ricerca di ruoli forti sarebbe stata in grado di paccare).
Ad ogni modo, comprarlo mi sembrò un modo per confermare definitivamente il mio status di lettore di cose adulte, e per quanto un professore di lettere ti potrebbe anche indicare un milione di alternative più adatte, quello presi.

La storia che incontrai fu questa: Coleman Silk, un professore di greco antico alle soglie della pensione, pronuncia a lezione un appellativo equivoco rivolto a due studenti perennemente assenti; l’appellativo in questione sarebbe “spettri”, che in inglese, “spooks”, è stato in passato un modo dispregiativo per indicare la gente di colore. I due studenti, effettivamente persone di colore, portano il caso in facoltà. Il consiglio di facoltà, facoltà di cui Coleman è stato a lungo preside, prende sul serio l’accusa di razzismo e gli chiede formalmente delle scuse. Coleman non cede e alla fine viene costretto a dare delle dimissioni. Qualche mese dopo lo scrittore Nathan Zuckerman viene in contatto con Coleman, e apprende del suo rapporto con Faunia Farley, una signora analfabeta di 34 anni, madre di due bambini morti per sua negligenza, costretta a barcamenarsi tra più lavori per le condizioni di assoluta indigenza in cui versa. Il romanzo che prende corpo è la storia di Coleman, della sua relazione con Faunia, e del disvelarsi tragicomico (e vi prego di prendere quest’aggettivo sul serio) del perché, messo davanti all’accusa di razzismo, Coleman ha deciso di non lottare e dimettersi.
Philip Roth oggi va di moda. Ma in quei molti che lo trovano “eccessivo” ho sempre avuto il sospetto che non riuscissero a digerire il suo modo poco gratificante di intendere la letteratura. Specialmente, risulta spesso poco digeribile a quel “lettore attento”, che purtroppo – andate a una presentazione qualsiasi – esiste ed è persona che ostenta sempre più la sua passione per i libri as opposed to, ad esempio, un’idea di arte altrimenti corrotta dalla musica rap o dal digitale (da questo punto di vista, che c’entra anche molto con la storia di Coleman e Faunia – sulla fine, l’amante della musica classica rappresenta il culmine di questo modo sacerdotale e salvifico di vivere le proprie passioni). Rimane, fondamentalmente, uno scrittore troppo consapevole della miseria a cui personalmente va incontro quando scrive un romanzo. Non è necessariamente l’unico modo di intendere la scrittura, o avvicinarvisi, ma pare che per Philip Roth la miseria dello scrittore di fronte alle tragedie degli altri sia qualcosa di così ingombrante che il lettore non solo deve venire esposto alla storia, ma anche alla miseria di chi scrive; la sintesi che il lettore deve trarre, il “momento purificatore”, è accettare, all’interno di una storia sia la narrazione, sia lo scrittore, sia il suo gioco crudele sulla vita delle persone. Mi sembra qualcosa di abbastanza generale e costante nella produzione di Roth e che vale per tutta la sua produzione precedente e successiva alla Macchia Umana.

Ok, ma quindi, questa Macchia Umana? Me la sono andata a rileggere qualche mese fa in lingua originale. Devo dire, se a un età troppo precoce l’unica cosa che avevo potuto provare era la vaga sensazione di venire bombardato dalle parole e della nitidezza delle immagini, questa sensazione è rimasta, si è amplificata notevolmente e oltre i brividi di fronte alla bellezza di certi passaggi mi sono sentito anche sollevato dalla paura che diventare lettori sofisticati significa perdere qualcosa. Quali riflessioni si possono aggiungere adesso che si è diventati lettori maturi?
Sul conformismo accademico Roth fa una panoramica mirabile su quei temi che, ad esempio, tanto accendono le dita sulla tastiera di Luca Mazzone. Sulla sessualità e sul desiderio spiega cose che tanto farebbero incazzare i soliti progressisti degli anni 10. Anche sull’affermazione della propria identità porta il lettore ad affermare delle verità tremende. Spiegare e anticipare la portata aggressiva e grandiosa delle conclusioni del romanzo significherebbe spegnerne la miccia. Ecco, una consolazione per il lettore nuovo arrivato è che tutte le tematiche vengono introdotte e contestualizzate a poco a poco: questo è un grande pregio, curarsi del lettore più sprovveduto, basta che questi abbia la buona volontà di imbarcarsi e farsi “bombardare”; ed è qualcosa che ho trovato tanto più ammirevole nel momento in cui, da ragazzino, avrei forse rischiato di interrompere il romanzo se avessi anche avuto la minima sensazione che mi stessero sfuggendo troppe cose. Roth rimane comunque uno scrittore democratico. E cosa nasconde invece la letteratura incomprensibile? Nel romanzo ci sono anche pagine molto divertenti dedicate al nucleo geografico della produzione di un certo tipo di stronzate incomprensibili (Sì, amanti del bateaux mouches).
L’unica vera novità che mi sento genuinamente di osservare, a una seconda lettura, è il tono insolitamente elegiaco della storia in confronto a quello che Roth aveva prodotto prima della Macchia Umana. Dalle sue cose precedenti l’aspetto ludico dello scrittore e dei suoi alter ego è quasi sempre sembrato trionfare in maniera distruttiva sulle vite dei personaggi. E’ come se a chiudere la storia Roth impugnasse alla fine una tromba e la suonasse dritta nell’orecchio di tutti; la sensazione che ho avuto stavolta è che, se la tromba va comunque a sfracassare i timpani di chi porta all’esasperazione Coleman e Faunia, nei loro confronti Roth e il suo alter ego posino lo strumento a fiato, e mettendosi a spalla un violino concedano loro quella pace che la comunità invece ha strappato. E’ un romanzo in cui si indugia molto sui momenti in cui i protagonisti sono felici, ed è una cosa che mi ha sorpreso.
Cito sparsi dei momenti che valgono da soli l’acquisto o la rilettura del romanzo:
– Nathan Zuckerman che ritrova il desiderio di raccontare una storia mentre balla con Coleman
– Il confronto finale tra Coleman la madre
– Coleman e Faunia che ballano nudi
– Faunia che abbandona nella gabbia di un corvo l’anello di fidanzamento.
– Zuckerman che osserva per l’ultima volta Coleman e Faunia, a un concerto di musica classica.

Rimangono solo i difetti che, dicevo, ho invece rilevato avvicinandomi una seconda volta al romanzo: leggetevelo, e se li trovate ci passerete sopra.

Sense: la recensione di un romanzo ancora in corso.

in scrivere by

Quindi Alessandro Capriccioli ha deciso che, tra le tante cose che sa fare molto meglio di me, ora c’è anche la narrativa. E si è messo a scrivere un romanzo di science-fiction che pubblica, a puntate, come se non bastasse, qui.

Ebbene, io detesto lo sci-fi perché è già tanto che riesca a fare login nella mia email senza chiamare l’IT, quindi, per dire, figuriamoci la narrativa basata sulla tecnologia. Non solo, io odio anche le storie a puntate, sin da quando Topolino spezzava le storie lunghe in due o più numeri (maledetto topastro!).

Per darmi un maggior tono, aggiungo che non avrei mai potuto essere un lettore di Hugo, Dumas o Dickens quando scrivevano feuilleton perché non sopporto di dover attendere il seguito di una storia.

Bene, sappiate che se la pensate come me, il romanzo di Ale dovete leggerlo comunque perché io lo sto adorando. Siamo in un’Italia futura, tra una ventina d’anni, e si sono inventati delle app che ti istallano direttamente nel cervello e migliorano di moltissimo le tue capacità e conoscenze.

Ovviamente le app costano, alcune un sacco di soldi, e col cavolo che tutti se le possono permettere.

Chi può, ovviamente le acquista per distanziarsi ancora di più da chi i soldi per comprarle non li ha. E però c’è anche chi questo stato di cose non lo gradisce affatto. Una infima minoranza che si fa disinstallare le app e le rivende perché vuole farcela senza barare e collettivi di contestatori che provano a craccare le app, per il momento con scarsi risultati.

E poi c’è anche chi ammazza, per rubare le app installate nei cervelli altrui. Ed è su questi che indaga il commissario Scaglia, uno che una volta le app ce le aveva e ora non più. Hanno ammazzato un poveraccio, un essere umano di “Fascia C”, un mentecatto insomma che però aveva installate delle app che evidentemente valeva la pena rubare. Di quelle insomma, che non trovi gratis nel fustino del detersivo: e come poteva permettersele, sto sfigato?

Insomma, per ora un sacco di domande e io sto qui come un cretino ad aspettare la prossima puntata. Venite anche voi, nel mondo del romanzo di Ale, vi assicuro che ci piacerà.

Santé

Il Capodanno di Matera è provincialissimo. E allora?

in politica/scrivere/società by

Ho aspettato qualche giorno, per evitare di finire nelle polemiche tristi sugli sms e sul Capodanno. C’è peró qualcosa in questo pezzo di Christian Raimo che fornisce spunti per ragionamenti piú generali (se dovesse leggere, non lo prenda per accanimento).

Raimo è, nel panorama culturale italiano, uno a cui tutti devono “almeno due o tre favori”. Se le sue esternazioni non sono necessariamente il metro di cosa pensano gli intellettuali in Italia, quantomeno sono un indizio di che tipo di discorsi vanno bene, sono kosher. Ebbene, se questa premessa è vera, un po’ c’è da preoccuparsi.

Raimo, da persona colta e sensibile, critica il capodanno della RAI perchè “sciatto”, “avvilente”, “provinciale”. La debolezza dell’analisi la sospetti dalla seconda riga, quando Raimo sente il bisogno di dire che non possiede una tv, e dopo aver pestato innecessariamente una merda ne pesta una seconda: “non è snobismo, è praticità”.

Si potrebbe dire che dissezionare così un testo altrui per smontarlo è ingiusto, e concordo. Quelli sono indizi. La cosa più sorprendente, in effetti, è l’articolo in sè: Raimo è senz’altro parte di quella Italia che la sera legge Kant. E usa, non a caso, l’aggettivo nazionalpopolare in senso dispregiativo. Che va tutto bene, uno la sera può leggere Kant e finanche Heidegger, ma allora perchè sta sempre a commentare il nazionalpopolare invece di parlarci di Kant? Forse il pubblico di quelli a cui piace sentirsi fighi disprezzando il nazionalpopolare è più ampio di quelli a cui interessa davvero parlare di Kant? Misteri.

Ma questo, purtroppo, non c’entra niente con l’essere snob, accusa che a molti piace schivare perchè in realtà ama attribuirsi. C’entra con una certa dipendenza dal nazionalpopolare come carattere fondante della propria identità, foss’anche in negativo. Laddove l’identificazione in positivo è una banalità sul presepe, le identificazioni in negativo sono di certo piú potenti e durevoli. A margine, i presepi napoletani piacciono anche a me che non sono cristiano. Ma sono meridionale e provinciale, come Mattarella. Capita.

Dopo di che, se del provincialismo si deve parlare, visto che lo fa anche Raimo, facciamolo. Provincialismo sarebbe, secondo lui, restituire l’atmosfera da sagra di paese, glorificare la provincia intesa come piccolo centro. Sarà. Andrebbe detto che l’Italia è proprio un collage di province, diverse e uniche nel bene e nel male, di piccoli centri e delle loro eccellenze, economiche oltre che culturali. Non fa chic per chi ha il mito di Parigi: il provincialismo è un vecchio mostro nella cultura italiana, malata di derivativismo e complessi di inferiorità.
Scherzando sul successo delle Lezioni Americane, Arbasino commentava che se invece che ad Harvard Calvino le avesse tenute a Cassino forse non staremmo a ricordarle cosí spesso. Forse era vero allora, se da un lato le cose che uscivano sul new Yorker o sul Partisan Review diventavano dibattito culturale in Italia con due anni di ritardo, e dall’altro la produzione culturale e artistica continuava ad influenzare anche quella di altri paesi. Ma quanto è vero ora? La proposta culturale delle riviste intelló come IL magazine, Rivista Studio e simili è totalmente derivativa, al punto di vivere di riflesso sulle analisi anche dei fatti nostri: si veda il codazzo di articoli “lucani”, tanto per rimanere sul tema, seguito proprio a un bel servizio del New Yorker.

In un deserto simile, in cui la produzione di idee originali è vista come qualcosa di sconveniente, tanto c’è prima da tradurre Franzen ed eccitarsi di rimbalzo del successo – esploso altrove – della Ferrante (ma poi chi dovrebbe comprare questi prodotti se esiste un analogo, migliore e più onesto, anche se scritto in inglese?), vivono le analisi dei Raimo e dei loro analoghi meno sofisticati. In attesa di una nuova tirata, questa invece molto autentica e ruspante, contro il solito neoliberismo.

San Vittore 2041 – Il viaggio nel tempo nelle prigioni

in scrivere/ by

Pubblichiamo le trascrizioni di mail misteriose rinvenute nella nostra casella di posta nella speranza che qualcuno possa fare luce su questo mistero.

 

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DA: ecaironi@polimi.mi.it

A: acavalli@fbmail.com

Oggetto: eureka!

24 Giugno 2040

Mia cara Anna,

Eureka! Ce l’abbiamo fatta, siamo riusciti finalmente a completare la macchina! Ieri sera abbiamo inviato il topolino di cavia indietro nel tempo, esattamente di un mese, e  stamattina è ricomparso nella porta temporale con legato al corpo un messaggio scritto da un mio alter-ego di un universo parallelo, che conferma la ricezione della cavia alla data esatta in cui l’avevamo spedito. Stiamo facendo tutte le verifiche del caso, ma stavolta la scaramanzia la voglio lasciar perdere perché il messaggio riportava esattamente una frase a cui ho pensato in tutti questi anni come prova di verità, e che non ho mai rivelato a nessuno, nemmeno per sbaglio.

Chiamami appena torni a casa, ti racconto per bene al telefono

Non sto più capendo niente dalla gioia

Ti amo

Ettore

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: giorgio.salati@min.interno.gov.it

Oggetto: RE: installazione impianto S.Vittore

03 Dicembre 2041

Gentile On. Salati,

è con grande soddisfazione che le comunico la buona riuscita dell’installazione dell’impianto di trasferimento temporale all’interno del carcere di San Vittore. Sono convinto che entro la primavera del prossimo anno, una volta conclusa anche la preparazione psicofisica dei soggetti scelti per la sperimentazione, saremo in grado di dare finalmente il via alla fase finale dell’operazione “Rewrite”. Non so ancora come ringraziarla per gli aiuti che ci sono stati dati dal Ministero degli Interni e da quello di Giustrizia, e la prego di ringraziare da parte mia i Ministri Teresiani e Capriccioli per tutto ciò che è stato fatto per questo progetto. Un ringraziamento speciale va ovviamente a Lei; senza il suo aiuto non saremmo stati in grado di giungere così vicini a qualcosa che fino a vent’anni fa era etichettato nella categoria della fantascienza.

Un caro saluto

Ettore Caironi

 

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: acavalli@fbmail.com

Oggetto: mi chiami?

6 Marzo 2042

Anna,

potresti chiamarmi appena arrivi a casa? Mi è appena arrivata una notizia che non saprei se definire tragica o allucinante. Devo rispondere a delle persone ma prima vorrei confrontarmi con te, che mi fai sempre venire in mente le parole giuste. Ti dico solo che, come temevamo, le elezioni politiche e il nuovo governo hanno avuto impatti seriamente negativi sul lavoro.

Baci

E.

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: mmaroni@min.giustizia.gov.it

Oggetto: RE: RE: progetto temporale S. Vittore

7 Marzo 2042

Egregio On. Maroni

ho letto la Sua risposta in merito al progetto temporale da me installato e gestito presso il carcere di San Vittore e non posso nasconderle preoccupazione e una certa difficoltà nel trovare, complice il mio stupore, le parole adatte per spiegarle la fallacia delle sue deduzioni in merito al progetto e il perché le decisioni prese dal Ministero possano impedire il raggiungimento di uno dei più grandi sogni nella storia dell’umanità.

Cercherò di spiegarle sinteticamente le mie argomentazioni, nella speranza di poter incontrare di persona il Ministro Cazorla il prima possibile, magari presso il laboratorio, in modo da convincerlo davanti all’evidenza dei fatti.

I viaggi temporali che abbiamo intenzione di realizzare non hanno scopo turistico né di scopo ludico. Forse siamo visti, agli occhi della politica, come gli scienziati pazzi che la letteratura fantascientifica ha descritto in passato, ma La prego di credere che non è così. Abbiamo voluto dare lo strumento definitivo ai sistemi detentivi per permettere loro di raggiungere l’obbiettivo principale, che è quello rieducativo e non, come molti tendono a credere, puramente punitivo. E da qui lo scopo dei viaggi: permettere ai carcerati di tornare indietro nel tempo ed impedire che i loro crimini vengano commessi.

Quando si affronta un viaggio indietro nel tempo, si crea automaticamente un universo parallelo che, al momento dell’arrivo del viaggiatore, è assolutamente identico al mondo da questi lasciato. In altre parole, se uno volesse tornare ad un mese fa, giungerebbe in un nuovo mondo assolutamente identico a quello presente nell’universo d’origine un mese prima della partenza. Dall’arrivo in avanti, invece, il nuovo universo prende una strada diversa da quello originario grazie alle scelte compiute dal viaggiatore e dalla sua interazione con le persone che lo circondano. Ivi comprese le vittime dei crimini per cui il viaggiatore è incarcerato. L’unica persona che scompare al loro arrivo è il loro stesso alterego. Non possono esserci due persone identiche nello stesso universo, e le nostre pubblicazioni dimostrano che, all’arrivo del viaggiatore, il suo alterego scompare ed egli ne prende il posto, nel punto esatto in cui si trovava. Per esempio, se tra un mese volessi tornare a questo istante in cui le scrivo la mail, mi troverei in un universo parallelo esattamente dietro all’alterego di questo mio computer, con le mani appoggiate all’alterego della tastiera.

Per anni, prima del viaggio, i detenuti scelti per affrontare il viaggio ricevono una rieducazione importante e una soprattutto una preparazione psicologica volta a due obbiettivi. Il primo: sapere con esattezza in che luogo, e durante quale situazione, il viaggiatore “atterrerà” nel nuovo mondo. Abbiamo ritenuto che la scelta più semplice sia di farli arrivare di notte, così che sia solo necessario sapere dove e con chi dormivano all’epoca. Il secondo, e più importante: avere la certezza che non commetteranno più alcun crimine e che gli alterego delle vittime siano, nel mondo parallelo, sane e salve.

Come vede, solo per descriverle queste considerazioni preliminari e necessarie ho dovuto impiegare molte parole, ed è perciò che insisto affinché i Ministri dell’Interno e della Giustizia, nonché le rispettive commissioni parlamentari, vengano a San Vittore affinché possa spiegare con maggiore efficienza e alle persone di competenza il perché sia necessario proseguire lungo il percorso seguito fino ad oggi, considerando quanto è breve la distanza dall’arrivo.

In attesa di una Sua cortese risposta, la ringrazio per l’attenzione e le auguro una buona giornata.

Distinti Saluti

Prof. Ettore Caironi

 

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: giorgio.salati@camera.parlamento.it

Oggetto: saluti

20 aprile 2042

Caro Giorgio,

considera questa come l’anticipo alla lettera di dimissioni che lascerò domani al Centro di Ricerca, allegando in copia Maroni e Bonamini, i loro viceministri e i presidenti delle commissioni. Non pensavo di dover arrivare a tanto, quando mancava così poco al successo. Ricordi quando siete venuti qua a San Vittore a vedere il laboratorio? Mai avrei pensato che tutte le informazioni e la totale trasparenza da parte mia venisse utilizzata poi dal governo per avere più punti su cui aggredirmi, addirittura pubblicamente.

Lo sai vero che mi hanno pure invitato – “caldamente” invitato – a partecipare ad un dibattito serale su Canale 5, per confrontarmi in pubblico con Salvini? Ho già visto come lui e i suoi uomini di governo hanno trattato in televisione la mia ricerca. Quali errori, quali falsità! E io dovrei rendermi ridicolo, farmi massacrare da queste macchine della retorica mentre il pubblico compiacente urla quando prendo parola? Ricercatori, docenti e politici di tutto il mondo fanno la fila per vedere il laboratorio ma il Ministro degli Interni mi ha vietato di confrontarmi con chiunque al mondo, con tanto di minacce poco mascherate.

Ho studiato per anni a questo programma. Ho provato a raccogliere tutte le falle che potevano emergere. Ho definito una linea etica rigida e severa. A chi temeva che i prigionieri scappassero nel mondo parallelo ho spiegato che il dispositivo di ritorno prevede un rientro inflessibile nel mondo originario, che non può essere rimosso a meno che il viaggiatore voglia venire nullificato (come possono far finta di non sapere che il dispositivo è l’unico strumento che permetta al viaggiatore “intruso” di non essere “mangiato” dall’universo ospitante? L’ho detto e scritto milioni di volte, e ancora ieri Il Giornale diceva che aiutavo i prigionieri ad evadere!).

Salvini e i suoi peones continuano a ripetere che questo sistema non riporta indietro le vittime. È vero, ma crea mondi in cui queste possono continuare a vivere, addirittura rimuovendo i loro carnefici, ché una volta che il viaggiatore ritorna nel mondo originario non esiste più traccia né di lui né del suo alterego parallelo in nessun universo esistente.

Mi arrendo. La macchina è pronta e funzionante. Ovviamente loro non vogliono usarla per questo fine ma figurarsi se vogliono distruggerla: chissà quali biechi utilizzi hanno in mente. Ovviamente ho preso le giuste precauzioni e nessuno oltre a me è in grado di farla funzionare, e nel caso di ripararla.

Addio, Giorgio, non credo che ci rivedremo ancora. Ti ringrazio, è grazie a te e ad Alessandro se sono arrivato così vicino ad un sogno. Nonostante l’epilogo, ti devo moltissimo.

Abbi cura di te

E.

 

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: acavalli@fbmail.com

Nessun Oggetto

20 aprile 2042

Anna,

io in questo mondo non posso più vivere. Me ne vado lasciandoti un ricordo di egoista. Continuerò ad amarti altrove, ma tu non potrai più amare me. Ricorda che in un altro luogo io sto abbracciando Anna, la stessa che sei tu.

Ti amo

Ettore.

I migliori lasciano Berlusconi… e si portano Coelho

in scrivere by

La nascita di una nuova casa editoriale è sempre una buona notizia. Questo è anche il caso della Nave di Teseo, progetto di Elisabetta Sgarbi e di una pattuglia di autori che include Umberto Eco, Nesi, Furio Colombo e varia umanità.

Vorrei peró spendere due parole sul clima in cui parte l’avventura dei transfughi della fusione Mondadori-Rizzoli. Sarà colpa della stampa e in particolare di certi giornalisti, che continuano a perpetuare il vizietto della superiorità antropologica (loro) verso “gli altri”, quelli del Paese Reale, quintessenzialmente rappresentati dalla famiglia Berlusconi. Come al solito, il piú abile a rappresentare questa visione è Michele Serra. Ecco qui la sua Amaca:

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Ci sono varie cose che, come si è già detto, non “suonano” bene: il fatto che tratti l’intiera famiglia Berlusconi come parvenu, termine orribile che denota il classismo ingiustificato di chi ha l’unico merito di non aver mai svolto un lavoro “pratico”, il fatto che pensi che Marina sia una manager stupida quando invece è una con due palle così e Mondadori va da dio, in un periodo in cui per l’editoria e la produzione culturale in generale non è che si scoppi di salute, e cosí via.

Chi, poi, abbia stabilito che si debba dare per scontato che il signor Berlusconi Silvio, nel suo privato, non debba godere del bello, includendo con ció anche la lettura, non si è capito. Mi capita di dissentire con varie persone, ma non per questo devo negare loro l’umanità, e quindi la capacità di apprezzare ciò che un animo sensibile può cogliere. Fin qui i problemini, diciamo, che vengono dalla formazione comunista di Serra, incapace di separare il privato dal pubblico, l’avversario dal nemico, il diverso dall’inferiore antropologicamente.

Poi c’è Umberto Eco, che comunista non è mai stato, ma a Berlusconi diceva che dopo una certa ora, lui, sottintendendo lui e tutta la gente perbene, “legge Kant”. Perchè, ça va sans dire, se uno paga delle donne per il sesso non può capire la Critica della Ragion Pura. In fondo, anche i grandi intellettuali possono rivelare vizi piccoloborghesi. Cosa dice Umberto Eco di questa avventura? Prendiamo la recente intervista a Repubblica:

Elisabetta (Sgarbi) ha spiegato a Marina che cosa significa “l’appiattimento dell’identità per un editore” e perché “i libri dei grandi autori raramente sono usciti da imprese gigantesche e perché i movimenti letterari più importanti della storia sono stati sostenuti e sviluppati da piccole realtà editoriali…” . Dice Eco: “Qualsiasi cosa avesse detto, Marina non avrebbe capito”.

Non-avrebbe-capito. Perchè, signora mia, Marina Berlusconi non è mica Franca Sellerio, non è certamente una donna di lettere, non è una di noi. È una che parla di “azienda” – perchè una casa editrice, si sa, non è una azienda.

Eppure non vorrei essere cosí severo con Umberto Eco. Ho letto tre dei suoi romanzi: Il Pendolo di Foucault, che mi appassionó parecchio a 17 anni. Oggi troverei tutto quello sfoggio di erudizione un poco stucchevole, ma credo mi piacerebbe ancora se lo scoprissi da zero. Il nome della rosa, che lessi subito dopo e consolidó il mio apprezzamento per Eco, e poi anni dopo anche (chissà perchè) la misteriosa fiamma della regina Loana, un romanzo cosí cosí, in cui emergono tratti autobiografici e piú superficialmente autocompiaciuti dell’uomo. Tra le altre cose, la sua passione per il whisky. Ora, questa passione è universalmente documentata, ed è una passione che apprezzo e condivido. Fui perció colto da grande sorpresa e curiosità quando, trovandomi in un alimentari del centro di Milano qualche anno fa, vidi entrare proprio Umberto Eco. Vediamo che bottiglia chiede, pensai, visto che chiedeva il whisky. Ed ecco una bottiglia di J&B. Che non è malaccio, peró insomma, neanche una cosa così da intenditori. Mi ricordava, sopratutto, i film di gangster italiani degli anni ’70 – in Milano Calibro Nove il J&B era onnipresente.

Quel giorno sono uscito dall’alimentari fischiettando il motivetto dell’inizio di Milano Calibro Nove, e pensando che uno può essere Umberto Eco, darsi grandi arie di intenditore di whisky, e poi comprare un umanissimo, normalissimo J&B. Ci ripenso oggi, quando vedo con che toni Eco e i suoi compagni di viaggio parlano del loro nuovo progetto editoriale, disprezzando la casa editrice che abbandonano come un gourmet snob parlerebbe di una bottiglia mainstream.

Attenzione – non c’è mica niente di male a comprare un whisky che, peraltro, ha un ottimo rapporto qualità/prezzo.   Solo che, alla fine, il catalogo della Nave di Teseo includerà anche Sandro Veronesi e Paolo Coelho. A dimostrazione che, nell’editoria come nella vita, capita di dire che si beve un ottimo whisky per leggere Kant la sera, ma alla fine si è pur sempre umani, attenti al portafogli e desiderosi di cose semplici, e si torna a comprare il buon vecchio J&B. E la diversità antropologica, se dovesse andar male, si potrà sempre tirare fuori per dire che gli italiani “non ci hanno capiti“.

HPV (breve tragedia in due atti)

in scrivere by

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Atto I

(primi anni duemila, ambulatorio medico, veneziane verdi alle finestre, lineoleum verde a terra, un giovane siede davanti alla scrivania di un dermatologo)

– Mi dica
– Guardi, ho notato una cosa strana, una piccola escrescenza carnosa sul glande
– Si
– E, dunque, volevo accertarmi di cosa potesse essere
– È hpv
– Ovvero?
– …aspetti, potrebbe essere qualcos’altro, mi lasci concentrare
– …
– Uhm…
– …
– Potrebbe essere qualcosa di diverso?
– Lo chiede lei a me?
– Lei ha dei suggerimenti?
– Il dermatologo è lei!
– Allora è hpv
– Ovvero?
– Ovvero condilomi, creste di gallo
– Ignoro proprio di cosa stia parlando
– È un virus
– Una cosa brutta?
– No, è molto diffuso, lo contrae quasi l’ottanta per cento della popolazione sessualmente attiva, solo che nella maggior parte dei casi non si manifesta, lei invece è stato fortunato, si è manifestato!
– Sono stato fortunato?
– Fortunatissimo!
– Ah…
– Bene, non aspettiamo oltre, vediamo la manifestazione!
(il giovane si spoglia, si stende sul lettino)
– Ora le scoprirò il glande
– Le dispiacerebbe indossare dei guanti?
– Lei mette in dubbio la mia professionalità?
– Lei mette in dubbio la mia ipocondria?
(il medico indossa i guanti)
– Ora le scopriprò il glande
– Ok
– Le confermo la diagnosi, papilloma virus
– Cosa facciamo?
– Lo devo rimuovere
– Dopodiché sarò guarito?
– Oh, oh oh oh, ho ho ho, no, certo che no
– Come certo che no?
– Non è detto
– Come non è detto?
– Eh, non è detto
– Intende darmi qualche informazione in più per carità di dio?
– Di doman non c’è certezza
– Dubito che se la caverà con una citazione di Lorenzo De Medici
– Mi compiaccio giovanotto, lei è colto
– Guardi che è una citazione molto comune
– Lei mette in dubbio la mia cultura?
– Abbia pietà, non ricominciamo
Quisque faber fortunae suae
– Va bene
Pectus est enim quod disertos facit
– Ho fatto solo due anni di latino ma a occhio questa frase non c’entra nulla col contesto
Pecunia non olet
– T
utto questo non ha senso e lei lo sa
– Excusatio non petita accusatio manifesta

– MI CRESCERANNO DELLE COSE SUL CAZZO PER SEMPRE?
– Bè, nella mia esperienza passati alcuni mesi dalla prima rimozione c’è una ricaduta, poi non si dovrebbero presentare altri episodi
– Quindi dopo sarò guarito?
– Non si sa
– Ma come non si sa santo cielo?
– Dipende dal suo organismo, forse riuscirà a debellare l’infezione, forse no, potrebbe rimanere con lei per sempre, potrebbe affezionarsi
– Mi sta salendo l’ansia
– Oh, non si preoccupi, sa quanti ne vedo ogni giorno?
– Quanti?
– Non vuole saperlo, e con lei casco bene, c’è gente che aspetta mesi e quando arriva qui ha il pene che sembra un carciofo
– Un carciofo?
– Si, vede, nel suo caso è ancora minuta, ma crescerà e poi ne cresceranno altre e poi altre ancora,e poi ancora, prima il pene diventerà un carciofo e infine aumenteranno fino a ricreare un gemello identico a lei per peso e dimensioni
– Non respiro bene, mi tolga subito quella cosa
– Mi accingo con gioia
(il medico prende delle piccole forbici chirurgiche)
– Che cosa sono?
– Forbicine chirurgiche
– E cosa ci deve fare?
– Devo asportarle il condiloma
– CON LE FORBICI?
– Con le forbici
– CON LE FORBICI?
– Si
– LEI ME LO TOGLIE CON LE FORBICI?
– Con le forbici
– MA STIAMO PARLANDO DELLA STESSA COSA? IO PARLO DI QUELLO CHE HO ATTACCATO AL CAZZO
– Stiamo parlando della stessa cosa, pensava che usassi una calamita?
– NON C’È UN MODO DIVERSO DALLE FORBICI?
– Potrei usare l’azoto liquido
– …
– Meglio le forbici no?
– Dio mio
– Procedo?
– Dio mio
– Allora procedo, non si muova, non vorrei procurarle un’ emorragia


Atto II
(ingresso di un abitazione, penombra serale, il giovane è al telefono)

– Ciao
– Ciao
– Senti una cosa, allora mi hanno trovato un virus che…
– Che ti hanno trovato?
– Eh, se mi lasci finire
– Dimmi
– Praticamente mi hanno trovato un condiloma
– Ok
– Sul cazzo
– Ok
– Eh
– Dimmi
– Quindi visto che abbiamo fatto sesso non protetto ti volevo avvertire
– Ok, nessun problema
– Mi fa piacere che non te la prendi, mi dispiacerebbe avertelo attaccato
– Ah, ma tu a me?
– Eh
– Ahahah, no, che cucciolo, te l’ho attaccato io, che dolce sei, però grazie eh
– …
– Davvero, un bacione, ciao
– …
– (click)
creste di gallo

Pasolini 40

in cinema/cultura/humor/internet/scrivere/società by

Pasolini

Mellon Collie ha vent’anni. E noi no.

in religione/scrivere by

Viola

Venti anni fa usciva “Mellon Collie and the Infinite Sadness” degli Smashing Pumpkins.
Non credo ci sia bisogno di soffermarsi per l’ennesima volta su quanto stupendi fossero i pezzi, su quanto intenso sia Billy Corgan, o quanto brava (e figa) fosse D’Arcy. Noi che nel 1995 eravamo teenager e/o giovani, la generazione X (si proprio quella di Ambra Angiolini, non si può avere tutto dalla vita) lo sappiamo benissimo. Ai Millenials che per caso non lo hanno ancora sentito, direi che non è mai troppo tardi per smettere di sottovalutare gli anni Novanta e fare un regalo alle proprie orecchie. E ai propri occhi: la copertina dell’album, dell’illustratore John Craig, è un piccolo capolavoro di collage ispirato alla pittura settecentesca, preraffalita, al dadaismo e al surrealismo.
La musica e l’arte hanno, d’altronde il potere di trascendere il tempo e lo spazio. E di permearlo di una bellissima, e infinita, tristezza.

Luca

Quando è uscito Mellon Collie, per me era indubbiamente troppo presto. Lo scoprii piú tardi, ma non troppo piú tardi: Repubblica aveva un inserto musicale dove si parlava della prossima uscita di questi Smashing Pumpkins, e ripercorreva gli album passati. Quello in arrivo era Machina,  e io avevo 12 anni.
A scuola ci si passava la musica tramite cd masterizzati. Con un amico del tennis avevamo l’accordo per cui ogni tanto si comprava l’album originale insieme, e poi in qualche modo uno dei due avrebbe avuto la copia: di sicuro non ebbi Iommi, ma ho tenuto Lateralus. Il colpo di fulmine per Mellon Collie avvenne grazie a un prestito, sempre dello stesso amico.
Ero solito passare il sabato (o il venerdí) sera da una zia. Per uno cresciuto fuori città, una zia ospitale, di compagnia e discreta era una complice perfetta per tornare a casa la sera dopo un tardo pomeriggio in centro: usavo lo stereo del cugino espatriato per ascoltare la mia – a volte, ammetto, anche la sua – musica: il piano dell’intro del primo cd di Mellon Collie nella mia testa non è districabile da quel salotto arredato con un gusto decisamente retró.
Quindi uscì Machina. Ricordo l’album nuovo e la moda di vestire robaccia della ADIDAS. Non più tardi dell’estate, le tv musicali erano piene di speciali su Billy Corgan e rimandavano a ruota i grandi classici: quasi tutti da Mellon Collie. E quasi tutte dal primo cd, dawn to dusk. Un amico piú grande, proveniente da un altro mondo dati i  suoi “quasi 18 anni”, propose di andare a vederli dal vivo: Palaghiaccio di Marino, Roma, 26 Settembre. Siccome la mia etá non rendeva possibile il viaggio secondo qualsiasi criterio di ragionevolezza, feci una cosa irragionevole: comprai il biglietto del concerto e quello per Roma indebitandomi, e mi presentai a casa a fatto compiuto. L’espediente, combinato a una serie di fattori rassicuranti, funzionó. Come spesso capita, si va al concerto di qualcuno ascoltando in fissa qualcun altro: allora credo fosse questo, ma se vi sforzate un poco Corgan si vede comunque.
Poi venne l’autunno e le canzoni del secondo cd sembrarono piú appropriate. D’altronde, era appunto il disco notturno, twilight to starlight. Non so se sia il cambiamento tecnologico o l’età, ma che un album attraversi così bene le stagioni non mi è più capitato.  A proposito, portate indietro le lancette: da domani fa buio piú presto.

Rosario

Mellon Collie And The Infinite Sadness. Malinconia e infinita tristezza. Gli unici sentimenti che ti sembra sensato provare a 16 anni, quando è uscito Mellon Collie. Perché Mellon Collie È avere 16 anni, lo è sempre stato e sempre lo sarà. Mellon Collie sono le tute acetate indossate in maniera scriteriata per uscire di casa, sono le Nike ed è Michael Jordan, è Ronaldo e Romano Prodi, è Clinton, è il modem 56k, è tutta la nostra vita, sarà sempre la nostra vita. Mellon Collie è dolcezza, è rabbia, è sentimentalismo patetico, è lirismo insensato, è bellezza che improvvisamente ti entra nelle vene con un semplice believe in me as I believe in you. Mellon Collie sono le urla di una presunta rivalsa di Fuck You (An Ode To No One) e il cuore che ti si spacca in mille pezzi di Thirty-Three. È la rabbia di un ratto di una gabbia e il fallimento di vedere chi ami che butta via il proprio amore, i segreti dei suoi sogni. Mellon Collie compie venti anni, ma non li ha mai avuti, non li avrà mai. Mellon Collie siamo noi, Mellon Collie saremo per sempre noi.

Qualcosa su Rodari

in scrivere by

A: Ciao, scriviamo qualcosa su Gianni Rodari?

B: Stai scherzando? E’ ancora vivo?

A: No, ma oggi avrebbe avuto 95 anni.

B: Io non so una minchia di Rodari, tranne che scriveva bei racconti che fanno ridere e che era comunista.

C: Che è il motivo per cui io, giovane virgulto di buone letture, leggevo Tolkien e non lui.

D:  Ma poi sei diventato comunista lo stesso, no?

E: Bello rodari heart emoticon (cheppalle tolkien wink emoticon)

C: è stata un’influenza passeggera, perché le basi erano solide.

D: Su Rodari c’è il rischio serio di trovarsi a scrivere un articolo con Serra e Gramellini.

F: Oggi Rodari, domani Sepulveda.

A: Cristo, NO. Rodari scriveva per bambini ed era un fico sulle tecniche umoristiche, Sepulveda sarebbe mediocre anche stesse in zone politiche meno sbagliate.

C: E dopodomani Pasolini.

B: Si inizia con Rodari e si finisce per celebrare Pol Pot, vergognatevi!

G: Ma Rodari chi, quello della Banda della Magliana?

H: Io so qualcosa su Gianni Risari, candidato sindaco con l’ulivo a Crema, ma di Rodari nulla.

I: Peraltro per un lungo periodo delle elementari ero convinto che Gianni Rodari fosse il mio maestro di religione. Era un gran porco il maestro Gianni, si faceva fare i massaggi dalle bambine e ci tirava i rotoli di carta igienica.

E: Anche Gianni Boncompagni non era male. Un mondo di grandi Gianni.

H: Gianni, l’ottimismo vola!

F: No, il più ottimista dei Gianni è il Morandi.

J: Tra i Morandi preferisco quello vero: Giorgio.

C: Per quanto su Morandi Z ha ieri detto una cosa importante.

A: Si però sarebbe un altro post.

*** UPDATE***

K: Gianni Rodari mi ricorda le mie elementari, quando mi incazzavo tantissimo perché ero convinta che anche io sarei riuscita a scrivere storie come le sue, vecchio bastardo.

 

Soundtrack: System of a Down – Toxicity

Il caporalato è legale?

in scrivere/società by

” Ricevo e pubblico:

“Il cadavere rende tutto legittimo”
G. Anders, L’odio è antiquato

Italia – Piemonte – Carmagnola ore 6.00 del mattino: un ragazzo dai tratti slavi sui 40 anni fuma mesto e con espressione affranta quella che fu un tempo una cicca… “ Ciao, è successo qualcosa ??? Hai bisogno di aiuto???”, e lui con accento dell’Europa dell’est : “ Si io bisogno lavorare, oggi no per me, già passato Capo Cecco, già chiamato miei amici, no lavoro per me io chiesto 5 euri ora lui detto me troppo, riprova domani”, e io “Come 5 euro all’ora???Per fare cosa??? Per quante ore???”, e lui: “Raccolta verdure, peperoni, 10/11 ore!!!”…

Italia – Calabria – Rosarno ore 5.00: un ragazzo nord africano seduto sul ciglio di una strada, appoggiato a quello che rimane di un cartello stradale scambiato per un bersaglio da tiro a segno… “Amico che fai li a quest’ora??? Stai bene???”, e lui: “ Si io stare bene, aspettare Capo per andare lavorare!!!”, e io: “Che lavoro??? Dove???”, e lui  “Arance, frutta, qui tutta frutta arance!!! 20/25 euro una giornata fino sera!!!”…

Italia – Lombardia – Milano ore 11.00: a colloquio con il responsabile Ufficio Turni di una grande azienda di trasporto pubblico… “ Ciao A., ti avrei portato alcune proposte di modifica ad alcuni turni perché abbiamo riscontrato che ci sono delle anomalie, ad esempio non è stata inserita la pausa pranzo, poi questo servizio lungo 10 ore senza pausa lo si potrebbe riassemblare così, in modo tale che diventi lungo 8.30 ore garantendo un minimo di refezione al personale!!! Poi visto che ci siamo avremmo da proporti questa serie di modifiche al turno mensile perché ci siamo accorti che tra i due stabilimenti ci sono delle differenze di produzione; a parità di servizi da erogare, nell’impianto B cinquanta agenti lavorano al 140% con quote straordinario e nell’impianto C settanta agenti lavorano al 60%, non sarebbe meglio ridistribuire la produzione tra i due impianti in modo tale che gli agenti di ogni impianto lavorino al 100%???”, e lui, responsabile dell’ufficio turni ( sopra di lui appena l’A.D.): “ Heeee ma sai, avrei le mani legate!!! La proposta è buona ma come tu sai nell’impianto B la XXXX è il sindacato più forte e non posso andargli contro, nel tuo impianto C invece siete tutti iscritti all’ OO.A.A. , che tra l’altro non ha voluto firmare il contratto di secondo livello, quindi come faccio??? Non posso mettermi contro la XXXX, però questa vostra proposta è molto buona sai ??? Magari se me la faceste recapitare dal segretario provinciale della XXXX o della YYYY, loro possono sponsorizzare molto di più!!!”, e il lavoratore: “ Ma scusa, il mio sindacato è vero non ha firmato il contratto perché non dava abbastanza garanzie e seppur sindacato autonomo rappresenta l’80% dei dipendenti, quegli altri in tre arrivano appena a rappresentare il 20%, forse,  perché non devi tener conto di questo fattore???”, e lui nel modo tipico di chi ha fatto carriere in azienda sfruttando il sindacato: “ Heee nooo, non posso assolutamente, ho le mani legate”….

Italia – Lombardia – Crema ore 10.00: AAA Cercasi personale per cucina e sala per apertura nuova birreria e griglieria, per candidature rivolgersi a Tizio presso Camera del Lavoro….

Piazza del Duomo – Ore 18.15:  “Domani vai e ti presenti alla Camera del Lavoro. Hai l’appuntamento con R. Io ci ho già parlato e lui ti aspetta. In ogni caso ricordaglielo e fai il mio nome”. (“Mah!!!”)….

(L’indomani) Camera del Lavoro – Ore 10.00: “Salve, sarei venuto per la candidatura per il lavoro presso la birreria che deve aprire a giorni. Ho un appuntamento con il signor R.” – Risposta: “La mando subito dal segretario provinciale”…. (“Mah!!!”)… “Salve, piacere N., mi hanno mandato da lei per la candidatu…” – “Haaa sisisisisi, allora sisisisi quanti anni hai??? Disoccupato??? Esperienze lavorative??? Heeemmm per caso sei mai stato iscritto o hai intenzione di iscriverti al sindacato??? Questo sindacato!!!”, e N.: “Veramente non sono mai stato iscritto al sindacato, sono sempre stato disoccupato, da quando mi sono diplomato!!!”, e lui “ Haaa ma non c’è alcun problema guarda!!! Metti due firmette qui e con la tua copia vai li alla birreria, vai dal signor B. a nome mio e gli dici che hai già parlato con me , che hai fatto già tutto con me e poi ci pensa lui!!! Ciao Ciao Cia Cia”…..

Nei primi due casi il caporalato è illegale, negli altri si aprirebbero (il condizionale è d’obbligo) vie di criptolegalizzazione fattuale basata su usi e consuetudini in potenza più frequenti di quanto si potrebbe pensare.

L’annichilimento della dignità umana assumerebbe (il condizionale è d’obbligo) un peso differente se praticato da chi, per antonomasia, è dedito a questo tipo di relazioni lavorative o se, invece, praticato da chi, sempre per antonomasia, dovrebbe per statuto tutelare istituzionalmente i lavoratori, a maggior ragione dietro il pagamento di una tessera mensile… Come dire, un conto è se a picchiarti in nome del nazifascismo è un nazi/fascista che si reputa e declama tale, tutto un altro è se a picchiarti in nome del nazifascismo medesimo è un nazi/fascista che si reputa e declama antinazi-fascista !.

Italia – Gran Sasso – Crognaleto. “Li hai portati i soldi?“, “Si, ma stavolta mi dovete dare il passaporto e gli altri documenti che mi avete rubato. Questi erano patti. 2 mila euro e mi restituite tutto. Sono otto mesi che lavoro qua sopra su montagne. No vedo nessuno. No incontro nessuno. Devo tornare da mia famiglia in Macedonia“. “Se vuoi rivedere tua famiglia devi fare quello che diciamo noi. Lavora con pecore e no rompere cazzo. I 4 soldi che guadagni li dai a noi. Se no paghi ti spariamo. O peggio ti denunciamo. Poi documenti. Tu qui no sei nessuno“. Incattivendo lo sguardo e portando il dito tra la bocca ed il naso ad indicare di fare silenzio, l’albanese trancia ogni altra eventuale replica di B., da mesi sotto scacco del racket che colpisce i pastori clandestini che popolano come fantasmi parte delle montagne abruzzesi.

Un cadavere rende tutto legittimo quando l’attualità viene percepita come esistenza inconsapevole, quando i multiformi aspetti delle società contemporanee vicinissimi e diversissimi, non interagiscono però tra loro. L’evidenza abbagliante del sopruso e la dilagante demenzialità crudele che si costituisce in pretesa “Razionalità” legittima e normativa, hanno le fondamenta di una palafitta. Il male genera male e a questo non si sfugge. Anche se sei un dio che cammina a tre metri da terra estraneo al lato cattivo di ciò che si muove attorno a te, il male ti verrà a trovare, inaspettato e sconosciuto, alle spalle, quando starai pensando ad altro, quando starai programmando altro. Ti verrà a cercare perché hai contribuito ad allevarlo,  perché, in un modo o nell’altro, sei stato suo complice.

Frank Dla

Ogni riferimento a fatti e persone sopra menzionati sono puramente casuali e non fanno riferimento ad alcun evento realmente accaduto.

Una cena d’arte col Cardinale

in arte/cibo/scrivere by

In una brumosa giornata di ottobre del 1543, sul calar del sole, gli eleganti Giulio, Tiziano e Lapo si accomodavano affamati alla tavola della rinomata Locanda del Cardinale Innocenzo Cybo.
Il gusto del cardinale nel pianificare vivaci occasioni conviviali era ormai divenuto proverbiale quanto il suo amore per le belle arti. Così, mentre quella sera gli ospiti lo attendevano, l’oste cominciava a servire la cena.


 

Parte 1 – LE ORDINAZIONI

O: Benvenuti! Rimanete in sala per cortesia, ché beccafumi chi si avvicina troppo alla cucina. Cominciamo con un Martini come aperitivo? O del vino?

I signori optano per il vino e l’oste si allontana.

T: Ho una fame che mi mangerei una mondrian di bufali!
G: Io mi accontenterei di un pollaiolo.
L: Deh! D’altronde, come si può campare sangallo e sansovino?

O: [di ritorno] Ecco la lista dei vini. Se posso permettermi consiglierei un Vernet o un Fragonard. Altrimenti abbiamo dell’ottimo Passignano, se gradite calici più profumati.
L: Preferirei qualcosa di più robusti: ve lo chiedo senza milizia.
O: Ci sarebbe allora un Masaccio, o un corposo rosso fiorentino.
G: Meglio due boccioni di vino di Castello.
T: Addirittura due? Se continua così facciamo la fine del Trittico degli embriachi.
O: Vogliate scusarci, ma in effetti ne son rimasti solo due botticelli da mezzo litro.
L: [bisbigliando] qui non riusciamo a cavare un cassiano dal pozzo.
G: Vada per due botticelli. E nell’attesa ci porti anche un tozzo di panofsky.

L’oste provvede ed è nuovamente in sala.

O: Prego, mi sono permesso di portarvi un antipasto marinetti e monti per ingannar l’attesa. Come primi abbiamo degli strozza preti piacentini con pomodoro appena colto dal fattori, quadrucci in brueghel o una lasagna tagliata un po’ cortona.
G/L: [in coro] Lasagna!
T: Io invece gradirei l’ottima minestra.
O: Bene. Di secondo c’è un coscio di pollock, coratella di reni, carrà d’agnello affumicato, o saltimbocca ai ferri.
LPollock, per me.
T: Per me saltimbocca, per favore.
O: Li preferisce soffici o ben cotti e dürer?
TDürer, grazie.
O: Quanti?
T: Me ne porti sette o giotto.
G: Io invece prendo il carrà. E prendo pure un uovo sodo ma non troppo cotto; anzi, meglio, all’occhio di cimabue.
L: Attento che finisci come il mangiafagioli del Carracci… o peggio ancora come il Correggio!
[risate]
O: Benissimo. La carne, se gradite, si potrebbe accompagnare con un pontormo di ciardi, oppure di zucchi. O di zuccari, se preferite.
T: Se si potesse avere una cima (di rapa) da Conegliano sarebbe splendido. Noi veneti ne andiamo ghiotti.
G: Porti tutto, allora; poi ci organizziamo noi.
O: Bene. Dimenticavo: di solito lasciamo gli ospiti liberi di mangiare il pollock con le mani ma stavolta il cardinale mi ha pregato di riservarvi queste forchette informali. Le ha disegnate un certo Capogrossi. Torno subito.
[Si allontana]

 

Parte 2 – IL BANCHETTO

G: Quest’antipasto è uno schifano!
T: Giulio, dobbiamo essere gentileschi con il cuoco. Non vogliamo far torto al Cardinale: i tuoi giudizi sono sempre troppo severini.
L: Tiziano ha ragione. L’ultima volta che ho cenato in un locale del Cardinale mi son trovato molto benjamin: faccio ancora fatica a dimenticare quella bistecca di manzù
G: Secondo me avremmo fatto meglio a prenderci un modigliani al prosciutto, al volo. Mannaggia a quando rosai accettare l’invito. E poi qui fa un freddo cane.
T: C’è corrente: colpa della porta che è rimasta aperta. Tieni, mettiti questa pellizza da volpedo.
L: Ma queste cosa sono? Haring affumicate? Non hanno un bell’aspetto, forse Giulio ha ragione a non fidarsi. È strano poi che il Cardinale non si sia ancora fatto vivo.
G: Io vi avevo avvertiti. Qua è tutto un magnasco. Bisognerà farnese una ragione.
T: Giulio, sei una vipera. Anzi, una serpotta. Dobbiamo soltanto essere contenti se siamo seduti qui a mangiare. Lapo, dove sta il sale?
L: Ma che sei guercino? È lì, non lo vedi?

L’oste riappare, mettendo in tavola le portate principali. Gli ospiti cominciano a mangiare.

L: Debbo ricredermi, con queste portate si sono salviati. Questa lasagna è cotta in un modigliani impeccabile.
T: Tieni. Mettici un po’ di parmigianino.
L: No, grazie: Miróvina il sapore del sugo.
T: Ecco, credo di aver già mangiato troppo. Mi sento come un baburen nello stomer che non va né su né giù. Finirà con un biedermeier di proporzioni cosmiche, nella latrina.
G: Altrimenti dovrai prende qualcosa pe’ dimagritte.
T: Dovrò andare dal dottori?
L: Ma no. Basta non esagerare con i burri e con gli zuccari.
G: Ormai nun c’è pensa’. Magnamo.
L: Sono d’accordo con te, Giulio. Ma smettila di parlare romano, suvvia.

 

Parte 3 – L’EPILOGO

T: Oste! Oste! Un’altra carafa di vino, subito!
O: [rientrando di corsa in sala] Bianco o rosso?
T: Basta che sia cangiante. Non ho mai gradito le tinte tonali.
L: Voi veneti coi colori siete incorregibili. Ci porti dEl Greco di Tufo.
O: Bene. Devo però darvi una cattiva notizia. I saltimbocca non ci sono. Potrei sostituirli con del carpaccio al limonge.
G: Madonna Sistina! Non solo il Cardinale ha deciso di non presentarsi ma lascia che l’oste si prenda gioco di noi!
T: Neanche avessimo ordinato un Carneplastico futurista…
L: Calma, signori! Oste, porti il carpaccio e non si curi delle insolenze di questi due barberini.

L’oste, allarmato, fugge in cucina e torna servendo tutte le portate.
Turbato però dagli aspri giudizi dei commensali rimane in sala per verificare che tutto proceda per il verso giusto; ma ci vuole poco perché le critiche gli facciano perdere le staffe.

L: Non sento commenti. State dando dei cennini di stanchezza o sbaglio?
GArp! Hirst! Lewitt!
L: Cos’hai? Il singhiozzo?
G: Sto scomodo. Dev’essere lo zenale della sedia.
T: Oste! Oste! C’è un caravaggio nella minestra.
G: E lì c’è un vermeer, nel pomarancio! Che schifano! Passami l’olio di Argan, Lapo.
T: Che ci devi fare? Hai paura che il carpaccio cigoli?
G: Oste! Madonna Colonna! La carne è troppo tura!
O: Basta! L’avete ordinata e adesso vela mangiate! Razza di grassi vanvitelli che non siete altro!

Giulio balza in piedi sguainando la spada.

G: Lapo togliti dalì! Stavolta lo infilzo!
L: No, Giulio! Fermo!
G: Spostati che gli taglio il pistoletto!

L’ostentata pacatezza di Lapo non basta a placare il romano che, accecato dall’ira, sguaina la spada e fa a brandelli il malcapitato locandiere.

G: Anvedi come l’ho sgozzato! Madonna del Cardellino! Manco fosse stato Oloferne!
T: Sapevo che sarebbe finita malevic anche questa volta.
L: Non si può mai prevedere cosa si celant dietro a una cena dal Cardinal Cybo.
T: E ora che facciamo?
G: Non so voi, ma io cambio locanda. Ho proprio voglia di un cappuccino tiepolo.

 

Testo a cura di Ivan Alen, il suo ineffabile padre e Tad A.
Le imprecazioni di Giulio sono tratte dai titoli di celebri madonne dipinte da Raffaello Sanzio.

Agli albori delle scie chimiche

in musica/scrivere by

Siamo su un cavalcavia. Le automobili si fermano. Le persone scendono. Sullo sfondo un tramonto bellissimo, il tramonto incantevole che si pensa sia dovuto ai resti chimici dell’evento tossico aereo nell’atmosfera.(*)

Monica e Harry sono folla, guardano le scie chimiche nel cielo, “le linee dritte” come le chiamano loro.

Le grandi immagini parlano sempre.

Era il 1981 e già erano tra noi.

Evocanti libertà, amore e gioia di stare insieme, fissarle equivaleva ad incantarsi di fronte un tramonto africano.

Gli sguardi erano quasi morsi leggeri.

Le “linee dritte”, in quell’inizio di decennio, cos’erano se non voglia infinita di illudersi, scoglio lontano cui aggrapparsi quando ti esplodeva tutto dentro, tracce da seguire per cercare un altro mondo. C’eri tu seduto al bar, a fumare una sigaretta, con lo sguardo rivolto verso di loro. E tutto il mondo si rinchiudeva lì. Come un cane con il suo osso.

“A volte, quando mi sento solo, anche se non ci credo, mi metto a pregare. E poi, quando passa, capisco che quel che resta siamo noi”, confessava Harry a Monica.

Cast your eyes towards the east or west
And watch for lines above your head
“Can´t say it worries me now” he said,
“for it may never come”.

But I see direct lines,
see direct lines across the sky.
And I see direct lines,
see direct lines across the sky.

Laws won´t help you now
No voice, no rights
No governing body
Women and children first
and each man for himself.

But I see direct lines
See direct lines across the sky
etc….

Il Nuovo Ordine Mondiale non ha fretta, sa aspettare. Trasforma il controllo climatico in uno spettacolo romantico. Scia dopo scia. Aereo dopo aereo. Passeranno altri 16 anni prima che qualcuno se ne accorga.

Forse non sono poi tanto svegli, questi teorici della cospirazione.

Ma le grandi immagini, ricordi?, parlano sempre.

E adesso strillano.

Le leggi non ti aiuteranno ora: nessuna voce, nessun diritto, nessun organo di governo.

Tra qualunquismo e reddito imponibile, a notte fonda urlerai anche tu per questo enorme squarcio nel cielo.

Invocare l’esercito, la protezione civile, vigilantes privati, non servirà a niente.

Anche il sonno è vita.

Prima le donne e i bambini, e che ciascun uomo provveda per se stesso.

 

 

L’antiedipo infunzionale che ne fa le veci

in cinema/scrivere/società by

“(…) Crepa pezzo di merda, e vai a succhiare cazzi in aereo.”

Message to Harry Manback, Tool

“Perché ti lascio allora Michele? Dimmelo”
“Perche’ quello dice parole assolute, incantate, con le quali non si può resistere alla tentazione di scommettere”

(Tratto da Metti una sera a cena)

Dedicato alla memoria di Alberto Grifi e Claudio Caligari

BrEVITà. La brevità è una delle virtù della scrittura professionale ed elemento essenziale della scrittura online. L’accoppiata vincente è questa: brevità più chiarezza. Un testo breve ma incomprensibile non serve a nessuno, ancor  meno un testo chiaro, ma lunghissimo. Lo scrittore professionale non scrive per suo piacere. Scrive perché i suoi clienti o la sua azienda ottengano degli obiettivi precisi: comunicare bene con i dipendenti, descrivere con efficacia i propri prodotti e servizi, convincere fornitori e clienti, parlare con le istituzioni o con la stampa. Riuscirci facendo perdere agli interlocutori meno tempo possibile è naturalmente un bel valore aggiunto. Di qui l’importanza di testi brevi e sintetici, che arrivino dritti all’interlocutore e all’obiettivo.(x)

A:”Sta arrivando un’ondata di caos senza precedenti.”
B:”Ah si? Pensavo di essere finito dentro un quadro industrial che ne fa le veci.”
A:”Ma quale brevità, adesso qua combino un macello.”
B:”Perchè?

La rivoluzione industriale fu anche una rivoluzione energetica: il carbone soppiantò la legna come principale fonte di energia. Grazie alla combustione del carbone e al perfezionamento della macchina a vapore, si produsse energia meccanica capace di fare funzionare le prime macchine industriali e, successivamente, i primi mezzi di trasporto a vapore. Degli otto anni della presidenza Reagan, Bush ereditò un buco di circa tremila miliardi di dollari causato sia dall’aumento stellare della spesa pubblica, in particolare quella militare, sia dalla drastica riduzione dell’imposizione fiscale.Il posto più strategico dell’Italia è la Sicilia. Dalla Sicilia transitano i fondamentali cavi sottomarini che connettono l’Europa con tutto l’Oriente ed il Sud America: il controllo di Telecom Italia cui fa capo la rete fissa e le linee transoceaniche (Telecom Sparkle) è fondamentale per Washington. La crisi iniziata nel 2008 è molto simile a quella del 1873-96, ossia dalla fine della centralità inglese e dallo scoordinamento avvenuto per l’avvento del multipolarismo (Usa, Germania e Giappone nuove potenze in crescita) con tendenza verso il policentrismo conflittuale acuto della prima metà del ‘900. L’attuale fenomeno migratorio non potrà essere bloccato con misure di ordine pubblico. E’, tecnicamente parlando, un fenomeno epocale inarrestabile che nasce dalla disperazione di chi vuole e non può vivere. E se invece si trattasse di un fenomento tutto strumentalizzato ed utilizzato per destabilizzare l’Europa? Se l’emigrazione “selvaggia” dall’Africa verso l’Europa fosse vastamente organizzata, pagata e non poi così disordinata? Tutte le religioni e gran parte delle ideologie politiche e delle forme di cultura, altro non sarebbero che una risposta paranoide, ossia illusoria e delirante, allo «shock originario» causato dalla «scoperta» della irreversibilità dell’evento della morte. Il valore ed il successo di un uomo si dovrebbero giudicare da ciò che egli dà agli altri o da ciò che riceve dagli stessi, in entrambi i casi incomparabilmente? Berserk è un manga scritto ed illustrato da Kentaro Miura. Le vicende si incentrano su Gatsu, un guerriero maledetto costretto a vagare senza sosta per sopravvivere e trovare vendetta. La storia esplora il meglio ed il peggio della natura umana. Le tematiche principali sono l’illusorietà del libero arbitrio, il destino dell’uomo, l’istinto di conservazione, l’onnipresenza del male.Nell’attuale psicoautomatismo recettivo comunicativo socialmediatico, la tolleranza o la stessa libertà di pensiero sono solo vuoti concetti sminuiti ed addebitati con disprezzo ad ingenui o farabutti radical chic. Ma quando queste conquiste umane verranno a mancare, tutti quelli che se ne infischiano o credono di infischiarsene oppure troppo assillati da altre privazioni per ricordarsi che esistano, la vita anche e soprattutto per loro, ad un tratto, diventerà uno straccio. Repeat: Diventerà uno straccio, sappiano essi o non sappiano spiegare a se stessi il perché.(y)

AnTIEDIPo InSUFFICIENTe. Desiderio contro Legge. Il corpo come macchina desiderante contro l’obbedienza cieca alla Legge repressiva e mortificante. Il corpo come fabbrica produttiva del godimento pulsionale contro gli istinti di castrazione eteroancorati nell’inconscio. La spinta impersonale e deterritorializzante del desiderio contro la tendenza conservatrice e rigida del potere e delle sue istituzioni. La liberazione dei flussi della pulsione in una prospettiva di naturalizzazione vitalistica dell’ umano contro il culto rassegnato e avvilente del principio di realtà.(z)

franco minkia antiedipo

VeLOCITà. Un asino e una volpe, che avevano fatto società tra loro, uscirono a caccia e s’imbatterono casualmente in un leone. La volpe, cogliendo al volo il pericolo che li minacciava, gli si avvicinò e promise che gli avrebbe consegnato l’asino, se le avesse garantito di risparmiarla. Quando il leone le ebbe dato la sua parola a questo riguardo, la volpe condusse l’asino a una trappola e ve lo fece cadere dentro. Ma il leone, sicuro che l’animale non poteva fuggire, prima catturò velocemente la volpe, poi passò all’asino. Così quanti tendono tranelli ai compagni non si accorgono di trascinare spesso anche se stessi alla rovina.(v)

Un albero è caduto e sta in mezzo alla strada. Le macchine non possono passare.

Chi è stato eletto capo dovrebbe dare l’ordine per farlo cacciare. Le opposizioni gli dicono che lo devono cacciare al più presto. Il capo, però, non dal’ordine, anzi, con il tono da capo dell’opposizione, dice che la colpa è dei vigili che non lo tolgono. Lui l’ordine l’ha dato, ma i vigili provano che non possono agire in quanto l’ ordine riguarda lo sgombero di copertoni usati in un posto dove non ci sono mai stati copertoni usati.“Sto al governo ma mi atteggio a capo dell’opposizione. Do la colpa a gli altri per le cose che non funzionano. Do la colpa all’opposizione che addito come responsabile delle cose che non migliorano. Io che dovrei migliorare la vita dei cittadini e che vengo pagato per questo, siccome non lo riesco a fare mi invento una scusa fantastica. Di quello che non riesco a fare do la colpa agli altri. Il partito perde? È colpa della minoranza, non di chi lo guida. Il governo non fa le cose? È colpa dell’opposizione. E quindi voglio, pretendo, per essere più efficace, più potere. Via la minoranza. Abolire le elezioni altrimenti c’è sempre una minoranza che dice che ci sono le cose che non vanno bene. Sto impazzendo. Non so più come fare, che scuse trovare. Sono terrorizzato. MAMMAAA AIUTAMI, MAMMA TI PREGOOOOO. Devo mantenere la calma, devo inventarmi altre scuse. Devo continuare a ridere sempre. Sforzarmi di ridere sempre. Non devo avere mai un cedimento. Ma fino a quando!? Fino a quando,Maledizione! (Sbatte i pugni sul tavolo). Fino a quando, porco il mondo!!!”

 “Non avrai altra scelta all’infuori di me. Fuori di me c’è la morte e la pazzia. Anche se deprederai tutto ciò che potrai depredare e lo farai tuo. Anche se raggiungerai tutti i tuoi obbiettivi ed i tuoi scopi, all’infuori di me ci sono la pazzia e la morte. Se non vuoi soffocare, anche per te che nemmeno sulla cima verrai a capo di niente, l’unica scelta che hai a disposizione sono io. Sono infunzionale. Sono tornato. Sono asimmetrico”.

“(…)Le principali preoccupazioni di Washington rimangono il Medio Oriente e il confine tra la Russia e la penisola europea. Non sono soltanto i soldi che fanno la potenza di una nazione, anzi esiste qualcosa di più determinante come l’azione strategica per la supremazia politica e militare. Infatti, gli intrecci finanziari fortissimi tra Cina ed Usa continuano ad essere presidiati dalla predominanza militare americana che Pechino non è in grado di mettere in questione. Diverso è il discorso in Europa, dove la presenza della Russia, economicamente meno vitale della Cina ma sicuramente più avanzata politicamente e militarmente, è motivo di grande preoccupazione per la Casa Bianca. Un saldamento degli interessi di Mosca con quelli europei rappresenta uno spauracchio poderoso per gli alleati d’Oltre Atlantico, in virtù di un motivo molto semplice: dalla fusione di istanze tutte continentali potrebbe nascere quella massa critica geopolitica in grado di compromettere l’egemonia americana tanto in Europa che nelle zone viciniore del Nord Africa e del Medio Oriente.(…)Così spieghiamo meglio l’aggressività della Nato nel cosiddetto “estero prossimo” russo ed il suo espansionismo verso egli ex satelliti sovietici. L’occupazione militare delle nazioni Baltiche e di quelle dell’ex patto di Varsavia da parte dei marines, che si portano dietro armi pesanti e ordini bellicosi, sta diventando un problema serio per Bruxelles, incapace d’ imporsi con l’alleato in casa sua. Inoltre, il dislocamento di missili orientati contro Mosca, posizionati sul suo territorio, rischiano di trasformarla in un potenziale campo di battaglia per le mire e le diatribe altrui, senza che essa possa mettere becco. Da tutta questa situazione l’Europa trarrà unicamente svantaggi se non saprà ricollocarsi nei nuovi orizzonti. La posizione del vaso di coccio tra incudini di ferro non è quella migliore da assumere in questa fase di rimodulazione dei rapporti di forza internazionali e di scoordinamento generale degli equilibri mondiali che farà esplodere contraddizioni e conflitti quasi ovunque.(…)”(y)

La maggior parte dei paesi europei ha al suo interno una presenza militare statunitense molto forte ed al momento l’Europa non possiede una sua autodeterminazione militare. L’Ue però dipende anche dal punto di vista energetico dalla Russia. Francia e Germania soprattutto, per questioni di accordi commerciali, risorse energetiche e sbocchi imprenditoriali sono legati alla Russia.In Europa è in atto una guerra tra Intelligence senza precedenti.

La narrazione renziana è ancora efficace? No. Cresce Salvini che è filo Putin. Silvio è amico personale di Putin. Pd=Governo=Renzi=Usa. E se Renzi dovesse perdere o cadere? Pd governa quasi tutte le regioni del paese. Ha una solida maggioranza in parlamento. Qualora non dovesse cadere prima, se non prendesse 40%, riuscirebbe a vincere in un eventuale ballottaggio? I 5 stelle grazie alle riforme Renzi, non solo non sono scomparsi, ma si sono radicati territorialmente. Più Renzi governa e ride, più i 5 Stelle crescono. A Renzi tra l’altro stanno arrestando mezzo partito e classe dirigente locale. I 5 stelle hanno posizioni molto critiche sull’euro e sull’attuale piattaforma europea. In una situazione del genere, gli Usa punteranno su di loro.

                                                                                                   

(w)

So di una piaga, di una luce, di una lente, ma poi…
Si rincorrevano nell’angolo, ma poi…
I calci sullo stomaco, l’affacciarsi apologetico, quando la cenere si sparge sopra i tuoi occhi drogati,piani di spargimenti, sulla schiena passa la lingua, la carne, la lingua, la prova segregata della lisergia, la fica.

Profilo rosso dell’ogiva, ventata malata, ti ripaga facendoti schifo.
So di uno sterminio di bocche nei cessi, il trono dell’amore.
Hai le mani sulla faccia, una ragione mentita allo specchio, una corda per impiccare la restaurazione terminale.

A:“Il desiderio poi divenne la Legge. Il desiderio divenne il Limite. Per neutralizzare lo scontro, il Limite si travestì di Desiderio. La Castrazione di soddisfazione pulsionale. Un’occupazione del territorio opposto come stratagemma autoassolutorio. Prova a deterritorializzare ma di sicuro ti hanno occupato anche il deterritorio tramite gli psicoautomatismi algoritmici finanziari. Come lo oltrepassi il Limite se il Limite stesso ti si propone come l’unico mezzo che avresti dovuto usare per oltrepassarlo?”
B:“Mi alleo con il nemico. Mi alleo con la Castrazione che per rigenerarsi automaticamente diventa nome della vita che rigetta ogni forma di se medesima e macchina pulsionale che gode ovunque.”
A:“Devi partire da un presupposto: se sei forte annienti, se sei forte non hai bisogno di mimetizzarti. Ti mimetizzi per sedare e mettere a bada. Occupi, circondi, immobilizzi.Ok, ma se sei forte, annienti. Non devi circondare, immobilizzare, occupare. Ciò significa che ciò che sottometti ti serve. Ha una funzione. E’ per te ‘funzionale a’. E nell’essere ‘funzionale a’, tu ne diventi dipendente. E quindi sei fottuto. Anche se occupata, circondata, immobilizzata, è più forte di te perchè tu ne dipendi. Ti serve.”
B:“Ma cosa?”
A:“La funzionalità. E’ lei che ti fotte. E’ lei che mortifica ed annichilisce il tuo sacrificante adattamento al principio
di realtà. ”
B:“Senti… Guarda che i lettori vogliono distrarsi, non pensare a queste cose. Devono pagare il mutuo, non scopano, mangiano merda tutto il giorno, sono comandati a destra e sinistra. Vogliono svagarsi, capisci?, non sentire questa roba.”
A:“Hai ragione.”

C:“Ma vai a cagare va, coglione.”

D:“Ma vattene affanculo, idiota.”

Il post trae liberamente ispirazione da La Verifica Incerta di Gianfranco Baruchello ed Alberto Grifi.

Soundtrack1:‘Not Dead’, Berserk!

Soundtrack2:‘Fetal Claustrophobia’, Berserk!

Soundtrack3:‘Macabre Dance’, Berserk!

Soundtrack4:‘Come back’, Owls

Soundtrack5:‘Hide and Seek’, Owls

Soundtrack6:‘Strange Kind of the Beauty’, Owls

Soundtrack7:’Tone Poetry’, Black Swan

Soundtrack8:‘Rosetta stoned’, Tool

Soundtrack9:‘Bellezza’, Marlene Kuntz

Soundtrack10:‘ Radar King’, Mugstar

Soundtrack11:‘He has left us alone, but shafts of light sometimes grace … ‘, A Silver Mount Zion

Soundtrack12:‘Message to Harry Manback’, Tool

Soundtrack13:‘Ape Regina’, Marlene Kuntz

Soundtrack14:‘Atlantide’, De Gregori

Il Cunto dei Contenti

in scrivere by

“Sono arrivati addirittura con gli elicotteri. Non ti immagini quanti erano. Si tratta di quelli che sono sempre contenti. Hanno cominciato a schiamazzare dall’alba con la parlantina sciolta:

Va tutto bene. Tutti i problemi sono stati risolti. Si vive meglio. Le cose sono migliorate. Tutti quelli che vi parlano di problemi sono degli sfigati. Guardate questo bambino morto! Venite! Toccatelo, è un bambino morto, lo abbiamo appena ucciso noi, non è una cosa brutta, un bambino morto da oggi dovrà essere una cosa bella. Guardate i suoi genitori come sono positivi e contenti che gli abbiamo ucciso l’unico figlio che avevano. Non ne potranno avere altri. Mai più. Eppure sono contenti. Contenti come noi. Ridiamo insieme ad alta voce. Se vedete un bambino morto dovete ridere ed essere contenti. Questa è la vera rivoluzione. L’abbattimento del logos attraverso un finto logos della contentezza. Neuromarketing, ipnomassa e artifizi dialettici senza significato lanciati come colpi di carri armati che distruggano per sempre il significato delle cose e la contingenza spiacevole. Vogliamo che l’infelicità sia e dia contentezza, gioia e serenità.

I Contenti camminavano nell’agglomerato sin da mattina presto. Si aggiravano in gruppi di 5/6 soggetti. Ogni gruppetto distava da quello che lo precedeva 50 metri massimo. Gesticolavano in continuazione. Ridevano. Si strattonavano felici braccia e spalle. Ridevano sempre. Si abbracciavano sempre. Baci, abbracci e complimenti reciproci. Urlavano dicendo che questo è lo spirito sbrigativista giusto. La contentezza. Non i problemi. Contentezza. Contentezza. Contentezza. Contentezza. Contentezza. Contentezza. Contentezza. Positività e sbrigativismo. Positività e sbrigativismo. Positività e sbrigativismo. Positività e sbrigativismo. Positività e sbrigativismo. Ottimismo. Ottimismo. Ottimismo. Ottimismo. Ottimismo. Ottimismo. Ottimismo. Ottimismo.

La prima raffica colpì tre di loro. Era stato X. che aveva deciso di verificare a che punto fosse il suo livello di mira. Puntò quello più asimmetricamente distante dalla sua veranda, ma centrò precisamente l’ obbiettivo principale, un Contento abbronzato dal primo sole estivo. Fu un attimo. BUM. Mezzo secondo di silenzio. Poi la contentezza si riattivò tra i Contenti.

X. corse subito per andare a vedere da vicino. Tutti i Contenti erano contenti di vederlo arrivare felice e trionfante. Il corpo con la testa squarciata dagli spari giaceva a terra. X. arrivò e tutti i Contenti lo abbracciarono. Anche X. li abbracciava. Urla di gioia e complimenti infiniti. X. era davvero contento, tutti fieri di lui, gli stringevano la mano e gli chiedevano informazioni tecniche sul fucile mitragliatore che si era portato dietro. Passandolo ad uno molto Contento, X. gli disse “aspetta, adesso ti faccio vedere anche la mia pistola”. Era una Walther P38 Parabellum. Bella. Lucida. Il tipo la guardava contento come anche gli altri del gruppetto. Mentre guardavano, X., contento e felice, cominciò a sparare su di loro. Allo stomaco di uno, alla faccia di un altro, alle palle ed alla testa di un altro ancora. Cadevano a terra contenti. Erano felici. Tutto andava bene. Poi si girò verso quello che teneva il fucile. Lo guardava felice e contento, con piglio ottimistico e ghigno pieno di furbizia e positività: “hai visto come è bella la mia pistola? Come funziona bene? E’ tutto bello e positivo”, per poi lanciargli contro un intero caricatore.

Mentre X. raccoglieva il suo fucile mitragliatore ed osservava i cadaveri appena caduti sotto i suoi colpi, anche gli altri gruppetti di Contenti erano stati aggrediti con reciproca contentezza, positività ed ottimismo, gioia e speranza. La carneficina era iniziata. I corpi dei Contenti venivano squartati con asce e mannaie. Ci stavano a terra teste mozzate di donne Contente che ancora ridevano per la speranza e la contentezza. Mannaie, falci e macheti tagliavano qualsiasi pezzo di carne capitasse sotto tiro. Picconate sfracellavano capi e cervelli. La contentezza nell’aria era oramai un uragano di gioia e felicità. Finalmente la percezione era quella giusta. Era bello vedere quegli esseri contenti che correvano cercando di non farsi prendere dagli inseguitori che miravano con le pistole per colpirli uno ad uno come un gioco di bambini.

Le cose erano migliorate. I cadaveri per terra erano cosa buona. Quelli dell’agglomerato si sentivano bene nel trucidare senza pietà alcuna i Contenti. Questo era un bene perchè era ciò che i Contenti erano venuti a predicare: attitudine alla contentezza diffusa. Che poi questa si fosse manifestata in sangue e corpi ammazzati per le strade per loro non aveva tanta importanza. A loro interessava l’attitudine e la funzionalità, non il significato.

I Contenti con le gambe amputate tramite accette e seghe a serramanico urlavano la loro contentezza a squarciagola. Troppo contenti. Era la cosa più bella che fosse mai capitata in tutta la loro vita. Altri Contenti sfuggiti alla contentezza della mattanza che aveva contagiato tutto l’agglomerato, arrivati agli elicotteri alzarono le mani contenti e si girarono verso gli ultimi inseguitori:”allora ragazzi, basta così, è stato un bel gioco, ora dobbiamo andare. E’ bello vedere che le cose vanno meglio…” BUM BUM BUM. Il contento non finì di parlare che una raffica del fucile mitragliatore di X. gli aveva fracassato la parte sinistra del viso e fatto volare l’orecchio a 25 metri di distanza. Come X. cominciarono a sparare anche gli altri. Quei pochi Contenti che non venivano abbattuti dai proiettili, con una contentezza e positività addosso mai provata, si precipitavano contenti con la parlantina sciolta e positiva verso gli elicotteri dove i piloti, Contenti anche loro, avevano già avviato i motori e si preparavano a spiccare il volo, pronti a svignarsela contenti il prima possibile.

Gli elicotteri, raccolti gli ultimi Contenti sopravvissuti alla carneficina, si alzarono in volo verso il cielo azzurro, limpido e trasparente come non lo era mai stato. Giù, invece, il colore delle strade dell’agglomerato era il rosso del sangue versato. Le cose stavano davvero andando meglio. La contentezza era stata davvero contagiosa.

“Sono arrivati addirittura con gli elicotteri. Non ti immagini quanti erano. Erano contenti. Avevano una parlantina sciolta che nemmeno ti dico… Solo che così come sono arrivati, i pochi che non sono stati abbattuti, così se ne sono andati.”

Soundtrack1:‘Tirami una rete’, Banco del Mutuo Soccorso

Soundtrack2:‘Banquet’, Bloc Party

Soundtrack3:‘Enjoy the silence’, Lacuna Coil

Soundtrack4:‘Seth light’, Obake

Poche autrici, pochissime protagoniste

in cultura/scrivere/società by

E’ difficile scrivere qualcosa su cui non si è d’accordo. Quantomeno, istintivamente. A me, per esempio, risulta complicato scrivere riguardo al gender gap. Non perché non credo nell’esistenza del problema, anzi; ma perché quasi sempre trovo l’approccio degli articoli ad esso dedicati completamente sbagliato. Veniamo bombardati quotidianamente da indagini spesso banali e approssimative sul tema della disparità di genere, dalle quote rosa al femminicidio (giusto ieri la home page di Repubblica dedica un articolo al mancato pareggio maschio-femmina nelle elezioni regionali, e ha tristemente battezzato un’intera sezione “Speciale Femminicidio”). Di conseguenza, per chi come me trova controproducenti le quote rosa e non ritiene il femminicidio un’emergenza, leggere che c’è un gender gap nei libri più premiati – non tanto a livello di autore, ma soprattutto di personaggi! – fa venire da sorridere.

Già, perché proprio ieri Quartz ha pubblicato un post che analizza il sesso dei protagonisti degli ultimi 15 vincitori del premio Pulitzer. Dal 2000 al 2015 nessuno dei libri premiati è incentrato principalmente su un personaggio femminile, nonostante ben 6 detentori del titolo siano donne. L’autrice inglese Nicola Griffith ha effettuato uno studio estendendo il campione ad altri premi, osservando sostanzialmente lo stesso effetto: parità di genere tra vincitori, forte disparità tra i protagonisti.

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Nonostante un sostanziale pareggio tra il totale degli scrittori e delle scrittrici, su 89 romanzi solo 15 (il 17%) hanno le donne protagoniste. Di questi, 12 sono stati scritti da donne, 3 da uomini. Griffith deduce che più il premio è prestigioso (in termini di successo e di soldi), più è improbabile che il vincitore parli di donne: “Ciò significa o che le scrittrici si autocensurano, o che la critica ritiene le donne spaventose, orribili o noiose […] ergo che il punto di vista femminile non è interessante o non ha valore”. In un appendice all’articolo, l’autrice sostiene che grazie alla mole di dati che stanno raccogliendo diversi istituti (tra  cui la VIDA: Women in Literary Arts), questi stessi dati “ci daranno sentieri. I sentieri ci daranno connessioni. Le connessioni ci aiuteranno a discriminare tra causa ed effetto, e una volta trovate le prime potremo trovare le soluzioni”. Di fronte a queste affermazioni piene di belle speranze, mi sento di dover raffreddare gli entusiasmi ricordando che non è così facile discriminare cause ed effetto, soprattutto in quei casi (e questo, lo è) particolarmente a rischio di correlazioni spurie. La mia perplessità si fa ancora più forte di fronte all’ingenua affermazione di Griffith: “Abbiamo ora gli strumenti per analizzare e mostrare masse di informazioni in modi che le rendano FACILI (caps lock mio) da capire”.

Ripeto: bisogna fare molta, molta attenzione a maneggiare dati, soprattutto in ambito qualitativo/categorico. La correlazione spuria è dietro l’angolo e non aspetta altro che essere sbattuta sulla prima pagina del Corriere o di Repubblica (si veda qua per un breve sunto sull’amore dei giornali per tali assurdità). Allo stesso modo bisogna cercare di inquadrare le dimensioni del problema e i pericoli che ne derivano per la società. E’ possibile, come dice Griffith, che il fatto che i critici premino solo romanzi aventi protagonisti maschili possa traviare negativamente il comportamento delle persone? “Stories subtly influence attitudes. If women’s perspectives aren’t folded into the mix, attitudes don’t move with the whole human race—just half of it”. Non staremo esagerando? E non sbaglia di grosso Quartz quando dice che questo non accadeva in passato? Dice: “Anecdotally, it’s hard to argue that the world’s greatest novels, whether by men or women, are skewed away from a female perspective (though an analysis might prove otherwise). Books like Anna Karenina,Jane Eyre, Clarissa, Mrs. Dalloway, To Kill a Mockingbird, The God of Small Things, The Portrait of a Lady, and The Handmaid’s Tale offer some of art’s richest depictions of the lives of girls and women across centuries and cultures.” Peccato che non solo potremmo citare un miliardo di romanzi dello stesso periodo aventi protagonisti maschili, ma anche che spesso quelli che oggi consideriamo capolavori erano del tutto ignorati dai lettori contemporanei.

Se il problema dei gusti dei critici permeasse in maniera così significativa il mondo reale, probabilmente non esisterebbero i Vanzina. Per mettermi il cuore in pace, sono andato su amazon.com a vedere quali fossero i bestseller del periodo 2000-2015 ed – escludendo quegli orribili libri che insegnano a diventare manager di sé stessi o peggio ancora a trovare Gesù – ho scoperto quanto segue:

tab1 gender gap
Indovinello: i 4 libri con autore “f” e protagonista “m” sono scritti dalla stessa autrice e hanno lo stesso protagonista. Chi?

 Di nuovo, negli ultimi 15 anni i bestseller su amazon.com sono equamente divisi tra autori ed autrici. Tuttavia, solo 4 libri (il 27%) sono incentrati sulle donne. Per quanto la percentuale sia più alta rispetto ai libri vincitori di premi, sembra che il gender gap nella trama permane anche tra i libri più commerciali. Ha quindi ragione Griffith? Prima di trarre le conclusioni, facciamo un paio di prove cambiando prima mercato e poi settore culturale.

La tabella che segue riguarda il mercato italiano. Ho confrontato i libri vincitori del premio Strega e del premio Bancarella nel periodo 2000-2015. Ecco il risultato:

tab2 gender gap
Gli “n.a.” hanno protagonisti non classificabili, nel senso che sono incentrati su una coppia, su una comunità, o su un bel fico secco di niente

Grazie soprattutto agli “n.a” la percentuale “f” sale al 20%, non distante dal campione della Griffith (che, tra l’altro, ha il triplo della dimensione del mio). Tuttavia, scompare l’equilibrio di genere tra gli autori: molto male. E per quanto riguarda i più letti in Italia? Purtroppo non ho trovato un sito affidabile come Amazon, e quindi mi sono dovuto appoggiare alle informazioni di questo articolo, da cui si deduce che:

tab3 gender gap

ben il 33% dei libri più venduti nell’ultimo quindicennio hanno protagoniste femminili. Non è il pareggio, ma nemmeno le basse percentuali di prima. Tuttavia, come per i vincitori dello Strega e del Bancarella, sparisce l’equilibrio di genere tra gli autori.

Un’altra domanda che mi sono posto è stata: “Ok, questo accade nei libri. Ma cosa dire riguardo ai film? Anche loro hanno registi e registe, anche loro hanno protagonisti e protagoniste, e posso analizzare i più premiati e i più venduti”.

Questi i risultati:

tab4 gender gap
Film vincitori dell’Oscar, della Palma d’oro e dell’Orso d’oro. “f” è il 27% del totale.
tab5 gender gap
“f” è il 7% del totale
tab6 gender gap
Film vincitori del Leone d’Oro. Ok, avrei dovuto usare il Donatello (che ha giudici italiani per film italiani) ma oramai ho fatto la tabella. E poi il Bancarella premia anche gli stranieri. Comunque, “f” è il 27%
tab7 gender gap
come per il mondo, “f” è il 7%

Ricapitolando:

graf 2 gender gap

graf 1 gender gap

 

Il mondo del cinema è ancora più impietoso di quello dei libri. Non solo si ribalta il rapporto premi VS vendite (cioè i critici danno più spazio a protagoniste femminili di quanto poi faccia il pubblico in sala), ma addirittura spariscono, sia tra i premi che tra le vendite, i film con registe femmine.

E ora, le conclusioni. Visti questi dati, si può dire che c’è un problema importante per quanto riguarda le trame più lette e meglio valutate nell’ultimo quindicennio. Questo basandoci sul presupposto del tutto intuitivo (in quanto difficile da negare ma allo stesso tempo impossibile da dimostrare) che il sesso del protagonista non possa essere la discriminante che fa di un libro o di un film un capolavoro o uno spreco di soldi. Purtroppo, l’unica cosa certa è che questo tipo di analisi sia del tutto insufficiente. Il campione andrebbe esteso nel tempo considerato e nel numero di vincitori e di libri letti. Andrebbero considerate le nomination, e non solo i vincitori. Andrebbero considerati i 10 libri più letti nell’anno, e non soltanto il primo. Dopodiché potremmo trarre le dovute conclusioni, che poi probabilmente non saranno molto lontane dai numeri mostrati in queste tabelle. E magari, potremmo altresì vedere un lento ma costante aumento della quota femminile lungo i decenni, segnale positivo di un processo che – senza quote rosa – si sta aggiustando da solo.

 

La kazabaika geopsichica

in arte/politica/scrivere by

“Non esiste problema, per quanto appaia difficile, doloroso o apparentemente irrisolvibile, che la violenza non renda peggiore”
Breaking Bad, 05×12 Cane Rabbioso/ Rabid Dog

“Noi siamo troppo volubili e troppo cocciuti ad un tempo. Guardiamo la zia Chiara, prima capace di morire piuttosto che di sposare il marchese, poi un’anima in due corpi con lui, poi in guerra ad oltranza. Guardiamo la zia Lucrezia che, viceversa, fece pazzie per sposare Giulente, poi lo disprezzò come un servo, e adesso è tutta una cosa con lui, fino al punto di far la guerra a me e di spingerlo al ridicolo del fiasco elettorale! Guardiamo, in un altro senso, la stessa Teresa. Per obbedienza filiale, per farsi dar della santa, sposò chi non amava, affrettò la pazzia ed il suicidio del povero Giovannino; e adesso va ad inginocchiarsi tutti i giorni nella cappella della Beata Ximena, dove arde la lampada accesa per la salute del povero cugino! E la Beata Ximena che cosa fu se non una divina cocciuta? Io stesso, il giorno che mi proposi di mutar vita, non vissi se non per prepararmi alla nuova. Ma la storia della nostra famiglia è piena di simili conversioni repentine, di simili ostinazioni nel bene e nel male… Io farei veramente divertire Vostra Eccellenza, scrivendole tutta la cronaca contemporanea con lo stile degli antichi autori: Vostra Eccellenza riconoscerebbe subito che il suo giudizio non è esatto. No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa.”

I Vicerè, Federico De Roberto

Napoli. Aprile 2015.


Per Bimbozzi tutta questa storia è perfetta. E’ una meraviglia.

Quale storia, Ingegner Pretocchio*?

Questa dell’Italicum e del senato non elettivo. Una volta addirittura per un accenno di riforma in senso  semipresidenziale, blindata con tutti i pesi ed i contrappesi possibili, avrebbero gridato alla dittatura cilena ed al nazifascismo. Oggi invece uno vince, si prende tutto il parlamento, si fa tutte le nomine che vuole, dalla Corte costituzionale fino alle cariche di garanzia, e stanno tutti zitti. Ma ripeto: per l’avvento di Bimbozzi è perfetto. Ci stanno spianando la strada.

Perché perfetto?

Quando con Bimbozzi nel 2024 andremo al potere, noi avremo nelle mani tutto. Non ci sarà bisogno di colpi di stato o azioni violente. Avrà fatto tutto il Pd di Matteuzzo nostro. Lui pensa che costruendosi questo castello blindato vincerà per i prossimi tre secoli e che quando starà per perdere consenso prenderà la cornetta del telefono, chiamerà i giudici della corte costituzionale da lui nominati e gli ordinerà di azzerare tutto con una pronuncia di incostituzionalità. E col cazzo che finisce così. Mica va sempre tutto bene.

kaza renzi

Guardi che Renzi ha un consenso popolare enorme. Va al Parlamento europeo e se ne fotte di Schultz sbadigliandogli in faccia e parlando al telefono mentre il tedesco fa la conferenza stampa.


E fa bene, ma che dico bene, strabene cazzo!!! Ora sta provando il repulisti della minoranza interna. Prova la forzatura sull’italicum così se cade dà la colpa ai bersaniani, li addita come nemici interni peggiori degli avversari; se non cade, loro gli si sono dimostrati contrari, perdenti e di conseguenza li farà fuori definitivamente. L’attuale maggioranza dem, ora renziana, è entrata in Parlamento con lista bloccata compilata dalla segreteria Bersani. Ora stanno con Renzi, e allora??? Che dovevano fare? Dovevano votare l’emendamento che 1) avrebbe riportato al Senato la legge che 2) a quel punto si impantanava come sempre e 3) poi tutti giù contro il governo che ha sbagliato, che non fa niente ed il solito bla bla bla? Ma poi, di che cosa stiamo parlando? Questi deputati Pd eletti tutti grazie a Bersani, dovevano forse rinunciare ad uno stipendio di 20 mila euro al mese perchè qualche trombone si riempie la bocca con la parola democrazia? Quelli accumulano soldi, che gliene fotte della democrazia? Prendi uno di quelli che gridano allo scandalo e mettilo al loro posto e vediamo se poi si scandalizza ancora. Loro sono l’apparato. Una volta che ci entri nemmeno te ne accorgi. E l’apparato ha di volta in volta facce nuove con cui presentarsi. Prima c’era Bersani, ora Renzi. E Renzi è il top. Il Parlamento è uno stipendificio di ottimo livello. Fesso chi non riesce ad entrarci.

Ma così la politica perde in qualità.

Ma quale qualità?! Ma perchè, scusa, Letta era meglio di Renzi? Oppure, la commissione dei saggi voluta da Napolitano non era forse una forzatura istituzionale contro la costituzione? Con questa mossa Renzi immette nel sistema un precedente bellissimo: le regole del gioco le fanno i più forti e basta.  Se le accettate ok, altrimenti andatevene pure affanculo. Il più forte si fa le regole che più gli convengono, che gli consentono di vincere e di non perdere mai. Chi vince può fare quello che vuole. Ammettiamo che adesso vinca uno che decide di espropriare le case a tutti quelli che hanno i capelli biondi. Se arriva un altro a protestare invocando il rispetto dei valori costituzionali, gli si dice che la costituzione è un feticcio, che il Pd ha fatto la stessa cosa con l’approvazione dell’Italicum e che se passa con la fiducia ha rispettato le procedure parlamentari e la democrazia. 

Renzi ha addirittura le opposizioni dalla sua parte.

Esatto. Il suo potere si regge sul fatto che le opposizioni sono a lui alleate. Berlusconi lo appoggia per proteggere le sue aziende ed in cambio ha portato Forza Italia al 12%. Tiè, leggi qua, con Renzi le pubblicità del governo sulle reti Mediaset  sono passate dal 10 al 57%. Così si fa politica, altro che Bersani e grillini che gridano o-ne-stà- o-ne-stà ro-do-tà- ro-do-tà!!!.Poi, Salvini è il suo alleato ideale, anche lui al 15%. Totalmente innocuo e funzionale alla frantumazione della destra. Sono lontani i tempi in cui la Lega faceva paura, con Cossiga che minacciava di rovinare Bossi facendogli trovare l’ automobile imbottita di droga. “E quanto ai cittadini che votano per la Lega li farò pentire: nelle località che più simpatizzano per il vostro movimento aumenteremo gli agenti della Guardia di Finanza e della Polizia, anzi li aumenteremo in proporzione al voto registrato. I negozianti e i piccoli e grossi imprenditori che vi aiutano verranno passati al setaccio: manderemo a controllare i loro registri fiscali e le loro partite Iva; non li lasceremo in pace un momento. Tutta questa pagliacciata della Lega deve finire.” (i). E poi i grillini, che stanno bene al 20, percentuale che permette loro di poter continuare a gridare senza doversi prendere responsabilità.

Tutto l’establishment finanziario ed editoriale è dalla sua parte. Obama lo adora.

Ma non continuerà così per sempre. Obama con la storia di Lo Porto ha mandato un segnale chiaro: “Vieni qui, ti facciamo fare jogging fuori dalla Casa Bianca e tu posti il video su Twitter, ma ricordati che non conti un cazzo.

https://www.youtube.com/watch?v=qPWbBgop7N8

Ti pisciamo quando vogliamo. Come ti abbiamo piazzato lì grazie alle manovre di nostri vecchi referenti politici di primo livello che lavorano per noi da decenni e che abbiamo collocato nei vostri vertici istituzionali, così ti facciamo cadere quando vogliamo”. 

A proposito. Ha letto la storia di Gorbaciov?

Quale storia?

Secondo lo scrittore e filosofo Aleksandr Zinoviev, il crollo dell’Unione Sovietica fu una grande attività sovversiva occidentale che portò Gorbaciov a Segretario generale del Pcus. Gorbaciov e sua moglie furono reclutati dalla Cia nel 1966 durante un loro viaggio in Francia. Per le elezioni a Segretario generale, tutto fu pianificato affinché solo 8 persone decidessero. Si ritardò, con dei pretesti, la partenza dagli Stati Uniti del membro del Politburo Shherbitskij, che avrebbe sicuramente votato contro Gorbaciov. Fu impedito nelle elezioni un altro membro del Politburo, che era in congedo, Romanov, che avrebbe certamente votato contro. Se solo questi due avessero votato, Gorbaciov non sarebbe diventato segretario generale. Ed infatti venne eletto per un solo voto.

kazabaka geo

Ma perché Bimbozzi deve aspettare il 2024?

Primo perché ci dobbiamo inserire quando si acutizzerà la crisi prebellica che spaccherà l’Europa in due, e secondo perché deve implodere la situazione italiana con l’uscita di scena di Sirviuzzo ancora oggi troppo ingombrante, che non può che avvenire se non per cause naturali addebitabili alla vecchiaia. Ci vorranno almeno dieci anni perché rimbambisca completamente e si tolga dai coglioni. Nel frattempo dentro il Pd esploderanno le contraddizioni che oggi sono solo a livello embrionale. Tutti quelli che appoggiano il premier stavano lì già prima ed erano daleminani e bersaniani. Quindi ora sono passati con Matteuzzo solo per mantenere la poltrona. Il Pd diventa giorno dopo giorno la più grande macchina redistributrice del potere e quindi la più grande forza di attrazione del trasformismo attuale. Arrivano da tutte le parti. Ma le poltrone quelle sono. E per le poltrone la gente si squarta viva.


Tendenza alla guerra?

Vedi bello mio, qualche giorno fa c’è stato il 25 aprile. Un bel giorno, la festa della liberazione, i partigiani, bella ciao e la resistenza. I fascisti che si incazzano, qualcuno che rompe i coglioni con la storia delle foibe. Le solite cose italiane irrisolte. Ok. Bravi tutti. Ma nessuno cita mai la Carta Atlantica. Vattela a leggere. Oppure vai a vedere i soldi che gli Usa hanno dato a Hitler. Capirai che gli americani non hanno mai voluto un’ Inghilterra forte in Europa, ne avrebbero tollerato i britannici ed il Giappone come potenze mondiali ed imperialiste. Fanno firmare agli inglesi questa bella carta dove dicono che bisogna riconoscere l’indipendenza a tutte le colonie e che in caso di aggressione ad uno stato firmatario gli altri sarebbero occorsi in aiuto. Da quella carta é evidente che la seconda guerra mondiale é stata creata a tavolino. Gli Usa sapevano che con il loro sistema industriale praticamente indisturbato avrebbero matematicamente spaccato il culo a Hitler (finanziato dagli yankee stessi prima per crearsi l’apparato bellico) e al Giappone. Ed ecco, alla fine, l’Inghilterra ridimensionata a nazioncina europea.

Ma cosa c’entra tutto questo con la situazione attuale?

C’entra in quanto le cose si studiano, ieri come oggi, a tavolino. Gli Usa hanno un piano: destabilizzare l’Europa, indebolirla, frammentarla. Forzarla su posizioni antirusse, Russia considerata militarmente l’apericena per l’attacco alla Cina. L’Europa è si una colonia militare Usa, ma energeticamente e commercialmente dipendente anche dalla Russia. La Germania secondo te passerà mai con gli americani? Fa le mosse, ma alla fine lo strappo non lo farà mai. E quindi ci staranno tensioni gravi, criticità serie, che si ripercuoteranno a livello interno. Una situazione del genere inevitabilmente genera scosse a 360°. Aumentano sospetti. Si indeboliscono alleanze. E Bimbozzi comincerà a farsi vedere in giro. Ma ancora è presto.

E per adesso che fa?

Per adesso prepariamo le reti per raccogliere i pesci. Prima cosa dobbiamo creare una sorta di nemico mediatico che accomuni disprezzo trasversale. Ci hanno provato con la casta ma è un’idea-forza che non ha prospettive politiche. E’ sterile. Calcola sempre che l’analfabetismo crescerà sempre di più perché studiare diventerà un privilegio e perché le riforme che fanno hanno l’unico obbiettivo di smantellare l’educazione pubblica. Le condizioni lavorative peggioreranno così come lo stile di vita tenderà ad un impoverimento graduale. Crescerà il livore. Dovremo dare a qualcuno la colpa per canalizzare rancore. Questo qualcuno saranno gli economisti e l’economicismo biototalizzante.

Ora perchè se la prende con gli economisti?

Perché loro hanno governato sia a livello nazionale ed europeo. Hanno messo la faccia. Pensa a Monti. Tutte le massime cariche sono sempre state ricoperte da economisti o quanto meno questa è la percezione generale. Il mood è sempre economicistico: Spread, Deficit, Crescita, Pil, Spending Review, Disavanzo etc etc, tutte cose che stanno sul cazzo e che non hanno portato a niente di buono. Sono loro che comandano, ma da anni non riescono a portarci fuori dal pantano, anzi peggiorano la situazione di volta in volta.

Ma è come accusare i medici di non guarirci dalla morte o da tutte le malattie?

E ma che mi frega. E’ un discorso prepolitico. E’ uno slogan. Tipo la Casta o la Rottamazione. Chi cazzo va ad approfondire la questione?! Il messaggio passa, eccome se passa. Mica dico di portarli in un campo di concentramento?! Solamente non devono più scassare il cazzo. Ricopriranno una funzione contabile e ragioneristica senza scassare il cazzo più di tanto. Come fa Renzi con Padoan. Mi immagino Renzi con Padoan: ‘firma qua e non rompere il cazzo’, seguito magari da un paio di scappellotti in testa e da una ravanata dello scroto in segno di strafottenza. Gli abbiamo dato più peso di quello che effettivamente meritano o possono ‘scientificamente’ supportare. Com’è quel detto? «non si è mai visto un grande economista diventare miliardario grazie a tutta la sua scienza». Beh, in effetti è vero.

Intende dire che forse in questi ultimi anni li abbiamo sopravvalutati?

Sono una setta che da sempre ripete un discorso ermetico e li si rispetta solo perché non ci si capisce niente. L’economia è una disciplina che della scienza ha solo il nome e della razionalità solo le contraddizioni, che si nutre di ragionamenti socio-psico-filosofici sulle nostre vite trasformandoli in un miscuglio di teorie, cifre, equazioni matematiche atte a dissimulare confusione concettuale.

Intanto ci raggiunge Johnny Casuscelli che gli piazza in faccia uno smartphone con una foto su un qualche profilo social. “In quanti sono coscienti del fatto che i loro selfie, provocanti o meno, sono usati dai piú per pigliarli per il culo in ogni conversazione privata tra amici?”. 

Casuscelli ci dice che dobbiamo andare assolutamente ad assaggiare la montanara, la pizza fritta napoletana.

montanara

Il nome deriva dai contadini che provenivano dalla montagna, “i montanari” appunto, che erano soliti consumare per merenda panini conditi con sugo di pomodoro, basilico e formaggio. Successivamente nella ricetta al pane è subentrata la pizza e sono stati aggiunti, secondo piacimento e disponibilità, provola o fiordilatte. Immutata invece l’essenza popolare del prodotto, visto che per molto tempo la montanara, preparata e fritta dai pizzaioli nei loro “bassi” e venduta dalle mogli per strada, è stata realizzata con l’impasto avanzato della pizza e condita con il sugo rimasto dal giorno prima.(y)

Usciamo dalla metropolitana di Montesanto ed imbocchiamo via Pignasecca, quartiere popolare di Napoli, pieno di colombi. Siamo venuti qui per la montanara di Fiorenzano, friggitoria storica nota per i suoi “cuopp” .

fiorenzano-foto-larcante

 

Pizzette di tutte le misure, zeppole, panzarotti, calzoni fritti ripieni, frittatine di pasta, arancini, crocche’ di patate, ciurilli impastati, zucchine e melanzane fritte, pasta cresciuta, trippa. Meglio lanciarsi sul panino napoletano, rustico con salumi, o su un un bel ‘cuppetiello’ di frittura mista? L’odore inebriante avvolge le narici.

Mangiamo la montanara in religiosa contemplazione.

Quindi ci dirigiamo verso il San Carlo.

Il Teatro San Carlo di Napoli è il più antico d’Europa. Affacciato sull’omonima via e, lateralmente, su piazza Trieste e Trento, fu il simbolo di una Napoli che rimarcava il suo status di grande capitale europea. Fondato per volontà di Carlo di Borbone, fu inaugurato il 4 novembre 1737. L’opera che per prima in assoluto andò in scena fu l’Achille in Sciro di Domenico Sarro e libretto di Pietro Metastasio con Vittoria Tesi, Angelo Amorevoli ed il soprano Anna Peruzzi. Per Stendhal “La prima impressione è d’essere piovuti nel palazzo di un imperatore orientale. Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea”. Le sue linee architettoniche, le decorazioni, i velluti rossi e gli arredi incantano e lasciano a bocca aperta chiunque.

Teatro di San Carlo. 2009
Teatro di San Carlo. 2009

 

inaugurazione restauro teatro san carlo con nastasi e bassolino
inaugurazione restauro teatro san carlo con nastasi e bassolino

Il San Carlo, ha conquistato lo scorso anno il primo posto nella classifica del National Geographic superando la Scala di Milano, il Teatro Bolscioi di Mosca, l’ Opéra Garnier di Parigi ed il Semperoper di Dresda. Ed è proprio al San Carlo che stasera l’ing. Pretocchio presenterà la prima del suo spettacolo Io non sono nessuno, vita, morte e resurrezione dei Nerorgasmo.

L’antagonismo degli egoismi produce solo un equilibrio che è quello tipico dei campi di concentramento. Pensaci bene, guarda come vive un normale quadro dei nostri tempi, o un interinale o un disoccupato, se non in un equilibrio precario, sempre provvisorio sul filo del rasoio, costantemente rimesso in discussione dai capi. L’incertezza e l’angoscia erano le migliori sbarre dei lager. Le guardie dei campi di concentramento infantilizzavano i prigionieri mantenendoli nell’incertezza, nell’improbabilità, nel rischio.

Infantilizzazione e femminilizzazione, è questo che intende?

Quello di cui si avverte maggiormente la mancanza, oggi, non è il padre come figura maschile, ma il ‘principio paterno’ su cui si fonda la norma, la legge, l’autorità: il terzo polo nel triangolo famigliare che attira a sé il figlio e lo separa dalla madre, stabilendo un ponte verso l’esterno, verso la società. Manca insomma, un’immagine di padre che raffigura qualcuno che ‘sta più in alto’: qualcuno a cui giurare e con cui confrontarsi, magari attraverso la sfida e la ribellione, per poter salire al suo livello. Gli uomini nella società odierna stanno elaborando una diversa competenza genitoriale rispetto a quella di un tempo, competenza che si affianca sempre di più a quella materna, in quanto essi si occupano anche delle cure primarie assieme alla madre. Un tempo la donna aveva il compito di mettere “al” mondo il figlio e il padre quello di metterlo “nel” mondo, di insegnargli a vivere nella società; egli era colui che trasmetteva le regole sociali, era il primo esempio di autorità, il detentore di valori. Il padre era la figura forte che proteggeva il figlio e lo accompagnava nel mondo insegnandogli a vivere e ad adattarsi alle richieste sociali. Oggi il padre è stato un po’ spodestato da questo ruolo. Questo ha comportato il fatto che il ruolo paterno sia oggi più difficilmente gestibile ed attribuibile ad un singolo individuo, ma venga invece spesso delegato al sistema sociale nelle sue più ampie articolazioni. Diventa così più difficile identificarsi in una figura paterna spodestata delle sue funzioni, che non trasmette più ai figli una tavola di leggi, un codice morale da far proprio, da modificare o da rifiutare. Diventa però più difficile anche separarsi da quell’universo femminile, materno, che in questa fase storica sembra avere il sopravvento.(ii)

Ed è nella vita sociale che il declino della figura paterna come principio d’autorità, di legge interiore, dà i suoi segnali più allarmanti. La delinquenza minorile è priva non solo di moventi, ma anche di sensi di colpa: il comportamento antisociale non avviene più nel segno della rivolta contro il padre, la sua legge e le istituzioni che lo rappresentano. Ma si perde nel magma indistinto, indifferenziato di un arcaico universo materno, in cui non è ancora intervenuta la “legge del padre” a stabilire un nuovo ordine e un nuovo equilibrio.(ii)

Voce fuoricampo: “A questo punto si tratta di agire non come esseri umani che hanno perso la propria capacità di prendersi cura gli uni degli altri divenendo mostri senza un perché”. 

https://www.youtube.com/watch?v=XBuDO_ZsXxA

Voce fuoricampo: “Industriale siciliano, instancabile sottaniere, sposa una ragazza timorata e la notte di nozze non riesce a concludere”.

E Bimbozzi di fronte a tutto questo cosa farà?

Entrociti, leucociti, piastrine, sono tipologie differenti di particelle  del sangue. Ecco, a Bimbozzi interessa il sangue, non le singole particelle. L’Homo oeconomicus, l’ essere produttore e consumatore, la iena egoista e calcolatrice fonte di progresso e di sviluppo che passa sopra qualsiasi cadavere per cercare sempre di massimizzare la propria utilità e il proprio profitto privato, è oramai un sociopsicopatico, un isolato distaccato da tutti gli altri. Gli rimane solo l’illusione della novità come unica possibilità di una propria isola privata. Ma è una vittoria di Pirro in quanto, scollegato da tutto il resto, presto o tardi andrà in tilt. Bimbozzi invertirà la tendenza. Ha la bacchetta magica.

E’ finalmente sera. Pretocchio sale sul palcoscenico completamente buio. Lo spettacolo inizia.

“Nell’ultimo concerto alla batteria suonò Francesco Dilecce, ora mio batterista nei Via Luminosa. Con lui abbiamo fatto l’ultimissimo concerto dei Nerorgasmo, quello che è diventato l’album “Nerorgasmo Live a El Paso” e in cui Luca era vestito da nazi. Credo che sapesse che sarebbe stato davvero l’ultimo concerto. Mi ricordo che è stato tutto il giorno, dalla mattina alle otto, fino a mezzanotte, prima di suonare ad assemblare l’uniforme da ufficiale SS. Chicca, la sua ragazza dell’epoca, appena prima del concerto mi disse ‘Che due palle, mi ha portato in giro tutto il giorno per tutta Torino a cercare tutte le cose, maniacalmente.’ Voleva proprio la mostrina della particolare divisione delle SS… ti ho detto no che faceva un sacco di modellismo fin da piccolo, con la passione per i soldati nazi?” (.)

“A quel concerto c’era pure Lallo, un eccellente bassista che ha fatto tra l’altro il turnista per artisti importanti. Non avevamo ancora iniziato a suonare e Lallo ha cominciato a fare il culo a Luca per il suo abbigliamento nazi, ‘Come cazzo sei vestito? Vergognati! Levati di torno’. La cosa è andata avanti per quasi tutto il concerto. E allora Luca ha fatto quel discorso che c’è anche registrato nel disco: «Volevo ricordare alla gente che si scandalizza ancora per queste cose che la nostra società ha assorbito tutto quello che c’era da assorbire dal nazismo, tanto è vero che i viaggi in Volkswagen, le vacanze e la vita come la facciamo noi adesso è quella che era stata programmata allora! E i nostri lager sono il terzo mondo lontani dagli occhi e lontano dal cuore… quindi la gente che si scandalizza di fronte ad una croce uncinata messa al collo per provocazione dovrebbe fare un pochino più attenzione a quello che gli gira intorno e alla vita che fa… perché se vogliamo guardare la nostra società è tutta nazista!»(.)

Questo post è dedicato alla memoria di Luca “Abort” Bortolusso

Soundtrack1:‘A horse with no name’, America

Soundtrack2:‘Olga’, Belisma

Soundtrack3:‘Televators’, Mars volta

Soundtrack4:‘ Saturday’, Oneida

Soundtrack5:‘Lady or the Tiger,’ Verma

Soundtrack6:‘Knowledge and conversation’, Dead Sea Apes

Soundtrack7:‘Lightning At The Doo’, All Them Witches

Soundtrack8:‘Nuclear Psychology’, Weird Owl

Soundtrack9:‘Tempel’, Colour Haze

Soundtrack10:‘Spirit Knife’, Jeremy Irons and the Ratgang Malibus

Soundtrack11:‘Yearning’, Mono

Soundtrack12:‘The Last Dawn / Rays Of Darkness’, Mono

Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

*L’ing. Paolo Pretocchio è un personaggio di fantasia che cerca di uscire dalla fantasia per trasferirsi provvisoriamente a Napoli.

Sono cose che decapitano

in mondo/scrivere/società/ by

Inneggiano al duce. Vogliono bruciare vivi gli zingari. Si eccitano a vedere cadaveri di extracomunitari che galleggiano in mare e lo scrivono sui social. Vanno allo stadio per osannare l’ assassino di un ragazzo denigrando con gigantografie imbarazzanti la madre dell’ucciso. Odiano lo Stato. Odiano le tasse, ma si lamentano dell’assenza di ordine, di autorità e di servizi. Odiano la polizia, tranne quando tortura carcerati e manifestanti.

Se gli dici che sono razzisti la metà ti dice di si con vanto, l’altra ti dice no minimizzando il significato e ridicolizzando il termine.

Ad un certo punto scopri che sono tanti, accanto a te e sempre di più. “Mussolini ci vorrebbe per questi negri che ci vengono a rubare il lavoro. Vengono tutti qua. C’è l’invasione. Ma che vogliono?! Non c’è lavoro per noi, figuriamoci per loro.” Prova a spiegargli che quelli sono dei perseguitati e disperati che scappano da inferni che noi nemmeno riusciremmo ad immaginare. Che tra la morte certa di restare e quella probabile nel provare a scappare, ogni essere umano sceglierebbe la seconda per puro istinto di sopravvivenza.

Ma appena provi a spiegarglielo ti assalgono inferociti: “ALLORA VUOI L’INVASIONE? PORTATELI TUTTI A CASA TUA IN CENTRO. SEI UN RADICALCHIC CHE NON CONOSCE LA REALTA’.VERGOGNATI MISERABILE. TI VUOI SALVARE LA COSCIENZA SULLA PELLE DI NOI ALTRI CHE STIAMO IN PERIFERIA!!!PENSA AGLI ESODATI CHE VIVONO IN MACCHINA!!!”.

E’ come lo sketch di Corrado Guzzanti “E allora rivolete il comunismo”: il poveretto che attraversa le strisce pedonali viene tamponato e quando chiede all’autista gli estremi per l’assicurazione viene assalito verbalmente con un martellante “E ALLORA RIVOLETE IL COMUNISMO?”.

Razzismo puro. Ma ormai sono accanto a noi. Dettano legge. E’ il mantra che va di moda tra gli scienziatelli della porta accanto che propinano con tono sbrigativista pratiche di razionalizzazione del fenomeno che altro non sono se non forme di bieca discriminazione, sino al giustificazionismo e al forzato ridimensionamento di eminenti politologi e opinion maker, irrottamabili soprammobili del paesaggio televisivo buoni per tutte le stagioni.

Che gli devi andare a dire a questi? Che il razzismo è un sentimento di avversione contro quelle categorie percepite diverse in quanto si ha paura a relazionarsi con qualcosa di sconosciuto? O  il prodotto dell’idea malsana per cui escludendo altri si possa ottenere di più dalla vita, causa paura di non reggere la concorrenza? O perché semplicemente si ha un sadismo interiore da sfogare contro qualcuno in quanto irrimediabilmente e rovinosamente bloccati in una delle fasi sessuali di freudiana memoria che ha comportato uno sviluppo incompiuto e claudicante della sfera caratteriale?

Vagliele a dire queste cose e vedi che ti rispondono. Che non sei connesso con la pancia del paese. Che non cogli i tempi che stiamo vivendo. Minimizzano. Ma poi ti chiedono pure: “E che alternativa proponi?”

Già. Che alternativa propongo? L’integrazione? Appena apro bocca mi oppongono la strage del macete di Kabobo a Milano o quella del marocchino di Terni o l’omicidio della Caffarella a Roma. E poi dovrei difendere le politiche della ministra che fu Livia Turco?

Mi salvo tirando fuori il ragionamento delle conseguenze della dismissione del ceto medio e della piccola borghesia impoverita dalla crisi, con il terrore insopportabile di scendere nella scala sociale, che pur di non mischiarsi con quelli che ha sempre considerato degli inferiori accetterebbe qualsiasi cosa, anche una dittatura o una giunta militare che azzerasse i diritti civili e le garanzie costituzionali?

“Ok. E quindi?”

Ok, i ragionamenti non vi convincono. Ma  questo basta per non proclamarsi razzisti o, al contrario, per sentirsi legittimati ad esserlo?

Nemmeno quello dei Nobraino è razzista.

vvvvvv
I Nobraino, gente che fa il concerto del Primo Maggio, che bazzica scene, luoghi e retoriche alternative, circuiti indipendenti, centri sociali, teatri occupati, spazi autogestiti, culture dal basso. I Nobraino razzisti? Ma stiamo scherzando?! Lorenzo Kruger razzista? Magari qualche atteggio calcolato da coglione. Ma razzista, che diamine. Non scherziamo proprio. Non l’ha scritto lui lo status, l’ha scritto il chitarrista che ha poi chiesto scusa e dato giustificazioni.

“Sono Néstor Fabbri chitarrista dei Nobraino ed autore della frase che equiparava i naufraghi del Mediterraneo a mangime per pesci.(…)Mi occupo attivamente di protezione internazionale dei diritti umani dal 2009, quando ho conseguito la laurea specialistica presso la Facoltà di scienze politiche di Bologna con una tesi dal titolo Politiche migratorie dell’ Unione Europea. Prima di dedicarmi a tempo pieno al chitarrismo ho lavorato presso alcune ONG in Spagna e Francia. (…)”

Ha fatto Scienze politiche a Bologna, lavorato per Ong. Non è certamente un troglodita privo di strumenti culturali o un barbaro xenofobo. Non è sicuramente un razzista. Ha fatto una cazzata? Un’uscita sbagliata? E’ stato vittima degli effetti collaterali di una coglionaggine esasperata e finalizzata a qualche pompino nel backstage? No. Lui ha chiesto scusa per “non essere stato retoricamente capace di indirizzare la sfrontatezza contro i reali responsabili del massacro: gli autori delle politiche migratorie europee.”  Cioè, l’equiparare i morti del mediterraneo a mangime per i pesci è stato un tentativo retorico andato a male in quanto invece di stigmatizzare gli autori delle politiche migratorie europee ha finito “per offendere associazioni, militanti e liberi cittadini pensanti che mettono la loro vita a disposizione dei più deboli”.

Fraintendimenti. Le parole creano malintesi.

Ma io non capisco più tanto bene le cose. Ecco, è come se io, sbagliando forse, in generale percepisco una certa tendenza strisciante che non mi fa impazzire. Tossine che inquinano. Inconsapevolmente.

E’ semplice. Mi arrendo?

E degli extracomunitari che bazzicano arrogantemente nelle nostre strade, di quelli diventati neo ultras da bar che guardano più coinvolti degli autoctoni le partite,  di quelli che guidano strafottenti, ne vogliamo parlare? Li avete mai sentiti ragionare? Sembrano militanti di Forza Nuova. Non tutti certo, non la maggioranza, ma nemmeno una strenua minoranza. A volte ragionano peggio di quelli che li vogliono fare fuori. Reazionari per osmosi, ok. Ci sta. Si, tiriamo fuori sociopsicoantropologia etc etc. Ok, va bene. I meridionali che stavano a Varese e nelle valli bergamasche hanno fondato la Lega Nord. Erano quelli con la ferocia antisud più spinta. Lo si fa per forzare il processo integrativo, ok. Ma allora stiamo pur sempre parlando di INTEGRAZIONE. O mi sbaglio?

Ma che ci posso fare io? Mi viene in mente il De Gregori di Chi ruba nei supermercati: “Tu da che parte stai, dalla parte di chi ruba nei supermercati o di chi li ha costruiti rubando?” 

Quanto può essere sterile ed inutile la solidarietà alle vittime di razzismo e xenofobia?

Come me la spiego l’impotenza di non riuscire ad essere incisivo nel far capire agli altri che non ci vuole niente a perdere la dignità?  E quanto è difficile trasmettere il ragionamento che ciò possa in un attimo toccare a tutti?

Me ne esco attaccando Alfano? Renzi? L’Europa che ci tratta come un obitorio abusivo e clandestino? Tiro fuori la storia che nei secoli dei secoli ogni territorio/zona/continente sviluppato ha bisogno del suo serbatoio di sottosviluppo? Che questi nuovi razzisti repressi terrorizzati dall’impoverimento cui vanno inesorabilmente incontro sfogano la loro mancanza di potere  in pensieri di stupri passivi con protagonisti loro e qualche immaginifico aguzzino delle SS? Mi devo andare a rileggere Personalità autoritaria di Adorno, riprendere nelle mani Erich Fromm e tutta la Scuola di Francoforte?

Come lo chiudo questo post?

Utilizzo il suggerimento di Nestor Fabbri per cui “Il mimetismo è diventato la mia strategia: quanto più ci si dissimula sotto i valori e gli ideali opposti, tanto più si ha la possibilità di vincere. Il criterio della forza, dice Nietzsche, è riuscire a vivere sotto il dominio dei valori contrari e volerli sempre di nuovo. Zarathustra è Zelig!”?

Non lo so.

Al momento, in effetti, sono solo cose che decapitano.

Soundtrack1:‘All my friend’, Lcd Soundsystem

Soundtrack2:‘Vortex’, John Carpenter

Soundtrack3:‘Interstellar’, Hans Zimmer

Soundtrack4:‘Ragazzo’, Litfiba

Soundtrack5:‘My sleeping Karma’, My sleeping Karma

Soundtrack6:‘Konikas’, Soen

Soundtrack7:‘Rains in the desert’, Dead Meadow

Soundtrack8:‘Yesterday’s Blowing Back’ , Dead Meadow

Soundtrack9:‘Il nostro battito del cuore’, Petrol

Soundtrack10:‘Cronache montane’, Pgr

 

 

 

Lungo i bordi (Dedicato ad Emanuel Carnevali)

in cultura/scrivere/storia by

« Volevo maledire i miei occhi encefalitici,
ma non maledissi nulla, perché la mattina era bella e c’era pace nel mio cuore. »
(Emanuel Carnevali, Castelli sulla terra – Le montagne)

Emanuel Carnevali è stato uno scrittore e poeta italiano. Nato a Bologna nel 1897, a soli 16 anni, causa i continui litigi con il padre considerato troppo autoritario e reazionario, decise di emigrare negli Stati Uniti, luogo per lui simbolo della vita e della letteratura, dove vi sbarca il 5 aprile del 1914.

Visse tra New York e Chicago, all’inizio senza conoscere una sola parola d’inglese ed esercitando lavori saltuari: lavapiatti, garzone di drogheria, cameriere, pulitore di pavimenti, spalatore di neve ecc., e soffrendo fame, abbietta miseria e privazioni di ogni sorta («raccogliere cicche per strada non fu certo la cosa più spregevole a cui mi ridussi»). Col tempo imparò la lingua (“leggendo le insegne commerciali di New York”), cominciò a scrivere e ad inviare i suoi versi a tutte le riviste che conosceva.

Inizialmente rifiutate, le sue poesie cominciarono man mano ad essere pubblicate e lui a farsi conoscere nell’ambiente letterario, diventando amico di diversi poeti tra cui Max Eastman, Ezra Pound, Robert McAlmon, William Carlos Williams, Sherwood Anderson, che lo accolsero come uno dei loro, inclusero suoi testi nelle loro celebri antologie e riviste, con ammirazione e insieme sconcerto dinanzi a questo difficile e imprendibile personaggio.

Dimenticato dalla critica e dal pubblico, ha lasciato un piccolo, ma tagliente e forte segno nella letteratura americana del Novecento. Pur vivendo quasi in miseria, passando da un lavoro all’altro, e da un amore all’altro, frequentando prostitute e teppistelli, riuscì a partecipare, da straniero, al rinnovamento dell’avanguardia letteraria americana dell’epoca.

Nel 1922 fu colpito da encefalite letargica e dovette tornare in Italia.

Trascorse in un ospedale vicino a Bologna gli ultimi anni della sua vita, dove visse gli ultimi venti fra l’ospedale e varie pensioni di Bazzano, il Policlinico di Roma e la clinica bolognese Villa Baruzziana, morendo l’11 gennaio 1942.

Due giorni dopo venne sepolto a Bologna nel Cimitero della Certosa. (*)

(*) Ecco la maniera in cui Carnevali descrive la sua caduta nella follia:

«Ero atterrito dalla maniera totalmente nuova in cui la luce stessa mi appariva alla finestra, una luce così eterea, inconsistente, debole e tremula nella finestra. Credetti di morire o di essere prossimo a morire, o anche di aver raggiunto la morte. I rumori prendevano un altro significato, ma il più terribile di tutti era il rumore della mia voce. Urlavo a squarciagola la mia pazzesca formula della divinità, ripetendo che io ero, per me stesso e per tutti gli uomini, il Primo Dio, l’Unico Dio, che ero un carico di spezie giunto improvvisamente in porto. Ma ero l’unico apostolo della mia religione: rispettavo il sole e la luna, benché, nel  mio orgoglio violento, non avessi bisogno di loro. Avevo sempre odiato la ricercatezza e ora piangevo e invocavo la semplicità, solo che la semplicità non doveva essere presa per pura idiozia. Per essere un dio, un vero dio, bisognava saturarsi di cose semplici: ecco la via più facile per raggiungere la perfezione della divinità. Accadde mentre leggevo un libro di storia  cinese: improvvisamente il nodo di sgomento e di disperazione si sciolse e l’intera stanza ruotò intorno a me; balzai in piedi barcollando, ubriaco. Stavo diventando pazzo e lo sapevo. Ogni traccia di realtà mi aveva abbandonato e io vacillavo, inciampavo, senza risorse, in un mondo incerto»(1)

In questo momento, atterrito dal pensiero della pazzia, Carnevali bussa alla porta di Sherwood Anderson e gli chiede di poter mangiare, «pensando che l’azione meccanica del masticare mi avrebbe riportato alla realtà», ma Anderson, dice Carnevali, «mi mise garbatamente alla porta»:

«Barcollai fuori, nella neve, ubriaco per quei terribili sintomi di follia, vagando per strade che mi erano da sempre note e da sempre sconosciute. Avevo per compagne la tremenda Paura delle Paure, la paura di non essere più in grado di capire il significato delle cose e la Miseria di tutte le Miserie: quella di capire che era scomparsa in me la facoltà di distinguere una cosa dall’altra e perfino la volontà di distinguerle. Sento ancora gli orrendi rumori che facevo mentre andavo avanti, il grugnito che scambiavo per poesia, il pianto che era il pianto più disgustoso del mondo […]. Fuori, nella neve, di nuovo dissi ad alta voce: ora quell’angolo cesserà d’essere un angolo, quel lampione non sarà più un lampione; quella fogna non scorrerà più col suo carico d’acqua sporca, perché l’amato elenco delle cose comprensibili è andato inavvertitamente distrutto, perché in questo immacolato pezzo di cielo una vite si è allentata, un dado spuntato, una rotella è andata fuori posto, e l’intera macchina della realtà è soltanto l’interruttore. Dicevo: poiché io sono pazzo o lo diventerò tra poco, impossibile che io riesca di nuovo ad afferrare la realtà. E allora qualcosa di strano accadde o non accadde: sentii che uno dei miei occhi non si chiudeva, che non si sarebbe mai più potuto chiudere, e d’ora innanzi avrebbe agito indipendentemente dall’altro».(1)

La versione di Anderson:

«Alla fine una notte d’inverno venne a casa mia. Era pallidissimo e mi parve che nei suoi occhi brillasse una luce strana […]. Non l’avevo visto da parecchi mesi e la malattia aveva molto progredito in lui. Era magrissimo e assai poco coperto; era senza cappotto. La notte era rigidissima e cadeva una neve pesante. Stette con me quella notte, per mezz’ora, parlando dapprima tranquillamente, insistendo perché io uscissi con lui quella notte […]. Continuò a gridare, stando in piedi davanti a me e poi, prima che io potessi dire una parola e fermarlo, corse fuori. Sentii i suoi passi giù per le scale e gli corsi dietro, chiamandolo, poiché gli volevo dare almeno un cappotto pesante ma, quando fui in fondo alle scale e per la strada lui era sparito nella tempesta di neve. Deve aver vagato pazzamente, per ore quella notte, nella bufera. In casa mia prima di eccitarsi a quel modo e fuggire, aveva parlato della bellezza della tempesta, dicendo che c’era stato in mezzo, perché voleva sentirsi parte di essa. “Voglio in me la sua bellezza”, aveva detto».(2) (S. Anderson’s Memoirs)

“Ho rovinato tutto, ma non devo nulla a nessuno.”
(Il primo Dio, Emanuel Carnevali)

https://www.youtube.com/watch?v=20J6iJcHxN0

Soundtrack1:’Schiele, lei e me’, Marlene Kuntz

Soundtrack2:’Dura’, Fine Before You Came

Soundtrack3:’Il pranzo che verrà’, Fine Before You Came

Soundtrack4:’Quassù c’è quasi tutto’, Fine Before You Came

Post scriptum:

RECENSIONE a “NUMERO ZERO” di UMBERTO ECO

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Il 9 gennaio è uscito l’ultimo romanzo di Umberto Eco, Numero Zero, Bompiani, 2015, 218 p. (17 euri ed. cartacea ma ci sono pure le promozioni; tipo 10 euri edizione digitale).

Qui un confronto tra l’Autore e Paolo Mieli. Di sotto trovate la descrizione dalla seconda di copertina e, di seguito, la recensione.

 

numero zero

DESCRIZIONE: Una redazione raccogliticcia che prepara un quotidiano destinato, più che all’informazione, al ricatto, alla macchina del fango, a bassi servizi per il suo editore. Un redattore paranoico che, aggirandosi per una Milano allucinata (o allucinato per una Milano normale), ricostruisce la storia di cinquant’anni sullo sfondo di un piano sulfureo costruito intorno al cadavere putrefatto di uno pseudo Mussolini. E nell’ombra Gladio, la P2, l’assassinio di papa Luciani, il colpo di stato di Junio Valerio Borghese, la Cia, i terroristi rossi manovrati dagli uffici affari riservati, vent’anni di stragi e di depistaggi, un insieme di fatti inspiegabili che paiono inventati sino a che una trasmissione della BBC non prova che sono veri, o almeno che sono ormai confessati dai loro autori. E poi un cadavere che entra in scena all’improvviso nella più stretta e malfamata via di Milano. Un’esile storia d’amore tra due protagonisti perdenti per natura, un ghost writer fallito e una ragazza inquietante che per aiutare la famiglia ha abbandonato l’università e si è specializzata nel gossip su affettuose amicizie, ma ancora piange sul secondo movimento della Settima di Beethoven. Un perfetto manuale per il cattivo giornalismo che il lettore via via non sa se inventato o semplicemente ripreso dal vivo. Una storia che si svolge nel 1992 in cui si prefigurano tanti misteri e follie del ventennio successivo, proprio mentre i due protagonisti pensano che l’incubo sia finito. Una vicenda amara e grottesca che si svolge in Europa dalla fine della guerra ai nostri giorni.

RECENSIONE: Ma perché? Cazzo, perché?

Katabasis (Die Wellen)

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“Ci hanno rinchiusi in uno stanzino vuoto con neon accesi h24. Urla e schiaffi: ‘Scordatevi questo cazzo di immaginario che avete’. Acqua ghiacciata sui piedi nudi schiacciati dalla pressione di rulli metallici. Tutto lo schifo nasce da qui, in questa cintola di tensione tra il desiderio di libertà ed il terrore di essere liberi. Non c’è niente di peggio che provenire da un orfanotrofio dell’immaginario”.

“Con il suv parcheggia la badante filippina che spaccia Shaboo alla fermata dell’autobus. Ma io non uso cappelli di lana e mi commuovo solo di acqua. La quasi cinquantenne arranca con gli stivali alti per onorare jeans che stringono il giro vita in mezzo al traffico. Per essere in forma per l’estate il presidente si fa inculare dal trans, poi sta impazzendo e scoppia a piangere dopo che ha riempito il carrello all’ipermercato. I soldi risparmiati per il viaggio a New York li avete spesi in piani di edilizia carceraria per onorare la competizione sessuale tra le donne dell’Est e quelle dell’Europa centrale. Orde di manifesti elettorali ricoprono tutti i muri. I talk show televisivi mi espellono dal sistema e (OMISSIS), per dichiararsi prigioniero politico, scappa con la clandestinità dei capelli ossigenati.”

Inizia con queste suggestioni “Una buona scusa per andarmene (La corsa all’oro)”, l’autobiografia non autorizzata di Paolo Pretocchio*, scritta da lui stesso in persona durante il periodo di ritiro spirituale passato in un ashram segreto nella giungla della Thailandia, non lontano dal confine con la Birmania.

Nell’ashram si entra come pecore e si esce come leoni. Sveglia al mattino alle 5. Si cucina, si puliscono i bagni, si medita, si fanno pratiche mantra. Pasti in comune. La pratica si fa per tre ore al mattino, tre al pomeriggio. Poi ognuno nella propria cella. ‘La mia solitudine non dipende dalla presenza o assenza di persone; al contrario, io odio chi ruba la mia solitudine, senza, in cambio, offrirmi una vera compagnia’, diceva Nietzsche. Io dopo 6 mesi di ashram mi sento in dovere di dire che Nietzsche diceva delle cafonate inarrivabili.”

Suono indeterminato di un gong di rame sospeso con due metri di diametro. Il battitore agita irriverente una mazza di metallo al centro del piatto con forza intermittente: due colpi forti di lunga durata seguiti da altri due più deboli e brevi. I colpi intermezzeranno tutta la presentazione del libro che Pretocchio stesso ha voluto durasse fino a tarda notte e mattina inoltrata. Tra una lettura e l’altra, proiezione di filmati, famosi drammi nō , brevi o lunghe pause a secondo dell’ispirazione o dell’arrivo alla spicciolata dei numerosi amici ed invitati in compagnia delle loro corti. Anche noi lo intercettiamo in alcune di queste sue pause cercando di estrapolare le sue osservazioni del menga in preda ad ipnosi ericksoniana. L’ultima volta, quasi un anno fa, l’avevamo raggiunto e seguito a Belgrado. Poi più niente.

Oggi l’Ingegnere appare nel salone del locale con addosso uno sgargiante dashiki cucito su misura in pelle di leopardo ed un bastone da passeggio con diamante Cullinan clandestinato ed irriverentemente sfarzoso.

“Ashram, silenzio, solitudine e meditazione, ma intanto la presentazione del libro la sta facendo a Malibù Beach tra amici potenti e facoltose modelle, astronauti, militari, ex terroristi, campesinos narcotrafficanti, filmati sulla ricerca biopolitica e meccanica dell’adattabilità umana tra cyborg convertiti all’Islam, animali domestici e flussi tsunamici post nucleari”.

Malibù, la vita è troppo breve per vivere altrove”, sono soliti dire da queste parti. L’altro giorno è arrivato un ex consigliere strategico di Carter e mi ha detto: ‘Finiremo così velocemente nella merda che non avremo nemmeno un millesimo di secondo per accorgercene. Tu stai seduto con i tuoi occhiali da sole del cazzo a bere il tuo caffè e la tua spremuta di pompelmo pensando ai tuoi progetti futuri, a questo ed a quello ed in un attimo finisci nella merda più totale. Bum, bum, bum, senti un rumore strano che non hai mai sentito e vedi un cazzo di palazzo che ti sta crollando addosso e la strada comincia a gonfiarsi e sprofondi sottoterra e Bum’.”

Bum. Il gong annuncia il coro nō:

Was soll ich jetzt mit euch, ihr Wellen, ihr, die ihr euch nie
entscheiden könnt, ob ihr die ersten oder letzten seid?
Die Küste wollt ihr definieren mit eurem ständigen Gewäsch,
zisilieren mit eurem Kommen, eurem Gehen.
Und doch weiss niemand wie lang die Küste wirklich ist,
wo das Land aufhört, das Land beginnt, denn ständig ändert
ihr die Linie, Länge, Lage, mit dem Mond und unberechenbar.

Beständig nur ist eure Unbeständigkeit.
Siegreich letztendlich, denn sie höhlt, wie oft beschworen,
Steine, mahlt den Sand, so fein wie Stundengläser,
Eieruhren ihn brauchen, zum Zeitvermessen und für den
Unterschied von hart und weich.
Siegreich auch weil niemals müde, den Wettbewerb, wer
von uns beiden zuerst in Schlaf versinkt, gewinnt ihr, oder
du, das Meer noch immer, weil du niemals schläfst.

Obwohl selbst farblos, erscheinst du blau wenn in deiner
Oberfläche ruhig sich der Himmel spiegelt, ein Idealparkour
zum wandeln für den Sohn des Zimmermanns, das wandelbarste Element.

Und umgekehrt wenn du bist, wild, und laut und tosend
deine Brandung, in deine Wellenberge lausch’ ich,
und aus den höchsten Wellen, aus den Brechern,
brechen dann die tausend Stimmen, meine, die von gestern,
die ich nicht kannte, die sonst flüstern und alle anderen
auch, und mittendrin der Nazarener;
Immer wieder die famosen, fünfen, letzten Worte:
Warum hast du mich verlassen?

Ich halt dagegen, brüll’ jede Welle einzeln an:
Bleibst du jetzt hier?
Bleibst du jetzt hier?
Bleibst du jetzt hier, oder was?

(Die Wellen – Einstürzende Neubauten)

“Sono a Malibù perché ho accolto l’invito del mio vecchio amico Johnny Casuscelli. Anni fa con Casuscelli eravamo specializzati nel comprare delle Alfasud usate e le piazzavamo alle produzioni cinematografiche specializzate in poliziotteschi rumeni o porno moldavi amatoriali. Con noi bazzicavano anche Charlie fa surf dei Baustelle che si è appena disintossicato dalla paroxetina e arriverà a Malibù questa sera, ed il timido musicista di strada Bruno Stroszek, all’epoca appena uscito di prigione”.

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“Casuscelli mi fa: ”Se vieni adesso a presentare qua il tuo libro faccio venire Chuck Hagel in persona”. Poi però Hagel si è dimesso da capo del Pentagono e Segretario della difesa e quindi non se ne è fatto più nulla. Ma io ormai avevo preso l’impegno. Le dimissioni di Hagel sono la premessa di un incattivimento quasi da cinghiale ferito da parte degli Usa che presto si concretizzerà malamente. Comunque la faccenda più interessante è la questione dell’oro.”

Una modella gli offre della Shaboo ma lui declina l’invito sorridendo. 

“La Banca Centrale Olandese (DeNederlaschneBank – DNB) ha chiesto di rimpatriare ben 122,50 tonnellate di oro stoccate presso i magazzini della Fed di New York, esattamente il 20% delle sue riserve, per un valore di 4 miliardi di Euro. Diverse banche centrali hanno già preso decisioni simili negli ultimi anni. Questo perché in primis non c’è più fiducia nella Fed e nella Bank of England e si ritiene pacificamente che esse non possiedano più tutto l’oro che dichiarano di detenere. Poi perchè non escludono che l’Eurozona, in un futuro più o meno lontano, possa esplodere finanziariamente. E come dargli torto. Si, ok la Germania per almeno un altro annetto, ma Francia e Italia sono governati dai minchioni, noi declassati BBB- con ormai la certezza dell’impossibile sostenibilità del debito, i francesi con la Le Pen prossimo presidente della Repubblica, la Grecia con Tsipras che come soluzione vuole la cancellazione del debito nonostante un’evasione fiscale del 95%, i governi olandese e tedesco che hanno sul tavolo i rispettivi piani d’emergenza per la dismissione della moneta unica. E Draghi che sta ancora col dubbio se alzare il volume di liquidità della Banca centrale dai duemila miliardi attuali ad almeno tremila, quando tutti sanno che ce ne vorrebbero almeno 10 mila per sbloccare il “credit crunch” che ancora affligge molti Paesi dell’Eurozona. Senza contare lo stallo sul “quantitative easing”, l’acquisto di titoli di debito sovrano dei membri di Eurolandia, in gran parte pura e semplice spazzatura”.

“Poi ci sta la corsa all’oro della Russia. Secondo i dati ufficiali del World Gold Council, nel terzo trimestre 2014, più della metà dell’oro aggiunto alle riserve delle banche centrali di tutto il mondo è stato acquistato da Mosca. I russi fanno incetta d’oro per affrontare gli effetti della crisi Ucraina e il deprezzamento del rublo. Putin cerca di difendersi dalle tensioni geopolitiche e dall’ulteriore calo del prezzo del petrolio che incide pesantemente su un’economia che ha nell’esportazione di petrolio e gas il 45% dei sui ricavi. Il prezzo dell’oro è stato artificialmente tenuto basso per aumentare il potere di acquisto del dollaro attraverso il quale gli Stati Uniti se la sono sempre comandata poiché la moneta americana è considerata mezzo ultimo di pagamento nel sistema monetario globale. Quindi l’ occidente acquista dai russi petrolio, gas e uranio pagando in dollari e con questi Putin compra oro il cui valore è tenuto basso dagli stessi dollari, mirando a fondare una nuova valuta russo-cinese nella quale ridenominare gli scambi commerciali delle materie prime russe“.

“Ingegnere, lei sta delirando. Forse ha fatto troppo uso di cristalli filippini”.

Bum Bum. Coro nō:

Io, Ragionier Total, non sono diverso da voi.
Né voi siete diversi da me.
Siamo uguali, nei bisogni.
Diseguali nel loro soddisfacimento.
Io so che non potrò mai avere nulla più di quanto oggi ho, ma nessuno di voi potrà avere nulla più di quanto ha, fino alla morte.
Certamente molti di voi avranno più di me, come tanti hanno meno.
E nella lotta, legale o illegale, per ottenere ciò che non abbiamo, molti si ammalano di mali vergognosi.
Si riempiono il corpo di piaghe, dentro, e fuori.
Tanti altri cadono, muoiono. Vengono esclusi, distrutti, trasformati. Diventano bestie, pietre, alberi morti, vermi.
Così nasce l’invidia.
E in questa invidia si nasconde l’odio di classe.
Che è composto in egoismo e quindi reso innocuo.
L’egoismo è il sentimento fondamentale della religione della proprietà.
Io sento che questa condizione mi sta diventando insopportabile.
Così come lo sta diventando per molti di voi.

 ( da ‘La proprietà non è più un furto’)

Lei alle primarie dell’epoca andò a votare per Renzi. Come sta messo attualmente il premier?

“Renzi è un acceleratore di processi. E’ un’arma inconsapevole contro quelli che dovrebbe difendere e che l’hanno piazzato lì. Tutto ciò è meraviglioso. Io spero che duri il più a lungo possibile. Usa la stessa tecnica dei predicatori: ti vende la storiella che c’è la luce alla fine del tunnel. Vuole incoraggiare la tua capacità di illuderti e ti dice che è una virtù e questa virtù ti da senso di importanza. E per nutrirla si inventa la contrapposizione con quelli che non si allineano, ridicolizzandoli con caricature sminuenti tipo gufi o menagrami, per screditarli e ovviamente neutralizzarli. E’ il giochetto più vecchio del mondo. Pompa al massimo un’ossessiva simulazione di un decisionismo da ‘sono Wolf, risolvo problemi’, smanettando velocità, energia, vigore fisico, ottimismo ottuso, sfottente e sbrigativista. E’ bravissimo a camuffare fiaschi palesi con vanterie prive di ogni riscontro. Ma nulla cambia in meglio. Ci aiuta Freud. «L’uomo energico è colui che riesce a trasformare in realtà le sue fantasie di desiderio. Laddove ciò non riesca, a causa della opposizione del mondo esterno e della debolezza dell’individuo, ecco comincia la deviazione dalla realtà; ecco l’individuo cercare rifugio nel mondo di fantasia, dove trova l’appagamento». E’ quest’ultimo passaggio che tormenta Renzi, ben consapevole che la sua fuga immaginaria dalla contingenza spiacevole sia destinata ad interrompersi da un momento all’altro”.

Bum Bum Bum. Coro nō :

E stato quasi senza accorgermene.
Prima un piacere fatto a un amico, poi l’insistenza di un superiore.
Un altro favore a un uomo politico per ottenere una promozione.
Un regalo troppo grande che ti arriva a Natale.
E poi la carriera facilitata iscrivendomi all’associazione di (Omissis).
E quando sei diventato importante, ecco arrivare un primo assegno accettato come gesto di cortesia.
E poi un secondo e poi un terzo, una piccola compromissione e poi una più grande.
Un primo ricatto da subire, un ricatto da restituire ad altri e i ricatti aumentano, si moltiplicano, diventano la condizione stessa della tua vita.
Ti rendi conto che non puoi più vivere senza subire o fare subire dei ricatti.
E dopo il ricatto si arriva al crimine.
Finisci per vivere in compagnia del crimine.

(da ‘La Piovra‘)

“Questa lagna del ‘C’è la crisi’ è oramai diventata tormento da Festivalbar. Ma non va sottovalutata. C’è molta stanchezza, specie quando in tasca mancano soldi per comprarci ciò che vogliamo. Ci vuole un attimo a consegnarci nelle mani di chi ci da quei soldi che ci mancano o una qualsiasi forma di ‘sicurezza’, anche a costo di barattarli con un pò di libertà e di diritti. L’Occidente, sfinito da razionalità e competizione eccessivamente responsabilizzanti, si consegnerà per stanchezza alle padronali, consolanti, basiche logiche islamiche? Siamo alla catabasi pura, la spedizione verso la costa, la discesa nell’Ade, il viaggio agli inferi, lo sprofondarsi nell’ombra dell’inconscio. Ma raggiungeremo la costa nel modo più insospettabile che ci sia. Faremo come il peschereccio giapponese Ryon Nu Maru. Dopo il terremoto che ha colpito il Giappone l’11 marzo del 2011, il peschereccio, un battello lungo 65 metri, era stato spazzato via dalla potenza dello tsunami generatosi. Inghiottito dal mare, il relitto fantasma per poco più di un anno ha vagato per il Pacifico settentrionale, affrontando e superando tempeste e le grandi onde dell’oceano, prima di ripiegare, ricoperto ormai di ruggine, in direzione delle coste nord-americane, rimanendo pressoché intatto, senza danni significativi. Una roba inspiegabile. Eppure ce l’ha fatta. Ecco, Ryon Nu Maru siamo noi”.

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A questo punto Pretocchio raggiunge la modella, si spara una dose di Shaboo e si disperde nella festa che continuerà ad oltranza fino a tarda notte e mattina inoltrata. Non sono previste irruzioni di terroristi islamici al grido di Allah Akbar.

Soundtrack1:‘Die Wellen’, Einstürzende Neubauten

Soundtrack2:‘Young men dead’, The Black Angels

Soundtrack3:‘The son of Flynn’, Daft Punk

Soundtrack4:‘La proprietà’, Fuzz Orchestra

Soundtrack5:‘Il cielo’, Karma

Soundtrack6:‘Guru’, Timoria

Soundtrack7:‘Kingdom of Heaven’, 13th Floor Elevators

Soundtrack8:‘Gli avamposti sono minati’, Egle Sommacal

Soundtrack9:‘Have a cigar’, Pink Floyd

Soundtrack10:‘The day the world went away’, Nine Inch Nails

Soundtrack11:‘Roots and culture’, Mikey Dread

Soundtrack12:‘I see you’, Jutty Ranx

Soundtrack13:‘Tecnichally, Missing’, Trent Reznor/Atticus Ross

Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

*L’ing. Paolo Pretocchio è un personaggio di fantasia che ha scritto la propria autobiografia non autorizzata dal suo dark side, ma con l’ok di Jessica Hyde.

Un monaco in caserma

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Penso agli uomini e alle donne il cui destino è stato benevolo al punto da esporli alle gesta di personaggi straordinari: l’esattore Simon Pietro Matteo, il cameriere di Gotama, il segretario di Ghandhi. Persone senza meriti particolari, a parte il fatto di trovarsi al momento giusto nel giusto posto, che hanno potuto testimoniare del carisma, della parola, dell’azione. Che invidia. Vedere il sole in tutto il suo fulgore, anziché a sprazzi e per caso, il giorno in cui hai un serio problema di emorroidi.

Eppure anche io ho avuto la mia minuscola illuminazione, decenni fa. Mi trovavo in un periodo della mia vita che mi pareva buio e deprimente – col senno di poi, una passeggiata. Facevo il servizio militare: assieme ad altri “imboscati” svolgevo un lavoro amministrativo a Roma. Eravamo “scritturali”, ovvero dattilografi: il nostro compito era trascrivere referti con reperti (tali potevano considerarsi, anche allora, le macchine da scrivere elettriche in dotazione). Il nostro ufficio era un tunnel di vetro che collegava due plessi, nel quale erano stata sistemata una decina di scrivanie, mentre, sparpagliati un po’ dappertutto, giacevano centinaia, forse migliaia, di voluminosi faldoni di cartone rigido tenuti insieme da lacci di cotone robusto. Il lavoro era alienante, ma almeno ero al riparo dalle corse, dagli spari, dalle docce otturate in cui navigavano preservativi srotolati, dagli stracci usati promiscuamente per i pavimenti e le pentole, dagli eroinomani e dagli autolesionisti, dai criminali e dai pazzi a piede libero, dal fottuto missile nella piazzola. Era alienante, sì, ma c’era modo, forse, di fare qualcosa di utile: far avere la pensione ad un maresciallo con la schiena sfondata – sempre che non si trattasse di un simulatore. Per questo, pur non essendo io un fulmine di guerra (!), lavoravo, cercando di completare un certo numero di pratiche ogni giorno. Tra l’altro, proprio mentre trascrivevo i referti con la macchina da scrivere elettrica su carta carbone in tre copie, ho scoperto un numero allarmante di casi di militari ammalatisi, o morti di tumore a causa dell’esposizione alle radiazioni da uranio impoverito. Tutti quei ragazzi avevano prestato servizio in Bosnia, e tanto i casi di malattia conclamata che di decesso erano di gran lunga più numerosi di quelli di cui si era letto sulla stampa. Fa una certa impressione constatare fattualmente la divaricazione tra realtà e news di cui tutti siamo in effetti genericamente consapevoli. Qui c’era di mezzo la vita di persone vere, righe per lo più difficili da decrittare, vergate a mano su una cartella clinica, che descrivevano la fine di ragazzi normalmente più giovani di me – io avevo 23 anni, una laurea in tasca, e un futuro radioso davanti.

La mia vita era pura routine. Lavoravo dalle 8:30 alle 16:00 circa. Poi prendevo un autobus dalla caserma dove avevo l’ufficio fino alla Metro B, poi la Metro A fino a piazzale Flaminio, la circolare fino a piazza Mancini, ed infine un altro autobus fino a casa. Venticinque chilometri di puro piacere ATAC per farmi una cacata e una doccia come si deve, mangiare un boccone con i miei, e poi intraprendere il percorso inverso, in modo da arrivare alla seconda caserma in cui dovevo tornare a dormire. Avevo particolarmente bisogno di casa, calore, igiene perché la mia ragazza mi tradiva. Ora, non saprei nemmeno citare l’episodio clou del mio personale melodramma. Ricordo i corpo-a-corpo con i telefoni pubblici, quelli sì. Avevo sempre nel portafoglio una tesserina magnetica da 10.000. La sera mi muovevo con un po’ di anticipo, e solitamente a piazza Mancini la chiamavo da un telefono pubblico. E mi incazzavo. Tanto. E di solito finivo per colpire il telefono con il ricevitore. Nessuno metteva a posto i danni che facevo, così finivo per usare sempre telefoni diversi – ne avrò sderenati almeno un paio in modo irreparabile. Ricordo con particolare rabbia quel periodo in cui lei era spesso in giro, ed in particolare una sua memorabile trasferta in Nord Europa. Continuavo a chiamare il numero dell’albergo che mi aveva lasciato, avevo chiesto che mi mettessero direttamente in comunicazione con la stanza, nella quale il telefono continuava a squillare a vuoto. Il receptionist scandinavo che tratteneva a stento una risata, la tizia che giocava a incularella con qualcun altro nella sua stanza: non so quanto queste immagini fossero frutto di una vera esperienza, e quanto il parto di una fantasia infiammata ed autolesionista. Ma io volevo essere uno tsunami e spazzare tutto dalla faccia della terra: la caserma, la Scandinavia, il Signore Iddio e tutte le sue chiese.

Non sapevo con certezza cosa stesse accadendo, e, benché l’immaginazione più masochista mi aiutasse a unire i puntini, non riuscivo a credere quello che era chiaro e comprensibile almeno per tutti quelli che mi stavano attorno: per questo che mi ha fatto strano quando, mesi dopo, quella sua bocca così generosa con tutti diede un minimo di concretezza alle ombre che si erano formate nella mia mente confusa. Occorre dirlo?, non ricordo le esatte parole, ma è più che certo che avrà usato una complicata, ridicola perifrasi. Va detto però che quella stentata spiegazione in un italiano approssimativo mi era servita a capire perché una certa domenica a pranzo era fuggita al cesso in preda ai conati di vomito. La mia spiegazione, la sua spiegazione, era stata: “mal di stomaco”. Punto. Non sapevo, non avevo sinceramente nemmeno pensato che l’ansia indotta da un (più che giustificato) senso di colpa possono condurre a reazioni nervose di questo tipo.

Quasi tutto quello che aveva addosso erano miei regali (vestiva malissimo, in effetti), e mi ero fatto delle idee. E proprio non volevo credere alla mia voce interiore che per la prima volta aveva cominciato a sussurrarmi: “Le donne sono pazze”. La sua follia, la mia inadeguatezza. Tutto sommato, questo recriminare, questo scambio di luoghi comuni era meglio della siderale indifferenza che sarebbe seguita, dell’implosione subitanea di una relazione di anni all’interno di un punto ortografico. Ad aggravare la cosa, non riuscivo proprio a tenermi per me la mia piccola tragedia a base di corna. Mi illudevo che la vicenda potesse destare negli altri commilitoni un senso di solidarietà: potevo davvero sfiorare queste vette di idiozia ed autolesionismo? Ora, da quando in qua un cornuto fa pena? E’ un personaggio comico – del resto chi mai si è preoccupato delle commozioni cerebrali subite da Pulcinella?

Così una mattina arrivò una battuta poco felice: “Io mica ho la donna che mi mette le corna…”. E’ strano come questa frase, pronunciata da un soggetto che avrebbe meritato più la mia pena che gli effetti della mia rabbia, sia riuscita a riempirmi di una ira violenta e fredda. Nessuno, in effetti, e io meno di tutti, si sarebbe aspettato di vedermi reagire come in effetti feci, rendendo la mia condotta memorabile. Girai attorno alla branda, raggiungendo l’estensore della battuta, e con la mano destra lo presi per il colletto della camicia, afferrando nella foga anche la striminzita cravatta verde oliva. Lo sbattei contro l’armadietto, non molto forte per la verità, anche se il suono prodotto dal suo corpo contro la lamiera fu soddisfacente. A rendermi felice fu anche l’espressione smarrita del compagno, quello sguardo incredulo in cui i suoi occhi tutto sommato bonari stavano annaspando. Fu solo quando intervennero per separarci che mi resi conto di quanto questo gesto tanto sciocco fosse stato anche discretamente pericoloso. Era molto più basso di me, ma pieno di muscoli, esercitati in lavori manuali la cui durezza potevo al più immaginare, e, pur non avendo un’indole necessariamente perversa, era molto più spregiudicato di me e di certo più abituato al confronto fisico. Se non fosse stato per il mio formidabile quanto casuale tempismo, mi avrebbe potuto tranquillamente spaccare la faccia. Andò bene. In ogni caso, inspiegabilmente, in camerata non vi furono altre canzonature né ironie sulle mie corna.

Fu un incidente inutile. Non riuscivo a perdere questo vizio di raccontare a tutti quello che mi stava accadendo. Non mi rendevo conto di quanto fosse privilegiata la mia condizione: doccia, cesso, cena a casa mia, sia pure con l’assurdo obbligo di dormire in una merdosa caserma. Mi pesava la divisa, il fatto che spesso e volentieri non avessi in tasca più di mille lire, che mi toccasse risparmiare sulla colazione, o, peggio, scroccare da un compagno. Mi urtava l’offesa che stavo subendo, benché allora non potessi conoscere i fatti che la sostanziavano. Il percorso sui mezzi pubblici era infinitamente lungo; e se capitava di trovare un commilitone a bordo del bus, magari uno simpatico ed aperto, si poteva chiacchierare per mezz’ore intere. Fu così che mi capitò di conoscere questo tizio, un ragazzo più giovane di me, un riccio bassetto. Parlammo parecchio, finché, “casualmente”, arrivammo a parlare di ragazze. Gli raccontai la mia storia per sommi capi: “Eh, ti capisco… Ci sono passato anche io”. Mi sentii meglio. “Ora, vedi,” aggiunse, mostrandomi una (orrenda) fedina all’indice della mano sinistra, “sono fidanzato. Ma ho passato periodi brutti… come sta succedendo a te ora. Sono felice con la mia ragazza ora, ma, insomma, se mi dovesse lasciare… insomma, me ne andrei al cinema…”. I nostri passi risuonavano, assieme a quelli di altri soldati che come noi si affrettavano verso i cancelli, battendo sull’asfalto bagnato e colorato di arancione dai lampioni stradali. “Me ne andrei al cinema”: proprio così aveva detto. Poche volte avevo visto una persona tanto semplicemente felice del suo destino presente quanto serena alla prospettiva di vederla sfumare. Non ho preso nemmeno in considerazione la possibilità che mi stesse prendendo in giro: quel ragazzo sembrava serio, il suo atteggiamento verso la relazione era positivo e tuttavia privo di attaccamento patologico. Un vero monaco zen in divisa. Mi piacerebbe sapere che fine ha fatto; chissà come è andata a finire con la sua fidanzata di allora.

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