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arte - page 9

Frontiera

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Oggi. Mentre aspetto sulla banchina, mi fanno compagnia Thom Yorke e soci. Ho scoperto solo da poco quanto mi piaccia guardare in alto mentre sento la musica. Le linee di basso di “Lotus Flower” e le istantanee di cielo occupato da rami ancora fronzuti mi conducono ad una mini-trance. Mi scuoto appena in tempo per accorgermi che il tram sta arrivando. Al margine del mio campo visivo percepisco un’anomalia: una di quelle cose che ci portiamo dentro dai tempi in cui rilevare tali discontinuità poteva fare la differenza tra finire ammazzati da qualche bestiaccia e tornare sani e salvi alla caverna. Un movimento violento, a scatti, turbava la quiete della macchia indistinta di persone in attesa. Ho messo a fuoco, mentre la mia frequenza cardiaca accelerava: tre donne, l’immagine vivente dell’angoscia, del dolore e della sua anticipazione. La prima era appoggiata alla ringhiera di metallo e sosteneva un’anziana dai candidi capelli corti, la cui testa si spostava violentemente a destra e sinistra, come se stesse rispondendo ad un folletto invisibile che le chiedeva se era pronta a morire.

Una formidabile angoscia mi stava crescendo dentro – perfino adesso che cerco di rievocare quel brutto momento, mi salgono delle lacrime agli occhi. Una terza donna, una signora un po’ più grande di me, era in piedi davanti all’anziana: la scrutava con il cellulare a mezz’aria. L’espressione alterata da minuscoli spasmi dei muscoli facciali, gli sguardi caotici con cui la donna visitava i dettagli delle fattezze della persona amata: era, semplicemente, la quint’essenza dell’anticipazione del male, il prototipo dolente e furente dell’inutile ed inevitabile conato di opposizione al destino. Ho orecchiato un frammento di conversazione: “Mamma, sei sicura di non voler andare in ospedale?”. “Mamma” per fortuna si era apparentemente ripresa, sorrideva timidamente. L’altra donna era solo una che si trovava per caso lì, come me, e che si era fermata a dare una mano. E’ salita al volo sul tram.

Quanto a me, sono rimasto qualche secondo sulla banchina, combattuto: forse avrei voluto rendermi utile, ma l’anziana e sua figlia stavano andando via sulle loro gambe, così sono scivolato dentro al tram anche io, un secondo prima che le porte si chiudessero. Mi sono detto che in fondo non c’era bisogno di me, la cosa sembrava risolta, e che in ogni caso non c’era molto che potessi fare. Ma so anche di essere fuggito, anche se non prima di avere messo in atto un piccolo show per aiutarmi a convivere più pacificamente con l’obbrobrio del dolore. Perché ho paura della tristezza, e detesto constatare fattualmente uno dei più triti luoghi comuni, ovvero che viviamo spensierati, falsamente inconsapevoli, su una frontiera pericolosa: un minuto ci sono le foglie che rubano il cielo, il minuto dopo, più niente.

Scala immobile

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La ristrutturazione era stata completata con appena dieci giorni di ritardo rispetto al previsto: alle sei del mattino del giorno dell’inaugurazione, Afet Ganim, con la sua inevitabile sigaretta tra le dita minuscole e nodose, rimirava soddisfatta le vaste curve color ocra con le quali aveva cambiato per sempre il volto di quello che, prima del suo intervento, non era altro che un vecchio magazzino per la corda. Afet quasi non riusciva a credere ai suoi occhi: tutto si era svolto senza il minimo intoppo. Aveva ottenuto i permessi in un paio di settimane, i fornitori dei materiali erano stati puntualissimi, la banca aveva fatto il suo dovere, i politici (quelli che governavano non meno di quelli dell’opposizione) avevano spianato per lei le piccole grinze burocratiche che erano sorte qui e lì prima che si trasformassero in veri problemi. Era felice anche se le mancavano la sua casa e il cibo di sua madre, e le sue piccole abitudini. Si tirò su la zip del paille, pensando che, se fosse rimasta laggiù, non avrebbe mai potuto lavorare come le era stato possibile fare in questo efficientissimo e triste paese nordico.

Qualche ora più tardi, Afet presenziò alla cerimonia di inaugurazione con cui la sua ultima creatura veniva ufficialmente consegnata alla cittadinanza di Tampere. Tutti, vip e cittadini, l’avevano omaggiata e coperta di complimenti. Dopo il buffet, i presenti vennero invitati a visitare il piano superiore, al quale si accedeva attraverso una magnifica scala mobile ultimo tipo, costruita appositamente per il museo da una ditta tedesca. Un gioiello di perfezione meccanica nordica, una cattedrale in movimento che sorgeva attorno ad motore elettrico in grado di portare un’automobile di medie dimensioni ad oltre 150 km orari. La scala mobile del nuovo museo d’arte moderna di Tampere era in grado di trasportare fino a 3.000 persone l’ora sui suoi eleganti gradini collassabili di metallo satinato (più di quanti l’avrebbero visitato in un anno, forse); secondo la ditta che l’aveva realizzata, era tra le più eco-compatibili del mondo, mentre il sistema di illuminazione a led aggiungeva sicurezza allo stile.

Purtroppo, però, il sistema ettometrico quel giorno ebbe seri problemi. Quando il sindaco poggiò il piede sul primo gradino, la macchina si avviò docilmente. Ma il miracolo non durò che venti secondi, dopo di cui la scala mobile si arrestò. E non ci fu verso di riavviarla. Afet ne fu molto contrariata, strigliò in diretta i mortificatissimi commerciali della Schinker, i quali, dopo essersi scusati in tre lingue, e promisero di spedire una squadra di tecnici direttamente da Berlino. Anche se il pubblico non diede peso a quello che sembrò solo un piccolo incidente senza conseguenze, Afet fremeva di frustrazione e di rabbia: dopo un paio d’ore tornò nel suo appartamento trascinandosi dietro un giovane assistente, che utilizzò come schiavo sessuale per le successive quattro ore: alle 3 del mattino Pertii, stravolto e stordito dagli schiaffoni in pieno volto, si rivestì e se ne andò a dormire dai suoi.

I due tecnici della Schinker erano attesi per il mercoledì successivo (un cliente degli Emirati Arabi Uniti aveva avuto lo stesso problema). Quando arrivarono, però, Afet era partita alla volta degli Stati Uniti, dove l’attendeva un nuovo impegno professionale. Gerard ed Olaf erano due veterani della Schinker: quando entrarono nel museo, posarono lo sguardo sulla loro creatura infedele con un sorriso tenero e un po’ severo, poi si guardarono per un istante mentre indossavano i guanti, e si misero al lavoro. Erano più che sicuri che sarebbero venuti a capo del problema in un giorno o due al massimo. Cominciarono a smontare i pannelli e i gradini in fondo e, seguendo un cerimoniale messo a punto in anni di consuetudine, entrarono nel ventre della macchina, uno dopo l’altro. Amavano, entrambi, quell’odore di roba meccanica ed olio lubrificante che c’era là sotto; erano consumati, entrambi, da un’ardente passione per i fili multicolore ammazzettati in fascette che correvano lungo l’obliqua colonna vertebrale della bestia di ferro che dovevano curare. Erano le 9:00 di un lunedì.

Alle sei di sera ancora nessuno li aveva visti uscire: i custodi del museo pensarono che Gerard e Olaf fossero andati via, e chiusero il museo. Verso mezzanotte, i due vichinghi, delusi, sporchi e sudati riemersero dalle viscere della macchina. Niente. Si lavarono alla meglio nella toilette del museo, si sdraiarono dietro la lobby, e crollarono immediatamente in un sonno nero popolato di enigmi elettromeccanici che si avviluppavano l’uno sull’altro. Il giorno dopo, verso le sette del mattino, ricominciarono a lavorare, non prima di aver consumato al bar del museo un robusto spuntino a base di pesce ed insaccati, innaffiati dall’imbevibile caffè finlandese.

Al quarto giorno avevano completato la checklist delle possibili cause di malfunzione: “in teoria” tutto era come doveva essere (parti elettriche, cablaggi, parti elettroniche, ingranaggi), ma la scala mobile non funzionava. Fu dopo aver smontato uno ad uno tutti e trenta i gradini collassabili in metallo, senza riscontrare alcuna anomalia visibile (o invisibile al suo microscopio), che Olaf ebbe la crisi di nervi: si tolse la sua tuta blu e corse tutto nudo nella neve infilandosi come un tarantolato dentro l’abetaia davanti al museo. La sua folle corsa venne interrotta da un ramo un po’ più basso degli altri, ma non per questo meno duro, che entrò in collisione con la sua fronte, procurandogli una ferita lacero contusa (27 punti di sutura, e commozione cerebrale). Gerard, dopo aver visitato il compagno all’ospedale, ritornò al museo, dove continuò bovinamente il compito iniziato dal Olaf. La chiave, ne era certo, era “smontare tutto”. Tutto.

E così, dopo circa tre settimane, il direttore fu costretto a chiudere il piano superiore e diverse ali del museo, che ormai erano occupate interamente dai  componenti di quella che un tempo fu la scala mobile: 23.478 pezzi meccanici, sette chilometri di cavi elettrici, le due grandi ruote denudate dei loro accessori; Gerard era preso da un furore febbrile, e, grazie alla cocaina poteva lavorare fino a 21 ore ogni giorno. Dal quando Olaf si era ferito non si era mai più lavato ed aveva perso 15 chili. La sua vita, palesemente, non aveva più senso, lo si poteva vedere spostarsi da un pezzo smontato all’altro, intento ad osservarli e a rigirarseli tra le mani (almeno quando non erano troppo grandi e pesanti). A causa di un equivoco provocato da un’incerta traduzione resa ad un tursita giapponese, si sparse la voce che il lavoro di Gerard non fosse una vera occupazione (per quanto ossessiva), ma che egli fosse piuttosto il protagonista di un tableau vivant, una specie di installazione vivente. Il direttore del museo, snasò l’affare, e lasciò credere che effettivamente si trattasse dell’opera di un artista famoso che desiderava mantenere l’anonimato perchè “la mia arte non è mia, ma del mondo”.

La truffa rese bene, dal momento che la cittadina divenne in pochi mesi una meta turistica “alternativa” molto frequentata da snob ed imbecilli falsamente acculturati. Il giorno in cui Gerard scoprì il bioccolo di polvere lanosa che aveva impedito al circuito elettrico di chiudersi e di far funzionare la scala mobile, morì di infarto: testimoni attendibili riferiscono che, al momento del trapasso, il suo volto fosse disteso, quasi sorridente. Il giorno successivo, quindici uomini caricarono tutti i pezzi di quella che era stata la scala mobile su diversi camion. Al suo posto ne venne sistemata una tradizionale di legno massiccio.

“Una modesta proposta”

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Il fancazzismo impiegatizio è una piaga soprattutto per i lavoratori più bravi e capaci. Le aziende, infatti, non potendo (volendo) combatterlo seriamente, si rifanno sugli onesti. Basta fare un giro in una grande realtà pubblica e privata italiana per rendersi conto che le persone sedute dietro ad una scrivania senza fare assolutamente nulla pur essendo regolarmente retribuite (premi di “rendimento” inclusi) è sorprendentemente elevato.

Osserviamo da vicino il fancazzista: è un tipo psicologico il cui grado di allergia alla fatica e all’impegno va dal grado “medio” al “molto elevato”. Tra loro, vi sono i casi clinici, quelli cui un minimo sforzo intellettuale potrebbe risultare fatale. La fattispecie in questione presenta in genere un comportamento particolare, sotto certi aspetti controintuitivo: il fancazzista è infatti attentissimo al rispetto delle regole formali imposte dal datore di lavoro, manifestando d’altro canto un’abilità davvero raggurdevole nella nobile arte di “fottere il sistema” nella sostanza, pur restando tassativamente all’interno del recinto di regole, codicilli, orari e timbrature imposto dal padrone.

E’ noto, d’altra parte, che i capi degli uffici del personale attribuiscono grande valore agli aspetti formali (orari, timbri, permessi ferie), mentre diventano inflessibili quando si tratti di questioni di sostanza che per loro natura non possono essere affrontate se non attraverso una violazione di regole aziendali. Per intenderci: se la prendono più facilmente con un whistlerblower (vedi il caso dei ferrovieri licenziati per aver mostrato ad un giornalista le magagne dei sistemi di sicurezza dei treni su cui viaggiano milioni di italiani) che con un falso malato che si presenta in ufficio con frequenza tale da essere soprannominato “Fatima” (dopo un’apparizione, torna invisibile per mesi).

Lo so, è una posizione scomoda la mia, perché potrei sembrare un apologeta del padronato (uso questo termine per nostalgia, dal momento che oggi la grande realtà produttiva non ha volto, è impersonale, monade inconoscibile, al punto che era meglio un padrone fisico contro cui lottare, almeno ne (ri)conoscevi forze e debolezze). Tuttavia, se su un piatto della bilancia c’è il piacere di fottere un sistema bacato ed alienante, e sull’altro l’equità sociale, la scelta non può che ricadere su quest’ultima. Il fancazzista protetto da un sistema che è occhiuto con le persone oneste e lassista con chi ruba (perché chi prende uno stipendio senza fare un cazzo, questo fa, e lo fa agli altri lavoratori) è un insulto vivente per il preponderante, umilatissimo e disperato “quarto stato” (giovani con i soliti quattro stage di seguito a 500 euro al mese quando dice bene, poi assunti a tempo determinato, da grandi aziende che fanno scorrazzare i loro boss su aerei privati).

Per evitare che i fancazzisti continuino nella loro opera di disgregazione sociale, io lancio questa “modesta proposta”: il certificato ufficiale di fancazzismo (CUF). Tutti coloro che non desiderano lavorare pur avendone la possibilità, fisiche e mentali, sarebbero titolati a chiederne una all’apposito ministero (che sarebbe da me presieduto). Il CUF, integrato in una comoda scheda magnetizzata che potrebbe fungere anche bancomat (datemi qualche idea per il logo) darebbe diritto ad uno versamento mensile a carico dello FUF (Fondo Ufficiale Fancazzisti) pari al 65% del salario medio nazionale. Ovviamente sarebbero necessarie punizioni severe per i furbi che volessero beccarsi il CUF anche se lavorano in nero. Sarebbe bellissimo se i recuperi di efficienza della realtà produttiva finalmente sgravata della sua zavorra potessero condurre a maggiori assunzioni di persone motivate, ovvero ad un aumento degli stipendi dei dipendenti e/o un aumento dei fatturati, e pertanto degli imponibili, tale da consentire la copertura del FUF. Tutte questioni da analizzare e da mettere a punto. Un fatto è certo, comunque: un FUF costerebbe al complesso di pubblico e privato nel loro complesso meno di quello che costa alle sole aziende il mantenimento del loro piccolo esercito di piombo.

Ghiaccio (uno)

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Quando mi sono svegliato, stamattina, mi sono guardato in una superficie riflettente: ho constatato che sono un vivente di aspetto gradevole, sano, muscoloso; i miei denti sono bianchissimi. Mi sono tirato su dal letto e un buffo essere peloso di colore rossastro si è messo a girarmi attorno alle caviglie vibrando e emettendo un verso acuto. Ho cercato qualche cosa da mettermi addosso: a furia di tentativi, ho trovato una porta che si apriva su una camera lunga e stretta, piena di roba di stoffa bianca e nera. Ho faticato un po’ ad indossare quelle cose, ma alla fine ce l’ho fatta. Le cose per i piedi, in particolare, sono tremende.

Sono uscito. C’era molta luce, e la roba che avevo addosso mi faceva un po’ sudare. Mi avevano raccomandato di usarla, comunque. All’esterno, il rumore di roba meccanica era insopportabile, e la puzza talmente forte che all’inizio avevo dei conati di vomito. I viventi si muovevano a gran velocità, il che mi è sembrato strano, a meno che tutti non stessero cercando riparo da una catastrofe. Ho deciso che quelli che mi venivano incontro stavano sfuggendo ad un incendio, mentre quelli che mi superavano stavano scampando da un’inondazione. Erano tutti molto distratti, non riuscivo a capire se fossero soli o in gruppo; molti viventi erano dotati di certi dispositivi rettangolari neri o bianchi, che tenevano appoggiati alla guancia mentre parlavano con qualcuno che non riuscivo a vedere; altri li tenevano in una mano toccandone la superficie con la punta dell’indice dell’altra.

Una femmina mi ha mostrato i denti, ma non in modo sgradevole: quando mi ha oltrepassato sul lato sinistro, ho sentito che i suoi occhi mi esploravano. Mi sono fermato assieme ad un gruppo di viventi che aspettava ad un angolo mentre veicoli a motore percorrevano a gran velocità la perpendicolare alla strada sulla quale stavo procedendo. Un’altra femmina ha mosso la bocca in modo tale che i due estremi si sono spostati verso l’alto in modo quasi contemporaneo. I suoi occhi verdi screziati di giallo sembravano buoni. Ha emesso dei suoni gradevoli, anche se ovviamente non ho capito nulla. La musica che emetteva era bella, e ho pensato che fosse una buona idea camminare al suo fianco.

Mi ha guidato dentro una costruzione con le pareti trasparenti, si è seduta ad un tavolo, e mi ha invitato con un gesto a fare altrettanto. Un’altra femmina, bassa e rotonda mi ha portato un minuscolo contenitore con un’orecchio, dentro il quale c’era una piccola quantità di un liquido schiumoso marroncino. Si aspettavano che lo bevessi: era ad almeno cinquanta gradi, e di sapore disgustoso. La femmina continuava a parlare, e io ogni tanto muovevo all’insù gli angoli della bocca: ho notato che il suo sguardo si è soffermato per un attimo sui miei denti quando mi sono spinto a scoprirne qualcuno. Dopo un po’, la femmina si è alzata, mi ha preso per mano come per portarmi via. Ci siamo avviati verso l’apertura per la quale eravamo passati poco prima. Continuavo a fare quello che si aspettava da me.

Una volta all’esterno, abbiamo camminato per circa settecento metri, poi abbiamo girato due volte a destra e una a sinistra. Ci siamo trovati in un posto più silenzioso pieno di case basse: anche da qui si vedevano le sagome delle quattro costruzioni altissime che sorgevano nel posto del posto dove ci trovavamo poco prima. La femmina ha tirato fuori un aggeggio di metallo piccolo e piatto con un lato fatto a zig-zag, lo ha infilato in un buco della porta e questa si è aperta. Mentre avanzava sul pavimento morbido di stoffa, ha fatto cadere la sua bisaccia rossa; poi, camminando in modo lento, ha lanciato le sue cose per i piedi (che avevano una forma davvero stravagante) una a destra e l’altra a sinistra, e poi ha cominciato a togliersi le cose da dosso. Dopo qualche secondo, era nuda, a parte un piccolo pezzetto di stoffa bianca che la copriva nel punto in cui partivano le sue gambe magre e bianche. Anche io mi sono tolto le cose, ho pensato che fosse la cosa giusta da fare in quel momento. Solo che non sono stato bravo come lei, e una delle cose per i piedi è finita sul tavolo. La femmina ha riso in modo strano, ma non cattivo, e con i suoi piccoli piedi nudi che affondavano nel pavimento senza far rumore, mi è venuta vicinissima. Mi sono ritrovato le sue braccia sottili attorno al collo, mentre un odore fortissimo di fiori ed agrumi mi ha investito come un pugno.

Siamo caduti delicatamente a terra: io ero supino mentre lei sedeva sopra di me. Mi ha fatto qualche cosa di strano e bagnato, poi ha cominciato a muoversi tutta, diceva delle cose con voce un po’ bassa ed era pure un po’ rossa in viso. Mentre succedeva tutto questo, non potevo fare a meno di notare le grandi macchie di colori accesi schizzate sul muro alla nostra destra. A quel punto, abbiamo sentito un rumore acuto, che si è ripetuto diverse volte, ad intervalli d qualche secondo. Quando il coso non suonava, sentivo l’ansimare della femmina. Dopo la settima volta, la femmina ha fatto la faccia arrabbiata, si è alzata ed ha afferrato il parallelipedo nero dal tavolo, urlandoci dentro qualche cosa. Mentre continuava a parlare, ora a voce bassa, ora quasi strillando, ho preso le mie cose per coprirmi, e me le sono rimesse addosso.

Le cose per i piedi le ho lasciate nella casa bassa della femmina. La terra nera e dura di questo posto faceva uno strano effetto sotto i miei piedi nudi. Il sole splendeva. Un enorme veicolo rosso con due file di finestre, una sopra e una sotto, mi è passato davanti con grande fracasso, impedendomi per un momento di vedere il passero che, in un giardino vicino, saltellava nell’erba come una palla di gomma.

Promiscuità

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Ho avuto modo di scrivere in passato qualcosa di simile, ma, a distanza di anni, le mie idee non sono cambiate: in un mondo perfetto, mi piacerebbe vivere in un luogo freddo, estate a 10 gradi, inverno nevoso, abiti pesanti, caminetti e piumoni. Ecco, abitare in una casa isolata con connessione internet veloce e sicura, poi, sarebbe perfetto. Un casa non troppo grande dall”architettura essenziale (tutto il legno possibile, e che profumi), con il caminetto, un armadio con maglioni e felpe pesanti, alcune bottiglie di grappa, un”enorme libreria, un piccolo studio di registrazione con chitarra basso, batteria e tastiere, uno stereo megagalattico; una raccolta di pipe, tra cui una di canapa, dalla quale (sono fissato) vorrei fumare un giorno canapa. Beninteso, vivrei di rendita: dei miei affari si occuperebbe un onesto ed affidabile amico che da Londra investirebbe le mie cospicue fortune senza coinvolgermi nel quotidiano e senza fregarmi: gli concederei, va da sé, generosissime provvigioni.

Invece no. Come la maggior parte dei miei concittadini, sono confinato ad un appartamento. Non che mi lamenti, ma il condominio ti obbliga alla convivenza forzata con un campionario umano che, se lo guardi con gli occhi dello scrittore brillante che ti piacerebbe essere, potrebbe darti del materiale per anni. Ma che nei fatti è solo un brutto ostacolo ai tuoi deliri di pulizia e perfezione (quando avvisti un vicino molesto, il campo innevato che ti sembra di vedere con gli occhi della mente non c”è più, improvvisamente solo fango nero).

Uno degli aspetti più sgradevoli della convivenza in un condominio è la promiscuità forzata. Per il sottoscritto, l”unica altra forma di vicinanza obbligatoria (aggravata dall”altrettanto inevitabile semi-nudità) è il mare nella declinazione spiaggia-d”estate: nudo, peli incontrollati e lardo bianchiccio al vento, e al caldo impietoso, unto come una sogliola prima della frittura, non posso evitare di posare gli occhi sui corpi (sbrindellati? frustranti?) di altri individui altrettanto svestiti; i quali, tra l”altro, ti stanno tanto, troppo vicino, e ti assillano con i brandelli delle loro conversazioni che a te paiono assurde forse solo perché il vento pieno di sabbia te ne recapita rotti brandelli simili al rumore bianco variamente intervallato di una radio mentre cerchi la sintonia giusta.

Ma torniamo alla promiscuità: l”appartamento che confina con la mia cucina ha vissuto diverse vite. Oggi è un ufficio: chi lo utilizza deve essere un santo, perché in questo caso è lui che mi subisce: fortunatamente, gli orari non coincidono quasi per niente con i nostri. Ma prima, quando l”appartamento era vuoto, fungeva da alcova per un(“) agente immobiliare che ci portava il ganzo (la ganza). La brandina dove i due si accoppiavano (si muoveva troppo per essere un normale letto) doveva trovarsi praticamente dietro il mio frigo, e nei loro momenti di entusiasmo erotico il tubolare di metallo toccava il muro ad ogni colpo di lui, con un effetto percussivo degno di un film con Lando Buzzanca. Ho curiosato, lo ammetto: come una vecchia beghina, ho sbirciato dallo spioncino la coppia che, “dopo”, se ne andava, ed è stata una sorpresa. Lei era carina, il tizio che la faceva strillare tanto, un vero cesso: pallido, magro, grande naso: praticamente, la rivincita dei nerd. Prima ancora, quella camera era il rifugio di una donna che gemeva di dolore. Non so se occupava il letto sul quale si sarebbero uniti gli amanti clandestini, o se invece si scioglieva in un pianto ininterrotto seduta su un divano. Comunque, era uno strazio sentirla piangere la sera, proprio nel momento trionfale in cui stavo per cacciarmi in bocca una bella forchettata di carbonara. Fortuna che l”appetito è più forte della solidarietà.

E poi, nel condominio, ti tocca sentire i soffritti della vicina, che per imprescrutabili motivi ritiene opportuno cucinare a tutta callara alle nove e mezzo del sabato mattina: ovvero quando sto cercando di uscire dalla nebbia sorbendo il primo caffè della giornata, che fa a cazzotti con l”olezzo di cipolla. Che dire poi dell”odore di bagnoschiuma? Quando nel cortile sento il profumo che si libera subito dopo la fine di una doccia, posso anche immaginare che il corpo lavato sia bello quanto è gradevole l”odore che, senza rispetto alcuno per le porzioni catastali, gironzola per le parti comuni e si infila dalla finestra dentro il mio salotto. Inutile dire quanto questi arditi collegamenti siano pericolosi: almeno quanto arraparsi per la voce sexy di una tizia con cui avete solo parlato al telefono.

E ci sono gli anziani: proprio davanti alle mie finestre vive una vecchietta deliziosa, che purtroppo ha avuto qualche problema di salute, con una gamba credo. Qualche notte era confusa, o aveva male, o tutt”e due, forse. Anche se una signora l”aiuta, quegli strilli facevano male, come può fare male solo una cosa che sai che toccherà putroppo anche a te, e/o a qualcuno a cui vuoi bene. E quel destino, bada, potresti anche arrivare a considerarlo una “fortuna”, perché potrebbe andarti pure peggio. L”anziana che stava due piani sotto, invece, è morta durante un”estate: non che fosse una persona amabile come la prima, ma insomma, fa sempre un po” effetto constatare che alla conta manca un individuo, quando torni dalle vacanze. Per inciso, l”appartamento che occupava è stato completamente ristrutturato, e adesso è occupato da una ragazza odiosa. Ancora non ha capito il meccanismo “cortile finestre aperte”, cosicché la scorsa domenica ho potuto constatare che è in grado di parlare ininterrottamente per sei-sette ore.

E gli odori nell”ascensore? Un”altra forma di promiscuità forzata: ci sono i buontemponi che ci scorreggiano dentro, all”ascensore, i renitenti alle regole che ci fumano, i “distratti” che lo usano per portare giù la loro spazzatura: se sei il primo ad usare la cabina dopo uno di loro, finisci per domandarti qual è il senso. Non dell”ascensore e della monnezza, ma della vita in generale. Ah, e poi ci sono quelli (sono soprattutto donne, ma anche certi ometti non scherzano) che, prima di uscire, si versano mezza bottiglia di profumo sulla testa: ecco perché l”ascensore continua ad avere il loro odore artificiale per la settimana successiva al giorno in cui se ne sono serviti per l”ultima volta. Sempre meglio dei luridi che alle sette della mattina puzzano da fare schifo, e il micro-microclima dell”ascensore non può dimenticarsene.

Un condominio ti obbliga a convivere anche con degli scarti umani che denunciano il portiere per aver rubato una pianta (copia della denuncia nella cassette postale di TUTTI i condomini!) e che mettono in strada la bici di una bambina, dimenticata (la bici, non la bambina) in cortile. Vorresti passarci sopra e riderci, ma è più forte di te: l”idiozia di certe persone è un”offesa per l”umanità, ed è più infettiva di un raffreddore.

La vendetta di Edgardo, stagnaro digitale

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La mia faccia non la conosci, e non la conoscerai mai, ma io sono un piccolo dio. Sto scrivendo queste righe da una postazione traballante in un internet café di San Andres, vicino a Manila. E’ stato il mio amico Alberto a parlarmi del lavoro alla MyDesk: basta masticare un po’ di inglese e saper usare (un minimo) il computer. Di che si tratta? Veramente semplice: non devo far altro che collegarmi su internet, impostare le mie credenziali in un certo sito, e guardare migliaia di fotografie e di video. Quali? Ma quelli che alcuni di voi caricano sui loro profili sul social network. Ci sei?, si tratta di immagini… un po’ particolari. Sì, hai capito bene, proprio quelle che qualche altro utente su Facecook ha ritenuto “offensive”.

“Offensivo”. Concetto generico, discutibile, lo so, ma, alla MyDesk hanno le idee abbastanza chiare. A me sembrano patetici, questi americani: dal loro punto di vista puoi pubblicare fotografie di escrementi umani, ma non immagini di una donna che allatta il suo bambino. I crani spaccati sono ok, e anche le immagini con un sacco di sangue, ma attenzione alle immagini ritoccate con il photoshop. Facecook è ormai in grado di riconoscere le persone dalla loro faccia, basta “taggarle” qualche volta. Ma anche il software più sofisticato non riesce a ragionare sul contesto, che so, per capire se una certa battuta razzista che compare sul commento di un’immagine sia sarcastica o meno. Qui entriamo in gioco noi, la pattuglia di stagnari che puliscono la vostra merda digitale. Per poco più di tre euro l’ora, ci mettiamo davanti ad uno schermo a vedere tutte le porcherie che producete e delle quali andate oltretutto talmente fieri da volerne rendere partecipi i vostri “amici”. In questi tre mesi di lavoro, ho avuto la prova di quanto sia disgustosa la natura umana. Non a caso, la notte faccio fatica a dormire. Mentre me ne sto sdraiato nella mia cuccia maleodorante, con gli occhi sbarrati, maledico il destino che mi ha fatto nascere in questa putrida bidonville: mi fanno compagnia i terabyte di immagini e di suoni che pazientemente ho dovuto farmi passare davanti agli occhi per portare a casa poco per ottenere in cambio tre monetine dall’uomo bianco. Un carnevale degli orrori digitali: la soldatessa che tortura i prigionieri, il Corano gettato in una sentina, apologie dei peggiori dittatori, parole come pietre contro ebrei, omosessuali, cristiani, musulmani, uomini che infieriscono su animali, bulli che fanno saltare i denti a sfigati, un ritardato mentale abbandonato sopra una tettoia senza parapetto, mentre i compagni di classe si scompisciano dietro la finestra da cui lo hanno fatto uscire, una coppia che adesca i bambini, un uomo che desidera che un altro uomo lo mangi vivo (letteralmente), un condannato a morte per impiccagione prima e dopo la “punizione”. Più di una volta ho dovuto alzarmi di corsa dalla mia postazione improvvisata in questo caffé e correre fuori a vomitare.

Va anche detto che, per collocare le immeagini “in una prospettiva che solo il contesto può dare”, l’applicativo della MyDesk consente libertà impensabili per voi comuni mortali. Per cominciare, è un passepartout per tutti i profili di Facecook. Ho libero accesso a tutte le informazioni conservate nel vostro account, senza bisogno di alcuna password. Ahi ahi ahi, la sicurezza dei dati non è granché, cari i miei cervelloni della Silicon Valley, se un qualsiasi pezzente filippino riesce a sapere qual è il disco preferito del direttore generale della Goldman Sucks. E’ vero che noi siamo i vostri spazzini, e a nessuno interessa quello che uno zero può sapere o non sapere. Ed è qui che vi sbagliate, appunto. Dopo mesi di risparmio, ho comprato questo hard disk esterno (rubato), nel quale ora sto salvando un mucchio di informazioni interessanti. Qualcuno in occidente si è lamentato perché nessuno si è preoccupato di controllare la nostra fedina penale: tra noi, in effetti, ci potrebbero ben essere dei terroristi. Io non lo ero, fino a ieri. Ma da oggi, proprio come un “bravo” terrorista, sparerò nel mucchio: farò tanto male a qualche famiglia solo per nutrire di carne fresca il totem della mia rabbia ammantata di idee politiche morte. Sfascerò coppie apparentemente perfette, sputtanerò presidi pedofili, farò passare un guaio a sbirri e soldati sadici. Non perché ami la giustizia, no, solo per odio. E c’è caso che qualche idiota finisca per considerarmi un eroe, e che possa finalmente scappare via da questo letamaio.

Psicanalizzare gli Egizi

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Sono indeciso: il mondo è un mare di merda (MdM) – come sembra chiaro nelle ore che precedono un brutto raffreddore in arrivo? Oppure un fantastico luna park (FLP)? “Oggi devo indossare giacca e cravatta per esigenze di copione, e, tanto per gradire, la mia unica cintura nera ha deciso di prendersi un periodo sabbatico: sono costretto ad indossare un paio di vecchie bretelle che manco Wall Street – proprio l’accessorio adatto ad un pagliaccio”: MdM. Poi trovo uno dei miei boxer nella cassetta della posta: FLP! Devono essere caduti mentre erano ad asciugare (io non me ne sono accorto); il condomino che sostituisce il portinaio, forse ritenendo poco virile e dignitosa la prospettiva dello scambio brevi manu di indumenti intimi maschili con il sottoscritto, a quanto pare ha architettato l’ingegnoso stratagemma.

Torno a casa, il cuore oppresso dalla lettura di un libro che gronda dolore da ogni pagina, MdM (parla dell’11 settembre, e anche dell’Olocausto). Ma poi aiuto mia figlia a fare una ricerca sul mito di Osiride (FLP!!!). Potrebbe farlo da sola, ovviamente, ma ho voglia di ripassare (scopro subito che più che di scelta si tratta di necessità, dato che, per dire, per anni sono stato convinto che Osiride fosse una femmina).

Dice Wikipedia che Osidiride era il dio della fertilità (intesa come crescita di frutti) e degli inferi. Non so se qui ci sia la solita coesistenza di eros-thanatos, e/o se si tratti della fascinazione che gli antichi (e anche i moderni che non ci pensano mai, finché trovano roba sugli scaffali del supermercato) per il ciclo vita-morte implicito nell’agricoltura.

Osiride è figlio di Nut e di Geb, ovvero, rispettivamente, del cielo e della terra. Dunque la donna è cielo, che già mi pare una cosa semplice, bella e poetica (non so se è anche politicamente corretta, ma me ne sbatto, alla fine). E l’uomo è terra: Geb viene talora rappresentato con un’oca sulla testa, e definito anche come “il grande starnazzatore”. Vabbè, non aggiungo altro, comunque non è carino. In ogni caso, poiché il cielo è intuitivamente sopra la terra, il ritratto dei due genitori di Osiride è così composto: Geb se ne sta seduto, le ginocchia piegate, i piedi uno avanti all’altro, la schiena inclinata e un braccio proteso all’indietro per tenersi, il tutto senza toccare… terra col sedere; mentre la sua sposa è disposta a ponte sopra di lui, e poggia sul terreno solo le mani e le punte dei piedi. Nell’Antico Egitto, a letto (ma gli Egizi avevano i letti, boh?) secondo me la donna stava sopra (del resto, i missionari ancora non li avevamo ancora inventati). Poi dice che la storia è noiosa…

Da Nut e Geb sono certamente nati quattro figli: Osiride, Seth, Nefti ed Iside. Personaggi fantastici, niente a che vedere con quel noioso brav’uomo del padre: sono, infatti, incestuosi (Osiride era marito di Iside e Seth Nefti erano sposati tra loro), invidiosi, vendicativi, dediti alle arti magiche. Osiride era il buono della situazione: aveva dato una mano all’umanità, non introducendola alle meraviglie del touch screen, ma inventando l’agricoltura e la vela. Nel tempo libero, inoltre, giudicava le anime dei defunti. Insomma era il classico primo della classe che sta sulle palle a tutti. E infatti. Seth, il suo amato fratellino, tenta almeno due volte di farlo fuori. La prima volta va così: il perfido Seth organizza un party, il cui clou è un originale gioco di società consistente nel far provare a turno agli invitati una fiammante bara fatta costruire dal padrone di casa. Guarda caso, il cappottino di legno ha proprio le misure esatte di Osiride, che una volta entratovi per gioco, si ritrova, bara e tutto, in fondo al Nilo. Per fortuna ha una moglie e sua sorella (che poi erano sorelle tra loro) che lo amano a tal punto da resuscitarlo con una qualche magia (da qui il mio sospetto che ci fosse del tenero tra Osiride e Nefti).

Osiride non fa a tempo a resuscitare, che Seth lo ammazza di nuovo. Ma stavolta, per non rischiare, seziona il corpo del fratello in un numero di pezzi compreso tra i 13 e i 15, spargendoli a destra e a manca. Anche questa volta arrivano le due sorelle-amanti, che pian pianino ricostruiscono il puzzle. All’appello, duole ammetterlo, manca il pezzo forte di Osiride, dal momento che un certo pesce pervertito del Nilo gli ha divorato l’uccello (metafora della castrazione?). Niente paura, la dolce Iside, per rimediare al fastidioso guaio di Osiride, decide di organizzargli in fretta e furia una protesi: forse memore delle sue eccezionali performance amatorie, decide che essa dovrà essere d’oro massiccio: materiale pesante, incorruttibile, prezioso, peccato non sia molto duro… (con questo, Osiride, nella metafora, si sarebbe guadagnato la possibilità di fare sesso in eterno?). Proprio quando sta per essere imbalsamato, cazzo d’oro compreso, Iside resuscita l’amato (chissà come è andata a finire con la protesi…). Per la cronaca, anche il figlio di Osiride e Iside, Horus, combatterà contro il perfido zio Seth: ne usciranno entrambi malconci, il primo senza un testicolo e l’altro guercio.

Una storia perfetta, direi, piena di azione, magia, colpi di scena e sesso: quello che ci vuole, da sempre. Non è un caso che Osiride ricordi da vicino l’Abele della Bibbia, anche se il suo destino sembra più benevolo: come Abele, infatti, viene ucciso da un parente invidioso. Però, a differenza di questi, che dopo il game over si rifugia in paradiso a pregare, Osiride viene salvato più volte dall’amore delle sue donne, è più famoso ed amato di Mick Jagger, e pare continui a trombare da millenni (sì, come Mick Jagger).

Da quando questa leggenda è comparsa sono passati 4.500 anni, ma gli uomini non sembrano venuti a patti con le loro ossessioni più profonde: il sesso, l’amore e l’angoscia di perderli (il fallo scomparso, il testicolo tagliato), la meraviglia della vita, e ovviamente il terrore ossessivo di esserne privati. Così, detto da uno che ha appena letto un sussidiario. Immagino ci sia molto altro, ma a me basta anche così.

Ghiottonerie

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“Questa pasta è magnifica: cotta a puntino, ben condita. Il pecorino, poi… Per non parlare del guanciale, che profumo, saporito…”, disse il vecchio.

“Lo credo, anche i miei involtini con il lardo sono una delizia, vuoi assaggiarne?, gli fece eco la vecchia.

“No, gvaffie…”, bofonchiò il vecchio infilando in bocca una matassa informe di spaghetti ricoperti di salsa unta giallastra. Il processo di avvolgimento non era stato effettuato in modo appropriato (il vecchio non era italiano e aveva smesso da pochi anni di usare anche il cucchiaio, con la pasta lunga) e l’incerta spirale di pasta finì per sciogliersi lungo la strada che la forchetta tremolante percorse per arrivare dal piatto alla bocca. Il vecchio dovette risucchiare la pasta rimasta a penzolare, emettendo un rumore sgradevole e sporcandosi di uovo tutt’attorno alla bocca. La mazzetta dei giornali giaceva sul tavolo, intonsa.

La coppia continuava a ruminare con espressione stolida. Anche se il ristorante si dava un certo tono, il vecchio non si era fatto problemi ad allacciarsi il tovagliolo al collo. Un camerierino atletico si avvicinò al tavolo dei vecchi e con un movimento elegante ma servile afferrò la bottiglia dal cestello del vino e ne versò ad entrambi. Lo sguardo del vecchio, ora, era fisso verso un punto indeterminato oltre la tenda della vetrina del ristorante, al di là della quale luccicavano le sagome nere di diverse berline di lusso.

Al tavolo vicino avevano abbassato le voci in modo sospetto: di sicuro stavano sparlando di quella coppia grottesca. Dell’anziano rubizzo e scomposto con un tovagliolo al collo a mo’ di bavaglino, e dell’ottantenne arzilla con il chiassoso vestito di seta fiorata che sarebbe stato improponibile anche se indossato trent’anni prima, del suo grottesco mascherone di trucco e della magnifica parrucca di capelli corvini che completava l’acconciatura. A turno, un paio di giovanotti eleganti del tavolo accanto guardarono di sottecchi i due fenomeni da baraccone; qualche secondo dopo (il tempo di formulare qualche impietosa ed irresistibile sintesi) il laborioso silenzio di qualche istante prima esplose in una clamorosa risata collettiva priva di ogni pudore. Denti bianchissimi vennero scoperti, teste laccate di gel vennero lievemente gettate all’indietro. I due vecchi, presi da sé stessi, quasi non notarono l’allegria: e di certo non immaginarono da che cosa fosse scatenata.

“Ti ricordi quel prosciutto di Parma che abbiamo mangiato in Italia l’anno scorso?” riprese la vecchia, visto che la conversazione languiva.

“Ottimo, cara, ottimo, ma anche il nostro jamon cerrano non ha niente da invidiare…”

“Ma caro, vuoi scherzare? Il vostro prosciutto è immangiabile… duro, salato, no, no, mi dispiace, non sono d’accordo; che cosa prendi, dopo?”

“Avevo pensato ad un fritto misto, e tu?”

“Un bel filetto al pepe verde!”

“Ottima scelta, mi querida. Ah, e non dimenticare che qui fanno quel meraviglioso dolce al cioccolato con il peperoncino!”

“Giusto, giusto.”

Accadde mentre la vecchia sognava ad occhi aperti il suo tortino marrone dal cuore dolce e piccante.

L’urlo folle, il tramestio di piedi che corrono su un tappeto. Poi il botto. Una palla di fuoco invase il locale, dilaniando all’istante il cameriere che stava accorrendo a versare altro vino al tavolo dei due vecchi ricconi (la banconota che aveva sognato come mancia divenne cenere, come quasi tutto il resto in quella sala). Il lampadario di cristallo esplose proiettando schegge mortali in ogni direzione assieme ai chiodi e ai frammenti di ferro della bomba artigianale che il pazzo portava addosso.

Il vecchio, prima di morire, non rivide tutta la sua vita, come si suol dire. Ricordò, invece, un episodio accaduto poche ore prima che la sua testa si separasse dal resto del corpo. Aveva litigato con una ragazza per un taxi: entrambi avevano alzato la voce, ma la ragazza era più giovane e forte ed ebbe la meglio. Posò una mano sullo sportello aperto del taxi che attendeva e fece per salire. Il vecchio afferrò a sua volta lo sportello e fece per spingerlo contro la ragazza, in quel momento incastrata tra la portiera e la fiancata. Solo allora si accorse che era incinta, forse al quinto, sesto mese. Assaporò l’odio sbigottito negli occhi della ragazza, che si infilò in macchina sbattendo la porta non prima di averlo coperto di insulti. Quello sguardo, e poco altro, gli fecero compagnia nel suo breve viaggio verso la notte.

La felicità è un’arma calda

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Ho bisogno di stringerti, di tenerti, nuda, tra le mie braccia: questa cosa strana, nuova, che sento è dolce quasi come la botta che mi dava l’eroina quando mi facevo. Solo che, allora, mi svegliavo in un tugurio puzzolente di piscio e pieno di cocci; oggi apro gli occhi dopo una notte allegra di vino, film e sesso, avvoltolata in un lenzuolo che sa di bucato.

Nella mia altra vita, dovevo mettere più o meno al loro posto tutti i miei pezzi e tornare a… casa, diciamo così. Quel bilocale invivibile del Comune, pezzo pregiato della discarica umana. E dovevo sbrigarmi: correre a casa, col buco che ancora mi pulsava, e fare da mangiare a quei due trogloditi. Una specie di padre, in canottiera, ipnotizzato a guardare lo sport o qualche disgustosa soap alla tivvù. Una pianta grassa: che però, alle sei e trenta cominciava a sbraitare come un matto se la cena non era pronta. Poteva essere un uomo straordinariamente sgradevole, in quei momenti. Da quella sua fogna maleodorante, dovevi sentire che razza di idiozie reazionarie riusciva a cacciare fuori. Manco avesse studiato a Oxford, quel povero coglione. Ho sempre pensato che finire in quel modo fosse la punizione per aver dato voto e fiducia ai conservatori che hanno devastato il paese. Era ferroviere, un tempo, quella ridicola parvenza d’uomo: solo dio sa come sia finito a rubacchiare nei supermercati con quel suo trucco delle mani finte (in mostra) usate a mo’ di diversivo mentre le sue vere mani arraffavano roba dagli scaffali. Se non altro, devo riconoscergli che era andato a fondo in un modo creativo.

E poi Sid. Il povero Sid. Mai avuta fortuna con le donne. Certo, il fisico da Biafra, i brufoli, il carattere di merda non aiutavano. Non era cattivo, ma era diventato una barzelletta: non era riuscito a farsi nemmeno la più brutta tra le sudicie zoccolette vestite come Madonna che ronzavano nel comprensorio lasciando dietro di sé una scia di profumo a buon mercato. A scuola non faceva che pensare alla fica, senza mezza possibilità di passare dalla teoria alla pratica, dal sogno alla realtà. Ricordo di aver pensato, e forse anche di avergli detto, che, alla milionesima sega, quel poco di materia grigia che aveva gli doveva essere colata via dal corpo assieme al resto. Anche lui, a suo modo, un creativo. Vestiva in modo allucinante, per cui, il giorno che mi accorsi che aveva incollato sui suoi scarponcini economici dei frammenti di specchio, non ci feci più di tanto caso. Ho fatto due più due quando un agente lo riaccompagnò a casa con una denuncia per atti osceni: pare che in un negozio di dischi al centro si fosse messo a sbirciare con il suo improvvisato accessorio da guardone su per le calze ricamate della moglie di un giovane professionista. Il tipo – secondo Sid un “cazzone pallido col doppio mento” -, pur non essendo esattamente un’aquila, aveva mangiato la foglia notando il capannello rumoreggiante degli amici di Sid, che sghignazzavano attorno alla sua compagna impellicciata. Va da sé che non si era mosso senza prima aver chiamato un sbirro.

“Quella puttana aveva una pelle talmente bianca, profumata e liscia che pareva una saponetta. E non portava le mutande” fu l’unico commento di Sid, che lo pronunciò con voce piatta non appena lo sbirro se ne fu andato. Quanto a mio padre, dopo aver fatto una incredibile serie di salamelecchi al poliziotto – temeva infatti che fosse venuto ad arrestare lui – si tolse la cinta e le suonò di santa ragione a Sid. Al vecchio per poco non venne un infarto, mentre Sid era sul punto di perdere i sensi. Un bel momento di vita familiare. Non si capiva bene se a fare infuriare di più il vecchio fosse stato il terrore di essere preso, il disgustoso comporamento del figlio, o il fatto che questi si fosse macchiato di una simile mancanza di rispetto verso un membro della classe sociale che aveva risollevato il Regno dalla crisi.

La sera, però, dopo la terza pinta, il suo atteggiamento nei confronti di quel suo figliolo scapestrato era diventati più comprensivo: ci rideva quasi su, a raccontare per l’ennesima volta la bravata del suo ragazzo, e finì per pagare un giro anche a quel comunista incallito di Teddy, il quale così si espresse: “Io quella troia me la sarei mangiata, e l’avrei ricacata in un parco!”. Sorrise con espressione soddisfatta, convinto com’era di aver epresso una rimarchevole sintesi politica.

A volte mi manca, Sid: un essere così danneggiato e così bisognoso di amore, finito affogato nel suo stesso sangue per una bicicletta rubata. Gli sbirri che hanno seguito il caso sono sotto inchiesta, ora, ma non credo che avremo mai giustizia: in fondo questo è uno slum del cazzo.

Ma ora tutto questo è finito, ci sei tu nella mia vita: so che sembra una sdolcinata canzone pop, ma so che tra le tue braccia non potrà succedermi niente di brutto. Lo so, non sta bene che una ragazza che non si è fatta mancare niente nella vita si innamori della sua assistente sociale. Ma è così, la donna che si muove con la rapidità e la precisione di una lucertola su un vetro: la donna dal tocco di velluto è la mia donna. Questa donna che, appena varcherà quella soglia, mi porterò a letto.

Allarme droghe sintetiche: arriva Santiago

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Dopo la droga-zombie, un nuovo allarme. L’Osservatorio Europeo sul consumo e la repressione degli stupefacenti ha resi noti ieri pomeriggio una serie di nuovi casi legati all’assunzione di una nuova sostanza che trasforma la personalità dei suoi utilizzatori. Santiago, questo è il nome del prodotto, è una droga di sintesi non ancora inclusa nella lista delle sostanze proibite in Italia e nel resto dell’Unione Europea; viene venduta regolarmente nei negozi specializzati in “smart drugs” sotto la forma di sali da bagno. Una foglia di fico, che consente di distribuire liberamente stupefacenti sotto la copertura di un prodotto “innocente”, sfruttando abilmente le maglie larghe della legge. Non si tratta di un fenomeno nuovo: inedito, invece, è il quadro degli effetti della sostanza. Ne parliamo con Iole Anagrammi, vicedirettore della Squadra Antidroga dalla questura di Roma.

Dottoressa Anagrammi, quante sono, ad oggi le vittime di Santiago?

“Al momento, ci vengono riferiti quattordici casi in tutta Europa: si tratta di ragazzi e ragazze di età compresa tra i diciannove e i ventiquattro anni. Naturalmente, posso parlare dei soli dati ufficiali: non possiamo escludere che altre persone abbiano assunto la droga senza che la loro mutata condotta abbia attirato l’attenzione delle autorità. Al momento non ci sono stati incidenti fatali, ma rileviamo un cambiamento drastico ed apparentemente irreversibile nella personalità di chi assume Santiago”.

Viviamo nel terrore dei sali da bagno che, una volta inalati, rendono le persone simili a zombie affamati di carne umana… viva… Che cosa dobbiamo aspettarci da Santiago?

“Santiago ha un modus operandi diverso, ma non è il caso di sottovalutarlo: non lo stiamo facendo noi, e non lo stanno facendo i colleghi francesi, belgi, tedeschi, olandesi e scozzesi. Chi assume Santiago prova una forma di sballo un po’ particolare: visioni mistiche, delirio a sfondo religioso, alcuni soggetti credono di avere le stimmate… A sorprendere è soprattutto la condotta degli utilizzatori dopo la fine degli effetti acuti. Anche se non sono credenti, tutti tendono a divenire bigotti: non fumano e non bevono più, si alzano presto la mattina per sentire la messa delle sei, vanno in giro con il breviario, in pratica, non fanno altro che pregare e lavorare. Un giovane di Gent ha cominciato a sviluppare un’ossessione feticista per Padre Pio: si è fatto crescere la barba, indossa esclusivamente il saio, e ha preso quaranta chili. Va in giro con delle bende alle mani, benché la pelle sotto sia perfettamente integra. I suoi amici rimpiangono i tempi in cui era un gabber”

C’è davvero di che preoccuparsi…

“Il loro nuovo ego tende ad allontanarli dalle compagnie che frequentavano in precedenza: si sentono superiori, la loro generosità è pelosa, e invariabilmente accompagnata da frasi edificanti su Gesù e sulla Madonna. Il loro atteggiamento li conduce invariabilmente verso l’emarginazione sociale. Sono pochi quelli che li sopportano mentre arringano la folla, lanciando i loro anatemi contro i gay, sulla sacralità della vita, la verginità della Madonna e la necessità di non consumare carne il venerdì. Molti genitori sono disperati: mi riferiscono alcuni colleghi che alcuni di loro si rendono conto il loro figlio o la loro figlia erano di gran lunga più simpatici quando erano un disastro ambulante.”

In Italia si sono registrati casi?

“In realtà, siamo un po’ stupiti, perché in Italia non si sono verificati casi eclatanti legati al consumo di Santiago. Forse dipende dal fatto che in Italia molte persone già si comportano normalmente come se avessero assunto una bella dose di Santiago”.

Che cosa vi aspettate dalla politica?

“La cosa più ovvia: che proibisca la vendita di sali da bagno”.

Sfumare il delirio

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Esce oggi, a firma del sedicente liberale Pierluigi Battista, un editoriale in cui, tra una cosa e l’altra, si parla del grande vuoto di rappresentanza del centro.

Lo sforzo descrittivo di Battista si deve, evidentemente, scontrare con la difficolta’ della materia, perche’ lo svolgimento e’ confuso. Prendiamo un passaggio decisivo, quello di apertura:

In una lettera-appello al Corriere della Sera un gruppo di intellettuali che formano l’ossatura di «Fermare il declino» e di «Italia futura» chiede alla composita aggregazione centrista che si sta formando di essere più coraggiosa e di sposare con più convinzione la causa della «rivoluzione liberale». Ma forse l’aggregazione ancora in fieri è troppo composita e variegata per sposare con convinzione la ricetta che vorrebbe trasformare l’Italia in un Paese meno statalista e più aperto alle benefiche virtù del libero mercato. Troppo multiforme per aspirare a una voce univoca. Oggi il «centrismo» è montiano a Roma e lombardiano nella Sicilia sull’orlo del default. E poi, è concepibile che a capeggiare la «rivoluzione liberale» ci sia Raffaele Bonanni, il capo della Cisl che per storia e formazione culturale con il liberalismo (e liberismo) einaudiano non ha nessun rapporto e che si è opposto con tutte le sue forze alla riforma delle pensioni varata dal governo Monti?

Cosa vuole dirci Battista?

In un primo momento, il lettore distratto mettera’ insieme l’inizio e la fine del periodo. Il risultato e’ una associazione tra “farsi capeggiare da Bonanni” e “l’ossatura di FiD e IF”.

I lettori che, non gia’ definitivamente disgustati dall’ennesimo sputtanamento di chi si e’ proposto come “nuovo” (eh, signora mia, alla fine sono tutti uguali), procederanno ad una seconda lettura, noteranno che in realta’ Bonanni e’ descritto come eventuale leader di una coalizione di centro. Quindi Italia Futura e Fermare il Declino sono alla porta di Casini e gli chiedono di diventare liberista?
Seconda lettura, associazione con Casini.

A questo punto rimangono quelli che davvero ci hanno creduto dall’inizio. All’appello, non a Battista. Dicono: non puo’ essere, ci avevano garantito che non si sarebbe finiti a salire in barca di chi e’ responsabile del disastro. Figurarsi, Casini! Terza rilettura: in effetti pare che nell’articolo si faccia riferimento solo a una richiesta, piu’ un auspicio che una comunanza di visioni.

D’altra parte, cosa dice precisamente, la lettera al Corriere di Boldrin, Romano, Giannino e gli altri? Non ci sono richieste al Grande Centro, se mai constatazioni nel merito (anche in positivo, all’inizio) e decise prese di distanze (“cose di centro cui veniamo indebitamente associati” , “essere moderati, o in mezzo, non costituisce un programma politico”). Richiede, interloquisce, s’offre? Niente di tutto cio’.

E allora, di che parla Battista?
Ora, mi permetterete: io non sono Umberto Eco e non voglio farvi una lezione di semantica applicata al giornalismo, ma mi pare evidente che la parola “chiede” insieme alla parola “capeggiare”, e’ gonfia di valori associativi. Se poi me la unisce alla persona di Bonanni, beh, allora ci troviamo di fronte a un vero e proprio tentativo di gettare fumo negli occhi. E cosa vogliamo fare di questo lettore, un nevrotico?

Prendiamoci sul serio, un attimo. La pratica furbina di associare un nome indigesto allo scopo di epurare il “puro” e’ cosa vecchia. Da accanito lettore di Sciascia, immagino la tipica situazione in cui chi e’ notoriamente mafioso va a baciare ed abbracciare il suo avversario, per diffamarlo, dare ad intendere che non e’ una persona per bene, e conservare cosi’ il proprio potere.

Non si puo’ imputare niente, ad essere rigorosi, all’editoriale di Battista, perche’ nulla dice. Ma l’obiettivo di far capire qualcosa, quello e’ perfettamente raggiunto. Chissa’ quante pacche sulle spalle in redazione, Pigi.

 

Il vetrocemento dell’Infinito

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Anche quella mattina ero rassegnato al solito copione: attendevo pazientemente fuori dal gabinetto che mia sorella lo lasciasse libero. Dovevo fare la pipì, avevo la bocca impastata e una gran voglia di lavarmi, ma, al solito, la nostra principessa se ne fregava del resto della famiglia. Ero lì ad aspettare il mio destino quando, attraverso le pareti, sentii quello che non poteva che essere un gemito di piacere. Soffocato, sì, attutito dal legno della porta, certamente, ma senza possibilità di dubbio, un verso di incontrollato, puro piacere. Ai tempi, a dispetto dei miei ragguardevoli 12 anni, sul sesso avevo ancora le idee molto co fuse; in ogni caso, l’etichetta e il solco profondo di un tabù inveterato mi impedivano di giustificare quella specie di rantolo di gola nel modo più ovvio. Così come registrai il suono, esso venne archiviato in una segreta della mia coscienza.

Circa un minuto dopo, sentii finalmente il suono della serratura della porta che si apriva. La porta si aprì, e Laura apparve, circondata da un alone di vapore che sapeva di shampoo agli agrumi e di un qualche profumo dozzinale da adolescenti che ai tempi era molto diffuso. Laura era avvolta nel suo asciugamano giallino, i capelli bagnati nascosti da un turbante di spugna rosa. Sul suo volto vidi un’espressione che mi sarebbe rimasta impressa per i successivi trent’anni: i grandi occhi castani erano calmi e luminosi, la bocca atteggiata ad un abbozzo di sorriso, la pelle sembrava emettere una qualche vibrazione. Ero abituato, eravamo tutti abituati veramente, ai suoi insulti gratuiti, al suo costante malumore e alle emozioni negative con cui amava gratificare tutti i membri della sua famiglia, specie la mattina presto: quella visione di radiosa beatitudine mi fece quasi spavento. Che avesse preso delle droghe? Teneva la sua spazzola di legno (pesantissima) nella mano sinistra: quel giorno non solo non cercò di usarla come corpo contundente sulla mia testa, come era solita fare, ma nemmeno minacciò di farlo… Ero stupefatto.

Appresi dei prodigi avvenuti nel nostro gabinetto solo in seguito, quando Laura ormai ci aveva lasciato da un po’ per condurre la sua nuova vita. Dopo i sei mesi di silenzio che seguirono la sua fuga, concesse una lunga intervista ad un giornalista alla moda del New York Times, in cui raccontava gli eventi accaduti quella mattina di luglio di qualche mese prima, nella sua casa di Roma. Era seduta sulla tazza per espletare le sue funzioni corporali quando il suo sguardo fu attirato da uno dei mattoni della parete di vetrocemento che dava luce al bagno di noi ragazzi. Non ci aveva mai fatto caso, fino a quel giorno, eppure si rese conto che la sua deforme trasparenza non riusciva a celare una qualche forma di attività, di vita si sarebbe detto. Le parve di vedervi il volto del minuscolo operaio che lo installò: aveva una falange mancante, questo lo ricordava, e ora il mattone le stava mostrando come e dove era avvenuto l’incidente. La visione si allargò improvvisamente, inondando di il bagno e tutto quanto di un rosso screziato di verde. Poi, tutta quella roba, che era lì fuori, e che, per quanto ne sapeva il suo cervello, aveva sovrascritto tutto il mondo, le entrò dentro, dalla bocca, dalle orecchie, dagli occhi, dalla vagina scoperta e dall’ano. Provò una sorta di orgasmo elettrico di proporzioni talmente terrificanti, che temette di perdere la ragione per sempre. Ma no. Perché si riebbe velocemente, e sentì un infinito caldo sapere infondersi nelle sue vene. Il sapere la teneva tra le sue braccia robuste, e lei non aveva paura, non si sentiva né sopraffatta, né arrogante.

Si alzò dalla tazza, si asciugò con la carta igienica, tirò l’acqua, e poi, tirato giù il sedile, vi si sedette sopra. Si rendeva conto di capire tutto: ogni cosa le apparve in tutta semplicità e chiarezza: tutte le note del mondo, quelle delle sinfonie più complesse come quelle dei pezzi punk più sgrammaticati ed abrasivi, erano collegate e spievagano il disegno dei pori della pelle di tutti gli uomini e le donne del mondo; le sembrava che ogni parola pensata, scritta ed immaginata, dalle bestemmie più oscene ai versi più sublimi costituissero una trama perfettamente coerente e comprensibile; le vedeva turbinare, le lettere le note, assieme ai disegni astratti dell’iride di miliardi di persone viventi e defunte, e farsi una cosa sola, ma al tempo stesso distinta, con il ritmo del battito delle alì di un colibrì, scandito, ogni 128 vibrazioni, dalla campana di un tempio  buddista tibetano.

Ovviamente, la CIA, il Vaticano e gli altri, cercarono di capire se dalla infinita e serena sapienza di Laura si potesse cavare qualche cosa. Un bel giorno, infatti, Laura venne rapita e sottoposta ad una serie di test in un luogo segreto. Pare che quel giorno Laura accolse con un sorriso ironico i cazzoni muscolosi che l’avevano prelevata davanti ad un negozio di roba biologica (era pur sempre una stronza, mia sorella!). Disse loro che il furgone nero dove l’avrebbero trasportata aveva problemi all’impianto elettrico. Ed infatti, il veicolo si fermò miseramente a metà strada, costringendo l’intero corteo a fermarsi, tra i fischi e le risate degli astanti.

Fu subito chiaro che Laura non era pazza. Tuttavia il suo sapere infinito si rivelò infinitamente inutile. A lei, e solo a lei, ogni evento appariva chiaro e giustificato, ma dopo le prime dieci ore di narrazione, anche gli specialisti più sgamati mollavano: dovevano ammettere che non ci capivano un accidente. Dal momento che la sua infinita sapienza non poteva essere sfruttata né per la guerra, né per il profitto, Laura venne rilasciata e poi velocemente dimenticata. Ora vive in un paese isolato da qualche parte in Ungheria. La sera, seduta vicino alle sue pecore, guarda l’orizzonte: qualche volta sorride, qualche volta una lacrima solca il suo volto luminoso. E’ sola, sa tutto.

“Fairies Wear Boots”

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Ieri sera, tornando dalla farmacia ho preso la scorciatoia che passa per via dei Cappuccini: una specie di tunnel naturale i cui archi a volta sono gli alberi in un boschetto fresco ed umido. Di giorno, dentro il tunnel vegetale e marcescente la temperatura è più bassa di un paio di gradi rispetto al resto della città. Ieri sera, addirittura, ho rimpianto di non essermi portato dietro una felpa.

Fino a ieri, non avevo capito per quale motivo le mie figlie hanno sempre chiamato quel viottolo “la strada delle fate”. O meglio, ho sempre pensato che dipendesse dalla fantasia per la quale i piccoli sono famosi ed invidiati dai grandi… Oggi, invece, credo che dipenda dal fatto che da piccoli abbiamo un terzo occhio in grado di percepire cose precluse agli adulti. Un organo sensoriale che, grazie alla scuola, all’università e alla carriera finisce per atrofizzarsi completamente.

Ieri sera è stato diverso: mentre percorrevo la discesa, perso nelle melodie contorte della poesia pagana islandese, mi sono concentrato sulle avventure di una falena che, iterativamente, si schiantava contro la luce di un fanale, per poi riprendere quota e ritornare più veloce (e più suicida) di prima: avevo l’impressione di sentire le sue ali battere contro la lampadina. A quel punto, con la coda dell’occhio, ho percepito una piccola fonte luminosa al centro di un prato confinante. Odio gli insetti, che per contro adorano il mio sangue: per me, attraversare un prato in shorts e t-shirt è come fare budgee-jumping. Il rischio di finire con un arto grande come quello di HellBoy e sotto terapia antibiotica è altissimo. La sera, poi… chissà quali creature selvagge abitano i prati montani… mosche cavalline, zecche, ma vanno a dormire quelle bagasce?

In ogni caso, la curiosità ha avuto la meglio sul buon senso, e mi sono avviato cautamente per il prato per vedere meglio. Dopo aver percorso una decina di metri, ho visto la seguente scena: una figuretta femminile alta circa una ventina di centimetri, dotata di ali trasparenti, si muoveva a passo di danza, mentre una cortina circolare di gigli neri fungeva da paravento. Lo spazio circondato dai fiori ondeggianti era più o meno circolare, mentre quattro fonti di luce situate in modo simmetrico ogni  90 gradi del cerchio illuminavano la scena: avrei detto che si trattava di campanule all’interno delle quali si trovasse una pattuglia di lucciole.

Ho inforcato gli occhiali e, fatto un altro passo molto circospetto, ho notato un vecchietto con un buffo copricapo che, dall’altro lato del cerchio magico muoveva passi di giga. Il nonnino era sui quindici centimetri, aveva un grosso naso ricurvo, ed indossava morbidi stivali con grosse fibbie d’argento. Non ho visto molto altro, perché, un secondo dopo un rumore acutissimo mi ha paralizzato: avete presente il rumore che faceva la tele quando il tubo catodico mostrava solo una nebbia bianca e nera di elettroni? Un suono molto simile, che veniva dalla boccuccia della fatina, in quel momento ridotta ad un delizioso piccolo zero. Ed è allora che ho notato che portava deliziosi stivaletti: ero stato avvistato.

I fiori si sono spenti in un amen, e, dopo un concitato pestare di piedini nell’erba, tutto è tornato normale. Un normale prato bellunese, piuttosto umido, appena smosso dall’umido venticello bellunese. Forse la cura che mi ha dato il mio dottore è troppo forte.

Vita e morte del Re della Noia

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Theodorus Kikke è stato uno dei più geniali progettisti di videogiochi che il mondo abbia conosciuto. Nato a Marciana Silva nel settembre del 1960, si laureò in ingegneria elettronica alla facoltà di Heidelberg, dove conseguì il titolo dopo appena due anni, sei mesi e quattro giorni di frequenza. Una particolare configurazione del suo apparato sessuale lo aveva reso amante innaturalmente potente, benché incapace di provare un autentico orgasmo – se non, pare, esattamente ogni centesimo rapporto. Il suo fegato e il suo pancreas erano in grado di metabolizzare alcol e droghe senza difficoltà, cosa che gli rese impossibile il raggiungimento di un vero e profondo stato di alterazione.

In una tiepida sera tailandese, mentre prestava i suoi servigi ad una dozzina di giovani donne e uomini prezzolati dopo aver fumato oppio, gli arrivò l’illuminazione. Il volto della turnista sessuale del momento era contratto in una smorfia di piacere, ma a Theo sembrò che la sua bocca orientale proferisse parole profetiche (per la verità, la giovane non fece altro che continuare la sua farsa a base di raffiche di “fuck me fuck me fuck me”).

Avrebbe fatto fortuna con i videogiochi! Tornato in Germania, attraversò un periodo di febbrile attività, che per qualche mese lo allontanò dal suo stato d’animo costante, quello di una irredimibile noia. Chiuso nel suo tecno-eremo nel mezzo di una impenetrabile foresta, Kikke scrisse milioni di righe di codice fino a che una prima versione di Burokratzia venne alla luce. Era il 16 aprile del 2009. Anche se il prototipo era ancora molto imperfetto, a causa di una serie di bug e di alcune incoerenze di sceneggiatura, la sostanza del best seller che ha ucciso migliaia di persone era già lì. Quando qualcuno gli chiedeva chi mai avrebbe speso dei soldi per giocare ore ad un gioco che prometteva di essere “il più noioso mai prodotto”, Kikke, sbuffando rispondeva: “La musica industriale è un modo sgradevole per raccontare un mondo di violenza, perversione, malattia mentale, isolazione e delitto. Forse che per questo ha avuto meno successo? Il mondo che ci siamo costruiti è noioso: l’arte può reagire al male facendoci volare alto su quella lava. Ma, altrettanto legittimamente, l’arte ci può far sprofondare in quella merda”.

Poiché non trovò nessuna azienda disposta a distrubuire Burokratzia, Kikke decise di regalarlo: rese il gioco disponibile per download gratuito il 31 ottobre del 2010. La prima versione comprendeva sei “gironi”: 1) la scuola; 2) la dichiarazione dei redditi; 3) il lavoro impiegatizio; 4) i fumetti e i romanzi incomprensibili; 5) il sesso monotono. Il gioco era di una difficoltà mortale. L’obiettivo di Kikke era spremere al giocatore tutte le sue risorse, in modo da fare di ogni girone un’opera perfetta che rappresentasse una particolare sfaccettatura della noia. Se per caso qualche player perverso provava insano interesse per le materie imposte a scuola, veniva punito severamente. I suoi crediti venivano azzerati e ritornava al punto di partenza. Sembra che il suo capolavoro sia stato il quadro della dichiarazione dei redditi: il giocatore assumeva la “persona” del commercialista di una famiglia di diciotto persone, ognuna della quali aveva dei problemi complicatissimi da capire ma soprattutto da far rientrare all’interno delle casistiche kafkiane dell’Agenzia delle Entrate. Tra le opere che era necessario leggere e capire, quel genio perverso di Kikke inserì Ghost in the Shell e Il Maestro e Margherita. Quanto al sesso monotono, ai malcapitati ancora capaci di traghettare la propria libidine oltre il mare caldo della noia di Burokratzia, veniva data la possibilità di distrarsi visionando filmati amatoriali di una coppia bavarese che giorno dopo giorno, tranne la domenica, si accoppiava con modalità identiche: orale, missionario, pecorina, orgasmo. Sembra che il catalogo comprendesse oltre 4.000 filmati. Un calendario da parete inquadrato dalla telecamera segnalava che i rapporti si svolgevano in momenti diversi, ma per il resto essi erano del tutto identici.

Come accade in ogni perversione che si rispetti, la dipendenza da Burokratzia aveva degli aspetti intimamente contraddittori. La gente che odiava annoiarsi adorava annoiarsi a morte con Burokratzia; il primo suicidio avvenne nel marzo del 2011, quando un ragazzo si gettò dalla finestra dopo una sessione di 16 ore di Burokratzia. Nel biglietto d’addio scrisse che si sentiva in colpa perché, dopo aver realizzato tre dei cinque quadri, aveva provato un doloroso senso di soddisfazione. Nel giro di sette mesi dal primo incidente grave, i suicidi erano diventati circa 4.000, soprattutto localizzati nei paesi Scandinavi ed in Svizzera.

Kikke, dal suo sito cominciò a pontificare: “Finalmente la mia opera si sta compiendo. Andate, gente ed annoiatevi, annoatevi fino alla morte”. Le autorità avrebbero anche fatto qualche cosa, ma il fatto è che le riunioni che tenevano per risolvere la nuova emergenza erano di una noia così ordinaria, che tutti le troncavano con una scusa o con l’altra: non vedevano l’ora di mettersi al computer per annoiarsi finalmente in modo serio e professionale.

Il 3 agosto, Kikke ha scritto un ultimo post sul suo account Twitter: “Anche respirare è diventato troppo noioso”. Ed infatti, a detta del medico legale, Theodorus Kikke è spirato pochi minuti dopo per cause naturali. Dieci minuti dopo, su tutti i computer su cui era installato Burokratzia si è attivato un virus, che li ha resi inservibili per sempre. Da oggi la gente dovrà annoiarsi con i propri mezzi.

Un angelo in attesa

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Prima di oggi non avevo mai rubato. Jules mi aveva detto che il suo giocattolo era una “figata pazzesca”, ma si è sempre rifiutato di farmelo provare: “Roba militare, segreto di stato”. Mi è dispiaciuto doverlo strangolare, ma è stata tutta colpa sua. Se solo me lo avesse prestato per un pomeriggio… Ma no, un uomo tutto d’uno pezzo, il nostro Jules, un vero soldato. Magari avrà anche una medaglia, adesso. “Ho fatto male a parlartene, lo vedi” – diceva – E anche: “Sei pericoloso, non sono cose per te”. Ad un certo punto, era arrivato a rimangiarsi la sua confessione etilica: “Figurati se mi metto a rubare una cosa dell’esercito!”.

Ma mentiva. Infatti a casa sua ne ho trovato uno. Dopo avergli tirato il collo, sono corso nella rimessa, e l’ho trovato nel bagagliaio della sua macchina . Ero terrorizzato, ma anche eccitatissimo, di lì a poco mi sarei trasformato in un magnifico angelo. Quando l’ho sollevato dal baule della macchina di Jules, con le mani tremanti, ho realizzato che pesava molto più di quello che pensassi. Una scarica d’ansia mi ha percorso la schiena come una scossa elettrica: e se non lo avessi saputo usare? E se, alla fine, l’angelo non fosse stato all’altezza della sua missione?

Ora sono qui, nel piccolo parco davanti alla piscina. La droga mi ha reso lucido, anche se il cuore va per conto suo. Erin sarà qui non più tardi delle 12:00. Anche oggi si farà accompagnare da quel farabutto senza nome, che presto non avrà neanche più una faccia. Ogni tanto appoggio le due pistole automatiche per terra per asciugarmi le mani dal sudore; poi le riprendo. Dietro il pannello elettronico a generazione di pattern frattali sono proprio come un angelo. Un essere superiore, senza sesso, terribile, invisibile agli uomini. Sceso dal cielo a compiere il destino di due di loro.

R.I.P., James Oriolo

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Per chi non lo sapesse, il passeggino modificato (in inglese REVPER) è un passeggino come gli altri, a parte per un particolare: il bimbo o la bimba che lo occupano sono posizionati in modo da guardare la persona che spinge, anziché la strada.

Oggi a Palo Alto (California) è morto per arresto cardiaco causato da shock anafilattico James Oriolo, il cittadino statunitense di origine italiana che inventò il Reversed Perambulator, conosciuto nel mondo anglosassone anche con la crasi “revper”.

James aveva solo tre anni quando suo padre lo abbandonò: una vicenda tristissima che vale la pena ricordare in questa giornata speciale per tutti i fan del “revper”.

Il padre di James, Ozzie era un reduce cui la non-si-sa-più-quale-guerra-imperialista aveva lasciato come ricordo una serie di disturbi psichiatrici e una brutta dipendenza da anfetamine.

Ozzie e la sua compagna Odile (allora sedicenne, anche se girava con una falsa patente secondo cui aveva 19 anni) avevano deciso di recarsi con James al santuario di Nostra Signora dell”Acqua Salvifica, a Conyers, un piccolo centro nell”area rurale di Atlanta (Georgia). Ozzie era infatti convinto che, una volta bevuto quel fantastico liquido, gli incubi che popolavano le sue notti e le allucinazioni che lo tormentavano di giorno sarebbero scomparsi come d’incanto.

Quella maledetta mattina del 15 settembre 1977 il personale di terra dell”aeroporto di Fort Lauderdale, insospettito dai tic di Ozzie e dalla voce indubitabilmente infantile della sua compagna, stava facendo il possibile per lasciare a terra quei tre tipi che rischiavano di trasformare il breve viaggio in un incubo per tutti i viaggiatori.

Improvvisamente James, senza apparente motivo, cominciò ad urlare e a divincolarsi dai legacci del suo passeggino (tradizionale) urlando che Ozzie non era il suo vero padre e che lo aveva picchiato (cosa non vera, come una successiva perizia acclarò). A quel punto Ozzie, la fronte imperlata di sudore, si allontanò con il bambino spingendo via il passeggino. Dopo qualche blandizie e l’acquisto di un gelato al limone, il bimbo si chetò.

Mezz’ora dopo, Ozzie spingeva il passeggino per un corridoio deserto dell’aeroporto, mentre James spargeva serenamente sugo di gelato sul viso, la fronte, i pantaloncini, la maglietta. Ad un tratto, come racconta nella sua autobiografia, James percepì che la spinta dietro al passeggino era venuta meno e che esso stava continuando ad andare avanti per inerzia. Solo dopo qualche secondo decise di voltarsi: a quel punto si rese conto che suo padre era sparito. Per la cronaca, si era infilato a tradimento in un gabinetto, riuscendo a riemergerne più tardi e perfino a prendere il volo successivo per Atlanta con Odile. La sua ragazza si rivelò talmente fatta di LSD da rendersi conto dell”assenza di James solo qualche ora dopo essere sbarcata in Georgia.

Fu così che James imparò non la sua prima, ma certo la sua più dolorosa lezione sull’affidabilità dei grandi e sulla natura intrinsecamente infida dell’aroma di limone. Ozzie venne arrestato per abbandono di minore e stupro; Odile divenne una starlet del porno e morì di AIDS nel 1985, a soli 24 anni.

Quanto a James, venne adottato da due milionari hippy californiani, che lo incoraggiarono a “trovare sé stesso in quello che fai”. James studiò ingegneria meccanica e nel 1997 sviluppò il primo modello di revper, che fece la fortuna della Pear. Il proverbiale claim del RevPer della Pear, “Tenere sott’occhio i genitori smidollati”, fece una fortuna ai tempi nell”Era della Moralizzazione.

James non è più tra noi: nel suo cotechino vegetariano sembra che un cuoco superficiale abbia infatti spruzzato un’idea di succo di limone, procurandogli la morte.

Violentare l’Italiano

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C’è violenza e violenza: quella di cui voglio parlare oggi ne costituisce una declinazione blanda, e ha per oggetto la lingua italiana. Passi per la grande quantità di succedanei inglesi che senza necessità vengono utilizzate al posto di parole nostrane meno sexy (eh no, “sexy” in Italiano non c’è, penso si debba proprio usare il termine inglese, e questo vale anche per il bellissimo “outing”): non so, su due piedi mi vengono in mente “spread”, “notch” ed “account”, che corrispondono a “differenziale”, “tacca, livello” e “gestore della relazione”, rispettivamente.

Ci sono dei modi raffinati per seviziare la lingua: un atto crudele che viene solitamente praticato per fretta, succubanza culturale verso il mondo anglosassone e/o per manifesta incultura. Solo tre esempi: “ricco in calcio”; “confidente” e “dragone”.

La prima espressione l’ho vista campeggiare per anni sulla confezione di un noto formaggino per bambini – forse avrei dovuto preoccuparmi maggiormente della qualità di quell’alimento e del fatto che fosse prodotto da una nota multinazionale svizzera finita sotto lo scrutinio internazionale per aver promosso la vendita di latte in polvere in paesi in cui l’acqua è sporca, con le conseguenze del caso. Eppure quella frase, frutto di una traduzione approssimativa dall’inglese che ha dato luogo ad un’espressione indubitabilmente errata in Italiano, mi ha sempre infastidito.

Per anni ho vissuto sereno nella consapevolezza che il sostantivo “confidente” si impiegasse per indicare una persona cui si raccontano cose intime, che è bene che altri non conoscano. Oppure uno o una che fa la spia per la polizia o i giornalisti. Devo constatare che oggi qualche malaccorto lo usa come aggettivo, in considerazione della sua assonanza con il termine inglese “confident”, ovvero fiducioso. Assai simile è l’uso che alcuni fanno della parola “figure”: dicono in pratica “figura” al posto di “numero”. “Sei confidente sulle figure?”. “In quel momento, vostro onore, ho impugnato il mio revolver …”

“Dragone”: ma non abbiamo il bellissimo “drago”, in Italiano? Che bisogno c’era di quest’altra malatraduzione dall’inglese “dragon”? Certo, “La tigre e il drago” è molto più fiacco, come titolo, rispetto a “La tigre e il dragone”: il segreto è in quella sillaba in più, che dà assuefazione.

La casa della nonna

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Questo post di Metilparaben mi ha fatto pensare ad una cosa che mi è successa esattamente un mese fa (i nostri giocattoli elettronici registrano le date per noi, per fortuna – dal mio punto di vista, da quel giorno poteva essere passato anche un secolo).

Dunque, il 23 giugno mi trovavo dalle parti della stazione Termini per una faccenda personale, ma un imprevisto mi ha costretto a rimanere in zona per una mezz’ora senza niente da fare. Ne ho approfittato per fare un giro nel quartiere: da quelle parti c’era (e c’è ancora) la casa della mia nonna paterna, morta per una caduta in casa quando ero al primo anno di università (circa un quarto di secolo fa). Nonna Livetta era una vecchina a forma di caffettiera della Alessi, molto dolce con il suo unico nipote, benché si diceva avesse punte di carattere non indifferenti – non che me ne sia mai accorto, del resto ero il suo cocchino…

Ogni sabato andavo con mio padre a trovarla, e lei mi faceva trovare “il caffé”, che poi era una specie di brodaglia fatta con i fondi, il cui unico scopo era quello di farmi partecipare al rito che accomunava madre e figlio da diversi lustri. Un rituale un po’ inquietante, dato che era quasi percepibile quanto il nonno (che non ho mai conosciuto) mancasse loro in quei momenti, a dispetto del fatto che fosse morto una ventina d’anni prima.”Eh, peccato” ho sentito più volte la nonna mormorare a nessuno in particolare, pensando al marito che non c’era più.

Ogni tanto, ad attendermi c’era una porzione di crema, che nonna metteva in delle assurde tazze da té di Limoges di mille colori psichedelici e con una filatura dorata sul bordo (erano orribili, ma durante le mie visite settimanali non ci ho fatto mai caso). Nonna cucinava benissimo, e per un po’ a casa mia andava forte il numero in cui si ricordava con eccitato orgoglio il numero prodigioso delle sue famose polpettine che ero riuscito ad ingurgitare in un’unica sessione serale.

Nonna mi voleva molto bene, ed uno dei tanti segni tangibili del suo affetto erano i risparmi che aveva messo insieme prendendoli mese dopo mese dalla pensione, destinati ad aiutarmi a comprare una macchina una volta compiuti i fatidici diciotto anni. Una coppia delle ormai celebri false impiegate dell’INPS attive in quegli anni nelle case di ignari vecchietti rubò dal comò della nonna la busta che conteneva quel denaro, provocando a tutti noi grande rabbia e dolore (nessuno mi crederà, ma a me fece forse più male vedere la vecchina disperata per quel suo “essere rincoglionita”, che la scomparsa della mia potenziale Fiat Uno base usata, di cui peraltro non sapevo nulla prima del furto).

Sotto casa di nonna c’era un negozio di modellismo: il padrone era un tizio molto anni Settanta, con un magnifico caschetto di capelli neri lucenti ed un paio di baffetti all’ingiù. Praticamente ogni sabato ero lì a sporcare con il grasso del mio naso la sua vetrina, e a chiedere i prezzi di ogni singolo oggetto in vendita. Il tipo era simpatico e dissimulava bene la noia che certamente devo avergli dato. Chissà come si sarà sentito quando un bel giorno, a dispetto di qualsiasi aspettativa, ho comprato modellino di una macchina americana in scatola di montaggio, forse l’unico articolo mai comparso nel suo negozio che avesse un prezzo compatibile con la mancetta di due o tremila lire che nonna Livetta quel giorno doveva avermi appena sganciato.

Oggi, la facciata della casa è molto male in arnese, ma è rimasta la maniglia del portone che fa anche da buca della posta con il nostro cognome sopra. Credo che sia l’unica cosa che è rimasta di loro (anche mio padre è morto otto anni fa) nel mondo fisico. Tutto il resto, perfino un po’ della malinconia, è sparito.

Non si può mai dire

in scrivere by

Il vecchio alzò la testa è guardò la casa. Tornare a rivederla era l’ultima cosa al mondo che avrebbe immaginato. Ma non si poteva mai dire, mai. Si accarezzò la la barba bianca, pensando che in un libro o in un film la scena sarebbe stata diversa: magari la facciata sarebbe stata ricoperta di rampicanti, o resa irriconoscibile da chissà quale cambiamento. Invece era tale e quale a trent’anni prima, il che gli toglieva anche il conforto di doverla immaginare e sovrapporre a quello che vedeva.
-Cerca qualcuno?
Dal portone era uscito un uomo sulla trentina, coi capelli chiarissimi e un paio di occhiali con le lenti a giorno. Devo sembrare un barbone, pensò il vecchio. Ma il tipo non aveva l’aria diffidente. Sembrava semplicemente curioso.
-Io, be’… Io abitavo qua, una volta.
L’uomo guardò il vecchio, soffermandosi sulla pelle bruciata dal sole, i capelli bianchissimi tagliati a spazzola, la maglietta di cotone con la scritta sul davanti consumata a forza di lavarla.
-Ha l’aria di uno che torna da un posto lontano.
-Torno da un posto da cui non credevo di tornare più.
-Vuole entrare a vederla?
-Come?
-La casa, dico. Vuole entrare a vederla?
Il vecchio alzò le sopracciglia con l’espressione di chi sente diffondersi dappertutto qualcosa che ha tenuto sepolto chissà dove per un tempo interminabile. Gli occhi gli si ingrandirono, le pupille verdi diventarono liquide, il respiro si fece appena un tantino affannoso.
-No. Non credo che servirebbe.
-Anche domani, se preferisce.
-Grazie. Ma davvero, va bene così.
Il vecchio tornò a toccarsi la barba bianca, fece un cenno di saluto, si voltò come per andarsene. Poi si fermò, si girò di nuovo. L’uomo era ancora là che lo guardava.
-Ci vive da solo?
-Ci vivevo… Ci vivo da solo, sì.
Il vecchio sorrise, ed era un sorriso così triste che l’uomo coi capelli chiari si sentì trafitto da una specie di dolore sordo sotto lo sterno.
-Mi scusi. Non avrei dovuto chiedere.
-Non si preoccupi. Passa. Lei lo sa, credo.
-Dovrei. Ma non si può mai dire.

Tristezza digitale

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Capita anche che arrivi così, casualmente. Un piccolo attacco di tristezza, una cosa da nulla, che però ti s’arrampica sulle spalle con le sue zampine fredde. Sei davanti al Tubo a sentire una canzone dei Cure che non conoscevi, guardando in modo scettico e piuttosto annoiato la sequenza di immagini col flou che si susseguono sullo  schermo in dissolvenze incrociate: topoi goth / emo a base di volti femminili stilizzati, decorati da rose (rosse), rigati da lacrime (nere), con i soliti ammennicoli di rito, lamette, teschi, effigi in gotico, maschere senza espressione eccetera (tra l’altro, pensi che Robert Smith abbia ragione da vendere quando rifiuta con sdegno l’etichetta “goth”).

In ogni caso, quando il video ti annoia, ti metti a leggere i commenti degli utenti. La musica è strumentale, lenta ed ipnotica, così affondi rapidamente in un mood sintetizzato di malinconia e perdita. Ad un certo punto ti imbatti in un commento, vergato in un inglese paurosamente sgrammaticato, che suona più o meno così:

Amo i Cure, tanto quelli degli anni Ottanta che quelli di oggi. [Sono / rappresentano] la mia vita e tutto quello che ho fatto. Questa canzone è formidabile, potrei sentirla per tutta la vita. Ho amato una ragazza in un momento sbagliato [della mia vita], in cui ero malato. Ora sto meglio, ma la ragazza non è al mio fianco. Uahhh! Dov’è? La cerco ma non riesco a trovarla. Non è mai arrivato il momento giusto. L’aspetto… ci sono tante cose che vorrei dirle sulla nostra vita futura. Sarò morto tra pochi anni.”

Ora, può anche trattarsi di un buontempone che ha lasciato galoppare il suo lato dark per sembrare più interessante. Ma la prendi male, perché, forse con la complicità della musica, ti sei immedesimato in questa storia pazzesca di amore (reso impossibile dalla) malattia e dalla successiva impossibilità di ritrovarsi. Ti colpisce come un uppercut. E per un momento la tua tristezza fasulla diventa tanto, troppo concreta.

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