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arte - page 3

Richiamo al futuro

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Marty

Cupe vampe

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“Be willing to die for your beliefs, or computer printouts of your beliefs.”
― Don DeLillo, Great Jones Street

Ci muove a piacimento Ferretti, basta che alzi il mignolo. Nessuno come lui, nemmeno lontanamente, ha la capacità di polarizzare la discussione: ma se fate di un uomo un idolo, è normale che vi deluda.

La verità è che vi siete posti il problema di cosa dicesse Lindo Ferretti quando ha cominciato a parlare invece che a cantare: se gli slogan su piani quinquennali e l’acciaio sovietico in salsa emiliana raccoglievano applausi e lodi sperticate, all’annuncio di una ritrovata spiritualità è scattato il linciaggio belluino. Il nodo della questione è tutto qui: voi non volete un artista, voi volete una marionetta. Una marionetta-guru che vi dica cose geniali e illuminanti, ma perfettamente in linea con il vostro pensiero. Lindo Ferretti è sprecato per tutto questo. Dateci mezz’ora di tempo e vi facciamo un generatore automatico a cui tirare la cordicella per sentirvi dire ciò di cui avete bisogno, in eterno.  Senza cambiare mai, senza deludere mai.

E pensare che era anche stato così gentile da avvisare: “Non fare di me un idolo mi brucerò /Se divento un megafono m’incepperò

Essere fedeli alla linea dei CCCP dal conseguimento della maggior età, e forse anche da prima, come pretesa di controllo sulla produzione artistica di Ferretti. Il Minculpop dei fan che analizza e stigmatizza le dichiarazioni pubbliche dell’artista. Il processo pubblico per idee controrivoluzionarie.

Non importa che siano passati 30 anni, cioè una vita, e che 30 anni ammettano drammi e soluzioni, crescite e cambiamenti, nuove idee e ripensamenti. Giovanni Lindo doveva rimanere il “punkettone” dei primi anni, anche adesso che di anni ne 60. Doveva cantare di Unione Sovietica, anche se non esiste più da 25 anni. Doveva restare comunista, come quando aveva vent’anni, perché a vent’anni si è stupidi davvero e quante balle si ha in testa a quell’età, eccetera eccetera. Un eterno ritorno da Emilia paranoica. Una baracconata in salsa pop, più simile al Drive-in immaginato da Lansdale, dove gli stessi B-movies venivano proiettati all’infinito, che all’ Uroboro di Nietzsche: tutto ciò non è spaventoso, è solamente ridicolo.

E pop è tutta questa vicenda, che sembra essere lo specchio deformato del Wall di Roger Waters, dove il rocker diventa dittatore potendo contare su una folla di fans adolescenti e succubi, che lo adorano dalla base del piedistallo-muro che si è costruito per separarsi da loro.

Anziché giudicarlo, dovreste ringraziarlo: poteva avervi tutti ai suoi piedi, ma non l’ha fatto.

La donna Ceppo

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Te ne sei andata stamane, in silenzio.
Ti chiamavi Margaret Lanterman, ma in questo buco di posto sperduto tra le foreste dove accadono solo cose inquietanti eri considerata la scema del villaggio.
Ti chiamavano “La donna Ceppo”, qui a Twin Peaks.
Una bella ironia, in un posto tanto affollato di nani, giganti e agenti dell’ FBI posseduti da spiriti maligni. Ma che vuoi, la gente è stupida, si ferma alle apparenze.
Io, che ti conoscevo bene, vedevo una bella donna, magra, dai lineamenti dolci e un po’ tristi, che amava bere caffè e sputare chewing gum nelle piante.
Mi hai trovato a pezzi e in fin di vita, mi hai accudito, adottato e amato. E soprattutto, mi hai ascoltato. Nessuno al mondo ne era in grado, tranne te.
Senza scomporti hai alscoltato. Io ero l’unico che sapeva la verità. Ero l’unico che quella notte aveva visto tutto. La crudeltà di Bob, la follia di Laura e Ronette, il sangue, il fuoco.
Immagino che fardello ti sei portata dietro per tutti questi anni. I tuoi tentativi di aiutare a far luce su quella triste vicenda venivano automaticamente ignorati, perchè come si fa a dare retta ad una donna che comunica telepaticamente con un ceppo? E allora tenetevi pure i dubbi e le paure. Perchè da oggi la verità resterà in silenzio per sempre.

Te ne sei andata stamane, in silenzio. Quel silenzio che io conosco bene.
Oggi, dopo che hai chiuso gli occhi, ho scoperto delle cose su di te, di cui non ero a conoscenza.
Ho scoperto che in quel mondo di fantasia della vita reale avevi un altro nome. Ti facevi chiamare Catherine Elizabeth Coulson. Non avevi soprannomi strani, non eri considerata la scema del villaggio, ma una brava attrice che amava la meditazione trascendentale, il teatro di Shakespeare e far ridere le persone. Pare fossi amica di un certo David Lynch, un signore un po’ matto ma che faceva film contorti e che conosceva praticamente tutti a Twin Peaks. E’  incredibile che tu non fossi più famosa per il tuo personaggio di Catherine che per quella strana Margaret Lantermann che eri nella nostra quotidiana scatola luminosa.

Sono inconsolabile oggi, ma felice del fatto che te ne sia andata lasciando a tanti un così bel ricordo di te. Sono sempre stato dell’idea che tu, a Twin Peaks, fossi la vera star. Anche se quell’Albert Rosenfield, il sultano dei sentimenti, faceva anche lui la sua bella figura!

Addio, cara Margaret.
Se per il mondo eri La Donna Ceppo, per me eri come una madre.

E da oggi sono solo un ceppo senza mamma.

 

 

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Wes_Craven

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Ero da poco entrata all’università quando, con i miei amici, decidemmo di tornare indietro di qualche anno per le nostre serate horror, e affrontammo la visione di una pellicola del 1972, L’ultima casa a sinistra. “Dai che è di Wes Craven!”

All’epoca io Wes Craven lo conoscevo già bene, cioè, conoscevo il suo cosiddetto masterpiece, perché quando ero piuttosto piccola ricordavo che il mio amico dal quale leggevo di nascosto Dylan Dog mi parlava di questo Nightmare, uno cattivissimo con gli artigli come Wolverine, col maglioncino a righe e con la faccia tutta rovinata. L’avevano bruciato, dice. “Che poi non si chiama proprio ‘nightmare’, si chiama tipo Freddy, come Mercury, ma cattivissimo e con una brutta voce.”

“E come mai la polizia non lo arresta?”

“Non possono: lui ti uccide nei sogni, mentre dormi.”

Quella frase mi avrebbe perseguitato negli anni a venire, impedendomi di dormire nel buio più totale o con braccia o gambe che penzolavano dal letto. I miei genitori hanno maledetto Wes Craven tutte le volte che “NOOOOO!!! RIMANI FINCHE’ NON MI ADDORMENTO!”

In qualche modo la presenza del genitore lì accanto era per me una sicurezza. Il problema è che entrambi si addormentavano sempre prima.

Nightmare, comunque, non avrebbe influenzato solo la mia vita notturna, ma sarebbe diventato uno dei maggiori cult del genere horror, tanto da essere uno dei film più citati nella storia del cinema.

Un esempio su tutti
Un esempio su tutti

Nel ’96, poi, era uscito Scream, (“E’ di quello di Nightmare? Mi sa che dobbiamo vedercelo”) e qualche anno dopo i miei genitori, accorgendosi che il genere horror era diventato uno dei miei preferiti (ma che ormai non avevo più l’età per costringerli a dormire sul pavimento accanto al mio letto), mi avevano rimediato il vhs originale, che credo sia ancora in casa da qualche parte.

Tralasciando il resto, l’impatto che ebbe la celeberrima scena iniziale sulla mia vita fu tale che per un sacco di tempo, quando rimanevo a casa da sola, esitavo sempre un attimo prima di rispondere al telefono.

E poi che cazzo, avevamo lo stesso telefono
E poi che cazzo, avevamo lo stesso cordless

Ma torniamo agli anni universitari.

“Non lo so, forse questo film è un po’ datato. Ma poi di che parla?”

"Oh wow."
Oh, wow.

L’ultima casa a sinistra, ragazzi, rimase nella mia testa come nessun altro film.

Non c’era sogno con al suo interno Freddy Kruger che tenesse,

Che poi
Che poi.

non c’era stalker telefonico che ti entra dentro casa con la maschera paurosa che mi angosciasse di più come gli eventi che si susseguono nell’Ultima casa a sinistra. La semplicità della trama, il disagio che ti trasmette man mano, la frustrazione di non poter intervenire, la soddisfazione finale.

Wes Craven se n’è andato ieri, a 76 anni. Il cancro al cervello che da un po’ di tempo lo perseguitava non gli aveva impedito di continuare a lavorare su progetti futuri.

Come succede quando muore un artista, lo si ricorda per le produzioni più famose: nel caso di Craven potrei citarvi anche Le colline hanno gli occhi, del quale nel 2006 Alexandre Aja fece un discutibilissimo remake. Oppure Il mostro della palude (classe 1982), o gli episodi per la serie Ai confini della realtà.

Tuttavia, questa potrebbe essere l’occasione per andare un po’ più indietro.

Fate così: per un gentile tributo a uno dei registi horror che più hanno rivoluzionato il genere, vedetevi L’ultima casa a sinistra, il suo primo film, e può anche darsi che alla fine avrete anche voi una risposta alla fatidica domanda “Qual’è il tuo film horror preferito?”

Grazie Wes, davvero

 

JJ

Un uomo irrazionale

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Sebbene il titolo del post sia preso dall’ultimo film di Woody Allen, Irrational Man, uscito sul mercato internazionale in queste settimane e che arriverà in Italia solo il 25 dicembre, l’argomento che andrò a trattare è di carattere più generale e riguarda, nello specifico, lo “stato di salute artistica” dell’ottantenne regista newyorkese. Nel merito del film magari ritorneremo a Natale, anche se temo che saremo tutti impegnati in una grande – anzi mastodontica – sega collettiva davanti all’ultimo Star Wars.

Spenderò giusto due parole sulla trama, di certo non particolarmente complessa: un professore universitario di filosofia (Joaquin Phoenix) dedito al nichilismo esistenziale più assoluto, incapace perfino di contraccambiare l’amore di una bella e appassionata studentessa (Emma Stone), trova una nuova ragione di vivere…nell’omicidio.

Il film, non c’è bisogno di dirlo, presenta i soliti allenismi, conditi giusto da una spruzzata di Dostoïevski: l’assoluta mancanza di senso nell’universo, la solitudine, l’amore come unica scappatoia dal vuoto esistenziale, l’escatologia impossibile della giustizia umana, il rapporto tra crimine e castigo, ecc. L’insieme giocato su una trama apparentemente lineare e su una recitazione sicuramente di livello (Phoenix e Stone come sempre ottimi), ma tutto sommato un po’ rigidina: indipendentemente dall’interprete, i personaggi alleniani non sono altro che una costante, ossessiva, reincarnazione della psicologia dell’autore, divisa in una sorta di Yin e Yang de’ noantri tra il femminile (luce/amore/sesso/ottimismo) e il maschile (oscurità/disperazione/morte/pessimismo).

Il che ci potrebbe spingere – e qui arriviamo al cuore del post – a liquidare Woody Allen come un regista da tempo in declino (perlomeno da una decina d’anni a questa parte), un artista ormai privo di ispirazione condannato a ripetere a cadenza annuale i temi e le atmosfere dell’ultimo capolavoro conclamato, Match Point (2005). La cosiddetta “fase europea” di Allen non sembra attirare le simpatie di pubblico e critica, soprattutto in ambiente americano – non è un caso che la maggior parte dei suoi film venga ora prodotta e girata nel Vecchio continente – e c’è chi già parla, non troppo velatamente, di problemi legati all’età avanzata dell’autore.

Eppure, a ogni nuovo film, puntualmente, ci troviamo a parlare e discutere di Woody Allen. Usciti dalla sala non possiamo non riflettere, confrontarci, a volte persino litigare, su quello che abbiamo appena visto. Allen continua a toccare una qualche corda misteriosa che non smette di vibrare nell’animo dello spettatore, nonostante l’evidente disagio che si prova al confronto con le sue grandi opere del passato.

D’altronde, un cambiamento di notevole importanza è avvenuto, inutile negarlo. Dopo quarant’anni di carriera, Woody Allen è uscito da Manhattan – ed era ora.

L’Europa alleniana infatti, così come la sua America “europeizzata”, non è più lo spazio per le riflessioni intimiste – e decisamente autoreferenziali – del periodo newyorkese, ma un luogo di sapere antico (dal senso del tragico per i Greci, passando per il pensiero kantiano fino al gioioso pessimismo della “Generazione perduta”) in cui riflettere sui temi altrettanto antichi della filosofia classica. Il più postmoderno di tutti i comici ha deciso di vestire i panni del precettore ottocentesco per – letteralmente – filosofeggiare con il pubblico, senza la mediazione di tutti quegli sporchi trucchetti solipsistici propri della nostra epoca. Da questo punto di vista, Woody Allen a più di settant’anni ha saputo reinventarsi in maniera assolutamente anticonformista, laddove “classico” e “universale” sono categorie per lo più disprezzate dal cinema contemporaneo.

È fin troppo facile parlare di una generazione che si sente sola davanti al computer o che si innamora del telefonino; l’immedesimazione è tanto immediata quanto contingente, fra qualche anno i problemi saranno altri e certe questioni spariranno dalla nostra memoria. Allen invece tenta il sorpasso: personaggi affetti da manie assolutamente contemporanee riflettono ad alta voce su questioni sempre, terribilmente, attuali. Dal particolare si passa al generale. Lo stile didascalico – a tratti sicuramente un po’ pedante – dell’autore è una vera e propria dichiarazione di intenti (di guerra?) nei confronti degli spettatori: “adesso vi parlerò di questo e nient’altro, cercando di non tergiversare poiché certi temi non necessitano di fronzoli o abbellimenti di maniera”.

Non si deve tuttavia pensare che Allen sia così fermo, statico, nella sua recente presa di posizione, come potrebbe apparire da una visione sommaria dei suoi ultimi film a distanza di mesi, o anni, l’uno dall’altro. Anche su questo punto magari ritorneremo in futuro, per il momento invito a (ri)guardare nel più breve arco di tempo possibile buona parte dell’ultima produzione alleniana, per cogliere quelle che a mio parere sono sfumature di metodo e significato destinate a evolvere in un’ulteriore, nuova fase – età permettendo, ovviamente.

Speculazioni a parte, un fatto rimane: Woody Allen ha fatto una scelta irrazionale decidendo, a scapito dello spirito dei tempi, di parlare della ragione umana e del suo rapporto con l’universo.

L’irrazionale razionalità di Woody Allen, potremmo dire.

Marinella

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La storia è arcinota. Nel dicembre 1967, Mina aveva da poco fondato con il padre, Giacomo Mazzini, un’etichetta discografica indipendente con l’obiettivo di pubblicare i successi musicali della Tigre di Cremona in maniera del tutto autonoma . Il primo disco della Platten Durcharbeitung Ultraphone (PDU) di Lugano conteneva dodici tracce di artisti diversi provenienti da varie parti del mondo, il cui unico punto in comune era l’essere stati selezionati da Mina e i suoi collaboratori per il “debutto”.

Nei mesi successivi, una serie di singoli estratti dall’album decretarono il successo commerciale della nuova etichetta, con decine di migliaia di copie vendute in Italia già nei primissimi giorni. Il secondo LP della serie, un 45 giri apparso nel febbraio del ‘68, conteneva sul lato A una ballata dai toni vagamente decadenti la cui versione originale era stata realizzata e incisa tra anni prima da un giovanissimo e semisconosciuto cantautore di Genova, all’epoca appena venticinquenne.

La canzone di Marinella di Fabrizio de André irruppe nelle case della maggior parte degli Italiani quello stesso anno, grazie ai (come li chiameremmo oggi) “videoclip” dei celeberrimi Caroselli Barilla: in poco più di un minuto, in uno stile a metà tra la chanson française e il pop britannico, Mina riuscì a raccontare al Paese intero la passione della sfortunata Marinella e delle sua tragica fine lungo le sponde di un fiume affamato di giovani innamorate.

Fatto curioso, era la seconda volta che Mina portava al successo una canzone il cui testo parlava – sebbene in modo metaforico – di una puttana: nel 1960 era uscito sotto l’etichetta Italdisc Il cielo in una stanza, raccolta di interpretazioni minesche che traeva il titolo dall’omonima canzone di un altro giovane e (all’epoca) altrettanto sconosciuto paroliere genovese, Gino Paoli.

Storie di iniziazioni sessuali ed educazioni sentimentali, La canzone di Marinella e Il cielo in una stanza cercavano in ugual misura di sensibilizzare il grande pubblico italiano al lato umano della prostituzione, attraverso l’esperienza concreta della gioventù genovese e delle sue avventure in via del Campo.

Tuttavia, De André aggiungeva alla poesia da strada una sfumatura a dir poco politica: la storia di Marinella traeva ispirazione da un fatto di cronaca, ovvero il tragico omicidio di una prostituta adolescente il cui cadavere era stato ritrovato sul greto del fiume Tanaro, in Piemonte. La solitudine umana, esistenziale e finanche legale di una categoria ai margini veniva così sbattuta in faccia a milioni di Italiani, normalmente intontiti dal crescente benessere economico e dall’ipocrisia democristiana.

Lunedì 17 agosto 2015: una prostituta di origine rumena che batteva a Volpiano, nei dintorni di Torino, è stata massacrata di botte e ridotta in fin di vita da un cliente “insoddisfatto”. L’ennesimo caso di violenza e abusi nei confronti di una sex worker, tra l’indifferenza generale delle sinistre, dei liberali e di buona parte della Chiesa Cattolica. Paradossalmente, solo quei balordi della Lega sembrano continuare una lotta per la legalizzazione della prostituzione decisamente controcorrente rispetto all’andazzo europeo. Basti pensare alla civilissima Francia socialista dei matrimoni omosessuali, ostinata nel suo progetto di penalizzazione – come se punire i clienti fosse un buon mezzo per garantire sicurezza e dignità a esseri umani che vogliono semplicemente guadagnarsi da vivere. Briciole nascoste sotto il tappeto, e sangue che cola.

A distanza di più di cinquant’anni, Marinella continua a volare in cielo su una stella.

La Wunderkammer del Signor Schmidt

in arte/cultura/società by

Biondiccio, faccetta sorridente, tondetta e simpatica, Eike Schmidt è da oggi  il nuovo direttore degli Uffizi. E l’opinione pubblica dell’Italia, terra di poeti, artisti, navigatori e autoferrotramvieri, si spacca. Da un lato chi vede un eroe giunto, nelle parole di Franceschini, a portare di nuovo in auge il museo “dopo anni di prostrazione” (parole sue). Dall’altro chi si incazza perchè, in una visione generalizzata, a differenza di tutti gli altri paesi dove si agevolano i propri concittadini nelle cariche pubbliche e di lavoro, l’Italia, ancora una volta, preferisce dare quesi posti allo “straniero”. Nel giusto mezzo il cicciottello Eike, nella sua pregnante pragmaticità tedesca, annuncia che uno degli scopi del suo lavoro è rendere il museo piu´ accessibile ai visitatori, accorciando le code per entrare. Alla faccia delle alte visioni curatoriali.
Ora, la situazione ha, a mio avviso, diversi aspetti. In favore di Herr Schmidt va detto che un suo curriculum alle sue spalle ce l’ha, e anche buono, quindi non gli si può dare del raccomandato. Certo, per quanto il Getty Museum di Los Angeles o la National Gallery of Art di Washington siano dei gran bei pezzi di museo, il suo curriculum non mi sembra neanche così assolutamente incredibile da giustificare senza discutere una direzione degli Uffizi. Questo, e non il fatto che non sia italiano. Quindi tutto sta a giudicare un domani il lavoro fatto. Perchè non dargliene la possibilità? E poi è giovane, ha 47 anni, quindi ben venga un po’ di vecchiume in meno nel mondo dei poteri accademici.

Quello che, a me personalmente, innervosisce, è vedere le reazioni, sia pro che contro, a questa notizia. Se la persona è competente deve avere la carica, indipendentemente dalla sua nazionalità. Incazzarsi solo per questo motivo è riduttivo. Quello per cui bisognerebbe indignarsi è che, in Italia, persone che di arte, sia a livello storico che curatoriale se ne intendono, ce ne sono. E che saprebbero benissimo occupare la stessa posizione del signor Schmidt, ma che soffrono di una sorta di pregiudizio generalizzato, per cui la degradazione economica e politica del Paese è ormai così vergognosa che risulta impossibile credere che ci siano anche persone che il cervello nella testa lo coltivano, quindi partono già svantaggiati.
Chi, invece, acclama il nuovo direttore, perchè tedesco e quindi di conseguenza più bravo, corretto ed intelligente, scade in una ode becera alla Germania, terra di filosofi e romantici, senza forse sapere che, ad esempio, lo studio della storia dell’arte nel triennio universitario in Germania, è abbastanza vergognoso nelle metodologie e contenuti.
Poi forse ci stanno anche dei giochi politici tra l’Italia e la Germania: oggi 14 aeroporti greci e tre musei italiani, domani, chi sa, le poste spagnole. Ma questa è politica e non è il (mio) punto. Gli italiani potrebbero ad esempio smettere di farsi autogol morali, denigrando se stessi (come inferiori ai tedeschi), o, a turno, gli altri (lo straniero). In un modo o nell’altro non va mai bene nessuna opzione. Popolo di artisti, lamentoni e criticoni. E comunque sempre di autoferrotramvieri.
L´opzione che rimane, reale, è che l’arte resta senza dubbio il bene più  grande che abbiamo in Italia, quindi non importa chi o come, ma che vada tutelato.

True Puttanata

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Si è conclusa ieri sera negli Stati Uniti la seconda stagione di True Detective, la serie a cicli autoconclusivi creata dal giovane scrittore e regista Nic Pizzollato – un nome da mafioso italo-americano con un destino da creatore di crime stories, a quanto pare.

Niente spoiler sul finale, tranquilli. Al netto della stagione, mi limiterò a dire che il crollo del rating di puntata in puntata è ampiamente giustificabile con la scarsa qualità del prodotto nel suo insieme. E la conclusione non è da meno.

Insomma, True Detective è davvero brutto. Ma brutto-brutto. Anzi, fa proprio cagare.

Le faccette di Colin Farell. Cristo, le faccette di Colin Farell.

E le faccette di Vince Vaughn. Le faccette di Rachel McAdams. La faccetta – perché capace di una sola espressione – di Taylor Kitsch. I monologhi filosofici totalmente decontestualizzati. Una regia piattissima che quando prova a risollevarsi scade nel ridicolo involontario. Una trama assolutamente sconclusionata che fa di tutto per gettare lo spettatore nella confusione più totale. Dialoghi al limite del masochismo. Un senso generale di “ma perché?” tra una scena e l’altra. Le faccette di Colin Farell.

Elementi forse già presenti in nuce nella celeberrima prima stagione, ma che venivano in un qualche modo attenuati da piccoli, coraggiosi momenti di bellezza che ti facevano voglia di andare avanti, nonostante tutto: la sigla meravigliosa dei The Handsome Family, l’interpretazione di Woody Harrelson, i bei piani sequenza delle (poche) scene d’azione, lo sfondo alienante e lovecraftiano delle paludi della Louisiana, i riferimenti colti alla letteratura di genere, un intrigo semplice ma avvincente, e così via.

Ecco, se nella prima stagione l’insieme funzionava a discapito dei pipponi insopportabili di quel cane di Rust/Matthew McConaughey (a mio avviso l’attore più sopravvalutato della sua generazione) e di una certa pesantezza generale, si potrebbe dire che l’intera seconda stagione fallisce nel suo intento – quale? boh – proprio perché siamo di fronte a quasi otto ore di brodo di Rust senza capo né coda.

Il cinema si sta spostando in televisione, ormai lo sanno anche i sassi. Registi e attori dello Star System hollywoodiano si accalcano per partecipare a produzioni “minori” sul piccolo schermo in nome di una rivoluzione annunciata che, a quanto sembra, cambierà per sempre il modo di intendere l’intrattenimento. La qualità è il prossimo passo delle serie televisive, dicono.

Ma la qualità, purtroppo, non viaggia mai da sola. L’altra faccia del buon cinema, il brutto cinema, è in agguato dietro questa grande migrazione di massa da un mezzo all’altro. Scopriremo tra poco che i grandi nomi non bastano a fare un buon prodotto, e che l’impegno artistico va ben al di là delle premesse autoriali. Sappiamo tutti di cosa è capace il “grande” cinema americano. Le puttanate sono in agguato, sempre.

E True Detective, temo, è solo l’inizio.

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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JJ: Zio W, tu che sei un uomo di mondo. Saprai anche sparare, no?

W: Io le armi le odio. Lo sai che mi hanno sparato, no?

JJ: Sì, la so a memoria quella storia lì. Ma tu, tu sai sparare?

W: Mai imbracciato un’arma in vita mia.

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W: Tecnicamente non è proprio una pistola.

JJ: Vabbè, dai, su. Mi pare che hai pure minacciato Kinski con un fucile, no?

W: IO?! Mai successo.

JJ: Ma io l’ho scritto.

W: L’ho letto. Non aiuta ad accrescere la stima che ho di me stesso; e poi il fucile era nella jeep, mica glielo puntavo contro.

JJ: Vabbè, ma quando eri piccolo se non sbaglio hai vissuto nella Baviera occupata dagli americani, no? Avrai quindi avuto a che fare con dei fucili, robe del genere…

W: Questa cosa non sembra farina del tuo sacco.

JJ: Ti sbagli. Io conosco la storia.

W: L’hai letto su wikipedia?

JJ: Non tergiversare. Comunque sì, l’ho letto su wikipedia. A scuola non stavo mai attenta, mi piaceva disegnare sul banco invece di ascoltare.

W: Mi pareva. No, comunque calcola che quando ero ragazzino in Baviera era pieno di americani. Oddio, saranno stati sì e no una sessantina, ma a me sembravano comunque una cifra. Ero affascinato da tutta questa gente che parlava questa lingua strana, quindi avevo fatto amicizia con un tizio di colore con cui chiacchieravo in continuazione. Chissà di cosa, poi, che non capivamo una mazza l’uno dell’altro. Pensa che una volta questo mi regala un chewing-gum, e io me ne sono così innamorato (della gomma, non del negrone) da conservarlo per un anno; ogni tanto poi lo andavo a masticare.

JJ: Mi sono venute diverse malattie solo a sentirne parlare.

Kinski: Quante cazzate racconti.

W: L’hai fatto entrare tu?

JJ: Ho lasciato la porta aperta perché c’era corrente, scusa.

Kinski: Comunque sì che sparavi, Werner: raccontale della prima volta che hai avuto a che fare con un’arma, cazzo!

JJ: Ecco, io di questo ero curiosa!

W: Che palle che siete! Vabbè, un giorno ero nella foresta e vedo ‘sta mitragliatrice abbandonata lì, quindi ho pensato “Dai, adesso sparo a qualcosa!” Giusto qualche giorno prima avevo visto una truppa sparare a un corvo per poi poterselo cucinare. Visto che pure noi eravamo un po’ a pezzi per la fame, mica come voi giovani che avete vissuto nei tempi facili…

Kinski: Io veramente no, e comunque SMETTILA DI PRENDERTELA CON ME!!

JJ: Stai seduto, Klaus!

W: In sostanza volevo cacciare un corvo anch’io, quindi prendo la mitraglietta e inizio a sparare verso l’animale: ho colpito tutto tranne il corvo, che è rimasto lì a giudicarmi. Nel frattempo il rinculo mi aveva scaraventato a terra e mi ero fatto pure male.

Kinski: Che disagiato.

JJ: E poi?

W: E poi sopraggiunge mia madre, e io penso “Adesso mi dà il resto”. Invece mi fa “Ora ti faccio vedere io come si usa.” Quindi ho imparato a caricarla e a scaricarla, e poi mamma spara una raffica di colpi verso un albero: oh, vi giuro che mi ha fatto più impressione vedere il tronco crivellato di colpi che il corvo morto. Allora mamma mi dice: “E’ questo che ti devi aspettare da un’arma, per cui non devi mai puntarne una contro qualcuno, anche se è di legno o di plastica.” E questa cosa -ve lo giuro- mi è rimasta talmente impressa che da quel giorno non ho puntato più nemmeno un dito contro qualcuno.

JJ: …

Kinski: …

W: E’ inutile che mi guardate così. Quando t’ho minacciato il fucile stava nella jeep. Non ti avrei mai sparato (forse). E sei tu che poi ti sei mega spaventato e hai finito il film per paura della mia reazione.

JJ: Vabbè Werner, buone vacanze. Tu dove vai, Klaus?

Kinski: Io vado a farmi di cocaina sulle chiappe di una modella alle feste fiche di Hollywood.

JJ: Eh?

W: L’ho invitato da me a passare due giorni a Monaco ma dice che “fa freddo”, quindi mi sa che va al mare.

Kinski: Mai vero!

W: Credi più a me o a questo pagliaccio inutile?

JJ: Rega’, io non vi sopporto più

 

 

JJ

Buone vacanze, amici! Zio W.  torna a settembre!

 

Playlist Estate 2015

in musica by

Estate.

Tempo di musica, gioia ed allegria.

Stare con gli amici, mare, falò, divertirsi e ballare fino a notte fonda.

Sfasciarsi.

E sempre con quelle piccole gocce di malinconia leggera che non guastano mai.

Appunto per questo, proponiamo qui una brevissima playlist che potrete ascoltare per tutto il mese che verrà, che vi farà compagnia nei vostri giorni vacanzieri e spensierati.

Buon ascolto.

Su e Giù dei Vernice in una delle esibizioni live più belle di sempre con un supertastierista scatenato all’inverosimile:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=3_ScobYxYK8

Jo Squillo decide di superare se stessa ed il punk ricodificando in modo inaudito i grandi Led Zeppelin:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=IuLUFpZ18Xo

A volte accettare caramelle dagli sconosciuti è un passo doloroso quanto necessario per conquistare l’età adulta. Leo Leandro ce lo spiega come nessun altro ha mai fatto nella storia della letteratura mondiale:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=iW3o9TwK2Fg

I Guns ‘N Roses come non li avete mai sentiti. Un Simone Tommasini granitico nella sua immensità:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=69evLZJ78pY

Tempo di baraonda h24, voglia di lasciarsi andare e desiderio di superare se stessi. Mino ed i Green Day:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=B8jMTS301L8

Poi magari non ce la fai e hai bisogno di riflettere un pò e di continuare a crederci. Vasco aiuta sempre, anche quando coverizza i Radiohead:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=z2DtEh-pW4E

E se i cattivi pensieri si fanno sempre più cattivi, non resta che fregarsene, come fa Masini che senza complessi di inferiorità sublima Nothing else matters dei Metallica:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=yeVIGGflK0I

D’estate le cose più belle accadono quasi sempre di notte. Notti splendide e magiche che vorremmo non finissero mai. Ma ogni notte svanisce e Miki Mix (Caparezza prima di essere Caparezza) ci dà le istruzioni per uscire vivi dal trapasso:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=9a8aC1M89PE

Siamo italiani, la terra più bella del mondo, è bene ricordarselo sempre:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=JpGDtEHcoHY

E per finire, il capolavoro assoluto di tutte le epoche che l’umanità abbia fino ad ora conosciuto:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=jcAqAJgeYwM

Una cena d’arte col Cardinale

in arte/cibo/scrivere by

In una brumosa giornata di ottobre del 1543, sul calar del sole, gli eleganti Giulio, Tiziano e Lapo si accomodavano affamati alla tavola della rinomata Locanda del Cardinale Innocenzo Cybo.
Il gusto del cardinale nel pianificare vivaci occasioni conviviali era ormai divenuto proverbiale quanto il suo amore per le belle arti. Così, mentre quella sera gli ospiti lo attendevano, l’oste cominciava a servire la cena.


 

Parte 1 – LE ORDINAZIONI

O: Benvenuti! Rimanete in sala per cortesia, ché beccafumi chi si avvicina troppo alla cucina. Cominciamo con un Martini come aperitivo? O del vino?

I signori optano per il vino e l’oste si allontana.

T: Ho una fame che mi mangerei una mondrian di bufali!
G: Io mi accontenterei di un pollaiolo.
L: Deh! D’altronde, come si può campare sangallo e sansovino?

O: [di ritorno] Ecco la lista dei vini. Se posso permettermi consiglierei un Vernet o un Fragonard. Altrimenti abbiamo dell’ottimo Passignano, se gradite calici più profumati.
L: Preferirei qualcosa di più robusti: ve lo chiedo senza milizia.
O: Ci sarebbe allora un Masaccio, o un corposo rosso fiorentino.
G: Meglio due boccioni di vino di Castello.
T: Addirittura due? Se continua così facciamo la fine del Trittico degli embriachi.
O: Vogliate scusarci, ma in effetti ne son rimasti solo due botticelli da mezzo litro.
L: [bisbigliando] qui non riusciamo a cavare un cassiano dal pozzo.
G: Vada per due botticelli. E nell’attesa ci porti anche un tozzo di panofsky.

L’oste provvede ed è nuovamente in sala.

O: Prego, mi sono permesso di portarvi un antipasto marinetti e monti per ingannar l’attesa. Come primi abbiamo degli strozza preti piacentini con pomodoro appena colto dal fattori, quadrucci in brueghel o una lasagna tagliata un po’ cortona.
G/L: [in coro] Lasagna!
T: Io invece gradirei l’ottima minestra.
O: Bene. Di secondo c’è un coscio di pollock, coratella di reni, carrà d’agnello affumicato, o saltimbocca ai ferri.
LPollock, per me.
T: Per me saltimbocca, per favore.
O: Li preferisce soffici o ben cotti e dürer?
TDürer, grazie.
O: Quanti?
T: Me ne porti sette o giotto.
G: Io invece prendo il carrà. E prendo pure un uovo sodo ma non troppo cotto; anzi, meglio, all’occhio di cimabue.
L: Attento che finisci come il mangiafagioli del Carracci… o peggio ancora come il Correggio!
[risate]
O: Benissimo. La carne, se gradite, si potrebbe accompagnare con un pontormo di ciardi, oppure di zucchi. O di zuccari, se preferite.
T: Se si potesse avere una cima (di rapa) da Conegliano sarebbe splendido. Noi veneti ne andiamo ghiotti.
G: Porti tutto, allora; poi ci organizziamo noi.
O: Bene. Dimenticavo: di solito lasciamo gli ospiti liberi di mangiare il pollock con le mani ma stavolta il cardinale mi ha pregato di riservarvi queste forchette informali. Le ha disegnate un certo Capogrossi. Torno subito.
[Si allontana]

 

Parte 2 – IL BANCHETTO

G: Quest’antipasto è uno schifano!
T: Giulio, dobbiamo essere gentileschi con il cuoco. Non vogliamo far torto al Cardinale: i tuoi giudizi sono sempre troppo severini.
L: Tiziano ha ragione. L’ultima volta che ho cenato in un locale del Cardinale mi son trovato molto benjamin: faccio ancora fatica a dimenticare quella bistecca di manzù
G: Secondo me avremmo fatto meglio a prenderci un modigliani al prosciutto, al volo. Mannaggia a quando rosai accettare l’invito. E poi qui fa un freddo cane.
T: C’è corrente: colpa della porta che è rimasta aperta. Tieni, mettiti questa pellizza da volpedo.
L: Ma queste cosa sono? Haring affumicate? Non hanno un bell’aspetto, forse Giulio ha ragione a non fidarsi. È strano poi che il Cardinale non si sia ancora fatto vivo.
G: Io vi avevo avvertiti. Qua è tutto un magnasco. Bisognerà farnese una ragione.
T: Giulio, sei una vipera. Anzi, una serpotta. Dobbiamo soltanto essere contenti se siamo seduti qui a mangiare. Lapo, dove sta il sale?
L: Ma che sei guercino? È lì, non lo vedi?

L’oste riappare, mettendo in tavola le portate principali. Gli ospiti cominciano a mangiare.

L: Debbo ricredermi, con queste portate si sono salviati. Questa lasagna è cotta in un modigliani impeccabile.
T: Tieni. Mettici un po’ di parmigianino.
L: No, grazie: Miróvina il sapore del sugo.
T: Ecco, credo di aver già mangiato troppo. Mi sento come un baburen nello stomer che non va né su né giù. Finirà con un biedermeier di proporzioni cosmiche, nella latrina.
G: Altrimenti dovrai prende qualcosa pe’ dimagritte.
T: Dovrò andare dal dottori?
L: Ma no. Basta non esagerare con i burri e con gli zuccari.
G: Ormai nun c’è pensa’. Magnamo.
L: Sono d’accordo con te, Giulio. Ma smettila di parlare romano, suvvia.

 

Parte 3 – L’EPILOGO

T: Oste! Oste! Un’altra carafa di vino, subito!
O: [rientrando di corsa in sala] Bianco o rosso?
T: Basta che sia cangiante. Non ho mai gradito le tinte tonali.
L: Voi veneti coi colori siete incorregibili. Ci porti dEl Greco di Tufo.
O: Bene. Devo però darvi una cattiva notizia. I saltimbocca non ci sono. Potrei sostituirli con del carpaccio al limonge.
G: Madonna Sistina! Non solo il Cardinale ha deciso di non presentarsi ma lascia che l’oste si prenda gioco di noi!
T: Neanche avessimo ordinato un Carneplastico futurista…
L: Calma, signori! Oste, porti il carpaccio e non si curi delle insolenze di questi due barberini.

L’oste, allarmato, fugge in cucina e torna servendo tutte le portate.
Turbato però dagli aspri giudizi dei commensali rimane in sala per verificare che tutto proceda per il verso giusto; ma ci vuole poco perché le critiche gli facciano perdere le staffe.

L: Non sento commenti. State dando dei cennini di stanchezza o sbaglio?
GArp! Hirst! Lewitt!
L: Cos’hai? Il singhiozzo?
G: Sto scomodo. Dev’essere lo zenale della sedia.
T: Oste! Oste! C’è un caravaggio nella minestra.
G: E lì c’è un vermeer, nel pomarancio! Che schifano! Passami l’olio di Argan, Lapo.
T: Che ci devi fare? Hai paura che il carpaccio cigoli?
G: Oste! Madonna Colonna! La carne è troppo tura!
O: Basta! L’avete ordinata e adesso vela mangiate! Razza di grassi vanvitelli che non siete altro!

Giulio balza in piedi sguainando la spada.

G: Lapo togliti dalì! Stavolta lo infilzo!
L: No, Giulio! Fermo!
G: Spostati che gli taglio il pistoletto!

L’ostentata pacatezza di Lapo non basta a placare il romano che, accecato dall’ira, sguaina la spada e fa a brandelli il malcapitato locandiere.

G: Anvedi come l’ho sgozzato! Madonna del Cardellino! Manco fosse stato Oloferne!
T: Sapevo che sarebbe finita malevic anche questa volta.
L: Non si può mai prevedere cosa si celant dietro a una cena dal Cardinal Cybo.
T: E ora che facciamo?
G: Non so voi, ma io cambio locanda. Ho proprio voglia di un cappuccino tiepolo.

 

Testo a cura di Ivan Alen, il suo ineffabile padre e Tad A.
Le imprecazioni di Giulio sono tratte dai titoli di celebri madonne dipinte da Raffaello Sanzio.

Agli albori delle scie chimiche

in musica/scrivere by

Siamo su un cavalcavia. Le automobili si fermano. Le persone scendono. Sullo sfondo un tramonto bellissimo, il tramonto incantevole che si pensa sia dovuto ai resti chimici dell’evento tossico aereo nell’atmosfera.(*)

Monica e Harry sono folla, guardano le scie chimiche nel cielo, “le linee dritte” come le chiamano loro.

Le grandi immagini parlano sempre.

Era il 1981 e già erano tra noi.

Evocanti libertà, amore e gioia di stare insieme, fissarle equivaleva ad incantarsi di fronte un tramonto africano.

Gli sguardi erano quasi morsi leggeri.

Le “linee dritte”, in quell’inizio di decennio, cos’erano se non voglia infinita di illudersi, scoglio lontano cui aggrapparsi quando ti esplodeva tutto dentro, tracce da seguire per cercare un altro mondo. C’eri tu seduto al bar, a fumare una sigaretta, con lo sguardo rivolto verso di loro. E tutto il mondo si rinchiudeva lì. Come un cane con il suo osso.

“A volte, quando mi sento solo, anche se non ci credo, mi metto a pregare. E poi, quando passa, capisco che quel che resta siamo noi”, confessava Harry a Monica.

Cast your eyes towards the east or west
And watch for lines above your head
“Can´t say it worries me now” he said,
“for it may never come”.

But I see direct lines,
see direct lines across the sky.
And I see direct lines,
see direct lines across the sky.

Laws won´t help you now
No voice, no rights
No governing body
Women and children first
and each man for himself.

But I see direct lines
See direct lines across the sky
etc….

Il Nuovo Ordine Mondiale non ha fretta, sa aspettare. Trasforma il controllo climatico in uno spettacolo romantico. Scia dopo scia. Aereo dopo aereo. Passeranno altri 16 anni prima che qualcuno se ne accorga.

Forse non sono poi tanto svegli, questi teorici della cospirazione.

Ma le grandi immagini, ricordi?, parlano sempre.

E adesso strillano.

Le leggi non ti aiuteranno ora: nessuna voce, nessun diritto, nessun organo di governo.

Tra qualunquismo e reddito imponibile, a notte fonda urlerai anche tu per questo enorme squarcio nel cielo.

Invocare l’esercito, la protezione civile, vigilantes privati, non servirà a niente.

Anche il sonno è vita.

Prima le donne e i bambini, e che ciascun uomo provveda per se stesso.

 

 

Ode estiva al commentatore

in arte by

Così di luglio canicola mi colse
nel legger quivi dell’ellenico “no”
che del martirio niente risolse.

Stavvi in Atene Yanis, e a tono
a chi domanda di qual direzione
della moneta invita abbandono,

ché d’Europa un’unica costituzione
non trovò speme nel loro giudizio
ma sola sorgente, di trista agitazione.

Tutti dottori, fin dall’inizio:
ovunque è segno di granda cultura
scriver pareri in quel tale ospizio

blu, popolare, american di fattura,
di come evitare ratti il cadere,
di come non cedere alla paura.

“È la Democrazia, che ferma il potere
che ferma la gogna del neoliberismo
posta ‘sì all’uso del laido banchiere!

Non pagheranno: v’è il classicismo,
che con Ulisse, Parmenide e Achille,
serra la morsa d’ogni anglicismo

quello d’i conti, che somman a mille,
che nel pareggiar tosto il bilancio
vi guardan dritti nelle pupille

e chiedon maligni di spesa il trancio”.
Così parlavon da destra e mancina
tutt’i teorici del keynesiano rilancio

ma non si curavan della carneficina,
di povertà e mestizia ch’arriva
già nella Grecia di socialismo fucina.

Sull’altra sponda corre giuliva
la massa degli orbi, degli entusiasti
di quell’Europa, ch’è locomotiva

della ricetta che solve i contrasti
centralizzando (in guisa già vista!),
e che solo cura i possibili fasti.

Quivi restavo, volgendo la vista
al duttile schermo, sempre in rinnovo,
leggendo di tutti il parere onanista,

quand’ecco cogliemmi un pensiero nuovo:
lasciamo da parte il solito articolo
e diamo al lettore codesto stilnovo.

L’antiedipo infunzionale che ne fa le veci

in cinema/scrivere/società by

“(…) Crepa pezzo di merda, e vai a succhiare cazzi in aereo.”

Message to Harry Manback, Tool

“Perché ti lascio allora Michele? Dimmelo”
“Perche’ quello dice parole assolute, incantate, con le quali non si può resistere alla tentazione di scommettere”

(Tratto da Metti una sera a cena)

Dedicato alla memoria di Alberto Grifi e Claudio Caligari

BrEVITà. La brevità è una delle virtù della scrittura professionale ed elemento essenziale della scrittura online. L’accoppiata vincente è questa: brevità più chiarezza. Un testo breve ma incomprensibile non serve a nessuno, ancor  meno un testo chiaro, ma lunghissimo. Lo scrittore professionale non scrive per suo piacere. Scrive perché i suoi clienti o la sua azienda ottengano degli obiettivi precisi: comunicare bene con i dipendenti, descrivere con efficacia i propri prodotti e servizi, convincere fornitori e clienti, parlare con le istituzioni o con la stampa. Riuscirci facendo perdere agli interlocutori meno tempo possibile è naturalmente un bel valore aggiunto. Di qui l’importanza di testi brevi e sintetici, che arrivino dritti all’interlocutore e all’obiettivo.(x)

A:”Sta arrivando un’ondata di caos senza precedenti.”
B:”Ah si? Pensavo di essere finito dentro un quadro industrial che ne fa le veci.”
A:”Ma quale brevità, adesso qua combino un macello.”
B:”Perchè?

La rivoluzione industriale fu anche una rivoluzione energetica: il carbone soppiantò la legna come principale fonte di energia. Grazie alla combustione del carbone e al perfezionamento della macchina a vapore, si produsse energia meccanica capace di fare funzionare le prime macchine industriali e, successivamente, i primi mezzi di trasporto a vapore. Degli otto anni della presidenza Reagan, Bush ereditò un buco di circa tremila miliardi di dollari causato sia dall’aumento stellare della spesa pubblica, in particolare quella militare, sia dalla drastica riduzione dell’imposizione fiscale.Il posto più strategico dell’Italia è la Sicilia. Dalla Sicilia transitano i fondamentali cavi sottomarini che connettono l’Europa con tutto l’Oriente ed il Sud America: il controllo di Telecom Italia cui fa capo la rete fissa e le linee transoceaniche (Telecom Sparkle) è fondamentale per Washington. La crisi iniziata nel 2008 è molto simile a quella del 1873-96, ossia dalla fine della centralità inglese e dallo scoordinamento avvenuto per l’avvento del multipolarismo (Usa, Germania e Giappone nuove potenze in crescita) con tendenza verso il policentrismo conflittuale acuto della prima metà del ‘900. L’attuale fenomeno migratorio non potrà essere bloccato con misure di ordine pubblico. E’, tecnicamente parlando, un fenomeno epocale inarrestabile che nasce dalla disperazione di chi vuole e non può vivere. E se invece si trattasse di un fenomento tutto strumentalizzato ed utilizzato per destabilizzare l’Europa? Se l’emigrazione “selvaggia” dall’Africa verso l’Europa fosse vastamente organizzata, pagata e non poi così disordinata? Tutte le religioni e gran parte delle ideologie politiche e delle forme di cultura, altro non sarebbero che una risposta paranoide, ossia illusoria e delirante, allo «shock originario» causato dalla «scoperta» della irreversibilità dell’evento della morte. Il valore ed il successo di un uomo si dovrebbero giudicare da ciò che egli dà agli altri o da ciò che riceve dagli stessi, in entrambi i casi incomparabilmente? Berserk è un manga scritto ed illustrato da Kentaro Miura. Le vicende si incentrano su Gatsu, un guerriero maledetto costretto a vagare senza sosta per sopravvivere e trovare vendetta. La storia esplora il meglio ed il peggio della natura umana. Le tematiche principali sono l’illusorietà del libero arbitrio, il destino dell’uomo, l’istinto di conservazione, l’onnipresenza del male.Nell’attuale psicoautomatismo recettivo comunicativo socialmediatico, la tolleranza o la stessa libertà di pensiero sono solo vuoti concetti sminuiti ed addebitati con disprezzo ad ingenui o farabutti radical chic. Ma quando queste conquiste umane verranno a mancare, tutti quelli che se ne infischiano o credono di infischiarsene oppure troppo assillati da altre privazioni per ricordarsi che esistano, la vita anche e soprattutto per loro, ad un tratto, diventerà uno straccio. Repeat: Diventerà uno straccio, sappiano essi o non sappiano spiegare a se stessi il perché.(y)

AnTIEDIPo InSUFFICIENTe. Desiderio contro Legge. Il corpo come macchina desiderante contro l’obbedienza cieca alla Legge repressiva e mortificante. Il corpo come fabbrica produttiva del godimento pulsionale contro gli istinti di castrazione eteroancorati nell’inconscio. La spinta impersonale e deterritorializzante del desiderio contro la tendenza conservatrice e rigida del potere e delle sue istituzioni. La liberazione dei flussi della pulsione in una prospettiva di naturalizzazione vitalistica dell’ umano contro il culto rassegnato e avvilente del principio di realtà.(z)

franco minkia antiedipo

VeLOCITà. Un asino e una volpe, che avevano fatto società tra loro, uscirono a caccia e s’imbatterono casualmente in un leone. La volpe, cogliendo al volo il pericolo che li minacciava, gli si avvicinò e promise che gli avrebbe consegnato l’asino, se le avesse garantito di risparmiarla. Quando il leone le ebbe dato la sua parola a questo riguardo, la volpe condusse l’asino a una trappola e ve lo fece cadere dentro. Ma il leone, sicuro che l’animale non poteva fuggire, prima catturò velocemente la volpe, poi passò all’asino. Così quanti tendono tranelli ai compagni non si accorgono di trascinare spesso anche se stessi alla rovina.(v)

Un albero è caduto e sta in mezzo alla strada. Le macchine non possono passare.

Chi è stato eletto capo dovrebbe dare l’ordine per farlo cacciare. Le opposizioni gli dicono che lo devono cacciare al più presto. Il capo, però, non dal’ordine, anzi, con il tono da capo dell’opposizione, dice che la colpa è dei vigili che non lo tolgono. Lui l’ordine l’ha dato, ma i vigili provano che non possono agire in quanto l’ ordine riguarda lo sgombero di copertoni usati in un posto dove non ci sono mai stati copertoni usati.“Sto al governo ma mi atteggio a capo dell’opposizione. Do la colpa a gli altri per le cose che non funzionano. Do la colpa all’opposizione che addito come responsabile delle cose che non migliorano. Io che dovrei migliorare la vita dei cittadini e che vengo pagato per questo, siccome non lo riesco a fare mi invento una scusa fantastica. Di quello che non riesco a fare do la colpa agli altri. Il partito perde? È colpa della minoranza, non di chi lo guida. Il governo non fa le cose? È colpa dell’opposizione. E quindi voglio, pretendo, per essere più efficace, più potere. Via la minoranza. Abolire le elezioni altrimenti c’è sempre una minoranza che dice che ci sono le cose che non vanno bene. Sto impazzendo. Non so più come fare, che scuse trovare. Sono terrorizzato. MAMMAAA AIUTAMI, MAMMA TI PREGOOOOO. Devo mantenere la calma, devo inventarmi altre scuse. Devo continuare a ridere sempre. Sforzarmi di ridere sempre. Non devo avere mai un cedimento. Ma fino a quando!? Fino a quando,Maledizione! (Sbatte i pugni sul tavolo). Fino a quando, porco il mondo!!!”

 “Non avrai altra scelta all’infuori di me. Fuori di me c’è la morte e la pazzia. Anche se deprederai tutto ciò che potrai depredare e lo farai tuo. Anche se raggiungerai tutti i tuoi obbiettivi ed i tuoi scopi, all’infuori di me ci sono la pazzia e la morte. Se non vuoi soffocare, anche per te che nemmeno sulla cima verrai a capo di niente, l’unica scelta che hai a disposizione sono io. Sono infunzionale. Sono tornato. Sono asimmetrico”.

“(…)Le principali preoccupazioni di Washington rimangono il Medio Oriente e il confine tra la Russia e la penisola europea. Non sono soltanto i soldi che fanno la potenza di una nazione, anzi esiste qualcosa di più determinante come l’azione strategica per la supremazia politica e militare. Infatti, gli intrecci finanziari fortissimi tra Cina ed Usa continuano ad essere presidiati dalla predominanza militare americana che Pechino non è in grado di mettere in questione. Diverso è il discorso in Europa, dove la presenza della Russia, economicamente meno vitale della Cina ma sicuramente più avanzata politicamente e militarmente, è motivo di grande preoccupazione per la Casa Bianca. Un saldamento degli interessi di Mosca con quelli europei rappresenta uno spauracchio poderoso per gli alleati d’Oltre Atlantico, in virtù di un motivo molto semplice: dalla fusione di istanze tutte continentali potrebbe nascere quella massa critica geopolitica in grado di compromettere l’egemonia americana tanto in Europa che nelle zone viciniore del Nord Africa e del Medio Oriente.(…)Così spieghiamo meglio l’aggressività della Nato nel cosiddetto “estero prossimo” russo ed il suo espansionismo verso egli ex satelliti sovietici. L’occupazione militare delle nazioni Baltiche e di quelle dell’ex patto di Varsavia da parte dei marines, che si portano dietro armi pesanti e ordini bellicosi, sta diventando un problema serio per Bruxelles, incapace d’ imporsi con l’alleato in casa sua. Inoltre, il dislocamento di missili orientati contro Mosca, posizionati sul suo territorio, rischiano di trasformarla in un potenziale campo di battaglia per le mire e le diatribe altrui, senza che essa possa mettere becco. Da tutta questa situazione l’Europa trarrà unicamente svantaggi se non saprà ricollocarsi nei nuovi orizzonti. La posizione del vaso di coccio tra incudini di ferro non è quella migliore da assumere in questa fase di rimodulazione dei rapporti di forza internazionali e di scoordinamento generale degli equilibri mondiali che farà esplodere contraddizioni e conflitti quasi ovunque.(…)”(y)

La maggior parte dei paesi europei ha al suo interno una presenza militare statunitense molto forte ed al momento l’Europa non possiede una sua autodeterminazione militare. L’Ue però dipende anche dal punto di vista energetico dalla Russia. Francia e Germania soprattutto, per questioni di accordi commerciali, risorse energetiche e sbocchi imprenditoriali sono legati alla Russia.In Europa è in atto una guerra tra Intelligence senza precedenti.

La narrazione renziana è ancora efficace? No. Cresce Salvini che è filo Putin. Silvio è amico personale di Putin. Pd=Governo=Renzi=Usa. E se Renzi dovesse perdere o cadere? Pd governa quasi tutte le regioni del paese. Ha una solida maggioranza in parlamento. Qualora non dovesse cadere prima, se non prendesse 40%, riuscirebbe a vincere in un eventuale ballottaggio? I 5 stelle grazie alle riforme Renzi, non solo non sono scomparsi, ma si sono radicati territorialmente. Più Renzi governa e ride, più i 5 Stelle crescono. A Renzi tra l’altro stanno arrestando mezzo partito e classe dirigente locale. I 5 stelle hanno posizioni molto critiche sull’euro e sull’attuale piattaforma europea. In una situazione del genere, gli Usa punteranno su di loro.

                                                                                                   

(w)

So di una piaga, di una luce, di una lente, ma poi…
Si rincorrevano nell’angolo, ma poi…
I calci sullo stomaco, l’affacciarsi apologetico, quando la cenere si sparge sopra i tuoi occhi drogati,piani di spargimenti, sulla schiena passa la lingua, la carne, la lingua, la prova segregata della lisergia, la fica.

Profilo rosso dell’ogiva, ventata malata, ti ripaga facendoti schifo.
So di uno sterminio di bocche nei cessi, il trono dell’amore.
Hai le mani sulla faccia, una ragione mentita allo specchio, una corda per impiccare la restaurazione terminale.

A:“Il desiderio poi divenne la Legge. Il desiderio divenne il Limite. Per neutralizzare lo scontro, il Limite si travestì di Desiderio. La Castrazione di soddisfazione pulsionale. Un’occupazione del territorio opposto come stratagemma autoassolutorio. Prova a deterritorializzare ma di sicuro ti hanno occupato anche il deterritorio tramite gli psicoautomatismi algoritmici finanziari. Come lo oltrepassi il Limite se il Limite stesso ti si propone come l’unico mezzo che avresti dovuto usare per oltrepassarlo?”
B:“Mi alleo con il nemico. Mi alleo con la Castrazione che per rigenerarsi automaticamente diventa nome della vita che rigetta ogni forma di se medesima e macchina pulsionale che gode ovunque.”
A:“Devi partire da un presupposto: se sei forte annienti, se sei forte non hai bisogno di mimetizzarti. Ti mimetizzi per sedare e mettere a bada. Occupi, circondi, immobilizzi.Ok, ma se sei forte, annienti. Non devi circondare, immobilizzare, occupare. Ciò significa che ciò che sottometti ti serve. Ha una funzione. E’ per te ‘funzionale a’. E nell’essere ‘funzionale a’, tu ne diventi dipendente. E quindi sei fottuto. Anche se occupata, circondata, immobilizzata, è più forte di te perchè tu ne dipendi. Ti serve.”
B:“Ma cosa?”
A:“La funzionalità. E’ lei che ti fotte. E’ lei che mortifica ed annichilisce il tuo sacrificante adattamento al principio
di realtà. ”
B:“Senti… Guarda che i lettori vogliono distrarsi, non pensare a queste cose. Devono pagare il mutuo, non scopano, mangiano merda tutto il giorno, sono comandati a destra e sinistra. Vogliono svagarsi, capisci?, non sentire questa roba.”
A:“Hai ragione.”

C:“Ma vai a cagare va, coglione.”

D:“Ma vattene affanculo, idiota.”

Il post trae liberamente ispirazione da La Verifica Incerta di Gianfranco Baruchello ed Alberto Grifi.

Soundtrack1:‘Not Dead’, Berserk!

Soundtrack2:‘Fetal Claustrophobia’, Berserk!

Soundtrack3:‘Macabre Dance’, Berserk!

Soundtrack4:‘Come back’, Owls

Soundtrack5:‘Hide and Seek’, Owls

Soundtrack6:‘Strange Kind of the Beauty’, Owls

Soundtrack7:’Tone Poetry’, Black Swan

Soundtrack8:‘Rosetta stoned’, Tool

Soundtrack9:‘Bellezza’, Marlene Kuntz

Soundtrack10:‘ Radar King’, Mugstar

Soundtrack11:‘He has left us alone, but shafts of light sometimes grace … ‘, A Silver Mount Zion

Soundtrack12:‘Message to Harry Manback’, Tool

Soundtrack13:‘Ape Regina’, Marlene Kuntz

Soundtrack14:‘Atlantide’, De Gregori

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

in cinema by

Quando W.H. Aveva tre anni, era affascinato dalle figure mitiche che popolavano la sua infanzia; figure che vivevano attraverso i racconti di sua madre.

In particolare gli piaceva Santa Claus, che, secondo tradizione, appariva tutti gli anni il 6 dicembre, giorno di San Nicola, accompagnato da una specie di demone, un tale Krampus: questi portava con sé un librone in cui erano registrate tutte le cattive azioni che le persone avevano commesso durante l’anno. Krampus era una specie di CIA bavarese.

"Auguri da Krampus" Niente affatto inquietante
“Auguri da Krampus” Niente affatto inquietante

Insomma, questi si presentavano alla porta e tac! niente Natale per i bambini cattivi.

Potete quindi immaginare quanto ha strippato il piccolo H. quando, proprio la sera del 6 dicembre, qualcuno bussa alla porta di casa.

“Mamma, non aprire! Deve essere Santa Claus insieme a Krampus!”

“Werner, non essere ridicolo. Ne abbiamo già parlato.”

“Ma Krampus scoprirà  che oggi ho allagato la cantina!”

“Werner, io… COSA HAI FATTO?!”

“Volevo vedere come funzionavano i tubi.”

Ma prima che la discussione possa degenerare, la porta si apre da sola.

E sulla soglia, senza calzini, con una tuta da lavoro marrone e le mani sporche di grasso, non appare Krampus, bensì Nostro Signore.

Herzog se lo ricorda benissimo: era proprio Dio, racconta, e si trovava nel salotto di casa sua, immobile sulla soglia.

Senonché all’epoca aveva solo tre anni, e terrorizzato da quell’apparizione, scappa sotto il divano e si fa la pipì addosso, mentre la madre tenta di tirarlo fuori a colpi di scopa.

“Werner, vieni a salutare il signore!”

Il piccolo W. si fa coraggio e esce timidamente dal suo nascondiglio.

“Mi guardava in modo molto tenero ed era veramente gentile. Ho subito capito che era il Signore in persona!” (sic)

Il Signore scambia qualche parola con sua madre, poi si allontana (sempre senza calzini) nella gelida serata di inizio dicembre, mentre H. lo guarda allontanarsi, pieno di ammirazione.

Il piccolo Werner si chiude nella sua stanzetta, e inizia a riflettere su quanto sia stato fortunato: quello è senz’altro un segno.

Non erano Santa Claus e Krampus che venivano a ricordargli quanto era stato pessimo, era Dio, che si consultava con sua madre per assicurarsi che il bambino avesse un futuro adeguato alle sue capacità.

Qualche ora più tardi, la signora Stipetić mette a letto il piccolo Werner.

“Werner, hai detto le preghiere?”

“A che servono? Dio era qui.”

“Eh?”

“Dio era qui.”

“…Buonanotte Werner. Domani arriverà l’idraulico, detrarrò il costo dalla tua paghetta.”

Werner quella notte sogna il suo futuro, un futuro che, secondo ciò che era accaduto poco prima, avrebbe spalancato per lui una vita piena di avventure e di Klaus Kinski. Una vita che ci avrebbe regalato capolavori quali Grizzly ManCave of Forgotten Dreams La Soufrière.

Per chiarire: alla fine non era Nostro Signore, ma “un tizio di una compagnia elettrica che passava di lì per caso” (W. H. in un’intervista del 2008).

“Ragazzi, non drogatevi!”

JJ

Il Cunto dei Contenti

in scrivere by

“Sono arrivati addirittura con gli elicotteri. Non ti immagini quanti erano. Si tratta di quelli che sono sempre contenti. Hanno cominciato a schiamazzare dall’alba con la parlantina sciolta:

Va tutto bene. Tutti i problemi sono stati risolti. Si vive meglio. Le cose sono migliorate. Tutti quelli che vi parlano di problemi sono degli sfigati. Guardate questo bambino morto! Venite! Toccatelo, è un bambino morto, lo abbiamo appena ucciso noi, non è una cosa brutta, un bambino morto da oggi dovrà essere una cosa bella. Guardate i suoi genitori come sono positivi e contenti che gli abbiamo ucciso l’unico figlio che avevano. Non ne potranno avere altri. Mai più. Eppure sono contenti. Contenti come noi. Ridiamo insieme ad alta voce. Se vedete un bambino morto dovete ridere ed essere contenti. Questa è la vera rivoluzione. L’abbattimento del logos attraverso un finto logos della contentezza. Neuromarketing, ipnomassa e artifizi dialettici senza significato lanciati come colpi di carri armati che distruggano per sempre il significato delle cose e la contingenza spiacevole. Vogliamo che l’infelicità sia e dia contentezza, gioia e serenità.

I Contenti camminavano nell’agglomerato sin da mattina presto. Si aggiravano in gruppi di 5/6 soggetti. Ogni gruppetto distava da quello che lo precedeva 50 metri massimo. Gesticolavano in continuazione. Ridevano. Si strattonavano felici braccia e spalle. Ridevano sempre. Si abbracciavano sempre. Baci, abbracci e complimenti reciproci. Urlavano dicendo che questo è lo spirito sbrigativista giusto. La contentezza. Non i problemi. Contentezza. Contentezza. Contentezza. Contentezza. Contentezza. Contentezza. Contentezza. Positività e sbrigativismo. Positività e sbrigativismo. Positività e sbrigativismo. Positività e sbrigativismo. Positività e sbrigativismo. Ottimismo. Ottimismo. Ottimismo. Ottimismo. Ottimismo. Ottimismo. Ottimismo. Ottimismo.

La prima raffica colpì tre di loro. Era stato X. che aveva deciso di verificare a che punto fosse il suo livello di mira. Puntò quello più asimmetricamente distante dalla sua veranda, ma centrò precisamente l’ obbiettivo principale, un Contento abbronzato dal primo sole estivo. Fu un attimo. BUM. Mezzo secondo di silenzio. Poi la contentezza si riattivò tra i Contenti.

X. corse subito per andare a vedere da vicino. Tutti i Contenti erano contenti di vederlo arrivare felice e trionfante. Il corpo con la testa squarciata dagli spari giaceva a terra. X. arrivò e tutti i Contenti lo abbracciarono. Anche X. li abbracciava. Urla di gioia e complimenti infiniti. X. era davvero contento, tutti fieri di lui, gli stringevano la mano e gli chiedevano informazioni tecniche sul fucile mitragliatore che si era portato dietro. Passandolo ad uno molto Contento, X. gli disse “aspetta, adesso ti faccio vedere anche la mia pistola”. Era una Walther P38 Parabellum. Bella. Lucida. Il tipo la guardava contento come anche gli altri del gruppetto. Mentre guardavano, X., contento e felice, cominciò a sparare su di loro. Allo stomaco di uno, alla faccia di un altro, alle palle ed alla testa di un altro ancora. Cadevano a terra contenti. Erano felici. Tutto andava bene. Poi si girò verso quello che teneva il fucile. Lo guardava felice e contento, con piglio ottimistico e ghigno pieno di furbizia e positività: “hai visto come è bella la mia pistola? Come funziona bene? E’ tutto bello e positivo”, per poi lanciargli contro un intero caricatore.

Mentre X. raccoglieva il suo fucile mitragliatore ed osservava i cadaveri appena caduti sotto i suoi colpi, anche gli altri gruppetti di Contenti erano stati aggrediti con reciproca contentezza, positività ed ottimismo, gioia e speranza. La carneficina era iniziata. I corpi dei Contenti venivano squartati con asce e mannaie. Ci stavano a terra teste mozzate di donne Contente che ancora ridevano per la speranza e la contentezza. Mannaie, falci e macheti tagliavano qualsiasi pezzo di carne capitasse sotto tiro. Picconate sfracellavano capi e cervelli. La contentezza nell’aria era oramai un uragano di gioia e felicità. Finalmente la percezione era quella giusta. Era bello vedere quegli esseri contenti che correvano cercando di non farsi prendere dagli inseguitori che miravano con le pistole per colpirli uno ad uno come un gioco di bambini.

Le cose erano migliorate. I cadaveri per terra erano cosa buona. Quelli dell’agglomerato si sentivano bene nel trucidare senza pietà alcuna i Contenti. Questo era un bene perchè era ciò che i Contenti erano venuti a predicare: attitudine alla contentezza diffusa. Che poi questa si fosse manifestata in sangue e corpi ammazzati per le strade per loro non aveva tanta importanza. A loro interessava l’attitudine e la funzionalità, non il significato.

I Contenti con le gambe amputate tramite accette e seghe a serramanico urlavano la loro contentezza a squarciagola. Troppo contenti. Era la cosa più bella che fosse mai capitata in tutta la loro vita. Altri Contenti sfuggiti alla contentezza della mattanza che aveva contagiato tutto l’agglomerato, arrivati agli elicotteri alzarono le mani contenti e si girarono verso gli ultimi inseguitori:”allora ragazzi, basta così, è stato un bel gioco, ora dobbiamo andare. E’ bello vedere che le cose vanno meglio…” BUM BUM BUM. Il contento non finì di parlare che una raffica del fucile mitragliatore di X. gli aveva fracassato la parte sinistra del viso e fatto volare l’orecchio a 25 metri di distanza. Come X. cominciarono a sparare anche gli altri. Quei pochi Contenti che non venivano abbattuti dai proiettili, con una contentezza e positività addosso mai provata, si precipitavano contenti con la parlantina sciolta e positiva verso gli elicotteri dove i piloti, Contenti anche loro, avevano già avviato i motori e si preparavano a spiccare il volo, pronti a svignarsela contenti il prima possibile.

Gli elicotteri, raccolti gli ultimi Contenti sopravvissuti alla carneficina, si alzarono in volo verso il cielo azzurro, limpido e trasparente come non lo era mai stato. Giù, invece, il colore delle strade dell’agglomerato era il rosso del sangue versato. Le cose stavano davvero andando meglio. La contentezza era stata davvero contagiosa.

“Sono arrivati addirittura con gli elicotteri. Non ti immagini quanti erano. Erano contenti. Avevano una parlantina sciolta che nemmeno ti dico… Solo che così come sono arrivati, i pochi che non sono stati abbattuti, così se ne sono andati.”

Soundtrack1:‘Tirami una rete’, Banco del Mutuo Soccorso

Soundtrack2:‘Banquet’, Bloc Party

Soundtrack3:‘Enjoy the silence’, Lacuna Coil

Soundtrack4:‘Seth light’, Obake

Poche autrici, pochissime protagoniste

in cultura/scrivere/società by

E’ difficile scrivere qualcosa su cui non si è d’accordo. Quantomeno, istintivamente. A me, per esempio, risulta complicato scrivere riguardo al gender gap. Non perché non credo nell’esistenza del problema, anzi; ma perché quasi sempre trovo l’approccio degli articoli ad esso dedicati completamente sbagliato. Veniamo bombardati quotidianamente da indagini spesso banali e approssimative sul tema della disparità di genere, dalle quote rosa al femminicidio (giusto ieri la home page di Repubblica dedica un articolo al mancato pareggio maschio-femmina nelle elezioni regionali, e ha tristemente battezzato un’intera sezione “Speciale Femminicidio”). Di conseguenza, per chi come me trova controproducenti le quote rosa e non ritiene il femminicidio un’emergenza, leggere che c’è un gender gap nei libri più premiati – non tanto a livello di autore, ma soprattutto di personaggi! – fa venire da sorridere.

Già, perché proprio ieri Quartz ha pubblicato un post che analizza il sesso dei protagonisti degli ultimi 15 vincitori del premio Pulitzer. Dal 2000 al 2015 nessuno dei libri premiati è incentrato principalmente su un personaggio femminile, nonostante ben 6 detentori del titolo siano donne. L’autrice inglese Nicola Griffith ha effettuato uno studio estendendo il campione ad altri premi, osservando sostanzialmente lo stesso effetto: parità di genere tra vincitori, forte disparità tra i protagonisti.

Winners-of-major-literary-prizes-2000-2015-Totals-across-six-prizes_chartbuilder

Nonostante un sostanziale pareggio tra il totale degli scrittori e delle scrittrici, su 89 romanzi solo 15 (il 17%) hanno le donne protagoniste. Di questi, 12 sono stati scritti da donne, 3 da uomini. Griffith deduce che più il premio è prestigioso (in termini di successo e di soldi), più è improbabile che il vincitore parli di donne: “Ciò significa o che le scrittrici si autocensurano, o che la critica ritiene le donne spaventose, orribili o noiose […] ergo che il punto di vista femminile non è interessante o non ha valore”. In un appendice all’articolo, l’autrice sostiene che grazie alla mole di dati che stanno raccogliendo diversi istituti (tra  cui la VIDA: Women in Literary Arts), questi stessi dati “ci daranno sentieri. I sentieri ci daranno connessioni. Le connessioni ci aiuteranno a discriminare tra causa ed effetto, e una volta trovate le prime potremo trovare le soluzioni”. Di fronte a queste affermazioni piene di belle speranze, mi sento di dover raffreddare gli entusiasmi ricordando che non è così facile discriminare cause ed effetto, soprattutto in quei casi (e questo, lo è) particolarmente a rischio di correlazioni spurie. La mia perplessità si fa ancora più forte di fronte all’ingenua affermazione di Griffith: “Abbiamo ora gli strumenti per analizzare e mostrare masse di informazioni in modi che le rendano FACILI (caps lock mio) da capire”.

Ripeto: bisogna fare molta, molta attenzione a maneggiare dati, soprattutto in ambito qualitativo/categorico. La correlazione spuria è dietro l’angolo e non aspetta altro che essere sbattuta sulla prima pagina del Corriere o di Repubblica (si veda qua per un breve sunto sull’amore dei giornali per tali assurdità). Allo stesso modo bisogna cercare di inquadrare le dimensioni del problema e i pericoli che ne derivano per la società. E’ possibile, come dice Griffith, che il fatto che i critici premino solo romanzi aventi protagonisti maschili possa traviare negativamente il comportamento delle persone? “Stories subtly influence attitudes. If women’s perspectives aren’t folded into the mix, attitudes don’t move with the whole human race—just half of it”. Non staremo esagerando? E non sbaglia di grosso Quartz quando dice che questo non accadeva in passato? Dice: “Anecdotally, it’s hard to argue that the world’s greatest novels, whether by men or women, are skewed away from a female perspective (though an analysis might prove otherwise). Books like Anna Karenina,Jane Eyre, Clarissa, Mrs. Dalloway, To Kill a Mockingbird, The God of Small Things, The Portrait of a Lady, and The Handmaid’s Tale offer some of art’s richest depictions of the lives of girls and women across centuries and cultures.” Peccato che non solo potremmo citare un miliardo di romanzi dello stesso periodo aventi protagonisti maschili, ma anche che spesso quelli che oggi consideriamo capolavori erano del tutto ignorati dai lettori contemporanei.

Se il problema dei gusti dei critici permeasse in maniera così significativa il mondo reale, probabilmente non esisterebbero i Vanzina. Per mettermi il cuore in pace, sono andato su amazon.com a vedere quali fossero i bestseller del periodo 2000-2015 ed – escludendo quegli orribili libri che insegnano a diventare manager di sé stessi o peggio ancora a trovare Gesù – ho scoperto quanto segue:

tab1 gender gap
Indovinello: i 4 libri con autore “f” e protagonista “m” sono scritti dalla stessa autrice e hanno lo stesso protagonista. Chi?

 Di nuovo, negli ultimi 15 anni i bestseller su amazon.com sono equamente divisi tra autori ed autrici. Tuttavia, solo 4 libri (il 27%) sono incentrati sulle donne. Per quanto la percentuale sia più alta rispetto ai libri vincitori di premi, sembra che il gender gap nella trama permane anche tra i libri più commerciali. Ha quindi ragione Griffith? Prima di trarre le conclusioni, facciamo un paio di prove cambiando prima mercato e poi settore culturale.

La tabella che segue riguarda il mercato italiano. Ho confrontato i libri vincitori del premio Strega e del premio Bancarella nel periodo 2000-2015. Ecco il risultato:

tab2 gender gap
Gli “n.a.” hanno protagonisti non classificabili, nel senso che sono incentrati su una coppia, su una comunità, o su un bel fico secco di niente

Grazie soprattutto agli “n.a” la percentuale “f” sale al 20%, non distante dal campione della Griffith (che, tra l’altro, ha il triplo della dimensione del mio). Tuttavia, scompare l’equilibrio di genere tra gli autori: molto male. E per quanto riguarda i più letti in Italia? Purtroppo non ho trovato un sito affidabile come Amazon, e quindi mi sono dovuto appoggiare alle informazioni di questo articolo, da cui si deduce che:

tab3 gender gap

ben il 33% dei libri più venduti nell’ultimo quindicennio hanno protagoniste femminili. Non è il pareggio, ma nemmeno le basse percentuali di prima. Tuttavia, come per i vincitori dello Strega e del Bancarella, sparisce l’equilibrio di genere tra gli autori.

Un’altra domanda che mi sono posto è stata: “Ok, questo accade nei libri. Ma cosa dire riguardo ai film? Anche loro hanno registi e registe, anche loro hanno protagonisti e protagoniste, e posso analizzare i più premiati e i più venduti”.

Questi i risultati:

tab4 gender gap
Film vincitori dell’Oscar, della Palma d’oro e dell’Orso d’oro. “f” è il 27% del totale.
tab5 gender gap
“f” è il 7% del totale
tab6 gender gap
Film vincitori del Leone d’Oro. Ok, avrei dovuto usare il Donatello (che ha giudici italiani per film italiani) ma oramai ho fatto la tabella. E poi il Bancarella premia anche gli stranieri. Comunque, “f” è il 27%
tab7 gender gap
come per il mondo, “f” è il 7%

Ricapitolando:

graf 2 gender gap

graf 1 gender gap

 

Il mondo del cinema è ancora più impietoso di quello dei libri. Non solo si ribalta il rapporto premi VS vendite (cioè i critici danno più spazio a protagoniste femminili di quanto poi faccia il pubblico in sala), ma addirittura spariscono, sia tra i premi che tra le vendite, i film con registe femmine.

E ora, le conclusioni. Visti questi dati, si può dire che c’è un problema importante per quanto riguarda le trame più lette e meglio valutate nell’ultimo quindicennio. Questo basandoci sul presupposto del tutto intuitivo (in quanto difficile da negare ma allo stesso tempo impossibile da dimostrare) che il sesso del protagonista non possa essere la discriminante che fa di un libro o di un film un capolavoro o uno spreco di soldi. Purtroppo, l’unica cosa certa è che questo tipo di analisi sia del tutto insufficiente. Il campione andrebbe esteso nel tempo considerato e nel numero di vincitori e di libri letti. Andrebbero considerate le nomination, e non solo i vincitori. Andrebbero considerati i 10 libri più letti nell’anno, e non soltanto il primo. Dopodiché potremmo trarre le dovute conclusioni, che poi probabilmente non saranno molto lontane dai numeri mostrati in queste tabelle. E magari, potremmo altresì vedere un lento ma costante aumento della quota femminile lungo i decenni, segnale positivo di un processo che – senza quote rosa – si sta aggiustando da solo.

 

Tutto quello che avreste voluto sapere su Mad Max, ma non avete mai osato chiedere

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woody

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Forse molti di voi si chiederanno cosa faceva zio H. prima di dedicarsi al cinema. Molti forse penseranno che, in fondo in fondo, per quanto sia un personaggio allucinante, il vecchio Werner non è poi così strano da vivere un’adolescenza tanto differente da quella di noialtri.

No, tentate di nuovo.

A parte convivere con Kinski, Werner, appena adolescente, si trasferisce a Manchester per stalkerare una ragazzetta: si innamora, e pur di starle appresso affitta una catapecchia nella banlieue inglese (suburb?) che divide con quattro bengalesi, tre nigeriani e una marea de topi (non quelli Disneyani, proprio i ratti de fogna). Tenete a mente questi topi perché nei primi anni della vita del giovane zio H. questi repellenti mammiferi saranno sempre presenti.

I watch you while you sleep.

Si sa che però, a quell’età, l’amore spesso è effimero e volubile come la fiamma di una candela (becca ‘sta metafora), oppure magari questa aveva deciso di non dargliela nonostante lo stalking, dunque H., dopo il diploma liceale, decide di cambiare direzione.

È il 1961, e Herzog ha 19 anni. Un adolescente normale probabilmente sarebbe tornato a casa dei genitori ad ammazzarsi di pippe davanti alle riviste zozze, ma H. non è un adolescente normale, e naturalmente sceglie di andare verso il disagio più nero: tornato a Monaco, dà due bacetti alla mamma e le dice di volersi mettere alla guida di un camion che fa parte di un convoglio diretto ad Atene.

No ma la Grecia, dice W., è solo uno scalo.

Ah, e dove saresti dunque diretto, caro?

Che palle, ma’: vado nel Congo belga.

Nel Congo belga dove hanno appena proclamato l’indipendenza e ci stanno tipo i colpi di stato e la gente che muore in continuazione?

Una rara immagine dei tumulti in Congo belga durante quegli anni
Una rara immagine dei tumulti in Congo belga durante quegli anni

“Sono affascinato dall’idea che la nostra civiltà sia come un sottile strato di ghiaccio sopra un oceano profondo di caos e tenebre” (sic), risponde Werner.

Ah, allora vai pure tesoro. Ti preparo un paio di panini.

In realtà questa frase Herzog la dirà quasi 50 anni dopo, ricordando questo episodio. Possiamo immaginare che il vero dialogo con la madre sia stato tipo:

Alloraiovadomammaciao

Aspetta Werner, dove vai?

No è che volevo andare un po’ in Grecia.

Ma come ci vai?

Eh, un amico di Fritz mi ha detto che cercano un autista per un camion diretto ad Atene.

Ma chi è Fritz?

A ma’, è quello biondo.

Senti ma poi rimani lì ad Atene? Scrivimi quando arrivi.

Sì. Oddio, magari mi allungo fino ad Alessandria d’Egitto.

In Africa? Attento però eh.

Ma attento a cosa?

E non andare in Congo belga, che lì sparano!

Allora ciao, eh!

[esce di casa]

[dalla tromba delle scale] Werner, VAI PIANO!! E metti la cintura!

In quel momento il giovane W. non sa, però, che tutti coloro che avevano cercato di raggiungere le province del Congo belga erano morti.

Per fortuna, arrivato a Juba, W. si ammala, e si rende conto che se vuole vivere abbastanza per poter poi tornare a suicidarsi in Congo belga, deve tornare indietro.

La morale? Viene trovato qualche giorno dopo da un ingegnere tedesco vicino alla diga di Assuan, in un rifugio, febbricitante e coperto dai topi che iniziavano a utilizzare il suo maglione come nido e a cibarsi della sua carne: su una guancia porta ancora la cicatrice del topo che lo svegliò mentre cercava di farlo a brandelli.

Niente, poi torna in Germania e si iscrive all’università sotto minaccia della madre, che quando lo vede tornare gli proibisce di tenere in casa i topi, ma lo incoraggia nel suo più grande sogno: quello di diventare un regista.

Mentre il padre?

No, il padre no; il padre, scrive la mamma in una delle sue lettere ricevute da W. mentre era a Creta, “non vede l’ora di dissuaderti dal diventare regista” (sic).

Però il signor Herzog (“duca” in tedesco) ha un merito: avere un cognome strafico, che Werner, nonostante fosse registrato all’anagrafe con quello della madre (Stipetić), si prende la briga di utilizzare per fare una figura più cool ai festival del cinema.

Tutti vincono, come al solito.

JJ

Generatore automatico di scene del prossimo film di Sorrentino

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Istruzioni: fare refresh per ottenere nuove scene del prossimo film di Sorrentino

Una modella bielorussa meticcia canta "La vie en rose" nel giardino botanico tropicale di una cappella valdese sconsacrata, e nella scena succcessiva scatarra nella cantina degli champagne di un'ambasciata delle Cayman: progressivamente il rumore nitido del risucchio si trasforma in'Misfit' dei Curiosity Killed the Cat sparata a palla in una spiaggia in cui si sniffa cocaina e si balla la quadriglia.
A quel punto il protagonista, visibilmente commosso, bisbiglia: "Il gatto è un animale indipendente".
Dissolvenza
Scritta "Dedicato a Ivan Lendl".
FINE

La luce di Caravaggio

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Narciso6

L’odore delle case dei vecchi

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toni

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