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Perché Star Wars

in cinema by

Sono due settimane che l’edicolante in piazza si ritrova una speranzosa me che cerca di trovare i cofanetti da collezione di Star Wars.

“Salve, posso aiutarla?”

“Sì, no, davo uno sguardo…”

Di solito faccio finta di guardare i giornali di economia, per fingermi adulta. Poi chiedo se è uscito il Messaggero. Poi “No, vabbè, magari lo compro dopo”. Poi, vagamente,

“I dvd sono tutti quelli esposti?”

“Non ci è ancora tornato Star Wars.”

“Ah, grazie, arrivederci”

Perché? Principalmente perché fino a poco tempo fa avevo soltanto i vhs della prima trilogia, quella originale, registrati da Italia 1, con sulle etichette il disegnino di una spada laser, la Morte Nera e un piccolo R2-D2. Avevo 13 anni e mi guardavo L’Impero Colpisce Ancora circa una volta al giorno. Adesso vivo in una casa senza videoregistratore, ho 30 anni, e con il mio compagno abbiamo sentito il bisogno di fare il grande passo: vederci tutti i sei capitoli prima di vederci il settimo.

Abbiamo messo un pupazzetto di Darth Vader sotto l’albero di natale. Abbiamo delle spade laser gonfiabili con le quali andremo al cinema.

Quando frequentavo un master di regia, questa è una delle foto che ho presentato a una lezione:

GIO_0532

L’unica cosa che ho comprato (per me) quando sono andata a Lucca è stata una maglietta con C-3PO disegnato sopra. La mia suoneria è la marcia imperiale in 8 bit.

Perché Star Wars ci rincoglionisce così tanto? Perché se non partecipate all’emozione collettiva siete delle persone aride? Ho isolato alcune motivazioni plausibili.

1.Le spade laser

Le spade laser le vorremmo avere in casa tutti, nessuno escluso, nemmeno quelli che dicono che non amano Star Wars, nemmeno i fan di Star Trek, tutti.

Non è possibile che non vogliate imparare a usare un cosa così fica

Le spade laser sono perfette in tutto: colori sgargianti, dimensioni accettabili, maneggevolezza, ma soprattutto per i famosi rumori WHOUUOHHUN… WHUOOOON….KSSHHH! FHSSSH!! che adesso state riproducendo nella vostra mente.

Rumori così assuefacenti che Ewan McGregor, durante le riprese di tutti i suoi combattimenti nella saga, continuava a farli con la bocca, non riuscendo a trattenersi, quindi in post produzione i montatori del suono hanno dovuto rimuoverli da ogni singola battaglia.

2.I combattimenti con le spade laser

Oltre a essere bellissime visivamente, le spade laser vengono impiegate dai personaggi per dare vita a splendidi combattimenti acrobatici, roba che se io la prendevo in mano due secondi dopo mi mancavano tre dita, un orecchio e probabilmente avevo tagliato a metà il frigorifero.

Io sono innamorata delle storie della vecchia trilogia, ma c’è da dire che nella nuova i combattimenti sono mille volte più MA CHE CAZZO STAI A DI’ LO VOGLIO FARE PURE IO

3.Le spade laser go with everything

Ma sul serio, everything

4.Han Solo

Ogni singola battuta che quest’uomo pronuncia è diventata leggenda. Dal fatto che il Millennium Falcon ha fatto la rotta di Kessel in meno di dodici parsec, al “conversazione noiosa, comunque”,

fino alla storica frase che tutti amiamo da morire, e lui lo sa.

5.Darth Vader

Best personaggio evah della saga, Darth Vader è probabilmente colui che durante tutti e sei i film subisce l’evoluzione più bella e commovente della storia del cinema. E tutti, almeno una volta, ci siamo sempre chiesti come sarebbe stato se Anakin fosse rimasto Anakin, e si fosse limitato SPOILERSPOILERSPOILERSPOILER a essere un buon padre per Luke e Leia.

Diciamoci la verità, è lui il vero protagonista dei primi sei episodi, alla faccia di Luke, Han Solo, Yoda e tutti i filistei.

6.Tutti ci siamo commossi quando abbiamo visto litigare Obi-Wan e Anakin

A tutt’oggi non riesco a guardarlo senza farmi venire gli occhi lucidi.

7.Tutti siamo rimasti sconvolti quando, all’epoca, abbiamo scoperto la triste verità

8.John Williams ha creato un vero capolavoro immortale

John Williams io lo adoro perché ci ha regalato musiche spettacolari, tipo la colonna sonora di Indiana Jones o quella di Jurassic Park.

Ancora prima di queste, però, il simpatico vecchietto componeva alcuni fra i temi musicali che avrebbero avuto un impatto all’epoca ancora inimmaginabile nella cultura di massa: La Imperial March, il tema principale, quello dell’alleanza ribelle, la simpatica canzone della “cantina”: le sappiamo a memoria, e io il cellulare ogni tanto lo lascio squillare, perché che bello.

E poi c’è roba tipo questa, che non è classificabile, è solo bellissima

https://www.youtube.com/watch?v=Q5ZY8Fz9GGU

9.Vorremmo che il futuro fosse così

Disgraziatamente non vivrò abbastanza per vedere se davvero fabbricheranno delle spade laser degne di questo nome, o se il Millennium Falcon diventerà una realtà; quello che posso dirvi è che il 90% delle persone che abitano le terre emerse del nostro triste mondo vorrebbe avere come migliore amico un robot, guidare un TIE Fighter o attraversare il deserto stando attento a non innervosire i Sabbipodi (tanto si spaventano facilmente).

10.Leia Slave

 

Ciao amici, amate questa meravigliosa saga. Amatene i personaggi, la storia straordinaria, l’universo, affezionatevi alle vicende, ad Alec Guinness, celebrate la triste fine di Alderaan, leggetevi le teorie dei fan, commuovetevi per i poveri appaltatori esterni che ultimavano la costruzione della nuova Morte Nera, e poi andatevi a vedere l’episodio VII, perché è per questo motivo che state ancora leggendo, perché anche voi non vedete l’ora di sapere che diavolo di fine ha fatto Luke, perché il trailer ve lo state riguardando duecento volte, e perché per due giorni non riuscirete a guardare nulla su internet per paura degli spoiler.

Quando guardo il trailer, ogni volta che Han dice “Chewie… siamo a casa” io piango (seriamente, piango, non come quando scrivi “hahahah” su whatsapp e in realtà sei serissimo). Posso solo immaginare che diavolo mi succederà giovedì sera.

 

JJ

Star Wars: il risveglio del fomento

in cinema by

Questa volta non ci avrebbero fregati. Non dopo esser passati per i cazzo di prequel. Allora non sapevamo, non potevamo sapere; allora avevamo speranza, fiducia. Ed eravamo ancora giovani, inesperti: eravamo innocenti.

Ora, non è che noi siamo gli imbecilli che ci sforziamo di sembrare. Lo sappiamo che, pur essendo oggettivamente dei bei film, il motivo per cui ci piacciono tanto sono le vacanze di Natale passate a registrarli in TV e a rivederli fino a consumare le videocassette. E questo perché, anche se Il Ritorno dello Jedi è uscito solo nel 1983, per molti di noi Guerre Stellari è sempre stato lì: esisteva, anzi è sempre esistito, nella sua accezione di classico, insieme ai film disney prima e al resto della truppa dopo (Indiana Jones, Ghostbusters, i Goonies, Ritorno al Futuro etc…).

Si, ci sono i talebani per cui è IN-CON-CE-PI-BI-LE che Han non abbia sparato per primo e i folgorati che hanno ricostruito a mano i film originali ma molti di noi sono persone per lo più normali. E noi ce li siamo visti i prequel: li abbiamo attesi come Il Vangelo parte II – Back to Bethlehem e questo è quello che abbiamo avuto in cambio. Abbiamo preso i DVD e ci siamo ritrovati scene raccapriccianti (non è una questione di blasfemia rispetto alla sacralità dell’originale, è che fanno veramente schifo al cazzo).

Abbiamo poi visto tutti i sequel/prequel/remake/reboot sfornati senza alcun senso di misura o dignità pur portare mezzo cristiano in un cinema, figli di ignavi omuncoli, parassiti di talento altrui. Cazzo, abbiamo visto Indiana Jones 4 (che Dio ci perdoni).

Cosa pensate che abbiamo provato quando Lucas ha smollato il tutto alla Disney che immediatamente ha annunciato altri TRE FILM?? Per di più con JJ Abrams (che non ha MAI fatto un film oltre il buonino) alla guida del baraccone?

Non lo volevamo questo cazzo di film. Non volevamo le false speranze per le notizie del cast e lo zig-zag tra le teorie spoiler e le teorie LOL. Non volevamo un trailer pezzentissimo a più di UN ANNO dall’uscita del dannato film.

Ma, come ho detto, siamo persone ragionevoli: stracciarsi le vesti non ci viene bene e poi, in fin dei conti, è solo un film. Saremmo andati al cinema come tutti ma con animo rassegnato, stoico. Saremmo stati pronti perché non ci saremmo aspettati nulla

Sapevamo tutto. Eravamo preparati. Eravamo consapevoli.

E tutto questo è finito nel cesso otto mesi fa in meno di due minuti.

ortolani

 

Ticket

credits Leo Ortolani, Morelli’s Movie Guide

P.S. qualsiasi cosa succeda stasera temo che non si arriverà mai al livello di gegno di quel fenomeno di Patton Oswalt.

San Vittore 2041 – Il viaggio nel tempo nelle prigioni

in scrivere/ by

Pubblichiamo le trascrizioni di mail misteriose rinvenute nella nostra casella di posta nella speranza che qualcuno possa fare luce su questo mistero.

 

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DA: ecaironi@polimi.mi.it

A: acavalli@fbmail.com

Oggetto: eureka!

24 Giugno 2040

Mia cara Anna,

Eureka! Ce l’abbiamo fatta, siamo riusciti finalmente a completare la macchina! Ieri sera abbiamo inviato il topolino di cavia indietro nel tempo, esattamente di un mese, e  stamattina è ricomparso nella porta temporale con legato al corpo un messaggio scritto da un mio alter-ego di un universo parallelo, che conferma la ricezione della cavia alla data esatta in cui l’avevamo spedito. Stiamo facendo tutte le verifiche del caso, ma stavolta la scaramanzia la voglio lasciar perdere perché il messaggio riportava esattamente una frase a cui ho pensato in tutti questi anni come prova di verità, e che non ho mai rivelato a nessuno, nemmeno per sbaglio.

Chiamami appena torni a casa, ti racconto per bene al telefono

Non sto più capendo niente dalla gioia

Ti amo

Ettore

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: giorgio.salati@min.interno.gov.it

Oggetto: RE: installazione impianto S.Vittore

03 Dicembre 2041

Gentile On. Salati,

è con grande soddisfazione che le comunico la buona riuscita dell’installazione dell’impianto di trasferimento temporale all’interno del carcere di San Vittore. Sono convinto che entro la primavera del prossimo anno, una volta conclusa anche la preparazione psicofisica dei soggetti scelti per la sperimentazione, saremo in grado di dare finalmente il via alla fase finale dell’operazione “Rewrite”. Non so ancora come ringraziarla per gli aiuti che ci sono stati dati dal Ministero degli Interni e da quello di Giustrizia, e la prego di ringraziare da parte mia i Ministri Teresiani e Capriccioli per tutto ciò che è stato fatto per questo progetto. Un ringraziamento speciale va ovviamente a Lei; senza il suo aiuto non saremmo stati in grado di giungere così vicini a qualcosa che fino a vent’anni fa era etichettato nella categoria della fantascienza.

Un caro saluto

Ettore Caironi

 

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: acavalli@fbmail.com

Oggetto: mi chiami?

6 Marzo 2042

Anna,

potresti chiamarmi appena arrivi a casa? Mi è appena arrivata una notizia che non saprei se definire tragica o allucinante. Devo rispondere a delle persone ma prima vorrei confrontarmi con te, che mi fai sempre venire in mente le parole giuste. Ti dico solo che, come temevamo, le elezioni politiche e il nuovo governo hanno avuto impatti seriamente negativi sul lavoro.

Baci

E.

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: mmaroni@min.giustizia.gov.it

Oggetto: RE: RE: progetto temporale S. Vittore

7 Marzo 2042

Egregio On. Maroni

ho letto la Sua risposta in merito al progetto temporale da me installato e gestito presso il carcere di San Vittore e non posso nasconderle preoccupazione e una certa difficoltà nel trovare, complice il mio stupore, le parole adatte per spiegarle la fallacia delle sue deduzioni in merito al progetto e il perché le decisioni prese dal Ministero possano impedire il raggiungimento di uno dei più grandi sogni nella storia dell’umanità.

Cercherò di spiegarle sinteticamente le mie argomentazioni, nella speranza di poter incontrare di persona il Ministro Cazorla il prima possibile, magari presso il laboratorio, in modo da convincerlo davanti all’evidenza dei fatti.

I viaggi temporali che abbiamo intenzione di realizzare non hanno scopo turistico né di scopo ludico. Forse siamo visti, agli occhi della politica, come gli scienziati pazzi che la letteratura fantascientifica ha descritto in passato, ma La prego di credere che non è così. Abbiamo voluto dare lo strumento definitivo ai sistemi detentivi per permettere loro di raggiungere l’obbiettivo principale, che è quello rieducativo e non, come molti tendono a credere, puramente punitivo. E da qui lo scopo dei viaggi: permettere ai carcerati di tornare indietro nel tempo ed impedire che i loro crimini vengano commessi.

Quando si affronta un viaggio indietro nel tempo, si crea automaticamente un universo parallelo che, al momento dell’arrivo del viaggiatore, è assolutamente identico al mondo da questi lasciato. In altre parole, se uno volesse tornare ad un mese fa, giungerebbe in un nuovo mondo assolutamente identico a quello presente nell’universo d’origine un mese prima della partenza. Dall’arrivo in avanti, invece, il nuovo universo prende una strada diversa da quello originario grazie alle scelte compiute dal viaggiatore e dalla sua interazione con le persone che lo circondano. Ivi comprese le vittime dei crimini per cui il viaggiatore è incarcerato. L’unica persona che scompare al loro arrivo è il loro stesso alterego. Non possono esserci due persone identiche nello stesso universo, e le nostre pubblicazioni dimostrano che, all’arrivo del viaggiatore, il suo alterego scompare ed egli ne prende il posto, nel punto esatto in cui si trovava. Per esempio, se tra un mese volessi tornare a questo istante in cui le scrivo la mail, mi troverei in un universo parallelo esattamente dietro all’alterego di questo mio computer, con le mani appoggiate all’alterego della tastiera.

Per anni, prima del viaggio, i detenuti scelti per affrontare il viaggio ricevono una rieducazione importante e una soprattutto una preparazione psicologica volta a due obbiettivi. Il primo: sapere con esattezza in che luogo, e durante quale situazione, il viaggiatore “atterrerà” nel nuovo mondo. Abbiamo ritenuto che la scelta più semplice sia di farli arrivare di notte, così che sia solo necessario sapere dove e con chi dormivano all’epoca. Il secondo, e più importante: avere la certezza che non commetteranno più alcun crimine e che gli alterego delle vittime siano, nel mondo parallelo, sane e salve.

Come vede, solo per descriverle queste considerazioni preliminari e necessarie ho dovuto impiegare molte parole, ed è perciò che insisto affinché i Ministri dell’Interno e della Giustizia, nonché le rispettive commissioni parlamentari, vengano a San Vittore affinché possa spiegare con maggiore efficienza e alle persone di competenza il perché sia necessario proseguire lungo il percorso seguito fino ad oggi, considerando quanto è breve la distanza dall’arrivo.

In attesa di una Sua cortese risposta, la ringrazio per l’attenzione e le auguro una buona giornata.

Distinti Saluti

Prof. Ettore Caironi

 

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: giorgio.salati@camera.parlamento.it

Oggetto: saluti

20 aprile 2042

Caro Giorgio,

considera questa come l’anticipo alla lettera di dimissioni che lascerò domani al Centro di Ricerca, allegando in copia Maroni e Bonamini, i loro viceministri e i presidenti delle commissioni. Non pensavo di dover arrivare a tanto, quando mancava così poco al successo. Ricordi quando siete venuti qua a San Vittore a vedere il laboratorio? Mai avrei pensato che tutte le informazioni e la totale trasparenza da parte mia venisse utilizzata poi dal governo per avere più punti su cui aggredirmi, addirittura pubblicamente.

Lo sai vero che mi hanno pure invitato – “caldamente” invitato – a partecipare ad un dibattito serale su Canale 5, per confrontarmi in pubblico con Salvini? Ho già visto come lui e i suoi uomini di governo hanno trattato in televisione la mia ricerca. Quali errori, quali falsità! E io dovrei rendermi ridicolo, farmi massacrare da queste macchine della retorica mentre il pubblico compiacente urla quando prendo parola? Ricercatori, docenti e politici di tutto il mondo fanno la fila per vedere il laboratorio ma il Ministro degli Interni mi ha vietato di confrontarmi con chiunque al mondo, con tanto di minacce poco mascherate.

Ho studiato per anni a questo programma. Ho provato a raccogliere tutte le falle che potevano emergere. Ho definito una linea etica rigida e severa. A chi temeva che i prigionieri scappassero nel mondo parallelo ho spiegato che il dispositivo di ritorno prevede un rientro inflessibile nel mondo originario, che non può essere rimosso a meno che il viaggiatore voglia venire nullificato (come possono far finta di non sapere che il dispositivo è l’unico strumento che permetta al viaggiatore “intruso” di non essere “mangiato” dall’universo ospitante? L’ho detto e scritto milioni di volte, e ancora ieri Il Giornale diceva che aiutavo i prigionieri ad evadere!).

Salvini e i suoi peones continuano a ripetere che questo sistema non riporta indietro le vittime. È vero, ma crea mondi in cui queste possono continuare a vivere, addirittura rimuovendo i loro carnefici, ché una volta che il viaggiatore ritorna nel mondo originario non esiste più traccia né di lui né del suo alterego parallelo in nessun universo esistente.

Mi arrendo. La macchina è pronta e funzionante. Ovviamente loro non vogliono usarla per questo fine ma figurarsi se vogliono distruggerla: chissà quali biechi utilizzi hanno in mente. Ovviamente ho preso le giuste precauzioni e nessuno oltre a me è in grado di farla funzionare, e nel caso di ripararla.

Addio, Giorgio, non credo che ci rivedremo ancora. Ti ringrazio, è grazie a te e ad Alessandro se sono arrivato così vicino ad un sogno. Nonostante l’epilogo, ti devo moltissimo.

Abbi cura di te

E.

 

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: acavalli@fbmail.com

Nessun Oggetto

20 aprile 2042

Anna,

io in questo mondo non posso più vivere. Me ne vado lasciandoti un ricordo di egoista. Continuerò ad amarti altrove, ma tu non potrai più amare me. Ricorda che in un altro luogo io sto abbracciando Anna, la stessa che sei tu.

Ti amo

Ettore.

IL BRAINWASHING DELL’ARTE

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La piccola notizia del giorno è che ieri sera, alla fiera Art Basel Miami, nella NOVA section, dedicata agli artisti emergenti, una donna è stata accoltellata. Nessun attacco terroristico, ma solo il gesto di una persona evidentemente instabile.
A quanto pare (le notizie sono un po’ confuse), la pazza di turno si chiama Siyuan Zhao, ha 24 anni ed è newyorkese di origini asiatiche. Nella foto vedete il suo encomiabile gusto estetico nell’abbigliamento.

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La vittima, anche lei di origine asiatiche, pare abbia iniziato una discussione con Siyuan Zhao, perchè quest’ultima continuava a seguirla e andargli addosso. Per tutta risposta, la pazza, in stile Kill Bill, ha tirato fuori un taglierino X-Acto, e ha colpito la ragazza al collo e al braccio. Nessun pericolo di vita, ma parecchio sangue. La Zhao è stata arrestata con accusa di tentato omicidio. Affermando inoltre che doveva uccidere lei e altre due persone e che volveva vederle sanguinare. Un tipino a modo insomma.

Ennesima storia di ordinaria follia. Quello che personalmente mi ha lasciato un po’ sconcertata, al di là del gesto in se, è stato il commento di uno testimone: “Pensavo si trattasse di una performance!”

Oltre a non saper discernere la realtà dalla finzione (grazie Hollywood) questa affermazione da l’idea del crescente influsso mediatico del mercato dell’arte sulle povere menti facilmente manipolabili. Qualsiasi cosa accade è performance.
E’ un po’ come quello che avviene per chi venera Ai Wei Wei senza interrogarsi sulla effettiva qualità della sua produzione artistica.
Ora penserete che ce l’ho con Ai Wei Wei. Si, è  così. Ma posso fare lo stesso esempio usando Damien Hirst.
L’amore per l’arte, se non accompagnato da una certa dose di spirito di osservazione, diventa suscettibile di brainwashing, abbagliando il giudizio critico sulla produzione e sull’evento artistico stesso. Il che è ironico se si pensa che negli ultimi 130 anni la produzione artistica ha combattuto per imporsi come espressione critica della società e dei costumi.
Nel caso del testimone poi, anche ammettendo la possibiltà, dovuta alla confusione, di credere che si trattasse di una performance, la mancanza di capacità di senso critico è doppia e imperdonabile, dato che il pensiero consequente avrebbe dovuto essere uno, molto semplice: “che performance di merda!”

L’insostenibile leggerezza dell’essere (ebreo)

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Credo solo in due cose, il sesso e la morte, solo che dopo la morte non ti viene la nausea.

Ci sono tanti modi per affrontare la morte; fra questi, esserne terrorizzati è sicuramente il migliore. Ma è proprio la paura della morte – non la morte in sé, evento disgustoso e innominabile – a dare luogo a l’espressione più profonda della nostra umanità: ovvero l’umorismo, di cui Allan Stewart Konigsberg, in arte Woody Allen, è il grande interprete contemporaneo.

1

Un interprete ha spesso una vita a tratteggiare i contorni di questa ansia universale, traducendola nei termini malinconici dell’ilarità riflessiva. Proprio come nell’umorismo pirandelliano, ridiamo grazie alle opere dell’autore newyorkese con la consapevolezza della miseria della nostra ben limitata natura: Allen si prende infatti gioco della nostra paura più grande non per esorcizzarla (questo è un compito per cabarettisti o filosofi di seconda categoria), bensì per prenderne atto. Non vi è catarsi nella risata, solo consapevolezza – una sorta di Nietzsche al contrario, che ride ancor prima di guardare nell’abisso.

2

Un artista della morte ma non per la morte, il caro Woody: nel caos insensato di un’esistenza la cui unica (non-)logica sembra essere l’entropia, l’amore fa capolino per gettare ancora più confusione nella mischia. Possibile che oltre tutto questo dolore e questa paura, esista qualcosa in grado di cambiare le carte in tavola? L’amore non è forse una sorta di magia, che scombina le regole implacabili dell’insensatezza universale per dare agli esseri umani un buon motivo per andare avanti? Nella classica dicotomia freudiana eros/thanatos, pare che per Woody Allen il primo abbia tutto sommato la meglio.

3

Certo, non che l’amore non sia causa di problemi, soprattutto quando si tratta di sesso: quel che il corpo ci spinge a fare spesso va contro il buoncostume e gli usi del vivere civile. Prostituzione, incesto e zoofilia mal s’accordano con una società che fonda le proprie basi su ciò che è lecito o meno fare (a letto), ma non per questo Allen rinuncia a sottolineare l’incongruente necessità della perversione amorosa – al punto non solo di raccontarla, ma persino di viverla sulla propria pelle. Il sesso nelle sue manifestazioni più distorte è forse ingiusto e immorale, ma al tempo stesso inevitabile e, soprattutto, dannatamente piacevole.

4

E a una società che traccia i confini della moralità Woody Allen risponde con il paradosso ebraico, che è quello della doppia appartenenza. L’ebreo della diaspora vive in due mondi paralleli senza appartenere completamente a nessuno dei due, ed è proprio questa ubiquità imperfetta a permettergli di cogliere le contraddizioni, gli aspetti grotteschi, di entrambe le realtà. Si ride degli ebrei da americano e degli americani da ebreo, nella consapevolezza del proprio posto da osservatore privilegiato – sebbene a tratti un po’ schizofrenico – di questa dimensione caleidoscopica.

5

Quel che rimane fisso è invece l’arte, nella sue varie forme (cinema, scrittura, musica), placebo esistenziale che conforta o perlomeno distrae dai mali di questo tempo. Un tempo che però si assottiglia, fino a quasi scomparire, nell’esercizio di una letteratura – intesa in senso ampio, come narrazione della vita – tesa a rivelare la tragica costante delle nostre insoddisfazioni. Woody Allen è inattuale perché non semplicemente relegati all’attualità sono i dubbi e le contraddizioni dell’essere umano. Non che vi sia davvero una risposta agli interrogativi che ci attanagliano da sempre (così come non vi è una reale soluzione alla paura per la morte), tuttavia è proprio l’assurdità del porsi domande senza risposte quel che permette all’artista di andare oltre, nei termini spaziali della propria persona e in quelli temporali di un divenire che non si arresta mai.

6

Oggi Woody Allen compie 80 anni. Chissà cosa ne pensa, di questo traguardo un po’ amaro: una ragione in più per aver paura della morte, o un ulteriore incentivo a riflettere, con lacrime e risa, dell’assurdità dell’esistenza?

Ad ogni modo, buon compleanno Woody!

I migliori lasciano Berlusconi… e si portano Coelho

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La nascita di una nuova casa editoriale è sempre una buona notizia. Questo è anche il caso della Nave di Teseo, progetto di Elisabetta Sgarbi e di una pattuglia di autori che include Umberto Eco, Nesi, Furio Colombo e varia umanità.

Vorrei peró spendere due parole sul clima in cui parte l’avventura dei transfughi della fusione Mondadori-Rizzoli. Sarà colpa della stampa e in particolare di certi giornalisti, che continuano a perpetuare il vizietto della superiorità antropologica (loro) verso “gli altri”, quelli del Paese Reale, quintessenzialmente rappresentati dalla famiglia Berlusconi. Come al solito, il piú abile a rappresentare questa visione è Michele Serra. Ecco qui la sua Amaca:

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Ci sono varie cose che, come si è già detto, non “suonano” bene: il fatto che tratti l’intiera famiglia Berlusconi come parvenu, termine orribile che denota il classismo ingiustificato di chi ha l’unico merito di non aver mai svolto un lavoro “pratico”, il fatto che pensi che Marina sia una manager stupida quando invece è una con due palle così e Mondadori va da dio, in un periodo in cui per l’editoria e la produzione culturale in generale non è che si scoppi di salute, e cosí via.

Chi, poi, abbia stabilito che si debba dare per scontato che il signor Berlusconi Silvio, nel suo privato, non debba godere del bello, includendo con ció anche la lettura, non si è capito. Mi capita di dissentire con varie persone, ma non per questo devo negare loro l’umanità, e quindi la capacità di apprezzare ciò che un animo sensibile può cogliere. Fin qui i problemini, diciamo, che vengono dalla formazione comunista di Serra, incapace di separare il privato dal pubblico, l’avversario dal nemico, il diverso dall’inferiore antropologicamente.

Poi c’è Umberto Eco, che comunista non è mai stato, ma a Berlusconi diceva che dopo una certa ora, lui, sottintendendo lui e tutta la gente perbene, “legge Kant”. Perchè, ça va sans dire, se uno paga delle donne per il sesso non può capire la Critica della Ragion Pura. In fondo, anche i grandi intellettuali possono rivelare vizi piccoloborghesi. Cosa dice Umberto Eco di questa avventura? Prendiamo la recente intervista a Repubblica:

Elisabetta (Sgarbi) ha spiegato a Marina che cosa significa “l’appiattimento dell’identità per un editore” e perché “i libri dei grandi autori raramente sono usciti da imprese gigantesche e perché i movimenti letterari più importanti della storia sono stati sostenuti e sviluppati da piccole realtà editoriali…” . Dice Eco: “Qualsiasi cosa avesse detto, Marina non avrebbe capito”.

Non-avrebbe-capito. Perchè, signora mia, Marina Berlusconi non è mica Franca Sellerio, non è certamente una donna di lettere, non è una di noi. È una che parla di “azienda” – perchè una casa editrice, si sa, non è una azienda.

Eppure non vorrei essere cosí severo con Umberto Eco. Ho letto tre dei suoi romanzi: Il Pendolo di Foucault, che mi appassionó parecchio a 17 anni. Oggi troverei tutto quello sfoggio di erudizione un poco stucchevole, ma credo mi piacerebbe ancora se lo scoprissi da zero. Il nome della rosa, che lessi subito dopo e consolidó il mio apprezzamento per Eco, e poi anni dopo anche (chissà perchè) la misteriosa fiamma della regina Loana, un romanzo cosí cosí, in cui emergono tratti autobiografici e piú superficialmente autocompiaciuti dell’uomo. Tra le altre cose, la sua passione per il whisky. Ora, questa passione è universalmente documentata, ed è una passione che apprezzo e condivido. Fui perció colto da grande sorpresa e curiosità quando, trovandomi in un alimentari del centro di Milano qualche anno fa, vidi entrare proprio Umberto Eco. Vediamo che bottiglia chiede, pensai, visto che chiedeva il whisky. Ed ecco una bottiglia di J&B. Che non è malaccio, peró insomma, neanche una cosa così da intenditori. Mi ricordava, sopratutto, i film di gangster italiani degli anni ’70 – in Milano Calibro Nove il J&B era onnipresente.

Quel giorno sono uscito dall’alimentari fischiettando il motivetto dell’inizio di Milano Calibro Nove, e pensando che uno può essere Umberto Eco, darsi grandi arie di intenditore di whisky, e poi comprare un umanissimo, normalissimo J&B. Ci ripenso oggi, quando vedo con che toni Eco e i suoi compagni di viaggio parlano del loro nuovo progetto editoriale, disprezzando la casa editrice che abbandonano come un gourmet snob parlerebbe di una bottiglia mainstream.

Attenzione – non c’è mica niente di male a comprare un whisky che, peraltro, ha un ottimo rapporto qualità/prezzo.   Solo che, alla fine, il catalogo della Nave di Teseo includerà anche Sandro Veronesi e Paolo Coelho. A dimostrazione che, nell’editoria come nella vita, capita di dire che si beve un ottimo whisky per leggere Kant la sera, ma alla fine si è pur sempre umani, attenti al portafogli e desiderosi di cose semplici, e si torna a comprare il buon vecchio J&B. E la diversità antropologica, se dovesse andar male, si potrà sempre tirare fuori per dire che gli italiani “non ci hanno capiti“.

Brevi interviste con uomini schifosi- La persona sieropositiva

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Cosa vuol dire essere una Megastar positiva all’HIV? L’abbiamo chiesto ad un diretto interessato.

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La marsigliese e il napoletano

in cinema/cultura/mondo/musica/sport/storia by

In condizioni normali Inghilterra-Francia, specie se giocata a Wembley, non è mai una partita banale, anche se è un’amichevole: ieri sera, tuttavia, della partita in se non fregava niente a nessuno (ha vinto l’Inghilterra due a zero, per la cronaca) perché il momento più alto della serata è avvenuto prima ancora che si iniziasse a giocare quando l’intero pubblico di Wembley, in commemorazione dei tragici eventi di Parigi, ha intonato La Marsigliese.

https://www.youtube.com/watch?v=7MLGTTMXsIU

Anche chi, come il sottoscritto, ha un livello di sopportazione della retorica estremamente limitato, non può non riconoscere la potenza di una tale scena. Dove molti inni nazionali sono una mera celebrazione dell’orgoglio, appunto, nazionale, La Marsigliese è da tempo assurta a espressione trasversale di libertà e rifiuto dell’oppressione. Con qualsiasi altro inno quella di ieri sera sarebbe risultata “solo” un’espressione di solidarietà ad una nazione colpita da una tragedia; la Marsigliese la trasforma in una dichiarazione di intenti. La sua potenza è tale da renderne istantaneamente iconico l’utilizzo, come avviene nella Scena (con la S maiuscola) del Film (con la F maiuscola).

Ora, voi penserete che la bellezza della scena risiede, oltre che nella splendida confezione (molti degli attori erano davvero rifugiati in fuga dai nazisti come mi suggerisce il mio Bogartista di fiducia), nella sua implausibilità: chi avrebbe il coraggio di fare una cosa del genere di fronte ai nazisti? E il motivo per cui voi lo pensate è che non avete il piacere di conoscere il professor Renato Caccioppoli, pianista, matematico, e, occasionalmente, barbone. Quando non contribuiva a dimostrare uno dei teoremi chiave per lo studio delle equazioni differenziali o a gettare le basi per la soluzione del diciannovesimo problema di Hilbert (contribuendo indirettamente a far uscire di testa John Nash), Caccioppoli, tra l’altro nipote di Mikhail Bakunin, era impegnato a prendere per i fondelli il regime fascista. La sua trovata più fantasiosa fu in reazione ad una legge che proibiva agli uomini di andare in giro con cani di piccola taglia (in salvaguardia della virilità del maschio italico): se ne andò in giro per il centro di Napoli con un gallo al guinzaglio.

L’ironia gli venne, tuttavia, a mancare in occasione della visita di Hitler nel 1938: la sera prima dell’arrivo di Mussolini e Hitler a Napoli, Caccioppoli entra nella birreria Löwenbräu con la compagna e paga un sacco di soldi all’orchestra per suonare la Marsigliese di fronte ad un pubblico di gerarchi. Alla fine dell’esecuzione si alza, va al centro del locale e, rivolgendosi a tutti, fa in tempo a dire “Quello che avete sentito è l’inno di un paese libero, l’inno della libertà: la stessa libertà che in questo paese è soffocata e negata da Benito Mussolini, che con il suo alleato tedesco…” prima di venir riempito di manganellate e trascinato via a forza. La famiglia riesce a farlo internare anziché arrestare e, addirittura, a fargli ottenere un pianoforte nella clinica: e Renato Caccioppoli, ufficialmente pazzo, suona la Marsigliese in continuazione, prima da solo, poi con un coro di altri pazzi che la cantano con lui, alla faccia di Mussolini, di Hitler e di tutti i tiranni e gli assassini di questo mondo.

P.S. c’è un’altra scena nella storia del cinema che fa un uso eccellente della Marsigliese: provate a dire che non è una botta anche questa (si, nonostante il grugno di Stallone).

P.P.S. volevo accennare alla citazione dei Beatles in All You Need Is Love ma ve la risparmio per la prossima volta

P.P.P.S. qualche fonte

C’ERAVAMO TANTO AMATI (ULAY VS MARINA ABRAMOVIC)

in arte/ by

”    Art Vital: No fixed living place, permanent movement,
direct contact, local relation, self-selection,
passing limitations, taking risks, mobile energy. 
(Relation Work’s Art Vital Manifesto )”

 

 

Marina Abramovic non ha bisogno di presentazioni. Fino a qualche anno fa era la “Abramovic” (quella che appartiene al mondo dell’arte, non colui che appartiene al mondo del calcio). Da un paio di anni a questa parte è ascesa al semplice nome di “Marina”. La conoscono ormai anche le fan teenager di Lady Gaga, per farvi capire.
C’è un buon motivo per questo. Marina Abramovic è stata una delle più grandi performance artist della storia. Punto.
Nella sua fase produttiva migliore e piu´ conosciuta, Marina non era sola. Con lei c’era un uomo: Frank Uwe Laysiepen, meglio noto come Ulay, partner nella vita e nell’arte.
Dal 1976 al 1988 i due vivono in simbiosi, nel privato e nel lavoro, dando vita ai “Relation Works“, une serie di performance che sfidano, andando anche oltre, i limiti della resistenza fisica e psicologica nella società e nella coppia. Ulay si occupa della documentazione video e fotografica (fare attenzione a questa informazione).

 

 

A un certo punto la simbiosi si esaurisce, e i sue si separano. Nel modo più romantico e spettacolare possibile: nella performance finale “The great wall” Ulay e Marina partono a piedi dagli estremi opposti della muraglia cinese per incontrarsi a metà per un ultimo addio.
Piccola nota sul potere dei “media”: Ulay racconta in un’intervista che la relazione sentimentale era già terminata da un anno quando la performance è stata realizzata, ma Marina decise che quello sarebbe stato il modo ideale per presentare al pubblico la fine della storia.
Quello che succede poi resta abbastanza fuori dai riflettori. Long story short: i due continuano le rispettive carriere artistiche. Ulay riprende a lavorare con il suo primo amore, la fotografia, senza lasciare mai del tutto la performance. Marina prosegue come una furia nell’ambito in cui è sempre stata di casa, ormai con un nome a sostenerla. Le sue opere seguenti diventano più teatrali, perdendo forse un po’ il senso di sofferenza degli inizi. Ma Marina acquista una notorietà sempre più crescente.
Resta un “figlio” a cui badare: l’opera comune. A un certo punto Ulay vende alla Abramovic il suo archivio fisico con un accordo ben preciso: di ogni opera venduta, il 50% va alla galleria, il 30% a Marina e il 20% a Ulay, incluse, ovviamente le royalties. Il perchè di questa scelta la spiega Ulay in maniera molto semplice: “Con lei, non mi ci metto neanche a combattere”.
Ulay è un tipo tranquillo, Marina è una pantera slava, una che, da sempre, vuole il successo. Poi però a Ulay viene diagnosticato un tumore, da cui guarisce, e le cose cambiano. Nel 2014 Ulay pubblica un libro: “Whispers: Ulay on Ulay“, che la Abramovic cerca di boicottare, impedendo la riproduzione di 28 fotografie della loro opera comune. A Ulay girano finalmente le scatole. E si rende conto che in 16 anni e´ stato pagato appena 4 volte e sono entrate nelle sue tasche solo 35.000 dollari (cifra infinitamente bassa in proporzione alla quotazione delle opere dei due). Per non parlare delle royalties non riconosciute. Quindi l’ha denunciata.
A fine mese i due si incontreranno di nuovo, meno romanticamente, in un tribunale di Amsterdam.
Ulay ha dichiarato di essersi sentito molto ferito. E immagino che non sia per i soldi. L’artista è nato in un bunker tedesco durante la guerra, rimasto orfano da ragazzino, è cresciuto per strada e ha passato una vita da giramondo nel tentativo di crearsi un’identità  che lo allontanasse dalla Germania. Una vita, la sua, fuori dai compromessi e dedita ad un solo scopo: diventare un artista. Lo rincorre questo scopo, attraverso le sue opere, forti e bellissime.
La paura di Ulay è che Marina lo possa cancellare dalla storia. E può riuscirci. Se oggi il nome di Ulay è su tutti i testi di storia dell’arte, è molto probabile che in futuro non sia più così , se la sua proprietà intellettuale continua ad essere negata, da chi ha una visibilità pubblica immensamente maggiore.
Marina Abramovic è ormai una icona pop. Botox incluso. Pur essendo senz’altro una personalità straordinaria, è altrettanto fuori dubbio che la metà esatta del suo successo la deve a Ulay. Le loro opere sono state create al 50%, e funzionano tutt’ora per via del perfetto bilanciamento di questi due opposti, o come lo definisce quest ultimo, della vicinanza del corpo “comunista” di Marina, un po’  sovrappeso, a quello “fascista”, magro e nervoso, di Ulay.

La prova del nove è proprio la performance “The artist is present“, creata per la Restrospettiva della Abramovic al MoMA nel 2010, il momento più alto della sua carriera.
Questa performance di 90 giorni altro non è che lo spin off di “Nightsea crossing“, una serie di 21 performances realizzate da tra il 1981 e il 1987, in cui Marina e Ulay siedono per 7 ore consecutive agli estremi di un tavolo, immobili, digiuno, guardandosi.
Praticamente la stessa cosa che fa la Abramovic al MoMa, ma con degli sconosciuti davanti a se. La Performance, immortalata da un documentario che ha vinto anche la Berlinale, raggiunge il suo momento più emozionante quando Ulay si presenta e si siede davanti a Marina. Colpo al cuore, lacrime, Marina lascia per un attimo la sua algida immobilità e stringe le mani al suo ex amore. Il video su You tube è stato visto da milioni di persone, e più o meno giornalmente lo si vede postato su facebook da qualche romanticone. Questo a prova che Ulay, nonostante gli anni passati, riesce a far spledere ancora di più , una stella che di per se´ha già una forte luce propria.

La morale della storia è che anche i grandi amori finiscono, a volte anche molto male, ma forse, nella vita, si riesce a diventare quello che si è sempre sognato. Marina è diventata quello che desiderava: una Diva. E Ulay, beh, Ulay voleva essere un Artista.

 

 

 

Cinefili e cinofili: gente che non sa recitare

in cinema by

In occasione dei 35 anni di Ryan Gosling, l’attore-cane che piace tanto alle donne, una breve lista di attori e attrici internazionali altamente sopravvalutati (in ordine alfabetico). Insomma, gente che in fondo non sa recitare.

 

Ben Affleck: nonostante il recente e inaspettato guizzo di Gone Girl (grazie, David Fincher), la carriera dell’ex Daredevil è caratterizzata da una recitazione piuttosto piatta e da una bocca sempre aperta – non so voi, ma darei oro per vederlo ingoiare una mosca. Pure come regista è piuttosto discutibile: il tanto declamato Argo è una delle peggiori americanate degli ultimi anni.

Margherita Buy: sempre eccellente nel ruolo di Margherita Buy.

Elio Germano: certo, affermare che Germano non sa recitare è decisamente un’eresia. Ma l’interpretazione autistica di Leopardi a metà tra il Rain Man di Dustin Hoffman e lo Shine di Geoffrey Rush se la poteva proprio evitare. Per non parlare delle pause a metà verso mentre recita L’infinito: la metrica va rispetta, cazzo.

Ryan Gosling: è bastato uno stuzzicadenti in bocca in Drive per renderlo un’icona. Ma parliamoci chiaro: lo sguardo cool e l’assenza di espressioni non è una scelta stilistica, bensì una necessità. Paralisi facciale e capacità interpretative pari a zero.

Tom Hardy: un attore con una fortissima presenza scenica, eppure non c’è mezza interpretazione che mi abbia mai veramente colpito. Forse non un cane, ma decisamente dimenticabile.

Angelina Jolie: a differenza del marito, lei non ha mai dato prova di grandi interpretazioni, salvo forse la felice eccezione di Changeling. Tutta occhioni e sorrisi enigmatici. Anche la staticità è la stessa della Gioconda.

Matthew McConaughey: una volta entrato nella parte del cowboy texano per Dallas Buyer Club (ruolo che gli ha valso un Oscar), sembra non esserne uscito più: da True Detective a Interstellar, abbiamo dubito subirci ore e ore di farneticazioni sbiascicate in un accento incomprensibile e sguardi persi nel vuoto a denotare una presunta profondità d’animo. Arridatece Clint Eastwood col sigaro in bocca, please.

Brad Pitt: che fine ha fatto il Tyler Durden scalciaculi e sventramutande di Fight Club? Da un po’ di anni a questa parte, il marito di Angelina Jolie non fa altro che regalarci sguardi da cane bastonato e interpretazioni da bravo padre di famiglia. Che palle.

Toni Servillo: no, dai, scherzo.

Léa Seydoux: come mai ci stupiamo che gli attori francesi in film internazionali risultano piatti, tristi, monotoni? Forse perché pure il loro cinema è così, ma contestualizzato va più che bene. Il problema è quando dobbiamo far interpretare a una noiosona come la Seydoux ruoli che richiederebbero un po’ di brio – vedi l’ultimo film di 007.

“Tanti auguri, Ennio Morricone!”, in 10 film italiani

in musica by

Oggi Ennio Morricone compie 87 anni. Non scriverò una riga in più sulla sua biografia, perché qualcuno là fuori l’ha fatto infinitamente meglio di quanto potrei farlo io, e perché non è questo l’intento del post. Vi lascio una playlist, a tratti scontata –perché di certe cose non si può far proprio a meno–, a tratti un po’ più particolare.

Tutti italiani, in ordine cronologico. Buon ascolto e, se vi manca qualcosa, vale la pena continuare: quindi buona visione.

 

1) Per un pugno di dollari (Sergio Leone, 1964)

 

2) Per qualche dollaro in più (Sergio Leone, 1965)

 

3) Il buono, il brutto e il cattivo (Sergio Leone, 1966)

 

4) Titoli di testa di Uccellacci e uccellini (Pier Paolo Pasolini, 1966), cantati da Domenico Modugno

 

5) Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (Elio Petri, 1970)

 

6) Sacco e Vanzetti (Giuliano Montaldo, 1971)*

 

7) Novecento (Bernardo Bertolucci, 1976)

 

8) Il Vizietto (Eduardo Molinaro, 1978)

 

9) Nuovo Cinema Paradiso  (Giuseppe Tornatore, 1988)

 

10) Sostiene Pereira (Roberto Faenza, 1995)

* Ero indeciso con La classe operaia va in paradiso film dello stesso anno di Elio Petri. Ha vinto Sacco e Vanzetti per ragioni affettive, ma su YouTube trovate anche quella colonna sonora.

Una parafrasi di “Ocio”, il nuovo pezzo rap di Jerry Calà

in arte/musica by

Non credo servano presentazioni. Se qualcuno però non lo sapesse, Jerry Calà (già il mio candidato favorito alla Presidenza della Repubblica all’ultima elezione), ha fatto uscire un pezzo rap (che trovate in calce a questo articolo) di una bellezza insensata, denso di rimandi, raffinatezze, arguzie e chicche assortite. Non potevo astenermi da darne una lettura personale.

Ah, non chiamatelo un ritorno
Io non ho mai mollato
Ti faccio vedere i sorci verdi, fighetta!
Mica quella roba commerciale che fa gente come J-Ax
Io faccio il rap vero!
Riportiamo questa roba in strada, fratelli!

In questo passaggio iniziale, il Maestro lancia un monito: nonostante la propria figura appartenga ad un tempo passato, quello dei gloriosi e intramontabili anni ’80, egli non se ne è mai andato, non ha mai abbandonato il proprio pubblico: non è appropriato parlare dunque di ritorno. Inoltre, compiutamente postmoderno, il Nostro si catapulta nel presente con il superamento dello stesso tramite il ben noto leitmotiv del ritorno alle origini: il rap “commerciale”, adoperato qui con forte accezione dispregiativa, va accantonato in favore di una ripresa più autentica degli inizi in strada.

Quando arrivo grida “Ocio! Ocio!”
La gente mi vede e grida “Ocio! Ocio!”
Fai lo smile al mio socio, ocio!
Dentro al club come sbocio, ocio!

“Ocio” è uno storico tormentone del Maestro. Compare in numerosi suoi film, spettacoli teatrali ed è sempre presente negli ormai epici mercoledì sera alla Capannina a Forte dei Marmi. Calà riporta qui, con un’operazione di grande complessità nel suo essere temporalmente trasversale, la spavalderia propria dello yuppismo di cui lui è stato testimone e interprete nella contemporaneità: egli, nel 2015, sboccia nel club. Ocio.
In un guizzo geniale, poi, un lettore ci fa notare una ricamata allitterazione di straordinaria raffinatezza: “fai lo smile al mio socio” suona pericolosamente vicino a “sai lo Smaila è il mio socio”. Un tributo straordinario al secondo dei quattro Gatti di Vicolo Miracoli.

Vivevo solo dentro al pied-à-terre
Tu ti facevi seghe, io la Venier
Sbocciavo con Eva e con Alba
Tu fai la vida loca, io la vita smeralda!

Il primo dei passaggi sinceramente magistrali del pezzo. Qui, coerentemente con la prospettiva di ritorno alle origini manifestata nell’intro, il Maestro si ricorda dei tempi iniziali, in cui –sebbene spiantato– portava in nuce i semi del suo essere bomber già all’epoca: Calà conosce la Venier sul set di Vado a vivere da solo (1982) e se la sposa negli USA due anni più tardi. Per gli altri, onanismo.
Il riferimento ad Eva e Anna, invece, è di più raffinata decrittazione: si fa riferimento ad Abbronzatissimi, pietra miliare del 1991 le cui protagoniste femminili erano, appunto, Alba Parietti ed Eva Grimaldi. Vita Smeralda è infine un film del 2006 scritto, diretto e interpretato dal Maestro. Le citazioni si sprecano.

Ho rossa l’iride, mi sale il crimine
La tua tipa che mi guarda: libidine!
Tu sei un fac-simile, con Jerry non fotti
La tua tipa sì: libidine coi fiocchi!

Qui il riferimento è ad una scena di grande disinibizione: compare l’utilizzo di droghe leggere e l’eccitazione della conquista. Sicuramente una situazione di grande libidine, appunto, altro tormentone del Vate catanese. Il raffinato gioco di parole successivo aumenta quella stessa libidine: non si scherza con Jerry, ma egli può permettersi di scherzare (sessualmente) con chiunque, perfino con le ragazze altrui. Forse, possiamo azzardare, le sue prede preferite.

Son di moda, cazzo son di moda
Tu sei in coda, babbo fai la coda
Minchia frate come stai
Pago il mio canone Rai

Verso interlocutorio questo: di fronte a Calà ci si può solo mettere in coda. Egli ci guarda col disprezzo derivante dalla coscienza della propria grandezza. In tutto ciò, è pure un onesto cittadino.

Quando arrivo grida “Ocio! Ocio!”
La gente mi vede e grida “Ocio! Ocio!”
Fai lo smile al mio socio, ocio!
Dentro al club come sbocio, ocio!

Strofa già trattata.

Sono vacanziero di professione
Vedo culi grossi, cinepanettone
Sono ritornato, un tornado in città
Spacco tutto: Jerry Calamità!

Qui si entra nel vivo, nella pregnanza del testo: le parole si susseguono come lame affilate in un turbinio sintattico-semantico da lasciare di sasso. Il primo riferimento è ai film a tema vacanze di cui il Maestro è stato protagonista a più riprese (vacanziero di professione): dallo storico, primo, cinepanettone Vacanze di Natale (1983), ma anche Vacanze in America (1984), lo stesso Abbronzatissimi (1991) o il mitico Sapore di Mare (1983), quasi un manifesto generazionale. Come poi mi fanno notare molti autori, questa mia prima, acerba, interpretazione è probabilmente sbagliata: si fa in realtà riferimento a Professione Vacanze, caposaldo della serialità italiana degli anni Ottanta e masterpiece indiscusso della carriera del Maestro. Infine, si riprende il tema dell’introduzione, in merito al rientro sulle scene, più carico e devastante che mai.

Versi a serramanico, scoppia il panico
Rime a raffica, Trrrrrrr, Jerry Kalashnikov
Alla fine la tua donna me la schiaccio
In giro dicono che non son bello, piaccio!

La devastazione causata dal flow è ormai totale: i versi fendono l’ascoltatore come un coltello affilato, e il panico serpeggia. Le rime arrivano a raffica, come sparate da un AK-47. Come se non bastasse, subito dopo, ecco il colpo di grazia: la frase simbolo del Maestro (“non sono bello: piaccio!”), trasportata dall’apertura di Vacanze di Natale dritta nel turbinio della contemporaneità. Lode, menzione d’onore e bacio accademico per “Jerry Kalashnikov”. Mi inchino.

Son di moda, cazzo son di moda
Tu sei in coda, babbo fai la coda
Minchia frate come stai
Pago il mio canone Rai

Quando arrivo grida “Ocio! Ocio!”
La gente mi vede e grida “Ocio! Ocio!”
Fai lo smile al mio socio, ocio!
Dentro al club come sbocio, ocio!

 

HPV (breve tragedia in due atti)

in scrivere by

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Atto I

(primi anni duemila, ambulatorio medico, veneziane verdi alle finestre, lineoleum verde a terra, un giovane siede davanti alla scrivania di un dermatologo)

– Mi dica
– Guardi, ho notato una cosa strana, una piccola escrescenza carnosa sul glande
– Si
– E, dunque, volevo accertarmi di cosa potesse essere
– È hpv
– Ovvero?
– …aspetti, potrebbe essere qualcos’altro, mi lasci concentrare
– …
– Uhm…
– …
– Potrebbe essere qualcosa di diverso?
– Lo chiede lei a me?
– Lei ha dei suggerimenti?
– Il dermatologo è lei!
– Allora è hpv
– Ovvero?
– Ovvero condilomi, creste di gallo
– Ignoro proprio di cosa stia parlando
– È un virus
– Una cosa brutta?
– No, è molto diffuso, lo contrae quasi l’ottanta per cento della popolazione sessualmente attiva, solo che nella maggior parte dei casi non si manifesta, lei invece è stato fortunato, si è manifestato!
– Sono stato fortunato?
– Fortunatissimo!
– Ah…
– Bene, non aspettiamo oltre, vediamo la manifestazione!
(il giovane si spoglia, si stende sul lettino)
– Ora le scoprirò il glande
– Le dispiacerebbe indossare dei guanti?
– Lei mette in dubbio la mia professionalità?
– Lei mette in dubbio la mia ipocondria?
(il medico indossa i guanti)
– Ora le scopriprò il glande
– Ok
– Le confermo la diagnosi, papilloma virus
– Cosa facciamo?
– Lo devo rimuovere
– Dopodiché sarò guarito?
– Oh, oh oh oh, ho ho ho, no, certo che no
– Come certo che no?
– Non è detto
– Come non è detto?
– Eh, non è detto
– Intende darmi qualche informazione in più per carità di dio?
– Di doman non c’è certezza
– Dubito che se la caverà con una citazione di Lorenzo De Medici
– Mi compiaccio giovanotto, lei è colto
– Guardi che è una citazione molto comune
– Lei mette in dubbio la mia cultura?
– Abbia pietà, non ricominciamo
Quisque faber fortunae suae
– Va bene
Pectus est enim quod disertos facit
– Ho fatto solo due anni di latino ma a occhio questa frase non c’entra nulla col contesto
Pecunia non olet
– T
utto questo non ha senso e lei lo sa
– Excusatio non petita accusatio manifesta

– MI CRESCERANNO DELLE COSE SUL CAZZO PER SEMPRE?
– Bè, nella mia esperienza passati alcuni mesi dalla prima rimozione c’è una ricaduta, poi non si dovrebbero presentare altri episodi
– Quindi dopo sarò guarito?
– Non si sa
– Ma come non si sa santo cielo?
– Dipende dal suo organismo, forse riuscirà a debellare l’infezione, forse no, potrebbe rimanere con lei per sempre, potrebbe affezionarsi
– Mi sta salendo l’ansia
– Oh, non si preoccupi, sa quanti ne vedo ogni giorno?
– Quanti?
– Non vuole saperlo, e con lei casco bene, c’è gente che aspetta mesi e quando arriva qui ha il pene che sembra un carciofo
– Un carciofo?
– Si, vede, nel suo caso è ancora minuta, ma crescerà e poi ne cresceranno altre e poi altre ancora,e poi ancora, prima il pene diventerà un carciofo e infine aumenteranno fino a ricreare un gemello identico a lei per peso e dimensioni
– Non respiro bene, mi tolga subito quella cosa
– Mi accingo con gioia
(il medico prende delle piccole forbici chirurgiche)
– Che cosa sono?
– Forbicine chirurgiche
– E cosa ci deve fare?
– Devo asportarle il condiloma
– CON LE FORBICI?
– Con le forbici
– CON LE FORBICI?
– Si
– LEI ME LO TOGLIE CON LE FORBICI?
– Con le forbici
– MA STIAMO PARLANDO DELLA STESSA COSA? IO PARLO DI QUELLO CHE HO ATTACCATO AL CAZZO
– Stiamo parlando della stessa cosa, pensava che usassi una calamita?
– NON C’È UN MODO DIVERSO DALLE FORBICI?
– Potrei usare l’azoto liquido
– …
– Meglio le forbici no?
– Dio mio
– Procedo?
– Dio mio
– Allora procedo, non si muova, non vorrei procurarle un’ emorragia


Atto II
(ingresso di un abitazione, penombra serale, il giovane è al telefono)

– Ciao
– Ciao
– Senti una cosa, allora mi hanno trovato un virus che…
– Che ti hanno trovato?
– Eh, se mi lasci finire
– Dimmi
– Praticamente mi hanno trovato un condiloma
– Ok
– Sul cazzo
– Ok
– Eh
– Dimmi
– Quindi visto che abbiamo fatto sesso non protetto ti volevo avvertire
– Ok, nessun problema
– Mi fa piacere che non te la prendi, mi dispiacerebbe avertelo attaccato
– Ah, ma tu a me?
– Eh
– Ahahah, no, che cucciolo, te l’ho attaccato io, che dolce sei, però grazie eh
– …
– Davvero, un bacione, ciao
– …
– (click)
creste di gallo

Pasolini 40

in cinema/cultura/humor/internet/scrivere/società by

Pasolini

Fanno 20 anni anche i Pulp

in musica by

 She came from Greece she had a thirst for knowledge,/She studied sculpture at Saint Martin’s College.

Dovrebbe avere ormai più di 40 anni quella ragazza greca che conobbi in Erasmus esattamente 20 anni fa. Me lo ricordo bene.

Non che ci siamo poi frequentati così a lungo: certo abbiamo bevuto qualche aperitivo al Bar Italia e ballato come matti alla Disco 2000, ma ehi, erano tempi spensierati, e chi mai ha preso un impegno serio negli anni 90?

E dire che sarebbe anche potuta durare, forse eravamo un po’ squinternati (o meglio “mis-shapes”, come diceva lei) ma ci abbiamo anche provato a vivere come le persone normali. Affittare un appartamento sopra un negozio, tagliarsi i capelli e trovarsi un lavoro: purtroppo non siamo mai andati oltre la spesa al supermercato. Alla fine, come è ovvio, abbiamo anche cominciato a litigare, io preferivo gli Stone Roses, lei aveva una cotta per Damon Albarn.

Ci lasciammo per colpa dei suoi amici: Jarvis era un pazzo maledettamente serio, una presenza troppo ingombrante per chiunque, e Richard, beh Richard alla fine l’ha conquistata, con quella sua voce da crooner e quell’eleganza fuori tempo.

Me l’ha portata via, e anche io dopo un po’ me ne sono andato da Sheffield.

L’ho rivista l’altro giorno che vagava per Roma, ci siamo incrociati solo per un attimo ma sono certo fosse lei.

E’ invecchiata molto peggio della musica che ascoltavamo insieme 20 anni fa. Mi dicono che le piaccia sempre l’arte ma che adesso se la faccia con gente molto barbuta e seriosa. Anche Renton e Sick boy sono diventati grandi, ma faresti fatica a credere che una volta uscivano insieme, tanto è austera nel suo rigoroso minimalismo nero, dalle scarpe a punta alla montatura degli occhiali, al cappellino di feltro. Frequenta il giro giusto adesso e non si perde una serata al cineforum dedicato a PPP. La puoi vedere in certi luoghi borgata, esattamente quelli dei ragazzi di vita, contrassegnati da apposita street art. In questi giorni poi mi dicono sia presissima da un reading che stanno organizzando a Ostia, indovinate su chi.

Meglio la fretta e l’indecisione di quella musica, con il mondo ad assistere al gigantesco karaoke della coltura brit, o l’esasperata celebrazione dei nostri talenti migliori? Meglio l’esegeta del neorealismo romano o il raver che ha letto solo Irvine Welsh, e non l’ha neanche finito?

È stato un brivido.

Ho chiuso la zip della mia tuta adidas, ho fatto ripartire il walkman e le note di “live bed show” mi sono scoppiate nelle orecchie.

Chissenefrega: è tardi e Spud mi sta aspettando.

 

…tanti auguri “A different class”.

 

 

Perchè Ai Wei Wei è uno stronzo e la Lego ha ragione

in arte by

Ai Wei Wei, è il piu’ famoso artista contemporaneo cinese.
Ai Wei Wei è l’artista piu’ supportato da tutti.
Ai Wei Wei è un artista venerato da tutti, o (per fortuna) quasi.
Ai Wei Wei è uno stronzo.

Il fatto di essere uno stronzo prescinde il ruolo di artista, o le sue “capacità” in quanto tali.
Questo ciccione con la barba ha creato in effetti delle opere discretamente interessati, nate con lo scopo di criticare il regime cinese e la sua inamovibile ed arcaica struttura sociale e culturale.
Ma non è diventato famoso per questo. Checchè se ne dica la fama di Ai Wei Wei è cresciuta esponenzialmente, diventando globale, in seguito al suo arresto da parte delle autorità cinesi e ai suoi 81 giorni di detenzione, senza accuse formali, se non quella di evasione fiscale alla compagnia per cui lavorava. Le notizie al riguardo a tutt’oggi sono confuse.
Di sicuro una situazione che non è piaciuta a nessuno, a me per prima. Cercare di togliere (letteralmente) la libertà di espressione ad un artista rientra nella lista delle cose che mi fanno incazzare abbastanza.
Nonostante questo, lo stesso Ai Wei Wei conferma in un’intervista che senza la polizia “I would never have become so noticeable as an artist.’”.
Il suo arresto, di base, se da una parte è stata sicuramente una esperienza personale traumatica, dall’altra ha rappresentato il trampolino di lancio di Ai Wei Wei nel mercato artistico occidentale, che lo ha accolto a braccia spalancate.
Oggi il cinese è considerato un mito, un’icona, una sorta di rock star che viene addirittura fermata per strada. Adorato dai buoni di tutto il mondo, soprattutto in Germania nella sua migliore veste di Sailor Moon, dove Ai Wei Wei vive da quando gli è stato restitutito il passaporto, e dove ha trovato subito un nuovo impiego come Professore alla Universität der Künste di Berlino.

Fin qui tutto bene. Happy Ending, direte voi. Cosi potrebbe essere, se non avessi l’impressione (e a quanto pare non solo io), che sul suo status di perseguitato politico dalla cattivissima Madre Cina, Ai Wei Wei abbia cominciato a marciarci.

E’ di questi giorni la notizia che la Lego, la società danese produttrice di giocattoli, quella dei mattocini colorati, si sia rifiutata di consegnare un ordine di migliaia di mattoncini all’artista per la sua produzione della sua prossima opera gigante (come quasi tutta la sua megalomanica produzione) per una mostra che si terrà alla National Gallery of Victoria, in Australia.
Le ragioni della Lego sono semplici: la società produce giocattoli e desidera prendere le distanze da qualsiasi utilizzo politico dei suo prodotti.

Ai Wei Wei, come un bambino frignone a cui è stato bucato il pallone, non ha preso affatto bene questa decisione, ed è corso da mamma Twitter e da zia Instagram a denunciare il fatto, accusando la Lego di “discriminazione e censura”.

Vorrei sottolineare che la Lego non ha proibito ad Ai Wei Wei di utilizzare i suoi prodotti per creare un’opera. Semplicemente non glieli vende. Quindi non si può parlare di censura.

Non ci sarà nessun silenzio imposto all’artista, che tra l’altro, da grande accattone mediale (e non solo) quale è, ha già trovato il modo di ovviare al suo problema, facendo in modo che da tutto il mondo i mattoncini Lego gli venissero donati, dai figli dei suoi fans.

La decisione della Lego è, a mio avviso, piu’ che legittima. I mattoncini sono il giocattolo che piu’ di tutti istruisce il bambino alla Libertà creativa, e la reazione di Ai Wei Wei, che della lotta per la libertà espressiva ne ha fatto uso, e soprattutto consumo, per lungo tempo, è una contraddizione in termini ed un segno chiaro di ipocrisia.

E fa di lui quello che è, uno stronzo.

 

C’era una volta MTV (ovvero, breve storia del videoclip)

in cultura/musica/televisione by

Qualche giorno fa ricorreva il ventennale dell’uscita di “Mellon Collie and the Infinite Sadness” degli Smashing Pumpkins. Tra quasi tutte le persone che conosco, si è scatenata un’ondata celebrativa in ricordo non solo di questo album stupendo, ma un po’ di tutto un arco di tempo che ha racchiuso una generazione. Quella generazione che, quando non era ancora passata, già era stata definita generazione X.
Presa anche io dai ricordi ho cominciato a ripensare a quei “venti anni fa o giù di lì”. C’ era una cosa che ha plasmato la cultura giovanile di quegli anni, tanto quanto il rock´n´roll aveva cambiato gli anni 50/60 e il punk gli anni 70: quella cosa era MTV.
Sì, perché la X generation altro non era che la MTV generation.

MTV inteso non solo come canale televisivo, ma come veicolo principale di trasmissione di un prodotto che ha rivoluzionato completamente il mondo dell´audiovisivo: il videoclip.

Convenzionalmente si fa risalire la nascita del videoclip al 1975, quando, in Inghilterra, il programma Top of the Pops manda in onda “Bohemian Rhapsody” dei Queen. Diretto da Bruce Gowers, realizzato in quattro ore con un budget di 7000 sterline, è il primo concept-video, pensato e realizzato per essere trasmesso in televisione: è un video concettuale, costituito da un montaggio serrato che unisce immagini live e primi piani del gruppo effettuati col prisma che rendono visivamente l’effetto del coro della canzone. È anche il primo caso confermato di capacità promozionale del video: dopo appena sette giorni dalla trasmissione del clip infatti, la canzone balza in testa alla classifica inglese restandoci per quattro settimane.
Oltreoceano sono i Jackson Five a sperimentare i primi effetti speciali con in video “Blame it on the Boogie”, del 1978.

Ma l’epoca del videoclip inizia a tutti gli effetti allo scoccare della mezzanotte del 1° luglio 1981 (che, guarda caso, è anche il mio anno di nascita), sul tasto 25 della tv americana via cavo dove erano sintonizzate circa due milioni di persone. Con un baritonale “Signore e signori… rock and roll!” MTV da inizio alle sue trasmissioni con un video di una semi sconosciuta band inglese. Sono i Buggles, e il video si chiama“Video killed the Radio Stars”. Girato da Russel Mulchay, è il primo con una vero storyboard che riutilizza le tecniche pubblicitarie, pensato appositamente per un videoclip.

Dopo il successo di Bohemian Rapsody inizia ad aumentare il numero di clip promozionali, che si avvalgono inoltre delle prime sperimentazioni di immagini ed effetti speciali, e contemporaneamente iniziano a nascere le prime case di produzione per videoclip. La prima società di produzione indipendente è la Roseman Production: strutturata come una società di produzione di spot pubblicitari, realizzava video con budget messi a disposizione dalle case discografiche. Nel 1976 la società apre una filiale a Los Angeles e produrrà tra il ’76 e il ’79 oltre tremila video; la Roseman ha inoltre una scuderia di eccellenti videomaker, come Bruce Gowers, Russel Mulchay e Julien Temple.

Il primo circuito di diffusione dei clip in America non è costituito dalle televisioni, ma dalle discoteche, i campus universitari e i festival underground. Nel 1979 nasce il canale musicale via cavo Video Concert Hall. Nel 1980 la Wasec trasmette sulla tv via cavo Nichelodeon un programma chiamato “Popclips” che doveva essere la versione televisiva di un’ora di radio: in pratica una sorta prova generale di Mtv. Poi arriva Bob Pittman, un radiofonico di 26 anni, che proponne alla Wasec una rete che trasmettesse musica 24 ore su 24. Mtv nasce con una library di appena duecentocinquanta video. Da quel momento, letteralmente, Video kills the radio star.

Curioso è che nello stesso anno nasca in Italia Videomusic, che è stato il mio primo grande amore televisivo.
Il primo videoclip italiano è “Rocking Rolling” di Scialpi, diretto da Piccio Raffanini. Beh non stiamo parlando dei Queen, ma Scialpi negli anni Ottanta era molto affascinante.
MTV arriva in Italia solo nel 1997, prendendo addirittura il posto di Videomusic nel mio cuore.

Il videoclip, spesso sottovalutato come forma espressiva, rispetto al cinema o alla videoarte, ha avuto per la cultura giovanile un impatto estremamente importante.
Nel 1979 il fenomeno punk inglese si sta esaurendo, pur continuando da quel momento fino a oggi a influenzare la musica. Le ceneri del movimento insegnano ai ragazzi degli anni ’80 ad affermare la propria identità attraverso comportamenti che avessero un preciso significato simbolico: la spettacolarizzazione dell’identità, l’uso dei propri mezzi per comunicare, una sorta di rifiuto per la società adulta, la classificazione della gioventù come categoria dello spirito, tutto questo diventa la base vitale delle generazioni dei giovani degli ultimi tre decenni. Per i giovani la musica diventa messaggio esistenziale, e lo sviluppo del videoclip rispecchia in un certo senso questa urgenza espressiva.

Oggi MTV è morta. Reality shows o programmi che nulla hanno a che fare con la musica, si sono impossessati di un canale nato per la musica. Ma il videoclip non è morto. Tanto oggi come allora, il videoclip è un fedele compagno di molti musicisti, semplicemente è più facile trovarlo su YouTube. In alcuni casi è una salvezza per gli stessi: vedi il caso degli OK Go, gruppo le cui canzoni mediocri restano difficilmente nella memoria, ma i cui video sono assolutamente geniali (vedere This shall pass too per credere)

Il videoclip soffre però ancora oggi di una sorta di pregiudizio qualitativo. Non è cinema, non  è videoarte, ha troppo a che fare con la pubblicità.

Quello che molti non notano è che, nonostante molti video siano poco più  che un accompagnamento visivo di ben poco valore, in alcuni casi questi audiovisivi sono dei piccoli capolavori.

Ma di questo ne parleremo dopo la pubblicità…

See you later, Dogui!

in cinema by

«Ero di casa a Port Lligat, vicino a Cadaqués, dove Dalí viveva. Un giorno, dopo aver cenato, il maestro mi porta a vedere l’opera che stava dipingendo, la “Pesca del Tonno”, che ora è esposta al Louvre. Arriviamo nello studio e… sorpresa, è tutto vuoto, non c’è un cazzo. Ad un certo punto Dalí prende una specie di telecomando e taac, schiaccia un bottone. Come per magia, dal pavimento si materializza una rotaia e appare la grande tela con il quadro. Libidine, tutto elettronico: era il 1967.»

A parlare così potrebbe essere qualcuno che sta realmente raccontando un aneddoto, o un attore che sta recitando una sceneggiatura scritta e studiata a tavolino. In realtà non è nessuno dei due, o meglio, è l’esatta sovrapposizione di entrambi: è una frase di uno di quegli attori che non ha mai recitato, ma che semplicemente ha portato se stesso (e un pezzo d’Italia che non esiste più, con sé), sul set.

Guido Nicheli, (il dogui, cioè il grande amante delle ghefi, il profeta della libidine e del panta bello diritto, nell’armadio), moriva il 28 ottobre di otto anni fa esatti, nel 2007. È diventata l’icona della spensieratezza ricca, borghese e politicamente scorrettissima, di una superficialità cafona e ostentata sotto cui si nascondeva, forte, un costante anelito di libertà: “c’è chi pensa che il pesce pilota sia destinato a una vita in solitudine perché se pilota è davanti a tutti. Errore. È sempre in compagnia della sua libertà perché decide dove andare. Believe me, credimi.” 

In questo senso, la libertà del Dogui non si è mai persa neanche davanti alla macchina da presa: non c’era bisogno di recitare, di sottostare al copione, ma bastava trasporre il proprio essere cumenda dalla vita alla storia, e riportare la propria maschera e le proprie esagerate, reali, manie sulla pellicola. Ad esempio, il celebre “Ivana, fai ballare l’occhio sul tic: Via della Spiga – Hotel Cristallo di Cortina, due ore, cinquantaquattro minuti e ventisette secondi: Alboreto is nothing!” non è mai stato scritto, ma completamente improvvisato. I tecnici di scena ridevano, e la scena si girava un’altra volta. Dopotutto, Nicheli nasceva odontotecnico, notato dai Vanzina e quindi incluso nel giro della comicità milanese in fermento all’epoca, da Teocoli, a Jannacci, a Pozzetto. Non ha avuto il successo di nessuno di questi – forse – e forse proprio perché non l’ha mai cercato. Faceva lo stretto indispensabile per poter vivere in prima classe, come diceva lui, ma senza aver bisogno di strafare. Non si proponeva, non cercava nessuno, non voleva stare costantemente in vetrina. Dopotutto, non era questione di fama e di soldi, ma ancora una volta proprio di semplice libertà:

“La ricchezza è la libertà di fare quel cazzo che vuoi, e in questo senso sono ricchissimo. Se hanno bisogno di me, chiamano loro. Altrimenti goodbye e see you later: arrivederci.”

E allora, goodbye e see you later, Dogui. Sei parte di un’Italia che un po’ ci manca.

doguitomba
La tomba di Guido Nicheli: “See you later”

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

in cinema by

Nei difficili anni in cui zio H. stava cercando di portare a termine le riprese di Fitzcarraldo (se non sapete di cosa sto parlando vi rimando a http://libernazione.it/le-appassionanti-avventure-di-zio-herzog-3/), un giorno si ritrova a Lima, in Perù, a giocare a calcio con alcuni personaggi del posto.

Apriamo una parentesi: il calcio è sempre stato una delle passioni di H., il quale più volte si è espresso a favore del nobile sport. Testimonianza relativa:

Dunque, torniamo a noi. Ci troviamo a Lima, e Herzog sta cercando di portare avanti questa partita. Il problema è però il seguente: tutti i partecipanti (sto per dire una cosa razzista) si somigliano, e come se non bastasse indossano magliette di colori simili, quindi Werner non sa più a che santo votarsi per capire a chi deve passare la palla.

“Pedro, Pedro, passa a Ramon!”

“Io sono Pablo, e gioco nell’altra squadra!”

“Maledizione. Manuel, fa’ qualcosa, dalla sulla sinistra!”

“Mister Herzog, io sono Javier”

E così all’infinito.

Herzog quindi, saturo di passare la palla sempre allo stesso tizio dell’altra squadra, va dall’arbitro (che prima viene scambiato per Jesus) e gli chiede di interrompere la partita per poter vestire i suoi compagni di squadra con le magliette di un colore differente, che sia perlomeno riconoscibile.

” ‘Sto pantone non mi convince, ma che è?”

“Carta da zucchero”

“Non ho fame”

“No, è il nome del colore”

“Scusa, ma avete dato a tutti le magliette azzurre?”

“Carta da zucchero”

“Avete dato a tutti le magliette CARTA DA ZUCCHERO?”

“Veramente la vostra è celeste”

“Vabbè; noi possiamo indossarne di arancioni?”

“No”

Herzog si allontana guardando in cagnesco l’arbitro.

Ed è a quel punto che la soluzione si fa strada nella sua testa. Era nel bel mezzo delle riprese di un film che stava sostanzialmente affrontando da solo; da solo avrebbe finito Fitzcarraldo per poterlo presentare al Festival di Cannes, ed era quindi da solo che avrebbe dovuto portare a termine anche la partita.

“I knew the only hope of winning the game would be if I did it all by myself […] I would have to take on the entire field myself, including my own team.” (sic)

Non ha tenuto nemmeno il portiere, eh.

Io non ho idea di come sia finita (Herzog si limita a riferirci quella che ha immaginato fosse la risoluzione finale: io contro il mondo, alla fine almeno so che non devo passare la palla a nessuno se non a me), ma mi piace pensare che sia andata più o meno così:

 

 

JJ

 

Mellon Collie ha vent’anni. E noi no.

in religione/scrivere by

Viola

Venti anni fa usciva “Mellon Collie and the Infinite Sadness” degli Smashing Pumpkins.
Non credo ci sia bisogno di soffermarsi per l’ennesima volta su quanto stupendi fossero i pezzi, su quanto intenso sia Billy Corgan, o quanto brava (e figa) fosse D’Arcy. Noi che nel 1995 eravamo teenager e/o giovani, la generazione X (si proprio quella di Ambra Angiolini, non si può avere tutto dalla vita) lo sappiamo benissimo. Ai Millenials che per caso non lo hanno ancora sentito, direi che non è mai troppo tardi per smettere di sottovalutare gli anni Novanta e fare un regalo alle proprie orecchie. E ai propri occhi: la copertina dell’album, dell’illustratore John Craig, è un piccolo capolavoro di collage ispirato alla pittura settecentesca, preraffalita, al dadaismo e al surrealismo.
La musica e l’arte hanno, d’altronde il potere di trascendere il tempo e lo spazio. E di permearlo di una bellissima, e infinita, tristezza.

Luca

Quando è uscito Mellon Collie, per me era indubbiamente troppo presto. Lo scoprii piú tardi, ma non troppo piú tardi: Repubblica aveva un inserto musicale dove si parlava della prossima uscita di questi Smashing Pumpkins, e ripercorreva gli album passati. Quello in arrivo era Machina,  e io avevo 12 anni.
A scuola ci si passava la musica tramite cd masterizzati. Con un amico del tennis avevamo l’accordo per cui ogni tanto si comprava l’album originale insieme, e poi in qualche modo uno dei due avrebbe avuto la copia: di sicuro non ebbi Iommi, ma ho tenuto Lateralus. Il colpo di fulmine per Mellon Collie avvenne grazie a un prestito, sempre dello stesso amico.
Ero solito passare il sabato (o il venerdí) sera da una zia. Per uno cresciuto fuori città, una zia ospitale, di compagnia e discreta era una complice perfetta per tornare a casa la sera dopo un tardo pomeriggio in centro: usavo lo stereo del cugino espatriato per ascoltare la mia – a volte, ammetto, anche la sua – musica: il piano dell’intro del primo cd di Mellon Collie nella mia testa non è districabile da quel salotto arredato con un gusto decisamente retró.
Quindi uscì Machina. Ricordo l’album nuovo e la moda di vestire robaccia della ADIDAS. Non più tardi dell’estate, le tv musicali erano piene di speciali su Billy Corgan e rimandavano a ruota i grandi classici: quasi tutti da Mellon Collie. E quasi tutte dal primo cd, dawn to dusk. Un amico piú grande, proveniente da un altro mondo dati i  suoi “quasi 18 anni”, propose di andare a vederli dal vivo: Palaghiaccio di Marino, Roma, 26 Settembre. Siccome la mia etá non rendeva possibile il viaggio secondo qualsiasi criterio di ragionevolezza, feci una cosa irragionevole: comprai il biglietto del concerto e quello per Roma indebitandomi, e mi presentai a casa a fatto compiuto. L’espediente, combinato a una serie di fattori rassicuranti, funzionó. Come spesso capita, si va al concerto di qualcuno ascoltando in fissa qualcun altro: allora credo fosse questo, ma se vi sforzate un poco Corgan si vede comunque.
Poi venne l’autunno e le canzoni del secondo cd sembrarono piú appropriate. D’altronde, era appunto il disco notturno, twilight to starlight. Non so se sia il cambiamento tecnologico o l’età, ma che un album attraversi così bene le stagioni non mi è più capitato.  A proposito, portate indietro le lancette: da domani fa buio piú presto.

Rosario

Mellon Collie And The Infinite Sadness. Malinconia e infinita tristezza. Gli unici sentimenti che ti sembra sensato provare a 16 anni, quando è uscito Mellon Collie. Perché Mellon Collie È avere 16 anni, lo è sempre stato e sempre lo sarà. Mellon Collie sono le tute acetate indossate in maniera scriteriata per uscire di casa, sono le Nike ed è Michael Jordan, è Ronaldo e Romano Prodi, è Clinton, è il modem 56k, è tutta la nostra vita, sarà sempre la nostra vita. Mellon Collie è dolcezza, è rabbia, è sentimentalismo patetico, è lirismo insensato, è bellezza che improvvisamente ti entra nelle vene con un semplice believe in me as I believe in you. Mellon Collie sono le urla di una presunta rivalsa di Fuck You (An Ode To No One) e il cuore che ti si spacca in mille pezzi di Thirty-Three. È la rabbia di un ratto di una gabbia e il fallimento di vedere chi ami che butta via il proprio amore, i segreti dei suoi sogni. Mellon Collie compie venti anni, ma non li ha mai avuti, non li avrà mai. Mellon Collie siamo noi, Mellon Collie saremo per sempre noi.

Qualcosa su Rodari

in scrivere by

A: Ciao, scriviamo qualcosa su Gianni Rodari?

B: Stai scherzando? E’ ancora vivo?

A: No, ma oggi avrebbe avuto 95 anni.

B: Io non so una minchia di Rodari, tranne che scriveva bei racconti che fanno ridere e che era comunista.

C: Che è il motivo per cui io, giovane virgulto di buone letture, leggevo Tolkien e non lui.

D:  Ma poi sei diventato comunista lo stesso, no?

E: Bello rodari heart emoticon (cheppalle tolkien wink emoticon)

C: è stata un’influenza passeggera, perché le basi erano solide.

D: Su Rodari c’è il rischio serio di trovarsi a scrivere un articolo con Serra e Gramellini.

F: Oggi Rodari, domani Sepulveda.

A: Cristo, NO. Rodari scriveva per bambini ed era un fico sulle tecniche umoristiche, Sepulveda sarebbe mediocre anche stesse in zone politiche meno sbagliate.

C: E dopodomani Pasolini.

B: Si inizia con Rodari e si finisce per celebrare Pol Pot, vergognatevi!

G: Ma Rodari chi, quello della Banda della Magliana?

H: Io so qualcosa su Gianni Risari, candidato sindaco con l’ulivo a Crema, ma di Rodari nulla.

I: Peraltro per un lungo periodo delle elementari ero convinto che Gianni Rodari fosse il mio maestro di religione. Era un gran porco il maestro Gianni, si faceva fare i massaggi dalle bambine e ci tirava i rotoli di carta igienica.

E: Anche Gianni Boncompagni non era male. Un mondo di grandi Gianni.

H: Gianni, l’ottimismo vola!

F: No, il più ottimista dei Gianni è il Morandi.

J: Tra i Morandi preferisco quello vero: Giorgio.

C: Per quanto su Morandi Z ha ieri detto una cosa importante.

A: Si però sarebbe un altro post.

*** UPDATE***

K: Gianni Rodari mi ricorda le mie elementari, quando mi incazzavo tantissimo perché ero convinta che anche io sarei riuscita a scrivere storie come le sue, vecchio bastardo.

 

Soundtrack: System of a Down – Toxicity

Il caporalato è legale?

in scrivere/società by

” Ricevo e pubblico:

“Il cadavere rende tutto legittimo”
G. Anders, L’odio è antiquato

Italia – Piemonte – Carmagnola ore 6.00 del mattino: un ragazzo dai tratti slavi sui 40 anni fuma mesto e con espressione affranta quella che fu un tempo una cicca… “ Ciao, è successo qualcosa ??? Hai bisogno di aiuto???”, e lui con accento dell’Europa dell’est : “ Si io bisogno lavorare, oggi no per me, già passato Capo Cecco, già chiamato miei amici, no lavoro per me io chiesto 5 euri ora lui detto me troppo, riprova domani”, e io “Come 5 euro all’ora???Per fare cosa??? Per quante ore???”, e lui: “Raccolta verdure, peperoni, 10/11 ore!!!”…

Italia – Calabria – Rosarno ore 5.00: un ragazzo nord africano seduto sul ciglio di una strada, appoggiato a quello che rimane di un cartello stradale scambiato per un bersaglio da tiro a segno… “Amico che fai li a quest’ora??? Stai bene???”, e lui: “ Si io stare bene, aspettare Capo per andare lavorare!!!”, e io: “Che lavoro??? Dove???”, e lui  “Arance, frutta, qui tutta frutta arance!!! 20/25 euro una giornata fino sera!!!”…

Italia – Lombardia – Milano ore 11.00: a colloquio con il responsabile Ufficio Turni di una grande azienda di trasporto pubblico… “ Ciao A., ti avrei portato alcune proposte di modifica ad alcuni turni perché abbiamo riscontrato che ci sono delle anomalie, ad esempio non è stata inserita la pausa pranzo, poi questo servizio lungo 10 ore senza pausa lo si potrebbe riassemblare così, in modo tale che diventi lungo 8.30 ore garantendo un minimo di refezione al personale!!! Poi visto che ci siamo avremmo da proporti questa serie di modifiche al turno mensile perché ci siamo accorti che tra i due stabilimenti ci sono delle differenze di produzione; a parità di servizi da erogare, nell’impianto B cinquanta agenti lavorano al 140% con quote straordinario e nell’impianto C settanta agenti lavorano al 60%, non sarebbe meglio ridistribuire la produzione tra i due impianti in modo tale che gli agenti di ogni impianto lavorino al 100%???”, e lui, responsabile dell’ufficio turni ( sopra di lui appena l’A.D.): “ Heeee ma sai, avrei le mani legate!!! La proposta è buona ma come tu sai nell’impianto B la XXXX è il sindacato più forte e non posso andargli contro, nel tuo impianto C invece siete tutti iscritti all’ OO.A.A. , che tra l’altro non ha voluto firmare il contratto di secondo livello, quindi come faccio??? Non posso mettermi contro la XXXX, però questa vostra proposta è molto buona sai ??? Magari se me la faceste recapitare dal segretario provinciale della XXXX o della YYYY, loro possono sponsorizzare molto di più!!!”, e il lavoratore: “ Ma scusa, il mio sindacato è vero non ha firmato il contratto perché non dava abbastanza garanzie e seppur sindacato autonomo rappresenta l’80% dei dipendenti, quegli altri in tre arrivano appena a rappresentare il 20%, forse,  perché non devi tener conto di questo fattore???”, e lui nel modo tipico di chi ha fatto carriere in azienda sfruttando il sindacato: “ Heee nooo, non posso assolutamente, ho le mani legate”….

Italia – Lombardia – Crema ore 10.00: AAA Cercasi personale per cucina e sala per apertura nuova birreria e griglieria, per candidature rivolgersi a Tizio presso Camera del Lavoro….

Piazza del Duomo – Ore 18.15:  “Domani vai e ti presenti alla Camera del Lavoro. Hai l’appuntamento con R. Io ci ho già parlato e lui ti aspetta. In ogni caso ricordaglielo e fai il mio nome”. (“Mah!!!”)….

(L’indomani) Camera del Lavoro – Ore 10.00: “Salve, sarei venuto per la candidatura per il lavoro presso la birreria che deve aprire a giorni. Ho un appuntamento con il signor R.” – Risposta: “La mando subito dal segretario provinciale”…. (“Mah!!!”)… “Salve, piacere N., mi hanno mandato da lei per la candidatu…” – “Haaa sisisisisi, allora sisisisi quanti anni hai??? Disoccupato??? Esperienze lavorative??? Heeemmm per caso sei mai stato iscritto o hai intenzione di iscriverti al sindacato??? Questo sindacato!!!”, e N.: “Veramente non sono mai stato iscritto al sindacato, sono sempre stato disoccupato, da quando mi sono diplomato!!!”, e lui “ Haaa ma non c’è alcun problema guarda!!! Metti due firmette qui e con la tua copia vai li alla birreria, vai dal signor B. a nome mio e gli dici che hai già parlato con me , che hai fatto già tutto con me e poi ci pensa lui!!! Ciao Ciao Cia Cia”…..

Nei primi due casi il caporalato è illegale, negli altri si aprirebbero (il condizionale è d’obbligo) vie di criptolegalizzazione fattuale basata su usi e consuetudini in potenza più frequenti di quanto si potrebbe pensare.

L’annichilimento della dignità umana assumerebbe (il condizionale è d’obbligo) un peso differente se praticato da chi, per antonomasia, è dedito a questo tipo di relazioni lavorative o se, invece, praticato da chi, sempre per antonomasia, dovrebbe per statuto tutelare istituzionalmente i lavoratori, a maggior ragione dietro il pagamento di una tessera mensile… Come dire, un conto è se a picchiarti in nome del nazifascismo è un nazi/fascista che si reputa e declama tale, tutto un altro è se a picchiarti in nome del nazifascismo medesimo è un nazi/fascista che si reputa e declama antinazi-fascista !.

Italia – Gran Sasso – Crognaleto. “Li hai portati i soldi?“, “Si, ma stavolta mi dovete dare il passaporto e gli altri documenti che mi avete rubato. Questi erano patti. 2 mila euro e mi restituite tutto. Sono otto mesi che lavoro qua sopra su montagne. No vedo nessuno. No incontro nessuno. Devo tornare da mia famiglia in Macedonia“. “Se vuoi rivedere tua famiglia devi fare quello che diciamo noi. Lavora con pecore e no rompere cazzo. I 4 soldi che guadagni li dai a noi. Se no paghi ti spariamo. O peggio ti denunciamo. Poi documenti. Tu qui no sei nessuno“. Incattivendo lo sguardo e portando il dito tra la bocca ed il naso ad indicare di fare silenzio, l’albanese trancia ogni altra eventuale replica di B., da mesi sotto scacco del racket che colpisce i pastori clandestini che popolano come fantasmi parte delle montagne abruzzesi.

Un cadavere rende tutto legittimo quando l’attualità viene percepita come esistenza inconsapevole, quando i multiformi aspetti delle società contemporanee vicinissimi e diversissimi, non interagiscono però tra loro. L’evidenza abbagliante del sopruso e la dilagante demenzialità crudele che si costituisce in pretesa “Razionalità” legittima e normativa, hanno le fondamenta di una palafitta. Il male genera male e a questo non si sfugge. Anche se sei un dio che cammina a tre metri da terra estraneo al lato cattivo di ciò che si muove attorno a te, il male ti verrà a trovare, inaspettato e sconosciuto, alle spalle, quando starai pensando ad altro, quando starai programmando altro. Ti verrà a cercare perché hai contribuito ad allevarlo,  perché, in un modo o nell’altro, sei stato suo complice.

Frank Dla

Ogni riferimento a fatti e persone sopra menzionati sono puramente casuali e non fanno riferimento ad alcun evento realmente accaduto.

The Lobster

in cinema by

C’è questa idea che è in giro da qualche millennio. Dice così: incontrare l’amore, la persona giusta – the one, direbbero gli inglesi – è un po’ trovare l’altra metà di sé stessi. Quelli di voi che ancora conservano reminiscenze del manuale di filosofia (o, meglio ancora, di questa scena memorabile di Tre uomini e una gamba), ricorderanno probabilmente il mito della metà raccontato da Aristofane nel Simposio di Platone.

Ora, prendete questa idea a prima vista banale e provate a metterla dentro una app per il vostro iPhone. Il risultato si chiama Tinder (o Happn, OkCupid, …). Dating apps, ovvero la versione contemporanea dell’agenzia matrimoniale: vediamo che faccia hai, quanto sei alto, se fumi, se ami leggere Proust o i manga giapponesi. Se il tuo profilo mi piace e io piaccio a te allora abbiamo un match, un potenziale incontro di due anime gemelle che si cercavano da sempre e che magari, nella barbara notte dell’era pre-internet, mai si sarebbero trovate.

Questo sistema è certamente molto funzionale. L’amore è cieco. E tuttavia, statisticamente, ho più chance di trovare l’anima gemella in uno che in partenza trovo attraente e che condivide i miei stessi interessi, piuttosto che in uno stupratore di tacchini indonesiani, grasso e con la faccia sfigurata da una ferita di machete.

Ma non di sola statistica vive l’uomo. E l’occhio del vero artista è quello che sa soffermarsi su quella transizione impercettibile da un’intuizione semplice ma potente – l’amore come incontro di due destini – in qualcosa di più di un tic di massa, quasi un’ossessione collettiva. L’amore come il perfect match su una app di appuntamenti. L’amore come l’ideale della coppia radiosa, sdraiati sul prato guancia a guancia in un selfie con il filtro Sierra di Instagram.

Il 15 ottobre è uscito nelle sale, anche in quelle italiane, un film che parla esattamente di questa transizione impercettibile tra essere e dover essere della vita in due. Si chiama The Lobster, del regista greco Yorgos Lanthimos. E’ un film spiazzante, divertentissimo, profondo e brillante. Uno dei film più belli e originali degli ultimi anni.

La trama non ve la racconto, per due ragioni: la prima è che, che ci crediate o no, esiste Google. Il secondo motivo è che questo è un film dal quale mi sarei molto probabilmente tenuto alla larga, se ne avessi letto la trama prima di comprare il biglietto, temendo un penoso senso di déjà-vu. Lathimos, in effetti, non inventa nulla, costruisce un’opera originalissima di puro materiale di riciclo: abbiamo così un espediente semplice e persino abusato – il presente distopico dove l’ossessione collettiva è divenuta legge della Città; l’ambientazione più classica dei racconti uno-a-molti (quando non è il protagonista che si muove incontro a personaggi e situazioni improbabili, come nei road movies, sono questi ultimi che si muovono incontro al protagonista: ed ecco l’hotel). Le metafore trite (l’amore cieco), la recitazione impersonale da teatro dell’assurdo (magistrale Colin Farrell), i non-luoghi metropolitani, il romanzo di formazione.

Il regista greco pesca a piene mani in un repertorio di immagini e situazioni che spazia impavidamente da Sofocle a Lost, riuscendo sistematicamente, ma con leggerezza, a sovvertire la cifra originale del già visto. Ciò che all’origine è tragico diventa qui comico o almeno grottesco, il comico si colora degli elementi del dramma, il fantastico assume i contorni della realtà più cruda e il realismo sfuma nelle nebbie dell’immaginazione.

Così, The Lobster è un film intrinsecamente sovversivo: nelle singole, brillanti scelte di stile prima ancora che nel messaggio crudele. Che è poi questa reinvenzione rovesciata del mito platonico in un’era post-Tinderizzata. Dove non è più Zeus che, per invidia, decide di spaccare in due metà difettose l’originaria e perfetta unità ermafrodita della coppia di amanti, ma sono gli uomini che, per il terrore di non farcela, si ostinano come bambini a riappiccicare a forza pezzi di puzzle presi a casaccio da scatole diverse.

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