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Renoir e De Gregori

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Renoir, del 1978 è per me il più bell’album di De Gregori. La prima canzone dell’album è “Generale” che diverrà una delle sue più conosciute. Ci sono altre perle, meno note, come “Natale”, “Raggio di sole” e “Babbo in prigione”.

E poi c’è la canzone che dà il nome all’album: “Renoir”.

Anzi, in realtà ci sono due canzoni che si intitolano “Renoir” e hanno lo stesso testo. Il testo è tra i più bei testi d’amore che De Gregori abbia scritto, secondo me può parlare d’amore e nostalgia a decine di generazioni successive alle nostre non meno – pure di più, anzi – di una poesia di Catullo.

Gli aerei stanno al cielo
come le navi al mare
come il sole all’orizzonte la sera
com’è vero che non voglio tornare
a una stanza vuota e tranquilla
dove aspetto un amore lontano
e mi pettino i pensieri
col bicchiere nella mano

Chi di voi l’ha vista partire
dica pure che stracciona era
quanto vento aveva nei capelli
se rideva o se piangeva
la mattina che prese il treno
e seduta accanto al finestrino
vide passare l’Italia ai suoi piedi
giocando a carte col suo destino

Ora i tempi si sa che cambiano
passano e tornano tristezza e amore
da qualche parte c’è una casa più calda
sicuramente esiste un uomo migliore
io nel frattempo ho scritto altre canzoni
di lei parlano raramente
ma non vero che io l’abbia perduta
dimenticata come dice la gente

Però, anche se le parole sono le stesse, non si tratta di due versioni della stessa canzone ma di due canzoni differenti. Almeno la interpreto così: la prima, lenta, pensata parla di amori appena finiti che fanno male acutamente e si accompagnano a tanta tristezza. La seconda è molto più ritmata, allegra, con due voci che ripetono lo stesso testo con mezzo secondo di stacco. Parla degli stessi amori ma dopo un po’ di tempo, quando si sono cicatrizzati e li si ricorda con un po’ di malinconia (la prima voce) ma anche con il gusto e l’allegria di averli vissuti (la seconda voce).

La prima Renoir

La seconda Renoir

Nell’LP originale la prima chiudeva il lato A, la seconda apriva il lato B. Una trovata semplice ma geniale, che purtroppo si perde nei CD e nelle versioni digitali, e un po’ anche nella mia cassetta analogica piratissima registrata dall’album di uno zio.

Ora, De Gregori è uno a cui piace nei vari dischi e soprattutto nei concerti variare i testi e sopratutto la musica delle proprie canzoni. Alcuni di quelli che vanno ai concerti se ne lamentano anche perché non riescono a cantare assieme a De Gregori che cambia continuamente le canzoni. Anche a me è capitato.

In realtà è giusto che le canzoni cambino, perché cambiano anche nella nostra testa, a seconda dei nostri sentimenti del momento. De Gregori fa bene a dimostrarlo ogni volta, a farci vivere le sue canzoni non come una natura morta cristallizzata nel tempo ma come un qualcosa di vivo, che si muove e a volte ti fa pure incazzare.

Le due canzoni “Renoir” sono la rappresentazione più plastica di questo. Per questo, se penso a De Gregori penso a “Renoir”.

Auguri, Francesco.

Santé

Vasco Rossi è stato un genio e io devo chiedergli scusa.

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Qualche giorno fa mi ero messo ad ascoltare un best of di Franco Battiato, di cui fino ad allora conoscevo essenzialmente tre canzoni: Cuccuruccuccù, Bandiera Bianca e Centro di Gravità Permanente. Dalle casse sono cominciate ad uscire fuori Prospettiva Nevskij, L’Era del Cinghiale Bianco,  Summer on a Solitary Beach e tante altre ancora, e sebbene per un secondo mi sia rammaricato di non averle mai ascoltate prima, a dominarmi è stato subito dopo la meraviglia di avere davanti a me un’intera discografia ignota e di qualità eccelsa, praticamente un godimento infinito.

Mi ero quindi ripromesso di ascoltarmi ogni singolo album nelle settimane successive e così ho cominciato con Patriots. Mentre stavo per passare a Gommalacca, è avvenuto – ahimè – qualcosa di strano e mostruoso. Da un angolo remoto del mio cervello, come il serpente che tenta Eva con una pasticca fuori dalla scuola, ho sentito me stesso pensare: “Beh, se per questo, non hai mai ascoltato nemmeno la discografia di Vasco”. Il maledetto suggerimento veniva dal fatto che, gli stessi giorni in cui avevo l’epifania su Battiato, mi era capitato di ascoltare per la prima volta Colpa d’Alfredo. 

“Ho perso un’altra occasione buona stasera / è andata a casa con il negro, la troia”.

Come scusa? Ha proprio detto “è andata a casa con il negro, la troia”. Mi ero fatto la classica risatina da stupore in ritardo di 36 anni ed ero andato avanti ad ascoltare. Beh, pazzesco! Non mi aspettavo da Vasco un testo in cui, anziché vagheggiare i soliti sentimenti noiosi e banali, veniva narrato un aneddoto con un dettaglio incredibile delle persone coinvolte, del luogo, di tutto ciò che è contenuto effettivamente nelle parole e ciò di cui non c’è nemmeno bisogno di dire un aggettivo. Non è affatto facile rendere al pubblico una descrizione fotografica di una situazione usando pochissimi versi, ma Colpa d’Alfredo ci riesce benissimo.

Così, ancora con l’ironia imbecille di chi guarda Ciao Darwin “perché mi piace il trash e mi piace soprattutto sapermi migliore di loro”, ho cliccato sull’album omonimo alla canzone. “Solo un attimo, poi torno a Battiato.”.

Cantanti completamente strafatti durante un concerto: deve esserci un momento nella vita di queste persone in cui il bivio tra sopravvivere e soccombere è decisivo. L’importante è trovare sempre qualcosa di ironico nelle cose, come il fatto che questo video sia stato caricato dal profilo ufficiale del Partito Democratico.

Tralascio il classico Non l’hai mica capito, ché sulla questione dei classici pop di Vasco ci voglio tornare dopo. Susanna è divertente ma dimenticabile, senonché mi colpisce perché penso a mia sorella che si chiama come la canzone, che è contemporanea (o quasi) al disco e da ragazza era fan di Vasco, e mi viene in mente che magari questo brano le piaceva tantissimo da piccola e che dovrei ricordargliela la prossima volta che la sento. Poi Anima Fragile, dove tiro un sospiro di sollievo: finalmente una canzone inutile alla Vasco Rossi. E sono già pronto a chiuderla lì, quando salta fuori Alibi, e di nuovo mi accorgo che sono letteralmente immerso nella scena descritta. Non solo, ma poi comincia ad elencare “devono accertare / controllare / verificare / analizzare / eventuali connivenze / coincidenze”. Un uso delle parole singole, tutte in rima, che non so come ma mi ricorda Nun te reggae più. 

Cavolo, un disco piacevolissimo. Ha le canzoni strane, le canzoni famosissime e spensierate, un tot di canzoni banalotte come è lecito che sia per un album non scritto dai Beatles. O da Battiato, per dire. Così mi viene un dubbio: stai a vedere che prima di diventare famoso, Vasco era bravo. Seleziono quindi Non siamo mica gli americani  e schiaccio play.

Signori, popolo che mi legge, voglio oggi chiedere scusa a Vasco Rossi. Mi scuso per tutte le volte che ho pensato che fosse un coglione totale, uno dei minimi livelli della musica italiana, fagocitatore di fama senza aver contribuito a nulla in Italia se non ad arricchire i gestori degli stadi di calcio. Perché se da un certo punto in avanti della sua carriera questi concetti possono anche essere in parte o del tutto veri, è sicuramente certo che come artista ha fatto dei veri e propri capolavori assoluti quali Non siamo mica gli americani. 

L’album, il secondo della sua discografia, contiene 8 canzoni. Una metà è piacevolissima. L’altra metà è già diventata pietra miliari mia personale raccolta di canzoni fondamentali. Si tratta innanzitutto di Fegato, fegato spapolato, che guarda un po’ inizia esattamente come Alibi. E, nuovamente, racconta in maniera fotografica una mattina – che diventa poi automaticamente l’intera giovinezza – del classico fattone del piccolo paesello di provincia. Noi oggi quando vogliamo attribuire un complimento ad un altro divo del pop, Max Pezzali, diciamo “Eh, ma come ha raccontato lui certe situazioni dei ragazzi di provincia, proprio nessuno”. Sì, ma si trattava dei ragazzi puliti, quelli da oratorio d’inverno e Grest d’estate, e delle loro comunissime disavventure. Quindici anni prima Vasco parlava già dei comunissimi problemi dei lazzaroni tossici e cazzari che esistono e sempre esisteranno in provincia. Gente priva delle velleità dei disgraziati cantati dai Baustelle. Nonostante per assurdo poi il testo contenga tracce di poesia talvolta perfettamente unita al comico:  “La primavera insiste la mattina” o “La festa ha sempre lo stesso sapore, gusto di campane, non è neanche male”. Montale, scansati.

Segue Sballi ravvicinati del 3° tipo. Concetti dello spazio profondo, melodie lontane come i già citati L. dei Baustelle o No Time No Space di Battiato. Solo che parla, di nuovo, di fattoni completamente persi. Gente che non ha bisogno di parlare di serpenti giganti e autobus blu per spiegare che si è imbottita di fumo peggio di una centrale a carbone dell’800. E poi Non siamo mica gli americani, con quell’intro assurdo in dialetto meridionale o con quella divagazione (Astro del Ciel) dentro la melodia senza alcun motivo apparente che oggi vengono ricalcate da Elio e le Storie Tese,. Con la differenza che Elio parla di cose demenziali del tutto immaginarie, mentre Vasco sta semplicemente recitando frasi che le persone semplici pensavano o dicevano per davvero durante la leva militare. Perché se la guerra rende i soldati semplici vittime e poeti (aka Generale, quella famosa di Vasco che poi ha rifatto De Gregori…no dai, scherzo) in tempo di pace a dominare è la pura noia di essere obbligati a fare da guardia alla polveriera di domenica sera, sotto la sarcastica minaccia della guerra fredda.

E infine Albachiara. Uno, superata l’adolescenza, deve rendersi conto che il pop non è una merda. Il pop, come tutte le cose, può essere una roba orrenda o un’opera d’arte. Dietro Uptown Funk di Bruno Mars, per dire, c’è del genio. Dietro i diversi singoli di Pharrell Williams c’è del lavoro impressionante. E noi italiani non possiamo chiamare “cantautorato” le canzoni di massa che ci piacciono per lasciare che al pop la spazzatura. Adesso venitemi a dire che Agnese non è pop come Albachiara. Che Notte prima degli esami non è pop come Albachiara. Una canzone che non è orecchiabile, non è che si lascia ascoltare. E’ una bomba universale che al secondo ritornello stavo per salire in piedi sulla scrivania, tirare un calcio al monitor e cantare in mezzo all’ufficio. Ed è solo perché sono a Tokyo; se fossi stato in Italia non solo il gesto non avrebbe avuto ripercussioni, ma sono pronto a scommettere che avrei potuto interrompermi a “Sei fresca come…” e, col gesto del microfono rivolto al pubblico, lasciare che i colleghi completassero il verso.

 

vasco fan

 

E nonostante tutto, oggi, Vasco Rossi è oggettivamente il simbolo del peggio che la musica italiana possa offrire. Con il senno di oggi, mi dispiace pure per lui. Come sia avvenuta questa trasformazione non lo so, non conosco la sua biografia né moltissimi degli album che sono venuti dopo Vado al massimo, l’ultimo album – per altro anch’esso stupendo – che si è fermato a quota 100mila dischi venduti. Sarà stato il successo: Bollicine, subito successivo e con un milione di copie vendute, mi ha fatto cagare. Magari è perché ha riunito sotto di se gli eroi di cui cantava, cioè quei fattoni ignoranti e privi di sogni che presi singolarmente in qualche serata all’osteria fanno ridere a crepapelle ma messi tutti dentro ad uno stadio finiscono per fare cose immonde (dovrebbero scrivere un libro sui racconti di gente che negli anni 80-90 andava ai suoi concerti: venderebbe più di tutti i titoli di Palahniuk messi assieme).

Quello che è certo e che sono stato mosso da un pregiudizio, ed è giusto che me ne penta.

Chiedi chi era George Martin

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Se qualcuno si è meritato il titolo di “Quinto Beatle”, quello è George. Dal giorno in cui ha fatto firmare ai Beatles il loro primo contratto fino all’ultima volta in cui l’ho incontrato è stato sempre uno degli uomini più generosi e intelligenti che abbia avuto il piacere di conoscere.

Sir Paul McCartney

Ci sono esattamente sette persone che hanno reso i Beatles, beh, i Beatles. Quattro ci potete arrivare da soli chi siano. Il quinto era un tale del Tennessee. Il sesto era il loro manager Brian Epstein il quale, fra le altre cose, li convinse a piantarla di conciarsi così per iniziare a conciarsi così. Il settimo era il loro produttore, Sir George Martin, un compositore di 34 anni che prese quattro ventenni di Liverpool reduci da anni di concerti negli stripclub di Amburgo (spesso e volentieri strafatti di speed) e li trasformò nei musicisti più influenti del ventesimo secolo.

Se il talento compositivo di Lennon e McCartney andava istintivamente oltre il canone del rock’n’roll, Martin fu colui che guidò e assecondò quel talento: i Beatles portavano le idee e Martin le metteva in pratica e, spesso e volentieri, le migliorava. Giusto per essere chiari: tutte le innovazioni rivoluzionarie che i Beatles hanno apportato all’idea stessa di musica rock, dall’uso estensivo di orchestrazioni classiche al considerare lo studio di registrazione come un vero e proprio strumento, portano la firma di Martin.

Martin è quello che suona il piano nell’accordo iniziale di A Hard Day’s Night (tutte le parti di piano nei primi album sono opera di Martin, più o meno finchè McCartney non imparò a suonarlo decentemente); Martin è quello che fa lasciare il feedback iniziale nella registrazione di I Feel Fine; Martin che prende una “semplice” ballata di Paul McCartney per chitarra acustica e voce, e ci aggiunge un quartetto d’archi scritto e diretto da lui stesso (di cui McCartney inizialmente non era manco convinto, bontà sua) per produrre LA canzone dei Beatles; Martin che si ispira a Bach per l’assolo di piano di In My Life (con la registrazione accelerata al punto da sembrare un clavicembalo) e a Bernard Hermann (ovvero alla colonna sonora di Psycho) per l’arrangiamento Eleonor Rigby; Martin che si fa canticchiare i motivetti che hanno in testa Lennon, McCartney ed Harrison e li trasforma nel solo di tromba di Penny Lane, e in quello di corno di For No One, nell’organo di Being for the benefit of Mr Kite!, nelle fanfare di Sgt. Peppers Lonely Heart’s Club Band e Good Morning, nel duo di clarinetti di When I’m Sixty-Four e nelle orchestre lisergiche di I Am The Walrus e A Day In the Life; Martin che ottiene Strawberry Fields Forever come sintesi di due take registrati con velocità diverse (cosa che per la tecnologia dell’epoca era a un passo dal miracolo).

Martin che pare che non fosse proprio convintissimo di scritturare i Beatles inizialmente (tanto è vero che fece licenziare Pete Best perché non gli era piaciuta la registrazione originale di Love Me Do) ma si decise quando George Harrison iniziò a prenderlo in giro per la cravatta.

Martin che nel 2006 fu persuaso dal Cirque du Soleil ad aprire l’archivio delle registrazioni (alcune ancora in 4 e 8-piste) e a produrre, insieme a suo figlio Giles, la colonna sonora di Love, il loro nuovo spettacolo basato alla musica dei Beatles. Il risultato è talmente straordinario che non ho intenzione di sprecare parole per descriververlo: ascoltatelo e comprenderete (e poi venite a scrivere nei commenti quali citazioni riuscite a cogliere nell’outro, che sarebbe il contrario dell’intro, di Strawberry Fields Forever).

Sir George Martin si è spento ieri a 90 anni. Ed io non ho che augurargli un buon riposo.

Per tutti quelli che pensavano che fosse morto il ciccione di Game of Thrones vi informo che Jon Snow sta ciucciando cazzi all’inferno.

E comunque viene resuscitato quando bruciano il suo cadavere in quanto è figlio di Rhaegar Targaryen e Lyanna Stark

Le canzoni di Sanremo 2016 spiegate meme

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Le abbiamo ascoltate tutte. Recensirle sarebbe banale, e poi già c’è venuta l’orchite a sentirle, figuriamoci a leggerne. E allora perché hanno inventato l’internet? Per i porno e per leggere di meno, naturalmente. Eccovi serviti.

Lorenzo Fragola – Infinite volte
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Noemi – La borsa di una donna
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Dear Jack – Mezzo respiro
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Giovanni Caccamo e Deborah Iurato – Via da qui
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Gli Stadio – Un giorno mi dirai
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Arisa – Guardando il cielo
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Enrico Ruggeri – Il primo amore non si scorda mai
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Bluvertigo – Semplicemente
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Rocco Hunt – Wake Up
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Irene Fornaciari – Blu

Dolcenera – Ora o mai più” (le cose cambiano)
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Clementino – Quando sono lontano
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Patty Pravo – Cieli immensi
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Valerio Scanu – Finalmente piove
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Francesca Michielin – Nessun grado di separazione
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Alessio Bernabei – Noi siamo infinito
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Elio e le Storie Tese – Vincere l’odio
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Neffa – Sogni e nostalgia
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Annalisa – Il diluvio universale
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Zero Assoluto – Di me e di te
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I 10 momenti dei Sanremo recenti per cui anche quest’anno sarà uno spettacolo imperdibile

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Al di là dell’intramontabile e assicurata presenza del Maestro Beppe Vessicchio, al massimo sostituito da Massimo Cacciari, che non sa dirigere l’orchestra ma parla molto bene, qui trovate una breve soluzioni di momenti molto alti tratti da edizioni recenti del Festivàl. Andare a scavare più indietro sarebbe stato scoperchiare un vaso di Pandora per cui, francamente, non mi sentivo pronto.

Certi che anche quest’anno lo show non ci deluderà, noi intanto ci siamo attrezzati con il consueto sobrio gruppo d’ascolto su Facebook. Ci vediamo lì.

 

10 – La famiglia Anania da Catanzaro con 16 figli, apertura col botto dell’anno scorso. Sedici. Figli.

NB: impossibile non pensare a

 

9 – Che ve lo dico a fare.

 

8 – Benigni che parla della canzone della Zanicchi ancora in cui lei ha scoperto di non essere ancora in menopausa, lei viene eliminate ed è subito POLEMICONE.

 

7 – Siani, simpaticissimo, che arriva e come prima cosa ha L’OTTIMA IDEA di insultare gratuitamente un bambino sovrappeso tra le prime file.

 

6 – Questi due che nessuno ha ancora capito chi cazzo siano.

 

5 – Il momento graziosamente balcanico, tutto rigorosamente in playback, in cui nonostante fosse il 2004 si respirava a pieni polmoni degrado post-sovietico del 1993.

 

4 – Quella volta in cui a nessuno fregava un cazzo che Albano e Romina fossero tornati a cantare insieme, però almeno lui ha fatto le flessioni sul palco.

 

3 – Adriano Pappalardo nel suo momento di massimo splendore artistico e intellettuale. Era il periodo dell’Isola dei Famosi, qui siamo oltre. Notare, in particolare, l’abbigliamento delle grandi occasioni e il pippone finale.

 

2 – Naturalmente il trio delle meraviglie composto da Pupo, Emanuele Filiberto e il tenore Luca Canonici. C’è qualcuno dell’orchestra che ancora non si è ripreso.

 

1 – Al primo posto ci può essere solo e soltanto quell’episodio in cui un consesso d’intellettuali d’assalto composto da Gigi D’Alessio, Loredana Bertè e il Dj Get Far – Fargetta ha trasformato il compassato palco dell’Ariston in una discoteca di Rimini, grazie all’ausilio di un centinaio di ballerini tamarri.

David Bowie e il coraggio delle stelle

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Viviamo in un’epoca di grandi talenti canori e autori inesistenti. Basta accendere la televisione e mettersi a guardare un qualsiasi talent musicale: tantissimi ragazzi e ragazze in competizione per quei fottuti quindici minuti di celebrità, una rincorsa alla celebrità dell’attimo che, nella migliore delle ipotesi, si tradurrà in una folgorante carriera da interpreti eccezionali di canzoni mediocri.

Legioni di schiavi talentuosi “costretti” a mettere la proprio voce al servizio di brani altrui, motivetti da barbiere che rimangono nelle nostre orecchie giusto per la durata dell’assedio radiofonico, in una bulimia di tormentoni stagionali destinati a soccombere di fronte alla prossima ossessione del momento. Non vi è distanza tra terra e cielo per questi cantanti-operai della musica, legati a una catena di montaggio mediatica il cui nastro scorrevole sembra non avere mai fine.

Ma il cielo, anzi lo spazio, è ancora lì, sopra le nostre teste, e qualcuno l’ha persino raggiunto. Costruttore di scale per l’infinito, David Bowie ha speso un’intera carriera nell’esplorazione di ciò che poteva risiedere oltre i limiti. Il coraggio dell’innovazione, la sfida per il futuro, non era semplicemente un fine per il cantautore londinese, ma un vero e proprio mezzo di creazione artistica. Plasmare nuove realtà mettendo in discussione i propri canoni, innovare abbandonando i fardelli insostenibili dei vecchi sé. Ci vuole coraggio, per abbandonare la Terra.

Angelo dell’innovazione musicale, Bowie ha fatto della galassia la propria casa, dei soli e dei pianeti distanti il proprio punto di riferimento costante. E se credete che tutto ciò sia solo una metafora, guardatevi il video dell’astronauta canadese Chris Hadfield in una performance a dir poco commovente di Space Oddity a bordo della Stazione Spaziale Internazionale.

Le stelle sembrano molto diverse oggi, ma l’universo è ancora nelle nostre mani grazie a David Bowie.

La marsigliese e il napoletano

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In condizioni normali Inghilterra-Francia, specie se giocata a Wembley, non è mai una partita banale, anche se è un’amichevole: ieri sera, tuttavia, della partita in se non fregava niente a nessuno (ha vinto l’Inghilterra due a zero, per la cronaca) perché il momento più alto della serata è avvenuto prima ancora che si iniziasse a giocare quando l’intero pubblico di Wembley, in commemorazione dei tragici eventi di Parigi, ha intonato La Marsigliese.

https://www.youtube.com/watch?v=7MLGTTMXsIU

Anche chi, come il sottoscritto, ha un livello di sopportazione della retorica estremamente limitato, non può non riconoscere la potenza di una tale scena. Dove molti inni nazionali sono una mera celebrazione dell’orgoglio, appunto, nazionale, La Marsigliese è da tempo assurta a espressione trasversale di libertà e rifiuto dell’oppressione. Con qualsiasi altro inno quella di ieri sera sarebbe risultata “solo” un’espressione di solidarietà ad una nazione colpita da una tragedia; la Marsigliese la trasforma in una dichiarazione di intenti. La sua potenza è tale da renderne istantaneamente iconico l’utilizzo, come avviene nella Scena (con la S maiuscola) del Film (con la F maiuscola).

Ora, voi penserete che la bellezza della scena risiede, oltre che nella splendida confezione (molti degli attori erano davvero rifugiati in fuga dai nazisti come mi suggerisce il mio Bogartista di fiducia), nella sua implausibilità: chi avrebbe il coraggio di fare una cosa del genere di fronte ai nazisti? E il motivo per cui voi lo pensate è che non avete il piacere di conoscere il professor Renato Caccioppoli, pianista, matematico, e, occasionalmente, barbone. Quando non contribuiva a dimostrare uno dei teoremi chiave per lo studio delle equazioni differenziali o a gettare le basi per la soluzione del diciannovesimo problema di Hilbert (contribuendo indirettamente a far uscire di testa John Nash), Caccioppoli, tra l’altro nipote di Mikhail Bakunin, era impegnato a prendere per i fondelli il regime fascista. La sua trovata più fantasiosa fu in reazione ad una legge che proibiva agli uomini di andare in giro con cani di piccola taglia (in salvaguardia della virilità del maschio italico): se ne andò in giro per il centro di Napoli con un gallo al guinzaglio.

L’ironia gli venne, tuttavia, a mancare in occasione della visita di Hitler nel 1938: la sera prima dell’arrivo di Mussolini e Hitler a Napoli, Caccioppoli entra nella birreria Löwenbräu con la compagna e paga un sacco di soldi all’orchestra per suonare la Marsigliese di fronte ad un pubblico di gerarchi. Alla fine dell’esecuzione si alza, va al centro del locale e, rivolgendosi a tutti, fa in tempo a dire “Quello che avete sentito è l’inno di un paese libero, l’inno della libertà: la stessa libertà che in questo paese è soffocata e negata da Benito Mussolini, che con il suo alleato tedesco…” prima di venir riempito di manganellate e trascinato via a forza. La famiglia riesce a farlo internare anziché arrestare e, addirittura, a fargli ottenere un pianoforte nella clinica: e Renato Caccioppoli, ufficialmente pazzo, suona la Marsigliese in continuazione, prima da solo, poi con un coro di altri pazzi che la cantano con lui, alla faccia di Mussolini, di Hitler e di tutti i tiranni e gli assassini di questo mondo.

P.S. c’è un’altra scena nella storia del cinema che fa un uso eccellente della Marsigliese: provate a dire che non è una botta anche questa (si, nonostante il grugno di Stallone).

P.P.S. volevo accennare alla citazione dei Beatles in All You Need Is Love ma ve la risparmio per la prossima volta

P.P.P.S. qualche fonte

“Tanti auguri, Ennio Morricone!”, in 10 film italiani

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Oggi Ennio Morricone compie 87 anni. Non scriverò una riga in più sulla sua biografia, perché qualcuno là fuori l’ha fatto infinitamente meglio di quanto potrei farlo io, e perché non è questo l’intento del post. Vi lascio una playlist, a tratti scontata –perché di certe cose non si può far proprio a meno–, a tratti un po’ più particolare.

Tutti italiani, in ordine cronologico. Buon ascolto e, se vi manca qualcosa, vale la pena continuare: quindi buona visione.

 

1) Per un pugno di dollari (Sergio Leone, 1964)

 

2) Per qualche dollaro in più (Sergio Leone, 1965)

 

3) Il buono, il brutto e il cattivo (Sergio Leone, 1966)

 

4) Titoli di testa di Uccellacci e uccellini (Pier Paolo Pasolini, 1966), cantati da Domenico Modugno

 

5) Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (Elio Petri, 1970)

 

6) Sacco e Vanzetti (Giuliano Montaldo, 1971)*

 

7) Novecento (Bernardo Bertolucci, 1976)

 

8) Il Vizietto (Eduardo Molinaro, 1978)

 

9) Nuovo Cinema Paradiso  (Giuseppe Tornatore, 1988)

 

10) Sostiene Pereira (Roberto Faenza, 1995)

* Ero indeciso con La classe operaia va in paradiso film dello stesso anno di Elio Petri. Ha vinto Sacco e Vanzetti per ragioni affettive, ma su YouTube trovate anche quella colonna sonora.

Una parafrasi di “Ocio”, il nuovo pezzo rap di Jerry Calà

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Non credo servano presentazioni. Se qualcuno però non lo sapesse, Jerry Calà (già il mio candidato favorito alla Presidenza della Repubblica all’ultima elezione), ha fatto uscire un pezzo rap (che trovate in calce a questo articolo) di una bellezza insensata, denso di rimandi, raffinatezze, arguzie e chicche assortite. Non potevo astenermi da darne una lettura personale.

Ah, non chiamatelo un ritorno
Io non ho mai mollato
Ti faccio vedere i sorci verdi, fighetta!
Mica quella roba commerciale che fa gente come J-Ax
Io faccio il rap vero!
Riportiamo questa roba in strada, fratelli!

In questo passaggio iniziale, il Maestro lancia un monito: nonostante la propria figura appartenga ad un tempo passato, quello dei gloriosi e intramontabili anni ’80, egli non se ne è mai andato, non ha mai abbandonato il proprio pubblico: non è appropriato parlare dunque di ritorno. Inoltre, compiutamente postmoderno, il Nostro si catapulta nel presente con il superamento dello stesso tramite il ben noto leitmotiv del ritorno alle origini: il rap “commerciale”, adoperato qui con forte accezione dispregiativa, va accantonato in favore di una ripresa più autentica degli inizi in strada.

Quando arrivo grida “Ocio! Ocio!”
La gente mi vede e grida “Ocio! Ocio!”
Fai lo smile al mio socio, ocio!
Dentro al club come sbocio, ocio!

“Ocio” è uno storico tormentone del Maestro. Compare in numerosi suoi film, spettacoli teatrali ed è sempre presente negli ormai epici mercoledì sera alla Capannina a Forte dei Marmi. Calà riporta qui, con un’operazione di grande complessità nel suo essere temporalmente trasversale, la spavalderia propria dello yuppismo di cui lui è stato testimone e interprete nella contemporaneità: egli, nel 2015, sboccia nel club. Ocio.
In un guizzo geniale, poi, un lettore ci fa notare una ricamata allitterazione di straordinaria raffinatezza: “fai lo smile al mio socio” suona pericolosamente vicino a “sai lo Smaila è il mio socio”. Un tributo straordinario al secondo dei quattro Gatti di Vicolo Miracoli.

Vivevo solo dentro al pied-à-terre
Tu ti facevi seghe, io la Venier
Sbocciavo con Eva e con Alba
Tu fai la vida loca, io la vita smeralda!

Il primo dei passaggi sinceramente magistrali del pezzo. Qui, coerentemente con la prospettiva di ritorno alle origini manifestata nell’intro, il Maestro si ricorda dei tempi iniziali, in cui –sebbene spiantato– portava in nuce i semi del suo essere bomber già all’epoca: Calà conosce la Venier sul set di Vado a vivere da solo (1982) e se la sposa negli USA due anni più tardi. Per gli altri, onanismo.
Il riferimento ad Eva e Anna, invece, è di più raffinata decrittazione: si fa riferimento ad Abbronzatissimi, pietra miliare del 1991 le cui protagoniste femminili erano, appunto, Alba Parietti ed Eva Grimaldi. Vita Smeralda è infine un film del 2006 scritto, diretto e interpretato dal Maestro. Le citazioni si sprecano.

Ho rossa l’iride, mi sale il crimine
La tua tipa che mi guarda: libidine!
Tu sei un fac-simile, con Jerry non fotti
La tua tipa sì: libidine coi fiocchi!

Qui il riferimento è ad una scena di grande disinibizione: compare l’utilizzo di droghe leggere e l’eccitazione della conquista. Sicuramente una situazione di grande libidine, appunto, altro tormentone del Vate catanese. Il raffinato gioco di parole successivo aumenta quella stessa libidine: non si scherza con Jerry, ma egli può permettersi di scherzare (sessualmente) con chiunque, perfino con le ragazze altrui. Forse, possiamo azzardare, le sue prede preferite.

Son di moda, cazzo son di moda
Tu sei in coda, babbo fai la coda
Minchia frate come stai
Pago il mio canone Rai

Verso interlocutorio questo: di fronte a Calà ci si può solo mettere in coda. Egli ci guarda col disprezzo derivante dalla coscienza della propria grandezza. In tutto ciò, è pure un onesto cittadino.

Quando arrivo grida “Ocio! Ocio!”
La gente mi vede e grida “Ocio! Ocio!”
Fai lo smile al mio socio, ocio!
Dentro al club come sbocio, ocio!

Strofa già trattata.

Sono vacanziero di professione
Vedo culi grossi, cinepanettone
Sono ritornato, un tornado in città
Spacco tutto: Jerry Calamità!

Qui si entra nel vivo, nella pregnanza del testo: le parole si susseguono come lame affilate in un turbinio sintattico-semantico da lasciare di sasso. Il primo riferimento è ai film a tema vacanze di cui il Maestro è stato protagonista a più riprese (vacanziero di professione): dallo storico, primo, cinepanettone Vacanze di Natale (1983), ma anche Vacanze in America (1984), lo stesso Abbronzatissimi (1991) o il mitico Sapore di Mare (1983), quasi un manifesto generazionale. Come poi mi fanno notare molti autori, questa mia prima, acerba, interpretazione è probabilmente sbagliata: si fa in realtà riferimento a Professione Vacanze, caposaldo della serialità italiana degli anni Ottanta e masterpiece indiscusso della carriera del Maestro. Infine, si riprende il tema dell’introduzione, in merito al rientro sulle scene, più carico e devastante che mai.

Versi a serramanico, scoppia il panico
Rime a raffica, Trrrrrrr, Jerry Kalashnikov
Alla fine la tua donna me la schiaccio
In giro dicono che non son bello, piaccio!

La devastazione causata dal flow è ormai totale: i versi fendono l’ascoltatore come un coltello affilato, e il panico serpeggia. Le rime arrivano a raffica, come sparate da un AK-47. Come se non bastasse, subito dopo, ecco il colpo di grazia: la frase simbolo del Maestro (“non sono bello: piaccio!”), trasportata dall’apertura di Vacanze di Natale dritta nel turbinio della contemporaneità. Lode, menzione d’onore e bacio accademico per “Jerry Kalashnikov”. Mi inchino.

Son di moda, cazzo son di moda
Tu sei in coda, babbo fai la coda
Minchia frate come stai
Pago il mio canone Rai

Quando arrivo grida “Ocio! Ocio!”
La gente mi vede e grida “Ocio! Ocio!”
Fai lo smile al mio socio, ocio!
Dentro al club come sbocio, ocio!

 

Fanno 20 anni anche i Pulp

in musica by

 She came from Greece she had a thirst for knowledge,/She studied sculpture at Saint Martin’s College.

Dovrebbe avere ormai più di 40 anni quella ragazza greca che conobbi in Erasmus esattamente 20 anni fa. Me lo ricordo bene.

Non che ci siamo poi frequentati così a lungo: certo abbiamo bevuto qualche aperitivo al Bar Italia e ballato come matti alla Disco 2000, ma ehi, erano tempi spensierati, e chi mai ha preso un impegno serio negli anni 90?

E dire che sarebbe anche potuta durare, forse eravamo un po’ squinternati (o meglio “mis-shapes”, come diceva lei) ma ci abbiamo anche provato a vivere come le persone normali. Affittare un appartamento sopra un negozio, tagliarsi i capelli e trovarsi un lavoro: purtroppo non siamo mai andati oltre la spesa al supermercato. Alla fine, come è ovvio, abbiamo anche cominciato a litigare, io preferivo gli Stone Roses, lei aveva una cotta per Damon Albarn.

Ci lasciammo per colpa dei suoi amici: Jarvis era un pazzo maledettamente serio, una presenza troppo ingombrante per chiunque, e Richard, beh Richard alla fine l’ha conquistata, con quella sua voce da crooner e quell’eleganza fuori tempo.

Me l’ha portata via, e anche io dopo un po’ me ne sono andato da Sheffield.

L’ho rivista l’altro giorno che vagava per Roma, ci siamo incrociati solo per un attimo ma sono certo fosse lei.

E’ invecchiata molto peggio della musica che ascoltavamo insieme 20 anni fa. Mi dicono che le piaccia sempre l’arte ma che adesso se la faccia con gente molto barbuta e seriosa. Anche Renton e Sick boy sono diventati grandi, ma faresti fatica a credere che una volta uscivano insieme, tanto è austera nel suo rigoroso minimalismo nero, dalle scarpe a punta alla montatura degli occhiali, al cappellino di feltro. Frequenta il giro giusto adesso e non si perde una serata al cineforum dedicato a PPP. La puoi vedere in certi luoghi borgata, esattamente quelli dei ragazzi di vita, contrassegnati da apposita street art. In questi giorni poi mi dicono sia presissima da un reading che stanno organizzando a Ostia, indovinate su chi.

Meglio la fretta e l’indecisione di quella musica, con il mondo ad assistere al gigantesco karaoke della coltura brit, o l’esasperata celebrazione dei nostri talenti migliori? Meglio l’esegeta del neorealismo romano o il raver che ha letto solo Irvine Welsh, e non l’ha neanche finito?

È stato un brivido.

Ho chiuso la zip della mia tuta adidas, ho fatto ripartire il walkman e le note di “live bed show” mi sono scoppiate nelle orecchie.

Chissenefrega: è tardi e Spud mi sta aspettando.

 

…tanti auguri “A different class”.

 

 

C’era una volta MTV (ovvero, breve storia del videoclip)

in cultura/musica/televisione by

Qualche giorno fa ricorreva il ventennale dell’uscita di “Mellon Collie and the Infinite Sadness” degli Smashing Pumpkins. Tra quasi tutte le persone che conosco, si è scatenata un’ondata celebrativa in ricordo non solo di questo album stupendo, ma un po’ di tutto un arco di tempo che ha racchiuso una generazione. Quella generazione che, quando non era ancora passata, già era stata definita generazione X.
Presa anche io dai ricordi ho cominciato a ripensare a quei “venti anni fa o giù di lì”. C’ era una cosa che ha plasmato la cultura giovanile di quegli anni, tanto quanto il rock´n´roll aveva cambiato gli anni 50/60 e il punk gli anni 70: quella cosa era MTV.
Sì, perché la X generation altro non era che la MTV generation.

MTV inteso non solo come canale televisivo, ma come veicolo principale di trasmissione di un prodotto che ha rivoluzionato completamente il mondo dell´audiovisivo: il videoclip.

Convenzionalmente si fa risalire la nascita del videoclip al 1975, quando, in Inghilterra, il programma Top of the Pops manda in onda “Bohemian Rhapsody” dei Queen. Diretto da Bruce Gowers, realizzato in quattro ore con un budget di 7000 sterline, è il primo concept-video, pensato e realizzato per essere trasmesso in televisione: è un video concettuale, costituito da un montaggio serrato che unisce immagini live e primi piani del gruppo effettuati col prisma che rendono visivamente l’effetto del coro della canzone. È anche il primo caso confermato di capacità promozionale del video: dopo appena sette giorni dalla trasmissione del clip infatti, la canzone balza in testa alla classifica inglese restandoci per quattro settimane.
Oltreoceano sono i Jackson Five a sperimentare i primi effetti speciali con in video “Blame it on the Boogie”, del 1978.

Ma l’epoca del videoclip inizia a tutti gli effetti allo scoccare della mezzanotte del 1° luglio 1981 (che, guarda caso, è anche il mio anno di nascita), sul tasto 25 della tv americana via cavo dove erano sintonizzate circa due milioni di persone. Con un baritonale “Signore e signori… rock and roll!” MTV da inizio alle sue trasmissioni con un video di una semi sconosciuta band inglese. Sono i Buggles, e il video si chiama“Video killed the Radio Stars”. Girato da Russel Mulchay, è il primo con una vero storyboard che riutilizza le tecniche pubblicitarie, pensato appositamente per un videoclip.

Dopo il successo di Bohemian Rapsody inizia ad aumentare il numero di clip promozionali, che si avvalgono inoltre delle prime sperimentazioni di immagini ed effetti speciali, e contemporaneamente iniziano a nascere le prime case di produzione per videoclip. La prima società di produzione indipendente è la Roseman Production: strutturata come una società di produzione di spot pubblicitari, realizzava video con budget messi a disposizione dalle case discografiche. Nel 1976 la società apre una filiale a Los Angeles e produrrà tra il ’76 e il ’79 oltre tremila video; la Roseman ha inoltre una scuderia di eccellenti videomaker, come Bruce Gowers, Russel Mulchay e Julien Temple.

Il primo circuito di diffusione dei clip in America non è costituito dalle televisioni, ma dalle discoteche, i campus universitari e i festival underground. Nel 1979 nasce il canale musicale via cavo Video Concert Hall. Nel 1980 la Wasec trasmette sulla tv via cavo Nichelodeon un programma chiamato “Popclips” che doveva essere la versione televisiva di un’ora di radio: in pratica una sorta prova generale di Mtv. Poi arriva Bob Pittman, un radiofonico di 26 anni, che proponne alla Wasec una rete che trasmettesse musica 24 ore su 24. Mtv nasce con una library di appena duecentocinquanta video. Da quel momento, letteralmente, Video kills the radio star.

Curioso è che nello stesso anno nasca in Italia Videomusic, che è stato il mio primo grande amore televisivo.
Il primo videoclip italiano è “Rocking Rolling” di Scialpi, diretto da Piccio Raffanini. Beh non stiamo parlando dei Queen, ma Scialpi negli anni Ottanta era molto affascinante.
MTV arriva in Italia solo nel 1997, prendendo addirittura il posto di Videomusic nel mio cuore.

Il videoclip, spesso sottovalutato come forma espressiva, rispetto al cinema o alla videoarte, ha avuto per la cultura giovanile un impatto estremamente importante.
Nel 1979 il fenomeno punk inglese si sta esaurendo, pur continuando da quel momento fino a oggi a influenzare la musica. Le ceneri del movimento insegnano ai ragazzi degli anni ’80 ad affermare la propria identità attraverso comportamenti che avessero un preciso significato simbolico: la spettacolarizzazione dell’identità, l’uso dei propri mezzi per comunicare, una sorta di rifiuto per la società adulta, la classificazione della gioventù come categoria dello spirito, tutto questo diventa la base vitale delle generazioni dei giovani degli ultimi tre decenni. Per i giovani la musica diventa messaggio esistenziale, e lo sviluppo del videoclip rispecchia in un certo senso questa urgenza espressiva.

Oggi MTV è morta. Reality shows o programmi che nulla hanno a che fare con la musica, si sono impossessati di un canale nato per la musica. Ma il videoclip non è morto. Tanto oggi come allora, il videoclip è un fedele compagno di molti musicisti, semplicemente è più facile trovarlo su YouTube. In alcuni casi è una salvezza per gli stessi: vedi il caso degli OK Go, gruppo le cui canzoni mediocri restano difficilmente nella memoria, ma i cui video sono assolutamente geniali (vedere This shall pass too per credere)

Il videoclip soffre però ancora oggi di una sorta di pregiudizio qualitativo. Non è cinema, non  è videoarte, ha troppo a che fare con la pubblicità.

Quello che molti non notano è che, nonostante molti video siano poco più  che un accompagnamento visivo di ben poco valore, in alcuni casi questi audiovisivi sono dei piccoli capolavori.

Ma di questo ne parleremo dopo la pubblicità…

Cupe vampe

in musica by

“Be willing to die for your beliefs, or computer printouts of your beliefs.”
― Don DeLillo, Great Jones Street

Ci muove a piacimento Ferretti, basta che alzi il mignolo. Nessuno come lui, nemmeno lontanamente, ha la capacità di polarizzare la discussione: ma se fate di un uomo un idolo, è normale che vi deluda.

La verità è che vi siete posti il problema di cosa dicesse Lindo Ferretti quando ha cominciato a parlare invece che a cantare: se gli slogan su piani quinquennali e l’acciaio sovietico in salsa emiliana raccoglievano applausi e lodi sperticate, all’annuncio di una ritrovata spiritualità è scattato il linciaggio belluino. Il nodo della questione è tutto qui: voi non volete un artista, voi volete una marionetta. Una marionetta-guru che vi dica cose geniali e illuminanti, ma perfettamente in linea con il vostro pensiero. Lindo Ferretti è sprecato per tutto questo. Dateci mezz’ora di tempo e vi facciamo un generatore automatico a cui tirare la cordicella per sentirvi dire ciò di cui avete bisogno, in eterno.  Senza cambiare mai, senza deludere mai.

E pensare che era anche stato così gentile da avvisare: “Non fare di me un idolo mi brucerò /Se divento un megafono m’incepperò

Essere fedeli alla linea dei CCCP dal conseguimento della maggior età, e forse anche da prima, come pretesa di controllo sulla produzione artistica di Ferretti. Il Minculpop dei fan che analizza e stigmatizza le dichiarazioni pubbliche dell’artista. Il processo pubblico per idee controrivoluzionarie.

Non importa che siano passati 30 anni, cioè una vita, e che 30 anni ammettano drammi e soluzioni, crescite e cambiamenti, nuove idee e ripensamenti. Giovanni Lindo doveva rimanere il “punkettone” dei primi anni, anche adesso che di anni ne 60. Doveva cantare di Unione Sovietica, anche se non esiste più da 25 anni. Doveva restare comunista, come quando aveva vent’anni, perché a vent’anni si è stupidi davvero e quante balle si ha in testa a quell’età, eccetera eccetera. Un eterno ritorno da Emilia paranoica. Una baracconata in salsa pop, più simile al Drive-in immaginato da Lansdale, dove gli stessi B-movies venivano proiettati all’infinito, che all’ Uroboro di Nietzsche: tutto ciò non è spaventoso, è solamente ridicolo.

E pop è tutta questa vicenda, che sembra essere lo specchio deformato del Wall di Roger Waters, dove il rocker diventa dittatore potendo contare su una folla di fans adolescenti e succubi, che lo adorano dalla base del piedistallo-muro che si è costruito per separarsi da loro.

Anziché giudicarlo, dovreste ringraziarlo: poteva avervi tutti ai suoi piedi, ma non l’ha fatto.

Marinella

in musica/società by

La storia è arcinota. Nel dicembre 1967, Mina aveva da poco fondato con il padre, Giacomo Mazzini, un’etichetta discografica indipendente con l’obiettivo di pubblicare i successi musicali della Tigre di Cremona in maniera del tutto autonoma . Il primo disco della Platten Durcharbeitung Ultraphone (PDU) di Lugano conteneva dodici tracce di artisti diversi provenienti da varie parti del mondo, il cui unico punto in comune era l’essere stati selezionati da Mina e i suoi collaboratori per il “debutto”.

Nei mesi successivi, una serie di singoli estratti dall’album decretarono il successo commerciale della nuova etichetta, con decine di migliaia di copie vendute in Italia già nei primissimi giorni. Il secondo LP della serie, un 45 giri apparso nel febbraio del ‘68, conteneva sul lato A una ballata dai toni vagamente decadenti la cui versione originale era stata realizzata e incisa tra anni prima da un giovanissimo e semisconosciuto cantautore di Genova, all’epoca appena venticinquenne.

La canzone di Marinella di Fabrizio de André irruppe nelle case della maggior parte degli Italiani quello stesso anno, grazie ai (come li chiameremmo oggi) “videoclip” dei celeberrimi Caroselli Barilla: in poco più di un minuto, in uno stile a metà tra la chanson française e il pop britannico, Mina riuscì a raccontare al Paese intero la passione della sfortunata Marinella e delle sua tragica fine lungo le sponde di un fiume affamato di giovani innamorate.

Fatto curioso, era la seconda volta che Mina portava al successo una canzone il cui testo parlava – sebbene in modo metaforico – di una puttana: nel 1960 era uscito sotto l’etichetta Italdisc Il cielo in una stanza, raccolta di interpretazioni minesche che traeva il titolo dall’omonima canzone di un altro giovane e (all’epoca) altrettanto sconosciuto paroliere genovese, Gino Paoli.

Storie di iniziazioni sessuali ed educazioni sentimentali, La canzone di Marinella e Il cielo in una stanza cercavano in ugual misura di sensibilizzare il grande pubblico italiano al lato umano della prostituzione, attraverso l’esperienza concreta della gioventù genovese e delle sue avventure in via del Campo.

Tuttavia, De André aggiungeva alla poesia da strada una sfumatura a dir poco politica: la storia di Marinella traeva ispirazione da un fatto di cronaca, ovvero il tragico omicidio di una prostituta adolescente il cui cadavere era stato ritrovato sul greto del fiume Tanaro, in Piemonte. La solitudine umana, esistenziale e finanche legale di una categoria ai margini veniva così sbattuta in faccia a milioni di Italiani, normalmente intontiti dal crescente benessere economico e dall’ipocrisia democristiana.

Lunedì 17 agosto 2015: una prostituta di origine rumena che batteva a Volpiano, nei dintorni di Torino, è stata massacrata di botte e ridotta in fin di vita da un cliente “insoddisfatto”. L’ennesimo caso di violenza e abusi nei confronti di una sex worker, tra l’indifferenza generale delle sinistre, dei liberali e di buona parte della Chiesa Cattolica. Paradossalmente, solo quei balordi della Lega sembrano continuare una lotta per la legalizzazione della prostituzione decisamente controcorrente rispetto all’andazzo europeo. Basti pensare alla civilissima Francia socialista dei matrimoni omosessuali, ostinata nel suo progetto di penalizzazione – come se punire i clienti fosse un buon mezzo per garantire sicurezza e dignità a esseri umani che vogliono semplicemente guadagnarsi da vivere. Briciole nascoste sotto il tappeto, e sangue che cola.

A distanza di più di cinquant’anni, Marinella continua a volare in cielo su una stella.

Playlist Estate 2015

in musica by

Estate.

Tempo di musica, gioia ed allegria.

Stare con gli amici, mare, falò, divertirsi e ballare fino a notte fonda.

Sfasciarsi.

E sempre con quelle piccole gocce di malinconia leggera che non guastano mai.

Appunto per questo, proponiamo qui una brevissima playlist che potrete ascoltare per tutto il mese che verrà, che vi farà compagnia nei vostri giorni vacanzieri e spensierati.

Buon ascolto.

Su e Giù dei Vernice in una delle esibizioni live più belle di sempre con un supertastierista scatenato all’inverosimile:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=3_ScobYxYK8

Jo Squillo decide di superare se stessa ed il punk ricodificando in modo inaudito i grandi Led Zeppelin:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=IuLUFpZ18Xo

A volte accettare caramelle dagli sconosciuti è un passo doloroso quanto necessario per conquistare l’età adulta. Leo Leandro ce lo spiega come nessun altro ha mai fatto nella storia della letteratura mondiale:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=iW3o9TwK2Fg

I Guns ‘N Roses come non li avete mai sentiti. Un Simone Tommasini granitico nella sua immensità:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=69evLZJ78pY

Tempo di baraonda h24, voglia di lasciarsi andare e desiderio di superare se stessi. Mino ed i Green Day:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=B8jMTS301L8

Poi magari non ce la fai e hai bisogno di riflettere un pò e di continuare a crederci. Vasco aiuta sempre, anche quando coverizza i Radiohead:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=z2DtEh-pW4E

E se i cattivi pensieri si fanno sempre più cattivi, non resta che fregarsene, come fa Masini che senza complessi di inferiorità sublima Nothing else matters dei Metallica:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=yeVIGGflK0I

D’estate le cose più belle accadono quasi sempre di notte. Notti splendide e magiche che vorremmo non finissero mai. Ma ogni notte svanisce e Miki Mix (Caparezza prima di essere Caparezza) ci dà le istruzioni per uscire vivi dal trapasso:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=9a8aC1M89PE

Siamo italiani, la terra più bella del mondo, è bene ricordarselo sempre:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=JpGDtEHcoHY

E per finire, il capolavoro assoluto di tutte le epoche che l’umanità abbia fino ad ora conosciuto:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=jcAqAJgeYwM

Agli albori delle scie chimiche

in musica/scrivere by

Siamo su un cavalcavia. Le automobili si fermano. Le persone scendono. Sullo sfondo un tramonto bellissimo, il tramonto incantevole che si pensa sia dovuto ai resti chimici dell’evento tossico aereo nell’atmosfera.(*)

Monica e Harry sono folla, guardano le scie chimiche nel cielo, “le linee dritte” come le chiamano loro.

Le grandi immagini parlano sempre.

Era il 1981 e già erano tra noi.

Evocanti libertà, amore e gioia di stare insieme, fissarle equivaleva ad incantarsi di fronte un tramonto africano.

Gli sguardi erano quasi morsi leggeri.

Le “linee dritte”, in quell’inizio di decennio, cos’erano se non voglia infinita di illudersi, scoglio lontano cui aggrapparsi quando ti esplodeva tutto dentro, tracce da seguire per cercare un altro mondo. C’eri tu seduto al bar, a fumare una sigaretta, con lo sguardo rivolto verso di loro. E tutto il mondo si rinchiudeva lì. Come un cane con il suo osso.

“A volte, quando mi sento solo, anche se non ci credo, mi metto a pregare. E poi, quando passa, capisco che quel che resta siamo noi”, confessava Harry a Monica.

Cast your eyes towards the east or west
And watch for lines above your head
“Can´t say it worries me now” he said,
“for it may never come”.

But I see direct lines,
see direct lines across the sky.
And I see direct lines,
see direct lines across the sky.

Laws won´t help you now
No voice, no rights
No governing body
Women and children first
and each man for himself.

But I see direct lines
See direct lines across the sky
etc….

Il Nuovo Ordine Mondiale non ha fretta, sa aspettare. Trasforma il controllo climatico in uno spettacolo romantico. Scia dopo scia. Aereo dopo aereo. Passeranno altri 16 anni prima che qualcuno se ne accorga.

Forse non sono poi tanto svegli, questi teorici della cospirazione.

Ma le grandi immagini, ricordi?, parlano sempre.

E adesso strillano.

Le leggi non ti aiuteranno ora: nessuna voce, nessun diritto, nessun organo di governo.

Tra qualunquismo e reddito imponibile, a notte fonda urlerai anche tu per questo enorme squarcio nel cielo.

Invocare l’esercito, la protezione civile, vigilantes privati, non servirà a niente.

Anche il sonno è vita.

Prima le donne e i bambini, e che ciascun uomo provveda per se stesso.

 

 

BB King was the greatest guy I ever met

in arte/musica by

La prima volta che l’ho visto suonare dal vivo era nell’estate del 2002. Riley (era questo il suo nome) si avvicinava agli 80 e in più di una occasione giurò e spergiurò che quello sarebbe stato il suo ultimo tour in Europa. Troppi anni da portare sul palco, troppe date, troppi chilometri. Troppe turnè.

Lo rividi 3 anni dopo, sullo stesso palco, con la stessa spettacolare big orchestra che lo accompagnava, con lo stesso sorriso e la stessa chitarra, ma con un repertorio tutto nuovo che comprendeva, oltre i cavalli di battaglia, una sessione basso-chitarra e batteria dedicata agli standard blues più famosi – tra cui una versione di Key to the highway che porterò sempre con me.

Leggerete che è stato il re del blues e uno dei musicisti più influenti del ventesimo secolo. Leggerete che è stato indicato come maestro da tantissimi chitarristi famosi, che ha ricevuto la medaglia d’oro presidenziale per meriti artistici  da George Bush jr., che ha inciso con Bono ed Eric Clapton, che Thrill is gone è una delle canzoni che hanno venduto di più nella storia. Che ha mantenuto una media di 300 serate all’anno, per quasi 50 anni di carriera. Talmente tante da costringerlo a vivere su un bus. Letteralmente. Che  aveva almeno 15 figli, da 15 donne diverse. Tramp like us, baby I was born to run. Sciacquati la bocca baby boomer: se il viaggio è l’epica americana, nessuno più di B.B. era nato per correre.

E’ impossibile dire chi fosse B.B.King.

Era nato sul delta del Missisipi. Racconta lui stesso che da bambino per imitare suo cugino, il chitarrista Bukka White, lega del filo di spago ad un manico di scopa. Comincia a suonare e non si ferma più.  Il resto è storia e si può conoscere. Anzi no, è leggenda, sono solo favole.

Come la storia della sua chitarra Lucille, salvata del rogo di un honky-tonk dove B.B. stava suonando (era l’unica chitarra che aveva). Si racconta che l’incendio fosse stato causato da una rissa tra 2 uomini che rovesciarono una stufa. Litigavano per una donna di nome Lucille, da cui prese il nome per la sua Gibson. Non è importante conoscere i dettagli: come per ogni grande bluesman la storia si fa leggenda e dove i dettagli sfumano si accende il mito. Dove ha imparato a suonare la chitarra Robert Johnson? Dove è sparito per quei 2 maledetti anni? Ha davvero venduto l’anima al diavolo al crocevia di una strada? Non importa davvero saperlo.

B.B. si trasferisce a Memphis e diventa una stella del Rhythm and blues. I bianchi lo scoprono quando durante una intervista a Rolling Stones nel 1971 John Lennon, rispondendo ad una domanda circa il suo stile con la chitarra ammette candidamente “Well, I wish I could just do like B.B. King.” If you would put me with B.B. King, I would feel real silly.”

Silly: cretino, frivolo, stolto, stordito, stupido. Parola della più famosa rockstar del mondo.

Ha inciso almeno 50 dischi tra studio, live e raccolte.

Ha suonato con i musicisti più grandi, e per suonare con il Re i più grandi si mettevano ordinati in fila. E’ stato l’ultimo di una generazione, quella di John Lee Hooker , di Muddy Waters, di T-Bone Walker, di Chester Arthur Burnett in arte Howlin’ Wolf. Quella dei grandi bluesman bianchi scomparsi troppo presto, come Johnny Winter e Mike Bloomfield, per il quale nella sua autobiografia B.B.King spende parole dolcissime.

Gli aneddoti sono centinaia, le prospettive altrettante. Come si può raccontare quasi un secolo di storia americana? E’ solo un secolo? Quanta distanza corre dai campi di cotone del delta del Mississipi al mondo di oggi? Tanta, troppa. Non basterebbe una vita intera passata su un bus da un concerto ad un altro a percorrerla tutta.

Il Re è morto.

Lunga vita al Re.

Il re è morto, lunga vita al re!

in musica/ by

Nobody loves but my mother/and she could be jivin’ too.

 

Scrivere un necrologio su B.B. King sarebbe troppo facile, e preferisco lasciare le solite banalità da morti celebri a Facebook.

Vorrei invece parlare di blues.

Inizialmente avrei scritto che oggi abbiamo perso un pezzo di blues, ma mi sbagliavo. Perché il blues è da sempre un genere musicale fatto dai morti per i morti: il blues è la voce dei morti.

È l’eco degli schiavi neri nelle piantagioni americane, il suono dei treni della Pacific and Atlantic Railroad su cui viaggiavano i mitologici tramps londoniani, il canto trasandato del disoccupato durante la Grande Depressione, lo stridio della puntina sui vecchi vinili, il rumore di fondo delle radio di provincia che ostinate trasmettono pezzi che tutti avevamo dimenticato.

Il blues non è mai attuale, non lo è mai stato: la sua essenza stessa appartiene al passato, ai morti, alla polvere grigia della malinconia.

Ma questo non significa che il blues sia necessariamente triste. Il blues è ironia, è sberleffo alla sofferenza, è la risata ultima davanti all’abisso. Non hai più un lavoro, la tua donna ti ha lasciato per un altro, sei solo al mondo, ma cazzo, oggi c’è davvero un bel sole nel cielo. Il blues è il prodotto incestuoso di Nietzsche e una negra dell’Alabama.

Ecco, non dobbiamo avere paura a usare questa parola: negro. Il blues è negro. Non è nero, non è di colore, non è afroamericano. È nigga fino al midollo, con tutto quello che questo termine comporta, il suo peso, la sua storia.

E forse oggi avremmo davvero bisogno di un po’ più di musica negra, non la solita merda politically correct fatta di solecuoreamore che ti somministrano quotidianamente. Vogliamo sentire del lato oscuro dell’umanità, vogliamo la litania del tempo che scorre, vogliamo il sudore della fronte sotto i colpi impietosi dell’universo.

Vogliamo B.B. King.

I Nobraino (spiegati male)

in musica by

Dopo la gustosissima polemica sulla battuta del gruppo “Nobraino”, della quale ho avuto coscienza grazie all’articolo del sempre ottimo Canimorti, ho pensato una cosa e una soltanto: e chi cazzo sono, adesso, questi qua? Perché se ne riporta una notizia? Dove mi trovo?

Quindi, con grande magnanimità, ho pensato di dare voce al #paesereale, che risoluto chiede a gran voce spiegazioni, e di fornirvi un breve vademecum realizzato in 5-7 minuti con sommarie ricerche online e spezzoni di canzoni ascoltate superficialmente. Questo sunto vi farà risparmiare un sacco di tempo e vi permetterà di dire la vostra sulla questione, di cui in realtà non frega un cazzo a nessuno, delle battute che questi simpatici buontemponi fanno sulla strage del canale di Sicilia, o di quelle che faranno. Tutto materiale comunque buono per provare a rimorchiare, chissà.

NB: Se qualche fan della band vuole contattarmi per eventuali lamentele, può farlo inviando una mail a questo indirizzo di posta autogenerato che si distruggerà fra 10 minuti: g2131907@trbvm.com.

Allora, i Nobraino nascono a Riccione. E questo già dovrebbe darvi un sacco di informazioni che forse no, non volevate sapere. Invece di assumere sostanze stupefacenti e mettere dischi al Cocoricò come tutti i loro compagni di scuola, i nostri decidono di darsi al folk.

Wikipedia riporta:

“In base a quanto riferiscono i membri della band provavano in una saletta improvvisata nei magazzini della palestra. Nel 2006, sotto produzione di Andrea Felli esce The Best Of, disco che raccoglie i lavori dei Nobraino dagli esordi sino al 2006. Tra il 2007 e il 2008 partecipano a molte manifestazioni locali e anche come gruppo spalla di Roy Paci & Aretuska, Marta sui Tubi e Morgan.”

Che dire, già non è da tutti avere il fegato di fare da gruppo spalla ai Marta sui Tubi –per non dire di Morgan– ma più di tutto è notevole uscire con un primo album che si chiama “The Best Of”. Che cioè, Cristo, neanche hai iniziato e già hai bisogno di raccogliere il meglio. Tutto il meglio prodotto nei fantomatici magazzini della palestra. Che poi io manco sapevo che le palestre avessero dei magazzini.

Quindi è il turno dell’album dall’emblematico nome “No USA! No UK!” e l’etichetta è –ovviamente, irrimediabilmente– indipendente. Non partecipano al festival di Sanremo (che forse è un po’ USA, un po’ UK), bensì al dopofestival, che è un po’ come il dopolavoro del festival, anche se ci mettono i conduttori che non conosce nessuno.

Dopodiché succedono altre cose che non ho voglia di raccontarvi, tra cui due dischi dagli arguti titoli “Disco d’Oro” (che gustosa gag!) e “L’ultimo dei Nobraino”, che se volesse il cielo decidono di non andarsene dai magazzini della palestra e farne un altro sai che casino col nuovo titolo. Poi arriva l’immancabile concertone del 1 Maggio, organizzato dal Comitato dei cittadini e lavoratori liberi e pensanti (così cita Wikipedia, e chi sono io per omettere il Comitato?) fianco a fianco, tra gli altri, al gruppo preferito della redazione di Libernazione, i 99 Posse. Nella graziosa cornice del concertone, durante la performance, il cantante dei Nobraino prende un rasoio elettrico e decide di rasarsi i capelli. Perché? Che discorsi, avete mai chiesto a Duchamp perché firmare un cesso? E allora.

 

 

Qui, per riprenderci un po’ tutti dal video qua sopra, riporto un pezzo che ho trovato su Youtube che, devo dire ora che li ho presi un po’ per il culo, non è poi male, se soprassediamo sui capelli del cantante. E pensare che Genny Savastano non era ancora nell’immaginario collettivo. Forse abbiamo spiegato il ribelle gesto del 1 maggio.

 

Ivan

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Ci fu un tempo in cui non avevamo accesso a tutta la musica del mondo comodamente seduti in poltrona, o, meglio ancora, la mattina in metro andando al lavoro. In quel tempo, l’acquisto di un cd era lo strumento principale mediante il quale fruivamo della musica. L’acquisto di costosissimi cd, almeno agli occhi di noi spiantati studenti.

Quindi andare alle Messaggerie Musicali, alla Feltrinelli, al Ricordi Media Store era quasi una sorta di rito. Potevi passarci anche tre o quattro ore dentro, con in mano Mellon Collie And The Infinite Sadness, Blood Sugar Sex And Magic, Up, (What’s The Story?) Morning Glory, Mondi Sommersi. In mano, perché poi a stento riuscivi a comprarne un paio, dovevi irrimediabilmente scegliere. E magari non ascoltare i Red Hot Chili Peppers per due mesi, perché nessun tuo amico ce l’aveva quel dannato cd, e aspettare il prossimo giro.

Per molti mesi, in queste mie sortite alla Ricordi, un cd mi ha affascinato, solo per la sua copertina. Ogni volta però, alla fine, non lo prendevo. Era uscito l’ultimo degli Smashing, era tornato il vecchio batterista, sarebbe stato sicuramente un bomba, ti pare che spendo altri soldi per quel cd con quel buffo tizio in copertina, con quegli improbabili occhiali rossi?

Invece, poi, complice la mai abbastanza rimpianta Radio Rock Italia, che durante la notte passava una canzone tristissima che parlava di una trentenne triste triste, con un nome così poco musicale, mi decisi a comprare quel cd. Era, come molti di voi avranno capito, Firenze-Lugano no stop, di Ivan Graziani.

Sinceramente, non ricordo come reagii al primo ascolto. Probabilmente un po’ rimasi perplesso ad ascoltare quella voce con così tanti falsetti. Ma la perplessità, quello sì che me lo ricordo, durò davvero pochissimo. Nel giro di pochi giorni, praticamente non ascoltavo altro. Era l’unico cd che avevo in macchina, lo portavo sempre con me, anche a casa di amici. Ero totalmente rapito.

Non riuscivo a capacitarmi del fatto che questo cantautore riuscisse a descrivere in maniera così dannatamente precisa il disagio esistenziale di tutti noi. Come riuscisse a infilarsi dentro le pieghe del nostro essere, come riuscisse a farci vedere, con garbo e velata ironia, gli ultimi. Senza nobilitare o giudicare le figure che descriveva, ma soltanto analizzandole. Quasi come un entomologo.

O come, in maniera deliziosa, andava a individuare quei sentimenti profondissimi che però spesso siamo portati a rimuovere, immagino per autodifesa, e a ricordarci che li abbiamo provati. E che, forse, li proveremo di nuovo. Perché nel verso “e non c’è più nessuno che mi parli ancora un po’ di lei, ancora un po’ di lei” (che scherzosamente -ma fino a un certo punto- definisco spesso “il verso più triste di tutta la poesia italiana del 900”) Graziani ci mette di fronte alla triste sensazione che abbiamo tutti provato almeno una volta nella vita: la storia che ci ha squarciato l’anima e ci ha distrutto l’esistenza cambiandoci probabilmente per sempre è terminata da un pezzo lasciandoci solo cocci da mettere a posto. Non solo: è passato talmente tanto tempo che ormai la tua malinconia è solo ed esclusivamente tua; le vite degli altri, anche dei tuoi più cari amici, sono giustamente andate avanti. E sei rimasto da solo, se ne è andato pure il Barbarossa.

(continua)

Il tormentone commerciale dell’estate prossima

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Non bisogna mai dimenticare di concedersi un 20-30% di musica commerciale.
Taylor Swift (fregna), Katy Perry (fregna), Tiziano Ferro (fregnissimo pure lui), Nicky Minaj (ecchevvelodicoafare): è roba che ti tiene in contatto con il mondo reale, con il popolo dei centri commerciali e con gli inestetici adolescenti di oggi; mi corre l’obbligo di ricordarvi che quest’anno diventerà maggiorenne (io scrivo “maggiorenne” ma voi leggete pure “fiocinabile a norma di legge”) gente nata mentre noi ci fumavamo emozionati il primo spinello, eravamo appena usciti pazzi per Manuel Agnelli e sognavamo il giorno in cui finalmente ci saremmo guadagnati LA DEPRESSIONE.

Per l’estate a venire un probabile tormentone sarà questo pezzaccio di FEDER.
Mi è piaciuto subito – del resto per apprezzare il genere non devi fare i settecento ascolti necessari ad allenare l’orecchio a Dvořák – e mentre lo ascoltavo per la diciannovesima volta di seguito è stato naturale chiedersi: perché mi piace in questa maniera smodata dal momento che non ho assunto droghe?
Probabilmente perché ricorda le atmosfere di un film che mi fa uscire di cabeza ogni volta che lo guardo: Frantic, memorabile thriller hitchcockiano girato da Polanski a Parigi negli anni ottanta, con protagonisti quella figa pazzesca di Emmanuelle Seigner e Indiana Jones.
E mi piace così tanto perché potrebbe benissimo essere una citazione di I’ve seen that face before di  Grace Jones, miglior cover ever di Libertango, che appare in una scena centrale del film in cui la Seigner balla ancheggiante e sensuale e io soffro molto.

Dicevamo, Goodbye di FEDER (acronimo di cui si sa poco e niente) è il pezzo è più scaricato della settimana su iTunes Italia e il più virale su Spotify, ha già fatto furore nelle discoteche dell’est Europa con il sensualissimo vocal semi-parlato che caratterizza la dance degli ultimi anni e l’eleganza della base tanguera, si, sto usando parole scelte a caso.
Raghi, ve lo dico, ascoltatevelo ora, prima che vi tormenti gli ossicini dell’udito nella pubblicità estiva della Telecom con Pif che balla ancheggiando sensuale insieme a Indiana Jones.

Florence Foster Jenkins, la migliore cantante peggiore di sempre.

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Qualcuno può dire che non so cantare, ma nessuno può dire che io non abbia cantato.

Iniziare una biografia con la citazione-emblema del personaggio di cui si vuole parlare è poco originale, lo so. Parlare di Steve Jobs cominciando con “Stay hungry, stay foolish” è oramai ridicolo, e sarebbe una sfida inumana scrivere di Winston Churchill senza mai far uso delle sue sentenze clamorose. Questa volta tuttavia è necessario cominciare così, perché mentre tutti sanno chi è il fondatore di Apple, troppi pochi conoscono la storia della migliore peggiore cantante lirica della storia: Florence Foster Jenkins, una donna che superò di mezzo miglio abbondante il confine dell’inarrivabile.

Il 1868 è un anno piuttosto tranquillo, negli Stati Uniti. Si stanno facendo ancora i conti con la guerra di secessione, terminata appena tre anni prima, e si comprende la necessità di un sistema di maggiori tutele per l’uguaglianza delle persone. Il 9 luglio viene ratificato il 14mo emendamento della costituzione americana, che garantisce anche agli schiavi il godimento dei diritti costituzionali, oltre a sancire il concetto di “giusto processo”. Dieci giorni dopo, a Wilkes-Barre, in Pennsylvania, nasce Florence Foster.

Non è una bambina prodigio. I genitori non rimangono esterrefatti davanti alle sue performance al pianoforte. Anzi, il padre, un ricco banchiere, è severissimo e per niente accondiscendente: quando a 17 anni la figlia gli chiederà il permesso di andare in Europa per imparare a cantare nelle migliori scuole di lirica, lui rifiuterà seccamente.

Ma la ragazza è cocciuta. Il suo sogno è diventare una diva del canto e – Santo Dio- lo diventerà. Il padre la ostacola tagliandole i fondi, e quindi Florence comincia a dare lezioni di pianoforte per pagarsi gli studi di canto. Gli anni passano e lei continua a coltivare il suo sogno. Le ambizioni crescono, e con loro la consapevolezza di avere grandi doti che le viene impedito di esprimere. Il padre muore nel 1909, lasciandole un’immensa eredità. Ma, soprattutto, viene a mancare il principale ostacolo alla sua carriera. Certo, la Signora Foster, che nel frattempo si è sposata (e ha anche già divorziato) con tal Dottor F.T. Jenkins, ha oramai 41 anni. Già ai nostri giorni è impensabile credere di farsi una carriera artistica a 41 anni, figurarsi all’inizio del Novecento, quando non esistevano né talent show né mezzi come internet dove ognuno può mostrare ciò che vuole, quando vuole e a chi vuole. Sarebbe comprensibile pensare che i sogni sono finiti e al massimo piangere ciò che si desiderava essere ma non si è diventati a causa di un padre stronzo. Ma non è il caso di Florence Foster Jenkins. Lei voleva diventare una cantante lirica.

Anzi, si rende conto – o meglio, crede – di esserlo già. Per cosa ha studiato così tanto, altrimenti? Così, comincia ad esibirsi nei pranzi tra amici e durante gli incontri ai club che il suo status di ereditiera le permette di frequentare. E gli amici rimangono attoniti. Basiti. Interdetti.

La signora Foster Jenkins non sa cantare.

A pensar bene, è una cagna. Una cagna maledetta. Ma che vuoi dirle, si è tra amici, tutti appartenenti ad una classe sociale altamente educata. “Brava, Signora Jenkins, complimenti! Lei è bravissima.” “Che gentili, grazie. Allora al prossimo pranzo canterò qualcosa di nuovo.” “Ah…eh…sì, sì, ma assolutamente! Non vediamo l’ora!”.

 

Incredibilmente, le persone dei club si rendono conto che davvero non vedono l’ora di assistere all’ennesima, ridicola, performance della Foster Jenkins. Anzi, invitano altre persone. E così lei va avanti a cantare, nei piccoli salottini privati, mentre la gente molto garbatamente trattiene le risate. Nota che gli ascoltatori aumentano ogni volta, e questa è la chiave che libera le sue ambizioni. È ricca, può permettersi di pagare per avere spazi sempre più ampi. Affitta piccole sale da concerto e invita tutti i conoscenti. Gli spazi poi aumentano. Le città si fanno sempre più lontane. È un vero e proprio tour.

Assolda un musicista con un nome improbabile, Cosme McMoon, che l’accompagni al pianoforte. In realtà ne aveva già avuto un altro, ma era stato licenziato perché durante un concerto non era riuscito a trattenersi ed era scoppiato a ridere. McMoon, personaggio ritenuto da alcuni piuttosto torbido, capisce il potenziale della donna, che ovviamente non è nella musica ma nell’intrattenimento. Dirà un giorno il pianista, intervistato:

At that time Frank Sinatra had started to sing and the teenagers used to faint during his notes and scream. So she thought she was producing the same kind of an effect.

Nel 1934 si esibisce con Die Mainacht di Brahms. Sul libretto fa scrivere: “O cantante, se non sei in grado di sognare, non cantare questa canzone.”. Semplicemente perfetto. Intanto arriva anche la benedizione di Enrico Caruso, che non può che dirle: “Non ho mai sentito nessuno cantare come lei”. L’ego di Florence arriva sulla Luna mezzo secolo prima del’uomo. Totalmente priva di orecchio, è sorda alle sporadiche critiche di chi, ascoltandola, si sente comprensibilmente preso in giro. Anzi, rilancia pubblicando un disco. Durante le registrazioni della difficilissima Regina della Notte, tratta dal Flauto Magico di Mozart, si dice preoccupata per una determinata nota. “Mia cara Madame Jenkins” le dice il direttore dello studio di registrazione della Melotone “lei non si deve sentire in ansia per alcuna singola nota.”. Ne venne fuori un capolavoro assoluto.

 

Ascoltando la registrazione Florence dice ai vertici della Melotone, in maniera educata ma convinta, che era una versione indubbiamente migliore di quelle di due prime donne a lei contemporanee, Frieda Hempel e Luisa Tetrazzini. Nel 1941 perderà poi anche l’ansia riguardo ad alcune note complicate a seguito di un incidente stradale in taxi. Grazie allo scontro, in qualche modo, ora riusciva a cantare un FA più alto. Il tassista venne ringraziato con una scatola di sigari pregiati.

Il successo non si arresta mai, ed è un continuo crescendo fino al 25 ottobre 1944 quando la cantante mette piede sul palco del Carnegie Hall, semplicemente la sala per concerti più importante di New York.

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I biglietti sono esauriti in pochi giorni dall’apertura delle prevendite (c’è chi dice “in poche ore”). Apre con alcune canzoni inglesi, e passa subito ad uno dei suoi cavalli di battaglia, la Regina della Notte. Prosegue con autori russi (Rachmaninoff, Tschaikowsky), poi un Puccini e infine la sua preferita, Clavelitos di Valverde. Ora, per comprendere pienamente la potenza dell’intrattenimento, bisogna sapere che Madame Jenkins si presentava in scena in abiti disegnati da lei e studiati per abbinarsi ai brani scelti. Per esempio indossava ali dorate nel costume dell'”Angelo dell’ispirazione”. Oppure, durante Clavelitos, si presentava con abiti della tradizione spagnola e cominciava a lanciare rose verso il pubblico che, ovviamente, andava in visibilio; a quel punto McMoon scendeva dal palco, raccoglieva i fiori e li restituiva alla dama, cosicché potesse fare il bis del brano. Voce stonata, costumi appariscenti, trucco pesantissimo e danze esotiche dalle movenze imbarazzanti. E aveva 76 anni.

 

 

Il pubblico esce entusiasta. Si dice che qualcuno non è in grado nemmeno di terminare lo spettacolo. McMoon testimonia di un’attrice famosa costretta ad uscire perché in preda all’isteria durante una danza del ventre. Il Carnegie Hall viene giù tutto.

I giornali, il giorno seguente, raccontano esattamente quello che era accaduto la sera prima. Esattamente. Ovvero, massacrano la Diva esplicitando, una volta per tutte, che la gente era lì perché le sue performance sono imbarazzanti. Non è una cantante lirica. Non sa cantare. È sostanzialmente un pagliaccio. Forse, in quel momento, Florence Foster Jenkins realizza veramente la caratura della sua arte. Cinque giorni dopo il concerto ha un attacco di cuore. Un mese e giorno dal concerto, il 26 novembre, muore nella sua camera all’Hotel Seymour di Manhattan.

Il manager disse che le cause erano interamente da attribuire alla vecchiaia e soprattutto che era morta con il cuore felice, e viene da pensare che se mai ebbe un sussulto riguardo alle sue capacità, fu solo per un attimo. Come sempre, aveva rigettato le parole dei critici definendoli invidiosi e ignoranti.

Madame Jenkins ha lasciato un segno indelebile nella storia della musica. È un segno celato, come una macchiolina sulla camicia, che magari nessuno nota per giorni interi ma che, una volta vista, rimane sempre davanti ai nostri occhi. E non si lava. Oggi viene celebrata con spettacoli in tutto il mondo, da Broadway all’Italia. Qualcuno le ha scritto una canzone. Katia Ricciarelli nel 2008 portò in scena Gloriosa, uno spettacolo interamente dedicato alla Foster Jenkins. Cantare come lei, ha ammesso la Ricciarelli in un’intervista, è stato difficilissimo. È facile crederlo. E tra qualche mese tutto il mondo, finalmente, conoscerà la sua storia. È infatti in corso la produzione di un film: ad interpretarla sarà Meryl Streep, affiancata da Hugh Grant. Se non mi vedete in giro è perché sono già al cinema, sto scrivendo da lì.

Oggi, quando vediamo il web che impazzisce per Magalli e che la canzone Chocolate Rain ottiene più di 100 milioni di visualizzazioni, ci viene da pensare che l’idolatria per persone chiaramente inette (che, quantomeno inizialmente, pensano invece di non esserlo) sia un fenomeno tipicamente contemporaneo, intrinsecamente legato a Internet. Non è così.  E’ qualcosa di nascosto nell’uomo da secoli, come testimonia la storia di Florence Foster Jenkins. Che voleva diventare una stella della lirica, e lo diventò.

Psycho Killer – The Talking Heads

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Providence, 1974. David Byrne (chitarra) e Chris Franz (batteria), colleghi del Rhode Island School and Desing, formano gli “Artistics” – una band che, già dal nome chiarisce le sue tendenze art-rock. La cittadina del Rhode Island va loro stretta e così l’anno successivo i due amici si trasferiscono in un loft di New York assieme a Tina Weymouth, la ragazza di Chris. Byrne coltiva i suoi interessi artistici, che non si limitano alla musica, ma si estendono al cinema sperimentale e l’arte performativa. Poiché i due ragazzi faticano a trovare un bassista, Chris chiede a Tina se si vuole cimentare con le quattro corde. Anche se le viene indicata come modello la cantante e bassista hard / glam Suzi Quatro, Tina, da autodidatta, forgia un suono decisamente più morbido, influenzato da funk e disco, sviluppando una tecnica tutta sua – suona con il pollice, una specie di slap. Il basso della Weymouth è posizionato principalmente su tonalità medie, “in una frequenza prossima a quella della voce, al fine di non esasperare il gap con lo stridore dello strumming della chitarra di David“. Infatti, mentre nei club di New York impazza il punk dei Ramones con le sue aggressioni sonore, la distorsione e la maniacale ricerca di un’insensata ortodossia rock, il bastian contrario David Byrne scrive ed esegue quasi esclusivamente parti di chitarra ritmica, senza assoli: la sua, di chitarra, deve avere un suono “sottile, pulito e sferragliante. Voglio suonare come una macchina oliata con i meccanismi a vista; niente trucchi nascosti nell’ombra di un suono corposo. Mi sembrava più onesto – anche più artistico”.

Tina Weymouth
Tina Weymouth e il suo pollice

Ora la band si chiama “Talking Heads“, moniker che sintetizza efficacemente lo stile freddo e cerebrale della sua musica: come spiega Weymouth (1) a ideare quel nome era stato un amico, leggendo… la guida tivvù: si tratta di un’espressione usata per indicare il mezzobusto di uno speaker televisivo – un po’ come dire “tutto contenuto e niente azione“. David Byrne ammira Jonathan Richman e i suoi Modern Lovers. I due condividono ironia, temperamento anticonformista e amore per i lati meno scontati della realtà. I Modern Lovers possono essere considerati una versione “solare e positiva dei Velvet Underground. “Immaginate i VU che non cantano pezzi su droga ed oscurità, ma sulla semplice bellezza del mondo“. I Modern Lovers hanno scritto (nel lontano 1972) Roadrunner, un brano che il regista Richard Linklater (2) considera “il primo brano punk in assoluto”, su cui si esercitavano anche i Sex Pistols. Roadrunner (una coupé Plymouth) si basa apertamente su Sister Ray dei Velvet Underground (non a caso fu prodotto da John Cale) e racconta la gioia di essere giovani, al volante di una macchina, con la radio a palla, di notte, pieni di vita e di amore. Racconta John Felice (Modern Lovers) che Richman ogni tanto montava in macchina per farsi un po’ di “vasche” su e giù per la Route 128: si fermava su qualche collina e finiva per commuoversi guardando le torri radio e i fari del porto illuminati. “Aveva la capacità di vedere tutta questa bellezza nelle cose, dove gli altri semplicemente non riuscivano a trovarla“. Come Byrne, Richman scriveva testi di grande ironia ed intelligenza: penso al verso di Hospital, una canzone cui pure non mancano aspetti oscuri, “I go to bakeries all day long / There’s a lack of sweetness in my life” o al divertissement Pablo Picasso, giocata sull’assonanza tra il nome del pittore e l’insulto “asshole”.  Tuttavia, “mentre Richman arricchisce la narrazione con la sua schiva innocenza, Byrne era, per usare un verso di Psycho Killer, un vero cavo sotto tensione – scintille elettriche di nevrosi ed ansia percorrono le vene della sua esperienza lirica. I paesaggi sonori che ne derivano sono mise-en-scène cinematografiche drammatizzate dalla ‘recitazione’ urgente, tesa, animata di Byrne, il quale assume di volta un diverso ruolo di narratore.”

Richman
Jonathan Richman si esercita nella sua stanzetta

A David Byrne e alla sua band, come del resto a Richman, piaceva esibire un look tradizionale, da “giovane repubblicano”(3): i pantaloni eleganti e le Lacoste dei due ragazzi contrastavano apertamente con i look aggressivi delle altre band che, al pari dei Talking Heads, si esibivano al CBGB, il club nato per far esibire gruppi Country, Blue Grass e Blues, ma divenuto culla del punk di New York. Tina Weymouth, con la sua sobria eleganza ed il taglio alla Twiggy completava il quadro: è stata una delle prime donne con un semplice ruolo di musicista (non di cantante o di star) in una band. Un gruppo di giovani perbene, insomma, con un suono educato ed essenziale, caratterizzato da repentini cambi di tempo, dalla predominanza della chitarra ritmica ed influenzato da un lato dal rock anni Sessanta e dall’altra da R’n’B, funk, disco e musica tradizionale africana e brasiliana. Si notava, eccome, la differenza di stile con il protopunk e la sua orgia di cuoio nero, jeans strappati e capelli lunghi. Byrne, che comunque aprì diversi concerti per i Ramones, considerava quello stile infantile e convenzionale: “dal mio punto di vista, molti degli artisti che si esibivano al CB non fanno che perpetuare stancamente gli atteggiamenti romantici del Rock and Roll, il ribellismo e le pose da palco, tutte cose non originali, ereditate da altri. Non ci trovo niente di nuovo. Sono solo versioni più sciatte dei Rolling Stones.”

Anche nei testi della canzoni dei Talking Heads si parlava molto poco dei topoi “classici” della cultura rock (sesso, sballo, amore, contestazione): oggetto delle elucubrazioni di Byrne erano piuttosto impiegati pubblici (Don’t Worry About the Government),  genitori e figli (Pull Up), libri ed ambizioni borghesi (The Book I read), la carta (ed in particolare all’espressione “sulla carta”, ovvero “in teoria” – “I had a love affair, but it was on paper“, Paper), gli animali (“Animals think they understand / Most of them are a big mistake / Animals want to change my life /I will ignore, I don’t know such place”), l’aria (“Air can hurt you too, air can hurt you too“), il terrorismo (“Life during Wartime“), il paradiso (“A place where nothing happens“).

La loro prima esibizione al CBGB è del 5 giugno del 1975: aprono per i Ramones: il trio (Byrne, accompagnato da una chitarra acustica, Frantz e Weymouth) esegue una versione molto scarna di Psycho Killer, con arrangiamento e testo diversi da quelli definitivi. “La band suona come un incrocio tra i Modern Lovers e i Television, al netto delle staffilate chitarristiche di questi ultimi: canto strozzato, linee di basso rudimentali, batteria marziale di impostazione soul suonata come dal tamburino di una banda militare” (4). A Seymour Stein piacciono subito, al punto che li accoglie nella sua Sire Records (etichetta famosa per aver intercettato il montante fenomento punk americano). I Talking Heads passano tutto il 1976 a provare e marzo dell’anno successivo la line-up viene arricchita con l’entrata del tastierista / chitarrista Jerry Harrison, ex Modern Lovers. A febbraio 1977 esce il singolo, Love -> Building on fire – che si trova solo nelle edizioni De Luxe di 77 e nella raccolte. La canzone già esprime i tratti quintessenziali dei primi Talking Heads: inizia con un canto di uccellini su un semplice motivetto alla tastiere, proseguendo con un intreccio di due chitarre (ritmica e acustica); poco dopo il minuto entra il sax e dal bridge in poi il pezzo è influenzato dal rythm & blues “classico” (alla Wilson Pickett). Su questa riuscita combinazione di musica bianca e nera, “classica” e tradizionale, David Byrne dà libero sfogo alla sua nevrosi con versi enigmatici: “Quando il mio amore / è vicino al tuo amore / non riesco a definire l’amore / quando non è amore“. E quando si tratta di trovare un’allegoria per questo stralunato duplice non-amore, Byrne pensa bene di ravvisarla in un edificio… in fiamme.

A differenza degli altri due singoli dall’album 77 (il R’nB Uh Oh Love Comes to Town e Pulled Up), Psycho Killer fu un successo e, complice anche la casuale coincidenza degli assassini e dei ferimenti perpetrati tra il 76 e il 77 da David Berkowitz (Son of Sam), diviene rapidamente l’inno di una generazione di studenti. Il brano è caratterizzata dal ritmo insistente, dallo staccato di chitarra e da una delle parti di basso più semplici e caratteristiche della storia del rock. Byrne indossa qui la maschera di un serial killer, anche se, poiché i suoi crimini non vengono descritti, non è chiaro se si tratti della narrazione di un autentico criminale o delle fantasie distruttive di una personalità nevrotica. Le prime tre strofe sono in prima persona e descrivono una situazione di disagio psicologico – incapacità di accettare la realtà e insonnia. Il ritornello mescola frasi in francese (“Che cosa è”), il “fa fa fa” preso di sanapianta da Sad Song di Otis Redding – che potrebbe essere anche “far better” (molto meglio) pronunciata da un balbuziente, con l’invito a scappare. L’uso della lingua straniera ha un effetto straniante e potrebbe indicare una possibile schizofrenia oppure un atteggiamento pretenzioso e piccolo borghese con cui il nevrotico cerca di fare colpo sul prossimo esibendo la sua presunta cultura. Le strofe successive. coniugate alla seconda persona, descrivono i comportamenti che irritano il protagonista fino a condurlo a pensieri omicidi, quali:  iniziare una conversazione senza essere in grado di concluderla, parlare continuamente senza dire nulla, ripetere ossessivamente le stesse cose. Suona familiare? Segue il bridge, anche questo in francese: “ciò che ho fatto quella sera / realizzando le mie ambizioni / io mi lancio verso la gloria”. Potrebbe riferirsi ad un crimine che soddisfa i desideri perversi di un serial killer nonché il suo narcisismo malato; come della positiva conclusione di una situazione romantica. Come spesso accade nelle canzoni dei Talking Heads, la cifra caratterizzante è quella dell’ambiguità e del distacco: vi si trovano suggestioni, più che certezze, pennellate anziché ritratti realistici. La canzone si conclude con una critica sociale (“siamo vanitosi e ciechi”) e con un’altra causa di pensieri omicidi: la maleducazione. La combinazione ambigua di gentilezza, ironia e pensieri (o atti) criminali rendono questa canzone particolarmente misteriosa ed irrisolta. Se il suo archetipo è quasi certamente il Norman Bates di Psycho (a cui peraltro Byrne assomiglia leggermente), la sua incarnazione cinematografica più immediata è Hannibal Lecter – da non dimenticare il fatto che la band preferita di Patrick Bateman (protagonista di American Psycho di Easton Ellis) sono proprio i Talking Heads.

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Perkins vs. David Byrne – e poi vi domandate perché Psycho Killer?

Nota: quasi tutto quello che ho scritto è influenzato dalla versione britannica del magnifico “Rip It Up and Start Again: Postpunk 1978-1984”  di Simon Reynolds (2006), che contiene un illuminante capitolo tutto dedicato ai TH.

(1) Note di copertina di “Popular Favorites 1976-1992: Sand in the Vaseline”

(2) Regista tra gli altri di “School of Rock”

(3) Stephen Demorest su Rolling Stone (1977)

(4) Love Goes to Buildings on Fire: Five Years in New York That Changed Music Forever di Will Hermes

Hurt – Nine Inch Nails

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Provincia. Periferia di provincia. Periferia psichica. La periferia di una ragnatela che disinnesca ogni tipo d’approccio. Buco del culo del mondo. Sentirsi addosso un drone ossessivo che ti condanna. L’inflessibilità di miliardi di porte chiuse e sbattute in faccia. L’inaccessibilità di una qualche via d’uscita. L’irrequieto e mai accettato tornare a casa con un pugno di mosche in mano. L’aria che manca. La solitudine che succhia il sangue, certe giorni, certe sere. Vergognarsi di tutto questo.

Per non sprofondare nell’angoscia, raccontarsi di giorni migliori futuri, che questo sia un allenamento per diventare più forte. Consapevole che l’allenamento sarebbe diventato la cosa più crudele, si sarebbe cioè trasformato in abitudine. E sempre più spesso il piano sequenza che ti avvolge in una cucina vuota, a fissare il silenzio, i piatti sporchi, il frigorifero, le mattonelle.

In questa zona della tua esistenza che ad un certo punto si installa The Downward Spiral dei Nine Inch Nails (NIN), uno degli album che più ti appartengono visceralmente e che senti di crocifiggerti addosso più eterno di un tatuaggio. Perché sai che c’è una parte di te che è stata amputata o non c’è mai stata. Ma sai, o meglio scopri, che quella roba che non sai come risolvere, non ce l’hai solo tu. In una parte più remota del pianeta, in un altro buco del culo del mondo, nella periferia più isolata di un’altra ragnatela, c’è qualcun altro che quella condanna da suicidio assistito la sta scontando quanto te. E questo non è poco. Questo non risolve un bel niente. Ma ti porta un po’ di ossigeno.

Perché quando parliamo di Hurt non ci riferiamo alle cover più o meno imborghesite ed edulcorate di David Bowie, Johnny Cash, Eddie Vedder e Leona Lewis (tutte comunque bellissime). E neppure delle versioni più recenti che Reznor ha proposto live trasformandola da enigmatica confessione in hit ‘necessario’ da ammannire a legioni di  groupie e giovanotti pronti ad indossare un malessere esistenziale posticcio come una felpa da preppy.

No. Qui stiamo parlando dell’ultimo brano di The Downward Spiral, terzo lavoro in studio e capolavoro assoluto dei NIN. L’album esce a marzo del 1994 e, sorprendendo tutti, anche Trent Reznor, diventa un immediatamente un successo (quattro milioni di copie vendute nel solo anno di lancio). Fino ad allora si riteneva inconcepibile il fatto che un disco decisamente lontano dai canoni ufficiali del mainstream potesse vendere più di una manciata di dischi, collocati principalmente presso parenti ed amici. Il successo di The Downward Spiral dimostra che esiste un pubblico nutrito molto ben disposto verso la musica di derivazione industrial – si tratta principalmente di giovani che vivono in grandi città e per nulla intimoriti da suoni anche molto abrasivi e da lyrics infette, traboccanti alienazione e disperazione esistenziale. Lo stesso Reznor, in un’intervista a Rolling Stone, racconta:”quando è uscito The Downward Spiral, ho detto a quelli dell’etichetta: ‘Sentite – mi spiace, ma non credo che qui dentro ci sia anche un fottuto singolo [Ne vennero fatti invece uscire ben quattro, invece, ovvero March of the pigs, Closer, Piggy e Hurt – NdR). Credo che non venderà un cazzo, ma questo album l’ho dovuto fare, perché rappresenta bene quello che sono in questo momento; ci credo al cento per cento. Solo mi rincresce che non contenga niente tale da giustificare il denaro che mi avete dato per farlo. E poi invece esce Closer, e d’un colpo l’album vende 2 o 3 milioni di copie. Mi ha sorpreso perché – non vorrei sembrare altezzoso, ma proprio non pensavo che la gente lo capisse, sai?”.

Reznor scrive, suona quasi tutti gli strumenti a parte la batteria, produce e mixa, coadiuvato da professionisti del calibro di Mark Ellis, Aka Flood (U2, Depeche Mode, The Smashing Pumpkins), Adrian Belew (chitarrista per Frank Zappa, Bowie, Talking Heads e King Crimson), Chris Vrenna (Marilyn Manson), Stephen Perkins (Jane’s Addiction) e Sean Beavan (ingegnere del suono e produttore di Guns N’ Roses, Marilyn Manson, God Lives Underwater e Slayer). Trent si installa con l’allegra combriccola in una grande casa al 10050 di Cielo Drive a Benedict Canyon (Los Angeles), ignorando a quanto pare che è stata teatro del brutale omicidio di Sharon Tate e dei suoi amici per mano della banda di pazzi capitanati da Charlie Manson. La leggenda vuole che la scritta “Pig” sulla porta di casa, vergata da uno degli assassini, sia ancora visibile a dispetto dei numerosi strati di vernice quando Reznor e C. la occupano – per la cronaca la Trent la smonterà e la farà risistemare nei suoi nuovi Nothing Studios di New Orleans.

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10050, Cielo Drive, la casa di Sharon Tate (è stata demolita)

La mansion, ribattezzata studio “Le Pig” viene riempita di strumenti di ogni genere: console, sampler, minimoog, sequencer, drum machine, un mellotron appartenuto a John Lennon, un bel numero di chitarre Jackson e Gibson. Reznor è in piena crisi esistenziale e creativa, ascolta a nastro Low di David Bowie (un disco in cui “Bowie ha esorcizzato i suoi demoni realizzando una musica pacata ma allo stesso tempo intensa”) e The Idiot di Iggy Pop (pare sia l’ultimo disco ascoltato da Ian Curtis prima di impiccarsi). Assieme a Chris Vrenna affitta film dai quali estrae sample che trasforma in paesaggi sonori, droni, e hook di synth. Il processo creativo è discontinuo e un po’ caotico: Trent gira per la casa alla ricerca dell’emozione giusta – quando arriva il momento, “il Vietnam” lo chiamano, deve trovare un microfono entro un minuto e mezzo, altrimenti esce dalla stanza, e con lui se ne va anche l’ispirazione.

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Trent lavora così…

Spesso comincia a vocalizzare sulla base di un sample di batteria – è così che nasce ad esempio Closer, ovvero partendo dal campionamento della grancassa di Nightclubbing di Iggy Pop. “Il 99% delle cose che facciamo finisce nell’hard drive di un computer, e solo dopo innumerevoli rielaborazioni, trattamenti, taglia-e-cuci, finisce su nastro”. Spesso Reznor registra parti di chitarra da 20 / 25 minuti, da cui finisce per estrarre solo alcuni segmenti, gettando via il resto. Si stanca rapidamente, e allora passa ore ai videogiochi, riemergendo fresco e riposato, pronto per una nuova sessione.

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Sean Beavan è un bravissimo ingegnere del suono, ma ha pessime frequentazioni, come potete constatare.

L’album

The Downward Spiral è “un concept album sul controllo: dominazione fisica, sesso come forma di controllo, schiavitù mentale: in ogni relazione umana, qualcuno vuole prendere il controllo, io lo so, voglio affrontare questa cosa, la voglio mettere in discussione. Non so perché sia così, ma ogni volta che mi viene detto che non posso fare qualcosa o di farla in un certo modo, io voglio saperne le ragioni. Mettiamola così: [nella vita] sono [come] uno che al lavoro rende poco, non perché non lavori sodo, quanto perché gli ordinano di fare un mucchio di cazzate“.

A mettere subito in chiaro in che tipo di inferno dantesco si ritrovi l’ascoltatore arriva il brano iniziale, Mr. Self Destruct, introdotto dal sample di una scena di tortura presa da THX 1138 di George Lucas (L’uomo che fuggì dal futuro); segue una devastante cacofonia di riff di chitarre, sfrenati percussionismi digitali e rumorismi industriali. Il bridge, invece, è melodico, canto pulito su basso e tastiere. Questo alternarsi di violenza e dolcezza è in effetti la cifra stilistica più caraterizzante dell’arte di NIN, ed in particolare di questo album. Tale alternanza si adatta perfettamente agli scopi espressivi del concept Downward Spiral: una discesa a spirale verso il nichilismo e le pulsioni autodistruttive, discesa inesorabile, ma lenta ed intervallata da brevi sprazzi di umanità. Il protagonista di Mr Self Destruct si trova a fare i conti con quella “voce nella sua testa”, così come con il sesso, la religione, la droga e la violenza – tutte forme di controllo. Ma il problema è che la voce nella testa lo spinge proprio “dove desidera andare, gli dà tutto quello che deve sapere, lo trascina verso l’abisso e lo usa”. Infatti, il seme della rovina dell’uomo risiede nelle sue stesse pulsioni.

Sui loop di chitarra e rumorismi di Mr Self Destruct viene introdotta Piggy, un pezzo quasi jazzy, scandito da un portentoso loop di batteria e da una linea di basso semplice ed efficace. Piggy è l’amante del protagonista, che lo ha lasciato, perché “bisognosa di novità”. L’ultimo argine che tiene insieme l’uomo, l’amore, è abbattuto, e ora egli è libero, anche se nel modo più pericoloso: “Nothing can stop me now / ‘Cause I don’t care.” Il rutilante crollo di tutte le certezze è ben commentato dal crescendo di batteria che pian piano si conquista il suo spazio in totale autonomia con il beat primario del pezzo – la leggenda vuole che questa parte ritmica sia soundcheck fatto da Reznor in studio.

La prima vittima del percorso di liberazione / autodistruzione è Dio. Heresy è un grido di rabbia e di dolore diretto contro la divinità e contro gli uomini che l’hanno creata (“si sono cuciti gli occhi perché hanno paura di guardare in faccia la realtà, hanno confezionato delle risposte per smorzare la mia curiosità, hanno sognato un Dio, e lo hanno chiamato Cristianesimo“). Per una divinità che “ha fabbricato” un virus in grado di ammazzare tutto il gregge (l’AIDS),  che domina sul suo regno con l’omicidio e la sofferenza e che si compiace di atti di devozione atroci, non si può che provare odio. Per questa ragione nel 1994 la morte di Dio proclamata Nietzsche poco più di un secolo prima lascia indifferenti (“God is dead and no-one cares”).

March of the Pigs, con le sue metriche insolite (tre in 7/8 e una in 4/4, con ritornello in 4/4) e il ritmo indiavolato tra speed metal e techno, esprime la rabbia di Reznor nei confronti di tutti quelli che lo coccolavano quando era solo un brillante giovane musicista underground e che hanno preso ad “augurargli il peggio, plagiarlo e tentare di usarlo” non appena ha cominciato a vendere qualche disco.

Ed è la volta di Closer, un pezzo basato su un semplice beat disco con riflessi black ed industriali, scandito dal romantico ritornello “I wanna fuck you like an animal” (che inizialmente a Trent non piaceva perché troppo trito). Qui il sesso viene visto nella sua dimensione di dominio / controllo: non è congiungimento carnale tra esseri consenzienti, ma ad un tempo fuga dalla realtà (“help me get away from myself“) e strumento per mettere in atto la narrazione di un dio che usa violenza alle sue creature. “Mi hai concesso di profanarti, penetrarti, complicarti“, sussurra soavemente Trent all’amante. La sottomissione dell’altro diventa rappresentazione rituale dell’abuso sistematicamente perpetrato sull’uomo da questo cattivo demiurgo: ecco perché nell’atto sessuale l’uomo si sente quasi come Dio (“closer to god“).

La rivolta continua con Ruiner, altro durissimo attacco alla divinità cui qui Reznor si rivolge con l’epiteto di “distruttore”, “untore” (ancora riferimento all’AIDS), in grado di “servire merda alle sue mosche”, ladro d’anime. Come in Closer, anche qui l’aggressione del demiurgo assume connotazioni sessuali: di qui i (solo apparentemente incongrui) riferimenti fallici: “how did you get so big? / how did you get so strong? / how did it get so hard? /how did it get so long?”.

Sistemato Dio una volta per tutte, il protagonista viene liberato della sua morale e dalla sua umanità: è di questo che si parla in The Becoming. La defenestrazione del dio creato dall’uomo non produce una nuova rifondazione di valori, solo macerie. Non c’è più dolore, certo, ma con esso è svanita ogni parvenza di anima, sostituita da circuiti elettrici (“all pain disappears it’s the nature of my circuitry / drowns out all I hear there’s no escape from this my new consciousness“). La disumanizzazione è avviata, ma non completa: al pestare furioso di suoni e rumori industriali, infatti, si interpongono in felice distonia parti di chitarra acustica e cantato pulito; addirittura viene invocata una certa “Annie”, cui l’uomo chiede di essere abbracciato più forte – teme infatti di scivolare nel baratro – quello che egli stesso ha scavato.

L’uomo continua a resistere in I Do Not Want This, con il suo incipit malinconico e morbido e la sua melodia cui si interpongono urla disperate e esplosive deflagrazioni chitarristiche. Una diatriba che si conclude con un messaggio superomistico: “I want to know everything / I want to be everywhere / I want to fuck everyone in the world / I want to do something that matters“. Ma la volontà di potenza del nuovo uomo depurato dalla fede e dalle emozioni non è altro che A Big Man With A Gun. Quel desiderio di mettere in atto il controllo divino sull’uomo diventa possibile, non più e non solo con la mediazione del sesso, ma con anche attraverso la violenza. L’uomo non usa la sua rinnovata libertà per dotarsi di una nuova morale: preferisce abbandonarsi a fantasticherie violente nelle quali terrorizza il prossimo puntandogli contro la sua pistola e costringendolo a succhiarla come un fallo di acciaio.

In A Warm Place l’uomo si rende conto di come la sua umanità sia svilita e di come la sua condanna del distruttore lo abbia infine trasformato in qualcosa di molto simile al nemico: è una ballata strumentale dolce e triste, un clone di Cristal Japan di David Bowie, che a quanto pare non se l’è presa troppo per il plagio. I sentimenti dell’uomo in questa fase della discesa agli inferi vengono chiariti nella successiva Eraser. Con la consueta dinamica bipolare, vengono dapprima descritte le varie forme di interazione dell’uomo con il suo prossimo  (Ho bisogno di te / ti sogno / ti trovo / ti assaggio / di scopo / ti uso / ti lascio delle cicatrici / ti distruggo) e la conseguente cupio dissolvi dell’uomo (lascia che mi perda / odiami / distruggimi / cancellami / uccidimi / uccidimi …). Ormai l’obiettivo del viaggio è chiaro: farla finita. Ma ancora manca il coraggio di agire – per questo l’uomo invoca la fine per mano di un altro.

A questo punto l’uomo si concede un rapporto sessuale con una prostituta, o comunque con una donna similmente indifferente (non a caso viene definita Reptile). Non si possono immaginare immagini più poeticamente decadenti: il sesso squadernato di questa donna è un ricettacolo di insetti, traboccante i liquidi organici di migliaia di altri uomini: “Devils speak of the ways in which she’ll manifest / Angels bleed from the tainted touch of my caress“. Quest’ultima degradante esperienza è l’autostrada verso i pensieri più autodistruttivi. A Downward Spiral si apre con caos di ronzare di mosche e rumori meccanici, cui si sovrappone, in un arrangiamento semplificato, la melodia di Closer e l’apparente rumore di una persona che dorme, insieme a campionamenti di archi presi da chissà dove. Intorno ai due minuti dall’inizio, la canzone inizia a prendere una forma: sullo sfondo di urla di Trent Reznor e di potenti riff di chitarra e note di piano registrati come se fossero dietro ad una parete isolante, lo spoken word di Reznor beffardamente nota come il suicidio che qui rappresenta simbolicamente a sé stesso sia alla fine incredibilmente semplice: “A lifetime of fucking things up fixed in one determined flash” – il flash è quello prodotto dal colpo di pistola.

L’album si chiude con Hurt, pezzo toccante ed enigmatico, legato alle canzoni precedenti come una placenta. Hurt contiene riferimenti espliciti alla dipendenza dalle droghe e all’autolesionismo – il dolore come ricerca di senso in un individuo anestetizzato, piazzato sulla sua “sedia da bugiardo” a contemplare i suoi pensieri difettosi ed impossibili da recuperare. Quello che ha da offrire quest’uomo lesionato (hurt) è un impero di polvere, e l’amore che lo lega alla tenera amica non gli impedirà di farle del male e di abbandonarla. Eppure il messaggio finale è positivo – o sono talmente provato dalla nera disperazione e dai contorsionismi autolesionisti di The Downward Spiral che non posso fare a meno di vedere uno sprazzo di luce al termine di questo cunicolo umido? In fondo, anche dovendo ricomiciare “a mille miglia da qui”, continuerebbe a voler essere sé stesso pur non sapendo come venire a capo della propria natura (auto)distruttiva. Ma sono sempre possibili intepretazioni meno benevole: dopo i pensieri suicidi, che paradossalmente rappresentano la tutela malata di un umanesimo corroso, l’individuo si sottopone al dominio in una sorta di stato vegetativo semicosciente. Una voce dal coma quella che racconta Reznor, il quale con questo album magistrale tenta di liberarsi dei suoi traumi di bambino abbandonato a Mercer, in Pennsylvania, e da quelle ‘infezioni’ sociali che lo porteranno a comprare una Porsche d’argento per sperare di fare una fine alla James Dean (“non crediate che l’abbia comprata per portare modelle alle prime cinematografiche“).

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