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Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Nel 1976 succede che sull’isola di Guadalupa, nelle Antille francesi, c’è un vulcano, detto “La Soufrière”, che minaccia di eruttare.

Cioè, non è che minaccia. Roba de Pompei.

Tutti si guardano in faccia: niente, tocca evacuare.

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Sembro tranquillo, eh? Infatti.

75000 persone circa devono abbandonare le proprie case, per spostarsi non sanno ancora bene dove. Una bella seccatura, certo, ma in previsione di quello che stava per succedere è un rischio che non si può proprio correre.

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Zio H. sta lavorando al montaggio di Cuore di Vetro, quando apprende la notizia: in seguito all’evacuazione dell’isola suddetta, c’è un contadino che se ne frega altamente di quello che succederà al vulcano e che decide di “io sono nato su quest’isola e morirò su quest’isola”.

Ed Lachmann e Jörg Schmidt-Reitwein, i suoi operatori di fiducia, si voltano: hanno sentito il rumore di Herzog che si alza dalla poltrona e getta il quotidiano che stava leggendo a terra, in modo molto, troppo teatrale.

“Cosa succede, Werner?”

“Fate i bagagli, ragazzi! Si parte per l’isola di Guadalupa!”

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“I WANT YOU to join ecc. ecc. daje rega’ zainetti e telecamera in mano che ci aspettano i lapilli!”

“Eh?”

“Werner, stiamo montando Cuore di Vetro, non è che possiamo lasciare il lavoro a metà perch-”

“C’è un vulcano che sta per eruttare.”

“Motivo in più per rimanere a casa.”

“Sì, ma c’è questo contadino che rifiuta di andarsene con gli altri!”

“Si vede che sa quanto costa un affitto fuori dalle Antille francesi.”

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“Confermo che un affitto in centro a Parigi è veramente ‘na roba spaventosa. Poi calcola che c’ho il gatto, che faccio, lo lascio qui? E dai.”

“Non dite idiozie! Si parte domani all’alba.”

Herzog abbandona la stanza tutto felice.

Jörg Schmidt-Reitwein si volta verso Lachmann: “Ed, dalla prossima settimana prima di fargli leggere il giornale, a turno ce lo scorriamo tutto e tagliamo via le notizie sulla gente eroica o cose del genere, ok?”

“Ci sto.”

Herzog e due non troppo convinti Lachmann e quell’altro col nome difficile e non mi va di fare copiaincolla partono per Guadalupa, rischiando di morire sotto il magma e robe simili.

Ed chiede a Werner: “Cosa succede se il vulcano erutta?”

“Uh… beh, moriamo. Cosa vuoi che succeda?”

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“Rega’, ma quella è lava?” “Io te l’avevo detto che era una pessima idea.”

Non si portano nessun altro perché nessun  altro avrebbe accettato un tale rischio. Calcola che stai su un’isola evacuata, eh.

Intervistano i contadini rimasti (alla fine erano tre), si fanno i giretti per la città e trovano uno scenario post-apocalittico, con le strade vuote, i maiali che banchettano nelle case e le televisioni ancora accese.

Herzog è contentissimo, gli altri due un po’ meno ma alla fine gli vogliono tanto bene.

In 10 giorni zio H. e compari raccolgono il materiale necessario per far sì che di quell’isola condannata rimanga un ricordo significativo.

Poi però succede che il vulcano in realtà non erutta.

75000 persone tornano nelle loro case (e spengono la televisione), visibilmente sollevate, e Herzog ci rimane malissimo perché “adesso pare tutto finto. Oh, io c’ho rischiato la vita.”

 

JJ

Her, ovvero un film sulla solitudine

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Può darsi che, come scrive Christian Raimo su Il Post, sia un film da carini. Può darsi quindi che, essendomi piaciuto, sia anch’io “carino”. Può darsi.

Più sicura è invece la piacioneria del regista Spike Jonze, che butta sullo schermo ogni due per tre aviatorie panoramiche di una città futuristica e piaciona pure lei.  Più sicura è l’andatura grottesca della storia d’amore tra Theodore, un Joaquin Phoenix hipsterissimo, e Samantha, un sistema operativo con la voce di Scarlett Johansson capace di interagire quasi umanamente. Più sicura è la costante presenza di musica “carina”; ed è vero che si ha troppo spesso l’impressione che si tratti di civetteria paracula piuttosto che di completamento cinematografico.

Ma c’è un ma. Perché tra tutte le certezze Raimo ne ha scelta una, la più semplice, la più visibile e spendibile: Her è un film che pretende di raccontare il nostro rapporto con la tecnologia. Che fa leva su quel quasi associato a quell’umanamente. E così sulla contemporaneità di un futuro prossimo – approssimato forse per eccesso forse per difetto – in cui uomini e donne si parleranno sempre meno e consegneranno il tempo dei sentimenti non più ai loro simili ma a macchine sofisticatissime. Raimo ha scelto di prendere questa certezza e di farne motivo di critica. Cioè di sbeffeggiare il presunto messaggio morale del film: se continuiamo a non parlarci, finiremo con l’innamorarci di un OS. In questo modo la presunta banalità imbellettata è pulita di ogni intento antropologico; e il critico può farsi le pippe sulla sua capacità di smascherare la vuotezza. Tutto facile. Tutto bello.

In Her la tecnologia – o meglio: il rapporto degli esseri umani con la tecnologia – sembra essere inequivocabilmente l’elemento chiave. La vediamo, la sentiamo, persino la riconosciamo. Di primo acchito, sembra quindi avere ragione chi vuole denunciare una denuncia narrativamente così scontata. Come dargli torto? L’espediente è banalotto.

Eppure, a pensarci bene, c’è dell’altro. Ad andare un poco più in fondo nella riflessione, senza farsi dettare la critica dalla visibilità – che cosa sciocca -, sembra esserci una antropologia più acuta nel film. La tecnologia, certo,  ma anche la solitudine. È questo il mio ma: la solitudine.

Nelle ultime righe del suo libriccino Non luoghi, l’antropologo francese Marc Augé scriveva che “Ci sarà dunque posto domani, o forse, malgrado l’apparente contraddizione dei termini, c’è già posto oggi per una etnologia della solitudine”.  L’apparente contraddizione dei termini sta nel fatto che l’etnologia dovrebbe occuparsi sì dell’individuo ma nella sua dimensione sociale, collettiva, interattiva; mica del suo essere e sentirsi solo.

Ebbene, Augé già nel 1992 ci raccontava la necessità di ripensare il nostro approccio alla questione. Non poteva certamente immaginare che sarebbero arrivati gli smartphone; ed ancor meno figurarsi che un giorno potrebbero arrivare sistemi operativi con la voce sensuale della Johansson. Quel che però sapeva, ed ormai sappiamo pure noi, è che l’individualizzazione dei riferimenti e dei sentimenti era un processo in atto e che bisognava tenerlo d’occhio.

L’incapacità del protagonista Theodore di accettare il casino esistenziale della sua ex moglie, il tentativo dichiarato di cambiarla, il desiderio di volerla a suo piacimento sono fatti che c’entrano con la questione di cui parla Augé. C’entrano nella misura in cui costringono lui e noi alla delusione, all’inadempienza dell’altro rispetto al ritratto macchiettistico a cui vorremmo egoisticamente ridurlo. E quindi costringono lui e noi alla solitudine. Perché Theodore viene lasciato per via della sua chiusura, del suo silenzio su quella delusione, su quell’inadempienza. Non c’entra proprio niente la tecnologia. C’entra la volontà di essere assecondati e capiti e amati senza riserve. È per questo che un sistema operativo, al netto di Scarlett Johansson, diventa lo strumento apparentemente perfetto per saltare la solitudine senza rinunciare all’ego: un sistema operativo può incredibilmente imparare ad amarti ma mica può smettere, è al tuo servizio. È perfetto. 

E invece (spoiler) non solo può smettere ma può anche svelarti che, in un preciso momento, sta interagendo con altre migliaia di persone e sta addirittura amandone qualche centinaia. Manco un sistema operativo può quindi garantire la realizzazione di un progetto sentimentale a senso unico. Manco quello può risparmiarci la solitudine.

Her, Lei, qualsiasi Lei, se non ci si smacchia l’ego, non può essere più che un viatico. In questo senso, la tecnologia, come la carne e le ossa, è soltanto uno degli strumenti possibili per mettere in atto quel viatico. Niente più che un analgesico pronto all’occorrenza, come può esserlo un compagno che dice di amare proprio te e solo te. Ma certamente  più funzionale alla smania dell’autocompiacimento.

Ecco, questo mi sembra il vero messaggio del film: possiamo usare qualsiasi supporto ma, se non impariamo la nostra solitudine, se non impariamo a dirla e a considerare quella dell’altro come qualcosa di necessario, rimarremo inesorabilmente soli.

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Nel 1978 a Errol Morris, un giovane regista esordiente, viene presentato Werner Herzog.

Herzog è già piuttosto lanciato, coi suoi film: ha realizzato, fra i tanti, Cuore di Vetro, film in cui tutto il cast era sotto ipnosi (galline comprese), Aguirre, furore di Dio, il primo con Kinski, La Ballata di Stroszek e Nosferatu, il principe della notte.

Insomma, è più o meno sulla cresta dell’onda.

Morris è uno studente di cinema, incontra zio Herzog e, comprensibilmente, rimane affascinato dal personaggio.

Herzog è tutto ciò che non è lui: un regista realizzato, che ha fatto affidamento solo sulle sue qualità e la sua forza di volontà.

“Non riuscirò mai ad essere come te, Werner. Io sono solo uno studente di cinema con tante speranze.”

Herzog sospira.

“Errol, noi tutti abbiamo dei sogni, ma solo pochi di noi hanno il coraggio necessario per realizzarli. E poi avanti… essere un regista è facile, tutti possono farlo!”

“Ma tu parli perché già sei diventato quello che sei!”

“Ragazzo, il mio primo film l’ho fatto con due soldi. Due. E sai come mi sono procurato la telecamera per girarlo? L’ho rubata.”

“L’hai… cosa?!”

“Beh, dopo l’ho restituita.”

“Ok, d’accordo, mettiamo che sia pure così. Il problema è che io non… ecco… non so nemmeno da dove cominciare!”

“Beh, che diamine, prendi la telecamera e parti! Va’ a filmare le scimmie nella Foresta Amazzonica, gli scorpioni nel deserto… insomma, fai tu!”

“Non… non è così facile come sembra. Vedi..”

“Queste sono scuse. Sono solo stupide scuse. A questo punto credo che il tuo problema sia un altro.”

“Sarebbe a dire?”

“Probabilmente non sei in grado di fare il regista.”

“Come?”

“Mi hai sentito. Sono sicuro che non riusciresti a fare un film nemmeno se avessi un budget illimitato donato dalla 20th Century Fox in persona. E che io sia dannato se mi smentisci. Anzi, ricordi come Rockerduck dice sempre di volersi mangiare il cappello? Bene, se riuscirai a fare un film, giuro che mangerò una scarpa.”

“Una scarpa..?”

Les Blank, regista e amico di Herzog, è presente a tutta la conversazione. Divertito dalla scommessa, decide di fare da testimone al fatto.

“Werner, questo è il momento più bello della nostra giornata: se dovesse accadere, posso filmarti?”

“Va bene… tanto questo sbarbatello non ce la farà mai.”

Ottobre 1978: esce “Gates of Heaven”, primo film di Errol Morris.

Aprile 1979: Werner Herzog, di fronte a una platea di gente divertitissima, mangia una scarpa “di pelle, perché solo un codardo avrebbe onorato la scommessa con una scarpa di tela.” [sic]

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Cosa avrei dato per esserci.

Agli amici che gli suggeriscono di non mangiare la suola, che magari fa male, Herzog risponde “Sono sopravvissuto a tanto di quel KFC che una scarpa non mi farà alcun male.”

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“…’no sguardo de tabasco, du’ cipollette…”

12/2/1980: Al Festival di Berlino viene proiettato “Werner Herzog eats his shoe”, documentario firmato da Les Blank, in cui zio Herzog mangia una scarpa cotta per 5 ore in una pentola.

“Giulia, ma tutta questa storia è improbabile, dai, come..”

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Eddai, su.

 http://www.dailymotion.com/video/xl61of_werner-herzog-eats-his-shoe_shortfilms

 

 

JJ

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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E’ il 2006, siamo a Los Angeles, e il critico cinematografico della BBC Mark Kermode sta intervistando Herzog su una terrazza panoramica.

I due parlano di tante cose, ma in particolare di Grizzly Man, straordinario documentario di zio Herzog sul quale vorrei aprire una piccola parentesi interna all’aneddoto, poiché merita davvero un po’ di spazio.

Grizzly Man racconta la storia di Timothy Treadwell, un ambientalista che, dal 1990 al 2003, ogni singola estate soggiornò nel Grizzly Maze, in Alaska, nella riserva naturale di Katmai. Treadwell prendeva la sua telecamera, la sua tenda e si metteva per tre mesi nel parco, a studiare i suoi orsetti. Si filmava mentre parlava di sé, degli orsi, delle volpi e di mille altre cose.

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“Occhio che dietro c’hai… ah no, giusto.”

Era un personaggio particolare, Treadwell, un uomo scampato all’alcolismo, che aveva trovato nei grizzly una sorta di nuova famiglia, un modo per evadere da una realtà che gli stava parecchio stretta. Li proteggeva, diceva lui, oltre che studiarli. Va detto che Treadwell non hai mai preso un soldo bucato per questa attività, eh. Insomma, era uno che “gli animali sono meglio delle persone”.

Solo che nel 2003 lui e Amie Huguenard, la fidanzata che ogni tanto lo accompagnava, incontrano un grizzly che non è proprio contentissimo di trovarli nel loro habitat, e quindi se li mangia. Eggià.

La parte inquietante di questa storia (oltre a tutto il resto) è che sul luogo dell’accampamento è stata ritrovata la telecamera di Treadwell, ancora accesa, che aveva filmato l’incidente, a tappo chiuso. Dunque sì, esiste l’audio della questione. Brutta storiaccia.

Lato ancora più inquietante: se su google si cerca “Timothy Treadwell” la prima cosa che viene fuori è “audio”: c’è un’intera fetta di umanità che vuole ascoltare la morte di quest’uomo per mano di un orso (sì, l’ho cercato anche io, ovvio). In realtà esistono solo pochissime persone che hanno ascoltato quella cassetta, custodita da Jewel Palovak, amica di Treadwell. Una di queste, naturalmente, è lo zio Werner.

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Assicuratami dunque che vi siate tutti procurati Grizzly Man,  torno al nostro aneddoto.

Sulla terrazza c’è un bel sole, una brezza leggera, un Herzog tutto allegro e disponibile come al solito, senonché a un certo punto BANG! (cioè, non proprio bang, però un rumore simile). “Come un fuoco d’artificio”, descriverà il rumore l’intervistatore. Zio Herzog sobbalza appena. “Sono stato colpito” ride “ma non preoccuparti, non è nulla di che.” E’ stato colpito da un proiettile ad aria compressa all’altezza dell’inguine. Da chi? Boh. Mai saputo. Ma Herzog non si interessa  a queste banalità, ricordiamo che è sopravvissuto a un salto su un cactus, alle riprese di Fitzcarraldo, a Kinski che sfonda il muro di casa per i colletti delle camicie stirati male.

Kermode, giustamente, si preoccupa, Herzog non si scompone nemmeno.

Il critico lo convince a spostarsi, nonostante zio H. sostenga che là fuori si sta benissimo.

Dunque salgono in macchina e si spostano all’interno della casa di Kermode.

Dopo essersi accomodati su due sedie, Mark K. si accorge che Herzog non ha affatto guardato cosa gli è successo. Ma nemmeno per curiosità.

“Uhm… Werner, sei ferito, non credi sia meglio andare in ospedale?”

“Ospedale? Ma per cortesia. Vogliamo continuare con l’intervista?”

“Ma ti hanno sparato!”

“Ti dirò: non è una cosa che mi capita tutti i giorni; tuttavia non posso dire di esserne stupito, prima o poi sarebbe dovuto succedere.”

“Fammi vedere però…”

Herzog si slaccia i pantaloni commentando “Mi spiace, non dovrei farlo davanti a una telecamera” e mostra delle simpatiche mutande fucsia e un po’ di sangue.

“Stai sanguinando!!! Guarda! Diamine, Werner, ti chiamo almeno un medico!”

“Oh” risponde serafico zio Herzog “it’s not a significant bullet.”

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“It’s not a significant bullet. I am not afraid.” (sic)

“Giulia, questo te lo sei inventato, non è successo davvero…”

“Toh: https://www.youtube.com/watch?v=ylXqc8TQ15w

JJ

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Oggi partiamo da più lontano.

Klaus Kinski, da giovane, occupa un attico a Monaco, riempiendolo di foglie dai colori autunnali, e si mette a vivere lì.

Un giorno, però, la temibile polizia tedesca gli impone di andarsene, pena l’arresto. Kinski non si piega alla loro volontà: minaccia di salire sul tetto, di buttarsi di sotto, grida, strepita, ma alla fine viene buttato fuori.

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“Non lascerò mai questo attico. MAI.”

Una gentile signora, Klara, che ha un debole per gli artisti, decide di trarlo d’impaccio e se lo porta a vivere nella pensioncina che gestisce.

Lo nutre, gli fa il bucato, gli stira le camicie, ripassa le battute dei provini con lui, gli rifà il letto e non gli chiede una lira *.

Nel frattempo, la famiglia Stipetić va ad abitare proprio in quella pensioncina.

Stipetić, già, perché (subtrivia) Herzog al secolo si chiamava proprio così, aveva assunto il cognome della madre, dato che il padre non era mai stato troppo presente nella sua vita (in sostanza non gli chiedeva mai di fare due tiri con il suo vecchio).

Solo che poi una volta evidentemente avrà chiesto alla mamma, Elisabeth, come si chiamasse il padre. E il padre si chiamava Herzog, che in tedesco significa ‘duca’. Quindi Werner ha guardato la madre e le ha detto “Guarda. Io ti voglio bene, eh. Però Herzog. Cioè. Lo sai pure te che se voglio fare il regista di cui si innamorerà Giuliastràni a 28 anni dovrò avere un cognome molto più incisivo di Stipetić.”

“Chi è Giuliastràni, Werner?”

“Lascia stare, non è importante.”

Dicevamo.

All’ora di pranzo la famiglia Stipetić/Herzog (Elisabeth, Werner e i suoi fratelli Lucki e Tilbert) è intorno al tavolo insieme alla signora Klara.

“Mamma,” chiede Lucki, educatamente, “potresti passarmi il pan-”

In quel momento, una delle pareti del salotto salta letteralmente in aria. Si sente un botto clamoroso, che i vicini avranno battuto forsennatamente con la scopa su uno dei muri ancora in piedi per invocare il silenzio.

La porta è in terra, divelta dai cardini. Schegge di legno ovunque, intonaco e pezzi di muro sul pavimento, un fumo bianco e innaturale incornicia la scena. La signora Klara è a terra, Herzog ha scoperchiato il tavolo e lo sta usando come scudo per proteggere la sua famiglia, Elisabeth stringe i figli al petto e pensa: “Dio mio, hanno bombardato Monaco. E’ la guerra, di nuovo.”

Improvvisamente, iniziano a volare tutt’intorno quelli che sembrano panni bianchi. Sono camicie.

Una figura si erge davanti alla voragine; mentre il fumo si dirada tutti pensano al peggio: soldati? Rapinatori? Mitomani? Esattori delle tasse? Testimoni di Geova?

E’ Klaus Kinski, pallidissimo, con le vene del collo pulsanti e gli occhi fuori dalle orbite, che cerca con lo sguardo la padrona di casa.

“KLARA!! BRUTTA STRONZA!! I COLLETTI DELLE MIE CAMICIE!!”

“Klaus…?”

“I-COLLETTI-DELLE-MIE-CAMICIE!!! NON SONO STIRATI BENE!! GUARDA COSA HAI FATTO, BRUTTA STRONZA!!”

Altre camicie volano in aria, sui piatti rotti, sul pavimento, su Herzog.

Zio Werner a quell’epoca ha 13 anni, sin dal suo primo incontro con K. K. ne ha avuto puro terrore, e, ancora nascosto dietro al tavolo, pensa una cosa tipo “Santo cielo. Spero di riuscire a portar via la mia famiglia da questo inferno il prima possibile. Non voglio mai più avere a che fare con questo folle.”

 

JJ

 

* un marco.

Le appassionanti avventure di zio Herzog

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Famosi sono gli incredibili disagi che W. H. dovette affrontare per concludere le riprese di Fitzcarraldo, un film che sarebbe andato a Cannes nel 1982, ma le cui riprese erano iniziate tre anni prima.

Il fatto è che si girava in Amazzonia, dove, diciamocelo,  le condizioni non erano proprio delle migliori. Umidità, animali selvatici, dissenteria erano forse i problemi meno gravi che zio H. doveva affrontare in quel periodo.

Ora, divaghiamo un attimo. Non so se abbiate visto il film, ma la storia racconta di un uomo che si batte per portare un Teatro dell’Opera nella sperduta Iquitos, dove vuole far esibire i giganti della lirica. Ecco, Herzog per quella parte aveva pensato a Jason Robards, che all’epoca era già piuttosto famoso. Il Fitzcarraldo di Robards poi avrebbe dovuto essere affiancato da Mick Jagger, che sarebbe stato una sorta di ‘spalla’ del personaggio principale.

“La pianti de canta’ i pezzi tuoi?? Stamo a lavora’!”

Quindi Robards & Jagger, lanciatissimi nei personaggi, erano già al 40% della lavorazione del film, quando Robards passa una giornata intera in bagno. E poi un’altra. E un’altra ancora.

Herzog chiama un medico.

“Guardi, Robards ha una forma acuta di dissenteria.”

“Oh. Ma io dovrei finire il film.”

“Signor Herzog, se non lo mandiamo subito in un ospedale con attrezzature adeguate, quest’uomo non solo morirà, ma non sarà bello da vedere.”

Accannato Robards, Herzog è nella più nera disperazione.

Se si leggono i suoi diari (raccolti in La conquista dell’inutile, gran libro), ci si accorge di come il progetto del film andasse a corrispondere perfettamente con quello diegetico dello stesso Fitzcarraldo che voleva portare l’Opera a Iquitos: ‘na cosa che te dico no. Herzog si identifica sempre di più col suo protagonista, e  vive di nuovo una serie di sfighe incredibili. Ma in Amazzonia non ci sono cactus.

In tutto ciò, il film se l’è dovuto produrre come al solito da solo, perché la 20th Century Fox, che aveva accettato di metterci il vil danaro, quando ha saputo che la nave che avrebbe dovuto attraversare una montagna era una vera nave, e non un modellino, ha detto “Signor Herzog, noi i soldi glieli diamo, ma per l’amor del cielo, usi un modello in scala!”

“No, io la nave la voglio vera. E voglio che scavalchi la montagna, per passare dall’Ucayali al Pachitea, è questo il senso del film.”

Niente soldi dalla 20th Century Fox. Proprio non riescono a essere dei sognatori, questi squali al potere.

Un giorno H. si sveglia, e infilandosi uno scarpone sente che c’è qualcosa dentro. “Un calzino appallottolato?” Lo tira fuori con noncuranza.

E’ una tarantola grossa come un pugno.

H. la appoggia in terra e si siede, aspettando la morte, che forse in un momento come quello sarebbe stata un’ottima scusa per non affrontare un altro giorno di lavorazione.

La morte non arriva; arriva però un’altra defezione: Mick Jagger è tipo mezzo il leader dei Rolling Stones, non è che può stare in Amazzonia a grattarsi, deve andare in tour. Arrivederci e grazie, pure quello ce lo siamo giocato.

Herzog accarezza sempre di più l’idea di mollare tutto e chiudersi in una vita di eremitaggio, tuttavia afferma: “Se io abbandonassi questo progetto sarei un uomo senza sogni, e io non voglio vivere in questo modo. Vivo o muoio con Fitzcarraldo.”

Allora tiene duro.

Solo che qui, al di là di tutto il bordello causato dalle condizioni miserevoli in cui H. & compagni si trovano a dover girare il film, non c’è più un attore principale. Herzog arriva a pensare di poterlo interpretare proprio lui stesso, “Tanto arrivati a ‘sto punto siamo diventati la stessa persona.”

Mario Adorf gli fa: “Oh, zi’, se vuoi ci sto io, eh! Calcola che potrebbe funzionare una cifra.”

“No Mario, tu non sarai mai Fitzcarraldo, mi dispiace.”

Adorf si offende. “Pazienza”, commenta Herzog nei suoi appunti.

C’è una sola alternativa, e H. lo sa. Chiamare Kinski.

Appresa la notizia, Kinski stappa una boccia di champagne: “Lo sapevi, Werner, che io ero l’unico che avrebbe potuto interpretare Fitzcarraldo, lo sapevi da subito!”

L’ottimismo di K.K. dura qualcosa come 5 minuti, perché appena giunto in loco inizia a impazzire per qualsiasi cosa. Cibo scadente, umidità, fame, insetti, cose.

Una volta Herzog, di fronte alle sue lamentele su nonsisabenecosa, gli mangia davanti agli occhi una tavoletta di cioccolato che aveva tenuto nascosta (cibo ambitissimo in quelle condizioni). Kinski sta zitto e medita vendetta. Herzog scrive sui suoi diari che l’aveva fatto con malcelata cattiveria e soddisfazione.

Finché un giorno K. fa una delle sue sfuriate in maniera particolarmente teatrale, a causa del caffè troppo tiepido (tutte cose che se volete si trovano nell’eccezionale Burden of Dreams di Les Blank, documentario sulla realizzazione del film in questione: roba de Kinski che strilla come una scimmia, incurante di essere ripreso).

Fra gli strepiti del pazzo, H. si limita a preparare il set per la scena successiva, dimostrando una notevole e olimpica calma: non è facile organizzare le cose mentre uno ti urla nell’orecchio di licenziare l’assistente alla regia.

Gli indios locali sono allibiti: vedono questo tizio biondissimo che grida di tutto in tedesco e accanto un uomo calmissimo che sposta dei cavi.

Sono terrorizzati da Herzog, e allo stesso tempo provano rispetto per lui.

Timidamente, il capo degli indigeni si avvicina al regista: “Signor Herzog, quel demone bianco la infastidisce? Se vuole, ecco, noi avremmo delle punte avvelenate…insomma, potrebbe sembrare un incidente. Cosa ne dice?”

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“Piuttosto vedimpo’ che sta succedendo là in fondo, che sento casino e dobbiamo girare.”

Herzog ci pensa su un attimo.

“Grazie”, dice alla fine, “ma ho davvero bisogno di finire questo film. Coraggio, andatevi a mettere in posizione.”

 

 

JJ

Bonus trivia: uno degli attori del film, tale Miguel Angel Fuentes, ha il primato di aver recitato in uno dei film più belli del mondo (Fitzcarraldo) e in uno dei più brutti, L’Uomo Puma, del quale vi consiglio una visione completa

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Questa è la foto sul cv di M. A. Fuentes che convinse Herzog a sceglierlo per interpretare il ruolo dell’indio Cholo, conosciuto nel villaggio per il suo carattere particolarmente sveglio e attento

Qui comunque ne propongo una scena parecchio significativa: https://www.youtube.com/watch?v=zjdjrjfuz1gù

Le appassionanti avventure di Zio Herzog

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Ok, siamo sul set di Aguirre, furore di Dio.

W. H. ha scritturato un instabilissimo Klaus Kinski, attore che già conosceva per diversi motivi che non anticipo.

Kinski, in quel periodo, era impegnato in una tournée teatrale nella quale interpretava il ruolo di Gesù Cristo.

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[intraducibili insulti in tedesco]
Lo chiamano e gli fanno: “Werner Herzog ti vuole per interpretare Aguirre.”

“Chi?”

“Aguirre, Lope de Aguirre, uno spagnolo che nel mill-”

“No, idiota, intendevo chi diavolo è Werner Herzog!”

“E’ un regista, Klaus. Un regista tedesco, dice che avete anche vissuto insieme quando eravate giovani e che tu sei l’unico che secondo lui potrebbe interpretare il protagonista del suo film.”

“Ok, ci penso io.”

Sono le tre del mattino. Herzog dorme tranquillo.

A un certo punto, lo squillo del telefono rompe il silenzio della casa. Herzog risponde, assonnato.

“Pron-”

“WOHOGWOHAHQOFHWOAZHQOAHAAAH!H!h!!”

“Ma chi parla?”

“ARIGIEWGHO VAUGUIRRE WORHFAHHHAHFH!”

Testuali parole di Herzog: “Il telefono squillò fra le tre e le quattro del mattino. Mi ci vollero almeno un paio di minuti per realizzare, attraverso quelle urla (test.: “inarticulate screaming”, n. d. A.), che all’altro capo c’era Klaus Kinski che accettava di interpretare il ruolo di Aguirre.”

Ora, dovete sapere che non c’è niente di più impervio, complicato, disagevole e problematico di un set di Herzog. Se per Anche i nani hanno cominciato da piccoli quell’uomo ha deciso di buttarsi su un cactus per scongiurare eventuali altri casini (vi rimando alla precedente puntata delle avventure herzoghiane per ulteriori informazioni), qui le cose si fanno ancora più complicate, perché c’è un pazzo come protagonista.

Kinski si lamenta, vuole stare al centro dell’inquadratura, vuole dormire all’asciutto, si è portato qualcosa come 20 valigie, beve solo acqua importata.

Herzog si lava i calzini da solo, mangia quello che trova nella giungla amazzonica e ascolta, paziente, le urla di Kinski.

Ma questo è solo l’inizio.

Per realizzare questo film Herzog s’era fatto in quattro. Un terzo dei costi di produzione era la paga di Kinski; il budget limitato, perciò, era un problema. Ciò diede luogo, ad esempio, all’episodio delle scimmie, che dovevano essere 400 nella sequenza finale. W. H. aveva pagato dei tizi per farsele prendere; questi però prima s’erano intascati i soldi di zio H., poi le avevano vendute ad altra gente. Allora lui prende la jeep, corre tipo protagonista del film che deve impedire il matrimonio della sua donna con un altro, e blocca le scimmie prima che si imbarchino per un volo verso Los Angeles.

“Sono un veterinario, queste scimmie devono essere vaccinate prima di lasciare il paese!” Herzog gira la scena e poi libera le 400 scimmie nella giungla.

Oltre a questo, H. girava con una telecamera rubata dalla Munich Film School, perché non aveva i soldi nemmeno per quella.

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“Oh, guarda che poi l’ho restituita, eh!”

Un giorno, Kinski ha un altro dei suoi attacchi. Se la prende con un innocente operatore, il quale, durante una ripresa, viene apostrofato con “COGLIONE! STAI RIDENDO DI ME???”

W. H. chiama lo stop.

“Klaus, cosa succede?”

“Questo pezzo di merda sta ridendo di me!”

“Nessuno ride di te. Ora, per favore, finiamo la scena.”

“Licenzialo.”

“Puoi ripetere?”

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“Lui, lui, non fare lo gnorri che sai benissimo di chi parlo!”

“Licenzia questo stronzo che ride!”

“Non essere ridicolo.”

“Allora me ne vado io.”

“Klaus, per fav-“

“No, Werner, questa è l’ultima goccia!! Qui non mi rispetta nessuno, io me ne vado!”

Kinski fa i bagagli, e inizia a caricare una canoa a caso con tutto ciò che è suo.

Herzog lo guarda.

“Non puoi farmi questo. Questo film è importante, per me, e lo è anche per te. E viene prima di tutto, anche prima dei nostri sentimenti. Non esiste.”

“Va’ al diavolo, io me ne vado da qui.”

“Klaus. Sulla jeep ho un fucile. Dentro ci sono nove colpi. Otto pallottole le avrai in corpo prima di arrivare sull’altra sponda del fiume. La nona me la pianterò in testa quando vedrò che non ti muovi più.”

Klaus Kinski guarda Werner Herzog.

Scende dalla canoa, smantella i bagagli e finisce Aguirre.

JJ

Le appassionanti avventure di zio Herzog

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L’anno scorso cominciai la mia tesi sul cinema, poiché in altro non potevo laurearmi. In questo scritto, alla fine della fiera (e dell’università), decisi di analizzare in particolare quattro registi e il loro lavoro con gli attori, poiché secondo me avevano un rapporto molto interessante con i suddetti interpreti: Alfred Hitchcock, Jean Renoir, John Cassavetes e Werner Herzog.

Io, all’epoca, di Herzog conoscevo qualcosa a dire tanto: avevo visto Grizzly Man, mi ero commossa tantissimo; Fitzcarraldo al Palazzo delle Esposizioni (sì, sono radical chic); Cave of Forgotten Dreams su youtube. Boh, ho detto, fico ‘sto regista.

Ma è studiando il personaggio e la sua vita che ne sono rimasta prima affascinata, poi mi sono interessata tantissimo, poi ho deciso che avrei voluto vedere tutti i film suoi e su di lui e alla fine sono impazzita completamente.

Perché? Quando? Esattamente nel momento che vado a illustrarvi.

Mi trovavo nella biblioteca del DAMS di Roma Tre. E già ero agitata, in quanto esterna (mi sono laràta alla Sapienza, nota università da sempre in guerra con la terza); non potevo portarmi i libri fuori, c’erano delle tizie tutte precise che si studiavano i libri sul meraviglioso mondo di Amélie e ridacchiavano perché io mi vesto male, il mio vecchio pc aveva degli adesivi delle Big Babol in bella vista e avevo sul tavolo una pila di libri polverosissimi che quando l’avevo chiesti al bibliotecario caruccio m’aveva guardato come per dire “No, non ci rimorchierai me.  Mai.”

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“IH IH IH, MI PIACE INFILARE LE DITA NEI FAGIOLI!!!”

Ma io devo scrivere la tesi, c’ho il fiato sul collo della consegna.

Apro ‘sto castoro su Herzog (n. d. A.: i ‘castori’ non sono i simpatici roditori che fanno le dighe e sponsorizzano dentifrici, in questo caso, ma una collana di libri molto ben fatti sul cinema) e inizio a leggere la biografia.

A una certa.

“Durante la lavorazione di Anche i nani hanno cominciato da piccoli Herzog, per scongiurare altri problemi relativi alla lavorazione del film, fa un voto e si lancia su un cactus.”

Pausa.

Silenzio.

Rumore di libro che cade, fortissimo, sul banco.

Le tizie di Amélie si girano, mi guardano. Io cerco di rimanere impassibile.

Cactus.

Inizia a prendermi una roba di risata isterica che lèvati.

Mi viene in mente una scena analoga e al contempo diversissima, e cioè di me che (forse manco troppo) piccola, decido di afferrare una pianta grassa presente sul mio terrazzo perché “vediamo cosa succede”. Cosa è successo? Spine ovunque, disagio totale, due ore di mia madre con la pinzetta che si chiedeva “Dove ho sbagliato?”

Herzog però all’epoca del film non aveva dai 3 ai 6 anni. Ne aveva 28.

Era il 1970, e stava succedendo un bordello allucinante sul set. C’erano tutti i problemi possibili e immaginabili, e nessuno ce la faceva più, era difficile persino pensare di arrivare a fine giornata.

W. allora raduna tutta la troupe da una parte, e sale su una roccia: “Ragazzi, lo so che è dura, lo so che è un casino, che abbiamo un ritardo mostruoso e che non riusciamo a fare un passo avanti senza farne due indietro, però io voglio finire questo film.”

Maestranza a caso: “Signor Herzog, lasciamo perdere, nessuno ha la tempra morale e fisica per resistere un altro giorno.”

W. H. fa una pausa. Guarda l’uomo che ha pronunciato la frase.

“Portatemi un cactus.”

“Prego?”

“Un cactus. Voglio un cactus, possibilmente uno di quelli a tappetino, con tanti bozzetti.”

Portano ‘sto cactus. Herzog guarda la troupe. “Io mi ci lancio sopra, e voi finite il film.”

W. H. si lancia sul cactus.

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W. H. si alza in piedi.

Si gira verso l’uomo. “Cazzo ne sai te di tempra.”

Il 15 maggio 1970 Anche i nani hanno cominciato da piccoli viene presentato al Festival di Cannes.

 

 

JJ

Berlinguer non ti vuole bene

in cinema/politica by

Caro regggista veltroni, quando c’era Berlinguer, socialisti e democristiani “hanno usato la spesa pubblica contro il Pci, facendo salire il debito nel tentativo di attirare voti “. Caro regista, sai chi l’ha detto? Un signore che tu quando eri segretario dei Ds hai fatto diventare presidente del Consiglio.

Parliamo naturalmente di quella degnissima persona di Giuliano Amato, ex-consigliere economico di Bettino Craxi, uno dei principali protagonisti di quella fase politica in cui, dal 1980 alla fine della Prima Repubblica, il rapporto tra debito e pil è passato dal 60% a oltre il 100%. A sfondare la soglia del 100% ci pensò lui direttamente, portandolo al 105%, con razzolamento incorporato dei risparmi degli italiani varando notte tempo il prelievo forzoso del 6 per mille dai conti correnti bancari. Era il lontano 1992.

Dinanzi a tutto ciò, il tuo tanto caro ed osannato Berlinguer, caro regggista veltroni, avrebbe approvato le tue scelte politiche o ti avrebbe sputato in faccia, metaforicamente parlando? Perché, aldilà di chi avesse torto o ragione, Berlinguer ed il Psi si odiavano, basti pensare al suo ingresso al congresso dell’ 84 a Verona, quando fu sommerso da un boato di fischi e insulti dei delegati craxiani.

E cosa avrebbe detto e fatto il tuo caro stimato rimpianto segretario Berlinguer, del sindaco della città di Roma che come ultimo atto del proprio mandato, teneva la seduta di discussione ed approvazione da parte del Consiglio, del Nuovo Piano Regolatore (soprannominato ‘Regalatore’), a porte semichiuse, in quanto era esclusivamente ammessa la presenza di costruttori e imprenditori edili, mentre veniva impedito l’accesso ai rappresentanti dei comitati ed ai semplici cittadini attraverso l’intervento delle forze dell’ordine? Era il 2008, ultimo atto della giunta Veltroni. Caso rarissimo nella storia dei consigli comunali.

Il tuo caro Berlinguer sarebbe stato fiero di te? Credo proprio di no.

Ora, su Berlinguer si possono fare tante osservazioni e riflessioni, critiche etc etc. Ad esempio, si potrebbe disquisire sul fatto se quelli come te, reggggista, dovrebbero vergognarsi per gli ultimi 20 anni alla guida della sinistra italiana, piena di errori, danni alle persone che vi hanno votato, compromessi al ribasso, analfabetismo tattico e strategico. Oppure se non siete stati altro che il prodotto e la continuazione Berlingueriana nella sua deriva autocelebrativa ed autoreferenziale. Da questo punto di vista, Occhetto dimostra, per il basso profilo assunto e l’ingenuità quasi infantile dimostrata, di avere più dignità di tutti voi.

Ma, ad ogni modo, caro regggista veltroni, questo tuo utilizzo feticista dedito a scontate commozioni per la ggente de sinistra nostalgica del partito che fu, che sta bene a casa col portafoglio pieno, farà sicuramente effetto, tra un’intervista da Fabio Fazio, una passerellata dalla Bignardi e due chiacchiere dalla Gruber.

Invece, al contrario e più degnamente, arriverà mai il tempo ed il buongusto di lasciare in pace i morti e di rispettarli, qualora se ne riconosca la forza della memoria e del ricordo, non con il chiacchiericcio inutile per cazzi pieni d’acqua dediti all’imbambolamento parolaio, ma con una concreta azione politica ed umana coerente con i valori ed i principi di cui se ne vorrebbe tramandare la portata?

Stammi bene, regggista. E speriamo che sia l’ultimo.

Soundtrack1:’Lavatrice4-Mi iscrivo ai terroristi’, Magnotta

L’incredibile imperdibile nottata degli Oscar

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Dalle due e mezza di una domenica di febbraio, insieme agli amici, vino, chinotto, birra, patatine e altre amenità, mi sono goduta la notte degli Oscar, che ogni anno prende vita nelle Americhe, fra gente che cade sul red carpet, personalità di spicco e Leonardo di Caprio che non vince l’oscar.
Innanzitutto va detto che la kermesse del tappeto rosso è eliminabile, per chiunque non abbia amiche che il giorno dopo vogliono sapere “Allora, qual’era il vestito più bello?” “Veramente non mi ricordo…” “Oh, sei così poco femminile!” [risatina con la mano davanti alla bocca].
Se non fosse che esistono cose belle come Jennifer Lawrence che cade.
Ora, io non ho nulla contro JL, anzi, mi sembra che sia una discreta gnocca; ma, da che mondo è  mondo, la gente che cade fa ridere (specialmente se sovrappeso).

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“Ciao, gent-porcocazzo!”

Capitomboli a parte, la serata entra immediatamente nel vivo con la proclamazione di Jared Leto come miglior attore non protagonista per Dallas Buyers Club, che parla di aidiesse, e Leto interpreta un omosessuale con l’aidiesse, e quindi vince l’oscar. Ve lo ricordate Jared Leto? Quello che in Fight Club pigliava un sacco di botte da Edward Norton?

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Prima – Dopo – “Daje tutti, c’ho l’oscar”

Beh, s’è più o meno ripulito. Ora fa il cantante, l’attore, e vince l’Oscar.
Travestito come Kurt Cobain vestito da cameriere, Leto fa un bel discorso commovente con la sua faccia poco sveglia da cantante che piace alle adolescenti e poi torna a servire ai tavoli.
Vorrei ora aprire una piccola parentesi a proposito della quantità IMMANE di pubblicità che facevano durante questa benedetta cerimonia. Ora, noi in Italia ci scocciamo perché mediaset manda Via col Vento che già di per sé non è corto, e ci infila dentro più stacchi pubblicitari del numero di personaggi del film. Ma, fidatevi, la quantità di spot a cui ho assistito domenica notte era qualcosa di estremo, di spaventoso. Forse non ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati.
Dimenticavo di spendere due parole sulla presentatrice: Ellen DeGeneres, molto nota in America come la conduttrice di un popolare talk show, si esibisce in pezzi quali ordinare la pizza e servirla a Brad Pitt, Meryl Streep e Julia Roberts o organizzare gli ormai popolarissimi ‘selfie’, le foto che si fanno le adolescenti in bagno con le dita a segno di vittoria e la bocca contratta, ma molto più popolare, perché in quella di Ellen ci stanno gli attori famosi e sono tutti alla nottata degli Oscar. Vuoi mettere con le bocce di fuori di una 17enne? Ci sarebbe da discuterne. Propongo una versione alternativa della foto che ormai è già starta retwittata (dio, non avrei mai pensato che l’avrei effettivamente scritta questa parola) più di [inserire numero molto alto] volte.

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#siamotuttikevinspacey

Fra uno stacco pubblicitario e un altro, la serata si dilaziona nel tempo in maniera piuttosto tranquilla: non ci sono risse, non ci sono grossi strafalcioni, non c’è (altra) gente che inciampa. La prima sorpresa, però, è che il premio per miglior documentario non se lo becca The Act of Killing, come tutti avevano previsto, bensì 20 Feet from Stardom, che parla di gente che canta. Bene così, adoro i plot-twist.
Poi arriva Cuaròn, e si prende tutto il prendibile con Gravity, il film nello spazio dove Sandra Bullock e George Clooney sono vestiti come Buzz Lightyear.

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“George, tu sei un giocattolo!”

E lasciatemelo dire: tutto ciò che s’è preso il buon A. Cuaròn è meritatissimo. Io a uno che fa un film come Gravity gli voglio solo bene. Detriti spaziali ovunque, musica stile 9 Inch Nails (pure Steven Price, il compositore delle musiche, si becca l’oscar), angoscia e Sandra Bullock in mutande rendono questo film un eccezionale documento di come anche mettendo insieme una trama poco elaborata, se sei un regista bravo, uno non si rompe le balle al cinema. E una volta tanto è un 3D sensato, santo cielo. Bravo Alfonso, ti voglio bene.
Ma attenzione: Gravity non fa l’en plein, poiché il miglior film se lo aggiudica 12 anni schiavo, che è un film con un sacco di gente di colore, e dunque prende l’Oscar perché l’America ancora si sente in colpa per la storia dello schiavismo. Apprezzabile in ogni caso il fatto che si vari un po’, con i premi, perché dopo il sesto Oscar a Gravity (per carità, tutto meritatissimo) mi chiedevo se non gli avrebbero fatto vincere anche miglior film d’animazione, che invece si aggiudica il delizioso Frozen, all’interno del quale in tanti hanno visto molto più che una semplice storia di amore fraterno. Ma questa è un’altra storia.
Frozen si prende anche il premio per la miglior canzone, la straormaifamosa Let it go, di cui hanno già provveduto a fare la cover tutti, Neri per Caso compresi.
Interessante anche il fatto che la miglior sceneggiatura originale se la sia portata a casa Her, di Spike Jonze, che ha battuto i temutissimi American Hustle e soprattutto Dallas Buyers Club, che parla di aidiesse, e quindi già sappiamo.
Spazio alle donne! Quote rosa! Una straordinaria Cate Blanchett si aggiudica il premio come miglior attrice protagonista, per la sua eccezionale performance in Blue Jasmine, e la giovane Lupita Nyong’o come miglior attrice non protagonista per 12 anni schiavo. Ed è in quel momento che Brad Pitt e Angelina Jolie hanno capito di voler adottare anche lei.

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“Vi ringrazio, ma ho già dei genitori!”

Verso le 4 del mattino devo aprire una bottiglia di vino per festeggiare Sorrentino con i miei amici, visto che per fortuna il premio come miglior film straniero ce lo portiamo a casa noi italici con La Grande Bellezza, e non voglio sentire critiche a riguardo, se non a proposito del deplorevole inglese di P. Sorrentino, che vabbè dai. S’è impegnato. Cioè, no, personalmente credo che avrebbe potuto dire anche un paio di cose in più (lasciamo stare la pronuncia, che nemmeno io so’ forte) per dimostrare un minimo di rispetto (oh, comunque hai vinto l’Oscar, eh) verso un premio che non è proprio ‘o bangarell’, per citare lo stesso film. Ma probabilmente Sorrentino aveva fretta di andarsi a spaccare ammerda insieme a Servillo, quindi lo perdoniamo e gli vogliamo bene comunque.

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“Maradona, Fellini, pizza, mandolino!”

E poi, c’è il momento che tutti attendono.
La proclamazione del miglior attore.
Perché sappiamo tutti che anche quest’anno Leonardo di Caprio ha ricevuto la nomination, e sappiamo tutti che non vincerà, perché Matthew Mceogoegorwey ha interpretato un malato di aidiesse, e poi ha fatto il botto con True Detective, ormai sono lontani i tempi in cui interpretava giovani bellocci in commedie scadenti, ora è uno che c’ha l’aidiesse, quindi niente, il premio lo vince lui perché in effetti la sua interpretazione è stata veramente magnifica, priva di patinatura, autentica q.b. e soprattutto in nessun modo patetica (ed è difficile quando impersoni uno che c’ha due mesi di vita).
Leonardo pure stavolta c’è dovuto sta’.

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“Un giorno…forse…anch’io. Un giorno.”

Notare la faccia di Jonah Hill, dietro, che pensa “Adesso questo s’accolla tantissimo.”

JJ

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