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Tutto quello che avreste voluto sapere su Mad Max, ma non avete mai osato chiedere

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woody

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Forse molti di voi si chiederanno cosa faceva zio H. prima di dedicarsi al cinema. Molti forse penseranno che, in fondo in fondo, per quanto sia un personaggio allucinante, il vecchio Werner non è poi così strano da vivere un’adolescenza tanto differente da quella di noialtri.

No, tentate di nuovo.

A parte convivere con Kinski, Werner, appena adolescente, si trasferisce a Manchester per stalkerare una ragazzetta: si innamora, e pur di starle appresso affitta una catapecchia nella banlieue inglese (suburb?) che divide con quattro bengalesi, tre nigeriani e una marea de topi (non quelli Disneyani, proprio i ratti de fogna). Tenete a mente questi topi perché nei primi anni della vita del giovane zio H. questi repellenti mammiferi saranno sempre presenti.

I watch you while you sleep.

Si sa che però, a quell’età, l’amore spesso è effimero e volubile come la fiamma di una candela (becca ‘sta metafora), oppure magari questa aveva deciso di non dargliela nonostante lo stalking, dunque H., dopo il diploma liceale, decide di cambiare direzione.

È il 1961, e Herzog ha 19 anni. Un adolescente normale probabilmente sarebbe tornato a casa dei genitori ad ammazzarsi di pippe davanti alle riviste zozze, ma H. non è un adolescente normale, e naturalmente sceglie di andare verso il disagio più nero: tornato a Monaco, dà due bacetti alla mamma e le dice di volersi mettere alla guida di un camion che fa parte di un convoglio diretto ad Atene.

No ma la Grecia, dice W., è solo uno scalo.

Ah, e dove saresti dunque diretto, caro?

Che palle, ma’: vado nel Congo belga.

Nel Congo belga dove hanno appena proclamato l’indipendenza e ci stanno tipo i colpi di stato e la gente che muore in continuazione?

Una rara immagine dei tumulti in Congo belga durante quegli anni
Una rara immagine dei tumulti in Congo belga durante quegli anni

“Sono affascinato dall’idea che la nostra civiltà sia come un sottile strato di ghiaccio sopra un oceano profondo di caos e tenebre” (sic), risponde Werner.

Ah, allora vai pure tesoro. Ti preparo un paio di panini.

In realtà questa frase Herzog la dirà quasi 50 anni dopo, ricordando questo episodio. Possiamo immaginare che il vero dialogo con la madre sia stato tipo:

Alloraiovadomammaciao

Aspetta Werner, dove vai?

No è che volevo andare un po’ in Grecia.

Ma come ci vai?

Eh, un amico di Fritz mi ha detto che cercano un autista per un camion diretto ad Atene.

Ma chi è Fritz?

A ma’, è quello biondo.

Senti ma poi rimani lì ad Atene? Scrivimi quando arrivi.

Sì. Oddio, magari mi allungo fino ad Alessandria d’Egitto.

In Africa? Attento però eh.

Ma attento a cosa?

E non andare in Congo belga, che lì sparano!

Allora ciao, eh!

[esce di casa]

[dalla tromba delle scale] Werner, VAI PIANO!! E metti la cintura!

In quel momento il giovane W. non sa, però, che tutti coloro che avevano cercato di raggiungere le province del Congo belga erano morti.

Per fortuna, arrivato a Juba, W. si ammala, e si rende conto che se vuole vivere abbastanza per poter poi tornare a suicidarsi in Congo belga, deve tornare indietro.

La morale? Viene trovato qualche giorno dopo da un ingegnere tedesco vicino alla diga di Assuan, in un rifugio, febbricitante e coperto dai topi che iniziavano a utilizzare il suo maglione come nido e a cibarsi della sua carne: su una guancia porta ancora la cicatrice del topo che lo svegliò mentre cercava di farlo a brandelli.

Niente, poi torna in Germania e si iscrive all’università sotto minaccia della madre, che quando lo vede tornare gli proibisce di tenere in casa i topi, ma lo incoraggia nel suo più grande sogno: quello di diventare un regista.

Mentre il padre?

No, il padre no; il padre, scrive la mamma in una delle sue lettere ricevute da W. mentre era a Creta, “non vede l’ora di dissuaderti dal diventare regista” (sic).

Però il signor Herzog (“duca” in tedesco) ha un merito: avere un cognome strafico, che Werner, nonostante fosse registrato all’anagrafe con quello della madre (Stipetić), si prende la briga di utilizzare per fare una figura più cool ai festival del cinema.

Tutti vincono, come al solito.

JJ

Generatore automatico di scene del prossimo film di Sorrentino

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Istruzioni: fare refresh per ottenere nuove scene del prossimo film di Sorrentino

Una modella inuit fasciata da una tuta di latex canta "Pensiero stupendo" nel giardino pensile di un casale nobiliare, e nella scena succcessiva si pulisce il naso con un cotton fioc nella cucina avveniristica in plexiglass azzurro di un'associazione massonica lussemburghese: progressivamente il rumore nitido delle caccole che si staccano si trasforma in'Relax' dei Frankie Goes to Hollywood sparata a palla in una spiaggia in cui si sniffa cocaina e si assiste alla lotta nel fango di due nane.
A quel punto il protagonista, con aria grave, sussurra: "Chi di gallina nasce convien che ruspi".
Dissolvenza
Scritta "Dedicato a Luigi Pirandello".
FINE

L’odore delle case dei vecchi

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toni

Rosemary’s baby e i diritti delle donne

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Rosemary’s Baby” (USA, 1968), assieme a “Repulsion” (UK, 1965) e a “The Tenant” (Francia, 1976), è un capitolo della cosiddetta “trilogia dell’appartamento” di Roman Polanski: tre storie spaventose di ambientazione borghese, in cui forze misteriose ed incontrollabili prendono il controllo dei protagonisti (rispettivamente, una shampista, un modesto impiegato, una casalinga) annientando la loro vita. Il sardonico Rosemary’s Baby, tratto dall’omonimo romanzo di Ira Levin, è uno psicodramma che, usando l’armamentrio horror / B-movie, dà simbolicamente voce all’ansia americana della fine degli anni Sessanta.

La storia – Guy e Rosemary sono una giovane coppia borghese; lui (John Cassavetes, che sarà anche indimenticabile regista di capolavori come A Woman Under the Influence e Gloria) è un attore alle prime armi che per il momento ha girato solo uno spot pubblicitario, mentre lei (Mia Farrow, allora celebre volto della serie televisiva Peyton Place) è una ragazza di campagna, insicura e tormentata dal suo “tradimento”: a dispetto della sua formazione cattolica, non solo ha sposato un non-cattolico, ma addirittura fa uso di anticoncezionali. Mentre, da buona casalinga, si occupa del bucato, Rosemary conosce Terry, una ragazza che abita nel suo palazzo, ospite di Roman e Minnie Castevets, i due strambi vecchietti dell’appartamento accanto. I due anziani sono in realtà i capi di una setta satanica alla ricerca di una giovane “di sana e robusta costituzione fisica”, non vergine, cui affidare il ruolo di Madonna demoniaca, ovvero di madre dell’Anticristo. Terry, che per qualche ragione non rientra nel profilo desiderato, finirà suicida, ma verrà rimpiazzata dall’ignara ed ingenua Rosemary. I Castevets reclutano Guy, facendo leva sulla sua vanità e dando, a suon di malefici, una svolta fondamentale alla sua agonizzante carriera. Non contento di aver letteralmente venduta al diavolo la sua anima, Guy non si farà scrupolo di devolvere alla causa satanista il ventre di sua moglie. Dopo una serie di vicende agghiaccianti, Rosemary, nel giugno del 1966 (6/66, anno zero della nuova era dominata dal Maligno) darà alla luce l’Anticristo.

Ansia americana – E’ interessante analizzare brevemente il contesto storico e culturale in cui il film viene concepito. Sul fronte esterno, gli Stati Uniti stanno vivendo l’escalation della guerra in Vietnam, mentre all’interno del paese misteriose cospirazioni conducono, nel solo 1968, a due omicidi politici: il 4 aprile viene infatti assassinato il reverendo Martin Luther King, mentre il 5 maggio è la volta di Robert Kennedy. Dopo la sbronza hippie e il sogno di una nuova stagione di libertà, il Paese si risveglia con le mani lorde di sangue. Pochi personaggi incarnano la mutazione degenerativa del sogno hippie quanto Charles Manson, musicista ed hippie divenuto ispiratore di una setta di spostati, la cosiddetta Family. Ironicamente, furono proprio alcuni membri della Family ad uccidere, l’8 agosto 1969, tra gli altri, Sharon Tate la moglie di Polanski, incinta al nono mese. Non è dato sapere se i fulminati che si macchiarono di quei terribili delitti avessero o meno visto Rosemary’s Baby; ma certo il fatto che una setta “satanica” abbia ucciso una donna prossima al parto ha delle sinistre assonanze con la vicenda narrata nel film interpretato da Mia Farrow, in cui una donna partorisce il figlio del Demonio. Paradossalmente, la musica dei Beatles, che tutto evoca salvo pensieri e gesta criminose, in quel periodo viene associata alle gesta dei succubi di Charles Manson. Manson era addirittura ossessionato dall’Album Bianco (uscito a novembre 1968), al punto che i suoi emissari scrissero “Helter Skelter” e da “Pigs” con il sangue delle vittime su una parete e sulla porta di ingresso di casa Polanski, al 10050 Cielo Drive di Benedict Canyon, Beverly Hills. (1)

Bambini deformi – Rosemary’s Baby stuzzica anche un altro nervo scoperto della psiche collettiva del suo tempo. Questa volta parliamo di Europa: tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta l’ancestrale e radicata fobia di una gravidanza culminata dalla nascita di un mostro si era acutizzata a causa del cosiddetto scandalo del talidomide. A seguito di test drammaticamente superficiali, che ne certificarono la sicurezza, le donne in gravidanza impiegarono farmaci a base di talidomide come sedativo e anti-nausea. Solo nel 1961 gli studi indipendenti di un ginecologo australiano, William McBride, e del pediatra tedesco Widukind Lenz misero in luce gli aspetti teratogenici del farmaco, che, come fu chiaro, provocava gravissime malformazioni al feto, quali amielia (assenza di arti) e focomelia. Si stima che la criminale irresponsabilità della Chemie Grünenthal, la casa farmaceutica che sviluppò il prodotto, destinandolo alle donne in gravidanza, abbia causato la nascita di un numero compreso tra i 10.000 e i 20.000 bambini con gravissime deformità, il 40% dei quali non sarebbe arrivato al primo compleanno (senza considerare le morti in utero). Benché il farmaco fosse stato ritirato dal commercio a fine novembre del 1961, l’inchiesta governativa tedesca impiegò oltre sei anni per approdare alla denuncia a carico delle figure apicali della società: il processo iniziò a maggio del 1968 (2). Rosemary’s Baby, dunque è il capostipite di una serie di film impregnati da “ossessioni ginecologiche e fetali” (3), così come di quelli che hanno come protagonisti bambini malvagi: The Brood di David Cronemberg, Alien di Ridley Scott, Omen di Richard Donner e naturalmente a L’Esorcista di W. Friedkin.

La “Pillola” – E’ indubitabile l’importanza della diffusione della pillola anticoncezionale nella storia della società americana degli anni Sessanta. Benché la Searle inizi a vendere l’Enovid come anticoncezionale tra il 1960 e il 1961, si dovrà attendere fino al 1965 per renderla disponibile a tutte le coppie sposate (!), e fino al 1972 affinché la vendita del prodotto a donne non sposate non venga considerata illecita secondo la legge americana. La separazione del sesso dalla riproduzione e il pur esitante e lento processo di riappropriazione dei suoi diritti riproduttivi da parte della donna irrita l’oscurantista ed ottusa chiesa cattolica. Non a caso, solo pochi mesi dopo l’uscita di Rosemary’s Baby, Paolo VI (4) promulga l’enciclica “Humanae Vitae“, nella quale ribadisce la ferma condanna della chiesa nei confronti di ogni forma di controllo delle nascite. Ed in effetti Rosemary’ Baby è una elaborata critica sociale “all’oppressione di genere e al patriarcato”, che Polanski realizza da par suo, senza cioè rinunciare al divertimento. Infatti, se da un lato l’impostazione cospirazionista è tipica della subcultura ultrareazionaria, il modo in cui la setta satanica si rapporta alla giovane donna sola non è che una manitestazione parossistica della vera agenda con cui i conservatori tentano di ricacciare nel buio le innovazioni liberal degli anni Sessanta. Al di là dei topoi del cinema di genere, la vicenda è in effetti quella di una donna che cerca di sfuggire al marito e ai suoi alleati (satanisti?) impegnati a controllare ogni aspetto della sua esistenza: il suo corpo, la sua sessualità, e il suo diritto a procreare, e, nel caso, a determinare come e quando farlo – perfino il suo modo di acconciarsi i capelli (5).

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Sex Is Violence

Control – Non appena Rosemary viene percepita come “feconda” e sola (in quanto rinnegata dalla sua famiglia per le sue scelte “immorali”), essa diviene un utero a disposizione dei piani folli di suo marito. Ci sono, sì, le rose rosse, ma la fecondazione di Rosemary è la conseguenze non di un rapporto affettuoso e consensuale, ma di una violenza carnale: Rosemary viene drogata (e le sue rimostranze sul sapore “farinoso” del dessert preparato dalla “affettuosa” anziana vicina vengono ovviamente ridicolizzate) e il marito ne abusa sessualmente. Dal momento che, approfittando di un momento di distrazione, la donna ha gettato una parte del dolce, il suo sonno sarà parziale, e sarà quindi parzialmente lucida mentre il marito e i suoi compagni di … Sabba la sopporranno allo stupro. Il rapporto verrà sì iniziato dal marito, ma a concluderlo sarà un orribile mostro antropomorfo – lo spettatore potrà scegliere se nell’economia della narrazione, tale rimpiazzo sia da interpretarsi come effettivo o simbolico. Quando, la mattina dopo, Rosemary si lamenta dei graffi sul corpo, il marito non si fa problemi a raccontarle una versione dei fatti che, pur edulcorata, comporta comunque l’ammissione di una violenza sessuale. Guy si concede perfino una risatina e una battuta di cattivo gusto; e lì finisce. Tutto normale, in fondo, la donna è proprietà del marito, e lui può servirsene come meglio crede.

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La verità non rende liberi. Proprio per niente.

Rosemary, ormai incinta, continuerà ad essere oggetto al controllo ossessivo eteronormativo: non potrà prendere le vitamine come le altre donne, ma sarà costretta a bere l’orrendo bibitone che le prepara la strega Minnie. Quest’ultima farà in modo che Rosemary non venga più seguita dal suo ginecologo, presentandola al dottor Sapirstein (un altro membro della setta). Le amiche che la sconsigliano di dar retta a Sapirtstein verranno trattate da Guy come delle oche senza cervello. L’insistenza di Rosemary verrà messa a tacere con un riferimento assai greve a chi paghi le fatture del dottore. Tra i consigli di Sapirstein vi sarà il divieto di leggere libri che parlino di gravidanza; e lo stesso farà il marito quando Rosemary entrerà in possesso di un testo sulla stregoneria fattole pervenire da un suo amico, guarda caso ucciso da un incantesimo ordito dai Castevets. Guy si impadronirà del libro, posizionandolo su uno scaffale in alto, dove la moglie non possa arrivare a meno di non montare in piedi su una sedia, … accanto (e significativamente) ad una copia del Rapporto Kinsey. Quando ormai Rosemary avrà accumulato prove evidenti del complotto che la sta trasformando suo malgrado nella madre di un nuovo Cristo diabolico (che nascerà a giugno 1966 – 6/66), cercherà aiuto presso il suo precedente ginecologo che, probabilmente in buona fede, interpreterà il suo racconto come l’esito di un attacco isterico pre-parto, finendo per consegnarla proprio ai suoi aguzzini. A questo punto, Rosemary si ribella apertamente ai suoi carnefici, e per questo viene sottoposta ad una pesante sedazione; quando si risveglia, dopo il parto, viene nuovamente ingannata, dal momento che Guy cerca di convincerla che il bambino è nato morto. Tuttavia, Rosemary, che attraverso le sottili pareti dell’appartamento riesce a sentire il pianto del neonato e i canti rituali della setta, scoprirà la verità.

Il bambino (cui è stato dato il nome di Adrian, senza nemmeno interpellarla), è vivo ed in buona salute, ma nella sua culletta nera, sovrastata da un crocefisso rovesciato, frigna come un normale neonato, bisognoso delle coccole della mamma. Peccato abbia quegli occhi non umani  – “proprio quelli di suo padre” chioccia una socia più anziana della setta, riunita per far festa all’anticristo. Ed è nel finale che si realizza il capolavoro di Polanski: Rosemary, entrata nell’appartamento dei capi della setta con un coltello da cucina e non proprio con le migliori intenzioni, soccombe alla pressione sociale patriarcale, (“lasciate che lo culli… è sua madre” dirà Roman) e finisce per accettare come “destino” la sua progenie biologica, anche se frutto della violenza e dell’inganno.

(1) I collegamenti tra Beatles, sorelle Farrow e Charlie Manson non finiscono qui: Susan Denise Atkins, una degli assassini di Sharon Tate, era conosciuta nella Family con il soprannome di Sadie Mae Glutz, un nome che assona con “Sexy Sadie“, un altro pezzo dell’Album Bianco, che Lennon scrisse per prendere in giro il maestro Maharishi per i suoi presunti approcci sessuali a… Mia Farrow. “Dear Prudence“, un altro pezzo dell’Album Bianco, era stato scritta da Lennon per Prudence Farrow, sorella di Mia, che era un po’ la “secchiona” dell’ashram, talmente presa della meditazione da rimanere reclusa in meditazione per settimane intere (di qui l’invito degli amici: “Dear Prudence won’t you come out to play?”) Un’ultima cosa: l’appartamento in cui è ambientato Rosemary’s Baby (che nel film viene chiamato Bramford Building) è in realtà il Dakota Building, un palazzone ottocentesco sulla Settantaduesima Strada (New York), dove sarebbe andato a vivere John Lennon, e davanti al cui ingresso venne assassinato l’8 dicembre 1980.

(2) Il procedimento giudiziario venne sospeso circa due anni dopo, in conseguenza, sembra, di un vergognoso patteggiamento tra i rappresentanti dell’azienda e quelli del governo federale, che tra l’altro non incluse i rappresentanti delle vittime.

(3) David J. Skall, storico e critico di film horror

(4) Paolo VI viene citato per ben due volte nel film di Polanski: la prima nel corso della conversazione tra i capi della setta demoniaca e Guy, e una durante l’angosciante sequenza onirica in cui Rosemary mette in scena i suoi sensi di colpa di cattolica reietta

(5) Più o meno a metà del film il look di Rosemary cambia drasticamente, e i bei lineamenti di Mia Farrow verranno valorizzati da un rivoluzionario (per i tempi) taglio “pixie”, divenuto immediatamente molto popolare in tutto il mondo.  Peccato che Guy dedichi al nuovo taglio della moglie una battuta singolarmente volgare: “Non riesco a credere che abbia pagato dei soldi per … questo”. Polanski fece arrivare sul set direttamente da Londra il mitico parrucchiere Vidal Sassoon, facendo lievitare il costo dell’hair-do di Ms. Farrow da 30 a 5.000 dollari. Si trattò di un’eccezionale occasione pubblicitaria per il parrucchiere britannico, che finse di eseguire il taglio all’interno di un ring da boxe trasformato in set fotografico. In realtà, Sassoon aveva già trasformato in “pixie” Mia Farrow qualche settimana prima, e quindi si schermì quando Polanski gli chiese raggiungerlo negli USA. Ma quando quest’ultimo rispose “c’è sempre qualcosa da tagliare”, a Sassoon non restò che prendere l’aereo e partire. La ricostruzione dei fatti di Mia Farrow è leggermente diversa: il giorno dopo la morte di Sassoon (2 maggio 2012) Mia Farrow, su Twitter, ha fatto sapere che si era tagliata da sola i capelli qualche giorno prima e che l’intera vicenda del ring con i fotografi non era altro che una colossale montatura a scopo promozionale. Sembra che Frank Sinatra, allora marito di Mia Farrow, l’avesse minacciandola di “conseguenze” qualora si fosse tagliata i capelli corti; a proposito di uomini violenti che vogliono controllare le donne… In ogni caso, da gentiluomo qual era, Sinatra fece recapitare a Farrow le carte del divorzio direttamente sul set di Rosemary’s Baby; pare che il casus belli fosse stato il rifiuto di Farrow di abbandonare il set di Rosemary’s Baby per raggiungere il marito, che desiderava farle recitare una particina nel suo film The Detective.

The Ruling Class – una recensione

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Una noiosa domenica di molti anni fa, a casa della mia nonna materna, mi capitò di vedere un pezzo di questo film. Nonna Ginetta aveva comprato un televisore a colori, che allora rappresentava il massimo della tecnologia moderna, e ogni tanto mio padre ed io passavamo un pomeriggio domenicale ipnotizzati da quella fantastica novità. Sorbivamo di buon grado qualsiasi porcheria ci venisse propinata dalla scatola magica; a differenza della Rai, le “tivvù private”, infatti, passavano film a qualsiasi ora, classici come opere bislacche come quella di cui oggi voglio parlare.

Da notare: i miei genitori, che si erano preoccupati di bandire dalla conversazione qualsiasi riferimento anche lontanamente attinente alla sfera sessuale, a dieci anni mi consentivano di guardare film che per tema, durata, stile, argomento, erano chiaramente non adatti ad un bambino della mia età. Ero piccolo quando mi vennero propinate le tre ore abbondanti di “Barry Lyndon”. Vorrei poter dire che la visione di quella meravigliosa pellicola in sì tenera età sia stata decisiva per forgiare il mio futuro impeccabile gusto in fatto di cinema; la realtà è ben diversa, ovviamente: “Grazie papà, per avermi portato a vedere un film dove a uno tagliano la gamba e la danno al gatto“- questo fu il mio unico commento. Tra l’altro, la versione che vidi allora era quasi certamente tagliata: non ho memoria, ad esempio, della scena del bacio omosessuale tra ufficiali (negli USA si affronta il tema dell’omosessualità nel 1958 con “La Gatta sul tetto che scotta”, in Italia, oltre vent’anni dopo, si purga una scena con un bacio tra uomini).

Ma torniamo a “The Ruling Class” (“La classe dirigente”): facendo zapping, mio padre vede Peter O’ Toole, un attore che idolatra dopo il suo Lawrence d’Arabia, e finalmente la pianta di cambiare canale in modo compulsivo. La bizzarria e l’irriverenza del film a me piacquero immediatamente, anche se ovviamente non ne capii a fondo il senso polemico. Al piccolo Braconi (e anche al senior in effetti) fu comunque negata la scena in cui Carolyn Seymour si esibisce in una coreografia-strip tease, fino a rimanere nuda: anche qui, evidentemente, un piccolo taglio per non turbare troppo i borghesi teledipendenti della domenica…

Quando lo becchiamo, il film è iniziato da un po’, e così perdiamo pure l’assurda sequenza iniziale: quella di sicuro non l’avrei capita. Provate a spiegare questo, ad un bambino di 10 anni (nel 1979): l’anziano Ralph, 13-esimo conte di Gurney, in divisa da ufficiale britannico e tutù da ballerina, chiuso nella sua stanza da letto, fa uno strano gioco autoerotico: con l’ausilio di una scaletta, si mette un cappio al collo e si procura piacere con brevi istanti di asfissia. Quando la scala si rovescia, il conte si impicca e muore.

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Gli stravaganti nobili inglesi

Sir Charles, dopo aver dissimulato la reali circostanze della morte dell’illustre e ricco fratello, punta ad impadronirsi dei di lui beni, congiurando apertamente ai danni del legittimo erede, Jack Arnold Alexander Tancred Gurney, 14-esimo conte di Gurney (Peter O’ Toole). Obiettivo apparentemente facile, dal momento che Jack è un pazzo furioso convinto di essere Dio. Una follia tenera e poetica, la sua, che si manifesta nell’aperta predicazione della fratellanza universale e che comporta qualche piccola stravaganza: Jack, per dire, insiste a dormire, in piedi, sul crocifisso a grandezza naturale che ha fatto installare nel salotto della sua casa di famiglia. Ovviamente, il suo messaggio di amore incondizionato, più che avversato, viene semplicemente ignorato dai più come una fastidiosa forma di eccentricità.

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Carolyn Seymour, moglie del regista Peter Medak, come io non ho potuto rimirarla quando avevo 10 anni.

Sir Charles mira a far sposare rapidamente Jack – a tal fine “riciclerà” cinicamente una sua (ex?) amante, che, a dispetto di ogni aspettativa, finirà per provare autentica tenerezza per lo sfortunato conte di Gurney. Una volta messo alla luce un erede legittimo, spera Sir Charles, potrà far interdire Jack e toglierlo definitivamente di mezzo rinchiudendolo in manicomio. A tal fine viene perfino ingaggiato uno psichiatra, il dottor Herder, il quale però, anziché favorire i biechi piani di Charles, avallando la tesi della follia di Jack, si metterà in testa di curarlo. Ed effettivamente i suoi metodi, singolarmente crudeli, condurranno il paziente ad una parvenza di normalità. Dismessi l’acconciatura da Gesù pop, i completi bianchi ed il saio monacale, Jack sfoggia ora un perfetto taglio di capelli, un magnifico completo di sartoria, e siede sullo scranno parlamentare un tempo occupato dal defunto padre. Eppure, il recuperato equilibrio mentale non è esente da ombre né da vaghe suggestioni violente; la mente di Jack, infatti, è irrimediabilmente malata, ed egli adotterà ben presto un alter ego assai più sinistro, quello del maniaco assassino di prostitute Jack lo Squartatore. Nessuno, nemmeno l’amata e tutto sommato innocente moglie, verrà risparmiato dal suo furore distruttivo.

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Il “nuovo” conte di Gurney e la sua platea di zombie.

La Classe Dirigente” è la versione cinematografica di una pièce teatrale scritta da Peter Barnes nel 1968 (in questi giorni, fino all’11 aprile 2015 viene rappresentata a Londra); anche in quel caso il quattordicesimo conte di Gurney venne impersonato da Peter O’ Toole, il quale era anche proprietario dei diritti. La leggenda vuole che, nel 1972, al termine di una serata ad alta gradazione alcolica trascorsa in compagnia di Peter Medak, l’attore irlandese abbia telefonato al suo agente: “Sono qui con quel pazzo di ungherese, e sì, lo so che sono sbronzo, ma ti do 24 ore per metter su questo film“. La mattina successiva Medak riceve una chiamata dalla United Artists. Il film, come la commedia, è un guazzabuglio in cui si alternano black comedy, satira sociale e musical. Pur nella sua piacevolezza è una pellicola piena di rabbia, quasi nichilista. L’unico personaggio positivo è in effetti quello del maggiordomo marxista, Daniel, che, una volta ereditata una somma di denaro dal vecchio conte di Gurley, diventerà pericolosamente poco diplomatico nei confronti dei suoi “padroni”, e progressivamente più proclive all’abuso di alcol. Pur odiando cordialmente (e con ottime ragioni) la corrotta famiglia Gurney, rimarrà fedele al giovane Jack, il quale tuttavia lo tradirà senza il minimo scrupolo per salvarsi dall’accusa di omicidio. Il “nuovo” conte di Gurney si comporta in modo consono a quanto gli impone il suo retaggio, ovvero mettendo in conto alle classi oppresse le conseguenze della propria condotta criminale: si registra qui quel tipo di forzatura ideologica che dal mio punto di vista fa invecchiare male tanto cinema di contestazione anni Settanta, altrimenti molto interessante.

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Il maggiordomo marxista, pronto alla prima vacanza della sua vita.

Per il resto il carnevale grottesco di Medak / Barnes butta all’aria ogni sacra istituzione borghese:

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Il Vescovo Lampton.

La religione organizzata (La Chiesa d’Inghilterra): ad impersonarla è la maschera stravolta ed esilarante del vescovo Bertie Lampton (Alastair Sim), che, a dispetto delle manfrine con cui manifesta il suo sdegno per la corruzione dei suoi tempi, fingerà di credere che la morte di Ralph Gurney sia stata causata da un incidente e che il matrimonio di comodo tra una prostituta ed un debole di mente sia il suggello divino su un amore sincero. Non a caso l’autentico messaggio “love & peace” viene messo in bocca ad un folle: esso, infatti, comporta un sovvertimento di valori talmente violento che una società cinica non può che catalogare come pazzia.

La scienza: a dargli corpo è il personaggio del dottor Herder, medico abile ma incapace della minima empatia con il paziente, ed in più pronto a farsi corrompere in cambio di sesso (le profferte erotiche della matura e disinibita moglie di Sir Charles) e del denaro necessario a finanziare le sue ricerche. Per inciso, con la sua “geniale” terapia, trasformerà la bonaria follia di Jack in una furia omicida che nulla risparmia.

Il matrimonio: quello organizzato da Sir Charles è una farsa indecente – solo per caso, da queste esecrabile finzione nascerà un legame basato su un affetto genuino, anche se breve. Quanto al suo, di matrimonio, c’è poco da stare allegri. A parte il fatto che Sir Charles se la spassa con un’amante che ha la metà dei suoi anni e che non si farà scrupoli ad asservire ai suoi loschi piani, la moglie lo disprezza al punto da andare a letto con Herder solo per odio nei suoi confronti. Non solo, ma quando Jack recupererà la sua rispettabile “normalità” (apparente e comunque transitoria), Lady Claire non si farà scrupolo di sedurre il nipote, che l’ammazzerà a coltellate.

La società: la classe dirigente viene dipinta come una combriccola di deboli di mente, il cui sbandierato rispetto per le tradizioni nasconde esistenze dannate da conformismo, fredda ipocrisia, violenza e alcolismo. Un circolo chiuso, all’interno del quale tutto è concesso e al di fuori del quale tutti sono considerati nemici. Molto efficace, a tal proposito, è la scena in cui Jack, ormai rinsavito e trasformatosi in eloquente parlamentare, terrà un discorso in cui si dichiarerà favorevole alle punizioni corporali e alla pena di morte; ad applaudire sarà però un’assemblea di mummie polverose (il Parlamento).

Insomma, anche se è stato girato molti anni fa e nonostante qua e là faccia percepire l’ansia dimostrativa tipica dei film a tesi, La Classe Dirigente è divertente e polemico; il suo unico difetto è la lunghezza: 153 minuti sono davvero troppi, qualche taglio in fase di montaggio avrebbe reso il lavoro molto più snello e fruibile.

Due o tre cose sul Festival del Film

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La settimana scorsa, dal 16 al 25 ottobre, ho vissuto al Festival Internazionale del Film di Roma, questa manifestazione che, alla sua nona edizione, ancora si ostinano a fare facendoci credere che sono capaci di organizzare le cose.

Prima le buone notizie: la selezione dei film è sempre buonissima, a mio modesto parere. Anche quest’anno sono riuscita a vederne circa una quindicina, con il picco raggiunto di tre in un giorno solo (poi dopo ero tipo morta), dunque passo a illustrarvi quelli che, secondo me, sono stati i film più significativi e non.

As the Gods Will, Takashi Miike: da recuperare assolutamente; Miike traspone il manga su pellicola lasciando allo spettatore l’impressione di leggere un fumetto, e non di vederne l’adattamento a film. Colonna sonora strepitosa, ma non vi dico la trama.

Still Alice, Wash Westmoreland, Richard Glatzer: filmone sul dramma dell’Alzheimer precoce, che, nonostante le premesse, riesce a non risultare patetico. Grandissima Julianne Moore, e Kristen Stewart forse ha imparato ad assumere più di un’espressione.

Eden, Mia Hansen-Løve: gli anni ’90 francesi attraverso la musica elettronica, con più di un accenno ai Daft Punk. Sì, ci sta sempre quell’atmosfera fastidiosa con i francesi che fumano in continuazione e che non fanno nulla tutto il giorno, ma vi assicuro che passa tutto grazie alle atmosfere musicali azzeccatissime. Cameo di Greta Gerwig, che non ho capito perché ma ormai è l’idolo delle folle, quindi magari se uno scrive che c’è pure lei nel film la gente se lo vede.

Trash, Stephen Daldry: favelas, ragazzini cenciosi, un po’ di buonismo, ma in sostanza un buon film, che si regge soprattutto sul fatto che chiunque della mia generazione veda dei bambini alle prese con un’avventura, si immagina i Goonies. Dovevano pensarla così pure i giurati del Festival, perché l’hanno premiato come miglior film.

Buoni a nulla, Gianni Di Gregorio: non ci siamo. Il Di Gregorio secondo me ha azzeccato solo Pranzo di Ferragosto, questo, come il precedente, manca di approfondimenti e di ritmo. Però Gianni oh: bravissimo. Dovrebbe recitare in film non scritti da lui.

Gone Girl, David Fincher: evitate accuratamente di andare a vedere questo film con la vostra dolce metà. Fincher devastante, che ci offre un’atroce metafora sui rapporti di coppia, senza risparmiare quelle due o tre volte in cui ti strappa pure una risata. Ben Affleck diretto da uno bravo diventa bravo pure lui; notevole Neil Patrick Harris che forse s’è riuscito a levare l’ansia di essere identificato come Barney Stinson per il resto della sua vita.

Soul Boys of the Western World, George Hencken: assolutamente da vedere per i fan degli Spandau Ballet, secondo me questo film può essere apprezzato pure da chi non li conosce per niente: io avevo sentito due canzoni in croce, e alla fine del documentario ammetto che m’è scesa la lacrimuccia.

Mauro, Hernan Rosselli: ho dormito per metà del film, l’altra metà era comunque roba completamente inutile, non ho capito dove volesse andare a parare pure se avevo letto la trama prima di entrare in sala.

La foresta di ghiaccio, Claudio Noce: signori e signore, il film più brutto del mondo. Trama banalissima, dialoghi da Occhi del cuore, buchi di sceneggiatura, attori insopportabili che parlano tipo in bergamasco o in un dialetto ugualmente antipatico, hanno voluto fare Twin Peaks ma ‘sto cazzo. Atroce, da vedere MAI.

La prochaine fois je viserai le coeur, Cédric Anger: inquietante thriller hard-boiled tratto dalla storia vera di un poliziotto serial killer, ottimo noir, protagonista bravissimo ma vorrei non incontrarlo mai a tarda notte, paura totale.

Tusk, Kevin Smith: niente a che vedere col Kevin Smith che tutti conosciamo. Tusk è un film allucinante, completamente surreale ma godibilissimo, meglio da vedere se non si sa nulla della trama; sconsigliabile però a chi si impressiona facilmente. Nota per il cast: a metà film ho capito che uno dei protagonisti era Johnny Depp; il tizio più anziano è palesemente Bryan Cranston fra 20 anni e chi trova prima il ragazzino di Il sesto senso vince una pacca sulla spalla.

Guardiani della GalassiaJames Gunn: una sola parola: BOMBA.

Nightcrawler, Dan Gilroy: ambientato ai giorni nostri ma al contempo negli anni ’70, secondo me il film migliore del Festival. Jake Gyllenhaal mi ha ricordato il Ryan Gosling di Drive, uno che non sbrocca mai proprio perché nessuno vorrebbe assistere a quel determinato momento. Io continuo a non raccontarvi le trame perché pure questo secondo me è fico da vedere senza sapere nulla.

Stonehearst Asylum, Brad Anderson: il regista aveva fatto un paio di film più belli, che erano Session 9 e L’uomo senza sonno; di questo si può dire che l’idea è molto interessante, ma che poi purtroppo non viene sviluppata come dovrebbe. Ottimo casting, notevolissimo il professor Remus Lupin di Harry Potter nel ruolo di un custode piuttosto inquietante. Kate Beckinsale sempre più bòna, mortacci sua, e niente, ogni volta che vedo Michael Caine mi sembra che il film salga una spanna in su.

Menomale è lunedì, Filippo Vendemmiati: documentario sui carcerati che dal lunedì al venerdì non stanno più al gabbio, ma li portano a lavorare; quindi, al contrario di noi, odiano i finesettimana. Iniziativa lodevolissima, ma il film manca di approfondimenti. C’è da dire che forse il regista ci voleva solo mostrare nello specifico cos’è che fanno gli impiegati, e non per forza quali sono le loro storie, ma sarebbe stato carino sapere, per esempio, quello che viene fuori alla fine, visto che per tutto il film li vediamo assemblare una macchina, ma alla fine non sappiamo a cosa serve.

Mio papà, Giulio Base: un film che poteva essere carino ma fallisce completamente per due motivi: le trovate di trama forzatissime che servono a trasformarlo in un drammone, e i dialoghi fintissimi che sembrano scritti da uno che non ha mai vissuto un giorno nel mondo reale. Ottimo per essere una fiction, ma non un film. Note positive: il bambino protagonista bravissimo, Giorgio Pasotti finalmente non urla e non parla ansimando.

Dopodiché: passiamo all’organizzazione.

Ok, non avete i soldi. Ok, volete che vengano comprati tanti biglietti da poter così avere tanti soldi.

Un paio di consigli:

a) gli accreditati sono persone come le altre. È cafone che ci trattiate come appestati, visto che la gente con al collo l’accredito ‘press’ sta, tipo, LAVORANDO, e quindi magari ecco vorrebbe vederli i film, visto che il pubblico è pagante, ma pure noi l’accredito lo paghiamo 50 pippi.

b) sul regolamento c’è scritto “non si entra a proiezione iniziata”. Bene. Le cose stanno così: il vero problema del Festival del Film di Roma è il fatto che l’Auditorium vuole megavendere i biglietti, dunque vengono prima i possessori di biglietto e dopo gli accreditati. Mi sta bene, anche perché noi abbiamo le nostre proiezioni stampa, e mi sta bene pure che alle prime uno si mette in fila un’ora prima per assicurarsi di poter entrare (nelle sale tengono comunque un minimo di posti disponibili per gli accreditati, e le sale sono grosse, quindi 9 su 10 entri comunque). Però cosa succede: che se mi fate entrare, e mi fate sedere, e dopo 20 minuti che è iniziato il film quello col biglietto improvvisamente si ricorda che doveva entrare, e voi lo fate entrare (nonostante sul regolamento ci sia scritto che non si può), e vabbè, e quello ha anche l’ardire di far alzare un’intera fila perché deve raggiungere il suo posto, è giusto che la gente si rifiuti di alzarsi. Non è capitato a me, ma ho visto gente che giustamente gli ha detto “ti attacchi al cazzo, potevi arrivare prima.” Stima assoluta.

Nota finale: i partecipanti al Festival.

Non dico che io voglia vedermi i film nel silenzio più assoluto, eh, ma vi suggerisco un paio di cose:

a) ce la facciamo a non commentare ogni singola scena? “Oh, ma quella è Trastevere!” “Nooo, c’è Johnny Depp!” “Ma lì dove stanno?” “Oddioddioddio” (sentito dire per un intero film da una signora che evidentemente non aveva mai visto un thriller): sì, stiamo guardando un film; sì, ci sono degli attori a volte anche famosi, pensa; sì, alcuni luoghi può essere che li abbiate addirittura già visti.

b) ce la facciamo a non scassare le palle mentre mi guardo il film? Se entrate a proiezione già iniziata, come già detto, vi attaccate al cazzo e vi mettete di lato.

c) ce la facciamo ad avere il buon gusto di non sembrare tutti dei piccoli Ghezzi dei poveri, che magari a me non frega una mazza emerita delle vostre recensioni e/o congetture che iniziano ancora prima dei titoli di testa?

Conclusioni: il cinema è bello, gli appassionati di cinema no.

 

JJ

 

Le appassionanti avventure di Zio Herzog

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Scusate!  Sono mancata un paio di settimane, ma purtroppo qui gli aneddoti iniziano a scarseggiare, dunque facciamo che li faccio uscire ogni due mercoledì, in modo che si allunga il brodo e voi state con la saspenz, eh? (non picchiatemi)

Qui comunque, trovate tutte le puntate.

Lo so che ne avete abbastanza di Fitzcarraldo.

Ma metti insieme W.H., Klaus Kinski, una masnada di indigeni incazzati, l’Amazzonia, i ragni grossi come un pugno, mille zanzare, attori che si ammalano di dissenteria e avrai una produzione tutt’altro che facile (ricordiamo sempre che per semplificare le cose Herzog decise di far passare davvero una nave attraverso una montagna).

Allora.

Mentre sul set erano tutti piuttosto tesi, si dimenticavano gente appesa agli scogli, c’erano gli insetti, Kinski era matto, c’era anche da gestire le tribù locali, che già erano diffidenti, in più non andavano tanto per il sottile: Herzog da solo già aveva, per sua stessa ammissione, pensato seriamente a voler fare fuori Kinski (cosa che anche l’attore, dal canto suo, aveva pianificato); e quando gli indigeni sul set di Fitz. gli avevano chiesto se voleva che il “demone bianco” (Kinski, n.d.A.) sparisse dalla circolazione, lui ci aveva pensato un attimo prima di dire di no. Insomma, non era gente poi tanto tranquilla. Se ci fate caso, infatti, nel film le comparse recitano piuttosto bene il loro odio verso il giovane invasore: è che lo odiavano davvero.

Insomma, in tutto ciò accade che, come se non bastassero già i milioni di guai che aveva tutta la produzione (non tutti sanno che i membri di quella troupe dopo il film fecero richiesta per lavori noiosi, tipo in banca), c’era pure una guerra di confine, fra Peru ed Ecuador.

E la presenza della troupe tedesca non li intimidisce? No, perché pare che alcuni attivisti francesi, ambientalisti (magari pure vegetariani), si erano presentati qualche giorno prima dagli indigeni dicendo (da leggere con accento da Ispettore Clouseau): “Mes amis, i tedeschi sono delle persone terrìble, guardate qua” e gli avevano regalato delle simpaticissime foto dell’olocausto. Così, tanto per appianare i rapporti.
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Quindi, senza ulteriori indugi, a un certo punto questi iniziano a tirarsi le lance.

Come nei cartoni animati.

Cioè, mica tanto, perché a una certa iniziano pure a tirarsi delle frecce, forse per essere più precisi, vai a sapere; e alcune di queste colpiscono una comparsa alla gola (salutace i nonni) e sua moglie tre volte all’addome. La moglie, incredibilmente, sopravvive. Ma va operata.

Chi si occupa di fare da assistente chirurgo? E’ ovviamente zio H., che senza indugi prende una torcia, un repellente per i MILIONI di insetti che tentavano di mangiarsi la moribonda, e sta là 8 ore col medico, a fare da assistente e a imparare come si estraggono le frecce dallo stomaco (hai visto mai ti torni utile).

"MEEEEEEEHHHH!" "MEEEEEHHH! MEEEEEH!!"
“MEEEEEEEHHHH!” “MEEEEEHHH! MEEEEEH!!”

Dopo questa esperienza estenuante, zio H. è felice: sa di aver fatto il suo dovere, di aver salvato una vita; e tutto sommato si sente un po’ più allegro (come il chirurgo dell’omonimo gioco).

“Questa gente, beh, io in fondo la capisco. Si trovano il territorio invaso da gente che gli sta modificando il paesaggio, c’è quell’altro che non la finisce mai di urlare e loro già hanno milioni di problemi senza che ci mettiamo anche noi a peggiorare le cose. Però stasera forse mi sono guadagnato un po’ di rispetto. Credo che questo sia dell’ottimo karma.”, pensa, mentre si avvia all’accampamento.

Herzog arriva all’accampamento. La sua capanna è stata data alle fiamme dagli indigeni.

“Maledetti selvaggi.”

 

 

 

JJ

Pasolini ultimo atto

in cinema by

Abel Ferrara arriva defilato nella sala già piena appena un attimo prima dell’inizio del film, giusto in tempo per dichiarare l’impossibilità sperimentata nel riconsegnare allo schermo il vissuto del poeta friulano: “certe cose si possono rappresentare solo attraverso il corpo. Questa è e rimane una grande lezione pasoliniana”.

Ci saluta con l’invito ad abbandonare tutte le aspettative, con la preghiera di approcciare il suo Pasolini, che esce nelle sale oggi, con l’attitudine che si ha “affacciandosi alla finestra”, cioè col disinteresse e l’apertura del guardare fuori assorbendo ciò che si vede e accade.

E ciò che accade nel film, ripetendone lontanamente struttura e forme, segue lo schema che si ritrova in Petrolio: una carrellata di memorie, visioni, immagini viste “affacciandosi alla finestra”, parziali e apparentemente isolate ma sempre in rapporto tra loro, che ci consegnano le ultime 24 ore della vita del poeta-regista-scrittore, interpretato da un Willem Dafoe Pasolini fotocopia.

L’inizio con la madre che lo accoglie al ritorno dal suo viaggio a Stoccolma per la traduzione de “Le ceneri di Gramsci”. Passaggi da Salò o le 120 giornate di Sodoma. Frammenti di Petrolio, dalla scena de “Il pratone della Casilina” (Appunto 55), nel quale Carlo consuma un rapporto orale con venti ragazzi nella periferia romana, al sempre Carlo angelico e sociale immerso in un ricevimento dell’alta borghesia di cui è astro nascente del nuovo potere.

Ferrara ci racconta una Roma notturna che celebra con la lettura diagonale di inquadrature deformanti strade, monumenti e piazze, dentro la quale Pasolini si lancia come l’Alex predatorio di Arancia Meccanica. Una morbida e sofferta discesa all’inferno, vagando alla ricerca di qualcosa di desiderato e irraggiungibile.

E poi cuciti insieme: una quotidianità diurna tra le mura di casa, con gli affetti e gli amici più intimi che lo accompagnano, senza saperlo, verso gli ultimi istanti prima della morte e la sua ultima, incompiuta, profetica intervista che Pasolini stesso suggerì di intitolare “Siamo tutti in pericolo”:

“Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo.

“Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale”.

In realtà, in tutto questo, Pier Paolo Pasolini è già morto prima di essere ucciso: è morto in quanto emblema dell’uomo soggetto storico “umanista”. Pasolini avverte questa “morte” e ad essa non sa come reagire, come controbattere fattualmente. L’ammonimento dell’essere tutti in pericolo e la condanna quasi “monacale’‘ della violenza dell’avere e della volontà di possesso, altro non sono che il grido disperato d’aiuto di chi intuisce la propria funzione come morta, inadeguata. La sopravvivenza dell’umanesimo è soffocata, soppiantata dall’avvento della Tecnica, dalle tecnologie e dalla razionalità che presiede al loro impiego in termini di funzionalità ed efficienza.

La Tecnica si sostituisce all’uomo come soggetto della storia. Tutti gli scopi ed i fini che gli uomini si propongono non si possono raggiungere se non attraverso la mediazione tecnica dove fini e mezzi, azioni e passioni, condotte e desideri sono tecnicamente articolati ed hanno bisogno di essa per esprimersi. La Tecnica è diventata l’ambiente dell’uomo, ciò che lo circonda e che lo costituisce. Il mezzo è fine. (1) (2)

L’uomo ne risulta decisamente inferiore ed inconsapevole della sua inferiorità. E’ un funzionario dell’apparato tecnico. Non è più un soggetto storico, non agisce più in funzione di fini e scopi, ma della buona esecuzione di ordini ed azioni già descritte e prescritte dall’apparato tecnico.

L’ uomo è antiquato, come scriveva Gunther Anders descrivendo un mondo in cui la macchina e gli oggetti prodotti in serie sono diventati i protagonisti della storia, il luogo in cui ogni essere umano è ‘gettato’ e costretto a vivere in qualità di essere totalmente inadeguato ai nuovi tempi. Per Anders non è possibile più affrontare questi temi secondo le categorie che abbiamo ereditato dalla grande tradizione filosofica, letteraria, religiosa, o scientifica e gli stessi filosofi sono troppo “antiquati” per comprendere appieno quello che ci sta accadendo.

Pasolini, in quanto prodotto ed emblema di quel soggetto storico che fu appunto ‘l’uomo/essere umanista‘, forse intravede il problema, ma non riesce a trovare una soluzione, in primis verso se stesso. Le sue ricognizioni feroci sull’Italia e sui cambiamenti della società dei consumi, in realtà sono speculari al viaggio feroce che lui stesso compie verso se stesso ed i suoi mostri. È l uomo che ha il coraggio di guardarsi dentro cercando di affrontare tutti gli anfratti intimi, bui e fatiscenti in una introspezione che però non gli sarà salvifica in quanto non comprende il suo limite storico e cioè l’essere stato superato, sconfitto. Il Limite lo snerva. Quando non si accetta un proprio limite, lo si vuole superare, ma nella volontà di superarlo ci si scontra con lo spavento della sua perdita, perdita che in qualche misura diviene perdita della propria identità per via della coincidenza individuo-limite.

Sembrerà strano, ma il vero nemico di Pasolini, il suo incubo più assillante che lo affascina ed attrae, è la paura della punizione. Nonostante le sue infinite trasgressioni, rotture, provocazioni, Pasolini è una figura dedita all’obbedienza ed il rapporto simbiotico e venerante con e della madre lo rivela in toto, come fosse gregarismo acritico nei confronti dell’istituzione.

E’ questo suo senso dell’obbedienza originaria, ossessione e rifugio allo stesso tempo, che gli impedisce appunto di cogliere che la volontà di possesso, la violenza, la perversione dell’azione che lui condanna non sono che un tentativo disperato, irrazionale, se non l’unica forma al momento a disposizione, di ribellione alla dittatura del mezzo, alla riappropriazione di una qualche identità umana contro l’avvento della disumanizzazione dell’individuo a vantaggio dell’umanizzazione dell’oggetto e dell’ambiente tecnico razionale.

Pasolini, in quanto strutturalmente soggetto antiquato, questa forza non la possiede e tale mancanza lo porta a rinnegare l’istruzione obbligatoria o a condannare i bisogni consumistici dei’ nuovi poveri’, che divenendo secondo lui soggetti desideranti si corrompono e perdono la purezza dei poveri della società contadina. Ma qui siamo al reazionarismo puro e semplice.

Seppur considerato un profeta, nel momento in cui non riesce ad agire e a trovare uno spiraglio interpretativo del passaggio epocale che comunque meglio di altri intravede e percepisce, non lancia lo sguardo oltre e dopo il futuro, ma si lancia, come in ogni operazione reazionaria, verso un passato che poi così età dell’oro non è mai stato.

Così finisce con l’inseguire la propria morte e fine, piuttosto che ribellarsi ad esse. Preferisce il dannarsi al fare danni. Preferisce il suicidio all’omicidio. La passività e l’essere posseduto come massimo atto di realizzazione, alla perversione dell’agire attivo che è unico strumento a disposizione per tentare di disinnescare o perlomeno aggirare la dittatura imperante del mezzo.

Ci sono molti spunti importanti in Pasolini: l’omologazione, la critica ai consumi autoavvilenti, la ricerca di una felicità che sta da un’altra parte, l’Io so, lo stare dalla parte dei poliziotti, il progresso senza sviluppo, la non democrazia della tv e dei media in generale. Ma tutto ciò se letto senza una comprensione critica finisce, presto detto, nel calderone delle ovvietà adoperate come rivelazioni schiaccianti e nella giungla dei gne gne gne insopportabili.

Abel Ferrara narra il massacro dell’idroscalo accompagnandolo parallelamente ed idealmente con la parabola del film (Porno-Teo-Kolossal ) che Pasolini doveva girare con Eduardo e che non vedrà mai la luce. E’ la storia di un Re Magio di nome Epifanio che insieme al suo servitorello Nunzio partono per seguire la Stella Cometa che annunciava la nascita del Messia. Giungeranno in ritardo davanti alla grotta, ormai vuota, causa le disavventure e le buone azioni compiute durante il suo percorso. Il Re Magio poi morirà dal dispiacere e di stanchezza.

E forse ha ragione Abel Ferrara, a vederlo e ricordarlo così Pasolini, ad inseguire una cometa che lo conduce al mare di Ostia e che gli spegnerà la luce per sempre.

Soundtrack1:’Punto g’, Afterhours (feat. Bachi da pietra)

Soundtrack2:’Ostia’, Zu

Soundtrack3:’Babel’, Ruggine

Soundtrack4:’Latte’, Fluxus

 

Anime nere (Una ‘questione’ di codici)

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Oggi esce nelle sale Anime nere, film diretto da Francesco Munzi in concorso alla 71ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, tratto dall’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco.

Qui la trama.

E’ un viaggio Anime nere, un viaggio che ha varie tappe. La rotta internazionale del traffico di droga. La provocazione come risposta ad un’altra provocazione. L’ atto intimidatorio come affermazione d’identità. Gli strascichi che si portano appresso le faide, tra un’ attrazione mai rimossa per la vendetta e un orgoglio mai completamente cancellato dal benessere. Tre fratelli. Due trapiantati a Milano, i boss. Uno, Luciano, rimasto in Calabria, dedito alla cura degli animali, del pascolo e della campagna.

Ma è proprio in Luciano che sta la chiave di lettura del film. Nonostante sia estraneo agli affari criminali, è quello che riesce a leggere meglio ciò che sta succedendo, è quello che riesce ad interpretare la realtà dei fatti e la loro dinamica nel modo più lucido e ‘delinquenziale’. Ne coglie le crepe segrete e lo può fare perché è organico al luogo in cui vive ed in cui i fatti si svolgono. Ne ha accettato i codici e questo lo permea di quella visione oggettiva che necessariamente ti svela che è il contesto quello che conta, non gli sbalzi umorali, le spinte soggettive, i salti personali tra voli entusiastici e cadute depressive e scoraggianti. Il soggettivo non conta niente. E’il contesto, la sua comprensione, la sua interpretazione oggettiva quello che ti salva la vita, sempre, in Aspromonte e nel resto del mondo. E quando così non è, infatti, non rimane che la tragedia e la distruzione.

La scena iniziale è quella di un summit che si svolge ad Amsterdam sullo yacht extralusso di un narcotrafficante sudamericano. Il boss calabrese Luigi non ha alcun timore reverenziale. E’ a suo agio. Tratta l’affare impeccabilmente con freddezza scientifica. Luigi parla benissimo lo spagnolo, ma non l’italiano. Nel film non si parla l’italiano, ma il dialetto calabrese. Infatti è sottotitolato, come quel gioiello troppo sottovalutato di Francesco Patierno, Pater Familias.

Non si parla l’italiano perché in Calabria si parla il dialetto calabrese e non l’italiano. L’italiano si parla certo, ma va snobbato e rinnegato come atteggio ferreo, in ossequio a quel tacito tramandato ordine, invisibile e marmoreo, di rigetto di tutta quella retorica pappona e predatoria che fu l’operazione dell’Unità d’Italia. Ed in segno di rifiuto dello Stato e delle Istituzioni che storicamente tradiscono chi devono tutelare e difendere.

Si può essere a proprio agio e vivere disinvoltamente ad Amsterdam ed a Milano o in Germania ed Australia, ma Il posto più lontano, sconosciuto e pericoloso è e rimane la Calabria. Il posto dove si è nati e cresciuti, per sempre scrigno di un codice sottile ed inestricabile. Il posto che più si odia senza riuscire però ad odiarlo. Che più ti ha ferito, ma sai che quella ferita ti salva la vita ovunque andrai per il resto dei tuoi giorni.

Perché Anime nere è un film su questo codice che è la Calabria, la cui “chiamata a richiamo”, similmente ad altre realtà meridionali ma in Calabria in modo più accentuato, solo chi ci è nato può/deve sentire.

In semiotica, il codice è un insieme di segni, noti o no, prevedibili o no, in cui possiamo distinguere due piani: il piano dei significanti, detto anche da Hjelmslev, “piano dell’espressione”, e il piano dei significati, detto “piano del contenuto”; e due ordini di rapporti, quelli “interni” o formali propri del codice con le sue parti, ed “esterni” o materiali propri del codice e dei segni con le realizzazioni semiotiche particolari e i particolari utenti.

Un codice che se non rispetti ti uccide, ti emargina, ti amputa le relazioni e le gambe, da cui ti salvi solo andandotene o rappresentandone paradossalmente un altro, anche opposto, stralunato, contrario, ma pur sempre incardinato infine in quell’ ordine del caos disordinato che regna come l’aria.

E’ per questo che muore Leo, il figlio di Luciano,emblema di una nuova generazione di ‘ndranghetisti ‘senza testa’, impulsivi, violenti, dai modi schietti e decisi, quanto proporzionalmente comparse infantili e ridicole destinate ad uno spegnimento rapido e senza rimpianto.

E’ per questo che viene in un niente fatto fuori nella piazza del paese Luigi, capo dell’ala militare della famiglia, pericoloso e sanguinario narcotrafficante temuto e rispettato in tutto il mondo.

E’ per questo che fa una drammatica fine Rocco, la mente fredda e razionale, il vero capo e stratega dell’organizzazione.

Chi perché non riesce più a comprendere o percepire il codice.

Chi perché arrogantemente decide di potersene disfare o metterlo un attimo da parte.

Alla fine è Luciano, con nella memoria ancora indelebile la morte violenta del padre, ossessionato da una dipendenza mistica/superstiziosa che nel film viene resa magistralmente attraverso il far uso di un cocktail fatto di acqua, gocce di psicofarmaci e polvere di cemento di una statua di San Michele (credo) , l’ultima vittima di questa tragedia greca che si compie con il disperato, necessariamente fallimentare tentativo di distruzione di quel codice che regna da sempre.

Il film ti inietta sordido questa roba in testa e cioè un palcoscenico di morti e di macerie umane che non hanno altre vie di fuga se non il lutto, l’ineliminabile pena di tale irrisolta elaborazione dello stesso, la vendetta senza riscatto etico in quanto da compiere essenzialmente come esigenza tattico/funzionale per nuovi riassetti di business, ed il divenire esse stesse macerie vecchie.

Accade come con la figura di Oreste in Luna rossa di Antonio Capuano, altra perla cinematografica da vedere assolutamente per gli appassionati del genere.

Infine, la bellezza, l’imponenza dei luoghi, le raffiche violente di vento che ammutoliscono tutto il resto come l’avanzata di un monito segreto ed ancestrale , l’imperitura sorveglianza paziente ed autoritaria dei boschi e delle foreste aspromontane, l’accettazione di tutto quest’ordine, si concretizzano nell’ultima scena del giovane pastore che fischia dirigendosi con il proprio gregge sulla riva del mare.

Accettazione che ne rappresenta unitariamente rivolta alla stessa e di conseguenza, senso di libertà.

La libertà della schiena dritta. In quest’ ordine composto da tradizione monolitica, anarchia allucinata, schizoide, reazionaria e contraddizione inferocita dal non risolversi mai e per questo eversiva fino al midollo.

Guardando il mare con occhi appuntiti e senza che appaia fuori ciò che si prova dentro. In un attimo. A posto così. Perchè tutto il resto non conta.

Soundtrack1:’Great Big White World’, Marilyn Manson

Soundtrack2:’Can’t Get You Out Of My Head’, Kylie Minogue

 

 

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Herz aus Glas, in Italia Cuore di vetro, è un film del 1976.

Non è che abbia niente di particolare, cioè, parla di una fabbrica in cui si soffia il vetro, un uomo che vuole carpirne i segreti (uno in particolare) e la sua ossessione a riguardo.

Ispirato a una storia vera, c’è anche una componente esoterica in mezzo: un pastore che ha il dono della chiaroveggenza.

Ok, dunque?

Niente, solo che W. H. aveva visto un film, poco prima, che si chiama Les Maîtres Fou (I Maestri Folli). In questo film, alcune tribù ghanesi, sotto l’effetto di alcune droghe (senza dubbio roba buona) inscenano alcune “recite”, per così dire: nello specifico, l’arrivo del governatore coloniale inglese e il suo entourage.

A zio H. si illuminano gli occhi: droghe? Forte.

Solo che drogare l’intero cast avrebbe quantomeno comportato dei rischi (probabilmente anche a livello legale), quindi ci voleva un’altra idea.

Che fare? Veri drogati? Rischio overdose su set o fughe stile Amore Tossico.

"MA VOI UN VENTINO...O UN CINQUANTINO??" "A signo', io c'ho ventimila lire.."
“MA VOI UN VENTINO…O UN CINQUANTINO??”
“A signo’, io c’ho ventimila lire..”

Sonnambuli? Disagi legati a gente che cammina vicino ai precipizi.

Allora perché non l’ipnosi?

La troupe di Herzog si guarda nervosamente. “Ragazzi, ci risiamo.”

In pochi giorni H. pubblica un annuncio in cui chiama candidati per quello che chiama “un esperimento sull’ipnosi”: in realtà è una vera ficata. Quando finalmente seleziona 35 “attori” sui 500 che si erano presentati, il film può iniziare. Herzog dirà che dirigeva gli interpreti dicendo frasi del tipo “Vedi il tuo compagno, ma guardi attraverso di lui come attraverso una finestra” o “Ti muovi quasi al rallentatore perché l’intera stanza è piena d’acqua”.

Che poi, in mezzo a questa volontà di rendere l’idea di un mondo in cui l’unico veramente lucido è il protagonista, il chiaroveggente (infatti era l’unico a non essere sotto l’effetto di ipnosi), ci stavano anche gli scherzoni: far provare caldissimo a uno, senza che ci fosse la minima fonte di calore, fino a farlo sudare; e scherzare due tizi che parlavano con un interlocutore immaginario.

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“Dai, a questo facciamo credere che è morta tutta la sua famiglia!”

Ma la domanda che tutti si fanno è: era zio H. a ipnotizzare gli attori? Beh, sì.

In realtà all’inizio, per le prove, aveva ingaggiato un ipnotizzatore professionista, subito cacciato a pedate, poiché, per dirla con le esatte parole di W., “Era un viscidone New Age, convinto che l’ipnosi fosse un’aura cosmica che solo lui, con i suoi poteri, poteva trasmettere a dei medium dotati.”

Magari era lui, che ne sai.
Magari era lui, che ne sai.

 

Quindi tanti saluti al viscidone New Age -ci pensa Werner, che arriva, durante le riprese, a parlare al cast con due toni di voce diversi.

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Perkins, non sei nessuno.

A parte l’attore protagonista, zio W. decide di non ipnotizzare nemmeno i lavoratori della vetreria, perché si rende conto che non era furbo far lavorare in uno stato di trance gente che maneggia vetro liquido a temperature oscene: 1100° circa.

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Roba che qui era appena tiepido.

Trivia inquietanti sugli attori ipnotizzati: Herzog gli descrive un luogo, e dice che lì c’è un’iscrizione. “Leggimi quello che vedi”, aggiunge.

Prima risposta (stalliere di Monaco): “Perché non possiamo bere la luna? Perché non c’è un recipiente che possa contenerla?”

Seconda risposta (studente di legge): “Cara mamma, sto bene, è tutto a posto. Adesso sto pensando al futuro. Baci e abbracci, tuo figlio.”

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Altre idee folli che tutti ci rammarichiamo non siano state attuate: W. H. voleva far scegliere agli spettatori se guardarsi il film anche loro sotto ipnosi.

"No, zi', 'sto film te lo devi vede' da fatto!!!"
“No, zi’, ‘sto film te lo devi vede’ da fatto!!!”

Avrebbe dovuto esserci un filmatino di lui che guarda in camera e dice “Chi vuole, può seguire le mie istruzioni, chi è contrario all’ipnosi, pregasi distogliere lo sguardo.” e poi via col pendolo. Alla fine, sarebbe stato sempre lui a svegliare dolcemente l’audience. Decise successivamente di evitare perché magari che ne sai: ti capita quello che poi stermina la razza umana.

 

 

JJ

Bignami dei film – Parte 2

in cinema by

La scorsa settimana siamo andati forte? Siete riusciti a evitare di guardarvi l’intera filmografia di Hitchcock per rimorchiarvi il vostro compagno di corso? Non avete idea di cosa io stia parlando?

La prima parte qui.

 

STAR WARS – LA SAGA (GEORGE LUCAS)

Una cricca di ribelli tenta di opporsi alla supremazia di un dittatore asmatico. Il tutto nello spazio. Alla fine si scopre che il capo dei ribelli è il figlio del dittatore, e che l’unica donna nella galassia è sua sorella. Che sfiga.

Note aggiuntive

Non aver visto Star Wars, in realtà, può rivelarsi un’arma a doppio taglio: sarete scherniti da molti, ma se trovate una fan bòna

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Per esempio.

potete convincerla a “farvi vedere tutti i film”.

 

Curiosità: la frase più citata dell’universo, “Luke, IO SONO TUO PADRE!”, pronunciata con enfasi, non è affatto tale. In realtà la vera frase è: “No, IO sono tuo padre.” (enfasi su ‘io’, come mi suggeriscono).
E con questa mi sono definitivamente giocata la possibilità di trovare marito.

 

LA VITA E’ MERAVIGLIOSA (FRANK CAPRA, 1946)

La vita in realtà non è meravigliosa, ma potrebbe essere molto, molto peggiore.

Note aggiuntive

Altro film iper citato, una sorta di “Canto di Natale” in versione “What if…”, La vita è meravigliosa è un filmone strappalacrime, mandato il 25 dicembre, la mattina, il pomeriggio e la sera (e pure la notte). Quindi non ci sono problemi se volete vederlo.

 

QUALCUNO VOLO’ SUL NIDO DEL CUCULO (MILOS FORMAN, 1975)

Dei pazzi in un ospedale psichiatrico si comportano da pazzi, poi alla fine uno ammazza un altro e scappa.

Note aggiuntive

Per dimostrare a qualcuno che avete visto questo film non occorre sapere la trama, basta dire cose tipo “No vabbè, capolavoro assoluto” o “Che poi c’era anche Christopher Lloyd, ma nessuno se ne ricorda mai”. Figurone.

 

ROSEMARY’S BABY (ROMAN POLANSKI, 1968)

Una donna partorisce il demonio. È la madre di Andrea Diprè.

Note aggiuntive

Forse non tutti sanno che Mia Farrow, per prepararsi a questo ruolo, si fece effettivamente mettere incinta dal diavolo, ma alla fine decise di non tenere il figlio perché aveva paura che Woody Allen (all’epoca suo marito) lo sposasse.

 

BLADE RUNNER (RIDLEY SCOTT, 1982)

Futuro distopico in cui esistono tipo dei robot che però sembrano esseri umani; alcuni di questi scappano dai ghetti e allora si decide di mandare Indiana Jones alla loro ricerca. Alla fine però forse pure lui è una specie di robot-essere umano.

Note aggiuntive

Sul set di Blade Runner sono successe cose stratosferiche, tipo che Ridley Scott ha litigato con tutti, ma proprio con tutti, e sono (quasi) volate le botte. Boh, niente, pensavo fosse carino farvelo sapere.

 

CANTANDO SOTTO LA PIOGGIA (STANLEY DONEN, GENE KELLY, 1952)

Il disagio dei cinematografari durante l’avvento del sonoro si avverte davvero tanto. Ironia della sorte, il film è un musical.

Note aggiuntive

Diciamoci la verità: questo film se lo ricordano tutti solo perché la famosa canzone “Singin’ in the rain” la canta l’ospite ideale Alex mentre si ingroppa la povera moglie dello scrittore in Arancia Meccanica.

 

CASABLANCA (MICHAEL CURTIZ, 1942)

Uno e una durante la seconda guerra mondiale sono troppo stupidi per capire che sono fatti l’uno per l’altra, dunque lui mette lei su un aereo e va a ubriacarsi con una guardia.

Note aggiuntive

Dai, di Casablanca si sa tutto: le citazioni, Suonala, Sam, As Time Goes By, aeroporto, Ingrid Bergman, nooo, non partire, rimani con Bogart, lui ti ama, ecc. ecc.
Vi posso dire solo una curiosità che forse non sapete (il resto si trova su wikipedia): Humphrey Bogart, noto attore perennemente in impermeabile, era un po’ basso, un po’ troppo basso; dunque, per tutto il film, l’attore fu costretto a recitare coi tacchi, in modo da sovrastare la Bergman di qualche centimetro. Bella roba.

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Cioè, ma io dico.

IL CIELO SOPRA BERLINO (WIM WENDERS, 1987)

Angeli, angeli, angeli, che palle essere un angelo, ora divento umano e mi trombo una.

Note aggiuntive

Esiste un remake di questo film, La città degli angeli, del 1998, che merita un posto nella classifica dei film con i finali più stupidi del mondo e qualche riga di approfondimento.
In questo remake, a interpretare l’angelo insoddisfatto è Nicolas Cage, che per tutto il film mantiene l’espressione di uno al quale hanno maciullato l’intera famiglia davanti agli occhi; la donna della quale si innamora Cage è Meg Ryan, probabilmente l’attrice anni ’90 più fastidiosa dopo Andie McDowell.

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“Gnè gnè gnè io ho studiato i poeti francesi” Mavaffanculo.

Ora, il film è più o meno simile, con lui che diventa umano e può finalmente coronare il suo sogno d’amore. Ma, se Wenders faceva finire bene il film, il cuordipietra regista del remake decide che Meg Ryan deve morire (come dargli torto). Come sceglie di farla schiattare? Decide che la donna, alla quale evidentemente nel film hanno dato una laurea in medicina a causa di un tragico errore di valutazione, va a fare un giro in bicicletta e crede che andare su una superstrada a scorrimento veloce contromano e con gli occhi chiusi sia un’ottima idea. Bam. Camion, e tanti saluti a Meg Ryan. Io boh.

 

KING KONG (MERIAN C. COOPER, ERNEST B. SCHOEDSACK, 1933; PETER JACKSON, 2005)

Troupe cinematografica va a rompere i coglioni a un gorilla di 20 metri su un’isola piena di roba agghiacciante (tipo dinosauri cattivissimi e insettoni); non paga, decide di portarselo a New York. La scimmia, giustamente, scapoccia, rapisce la bionda di turno, scala un grattacielo e alla fine la contraerea la abbatte. Il regista della troupe (tutta colpa sua) si dilegua con la mossa Kansas City.

Note aggiuntive

Meglio, molto meglio la versione di Peter Jackson, checché ne dicano i cinefili, che in questo momento staranno avendo un attacco.
Curiosità: in una scena del remake, il regista e il suo aiutante stanno discutendo su quale attrice coinvolgere nel film, visto che l’ultima se n’è andata. A un certo punto l’aiutante dice “Fay?” e il regista risponde: “No, è impegnata con Cooper in un film per la RKO.”
Bam. Omaggio di Peter Jackson all’attrice Fay Wray, morta nel 2004, che, nel 1933 ha interpretato il ruolo della protagonista nel King Kong originale, prodotto dalla RKO per la regia di Cooper.
Punti rimorchio Festival di Cannes: +10000

 

L’INVASIONE DEGLI ULTRACORPI (DON SIEGEL, 1956)

Baccelloni alieni si sostituiscono alle persone vere. Panico generale (grazie al cazzo).

Note aggiuntive

Come al solito, di questa lista io non ho visto la metà dei film presenti, e questo è uno di quelli; oltre ad aver cercato la trama su wikipedia però, non so veramente nient’altro su questo film, se non che probabilmente uno se lo vede aspettandosi un capolavoro e poi è mega datato e gli effetti speciali sono ridicoli.
Sì, avete sentito bene. Sto sputando su otto anni di università.

 

JJ

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Attenzione!

Quello di oggi è un aneddoto che, per amore di narrazione, racconta cose un po’ (tanto) macabre: si sconsiglia quindi la lettura ai più sensibili, ai bacchettoni, ai moralisti.

La nostra storia comincia nell’inverno del 1957, quando, in una fattoria del Wisconsin, viene ritrovata, a testa in giù e gocciolante sangue, una carcassa.

“Tutto normale”, pensa lo sceriffo locale, che sta perquisendo il capanno in cerca di una donna scomparsa, “Questa è la casa di un cacciatore, dunque sarà un cervo, o che so io.”

Nella penombra, forse. Alla luce, quello in realtà è il cadavere sventrato e decapitato di Berenice Worden, un’anziana signora che lavorava come commessa nella drogheria di Plainfield, Wisconsin, e che era svanita nel nulla poche ore prima.

Nelle ore successive, la polizia rivolta da cima a fondo la casa di Ed Gein, quest’uomo pacato e in apparenza innocuo, per trovarci cose raccapriccianti, comprese una cintura fatta di capezzoli umaniteste di donna, calotte craniche usate come ciotoleun abat-jour composto da facce, e altre cose che avrebbero potuto fare il paio con la poltrona in pelle umana del Megadirettore Galattico fantozziano.

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“Il ragionier Forelli della contabilità!”

Insomma, un bel casino.

Si viene quindi a scoprire che il timido Gein è invece un pazzo criminale che decora la propria casa con oggetti non convenzionali e che, non pago, fa anche di peggio: indossa costumi fatti di pelle femminile per sentirsi più vicino alla sua aspirazione, diventare sua madre.

Già, perché anche film come Non aprite quella portaPsychoIl silenzio degli innocenti hanno, di base, una storia vera: quella di Ed Gein, ossessionato dalla figura materna a tal punto che, dopo la sua morte, si è scatenato in lui questo desiderio di vestire (letteralmente) i panni di una donna. Ma non una qualunque: sua madre. In più, che ci fai con gli avanzi dei cadaveri dopo che la casa è piena di abat-jour? Un buon Chianti, come diceva qualcuno, e passa la paura.

Volete dare un’occhiata alla mobilia? Et voilà (OCCHIO che è roba bruttissima, eh).

Spostiamoci di qualche anno.

E’ il 1975, e Errol Morris (ve lo ricordate? Se no, eccovi un promemoria.) ha visto Psycho, appunto. Saputo che la figura di Norman Bates è in parte ispirata proprio a quella di Ed Gein, Morris visita Plainfield, città dove si svolse vita & macabra attività del serial killer. Non pago, va all’ospedale psichiatrico in cui è rinchiuso l’uomo e lì lo intervista più volte.

Dalle indagini della polizia, non era chiaro se Gein avesse effettivamente dissotterrato sua madre per tenersela in casa, proprio come la signora Bates, ma Morris sospettava che l’avesse fatto, anche se non poteva esserne certo. Una cosa si sapeva: quella donna era la sua ossessione, tanto che, nella “casa degli orrori” di Gein, l’unica stanza intatta e priva di qualsiasi tipo di contaminazione esterna, era proprio la camera da letto dell’adorata madre. Ed l’aveva chiusa a chiave il giorno in cui lei era morta, e non l’aveva mai riaperta.

E per mandare avanti il suo progetto su Ed Gein (un libro, un film, non si sa bene cosa), E. M. doveva sapere. Il modo più sicuro? Andare alla tomba della madre di Gein e aprirla, per vedere se il cadavere ci fosse ancora.

Nello stesso periodo, un amico comune presenta zio Herzog a Errol Morris. Herzog prende in simpatia il giovane, e quando lui gli racconta del suo progetto folle, a Herzog si illuminano gli occhi.

“Non ci daranno mai il permesso, Errol. Ma se t’aregge, ci vediamo quest’estate, di notte, con le pale, e dissotterriamo il cadavere. O almeno cerchiamo di capire se c’è.”

Errol Morris guarda Werner Herzog negli occhi. Herzog non scherza.

Qualche settimana dopo, H. sta girando Cuore di Vetro, a Yellowstone, che sta un po’ lontano, ma che gli frega: sale in macchina, mette la sua cassetta dei Popol Vuh, si fa una ventina di ore, pure di più, per arrivare a Plainfield, compra una pala, e la notte si piazza davanti alla tomba di Mrs. Gein.

Dopo aver aspettato parecchio, zio H. chiama Errol.

“Werner, ho cambiato idea. Non m’aregge.”

W. H. la prende sportivamente, come al solito, e se ne torna sui suoi passi, anche se per un attimo gli viene voglia di dissotterrarlo veramente il cadavere (e probabilmente, se rinvenuto, di farlo trovare a Morris nel suo letto).

La vita riprende a scorrere normalmente, anche se Morris col cavolo che rinuncia al suo progetto: nonostante questo ripensamento, continua a rimanere a Plainfield e a parlare con Ed Gein, rimanendoci ance per tutto il 1976 (aveva pure preso casa vicino a dove stava lui).

La madre di Morris inizia a preoccuparsi: il figlio sta passando la sua vita a intervistare un serial killer che ha fatto cose terrificanti, e nel frattempo non portava a casa un soldo (ricordiamoci che il primo film Morris l’ha portato a casa nel 1978).

“Figliolo”, gli dice la mamma, “non faresti meglio a frequentare persone della tua età?”

“Ma mamma,

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molti di questi serial killer hanno la mia stessa età.”, risponde il saggio Errol.

La madre scuote la testa.

Nel frattempo, succede che a Plainfield ci torna anche Herzog, per girare alcune scene di La ballata di Stroszek: l’anno prima, quando c’era andato per dissotterrare cadaveri, aveva scoperto un posto dove si riparavano macchine, una specie di elettrauto odierno, iper tetro, con sfondi cupissimi e inquietanti. Perfetto per un film allegro come Stroszek.

H. va a trovare Errol, e gli chiede di lavorare insieme a lui. Errol è un po’ restio, però poi dai, alla fine hai l’occasione di osservare un maestro, tu non hai mai fatto una mazza, vedi che magari impari qualcosa.

A fine lavorazione, Herzog però decide che il lavoro di E. M. dev’essergli retribuito, anche se non era nei loro accordi.

Si presenta al suo motel, e gli porge un involucro con dentro dei soldi.

Morris lo butta fuori dalla finestra e incrocia le braccia, offeso.

Herzog esce fuori, riprende il pacchettino, lo offre di nuovo a Morris e gli dice: “Ti prego, non lo fare di nuovo.”

Dentro ci sono duemila dollari: con quella cifra Morris farà un viaggio, che gli ispirerà il suo primo lungometraggio, Gates of Heaven. A causa di questo film, un noto regista bavarese dovrà mangiarsi una scarpa.

Ma questa è un’altra storia.

 

 

JJ

Le appassionanti avventure di Zio Herzog

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Buon compleanno W.H.!

Eccezionalmente, solo per oggi, le avventure del supereroe della Baviera arrivano di venerdì, poiché oggi zio Werner compie ben 72 anni.

Ed è un episodio parecchio romantico quello che sto per raccontarvi.

Nel 1967 H. si sposa con la sua prima moglie, Martje Grohmann. Chi è Martje Grohmann? All’epoca, probabilmente, la ragazza più fortunata del mondo.

Comunque sappiamo che ha lavorato come assistente di produzione su Aguirre e che ha interpretato Mina in Nosferatu.

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E adesso è questa simpatica signora.

Ma non perdiamo il filo.

Herzog, dunque, vuole sposare Martje, con la quale, probabilmente, è già un po’ fidanzatello. Magari il padre di lei lo incalza pure, o magari si oppone al fidanzamento perché “quello spiantato gioca a fare il regista”. Infatti, nel 1967 W. H. ha appena realizzato il suo primo cortometraggio, Segni di vita, che poi nel ’68, mentre i nostri genitori tiravano i sampietrini alle guardie e davano fuoco ai banchi, vince l’Orso d’Argento al Festival di Berlino.

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“Vorrei dedicare questa vittoria a tutti i suoceri del mondo”

Ma torniamo indietro. Il giovane Werner è immensamente attratto da questa giovane donna, e vuole farne la sua compagna di vita. E’ a lei e a suo figlio Rudolph che penserà mentre si trova le tarantole nelle scarpe quando cerca di girare Fitzcarraldo.

Una proposta di matrimonio, tutto sommato, può essere molto banale: puoi comprare un anello, o puoi anche non comprarlo, inginocchiarti e chiedere alla tua dolce metà di legarsi a te tramite contratto. Eventualmente, ci si può anche non inginocchiare. Insomma, tutto molto semplice.

Anche la proposta di matrimonio di W. H. è stata abbastanza semplice, se non fosse per il fatto che, per chiedere a Martje di sposarlo, s’è fatto (rigorosamente a piedi) circa 1.000 km: roba che adesso, quelli percorsi per Lotte Eisner non sono niente, eh?

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“A pezzo de fango!”

Da dove parte? Boh.

Sappiamo solo che in questi tantissimi chilometri, attraversa le Alpi,

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Annibale is proud of you, son.

arriva da Martje e le chiede “Willst du Mich Heiraten?” (“Vuoi sposarmi” in tedesco, secondo Google Traduttore).

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E anche secondo Google Immagini.

Dunque.

A W. H. viene naturalmente chiesto “Perché lo hai fatto? Perché hai camminato per tutti quei chilometri?”

Le risposte sono due: la prima riguarda la terminologia.

“Non ho camminato – precisa zio W. – ho viaggiato a piedi. Camminare è un’altra cosa.”

Spocchiosetto. Poi continua:

“L’ho fatto perché avevo qualcosa di importante da chiedere. Ci sono alcune cose che un uomo deve fare almeno una volta nella vita, se vuole definirsi tale.”

Riflessioni: io l’avrei sposato pure se me lo avesse chiesto arrivando in taxi.

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“Maschio, dammempo’ ‘na mano a chiamallo che nun so fischia’.”

 

 

 

JJ

Bignami dei film

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Quante volte vi è capitato di avere queste conversazioni imbarazzanti in cui un vostro amico/parente/animale domestico vi parla di una pietra miliare del cinema, e voi non avete la più pallida idea di cosa diavolo si tratti, avete solo un vago sentore che forse durante le proiezioni a scuola avreste dovuto stare attenti?

Quante volte avete dovuto rispondere “Ma certo” quando qualcuno, vedendo la vostra faccia impassibile, vi ha chiesto “Ma l’hai visto 2001 odissea nello spazio?” per evitare la frase, urlata, “NON HAI MAI VISTO 2001 ODISSEA NELLO SPAZIO???!!”

Diciamocelo: le studentesse/studenti di cinema sono i più facilmente intortabili, se volete rimorchiarli parlando di roba che a loro interessa (provateci con uno che studia ingegneria aerospaziale). Dunque, mi propongo di aiutarvi stilando un bignami cinematografico, che vi aiuterà a dimostrare che voi, quei film, li avete visti veramente, e non “tanto tempo fa, a pezzi…”

 

IL PADRINO (FRANCIS FORD COPPOLA, 1972)

Il giorno del matrimonio della figlia, il padre della sposa, invece di ingozzarsi delle otto portate del pranzo, è costretto a stare chiuso in un ufficio a elargire favori. La mafia è veramente una brutta cosa.

Note aggiuntive

Il Padrino è il film più citato della storia del cinema, quindi ogni volta che ci sono scene di cartoni animati o altri film in cui si vedono mafiosi crivellati di colpi, padri che elargiscono favori o bucce d’arancia in bocca, assumete un’aria pensierosa e dite: “Ma questa non è una citazione da Il Padrino?” Farete comunque bella figura, anche se non è vero.

Importante: è fondamentale ricordare che quasi tutti odiano il terzo capitolo. In caso se ne parli, fa molta impressione dire una frase tipo “Beh, però Andy Garcia è magnifico.”

 

2001: ODISSEA NELLO SPAZIO (STANLEY KUBRICK, 1968)

Alcune scimmie capiscono di poter utilizzare delle ossa come corpi contundenti. Monolite nero. Luci e colori. Giove.

Note aggiuntive

2001 è di Kubrick, quindi, essendo Kubrick un cineasta dalla filmografia forse piuttosto esigua, se paragonata a quella di altri registi, si può pilotare il discorso verso un altro film del regista, che magari avete visto. La frase può essere: “No, 2001 bellissimo, eh, per carità. Però io preferisco i film di Kubrick più lineari, tipo Shining.”

 

OMBRE ROSSE (JOHN FORD, 1939)

Una diligenza viene attaccata dagli indiani. Ringo (un pistolero, non quello dei Beatles), cioè John Wayne, salva la situazione.

Note aggiuntive

Ombre Rosse è un film western con John Wayne, quindi vi potreste attaccare a frasi come: “Guarda, secondo me è il miglior western di John Wayne.” Se poi volete rischiarvela, potete azzardare un “E secondo me lui era anche meglio di Clint Eastwood.” (prevedere gente che alla fine della serata si lancia sedie)

 

VIA COL VENTO (VICTOR FLEMING, 1939)

Al tempo della Guerra di Secessione, una rampolla sudista sposa un ragazzino, un vecchio, Clark Gable, ma alla fine lui se ne infischia e se ne va.

Note aggiuntive

Anche Via col vento è un film citato in ogni dove. Importantissime, da ricordare, sono tre frasi:
1. “Giuro davanti a Dio: non soffrirò più la fame!” (musica di Porta a Porta)
2. “Francamente, me ne infischio.”
3. “Domani è un altro giorno.” (musica di Porta a Porta)
Ecco, se volete fare veramente i fichi potete informare tutti i vostri amici che la sigla di Porta a Porta, in realtà, è il tema principale di Via col vento.

 

METROPOLIS (FRITZ LANG, 1927)

Uno scienziato cattivo crea un robot, che sembra una tizia buona, ma in realtà è cattiva, per evitare che i poveri insorgano contro i ricchi.

Note aggiuntive

Metropolis è anche la città dove si svolgono le avventure di Superman. Se qualcuno la cita, in riferimento al supereroe, potete fare gli splendidi e dire “Io di Metropolis conosco solo il film di Lang.”, frase seguita da uno sguardo di chi ne sa.

 

LA CORAZZATA POTEMKIN (SERGEJ M. EJZENSTEJN, 1925) (lo so che si scrive in un altro modo, ma le lettere russe non riesco a inserirle in maiuscolo, dunque fatevelo andare bene)

L’occhio della madre. Gli stivali dei soldati. La carrozzella del bambino.

Note aggiuntive

Nessuno sa di cosa parli La Corazzata Potëmkin, nemmeno Ėjzenštejn. Conosciamo solo alcune scene, citate in Fantozzi. Evitate accuratamente di parlarne con i cinefili più accaniti.

Bonus: la scena incriminata, quella con l’occhio della madre ecc. si chiama “La scalinata di Odessa”. Informazione che vale almeno un sopracciglio alzato del vostro amico acculturato.

 

SCARFACE (BRIAN DE PALMA, 1983)

Al Pacino si droga, si droga, si droga, si droga ancora e alla fine muore (ma non per colpa della droga. Almeno non direttamente).

Note aggiuntive

Scarface è in realtà un remake del meno fortunato film omonimo del 1932, di Howard Hawks. Meno fortunato perché non l’ha visto nessuno: anche tutti quelli che dicono che l’hanno visto, mentono. Quelli che dicono “è molto meglio di quello di Brian De Palma” sono pazzi e mentono. E comunque non hanno visto il primo.

 

QUELLA SPORCA DOZZINA (ROBERT ALDRICH, 1967)

Seconda Guerra Mondiale: americani fomentati contro tedeschi cattivissimi.

Note aggiuntive

Tarantino s’è ispirato a questo film per Inglorious Basterds, ma secondo me non l’aveva visto nemmeno lui.

 

LADRI DI BICICLETTE (VITTORIO DE SICA, 1948)

Tristezza a palate: padre disperato ruba bicicletta per sfamare famiglia e rischia linciaggio, no perditempo, telefonare ore pasti.

Note aggiuntive

A proposito di questo film, gira il famoso aneddoto che racconta del perfido De Sica che mise mozziconi di sigaretta in tasca al bambino protagonista per farlo piangere: non è vero niente. De Sica padre era una brava persona.

 

COLAZIONE DA TIFFANY (BLAKE EDWARDS, 1961)

Audrey Hepburn fa tanto la gran dama, col cappello a falda larga e il bocchino, ma intanto è una donnaccia (letteralmente).

Note aggiuntive

Questo è un film che, come Il meraviglioso mondo di Amélie, ha rovinato generazioni su generazioni di donne. Audrey Hepburn è il mio modello, voglio essere magradiclassesvampitellatrasognataelegante ecc ecc.
Audrey Hepburn, in Colazione da Tiffany, fa LA ESCORT. È una persona triste e sola. Si attacca al primo tizio che le capita per non morire in solitudine. Ecco. Soddisfatte?

Bonus: ogni volta che qualcuno nomina questo film, c’è sempre quello simpatico che dice “Eiaculazione da Tiffany, eh eh eh!”
L’ho cercato su internet e ho trovato questo:

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Seconda parte qui.

JJ

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Nel Gennaio del 2006 Joaquin Phoenix non è felice. Per niente.

Non è mai stata facile la vita di JP: nasce da una famiglia il cui unico modo di sostentarsi è fare i saltimbanchi in mezzo alla strada.

Nel 1993, poi, accade il brutto dramma che tutti ricordiamo, ovvero la morte di River “Young Indiana Jones” Phoenix, suo fratello maggiore.

Il povero River si trova nel locale di Johnny Depp, una sera, e credendo di essere una farmacia ambulante, si fa un cocktail di medicine e droghe che nemmeno lo scaffale dietro al bancone. Muore fra le braccia di JP, che, naturalmente, non la prende bene.

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Che la Croce di Coronado dovrebbe stare in un museo, lo sappiamo tutti grazie a lui.

Successivamente non è che la vita del fratello minore del giovane Indy vada poi così meglio. Nel 2005 finisce in una clinica per recuperare se stesso da un brutto alcolismo. Ma è nel 2006 che le cose peggiorano ulteriormente.

JP si rivede nel film Walk the Line, in cui interpreta, forse calandosi troppo nel personaggio, il problematico Johnny Cash.

Non solo non si piace affatto, ma cade in depressione. Una depressione brutta, profonda, vera, non quella delle adolescenti cretine che si mettono il ketchup sui polsi.

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Che poi se avesse voluto vedere un momento degradante nella propria carriera, un’idea io ce l’avrei avuta.

Mentre corre come un matto con il suo suv sul Sunset Boulevard, fa un botto clamoroso: ma di quelli che la macchina sbanda, vola, gira su se stessa e si cappotta alla grande, e se fosse stato un film di Michael Bay, probabilmente sarebbe esplosa senza motivo.

Intontito, sottosopra, non si rende bene conto (come biasimarlo) di ciò che è successo e di ciò che sta succedendo.

La macchina dietro di lui ha assistito a tutta la scena. L’autista scende, si precipita al posto di guida e controlla la situazione.

JP sta tentando di accendersi una sigaretta.

La benzina cola un po’ dappertutto.

Michael Bay è nascosto dietro un angolo con in mano una telecamera,  in trepidante attesa dell’esplosione.

L’autista fa ‘tap tap’ sul finestrino.

JP si gira, ma è troppo intontito per vedere l’uomo.

Sente una voce, la voce dell’uomo, che gli dice “Just relax.”

JP risponde “I am relaxed.”

“No, you’re not” replica la voce, e confisca l’accendino all’attore. Michael Bay se ne va, deluso. Si vendicherà sul set di Transformers.

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“BOOOOOOM!!!”

Joaquin Phoenix, però, racconterà di essere stato davvero molto calmo in quel momento. Tutto grazie alla voce dello sconosciuto, a sua detta “so calming and beautiful.”

Il superman Hollywoodiano spacca il parabrezza posteriore dell’auto a gomitate e tira fuori JP. Nel frattempo, comprensibilmente, si è radunata una folla di persone che ha già chiamato un’ambulanza.

Assicuratosi che JP abbia l’attenzione e l’aiuto di cui ha bisogno, l’autista gentile sale in macchina e si allontana.

JP vorrebbe ringraziare il suo salvatore, ma Werner Herzog è già tornato a casa di gran carriera, per evitare il suo momento di gloria.

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Your friendly neighborhood Herzog

Il nostro supereroe preferito racconta l’aneddoto qui: https://www.youtube.com/watch?v=nDcnLfLaFiY

Detto questo, inizia la pausa estiva.

Gli aneddoti dello zio Herzog tornano a settembre;  userò questi due mesi per accumularne altri e portarli fra voi affezionatissimi.

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Non vi strappate i capelli.

 

JJ

 

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Ragazzi!

Dopo una lunga attesa di (inserire numero) settimane, tornano gli aneddoti su zio Herzog/mio padre (cristo, se è uguale da giovane).

Chiedo venia ma ho dovuto cercare (inutilmente) lavoro, mettermi a dieta, leggere nuovi aneddoti e inventarmi una nuova rubrica (che uscirà di lunedì, consiglio di dare un’occhiata al primo post: http://libernazione.it/fauna-del-mezzo-pubblico/).

Detto questo, procediamo con le cose interessanti.

Ci troviamo ancora una volta sul set di Fitzcarraldo (come te sbagli), e oggi tocca girare la benedetta scena delle rapide, quella senza modellino, perché W. aveva sfanculato la 20th Century Fox che gli aveva chiesto di girare con la barchetta giocattolo del figlio.

Quindi non poteva tirarsi indietro.

Però c’è un problema: salire su quella nave, che solidissima non è, in balìa delle rapide, senza alcun tipo di garanzia che non si tornerà a riva con braccia o gambe rotte (ammesso che a riva ci si torni), è un rischio notevole.

Le maestranze di W., alla domanda “Allora, mi servono un paio di volontari”, fischiettano e si guardano le scarpe imbarazzati.

Werner mastica amaro.

Alla fine salgono sulla nave in tre: zio W., un operatore, e un improvvisamente coraggioso Kinski, che, se fino al giorno prima aveva strillato contro chiunque perché in quella fottuta giungla non c’era l’acqua calda, ora è impazzito completamente, e, animato da un senso di amore puro per W., gli dice queste testuali parole (solo che in tedesco): “Werner, se tu sali a bordo, vengo anche io. Se tu affondi, affondo anche io.”

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Werner lo guarda, per capire se ha in mente qualche piano diabolico. Ma considerato che K. usava il set di Fitzcarraldo per farsi delle foto in costume leopardato, ormai non lo stupisce più niente.

Allora, però che succede: che una volta appurato che sulla nave ci salgono in tre, c’è pure bisogno di uno che fa le riprese della nave dall’esterno. In contemporanea. Già, poiché la scena mica la puoi rigirare tre volte, vi ricordo di nuovo che la barca là in mezzo ce la buttano veramente. Quindi tocca fare tutto insieme.

L’eroico Thomas Mauch *, allora, si improvvisa Andromeda e si fa legare a uno scoglio per poter filmare meglio la nave sulle rapide.

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Non è chiaro di chi sia stata l’idea, ma posso supporre non sua.

Ad ogni modo, la scena viene girata, con tutti i guai che ne conseguono (l’operatore ci rimette quasi due dita, Kinski si pente tantissimo e si lamenta mega, sono tutti esausti).

Buona la prima, tutti all’accampamento, buonanotte, non tirare le coperte, chi mi ha fatto il sacco nel letto? E’ tuo questo scorpione? ecc. ecc.

Il giorno dopo, Werner si sveglia di buon’ora, contento che si sia conclusa una delle scene più rognose del film. Cerca Mauch per abbracciarlo e ubriacarsi di roba indigena appiccicosa, ma Mauch non si trova.

Panico nell’accampamento: l’hanno rapito gli indigeni, è stato trascinato nella giungla dai gorilla, è scappato coi soldi.

A un certo punto, a zio H. viene un’illuminazione: “Rega’, ma ieri qualcuno l’ha slegato dallo scoglio?”

Thomas Mauch era ancora lì. Visibilmente irritato, ma per fortuna vivo.

Herzog, raccontanto questo episodio, ridacchia “Sono passati trent’anni. Credo che ormai mi abbia perdonato.”

Io ho una teoria alternativa: è stato Mauch che, nel 2006, ha sparato a Herzog sulla terrazza a Los Angeles (aneddoto di riferimento qui: http://libernazione.it/le-appassionanti-avventure-di-zio-herzog-5/)

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“Don’t EVER fuck with me.”

 

* direttore della fotografia dei filmetti di zio H.

 

 

JJ (ancora dispiaciuta per essere mancata)

I vampiri di Jarmusch

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Solo gli amanti sopravvivono è un film perfetto, dal titolo in poi. Sì, è una storia di vampiri, e, certamente, vi si ritrovano quasi tutti i tòpoi del cinema di genere: i succhia-sangue non possono entrare nelle case a meno di non essere invitati, muoiono con certezza quando venga loro trafitto il cuore con un oggetto di legno – non del tradizionale paletto si tratterà qui, ma di uno speciale proiettile. E naturalmente c’è la maledizione, la necessità di nutrirsi di sangue umano, cifra definitiva di diversità e stigma di incompatibilità totale con il mondo. Tale armamentario è però pretesto per narrare una società contemporanea stremata, i cui membri “ufficiali” sono ridotti allo stato di morti viventi (non a caso, Adam ed Eve li definiscono“zombie”).

Non che le interazioni degli sposi vampiri con il consesso umano siano frequenti; quelle poche che si realizzano sono commerci di beni più o meno vitali (plasma e strumenti musicali, per lo più, ma anche una pallottola di legno). Per altre faccende pratiche come comprare un biglietto aereo (notturno) basta lo smartphone (unica concessione ai vizi / virtù contemporanei).

Lo scenario è dunque quello di un’umanità intenta a contare banconote e persesguire il successo commerciale. Perfino gli spazi urbani (Detroit, Tangeri) sono specchio di decadenza. L’abitazione di Adam si trova in una zona degradata della Motor City, priva di illuminazione stradale e popolata da carcasse di auto abbandonate, non lontano da dove si celebravano i fasti della ex gloriosa industria automobilistica. Adam conduce vita ritirata, coltivando musica – e depressione; frequenta il mondo degli zombie solo per procurarsi il sangue umano che gli è necessario per sopravvivere. Dato che è però un vampiro colto e molto perbene, all’aggressione di vittime innocenti per strada preferisce un sereno rifornimento in ospedale, dove un medico corrotto gli allunga regolarmente sacche di plasma dietro corresponsione di laute mance in contanti.

Quando la moglie Eve, preoccupata dalle pulsioni autodistruttive di Adam, lo raggiunge a Detroit, Adam comincia a “vivere” un po’ di più: niente di che, brevi passeggiate notturne à deux su una vecchia Jaguar. Ebbene, queste piccole fughe hanno come sfondo lo squallore di quartieri residenziali deserti ed ex stabilimenti marcescenti. Unico punto di interesse, la casa natale di Jack White. Sì, perché l’arte, ed in particolare la musica, è il solo riscatto per le esistenze maledette di Adam ed Eve. Non a caso il rifugio di Adam è un caotico museo di strumenti musicali antichi e moderni e di dispositivi di amplificazione e  registrazione degli anni Settanta. In questo feticismo c’è certo una strizzatina d’occhio al gusto hipster per tutto ciò che è vintage; di certo rappresenta anche una delle declinazioni del tema dominante del film: il rigetto della decadenza del mondo moderno, cui si risponde rifugiandosi nei piaceri di quegli studia che gli zombie vedono come il fumo negli occhi: poesia, scienza, musica vera, ovvero composta, arrangiata, suonata, riprodotta sul vinile.

I vampiri Jarnusch sono avidi di sapere più che di emoglobina. Si è detto della musica, certo, ma non c’è campo dello scibile in cui non eccellano: poesia, letteratura, arti figurative, scienza. Una parete della residenza di Adam è interamente coperta di ritratti di numi tutelari: ho riconosciuto foto di Twain, Allan Poe, Baudelaire, Neil Young, Nietzsche, Tesla. L’arte è obsoleta, agonizza sotto le macerie di una società sciocca e superficiale, che tiene in conto solo il successo sociale (quando Adam sente cantare una giovane in un locale di Tangeri, il suo sincerto augurio è di “non diventare famosa, in quanto troppo brava”).

E che dire degli scienziati? Ignorati come Tesla, vilipesi dopo secoli, come Darwin: come non concordare sul grido di dolore di Adam, cui proprio non va giù che negli USA del Ventunesimo secolo l’evoluzionismo venga contestato su basi religiose (“Ancora!”). Adam se la cava bene anche con la scienza; da una speciale macchina misteriosa che capta l’energia con un’antenna ha reso autosufficiente dal punto di vista energetico il suo buen retiro… E si irrita parecchio quando vede in giro cablaggi elettrici disordinati – arriva a lamentarsene perfino in un momento in cui dovrebbe occuparsi di altro, dato che sta per morire di fame, in un paese straniero dove l’unico amico lo ha lasciato.

Ma Adam ed Eve non potrebbero concedersi uno stile di vita anche un pochino più glam? Certo, ma se decidono di passare le serate su un divano sfondato a centellinare sangue da un bicchierino, intabarrati in vesti da camera vecchie di secoli è perché il presente, il mondo “là fuori” li disgusta e li spaventa. E quando Ava, la sorella scapestrata di Eve, fa visita alla coppia felice arrivando dritta dritta da Los Angeles (“la centrale degli zombie”), ovvero quando l’esuberanza cupida del mondo reale irrompe nella tenera e stramba routine dei due, arrivano subito anche i guai.

Ci piacciono assai questi vampiri: elusivi, elitari, ironici ma non freddi, rispettosi della vita – anche di quella di chi la spreca; nel corso dei secoli, hanno imparato a non uccidere, e si avventano sugli esseri umani solo in caso di assoluta necessità. E anche in quel caso, il loro “inguaribile romanticismo” fa in modo che le loro vittime non vengano uccise, ma risultino piuttosto “trasformate” a loro volta in vampiri. E sono vulnerabili. Anche se le loro vite durano diverse centinaia di anni, invecchiano e e sono soggetti a malattie, che possono contrarre se assumono sangue infetto (perfino questo è avvelenato, oggigiorno, come del resto l’ altro liquido vivifico, l’ acqua…). Non solo: la loro tempra psicologica può essere messa a dura prova, fino al punto da spingerli a meditare il suicidio. Sarà anche colpa di ” quegli stronzi” dei poeti francesi dell’Ottocento che Adam era solito frequentare secoli prima, con tutte quelle balle romanticheggianti sulla fascinazione della morte, come sostiene Eve; ma certo l’anima di Adam è malata come può essere quella di una persona che non si riconosce nei tempi in cui è costretta a vivere; e in un momento di debolezza, gli unici balsami – l’amore e la musica – possono risultare insufficienti.

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Nel 1977 W. H. scrive Woyzeck, film che parla di un soldato che uccide la sua amante.

Zio H. questa storia la prende dalla nota (uhm) pièce teatrale di Georg Büchner, che a sua volta traeva spunto da un vero fatto di cronaca nera.

Naturalmente a Herzog non poteva non affascinare la storia di Woyzeck, poiché anche lui, come la quasi totalità dei suoi personaggi, era un emarginatone di quelli grèvi. Il culmine di questa vita difficile fu nel 1921, quando il soldato, roso dalla gelosia nei confronti della sua amante Johanna, la accoltellò più volte in casa di lei (pure te però: tradisci il tuo fidanzato, o quel che è, in continuazione. Quello non sta proprio benissimo. C’ha le armi perché fa il soldato. Ma non gli aprire la porta, no? E dai).

“Femminicidio!” gridò il giudice (probabilmente un antenato dei giornalisti di Studio Aperto) nel pronunciare la sentenza di morte, avvenuta il 27 agosto 1924.

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“Salutava sempre”, commentarono i vicini di casa all’edizione della sera quando l’uomo fu arrestato.

Fun fact (oddio, insomma): quella di Woyzeck fu l’ultima esecuzione pubblica nella città di Lipsia: il giovanotto venne decapitato.

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Figuriamoci poi, Woyzeck era stato definito uno schizoide, un depressone e anche un uomo affetto da depersonalizzazione.

“Depersonalizzazione?” si ripete zio Werner mentre si legge la storia del soldato, “ma questo è Bruno S.!”

Appreso che c’è una super nuova storia di depressi, emarginati, ecc. ecc., Werner Herzog chiama Bruno S., che all’epoca lavorava in un’acciaieria (pòra stella) e gli comunica la sua intenzione di fare ‘sto film per famiglie.

“Senti, ok, però magari ci mettiamo qualche donna?”

“Eh, oh, c’hai l’amante bòna in questo film, eh!”

“Ah, bene.”

Senonché poi Werner ci pensa meglio e dice: “No aspe’, questo deve fa’ lo schizoide pazzo emarginato che accoltella l’amante. Bruno non va bene, ci devo mettere Kinski.” (la reputazione di Kinski agli occhi di Herzog non faceva che migliorare di anno in anno)

Chiama Bruno per dargli la notizia, solo che quello, fomentato dall’idea di recitare in coppia con Eva Mattes (gran bella donna, all’epeca), s’era già preso un permesso al lavoro.

“Io ci perdo dei soldi, Werner, non è che siamo tutti come te che abitiamo a Hollywood in mezzo alla fregna!”

“Ma veramente io..”

Bruno S. ci rimane malissimo: “Credevo fossimo amici.”

Zio H. rimane un attimo in silenzio. Poi dice “Ok Bruno, ci vediamo tra 4 giorni.”

In tre giorni e mezzo Werner Herzog se ne esce con la sceneggiatura de La Ballata di Stroszek (altro film allegrone per antonomasia), nel quale Bruno S. è protagonista indiscusso. Anzi, molti episodi del film sono ispirati alla vita dell’attore.

In più, ci mette pure Eva Mattes.

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“Pur’io voglio il film in tre giorni co’ le fregne!” “Oh, ve lo accollate voi questo?”

Capito? Bruno S. è scontento e lui gli scrive un film in un lasso di tempo che nemmeno gli sceneggiatori di Boris.

E Mario Adorf, quando volle fare Fitzcarraldo, si sentì dire “Arrivederci e grazie.” Chissà che ha detto quando ha saputo di questa storia.

Woyzeck? Quello alla fine è uscito nel 1979. Con Kinski, naturalmente. Daje tutti.

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“Everybody wins. Except for Mario Adorf.”

 

Bonus trivia: Ian Curtis, il fu cantante dei Joy Division, decise di guardarsi La ballata di Strozsek prima di ammazzarsi. Capiamo perché non cambiò idea.

 

 

JJ

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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In ritardo di un giorno, mea culpa, ieri ero molto malata (no, non sto morendo).

Ci troviamo dunque a casa di zio Herzog.

E’ il 1974, e W. beve la sua birretta delle 17:45 mentre si legge il giornale.

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Questo è il primo risultato se si cerca su google “Herzog beer”. Herzog significa ‘duca’, quindi vabbè. Però è sottointeso che ora la voglio.

Poi, annoiato, si accende il televisore. E becca un documentario sui musicisti di strada.

Ora, noi conosciamo bene lo zio H. : questa è materia sua.

Rapito dalle immagini, individua subito il caso umano di cui si innamora: emarginato, emaciato, con la faccia di chi ha vissuto il male.

“E’ perfetto. Lo voglio in tutti i film.”

Werner Herzog aveva appena notato Bruno S.

Al secolo Bruno Schleinstein, quest’uomo è l’apoteosi di ciò che affascina il regista: emarginatissimo, sociopatico, infanzia passata fra un ospedale psichiatrico e un altro, paura della vita, delle persone che lo hanno sempre picchiato e scacciato. Una sorta di Elephant Man, ma senza Elephant.

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Uno con questa faccia non è che presenti un curriculum proprio da aspirante fisico nucleare. Ma un aspirante fisico nucleare poteva fare Kaspar Hauser? No.

Herzog impazzisce. Fa di tutto per procurarselo come attore, perché lo vuole per interpretare L’enigma di Kaspar Hauser, una storia molto popolare in Germania, che racconta, sostanzialmente, quasi la vera vita di Bruno S. (con piccole, insignificanti differenze).

Alla fine della fiera zio H. deve solo scontrarsi con la troupe, che è dubbiosissima nell’accettare come attore principale di un film un..un..un barbone, Werner! Che diavolo ti salta in mente??

“Ragazzi” incalza lui “voi non capite. Bruno è perfetto. E’ lui che mi serve, è lui che voglio. Lui E’ Kaspar Hauser! Nessuno -ripeto- nessuno potrebbe farlo meglio!”

“Werner, è un azzardo. E se scappa con i soldi? E se impazzisce?”

“Per cortesia, ragazzi…”

L’unico che dà man forte al regista è il suo operatore di fiducia Jörg Schmidt-Reitwein. Herzog, incoraggiato dal suo appoggio, se ne frega di quello che dicono gli altri (“Ti prego Werner, siamo disposti a lavorare persino con Kinski!”) e la butta su “io metto i soldi, io decido. E ve dovete fida’.”

A malincuore, tutti accettano il loro destino.

Iniziano a girare il film. Bruno, però, ha paura di tutto: delle luci, dei rumori, delle mucche, dei contadini, di tutto. Soprattutto, ha paura delle telecamere.

Herzog allora passa con lui delle ore nella sua stanza da letto a rassicurarlo, ascoltandone i timori e cercando di far sì che la sua autostima cresca un po’.

Bruno, incoraggiato da Werner, migliora moltissimo (esattamente ciò che accade a Kaspar nel film). Comincia a essere più sicuro di sé, e per rimanere nel personaggio non si toglie mai gli abiti di scena, nemmeno alla fine della giornata.

Un giorno Herzog entra nella sua stanza e lo trova che dorme sul pavimento, vestito da Kaspar Hauser. Io leggo questa cosa e mi scende la lacrimuccia.

Bruno girerà due film con W. H., poi smetterà di recitare e si dedicherà alla pittura e alla musica.

Otto anni più tardi di Kaspar Hauser, durante le riprese di Fitzcarraldo, impegnato in una discussione con Mario Adorf a proposito del nuovo protagonista del film (ricordiamo che Jason Robards era quasi morto di dissenteria e quindi l’avevano spedito a casa), Herzog si sente dire che lui (Adorf) sarebbe stato un ottimo Fitzcarraldo. Oltre a ciò, aggiunge Mario, sarebbe stato anche un Kaspar Hauser migliore di quello “sprovveduto dilettante” [sic] di Bruno S.

Herzog dissente: “Bruno era Kaspar Hauser. Tu non l’avresti fatto così bene.”

Adorf si offende. Herzog commenta dicendo “Amen”.

Nell’agosto del 2010 Bruno S. muore.

Zio H. lo ricorda dicendo queste parole:

In tutti i miei film, fra tutti i grandi attori con i quali ho lavorato, lui è stato il migliore. Non esiste interprete che si sia nemmeno lontanamente avvicinato a lui. Voglio dire, alla sua umanità, allo spessore della sua performance… non c’è nessuno come lui.”

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JJ

 

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Oggi, per la consueta rubrica, vi propongo tre aneddoti brevi invece che uno lungo.

L’aneddoto votato il migliore sarà eletto il migliore fra i tre.

1. Herzog vs La musica

Quando aveva 12 anni, al piccolo Werner fu imposto di cantare davanti a tutta la classe. Lui non voleva. La professoressa ha insistito, forse anche in maniera troppo concitata.

Immaginatevi come dev’essere sentirsi urlare da una professoressa in tedesco.

A causa di questo inconveniente, W. H. (che fu anche minacciato di espulsione dalla scuola da parte della preside, per questo suo rifiuto) decise di smettere di ascoltare musica, di cantare (sì, anche sotto la  doccia) e di utilizzare strumenti musicali fino alla veneranda età di 18 anni.

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“hahwndwoswesefai alegria macarena, EEEEH MACARENA!”

2. Herzog vs il disagio sociale

A sua detta, durante i primi anni della sua vita zio Herzog abitava in un paesino talmente sperduto che mangiò la sua prima banana a 12 anni e fece la sua prima telefonata a 17.

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3.  Herzog vs Abel  Ferrara

Nel 1992 esce Il cattivo tenente, di Abel Ferrara.

Nel 2009 esce Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans, di Werner Herzog.

Nonostante il film porti lo stesso titolo, Herzog ha affermato che non si trattasse assolutamente di un remake (certo,  le coincidenze so’ tante. C’è pure lo stesso produttore. Però vabbè).

Abel Ferrara, di tutta risposta, non l’ha presa tanto bene.

Interrogato sul film, pare abbia detto (a proposito di chi ha lavorato sul film del 2009, maestranze comprese): “Spero che quella gente muoia all’inferno.  Spero che si trovino tutti sullo stesso tram, e che esploda.” [sic]

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“Ma io so come difendermi.”

Al di là dell’immagine del tram, che fa molto vintage, la pesante critica di quel bonaccione hippy di Abel Ferrara viene affrontata da Herzog, al quale la riferiscono, con una risata: “E’ stupendo! Pensa che io stia facendo un remake. Ma lasciatelo combattere contro i mulini a vento. A parte questo, chi è Abel Ferrara? Non ho mai visto un suo film. Non so chi sia. E’ italiano? Francese? Chi è?” [sic]

Inutile dire che quando ho letto queste affermazioni ridevo come un’idiota.

In ogni caso purtroppo il bagno di sangue non ha avuto luogo.

Anzi, addirittura i due si sono chiariti, in occasione del festival del Film di Locarno, in Svizzera,  nel 2013, dopo che Herzog ha affermato che con A. F. ci avrebbe bevuto volentieri una bottiglia di whisky.

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Werner Herzog: Unisciti a noi per un bicchierino! Abel Ferrara: Levami quella CAZZO di macchina fotografica da davanti!

Happy ending, una volta tanto.

 

 

JJ

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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1974.

A Parigi, Lotte Eisner ha un infarto che la colpisce molto duramente, costringendola a ricoverarsi d’urgenza.

Ha poche speranze di riprendersi, e se ne sta nel suo letto d’ospedale un po’ triste.

Sì, ok, ma chi è questa, e cosa ce ne frega?

Lotte Eisner è una grandissima donna, una critica cinematografica, una poetessa e scrittrice, che ha sempre difeso il cinema sin dai suoi albori: ad esempio si batte contro la censura tedesca che vieta la proiezione de Il testamento del Dottor Mabuse di Lang nel 1937. Ancora prima, difende il diritto d’espressione quando i nazisti bloccano l’accesso al cinema in cui si proietta La Corazzata Potemkin. Anni dopo, il ragionier Fantozzi avrà una potentissima opinione in merito.

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“GRAZIE, LOTTE EISNER!!”

Finisce poi in un campo di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale, in quanto ebrea, ma riesce a fuggire, iscrivendosi successivamente all’Università di Montpellier per sviare i sospetti.

La Eisner diventa quindi un punto di riferimento per molti registi tedeschi, come Fassbinder e Wim Wenders, che le dedica addirittura due film.

Torniamo al 1974: zio Herzog in quello stesso anno ha dedicato a L. E. L’enigma di Kaspar Hauser (non è propriamente un film che normalmente si dedicherebbe a una signora, ma questa è Lotte Eisner, mica una qualunque.  E poi che fai, ti fai battere da Wim Wenders? No, eh).

Mentre si occupa delle sue cose matte (probabilmente sta cercando qualche altro emarginato della società al quale far girare un film), apprende che la Eisner è lì in territorio francese che lotta contro la morte.

Non fa le valigie, non si preoccupa di prendere il biglietto di un treno, o di un aereo, non prende né biciclette o monopattini, ma esce di casa e, il 23 novembre 1974, da Monaco di Baviera, inizia a camminare verso Parigi.

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“Svolta a destra e imbocca Hirschgartenallee. Svolta a sinistra. Svolta a destra. Svolta a sinitra. Svolta a destra. Svolta a sinistra. Svolta a destra.” (sic google maps, dopo che mi sono chiesta quanti chilometri fossero-774 per la cronaca)

 

 

Il 14 dicembre Herzog è al capezzale dell’amica, le porta fiori, cioccolatini e abbracci.

Lotte: Werner! Come mai sei qui, non hai un film da girare?

Werner: No, volevo assicurarmi che stessi bene.

L: Beh, ora sono fuori pericolo, però in realtà ho rischiato grosso.

W: Lo so, per questo sono venuto a piedi.

L: Eh?

W: Eh, che cosa avrei dovuto fare? Stavi morendo, ho deciso che avrei camminato da Monaco di Baviera fino a Parigi per far sì che stessi meglio.

L: Ma sei matto??? Fa freddo, cazzo!

W: Lo so, lo so, lo so. Ma io ti voglio bene.

L: …pure io.

Lotte Eisner muore a novembre. Però del 1983. Ce l’hai fatta, Werner.

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Lotte e Wernerone sulla spiaggia in cui zio H. ha girato “Nosferatu, il Principe della Notte”. Tutto è bene quel che finisce bene.

Quel matto di zio Herzog raccoglie tutte le disavventure della passeggiatina invernale in “Sentieri nel ghiaccio”, che ancora non ho sul comodino ma che devo assolutamente procurarmi, perché probabilmente ci saranno mille altri aneddoti bellissimi, tipo lui che si lamenta di cose tipo “Oh, ma a questa non je poteva piglia’ un infarto a luglio?”

 

JJ

Non farti saltare i bottoni, Dolores: te ne è rimasto uno solo.

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Oggi niente Herzog, lo rimando a mercoledì prossimo.

Oggi lutto nel mondo del cinema, se ne va Bob Hoskins, un attore che personalmente mi piace ricordare per un ruolo in particolare: faceva Super Mario nell’omonimo, stranissimo film del 1993. Mega capolavoretto incompreso con le musiche di Steve Vai, John Leguizamo che faceva Luigi e il cattivo che era un inquietantissimo Dennis Hopper (vedendolo in Velluto Blu anni dopo, mi capitò di pensare “Cristo, ma quello è l’imperatore Koopa!!”. I miei amici cinefili non erano contenti PER NIENTE.)

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Nella foto: Super Mario e un Bob-omb. (non troverò mai un buon marito se continuo a far sfoggio di queste conoscenze inutili)

Il vecchio B.H., però, ha interpretato una cifra di ruoli notevolissimi (Super Mario peraltro era un film considerato una grossa  falla nella sua carriera), sempre con quella sua faccia da burbero simpatichello che, alla fine della fiera, per noi figli degli anni ’90 era sempre il volto di Eddie Valiant, quello che il cartone gli aveva ammazzato il fratello col pianoforte in testa, e allora tirava le orecchie a Roger Rabbit e lo teneva sotto l’impermeabile, generando così una delle battute più citate nell’universo intero.

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“Non ho le chiavi… di queste manette!!”
Niente, volevo ricordarlo a tutti un attimo, perché tutti l’abbiamo amato, sia quando faceva Spugna in Hook, sia quando faceva un cameo nell’infimo film delle Spice Girls (tutto vero), sia che avesse il volto di Mussolini in Io e il Duce (classe ’85).

Ti volevo un sacco bene Bob, eri fichissimo e sono triste per questa grandissima perdita.

 

JJ

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