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Herzog e i vulcani: vita, morte e natura

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Era il 1976 quando, nell’isola di Guadalupa, fu dato ordine di evacuazione immediata a causa del vulcano locale, La Soufrière, il quale minacciava di eruttare sommergendo l’intero luogo (e la sua popolazione).

L’evacuazione era stata la soluzione finale di un’accesa diatriba che si era disputata fra gli scienziati Claude Allègre

Non sono un serial killer

e Haroun Tazieff.

Scusa se sono un figo

Il primo, agitatissimo, aveva convinto il prefetto dell’isola ad evacuarla completamente, cosa che alla fine fu fatta, almeno in parte: circa 75000 abitanti furono costretti ad abbandonare le proprie case, in vista del disastro che si prospettava. Di questa opinione però non era Tazieff, al quale poi la storia avrebbe dato ragione. Difatti la catastrofe non ebbe mai luogo, e pian piano, dopo un po’, l’isola tornò alla vita di tutti i giorni.

Noi però sappiamo che questo evento portò zio H. più vicino di quanto non avrebbe dovuto al vulcano attivo, generando quello che sarebbe diventato uno dei suoi documentari più famosi, La Soufrière. Ai più potrebbe non dire nulla, ma rimane in ogni caso un documento di straordinaria autenticità e bellezza, e, se il vulcano fosse esploso sommergendo i  dintorni dell’isola, la testimonianza di Herzog della città di Basse-Terre a oggi sarebbe l’unica che ci rimane.

Torniamo ai vulcani.

Nel 2007 sarebbe poi uscito Encounters at the End of the World, film in cui Herzog non aveva alcuna intenzione di parlare di vulcani, ma, come spesso accade nei suoi documentari, era partito per la tangente. Mentre filmava la vita degli scienziati sulla stazione McMurdo in Antartide, era rimasto affascinato da alcuni vulcanologi e dal loro lavoro: lì aveva conosciuto lo scienziato e vulcanologo Clive Oppenheimer, con cui aveva fatto amicizia. Clive e i suoi colleghi avevano spiegato a zio H. i rischi del loro lavoro, e cosa comportava stare all’aperto in giornate in cui la temperatura arrivava a -32°, mentre accanto a loro c’era il monte Erebus, uno dei pochissimi vulcani attivi al mondo il quale, se guardato dall’alto, mostra direttamente la lava.

Clive Oppenheimer e Werner Herzog in Encounters at the End of the World, 2007

L’incontro con Clive non sarebbe rimasto un semplice “ciao, come ti chiami”, ma avrebbe portato, dieci anni dopo, alla realizzazione di un altro documentario, questa volta direttamente dedicato ai vulcani, Into the Inferno, in cui Herzog, insieme al suo amico (che lo ha anche aiutato nelle riprese) si gira Indonesia, Islanda, Corea del Nord ed Etiopia esplorando una delle più grandi risorse e insieme pericoli del nostro pianeta.

Into the Inferno è un film molto più maturo del predecessore La Soufrière. Al di là del fatto che il suo gemello del 1977 era stato girato in pochissimo tempo (giusto per non rischiare di morire in mezzo ai lapilli) e che dura soltanto 30 minuti, La Soufrière affronta la conoscenza dei vulcani da un punto di vista meramente distruttivo. Sappiamo quando a zio H. piaccia l’idea dell’inevitabilità della morte, della violenza della natura e del suo essere per certi versi indecifrabile, e nel film del 1977 i suoi pensieri vengono fuori in modo molto chiaro: avrebbe dovuto essere l’ultima testimonianza di un disastro annunciato ma inesorabile, tanto più che H. e la sua troupe avevano incontrato ben tre persone che si erano rifiutate di lasciare le proprie case, adducendo come motivo comune “la morte si può solo rimandare, ma non evitare”.

In Encounters, invece, i vulcani solo un piccolo contorno, ma è proprio Clive, in un dialogo con Herzog, a esprimere un concetto fondamentale, che in un certo senso celebra la vita: vale la pena mettere la propria in pericolo per studiare un vulcano? La risposta naturalmente è negativa: Clive racconterà (dieci anni dopo) che inizialmente, conoscendo la fama di Herzog, aveva avuto paura che il regista gli avrebbe chiesto di scendere il più vicino possibile alla lava in nome del cinema. Ma poi aveva capito che Herzog, in realtà, dava più valore alla vita di quanto non volesse lasciar intendere nei suoi film.

Noi lo conosciamo come un regista che parla di grizzly assassini, di vampiri, di solitudine dell’uomo e chi più ne ha più ne metta, ma in Into the Inferno emerge più chiaramente il lato più, per così dire, “ottimista” di zio H. I vulcani rappresentano due facce della stessa medaglia: la vita e la morte. Per alcuni sono assimilabili a un dio, da onorare e rispettare, per altri una ragione di studio e di vita; in Corea del Nord addirittura il monte vulcanico Paektu è venerato dall’intera popolazione, citato nel loro inno nazionale e considerato un luogo di culto, in quanto, secondo una nota leggenda, sarebbe il vero luogo di nascita di Kim Jong-il.

Ed è in Etiopia, alle pendici del vulcano Erta Ale che alcuni paleontologi cercano instancabilmente e trovano nella terra tracce dei nostri progenitori: non dimentichiamoci che i terreni vulcanici sono fra i più fertili al mondo, quindi ha perfettamente senso che ci fossero insediamenti più vecchi di quanto non possiamo immaginare.

Ma non disperate: naturalmente il vecchio zio H. non ci risparmia la parte in cui ci racconta e fa raccontare cosa rappresenti per la vita l’eruzione di un vulcano, chiudendo anche il film con il capo del villaggio Endu, situato nell’arcipelago di Vanuatu, che spiega cosa pensa succederà alla fine dei tempi: sarà il vulcano a distruggere tutto, il vulcano che condannerà la razza umana, quello del villaggio di Endu e tutti i vulcani presenti sulla superficie terrestre. E vai.

Insomma, il cerchio si chiude.

La “trilogia dei vulcani” la reperite facilmente: La Soufrière è disponibile su youtube, Encounters at the End of the World ve lo potete comprare su Amazon (sempre dare soldi a Herzog, in tutte le occasioni) e Into the Inferno lo trovate pure su Netflix.

JJ

Lo and Behold: le aspettative di una fan

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Ciao.

Quando mi hanno detto che sarebbe uscito un nuovo documentario girato da Herzog, ho attraversato tre fasi: l’esaltazione, l’attesa spasmodica e le aspettative.

Naturalmente, adesso che sta per uscire, sono nella fase tre. E mi sono chiesta cosa possa scaturire da un documentario dello zio H. che, entrato nel settantacinquesimo anno di età, decide di parlare di internet. Uno che non ha nemmeno lo smartphone, uno che

Dunque.

1.Sarà un film epico

Stiamo parlando di internet, la piattaforma sulla quale ogni giorno puoi scegliere quale video di gatti guardare e di Herzog, uno che per non scendere a compromessi con una nota casa di produzione cinematografica ha fatto passare una nave da un lato all’altro di una montagna. Sono abbastanza certa che H. inserirà musiche altisonanti e ci farà vedere le immagini dello spazio, tipo “l’uomo è solo,  ma c’è internet con lui”.

2. I commenti del regista

Già dal trailer si possono sentire due o tre frasi che rendono l’idea di cosa sia un documentario girato da Werner Herzog: normalmente infatti nei documentari i registi sono restii a dare la propria opinione facendo sentire la propria voce. Herzog no: lui usa il cinema documentario quasi come una specie di diario personale, e se vuole dire una cosa, la dice. “Per adesso -sentiamo dire a uno scienziato nel trailer del film- non riusciamo nemmeno a mandare un singolo uomo su Marte” ma Herzog lo interrompe: “Io verrei”, dice, “non avrei alcun problema.” Non vedo l’ora di sentire il resto.

3. Solitudine e ansia

H. non perderà occasione per ricordarci di quanto siamo soli, tristi e senza speranza. Anche con i video dei gatti a disposizione.

4. Insegnamenti di vita, riflessioni, viaggi mentali

Se c’è una cosa che ho imparato guardandomi i documentari di zio H. è che poi si riflette su tutto ciò che ne concerne, e oltre. Inizi a pensare “diamine, ha ragione”, e parti per la tangente riflettendo su cos’è la tua vita, su come l’argomento si riflette sulle tue azioni, sulle tue opinioni, e finisci a piangere sotto la doccia per fare finta che sia solo acqua.

5. Me lo devo riguardare

Quando si finisce di vedere un documentario di Herzog, la prima cosa che viene in mente è “ok, probabilmente ho assorbito solo il 15% di quello che mi voleva dire”. Ed è esattamente così: sono talmente pieni di roba che è impossibile percepire tutto subito.

6. Casa

Guardarsi un documentario del genere deve essere un’esperienza che ti fa sentire a casa tua, con un signore gentile che ti spiega le cose e ti invita pure a rispondergli quando fa una domanda. E tu gli rispondi, perché veramente sembra che sia lì seduto accanto a te. Poi la gente al cinema si gira e tu pure ti giri scuotendo la testa, “ehhh, lo fanno, lo fanno.”

Sono molto emozionata. Evviva il 2016.

 

JJ

 

Cercasi Gesù: Beppe Grillo e l’ipocrisia cattolica

in cinema/politica by

Non so se ve lo ricordate, ma nel 1982 Beppe Grillo tentò la carriera cinematografica collaborando con Luigi Comencini su una produzione liberamente ispirata a L’idiota di Dostoevskij. Il film, Cercasi Gesù, vedeva Grillo come protagonista nei panni di un sempliciotto sbucato dal nulla e assoldato da un’editrice cattolica per rappresentare il volto moderno del Cristo.

In una critica serrata della società italiana degli anni ’80, Grillo e Comencini mostravano tutta l’ipocrisia di una Chiesa desiderosa di mostrarsi al passo coi tempi e sostenuta da una gerarchia ecclesiastica alla scoperta del marketing, ma al tempo stesso incapace di liberarsi del suo fardello di avidità secolare, intolleranza e paura del nuovo.

Grillo incarnava perfettamente il potenziale dell’uomo della strada, intellettualmente semplice ma di un’onestà disarmante, che preferisce passare il suo tempo tra bambini handicappati e terroristi redenti piuttosto che sporcarsi le mani con gli affarucoli di scribi e farisei vaticani. Proprio come il Gesù dei Vangeli, il personaggio del comico genovese metteva alla berlina le contraddizioni dell’autorità religiosa con esempi di reale virtù e azioni di umana solidarietà.

Un Beppe Grillo coraggioso insomma, che non esitava a puntare il dito contro la Chiesa cattolica pur mantenendo una sobrietà nei toni e nei contenuti molto distante dai metodi adottati in tempi più recenti. Era la coscienza a parlare all’epoca, non lo stomaco di un branco di elettori incazzati e sbraitanti. Una coscienza che sembra ora del tutto scomparsa, per fare spazio a un mix ributtante di attitudini forcaiole, realpolitik e semplice indifferenza per tutti quei temi che esulano dalla rabbia della gggente.

A quanto pare, il ddl Cirinnà rientra perfettamente quest’ultime due categorie, laddove l’opinione di una minoranza cattolica all’interno del M5S e un probabile disinteresse personale per le questioni civili sono bastate a Grillo per proclamare la “libertà di coscienza” sul voto al Senato, sabotando di fatto l’iter futuro del disegno di legge. Un intervento a gamba tesa che, ben lungi dal garantire genuini spazi di manovra ai parlamentari grillini, rischia in un’ultima analisi di consegnare il destino dei diritti omossessuali nelle mani del solito Cattolicesimo di regime.

Chissà cosa direbbe oggi, di tutto questo, il Gesù di Grillo e Comencini.

Provaci ancora Leo! – The Revenant: la recensione

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“Tra l’ironia e il sarcasmo,” diceva quel pirata dal fascino senza tempo di Corto Maltese, “passa la stessa differenza che tra un sospiro e un rutto.” La stessa cosa si può dire del rapporto fra cinema autoriale di vecchio stampo (pacato nei toni ma di qualità ottima) e la polluzione egotica di una certa Hollywood contemporanea – quella che si fa le seghe davanti allo specchio, per intenderci.

Purtroppo, l’ultimo film di Alejandro González Iñárritu, The Revenant, fa parte di quest’ultima categoria. Già in Birdman i più attenti avevano notato una certa deriva del regista messicano autore di piccoli capolavori come Amores perros e 21 Grammi, in un tripudio di retorica farsesca che si nascondeva dietro piani sequenza infiniti e virtuosismi stilistici di maniera. E se un ottimo Michael Keaton si era trovato a dover reggere il moccolo nella relazione incestuosa tra Iñarritu e il suo specchio, questa volta il compito ingrato è toccato al povero Leonardo DiCaprio, ormai disposto a tutto pur di vincere quella dannatissima statuetta d’oro.

The Revenant è un film esagerato, ma nella nozione negativa del termine. È un’esplosione continua alla Michael Bay, un collage di situazioni improbabili, paesaggi spettacolari e masochismi interpretativi col solo scopo di ubriacare lo spettatore, che si trova all’uscita del cinema completamente rincoglionito e poco conscio di una trama altrimenti improbabile – se non addirittura ridicola. La storia vera della lotta per la sopravvivenza del cacciatore Hugh Glass, scampato nel 1823 a un attacco di un grizzly e abbandonato nella foresta, ferito, dai compagni, diventa infatti una parodia del massacro per certi versi simile a Gravity di Alfonso Cuarón, con la gente in sala che ride per la marea di sfighe surreali che minacciano in continuazione  la vita del protagonista. Lo sfondo è il panorama meraviglioso delle montagne e dei fiumi della Columbia Britannica, il cui aspetto documentaristico viene purtroppo rovinato da un abuso di CGI. E’ tutto troppo nel film di Iñarritu, c’è sempre qualcosa che sembra dover stonare per forza, quasi fosse un obbligo.

Dispiace poi che in quella che parrebbe una cura maniacale per la regia e il montaggio scada in piccole disattenzioni d’antan, come i cambi climatici repentini nell’ambiente circostante (neve che appare e scompare da una scena all’altra) o i fucili ad avancarica che, nel corso di una scena d’azione, si ricaricano misteriosamente da soli e sparano due volte. Ma il peggio è rappresentato dalle trovate da mockumentary e splatter movie, ovvero gli schizzi di sangue sulla telecamera o il fiato dei protagonisti che appannano l’obiettivo (per non parlare dei sogni-visioni del protagonista sulla moglie morta, a metà strada tra le scene nel grano de Il gladiatore e la fotografia pedante di Nicolas Winding Refn).  Gigionate davvero inutili.

E il povero Leo? DiCaprio ci regala due ore di pura sofferenza fisica, dipinta e assolutamente visibile sul suo volto. Emotività però che si ferma solo lì, sulla faccia, dato che in tutto il film il regista gli mette in bocca sì è no cinque battute. Il resto è un grugnito continuo, uno sbavazzarsi sul mento tra una sfiga e l’altra. Eppure credo proprio che a questo giro l’Academy si troverà costretta a premiarlo con l’Oscar – se non altro per esasperazione. Come diceva un mio amico alla fine della proiezione, “se questa volta non glielo danno, al prossimo film si taglia la pelle come in una performance di Marina Abramović.” Body art extrema ratio.

Insomma, The Revenant è quel cinema che faremmo a meno di vedere ma che alla fine vediamo lo stesso, un po’ perché ci siamo affezionati ai tentativi fantozziani di DiCaprio, un po’ perché Iñarritu è uno che il proprio mestiere alla fin fine lo sa fare, eccome. Tuttavia è forse la consapevolezza della propria estrema bravura a spingerlo in una deriva autoreferenziale e parossistica, un loop squilibrato di ripetizione del canone (un po’ come Sorrentino in The Youth che copia Sorrentino in La grande bellezza). Tanto, troppo narcisismo e pochissima sostanza.

Il risultato? Un film fatto per registi e attoroni a caccia di Oscar che molto spesso si dimentica del vero referente: lo spettatore.

Che settimana pesante

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Così esordiva il mio compagno quando mi scriveva che, oltre a David Bowie e ad Alan Rickman era morto pure David Margulies.

A parte quello sfigato due volte per essere morto dopo un’icona della musica e una del cinema, Margulies ve lo ricorderete senz’altro per essere stato il sindaco che a “masse isteriche”

decideva di dare carta bianca a Peter Venkman.

Niente, era giusto ricordare anche lui.

Dopodiché lo sappiamo tutti: Alan Rickman ci ha fatto innamorare interpretando Severus Piton (o Snape, per chi ha seguito la saga in lingua originale), uno dei personaggi meglio riusciti della letteratura ME NE FREGO DI TUTTI I VOSTRI SCRITTORI FAMOSI HIPSTER MATTI, HARRY POTTER PIETRA MILIARE TOTALE BRAVI BRAVI CONTINUATE A FARE I CLASSISTI E A LEGGERVI I TOMI DI SCRITTORI POLACCHI MORTI SUICIDI GIOVANISSIMI

Si diceva; Alan Rickman in realtà non ha interpretato solo Piton: l’altro ruolo per il quale tutti se lo ricordano è il marito di Emma Thompson in Love Actually, che ora voi romanticoni andrete subito a rivedervi, perché alla fine quando Colin Firth va a trovare la sua filippina in Portogallo per chiederle di sposarlo ci vengono sempre i lucciconi.

Però che cazzo: questo era un super attore e tutti se lo ricordano per essere stato il sosia di Renato Zero che insegnava pozioni a degli insopportabili adolescenti in più doveva pure sorbirsi tutto il disagio di questo mondo. Mica è giusto. Alan, ci penso io a darti un degno tributo, anche perché quando mi hanno detto che eri morto ero triste sul serio. State a mori’ tutti, mannaggia alla miseria.

Non spenderò parole su quanto amassi Rickman, il suo viso meraviglioso, il suo estremo fascino, il sorriso magnetico e la versatilità che ha fatto sì che diventasse un attore in grado di interpretare qualsiasi ruolo: mi limiterò ad elencare 5 film che sarebbe carino rivedere per omaggiarne la figura, perché scommetto che non vi ricordavate che in queste pellicole ci stava pure lui.

  1. Sweeney Todd, quando Tim Burton voleva fa’ il musical perché era il più matto di tutti;
  2. Profumo, storia di un assassino, o del perché mi tinsi i capelli di rosso per la prima volta cercando di somigliare vagamente a quella super fregna roscia bellissima protagonista, invece mia madre mi disse “Questo colore io lo chiamo rosso menopausa” (avevo 22 anni);
  3. Robin Hood – Principe dei ladri: Rickman è il secondo sceriffo di Nottingham che se ne va, il primo è stato lui,
    "Vi chiamate Smerdino...?"
    “Vi chiamate Smerdino…?”

    ab aeternam, ragazzi.

  4. Die Hard, quello che in italiano hanno chiamato Trappola di cristallo (ma perché?): non me lo ricordavo nemmeno io che ci stava lui;
  5. Dogma, il Kevin Smith che ci piaceva tanto.

Bonus: se vi capita guardatevi pure Gambit: non è certo un capolavoro nonostante sia scritto dai Coen, ma Alan Rickman tira su tutto il film.

Grazie, eri un grande.

 

JJ

 

Perché Star Wars

in cinema by

Sono due settimane che l’edicolante in piazza si ritrova una speranzosa me che cerca di trovare i cofanetti da collezione di Star Wars.

“Salve, posso aiutarla?”

“Sì, no, davo uno sguardo…”

Di solito faccio finta di guardare i giornali di economia, per fingermi adulta. Poi chiedo se è uscito il Messaggero. Poi “No, vabbè, magari lo compro dopo”. Poi, vagamente,

“I dvd sono tutti quelli esposti?”

“Non ci è ancora tornato Star Wars.”

“Ah, grazie, arrivederci”

Perché? Principalmente perché fino a poco tempo fa avevo soltanto i vhs della prima trilogia, quella originale, registrati da Italia 1, con sulle etichette il disegnino di una spada laser, la Morte Nera e un piccolo R2-D2. Avevo 13 anni e mi guardavo L’Impero Colpisce Ancora circa una volta al giorno. Adesso vivo in una casa senza videoregistratore, ho 30 anni, e con il mio compagno abbiamo sentito il bisogno di fare il grande passo: vederci tutti i sei capitoli prima di vederci il settimo.

Abbiamo messo un pupazzetto di Darth Vader sotto l’albero di natale. Abbiamo delle spade laser gonfiabili con le quali andremo al cinema.

Quando frequentavo un master di regia, questa è una delle foto che ho presentato a una lezione:

GIO_0532

L’unica cosa che ho comprato (per me) quando sono andata a Lucca è stata una maglietta con C-3PO disegnato sopra. La mia suoneria è la marcia imperiale in 8 bit.

Perché Star Wars ci rincoglionisce così tanto? Perché se non partecipate all’emozione collettiva siete delle persone aride? Ho isolato alcune motivazioni plausibili.

1.Le spade laser

Le spade laser le vorremmo avere in casa tutti, nessuno escluso, nemmeno quelli che dicono che non amano Star Wars, nemmeno i fan di Star Trek, tutti.

Non è possibile che non vogliate imparare a usare un cosa così fica

Le spade laser sono perfette in tutto: colori sgargianti, dimensioni accettabili, maneggevolezza, ma soprattutto per i famosi rumori WHOUUOHHUN… WHUOOOON….KSSHHH! FHSSSH!! che adesso state riproducendo nella vostra mente.

Rumori così assuefacenti che Ewan McGregor, durante le riprese di tutti i suoi combattimenti nella saga, continuava a farli con la bocca, non riuscendo a trattenersi, quindi in post produzione i montatori del suono hanno dovuto rimuoverli da ogni singola battaglia.

2.I combattimenti con le spade laser

Oltre a essere bellissime visivamente, le spade laser vengono impiegate dai personaggi per dare vita a splendidi combattimenti acrobatici, roba che se io la prendevo in mano due secondi dopo mi mancavano tre dita, un orecchio e probabilmente avevo tagliato a metà il frigorifero.

Io sono innamorata delle storie della vecchia trilogia, ma c’è da dire che nella nuova i combattimenti sono mille volte più MA CHE CAZZO STAI A DI’ LO VOGLIO FARE PURE IO

3.Le spade laser go with everything

Ma sul serio, everything

4.Han Solo

Ogni singola battuta che quest’uomo pronuncia è diventata leggenda. Dal fatto che il Millennium Falcon ha fatto la rotta di Kessel in meno di dodici parsec, al “conversazione noiosa, comunque”,

fino alla storica frase che tutti amiamo da morire, e lui lo sa.

5.Darth Vader

Best personaggio evah della saga, Darth Vader è probabilmente colui che durante tutti e sei i film subisce l’evoluzione più bella e commovente della storia del cinema. E tutti, almeno una volta, ci siamo sempre chiesti come sarebbe stato se Anakin fosse rimasto Anakin, e si fosse limitato SPOILERSPOILERSPOILERSPOILER a essere un buon padre per Luke e Leia.

Diciamoci la verità, è lui il vero protagonista dei primi sei episodi, alla faccia di Luke, Han Solo, Yoda e tutti i filistei.

6.Tutti ci siamo commossi quando abbiamo visto litigare Obi-Wan e Anakin

A tutt’oggi non riesco a guardarlo senza farmi venire gli occhi lucidi.

7.Tutti siamo rimasti sconvolti quando, all’epoca, abbiamo scoperto la triste verità

8.John Williams ha creato un vero capolavoro immortale

John Williams io lo adoro perché ci ha regalato musiche spettacolari, tipo la colonna sonora di Indiana Jones o quella di Jurassic Park.

Ancora prima di queste, però, il simpatico vecchietto componeva alcuni fra i temi musicali che avrebbero avuto un impatto all’epoca ancora inimmaginabile nella cultura di massa: La Imperial March, il tema principale, quello dell’alleanza ribelle, la simpatica canzone della “cantina”: le sappiamo a memoria, e io il cellulare ogni tanto lo lascio squillare, perché che bello.

E poi c’è roba tipo questa, che non è classificabile, è solo bellissima

https://www.youtube.com/watch?v=Q5ZY8Fz9GGU

9.Vorremmo che il futuro fosse così

Disgraziatamente non vivrò abbastanza per vedere se davvero fabbricheranno delle spade laser degne di questo nome, o se il Millennium Falcon diventerà una realtà; quello che posso dirvi è che il 90% delle persone che abitano le terre emerse del nostro triste mondo vorrebbe avere come migliore amico un robot, guidare un TIE Fighter o attraversare il deserto stando attento a non innervosire i Sabbipodi (tanto si spaventano facilmente).

10.Leia Slave

 

Ciao amici, amate questa meravigliosa saga. Amatene i personaggi, la storia straordinaria, l’universo, affezionatevi alle vicende, ad Alec Guinness, celebrate la triste fine di Alderaan, leggetevi le teorie dei fan, commuovetevi per i poveri appaltatori esterni che ultimavano la costruzione della nuova Morte Nera, e poi andatevi a vedere l’episodio VII, perché è per questo motivo che state ancora leggendo, perché anche voi non vedete l’ora di sapere che diavolo di fine ha fatto Luke, perché il trailer ve lo state riguardando duecento volte, e perché per due giorni non riuscirete a guardare nulla su internet per paura degli spoiler.

Quando guardo il trailer, ogni volta che Han dice “Chewie… siamo a casa” io piango (seriamente, piango, non come quando scrivi “hahahah” su whatsapp e in realtà sei serissimo). Posso solo immaginare che diavolo mi succederà giovedì sera.

 

JJ

Star Wars: il risveglio del fomento

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Questa volta non ci avrebbero fregati. Non dopo esser passati per i cazzo di prequel. Allora non sapevamo, non potevamo sapere; allora avevamo speranza, fiducia. Ed eravamo ancora giovani, inesperti: eravamo innocenti.

Ora, non è che noi siamo gli imbecilli che ci sforziamo di sembrare. Lo sappiamo che, pur essendo oggettivamente dei bei film, il motivo per cui ci piacciono tanto sono le vacanze di Natale passate a registrarli in TV e a rivederli fino a consumare le videocassette. E questo perché, anche se Il Ritorno dello Jedi è uscito solo nel 1983, per molti di noi Guerre Stellari è sempre stato lì: esisteva, anzi è sempre esistito, nella sua accezione di classico, insieme ai film disney prima e al resto della truppa dopo (Indiana Jones, Ghostbusters, i Goonies, Ritorno al Futuro etc…).

Si, ci sono i talebani per cui è IN-CON-CE-PI-BI-LE che Han non abbia sparato per primo e i folgorati che hanno ricostruito a mano i film originali ma molti di noi sono persone per lo più normali. E noi ce li siamo visti i prequel: li abbiamo attesi come Il Vangelo parte II – Back to Bethlehem e questo è quello che abbiamo avuto in cambio. Abbiamo preso i DVD e ci siamo ritrovati scene raccapriccianti (non è una questione di blasfemia rispetto alla sacralità dell’originale, è che fanno veramente schifo al cazzo).

Abbiamo poi visto tutti i sequel/prequel/remake/reboot sfornati senza alcun senso di misura o dignità pur portare mezzo cristiano in un cinema, figli di ignavi omuncoli, parassiti di talento altrui. Cazzo, abbiamo visto Indiana Jones 4 (che Dio ci perdoni).

Cosa pensate che abbiamo provato quando Lucas ha smollato il tutto alla Disney che immediatamente ha annunciato altri TRE FILM?? Per di più con JJ Abrams (che non ha MAI fatto un film oltre il buonino) alla guida del baraccone?

Non lo volevamo questo cazzo di film. Non volevamo le false speranze per le notizie del cast e lo zig-zag tra le teorie spoiler e le teorie LOL. Non volevamo un trailer pezzentissimo a più di UN ANNO dall’uscita del dannato film.

Ma, come ho detto, siamo persone ragionevoli: stracciarsi le vesti non ci viene bene e poi, in fin dei conti, è solo un film. Saremmo andati al cinema come tutti ma con animo rassegnato, stoico. Saremmo stati pronti perché non ci saremmo aspettati nulla

Sapevamo tutto. Eravamo preparati. Eravamo consapevoli.

E tutto questo è finito nel cesso otto mesi fa in meno di due minuti.

ortolani

 

Ticket

credits Leo Ortolani, Morelli’s Movie Guide

P.S. qualsiasi cosa succeda stasera temo che non si arriverà mai al livello di gegno di quel fenomeno di Patton Oswalt.

L’insostenibile leggerezza dell’essere (ebreo)

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Credo solo in due cose, il sesso e la morte, solo che dopo la morte non ti viene la nausea.

Ci sono tanti modi per affrontare la morte; fra questi, esserne terrorizzati è sicuramente il migliore. Ma è proprio la paura della morte – non la morte in sé, evento disgustoso e innominabile – a dare luogo a l’espressione più profonda della nostra umanità: ovvero l’umorismo, di cui Allan Stewart Konigsberg, in arte Woody Allen, è il grande interprete contemporaneo.

1

Un interprete ha spesso una vita a tratteggiare i contorni di questa ansia universale, traducendola nei termini malinconici dell’ilarità riflessiva. Proprio come nell’umorismo pirandelliano, ridiamo grazie alle opere dell’autore newyorkese con la consapevolezza della miseria della nostra ben limitata natura: Allen si prende infatti gioco della nostra paura più grande non per esorcizzarla (questo è un compito per cabarettisti o filosofi di seconda categoria), bensì per prenderne atto. Non vi è catarsi nella risata, solo consapevolezza – una sorta di Nietzsche al contrario, che ride ancor prima di guardare nell’abisso.

2

Un artista della morte ma non per la morte, il caro Woody: nel caos insensato di un’esistenza la cui unica (non-)logica sembra essere l’entropia, l’amore fa capolino per gettare ancora più confusione nella mischia. Possibile che oltre tutto questo dolore e questa paura, esista qualcosa in grado di cambiare le carte in tavola? L’amore non è forse una sorta di magia, che scombina le regole implacabili dell’insensatezza universale per dare agli esseri umani un buon motivo per andare avanti? Nella classica dicotomia freudiana eros/thanatos, pare che per Woody Allen il primo abbia tutto sommato la meglio.

3

Certo, non che l’amore non sia causa di problemi, soprattutto quando si tratta di sesso: quel che il corpo ci spinge a fare spesso va contro il buoncostume e gli usi del vivere civile. Prostituzione, incesto e zoofilia mal s’accordano con una società che fonda le proprie basi su ciò che è lecito o meno fare (a letto), ma non per questo Allen rinuncia a sottolineare l’incongruente necessità della perversione amorosa – al punto non solo di raccontarla, ma persino di viverla sulla propria pelle. Il sesso nelle sue manifestazioni più distorte è forse ingiusto e immorale, ma al tempo stesso inevitabile e, soprattutto, dannatamente piacevole.

4

E a una società che traccia i confini della moralità Woody Allen risponde con il paradosso ebraico, che è quello della doppia appartenenza. L’ebreo della diaspora vive in due mondi paralleli senza appartenere completamente a nessuno dei due, ed è proprio questa ubiquità imperfetta a permettergli di cogliere le contraddizioni, gli aspetti grotteschi, di entrambe le realtà. Si ride degli ebrei da americano e degli americani da ebreo, nella consapevolezza del proprio posto da osservatore privilegiato – sebbene a tratti un po’ schizofrenico – di questa dimensione caleidoscopica.

5

Quel che rimane fisso è invece l’arte, nella sue varie forme (cinema, scrittura, musica), placebo esistenziale che conforta o perlomeno distrae dai mali di questo tempo. Un tempo che però si assottiglia, fino a quasi scomparire, nell’esercizio di una letteratura – intesa in senso ampio, come narrazione della vita – tesa a rivelare la tragica costante delle nostre insoddisfazioni. Woody Allen è inattuale perché non semplicemente relegati all’attualità sono i dubbi e le contraddizioni dell’essere umano. Non che vi sia davvero una risposta agli interrogativi che ci attanagliano da sempre (così come non vi è una reale soluzione alla paura per la morte), tuttavia è proprio l’assurdità del porsi domande senza risposte quel che permette all’artista di andare oltre, nei termini spaziali della propria persona e in quelli temporali di un divenire che non si arresta mai.

6

Oggi Woody Allen compie 80 anni. Chissà cosa ne pensa, di questo traguardo un po’ amaro: una ragione in più per aver paura della morte, o un ulteriore incentivo a riflettere, con lacrime e risa, dell’assurdità dell’esistenza?

Ad ogni modo, buon compleanno Woody!

Brevi interviste con uomini schifosi- La persona sieropositiva

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Cosa vuol dire essere una Megastar positiva all’HIV? L’abbiamo chiesto ad un diretto interessato.

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La marsigliese e il napoletano

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In condizioni normali Inghilterra-Francia, specie se giocata a Wembley, non è mai una partita banale, anche se è un’amichevole: ieri sera, tuttavia, della partita in se non fregava niente a nessuno (ha vinto l’Inghilterra due a zero, per la cronaca) perché il momento più alto della serata è avvenuto prima ancora che si iniziasse a giocare quando l’intero pubblico di Wembley, in commemorazione dei tragici eventi di Parigi, ha intonato La Marsigliese.

https://www.youtube.com/watch?v=7MLGTTMXsIU

Anche chi, come il sottoscritto, ha un livello di sopportazione della retorica estremamente limitato, non può non riconoscere la potenza di una tale scena. Dove molti inni nazionali sono una mera celebrazione dell’orgoglio, appunto, nazionale, La Marsigliese è da tempo assurta a espressione trasversale di libertà e rifiuto dell’oppressione. Con qualsiasi altro inno quella di ieri sera sarebbe risultata “solo” un’espressione di solidarietà ad una nazione colpita da una tragedia; la Marsigliese la trasforma in una dichiarazione di intenti. La sua potenza è tale da renderne istantaneamente iconico l’utilizzo, come avviene nella Scena (con la S maiuscola) del Film (con la F maiuscola).

Ora, voi penserete che la bellezza della scena risiede, oltre che nella splendida confezione (molti degli attori erano davvero rifugiati in fuga dai nazisti come mi suggerisce il mio Bogartista di fiducia), nella sua implausibilità: chi avrebbe il coraggio di fare una cosa del genere di fronte ai nazisti? E il motivo per cui voi lo pensate è che non avete il piacere di conoscere il professor Renato Caccioppoli, pianista, matematico, e, occasionalmente, barbone. Quando non contribuiva a dimostrare uno dei teoremi chiave per lo studio delle equazioni differenziali o a gettare le basi per la soluzione del diciannovesimo problema di Hilbert (contribuendo indirettamente a far uscire di testa John Nash), Caccioppoli, tra l’altro nipote di Mikhail Bakunin, era impegnato a prendere per i fondelli il regime fascista. La sua trovata più fantasiosa fu in reazione ad una legge che proibiva agli uomini di andare in giro con cani di piccola taglia (in salvaguardia della virilità del maschio italico): se ne andò in giro per il centro di Napoli con un gallo al guinzaglio.

L’ironia gli venne, tuttavia, a mancare in occasione della visita di Hitler nel 1938: la sera prima dell’arrivo di Mussolini e Hitler a Napoli, Caccioppoli entra nella birreria Löwenbräu con la compagna e paga un sacco di soldi all’orchestra per suonare la Marsigliese di fronte ad un pubblico di gerarchi. Alla fine dell’esecuzione si alza, va al centro del locale e, rivolgendosi a tutti, fa in tempo a dire “Quello che avete sentito è l’inno di un paese libero, l’inno della libertà: la stessa libertà che in questo paese è soffocata e negata da Benito Mussolini, che con il suo alleato tedesco…” prima di venir riempito di manganellate e trascinato via a forza. La famiglia riesce a farlo internare anziché arrestare e, addirittura, a fargli ottenere un pianoforte nella clinica: e Renato Caccioppoli, ufficialmente pazzo, suona la Marsigliese in continuazione, prima da solo, poi con un coro di altri pazzi che la cantano con lui, alla faccia di Mussolini, di Hitler e di tutti i tiranni e gli assassini di questo mondo.

P.S. c’è un’altra scena nella storia del cinema che fa un uso eccellente della Marsigliese: provate a dire che non è una botta anche questa (si, nonostante il grugno di Stallone).

P.P.S. volevo accennare alla citazione dei Beatles in All You Need Is Love ma ve la risparmio per la prossima volta

P.P.P.S. qualche fonte

Cinefili e cinofili: gente che non sa recitare

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In occasione dei 35 anni di Ryan Gosling, l’attore-cane che piace tanto alle donne, una breve lista di attori e attrici internazionali altamente sopravvalutati (in ordine alfabetico). Insomma, gente che in fondo non sa recitare.

 

Ben Affleck: nonostante il recente e inaspettato guizzo di Gone Girl (grazie, David Fincher), la carriera dell’ex Daredevil è caratterizzata da una recitazione piuttosto piatta e da una bocca sempre aperta – non so voi, ma darei oro per vederlo ingoiare una mosca. Pure come regista è piuttosto discutibile: il tanto declamato Argo è una delle peggiori americanate degli ultimi anni.

Margherita Buy: sempre eccellente nel ruolo di Margherita Buy.

Elio Germano: certo, affermare che Germano non sa recitare è decisamente un’eresia. Ma l’interpretazione autistica di Leopardi a metà tra il Rain Man di Dustin Hoffman e lo Shine di Geoffrey Rush se la poteva proprio evitare. Per non parlare delle pause a metà verso mentre recita L’infinito: la metrica va rispetta, cazzo.

Ryan Gosling: è bastato uno stuzzicadenti in bocca in Drive per renderlo un’icona. Ma parliamoci chiaro: lo sguardo cool e l’assenza di espressioni non è una scelta stilistica, bensì una necessità. Paralisi facciale e capacità interpretative pari a zero.

Tom Hardy: un attore con una fortissima presenza scenica, eppure non c’è mezza interpretazione che mi abbia mai veramente colpito. Forse non un cane, ma decisamente dimenticabile.

Angelina Jolie: a differenza del marito, lei non ha mai dato prova di grandi interpretazioni, salvo forse la felice eccezione di Changeling. Tutta occhioni e sorrisi enigmatici. Anche la staticità è la stessa della Gioconda.

Matthew McConaughey: una volta entrato nella parte del cowboy texano per Dallas Buyer Club (ruolo che gli ha valso un Oscar), sembra non esserne uscito più: da True Detective a Interstellar, abbiamo dubito subirci ore e ore di farneticazioni sbiascicate in un accento incomprensibile e sguardi persi nel vuoto a denotare una presunta profondità d’animo. Arridatece Clint Eastwood col sigaro in bocca, please.

Brad Pitt: che fine ha fatto il Tyler Durden scalciaculi e sventramutande di Fight Club? Da un po’ di anni a questa parte, il marito di Angelina Jolie non fa altro che regalarci sguardi da cane bastonato e interpretazioni da bravo padre di famiglia. Che palle.

Toni Servillo: no, dai, scherzo.

Léa Seydoux: come mai ci stupiamo che gli attori francesi in film internazionali risultano piatti, tristi, monotoni? Forse perché pure il loro cinema è così, ma contestualizzato va più che bene. Il problema è quando dobbiamo far interpretare a una noiosona come la Seydoux ruoli che richiederebbero un po’ di brio – vedi l’ultimo film di 007.

Pasolini 40

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Pasolini

See you later, Dogui!

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«Ero di casa a Port Lligat, vicino a Cadaqués, dove Dalí viveva. Un giorno, dopo aver cenato, il maestro mi porta a vedere l’opera che stava dipingendo, la “Pesca del Tonno”, che ora è esposta al Louvre. Arriviamo nello studio e… sorpresa, è tutto vuoto, non c’è un cazzo. Ad un certo punto Dalí prende una specie di telecomando e taac, schiaccia un bottone. Come per magia, dal pavimento si materializza una rotaia e appare la grande tela con il quadro. Libidine, tutto elettronico: era il 1967.»

A parlare così potrebbe essere qualcuno che sta realmente raccontando un aneddoto, o un attore che sta recitando una sceneggiatura scritta e studiata a tavolino. In realtà non è nessuno dei due, o meglio, è l’esatta sovrapposizione di entrambi: è una frase di uno di quegli attori che non ha mai recitato, ma che semplicemente ha portato se stesso (e un pezzo d’Italia che non esiste più, con sé), sul set.

Guido Nicheli, (il dogui, cioè il grande amante delle ghefi, il profeta della libidine e del panta bello diritto, nell’armadio), moriva il 28 ottobre di otto anni fa esatti, nel 2007. È diventata l’icona della spensieratezza ricca, borghese e politicamente scorrettissima, di una superficialità cafona e ostentata sotto cui si nascondeva, forte, un costante anelito di libertà: “c’è chi pensa che il pesce pilota sia destinato a una vita in solitudine perché se pilota è davanti a tutti. Errore. È sempre in compagnia della sua libertà perché decide dove andare. Believe me, credimi.” 

In questo senso, la libertà del Dogui non si è mai persa neanche davanti alla macchina da presa: non c’era bisogno di recitare, di sottostare al copione, ma bastava trasporre il proprio essere cumenda dalla vita alla storia, e riportare la propria maschera e le proprie esagerate, reali, manie sulla pellicola. Ad esempio, il celebre “Ivana, fai ballare l’occhio sul tic: Via della Spiga – Hotel Cristallo di Cortina, due ore, cinquantaquattro minuti e ventisette secondi: Alboreto is nothing!” non è mai stato scritto, ma completamente improvvisato. I tecnici di scena ridevano, e la scena si girava un’altra volta. Dopotutto, Nicheli nasceva odontotecnico, notato dai Vanzina e quindi incluso nel giro della comicità milanese in fermento all’epoca, da Teocoli, a Jannacci, a Pozzetto. Non ha avuto il successo di nessuno di questi – forse – e forse proprio perché non l’ha mai cercato. Faceva lo stretto indispensabile per poter vivere in prima classe, come diceva lui, ma senza aver bisogno di strafare. Non si proponeva, non cercava nessuno, non voleva stare costantemente in vetrina. Dopotutto, non era questione di fama e di soldi, ma ancora una volta proprio di semplice libertà:

“La ricchezza è la libertà di fare quel cazzo che vuoi, e in questo senso sono ricchissimo. Se hanno bisogno di me, chiamano loro. Altrimenti goodbye e see you later: arrivederci.”

E allora, goodbye e see you later, Dogui. Sei parte di un’Italia che un po’ ci manca.

doguitomba
La tomba di Guido Nicheli: “See you later”

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Nei difficili anni in cui zio H. stava cercando di portare a termine le riprese di Fitzcarraldo (se non sapete di cosa sto parlando vi rimando a http://libernazione.it/le-appassionanti-avventure-di-zio-herzog-3/), un giorno si ritrova a Lima, in Perù, a giocare a calcio con alcuni personaggi del posto.

Apriamo una parentesi: il calcio è sempre stato una delle passioni di H., il quale più volte si è espresso a favore del nobile sport. Testimonianza relativa:

Dunque, torniamo a noi. Ci troviamo a Lima, e Herzog sta cercando di portare avanti questa partita. Il problema è però il seguente: tutti i partecipanti (sto per dire una cosa razzista) si somigliano, e come se non bastasse indossano magliette di colori simili, quindi Werner non sa più a che santo votarsi per capire a chi deve passare la palla.

“Pedro, Pedro, passa a Ramon!”

“Io sono Pablo, e gioco nell’altra squadra!”

“Maledizione. Manuel, fa’ qualcosa, dalla sulla sinistra!”

“Mister Herzog, io sono Javier”

E così all’infinito.

Herzog quindi, saturo di passare la palla sempre allo stesso tizio dell’altra squadra, va dall’arbitro (che prima viene scambiato per Jesus) e gli chiede di interrompere la partita per poter vestire i suoi compagni di squadra con le magliette di un colore differente, che sia perlomeno riconoscibile.

” ‘Sto pantone non mi convince, ma che è?”

“Carta da zucchero”

“Non ho fame”

“No, è il nome del colore”

“Scusa, ma avete dato a tutti le magliette azzurre?”

“Carta da zucchero”

“Avete dato a tutti le magliette CARTA DA ZUCCHERO?”

“Veramente la vostra è celeste”

“Vabbè; noi possiamo indossarne di arancioni?”

“No”

Herzog si allontana guardando in cagnesco l’arbitro.

Ed è a quel punto che la soluzione si fa strada nella sua testa. Era nel bel mezzo delle riprese di un film che stava sostanzialmente affrontando da solo; da solo avrebbe finito Fitzcarraldo per poterlo presentare al Festival di Cannes, ed era quindi da solo che avrebbe dovuto portare a termine anche la partita.

“I knew the only hope of winning the game would be if I did it all by myself […] I would have to take on the entire field myself, including my own team.” (sic)

Non ha tenuto nemmeno il portiere, eh.

Io non ho idea di come sia finita (Herzog si limita a riferirci quella che ha immaginato fosse la risoluzione finale: io contro il mondo, alla fine almeno so che non devo passare la palla a nessuno se non a me), ma mi piace pensare che sia andata più o meno così:

 

 

JJ

 

The Lobster

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C’è questa idea che è in giro da qualche millennio. Dice così: incontrare l’amore, la persona giusta – the one, direbbero gli inglesi – è un po’ trovare l’altra metà di sé stessi. Quelli di voi che ancora conservano reminiscenze del manuale di filosofia (o, meglio ancora, di questa scena memorabile di Tre uomini e una gamba), ricorderanno probabilmente il mito della metà raccontato da Aristofane nel Simposio di Platone.

Ora, prendete questa idea a prima vista banale e provate a metterla dentro una app per il vostro iPhone. Il risultato si chiama Tinder (o Happn, OkCupid, …). Dating apps, ovvero la versione contemporanea dell’agenzia matrimoniale: vediamo che faccia hai, quanto sei alto, se fumi, se ami leggere Proust o i manga giapponesi. Se il tuo profilo mi piace e io piaccio a te allora abbiamo un match, un potenziale incontro di due anime gemelle che si cercavano da sempre e che magari, nella barbara notte dell’era pre-internet, mai si sarebbero trovate.

Questo sistema è certamente molto funzionale. L’amore è cieco. E tuttavia, statisticamente, ho più chance di trovare l’anima gemella in uno che in partenza trovo attraente e che condivide i miei stessi interessi, piuttosto che in uno stupratore di tacchini indonesiani, grasso e con la faccia sfigurata da una ferita di machete.

Ma non di sola statistica vive l’uomo. E l’occhio del vero artista è quello che sa soffermarsi su quella transizione impercettibile da un’intuizione semplice ma potente – l’amore come incontro di due destini – in qualcosa di più di un tic di massa, quasi un’ossessione collettiva. L’amore come il perfect match su una app di appuntamenti. L’amore come l’ideale della coppia radiosa, sdraiati sul prato guancia a guancia in un selfie con il filtro Sierra di Instagram.

Il 15 ottobre è uscito nelle sale, anche in quelle italiane, un film che parla esattamente di questa transizione impercettibile tra essere e dover essere della vita in due. Si chiama The Lobster, del regista greco Yorgos Lanthimos. E’ un film spiazzante, divertentissimo, profondo e brillante. Uno dei film più belli e originali degli ultimi anni.

La trama non ve la racconto, per due ragioni: la prima è che, che ci crediate o no, esiste Google. Il secondo motivo è che questo è un film dal quale mi sarei molto probabilmente tenuto alla larga, se ne avessi letto la trama prima di comprare il biglietto, temendo un penoso senso di déjà-vu. Lathimos, in effetti, non inventa nulla, costruisce un’opera originalissima di puro materiale di riciclo: abbiamo così un espediente semplice e persino abusato – il presente distopico dove l’ossessione collettiva è divenuta legge della Città; l’ambientazione più classica dei racconti uno-a-molti (quando non è il protagonista che si muove incontro a personaggi e situazioni improbabili, come nei road movies, sono questi ultimi che si muovono incontro al protagonista: ed ecco l’hotel). Le metafore trite (l’amore cieco), la recitazione impersonale da teatro dell’assurdo (magistrale Colin Farrell), i non-luoghi metropolitani, il romanzo di formazione.

Il regista greco pesca a piene mani in un repertorio di immagini e situazioni che spazia impavidamente da Sofocle a Lost, riuscendo sistematicamente, ma con leggerezza, a sovvertire la cifra originale del già visto. Ciò che all’origine è tragico diventa qui comico o almeno grottesco, il comico si colora degli elementi del dramma, il fantastico assume i contorni della realtà più cruda e il realismo sfuma nelle nebbie dell’immaginazione.

Così, The Lobster è un film intrinsecamente sovversivo: nelle singole, brillanti scelte di stile prima ancora che nel messaggio crudele. Che è poi questa reinvenzione rovesciata del mito platonico in un’era post-Tinderizzata. Dove non è più Zeus che, per invidia, decide di spaccare in due metà difettose l’originaria e perfetta unità ermafrodita della coppia di amanti, ma sono gli uomini che, per il terrore di non farcela, si ostinano come bambini a riappiccicare a forza pezzi di puzzle presi a casaccio da scatole diverse.

Richiamo al futuro

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Marty

La donna Ceppo

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Te ne sei andata stamane, in silenzio.
Ti chiamavi Margaret Lanterman, ma in questo buco di posto sperduto tra le foreste dove accadono solo cose inquietanti eri considerata la scema del villaggio.
Ti chiamavano “La donna Ceppo”, qui a Twin Peaks.
Una bella ironia, in un posto tanto affollato di nani, giganti e agenti dell’ FBI posseduti da spiriti maligni. Ma che vuoi, la gente è stupida, si ferma alle apparenze.
Io, che ti conoscevo bene, vedevo una bella donna, magra, dai lineamenti dolci e un po’ tristi, che amava bere caffè e sputare chewing gum nelle piante.
Mi hai trovato a pezzi e in fin di vita, mi hai accudito, adottato e amato. E soprattutto, mi hai ascoltato. Nessuno al mondo ne era in grado, tranne te.
Senza scomporti hai alscoltato. Io ero l’unico che sapeva la verità. Ero l’unico che quella notte aveva visto tutto. La crudeltà di Bob, la follia di Laura e Ronette, il sangue, il fuoco.
Immagino che fardello ti sei portata dietro per tutti questi anni. I tuoi tentativi di aiutare a far luce su quella triste vicenda venivano automaticamente ignorati, perchè come si fa a dare retta ad una donna che comunica telepaticamente con un ceppo? E allora tenetevi pure i dubbi e le paure. Perchè da oggi la verità resterà in silenzio per sempre.

Te ne sei andata stamane, in silenzio. Quel silenzio che io conosco bene.
Oggi, dopo che hai chiuso gli occhi, ho scoperto delle cose su di te, di cui non ero a conoscenza.
Ho scoperto che in quel mondo di fantasia della vita reale avevi un altro nome. Ti facevi chiamare Catherine Elizabeth Coulson. Non avevi soprannomi strani, non eri considerata la scema del villaggio, ma una brava attrice che amava la meditazione trascendentale, il teatro di Shakespeare e far ridere le persone. Pare fossi amica di un certo David Lynch, un signore un po’ matto ma che faceva film contorti e che conosceva praticamente tutti a Twin Peaks. E’  incredibile che tu non fossi più famosa per il tuo personaggio di Catherine che per quella strana Margaret Lantermann che eri nella nostra quotidiana scatola luminosa.

Sono inconsolabile oggi, ma felice del fatto che te ne sia andata lasciando a tanti un così bel ricordo di te. Sono sempre stato dell’idea che tu, a Twin Peaks, fossi la vera star. Anche se quell’Albert Rosenfield, il sultano dei sentimenti, faceva anche lui la sua bella figura!

Addio, cara Margaret.
Se per il mondo eri La Donna Ceppo, per me eri come una madre.

E da oggi sono solo un ceppo senza mamma.

 

 

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Wes_Craven

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Ero da poco entrata all’università quando, con i miei amici, decidemmo di tornare indietro di qualche anno per le nostre serate horror, e affrontammo la visione di una pellicola del 1972, L’ultima casa a sinistra. “Dai che è di Wes Craven!”

All’epoca io Wes Craven lo conoscevo già bene, cioè, conoscevo il suo cosiddetto masterpiece, perché quando ero piuttosto piccola ricordavo che il mio amico dal quale leggevo di nascosto Dylan Dog mi parlava di questo Nightmare, uno cattivissimo con gli artigli come Wolverine, col maglioncino a righe e con la faccia tutta rovinata. L’avevano bruciato, dice. “Che poi non si chiama proprio ‘nightmare’, si chiama tipo Freddy, come Mercury, ma cattivissimo e con una brutta voce.”

“E come mai la polizia non lo arresta?”

“Non possono: lui ti uccide nei sogni, mentre dormi.”

Quella frase mi avrebbe perseguitato negli anni a venire, impedendomi di dormire nel buio più totale o con braccia o gambe che penzolavano dal letto. I miei genitori hanno maledetto Wes Craven tutte le volte che “NOOOOO!!! RIMANI FINCHE’ NON MI ADDORMENTO!”

In qualche modo la presenza del genitore lì accanto era per me una sicurezza. Il problema è che entrambi si addormentavano sempre prima.

Nightmare, comunque, non avrebbe influenzato solo la mia vita notturna, ma sarebbe diventato uno dei maggiori cult del genere horror, tanto da essere uno dei film più citati nella storia del cinema.

Un esempio su tutti
Un esempio su tutti

Nel ’96, poi, era uscito Scream, (“E’ di quello di Nightmare? Mi sa che dobbiamo vedercelo”) e qualche anno dopo i miei genitori, accorgendosi che il genere horror era diventato uno dei miei preferiti (ma che ormai non avevo più l’età per costringerli a dormire sul pavimento accanto al mio letto), mi avevano rimediato il vhs originale, che credo sia ancora in casa da qualche parte.

Tralasciando il resto, l’impatto che ebbe la celeberrima scena iniziale sulla mia vita fu tale che per un sacco di tempo, quando rimanevo a casa da sola, esitavo sempre un attimo prima di rispondere al telefono.

E poi che cazzo, avevamo lo stesso telefono
E poi che cazzo, avevamo lo stesso cordless

Ma torniamo agli anni universitari.

“Non lo so, forse questo film è un po’ datato. Ma poi di che parla?”

"Oh wow."
Oh, wow.

L’ultima casa a sinistra, ragazzi, rimase nella mia testa come nessun altro film.

Non c’era sogno con al suo interno Freddy Kruger che tenesse,

Che poi
Che poi.

non c’era stalker telefonico che ti entra dentro casa con la maschera paurosa che mi angosciasse di più come gli eventi che si susseguono nell’Ultima casa a sinistra. La semplicità della trama, il disagio che ti trasmette man mano, la frustrazione di non poter intervenire, la soddisfazione finale.

Wes Craven se n’è andato ieri, a 76 anni. Il cancro al cervello che da un po’ di tempo lo perseguitava non gli aveva impedito di continuare a lavorare su progetti futuri.

Come succede quando muore un artista, lo si ricorda per le produzioni più famose: nel caso di Craven potrei citarvi anche Le colline hanno gli occhi, del quale nel 2006 Alexandre Aja fece un discutibilissimo remake. Oppure Il mostro della palude (classe 1982), o gli episodi per la serie Ai confini della realtà.

Tuttavia, questa potrebbe essere l’occasione per andare un po’ più indietro.

Fate così: per un gentile tributo a uno dei registi horror che più hanno rivoluzionato il genere, vedetevi L’ultima casa a sinistra, il suo primo film, e può anche darsi che alla fine avrete anche voi una risposta alla fatidica domanda “Qual’è il tuo film horror preferito?”

Grazie Wes, davvero

 

JJ

Un uomo irrazionale

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Sebbene il titolo del post sia preso dall’ultimo film di Woody Allen, Irrational Man, uscito sul mercato internazionale in queste settimane e che arriverà in Italia solo il 25 dicembre, l’argomento che andrò a trattare è di carattere più generale e riguarda, nello specifico, lo “stato di salute artistica” dell’ottantenne regista newyorkese. Nel merito del film magari ritorneremo a Natale, anche se temo che saremo tutti impegnati in una grande – anzi mastodontica – sega collettiva davanti all’ultimo Star Wars.

Spenderò giusto due parole sulla trama, di certo non particolarmente complessa: un professore universitario di filosofia (Joaquin Phoenix) dedito al nichilismo esistenziale più assoluto, incapace perfino di contraccambiare l’amore di una bella e appassionata studentessa (Emma Stone), trova una nuova ragione di vivere…nell’omicidio.

Il film, non c’è bisogno di dirlo, presenta i soliti allenismi, conditi giusto da una spruzzata di Dostoïevski: l’assoluta mancanza di senso nell’universo, la solitudine, l’amore come unica scappatoia dal vuoto esistenziale, l’escatologia impossibile della giustizia umana, il rapporto tra crimine e castigo, ecc. L’insieme giocato su una trama apparentemente lineare e su una recitazione sicuramente di livello (Phoenix e Stone come sempre ottimi), ma tutto sommato un po’ rigidina: indipendentemente dall’interprete, i personaggi alleniani non sono altro che una costante, ossessiva, reincarnazione della psicologia dell’autore, divisa in una sorta di Yin e Yang de’ noantri tra il femminile (luce/amore/sesso/ottimismo) e il maschile (oscurità/disperazione/morte/pessimismo).

Il che ci potrebbe spingere – e qui arriviamo al cuore del post – a liquidare Woody Allen come un regista da tempo in declino (perlomeno da una decina d’anni a questa parte), un artista ormai privo di ispirazione condannato a ripetere a cadenza annuale i temi e le atmosfere dell’ultimo capolavoro conclamato, Match Point (2005). La cosiddetta “fase europea” di Allen non sembra attirare le simpatie di pubblico e critica, soprattutto in ambiente americano – non è un caso che la maggior parte dei suoi film venga ora prodotta e girata nel Vecchio continente – e c’è chi già parla, non troppo velatamente, di problemi legati all’età avanzata dell’autore.

Eppure, a ogni nuovo film, puntualmente, ci troviamo a parlare e discutere di Woody Allen. Usciti dalla sala non possiamo non riflettere, confrontarci, a volte persino litigare, su quello che abbiamo appena visto. Allen continua a toccare una qualche corda misteriosa che non smette di vibrare nell’animo dello spettatore, nonostante l’evidente disagio che si prova al confronto con le sue grandi opere del passato.

D’altronde, un cambiamento di notevole importanza è avvenuto, inutile negarlo. Dopo quarant’anni di carriera, Woody Allen è uscito da Manhattan – ed era ora.

L’Europa alleniana infatti, così come la sua America “europeizzata”, non è più lo spazio per le riflessioni intimiste – e decisamente autoreferenziali – del periodo newyorkese, ma un luogo di sapere antico (dal senso del tragico per i Greci, passando per il pensiero kantiano fino al gioioso pessimismo della “Generazione perduta”) in cui riflettere sui temi altrettanto antichi della filosofia classica. Il più postmoderno di tutti i comici ha deciso di vestire i panni del precettore ottocentesco per – letteralmente – filosofeggiare con il pubblico, senza la mediazione di tutti quegli sporchi trucchetti solipsistici propri della nostra epoca. Da questo punto di vista, Woody Allen a più di settant’anni ha saputo reinventarsi in maniera assolutamente anticonformista, laddove “classico” e “universale” sono categorie per lo più disprezzate dal cinema contemporaneo.

È fin troppo facile parlare di una generazione che si sente sola davanti al computer o che si innamora del telefonino; l’immedesimazione è tanto immediata quanto contingente, fra qualche anno i problemi saranno altri e certe questioni spariranno dalla nostra memoria. Allen invece tenta il sorpasso: personaggi affetti da manie assolutamente contemporanee riflettono ad alta voce su questioni sempre, terribilmente, attuali. Dal particolare si passa al generale. Lo stile didascalico – a tratti sicuramente un po’ pedante – dell’autore è una vera e propria dichiarazione di intenti (di guerra?) nei confronti degli spettatori: “adesso vi parlerò di questo e nient’altro, cercando di non tergiversare poiché certi temi non necessitano di fronzoli o abbellimenti di maniera”.

Non si deve tuttavia pensare che Allen sia così fermo, statico, nella sua recente presa di posizione, come potrebbe apparire da una visione sommaria dei suoi ultimi film a distanza di mesi, o anni, l’uno dall’altro. Anche su questo punto magari ritorneremo in futuro, per il momento invito a (ri)guardare nel più breve arco di tempo possibile buona parte dell’ultima produzione alleniana, per cogliere quelle che a mio parere sono sfumature di metodo e significato destinate a evolvere in un’ulteriore, nuova fase – età permettendo, ovviamente.

Speculazioni a parte, un fatto rimane: Woody Allen ha fatto una scelta irrazionale decidendo, a scapito dello spirito dei tempi, di parlare della ragione umana e del suo rapporto con l’universo.

L’irrazionale razionalità di Woody Allen, potremmo dire.

True Puttanata

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Si è conclusa ieri sera negli Stati Uniti la seconda stagione di True Detective, la serie a cicli autoconclusivi creata dal giovane scrittore e regista Nic Pizzollato – un nome da mafioso italo-americano con un destino da creatore di crime stories, a quanto pare.

Niente spoiler sul finale, tranquilli. Al netto della stagione, mi limiterò a dire che il crollo del rating di puntata in puntata è ampiamente giustificabile con la scarsa qualità del prodotto nel suo insieme. E la conclusione non è da meno.

Insomma, True Detective è davvero brutto. Ma brutto-brutto. Anzi, fa proprio cagare.

Le faccette di Colin Farell. Cristo, le faccette di Colin Farell.

E le faccette di Vince Vaughn. Le faccette di Rachel McAdams. La faccetta – perché capace di una sola espressione – di Taylor Kitsch. I monologhi filosofici totalmente decontestualizzati. Una regia piattissima che quando prova a risollevarsi scade nel ridicolo involontario. Una trama assolutamente sconclusionata che fa di tutto per gettare lo spettatore nella confusione più totale. Dialoghi al limite del masochismo. Un senso generale di “ma perché?” tra una scena e l’altra. Le faccette di Colin Farell.

Elementi forse già presenti in nuce nella celeberrima prima stagione, ma che venivano in un qualche modo attenuati da piccoli, coraggiosi momenti di bellezza che ti facevano voglia di andare avanti, nonostante tutto: la sigla meravigliosa dei The Handsome Family, l’interpretazione di Woody Harrelson, i bei piani sequenza delle (poche) scene d’azione, lo sfondo alienante e lovecraftiano delle paludi della Louisiana, i riferimenti colti alla letteratura di genere, un intrigo semplice ma avvincente, e così via.

Ecco, se nella prima stagione l’insieme funzionava a discapito dei pipponi insopportabili di quel cane di Rust/Matthew McConaughey (a mio avviso l’attore più sopravvalutato della sua generazione) e di una certa pesantezza generale, si potrebbe dire che l’intera seconda stagione fallisce nel suo intento – quale? boh – proprio perché siamo di fronte a quasi otto ore di brodo di Rust senza capo né coda.

Il cinema si sta spostando in televisione, ormai lo sanno anche i sassi. Registi e attori dello Star System hollywoodiano si accalcano per partecipare a produzioni “minori” sul piccolo schermo in nome di una rivoluzione annunciata che, a quanto sembra, cambierà per sempre il modo di intendere l’intrattenimento. La qualità è il prossimo passo delle serie televisive, dicono.

Ma la qualità, purtroppo, non viaggia mai da sola. L’altra faccia del buon cinema, il brutto cinema, è in agguato dietro questa grande migrazione di massa da un mezzo all’altro. Scopriremo tra poco che i grandi nomi non bastano a fare un buon prodotto, e che l’impegno artistico va ben al di là delle premesse autoriali. Sappiamo tutti di cosa è capace il “grande” cinema americano. Le puttanate sono in agguato, sempre.

E True Detective, temo, è solo l’inizio.

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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JJ: Zio W, tu che sei un uomo di mondo. Saprai anche sparare, no?

W: Io le armi le odio. Lo sai che mi hanno sparato, no?

JJ: Sì, la so a memoria quella storia lì. Ma tu, tu sai sparare?

W: Mai imbracciato un’arma in vita mia.

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W: Tecnicamente non è proprio una pistola.

JJ: Vabbè, dai, su. Mi pare che hai pure minacciato Kinski con un fucile, no?

W: IO?! Mai successo.

JJ: Ma io l’ho scritto.

W: L’ho letto. Non aiuta ad accrescere la stima che ho di me stesso; e poi il fucile era nella jeep, mica glielo puntavo contro.

JJ: Vabbè, ma quando eri piccolo se non sbaglio hai vissuto nella Baviera occupata dagli americani, no? Avrai quindi avuto a che fare con dei fucili, robe del genere…

W: Questa cosa non sembra farina del tuo sacco.

JJ: Ti sbagli. Io conosco la storia.

W: L’hai letto su wikipedia?

JJ: Non tergiversare. Comunque sì, l’ho letto su wikipedia. A scuola non stavo mai attenta, mi piaceva disegnare sul banco invece di ascoltare.

W: Mi pareva. No, comunque calcola che quando ero ragazzino in Baviera era pieno di americani. Oddio, saranno stati sì e no una sessantina, ma a me sembravano comunque una cifra. Ero affascinato da tutta questa gente che parlava questa lingua strana, quindi avevo fatto amicizia con un tizio di colore con cui chiacchieravo in continuazione. Chissà di cosa, poi, che non capivamo una mazza l’uno dell’altro. Pensa che una volta questo mi regala un chewing-gum, e io me ne sono così innamorato (della gomma, non del negrone) da conservarlo per un anno; ogni tanto poi lo andavo a masticare.

JJ: Mi sono venute diverse malattie solo a sentirne parlare.

Kinski: Quante cazzate racconti.

W: L’hai fatto entrare tu?

JJ: Ho lasciato la porta aperta perché c’era corrente, scusa.

Kinski: Comunque sì che sparavi, Werner: raccontale della prima volta che hai avuto a che fare con un’arma, cazzo!

JJ: Ecco, io di questo ero curiosa!

W: Che palle che siete! Vabbè, un giorno ero nella foresta e vedo ‘sta mitragliatrice abbandonata lì, quindi ho pensato “Dai, adesso sparo a qualcosa!” Giusto qualche giorno prima avevo visto una truppa sparare a un corvo per poi poterselo cucinare. Visto che pure noi eravamo un po’ a pezzi per la fame, mica come voi giovani che avete vissuto nei tempi facili…

Kinski: Io veramente no, e comunque SMETTILA DI PRENDERTELA CON ME!!

JJ: Stai seduto, Klaus!

W: In sostanza volevo cacciare un corvo anch’io, quindi prendo la mitraglietta e inizio a sparare verso l’animale: ho colpito tutto tranne il corvo, che è rimasto lì a giudicarmi. Nel frattempo il rinculo mi aveva scaraventato a terra e mi ero fatto pure male.

Kinski: Che disagiato.

JJ: E poi?

W: E poi sopraggiunge mia madre, e io penso “Adesso mi dà il resto”. Invece mi fa “Ora ti faccio vedere io come si usa.” Quindi ho imparato a caricarla e a scaricarla, e poi mamma spara una raffica di colpi verso un albero: oh, vi giuro che mi ha fatto più impressione vedere il tronco crivellato di colpi che il corvo morto. Allora mamma mi dice: “E’ questo che ti devi aspettare da un’arma, per cui non devi mai puntarne una contro qualcuno, anche se è di legno o di plastica.” E questa cosa -ve lo giuro- mi è rimasta talmente impressa che da quel giorno non ho puntato più nemmeno un dito contro qualcuno.

JJ: …

Kinski: …

W: E’ inutile che mi guardate così. Quando t’ho minacciato il fucile stava nella jeep. Non ti avrei mai sparato (forse). E sei tu che poi ti sei mega spaventato e hai finito il film per paura della mia reazione.

JJ: Vabbè Werner, buone vacanze. Tu dove vai, Klaus?

Kinski: Io vado a farmi di cocaina sulle chiappe di una modella alle feste fiche di Hollywood.

JJ: Eh?

W: L’ho invitato da me a passare due giorni a Monaco ma dice che “fa freddo”, quindi mi sa che va al mare.

Kinski: Mai vero!

W: Credi più a me o a questo pagliaccio inutile?

JJ: Rega’, io non vi sopporto più

 

 

JJ

Buone vacanze, amici! Zio W.  torna a settembre!

 

L’antiedipo infunzionale che ne fa le veci

in cinema/scrivere/società by

“(…) Crepa pezzo di merda, e vai a succhiare cazzi in aereo.”

Message to Harry Manback, Tool

“Perché ti lascio allora Michele? Dimmelo”
“Perche’ quello dice parole assolute, incantate, con le quali non si può resistere alla tentazione di scommettere”

(Tratto da Metti una sera a cena)

Dedicato alla memoria di Alberto Grifi e Claudio Caligari

BrEVITà. La brevità è una delle virtù della scrittura professionale ed elemento essenziale della scrittura online. L’accoppiata vincente è questa: brevità più chiarezza. Un testo breve ma incomprensibile non serve a nessuno, ancor  meno un testo chiaro, ma lunghissimo. Lo scrittore professionale non scrive per suo piacere. Scrive perché i suoi clienti o la sua azienda ottengano degli obiettivi precisi: comunicare bene con i dipendenti, descrivere con efficacia i propri prodotti e servizi, convincere fornitori e clienti, parlare con le istituzioni o con la stampa. Riuscirci facendo perdere agli interlocutori meno tempo possibile è naturalmente un bel valore aggiunto. Di qui l’importanza di testi brevi e sintetici, che arrivino dritti all’interlocutore e all’obiettivo.(x)

A:”Sta arrivando un’ondata di caos senza precedenti.”
B:”Ah si? Pensavo di essere finito dentro un quadro industrial che ne fa le veci.”
A:”Ma quale brevità, adesso qua combino un macello.”
B:”Perchè?

La rivoluzione industriale fu anche una rivoluzione energetica: il carbone soppiantò la legna come principale fonte di energia. Grazie alla combustione del carbone e al perfezionamento della macchina a vapore, si produsse energia meccanica capace di fare funzionare le prime macchine industriali e, successivamente, i primi mezzi di trasporto a vapore. Degli otto anni della presidenza Reagan, Bush ereditò un buco di circa tremila miliardi di dollari causato sia dall’aumento stellare della spesa pubblica, in particolare quella militare, sia dalla drastica riduzione dell’imposizione fiscale.Il posto più strategico dell’Italia è la Sicilia. Dalla Sicilia transitano i fondamentali cavi sottomarini che connettono l’Europa con tutto l’Oriente ed il Sud America: il controllo di Telecom Italia cui fa capo la rete fissa e le linee transoceaniche (Telecom Sparkle) è fondamentale per Washington. La crisi iniziata nel 2008 è molto simile a quella del 1873-96, ossia dalla fine della centralità inglese e dallo scoordinamento avvenuto per l’avvento del multipolarismo (Usa, Germania e Giappone nuove potenze in crescita) con tendenza verso il policentrismo conflittuale acuto della prima metà del ‘900. L’attuale fenomeno migratorio non potrà essere bloccato con misure di ordine pubblico. E’, tecnicamente parlando, un fenomeno epocale inarrestabile che nasce dalla disperazione di chi vuole e non può vivere. E se invece si trattasse di un fenomento tutto strumentalizzato ed utilizzato per destabilizzare l’Europa? Se l’emigrazione “selvaggia” dall’Africa verso l’Europa fosse vastamente organizzata, pagata e non poi così disordinata? Tutte le religioni e gran parte delle ideologie politiche e delle forme di cultura, altro non sarebbero che una risposta paranoide, ossia illusoria e delirante, allo «shock originario» causato dalla «scoperta» della irreversibilità dell’evento della morte. Il valore ed il successo di un uomo si dovrebbero giudicare da ciò che egli dà agli altri o da ciò che riceve dagli stessi, in entrambi i casi incomparabilmente? Berserk è un manga scritto ed illustrato da Kentaro Miura. Le vicende si incentrano su Gatsu, un guerriero maledetto costretto a vagare senza sosta per sopravvivere e trovare vendetta. La storia esplora il meglio ed il peggio della natura umana. Le tematiche principali sono l’illusorietà del libero arbitrio, il destino dell’uomo, l’istinto di conservazione, l’onnipresenza del male.Nell’attuale psicoautomatismo recettivo comunicativo socialmediatico, la tolleranza o la stessa libertà di pensiero sono solo vuoti concetti sminuiti ed addebitati con disprezzo ad ingenui o farabutti radical chic. Ma quando queste conquiste umane verranno a mancare, tutti quelli che se ne infischiano o credono di infischiarsene oppure troppo assillati da altre privazioni per ricordarsi che esistano, la vita anche e soprattutto per loro, ad un tratto, diventerà uno straccio. Repeat: Diventerà uno straccio, sappiano essi o non sappiano spiegare a se stessi il perché.(y)

AnTIEDIPo InSUFFICIENTe. Desiderio contro Legge. Il corpo come macchina desiderante contro l’obbedienza cieca alla Legge repressiva e mortificante. Il corpo come fabbrica produttiva del godimento pulsionale contro gli istinti di castrazione eteroancorati nell’inconscio. La spinta impersonale e deterritorializzante del desiderio contro la tendenza conservatrice e rigida del potere e delle sue istituzioni. La liberazione dei flussi della pulsione in una prospettiva di naturalizzazione vitalistica dell’ umano contro il culto rassegnato e avvilente del principio di realtà.(z)

franco minkia antiedipo

VeLOCITà. Un asino e una volpe, che avevano fatto società tra loro, uscirono a caccia e s’imbatterono casualmente in un leone. La volpe, cogliendo al volo il pericolo che li minacciava, gli si avvicinò e promise che gli avrebbe consegnato l’asino, se le avesse garantito di risparmiarla. Quando il leone le ebbe dato la sua parola a questo riguardo, la volpe condusse l’asino a una trappola e ve lo fece cadere dentro. Ma il leone, sicuro che l’animale non poteva fuggire, prima catturò velocemente la volpe, poi passò all’asino. Così quanti tendono tranelli ai compagni non si accorgono di trascinare spesso anche se stessi alla rovina.(v)

Un albero è caduto e sta in mezzo alla strada. Le macchine non possono passare.

Chi è stato eletto capo dovrebbe dare l’ordine per farlo cacciare. Le opposizioni gli dicono che lo devono cacciare al più presto. Il capo, però, non dal’ordine, anzi, con il tono da capo dell’opposizione, dice che la colpa è dei vigili che non lo tolgono. Lui l’ordine l’ha dato, ma i vigili provano che non possono agire in quanto l’ ordine riguarda lo sgombero di copertoni usati in un posto dove non ci sono mai stati copertoni usati.“Sto al governo ma mi atteggio a capo dell’opposizione. Do la colpa a gli altri per le cose che non funzionano. Do la colpa all’opposizione che addito come responsabile delle cose che non migliorano. Io che dovrei migliorare la vita dei cittadini e che vengo pagato per questo, siccome non lo riesco a fare mi invento una scusa fantastica. Di quello che non riesco a fare do la colpa agli altri. Il partito perde? È colpa della minoranza, non di chi lo guida. Il governo non fa le cose? È colpa dell’opposizione. E quindi voglio, pretendo, per essere più efficace, più potere. Via la minoranza. Abolire le elezioni altrimenti c’è sempre una minoranza che dice che ci sono le cose che non vanno bene. Sto impazzendo. Non so più come fare, che scuse trovare. Sono terrorizzato. MAMMAAA AIUTAMI, MAMMA TI PREGOOOOO. Devo mantenere la calma, devo inventarmi altre scuse. Devo continuare a ridere sempre. Sforzarmi di ridere sempre. Non devo avere mai un cedimento. Ma fino a quando!? Fino a quando,Maledizione! (Sbatte i pugni sul tavolo). Fino a quando, porco il mondo!!!”

 “Non avrai altra scelta all’infuori di me. Fuori di me c’è la morte e la pazzia. Anche se deprederai tutto ciò che potrai depredare e lo farai tuo. Anche se raggiungerai tutti i tuoi obbiettivi ed i tuoi scopi, all’infuori di me ci sono la pazzia e la morte. Se non vuoi soffocare, anche per te che nemmeno sulla cima verrai a capo di niente, l’unica scelta che hai a disposizione sono io. Sono infunzionale. Sono tornato. Sono asimmetrico”.

“(…)Le principali preoccupazioni di Washington rimangono il Medio Oriente e il confine tra la Russia e la penisola europea. Non sono soltanto i soldi che fanno la potenza di una nazione, anzi esiste qualcosa di più determinante come l’azione strategica per la supremazia politica e militare. Infatti, gli intrecci finanziari fortissimi tra Cina ed Usa continuano ad essere presidiati dalla predominanza militare americana che Pechino non è in grado di mettere in questione. Diverso è il discorso in Europa, dove la presenza della Russia, economicamente meno vitale della Cina ma sicuramente più avanzata politicamente e militarmente, è motivo di grande preoccupazione per la Casa Bianca. Un saldamento degli interessi di Mosca con quelli europei rappresenta uno spauracchio poderoso per gli alleati d’Oltre Atlantico, in virtù di un motivo molto semplice: dalla fusione di istanze tutte continentali potrebbe nascere quella massa critica geopolitica in grado di compromettere l’egemonia americana tanto in Europa che nelle zone viciniore del Nord Africa e del Medio Oriente.(…)Così spieghiamo meglio l’aggressività della Nato nel cosiddetto “estero prossimo” russo ed il suo espansionismo verso egli ex satelliti sovietici. L’occupazione militare delle nazioni Baltiche e di quelle dell’ex patto di Varsavia da parte dei marines, che si portano dietro armi pesanti e ordini bellicosi, sta diventando un problema serio per Bruxelles, incapace d’ imporsi con l’alleato in casa sua. Inoltre, il dislocamento di missili orientati contro Mosca, posizionati sul suo territorio, rischiano di trasformarla in un potenziale campo di battaglia per le mire e le diatribe altrui, senza che essa possa mettere becco. Da tutta questa situazione l’Europa trarrà unicamente svantaggi se non saprà ricollocarsi nei nuovi orizzonti. La posizione del vaso di coccio tra incudini di ferro non è quella migliore da assumere in questa fase di rimodulazione dei rapporti di forza internazionali e di scoordinamento generale degli equilibri mondiali che farà esplodere contraddizioni e conflitti quasi ovunque.(…)”(y)

La maggior parte dei paesi europei ha al suo interno una presenza militare statunitense molto forte ed al momento l’Europa non possiede una sua autodeterminazione militare. L’Ue però dipende anche dal punto di vista energetico dalla Russia. Francia e Germania soprattutto, per questioni di accordi commerciali, risorse energetiche e sbocchi imprenditoriali sono legati alla Russia.In Europa è in atto una guerra tra Intelligence senza precedenti.

La narrazione renziana è ancora efficace? No. Cresce Salvini che è filo Putin. Silvio è amico personale di Putin. Pd=Governo=Renzi=Usa. E se Renzi dovesse perdere o cadere? Pd governa quasi tutte le regioni del paese. Ha una solida maggioranza in parlamento. Qualora non dovesse cadere prima, se non prendesse 40%, riuscirebbe a vincere in un eventuale ballottaggio? I 5 stelle grazie alle riforme Renzi, non solo non sono scomparsi, ma si sono radicati territorialmente. Più Renzi governa e ride, più i 5 Stelle crescono. A Renzi tra l’altro stanno arrestando mezzo partito e classe dirigente locale. I 5 stelle hanno posizioni molto critiche sull’euro e sull’attuale piattaforma europea. In una situazione del genere, gli Usa punteranno su di loro.

                                                                                                   

(w)

So di una piaga, di una luce, di una lente, ma poi…
Si rincorrevano nell’angolo, ma poi…
I calci sullo stomaco, l’affacciarsi apologetico, quando la cenere si sparge sopra i tuoi occhi drogati,piani di spargimenti, sulla schiena passa la lingua, la carne, la lingua, la prova segregata della lisergia, la fica.

Profilo rosso dell’ogiva, ventata malata, ti ripaga facendoti schifo.
So di uno sterminio di bocche nei cessi, il trono dell’amore.
Hai le mani sulla faccia, una ragione mentita allo specchio, una corda per impiccare la restaurazione terminale.

A:“Il desiderio poi divenne la Legge. Il desiderio divenne il Limite. Per neutralizzare lo scontro, il Limite si travestì di Desiderio. La Castrazione di soddisfazione pulsionale. Un’occupazione del territorio opposto come stratagemma autoassolutorio. Prova a deterritorializzare ma di sicuro ti hanno occupato anche il deterritorio tramite gli psicoautomatismi algoritmici finanziari. Come lo oltrepassi il Limite se il Limite stesso ti si propone come l’unico mezzo che avresti dovuto usare per oltrepassarlo?”
B:“Mi alleo con il nemico. Mi alleo con la Castrazione che per rigenerarsi automaticamente diventa nome della vita che rigetta ogni forma di se medesima e macchina pulsionale che gode ovunque.”
A:“Devi partire da un presupposto: se sei forte annienti, se sei forte non hai bisogno di mimetizzarti. Ti mimetizzi per sedare e mettere a bada. Occupi, circondi, immobilizzi.Ok, ma se sei forte, annienti. Non devi circondare, immobilizzare, occupare. Ciò significa che ciò che sottometti ti serve. Ha una funzione. E’ per te ‘funzionale a’. E nell’essere ‘funzionale a’, tu ne diventi dipendente. E quindi sei fottuto. Anche se occupata, circondata, immobilizzata, è più forte di te perchè tu ne dipendi. Ti serve.”
B:“Ma cosa?”
A:“La funzionalità. E’ lei che ti fotte. E’ lei che mortifica ed annichilisce il tuo sacrificante adattamento al principio
di realtà. ”
B:“Senti… Guarda che i lettori vogliono distrarsi, non pensare a queste cose. Devono pagare il mutuo, non scopano, mangiano merda tutto il giorno, sono comandati a destra e sinistra. Vogliono svagarsi, capisci?, non sentire questa roba.”
A:“Hai ragione.”

C:“Ma vai a cagare va, coglione.”

D:“Ma vattene affanculo, idiota.”

Il post trae liberamente ispirazione da La Verifica Incerta di Gianfranco Baruchello ed Alberto Grifi.

Soundtrack1:‘Not Dead’, Berserk!

Soundtrack2:‘Fetal Claustrophobia’, Berserk!

Soundtrack3:‘Macabre Dance’, Berserk!

Soundtrack4:‘Come back’, Owls

Soundtrack5:‘Hide and Seek’, Owls

Soundtrack6:‘Strange Kind of the Beauty’, Owls

Soundtrack7:’Tone Poetry’, Black Swan

Soundtrack8:‘Rosetta stoned’, Tool

Soundtrack9:‘Bellezza’, Marlene Kuntz

Soundtrack10:‘ Radar King’, Mugstar

Soundtrack11:‘He has left us alone, but shafts of light sometimes grace … ‘, A Silver Mount Zion

Soundtrack12:‘Message to Harry Manback’, Tool

Soundtrack13:‘Ape Regina’, Marlene Kuntz

Soundtrack14:‘Atlantide’, De Gregori

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

in cinema by

Quando W.H. Aveva tre anni, era affascinato dalle figure mitiche che popolavano la sua infanzia; figure che vivevano attraverso i racconti di sua madre.

In particolare gli piaceva Santa Claus, che, secondo tradizione, appariva tutti gli anni il 6 dicembre, giorno di San Nicola, accompagnato da una specie di demone, un tale Krampus: questi portava con sé un librone in cui erano registrate tutte le cattive azioni che le persone avevano commesso durante l’anno. Krampus era una specie di CIA bavarese.

"Auguri da Krampus" Niente affatto inquietante
“Auguri da Krampus” Niente affatto inquietante

Insomma, questi si presentavano alla porta e tac! niente Natale per i bambini cattivi.

Potete quindi immaginare quanto ha strippato il piccolo H. quando, proprio la sera del 6 dicembre, qualcuno bussa alla porta di casa.

“Mamma, non aprire! Deve essere Santa Claus insieme a Krampus!”

“Werner, non essere ridicolo. Ne abbiamo già parlato.”

“Ma Krampus scoprirà  che oggi ho allagato la cantina!”

“Werner, io… COSA HAI FATTO?!”

“Volevo vedere come funzionavano i tubi.”

Ma prima che la discussione possa degenerare, la porta si apre da sola.

E sulla soglia, senza calzini, con una tuta da lavoro marrone e le mani sporche di grasso, non appare Krampus, bensì Nostro Signore.

Herzog se lo ricorda benissimo: era proprio Dio, racconta, e si trovava nel salotto di casa sua, immobile sulla soglia.

Senonché all’epoca aveva solo tre anni, e terrorizzato da quell’apparizione, scappa sotto il divano e si fa la pipì addosso, mentre la madre tenta di tirarlo fuori a colpi di scopa.

“Werner, vieni a salutare il signore!”

Il piccolo W. si fa coraggio e esce timidamente dal suo nascondiglio.

“Mi guardava in modo molto tenero ed era veramente gentile. Ho subito capito che era il Signore in persona!” (sic)

Il Signore scambia qualche parola con sua madre, poi si allontana (sempre senza calzini) nella gelida serata di inizio dicembre, mentre H. lo guarda allontanarsi, pieno di ammirazione.

Il piccolo Werner si chiude nella sua stanzetta, e inizia a riflettere su quanto sia stato fortunato: quello è senz’altro un segno.

Non erano Santa Claus e Krampus che venivano a ricordargli quanto era stato pessimo, era Dio, che si consultava con sua madre per assicurarsi che il bambino avesse un futuro adeguato alle sue capacità.

Qualche ora più tardi, la signora Stipetić mette a letto il piccolo Werner.

“Werner, hai detto le preghiere?”

“A che servono? Dio era qui.”

“Eh?”

“Dio era qui.”

“…Buonanotte Werner. Domani arriverà l’idraulico, detrarrò il costo dalla tua paghetta.”

Werner quella notte sogna il suo futuro, un futuro che, secondo ciò che era accaduto poco prima, avrebbe spalancato per lui una vita piena di avventure e di Klaus Kinski. Una vita che ci avrebbe regalato capolavori quali Grizzly ManCave of Forgotten Dreams La Soufrière.

Per chiarire: alla fine non era Nostro Signore, ma “un tizio di una compagnia elettrica che passava di lì per caso” (W. H. in un’intervista del 2008).

“Ragazzi, non drogatevi!”

JJ

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