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Herzog e i vulcani: vita, morte e natura

in cinema/cultura by

Era il 1976 quando, nell’isola di Guadalupa, fu dato ordine di evacuazione immediata a causa del vulcano locale, La Soufrière, il quale minacciava di eruttare sommergendo l’intero luogo (e la sua popolazione).

L’evacuazione era stata la soluzione finale di un’accesa diatriba che si era disputata fra gli scienziati Claude Allègre

Non sono un serial killer

e Haroun Tazieff.

Scusa se sono un figo

Il primo, agitatissimo, aveva convinto il prefetto dell’isola ad evacuarla completamente, cosa che alla fine fu fatta, almeno in parte: circa 75000 abitanti furono costretti ad abbandonare le proprie case, in vista del disastro che si prospettava. Di questa opinione però non era Tazieff, al quale poi la storia avrebbe dato ragione. Difatti la catastrofe non ebbe mai luogo, e pian piano, dopo un po’, l’isola tornò alla vita di tutti i giorni.

Noi però sappiamo che questo evento portò zio H. più vicino di quanto non avrebbe dovuto al vulcano attivo, generando quello che sarebbe diventato uno dei suoi documentari più famosi, La Soufrière. Ai più potrebbe non dire nulla, ma rimane in ogni caso un documento di straordinaria autenticità e bellezza, e, se il vulcano fosse esploso sommergendo i  dintorni dell’isola, la testimonianza di Herzog della città di Basse-Terre a oggi sarebbe l’unica che ci rimane.

Torniamo ai vulcani.

Nel 2007 sarebbe poi uscito Encounters at the End of the World, film in cui Herzog non aveva alcuna intenzione di parlare di vulcani, ma, come spesso accade nei suoi documentari, era partito per la tangente. Mentre filmava la vita degli scienziati sulla stazione McMurdo in Antartide, era rimasto affascinato da alcuni vulcanologi e dal loro lavoro: lì aveva conosciuto lo scienziato e vulcanologo Clive Oppenheimer, con cui aveva fatto amicizia. Clive e i suoi colleghi avevano spiegato a zio H. i rischi del loro lavoro, e cosa comportava stare all’aperto in giornate in cui la temperatura arrivava a -32°, mentre accanto a loro c’era il monte Erebus, uno dei pochissimi vulcani attivi al mondo il quale, se guardato dall’alto, mostra direttamente la lava.

Clive Oppenheimer e Werner Herzog in Encounters at the End of the World, 2007

L’incontro con Clive non sarebbe rimasto un semplice “ciao, come ti chiami”, ma avrebbe portato, dieci anni dopo, alla realizzazione di un altro documentario, questa volta direttamente dedicato ai vulcani, Into the Inferno, in cui Herzog, insieme al suo amico (che lo ha anche aiutato nelle riprese) si gira Indonesia, Islanda, Corea del Nord ed Etiopia esplorando una delle più grandi risorse e insieme pericoli del nostro pianeta.

Into the Inferno è un film molto più maturo del predecessore La Soufrière. Al di là del fatto che il suo gemello del 1977 era stato girato in pochissimo tempo (giusto per non rischiare di morire in mezzo ai lapilli) e che dura soltanto 30 minuti, La Soufrière affronta la conoscenza dei vulcani da un punto di vista meramente distruttivo. Sappiamo quando a zio H. piaccia l’idea dell’inevitabilità della morte, della violenza della natura e del suo essere per certi versi indecifrabile, e nel film del 1977 i suoi pensieri vengono fuori in modo molto chiaro: avrebbe dovuto essere l’ultima testimonianza di un disastro annunciato ma inesorabile, tanto più che H. e la sua troupe avevano incontrato ben tre persone che si erano rifiutate di lasciare le proprie case, adducendo come motivo comune “la morte si può solo rimandare, ma non evitare”.

In Encounters, invece, i vulcani solo un piccolo contorno, ma è proprio Clive, in un dialogo con Herzog, a esprimere un concetto fondamentale, che in un certo senso celebra la vita: vale la pena mettere la propria in pericolo per studiare un vulcano? La risposta naturalmente è negativa: Clive racconterà (dieci anni dopo) che inizialmente, conoscendo la fama di Herzog, aveva avuto paura che il regista gli avrebbe chiesto di scendere il più vicino possibile alla lava in nome del cinema. Ma poi aveva capito che Herzog, in realtà, dava più valore alla vita di quanto non volesse lasciar intendere nei suoi film.

Noi lo conosciamo come un regista che parla di grizzly assassini, di vampiri, di solitudine dell’uomo e chi più ne ha più ne metta, ma in Into the Inferno emerge più chiaramente il lato più, per così dire, “ottimista” di zio H. I vulcani rappresentano due facce della stessa medaglia: la vita e la morte. Per alcuni sono assimilabili a un dio, da onorare e rispettare, per altri una ragione di studio e di vita; in Corea del Nord addirittura il monte vulcanico Paektu è venerato dall’intera popolazione, citato nel loro inno nazionale e considerato un luogo di culto, in quanto, secondo una nota leggenda, sarebbe il vero luogo di nascita di Kim Jong-il.

Ed è in Etiopia, alle pendici del vulcano Erta Ale che alcuni paleontologi cercano instancabilmente e trovano nella terra tracce dei nostri progenitori: non dimentichiamoci che i terreni vulcanici sono fra i più fertili al mondo, quindi ha perfettamente senso che ci fossero insediamenti più vecchi di quanto non possiamo immaginare.

Ma non disperate: naturalmente il vecchio zio H. non ci risparmia la parte in cui ci racconta e fa raccontare cosa rappresenti per la vita l’eruzione di un vulcano, chiudendo anche il film con il capo del villaggio Endu, situato nell’arcipelago di Vanuatu, che spiega cosa pensa succederà alla fine dei tempi: sarà il vulcano a distruggere tutto, il vulcano che condannerà la razza umana, quello del villaggio di Endu e tutti i vulcani presenti sulla superficie terrestre. E vai.

Insomma, il cerchio si chiude.

La “trilogia dei vulcani” la reperite facilmente: La Soufrière è disponibile su youtube, Encounters at the End of the World ve lo potete comprare su Amazon (sempre dare soldi a Herzog, in tutte le occasioni) e Into the Inferno lo trovate pure su Netflix.

JJ

Le donne di Edge of Arabia: la questione femminile passa per l’arte

in arte by

Ieri in tutto il mondo si celebrava la giornata contro la violenza sulle donne.
Nell’Anno del Signore 2016 stiamo ancora affrontando una realtà purtroppo non estranea a nessun luogo conosciuto o non del globo terraqueo.
La violenza sulla donna ha più sfumature e variazioni di una complessa composizione di musica classica: da quella psicologica a quella fisica e/o politica. La pressione sociale, inoltre, è un costante carico ulteriore.
Negli ultimi tempi il primo esempio lampante che viene preso in considerazione quando si parla di oppressione e violenza, è quello della donna musulmana.

La condizione della donna in una società in cui dominio religioso, statale e maschile delineano una chiara sottomissione è più facilmente “attaccabile” rispetto alla contraddittorietà della questione in Occidente, in cui diritti acquisiti, femminismi esasperati, libertà e partecipazione si accompagnano a controspinte violente e a rappresentazioni mercificate del corpo femminile.

Il bombardamento mediatico che subiamo nella nostra piccola parte di mondo occidentale crea – a proposito della condizione femminile nell’Islam – una semplificazione estrema di un fenomeno molto più complesso e pieno di sfaccettature. Il velo – che sia il Niqab, il Hijab o il Chador- è diventato ormai una sineddoche dell’oppressione della donna nei paesi islamici. Il suo significato storico/culturale passa in secondo piano, viene dimenticato o negato.
E’ innegabile che la condizione della donna in luoghi in cui la religione è  radicalizzata sia estremamente complicata e oppressiva. Costantemente pericolosa sia da un punto di vista fisico che psicologico.
La cosa interessante è che, come la storia spesso dimostra, è nelle situazioni politiche ed esistenziali più terribili che la natura umana riesce a trovare la sua strada per emergere e brillare. Ed è quello che sta succedendo nella scena artistica in paesi estremamente conservatori come l’Arabia Saudita.

Nel 2003 un artista inglese di nome Stephen Stapleton fonda insieme agli artisti sauditi Ahmed Mater e Abdulnasse Gharem “Edge of Arabia”, una piattaforma web che rappresenta artisti (sia uomini che donne) provenienti dal regno saudita e da altri paesi islamici. Nato come ponte comunicativo tra il mondo arabo e quello occidentale, Edge of Arabia è cresciuta negli anni, organizzando mostre, programmi educativi e pubblicando cataloghi in tutto il mondo, da Londra a Berlino fino alla Biennale di Venezia nel 2011 e, infine, oltre ogni utopica speranza, a Jeddah nel 2012. La storia completa dell’ organizzazione la trovate qui.

Edge of Arabia è la dimostrazione di come negli ultimi 15 anni la scena artistica di questi paesi si sia sviluppata velocemente. I cambiamenti e le pressioni del regno saudita hanno creato una base di frustrazione da cui partire per andare oltre i confini della censura e comunicare con il mondo esterno attraverso il linguaggio dell’arte.
C’è da chiarire e sottolineare che la maggior pare di questi artisti sono ben critici verso la situazione politica dei loro Paesi: il fatto stesso che molte donne siano rappresentate su questa piattaforma, indica che anche all’interno di società così chiuse e conservatrici, la necessità di cambiare lo status quo esiste ed è sempre più forte.
Da un punto di vista della pratica artistica in sé, quello che colpisce è l’eleganza con cui le opere di queste artiste mettono in atto queste critiche: sottovoce, quasi in silenzio, senza gridare. In una realtà dove la censura è così forte che in un momento può tradursi in pena di morte, ogni mossa deve essere sottile, studiata. Queste artiste hanno capito che se vogliono portare un cambiamento nella società, questo cambiamento va fatto con grazia, e intelligenza, flirtando e giocando con i limiti di espressione. Senza sconvolgere, perché non porterebbe a nulla. E senza negare una identità tradizionale e culturale ben radicata.
Un passo alla volta: creare coscienza, stimolare la cultura, farsi accettare (e in certi casi addirittura sostenere) dal sistema politico/religioso. D’altronde, Rome wasn’t built in a day.

 

Di seguito tre artiste da tenere d’occhio, e le loro opere più affascinanti.

Per conoscerne altre, oltre al sito di Edge of Arabia, potete cercare qui.

Manal Al Dowayan (Saudi Arabia)
Nata ad Ash-Sharqiyah, nella provincia orientale del regno, Manal Al Dowayan è un’artista multimediale che lavora principalmente con la fotografia e l’installazione sul tema della memoria collettiva e della posizione della donna all’interno della società saudita.
Una delle sue opere più importanti è “Esmi-My name”:
In Arabia Saudita pronunciare in pubblico il nome di una donna  è tabù. Gli uomini trovano offensivo pronunciare il nome di una donna della loro famiglia di fronte ad altri e le donne nascondono il loro nome per non offendere gli uomini di famiglia. Questa prassi non ha alcun fondamento religioso ed esiste solo nel regno saudita. (così come, ad esempio, il divieto di guidare per le donne in realtà  è  una imposizione sociale senza alcun fondamento legislativo, nda). Al contrario, nel Corano e negli Hadith (aneddoti sulla vita del profeta Maometto) i nomi delle donne vengono sempre pronunciati con orgoglio dagli uomini.
Attraverso questa opera Manal Al Dowayan vuole spezzare questo tabù: invita cosi donne da diverse parti del regno, madri, artiste, scienziate, accademiche, a scrivere il loro nome su delle grandi sfere di legno che andranno a formare dei grandi Tasbeeh (il rosario arabo) discendenti dal soffitto.

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Nell’opera “Suspended Together” Manal Al Dowayan affronta il tema della libertà (limitata) di viaggiare per le donne saudite: l’installazione è formata da colombe sospese nello spazio. Al primo sguardo la sensazione che si percepisce è quella di leggerezza e libertà, ma a uno sguardo più attento si nota che sul corpo delle colombe è attaccato il permesso di viaggio di alcune donne, firmato dal loro “guardiano”. Questi permessi sono stati donati da persone provenienti da diversi ceti sociali. Come l’artista stessa spiega: “indipendentemente dall’età e dalle conquiste raggiunte, quando si tratta di viaggiare tutte le donne vengono trattate come greggi di colombe sospese”.

Boushra Yahya Almutawakel (Yemen)
Nata a Sana’a nel 1969, Boushra Almutawakel ha sempre lavorato come fotogiornalista, tra gli altri anche per le Nazioni Unite. Nel 1999 è stata la prima donna fotografa dello Yemen a ricevere un’onorificienza dall´ Empirical Research and Women’s Studies Centre della Sana’a University.
Uno dei suoi progetti fotografici personali è la serie “Hijab/Veil”: In quanto donna musulmana che ha sperimentato il velo in prima persona, attraverso questa serie l’artista mette a nudo i sentimenti contrastanti riguardo a questo indumento dalla forte valenza iconica, cercando di uscire dai clichè e sottolineandone la complessità e la sfaccettatura, andando oltre il bianco e nero, per mostrare, nelle sue stesse parole, “la convenienza, la libertà, la forza, la potenza, la liberazione, le limitazioni, il pericolo, l’umorismo, l’ironia, la varietà , gli aspetti culturali, sociali e religiose, così come la bellezza, il mistero, e protezione. L’hijab / velo come una forma di auto-espressione, non solo come un fenomeno arabo del Medio Oriente, le sue tendenze, la sua storia e la politica così come interpretazioni divergenti, e la paura che ne consegue. Voglio anche fare attenzione a non alimentare le diffuse immagini negative stereotipate più comunemente raffiguranti il velo nei media occidentali, in particolare la nozione che la maggior parte o tutte le donne che indossano il velo, sono deboli, oppresse, ignoranti, e arretrare. Inoltre, spero di sfidare e guardare entrambi gli stereotipi sia occidentali che del Medio Oriente”

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Tamadher Al Fahal (Bahrain)
Tamadher Al Fahal è una giovane artista del Bahrain, che ha creato una propria Zine chiamato “Diary of a Mad Arabian Woman” , in cui esprime la sua frustrazione e descrive i confitti e le contraddizioni della vita di una giovane donna nel Medio Oriente. I temi vano dalla religione alla cultura e vengono trattati in maniera sarcastica e divertente, mettendo a nudo la lotta interna di una persona che fatica a definire cosa è giusto e cosa è sbagliato in una società conservatrice ma allo stesso tempo in rapida evoluzione che spinge la donna ad intraprendere una carriera mantenendo saldi i principi dell’Islam, contemporaneamente con la pressione di un mondo esterno, quello occidentale, e dei suoi pregiudizi.

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Lo and Behold: le aspettative di una fan

in cinema by

Ciao.

Quando mi hanno detto che sarebbe uscito un nuovo documentario girato da Herzog, ho attraversato tre fasi: l’esaltazione, l’attesa spasmodica e le aspettative.

Naturalmente, adesso che sta per uscire, sono nella fase tre. E mi sono chiesta cosa possa scaturire da un documentario dello zio H. che, entrato nel settantacinquesimo anno di età, decide di parlare di internet. Uno che non ha nemmeno lo smartphone, uno che

Dunque.

1.Sarà un film epico

Stiamo parlando di internet, la piattaforma sulla quale ogni giorno puoi scegliere quale video di gatti guardare e di Herzog, uno che per non scendere a compromessi con una nota casa di produzione cinematografica ha fatto passare una nave da un lato all’altro di una montagna. Sono abbastanza certa che H. inserirà musiche altisonanti e ci farà vedere le immagini dello spazio, tipo “l’uomo è solo,  ma c’è internet con lui”.

2. I commenti del regista

Già dal trailer si possono sentire due o tre frasi che rendono l’idea di cosa sia un documentario girato da Werner Herzog: normalmente infatti nei documentari i registi sono restii a dare la propria opinione facendo sentire la propria voce. Herzog no: lui usa il cinema documentario quasi come una specie di diario personale, e se vuole dire una cosa, la dice. “Per adesso -sentiamo dire a uno scienziato nel trailer del film- non riusciamo nemmeno a mandare un singolo uomo su Marte” ma Herzog lo interrompe: “Io verrei”, dice, “non avrei alcun problema.” Non vedo l’ora di sentire il resto.

3. Solitudine e ansia

H. non perderà occasione per ricordarci di quanto siamo soli, tristi e senza speranza. Anche con i video dei gatti a disposizione.

4. Insegnamenti di vita, riflessioni, viaggi mentali

Se c’è una cosa che ho imparato guardandomi i documentari di zio H. è che poi si riflette su tutto ciò che ne concerne, e oltre. Inizi a pensare “diamine, ha ragione”, e parti per la tangente riflettendo su cos’è la tua vita, su come l’argomento si riflette sulle tue azioni, sulle tue opinioni, e finisci a piangere sotto la doccia per fare finta che sia solo acqua.

5. Me lo devo riguardare

Quando si finisce di vedere un documentario di Herzog, la prima cosa che viene in mente è “ok, probabilmente ho assorbito solo il 15% di quello che mi voleva dire”. Ed è esattamente così: sono talmente pieni di roba che è impossibile percepire tutto subito.

6. Casa

Guardarsi un documentario del genere deve essere un’esperienza che ti fa sentire a casa tua, con un signore gentile che ti spiega le cose e ti invita pure a rispondergli quando fa una domanda. E tu gli rispondi, perché veramente sembra che sia lì seduto accanto a te. Poi la gente al cinema si gira e tu pure ti giri scuotendo la testa, “ehhh, lo fanno, lo fanno.”

Sono molto emozionata. Evviva il 2016.

 

JJ

 

Zelig in evidenza

in internet/scrivere/società by

You realise che stai arrivando a Craco quando d’un tratto lo sconfinato verde dei boschi lascia il campo a praterie di giallo ocra su cui troneggiano, come giganti addormentati, i calanchi.

Craco, comune italiano della provincia di Matera, è un luogo dove il tempo si è fermato in un’epoca incerta, ancestrale, indefinita. Le case arrampicate sulla roccia hanno finestre scure che sembrano scrutarti con sguardo spento ed autistico.

Le abitazioni con le ringhiere finemente decorate ma arrugginite, sono tutte abbandonate e rendono il paese una specie di conformazione plastica del relitto di una nave.

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A Craco non ci abita più nessuno, tranne una coppia di pastori che, occupato una casa abbandonata, ci sosta raramente. La popolazione (circa 700 abitanti) vive nella vicina località di Craco Peschiera.

La strada principale è un viale in pietra.

Il cammino è tutto in salita.

Il cuore in cima è una torre normanna del 1040 d.c.

Antico borgo medievale, importante centro strategico militare durante il periodo normanno, divenne sede universitaria nel 1276. La leggenda narra che ci giunse ferito San Vincenzo martire insieme a San Maurizio durante il viaggio di ritorno dalle crociate in Terra Santa. È storia reale invece la fucilazione di una ventina di briganti di fronte al campanile della chiesa Madre nel corso delle rivolte post-unitarie.

Craco diventa una città fantasma nel 1963, quando un’enorme frana, causata dalla composizione argillosa del suolo, si portò via un pezzo di paese e tutte le reti idriche e fognarie. Gli unici edifici ancora in piedi sono quelli risalenti al medioevo, come la vecchia torre, le chiese e alcuni palazzi importanti dell’epoca.

La frana ed una massiccia emigrazione al nord Italia e all’estero lo svuotò in breve tempo.

Craco è ormai diventato un luogo quasi soprannaturale, con i suoi silenzi continui. Durante le ore notturne, nel deserto totale, il vento fa letteralmente ululare il paesino dalle varie fessure e crepe degli edifici. Le tantissime finestre rotte e semi-divelte sbattono in continuazione. La presenza di cani randagi dà spesso l’impressione che ci siano presenze ultraterrene che stazionano per il paese.

E’ proprio qui che la notte di qualche settimana fa, l’ingegner Paolo Pretocchio* ha organizzato un summit semiclandestino chiamato L’acqua calda’s blocked, ultimissimo evento dell’embriornale fase di costituzione del Progetto Bimbozzi, che secondo le sue stime dovrebbe prendere il potere tra il 2026 ed il 2030.

Presente lo stesso Bimbozzi, che capitanava nell’oscurità della notte alcune figure con fiaccole e candele.

Prima che l’evento inizi, riusciamo a fumare qualche sigaretta ed a scambiare qualche chiacchiera con alcuni dei convenuti. Il concetto principale dell’essere a Craco lo spiegano quasi tutti così:” Tutti parlano della fine degli Stati Nazione, ma nessuno della nascita di Monarchie Immateriali come Google, Apple, Facebook, che hanno come territorio il non luogo del tecnoweb, come popolo gli utenti utilizzatori schedati, e come monopolio della forza il potere d’escludenza dell’algoritmo meccanico. Sul Non luogo non ci sono spazi e margini di operatività. Il Non luogo è quasi tutto occupato, è saturo. Bisogna inevitabilmente trasferirsi e colonizzare il Fuoriluogo. Il nostro luogo sarà il Fuoriluogo. E Craco, appunto, rappresenta perfettamente il concetto di Fuoriluogo.”

Rispetto alle altre volte, però, non siamo riusciti ad intervistare l’ingegnere che, terminata l’adunanza, è dovuto partire immediatamente per impegni d’affari verso Delaware, il nuovo paradiso fiscale creato da Obama negli States.
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Vi riproponiamo lo stesso alcuni passaggi del suo intervento blobbati e campionati con modalità che non possiamo riferire per ragioni che lasciamo custodite al mistero di Craco.

“Questa di stanotte è la prima tappa della nostra spedizione verso l’interno, è la prima meta della nostra Anabasi.

Non si possono scalare le montagne con sacchi di immondizia trascinate sulle spalle. Dovete liberarvi di tutto il male che tenete dentro. Il Progetto Bimbozzi non è una confessione. E’ una liberazione. Gli incubi non sopravvivono nella luce.

Tutti siamo turbati occasionalmente da ansietà ricorrenti, prodotto di una qualche colpa occulta, segreta, che nemmeno sappiamo quale sia o che nemmeno magari esiste.

Il senso di colpa è un’istanza psichica derivante dall’originaria identificazione del bambino con le figure genitoriali e con gli educatori, atta a mantenere in vigore i valori culturali da essi trasmessi attraverso la paura di perdere il loro amore e di essere punito.

Ognuno ha un suo limite.

Ognuno si identifica con il suo limite.

La paura della punizione ti porta all’esitazione se accettare il limite o superarlo.

Nella volontà di superarlo ci si scontra con lo spavento della sua perdita, perdita che in qualche misura diviene perdita della propria identità per via della coincidenza individuo-limite.

Quando non lo si vuole superare ci rassicuriamo momentaneamente, ma poi spuntano il disprezzo di sé, i complessi di inferiorità.

Allora si prova a superarlo con l’immaginazione, che come un surrogato dell’avercela fatta, dà il via alla fantasticheria, alle arie di superiorità e di arroganza.

Si recita un personaggio che non si è, ricadendo in continuazione nel dubbio di esserlo, con l’inevitabile alternarsi di sentimenti di superiorità e di inferiorità.

Tutti vogliamo stare bene con noi stessi.

Vogliamo sentirci importanti, degni e accettabili agli altri.

Vogliamo credere di essere attraenti.

Ma quando sbagliamo alimentiamo sentimenti di fallimento, di vergogna nascosta, di tensione e disagio in ambito sociale, si ha difficoltà a dire di no, ci si prende la colpa di tutto quello che succede.

A volte si giudicano gli altri per occultare le proprie colpe, o per scaricarle su altri, mettendo enfasi nei loro errori per evitare di essere noi il centro dell’attenzione altrui.

Tendiamo a diventare come ciò che odiamo ed abbiamo sempre disprezzato.

Alcuni scontano traumaticamente quei giudizi troppo scandalizzati sentiti da piccoli, che possono aver ancorato il sentimento che il sesso sia una cosa sporca, provocando blocchi e sensi di colpa nei rapporti e col piacere.

Aspettare il castigo ci rende ansiosi e turbati.

Il castigo si teme ma si desidera.

Ricevuto il castigo ci sentiamo sollevati, perché abbiamo pagato il nostro debito e possiamo tornare a vivere senza paura.

Il castigo espia il cattivo comportamento e allevia l’ansia.

Non si possono scalare le montagne con sacchi di immondizia trascinate sulle spalle. Dovete liberarvi di tutto il male che tenete dentro. Il Progetto Bimbozzi non è una confessione. E’ una liberazione. Gli incubi non sopravvivono nella luce.”

(Silenzio come se fosse partito un amen muto)

ZELIIIG IN EVIDENZAAAAAA

“Alterneranno la tattica della provocazione alla strategia dell’infiltrazione. La provocazione ha come obiettivo quello di aprire e scatenare una campagna di criminalizzazione. Una volta partita, la criminalizzazione serve come giustificazione preventiva per innescare le classiche azioni politico/militari/giudiziali, come forma di screditamento e divisione. Alla tattica della provocazione seguirà la strategia degli infiltrati che avrà due obiettivi. Da un lato dovranno spingere, come finti seguaci del progetto, tutte quelle posizioni che favoriscono il settarismo, costanti discussioni per spargere malumori e disagi, l’auto isolamento e la tendenza alle ”fughe in avanti”, dall’altro spiare e reperire il maggior numero di informazioni logistiche e strutturali.”

“L’ introduzione di una sfera spaziale inattesa, la sottopone automaticamente ad una svalutazione morale. Così come Napoleone male reagì al guerrigliero spagnolo criminalizzandolo e scatenandovi contro la potenza inutile di un esercito, anche l’Inghilterra male reagì al sottomarino tedesco durante la prima guerra mondiale. E male l’America contro i Vietcong. L’introduzione di una sfera spaziale inattesa provoca, infatti, inevitabilmente cattivi giudizi morali.”(x)

“Bisogna tenere presente che con il terrorismo si fanno crescere forze che poi diventano autonome. Non possono diventare autonome se prima non sono cresciute, ma non crescerebbero se non facessero comodo. Quando non fanno più comodo, vengono spazzate via.”

“Secondo Douglas Mortimer, nel western americano alla John Ford, la violenza rientra nella struttura della legalità come una forma di soluzione del conflitto: il topos dell’ “arrivano i nostri” serve a cavare d’impaccio i buoni e a far cessare il momento dello scontro. Nello spaghetti western, invece, il conflitto si interrompe solo con la vittoria “improvvisa e momentanea” di uno dei contendenti, non corrisponde mai al ripristino della legalità.” (y)

“Figlio del fabbro Alessandro Mussolini e della maestra elementare Rosa Maltoni, Benito Mussolini nacque il 29 luglio 1883 a Dovia, frazione del comune di Predappio. Il nome “Benito Amilcare Andrea” fu deciso dal padre,socialista, desideroso di rendere omaggio alla memoria di Benito Juárez, leader rivoluzionario ed ex-presidente del Messico, di Amilcare Cipriani, patriota italiano e socialista, e di Andrea Costa, imolese, leader del socialismo italiano (nell’agosto 1881 aveva fondato a Rimini il «Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna»). Contrariamente al marito, la madre Rosa era credente e fece battezzare il figlio. Vive un’infanzia modesta.

Mussolini, assunta la direzione dell’Avanti alla fine del 1912, diventa l’ ascoltato portavoce di tutte le frustrazioni ed insoddisfazioni di una società caduta in una crisi economica ed ideale che trascinava masse sempre più vaste verso esplosioni insurrezionali senza chiare prospettive. Espulso dal partito nel 1914 a causa delle sue posizioni interventiste a favore della guerra, Mussolini intuisce tre cose: le debolezze del partito socialista italiano, le debolezze del socialismo reale creatosi nella russia di Lenin, e che la prima guerra mondiale aveva avuto un valore socialmente molto dirompente. Si era reso conto infatti che gli ex combattenti sarebbero stati una massa di manovra molto significativa ed utile dal punto di vista politico e che quindi bisognava non perdere il contatto con essi.

I governi italiani che si succedono tra il 1919 ed il 1920 faticano a trovare una soluzione alla crisi sociale ed economica dell’epoca, schiacciati tra le trattative internazionali e le insoddisfazioni di molti italiani per quella che viene già definita una vittoria mutilata.

Nel 1919 nascono i fasci di combattimento che proclamano loro nemici i borghesi, i clericali ed i socialisti.

Il fascismo, movimento che raccoglie forze eterogenee, senza obiettivi chiari o un’ideologia di fondo, esprime la ricerca di una qualche soluzione alternativa basata su una forte accentuazione del sentimento nazionale e sulla ricerca di una qualche attuazione di uno stato sociale diverso da quello liberale tradizionale.”(p)

“Raggiungere un punto avanzato nella lotta per il potere vuol dire imporre rapporti di forza favorevoli e poter contare su una situazione di ingovernabilità del sistema esistente in cui sia possibile affermare un reale contropotere. Le condizioni per la conquista del potere si determinano solo per una breve fase in cui l’avversario è debole e non può dispiegare integralmente tutti i mezzi di cui dispone. Se non viene colta l’opportunità che si presenta in quella fase si apre la fase della sconfitta e del riflusso.”

“L’essenza della politica consiste nell’individuare il proprio nemico principale. Ed ovviamente nella capacità di saperlo riconoscere, di capire chi veramente esso sia.”

Quel tanto di speciale, quel tanto di sacrale, quel poco che è reale forse basta a salvarci (tono dimesso)

“Nel 1812-’13 lo Stato Maggiore Prussiano scatena dei sommovimenti antinapoleonici attraverso l’emissione dell’Editto Prussiano sulla milizia territoriale o Landsturm, recepito quale legge dall’ordinamento interno, con tanto di firma del primo ministro. Agli artt.61-62 di tale editto sta scritto:

« Ogni cittadino ha il dovere di opporsi al nemico invasore con qualsiasi tipo di arma.[…] Scuri, forconi, falci e lupare vengono espressamente raccomandati.[…] Ogni prussiano ha il dovere di non obbedire ad alcun ordine del nemico, bensì di danneggiarlo con ogni mezzo possibile. Anche se il nemico volesse ristabilire l’ordine pubblico, nessuno è autorizzato a obbedirgli, perché così facendo si finirebbe per facilitarne le operazioni militari.[…] Gli eccessi di una canaglia sfrenata sono meno nocivi di un nemico nelle condizioni di poter disporre liberamente di tutte le proprie truppe.[…]”

Perso nelle città, potevi avere il mondo (tono dimesso)

“La psicologia collettiva accosta e non discerne. Tende a seguire chi crea una dimensione della speranza con estrema semplicità. L’idea che si possano convincere le persone in maniera razionale non ha efficacia, la politica ha dimensioni emotive, narrative e di coinvolgimento in qualche modo collettivo in quanto deve cercare di mettere insieme la doppia natura dell’uomo, contrassegnata dall’esistenza di un bisogno di socialità e di un bisogno d’individuazione intrinsecamente conflittuali.”

“Il moderno dittatore, sostiene Le Bon ne La psicologia delle folle, deve saper cogliere i desideri e le aspirazioni segrete della folla e proporsi come l’incarnazione di tali desideri e come colui che è capace di realizzare tali aspirazioni. Anche in questo caso l’illusione risulta essere più importante della realtà, perché ciò che conta non è portare a compimento tali improbabili sogni quanto far credere alla folla di essere capace: “nella storia l’apparenza ha sempre avuto un ruolo più importante della realtà”. Le folle non si lasciano influenzare dai ragionamenti. Le folle sono colpite soprattutto da ciò che vi é di meraviglioso nelle cose. Esse pensano per immagini, e queste immagini si succedono senza alcun legame. L’immaginazione popolare é sempre stata la base della potenza degli uomini di Stato, dei trascinatori di folle, che il più delle volte, non sono intellettuali, ma uomini d’azione. Questi sono poco chiaroveggenti, ma non potrebbero esserlo, poiché la chiaroveggenza porta generalmente al dubbio e all’inazione. Essi appartengono specialmente a quei nevrotici, a quegli eccitati, a quei semi-alienati che rasentano la pazzia. Per quanto assurda sia l’idea che difendono o lo scopo che vogliono raggiungere, tutti i ragionamenti si smussano contro la loro ferma convinzione (nella neuro-psichiatria essa prende il nome di “Pseudologia fantastica” – chi crede alle sue stesse bugie)” .

Non si esce vivi dal novecento(tono dimesso)

“Mentre la fatica del lavoro industriale si esercitava sui corpi, i muscoli, le braccia, oggi si esercita sul linguaggio, l’intelligenza, gli affetti, la totale reperibilità temporale tramite smartphone ed internet, innescando nuove forme di sofferenza, alienazione e schizofrenie. L’esistente è rimpicciolito. L’esistente è esaurimento. Sarà inevitabile un ritorno feroce dell’irrazionale, un assetato inconscio desiderio di laico paganesimo rituale e mistico.  Le pulsioni continuano a funzionare secondo la logica loro propria dell’appagamento. L’attuale canalizzazione del piacere, saziando solo a livello caricaturale pulsioni addomesticate da modelli pubblicitari finti, o tramite surrogati placebo di mediazione tecnologica, rende insoddisfatto tutto l’apparato psichico. Il senso di felicità derivante dal soddisfacimento di un moto pulsionale si scontra con le ansiogene ed eccessive richieste che la civiltà dell’algoritmo, sodomizzandolo nella psiche, pone all’uomo, parcellizzato ed isolato.”

“Senofonte, giunto finalmente sulla costa del Mar Nero, presso Trapezunte (Trebisonda) con il famoso grido “Thálassa! Thálassa!” (“Θάλαττα! θάλαττα!”) (il mare il mare) , vedrà però il fallimento dei suoi propositi di essere l’ecista di una nuova colonia ellenica e dopo numerose peripezie porterà l’armata a combattere per il re di Tracia Seute II, ed infine la consegnerà, a Pergamo, al generale spartano Tibrone che stava allestendo un esercito per una nuova guerra contro i persiani.” (f)

“E adesso, cantiamo tutti insieme:

Tu! Tu!
Tu pure sai
Che non va la vita
Com’è ragazzo mio
Ci son volpi di qua
Lestofanti di là
Mille topi tutti per te
Le zanzare che pungono me
Sono le stesse che poi
Pungeranno te
E tutto questo perché
Con tanti galli che cantano
Non si fa mai… giorno!

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Ci son tanti galli che cantano
Chichichirichichi
Troppe galline rispondono
Cococoroccocco
E se i piccioni spariscono
Cucucuruccuccu
Tutte le papere piangono
Quaquaquaraqquaqqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaquaE se domani pure tu
Ragazzo mio
Vedi un’aquila lassù
Tu vai con le gambe che hai
In un posto che sai
Dove lei non può arrivare mai
C’è una tigre
Dietro al cespuglio
Che aspetta là
Dove passerai
Non andare
Finché il gallo canta
Il gallo che canta
Non ci casca mai
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Attenti al matto!

Con! Con!
Con tanti galli che cantano
Chichichirichichi
Troppe galline rispondono
Cococoroccocco
E se i piccioni spariscono
Cucucuruccuccu
Tutte le papere piangono
Quaquaquaraqquaqqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Il gallo si sa
Becca qua becca là
La talpa fa
Tutti i buchi che può
E il gatto non va
Dove il pesce non c’è
Il lupo scenderà quaggiu
Il coccodrillo sa
Che presto morderà
E che nessuno lo prenderà
Ed il giaguaro è già pronto

A colpire finché
Ogni gallo canterà

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Attenti al matto!

Chi! Chi!
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua!!!”

Soundtrack1:”Sleep sound”, Jamie xx

Soundtrack2:”Mercy mercy me”, Marvin Gaye

Soundtrack3:”Futura”, Lucio Dalla

Soundtrack4:”Messenger”, Blonde Redhead

Soundtrack5:”Distilled”, Blonde Redhead

Soundtrack6:”L’estate”, Vivaldi

Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

*L’ing. Paolo Pretocchio è un personaggio di fantasia che cerca di uscire dalla fantasia per trasferirsi provvisoriamente in una forma di fuoriluogo.

Sette omicidi: il romanzo jamaicano che vedremo in TV

in scrivere/televisione by

 

Sentirete parlare di una “Breve storia di sette omicidi” perchè la HBO ne ha acquistato i diritti per uno sceneggiato.

Il romanzo è anche riuscito a vincere il Man Booker l’anno scorso, con le parole d’elogio al momento della premiazione tutte rivolte al magnifico impianto narrativo che l’autore Marlon James è riuscito a mettere in piedi in settecento pagine. Una mole dispersiva di personaggi, un arco della storia che copre più di trent’anni, molte parolacce, molta crudeltà, molti omicidi, e la soddisfazione per l’autore di essere accostato a nomi molto importanti della narrativa contemporanea.

Di che parla: “Breve storia di sette omicidi” prende spunto da un fallito attentato al cantante Bob Marley nella seconda metà degli anni Settanta. Due giorni prima che in Jamaica si svolgesse un suo concerto che doveva servire a placare gli animi tra i due partiti principali, alcuni uomini armati fecero irruzione nella sua villa riuscendo a ferire lui e la moglie. Il cantante si salva ma le cause dell’attentato rimangono oscure. Marlon James, che è nato e cresciuto in Jamaica prima di inventarsi una nuova vita come professore di scrittura creativa in Minnesota, utilizza questo avvenimento come pretesto per un impalcatura enorme in cui le voci dei personaggi raccontano in prima persona la trama dell’attentato e le sue conseguenze.

A questo pretesto si aggiunge anche il pretesto di una  quanto più selvaggia e feroce della Jamaica di quegli anni, e di una ricostruzione della curiosità della CIA per i potenziali sviluppi politici della musica di Bob Marley in un paese come la Jamaica, e il pretesto per dare una panoramica sulla fascinazione che la musica bianca ha subito nei confronti del raggae,  e il pretesto per mettere in luce aspetti – questi sì, più o meno personali, della realtà jamaicana negli Stati Uniti. Insomma, se ve lo comprate fate meglio a mettervi il cuore in pace e iniziare pagina 1 con l’impegno che richiede un romanzo estremamente ambizioso in termini di pretesti.

Come ho detto, i capitoli sono tutti in prima persona. Le voci che si alternano incalzano il lettore verso direzioni opposte. Può essere frustrante, eppure un secondo prima che la noia si faccia percepire ecco che queste direzioni convergono. L’estrazione sociale dei personaggi è molto varia come vario è il registro dei personaggi. Insomma, il romanzo attraversa tutta la sua durata sul bordo pericoloso dell’abbandono, eppure ne esce salvo. Quando l’ho finito, ho pensato che una storia così dispersa e un ritmo così fitto meritassero una presentazione che fosse il più lineare possibile. Non avrebbe senso provare a costruire una sovrastruttura su un romanzo la cui ambizione è piegare la propria forma al racconto e basta. Molto spesso mi è sembrato evidente quanto la fedeltà dell’autore a questa scelta in un certo senso sinfonica lo abbia costretto a sacrificare le sue potenzialità; quindi, lettore esigente, di parti “ben scritte” il romanzo è pieno, ma compaiono a tratti, non te ne accorgi immediatamente, il tempo che le scorgi e si torna di nuovo alle espressioni gergali (povero traduttore) e alle parolacce.

Io sono una persona che i libri non si sente l’obbligo di finirli. Si finiscono gli esami o i compiti per casa, non i romanzi. E questo ha settecento pagine. Quando l’ho terminato ho pensato che l’autore sia comunque riuscito a combinare qualcosa di efficace. Ho pensato anche quand’è stata l’ultima volta che ho letto un romanzo tirato avanti da una trama e saranno stati anni. Il problema del romanzo non è quindi come ci si sente quando lo si finisce: su questo solo soddisfazioni; il problema è nel mentre: siamo  lettori occidentali, non sappiamo niente di Jamaica e l’autore non si è posto nemmeno il problema di come rendere la rappresentazione più commestibile. L’insistenza religiosa verso una scrittura veritiera ha sortito l’effetto paradossale per cui il lettore va avanti spinto da suggestioni razziste. La violenza, la droga, la facilità dei personaggi femminili: tutti elementi passibili di associazioni razziali equivoche. Eppure, se lo sforzo fosse stato un attimo più panoramico, se l’autore si fosse preso una pausa da questo realismo modulato al massimo, ci saremmo probabilmente risparmiati tutti questi equivoci.

Breve storia di sette omicidi è un romanzo notevole, col difetto originario di una distanza di punti di vista tra chi l’ha scritto e chi sta per leggerlo. Marlon James si è posto un obbiettivo molto vasto, ma il fondamentalismo con cui lo ha perseguito ha avuto come nemesi l’utilizzo (quasi) inconsapevole di una caratterizzazione pericolosamente grottesca. (Perchè dico (quasi) inconsapevole? Perchè dico pericolosamente grottesca? Perchè seguo Marlon James sul suo profilo Facebook e lo vedo molto impegnato nell’attaccare il razzismo altrui). Tutto questo ha implicazioni dannose a livello narrativo: gli sviluppi della storia si rendono comprensibili solo quando la voce passa a caucasici, e ciò porta il lettore a modulare l’attenzione, già in lotta con un linguaggio difficile, in una maniera selettiva che, oltre a non far bene alla propria coscienza, non fa bene nemmeno alla lettura: un caso che personalmente ho trovato molto istruttivo su come mandare in corto circuito chi legge.  Non ho nemmeno aspettato di finire il romanzo per figurarmi la trappola che l’autore si è costruito da solo: quando l’azione si sposta a NY, quest’insistenza alla mimesi produce l’effetto opposto: il lettore è costretto a cercare, nelle descrizioni, quanti più dettagli possibile per rassicurarsi sul fatto che non si è più in Jamaica. Insomma, sono stati commessi dei pasticci.

Al di là comunque degli aspetti politici, è un romanzo avvincente. Uno potrebbe dire ma perchè ne parlo; se Libernazione non è un bollettino di novità, ha senso allora parlare solo dei libri che piacciono; boh, a volte credo che abbia senso leggere cose che ti aiutano a costruirti un’idea di cosa dovrebbe e non dovrebbe essere la lettura, e questo romanzo l’ho terminato con le idee positivamente confuse. Piacerà di più a quei lettori disposti ad arrendersi a una lettura poco controllata, i tipi cioè che vanno avanti sopportando qualsiasi distanza dall’autore pur di godersi la storia. L’adattamento televisivo smusserà probabilmente queste incomprensioni.

 

 

Quando c’era lui, ovvero una raccolta completa delle barzellette di Silvio

in arte/humor by

La verità è che, sotto sotto, ci manca. Terribilmente. E quindi per affievolire questa nostalgia canaglia, ecco una carrellata di momenti meravigliosi che ha donato al dibattito pubblico come solo lui sapeva fare.

 

La metabarzelletta: quella su Berlusconi

Quella di Carletto e la Contessina

Quella su Rosy Bindi, con bestemmione

Quella su Hitler

Quella sugli ebrei

Quella dell’agricoltore e la mela

Quella sui carabinieri e i comunisti

Quella del Commendator Bestetti che va al night, e la moglie

Quella del grande amatore

Quella del cinese che vuole la cittadinanza

L’altra metabarzelletta: Silvio in paradiso e la sua capacità manageriale

Quella su Nicolino, in napoletano

Quella sui carabinieri e il pinguino

Quella sui vampiri

La terza metabarzelletta: quella di Berlusconi e il contadino

Romanzi Cartolarizzati – Episodio I

in scrivere by

Visto che coi giornali trovate sempre una raccolta di libri e di DVD, si è pensato di farlo anche qui a Libernazione. Purtroppo, il nostro finanziatore occulto C. De Benedetti (che, a fini di mantenere l’anonimato, chiameremo semplicemente Carlo) ha detto che i soldi per i diritti non ce li da, e quindi abbiamo dovuto riccorrere alla formula della cartolarizzazione. La cartolarizzazione, in finanza, è sostanzialmente l’accumulo di titoli di vario genere che vengono mescolati e a successivamente distribuiti in maniera omogenea tra vari invevstitori. E’ come preparare un cocktail: prendi quattro o cinque ingredienti, li mescoli per bene e poi distribuisci a tutti lo stesso mix di preparato.

Parte quindi il primo episodio di Romanzi Cartolarizzati. Ne seguiranno altri due.

(il gioco ovviamente sta nell’indovinare gli ingredienti. In realtà è piuttosto semplice, ma il sottoscritto ha preparato questo post nel 2011 e oggi si è dimenticato le risposte).

EPISODIO I

Un tempo i Badwill erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza, Colorado; ce n’erano persino a Denver, e ad Aci Castello, tutti buona e brava gente di mare, proprio all’opposto di quel che sembrava dal nomignolo, come dev’essere. Adesso a Trezza non rimanevano che i Badwill di padron Tony, quelli della casa del nespolo, e della Provvidenza ch’era ammarata sul greto, sotto il lavatoio, accanto alla Concetta dello zio Cola e alla paranza di padron Fortunato. Povero padron Tony. La casa non era pagata. Era la sua nemica, quella casa. Ogni volta che egli faceva scricchiolare il pavimento della veranda, la casa diceva, sfacciata: non sono tua, Anthony Badwill, e non lo sarò mai. Il banchiere a cui apparteneva la casa era uno dei suoi peggiori nemici. Helmer il banchiere. La feccia dell’umanità. Più di una volta aveva dovuto presentarsi a Helmer per dirgli che non aveva abbastanza soldi per sfamare la sua famiglia. Helmer, i capelli grigi ordinatamente scriminati e le mani morbide, gli occhi da banchiere che parevano ostriche ogni volta che Anthony Badwill diceva di non aver soldi per pagare le rate della casa. Impossibile parlare a un uomo della sua razza. Odiava Helmer. Gli sarebbe piaciuto spezzargli l’osso del collo, strappargli il cuore dal petto e poi calpestarglielo. Ogni volta che pensava a Helmer borbottava: arriverà il giorno! Arriverà il giorno! Non era sua la casa, e gli bastava toccare la maniglia della porta per ricordarsi che non gli apparteneva.

Suo padre aveva osservato che, costantemente, in certe stagioni il solfato di rame saliva e in altre calava di prezzo. Decise perciò di comperarne per speculazione nel momento più favorevole, in Inghilterra, una sessantina di tonnellate. Poi il padre telegrafò al figlio che il buon momento gli sembrava giunto e disse anche il prezzo al quale sarebbe stato disposto di concludere l’affare. Mi ricordo la tranquillità e la sicurezza con cui Tony s’accinse all’affare che infatti si presentava facilissimo perché in Inghilterra si poteva fissare la merce per consegna al nostro porto donde veniva ceduta, senz’esserne rimossa, al nostro compratore. Egli fissò esattamente l’importo che voleva guadagnare e col mio aiuto stabilì quale limite dovesse stabilire al nostro amico inglese per l’acquisto. Tony dunque, per menare avanti la barca, aveva combinato con lo zio Crocifisso Woodenbell un negozio di solfato da comprare a credenza per rivenderli in Europa, dove compare Cinghialenta aveva detto che c’era un bastimento di Trieste a pigliar carico. La Longa, nuora di Tony, seppe del negozio di solfato e rimase a bocca aperta, e padron Tony dovette spiegarle che se il negozio andava bene c’era del pane per l’inverno, la plastica al seno per la neo sedicenne Mena e il Mercedes per Tony Junior. Tuttavia da Londra capitò un breve dispaccio: Notato  eppoi l’indicazione del prezzo di quel giorno del solfato, più elevato di molto di quello concesso dal loro compratore. Addio affare.

Tony era depresso per questo fallimento, che poteva costargli caro. Passava tutto il giorno a dormire e oziare sull’ottomana nella sua stanza. Lo svegliò definitivamente qualcuno che bussava con forza alla porta. «Ma apri, dunque! Sei vivo o morto?… Non fa che ronfare!» gridava Nastàsja, la sua cameriera, picchiando col pugno sulla porta. «Sono giorni e giorni che ronfa come un maledetto cane; e lo sei, un maledetto cane! Su, apri! Sono quasi le undici.» Balzò su dal divano, poi si sedette. Il cuore gli batteva da fargli male. Si sollevò, si chinò in avanti e tolse il gancio. L’intera stanza era talmente piccola che si poteva togliere il gancio senza alzarsi dal letto. Nastàsja lo guardò in un modo strano: in silenzio, gli tese un foglietto grigio, piegato in due e sigillato con la ceralacca.

«Un avviso dall’ufficio,» disse consegnandogli la carta.

«Da quale ufficio?»

«Come, quale ufficio? Significa che vi vogliono alla polizia; che scoperta!»

«Alla polizia!… E perché?»

«E io che ne so? Se ti vogliono, vacci.» La fissò attentamente, si guardò attorno e alla fine si volse per andarsene. «Ma che roba è questa? Per quel che ne so, io non ho niente da fare con la polizia! E perché proprio oggi?» pensava, immerso in un’angosciosa perplessità. «Santo Dio, purché tutto finisca presto!» Stava per gettarsi in ginocchio a pregare, ma poi scoppiò a ridere: non della preghiera, ma di se stesso.

La Polonia dei murales tra voglia di bello e derive autoritarie

in arte/cultura/società by

«Non c’è voluto certo un grande carattere/per il nostro rifiuto dissenso e opposizione/abbiamo avuto un pizzico del necessario coraggio/ma in fin dei conti è stata una questione di gusto/Sì di gusto» *

Così si pronunciava nel 1981 Zbigniew Herbert, poeta dissidente polacco in esilio a Parigi, sulla necessità di combattere la dittatura comunista al potere nella sua terra d’origine. L’etica per Herbert, divenuto eroe nazionale una volta rientrato in patria dopo la caduta del Muro, era soprattutto una questione di estetica, una resistenza del bello sulle brutture (morali, ideologiche e propagandistiche) imposte dallo squallore di regime.

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Etam-Cru, Łódź

E la Polonia post-socialista sembrò apprendere quasi subito la lezione impartita da uno dei poeti-simbolo della rivolta, mettendo in atto, sin dagli esordi della rinnovata democrazia, una forma di resistenza artistica contro quel appariva fra i più pesanti lasciti di cinquant’anni di dominazione del brutto. Poco dopo la caduta del Muro, i numerosissimi quartieri-operai presenti in tutte le maggiori città del paese, dominati da osceni palazzoni grigi dall’aspetto quasi orwelliano, divennero il principale campo di battaglia per la rinascita estetica della nazione. Fu innanzitutto Łódź, città prevalentemente industriale, capitale del cinema polacco e luogo di formazione artistica, fra altri, di Roman Polanski e Krzysztof Kieślowski, a vedere i suoi muri decorarsi di quelle forme urbane emerse circa un trentennio prima nei bassifondi di New York: enormi e coloratissimi murales cominciarono ad apparire sulle facciate delle architetture sovietiche, mentre piccoli gruppi di graffitari anonimi lanciavano dall’alto dei tetti la loro sfida di bellezza all’eredità del recentissimo passato comunista.

In poco tempo, gli altri centri seguirono l’esempio di Łódź. Le aree più povere di Varsavia, Danzica, Cracovia, Gdynia, Bydgoszsc si popolarono di animali fantastici, allegorie politiche, figure umanoidi e rappresentazioni surrealiste a guardia dello skyline cittadino. Un processo che continua tutt’oggi, con una ricezione sempre più positiva da parte di un pubblico inizialmente scettico e ora travolto da questa piccola rivoluzione del gusto – i murales da forma di vandalismo a bene comune di un popolo in rinascita. Negli ultimi tre lustri, la street art si è imposta in Polonia come avanguardia di una nazione alla ricerca di una propria estetica redenta, grazie a una nuova generazione di giovani artisti votati al rinnovamento del panorama urbano: Chazme, M-City, il duo Etam Cru, Sepe, Natalia Rak, ecc. Questa frizzante atmosfera culturale è riuscita ad attirare anche grandi nomi internazionali, arricchendo ulteriormente il patrimonio artistico del paese con i lavori di Borondo, Blu, Remed, Ericailcane, Aryz, e dando dunque vita a un’ideale caccia al tesoro su larga scala a beneficio del turismo interno e straniero: il viaggiatore che voglia visitare una qualsiasi città polacca può spendere gran parte del suo tempo girovagando per le periferie e i quartieri popolari, alla ricerca di uno stile conosciuto – o di un tratto innovativo – sul muro scrostato di un vecchio edificio in rovina.

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Aryz, Katowice

Una storia apparentemente a lieto fine, se non fosse che la minaccia del brutto è sempre in agguato e rappresenta per la Polonia, ancora una volta, un rischio concreto. Dopo le elezioni dell’ottobre 2015, che hanno visto la vittoria del partito cattolico e ultra-nazionalista PiS (acronimo di Prawo i Sprawiedliwość, Diritto e Giustizia), il paese sembra infatti destinato a ricadere nelle maglie dell’oscurantismo ideologico. Oltre all’imposizione di tasse più pesanti sulle imprese straniere, lo smantellamento dell’attuale Costituzione, il divieto totale di aborto e l’occupazione sistematica di tutti i vertici del sistema mediatico statale con figure vicine al partito, il governo del primo ministro Beata Szydło si propone di indirizzare istituzioni e produzioni culturali verso la promozione del cosiddetto “Orgoglio polacco”. Orgoglio che si tradurrebbe nella celebrazione delle grandi figure nazionali (Copernico, Chopin, Karol Wojtyła e Marie Curie Skłodowska), a discapito di una qualsiasi analisi o interpretazione critica di una realtà storica ancora piuttosto controversa. Come scrive Alex Urso sulla rivista Artribune a proposito dei recenti sviluppi politici: «nonostante le pulsioni artistiche positive del momento e le potenzialità̀ individuali dei singoli artisti di ultima generazione, i limiti dell’arte polacca sono semmai da rintracciare nell’apparato istituzionale […]. Speculatori e affaristi dell’ultima ora, affiancati da una classe politica arrivista e di stampo populista, stanno lentamente rivelando le magagne di un sistema facilmente corruttibile, in cui interessi privati e pubblici si mischiano con insolenza, in cui il ruolo dei media la fa da padrone e le aspirazioni autoritaristiche dei rappresentanti sono all’ordine del giorno.» **

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Natalia Rak, Białystok

Una terra dunque al bivio tra una riappropriazione ancora lunga e faticosa del proprio patrimonio artistico e, soprattutto, urbano – il profilo dei maggiori centri della Polonia rimane grandemente deturpato dalla scelleratezza architettonica socialista – e politiche statali centripete tese all’omologazione e all’appiattimento culturale. Parliamo d’altronde di un aspetto non così secondario – o elitista – in un’ottica più generale di costruzione, o meglio, di mantenimento, di una coscienza civica trasversale. A 26 anni dalla fine del regime, gli operai di Solidarność che recitavano le poesie della dissidenza nel corso di scioperi e manifestazioni lasciano oggi a figli e nipoti la possibilità di scegliere tra due strade antitetiche: la crescita di un popolo (anche) attraverso lo strumento dell’arte, o la chiusura in se stessi e il ripiegamento in atteggiamenti antiliberali e nazionalisti. Rimane allora da sperare che la street art polacca, nata come espressione estetica critica nei confronti di un passato oscuro e tormentato, mantenga comunque quell’autonomia d’azione e di pensiero che le è stata propria sin dal principio, scavalcando gli ostacoli istituzionali di un paese che sembra voler far rivivere i suoi peggiori fantasmi.

Insomma, la speranza che, alla fine, il gusto abbia la meglio sulla bruttezza ideologica.

Polonia

* Herbert Zbigniew, “Potenza del gusto”, in Herbert Z., Rapporto dalla città assediata, Adelphi, Milano 1993: 219-220.

** Urso Alex, “Polonia tra paura e cambiamento”, Artribune, VI, 30, marzo-aprile 2016: 36-39.

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Renoir e De Gregori

in musica by

Renoir, del 1978 è per me il più bell’album di De Gregori. La prima canzone dell’album è “Generale” che diverrà una delle sue più conosciute. Ci sono altre perle, meno note, come “Natale”, “Raggio di sole” e “Babbo in prigione”.

E poi c’è la canzone che dà il nome all’album: “Renoir”.

Anzi, in realtà ci sono due canzoni che si intitolano “Renoir” e hanno lo stesso testo. Il testo è tra i più bei testi d’amore che De Gregori abbia scritto, secondo me può parlare d’amore e nostalgia a decine di generazioni successive alle nostre non meno – pure di più, anzi – di una poesia di Catullo.

Gli aerei stanno al cielo
come le navi al mare
come il sole all’orizzonte la sera
com’è vero che non voglio tornare
a una stanza vuota e tranquilla
dove aspetto un amore lontano
e mi pettino i pensieri
col bicchiere nella mano

Chi di voi l’ha vista partire
dica pure che stracciona era
quanto vento aveva nei capelli
se rideva o se piangeva
la mattina che prese il treno
e seduta accanto al finestrino
vide passare l’Italia ai suoi piedi
giocando a carte col suo destino

Ora i tempi si sa che cambiano
passano e tornano tristezza e amore
da qualche parte c’è una casa più calda
sicuramente esiste un uomo migliore
io nel frattempo ho scritto altre canzoni
di lei parlano raramente
ma non vero che io l’abbia perduta
dimenticata come dice la gente

Però, anche se le parole sono le stesse, non si tratta di due versioni della stessa canzone ma di due canzoni differenti. Almeno la interpreto così: la prima, lenta, pensata parla di amori appena finiti che fanno male acutamente e si accompagnano a tanta tristezza. La seconda è molto più ritmata, allegra, con due voci che ripetono lo stesso testo con mezzo secondo di stacco. Parla degli stessi amori ma dopo un po’ di tempo, quando si sono cicatrizzati e li si ricorda con un po’ di malinconia (la prima voce) ma anche con il gusto e l’allegria di averli vissuti (la seconda voce).

La prima Renoir

La seconda Renoir

Nell’LP originale la prima chiudeva il lato A, la seconda apriva il lato B. Una trovata semplice ma geniale, che purtroppo si perde nei CD e nelle versioni digitali, e un po’ anche nella mia cassetta analogica piratissima registrata dall’album di uno zio.

Ora, De Gregori è uno a cui piace nei vari dischi e soprattutto nei concerti variare i testi e sopratutto la musica delle proprie canzoni. Alcuni di quelli che vanno ai concerti se ne lamentano anche perché non riescono a cantare assieme a De Gregori che cambia continuamente le canzoni. Anche a me è capitato.

In realtà è giusto che le canzoni cambino, perché cambiano anche nella nostra testa, a seconda dei nostri sentimenti del momento. De Gregori fa bene a dimostrarlo ogni volta, a farci vivere le sue canzoni non come una natura morta cristallizzata nel tempo ma come un qualcosa di vivo, che si muove e a volte ti fa pure incazzare.

Le due canzoni “Renoir” sono la rappresentazione più plastica di questo. Per questo, se penso a De Gregori penso a “Renoir”.

Auguri, Francesco.

Santé

Vasco Rossi è stato un genio e io devo chiedergli scusa.

in arte/musica by

Qualche giorno fa mi ero messo ad ascoltare un best of di Franco Battiato, di cui fino ad allora conoscevo essenzialmente tre canzoni: Cuccuruccuccù, Bandiera Bianca e Centro di Gravità Permanente. Dalle casse sono cominciate ad uscire fuori Prospettiva Nevskij, L’Era del Cinghiale Bianco,  Summer on a Solitary Beach e tante altre ancora, e sebbene per un secondo mi sia rammaricato di non averle mai ascoltate prima, a dominarmi è stato subito dopo la meraviglia di avere davanti a me un’intera discografia ignota e di qualità eccelsa, praticamente un godimento infinito.

Mi ero quindi ripromesso di ascoltarmi ogni singolo album nelle settimane successive e così ho cominciato con Patriots. Mentre stavo per passare a Gommalacca, è avvenuto – ahimè – qualcosa di strano e mostruoso. Da un angolo remoto del mio cervello, come il serpente che tenta Eva con una pasticca fuori dalla scuola, ho sentito me stesso pensare: “Beh, se per questo, non hai mai ascoltato nemmeno la discografia di Vasco”. Il maledetto suggerimento veniva dal fatto che, gli stessi giorni in cui avevo l’epifania su Battiato, mi era capitato di ascoltare per la prima volta Colpa d’Alfredo. 

“Ho perso un’altra occasione buona stasera / è andata a casa con il negro, la troia”.

Come scusa? Ha proprio detto “è andata a casa con il negro, la troia”. Mi ero fatto la classica risatina da stupore in ritardo di 36 anni ed ero andato avanti ad ascoltare. Beh, pazzesco! Non mi aspettavo da Vasco un testo in cui, anziché vagheggiare i soliti sentimenti noiosi e banali, veniva narrato un aneddoto con un dettaglio incredibile delle persone coinvolte, del luogo, di tutto ciò che è contenuto effettivamente nelle parole e ciò di cui non c’è nemmeno bisogno di dire un aggettivo. Non è affatto facile rendere al pubblico una descrizione fotografica di una situazione usando pochissimi versi, ma Colpa d’Alfredo ci riesce benissimo.

Così, ancora con l’ironia imbecille di chi guarda Ciao Darwin “perché mi piace il trash e mi piace soprattutto sapermi migliore di loro”, ho cliccato sull’album omonimo alla canzone. “Solo un attimo, poi torno a Battiato.”.

Cantanti completamente strafatti durante un concerto: deve esserci un momento nella vita di queste persone in cui il bivio tra sopravvivere e soccombere è decisivo. L’importante è trovare sempre qualcosa di ironico nelle cose, come il fatto che questo video sia stato caricato dal profilo ufficiale del Partito Democratico.

Tralascio il classico Non l’hai mica capito, ché sulla questione dei classici pop di Vasco ci voglio tornare dopo. Susanna è divertente ma dimenticabile, senonché mi colpisce perché penso a mia sorella che si chiama come la canzone, che è contemporanea (o quasi) al disco e da ragazza era fan di Vasco, e mi viene in mente che magari questo brano le piaceva tantissimo da piccola e che dovrei ricordargliela la prossima volta che la sento. Poi Anima Fragile, dove tiro un sospiro di sollievo: finalmente una canzone inutile alla Vasco Rossi. E sono già pronto a chiuderla lì, quando salta fuori Alibi, e di nuovo mi accorgo che sono letteralmente immerso nella scena descritta. Non solo, ma poi comincia ad elencare “devono accertare / controllare / verificare / analizzare / eventuali connivenze / coincidenze”. Un uso delle parole singole, tutte in rima, che non so come ma mi ricorda Nun te reggae più. 

Cavolo, un disco piacevolissimo. Ha le canzoni strane, le canzoni famosissime e spensierate, un tot di canzoni banalotte come è lecito che sia per un album non scritto dai Beatles. O da Battiato, per dire. Così mi viene un dubbio: stai a vedere che prima di diventare famoso, Vasco era bravo. Seleziono quindi Non siamo mica gli americani  e schiaccio play.

Signori, popolo che mi legge, voglio oggi chiedere scusa a Vasco Rossi. Mi scuso per tutte le volte che ho pensato che fosse un coglione totale, uno dei minimi livelli della musica italiana, fagocitatore di fama senza aver contribuito a nulla in Italia se non ad arricchire i gestori degli stadi di calcio. Perché se da un certo punto in avanti della sua carriera questi concetti possono anche essere in parte o del tutto veri, è sicuramente certo che come artista ha fatto dei veri e propri capolavori assoluti quali Non siamo mica gli americani. 

L’album, il secondo della sua discografia, contiene 8 canzoni. Una metà è piacevolissima. L’altra metà è già diventata pietra miliari mia personale raccolta di canzoni fondamentali. Si tratta innanzitutto di Fegato, fegato spapolato, che guarda un po’ inizia esattamente come Alibi. E, nuovamente, racconta in maniera fotografica una mattina – che diventa poi automaticamente l’intera giovinezza – del classico fattone del piccolo paesello di provincia. Noi oggi quando vogliamo attribuire un complimento ad un altro divo del pop, Max Pezzali, diciamo “Eh, ma come ha raccontato lui certe situazioni dei ragazzi di provincia, proprio nessuno”. Sì, ma si trattava dei ragazzi puliti, quelli da oratorio d’inverno e Grest d’estate, e delle loro comunissime disavventure. Quindici anni prima Vasco parlava già dei comunissimi problemi dei lazzaroni tossici e cazzari che esistono e sempre esisteranno in provincia. Gente priva delle velleità dei disgraziati cantati dai Baustelle. Nonostante per assurdo poi il testo contenga tracce di poesia talvolta perfettamente unita al comico:  “La primavera insiste la mattina” o “La festa ha sempre lo stesso sapore, gusto di campane, non è neanche male”. Montale, scansati.

Segue Sballi ravvicinati del 3° tipo. Concetti dello spazio profondo, melodie lontane come i già citati L. dei Baustelle o No Time No Space di Battiato. Solo che parla, di nuovo, di fattoni completamente persi. Gente che non ha bisogno di parlare di serpenti giganti e autobus blu per spiegare che si è imbottita di fumo peggio di una centrale a carbone dell’800. E poi Non siamo mica gli americani, con quell’intro assurdo in dialetto meridionale o con quella divagazione (Astro del Ciel) dentro la melodia senza alcun motivo apparente che oggi vengono ricalcate da Elio e le Storie Tese,. Con la differenza che Elio parla di cose demenziali del tutto immaginarie, mentre Vasco sta semplicemente recitando frasi che le persone semplici pensavano o dicevano per davvero durante la leva militare. Perché se la guerra rende i soldati semplici vittime e poeti (aka Generale, quella famosa di Vasco che poi ha rifatto De Gregori…no dai, scherzo) in tempo di pace a dominare è la pura noia di essere obbligati a fare da guardia alla polveriera di domenica sera, sotto la sarcastica minaccia della guerra fredda.

E infine Albachiara. Uno, superata l’adolescenza, deve rendersi conto che il pop non è una merda. Il pop, come tutte le cose, può essere una roba orrenda o un’opera d’arte. Dietro Uptown Funk di Bruno Mars, per dire, c’è del genio. Dietro i diversi singoli di Pharrell Williams c’è del lavoro impressionante. E noi italiani non possiamo chiamare “cantautorato” le canzoni di massa che ci piacciono per lasciare che al pop la spazzatura. Adesso venitemi a dire che Agnese non è pop come Albachiara. Che Notte prima degli esami non è pop come Albachiara. Una canzone che non è orecchiabile, non è che si lascia ascoltare. E’ una bomba universale che al secondo ritornello stavo per salire in piedi sulla scrivania, tirare un calcio al monitor e cantare in mezzo all’ufficio. Ed è solo perché sono a Tokyo; se fossi stato in Italia non solo il gesto non avrebbe avuto ripercussioni, ma sono pronto a scommettere che avrei potuto interrompermi a “Sei fresca come…” e, col gesto del microfono rivolto al pubblico, lasciare che i colleghi completassero il verso.

 

vasco fan

 

E nonostante tutto, oggi, Vasco Rossi è oggettivamente il simbolo del peggio che la musica italiana possa offrire. Con il senno di oggi, mi dispiace pure per lui. Come sia avvenuta questa trasformazione non lo so, non conosco la sua biografia né moltissimi degli album che sono venuti dopo Vado al massimo, l’ultimo album – per altro anch’esso stupendo – che si è fermato a quota 100mila dischi venduti. Sarà stato il successo: Bollicine, subito successivo e con un milione di copie vendute, mi ha fatto cagare. Magari è perché ha riunito sotto di se gli eroi di cui cantava, cioè quei fattoni ignoranti e privi di sogni che presi singolarmente in qualche serata all’osteria fanno ridere a crepapelle ma messi tutti dentro ad uno stadio finiscono per fare cose immonde (dovrebbero scrivere un libro sui racconti di gente che negli anni 80-90 andava ai suoi concerti: venderebbe più di tutti i titoli di Palahniuk messi assieme).

Quello che è certo e che sono stato mosso da un pregiudizio, ed è giusto che me ne penta.

Blu, i murales cancellati e l’arte del futuro (che non c’è)

in arte/società by

Si è detto che la scelta di Blu di cancellare i suoi murales è stata una scelta dolorosa ma legittima.

Si è detto che l’arte appartiene all’artista, e che sta a lui decidere se ne è stata snaturata la poetica o meno.

Si è detto che il suo è stato un grido di libertà contro lo sfruttamento commerciale dell’arte.

Si è detto che non può esserci alternativa se non la ribellione di fronte all’egemonia plutocratica delle istituzioni, dei curatori, dei privati.

Si è detto che la Street Art non è tale se rinchiusa fra le mura di un museo.

Si è detto che nella rivoluzione non esistono compromessi.

Si è detto che la cancellazione stessa è in sé un’opera d’arte, una macchia grigia di denuncia schiaffata in faccia ai magnati.

Si è detto che le generazioni future un giorno ringrazieranno Blu per la battaglia ideologica che sta portando avanti.

Blu

Si sono dette tante cose. Io so solo che un artista ha deciso di privarci in maniera definitiva della sua opera, di privarci del piacere (emotivo e intellettuale) di ammirare qualcosa di bello. E se un giorno vorrò mostrare ai miei figli i murales bolognesi di Blu, tutto quello che avrò da mostrare loro sarà un muro spoglio e qualche vecchia foto del passato.

In tutto questo, io non ci vedo niente di democratico.

L’ARTE DELL’INCLUSIONE

in arte/società by

Esiste un termine che definisce una tematica che si sta, fortunatamente, sempre più ampliando nell’ambito del sociale, soprattutto in Germania, a cui viene data l’importanza che merita. Questo termine è “inclusione”.
La lingua tedesca non è particolarmente nota per la sua facilità di apprendimento, ma si può dire senza ombra di dubbio che sia una lingua estremamente precisa nelle definizioni. Molto di più della lingua italiana.
Se cercate “inclusione” sul dizionario, la Treccani la definisce così: “L’atto, il fatto di includere, cioè di inserire, di comprendere in una serie, in un tutto (spesso contrapposto a esclusione)” . Se invece andate sul Duden, viene definita “das Miteinbezogensein; gleichberechtigte Teilhabe an etwas “, ossia l’essere parte di qualcosa, o la partecipazione di diritto a qualcosa.
Mentre la nostra lingua prevede una azione (includere in qualcosa) che prescinde da uno stato delle cose altro (esclusione), nella lingua tedesca inclusione è “Zugehörigkeit”, appartenenza. Ed è, attenzione, diversa dall´integrazione. E’ un diritto dell´uomo. Una società inclusiva è una società di cui tutti fanno parte, dove persone con handicap fisici e mentali possano vivere e lavorare nella maniera più comfortevole possibile.
Il tema dell’inclusione ha assunto attualmente un ruolo sempre più importante nell’ambiente dell’arte e delle istituzioni culturali e museali.
A Berlino esiste dal 2009 un’organizzazione chiamata Insider Art, che ha creato una piattaforma online per artisti portatori di handicap sia fisici che mentali nonchè diversi eventi atti alla sensibiliazione sul tema inclusione per gli stessi.
Lo scorso anno è stata organizzata, dall’incontro e collaborazione di artisti portatori e non di handicap, una mostra “inclusiva”. Qua, le opere esposte passavano in secondo piano rispetto alla vera creazione comune dei suddetti artisti : un ambiente che fosse accessibile a tutti. La sala espositiva è stata trasformata in ambiente di sperimentazione atto all’abbattimento di barriere fisiche e mentali. Una rampa di accesso e una altezza delle opere esposte adatta sia a chi sta in piedi, sia a ci siede su una sedia a rotelle, un’audioguida e una mappa tastabile della sala per non vedenti, cosi come quadri materici da toccare, annunci in lingua dei segni per i non udenti e infine testi in versione semplificata per venire incontro alle disabilità intellettive. Piccoli accorgimenti che permettono a un pubblico maggiore di usufruire dell’arte.

Questa mostra è solo uno degli eventi che pian piano coinvolgono istituzioni molto più grandi, non solo in Germania: attualmente è in corso a Basel, al museo Tinguely, la mostra “PRIÈRE DE TOUCHER – Der Tastsinn der Kunst”, una mostra interamente dedicata alle possibilità della percezione aptica nel processo di conoscenza estetica deli’opera d’arte, mentre a Roma in diversi musei, il MACRO, al Museo di Roma, alla Galleria d’Arte Moderna e al Museo Napoleonico è in corso l’iniziativa didattica “Musei da toccare”.

L’ultima bella notizia in ordine cronologico è di oggi e viene dagli Staatliche Museen zu Berlin (musei statali di Berlino), dove al Neues Museum (quello dove sta il busto di Nefertiti, per capirsi) è stata creata una Audioguida in linguaggio semplice, per facilitare la comprensione delle opere a disabili mentali, a persone con problemi di apprendimento e a stranieri/immigrati, nonche una audioguida per bambini.
Tutto questo per dire che quando si sostiene che l’arte deve essere per tutti non vuol dire comprarsi una maglietta col disegnino di Banksy nel negozio di Souvenir a Londra, né farsi il tour dei graffiti a Kreuzberg.

 

http://www.tinguely.ch/en/ausstellungen_events/ausstellungen/2016/Priere-de-toucher.html

http://www.insiderart.de/

La Macchia Umana, di nuovo

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Comprai questo romanzo di Philip Roth a un’età troppo precoce per poterlo apprezzare del tutto (col senno di poi, troppo precoce anche per riconoscerne i difetti).
Andò così: vinsi un buono-libri per una “gara di lettura”, e per spenderlo entrai in una libreria dove mi cadde l’occhio su uno struzzo Einaudi avvolto da un nastro con l’immagine di Nicole Kidman. Il nastro con l’immagine era dovuta al fatto che stava per uscire l’adattamento cinematografico con la Kidman ed Anthony Hopkins nel ruolo dei protagonisti. Immagino che per lei questo dovesse essere l’ennesimo ruolo forte in quel periodo d’oro della sua età adulta in cui i ruoli “forti” le venivano quasi lanciati addosso (mi sembra anche esemplare il modo con cui quel periodo si chiuse, in una sequela di interpretazioni assolutamente manieristiche tra Diane Arbus e la madre di un demonio, come solo un’attrice qualunque alla ricerca di ruoli forti sarebbe stata in grado di paccare).
Ad ogni modo, comprarlo mi sembrò un modo per confermare definitivamente il mio status di lettore di cose adulte, e per quanto un professore di lettere ti potrebbe anche indicare un milione di alternative più adatte, quello presi.

La storia che incontrai fu questa: Coleman Silk, un professore di greco antico alle soglie della pensione, pronuncia a lezione un appellativo equivoco rivolto a due studenti perennemente assenti; l’appellativo in questione sarebbe “spettri”, che in inglese, “spooks”, è stato in passato un modo dispregiativo per indicare la gente di colore. I due studenti, effettivamente persone di colore, portano il caso in facoltà. Il consiglio di facoltà, facoltà di cui Coleman è stato a lungo preside, prende sul serio l’accusa di razzismo e gli chiede formalmente delle scuse. Coleman non cede e alla fine viene costretto a dare delle dimissioni. Qualche mese dopo lo scrittore Nathan Zuckerman viene in contatto con Coleman, e apprende del suo rapporto con Faunia Farley, una signora analfabeta di 34 anni, madre di due bambini morti per sua negligenza, costretta a barcamenarsi tra più lavori per le condizioni di assoluta indigenza in cui versa. Il romanzo che prende corpo è la storia di Coleman, della sua relazione con Faunia, e del disvelarsi tragicomico (e vi prego di prendere quest’aggettivo sul serio) del perché, messo davanti all’accusa di razzismo, Coleman ha deciso di non lottare e dimettersi.
Philip Roth oggi va di moda. Ma in quei molti che lo trovano “eccessivo” ho sempre avuto il sospetto che non riuscissero a digerire il suo modo poco gratificante di intendere la letteratura. Specialmente, risulta spesso poco digeribile a quel “lettore attento”, che purtroppo – andate a una presentazione qualsiasi – esiste ed è persona che ostenta sempre più la sua passione per i libri as opposed to, ad esempio, un’idea di arte altrimenti corrotta dalla musica rap o dal digitale (da questo punto di vista, che c’entra anche molto con la storia di Coleman e Faunia – sulla fine, l’amante della musica classica rappresenta il culmine di questo modo sacerdotale e salvifico di vivere le proprie passioni). Rimane, fondamentalmente, uno scrittore troppo consapevole della miseria a cui personalmente va incontro quando scrive un romanzo. Non è necessariamente l’unico modo di intendere la scrittura, o avvicinarvisi, ma pare che per Philip Roth la miseria dello scrittore di fronte alle tragedie degli altri sia qualcosa di così ingombrante che il lettore non solo deve venire esposto alla storia, ma anche alla miseria di chi scrive; la sintesi che il lettore deve trarre, il “momento purificatore”, è accettare, all’interno di una storia sia la narrazione, sia lo scrittore, sia il suo gioco crudele sulla vita delle persone. Mi sembra qualcosa di abbastanza generale e costante nella produzione di Roth e che vale per tutta la sua produzione precedente e successiva alla Macchia Umana.

Ok, ma quindi, questa Macchia Umana? Me la sono andata a rileggere qualche mese fa in lingua originale. Devo dire, se a un età troppo precoce l’unica cosa che avevo potuto provare era la vaga sensazione di venire bombardato dalle parole e della nitidezza delle immagini, questa sensazione è rimasta, si è amplificata notevolmente e oltre i brividi di fronte alla bellezza di certi passaggi mi sono sentito anche sollevato dalla paura che diventare lettori sofisticati significa perdere qualcosa. Quali riflessioni si possono aggiungere adesso che si è diventati lettori maturi?
Sul conformismo accademico Roth fa una panoramica mirabile su quei temi che, ad esempio, tanto accendono le dita sulla tastiera di Luca Mazzone. Sulla sessualità e sul desiderio spiega cose che tanto farebbero incazzare i soliti progressisti degli anni 10. Anche sull’affermazione della propria identità porta il lettore ad affermare delle verità tremende. Spiegare e anticipare la portata aggressiva e grandiosa delle conclusioni del romanzo significherebbe spegnerne la miccia. Ecco, una consolazione per il lettore nuovo arrivato è che tutte le tematiche vengono introdotte e contestualizzate a poco a poco: questo è un grande pregio, curarsi del lettore più sprovveduto, basta che questi abbia la buona volontà di imbarcarsi e farsi “bombardare”; ed è qualcosa che ho trovato tanto più ammirevole nel momento in cui, da ragazzino, avrei forse rischiato di interrompere il romanzo se avessi anche avuto la minima sensazione che mi stessero sfuggendo troppe cose. Roth rimane comunque uno scrittore democratico. E cosa nasconde invece la letteratura incomprensibile? Nel romanzo ci sono anche pagine molto divertenti dedicate al nucleo geografico della produzione di un certo tipo di stronzate incomprensibili (Sì, amanti del bateaux mouches).
L’unica vera novità che mi sento genuinamente di osservare, a una seconda lettura, è il tono insolitamente elegiaco della storia in confronto a quello che Roth aveva prodotto prima della Macchia Umana. Dalle sue cose precedenti l’aspetto ludico dello scrittore e dei suoi alter ego è quasi sempre sembrato trionfare in maniera distruttiva sulle vite dei personaggi. E’ come se a chiudere la storia Roth impugnasse alla fine una tromba e la suonasse dritta nell’orecchio di tutti; la sensazione che ho avuto stavolta è che, se la tromba va comunque a sfracassare i timpani di chi porta all’esasperazione Coleman e Faunia, nei loro confronti Roth e il suo alter ego posino lo strumento a fiato, e mettendosi a spalla un violino concedano loro quella pace che la comunità invece ha strappato. E’ un romanzo in cui si indugia molto sui momenti in cui i protagonisti sono felici, ed è una cosa che mi ha sorpreso.
Cito sparsi dei momenti che valgono da soli l’acquisto o la rilettura del romanzo:
– Nathan Zuckerman che ritrova il desiderio di raccontare una storia mentre balla con Coleman
– Il confronto finale tra Coleman la madre
– Coleman e Faunia che ballano nudi
– Faunia che abbandona nella gabbia di un corvo l’anello di fidanzamento.
– Zuckerman che osserva per l’ultima volta Coleman e Faunia, a un concerto di musica classica.

Rimangono solo i difetti che, dicevo, ho invece rilevato avvicinandomi una seconda volta al romanzo: leggetevelo, e se li trovate ci passerete sopra.

Chiedi chi era George Martin

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Se qualcuno si è meritato il titolo di “Quinto Beatle”, quello è George. Dal giorno in cui ha fatto firmare ai Beatles il loro primo contratto fino all’ultima volta in cui l’ho incontrato è stato sempre uno degli uomini più generosi e intelligenti che abbia avuto il piacere di conoscere.

Sir Paul McCartney

Ci sono esattamente sette persone che hanno reso i Beatles, beh, i Beatles. Quattro ci potete arrivare da soli chi siano. Il quinto era un tale del Tennessee. Il sesto era il loro manager Brian Epstein il quale, fra le altre cose, li convinse a piantarla di conciarsi così per iniziare a conciarsi così. Il settimo era il loro produttore, Sir George Martin, un compositore di 34 anni che prese quattro ventenni di Liverpool reduci da anni di concerti negli stripclub di Amburgo (spesso e volentieri strafatti di speed) e li trasformò nei musicisti più influenti del ventesimo secolo.

Se il talento compositivo di Lennon e McCartney andava istintivamente oltre il canone del rock’n’roll, Martin fu colui che guidò e assecondò quel talento: i Beatles portavano le idee e Martin le metteva in pratica e, spesso e volentieri, le migliorava. Giusto per essere chiari: tutte le innovazioni rivoluzionarie che i Beatles hanno apportato all’idea stessa di musica rock, dall’uso estensivo di orchestrazioni classiche al considerare lo studio di registrazione come un vero e proprio strumento, portano la firma di Martin.

Martin è quello che suona il piano nell’accordo iniziale di A Hard Day’s Night (tutte le parti di piano nei primi album sono opera di Martin, più o meno finchè McCartney non imparò a suonarlo decentemente); Martin è quello che fa lasciare il feedback iniziale nella registrazione di I Feel Fine; Martin che prende una “semplice” ballata di Paul McCartney per chitarra acustica e voce, e ci aggiunge un quartetto d’archi scritto e diretto da lui stesso (di cui McCartney inizialmente non era manco convinto, bontà sua) per produrre LA canzone dei Beatles; Martin che si ispira a Bach per l’assolo di piano di In My Life (con la registrazione accelerata al punto da sembrare un clavicembalo) e a Bernard Hermann (ovvero alla colonna sonora di Psycho) per l’arrangiamento Eleonor Rigby; Martin che si fa canticchiare i motivetti che hanno in testa Lennon, McCartney ed Harrison e li trasforma nel solo di tromba di Penny Lane, e in quello di corno di For No One, nell’organo di Being for the benefit of Mr Kite!, nelle fanfare di Sgt. Peppers Lonely Heart’s Club Band e Good Morning, nel duo di clarinetti di When I’m Sixty-Four e nelle orchestre lisergiche di I Am The Walrus e A Day In the Life; Martin che ottiene Strawberry Fields Forever come sintesi di due take registrati con velocità diverse (cosa che per la tecnologia dell’epoca era a un passo dal miracolo).

Martin che pare che non fosse proprio convintissimo di scritturare i Beatles inizialmente (tanto è vero che fece licenziare Pete Best perché non gli era piaciuta la registrazione originale di Love Me Do) ma si decise quando George Harrison iniziò a prenderlo in giro per la cravatta.

Martin che nel 2006 fu persuaso dal Cirque du Soleil ad aprire l’archivio delle registrazioni (alcune ancora in 4 e 8-piste) e a produrre, insieme a suo figlio Giles, la colonna sonora di Love, il loro nuovo spettacolo basato alla musica dei Beatles. Il risultato è talmente straordinario che non ho intenzione di sprecare parole per descriververlo: ascoltatelo e comprenderete (e poi venite a scrivere nei commenti quali citazioni riuscite a cogliere nell’outro, che sarebbe il contrario dell’intro, di Strawberry Fields Forever).

Sir George Martin si è spento ieri a 90 anni. Ed io non ho che augurargli un buon riposo.

Per tutti quelli che pensavano che fosse morto il ciccione di Game of Thrones vi informo che Jon Snow sta ciucciando cazzi all’inferno.

E comunque viene resuscitato quando bruciano il suo cadavere in quanto è figlio di Rhaegar Targaryen e Lyanna Stark

Le canzoni di Sanremo 2016 spiegate meme

in musica by

Le abbiamo ascoltate tutte. Recensirle sarebbe banale, e poi già c’è venuta l’orchite a sentirle, figuriamoci a leggerne. E allora perché hanno inventato l’internet? Per i porno e per leggere di meno, naturalmente. Eccovi serviti.

Lorenzo Fragola – Infinite volte
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Noemi – La borsa di una donna
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Dear Jack – Mezzo respiro
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Giovanni Caccamo e Deborah Iurato – Via da qui
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Gli Stadio – Un giorno mi dirai
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Arisa – Guardando il cielo
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Enrico Ruggeri – Il primo amore non si scorda mai
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Bluvertigo – Semplicemente
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Rocco Hunt – Wake Up
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Irene Fornaciari – Blu

Dolcenera – Ora o mai più” (le cose cambiano)
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Clementino – Quando sono lontano
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Patty Pravo – Cieli immensi
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Valerio Scanu – Finalmente piove
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Francesca Michielin – Nessun grado di separazione
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Alessio Bernabei – Noi siamo infinito
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Elio e le Storie Tese – Vincere l’odio
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Neffa – Sogni e nostalgia
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Annalisa – Il diluvio universale
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Zero Assoluto – Di me e di te
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Cercasi Gesù: Beppe Grillo e l’ipocrisia cattolica

in cinema/politica by

Non so se ve lo ricordate, ma nel 1982 Beppe Grillo tentò la carriera cinematografica collaborando con Luigi Comencini su una produzione liberamente ispirata a L’idiota di Dostoevskij. Il film, Cercasi Gesù, vedeva Grillo come protagonista nei panni di un sempliciotto sbucato dal nulla e assoldato da un’editrice cattolica per rappresentare il volto moderno del Cristo.

In una critica serrata della società italiana degli anni ’80, Grillo e Comencini mostravano tutta l’ipocrisia di una Chiesa desiderosa di mostrarsi al passo coi tempi e sostenuta da una gerarchia ecclesiastica alla scoperta del marketing, ma al tempo stesso incapace di liberarsi del suo fardello di avidità secolare, intolleranza e paura del nuovo.

Grillo incarnava perfettamente il potenziale dell’uomo della strada, intellettualmente semplice ma di un’onestà disarmante, che preferisce passare il suo tempo tra bambini handicappati e terroristi redenti piuttosto che sporcarsi le mani con gli affarucoli di scribi e farisei vaticani. Proprio come il Gesù dei Vangeli, il personaggio del comico genovese metteva alla berlina le contraddizioni dell’autorità religiosa con esempi di reale virtù e azioni di umana solidarietà.

Un Beppe Grillo coraggioso insomma, che non esitava a puntare il dito contro la Chiesa cattolica pur mantenendo una sobrietà nei toni e nei contenuti molto distante dai metodi adottati in tempi più recenti. Era la coscienza a parlare all’epoca, non lo stomaco di un branco di elettori incazzati e sbraitanti. Una coscienza che sembra ora del tutto scomparsa, per fare spazio a un mix ributtante di attitudini forcaiole, realpolitik e semplice indifferenza per tutti quei temi che esulano dalla rabbia della gggente.

A quanto pare, il ddl Cirinnà rientra perfettamente quest’ultime due categorie, laddove l’opinione di una minoranza cattolica all’interno del M5S e un probabile disinteresse personale per le questioni civili sono bastate a Grillo per proclamare la “libertà di coscienza” sul voto al Senato, sabotando di fatto l’iter futuro del disegno di legge. Un intervento a gamba tesa che, ben lungi dal garantire genuini spazi di manovra ai parlamentari grillini, rischia in un’ultima analisi di consegnare il destino dei diritti omossessuali nelle mani del solito Cattolicesimo di regime.

Chissà cosa direbbe oggi, di tutto questo, il Gesù di Grillo e Comencini.

I 10 momenti dei Sanremo recenti per cui anche quest’anno sarà uno spettacolo imperdibile

in musica/televisione by

Al di là dell’intramontabile e assicurata presenza del Maestro Beppe Vessicchio, al massimo sostituito da Massimo Cacciari, che non sa dirigere l’orchestra ma parla molto bene, qui trovate una breve soluzioni di momenti molto alti tratti da edizioni recenti del Festivàl. Andare a scavare più indietro sarebbe stato scoperchiare un vaso di Pandora per cui, francamente, non mi sentivo pronto.

Certi che anche quest’anno lo show non ci deluderà, noi intanto ci siamo attrezzati con il consueto sobrio gruppo d’ascolto su Facebook. Ci vediamo lì.

 

10 – La famiglia Anania da Catanzaro con 16 figli, apertura col botto dell’anno scorso. Sedici. Figli.

NB: impossibile non pensare a

 

9 – Che ve lo dico a fare.

 

8 – Benigni che parla della canzone della Zanicchi ancora in cui lei ha scoperto di non essere ancora in menopausa, lei viene eliminate ed è subito POLEMICONE.

 

7 – Siani, simpaticissimo, che arriva e come prima cosa ha L’OTTIMA IDEA di insultare gratuitamente un bambino sovrappeso tra le prime file.

 

6 – Questi due che nessuno ha ancora capito chi cazzo siano.

 

5 – Il momento graziosamente balcanico, tutto rigorosamente in playback, in cui nonostante fosse il 2004 si respirava a pieni polmoni degrado post-sovietico del 1993.

 

4 – Quella volta in cui a nessuno fregava un cazzo che Albano e Romina fossero tornati a cantare insieme, però almeno lui ha fatto le flessioni sul palco.

 

3 – Adriano Pappalardo nel suo momento di massimo splendore artistico e intellettuale. Era il periodo dell’Isola dei Famosi, qui siamo oltre. Notare, in particolare, l’abbigliamento delle grandi occasioni e il pippone finale.

 

2 – Naturalmente il trio delle meraviglie composto da Pupo, Emanuele Filiberto e il tenore Luca Canonici. C’è qualcuno dell’orchestra che ancora non si è ripreso.

 

1 – Al primo posto ci può essere solo e soltanto quell’episodio in cui un consesso d’intellettuali d’assalto composto da Gigi D’Alessio, Loredana Bertè e il Dj Get Far – Fargetta ha trasformato il compassato palco dell’Ariston in una discoteca di Rimini, grazie all’ausilio di un centinaio di ballerini tamarri.

Provaci ancora Leo! – The Revenant: la recensione

in cinema by

“Tra l’ironia e il sarcasmo,” diceva quel pirata dal fascino senza tempo di Corto Maltese, “passa la stessa differenza che tra un sospiro e un rutto.” La stessa cosa si può dire del rapporto fra cinema autoriale di vecchio stampo (pacato nei toni ma di qualità ottima) e la polluzione egotica di una certa Hollywood contemporanea – quella che si fa le seghe davanti allo specchio, per intenderci.

Purtroppo, l’ultimo film di Alejandro González Iñárritu, The Revenant, fa parte di quest’ultima categoria. Già in Birdman i più attenti avevano notato una certa deriva del regista messicano autore di piccoli capolavori come Amores perros e 21 Grammi, in un tripudio di retorica farsesca che si nascondeva dietro piani sequenza infiniti e virtuosismi stilistici di maniera. E se un ottimo Michael Keaton si era trovato a dover reggere il moccolo nella relazione incestuosa tra Iñarritu e il suo specchio, questa volta il compito ingrato è toccato al povero Leonardo DiCaprio, ormai disposto a tutto pur di vincere quella dannatissima statuetta d’oro.

The Revenant è un film esagerato, ma nella nozione negativa del termine. È un’esplosione continua alla Michael Bay, un collage di situazioni improbabili, paesaggi spettacolari e masochismi interpretativi col solo scopo di ubriacare lo spettatore, che si trova all’uscita del cinema completamente rincoglionito e poco conscio di una trama altrimenti improbabile – se non addirittura ridicola. La storia vera della lotta per la sopravvivenza del cacciatore Hugh Glass, scampato nel 1823 a un attacco di un grizzly e abbandonato nella foresta, ferito, dai compagni, diventa infatti una parodia del massacro per certi versi simile a Gravity di Alfonso Cuarón, con la gente in sala che ride per la marea di sfighe surreali che minacciano in continuazione  la vita del protagonista. Lo sfondo è il panorama meraviglioso delle montagne e dei fiumi della Columbia Britannica, il cui aspetto documentaristico viene purtroppo rovinato da un abuso di CGI. E’ tutto troppo nel film di Iñarritu, c’è sempre qualcosa che sembra dover stonare per forza, quasi fosse un obbligo.

Dispiace poi che in quella che parrebbe una cura maniacale per la regia e il montaggio scada in piccole disattenzioni d’antan, come i cambi climatici repentini nell’ambiente circostante (neve che appare e scompare da una scena all’altra) o i fucili ad avancarica che, nel corso di una scena d’azione, si ricaricano misteriosamente da soli e sparano due volte. Ma il peggio è rappresentato dalle trovate da mockumentary e splatter movie, ovvero gli schizzi di sangue sulla telecamera o il fiato dei protagonisti che appannano l’obiettivo (per non parlare dei sogni-visioni del protagonista sulla moglie morta, a metà strada tra le scene nel grano de Il gladiatore e la fotografia pedante di Nicolas Winding Refn).  Gigionate davvero inutili.

E il povero Leo? DiCaprio ci regala due ore di pura sofferenza fisica, dipinta e assolutamente visibile sul suo volto. Emotività però che si ferma solo lì, sulla faccia, dato che in tutto il film il regista gli mette in bocca sì è no cinque battute. Il resto è un grugnito continuo, uno sbavazzarsi sul mento tra una sfiga e l’altra. Eppure credo proprio che a questo giro l’Academy si troverà costretta a premiarlo con l’Oscar – se non altro per esasperazione. Come diceva un mio amico alla fine della proiezione, “se questa volta non glielo danno, al prossimo film si taglia la pelle come in una performance di Marina Abramović.” Body art extrema ratio.

Insomma, The Revenant è quel cinema che faremmo a meno di vedere ma che alla fine vediamo lo stesso, un po’ perché ci siamo affezionati ai tentativi fantozziani di DiCaprio, un po’ perché Iñarritu è uno che il proprio mestiere alla fin fine lo sa fare, eccome. Tuttavia è forse la consapevolezza della propria estrema bravura a spingerlo in una deriva autoreferenziale e parossistica, un loop squilibrato di ripetizione del canone (un po’ come Sorrentino in The Youth che copia Sorrentino in La grande bellezza). Tanto, troppo narcisismo e pochissima sostanza.

Il risultato? Un film fatto per registi e attoroni a caccia di Oscar che molto spesso si dimentica del vero referente: lo spettatore.

Che settimana pesante

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Così esordiva il mio compagno quando mi scriveva che, oltre a David Bowie e ad Alan Rickman era morto pure David Margulies.

A parte quello sfigato due volte per essere morto dopo un’icona della musica e una del cinema, Margulies ve lo ricorderete senz’altro per essere stato il sindaco che a “masse isteriche”

decideva di dare carta bianca a Peter Venkman.

Niente, era giusto ricordare anche lui.

Dopodiché lo sappiamo tutti: Alan Rickman ci ha fatto innamorare interpretando Severus Piton (o Snape, per chi ha seguito la saga in lingua originale), uno dei personaggi meglio riusciti della letteratura ME NE FREGO DI TUTTI I VOSTRI SCRITTORI FAMOSI HIPSTER MATTI, HARRY POTTER PIETRA MILIARE TOTALE BRAVI BRAVI CONTINUATE A FARE I CLASSISTI E A LEGGERVI I TOMI DI SCRITTORI POLACCHI MORTI SUICIDI GIOVANISSIMI

Si diceva; Alan Rickman in realtà non ha interpretato solo Piton: l’altro ruolo per il quale tutti se lo ricordano è il marito di Emma Thompson in Love Actually, che ora voi romanticoni andrete subito a rivedervi, perché alla fine quando Colin Firth va a trovare la sua filippina in Portogallo per chiederle di sposarlo ci vengono sempre i lucciconi.

Però che cazzo: questo era un super attore e tutti se lo ricordano per essere stato il sosia di Renato Zero che insegnava pozioni a degli insopportabili adolescenti in più doveva pure sorbirsi tutto il disagio di questo mondo. Mica è giusto. Alan, ci penso io a darti un degno tributo, anche perché quando mi hanno detto che eri morto ero triste sul serio. State a mori’ tutti, mannaggia alla miseria.

Non spenderò parole su quanto amassi Rickman, il suo viso meraviglioso, il suo estremo fascino, il sorriso magnetico e la versatilità che ha fatto sì che diventasse un attore in grado di interpretare qualsiasi ruolo: mi limiterò ad elencare 5 film che sarebbe carino rivedere per omaggiarne la figura, perché scommetto che non vi ricordavate che in queste pellicole ci stava pure lui.

  1. Sweeney Todd, quando Tim Burton voleva fa’ il musical perché era il più matto di tutti;
  2. Profumo, storia di un assassino, o del perché mi tinsi i capelli di rosso per la prima volta cercando di somigliare vagamente a quella super fregna roscia bellissima protagonista, invece mia madre mi disse “Questo colore io lo chiamo rosso menopausa” (avevo 22 anni);
  3. Robin Hood – Principe dei ladri: Rickman è il secondo sceriffo di Nottingham che se ne va, il primo è stato lui,
    "Vi chiamate Smerdino...?"
    “Vi chiamate Smerdino…?”

    ab aeternam, ragazzi.

  4. Die Hard, quello che in italiano hanno chiamato Trappola di cristallo (ma perché?): non me lo ricordavo nemmeno io che ci stava lui;
  5. Dogma, il Kevin Smith che ci piaceva tanto.

Bonus: se vi capita guardatevi pure Gambit: non è certo un capolavoro nonostante sia scritto dai Coen, ma Alan Rickman tira su tutto il film.

Grazie, eri un grande.

 

JJ

 

David Bowie e il coraggio delle stelle

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Viviamo in un’epoca di grandi talenti canori e autori inesistenti. Basta accendere la televisione e mettersi a guardare un qualsiasi talent musicale: tantissimi ragazzi e ragazze in competizione per quei fottuti quindici minuti di celebrità, una rincorsa alla celebrità dell’attimo che, nella migliore delle ipotesi, si tradurrà in una folgorante carriera da interpreti eccezionali di canzoni mediocri.

Legioni di schiavi talentuosi “costretti” a mettere la proprio voce al servizio di brani altrui, motivetti da barbiere che rimangono nelle nostre orecchie giusto per la durata dell’assedio radiofonico, in una bulimia di tormentoni stagionali destinati a soccombere di fronte alla prossima ossessione del momento. Non vi è distanza tra terra e cielo per questi cantanti-operai della musica, legati a una catena di montaggio mediatica il cui nastro scorrevole sembra non avere mai fine.

Ma il cielo, anzi lo spazio, è ancora lì, sopra le nostre teste, e qualcuno l’ha persino raggiunto. Costruttore di scale per l’infinito, David Bowie ha speso un’intera carriera nell’esplorazione di ciò che poteva risiedere oltre i limiti. Il coraggio dell’innovazione, la sfida per il futuro, non era semplicemente un fine per il cantautore londinese, ma un vero e proprio mezzo di creazione artistica. Plasmare nuove realtà mettendo in discussione i propri canoni, innovare abbandonando i fardelli insostenibili dei vecchi sé. Ci vuole coraggio, per abbandonare la Terra.

Angelo dell’innovazione musicale, Bowie ha fatto della galassia la propria casa, dei soli e dei pianeti distanti il proprio punto di riferimento costante. E se credete che tutto ciò sia solo una metafora, guardatevi il video dell’astronauta canadese Chris Hadfield in una performance a dir poco commovente di Space Oddity a bordo della Stazione Spaziale Internazionale.

Le stelle sembrano molto diverse oggi, ma l’universo è ancora nelle nostre mani grazie a David Bowie.

Sense: la recensione di un romanzo ancora in corso.

in scrivere by

Quindi Alessandro Capriccioli ha deciso che, tra le tante cose che sa fare molto meglio di me, ora c’è anche la narrativa. E si è messo a scrivere un romanzo di science-fiction che pubblica, a puntate, come se non bastasse, qui.

Ebbene, io detesto lo sci-fi perché è già tanto che riesca a fare login nella mia email senza chiamare l’IT, quindi, per dire, figuriamoci la narrativa basata sulla tecnologia. Non solo, io odio anche le storie a puntate, sin da quando Topolino spezzava le storie lunghe in due o più numeri (maledetto topastro!).

Per darmi un maggior tono, aggiungo che non avrei mai potuto essere un lettore di Hugo, Dumas o Dickens quando scrivevano feuilleton perché non sopporto di dover attendere il seguito di una storia.

Bene, sappiate che se la pensate come me, il romanzo di Ale dovete leggerlo comunque perché io lo sto adorando. Siamo in un’Italia futura, tra una ventina d’anni, e si sono inventati delle app che ti istallano direttamente nel cervello e migliorano di moltissimo le tue capacità e conoscenze.

Ovviamente le app costano, alcune un sacco di soldi, e col cavolo che tutti se le possono permettere.

Chi può, ovviamente le acquista per distanziarsi ancora di più da chi i soldi per comprarle non li ha. E però c’è anche chi questo stato di cose non lo gradisce affatto. Una infima minoranza che si fa disinstallare le app e le rivende perché vuole farcela senza barare e collettivi di contestatori che provano a craccare le app, per il momento con scarsi risultati.

E poi c’è anche chi ammazza, per rubare le app installate nei cervelli altrui. Ed è su questi che indaga il commissario Scaglia, uno che una volta le app ce le aveva e ora non più. Hanno ammazzato un poveraccio, un essere umano di “Fascia C”, un mentecatto insomma che però aveva installate delle app che evidentemente valeva la pena rubare. Di quelle insomma, che non trovi gratis nel fustino del detersivo: e come poteva permettersele, sto sfigato?

Insomma, per ora un sacco di domande e io sto qui come un cretino ad aspettare la prossima puntata. Venite anche voi, nel mondo del romanzo di Ale, vi assicuro che ci piacerà.

Santé

Perché la performance di Milo Moirè non aiuta le donne

in arte/società by

Quello che è successo a Colonia nella notte di capodanno è un evento che mette insieme diverse tematiche contemporaneamente: il razzismo, l’emigrazione, il femminismo e la violenza.

E mentre si cercano i colpevoli diretti ed indiretti, e si lanciano colpe e accuse, c’è chi ha pensato bene di salire sull’onda del rumore per scivolare veloce sulla spuma della attenzione mediatica: l’“artista” Milo Moirè.

Dato che fino a poco tempo fa non la conosceva quasi nessuno, faccio un breve riassunto della signorina in questione: svizzera, 32enne, desiderava diventare pittrice ma poi ha studiato psicologia all’Università di Berna. Vedendo i suoi disegni si capisce anche il perchè. Non che non sappia tenere in mano una matita, ma sicuramente non la si puo definire propriamente un talento. Oggi vive a Düsseldorf con il compagno fotografo ed si è tramutata, guarda caso, in artista concettuale e performer. La sua fonte di ispirazione è, indovinate chi? Si proprio lei, l’onnipresente Marina Abramovic.

Segni particolari visibili: bellissima, e con le tette rifattissime (neanche troppo bene). Questo si vede, perchè è sempre, ma proprio sempre, nuda. Segni particolari meno visibili: quando apre bocca, l’effetto musa algida si spacca come una cristalleria sotto il peso di un elefante. Non so se dipende dal suo accento svizzero, dalla sua vocina da ragazzina innocente e un po’ scema, o dal fatto che non riesce a mettere in piedi una spiegazione intelligente o per lo meno lineare, della sua “opera”.

Ieri la nostra gnocca, alla luce degli eventi di Colonia, ha pensato di esibirsi in una performance a favore delle donne. E cosi, vestita solo di snickers rosa (in quanto a eleganza ha adottato gli altissimi standard tedeschi), ha sfidato i 4 gradi della città e si è piazzata davanti al duomo con un cartello che recita: “Rispettateci! Non siamo selvaggina anche se siamo nude”.

Cosi facendo la Moirè ha dichiarato di voler sensibilizzare l’opinione pubblica sul rispetto della donna e sulla sua libertà e autodeterminazione. E il messaggio, in sè, non fa una piega. Quello che la piega la fa, è il contesto. E come contesto intendo l’artista stessa. Non il suo corpo nudo, ma il suo modus operandi.

Infatti, se sulla sua pagina Facebook è difficile capire se si tratta di un’artista o dell’ennesima ragazza che si fa i selfie con la duck face, visitare il suo sito internet è invece un’esperianza memorabile. Al di là dello statement piuttosto banale sull’uso del corpo, è un po’ come stare su Tube8 ma in versione patinata. E anche poco economica. Si, perchè per scaricare i video delle sue performance senza i bollini della censura sulle parti intime, dovete pagare.

E quando pagate, quello che vedete è la Moirè infilarsi delle uova riempite di colore nella vagina e poi spararle su una tela che verrà poi piegata in due per spargere il colore in maniera simmetrica. In pratica un qualsiasi ping pong show a Pattaya.

Non che un’artista debba per forza essere brutta come la Abramovic perchè la sua nudità venga presa sul serio, mentre se è gnocca non vale. Ma dal momento che le performance di questa artista non hanno un sostegno concettuale profondo, o anche solo un concetto articolato, si traducono, di fatto, in un tentativo di farsi spazio nel mercato dell’arte secondo la vecchia formula del Sex sales. Sono tempi duri per gli artisti, si sa. Bisogna saper attirare l’attenzione.

Di fatto, non c’è nulla di provocatorio o di rivoluzionario nelle performance di Milo Moirè. E, al di la del femminismo, il suo mettere letteralmente in vendita le sue parti intime entra in contraddizione tanto con l’idea di rispetto per la donna, quanto con il concetto stesso di creatività.

Il Capodanno di Matera è provincialissimo. E allora?

in politica/scrivere/società by

Ho aspettato qualche giorno, per evitare di finire nelle polemiche tristi sugli sms e sul Capodanno. C’è peró qualcosa in questo pezzo di Christian Raimo che fornisce spunti per ragionamenti piú generali (se dovesse leggere, non lo prenda per accanimento).

Raimo è, nel panorama culturale italiano, uno a cui tutti devono “almeno due o tre favori”. Se le sue esternazioni non sono necessariamente il metro di cosa pensano gli intellettuali in Italia, quantomeno sono un indizio di che tipo di discorsi vanno bene, sono kosher. Ebbene, se questa premessa è vera, un po’ c’è da preoccuparsi.

Raimo, da persona colta e sensibile, critica il capodanno della RAI perchè “sciatto”, “avvilente”, “provinciale”. La debolezza dell’analisi la sospetti dalla seconda riga, quando Raimo sente il bisogno di dire che non possiede una tv, e dopo aver pestato innecessariamente una merda ne pesta una seconda: “non è snobismo, è praticità”.

Si potrebbe dire che dissezionare così un testo altrui per smontarlo è ingiusto, e concordo. Quelli sono indizi. La cosa più sorprendente, in effetti, è l’articolo in sè: Raimo è senz’altro parte di quella Italia che la sera legge Kant. E usa, non a caso, l’aggettivo nazionalpopolare in senso dispregiativo. Che va tutto bene, uno la sera può leggere Kant e finanche Heidegger, ma allora perchè sta sempre a commentare il nazionalpopolare invece di parlarci di Kant? Forse il pubblico di quelli a cui piace sentirsi fighi disprezzando il nazionalpopolare è più ampio di quelli a cui interessa davvero parlare di Kant? Misteri.

Ma questo, purtroppo, non c’entra niente con l’essere snob, accusa che a molti piace schivare perchè in realtà ama attribuirsi. C’entra con una certa dipendenza dal nazionalpopolare come carattere fondante della propria identità, foss’anche in negativo. Laddove l’identificazione in positivo è una banalità sul presepe, le identificazioni in negativo sono di certo piú potenti e durevoli. A margine, i presepi napoletani piacciono anche a me che non sono cristiano. Ma sono meridionale e provinciale, come Mattarella. Capita.

Dopo di che, se del provincialismo si deve parlare, visto che lo fa anche Raimo, facciamolo. Provincialismo sarebbe, secondo lui, restituire l’atmosfera da sagra di paese, glorificare la provincia intesa come piccolo centro. Sarà. Andrebbe detto che l’Italia è proprio un collage di province, diverse e uniche nel bene e nel male, di piccoli centri e delle loro eccellenze, economiche oltre che culturali. Non fa chic per chi ha il mito di Parigi: il provincialismo è un vecchio mostro nella cultura italiana, malata di derivativismo e complessi di inferiorità.
Scherzando sul successo delle Lezioni Americane, Arbasino commentava che se invece che ad Harvard Calvino le avesse tenute a Cassino forse non staremmo a ricordarle cosí spesso. Forse era vero allora, se da un lato le cose che uscivano sul new Yorker o sul Partisan Review diventavano dibattito culturale in Italia con due anni di ritardo, e dall’altro la produzione culturale e artistica continuava ad influenzare anche quella di altri paesi. Ma quanto è vero ora? La proposta culturale delle riviste intelló come IL magazine, Rivista Studio e simili è totalmente derivativa, al punto di vivere di riflesso sulle analisi anche dei fatti nostri: si veda il codazzo di articoli “lucani”, tanto per rimanere sul tema, seguito proprio a un bel servizio del New Yorker.

In un deserto simile, in cui la produzione di idee originali è vista come qualcosa di sconveniente, tanto c’è prima da tradurre Franzen ed eccitarsi di rimbalzo del successo – esploso altrove – della Ferrante (ma poi chi dovrebbe comprare questi prodotti se esiste un analogo, migliore e più onesto, anche se scritto in inglese?), vivono le analisi dei Raimo e dei loro analoghi meno sofisticati. In attesa di una nuova tirata, questa invece molto autentica e ruspante, contro il solito neoliberismo.

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