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L’insostenibile pesantezza di Diego Fusaro

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Learco Pignagnoli è un autore fittizio e geniale scrittore di aforismi, nato dalla penna di Daniele Benati. C’è un passo della sua Opera numero 100 che dice:

“Se andate a comprare un romanzo di Moravia, non comprate un romanzo, ma un mezzo chilo di carta. E allora, anziché chiedere al libraio di darvi un romanzo di Moravia, dovreste dire più onestamente: Mi dia mezzo chilo di carta di Moravia. Ma non lo dite perché siete schiavi delle apparenze. Volete comprare un chilo di carta? Va bene, comprate un chilo di carta! Basta che non veniate a dirmi d’aver comprato un romanzo.”

Ora, io vorrei scrivere una recensione al nuovo libro di Diego Fusaro Pensare altrimenti (Einaudi 2017) e mi piacerebbe poter dire: prendete questo testo di Pignagnoli, sostituite ‘Fusaro’ a ‘Moravia’ e ‘saggio’ a ‘romanzo’, e avrete la mia recensione. Ma purtroppo non si può.
Non si può per una ragione molto concreta: il libro l’ho acquistato in ebook, e perciò in cambio dei miei sette euro e novantanove non ho ricevuto neanche quei 181 grammi di carta – tanto pesa il libro vero – che avrei potuto magari riutilizzare per scopi più nobili che non la lettura di Pensare altrimenti. Oltre al danno, la beffa.

Devo confessare che la mia è stata una lettura tutt’altro che scevra di pregiudizi. Qui, per esempio, avevo già parlato di Fusaro, e la mia opinione nel tempo non è cambiata. Diego Fusaro (DF) e il suo (piccolo) successo accademico e mediatico continuano a rimanere per me, da anni, un grandissimo mistero.
Come sottolineavo in quell’articolo, DF ripete ossessivamente le stesse tre o quattro cose. Il risultato è un’antologia rimasticata di marxismo stilizzato, propaganda nazionalista-reazionaria e di pensiero anti-tecnica, caro a una certa tradizione filosofica europea. Con l’aggravante che lo stile di Fusaro è fatto di slogan iper-semplificati, che normalmente traveste di un pesante e pedante armatura di paroloni che dovrebbero suonare ‘filosofici’ (nel senso del manuale del liceo) e citazioni – anche qui quasi sempre le stesse – del tutto estrapolate dal contesto originale e piegate alla funzione di glosse autoritative a ciascun pensierino.

Questo libro non fa eccezione, purtroppo. La sensazione che si ha leggendo Pensare altrimenti è quella di testo strutturato per accumulo: ogni frase, ogni periodo, potrebbe essere spostato più o meno in qualunque altro punto senza che il senso complessivo ne risulti compromesso. Se c’è un motivo per ammirare profondamente Fusaro è proprio questa sua ostinata capacità di produrre ben diciotto brevi capitoli riuscendo a dire continuamente le stesse cose, ma con parole ogni volta (leggermente) diverse.

Il libro si propone come un’analisi della categoria di dissenso: Fusaro ci spiega che la società moderna – la società capitalista e neoliberale – ha annientato il dissenso. Lo ha fatto – dice – nella sua forma più estrema e, dunque, realmente totalitaria: ha cioè annullato la possibilità stessa di pensare al di fuori dell’ “ordine reale e simbolico dominante”. Si è così avverata, senza naturalmente che noi (ma Fusaro sì!) ce ne accorgessimo, la distopia orwelliana di 1984, dove il controllo del grande fratello sui cittadini ha raggiunto lo stadio perfetto, quello della manipolazione compiuta dei pensieri.
La società capitalistica, sostiene DF, rende impossibile il costituirsi stesso del dissenso, che dunque non è semplicemente silenziato o represso, come nei regimi autoritari classici. Insomma, per Fusaro viviamo in un totalitarismo al cui confronto quelli novecenteschi sono addirittura, in un certo senso, preferibili perché, pur nell’agire repressivo, garantiscono tuttavia che si creino le condizioni di possibilità per il dissenso. No, non è un’esagerazione, lo dice davvero.

Tutto questo, secondo lui, è reso possibile da un trucco del Potere che Fusaro ha però smascherato. Il ‘pensiero unico’ del capitalismo viene in realtà frammentato in una serie infinita di false dicotomie che, dice, non intaccano mai il nucleo totalitario del sistema di dominio globalista e capitalista. Tra le apparenti dicotomie che compongono il “falso pluralismo democratico della civiltà occidentale” ci sono, per DF, quella tra destra e sinistra, omosessuali e omofobi, atei e cattolici, veg(etari)ani e carnivori, esterofili e nazionalisti.

All’interno del programma di Rai3 Quante Storie, la scrittrice Michela Murgia ha “stroncato” il pamphlet di Fusaro, soffermandosi però esclusivamente sul giudizio approssimativo che DF dà della “ideologia gender”, che per l’autore altro non è che l’ennesima concreta manifestazione della tendenza, tipica del “mondialismo”, a livellare le differenze allo scopo di creare un’individuo-consumatore privo di identità.
Ma l’opinione della Murgia, pur giustificata, mi ha lasciato perplesso per quello che presuppone, più che per ciò che dice. Le parole di Fusaro sul gender occupano sì e no una paginetta. Concentrarsi su quelle poche righe per dare un giudizio negativo sul libro significa, in effetti, prendere altrimenti sul serio il contenuto di questo libretto. E infatti la Murgia fa una lunga premessa alla sua “stroncatura” per dire che le dispiace stroncare un autore di cui, tutto sommato, condivide i presupposti.

Com’è possibile?
Me lo chiedo onestamente, sconsolatamente. Com’è possibile, prima ancora di discordare con Fusaro, prendere sul serio quello che scrive? Per chiunque abbia un minimo di familiarità con il discorso scientifico, dovrebbe sembrare immediatamente chiaro che le affermazioni di Fusaro sono a) banalmente false, b) prive di senso, c) del tutto non verificabili/falsificabili. Come si fa a leggere un passaggio come questo, per esempio, e prenderlo sul serio?

“Del resto, a differenza delle società del passato, quella sussunta sotto il capitale non necessita più di essere fondata sulla normatività eteronoma di metafisiche veritative e sulla conseguente persecuzione dei dissidenti. Si regge unicamente sull’allargamento nichilistico onnilaterale della forma merce e sull’estensione infinita della norma del valore di scambio. Tale allargamento accetta ogni pensiero e ogni opinione, anche se apertamente contestativi, assimilandoli all’interno del circuito della produzione e dello scambio, secondo il modello del volto di Che Guevara ridotto a effigie rassicurante sulle magliette di marca.”

Come si può prendersela solo per quello che Fusaro scrive, ad esempio, degli studi di genere dimenticando che il medesimo giudizio è da lui riservato a tutto quello che gli passa sotto il naso? I movimenti di sinistra e quelli di destra, l’economia, le file ai supermercati, la matematica e le scienze, l’inglese, il terrorismo islamico, le magliette con l’effigie del Che? Pressoché tutto ciò che accade nel mondo è immediatamente analizzabile usando le categorie della neolingua orwelliana, dell’anticonformismo conformista, dell’onnimercificazione iperedonistica. In una parola, tutto è forma, manifestazione o momento del grande blob del capitalismo occidentale.

Nel libro Fusaro compie uno sforzo impressionante per chiamare con nomi diversi, senza mai dare uno straccio di definizione o di chiarificazione, questa cupola che quotidianamente ordisce il complotto planetario che Fusaro dice di aver scoperto. Io ne ho contati almeno quarantatrè:

1. ordine simbolico dominante 2. ordine simbolico imperante 3. pensiero unico mondializzato 4. pensiero unico neoliberista 5. neoliberismo 6. potere neoliberale 7. regime dell’apartheid planetario pudicamente chiamato capitalismo 8. Capitale 9. Monsieur Le Capital 10. Potere 11. Dominio 12. mondo della manipolazione organizzata e del «si dice» planetario 13. monoteismo del mercato 14. monoteismo idolatrico del mercato 15. fanatismo economico 16. integralismo economico 17. fanatismo economico-finanziario 18. fanatismo economico-finanziario globale 19. ordine entropico della mondializzazione 20. totalitarismo del mercato 21. sistema del fanatismo economico 22. oligarchia finanziaria 23. integralismo economico globale 24. teologia mercatistica 25. odierna civiltà della tecnica 26. tecnocapitalismo 27. odierna democrazia di massa della civiltà dei consumi 28. nuovo ordine mondiale classista planetario 29. nuovo ordine mondiale della società di mercato 30. nuovo ordine globale 31. ordine egemonico 32. ordine simbolico della civiltà dei consumi 33. ordine economico spoliticizzato 34. partito unico della produzione capitalistica 35. nuova élite neofeudale 36. astuzia della ragione capitalista 37. regime mondialistico della produzione e del consumo 38. dominio a stelle e strisce 39. signori del mondialismo 40. aristocrazia finanziaria 41. signore neo-oligarchico 42. signore globalista e neo-feudale 43. il nuovo ordine mondiale dell’economia classista spoliticizzata.

Come può una ‘teoria’ che pretende di spiegare qualunque cosa usando il medesimo meccanismo, cambiando solo di tanto in tanto l’ordine delle parole, sperare di spiegare qualcosa?

Bisogna dirlo una volta per tutte: Prendere sul serio Diego Fusaro è una stronzata. (Con buona pace di Andrea Coccia che ha scritto una bella recensione di questo libro per Linkiesta che si chiama proprio “Leggere Fusaro prendendolo sul serio”). E’ una stronzata perché la filosofia, per Fusaro, non è una cosa seria.
È piuttosto una posa. Un modo come un altro per conquistare la scena, per diventare personaggio. Chiunque abbia bazzicato almeno una volta i profili social pubblici e personali di Fusaro sa bene che sono letteralmente invasi da suoi primi piani quasi tutti identici. DF è ossessionato dagli autoritratti anche se, ironicamente, ha pubblicato un video in cui dice che i selfie sono una manifestazione (indovinate un po’!) del narcisismo atomizzante al quale ci costringe la società capitalistica.

Il discorso di Fusaro non è diverso dal discorso dei complottisti da bar, degli scie-chimicisti di Facebook, dei Salvini, Grillo, Barnard, Paragone. Non ha più valore di questi ultimi, non fornisce più dati su cui confrontarsi, non offre nuovi argomenti logici ai quali provare a controbattere. Se si sente l’esigenza di prenderlo sul serio – di amareggiarsi se la sua opinione sul gender non è quella che ci si aspetterebbe da un pensatore marxista – è perché la posa che Fusaro ha scelto è quella dell’intellettuale e del filosofo.

Ma travestire un discorso da bar – con i medesimi contenuti del discorso da bar – con qualche dotto riferimento storico-filosofico, non vuol dire essere un intellettuale. Sottrarlo alla comprensibilità immediata usando una sintassi e un lessico incredibilmente involuti, dove le parole sono scelte – spesso a sproposito – non per quello che significano, ma per via del registro alto o desueto al quale appartengono, non vuol dire essere un filosofo. Vuol dire, se possibile, l’esatto opposto.
Vuol dire giocare sporco, per indurre nel lettore o nell’interlocutore una forma di rispetto autoritario. Per creare, silenziosamente, una bugiarda gerarchia della conoscenza, che mira a suscitare il timore della propria ignoranza. (È lo stesso meccanismo per cui Fusaro si fa chiamare, in tv, professore pur essendo un ricercatore universitario a contratto). È un bluff. Tutto sommato innocuo, da ridere, ideale per le parodie come quella di Diego Fuffaro su Facebook.

Poco tempo fa, nel 2014, nella stessa collana Vele in cui è uscito il pamphlet di Fusaro, Einaudi ha pubblicato il libro di un altro filosofo, Diego Marconi, Il mestiere di pensare. I titoli dei due libri hanno in comune la parola chiave ‘pensare’, e non potrebbero essere più diversi l’uno dall’altro nel modo in cui traducono in pratica questo verbo filosofico per eccellenza.
Marconi insiste molto sulla umiltà della pratica filosofica, che non è diversa nei metodi e nei requisiti da quella di altre scienze pure. Per fare filosofia, come per fare matematica o linguistica teorica, è necessario innanzitutto acquisire gli strumenti del mestiere: la logica, il rigore argomentativo e la capacità di riconoscere le fallacie, di distinguere un argomento valido da uno che non lo è. E poi: la chiarezza dell’esposizione, la dimestichezza con le questioni aperte in un determinato settore, con le ‘soluzioni’ più influenti e i problemi più macroscopici di queste ultime. Secondo Marconi, di fronte a un testo o un discorso che si presenta come filosofico, anche il lettore non esperto dovrebbe porre a sé stesso una semplice domanda: “Che ragioni mi sono state offerte, a ben vedere, per credere tutto ciò?”

Regalatevi, se volete, il libretto di Fusaro e fatemi sapere. Poi però non dite che non vi avevo avvertito. Volete comprare centottantuno grammi di carta? Va bene, comprate centottantuno grammi di carta! Basta che non veniate a dirmi d’aver comprato un libro di filosofia!

Herzog e i vulcani: vita, morte e natura

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Era il 1976 quando, nell’isola di Guadalupa, fu dato ordine di evacuazione immediata a causa del vulcano locale, La Soufrière, il quale minacciava di eruttare sommergendo l’intero luogo (e la sua popolazione).

L’evacuazione era stata la soluzione finale di un’accesa diatriba che si era disputata fra gli scienziati Claude Allègre

Non sono un serial killer

e Haroun Tazieff.

Scusa se sono un figo

Il primo, agitatissimo, aveva convinto il prefetto dell’isola ad evacuarla completamente, cosa che alla fine fu fatta, almeno in parte: circa 75000 abitanti furono costretti ad abbandonare le proprie case, in vista del disastro che si prospettava. Di questa opinione però non era Tazieff, al quale poi la storia avrebbe dato ragione. Difatti la catastrofe non ebbe mai luogo, e pian piano, dopo un po’, l’isola tornò alla vita di tutti i giorni.

Noi però sappiamo che questo evento portò zio H. più vicino di quanto non avrebbe dovuto al vulcano attivo, generando quello che sarebbe diventato uno dei suoi documentari più famosi, La Soufrière. Ai più potrebbe non dire nulla, ma rimane in ogni caso un documento di straordinaria autenticità e bellezza, e, se il vulcano fosse esploso sommergendo i  dintorni dell’isola, la testimonianza di Herzog della città di Basse-Terre a oggi sarebbe l’unica che ci rimane.

Torniamo ai vulcani.

Nel 2007 sarebbe poi uscito Encounters at the End of the World, film in cui Herzog non aveva alcuna intenzione di parlare di vulcani, ma, come spesso accade nei suoi documentari, era partito per la tangente. Mentre filmava la vita degli scienziati sulla stazione McMurdo in Antartide, era rimasto affascinato da alcuni vulcanologi e dal loro lavoro: lì aveva conosciuto lo scienziato e vulcanologo Clive Oppenheimer, con cui aveva fatto amicizia. Clive e i suoi colleghi avevano spiegato a zio H. i rischi del loro lavoro, e cosa comportava stare all’aperto in giornate in cui la temperatura arrivava a -32°, mentre accanto a loro c’era il monte Erebus, uno dei pochissimi vulcani attivi al mondo il quale, se guardato dall’alto, mostra direttamente la lava.

Clive Oppenheimer e Werner Herzog in Encounters at the End of the World, 2007

L’incontro con Clive non sarebbe rimasto un semplice “ciao, come ti chiami”, ma avrebbe portato, dieci anni dopo, alla realizzazione di un altro documentario, questa volta direttamente dedicato ai vulcani, Into the Inferno, in cui Herzog, insieme al suo amico (che lo ha anche aiutato nelle riprese) si gira Indonesia, Islanda, Corea del Nord ed Etiopia esplorando una delle più grandi risorse e insieme pericoli del nostro pianeta.

Into the Inferno è un film molto più maturo del predecessore La Soufrière. Al di là del fatto che il suo gemello del 1977 era stato girato in pochissimo tempo (giusto per non rischiare di morire in mezzo ai lapilli) e che dura soltanto 30 minuti, La Soufrière affronta la conoscenza dei vulcani da un punto di vista meramente distruttivo. Sappiamo quando a zio H. piaccia l’idea dell’inevitabilità della morte, della violenza della natura e del suo essere per certi versi indecifrabile, e nel film del 1977 i suoi pensieri vengono fuori in modo molto chiaro: avrebbe dovuto essere l’ultima testimonianza di un disastro annunciato ma inesorabile, tanto più che H. e la sua troupe avevano incontrato ben tre persone che si erano rifiutate di lasciare le proprie case, adducendo come motivo comune “la morte si può solo rimandare, ma non evitare”.

In Encounters, invece, i vulcani solo un piccolo contorno, ma è proprio Clive, in un dialogo con Herzog, a esprimere un concetto fondamentale, che in un certo senso celebra la vita: vale la pena mettere la propria in pericolo per studiare un vulcano? La risposta naturalmente è negativa: Clive racconterà (dieci anni dopo) che inizialmente, conoscendo la fama di Herzog, aveva avuto paura che il regista gli avrebbe chiesto di scendere il più vicino possibile alla lava in nome del cinema. Ma poi aveva capito che Herzog, in realtà, dava più valore alla vita di quanto non volesse lasciar intendere nei suoi film.

Noi lo conosciamo come un regista che parla di grizzly assassini, di vampiri, di solitudine dell’uomo e chi più ne ha più ne metta, ma in Into the Inferno emerge più chiaramente il lato più, per così dire, “ottimista” di zio H. I vulcani rappresentano due facce della stessa medaglia: la vita e la morte. Per alcuni sono assimilabili a un dio, da onorare e rispettare, per altri una ragione di studio e di vita; in Corea del Nord addirittura il monte vulcanico Paektu è venerato dall’intera popolazione, citato nel loro inno nazionale e considerato un luogo di culto, in quanto, secondo una nota leggenda, sarebbe il vero luogo di nascita di Kim Jong-il.

Ed è in Etiopia, alle pendici del vulcano Erta Ale che alcuni paleontologi cercano instancabilmente e trovano nella terra tracce dei nostri progenitori: non dimentichiamoci che i terreni vulcanici sono fra i più fertili al mondo, quindi ha perfettamente senso che ci fossero insediamenti più vecchi di quanto non possiamo immaginare.

Ma non disperate: naturalmente il vecchio zio H. non ci risparmia la parte in cui ci racconta e fa raccontare cosa rappresenti per la vita l’eruzione di un vulcano, chiudendo anche il film con il capo del villaggio Endu, situato nell’arcipelago di Vanuatu, che spiega cosa pensa succederà alla fine dei tempi: sarà il vulcano a distruggere tutto, il vulcano che condannerà la razza umana, quello del villaggio di Endu e tutti i vulcani presenti sulla superficie terrestre. E vai.

Insomma, il cerchio si chiude.

La “trilogia dei vulcani” la reperite facilmente: La Soufrière è disponibile su youtube, Encounters at the End of the World ve lo potete comprare su Amazon (sempre dare soldi a Herzog, in tutte le occasioni) e Into the Inferno lo trovate pure su Netflix.

JJ

Le donne di Edge of Arabia: la questione femminile passa per l’arte

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Ieri in tutto il mondo si celebrava la giornata contro la violenza sulle donne.
Nell’Anno del Signore 2016 stiamo ancora affrontando una realtà purtroppo non estranea a nessun luogo conosciuto o non del globo terraqueo.
La violenza sulla donna ha più sfumature e variazioni di una complessa composizione di musica classica: da quella psicologica a quella fisica e/o politica. La pressione sociale, inoltre, è un costante carico ulteriore.
Negli ultimi tempi il primo esempio lampante che viene preso in considerazione quando si parla di oppressione e violenza, è quello della donna musulmana.

La condizione della donna in una società in cui dominio religioso, statale e maschile delineano una chiara sottomissione è più facilmente “attaccabile” rispetto alla contraddittorietà della questione in Occidente, in cui diritti acquisiti, femminismi esasperati, libertà e partecipazione si accompagnano a controspinte violente e a rappresentazioni mercificate del corpo femminile.

Il bombardamento mediatico che subiamo nella nostra piccola parte di mondo occidentale crea – a proposito della condizione femminile nell’Islam – una semplificazione estrema di un fenomeno molto più complesso e pieno di sfaccettature. Il velo – che sia il Niqab, il Hijab o il Chador- è diventato ormai una sineddoche dell’oppressione della donna nei paesi islamici. Il suo significato storico/culturale passa in secondo piano, viene dimenticato o negato.
E’ innegabile che la condizione della donna in luoghi in cui la religione è  radicalizzata sia estremamente complicata e oppressiva. Costantemente pericolosa sia da un punto di vista fisico che psicologico.
La cosa interessante è che, come la storia spesso dimostra, è nelle situazioni politiche ed esistenziali più terribili che la natura umana riesce a trovare la sua strada per emergere e brillare. Ed è quello che sta succedendo nella scena artistica in paesi estremamente conservatori come l’Arabia Saudita.

Nel 2003 un artista inglese di nome Stephen Stapleton fonda insieme agli artisti sauditi Ahmed Mater e Abdulnasse Gharem “Edge of Arabia”, una piattaforma web che rappresenta artisti (sia uomini che donne) provenienti dal regno saudita e da altri paesi islamici. Nato come ponte comunicativo tra il mondo arabo e quello occidentale, Edge of Arabia è cresciuta negli anni, organizzando mostre, programmi educativi e pubblicando cataloghi in tutto il mondo, da Londra a Berlino fino alla Biennale di Venezia nel 2011 e, infine, oltre ogni utopica speranza, a Jeddah nel 2012. La storia completa dell’ organizzazione la trovate qui.

Edge of Arabia è la dimostrazione di come negli ultimi 15 anni la scena artistica di questi paesi si sia sviluppata velocemente. I cambiamenti e le pressioni del regno saudita hanno creato una base di frustrazione da cui partire per andare oltre i confini della censura e comunicare con il mondo esterno attraverso il linguaggio dell’arte.
C’è da chiarire e sottolineare che la maggior pare di questi artisti sono ben critici verso la situazione politica dei loro Paesi: il fatto stesso che molte donne siano rappresentate su questa piattaforma, indica che anche all’interno di società così chiuse e conservatrici, la necessità di cambiare lo status quo esiste ed è sempre più forte.
Da un punto di vista della pratica artistica in sé, quello che colpisce è l’eleganza con cui le opere di queste artiste mettono in atto queste critiche: sottovoce, quasi in silenzio, senza gridare. In una realtà dove la censura è così forte che in un momento può tradursi in pena di morte, ogni mossa deve essere sottile, studiata. Queste artiste hanno capito che se vogliono portare un cambiamento nella società, questo cambiamento va fatto con grazia, e intelligenza, flirtando e giocando con i limiti di espressione. Senza sconvolgere, perché non porterebbe a nulla. E senza negare una identità tradizionale e culturale ben radicata.
Un passo alla volta: creare coscienza, stimolare la cultura, farsi accettare (e in certi casi addirittura sostenere) dal sistema politico/religioso. D’altronde, Rome wasn’t built in a day.

 

Di seguito tre artiste da tenere d’occhio, e le loro opere più affascinanti.

Per conoscerne altre, oltre al sito di Edge of Arabia, potete cercare qui.

Manal Al Dowayan (Saudi Arabia)
Nata ad Ash-Sharqiyah, nella provincia orientale del regno, Manal Al Dowayan è un’artista multimediale che lavora principalmente con la fotografia e l’installazione sul tema della memoria collettiva e della posizione della donna all’interno della società saudita.
Una delle sue opere più importanti è “Esmi-My name”:
In Arabia Saudita pronunciare in pubblico il nome di una donna  è tabù. Gli uomini trovano offensivo pronunciare il nome di una donna della loro famiglia di fronte ad altri e le donne nascondono il loro nome per non offendere gli uomini di famiglia. Questa prassi non ha alcun fondamento religioso ed esiste solo nel regno saudita. (così come, ad esempio, il divieto di guidare per le donne in realtà  è  una imposizione sociale senza alcun fondamento legislativo, nda). Al contrario, nel Corano e negli Hadith (aneddoti sulla vita del profeta Maometto) i nomi delle donne vengono sempre pronunciati con orgoglio dagli uomini.
Attraverso questa opera Manal Al Dowayan vuole spezzare questo tabù: invita cosi donne da diverse parti del regno, madri, artiste, scienziate, accademiche, a scrivere il loro nome su delle grandi sfere di legno che andranno a formare dei grandi Tasbeeh (il rosario arabo) discendenti dal soffitto.

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Nell’opera “Suspended Together” Manal Al Dowayan affronta il tema della libertà (limitata) di viaggiare per le donne saudite: l’installazione è formata da colombe sospese nello spazio. Al primo sguardo la sensazione che si percepisce è quella di leggerezza e libertà, ma a uno sguardo più attento si nota che sul corpo delle colombe è attaccato il permesso di viaggio di alcune donne, firmato dal loro “guardiano”. Questi permessi sono stati donati da persone provenienti da diversi ceti sociali. Come l’artista stessa spiega: “indipendentemente dall’età e dalle conquiste raggiunte, quando si tratta di viaggiare tutte le donne vengono trattate come greggi di colombe sospese”.

Boushra Yahya Almutawakel (Yemen)
Nata a Sana’a nel 1969, Boushra Almutawakel ha sempre lavorato come fotogiornalista, tra gli altri anche per le Nazioni Unite. Nel 1999 è stata la prima donna fotografa dello Yemen a ricevere un’onorificienza dall´ Empirical Research and Women’s Studies Centre della Sana’a University.
Uno dei suoi progetti fotografici personali è la serie “Hijab/Veil”: In quanto donna musulmana che ha sperimentato il velo in prima persona, attraverso questa serie l’artista mette a nudo i sentimenti contrastanti riguardo a questo indumento dalla forte valenza iconica, cercando di uscire dai clichè e sottolineandone la complessità e la sfaccettatura, andando oltre il bianco e nero, per mostrare, nelle sue stesse parole, “la convenienza, la libertà, la forza, la potenza, la liberazione, le limitazioni, il pericolo, l’umorismo, l’ironia, la varietà , gli aspetti culturali, sociali e religiose, così come la bellezza, il mistero, e protezione. L’hijab / velo come una forma di auto-espressione, non solo come un fenomeno arabo del Medio Oriente, le sue tendenze, la sua storia e la politica così come interpretazioni divergenti, e la paura che ne consegue. Voglio anche fare attenzione a non alimentare le diffuse immagini negative stereotipate più comunemente raffiguranti il velo nei media occidentali, in particolare la nozione che la maggior parte o tutte le donne che indossano il velo, sono deboli, oppresse, ignoranti, e arretrare. Inoltre, spero di sfidare e guardare entrambi gli stereotipi sia occidentali che del Medio Oriente”

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Tamadher Al Fahal (Bahrain)
Tamadher Al Fahal è una giovane artista del Bahrain, che ha creato una propria Zine chiamato “Diary of a Mad Arabian Woman” , in cui esprime la sua frustrazione e descrive i confitti e le contraddizioni della vita di una giovane donna nel Medio Oriente. I temi vano dalla religione alla cultura e vengono trattati in maniera sarcastica e divertente, mettendo a nudo la lotta interna di una persona che fatica a definire cosa è giusto e cosa è sbagliato in una società conservatrice ma allo stesso tempo in rapida evoluzione che spinge la donna ad intraprendere una carriera mantenendo saldi i principi dell’Islam, contemporaneamente con la pressione di un mondo esterno, quello occidentale, e dei suoi pregiudizi.

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Lo and Behold: le aspettative di una fan

in cinema by

Ciao.

Quando mi hanno detto che sarebbe uscito un nuovo documentario girato da Herzog, ho attraversato tre fasi: l’esaltazione, l’attesa spasmodica e le aspettative.

Naturalmente, adesso che sta per uscire, sono nella fase tre. E mi sono chiesta cosa possa scaturire da un documentario dello zio H. che, entrato nel settantacinquesimo anno di età, decide di parlare di internet. Uno che non ha nemmeno lo smartphone, uno che

Dunque.

1.Sarà un film epico

Stiamo parlando di internet, la piattaforma sulla quale ogni giorno puoi scegliere quale video di gatti guardare e di Herzog, uno che per non scendere a compromessi con una nota casa di produzione cinematografica ha fatto passare una nave da un lato all’altro di una montagna. Sono abbastanza certa che H. inserirà musiche altisonanti e ci farà vedere le immagini dello spazio, tipo “l’uomo è solo,  ma c’è internet con lui”.

2. I commenti del regista

Già dal trailer si possono sentire due o tre frasi che rendono l’idea di cosa sia un documentario girato da Werner Herzog: normalmente infatti nei documentari i registi sono restii a dare la propria opinione facendo sentire la propria voce. Herzog no: lui usa il cinema documentario quasi come una specie di diario personale, e se vuole dire una cosa, la dice. “Per adesso -sentiamo dire a uno scienziato nel trailer del film- non riusciamo nemmeno a mandare un singolo uomo su Marte” ma Herzog lo interrompe: “Io verrei”, dice, “non avrei alcun problema.” Non vedo l’ora di sentire il resto.

3. Solitudine e ansia

H. non perderà occasione per ricordarci di quanto siamo soli, tristi e senza speranza. Anche con i video dei gatti a disposizione.

4. Insegnamenti di vita, riflessioni, viaggi mentali

Se c’è una cosa che ho imparato guardandomi i documentari di zio H. è che poi si riflette su tutto ciò che ne concerne, e oltre. Inizi a pensare “diamine, ha ragione”, e parti per la tangente riflettendo su cos’è la tua vita, su come l’argomento si riflette sulle tue azioni, sulle tue opinioni, e finisci a piangere sotto la doccia per fare finta che sia solo acqua.

5. Me lo devo riguardare

Quando si finisce di vedere un documentario di Herzog, la prima cosa che viene in mente è “ok, probabilmente ho assorbito solo il 15% di quello che mi voleva dire”. Ed è esattamente così: sono talmente pieni di roba che è impossibile percepire tutto subito.

6. Casa

Guardarsi un documentario del genere deve essere un’esperienza che ti fa sentire a casa tua, con un signore gentile che ti spiega le cose e ti invita pure a rispondergli quando fa una domanda. E tu gli rispondi, perché veramente sembra che sia lì seduto accanto a te. Poi la gente al cinema si gira e tu pure ti giri scuotendo la testa, “ehhh, lo fanno, lo fanno.”

Sono molto emozionata. Evviva il 2016.

 

JJ

 

Cari comunisti, Israele è roba vostra

in politica/storia by

Un paio di post fa si è mostrata l’incompatibilità teorica tra comunismo e qualsiasi forma di dottrina religiosa, tuttavia è risaputo che  durante la guerra fredda i rapporti tra i comunisti e gli stati islamici furono intensi e duraturi. Ciò che è meno noto è il fatto che senza l’apporto dei comunisti non sarebbe mai nato lo stato di Israele. Visto che la questione israeliana è uno dei verminai del secondo Novecento, per il quale ancora oggi si è lontani da trovare un rimedio, vale la pena approfondire il tema.

Riflessioni di questo tipo possono sembrare un’assurdità per i duri e puri della sinistra moderna, non bisogna però dimenticare che la maggior parte degli alti gradi del partito bolscevico della prima ora erano composti da ebrei: Zinov’ev, Trotsky e persino Lenin, che aveva parenti ebrei.

Tale preponderanza della componente israelitica, seppur laica, spinse politici del calibro di Churchill a considerare il comunismo come un “complotto del giudaismo internazionale” (esternazione già sentita, vero?). A ben guardare erano pochi gli stati membri in Europa orientale nei quali gli ebrei non fossero ai vertici del Partito: in Ungheria i padri del comunismo come Kun erano ebrei, a Praga ̶  per dirla con le parole di Gobbeles  ̶  i medesimi ebrei “infestavano il governo”; erano inoltre ebrei anche i filosofi di rifermento come Lukács e, nemmeno a dirlo, Karl Marx.

Al termine della seconda guerra mondiale, per tenere fede alla dichiarazione Balfour, oltre che sull’onda emotiva di ciò che era successo durante il conflitto, l’ONU riconobbe lo Stato di Israele, al quale doveva essere affiancato uno stato palestinese. L’intervento americano e occidentale in assemblea fu tiepido, mentre furono decisivi il voto e l’arringa dell’URSS: ciò contribuì a far scoppiare il primo conflitto arabo-israeliano. Per Israele era in gioco la propria esistenza, gli stati arabi lottavano per una parte del territorio che consideravano loro; nel mezzo c’erano i palestinesi, privi di esercito e ritenuti dai loro fratelli arabi scevri da ogni diritto.

Per farla breve, Israele si salvò grazie agli ingenti aiuti militari e logistici forniti dai comunisti cecoslovacchi. In questa prima fase della nascita dello stato di Israele gli USA mantennero le distanze, poiché pensavano di compromettere i rapporti con i partner commerciali arabi; d’altro canto inglesi e francesi erano fortemente contrari alla formazione di uno stato che minava la loro influenza nell’area. La tensione internazionale crebbe quando gli USA protestarono ufficialmente con il governo cecoslovacco a causa dell’aiuto “illegale” procurato da quest’ultimo agli ebrei di Palestina.

Resta da spiegare perché i comunisti cecoslovacchi aiutarono Israele. A questo proposito bisogna ribadire che a Praga gli ebrei si trovavano in tutti i gangli del Partito, per di più la Cecoslovacchia era il paese sovietico in cui il numero di sinagoghe era aumentato maggiormente durante i primi anni di comunismo. A quel tempo si pensava inoltre che Israele si sarebbe potuto unire all’Internazionale Comunista in un numero esiguo di anni.

Dopo la vittoria della guerra Israele si consolidò e nel giro di pochi mesi si assistette a uno dei più grandi stravolgimenti delle relazioni internazionali che si ricordi, con gli USA a sostegno dello stato di Ben Gurion e l’URSS sempre più distante nei confronti degli ebrei, sia dentro che fuori dai propri confini. In seguito iniziarono le purghe interne e le denunce di fantomatici complotti giudeo-capitalisti (dovuti alla definitiva affermazione del panslavismo sostenuto fermamente da Stalin), ci fu l’eliminazione di molti quadri in Ungheria e Cecoslovacchia durante le rispettive “rivoluzioni”, infine si ebbe l’avvicinamento all’asse arabo prima e al movimento di liberazione palestinese poi.

Questa è una pagina della storia del movimento comunista mondiale che rimane sempre nelle retrovie. I “compagni”  di oggi, rigorosamente antisionisti, spesso non la conoscono nemmeno. Da un lato ciò va imputato al fatto che quasi tutta la sinistra radicale odierna ripudia l’esperienza sovietica  ritenuta deviata dallo stalinismo. Dall’altro lato i reduci più ortodossi si sono anagraficamente formati un momento in cui l’Urss e i partiti comunisti occidentali sostenevano la causa palestinese. Nei primo anni 50 la situazione era un po’ più complessa: le alleanze sovietiche vanno considerate come contingenti, ricordando che il fattore religioso fu sempre impiegato in base a interessi di potenziamento e di influenza specifici della potenza comunista.

Brexit e le leggi fondamentali della stupidità umana

in società/storia by

In questi tempi di Brexit, sadomasochismi nazionalisti e velleitarismi autarchici, mi sembra doveroso rievocare le cinque leggi fondamentali della stupidità umana secondo lo storico padovano Carlo M. Cipolla:

Prima Legge Fondamentale: Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione. Investitori in borsa, sondaggisti e scommettitori hanno puntato fino all’ultimo sulla sconfitta del fronte leave al referendum britannico, rimanendo così clamorosamente smentiti dai fatti.

Seconda Legge Fondamentale: La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa. A sostegno di questa tesi, ci si limiti a dare uno sguardo alle dichiarazioni del magnate di successo e candidato alla presidenza americana Donald Trump, in visita proprio in questi giorni in Scozia (paese a maggioranza europeista).

Terza (ed aurea) Legge Fondamentale: Una persona stupida è una persona che causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé od addirittura subendo una perdita. Gli effetti immediati e breve-medio termine dell’esito del referendum avranno ripercussioni sul piano socio-economico tanto sulla Gran Bretagna che sul resto d’Europa. A questo punto è lecito domandarsi chi sarà il primo a crollare: lo stupido o la sua vittima?

Quarta Legge Fondamentale: Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare i non stupidi dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, ed in qualunque circostanza, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore. Un buon punto per riflettere sugli isterismi antieuropeisti di casa nostra, spesso sostenuti e portati avanti da personaggi lombrosianamente inaccettabili.

Quinta Legge Fondamentale: La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista. Gli effetti di una minoranza numerica (in termini assoluti europei) incolta, mal informata e xenofoba su un intero continente la dice lunga sul potenziale nocivo dello stupido antropologico.

            Corollario: Lo stupido è più pericoloso del bandito. Infatti nessun bandito ha mai causato una                 recessione economica.

Insomma, non rimane che aggrapparci alla metodologia umoristica di un storico sopra le righe per far fronte ai tornanti imprevedibili della Storia. Il resto è in mano al caos primordiale della stupidità umana.

k

Soundtrack: Morire per delle idee“, F. De Andrè (G. Brassens)

Zelig in evidenza

in internet/scrivere/società by

You realise che stai arrivando a Craco quando d’un tratto lo sconfinato verde dei boschi lascia il campo a praterie di giallo ocra su cui troneggiano, come giganti addormentati, i calanchi.

Craco, comune italiano della provincia di Matera, è un luogo dove il tempo si è fermato in un’epoca incerta, ancestrale, indefinita. Le case arrampicate sulla roccia hanno finestre scure che sembrano scrutarti con sguardo spento ed autistico.

Le abitazioni con le ringhiere finemente decorate ma arrugginite, sono tutte abbandonate e rendono il paese una specie di conformazione plastica del relitto di una nave.

craco
A Craco non ci abita più nessuno, tranne una coppia di pastori che, occupato una casa abbandonata, ci sosta raramente. La popolazione (circa 700 abitanti) vive nella vicina località di Craco Peschiera.

La strada principale è un viale in pietra.

Il cammino è tutto in salita.

Il cuore in cima è una torre normanna del 1040 d.c.

Antico borgo medievale, importante centro strategico militare durante il periodo normanno, divenne sede universitaria nel 1276. La leggenda narra che ci giunse ferito San Vincenzo martire insieme a San Maurizio durante il viaggio di ritorno dalle crociate in Terra Santa. È storia reale invece la fucilazione di una ventina di briganti di fronte al campanile della chiesa Madre nel corso delle rivolte post-unitarie.

Craco diventa una città fantasma nel 1963, quando un’enorme frana, causata dalla composizione argillosa del suolo, si portò via un pezzo di paese e tutte le reti idriche e fognarie. Gli unici edifici ancora in piedi sono quelli risalenti al medioevo, come la vecchia torre, le chiese e alcuni palazzi importanti dell’epoca.

La frana ed una massiccia emigrazione al nord Italia e all’estero lo svuotò in breve tempo.

Craco è ormai diventato un luogo quasi soprannaturale, con i suoi silenzi continui. Durante le ore notturne, nel deserto totale, il vento fa letteralmente ululare il paesino dalle varie fessure e crepe degli edifici. Le tantissime finestre rotte e semi-divelte sbattono in continuazione. La presenza di cani randagi dà spesso l’impressione che ci siano presenze ultraterrene che stazionano per il paese.

E’ proprio qui che la notte di qualche settimana fa, l’ingegner Paolo Pretocchio* ha organizzato un summit semiclandestino chiamato L’acqua calda’s blocked, ultimissimo evento dell’embriornale fase di costituzione del Progetto Bimbozzi, che secondo le sue stime dovrebbe prendere il potere tra il 2026 ed il 2030.

Presente lo stesso Bimbozzi, che capitanava nell’oscurità della notte alcune figure con fiaccole e candele.

Prima che l’evento inizi, riusciamo a fumare qualche sigaretta ed a scambiare qualche chiacchiera con alcuni dei convenuti. Il concetto principale dell’essere a Craco lo spiegano quasi tutti così:” Tutti parlano della fine degli Stati Nazione, ma nessuno della nascita di Monarchie Immateriali come Google, Apple, Facebook, che hanno come territorio il non luogo del tecnoweb, come popolo gli utenti utilizzatori schedati, e come monopolio della forza il potere d’escludenza dell’algoritmo meccanico. Sul Non luogo non ci sono spazi e margini di operatività. Il Non luogo è quasi tutto occupato, è saturo. Bisogna inevitabilmente trasferirsi e colonizzare il Fuoriluogo. Il nostro luogo sarà il Fuoriluogo. E Craco, appunto, rappresenta perfettamente il concetto di Fuoriluogo.”

Rispetto alle altre volte, però, non siamo riusciti ad intervistare l’ingegnere che, terminata l’adunanza, è dovuto partire immediatamente per impegni d’affari verso Delaware, il nuovo paradiso fiscale creato da Obama negli States.
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Vi riproponiamo lo stesso alcuni passaggi del suo intervento blobbati e campionati con modalità che non possiamo riferire per ragioni che lasciamo custodite al mistero di Craco.

“Questa di stanotte è la prima tappa della nostra spedizione verso l’interno, è la prima meta della nostra Anabasi.

Non si possono scalare le montagne con sacchi di immondizia trascinate sulle spalle. Dovete liberarvi di tutto il male che tenete dentro. Il Progetto Bimbozzi non è una confessione. E’ una liberazione. Gli incubi non sopravvivono nella luce.

Tutti siamo turbati occasionalmente da ansietà ricorrenti, prodotto di una qualche colpa occulta, segreta, che nemmeno sappiamo quale sia o che nemmeno magari esiste.

Il senso di colpa è un’istanza psichica derivante dall’originaria identificazione del bambino con le figure genitoriali e con gli educatori, atta a mantenere in vigore i valori culturali da essi trasmessi attraverso la paura di perdere il loro amore e di essere punito.

Ognuno ha un suo limite.

Ognuno si identifica con il suo limite.

La paura della punizione ti porta all’esitazione se accettare il limite o superarlo.

Nella volontà di superarlo ci si scontra con lo spavento della sua perdita, perdita che in qualche misura diviene perdita della propria identità per via della coincidenza individuo-limite.

Quando non lo si vuole superare ci rassicuriamo momentaneamente, ma poi spuntano il disprezzo di sé, i complessi di inferiorità.

Allora si prova a superarlo con l’immaginazione, che come un surrogato dell’avercela fatta, dà il via alla fantasticheria, alle arie di superiorità e di arroganza.

Si recita un personaggio che non si è, ricadendo in continuazione nel dubbio di esserlo, con l’inevitabile alternarsi di sentimenti di superiorità e di inferiorità.

Tutti vogliamo stare bene con noi stessi.

Vogliamo sentirci importanti, degni e accettabili agli altri.

Vogliamo credere di essere attraenti.

Ma quando sbagliamo alimentiamo sentimenti di fallimento, di vergogna nascosta, di tensione e disagio in ambito sociale, si ha difficoltà a dire di no, ci si prende la colpa di tutto quello che succede.

A volte si giudicano gli altri per occultare le proprie colpe, o per scaricarle su altri, mettendo enfasi nei loro errori per evitare di essere noi il centro dell’attenzione altrui.

Tendiamo a diventare come ciò che odiamo ed abbiamo sempre disprezzato.

Alcuni scontano traumaticamente quei giudizi troppo scandalizzati sentiti da piccoli, che possono aver ancorato il sentimento che il sesso sia una cosa sporca, provocando blocchi e sensi di colpa nei rapporti e col piacere.

Aspettare il castigo ci rende ansiosi e turbati.

Il castigo si teme ma si desidera.

Ricevuto il castigo ci sentiamo sollevati, perché abbiamo pagato il nostro debito e possiamo tornare a vivere senza paura.

Il castigo espia il cattivo comportamento e allevia l’ansia.

Non si possono scalare le montagne con sacchi di immondizia trascinate sulle spalle. Dovete liberarvi di tutto il male che tenete dentro. Il Progetto Bimbozzi non è una confessione. E’ una liberazione. Gli incubi non sopravvivono nella luce.”

(Silenzio come se fosse partito un amen muto)

ZELIIIG IN EVIDENZAAAAAA

“Alterneranno la tattica della provocazione alla strategia dell’infiltrazione. La provocazione ha come obiettivo quello di aprire e scatenare una campagna di criminalizzazione. Una volta partita, la criminalizzazione serve come giustificazione preventiva per innescare le classiche azioni politico/militari/giudiziali, come forma di screditamento e divisione. Alla tattica della provocazione seguirà la strategia degli infiltrati che avrà due obiettivi. Da un lato dovranno spingere, come finti seguaci del progetto, tutte quelle posizioni che favoriscono il settarismo, costanti discussioni per spargere malumori e disagi, l’auto isolamento e la tendenza alle ”fughe in avanti”, dall’altro spiare e reperire il maggior numero di informazioni logistiche e strutturali.”

“L’ introduzione di una sfera spaziale inattesa, la sottopone automaticamente ad una svalutazione morale. Così come Napoleone male reagì al guerrigliero spagnolo criminalizzandolo e scatenandovi contro la potenza inutile di un esercito, anche l’Inghilterra male reagì al sottomarino tedesco durante la prima guerra mondiale. E male l’America contro i Vietcong. L’introduzione di una sfera spaziale inattesa provoca, infatti, inevitabilmente cattivi giudizi morali.”(x)

“Bisogna tenere presente che con il terrorismo si fanno crescere forze che poi diventano autonome. Non possono diventare autonome se prima non sono cresciute, ma non crescerebbero se non facessero comodo. Quando non fanno più comodo, vengono spazzate via.”

“Secondo Douglas Mortimer, nel western americano alla John Ford, la violenza rientra nella struttura della legalità come una forma di soluzione del conflitto: il topos dell’ “arrivano i nostri” serve a cavare d’impaccio i buoni e a far cessare il momento dello scontro. Nello spaghetti western, invece, il conflitto si interrompe solo con la vittoria “improvvisa e momentanea” di uno dei contendenti, non corrisponde mai al ripristino della legalità.” (y)

“Figlio del fabbro Alessandro Mussolini e della maestra elementare Rosa Maltoni, Benito Mussolini nacque il 29 luglio 1883 a Dovia, frazione del comune di Predappio. Il nome “Benito Amilcare Andrea” fu deciso dal padre,socialista, desideroso di rendere omaggio alla memoria di Benito Juárez, leader rivoluzionario ed ex-presidente del Messico, di Amilcare Cipriani, patriota italiano e socialista, e di Andrea Costa, imolese, leader del socialismo italiano (nell’agosto 1881 aveva fondato a Rimini il «Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna»). Contrariamente al marito, la madre Rosa era credente e fece battezzare il figlio. Vive un’infanzia modesta.

Mussolini, assunta la direzione dell’Avanti alla fine del 1912, diventa l’ ascoltato portavoce di tutte le frustrazioni ed insoddisfazioni di una società caduta in una crisi economica ed ideale che trascinava masse sempre più vaste verso esplosioni insurrezionali senza chiare prospettive. Espulso dal partito nel 1914 a causa delle sue posizioni interventiste a favore della guerra, Mussolini intuisce tre cose: le debolezze del partito socialista italiano, le debolezze del socialismo reale creatosi nella russia di Lenin, e che la prima guerra mondiale aveva avuto un valore socialmente molto dirompente. Si era reso conto infatti che gli ex combattenti sarebbero stati una massa di manovra molto significativa ed utile dal punto di vista politico e che quindi bisognava non perdere il contatto con essi.

I governi italiani che si succedono tra il 1919 ed il 1920 faticano a trovare una soluzione alla crisi sociale ed economica dell’epoca, schiacciati tra le trattative internazionali e le insoddisfazioni di molti italiani per quella che viene già definita una vittoria mutilata.

Nel 1919 nascono i fasci di combattimento che proclamano loro nemici i borghesi, i clericali ed i socialisti.

Il fascismo, movimento che raccoglie forze eterogenee, senza obiettivi chiari o un’ideologia di fondo, esprime la ricerca di una qualche soluzione alternativa basata su una forte accentuazione del sentimento nazionale e sulla ricerca di una qualche attuazione di uno stato sociale diverso da quello liberale tradizionale.”(p)

“Raggiungere un punto avanzato nella lotta per il potere vuol dire imporre rapporti di forza favorevoli e poter contare su una situazione di ingovernabilità del sistema esistente in cui sia possibile affermare un reale contropotere. Le condizioni per la conquista del potere si determinano solo per una breve fase in cui l’avversario è debole e non può dispiegare integralmente tutti i mezzi di cui dispone. Se non viene colta l’opportunità che si presenta in quella fase si apre la fase della sconfitta e del riflusso.”

“L’essenza della politica consiste nell’individuare il proprio nemico principale. Ed ovviamente nella capacità di saperlo riconoscere, di capire chi veramente esso sia.”

Quel tanto di speciale, quel tanto di sacrale, quel poco che è reale forse basta a salvarci (tono dimesso)

“Nel 1812-’13 lo Stato Maggiore Prussiano scatena dei sommovimenti antinapoleonici attraverso l’emissione dell’Editto Prussiano sulla milizia territoriale o Landsturm, recepito quale legge dall’ordinamento interno, con tanto di firma del primo ministro. Agli artt.61-62 di tale editto sta scritto:

« Ogni cittadino ha il dovere di opporsi al nemico invasore con qualsiasi tipo di arma.[…] Scuri, forconi, falci e lupare vengono espressamente raccomandati.[…] Ogni prussiano ha il dovere di non obbedire ad alcun ordine del nemico, bensì di danneggiarlo con ogni mezzo possibile. Anche se il nemico volesse ristabilire l’ordine pubblico, nessuno è autorizzato a obbedirgli, perché così facendo si finirebbe per facilitarne le operazioni militari.[…] Gli eccessi di una canaglia sfrenata sono meno nocivi di un nemico nelle condizioni di poter disporre liberamente di tutte le proprie truppe.[…]”

Perso nelle città, potevi avere il mondo (tono dimesso)

“La psicologia collettiva accosta e non discerne. Tende a seguire chi crea una dimensione della speranza con estrema semplicità. L’idea che si possano convincere le persone in maniera razionale non ha efficacia, la politica ha dimensioni emotive, narrative e di coinvolgimento in qualche modo collettivo in quanto deve cercare di mettere insieme la doppia natura dell’uomo, contrassegnata dall’esistenza di un bisogno di socialità e di un bisogno d’individuazione intrinsecamente conflittuali.”

“Il moderno dittatore, sostiene Le Bon ne La psicologia delle folle, deve saper cogliere i desideri e le aspirazioni segrete della folla e proporsi come l’incarnazione di tali desideri e come colui che è capace di realizzare tali aspirazioni. Anche in questo caso l’illusione risulta essere più importante della realtà, perché ciò che conta non è portare a compimento tali improbabili sogni quanto far credere alla folla di essere capace: “nella storia l’apparenza ha sempre avuto un ruolo più importante della realtà”. Le folle non si lasciano influenzare dai ragionamenti. Le folle sono colpite soprattutto da ciò che vi é di meraviglioso nelle cose. Esse pensano per immagini, e queste immagini si succedono senza alcun legame. L’immaginazione popolare é sempre stata la base della potenza degli uomini di Stato, dei trascinatori di folle, che il più delle volte, non sono intellettuali, ma uomini d’azione. Questi sono poco chiaroveggenti, ma non potrebbero esserlo, poiché la chiaroveggenza porta generalmente al dubbio e all’inazione. Essi appartengono specialmente a quei nevrotici, a quegli eccitati, a quei semi-alienati che rasentano la pazzia. Per quanto assurda sia l’idea che difendono o lo scopo che vogliono raggiungere, tutti i ragionamenti si smussano contro la loro ferma convinzione (nella neuro-psichiatria essa prende il nome di “Pseudologia fantastica” – chi crede alle sue stesse bugie)” .

Non si esce vivi dal novecento(tono dimesso)

“Mentre la fatica del lavoro industriale si esercitava sui corpi, i muscoli, le braccia, oggi si esercita sul linguaggio, l’intelligenza, gli affetti, la totale reperibilità temporale tramite smartphone ed internet, innescando nuove forme di sofferenza, alienazione e schizofrenie. L’esistente è rimpicciolito. L’esistente è esaurimento. Sarà inevitabile un ritorno feroce dell’irrazionale, un assetato inconscio desiderio di laico paganesimo rituale e mistico.  Le pulsioni continuano a funzionare secondo la logica loro propria dell’appagamento. L’attuale canalizzazione del piacere, saziando solo a livello caricaturale pulsioni addomesticate da modelli pubblicitari finti, o tramite surrogati placebo di mediazione tecnologica, rende insoddisfatto tutto l’apparato psichico. Il senso di felicità derivante dal soddisfacimento di un moto pulsionale si scontra con le ansiogene ed eccessive richieste che la civiltà dell’algoritmo, sodomizzandolo nella psiche, pone all’uomo, parcellizzato ed isolato.”

“Senofonte, giunto finalmente sulla costa del Mar Nero, presso Trapezunte (Trebisonda) con il famoso grido “Thálassa! Thálassa!” (“Θάλαττα! θάλαττα!”) (il mare il mare) , vedrà però il fallimento dei suoi propositi di essere l’ecista di una nuova colonia ellenica e dopo numerose peripezie porterà l’armata a combattere per il re di Tracia Seute II, ed infine la consegnerà, a Pergamo, al generale spartano Tibrone che stava allestendo un esercito per una nuova guerra contro i persiani.” (f)

“E adesso, cantiamo tutti insieme:

Tu! Tu!
Tu pure sai
Che non va la vita
Com’è ragazzo mio
Ci son volpi di qua
Lestofanti di là
Mille topi tutti per te
Le zanzare che pungono me
Sono le stesse che poi
Pungeranno te
E tutto questo perché
Con tanti galli che cantano
Non si fa mai… giorno!

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Ci son tanti galli che cantano
Chichichirichichi
Troppe galline rispondono
Cococoroccocco
E se i piccioni spariscono
Cucucuruccuccu
Tutte le papere piangono
Quaquaquaraqquaqqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaquaE se domani pure tu
Ragazzo mio
Vedi un’aquila lassù
Tu vai con le gambe che hai
In un posto che sai
Dove lei non può arrivare mai
C’è una tigre
Dietro al cespuglio
Che aspetta là
Dove passerai
Non andare
Finché il gallo canta
Il gallo che canta
Non ci casca mai
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Attenti al matto!

Con! Con!
Con tanti galli che cantano
Chichichirichichi
Troppe galline rispondono
Cococoroccocco
E se i piccioni spariscono
Cucucuruccuccu
Tutte le papere piangono
Quaquaquaraqquaqqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Il gallo si sa
Becca qua becca là
La talpa fa
Tutti i buchi che può
E il gatto non va
Dove il pesce non c’è
Il lupo scenderà quaggiu
Il coccodrillo sa
Che presto morderà
E che nessuno lo prenderà
Ed il giaguaro è già pronto

A colpire finché
Ogni gallo canterà

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Attenti al matto!

Chi! Chi!
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua

Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua
Chichichi cococo
Curucuru curucurucu quaqua!!!”

Soundtrack1:”Sleep sound”, Jamie xx

Soundtrack2:”Mercy mercy me”, Marvin Gaye

Soundtrack3:”Futura”, Lucio Dalla

Soundtrack4:”Messenger”, Blonde Redhead

Soundtrack5:”Distilled”, Blonde Redhead

Soundtrack6:”L’estate”, Vivaldi

Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

*L’ing. Paolo Pretocchio è un personaggio di fantasia che cerca di uscire dalla fantasia per trasferirsi provvisoriamente in una forma di fuoriluogo.

Gomorra – Filosofi Camorristi

in humor/internet/televisione by

gomorra

Spazi culturali e vita sul materasso: prima parte.

in cultura/politica by

Sappiamo tutti che sulle colonne delle riviste perbene è in corso da tempo un lungo dibattito sul destino degli spazi culturali e sulla necessità di finanziarli, di chiudere un occhio sulla loro osservanza dei regolamenti, di ricordare alle istituzioni il ruolo fondamentale che svolgono nel mantenere vivace una città in declino: Roma. Poi in realtà io vivo a Milano e, pochi giorno dopo un invettiva strappa-condivisioni ad opera di un noto intellettuale romano, ascolto Beppe Sala, candidato PD alle elezioni comunali, pronunciare la seguente frase in un confronto elettorale al Franco Parenti: “Bisogna anche guardare alle periferie, dotarle di teatri di quartiere”.

La butto sul ridere, e un paio di giorni dopo mi ritrovo a cena con amici che mi spiegano, ad esempio, come i meccanismi di finanziamento delle produzioni teatrali possono essere sotto forma di rimborsi ex post, oppure possono essere erogati in anticipo in base a una valutazione preventiva: segue ovvia discussione sul disallineamento degli incentivi, si prosegue con una riflessione sul declino dei centri storici, si finisce sbroccando qua e là sui doveri del comune di garantire una vita culturale alla città. La sostanza del discorso collettivo alla fine è che, ovvio, parlare di “teatro di quartiere” fa molto ingenuo, ma il fatto che se ne parli esprime comunque una necessità vera, reale, impellente, per chi è costretto a vivere al di fuori di un perimetro ideale che solca piazza Repubblica, si fa tutto il percorso della linea nove del tram, arriva ai navigli e poi ti lascia libero di prendere la metro verde, magari di ritorno fino a Garibaldi, e quindi di nuovo corso Como, Porta Nuova e fermata Repubblica.

(Adesso, a passare in rassegna questi luoghi viene in mente la riflessione carina del deboscio.com sulle misure migliori per stabilire cosa sia o non sia il centro di Milano; cercando casa anni fa, mi resi conto di quanto scadente fosse poi l’umanità che bivacca la sera attorno ai navigli, di tutto il casino inutile che si trova risalendo per viale Montenero, del disagio frequente che incontri a Brera in chi viene lì a far serata direttamente da x-ate, x-ago, in Opel Tigra e giacca elegante presa a Mendrisio, che insomma, ormai raggiungo il centro-centro solo ad appuntamenti precisi e dico dove abito con la curiosità di capire se l’interlocutore sia più o meno succube di questi confini tracciati negli anni 90 da un’insolita coalizione di studenti liceali e fuorisede meridionali).

Torniamo alla cena. Cosa significa vita culturale? A farlo in maniera estemporanea rischio ogni volta un attacco di panico. Raggiungo la serenità necessaria quando provo a tradurre vita culturale nel mio linguaggio interiore da bambino di otto anni: tempo libero. Per noi contemporanei, tempo libero significa un sacco di cose: guardare serie-tv, godere dei nostri ordini Amazon, ordinare cibo da casa, invitare gente a casa, e quando il tempo è ok uscire e fare qualcosa. In questo “uscire e fare qualcosa”, il comune, i soldi del comune, il ministero dei beni culturali, il direttore del museo hanno un ruolo che oggi, nel 2016, è una frazione ridottissima rispetto a chi ha avuto vent’anni negli ottanta o novanta. Un’orda di multinazionali cattive ha lavorato da anni per far collassare il nostro tempo tempo libero a casa nostra e ci è riuscita. Non abbiamo bisogno di cinema d’essai quando possiamo accedere al catalogo Criterion in 15 minuti, quando un 40 pollici costa 300 euro e quando il cibo ti arriva in mezz’ora caldo uguale rispetto al ristorante. E non abbiamo bisogno di librerie storiche quando le librerie storiche sono in realtà grosse catene dove ormai ti devi ordinare direttamente i libri di Ennio Flaiano, perché “forse è in magazzino, no, si deve ordinare ma se ne parla dopo le feste”. Poi ovvio, i teatri, gli stadi, le discoteche, sono tutte cose che continueranno ad esistere, ma esisteranno solo come stacchi rispetto ai nostri ambienti privati, e quindi diventeranno un lusso.

La questione degli spazi culturali nelle “zone di periferia” è una questione di lussi. E’ un lusso per gli amici di chi ci scrive editoriali sopra, perché è un modo di continuare a fare qualcosa che alle persone, alle persone colte, interessa solo marginalmente, roba da due volte l’anno coi biglietti spacciati dall’amico o dall’amica a prezzo ridotto. E diventerà un lusso per quei borghesi che prima o poi si convinceranno che al centro si vive male e andranno a vivere a Lambrate, fuori da area C, e potranno così mettersi gli abiti del popolo e avanzare il diritto a non pagare la benzina nei fine settimana. In questa trattazione disonesta su dei beni di lusso, gioca un ruolo importante l’idealizzazione disonesta del passato. Magari è vero, i nostri genitori uscivano e andavano a teatro, e appendevano nei loro appartamenti serigrafie contemporanee di quadri che ritraevano la gente uscire dal teatro, e ricordano molto bene di quando Albertazzi fece quella cosa straordinaria o di quando invitarono i loro genitori a vedere Paolo Poli; ma le case dei nostri nonni erano case dove fondamentalmente ci si annoiava. Dove la tecnologia portava un solo televisore, dove non esisteva internet e dove gli spazi privati venivano sacrificati a favore di grandi saloni con sedie scomode, pavimenti che si graffiano e tavolini da stare attenti. Nel racconto di certe esigenze, il mutamento di questi spazi privati viene consapevolmente soppresso con lo scopo infame di far sembrare le classi più umili come spacciate, fondamentalmente sfigate e destinate a sfogare la noia al bingo o alla stecca. Oggi, nel 2016, puoi avere la sfiga di nascere in ambienti sfigati, ma puoi imparare l’inglese guardando roba su internet, e quindi puoi emanciparti eventualmente dalla miseria culturale che hai in casa, puoi scoprire la musica su Spotify e la puoi condividere coi tuoi compagni di scuola: lo spazio pubblico non deve più necessariamente essere contemporaneamente punto di scoperta e aggregazione: si vivrà bene o male anche soltanto in relazione a quanto gli spazi pubblici sapranno aggregarci in maniera civile; e alla fine quasi tutta la dimensione di scoperta sarà relegata alla comodità dei nostri materassi.

E quindi sì, i politici che da qui agli anni avvenire cavalcheranno l’onda cretina degli “spazi” saranno tutti, nessuno escluso, dei grandissimi paraculo, succubi a loro volta di intellettuali con un complesso molto forte di status. Come ne sono così sicuro? Oggi ho fatto la spesa alle undici e mezza di mattina nel quartiere Isola. Isola è un ex quartiere popolare di Milano che adesso invece non lo è più. Con euro trecentomila compri 70 metri quadri, e probabilmente ci andrai a vivere da solo. Questo ha fatto sì che per andare a fare la spesa trovi il supermercato normale ma se cammini un po’ trovi anche quello costoso con la pasta di segale e gli hamburger di tempeh. Esco da questo secondo tipo di supermercato; un candidato consigliere comunale mi avvicina e comincia a parlarmi dei suoi progetti. Mi dice che la sua ambizione è rendere questo quartiere più vivibile e mi nomina subito la struttura x. Io rispondo “La struttura x?”. “Sì, è quel complesso di edifici tra y e z dimessi dal comune tempo fa, ecco, sarebbe bello potere ricavare spazi per tutti i cittadini come ad esempio un piccolo teatro di quartiere”. Io ovviamente non conoscevo nemmeno l’esistenza della struttura x, e avrei potuto ricordare y o z solo nel caso in cui ci avessi fatto una visita medica, e quindi niente. Cosa racconta l’accaduto:

1) Un candidato di una lista civica di sinistra decide di fare campagna elettorale in un quartiere ex popolare.

2) Sceglie un argomento realisticamente sensibile, come quello di alcuni edifici dimessi, in cui si può sostenere di tutto, dalla vendita ai privati alla costruzione di case popolari.

3) Sceglie di raccontarlo nel luogo meno adatto, cioè il supermercato buono, in cui anche l’appartenenza geografica al quartiere è equivoca e incerta.

4) Sceglie di raccontare la sua proposta di teatro di quartiere a quelli come me, che hanno con il quartiere un rapporto di dormitorio-palestra-ricetta-antibiotici, e di cui fregherà un cazzo qualsiasi cosa succeda.

(Alla fine sono tornato a casa e ho messo il riso a cuocere. Mi sono attaccato Rossini su Spotify e su Messenger ho provato a capire cosa fare verso le sette di sera. Mio padre, che è venuto a trovarmi, si è poi disteso sul mio letto e siccome poi sa che mi da fastidio il fatto che russa ha attaccato con sta storia che lui e mio zio dormivano nella stessa camera e russavano entrambi. Non avevano nemmeno un cellulare per distrarsi.)

Storie di libri abbandonati a metà /Ep.2

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Riprendiamo qui il secondo episodio di libri che non siamo riusciti a finire e che non finiremo mai (il primo episodio, qui)

Ci darete ragione o ci tirerete addosso le pietre?

 

Dracula Frizzi  – Purity di Jonathan Franzen

Mentre tutto il mondo che conta si spertica a lodare il nuovo capolavoro di Jonathan Franzen, Purity (l’unico libro che era un capolavoro ancora prima di uscire. Franzen è come Paolo Conte: puoi parlarne solo bene) io passo angosciato i minuti a cavallo di mezzanotte infliggendomi pagine di questo mattone impastato a insicurezze, augurandomi che il bambino si svegli e mi costringa ad alzarmi. Insicurezze di Pip (cioè Purity, la ragazza protagonista del romanzo), insicurezze di Andreas Wolf (il dottor Faust del romanzo), insicurezze della madre di lei, dell’amica di lei, insicurezze del patrigno di lei. Insicurezze di una generazione, di due generazioni, di una nazione, di tutto un pianeta.

Il mistero di Franzen è questo. Scrive storie assolutamente banali (vedi Libertà: lui ama lei, lei ama lui ma anche un po’ il suo amico, lei tradisce lui——— catarsi) da cui non riesci a staccarti. I personaggi sono tutti molto reali: hanno molte dimensioni e moltissime debolezze.

Tutti tradiscono, tutti mentono, tutti scappano: la scrittura è magistrale, la costruzione ineccepibile.

Ma questa volta no, questa volta non me la sento di mettermi in fila e puntare il dito contro la middle-class bianca e i suoi danni collaterali (o meglio: generazionali), non ci riesco a stare sul piedistallo e sezionare le vite di questi poveretti, non mi interessa di sapere chi scopa con chi. Non stasera Jonathan.

Tutto tace. Il bambino dorme. Ancora una pagina e poi lo mollo, sto mattone.

Ancora una poi smetto.

L’ultima.

Ancora una..

 

Massimiliano Favazza  Il Castello di Franz Kafka

Kafka

JJ Spalletti – Philip Roth

Ricordo che quando andavo a scuola e ci davano da leggere i libri per l’estate, io cercavo sempre un modo per evitare di farlo: riassunti sulle enciclopedie/internet (e all’epoca c’era il 56k), amici che già l’avevano letto, esplosioni anomale in tutte le librerie di quartiere. Purtroppo sul rifiuto vinceva l’ansia del farsi trovare impreparata, e quindi questi libri venivano iniziati e finiti nei tempi stabiliti (vale a dire letti e riassunti la notte prima della consegna).

Anni dopo avrei scoperto che ero l’unica a sbattermi così tanto, gli altri se ne fregavano e andavano a scuola senza aver letto nemmeno la trama sulla quarta di copertina.

Credo che il problema non fosse tanto l’imposizione, quanto la scelta dei miei professori di farci leggere la nicchia: Italo Calvino? Perché andare sulla roba nota, così so’ capaci tutti, leggetevi invece Il sentiero dei nidi di ragno, avvincente a partire dal titolo. Joseph Conrad? Ecco a voi Sotto gli occhi dell’occidente, che è come dire “Ti piacciono i film di Spielberg? Ecco, guardati i cortometraggi sulla violenza sulle donne che faceva quando stava al liceo.”

Eppure da sola leggevo molto. Leggevo così tanto che, oltre ai libri che mi consigliavano gli amici e la mia famiglia, a un certo punto avevo deciso di colmare alcune importanti lacune letterarie, soprattutto per quanto riguardava proprio Calvino e Conrad, che associavo solo alla fatica, e non mi sembrava giusto.

Presi in mano Pastorale Americana pochi giorni dopo il mio ventiquattresimo compleanno, e iniziai a leggerlo. Poi arrivai a pagina 50. Chiusi il libro. Lo riaprii il mese successivo, intenzionata a finirlo. Non ricordavo nulla, però. Iniziai di nuovo, arrivai a pagina 50. Lo chiusi. Qualche mese più tardi, pulendo casa, ritrovai Pastorale Americana. Lo aprii, iniziai a leggere, ma cosa era successo prima? No, beh, se lo devo leggere lo devo anche capire bene, lo ricominciai. Arrivai a pagina 50. Poi, l’illuminazione: perché mi stavo dannando dietro a quel libro? Era necessario che lo finissi? Non ci sarebbe stata nessuna professoressa a chiedermi il riassunto. Avevo capito.

Qualche giorno più tardi avevo notato che mia madre aveva sul comodino La macchia umana. Poi avevo notato anche che quel libro era rimasto sul suo comodino anche il mese successivo, e due anni dopo, e quando mi ero trasferita, e quando il mio primogenito si era laureato, così mi ero detta: “O è un capolavoro, oppure mia madre non ha memoria a breve termine.” Le chiesi com’era. Mi confessò di non essere mai riuscita a finirlo. Le proposi di scambiarceli: lei avrebbe tentato con Pastorale Americana, io con La macchia umana. Non ho ancora avuto il coraggio di aprirlo.

Di seguito, una lista di libri che volevo assolutamente leggere ma che ho interrotto sconfitta dopo essermi chiesta “ma davvero me ne frega qualcosa?”

  • Il Signore degli Anelli, pagina 10 (scagliato contro la testiera del letto con rabbia);
  • Il Barone Rampante, pagina 3 (“come diavolo parla questo?”);
  • Gita al Faro, pagina 1 (“Non ne posso più”);
  • La linea d’ombra, indefinito. Non ricordo nemmeno se il libro fosse quello o se invece fosse Cuore di tenebra, hanno entrambi il buio nel titolo e che palle, viva Richard Scarry
Sandrino e Zigo Zago forevah
Sandrino e Zigo Zago forevah

Pannella e Scalfari, affinità e divergenze dal conseguimento della maggiore età

in cultura/politica by

La morte di un politico famoso si sa, è come il dissesto idrogeologico: nessuno in Italia può dirsene immune, e nessuno viene risparmiato dallo straripamento. Sono acque che sgorgano copiose e infestate di coccodrilli, ma niente paura perché sono quasi tutti affettuosi – se non addirittura melensi. Generalmente il tratto comune di questi rettili anfibi è il copione che segue: riconoscimento dei meriti del defunto, aneddoto personale (cose fatte insieme quasi tutte improvvisamente memorabili, tendenzialmente poco interessanti in assoluto, ma di cui è necessario rinfrescare la memoria), giustificazione del perché non si era più d’accordo da tempo, chiusura vagamente commossa ma senza esagerare.

Non fa eccezione Eugenio Scalfari, il decano del giornalismo italiano, fondatore di Repubblica e anche del Partito Radicale – correva l’anno 1955 – che di Pannella offre un ritratto sincero e poco arruffone, più teso a sottolinearne le differenze e marcarne l’alterità, che a condividerne i meriti. Niente di stupefacente – ivi compresa la magica abilità di Scalfari di parlare di sé anche quando scrive della morte di un atro – e niente di memorabile, ma apprezziamo il tentativo di trovare un termine di paragone attuale. Ovviamente è un tentativo vano: Pannella era, e naturalmente rimane, tanto indecifrabile quanto irripetibile, e una storia così (proprio come certa musica) poteva nascere solo negli anni 60 e 70.

Esattamente come era lecito aspettarsi, i meriti di Pannella si fermano ai referendum su divorzio e aborto: Pannella, per una certa sinistra che delle personalità complesse ama appropriarsi della proiezione comoda e aderente, muore qui. Delle battaglie dei 40 anni successivi non se ne parla, e se lo si fa se ne accantona il merito, puntando il dito contro i letimotiv circostanziali di sempre: Capezzone, Cicciolina, Berlusconi, Rutelli (per i più barricaderi). Questo non c’è nell’articolo ma per la sinistra, per quella stessa sinistra di sempre, i radicali sono un popolo strambo, pindarico, incomprensibile. Le battaglie sui princìpi, sugli ideali, lontani dalle “reali esigenze della gente”. La sinistra salottiera di cui Scalfari è incarnazione e Gran Maestro di quelle esigenze e quelle vite ha sempre (stra)parlato, Pannella coi suoi istrionici eccessi di quelle esigenze e quelle vite ci si è insozzato e ne ha fatto benzina politica: “Le nostre storie sono i nostri orti”, dopotutto. E poi il settarismo incomprensibile, probabilmente nel linguaggio e nella mitologia, sicuramente nel rapporto col leader. Non a caso infatti, mentre Scalfari nel 1986 intitolava un proprio libro “La sera andavamo in via Veneto”, facendo riferimento alla sua scuola giornalistica e intellettuale irriducibilmente vitellona;  venticinque anni dopo Pannella intitolava un proprio lungo intervento su Il Foglio “La sera non andavamo in via Veneto”: se l’alterigia è stata un tratto comune tra i due decani, certamente è stata declinata in maniera diversa.

Poi, però, c’è l’essere capopopolo senza partito, di cui si attende il verbo la domenica sull’organo ufficiale: puntuale. C’è l’essere saggio, nella saggezza dell’Anziano che ha attraversato buona parte del ‘900, ha conosciuto i Padri della Patria™, e ha lasciato un segno nella storia di questo paese. Dalla parte degli ultimi, degli emarginati. C’è, concediamoci un po’ di bassezza, un libertinismo sessuale comune eppure così diverso: poligamia, promiscuità e le loro intersezioni. Non a caso, c’è l’essere nati di rara e austera bellezza. C’è l’essere guida morale che detta la linea e l’etica, di una moralità che pur nascendo laica ed atea vola alto, diventa necessariamente metafisica, specie sul finale. Arrivando addirittura a dialogare con il Papa. A scriverci insieme un libro. Come dite? Pannella non ha mai scritto un libro con il Papa? Ah ma qui si parlava di Scalfari, non confondetevi.

Acutil, cura te stesso

in televisione by

Se passate un po’ di tempo davanti alla televisione, e in particolare a Italia 1, dovreste aver visto uno dei (terribili) spot di Acutil Fosforo, parte di una (terribile) serie in cui a dei ragazzi vengono posti alcuni dei più famosi problemini-trappola di matematica o fisica: per intenderci, siamo nell’area del mattone che pesa un chilo più mezzo mattone.

L’ultimo spot è questo qui:

Percorro una salita a 2 km/h e la stessa strada in discesa a 6 km/h; qual è la mia velocità media?

I ragazzi, com’era inevitabile che ci venisse mostrato, rispondono istintivamente 4 km/h, che è prevedibilmente la risposta sbagliata. Fin qui tutto ok. A un certo punto, però, presumibilmente grazie al grande aiuto dato da Acutil Fosforo, un ragazzo si alza in piedi con una lavagnetta e un risultato diverso, che declama soddisfatto: 3 km/h. “Acuto!”

E però è sbagliato.

Il ragionamento sottointeso, che è quello solitamente usato per risolvere questo tipo di problema, è il seguente: non posso fare semplicemente la media tra 2 e 6 perché il primo tratto, percorso più lentamente, dura più tempo, e questo influisce sulla velocità media; cerco quindi di eseguire il calcolo per bene. Per calcolare la velocità media mi serve lo spazio totale percorso e il tempo totale impiegato.

Chiamiamo $latex s$ la lunghezza della strada. Dato che, come spero tutti sappiamo, $latex v = s/t$, il tempo impiegato per percorrere la strada in salita alla velocità $latex v_1 = 2\ km/h$ è

$latex t_1 = \dfrac{s}{v_1}$

Allo stesso modo, per la discesa,

$latex t_2 = \dfrac{s}{v_2}$

Ne seguirebbe, secondo l’acuto ragazzo, che la velocità media è:

$latex v_m = \dfrac{s_{tot}}{t_1 + t_2} = \dfrac{2s}{t_1 + t_2} = \dfrac{2s}{\frac{s}{2}+\frac{s}{6}}\ km/h = \dfrac{2s}{\frac{2}{3}s}\ km/h = 3\ km/h$

Splendido e sbagliato. Mi piacerebbe, a questo punto, sottoporre ai geni dello spot e ai loro consulenti la mia versione del quiz: perché la soluzione data è sbagliata? Come mai non ci arrivate? Quando si è sotto esame o è richiesto un maggiore impegno diventa fondamentale rimanere concentrati e ragionare con la giusta lucidità. I ragazzi sono in difficoltà, bisogna aiutarli.

Ragazzi, la velocità media è zero, e lo potevate intuire riflettendo sul fatto che se percorrete la stessa strada prima in salita e poi in discesa siete tornati al punto di partenza (lo spazio totale percorso è zero).

L’errore nel calcolo precedente sta infatti nel credere che

$latex s_{tot} = s + s = 2s$

quando invece lo spazio percorso nel secondo tratto è necessariamente di segno opposto rispetto al primo. Si ha quindi che

$latex v_m = \dfrac{s_{tot}}{t_1 + t_2} = \dfrac{s – s}{t_1 + t_2} = 0$

Ve lo consigliamo, questo Acutil Fosforo. Soprattutto agli autori dello spot, che all’Acutil Campus sarebbe meglio non mettessero piede.

Un dialogo sul “piuttosto che”

in cultura by

L’articolo di qualche giorno fa scritto da Gino Cornabo` riguardo all’uso del “Piuttosto che” ha scatenato le repliche di alcuni lettori. Molte di queste erano al limite dell’insulto, con l’autore trattato a momenti peggio di un serial killer o di uno stragista. Un commento del lettore Ebroin, invece, ha destato la nostra attenzione e ha permesso lo sviluppo di un dialogo molto intelligente (ed educato, ma non privo di colpi da lotta per il Titolo dei Pesi Massimi) con Gino. E’ avvenuto sulla piattaforma Hookii, un sito aggregatore di notizie che ha rilanciato il nostro post.

Trovandolo particolarmente interessante, ho pensato fosse giusto riportarlo interamente su Libernazione.

————————-

Ebroin: Diomio che nervi. Costui usa un serissimo articolo scientifico per difendere una schifezza linguistica, che è cosa diversa da una normale innovazione linguistica, come ce ne sono di continuo.

È ovvio che quando un italiano, parlando, usa “piuttosto che” per darsi un tono, lo usa in contesti in cui si capisce che cosa vuol dire. Si è anche individuato che cosa vuol dire esattamente. La lingua italiana in certe comunità di parlanti ha introdotto questa forma e la lingua mica funziona a casaccio.

Il problema con “piuttosto che” è un altro: quelli che lo usano parlando lo considerano una forma raffinata, quindi ormai capita di leggere in giro frasi come questa (l’ho creata ora a caso):

“D’altra parte sappiamo bene che tutti i nostri problemi vengono dalla politica del governo tedesco piuttosto che dall’imperialismo economico americano”.

Se la persona che ha scritto una frase come questa intende “piuttosto che” nel senso di “oppure” (e non nel senso di “invece che”), significa che non conosce abbastanza la lingua scritta. Se disgraziatamente quelli così l’avessero vinta (ma non credo, la reazione contraria è forte), bisognerebbe smettere di usare “piuttosto che” nel senso tradizionale e una parte dei testi scritti in questi decenni significherebbe una cosa oppure il suo contrario, a seconda dei contesti e del livello culturale dello scrivente. Una lingua scritta non funziona così: se per accidenti succede, ai parlanti colti, com’è giusto, girano violentemente gli zebedei.

Gino: Guarda, quello che descrivi in maniera quasi indignata è in realtà un fenomeno del tutto comune. Lo stesso “piuttosto che” che noi usiamo (correttamente, secondo lo standard) in senso avversativo aveva fino al XV secolo una funzione temporale (“prima di”). Esattamente lo stesso fenomeno si osserva con il “poiché” che noi utilizziamo in senso causale ma che nell’italiano arcaico aveva una accezione temporale (Dante usa sistematicamente “poi che” nel senso di “successivamente a”). Il fatto che un’espressione (specialmente un’espressione funzionale, qual è per esempio una congiunzione complessa) possa significare cose diverse in testi appartenenti a epoche diverse (con dei lunghi periodi di transizione nei quali entrambe le accezioni, la vecchia e la nuova, coesistono) non è nulla di sorprendente, né qualcosa per cui indignarsi. Semplicemente, funziona così.

Ebroin: Conosco bene gli slittamenti semantici e i mutamenti grammaticali dell’italiano rispetto ai primi secoli. Nella mia esperienza, quelli che mettono più in crisi gli studenti sono “ne” per “ci” (“né potrà tanta luce affaticarne”), “però” nel senso di “perciò”, “ora mi porta quel libro” come imperativo (invece di “portami”) e “aveva” prima persona singolare.

Ma è faccenda un po’ diversa. Semplificando molto: solo nel ‘500 il volgare italiano diventa una lingua scritta in senso proprio, con una sua grammatica consolidata. Si basa sul fiorentino del ‘300 e, di conseguenza, espelle molti dei fenomeni che nel frattempo erano emersi nel fiorentino argenteo; e nel contempo diventa molto più stabile, anche perché, al di fuori della Toscana, è soprattutto una lingua scritta.

Quindi non possono più verificarsi le oscillazioni e i cambiamenti tipici del Medioevo. Il processo però prosegue: solo a partire dal secondo Ottocento ci sono i primi barlumi di una vera lingua d’uso. Quando questa si afferma, nel secondo Novecento, si verifica però, curiosamente, anche una maggiore formalizzazione e un maggiore irrigidimento delle regole grammaticali. Il principale motivo, probabilmente, sono i modi dell’insegnamento scolastico.

In un simile contesto, non potrebbe mai verificarsi, all’interno della lingua scritta, uno slittamento di significato come quello di “piuttosto che”. Si verificano invece spesso emersioni nello standard scritto di fenomeni fino a quel momento percepiti da tutti come forme colloquiali, fenomeni che di regola non mettono in pericolo la comprensione del testo. Come molti hanno notato, questa è la cosa più fastidiosa del “piuttosto che”: un mutamento che mette in pericolo la comprensione del testo ed è erroneamente percepito, da una parte dei parlanti, come una forma propria dello stile sostenuto e quindi viene usata inconsapevolmente nei testi di registro formale. In questo senso è un’aberrazione particolarmente fastidiosa.

Gino: è del tutto possibile che all’origine della diffusione della nuova accezione ci sia un meccanismo di ipercorrettismo come quello che tu descrivi. Se così fosse, si tratterebbe di un fenomeno di appropriazione di un uso dialettale da parte di parlanti italiani estranei a quel dialetto. Ciò non toglie che l’espressione avesse presumibilmente quelle peculiari proprietà semantiche (di disgiunzione a carattere esemplificativo) nel dialetto in cui veniva usata, senza che ciò comportasse – sempre presumibilmente – particolari problemi di disambiguazione tra i due sensi effettivamente coesistenti nella variante dialettale. Non si vede allora perché la disambiguazione dovrebbe risultare più impervia quando l’uso viene assorbito dall’italiano. Aggiungi che i contesti in cui il piuttosto che disgiuntivo è accettabile (contesti di ‘libera scelta’) sono, secondo le autrici dell’articolo, esattamente complementari a quelli in cui il piuttosto che avversativo è grammaticale, dunque è l’immediato contesto dell’enunciato che generalmente basta a disambiguare. Ti faccio un altro esempio: alcuni dialetti del sud Italia (ad esempio il barese) utilizzano l’avverbio “ancora” per formare la forma progressiva del verbo (“ancora cade” = “sta cadendo”). Chiaramente è un uso che genera ambiguità per i parlanti bilingui di barese e italiano ma i parlanti apparentemente disambiguano senza particolari drammi. Se per assurdo questa forma venisse assorbita nell’italiano standard si verificherebbe più o meno quello che ora succede col piuttosto che (o, ancora un altro esempio: dopo l’esplosione dei libri di Camilleri ho sentito molta gente usare il “magari” nel senso di “anche” come nel siciliano, anche qui stessa storia). Il punto è che ci sono innumerevoli ambiguità lessicali di cui i parlanti spesso non sono coscienti (prendi, ad esempio, quella tra l’uso esclusivo e inclusivo della disgiunzione semplice “o” per rimanere in tema di disgiunzioni), e sempre di nuove che si aggiungono alla lista per via di fenomeni di appropriazione come questo. Ma la cosa non sembra creare particolari problemi perché fortunatamente non solo di sintassi e semantica sono fatte le lingue naturali ma anche di pragmatica. Le lingue raggiungono da sole degli equilibri tra costi di processing e ricchezza di informazione codificata, se è vero che la disambiguazione del piuttosto che è troppo costosa in termini di processazione vedrai che col tempo una delle due accezioni soccomberà.

Ebroin: Non credo proprio che in origine fosse un uso dialettale: pare piuttosto nato in un contesto cittadino italofono. Come ha notato La Fauci, si può spiegare semplicemente come una riemersione del “vel” latino, che era stato inghiottito da “aut”. (La Fauci per la cronaca è a favore, ma lui è un perenne bastian contrario).

Nel complesso direi che siamo d’accordo. Speriamo che non vincano loro. Ecco, ho ritrovato un commento su hookii di parecchio tempo fa che mostra bene il problema:
https://disqus.com/home/discus…
Questo al momento è un errore di grammatica, non un semplice neologismo o un vezzo linguistico come il “quant’altro” che pure circola da non molto.

 

Gino: ok, ti ringrazio per la precisazione. Due piccole cose ancora: ho sbagliato a parlare di dialetto, si tratta in effetti di una variante regionale dell’italiano. Mi pare difficile che sia una riemersione del ‘vel’ per il semplice fatto che il piuttosto che disgiuntivo sembra presentare lo stesso tipo di ambiguità della disgiunzione semplice quanto a esclusività dei disgiunti, esempi: “mangiamo la pizza piuttosto che/o il pesce” (entrambi esclusivi: andare a mangiare pizza & pesce non è previsto), vs. “per lavorare qui devi avere una laurea triennale o/piuttosto che un diploma professionalizzante” (entrambi inclusivi: se hai sia la laurea triennale che il diploma professionalizzante puoi certamente lavorare).

 

Ebroin: Agh. Sono faccende di cui non mi intendo molto, né ho ora il tempo di approfondire, ma ho la sensazione che il “vel” latino, contrariamente al “vel” operatore logico moderno, presenti la stessa ambiguità

 

Uqbal: Una precisazione veramente minima: “Ancora cade” non sta a significare “sta cadendo”, quanto piuttosto “dovesse cadere”, in frasi del tipo “Dai un’occhiata al bambino, ancora cade” (potrebbe, ma non cadendo).

Detto questo, e senza polemica con Ebroin, una cosa che mi fa riflettere molto è come la percezione comune della grammatica sia ancora ferocemente prescrittivista. Pur non essendo un linguista, un pochino di linguistica l’ho studiata (ricevo anche qualche input da una sorella linguista) e mi sono reso conto che cercare di far capire che la grammatica, oggi, è qualcosa di un po’ diverso da una sorta di bon ton espressivo è veramente difficilissimo.
La grammatica insegnata a scuola (io sono un insegnante) è spessissimo ancora prescrittivista e priva di qualsiasi approfondimento sociolinguistico. E in qualche modo si incista profondissimamente nella testa degli studenti, che pure poi continuano a parlare come gli pare, ma diventano facilmente dei grammar nazi. Ci sono dinamiche sociali chiare in questo (come parlo mi definisce e mi distingue), ma trovo irritante la pervicacia con cui si pretende spesso di governare una lingua sulla base di falsi sillogismi, analogie spurie o semplici imputanture da purista ottocentesco.

 

Molti di voi lettori, ora.
Molti di voi lettori, ora.

Roma sta morendo, e non saranno i privilegi in nome della “cultura” a salvarla

in cultura/giornalismo/politica by

Si diceva altrove che Raimo è uno al quale, nel mondo della cultura, “tutti devono almeno uno o due favori”. E scrive per una rivista letta da gente che, a torto o a ragione, si sente parte di un’Italia migliore, eletta, più sensibile, raffinata e cosmopolita. Questa cosa sembra in un certo senso informare la sua visione del mondo, se è vero che la mera applicazione della legge a persone che si trovano nel circolo delle sue frequentazioni lo porta a impugnare la penna al meglio della sua forza espressiva.

Il suo ormai popolarissimo articolo su Internazionale a proposito di Roma è però un’accozzaglia confusionaria di malcontenti, molto diffusi e veritieri, per carità, sull’innegabile degrado in cui versa la capitale. Ne viene fuori una fotografia sconfortante della città largamente condivisibile, ma anche un minestrone in cui si mischiano con disinvoltura temi disparati come il sostegno pubblico alla cultura e i problemi dell’urbanistica, il tema delle occupazioni e quello delle regole bizantine per gli esercizi commerciali, senza un nesso che non siano i gusti di Raimo in fatto di vita hipster notturna. Il punto di caduta è che, alla fine della sua giaculatoria, neanche l’autore riesce a individuare alcuna responsabilità precisa e finisce per inveire alla cieca contro chi preclude gli accessi ai suoi personali punti di riferimento culturali. Christian Raimo non è un politico, non è sua responsabilità sezionare i problemi e individuare le soluzioni, ma il rischio è che – in mancanza di analisi e ricostruzioni – questo filone mainstream del lamento generico su Roma non faccia che ridurre la cosa a un genere letterario per infinite serie di editoriali oppure di interviste ad orologeria per far fuori il sindaco scomodo di turno.

Vediamo allora di mettere ordine tra gli spunti del buon Raimo:

☛ Il fenomeno della desertificazione del centro storico è innegabile: un bel video dei Ritals ci ricorda che quello che chiamiamo “centro”  a Roma è pari a 5 volte il centro storico di Parigi e contiene più siti archeologici e di interesse artistico di interi Stati. Non si tratta però né di un problema recente né di una esternalità del capitalismo interiorizzato a causa di AirBnB. Già nei primi anni ’90, nella riedizione del libro Roma moderna, l’urbanista Insolera annotava:

Nei venti anni tra il 1951 e il 1971 il centro storico di Roma ha visto più che dimezzata la sua popolazione; inoltre anche una gran parte di quella ancora residente è cambiata con la trasformazione di abitazioni povere e medie in residenze di prestigio. In totale, si può ritenere che circa i quattro quinti dei residenti del centro storico siano emigrati in periferia. Dopo il ’70 il fenomeno si è esteso alla cerchia dei quartieri fuori le mura a macchia d’olio: come questi quartieri si erano formati dal 1870 al 1960 per alloggiare la popolazione della città in crescita, adesso si trasformano in uffici, che ugualmente si diffondono a macchia d’olio.

Insomma, la popolazione residente a partire dagli anni ’50 viene spinta fuori dalla cinta storica e addirittura ai confini del GRA; la vita civile si riorganizza nei quartieri. La crisi e il sistema di mobilità dissestato fanno in modo che ci si muova sempre meno e sempre meno verso il centro. Tutto vero, colpa di piani regolatori molto antichi e mai rivisti e di un trasporto pubblico insufficiente. Non però di Airbnb e di chi (chi, poi?) secondo Raimo avrebbe convinto i giovani a rinunciare al proprio estro.

☛ Il fenomeno dell’omologazione degli esercizi commerciali e della scadente offerta gastronomica per turisti non è invece una esclusiva di Roma, e farei fatica a correlarlo al degrado urbano dal momento che la presenza né delle patatine olandesi né le officine della ‘nduja risulta abbiamo eroso il tessuto creativo ed estetico di Milano, per dire, o di Madrid. Sono poi due tendenze che non c’entrano nulla: da una parte catene di fast food etnico, dall’altra tentativi di singoli al massimo ingenui di fare impresa in base alla moda slow food del momento, valorizzando i prodotti del proprio territorio. Insomma, con chi ce l’ha Raimo? È mai andato al Pallaro? Che fare, inibire alcuni ristoranti e favorirne altri? E soprattutto, che c’entra questo con il degrado urbano?

☛ Il tema dei fondi – ovviamente pubblici – alla cultura è sempre caldissimo a Roma, sarà che la città pullula di artisti. Ora, quale sia il numero di artisti necessario a garantire uno standard accettabile per Raimo e quindi quale debba essere la proporzione con la gente che si accontenta di lavori normali, anche un po’ brutti, e che paghi le tasse per finanziare la gente che fa l’artista non ci è dato saperlo. Sappiamo che al momento non c’è trippa per gli artisti, e sappiamo anche che se tutti fossimo artisti sarebbe anche peggio, perché i fondi li dovrebbe cacciare per intero Raimo. Il sistema dei teatri di prosa romani ha goduto per anni di un sistema di finanziamento a preventivo, al contrario di quello milanese che andava a coprire a consuntivo in base ai posti riempiti. Servirebbero delle metriche per capire che impatto abbiano avuto i due modelli, però magari una logica di produzione artistica meno ombelicale riuscirebbe ad attrarre il pubblico pagante che al momento sembra mancare.

☛ La questione spazi occupati è complessa, in alcuni casi si interseca con quella degli operatori culturali. La questione andrebbe affrontata caso per caso, per esempio nel caso del teatro Valle non si trattò sicuramente di una restituzione ai cittadini ma di una appropriazione arbitraria, vero è che dopo lo sgombero non se ne è fatto nulla. In generale, sui centri sociali, mi sento di condividere una riflessione ospitata di recente su questo stesso blog dal titolo eloquente: Non basta okkupare.

☛ Sugli esercizi commerciali chiusi a piacere dalle forza dell’ordine con ordinanze qualsiasi, prese dal ventennio o emesse ad hoc dalla stirpe dei “sindaci sceriffi”, sarebbe forse da affrontare il tema più generale di una regolamentazione così bizantina che è praticamente impossibile osservarla completamente. Si va dall’obbligo di un bagno per bar senza neanche tavolini fino allo spessore minimo del bancone. Fare impresa così, anche non ci fosse la crisi, anche non ci fosse la concorrenza dei franchising, è un incubo per tutti, non solo per chi fa cultura. Il Dal Verme è un esercizio commerciale – come tutti – sottoposto a queste regole. Invece, il punto centrale di Raimo è lo stesso con il quale uno di quelli del Dal Verme lamenta l’ingiustizia subita. Ne riporto un estratto, ma il resto della presuntuosetta chiacchierata è qui:

Il bar, specialmente quello del Verme, (anche qui chiunque l’abbia frequentato può confermare) offre nel nostro caso qualcosa di CULTURALE, perché Andrea, Francesco, Mario, i ragazzi che si occupano di star dietro al bar, sono appassionati di mixology, di birre, di vini…Insomma, ci piace bere bene e quindi abbiamo una scelta, abbiamo prodotti che vengono da microbirrifici, che noi promuoviamo culturalmente, cioè è parte del lavoro culturale anche far conoscere quei prodotti al più possibile numero di persone, di soci. Fortunatamente non esiste solo la birra Peroni: perché dobbiamo berci per forza la merda in un’associazione culturale? Quando sono diventata socia ci siamo incontrati anche su quella scelta lì, avevano dei vini da paura perché spingevano delle realtà particolari, ti spiegavano tutti i dettagli, di come si arrivava a quel vino…

Per fortuna l’intervistatore non ha chiesto di specificare, altrimenti avremmo avuto altre dieci righe di elogio del vino biodinamico, con annessa spiegazione di come il cornoletame renda il vino più fruttato, robe così. Insomma, il senso è che il loro bar è mes que un bar, ovviamente: una cosa diversa, oltre, meritevole di attenzioni particolariAbbiamo sempre trovato adorabile questa sorta di presunzione aristocratica, diffusa tra chi si considera molto alternativo e molto progressista, e che per qualche ragione ritiene di avere dei diritti speciali. E magari li ha pure, perchè se il Valle, per dirne uno, fosse stato occupato da quattro scappati di casa, la rivoluzione sarebbe durata il tempo di una notte.

Insomma, il problema delle regole per la movida e la ristorazione, quello della politica culturale e turistica sono certamente più complessi e richiedono una riflessione più grande della mera applicazione di leggi peraltro ingiuste. Ma pensare che la via d’uscita sia la legittimazione dell’eccezione, il disordinato accesso a fondi e risorse comuni degli amici di Raimo con la contestuale persecuzione delle catene o delle iniziative di sharing economy che gli stanno antipatiche, è molto, troppo poco. Specialmente per chi mostra di ritenersi migliore, più bravo, più eletto dei rivenditori di patatine olandesi.

Game of Thrones historical references: S06E02 “Home”

in religione/televisione by
Welcome back for my analysis of the historical  references in the second episode of the sixth series of Game Of Thrones. Keep in mind that I am writing this as I watch the episode for the first time, so some stuff I write might not be entirely consistent with what happens later in the episode. You can read the analysis of the first episode here.

King’s Landing
We start of with a drunk in King’s Landing reminiscing fondly of Cersei’s walk of shame. The guy has a big mouth, but when elephants dance, mice attend at their own risk.
By order of the King, Cersei is confined to the Red Keep. Note how the High Sparrow has separated the young king from the women in his life, both his wife and his mother. Controlling access to the other sex is a phenomenal lever of power. For example, medieval lords decided whether their knights could marry, which I’m sure improved their motivation to do well in battle. Tommen and Cersei did meet, but I’m betting a contingency plan is already in place. The motives of the High Sparrow are at this point open to interpretation. He could either be a cynical manipulator who saw an opportunity to use the faith to amass power, or a legitimate social reformer out to extirpate what he sees as perversion. The latter is actually infinitely more dangerous for all concerned. However if his ultimate goals might be idealistic, his methods show a remarkable shrewdness. Note how he didn’t build a sodomy case against some random guy in the streets: he went for the Queen Mother, and for the Queen’s consort brother, knowing it would lead to the fall of the Queen consort as well. Is it possible for the motives of such a calculating person to be pure? Obviously if you’re going to harass people for their (in universe) moral failings, I guess you can start at the top and use them as examples.
But if this is part of some wider power scheme, what kind of an endgame is he going for? Does he want to turn Westeros (or just King’s Landing) into a theocracy, like Iran or the Vatican? If so he needs to leverage his influence to bring the king’s guard under his control. This is potentially easy, since everybody and their brother already suspects that Jamie (Lord Commander of the King’s Guard) did the naughty with Cersei. The problem is how to get rid of Jaimie, without calling into question the legitimacy of Tommen, which besides being an ideal stooge for the High Sparrow, is the only surviving legitimate descendant OR sibling of Robert Baratheon. If Tommen is removed from the picture, it’s not clear what would happen to the Iron Throne.
If the High Sparrow doesn’t want to go the theocratic route, he could use his power to get some of his faithful into positions of power, and then use this leverage to get the faithful important government contracts. This will lead to a cascade of sudden conversion, as the movers and shakers of King’s Landing fall over themselves to accept the faith. This would be similar to what some Catholic organizations allegedly have done with the national hospital service in a few regions of Italy. If he decides to go this route, he will try to get his proxies appointed as the Master of Coin, Master of Laws, or perhaps Master of Ships (lots of ship building and maintenance contracts to go around). Of these three offices, the Master of Laws has been vacant since Renly left, while the other two are held by Mace Tyrell, father of Margaery. Filling an empty slot would be easier, but we have seen how the High Sparrow likes to kill two birds with one stone, and presumably Mace also knew of his son’s escapades, so it would not be impossible to remove him as well. If he does so, I would expect the Tyrells to break  with the Lannisters for good, though perhaps having three out of four members of their family hostage under the control of the High Sparrow will keep a lid on things for some time.
The discussion about Tommen makes us realize how pissed off some families in Dorn must be at this point. Before the Sand Sisters decided to go on their little killing spree, Myrcella was on track to have a son with Trystan, which would give said son a high probability of eventually rising to the Iron Throne (given the high adolescent mortality for royals in King’s landing). So the in-laws of the Martells were within spitting distance of having a cousin on the Iron Throne, and now they have nothing. I wouldn’t be surprised if there was a spot of bother over that at some point.
 

North of the Wall
Bran is having visions. We see some backstory which could potentially become important, but it’s unclear what it means just now. Perhaps Bran can reawaken Hodor’s fighting instincts. Bran’s visions remind me of Caesar’s epilepsy. In the olden days epileptic fits were often seen as communication with the gods, and altogether not an undesirable trait in a leader. Bran can continue having visions as long as he wants, but eventually it is imperative that he joins Sansa.

Castle Black
The Wildlings save the day, so his friends don’t join Jon as corpses just yet. But the problem remains: Jon Snow was the link that could make the wildlings-south-of-the-wall thing go sort of smoothly. Even if Davos and the Wildling leader have the best intentions, will they trust each other enough? By the way, remember Mance surrendering? The situation, and the way he was shot is strongly reminiscent of Vercingetorix’s capitulation to Caesar, and funnily enough the actor that plays Mance was Caesar in the “Rome’ tv series. Though it also has echos of the US Cavalry vs Plains Indians endgame.

Tyrion in Mereen
The Sons of Harpy are almost certainly led by whatever was the second most powerful family in Mereen before Dany came along. They didn’t like how Hizdar curried favor with Daenerys, and saw the risk of being marginalized. A risk which was confirmed when they actually got engaged. They have made a decision, and are unlikely to reverse course. Come clean, and hoping for leniency would be extremely dangerous, and even in the best case scenario would see them exiled, or at least severely marginalized. No, if Tyrion wants to crack this nut, he has to either get Hizdar’s clan behind him, or else find the third most important family and help them destroy the second.
Anyway, the Mereen navy went up in smoke. This could actually be a sheep in wolf’s clothing. When Cortez reached the new world, he burnt his ships. As a result his men were very well motivated. There’s been a constant tension between Daenerys using Mereen only as a springboard for getting her and the Second Sons into Westeros, and her actually settling down to rule the place. The two are obviously contradictory. If she stays forever, the local rich guys may at some point decide it’s better to have her as an ally than enemy, and some will take a stake into her power structure, aligning their incentives. But if the expectation is that she will leave in six months anyway, there is no point in anybody putting their bets on her, and resistance will continue. The problem of course is that presumably that fleet wasn’t just there for looks, and the loss can compromise the continued viability of Mereen. Presumably most of the ships burned were warships, since merchant ships spend most of their time at sea, so losing a harbor full of them doesn’t make much of an impression on their absolute numbers. Who were they built to defend against? Will these foes decide to use their newly found control of the seas? I would expect that at a minimum, piracy incidents should become more frequent.
One of the big problems faced by the Targaryen faction is the lack of reproductive feed stock. Sure, Dany can do her bit, but if her children continue to be dragons it won’t make for a very stable court, as years go by. Even if the dragon thing is something she can turn on and off, she can only pick one spouse. She has no other living relatives, and Varys is a eunuch, as are all of her soldiers. That leaves Tyrion and Daario, and while both seem perfectly capable of producing heirs, one woman and two men is not much to start a dynasty with. Presumably some of the former slave girls, particularly the former clerical slaves such as Missandei, could be part of the foundation, but it is unclear weather former slave holders could see themselves as sufficiently invested in the status quo, just because one of their family is married to a former slave – however trusted and well-liked by the queen.
We also learn that the other cities liberated by Dany have gone back to slavery (what happened to the garrisons?), leaving Mereen isolated, and without a fleet. Troubling times. On the plus side, Tyrion seems to be making friends with the dragons. I guess the closest historical paragon would be with be with the domestication of the horse, which must have given an incredibly decisive military advantage to those first cavalry warriors.

Arya in Bravos
Arya looks very plump for a girl that’s been begging for a few months. Perhaps her friends with no face were looking after her. Anyway, she seems to have gotten on the good side of her mentor again.The whole Faceless Men things is clearly taken from the Assassin Sect.

In Winterfell
The Boltons have some good news and some bad news. They lost track of Sansa and found the hunters (bad fieldcraft on the part of Team Sansa, they should have hidden the bodies). This makes it very hard for Ramsay to father a son, as “enthusiastic” as he was to do so. Unless of course Sansa is already pregnant of course. On the plus side, Ramsay now has a little baby brother. This is good news for the family, but bad news for him. Oooh surprise, Ramsay just killed his father (I am writing this as I watch). Well that does change things… So Bolton Sr.  was retroactively “poisoned by his enemies” as the Maester will confirm (before he gets killed for being an eyewitness). Presumably we’ll get a couple of episodes of Ramsay torturing various people “he suspects of being behind this”. What follows is of course Ramsay being Ramsay. His end will be a very teachable moment.

Team Sansa
Theon decided to go home, while the rest continue North. On the minus side, Jon is already dead, but on the plus side the Wildlings must at this point be looking for a leader from south of the wall to ease their transition. Team Sansa is actually not in a horrible place. Right now there’s only Sansa, Brienne, and Pod. Sansa has the birth, Brienne has the brawn, and Pod – well, he’s loyal, and can take care of one or two redshirts.
 What they are lacking is brains, unless Sansa starts seeing sense, she gave some indication of this in the Ayre. Brienne is a great – if unlucky – King’s guard, but I don’t see her as a great military strategist. If Bran stops sitting in his cave visioning of yesteryear and decides to join her sister, they could be quite a team. The advantage they would have over the other houses is that they are remarkably free to make their own destiny. The Lannisters are in hock to the Iron Bank, the Tyrells have a high incarceration rate and an uneasy alliance with the Lannisters, Ramsay will eventually find himself buried in a burnt hole he himself dug and set fire to, Dany is going to some Dothraki temple, and her faction is busy playing cops and robbers with the Sons of Harpy. If Bran and Sansa can get together (presumably with the archery girl  and Hodor in tow) they would be a pretty good special operations outfit. They could get the North to revolt to the Boltons in a heartbeat. Incidentally, speaking of Theon, what happened to him is not some weird fantasy thing. It’s called learned helplessness, and it was the basic intermediate objective in e.g. the interrogation of Abu Zubaydah (“He capitulated the first time.  We chose to expose him over and over until we had a high degree of confidence he wouldn’t hold back”). So not exactly that thing, but that sort of thing actually does happen.

On the Iron Islands

(clearly inspired by the Norsemen) the king and his daughter are discussing the war. They had the great idea of capturing a bunch of towns, but with the war on the mainland over, they have now lost all of their continental garrisons. Even for the Vikings, raiding was always a lot easier than holding ground. It’s true that they conquered a lot of places, but for every success there were dozens of failures we never get to read about. But loosing the garrisons to the last man sounds more like lack of planning, or bad orders. A maritime culture makes war by hit and run. I’m not saying the Ironborn have to be exactly like the Norsemen, but what’s the point of sea supremacy if you’e not going to cut your losses when outnumbered? Conversely, if they are (usually) so strong that they never needed to run, why haven’t they taken over Westeros? If the garrisons were a significant part of the Ironborn military force, why lose them for nothing? Or, if the Ironborn had manpower to spend, why didn’t they reinforce the garrisons?
Now the King’s brother comes back from sailing, raping, and pillaging elsewhere and kills the King. Presumably this is why the other ruling families have King’s guards. And nobody saw him do this, despite the event taking place on some rope bridge which presumably should have somebody standing next to it ready to cut it, for it to be of any use.

Castle Black
They are bringing back Jon from the dead. Historical precedents… well there was that one alleged time… Other than that, I guess the closest parallels are with literature rather than history. The whole scene had more of a Dr Frankenstein feel than anything else, but we’ll see what kind of undead Jon proves to be.
At this point, can I just bring to your attentions that in the last two episodes, three of the main ruling families in the series suffered violent changes of management brought about by their own blood? Let’s just say that by the time the Iron King met his brother, I would have been surprised if they both walked away from the scene. This level of internal strife makes it surprising that they are able to wage wars against enemies outside the family at all. I guess part of the explanation could be the brutalizing effect of the war on relationships within the family?

Storie di libri abbandonati a metà / Ep. 1

in cultura by

“Perché accanirsi a leggere un libro orrendo? Per un malinteso senso d’orgoglio, per spirito di disciplina, per sfida a sé stessi? O – peggio ancora – per il semplice fatto che lo si è comprato? «Ho speso tredici euro per Acido solforico di Amélie Nothomb, a questo punto lo leggo fino in fondo». Che è esattamente come dire: «Ho buttato del denaro, ora per pareggiare i conti devo buttare anche del tempo». Non vi daranno indietro né l’uno né l’altro.”

G. Vitiello

 

Dan Marinos – Delitto e Castigo di Fedor Dostoevskij

Ho cominciato a interrompere i libri da quando ho iniziato a lavorare (nel momento in cui mi sono reso conto che stava diventando una sorta di isterismo, tipo disordine alimentare, mi sono imposto di non rinunciare a più di due libri di fila). Prima l’avevo fatto una volta sola, con Delitto e Castigo.

È un libro che iniziai per amore, e leggerlo non mi costava alcuno sforzo grazie ad una traduzione piuttosto agile e moderna. Certo, dovevo portare pazienza e sopportare l’utilizzo della parola “Colombello/Colombino” detta tra maschi eterosessuali (“No, ma che Mikolka! Rodion Romanovic, colombino mio, Mikolka non c’entra in questa storia!” dice il Signor Petrovic al protagonista). Trovo fastidioso quando viene data per scontata la conoscenza di un’usanza o di abitudini tipiche di una società che però mi è lontana nello spazio e nel tempo.

Fatto sta che un giorno dimenticai il romanzo sull’autobus e andai in biblioteca a cercarne un altro. Pensavo: “Uno vale uno”. E invece la traduzione era molto più vecchia della prima e i termini ancora più lontani dalla mia soglia di sopportazione.

Questa esperienza mi ha fatto quindi capire che se non mi piace un libro, soprattutto un grande classico, non è colpa dell’autore. Chi sono io per dare contro a Dostoevskij? Quando succede, mi guardo allo specchio con il libro in mano e vedo chiaramente il colpevole: il traduttore.

Conclusi Delitto e Castigo sfogliando rapidamente l’ultimo quarto di libro: mi pare che qualcuno muoia nel fiume, no?

 

Billy Pilgrim – Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas

Una trama che sembra sembra uscita da un film di Tarantino con derive alla Nicholas Sparks.

Alla fine del regime napoleonico, il giovane e onesto Edmond Dantès viene coinvolto, suo malgrado, in un intrigo politico ordito da un gruppo di villanzoni desiderosi di rifarsi una verginità monarchica: arrestato e condannato per tradimento, l’ingenuo protagonista viene gettato nelle terribili segrete del Castello d’If, dove spenderà i successivi 14 anni della sua vita nella speranza di rivedere la luce del sole. Riuscito miracolosamente ad evadere, ed entrato in possesso del favoloso tesoro dell’isola di Montecristo, Dantès rientra a Marsiglia per vendicarsi sotto falso nome dei suoi aguzzini, divenuti nel frattempo i signori indiscussi della vita pubblica locale.

Il personaggio di Edmond Dantès, nei panni del Conte di Montecristo, anticipa sotto molti di vista la figura gotico-romantica del Dracula di Bram Stoker: alto, magro e mortalmente pallido, ma tuttavia in grado di emanare una certa aura di erotismo esotico e potere arcano. Gli intrighi machiavellici per vendicarsi dei suoi nemici non possono non catturare l’attenzione del lettore – sin dai primi capitoli dell’opera di Dumas, si sente un meraviglioso odore di sangue che cola.

Premesse (e promesse) ottime per una prosecuzione altrettanto deludente: a metà romanzo, la storia sfocia lentamente ma inesorabilmente nei toni melensi del feuilleton, e la sottotrama della storia d’amore tra Maximilien e Valentine, quest’ultima figlia di un avversario di Dantès, prende il sopravvento. Pagine e pagine di “Mi ami? Oh, ma quanto di ami?” nell’ennesima, insopportabile cornice del giardino segreto/hortus conclusus. Insomma, tutto quello che NON vorreste leggere nel pieno di una spirale di vendetta, violenza e scontri mor(t)ali.

Il libro rimase sul mio comodino per mesi, nell’angosciosa e inutile attesa di essere riaperto, fino a quando non mi chiamarono dalla biblioteca per ricordarmi che in Italia rubare è ancora reato.

 

Francesco Del Prato – Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Cominciato un paio di volte, mai finito. Ma non ho argomenti razionali, è sempre stata tutta una questione di sensazioni, di fastidiose suggestioni provocate da una lettura che ho sempre trovato faticosa.

Leggere di Tancredi di Salina, del principe Fabrizio, di vicende politiche poco avvincenti e degli amorucoli dei rampolli mi restituiva una sensazione di oppressione, di afa, di lentezza e pesantezza canicolare. Quasi un fastidio fisico, una sensazione sgradevole addosso. La narrazione a blocchi non aiuta, la mia totale insensibilità verso quel capitolo storico in quelle terre tantomeno, e certo questo sentimento di decadenza è fortemente cercato – fatto sta che fatica, fatica e ancora fatica. Una narrazione di un universo stanco che non mi appartiene, ecco a cosa associo il Gattopardo.

Ma ripeto: pura irrazionalità. I romanzi hanno anche questo potere.

 

Felix Davarr – Gita al faro di Virginia Woolf

Quando mi addormento leggendo, se ho tra le mani qualcosa di valido, faccio il seguente incubo: siamo in una realtà parallela dove i romanzi sono tutti delle opere d’arte perfette, da cui i lettori traggono lezioni fondamentali sul senso della propria esistenza; quando un romanzo viene portato a termine, al lettore è concesso salire un gradino verso la conoscenza. Nella scala che tutti gli uomini devono salire, Virginia Woolf sta seduta nel mezzo a guardarci come una sfinge a cui la tradizione del romanzo inglese, fatta di satira, eroine, arrampicate sociali, ha per dispetto scalfito il naso con una cannonata. Già offesa da questo sfregio, la Sfinge Virginia ti blocca in mezzo e comincia a farti domande in maniera sconnessa. Anche io a un certo punto me la trovo davanti, ma nemmeno il tempo che lei finisca la domanda che mi viene un attimo da sorridere, e per questo vengo rispedito con una zampata al gradino più basso. Il sogno finisce con me condannato a bivaccare per l’eternità in un mondo di analfabeti.

Morale: avevo letto la Signora Dalloway, e preso da vezzi adolescenziali avevo subito iniziato la Gita al faro. Dopo quaranta pagine ho iniziato ad avvertire i primi sintomi di un intossicazione da presunzione, solipsismo, mancanza assoluta di ironia (se non per profondere disprezzo) e ho capito che forse, forse, forse questa cosa di leggere e scrivere romanzi per astrarsi da tutto e da tutti è una maniera poco sana di approcciare le cose. Mi piace ricordare la Gita al faro come un romanzo come un punto d’arrivo importante nella mia soglia della sopportabilità. E ogni volta che il critico di turno declama che i romanzi sono prima di tutto opere comiche mi passa ogni voglia di fare le scale.

 

Breve elegia del supplì

in cibo by

A Roma si mangiano i supplì. Sicuramente è un fatto noto di per sé, ma sulla mia pelle è una scoperta recente, perché qui si trovano davvero agli angoli di strada, nelle pizzerie al taglio che si ripetono piastrellando quasi ogni via della città. Il supplì è essenza della romanità verace, è sintesi di una cucina completamente ed esclusivamente italiana, un boccone che racconta opulenza nella sua povertà: riso, pomodoro, mozzarella, la panatura. Ingredienti classici, che appartengono alla tavola quotidiana e alla memoria (lo so, lo so, la retorica della memoria in cucina, non se ne può più, però è cosa vera); etica ed estetica del recupero, ché il supplì nasce col riso avanzato, che viene condito e fritto per dargli nuova vita.

Il supplì è il cibo da passeggio prima che diventasse street food, prima che l’orda di conformismo gastronomico rendesse fighetto e svuotato tutto ciò che era figo di per sé, con bisogno di poco altro. Racconta la storia saporita delle preparazioni classiche, cui si perdona la pesantezza – e talvolta l’anacronismo – in favore della golosità. Il supplì funziona anche per questo: ne basta uno, non serve abbandonarsi alla scorpacciata. È il complemento al pasto perfetto, lo spuntino ideale. Placa la fame e la gola, ma con soddisfazione. E poi, si mangia con le mani, come le cose più buone.

C’è profumo di forno e di fritto, in proporzione aurea. Ne ordino uno, costa un euro. Un euro, capite? Neanche il fastidio di avere resti e spicciolame, solo un euro: la perfezione! Doratura croccante, rossa perché il pomodoro già fa capolino. Il primo morso è quello rivelatore, quello che racconta la storia del telefono: se la mozzarella è in quantità e posizione corretta, bocca e supplì saranno collegati da un filo del telefono fatto di mozzarella filante, lunghissimo e profumato. Il secondo morso è quello della golosità: cuore centrale, più mozzarella, sapidità che esplode, segue l’acido del pomodoro e tutto è tenuto insieme dalla grassezza della panatura. Quindi, croccantezza. Il terzo morso è quello della soddisfazione, c’è il fondo, ancora più croccante – dove la panatura è concentrata e più bruna – e qui arriva un sentore bruciato, e poi naturalmente le dita appena sporche dell’olio che è trapelato dal fazzoletto.

Sono bastati tre morsi, ma c’è ancora grande persistenza. Un profumo che rimane e un sapore ancora intenso. Sorso d’acqua, e possiamo tornare alla realtà.

Chi ha paura del ‘piuttosto che’?

in cultura/società by

Ma davvero usare piuttosto che nel senso di oppure è un indizio dell’Apocalisse imminente? Me lo sono chiesto dopo aver riletto questo articolo del 2014 de Linkiesta, ripostato qualche giorno fa sulla pagina Facebook del magazine online, con tanto di didascalia che dice: “Una vera e propria battaglia culturale”. Nell’articolo si parla (non senza ironia, mi auguro) dell’uso improprio del piuttosto che come di “una sciagura” e “una iattura” e si cita questo estratto dell’opinione illustre dell’Accademia della Crusca:

Non c’è bisogno di essere dei linguisti per rendersi conto dell’inammissibilità nell’uso dell’italiano d’un piuttosto che in sostituzione della disgiuntiva o. Intendiamoci: se quest’ennesima novità lessicale è da respingere fermamente non è soltanto perché essa è in contrasto con la tradizione grammaticale della nostra lingua e con la storia stessa del sintagma (a partire dalle premesse etimologiche); la ragione più seria sta nel fatto che un piuttosto che abusivamente equiparato a o può creare ambiguità sostanziali nella comunicazione, può insomma compromettere la funzione fondamentale del linguaggio.

Una frase di questo passaggio è certamente vera: in effetti, non c’è bisogno di essere dei linguisti per pensarla come la Crusca o come Linkiesta. Possibile, tuttavia, che essere dei linguisti aiuti a evitare di impegolarsi in battaglie inutili e concettualmente sbagliate come questa.

Una piccola premessa di costume. C’è tutto un curioso fiorire di pagine Facebook, iniziative artistiche e dotti libretti dedicati agli strafalcioni dell’italiano di tutti i giorni. Pare comunque che nessuno abbia dubbi: tra tutti gli errori di grammatica e ortografia, il piuttosto che usato con valore disgiuntivo è diventato il “simbolo della degenerazione linguistica“. All’origine di questa ondata di indignazione c’è probabilmente quella che Wikipedia descrive come “una certa venatura di snobismo” e “aura di prestigio” percepita in chi utilizza impropriamente questa espressione. Anche la Crusca, congetturando sull’origine dell’errore, parla di una “moda” o un “malvezzo” di origine settentrionale, e precisamente milanese, verosimilmente incistatasi nell’italiano parlato per imitazione “ad opera di conduttori settentrionali”. A sentire queste fonti, ci troveremmo di fronte a una specie di complotto linguistico ordito da gruppi organizzati di fighèt meneghini.

Questa rappresentazione è tanto più fastidiosa in quanto contribuisce a diffondere un’immagine pubblica dei linguisti di professione come di sommi sacerdoti della lingua, col ditino perennemente alzato e che a correnti alterne si inteneriscono per un petaloso o si infiammano d’indignazione per un piuttosto che usato male. Per fortuna, accanto alla pedante battaglia purista, ci sono linguisti che, facendo il loro mestiere, provano a spiegare il fenomeno e a interrogarsi seriamente sulla sua origine utilizzando gli strumenti della semantica storica e dei processi di grammaticalizzazione. In un articolo apparso nel 2015 sulla rivista Cuadernos de Filología Italiana, le linguiste Caterina Mauri (Università di Bologna) e Anna Giacalone Ramat (Università di Pavia) propongono alcune ipotesi piuttosto convincenti e che vale la pena riassumere, con qualche semplificazione.

Per prima cosa, sulla base di dati raccolti in grandi banche dati dell’italiano scritto e parlato, le due autrici sottolineano come l’uso del piuttosto che con valore disgiuntivo sia in realtà ampiamente diffuso sul territorio nazionale: più che una moda passeggera o un malvezzo milanese, l’osservazione empirica sull’arco degli ultimi vent’anni suggerisce al contrario “le sembianze di un mutamento linguistico ormai avvenuto” (55). Che non si tratti poi semplicemente di una “discutibile voga di origine settentrionale”, come scrive ancora la Crusca, è testimoniato dal fatto che il tipo di processo linguistico osservato nel passaggio ai nuovi usi del piuttosto che trova dei chiari paralleli nello sviluppo di locuzioni analoghe in lingue diversissime dall’italiano, quali il Giapponese e il Koasati (una lingua nativa americana). D’accordo che la moda milanese è famosa in tutto il mondo, ma è improbabile che i nativi americani del Texas abbiano subito fino a questo punto il fascino del dialetto lombardo! Una terza notazione interessante riguarda l’etimologia del piuttosto che: l’originario “più tosto che” aveva un’accezione temporale equivalente a “più rapidamente, prima di” che gradualmente si è persa per fare posto, già a partire dal XV secolo, al significato di comparativo di preferenza (“Preferiscono mangiare piuttosto che essere mangiati”). Se nel tardo medioevo ci fossero stati i social e l’Accademia della Crusca, possiamo star sicuri che avremmo assistito a una levata di scudi contro “codesto heretico impiego” di più tosto che in funzione di comparativo.

Il parere della Crusca rafforza un’altra leggenda ben radicata, e cioè che l’uso del piuttosto che in funzione di disgiunzione sarebbe da rifiutare perché avrebbe come allarmante conseguenza nientemeno che quella di “compromettere la funzione fondamentale del linguaggio”! Stando sempre a Wikipedia, il glottoteta Diego Marani sul Sole24Ore si sarebbe spinto fino al punto di suggerire che il piuttosto che disgiuntivo sarebbe “dal punto di vista semiotico, un’espressione del tutto priva di contenuti comunicativi, classificabili al pari del «mi consenta» berlusconiano tra gli strumenti inutili del lessico di Porta a porta: mere formule utili a «tenere il microfono», ma con uno spessore semantico equivalente a quello di un grugnito”.

Anche su questo punto, il paper di Mauri e Giacalone Ramat ci viene in soccorso, dimostrando che questa presunta vacuità semantica e pericolosa ambiguità del piuttosto che disgiuntivo è in realtà inesistente. Al contrario, l’uso del piuttosto che nei cosiddetti contesti di “libera scelta” (dove cioè non è implicata o presupposta una preferenza tra gli elementi concordati da questa locuzione complessa) svolge – secondo le autrici – un ruolo semantico specifico, non assimilabile a quello della disgiunzione semplice (“o”, “oppure”). Che le cose stanno così è inoltre suggerito dal fatto che, laddove svolge funzione di disgiunzione, piuttosto che ha proprietà “distribuzionali” diverse da quelle dei semplici connettivi disgiuntivi: in altre parole, l’uso del piuttosto che non è accettabile in alcuni contesti nei quali la semplice disgiunzione “o” o “oppure” sarebbe invece lecita. Un esempio sono le domande alternative. Si può notare, in effetti, che una frase come

(1) Stasera andiamo a mangiare la pizza o il pesce?

pronunciata con la giusta intonazione, può indicare una richiesta all’interlocutore di indicare una preferenza tra le due alternative proposte (pizza o pesce). Al contrario, una frase come

(2) Stasera andiamo a mangiare la pizza piuttosto che il pesce?

non può essere interpretata in questo senso. Se pronunciata con la giusta intonazione finale di tipo sospensivo, questa domanda si può parafrasare solamente come: “stasera andiamo a mangiare qualcosa?, ad esempio pizza o pesce, etc, …?”.

Questa parafrasi rivela in effetti quella che secondo Mauri e Giacalone Ramat è la funzione semantica specifica del piuttosto che disgiuntivo, ovvero quella di una disgiunzione con valore esemplificativo. In parole povere, l’uso del piuttosto che servirebbe a indicare una lista aperta di alternative non esaustive e non specifiche, sulla base della menzione di alcuni esemplari noti al parlante. Attraverso l’uso di questa locuzione, l’interlocutore viene così invitato a elaborare mentalmente una categoria sovraordinata cosiddetta estemporanea o ad hoc, ovvero una classe di oggetti per la quale non esiste nel dizionario un nome convenzionale (ad esempio “uccelli” o “sedie”) ma la cui utilità comunicativa è limitata allo specifico contesto della conversazione (ad esempio: “cose che potremmo avere voglia di mangiare stasera”).

A conferma di questa analisi, le autrici segnalano che, nei corpus da loro analizzati, è attestato un ulteriore uso, più recente, del piuttosto che, a sua volta derivato dalla nuova accezione disgiuntivo-esemplificativa. In questo secondo caso, il piuttosto che compare a fine frase, o comunque prima di una forte pausa, ed ha una funzione più o meno equivalente a quella di espressioni come “etc.” o “e cose così”, come nella frase che segue tratta da un forum di discussione:

(3) Spesso c’è il problema di dire “dove si va”, magari per un giro pomeridiano, piuttosto che.

Anche questa nuova transizione semantica, dall’uso di disgiunzione esplicativa al significato di general extender (“etc…”) non sorprende se si guarda all’evoluzione di locuzioni analoghe in altre lingue, spiegano le autrici.

Questa storia forse un po’ noiosa ha una morale. Il linguaggio è uno strumento che usiamo per uno scopo, comunicare, e che di continuo noi, parlanti di una lingua naturale, modifichiamo e affiniamo con grande plasticità per adattarlo all’esigenza di comunicare cose sempre nuove. Le regole linguistiche di oggi sono nient’altro che il frutto di errori passati. Estendendo i limiti della grammatica e del lessico al di fuori dei confini fissati dallo standard dei libri di scuola, chi parla una lingua non fa altro che provare a colmare un vuoto che esiste tra ciò che vorrebbe comunicare (possibilmente con il minor sforzo possibile) e ciò che, in un certo momento storico, è codificato nelle parole che usiamo. A volte, chi “parla male” e “scrive male” sta cercando per noi le parole giuste, quelle che useremo tutti quanti domani. Forse bisognerebbe ricordarselo, prima di avventurarsi in “battaglie culturali” senza cultura.

Sette omicidi: il romanzo jamaicano che vedremo in TV

in scrivere/televisione by

 

Sentirete parlare di una “Breve storia di sette omicidi” perchè la HBO ne ha acquistato i diritti per uno sceneggiato.

Il romanzo è anche riuscito a vincere il Man Booker l’anno scorso, con le parole d’elogio al momento della premiazione tutte rivolte al magnifico impianto narrativo che l’autore Marlon James è riuscito a mettere in piedi in settecento pagine. Una mole dispersiva di personaggi, un arco della storia che copre più di trent’anni, molte parolacce, molta crudeltà, molti omicidi, e la soddisfazione per l’autore di essere accostato a nomi molto importanti della narrativa contemporanea.

Di che parla: “Breve storia di sette omicidi” prende spunto da un fallito attentato al cantante Bob Marley nella seconda metà degli anni Settanta. Due giorni prima che in Jamaica si svolgesse un suo concerto che doveva servire a placare gli animi tra i due partiti principali, alcuni uomini armati fecero irruzione nella sua villa riuscendo a ferire lui e la moglie. Il cantante si salva ma le cause dell’attentato rimangono oscure. Marlon James, che è nato e cresciuto in Jamaica prima di inventarsi una nuova vita come professore di scrittura creativa in Minnesota, utilizza questo avvenimento come pretesto per un impalcatura enorme in cui le voci dei personaggi raccontano in prima persona la trama dell’attentato e le sue conseguenze.

A questo pretesto si aggiunge anche il pretesto di una  quanto più selvaggia e feroce della Jamaica di quegli anni, e di una ricostruzione della curiosità della CIA per i potenziali sviluppi politici della musica di Bob Marley in un paese come la Jamaica, e il pretesto per dare una panoramica sulla fascinazione che la musica bianca ha subito nei confronti del raggae,  e il pretesto per mettere in luce aspetti – questi sì, più o meno personali, della realtà jamaicana negli Stati Uniti. Insomma, se ve lo comprate fate meglio a mettervi il cuore in pace e iniziare pagina 1 con l’impegno che richiede un romanzo estremamente ambizioso in termini di pretesti.

Come ho detto, i capitoli sono tutti in prima persona. Le voci che si alternano incalzano il lettore verso direzioni opposte. Può essere frustrante, eppure un secondo prima che la noia si faccia percepire ecco che queste direzioni convergono. L’estrazione sociale dei personaggi è molto varia come vario è il registro dei personaggi. Insomma, il romanzo attraversa tutta la sua durata sul bordo pericoloso dell’abbandono, eppure ne esce salvo. Quando l’ho finito, ho pensato che una storia così dispersa e un ritmo così fitto meritassero una presentazione che fosse il più lineare possibile. Non avrebbe senso provare a costruire una sovrastruttura su un romanzo la cui ambizione è piegare la propria forma al racconto e basta. Molto spesso mi è sembrato evidente quanto la fedeltà dell’autore a questa scelta in un certo senso sinfonica lo abbia costretto a sacrificare le sue potenzialità; quindi, lettore esigente, di parti “ben scritte” il romanzo è pieno, ma compaiono a tratti, non te ne accorgi immediatamente, il tempo che le scorgi e si torna di nuovo alle espressioni gergali (povero traduttore) e alle parolacce.

Io sono una persona che i libri non si sente l’obbligo di finirli. Si finiscono gli esami o i compiti per casa, non i romanzi. E questo ha settecento pagine. Quando l’ho terminato ho pensato che l’autore sia comunque riuscito a combinare qualcosa di efficace. Ho pensato anche quand’è stata l’ultima volta che ho letto un romanzo tirato avanti da una trama e saranno stati anni. Il problema del romanzo non è quindi come ci si sente quando lo si finisce: su questo solo soddisfazioni; il problema è nel mentre: siamo  lettori occidentali, non sappiamo niente di Jamaica e l’autore non si è posto nemmeno il problema di come rendere la rappresentazione più commestibile. L’insistenza religiosa verso una scrittura veritiera ha sortito l’effetto paradossale per cui il lettore va avanti spinto da suggestioni razziste. La violenza, la droga, la facilità dei personaggi femminili: tutti elementi passibili di associazioni razziali equivoche. Eppure, se lo sforzo fosse stato un attimo più panoramico, se l’autore si fosse preso una pausa da questo realismo modulato al massimo, ci saremmo probabilmente risparmiati tutti questi equivoci.

Breve storia di sette omicidi è un romanzo notevole, col difetto originario di una distanza di punti di vista tra chi l’ha scritto e chi sta per leggerlo. Marlon James si è posto un obbiettivo molto vasto, ma il fondamentalismo con cui lo ha perseguito ha avuto come nemesi l’utilizzo (quasi) inconsapevole di una caratterizzazione pericolosamente grottesca. (Perchè dico (quasi) inconsapevole? Perchè dico pericolosamente grottesca? Perchè seguo Marlon James sul suo profilo Facebook e lo vedo molto impegnato nell’attaccare il razzismo altrui). Tutto questo ha implicazioni dannose a livello narrativo: gli sviluppi della storia si rendono comprensibili solo quando la voce passa a caucasici, e ciò porta il lettore a modulare l’attenzione, già in lotta con un linguaggio difficile, in una maniera selettiva che, oltre a non far bene alla propria coscienza, non fa bene nemmeno alla lettura: un caso che personalmente ho trovato molto istruttivo su come mandare in corto circuito chi legge.  Non ho nemmeno aspettato di finire il romanzo per figurarmi la trappola che l’autore si è costruito da solo: quando l’azione si sposta a NY, quest’insistenza alla mimesi produce l’effetto opposto: il lettore è costretto a cercare, nelle descrizioni, quanti più dettagli possibile per rassicurarsi sul fatto che non si è più in Jamaica. Insomma, sono stati commessi dei pasticci.

Al di là comunque degli aspetti politici, è un romanzo avvincente. Uno potrebbe dire ma perchè ne parlo; se Libernazione non è un bollettino di novità, ha senso allora parlare solo dei libri che piacciono; boh, a volte credo che abbia senso leggere cose che ti aiutano a costruirti un’idea di cosa dovrebbe e non dovrebbe essere la lettura, e questo romanzo l’ho terminato con le idee positivamente confuse. Piacerà di più a quei lettori disposti ad arrendersi a una lettura poco controllata, i tipi cioè che vanno avanti sopportando qualsiasi distanza dall’autore pur di godersi la storia. L’adattamento televisivo smusserà probabilmente queste incomprensioni.

 

 

Game of Thrones historical references: S06E01 “The Red Woman”

in religione/televisione by
George R.R. Martin, the creator of Game of Thrones, is famous for inserting bits of history into his novels. For example, the war between the Lannisters and the Starks is rather similar to the War of the Roses, between the Houses of Lancaster and York. The idea of this series of posts is to give a play-by-play analysis for some of the historical events which might have inspired the episodes of the TV series. In fact this is meant more as a starting point, I hope fellow history buffs who are GoT fans will suggest more references in the comments.
Today I will be analyzing Episode 1 of Season 6, “The Red Woman”

At The Wall
Well I always liked the guy, but he was not exactly the most gifted leader of men. He failed to create a consensus over what was clearly a contentious decision, and apparently all of the officers of The Watch decided he had to go.
The weird thing is that the conspirators only seem to remember about his friends after they get together, and one of them has had time to leave to seek help. A more traditional solution would have been to either commit the murder while they were away, or at least keep them from uniting until the news was brought to them (assuming of course that they couldn’t just murder six or seven members of the watch and expect the rest to accept it, as was normal during e.g. the Second Mafia War). Leaving the body exposed for essentially a random find was also not very wise. This sort of thing needs to be managed carefully. As it is, Thorne is lucky he got to make his little speech at all, rather than just being killed while trying to explain.
The historical parallel is clearly to the killing of Julius Caesar, right down to the edged weapons. A common historical option for disgruntled subordinates would have been strangulation, which takes long enough to show that the murder was not a rash act by one or two individuals, but something all those present firmly agreed upon. The Wall itself is based largely on Hadrian’s Wall, but also on a variety of other linear fortifications built to keep more mobile groups away from settled people. Peter Spring has a very nice book on this sort of thing, and I’m currently doing research on this as well.

Change of management in Dorne
Ok, so Ellaria Sand and her daughters decided it was time for some strong female leadership in Dorn. First, they poisoned Myrcella, virtually guaranteeing war with the Lannisters in due time. Then they staged the simultaneous killing of Dorne leader Doran Martell, and his suddenly incompetent bodyguard. They further succeed in killing Doran’s (only?) son Trystan, which is actually on a ship anchored in King’s Landing. At this point, it’s not clear what the Sand Sisters’ plan is. Usually when you kill one branch of a ruling family, you already have another branch in mind to take over the succession (often you ARE the other branch in question). But as far as I can tell, House Martell died with Trystan. His dad is dead, his uncle is dead, he’s dead, and no other siblings were mentioned. Ellaria was just one of many, many beautiful women (“and beautiful men”) that Oberyn took into his bed, so if she wants to maintain control of Dorne, she’s going to have to fight for it. I hope for her the Sands are an extremely well connected family in Dorne, or she has already secured consent for the takeover from all the important actors, or they are in for some trouble. Historically, it is very hard to place this kind of gambit.

King’s Landing
Cersei has gained an inch or so of hair, but finds out her daughter was poisoned. Now, poison has a rich and varied history from earliest times. There were A LOT of suspiciously timed deaths in noble families, even given the higher mortality of the day. Knowing a good poisoner must have been a prerequisite for any family with aspirations of social mobility, and knowledge of all symptoms of poisons, and their antidotes, must have been the main prerequisite for a medical position at court. Anyway, back to our brotherly lovers. They plot vengeance against the whole world. What assets do they have to work with? They have complete trust in each other. Cersei is reasonably adept at plotting against family members, or commoners, but has consistently come out the loser when trying to play with the big boys and girls. Jaimie can hold his own in a fight against redshirts, but is hardly a decisive force on the battlefield after losing his right hand. They have the services of a sellsword (as long as they can offer him more than the opposition), and those of a soldier of frankly geological proportions, but unclear vital status. In principle having the King as your son should be good, but Tommen seems to do whatever is suggested by the last person he talks to, so in practice this is only an advantage if they can stop other people from talking to him. I am not sure how the internal succession rules of the Lannister house work (Agnatic seniority? Agnatic succession?), so I don’t know how much they can tap the private family resources. It’s also important to understand how separate the family finances are from the kingdom’s finances, especially given the massive debts towards the Iron Bank.
Down in the dungeons, the High Sparrow shows pity towards Margaery by… OF COURSE NOT! He just is pulling the classic good cop-bad cop routine on her. We’ll see whether she falls for it. Good Cop/Bad Cop is actually as old as the hills. Odysseus and Diomedes pull one in book ten of the Iliad. The High Sparrow concept reminds me of Girolamo Savonarola, and several heretic movement north of the Alps as well.

In the Dothraki Sea
The Dothraki are clearly inspired directly by the great steppe confederations of Eurasia. People such as the Parthians, the Huns, the Mongols, and the Tatars. I think the show is missing a trick here, by showing the Dothraki as more or less full-time warriors. As scary as the steppe people were while massed on their raids, the vast majority of their time was spent in small family groups herding sheep. Anyway, an enormous number of Dothraki captured Daenerys at the end of the last season, and now she’s being taken as tribute to a local leader. She tells him about her previous marriage to Khal Drogo, and they tell her that of course she is no longer a prisoner, but also that she needs to go in a temple to properly mourn her husband with all the other Khal widows for the rest of her days.
Arrangements of this kind were actually relatively common. For example in my native Palermo, 18th century (female) widows had a dedicated promenade next to the regular one, where they could walk around and socialize amongst themselves without being forced to give the impression that they were not mourning their decades-departed husband every second of every day. To an extent such arrangement may have been mandated by the significant benefits that widowhood otherwise conferred, coupled with the ease for a wife of administering poison, and the difficulties of the day in proving such substances had been used.
Incidentally, neither of the locations shown as inhabited by Dothraki, look really like nomadic pastoralist homelands. The place where Daenerys was captured looked too wet (pastoralists would eventually find out it was better to settle and raise livestock from hay). The drier areas they were walking through later had the right climate, but were a bit too hilly (hard for cavalry armies to consistently dominate a land with so many defiles). I’m guessing we still haven’t seen the real Dothraki Sea, but just its shores.

Quando c’era lui, ovvero una raccolta completa delle barzellette di Silvio

in arte/humor by

La verità è che, sotto sotto, ci manca. Terribilmente. E quindi per affievolire questa nostalgia canaglia, ecco una carrellata di momenti meravigliosi che ha donato al dibattito pubblico come solo lui sapeva fare.

 

La metabarzelletta: quella su Berlusconi

Quella di Carletto e la Contessina

Quella su Rosy Bindi, con bestemmione

Quella su Hitler

Quella sugli ebrei

Quella dell’agricoltore e la mela

Quella sui carabinieri e i comunisti

Quella del Commendator Bestetti che va al night, e la moglie

Quella del grande amatore

Quella del cinese che vuole la cittadinanza

L’altra metabarzelletta: Silvio in paradiso e la sua capacità manageriale

Quella su Nicolino, in napoletano

Quella sui carabinieri e il pinguino

Quella sui vampiri

La terza metabarzelletta: quella di Berlusconi e il contadino

Romanzi Cartolarizzati – Episodio I

in scrivere by

Visto che coi giornali trovate sempre una raccolta di libri e di DVD, si è pensato di farlo anche qui a Libernazione. Purtroppo, il nostro finanziatore occulto C. De Benedetti (che, a fini di mantenere l’anonimato, chiameremo semplicemente Carlo) ha detto che i soldi per i diritti non ce li da, e quindi abbiamo dovuto riccorrere alla formula della cartolarizzazione. La cartolarizzazione, in finanza, è sostanzialmente l’accumulo di titoli di vario genere che vengono mescolati e a successivamente distribuiti in maniera omogenea tra vari invevstitori. E’ come preparare un cocktail: prendi quattro o cinque ingredienti, li mescoli per bene e poi distribuisci a tutti lo stesso mix di preparato.

Parte quindi il primo episodio di Romanzi Cartolarizzati. Ne seguiranno altri due.

(il gioco ovviamente sta nell’indovinare gli ingredienti. In realtà è piuttosto semplice, ma il sottoscritto ha preparato questo post nel 2011 e oggi si è dimenticato le risposte).

EPISODIO I

Un tempo i Badwill erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza, Colorado; ce n’erano persino a Denver, e ad Aci Castello, tutti buona e brava gente di mare, proprio all’opposto di quel che sembrava dal nomignolo, come dev’essere. Adesso a Trezza non rimanevano che i Badwill di padron Tony, quelli della casa del nespolo, e della Provvidenza ch’era ammarata sul greto, sotto il lavatoio, accanto alla Concetta dello zio Cola e alla paranza di padron Fortunato. Povero padron Tony. La casa non era pagata. Era la sua nemica, quella casa. Ogni volta che egli faceva scricchiolare il pavimento della veranda, la casa diceva, sfacciata: non sono tua, Anthony Badwill, e non lo sarò mai. Il banchiere a cui apparteneva la casa era uno dei suoi peggiori nemici. Helmer il banchiere. La feccia dell’umanità. Più di una volta aveva dovuto presentarsi a Helmer per dirgli che non aveva abbastanza soldi per sfamare la sua famiglia. Helmer, i capelli grigi ordinatamente scriminati e le mani morbide, gli occhi da banchiere che parevano ostriche ogni volta che Anthony Badwill diceva di non aver soldi per pagare le rate della casa. Impossibile parlare a un uomo della sua razza. Odiava Helmer. Gli sarebbe piaciuto spezzargli l’osso del collo, strappargli il cuore dal petto e poi calpestarglielo. Ogni volta che pensava a Helmer borbottava: arriverà il giorno! Arriverà il giorno! Non era sua la casa, e gli bastava toccare la maniglia della porta per ricordarsi che non gli apparteneva.

Suo padre aveva osservato che, costantemente, in certe stagioni il solfato di rame saliva e in altre calava di prezzo. Decise perciò di comperarne per speculazione nel momento più favorevole, in Inghilterra, una sessantina di tonnellate. Poi il padre telegrafò al figlio che il buon momento gli sembrava giunto e disse anche il prezzo al quale sarebbe stato disposto di concludere l’affare. Mi ricordo la tranquillità e la sicurezza con cui Tony s’accinse all’affare che infatti si presentava facilissimo perché in Inghilterra si poteva fissare la merce per consegna al nostro porto donde veniva ceduta, senz’esserne rimossa, al nostro compratore. Egli fissò esattamente l’importo che voleva guadagnare e col mio aiuto stabilì quale limite dovesse stabilire al nostro amico inglese per l’acquisto. Tony dunque, per menare avanti la barca, aveva combinato con lo zio Crocifisso Woodenbell un negozio di solfato da comprare a credenza per rivenderli in Europa, dove compare Cinghialenta aveva detto che c’era un bastimento di Trieste a pigliar carico. La Longa, nuora di Tony, seppe del negozio di solfato e rimase a bocca aperta, e padron Tony dovette spiegarle che se il negozio andava bene c’era del pane per l’inverno, la plastica al seno per la neo sedicenne Mena e il Mercedes per Tony Junior. Tuttavia da Londra capitò un breve dispaccio: Notato  eppoi l’indicazione del prezzo di quel giorno del solfato, più elevato di molto di quello concesso dal loro compratore. Addio affare.

Tony era depresso per questo fallimento, che poteva costargli caro. Passava tutto il giorno a dormire e oziare sull’ottomana nella sua stanza. Lo svegliò definitivamente qualcuno che bussava con forza alla porta. «Ma apri, dunque! Sei vivo o morto?… Non fa che ronfare!» gridava Nastàsja, la sua cameriera, picchiando col pugno sulla porta. «Sono giorni e giorni che ronfa come un maledetto cane; e lo sei, un maledetto cane! Su, apri! Sono quasi le undici.» Balzò su dal divano, poi si sedette. Il cuore gli batteva da fargli male. Si sollevò, si chinò in avanti e tolse il gancio. L’intera stanza era talmente piccola che si poteva togliere il gancio senza alzarsi dal letto. Nastàsja lo guardò in un modo strano: in silenzio, gli tese un foglietto grigio, piegato in due e sigillato con la ceralacca.

«Un avviso dall’ufficio,» disse consegnandogli la carta.

«Da quale ufficio?»

«Come, quale ufficio? Significa che vi vogliono alla polizia; che scoperta!»

«Alla polizia!… E perché?»

«E io che ne so? Se ti vogliono, vacci.» La fissò attentamente, si guardò attorno e alla fine si volse per andarsene. «Ma che roba è questa? Per quel che ne so, io non ho niente da fare con la polizia! E perché proprio oggi?» pensava, immerso in un’angosciosa perplessità. «Santo Dio, purché tutto finisca presto!» Stava per gettarsi in ginocchio a pregare, ma poi scoppiò a ridere: non della preghiera, ma di se stesso.

The true carbonara

in cibo/cultura/società by

Dear international amici,

You have visto che razza di shit succed when you permit una french person di cook la carbonara. And infatt everyone in Italy are incazzati because this is one true schifezza. But poi succed che pure gli English si mettono a give lessons to the french on the carbonara and the pezza is worse of the hole!

The Guardian dice the french: stupid french look questa is the true carbonara. And what they do? They put aglio in the carbonara! But the soul of the bad-dead vostra! Aglio non goes in carbonara!

Allor, visto che nessun understand one fava di how si fa the carbonara we dice you.

Prim, tu prend le eggs and is meglio if they are not in the fridge perché you want the eggs at ambient temperatur.

Second, tu sbatt the eggs con half Parmigiano and half pecorino romano. Not usare all the albumi: if you use 4 eggs use only one albume. No mozzarella, no grana padano, no panna, no cheesecake: parmigiano and pecorino romano, cazzo! Altriment non è carbonara.
Devi sbatter very well and pure se sbattere well è one sbattimento lo fai, altriment vai at the restaurant che è better.

Allor, in the frattemp, tu put una grand pentola a bollire.

Poi tu metti the guanciale a frigger in one padella: the guanciale is the right carne for the carbonara because it has much grasso. And infatt se usi la pancetta or persino the prosciutto crudo – peggio me feel! – there is no abbstanz grasso e the carbonara fa schifo at the dick!

Stai very attento now: the guanciale must cuocere fino a che the grasso is trasparent and it comincia to divent brown. No more and no less: guanciale poco cooked tastes like petrolio and guanciale troppo cooked lo give to eat at your sister.

When the water bolle – and only when the water bolle! – you put the pasta and you cook the pasta al dente: al dente understand? No che se pasta cooks in 8 minutes you put the pasta and then go to make the cazzi yours for half an hour. No!

When the pasta is ready tu prend la pasta e la mix con the eggs. Devi mix very well perché sennò is frittata and frittata is a second dish or al massimo piatto unico but is not a first dish come carbonara.

Poi tu prend the guanciale and put on the pasta, prend pure un poco del grasso from the padella but not tutto altriment the piatto si slega. Vabbè but what you want understand!

Poi tu mett tanto pepper sopra the pasta and the dish is ready. Good appetito!

And mi raccomando: bevi cappuccino mentre you eat the carbonara!

Santé

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