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Capire Verdini

in politica by

“C’è una conclusione sola a tutte le storie. Cadiamo tutti.”

Domino

“Sono vivo, più pulito, totalmente trasparente.”

Trasparente, G. Ciccarelli

Il passaggio parlamentare della fiducia sul Ddl Cirinnà ci aiuta a capire l’evoluzione delle dinamiche sotterranee che stanno scuotendo in questa fase la politica italica.

Il Ddl era un’ incombenza calendarizzata da superare, trasformatasi presto in un pretesto sotto il quale si è giocata una partita molto più ampia e complessa.

Il merito di contenuto del Ddl ad oggi interessa solo una minoranza del paese che ancora non è riuscita a trasformarsi in forza capace di imporsi politicamente e culturalmente, attraverso un’ efficace propaganda comunicativa, forme di pressione e ricatto parlamentari e non, alleanze ed infiltrazioni partitiche trasversali, manifestazioni ed agitazioni di minaccioso peso mediatico.

Detto ciò, anche se con mille contraddizioni, inesattezze e grossolane castronerie non solo giuridiche ma anche grammaticali, il Ddl è stato approvato e la fiducia è passata.

Sarà pure una vittoria di Pirro, di retroguardia e tutto ciò che volete, ma ci sono dei vincitori in questo passaggio parlamentare: Matteo Renzi e Denis Verdini.

Alfano si è pavoneggiato per lo stralcio della Stepchild Adoption, ma con il voto di fiducia di Ala ha capito che c’è qualcuno in potenza più Alfano di lui.

I 5 stelle rimangono prigionirieri del bertinottismo parlamentare, fenomeno politologico sviluppatosi nel corso degli anni novanta in base al quale per una questione di principio si fa cadere un governo amico ed alleato per poi ritrovarsi cancellati alle elezioni e con l’avversario a capo del nuovo governo.

Silvio completamente assente, occupato tra gli anniversari del Milan, nuovi presunti amori e la candidatura suicida di ‘bertoloso’ alle comunali di Roma.

La minoranza dem si ritoverà a votare un rimpasto di governo con Bondi vicepremier.

Gli altri non risultano pervenuti.

Ma torniamo a noi, alla partita vera e sotterranea che si sta giocando. Al ruolo di Verdini e al senso della sua entrata in maggioranza ed ai contraccolpi che ciò inevitabilmente innescherà.

Riporto integralmente:

[ Primo aneddoto. Da settimane Denis Verdini, nuovo plenipotenziario dell’esercito renziano, irretisce i parlamentari di centrodestra (…)(…) che sono ancora all’opposizione teorizzando in ogni dove questo scenario: «Ma quali unioni civili?! Ma pensate che uno come me stia appresso ai froci? Sono bazzecole. La vera posta in gioco riguarda altro. Intanto il conflitto di interessi: se passa la legge come la stanno facendo alla Camera, in Parlamento non torna più del 20% di noi. E poi c’è da modificare l’Italicum, bisogna introdurre il premio di coalizione. È questo a cui bisogna pensare. Sulle unioni civili facciano quello che vogliono. Noi stiamo tentando di dare una sponda a Renzi per evitare che sia risucchiato dalla sinistra interna…».

Secondo aneddoto. Uno dei protagonisti del Palazzo, che anche per motivi istituzionali ha libero accesso nei luoghi che contano, cioè quelli che una volta venivano definiti «poteri forti», racconta i giorni terribili del governo. «Siamo entrati in una nuova fase – fa presente -: Renzi si sta blindando in Parlamento perché non è più tollerato né in Europa, né da noi. Draghi esprime giudizi sempre più duri su di lui. Nelle parole di Visco, governatore di Bankitalia, si riflettono i giudizi negativi che vengono dalle istituzioni bancarie delle altre capitali europee. Il ragioniere dello Stato non crede più neppure alla spending review, perché i soldi che si tagliano per delle cazzate non vengono utilizzati per ridurre il debito, ma per altre cazzate. Personaggi come Bazoli che all’inizio avevano dato un’apertura di credito al giovanotto ora si lamentano, pensano che sia il peggio. E quelli che gli restano accanto in questo mondo, fanno parte della specie che ti segue fino a quando hai successo, ma ti molla subito nell’insuccesso».

Queste osservazioni dimostrano che nel grande scontro sulle unioni civili il contenuto della legge è solo una parte, e neppure la più importante. Renzi ha ragionato soprattutto d’altro: tra l’opzione di approvare una legge più attenta alla domanda dell’universo progressista con i grillini, che il giorno dopo avrebbero cominciato a sparare sul governo, e l’esigenza di ricompattare la sua maggioranza, legandosi a doppio filo ad Alfano e ai centristi, ha scelto la seconda. L’assedio al suo governo si sta facendo sempre più stringente e il premier ha bisogno di serrare le file. È una sensazione comune a molti nelle sale ovattate del Senato. «Ormai – osserva Maurizio Sacconi, che non voterà la fiducia – i veri pretoriani di Renzi sono Verdini e i suoi». «Gli serviamo noi – spiega Salvatore Torrisi, alfaniano doc – perché siamo temprati a sopportare il pressing europeo. Quelli del Pd, o per interesse o per relazioni, sono più sensibili alle sirene di Bruxelles». «La verità – sentenzia Corsini della minoranza del Pd – è che Renzi si fida più di Verdini che di noi». Appunto, tutta la commedia andata in scena al Senato – dal canguro, al super emendamento con fiducia che fa a botte con un argomento che appartiene alla sfera delle coscienze come le unioni civili – risponde a una logica squisitamente politica: Renzi per la prima volta ha paura.

Intorno a lui è tutto uno squillar di trombe e un rullar di tamburi. L’ex premier Monti e il presidente Napolitano professano pubblicamente i loro dubbi sulla linea del governo sull’Ue e lanciano segnali a Bruxelles, che contraccambia: oggi il presidente della Commissione, Juncker, vedrà a Roma non solo Mattarella e Renzi, ma anche Napolitano, il capofila dell’oltranzismo europeista nostrano. E tutti, nella maggioranza di governo e fuori, hanno capito che i timori di Renzi sono legati a come l’Europa, i mercati, la sua opposizione interna e i poteri forti non più amici, potrebbero cucinarlo da qui al referendum di ottobre sulle riforme costituzionali. Nel 2011 l’assedio al governo Berlusconi cominciò più o meno a febbraio (basta leggere il libro di Friedman Ammazziamo il Gattopardo) e si concluse a novembre con la defenestrazione del Cav. La parabola potrebbe essere la stessa. «Un fatto è certo – annusa l’aria Maurizio Lupi di Ncd – il vento su Renzi è cambiato. Nel Ppe non lo sopportano, ne parlano malissimo. Lui non può più fare lo spaccone con noi, deve tenerci ben stretti». Parole che riecheggiano nei discorsi di Massimo Mucchetti, pd dissidente: «Renzi è sveglio ma non è capace di giocare partite di livello internazionale. Lui si prepara al catenaccio come le squadre di parrocchia, ma non ha capito che sta giocando la partita della sua vita a San Siro che è un’altra cosa».

Per non parlare dell’altro pericolo che incombe su ogni altro soggetto politico che si muove nel paese, la magistratura. «Ci hanno già provato – ammette il sottosegretario Pizzetti – e ci riproveranno».La vittima predestinata si difende più seguendo l’istinto di sopravvivenza dell’animale politico, che non secondo un piano preordinato. Renzi ha fiutato il pericolo e si muove secondo copione. «Io non credo ai complotti – si sfoga con i suoi – ma se pensano di farmi fuori come fecero fuori qualcun altro, compiono un errore madornale». Sarà, ma la strada da qui al referendum autunnale è lunga e le tappe di questa corsa a ostacoli sono pericolose. La prossima riguarda la riforma del credito cooperativo e quella norma introdotta all’improvviso dal governo che dà la possibilità alle banche con un certo capitale di trasformarsi in spa. Una regola fatta su misura per favorire la nascita in Toscana di un nuovo polo bancario (banca del Chianti, banca di Cambiano) che potrebbe avere la benedizione e benedire il premier. Addirittura si dice che Renzi abbia immaginato di affidarlo a un suo vecchio amico, Lorenzo Bini Smaghi. Come dargli torto, nella politica di oggi le banche sono alla base di ogni sistema di potere, e la parte soccombente del Pd, quella legata al partito comunista, ha capito che l’operazione ha come obiettivo quello di portare l’intera Toscana, una delle roccheforti del partito, sotto l’influenza di Renzi. E – dato da non trascurare – di cementare ulteriormente l’alleanza con Verdini. «È il motivo principale – ammette Corsini – che ha fatto rompere gli indugi al governatore della Toscana Rossi e l’ha spinto a candidarsi alle primarie del Pd».

Sono le premesse della prossima battaglia che vedrà la maggioranza di governo e il Pd dividersi di nuovo. E Verdini, mai come in quest’occasione, per interesse e convinzione, giocare una partita a fianco di Renzi. Un’altra puntata del lungo duello tra un premier che tenterà di resistere e gli altri di logorarlo. Con un’unica variante rispetto al 2011: a differenza del Cav, Renzi al Quirinale può contare su un capo dello Stato fidato.]

“Ma che m’importa dei gay”. Il disegno segreto di Denis – A. Minzolini

Sposo in pieno l’analisi e la ricostruzione.

Vedremo presto venire a galla i primi sconquassi sottomarini della guerra in corso nei mari di quella ex piattaforma politica modellatasi tra il 1994 ed il 2013, oramai in frantumi e verso una nuova conformazione.

Soundtrack1:’Maggot Brain’, Funkadelic

Soundtrack2:’Before the beginning’, John Frusciante

Soundtrack3:’Sweet Morning Light’, Weed

Soundtrack4:’Billy Jack’, Curtis Mayfield

Soundtrack5.’Il volo’, Litfiba

Soundtrack6:’China girl’, Iggy Pop

Soundtrack7:’The parable of arable land’, Red Krayola

Sondtrack7:’Accetto tutto’, Sorge

Soundtrack8:’Trasparente’, Giorgio Ciccarelli

4 Comments

      • seriamente, l’articolo di Minzolini, sebbene con alcune ovvie verità, rappresenta un esempio del difetto maggiore del giornalismo italiano: il retroscenismo politico a tesi con mandante occulto ( non tanto questa volta. è sempre B. che non vuole rassegnarsi a essere per ora fuori dai giochi), il banalizzare faccende complesse ( banche ,Europa) in poche righe con toni complotisti ( renzi fa la riforma delle bcc per favorire i sui amici !!,) i pettegolezzi/virgolettati forse inventati forse no per dare un colore al pezzo (a Junker Renzi sta sul ca@@o!!)

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