Autodialoghi dell’80 Express

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Viaggio con i mezzi pubblici, per cui ho molto tempo per pensare: a quello che sono, a quello che vorrei essere, a questioni politiche, perfino. Sono una persona priva di educazione formale in materia: eppure da anni sono alla ricerca di una qualche risposta definitiva, sulla politica, che fatica ad arrivare. Proprio perché non sono ferrato, cerco di mantenere le cose semplici. Diciamo pure banali. Secondo me, tutto è questione di ottimismo: da un lato ci sono quelli che ne sono dotati in grande quantità: credono nell’Uomo e nella sua capacità di esprimersi e di autogestire corpo cervello risorse.

Dall’altra, i pessimisti: forse hanno fatto qualche brutta esperienza che li ha provati, in ogni caso ritengono che una persona, lasciata alle proprie risorse, finisca prima o poi per mettersi nei guai.  Sono buoni, infatti, e fanno di tutto per evitare che gli altri (ovviamente dotati di una capacità di discernimento inferiore alla loro) si facciano male. Questa loro “buona fede” pelosa, classista e parternalista spesso è impastata all’ipocrisia e alla paura che equilibri nuovi finiscano un giorno per mettere in discussione il loro “stile di vita” (almeno quello esteriore).

La banda dei pessimisti crede che stato e chiese varie possano e debbano avere un ruolo essenziale nel mantenimento di un ordine, barriera contro il caos: anzi, spesso usano questo termine come sinonimo di anarchia (o viceversa). Tra di loro c’è pure chi sanamente diffida dello stato. Questo li rende un tantino più ottimisti; nondimeno, sono pronti ad idolatrare quella misteriosa mano invisibile che chiamano libero mercato. Peccato che fuori dai libri di economia, quella cosa in cui credono semplicemente non esiste, e quando si prova a riprodurla, a farle da garante è sempre lo stato, con tutto quello che ciò comporta.

La mia scelta l’ho fatta: sto dalla parte degli ottimisti. Eppure ogni tanto ho paura. Magari perché ho vissuto lunghi anni sotto la tutela affettuosa di una famiglia d’origine piena di amore e di attenzioni: certe volte ho un po’ paura a camminare da solo. Per esempio, quando penso alla violenza di cui è capace l’uomo (anche la donna, ma pare molto meno). Come risolvere questo problema? Ho letto da qualche parte che gli anarchici duri e puri sono convinti che, in una società compiutamente antiautoritaria, non vi sarebbero più crimini, né malati di mente: tutti i cittadini anarchici di questo splendido Eldorado sarebbero così pieni di empatia da far scomparire omicidi stupri sequestri. Ho anche letto che nel metodo anarchico è essenziale la gradualità: ovvero, ad ogni nodo, tenere la barra dritta sulla scelta che si dimostri il più possibile antiautoritaria.

Ciò significa che, mentre siamo qui a lavorare per smontare questa società bacata tutta basata sull’autorità, ci saranno ancora delitti contro la persona, sangue innocente versato… Ci affideremo dunque al lavoro dei tribunali? Ovvero ad uno degli esempi più indigesti di autorità imposta dallo stato sulla persona (nell’interesse della collettività, almeno così dicono…).

Rimango con questo dubbio in mente. Che  mi si rafforza dentro quando interrompo il mio flusso della coscienza per osservare tre controllori dell’ATAC che abbordano l’autobus entrando uno da ogni porta. Il controllo è casuale, avviene solo quando non è troppo faticoso praticarlo (l’autobus semi-vuoto) e solitamente prevede un certo accanimento nei confronti di studenti palesemente squattrinati e di turisti che magari non hanno capito che il biglietto a tempo è scaduto. E’ giusto pagare il biglietto, come è comprensibile che chi gestisce il servizio voglia penalizzare chi fa il furbo. Eppure il modo con cui avviene quella procedura non manca di irritarmi. Così come, mutatis mutandis, resta aperto il mio quesito: in quale società tutti pagheranno il biglietto (di prezzo equo) di buon grado e non si renderanno necessari i mastini in cravatta?

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

1 Comment

  1. anch’io, come te, sono dalla parte degli ottimisti :). Non è esiste un unico modello anarchico, ce ne possono essere mille e più quante sono le comunità che si definiscono così. Ciascuno si basa sull’autogestione, sula democrazia orizzontale e partecipativa, sull’unaminità. Ciascuna elabora strumenti per consentire il coinvolgimento di tutti, affinchè non si creino gerarchie e discriminazioni per genere, età, razza, religione. Naturalmente credo che debbano essere creati dei meccanismi anche per evitare che la violenza prenda il sopravvento, ecludendo i violenti e rendendoli “innocui”. Come? Potresti dare qualche suggerimento anche tu, magari in uno dei tuoi viaggi sull’80 express :-).

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