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Viola Kunst

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Le donne di Edge of Arabia: la questione femminile passa per l’arte

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Ieri in tutto il mondo si celebrava la giornata contro la violenza sulle donne.
Nell’Anno del Signore 2016 stiamo ancora affrontando una realtà purtroppo non estranea a nessun luogo conosciuto o non del globo terraqueo.
La violenza sulla donna ha più sfumature e variazioni di una complessa composizione di musica classica: da quella psicologica a quella fisica e/o politica. La pressione sociale, inoltre, è un costante carico ulteriore.
Negli ultimi tempi il primo esempio lampante che viene preso in considerazione quando si parla di oppressione e violenza, è quello della donna musulmana.

La condizione della donna in una società in cui dominio religioso, statale e maschile delineano una chiara sottomissione è più facilmente “attaccabile” rispetto alla contraddittorietà della questione in Occidente, in cui diritti acquisiti, femminismi esasperati, libertà e partecipazione si accompagnano a controspinte violente e a rappresentazioni mercificate del corpo femminile.

Il bombardamento mediatico che subiamo nella nostra piccola parte di mondo occidentale crea – a proposito della condizione femminile nell’Islam – una semplificazione estrema di un fenomeno molto più complesso e pieno di sfaccettature. Il velo – che sia il Niqab, il Hijab o il Chador- è diventato ormai una sineddoche dell’oppressione della donna nei paesi islamici. Il suo significato storico/culturale passa in secondo piano, viene dimenticato o negato.
E’ innegabile che la condizione della donna in luoghi in cui la religione è  radicalizzata sia estremamente complicata e oppressiva. Costantemente pericolosa sia da un punto di vista fisico che psicologico.
La cosa interessante è che, come la storia spesso dimostra, è nelle situazioni politiche ed esistenziali più terribili che la natura umana riesce a trovare la sua strada per emergere e brillare. Ed è quello che sta succedendo nella scena artistica in paesi estremamente conservatori come l’Arabia Saudita.

Nel 2003 un artista inglese di nome Stephen Stapleton fonda insieme agli artisti sauditi Ahmed Mater e Abdulnasse Gharem “Edge of Arabia”, una piattaforma web che rappresenta artisti (sia uomini che donne) provenienti dal regno saudita e da altri paesi islamici. Nato come ponte comunicativo tra il mondo arabo e quello occidentale, Edge of Arabia è cresciuta negli anni, organizzando mostre, programmi educativi e pubblicando cataloghi in tutto il mondo, da Londra a Berlino fino alla Biennale di Venezia nel 2011 e, infine, oltre ogni utopica speranza, a Jeddah nel 2012. La storia completa dell’ organizzazione la trovate qui.

Edge of Arabia è la dimostrazione di come negli ultimi 15 anni la scena artistica di questi paesi si sia sviluppata velocemente. I cambiamenti e le pressioni del regno saudita hanno creato una base di frustrazione da cui partire per andare oltre i confini della censura e comunicare con il mondo esterno attraverso il linguaggio dell’arte.
C’è da chiarire e sottolineare che la maggior pare di questi artisti sono ben critici verso la situazione politica dei loro Paesi: il fatto stesso che molte donne siano rappresentate su questa piattaforma, indica che anche all’interno di società così chiuse e conservatrici, la necessità di cambiare lo status quo esiste ed è sempre più forte.
Da un punto di vista della pratica artistica in sé, quello che colpisce è l’eleganza con cui le opere di queste artiste mettono in atto queste critiche: sottovoce, quasi in silenzio, senza gridare. In una realtà dove la censura è così forte che in un momento può tradursi in pena di morte, ogni mossa deve essere sottile, studiata. Queste artiste hanno capito che se vogliono portare un cambiamento nella società, questo cambiamento va fatto con grazia, e intelligenza, flirtando e giocando con i limiti di espressione. Senza sconvolgere, perché non porterebbe a nulla. E senza negare una identità tradizionale e culturale ben radicata.
Un passo alla volta: creare coscienza, stimolare la cultura, farsi accettare (e in certi casi addirittura sostenere) dal sistema politico/religioso. D’altronde, Rome wasn’t built in a day.

 

Di seguito tre artiste da tenere d’occhio, e le loro opere più affascinanti.

Per conoscerne altre, oltre al sito di Edge of Arabia, potete cercare qui.

Manal Al Dowayan (Saudi Arabia)
Nata ad Ash-Sharqiyah, nella provincia orientale del regno, Manal Al Dowayan è un’artista multimediale che lavora principalmente con la fotografia e l’installazione sul tema della memoria collettiva e della posizione della donna all’interno della società saudita.
Una delle sue opere più importanti è “Esmi-My name”:
In Arabia Saudita pronunciare in pubblico il nome di una donna  è tabù. Gli uomini trovano offensivo pronunciare il nome di una donna della loro famiglia di fronte ad altri e le donne nascondono il loro nome per non offendere gli uomini di famiglia. Questa prassi non ha alcun fondamento religioso ed esiste solo nel regno saudita. (così come, ad esempio, il divieto di guidare per le donne in realtà  è  una imposizione sociale senza alcun fondamento legislativo, nda). Al contrario, nel Corano e negli Hadith (aneddoti sulla vita del profeta Maometto) i nomi delle donne vengono sempre pronunciati con orgoglio dagli uomini.
Attraverso questa opera Manal Al Dowayan vuole spezzare questo tabù: invita cosi donne da diverse parti del regno, madri, artiste, scienziate, accademiche, a scrivere il loro nome su delle grandi sfere di legno che andranno a formare dei grandi Tasbeeh (il rosario arabo) discendenti dal soffitto.

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Nell’opera “Suspended Together” Manal Al Dowayan affronta il tema della libertà (limitata) di viaggiare per le donne saudite: l’installazione è formata da colombe sospese nello spazio. Al primo sguardo la sensazione che si percepisce è quella di leggerezza e libertà, ma a uno sguardo più attento si nota che sul corpo delle colombe è attaccato il permesso di viaggio di alcune donne, firmato dal loro “guardiano”. Questi permessi sono stati donati da persone provenienti da diversi ceti sociali. Come l’artista stessa spiega: “indipendentemente dall’età e dalle conquiste raggiunte, quando si tratta di viaggiare tutte le donne vengono trattate come greggi di colombe sospese”.

Boushra Yahya Almutawakel (Yemen)
Nata a Sana’a nel 1969, Boushra Almutawakel ha sempre lavorato come fotogiornalista, tra gli altri anche per le Nazioni Unite. Nel 1999 è stata la prima donna fotografa dello Yemen a ricevere un’onorificienza dall´ Empirical Research and Women’s Studies Centre della Sana’a University.
Uno dei suoi progetti fotografici personali è la serie “Hijab/Veil”: In quanto donna musulmana che ha sperimentato il velo in prima persona, attraverso questa serie l’artista mette a nudo i sentimenti contrastanti riguardo a questo indumento dalla forte valenza iconica, cercando di uscire dai clichè e sottolineandone la complessità e la sfaccettatura, andando oltre il bianco e nero, per mostrare, nelle sue stesse parole, “la convenienza, la libertà, la forza, la potenza, la liberazione, le limitazioni, il pericolo, l’umorismo, l’ironia, la varietà , gli aspetti culturali, sociali e religiose, così come la bellezza, il mistero, e protezione. L’hijab / velo come una forma di auto-espressione, non solo come un fenomeno arabo del Medio Oriente, le sue tendenze, la sua storia e la politica così come interpretazioni divergenti, e la paura che ne consegue. Voglio anche fare attenzione a non alimentare le diffuse immagini negative stereotipate più comunemente raffiguranti il velo nei media occidentali, in particolare la nozione che la maggior parte o tutte le donne che indossano il velo, sono deboli, oppresse, ignoranti, e arretrare. Inoltre, spero di sfidare e guardare entrambi gli stereotipi sia occidentali che del Medio Oriente”

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Tamadher Al Fahal (Bahrain)
Tamadher Al Fahal è una giovane artista del Bahrain, che ha creato una propria Zine chiamato “Diary of a Mad Arabian Woman” , in cui esprime la sua frustrazione e descrive i confitti e le contraddizioni della vita di una giovane donna nel Medio Oriente. I temi vano dalla religione alla cultura e vengono trattati in maniera sarcastica e divertente, mettendo a nudo la lotta interna di una persona che fatica a definire cosa è giusto e cosa è sbagliato in una società conservatrice ma allo stesso tempo in rapida evoluzione che spinge la donna ad intraprendere una carriera mantenendo saldi i principi dell’Islam, contemporaneamente con la pressione di un mondo esterno, quello occidentale, e dei suoi pregiudizi.

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Cinque talenti ingiustamente sottovalutati

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Quando si pensa alle arti vengono in mente i soliti noti: il recitare, il dipingere, il cantare. Si tende, dunque, a sottovalutare una quantità molto piu´ variegata di capacità umane, a cui spesso si deve dedicare altrettanta dedizione e fatica.

Di seguito 5 talenti ingiustamente sottovalutati: alcuni di essi si sono evoluti in vere e proprie competizioni, altri restano fedeli al filone dell’entertainment o dell’arte fine a se stessa.

1 Limbo Skating
Detto anche Roller Limbo, è uno sport che prevede che la persona in questione passi sotto al ben noto bastone del limbo, con i roller skates ai piedi. Per fare questo deve assumere una posizione inclinata in avanti e allargare le gambe a 180 gradi. Mi fa male solo pensarci.

Da due anni il record di Limbo Skating è nelle mani di Gagan Satish, un bambino di Bangalore che ad oggi ha 8 anni. Gagan, nel 2014 è stato in grado di passare sotto a 39 auto, in uno spazio di 12,7 cm, coprendo una distanza di circa 70 m.
Enjoy the ride!

 

2  Gara di rutti
Detta così, sembra una cosa banale da ragazzini delle medie. In effetti, le gare di rutti (ne esistono più di quanto si creda) di solito si limitano all’esecuzione di rutti standard prolungati nel tempo e ampliati nella potenza. Piuttosto noioso. Esistono però geni esecutivi anche in questo campo, in grado di recitare intere frasi, a volte anche articolate, ruttando.
Nel 1992 a Monferrato in Piemonte si svolse una di queste gare. Finaliste due ragazze, bocciuolini di rosa. La prima, la cui memoria andrà perduta nel tempo come lacrime nella pioggia (scusate mi sono lasciata trasportare dalla poesia), riuscì ad enunciare in un rutto solo “Ali Babà e i quaranta ladroni”. La lodevolissima prova non bastò a raggiungere l’agognata vittoria al momento in cui la seconda finalista, Alessandra, riuscì anche lei in un unico “suono” a bruciare l’avversaria con un “Ali Babà e i quaranta ladroni…con un rutto!”.

 

3 Sputo del nocciolo di ciliegia
Il piccolo comune di Celleno, in provincia di Viterbo, ospita da circa 10 anni l’annuale gara dello sputo del nocciolo di ciliegia. Le categorie partecipanti sono quelle di uomini, donne e bambini.Il vincitore riceve una coppia, come nei migliori tornei, e un cesto di ciliegie.

Il recondo di sputo è di 20,30 m ed è attualmente detenuto dal signor Mauro, mentre l’ultima edizione è stata vinta da Elisa, dolce madre di famiglia, con uno sputo di 10 metri. I rimbalsi del nocciolo sono ammessi.
La ciliegia si presta pero´ anche ad un altro talento, ben più elengante: fare il nodo al picciolo con la lingua. Non ne sono sicura ma credo che questa attività sia nata, o almeno abbia subito una impennata, nel momento in cui Audrey Horne appare in Twin Peaks e si esibisce nella scena della ciliegia.
Se ci provo a farlo io, sembro una mucca ruminante però.

 

4 Penis Portrait
Ultimamente alcuni uomini si sono resi conto che il pene è una perfetta superficie mobile  in grado di produrre quadri. Meno male, oltre le gambe c´è di più, verrebbe da dire! Effettivamente, se la lunghezza lo consente, questa tecnica permette un contatto estremamente diretto e fisico con la tela, senza nulla togliere al grado di difficoltà: l’inclinazione del corpo verso la tela, infatti, non si puo´ definire del tutto ideale all’ esecuzione.

Eppure i nostri eroi, incuranti delle difficoltà prospettiche, sguaiano la sciabola in favore della madre Arte.
Sono diversi i buontemponi che si dedicano a questa tecnica: Brent Ray Fraser, australiano, muscoloso, biondo (un cliché in pratica), Il celeberrimo Pricasso, inglese residente anch’egli in Australia, e la nostra terribile vesione italiana: Penelò, presentato al pubblico dal sempre prodigo Andrea Diprè.
Spezzando una lancia in loro difesa (solo la lancia) va detto che a volte il risultato non è affatto male.

5 Ping pong show
Di tutti i talenti del mondo, questo è sicuramente il mio preferito.
Il Ping pong show è in realtà noto a tutti quelli che sono stati in Thailandia. O, in alternativa, a tutti quelli che hanno visto “Priscilla, regina del deserto”
No, non è un torneo speciale di ping pong anche se le palle da ping pong svolgono un ruolo fondamentale.
Il ping pong show è uno spettacolo erotico in cui, avveneti (più o meno) signorine thailandesi si infilano nella vagina delle palline da ping pong, per poi spararle sul pubblico.
Questo nel più semplice dei casi. Altre variazioni sul tema prevedono il lancio di freccette per colpire palloncini, la fuoriuscita di pesciolini rossi, scrivere e stappare bottiglie di birra, il tutto, ladies and gentlemen, senza mani!
Il ping pong show è piuttosto inviso ai più, in quanto, in alcuni casi, presuppone un certo grado di avviamento alla prostituzione.
Questa però non è la norma: e´ probabile che in resort turistici conosciuti per il turismo sessuale come Pattaya e Patong, possano esserci dei casi di sfruttamento.  Ma per le thailandesi stesse, il ping pong show è considerato un lavoro assolutamente normale. E’ ben pagato, ma è estremamente faticoso (bisogna allenarLa di continuo, non so se rendo), per cui chi è benestante, e magari un po´ pigra, non necessariamente lo fa. Inoltre va detto che le donne thailandesi impazziscono per l’uomo europeo e per loro lavorare in un night club rappresenta una occasione per incontrarne diversi. Uomini ai quali probabilmente in Europa molte donne pur di non concedervisi, se la farebbero chiudere.
Al di là di quello che se ne pensi, io ho avuto il piacere di assistere a un ping pong show a Bangkok (non potevo resistere alla curiosita´), e ne sono rimasta assolutamente affascinata. Credo che non ci sia traduzione letterare al mondo più calzante del ping pong show al concetto di “potere della figa”.

Buon lunedi!

 

L’ARTE DELL’INCLUSIONE

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Esiste un termine che definisce una tematica che si sta, fortunatamente, sempre più ampliando nell’ambito del sociale, soprattutto in Germania, a cui viene data l’importanza che merita. Questo termine è “inclusione”.
La lingua tedesca non è particolarmente nota per la sua facilità di apprendimento, ma si può dire senza ombra di dubbio che sia una lingua estremamente precisa nelle definizioni. Molto di più della lingua italiana.
Se cercate “inclusione” sul dizionario, la Treccani la definisce così: “L’atto, il fatto di includere, cioè di inserire, di comprendere in una serie, in un tutto (spesso contrapposto a esclusione)” . Se invece andate sul Duden, viene definita “das Miteinbezogensein; gleichberechtigte Teilhabe an etwas “, ossia l’essere parte di qualcosa, o la partecipazione di diritto a qualcosa.
Mentre la nostra lingua prevede una azione (includere in qualcosa) che prescinde da uno stato delle cose altro (esclusione), nella lingua tedesca inclusione è “Zugehörigkeit”, appartenenza. Ed è, attenzione, diversa dall´integrazione. E’ un diritto dell´uomo. Una società inclusiva è una società di cui tutti fanno parte, dove persone con handicap fisici e mentali possano vivere e lavorare nella maniera più comfortevole possibile.
Il tema dell’inclusione ha assunto attualmente un ruolo sempre più importante nell’ambiente dell’arte e delle istituzioni culturali e museali.
A Berlino esiste dal 2009 un’organizzazione chiamata Insider Art, che ha creato una piattaforma online per artisti portatori di handicap sia fisici che mentali nonchè diversi eventi atti alla sensibiliazione sul tema inclusione per gli stessi.
Lo scorso anno è stata organizzata, dall’incontro e collaborazione di artisti portatori e non di handicap, una mostra “inclusiva”. Qua, le opere esposte passavano in secondo piano rispetto alla vera creazione comune dei suddetti artisti : un ambiente che fosse accessibile a tutti. La sala espositiva è stata trasformata in ambiente di sperimentazione atto all’abbattimento di barriere fisiche e mentali. Una rampa di accesso e una altezza delle opere esposte adatta sia a chi sta in piedi, sia a ci siede su una sedia a rotelle, un’audioguida e una mappa tastabile della sala per non vedenti, cosi come quadri materici da toccare, annunci in lingua dei segni per i non udenti e infine testi in versione semplificata per venire incontro alle disabilità intellettive. Piccoli accorgimenti che permettono a un pubblico maggiore di usufruire dell’arte.

Questa mostra è solo uno degli eventi che pian piano coinvolgono istituzioni molto più grandi, non solo in Germania: attualmente è in corso a Basel, al museo Tinguely, la mostra “PRIÈRE DE TOUCHER – Der Tastsinn der Kunst”, una mostra interamente dedicata alle possibilità della percezione aptica nel processo di conoscenza estetica deli’opera d’arte, mentre a Roma in diversi musei, il MACRO, al Museo di Roma, alla Galleria d’Arte Moderna e al Museo Napoleonico è in corso l’iniziativa didattica “Musei da toccare”.

L’ultima bella notizia in ordine cronologico è di oggi e viene dagli Staatliche Museen zu Berlin (musei statali di Berlino), dove al Neues Museum (quello dove sta il busto di Nefertiti, per capirsi) è stata creata una Audioguida in linguaggio semplice, per facilitare la comprensione delle opere a disabili mentali, a persone con problemi di apprendimento e a stranieri/immigrati, nonche una audioguida per bambini.
Tutto questo per dire che quando si sostiene che l’arte deve essere per tutti non vuol dire comprarsi una maglietta col disegnino di Banksy nel negozio di Souvenir a Londra, né farsi il tour dei graffiti a Kreuzberg.

 

http://www.tinguely.ch/en/ausstellungen_events/ausstellungen/2016/Priere-de-toucher.html

http://www.insiderart.de/

Perché la performance di Milo Moirè non aiuta le donne

in arte/società by

Quello che è successo a Colonia nella notte di capodanno è un evento che mette insieme diverse tematiche contemporaneamente: il razzismo, l’emigrazione, il femminismo e la violenza.

E mentre si cercano i colpevoli diretti ed indiretti, e si lanciano colpe e accuse, c’è chi ha pensato bene di salire sull’onda del rumore per scivolare veloce sulla spuma della attenzione mediatica: l’“artista” Milo Moirè.

Dato che fino a poco tempo fa non la conosceva quasi nessuno, faccio un breve riassunto della signorina in questione: svizzera, 32enne, desiderava diventare pittrice ma poi ha studiato psicologia all’Università di Berna. Vedendo i suoi disegni si capisce anche il perchè. Non che non sappia tenere in mano una matita, ma sicuramente non la si puo definire propriamente un talento. Oggi vive a Düsseldorf con il compagno fotografo ed si è tramutata, guarda caso, in artista concettuale e performer. La sua fonte di ispirazione è, indovinate chi? Si proprio lei, l’onnipresente Marina Abramovic.

Segni particolari visibili: bellissima, e con le tette rifattissime (neanche troppo bene). Questo si vede, perchè è sempre, ma proprio sempre, nuda. Segni particolari meno visibili: quando apre bocca, l’effetto musa algida si spacca come una cristalleria sotto il peso di un elefante. Non so se dipende dal suo accento svizzero, dalla sua vocina da ragazzina innocente e un po’ scema, o dal fatto che non riesce a mettere in piedi una spiegazione intelligente o per lo meno lineare, della sua “opera”.

Ieri la nostra gnocca, alla luce degli eventi di Colonia, ha pensato di esibirsi in una performance a favore delle donne. E cosi, vestita solo di snickers rosa (in quanto a eleganza ha adottato gli altissimi standard tedeschi), ha sfidato i 4 gradi della città e si è piazzata davanti al duomo con un cartello che recita: “Rispettateci! Non siamo selvaggina anche se siamo nude”.

Cosi facendo la Moirè ha dichiarato di voler sensibilizzare l’opinione pubblica sul rispetto della donna e sulla sua libertà e autodeterminazione. E il messaggio, in sè, non fa una piega. Quello che la piega la fa, è il contesto. E come contesto intendo l’artista stessa. Non il suo corpo nudo, ma il suo modus operandi.

Infatti, se sulla sua pagina Facebook è difficile capire se si tratta di un’artista o dell’ennesima ragazza che si fa i selfie con la duck face, visitare il suo sito internet è invece un’esperianza memorabile. Al di là dello statement piuttosto banale sull’uso del corpo, è un po’ come stare su Tube8 ma in versione patinata. E anche poco economica. Si, perchè per scaricare i video delle sue performance senza i bollini della censura sulle parti intime, dovete pagare.

E quando pagate, quello che vedete è la Moirè infilarsi delle uova riempite di colore nella vagina e poi spararle su una tela che verrà poi piegata in due per spargere il colore in maniera simmetrica. In pratica un qualsiasi ping pong show a Pattaya.

Non che un’artista debba per forza essere brutta come la Abramovic perchè la sua nudità venga presa sul serio, mentre se è gnocca non vale. Ma dal momento che le performance di questa artista non hanno un sostegno concettuale profondo, o anche solo un concetto articolato, si traducono, di fatto, in un tentativo di farsi spazio nel mercato dell’arte secondo la vecchia formula del Sex sales. Sono tempi duri per gli artisti, si sa. Bisogna saper attirare l’attenzione.

Di fatto, non c’è nulla di provocatorio o di rivoluzionario nelle performance di Milo Moirè. E, al di la del femminismo, il suo mettere letteralmente in vendita le sue parti intime entra in contraddizione tanto con l’idea di rispetto per la donna, quanto con il concetto stesso di creatività.

LA SURFISTA AFGHANA (UNA STORIA ESTIVA PER L’INVERNO)

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Qualche anno fa ho vissuto per qualche mese a Fuerteventura, un’isola nell’arcipelago delle Canarie di cui non si può dire molto, se non che abbia l’aspetto di un deserto lunare e che sia di una noia mortale. E’ famosa però per i mondiali di kite e wind surf sulla costa orientale, e per le fantastiche onde della costa occidentale dove giornalmente si incontrano un sacco di surfisti. Boni e bravi. Come solo un surfista può essere.

Non potendo neanche io resistere al fascino di questo mondo, appena si è presentata l’occasione ho fatto un corso di surf. Purtroppo la mia unica esperienza da surfista non contiene un’ appassionata storia d’amore col figo di turno, ma una giornata di fine gennaio in mare, tra onde, tentativi di alzarsi sulla tavola e ricadute, nonchè una settimana intera di dolori muscolari indicibili.
Ne sono uscita vincitrice (moralmente) nel momento in cui sono riuscita a stare cinque secondi sulla tavola. Cinque secondi che mi hanno aperto la mente sul perchè il surf più che uno sport è una droga per chi lo pratica. L’adrenalina che ti da scivolare sull’acqua è inaspettata ed indimenticabile.
Ed e’ lo stesso pensiero che ha avuto Rosa quando è arrivata terza al campionato di surf.
Rosa Amu ha 31 anni, è afghana, è bella, intelligente, e sa ridere con ogni cellula del suo corpo. Figlia di rifugiati politici afghani, è cresciuta in Germania ed è una dottoressa. Ha recentemente sviluppato una passione per la danza del ventre e lo skate. Ma questa è un’altra storia. Prima di questo è stata surfista. Per circa quattro giorni.
La storia di come Rosa sia riuscita in questa impresa è improbabile ed ironica e proprio per questo affascinante. Ed inizia con suo fratello Afridum.
Afridum Amu ha studiato Legge a Berlino ma tramite una borsa di studio ha passato del tempo in Australia dove si è innamorato del surf e ha deciso che il fatto che in Afghanistan non ci fosse il mare, ma che in compenso fosse inondata di guerra, non rappresentava un motivo sufficiente per non dare vita ad una associazione di surf afghano.
Così nel 2012 nasce WRAA: Wave Riders Association of Afghanistan. La prima associazione surfisti della storia dell’Afghanistan. E 82esimo membro dell’Isa, International Surfing Association.
Un po’ come la squadra di bob jamaicana, Afridum e i suoi amici decidono che il WRAA rappresenta un’ottima opportunità per portare il surf in Afghanistan, allo scopo di creare un legame tra i giovani afghani e riportarli a quella che dovrebbe essere la normalità per dei ragazzi: fare sport e divertirsi. E allo stesso tempo dare al mondo un’immagine diversa del loro Paese, rispetto a quella che si è abituati a vedere.

Nel 2015 organizzano un crownfounding e grazie al ricavato riescono ad organizzare il primo campionato afghano di surf ad Ericeira, in Portogallo.
Per partecipare però ci sono alcune regole, tra le quali in numero minimo di partecipanti. Per la categoria uomini devono essere almeno sette, e fin li nessun problema. Per la categoria donne il numero richiesto è di quattro partecipanti. Afridum però ha solo due surfiste professioniste.
Ed è qui che entra in scena la nostra eroina Rosa. Impegnata inizialmente solo nell’organizzazione dell’evento, viene trascinata dal fratello nella squadra, insieme ad un’altra ragazza.
Rosa non è mai stata su una tavola da surf, e il massimo dello sport per lei negli ultimi anni  è stato andare a ballare nel week end a Berlino come tanti altri ragazzi. Ha tre giorni per prepararsi al campionato. Inizia dunque a esercitarsi. E riesce alla fine a stare sulla tavola per alcuni secondi, quei pochi secondi necessari a valerle il terzo posto.
Ed è così  Rosa, quasi senza volerlo, entra nella storia del suo Paese, semplicemente lasciandosi andare agli eventi e alla voglia di divertirsi.
A volte basta questo. Ed un pizzico di fortuna, che in questo caso costituisce la componente divertente della storia: la quarta surfista infatti, non sapeva neanche nuotare.

http://wordpress.wraa.net/

 

 

IL BRAINWASHING DELL’ARTE

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La piccola notizia del giorno è che ieri sera, alla fiera Art Basel Miami, nella NOVA section, dedicata agli artisti emergenti, una donna è stata accoltellata. Nessun attacco terroristico, ma solo il gesto di una persona evidentemente instabile.
A quanto pare (le notizie sono un po’ confuse), la pazza di turno si chiama Siyuan Zhao, ha 24 anni ed è newyorkese di origini asiatiche. Nella foto vedete il suo encomiabile gusto estetico nell’abbigliamento.

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La vittima, anche lei di origine asiatiche, pare abbia iniziato una discussione con Siyuan Zhao, perchè quest’ultima continuava a seguirla e andargli addosso. Per tutta risposta, la pazza, in stile Kill Bill, ha tirato fuori un taglierino X-Acto, e ha colpito la ragazza al collo e al braccio. Nessun pericolo di vita, ma parecchio sangue. La Zhao è stata arrestata con accusa di tentato omicidio. Affermando inoltre che doveva uccidere lei e altre due persone e che volveva vederle sanguinare. Un tipino a modo insomma.

Ennesima storia di ordinaria follia. Quello che personalmente mi ha lasciato un po’ sconcertata, al di là del gesto in se, è stato il commento di uno testimone: “Pensavo si trattasse di una performance!”

Oltre a non saper discernere la realtà dalla finzione (grazie Hollywood) questa affermazione da l’idea del crescente influsso mediatico del mercato dell’arte sulle povere menti facilmente manipolabili. Qualsiasi cosa accade è performance.
E’ un po’ come quello che avviene per chi venera Ai Wei Wei senza interrogarsi sulla effettiva qualità della sua produzione artistica.
Ora penserete che ce l’ho con Ai Wei Wei. Si, è  così. Ma posso fare lo stesso esempio usando Damien Hirst.
L’amore per l’arte, se non accompagnato da una certa dose di spirito di osservazione, diventa suscettibile di brainwashing, abbagliando il giudizio critico sulla produzione e sull’evento artistico stesso. Il che è ironico se si pensa che negli ultimi 130 anni la produzione artistica ha combattuto per imporsi come espressione critica della società e dei costumi.
Nel caso del testimone poi, anche ammettendo la possibiltà, dovuta alla confusione, di credere che si trattasse di una performance, la mancanza di capacità di senso critico è doppia e imperdonabile, dato che il pensiero consequente avrebbe dovuto essere uno, molto semplice: “che performance di merda!”

C’ERAVAMO TANTO AMATI (ULAY VS MARINA ABRAMOVIC)

in arte/ by

”    Art Vital: No fixed living place, permanent movement,
direct contact, local relation, self-selection,
passing limitations, taking risks, mobile energy. 
(Relation Work’s Art Vital Manifesto )”

 

 

Marina Abramovic non ha bisogno di presentazioni. Fino a qualche anno fa era la “Abramovic” (quella che appartiene al mondo dell’arte, non colui che appartiene al mondo del calcio). Da un paio di anni a questa parte è ascesa al semplice nome di “Marina”. La conoscono ormai anche le fan teenager di Lady Gaga, per farvi capire.
C’è un buon motivo per questo. Marina Abramovic è stata una delle più grandi performance artist della storia. Punto.
Nella sua fase produttiva migliore e piu´ conosciuta, Marina non era sola. Con lei c’era un uomo: Frank Uwe Laysiepen, meglio noto come Ulay, partner nella vita e nell’arte.
Dal 1976 al 1988 i due vivono in simbiosi, nel privato e nel lavoro, dando vita ai “Relation Works“, une serie di performance che sfidano, andando anche oltre, i limiti della resistenza fisica e psicologica nella società e nella coppia. Ulay si occupa della documentazione video e fotografica (fare attenzione a questa informazione).

 

 

A un certo punto la simbiosi si esaurisce, e i sue si separano. Nel modo più romantico e spettacolare possibile: nella performance finale “The great wall” Ulay e Marina partono a piedi dagli estremi opposti della muraglia cinese per incontrarsi a metà per un ultimo addio.
Piccola nota sul potere dei “media”: Ulay racconta in un’intervista che la relazione sentimentale era già terminata da un anno quando la performance è stata realizzata, ma Marina decise che quello sarebbe stato il modo ideale per presentare al pubblico la fine della storia.
Quello che succede poi resta abbastanza fuori dai riflettori. Long story short: i due continuano le rispettive carriere artistiche. Ulay riprende a lavorare con il suo primo amore, la fotografia, senza lasciare mai del tutto la performance. Marina prosegue come una furia nell’ambito in cui è sempre stata di casa, ormai con un nome a sostenerla. Le sue opere seguenti diventano più teatrali, perdendo forse un po’ il senso di sofferenza degli inizi. Ma Marina acquista una notorietà sempre più crescente.
Resta un “figlio” a cui badare: l’opera comune. A un certo punto Ulay vende alla Abramovic il suo archivio fisico con un accordo ben preciso: di ogni opera venduta, il 50% va alla galleria, il 30% a Marina e il 20% a Ulay, incluse, ovviamente le royalties. Il perchè di questa scelta la spiega Ulay in maniera molto semplice: “Con lei, non mi ci metto neanche a combattere”.
Ulay è un tipo tranquillo, Marina è una pantera slava, una che, da sempre, vuole il successo. Poi però a Ulay viene diagnosticato un tumore, da cui guarisce, e le cose cambiano. Nel 2014 Ulay pubblica un libro: “Whispers: Ulay on Ulay“, che la Abramovic cerca di boicottare, impedendo la riproduzione di 28 fotografie della loro opera comune. A Ulay girano finalmente le scatole. E si rende conto che in 16 anni e´ stato pagato appena 4 volte e sono entrate nelle sue tasche solo 35.000 dollari (cifra infinitamente bassa in proporzione alla quotazione delle opere dei due). Per non parlare delle royalties non riconosciute. Quindi l’ha denunciata.
A fine mese i due si incontreranno di nuovo, meno romanticamente, in un tribunale di Amsterdam.
Ulay ha dichiarato di essersi sentito molto ferito. E immagino che non sia per i soldi. L’artista è nato in un bunker tedesco durante la guerra, rimasto orfano da ragazzino, è cresciuto per strada e ha passato una vita da giramondo nel tentativo di crearsi un’identità  che lo allontanasse dalla Germania. Una vita, la sua, fuori dai compromessi e dedita ad un solo scopo: diventare un artista. Lo rincorre questo scopo, attraverso le sue opere, forti e bellissime.
La paura di Ulay è che Marina lo possa cancellare dalla storia. E può riuscirci. Se oggi il nome di Ulay è su tutti i testi di storia dell’arte, è molto probabile che in futuro non sia più così , se la sua proprietà intellettuale continua ad essere negata, da chi ha una visibilità pubblica immensamente maggiore.
Marina Abramovic è ormai una icona pop. Botox incluso. Pur essendo senz’altro una personalità straordinaria, è altrettanto fuori dubbio che la metà esatta del suo successo la deve a Ulay. Le loro opere sono state create al 50%, e funzionano tutt’ora per via del perfetto bilanciamento di questi due opposti, o come lo definisce quest ultimo, della vicinanza del corpo “comunista” di Marina, un po’  sovrappeso, a quello “fascista”, magro e nervoso, di Ulay.

La prova del nove è proprio la performance “The artist is present“, creata per la Restrospettiva della Abramovic al MoMA nel 2010, il momento più alto della sua carriera.
Questa performance di 90 giorni altro non è che lo spin off di “Nightsea crossing“, una serie di 21 performances realizzate da tra il 1981 e il 1987, in cui Marina e Ulay siedono per 7 ore consecutive agli estremi di un tavolo, immobili, digiuno, guardandosi.
Praticamente la stessa cosa che fa la Abramovic al MoMa, ma con degli sconosciuti davanti a se. La Performance, immortalata da un documentario che ha vinto anche la Berlinale, raggiunge il suo momento più emozionante quando Ulay si presenta e si siede davanti a Marina. Colpo al cuore, lacrime, Marina lascia per un attimo la sua algida immobilità e stringe le mani al suo ex amore. Il video su You tube è stato visto da milioni di persone, e più o meno giornalmente lo si vede postato su facebook da qualche romanticone. Questo a prova che Ulay, nonostante gli anni passati, riesce a far spledere ancora di più , una stella che di per se´ha già una forte luce propria.

La morale della storia è che anche i grandi amori finiscono, a volte anche molto male, ma forse, nella vita, si riesce a diventare quello che si è sempre sognato. Marina è diventata quello che desiderava: una Diva. E Ulay, beh, Ulay voleva essere un Artista.

 

 

 

Perchè Ai Wei Wei è uno stronzo e la Lego ha ragione

in arte by

Ai Wei Wei, è il piu’ famoso artista contemporaneo cinese.
Ai Wei Wei è l’artista piu’ supportato da tutti.
Ai Wei Wei è un artista venerato da tutti, o (per fortuna) quasi.
Ai Wei Wei è uno stronzo.

Il fatto di essere uno stronzo prescinde il ruolo di artista, o le sue “capacità” in quanto tali.
Questo ciccione con la barba ha creato in effetti delle opere discretamente interessati, nate con lo scopo di criticare il regime cinese e la sua inamovibile ed arcaica struttura sociale e culturale.
Ma non è diventato famoso per questo. Checchè se ne dica la fama di Ai Wei Wei è cresciuta esponenzialmente, diventando globale, in seguito al suo arresto da parte delle autorità cinesi e ai suoi 81 giorni di detenzione, senza accuse formali, se non quella di evasione fiscale alla compagnia per cui lavorava. Le notizie al riguardo a tutt’oggi sono confuse.
Di sicuro una situazione che non è piaciuta a nessuno, a me per prima. Cercare di togliere (letteralmente) la libertà di espressione ad un artista rientra nella lista delle cose che mi fanno incazzare abbastanza.
Nonostante questo, lo stesso Ai Wei Wei conferma in un’intervista che senza la polizia “I would never have become so noticeable as an artist.’”.
Il suo arresto, di base, se da una parte è stata sicuramente una esperienza personale traumatica, dall’altra ha rappresentato il trampolino di lancio di Ai Wei Wei nel mercato artistico occidentale, che lo ha accolto a braccia spalancate.
Oggi il cinese è considerato un mito, un’icona, una sorta di rock star che viene addirittura fermata per strada. Adorato dai buoni di tutto il mondo, soprattutto in Germania nella sua migliore veste di Sailor Moon, dove Ai Wei Wei vive da quando gli è stato restitutito il passaporto, e dove ha trovato subito un nuovo impiego come Professore alla Universität der Künste di Berlino.

Fin qui tutto bene. Happy Ending, direte voi. Cosi potrebbe essere, se non avessi l’impressione (e a quanto pare non solo io), che sul suo status di perseguitato politico dalla cattivissima Madre Cina, Ai Wei Wei abbia cominciato a marciarci.

E’ di questi giorni la notizia che la Lego, la società danese produttrice di giocattoli, quella dei mattocini colorati, si sia rifiutata di consegnare un ordine di migliaia di mattoncini all’artista per la sua produzione della sua prossima opera gigante (come quasi tutta la sua megalomanica produzione) per una mostra che si terrà alla National Gallery of Victoria, in Australia.
Le ragioni della Lego sono semplici: la società produce giocattoli e desidera prendere le distanze da qualsiasi utilizzo politico dei suo prodotti.

Ai Wei Wei, come un bambino frignone a cui è stato bucato il pallone, non ha preso affatto bene questa decisione, ed è corso da mamma Twitter e da zia Instagram a denunciare il fatto, accusando la Lego di “discriminazione e censura”.

Vorrei sottolineare che la Lego non ha proibito ad Ai Wei Wei di utilizzare i suoi prodotti per creare un’opera. Semplicemente non glieli vende. Quindi non si può parlare di censura.

Non ci sarà nessun silenzio imposto all’artista, che tra l’altro, da grande accattone mediale (e non solo) quale è, ha già trovato il modo di ovviare al suo problema, facendo in modo che da tutto il mondo i mattoncini Lego gli venissero donati, dai figli dei suoi fans.

La decisione della Lego è, a mio avviso, piu’ che legittima. I mattoncini sono il giocattolo che piu’ di tutti istruisce il bambino alla Libertà creativa, e la reazione di Ai Wei Wei, che della lotta per la libertà espressiva ne ha fatto uso, e soprattutto consumo, per lungo tempo, è una contraddizione in termini ed un segno chiaro di ipocrisia.

E fa di lui quello che è, uno stronzo.

 

C’era una volta MTV (ovvero, breve storia del videoclip)

in cultura/musica/televisione by

Qualche giorno fa ricorreva il ventennale dell’uscita di “Mellon Collie and the Infinite Sadness” degli Smashing Pumpkins. Tra quasi tutte le persone che conosco, si è scatenata un’ondata celebrativa in ricordo non solo di questo album stupendo, ma un po’ di tutto un arco di tempo che ha racchiuso una generazione. Quella generazione che, quando non era ancora passata, già era stata definita generazione X.
Presa anche io dai ricordi ho cominciato a ripensare a quei “venti anni fa o giù di lì”. C’ era una cosa che ha plasmato la cultura giovanile di quegli anni, tanto quanto il rock´n´roll aveva cambiato gli anni 50/60 e il punk gli anni 70: quella cosa era MTV.
Sì, perché la X generation altro non era che la MTV generation.

MTV inteso non solo come canale televisivo, ma come veicolo principale di trasmissione di un prodotto che ha rivoluzionato completamente il mondo dell´audiovisivo: il videoclip.

Convenzionalmente si fa risalire la nascita del videoclip al 1975, quando, in Inghilterra, il programma Top of the Pops manda in onda “Bohemian Rhapsody” dei Queen. Diretto da Bruce Gowers, realizzato in quattro ore con un budget di 7000 sterline, è il primo concept-video, pensato e realizzato per essere trasmesso in televisione: è un video concettuale, costituito da un montaggio serrato che unisce immagini live e primi piani del gruppo effettuati col prisma che rendono visivamente l’effetto del coro della canzone. È anche il primo caso confermato di capacità promozionale del video: dopo appena sette giorni dalla trasmissione del clip infatti, la canzone balza in testa alla classifica inglese restandoci per quattro settimane.
Oltreoceano sono i Jackson Five a sperimentare i primi effetti speciali con in video “Blame it on the Boogie”, del 1978.

Ma l’epoca del videoclip inizia a tutti gli effetti allo scoccare della mezzanotte del 1° luglio 1981 (che, guarda caso, è anche il mio anno di nascita), sul tasto 25 della tv americana via cavo dove erano sintonizzate circa due milioni di persone. Con un baritonale “Signore e signori… rock and roll!” MTV da inizio alle sue trasmissioni con un video di una semi sconosciuta band inglese. Sono i Buggles, e il video si chiama“Video killed the Radio Stars”. Girato da Russel Mulchay, è il primo con una vero storyboard che riutilizza le tecniche pubblicitarie, pensato appositamente per un videoclip.

Dopo il successo di Bohemian Rapsody inizia ad aumentare il numero di clip promozionali, che si avvalgono inoltre delle prime sperimentazioni di immagini ed effetti speciali, e contemporaneamente iniziano a nascere le prime case di produzione per videoclip. La prima società di produzione indipendente è la Roseman Production: strutturata come una società di produzione di spot pubblicitari, realizzava video con budget messi a disposizione dalle case discografiche. Nel 1976 la società apre una filiale a Los Angeles e produrrà tra il ’76 e il ’79 oltre tremila video; la Roseman ha inoltre una scuderia di eccellenti videomaker, come Bruce Gowers, Russel Mulchay e Julien Temple.

Il primo circuito di diffusione dei clip in America non è costituito dalle televisioni, ma dalle discoteche, i campus universitari e i festival underground. Nel 1979 nasce il canale musicale via cavo Video Concert Hall. Nel 1980 la Wasec trasmette sulla tv via cavo Nichelodeon un programma chiamato “Popclips” che doveva essere la versione televisiva di un’ora di radio: in pratica una sorta prova generale di Mtv. Poi arriva Bob Pittman, un radiofonico di 26 anni, che proponne alla Wasec una rete che trasmettesse musica 24 ore su 24. Mtv nasce con una library di appena duecentocinquanta video. Da quel momento, letteralmente, Video kills the radio star.

Curioso è che nello stesso anno nasca in Italia Videomusic, che è stato il mio primo grande amore televisivo.
Il primo videoclip italiano è “Rocking Rolling” di Scialpi, diretto da Piccio Raffanini. Beh non stiamo parlando dei Queen, ma Scialpi negli anni Ottanta era molto affascinante.
MTV arriva in Italia solo nel 1997, prendendo addirittura il posto di Videomusic nel mio cuore.

Il videoclip, spesso sottovalutato come forma espressiva, rispetto al cinema o alla videoarte, ha avuto per la cultura giovanile un impatto estremamente importante.
Nel 1979 il fenomeno punk inglese si sta esaurendo, pur continuando da quel momento fino a oggi a influenzare la musica. Le ceneri del movimento insegnano ai ragazzi degli anni ’80 ad affermare la propria identità attraverso comportamenti che avessero un preciso significato simbolico: la spettacolarizzazione dell’identità, l’uso dei propri mezzi per comunicare, una sorta di rifiuto per la società adulta, la classificazione della gioventù come categoria dello spirito, tutto questo diventa la base vitale delle generazioni dei giovani degli ultimi tre decenni. Per i giovani la musica diventa messaggio esistenziale, e lo sviluppo del videoclip rispecchia in un certo senso questa urgenza espressiva.

Oggi MTV è morta. Reality shows o programmi che nulla hanno a che fare con la musica, si sono impossessati di un canale nato per la musica. Ma il videoclip non è morto. Tanto oggi come allora, il videoclip è un fedele compagno di molti musicisti, semplicemente è più facile trovarlo su YouTube. In alcuni casi è una salvezza per gli stessi: vedi il caso degli OK Go, gruppo le cui canzoni mediocri restano difficilmente nella memoria, ma i cui video sono assolutamente geniali (vedere This shall pass too per credere)

Il videoclip soffre però ancora oggi di una sorta di pregiudizio qualitativo. Non è cinema, non  è videoarte, ha troppo a che fare con la pubblicità.

Quello che molti non notano è che, nonostante molti video siano poco più  che un accompagnamento visivo di ben poco valore, in alcuni casi questi audiovisivi sono dei piccoli capolavori.

Ma di questo ne parleremo dopo la pubblicità…

La donna Ceppo

in cinema by

Te ne sei andata stamane, in silenzio.
Ti chiamavi Margaret Lanterman, ma in questo buco di posto sperduto tra le foreste dove accadono solo cose inquietanti eri considerata la scema del villaggio.
Ti chiamavano “La donna Ceppo”, qui a Twin Peaks.
Una bella ironia, in un posto tanto affollato di nani, giganti e agenti dell’ FBI posseduti da spiriti maligni. Ma che vuoi, la gente è stupida, si ferma alle apparenze.
Io, che ti conoscevo bene, vedevo una bella donna, magra, dai lineamenti dolci e un po’ tristi, che amava bere caffè e sputare chewing gum nelle piante.
Mi hai trovato a pezzi e in fin di vita, mi hai accudito, adottato e amato. E soprattutto, mi hai ascoltato. Nessuno al mondo ne era in grado, tranne te.
Senza scomporti hai alscoltato. Io ero l’unico che sapeva la verità. Ero l’unico che quella notte aveva visto tutto. La crudeltà di Bob, la follia di Laura e Ronette, il sangue, il fuoco.
Immagino che fardello ti sei portata dietro per tutti questi anni. I tuoi tentativi di aiutare a far luce su quella triste vicenda venivano automaticamente ignorati, perchè come si fa a dare retta ad una donna che comunica telepaticamente con un ceppo? E allora tenetevi pure i dubbi e le paure. Perchè da oggi la verità resterà in silenzio per sempre.

Te ne sei andata stamane, in silenzio. Quel silenzio che io conosco bene.
Oggi, dopo che hai chiuso gli occhi, ho scoperto delle cose su di te, di cui non ero a conoscenza.
Ho scoperto che in quel mondo di fantasia della vita reale avevi un altro nome. Ti facevi chiamare Catherine Elizabeth Coulson. Non avevi soprannomi strani, non eri considerata la scema del villaggio, ma una brava attrice che amava la meditazione trascendentale, il teatro di Shakespeare e far ridere le persone. Pare fossi amica di un certo David Lynch, un signore un po’ matto ma che faceva film contorti e che conosceva praticamente tutti a Twin Peaks. E’  incredibile che tu non fossi più famosa per il tuo personaggio di Catherine che per quella strana Margaret Lantermann che eri nella nostra quotidiana scatola luminosa.

Sono inconsolabile oggi, ma felice del fatto che te ne sia andata lasciando a tanti un così bel ricordo di te. Sono sempre stato dell’idea che tu, a Twin Peaks, fossi la vera star. Anche se quell’Albert Rosenfield, il sultano dei sentimenti, faceva anche lui la sua bella figura!

Addio, cara Margaret.
Se per il mondo eri La Donna Ceppo, per me eri come una madre.

E da oggi sono solo un ceppo senza mamma.

 

 

 

L’incredibile storia del pellicano Petros (Una storia estiva per l’autunno)

in mondo by

Oggi dalle mie parti il tempo è uggioso. E quando il tempo è uggioso, alle volte, viene la malinconia. La malinconia del sole, del mar, e dell’ ultimo amore estivo, ad esempio.
Il mio amore estivo di quest’anno si chiama Petros. O meglio, si chiama “la storia di Petros”.
Ci siamo conosciuti a Mykonos, nelle isole Cicladi, io e “la storia di Petros”, ed è stato amore a prima vista.
Petros è dolce, presente, e rosa. Si, rosa, perchè Petros è un pellicano. O meglio IL Pellicano. E al pari di Dei, filosofi e guerrieri della terra greca, porta con se il suo mito.
Oggi, in questa giornata uggiosa, vi racconto l’incredibile storia di Petros. Una storia che non è una, ma molte.

Una fredda mattina del 1954 il capitano Charitopoulos trova sulla spiaggia un pellicano ferito. Stava probabilmente migrando da est verso la regione del Nilo (ah! queste migrazioni sono sempre un gran casino) quando si era imbattuto in una terribile tempesta. Impietosito, il buon uomo, decide di prendersene cura e rimetterlo in forma. Il volatile si salva e non lascia più Mykonos, dove viene accolto e coccolato dai suoi abitanti, che gli danno il nome di Petros.
I religiosi vedono nell’arrivo del Pellicano un segno di Dio, in quanto simbolo cristiano della crocifissione. Gli altri miconiani, che delle religione se ne fregano e preferiscono fumare e giocare a backgammon, lo ritengono un segno della Fortuna. E a quanto pare funziona. Con Petros iniziano ad arrivare a Mykonos i turisti, in quantità sempre maggiori, portando un po’ di soldi e la bella vita. Viene, inoltre, scoperto un giacimento di barite.
Tra gli abitanti di Mykonos, Theodoris Kyrantonis prende particolarmene a cuore Petros. I due diventano inseparabili. Theodoris è un po’ uno Zorba delle cicladi, ama ridere, bere e ballare. Aveva perso sei dei suoi dodici figli ma non gli era mancato amore da dare a Petros. Scatena quasi una guerra contro la vicina isola di Thinos, quando i suoi abitanti cercano con l’inganno di sottrarre Petros ai miconiani per farne la loro mascotte.
L’amicizia tra l’uomo e il pellicano continua ininterrotta fino al giorno precedente la pasqua del 1975. Quel triste giorno, Theodoris, seduto al bar a bere e ridere, scivola improvvisamente a terra e muore, accanto a Petros.
I miconiani raccontano che il povero Petros non si separò dalla bara di Theodoris fino a quando questa fu tumulata. Fu il figlio di Theodoris, Georgios, a continuare a prendersi cura di Petros.
Ufficialmente la storia di Petros termina, in pace, nel 1986, quando, orami vecchio, muore, lasciando un vuoto enorme negli abitanti di Mykonos. Per colmare questa tristezza, Jackie Kennedy- Onassis decide di regalare all´isola un nuovo Petros. A cui si aggiugono Irene, la pellicana donata dallo zoo di Amburgo, e Nikos, un terzo pellicano trovato anch’esso trovato ferito e rimesso in forze. I tre vengono spesso visti gironzolare intono alla taverna Nikos, al mercato del pesce vicino al porto, e nella zona della “piccola Venezia”.

Fine della storia, direte voi. Eh no, perchè come nei migliori miti greci, le leggende sul pellicano aggiungono strati di verità alla verità.
Impazzita per la storia di Petros sono partita alla ricerca dello stesso per i vicoli di Chora, la città di Mykonos, ed ho iniziato a interrogarne gli abitanti. I quali sembravano piuttosto restii a parlarne. La cosa mi ha insospettita. Ma, travestita da Sherlock Holmes in bikini, non mi sono data per vinta finchè non sono venuta a conoscenza di particolari scabrosi sul caro Petros.

A quanto pare la fine dell’animale fu tutt’altro che pacifica.
Le voci più insistenti parlano di Petros investito da una macchina, evento che ha creato una pesantissima onta per i miconiani e un grandissimo senso di vergogna per la sventura dell’animale tanto amato, e che ha dato vita a sua volta alla ilare, direi, leggenda secondo cui Petros ora vada in giro con una “guardia del corpo”.
Deve essere il lavoro più bello del mondo, fare la guardia del corpo a un pellicano, ho ovviamente pensato io, già impazzita all’idea di dare una svolta alla mia carriera.

Se non chè, questa versione non era abbastanza scabrosa per un finale VERAMENTE drammatico. E’ stato solo dopo divesi bicchieri di retzina e altrettanti shots di mastica che ho scoperto la verità. A fornirmela è stato il mio oste di fiducia, Anastasiou, che piu´ brillo di me, a voce bassissima, per non farsi sentire, mi dice solo la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità: Petros, il primo e originale, è stato, cito letteralmente, “raped to death”, stuprato a morte, da un turista olandese ubriaco. Il quale, a quanto pare, ha poi ucciso anche due ragazze.

Cinque minuti di silenzio. Neanche i successivi shots di mastica possono cancellare lo shock per la triste fine del povero pellicano. E non ci sarà pellicano al mondo, che non mi ricorderà il mio ultimo amore estivo.

Io, Petros, (o Nikos o Irene), quello vivo e vegeto, non l’ho incontrato, ma la storia di Petros l’ho amata da subito, e certamente d’ora in poi  guarderò con enorme sospetto ai turisti olandesi.

ERI COSÌ CARINO, PROPRIO UN AMORE DI RAGAZZINO

in Micropost by

Alcuni giorni fa mi incazzavo tra me e me (perché lo faccio poi alla mia età ancora non mi é chiaro). Ero onestamente disgustata da questa continua elegia, da parte della stampa, riguardo al comportamento perfetto del governo tedesco rispetto al problema dei rifugiati. Mi pareva un tantino eccessivo, dal momento che alcuni mesi fa Frau Angelona ha detto ad una ragazza palestinese:” sei una persona molto carina ma non possiamo accettare tutti!”. Quello che accade subito dopo é che, in sunto, la situazione in Siria va sempre peggio e, grazie alle pressioni dei cittadini tedeschi, che realmente hanno a cuore il problema, improvvisamente Angelona dichiara tutti benvenuti. Brava lei, stronzi gli altri.

Secondo il mio modestissimo parere, che nulla ha a che fare con la politica ma che si basa solo su un pensiero strettamente umanitario, credo che aiutare i rifugiati debba essere, semplicemente, il dovere di ogni nazione. Nessun motivo di creare, a mio avviso, tale cacofonia giornalistica. La mossa di Angelona, era pura ipocrisia. Tra l’altro dopo essersi adoperata indefessamente nel non facilitare la questione greca.
Ma, per l’appunto, che mi incazzo a fare. Fresca fresca é arrivata la notizia che la Germania non ce la fa a gestire questo afflusso ed esce temporaneamente dal sistema Shengen.
Ora ti riconosco, Angelona mia! “Siete tutti carini, ma non c’é posto per tutti”.

La Wunderkammer del Signor Schmidt

in arte/cultura/società by

Biondiccio, faccetta sorridente, tondetta e simpatica, Eike Schmidt è da oggi  il nuovo direttore degli Uffizi. E l’opinione pubblica dell’Italia, terra di poeti, artisti, navigatori e autoferrotramvieri, si spacca. Da un lato chi vede un eroe giunto, nelle parole di Franceschini, a portare di nuovo in auge il museo “dopo anni di prostrazione” (parole sue). Dall’altro chi si incazza perchè, in una visione generalizzata, a differenza di tutti gli altri paesi dove si agevolano i propri concittadini nelle cariche pubbliche e di lavoro, l’Italia, ancora una volta, preferisce dare quesi posti allo “straniero”. Nel giusto mezzo il cicciottello Eike, nella sua pregnante pragmaticità tedesca, annuncia che uno degli scopi del suo lavoro è rendere il museo piu´ accessibile ai visitatori, accorciando le code per entrare. Alla faccia delle alte visioni curatoriali.
Ora, la situazione ha, a mio avviso, diversi aspetti. In favore di Herr Schmidt va detto che un suo curriculum alle sue spalle ce l’ha, e anche buono, quindi non gli si può dare del raccomandato. Certo, per quanto il Getty Museum di Los Angeles o la National Gallery of Art di Washington siano dei gran bei pezzi di museo, il suo curriculum non mi sembra neanche così assolutamente incredibile da giustificare senza discutere una direzione degli Uffizi. Questo, e non il fatto che non sia italiano. Quindi tutto sta a giudicare un domani il lavoro fatto. Perchè non dargliene la possibilità? E poi è giovane, ha 47 anni, quindi ben venga un po’ di vecchiume in meno nel mondo dei poteri accademici.

Quello che, a me personalmente, innervosisce, è vedere le reazioni, sia pro che contro, a questa notizia. Se la persona è competente deve avere la carica, indipendentemente dalla sua nazionalità. Incazzarsi solo per questo motivo è riduttivo. Quello per cui bisognerebbe indignarsi è che, in Italia, persone che di arte, sia a livello storico che curatoriale se ne intendono, ce ne sono. E che saprebbero benissimo occupare la stessa posizione del signor Schmidt, ma che soffrono di una sorta di pregiudizio generalizzato, per cui la degradazione economica e politica del Paese è ormai così vergognosa che risulta impossibile credere che ci siano anche persone che il cervello nella testa lo coltivano, quindi partono già svantaggiati.
Chi, invece, acclama il nuovo direttore, perchè tedesco e quindi di conseguenza più bravo, corretto ed intelligente, scade in una ode becera alla Germania, terra di filosofi e romantici, senza forse sapere che, ad esempio, lo studio della storia dell’arte nel triennio universitario in Germania, è abbastanza vergognoso nelle metodologie e contenuti.
Poi forse ci stanno anche dei giochi politici tra l’Italia e la Germania: oggi 14 aeroporti greci e tre musei italiani, domani, chi sa, le poste spagnole. Ma questa è politica e non è il (mio) punto. Gli italiani potrebbero ad esempio smettere di farsi autogol morali, denigrando se stessi (come inferiori ai tedeschi), o, a turno, gli altri (lo straniero). In un modo o nell’altro non va mai bene nessuna opzione. Popolo di artisti, lamentoni e criticoni. E comunque sempre di autoferrotramvieri.
L´opzione che rimane, reale, è che l’arte resta senza dubbio il bene più  grande che abbiamo in Italia, quindi non importa chi o come, ma che vada tutelato.

Il Darwinismo sociale e il Chessboxing

in cultura/società/sport by

Nella vita non si finisce mai di imparare e di scoprire. Io, ieri, ad esempio, ho scoperto il Chessboxing.
Per chi non lo conosce il Chessboxing, o scacchipugilato, è una disciplina sportiva mista dove due avversati si affrontano a round alternati di scacchi e di boxe. Viene definito Intellectual Fight Club ed è stato creato nel 2003 da un artista olandese, Iere Rubingh, dopo essersi letto “Froid Équateur” , del cartoonista Enki Bilal . Un anno dopo, nel 2004, nasce il primo Chessboxing Club officiale a Berlino. Eh si, non ci sono solo droghe e techno a Berlino, ma anche questi simpatici mash ups.
Tornando al dunque, ieri sera finisco a questo evento annuale di Chessboxing, che si svolge, ovviamente, in uno spazio espositivo. Certo, una palestra era troppo facile.
Alla “modica” cifra di 20 euro, che fino a qualche anno fa nessuno a Berlino avrebbe speso per qualsivoglia evento, ti ritrovi catapultato ad assistere a questo show, con un pubblico a dir poco variegato, composto di sportivi, hipsters che non hanno capito dove sono, ma tanto fa figo esserci, coatti di periferia tutto muscolo e niente arrosto a supporto dei boxeurs, artisti/fotografi/curatori/blogger/fashion addicted e altri wannabes, tutti vestiti neanche fossero sul tappeto rosso alla Première di un film a Cannes. Li sopporti perché , al di la di tutto, il chessboxing ha la bellezza della poesia e la passione della musica rock, capace di rapire anche chi come me, può combattere con i pupazzi di cartapesta e ha problemi serissimi a vincere una partita di scala quaranta.
Diamo quindi il via allo show. In mezzo al ring è posizionato un tavolo da scacchi. I due contendenti vengono chiamati dal presentatore. Il primo: Pablo, 19 anni di muscoli e arroganza, un Apollo Creed coatto e in vena di menare le mani, che si gonfia e si pavoneggia per il pubblico. Fa quasi tenerezza! Arriva poi il momento del contendente: “Signori e signore, ecco a voi Daniele di Bergamo!”. Daniele ha i capelli rosci, lunghi e lisci tenuti su da una coda bassa, si presenta con una maglietta di Mickey Mouse gialla e una simpatica panzetta della birra. E tu pensi: poverino, ora sono cazzi suoi.
Ma quello che Daniele non possiede in muscoli lo recupera quanto a intelligenza, strategia e concentrazione. Si siede, e inizia a muovere pedine sullo scacchiere a colpi di spazzola. Ha davvero sfiga però. Sta per fare scacco matto quando il tempo scade e si passa all’ incontro di boxe. Tre minuti sono lunghissimi, quando tecnicamente non si sa bene cosa si sta facendo e di fronte hai un pischello con i muscoli scolpiti nel marmo e  voglioso di vincere. Daniele le prende soltanto, le prende tante, a lungo, inizia a gonfiarsi, ma si difende, non molla.  La folla inizia a passare dalle sua parte. I tre lunghissimi minuti terminano e Daniele resiste. Non crolla. Si riposiziona al tavolo ed è scatto matto. Lui è felice come un bambino, e tutti, Hipters che ancora non capiscono dove sono e modelle comprese, sono felici per lui.
Il secondo incontro viene vinto anch’esso alla scacchiera dal pugile che più aveva sofferto in combattimento. Il terzo me lo perdo, mi attende una birra con gli amici, ma 2 su 3 mi sembra un buon risultato per la statistica.
Mentre ero li, infatti, ho pensato a molte cose: al coraggio, alla tenacia, alla costanza di allenarsi, alla capacità di giocare a scacchi, ma soprattutto ho pensato a questo: il Chessboxing è una sorta di metafora contemporanea del darwinismo sociale.
“Presso i selvaggi, i deboli di corpo o di mente vengono presto eliminati, e coloro che sopravvivono presentano solitamente un vigoroso stato di salute. Noi uomini civilizzati, al contrario, facciamo del nostro meglio per ostacolare il processo di eliminazione” scrisse Darwin.
Nella versione meno scientifica e più triviale si asserisce che nella lotta tra la vita e la morte è il più forte a sopravvivere.
La forza, però, non è solo quella fisica. La vera forza è nella mente. Non parlo di furbizia o intelligenza, ma di mente. Quella si che ti salva il culo. Quindi usiamola bene.

Shakira idolo sottovalutato

in religione/ by

Icona pop, ancheggiatrice senza uguali, benefattrice. Shakira, che quando canta sembra posseduta dal diavolo e che puo´ permettersi di far finta di suonare (e male) una chitarra nel video di Objection (Tango), e´ in grado di far impazzire anche una rockettara convinta come la sottoscritta, in grado di partire in un ballo sfrenato appena suona una sua canzone alla radio.  Eppure e´ sottovalutata. Si, nonostante la sua immensa popolarita´ la gente non capisce il vero valore di Shakira. Lei, semplicemente, e´ un idolo per tutte le donne del mondo. Per motivi piu´ seri della musica. Ecco quali sono: primo, Shakira ha le tette piccole. E ne fa un vanto. Ascoltate bene il suo primo successo e vi renderete conto che il testo dice: “Lucky that my breasts are small and humble, so you don’t confuse them with mountains”. Applausi, all´ironia e alla semplicita´ dell´affermazione. Il secondo fondamentale motivo  e´: Shakira ha ricrescita. E se ne frega. Anni luce prima che il mondo inventasse il concetto di shatush per risolvere questa piaga sociale, Lei era gia´ oltre. In pratica lo shatush lo ha lanciato lei. Appartenendo alla categoria “donna dalle tette piccole che combatte con la ricrescita” non posso che desiderare di diffondere il verbo alle mie consimili.

Siate Shakira. Siate splendide. Con le tette piccole e la ricrescita.

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