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Simone Sapienza

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Quell’ansia da prestazione che frega i romanisti

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Fuori da tutti i traguardi. Per la Roma si avvia un nuovo processo interno che spingerà alla fine dell’esperienza di Rudi Garcia. E’ la logica del calcio. Dopo Spalletti, Ranieri, Montella, Luis Enrique e Zdeněk Zeman, il progetto di una Roma finalmente competitor con le altre grandi capitali è ancora solo nei sogni del ristoratore italoamericano James Pallotta che della società sportiva è divenuto proprietario con l’idea di fare le cose in grande. E se per il nuovo stadio la procura capitolina apre di già due fascicoli, gli obiettivi annunciati ad inizio anno sono belli che chiusi.

Eppure la Roma sembra avere tutti gli ingredienti per farcela, e non da oggi.
Ha un nome che da solo rimpingua le entrate del club grazie al marketing turistico e sportivo. Un rosa che spicca, nel calo sconfinato del calcio italiano. Merito del direttore sportivo Walter Sabatini – uno dei migliori, capace di prendersi oggi anche le sue responsabilità – e merito di una gestione che ha saputo investire e giocare anche sul proprio debito.
Da sempre poi gode – come squadra più grande della Capitale d’Italia – della protezione di importanti sostenitori. La sua fondazione si deve al volere del Duce che alla fine degli anni ’20 offre la prima presidenza e un patrimonio da investire al prefetto di Roma. Il primo dei tre scudetti arriva a guerra iniziata. Dopo il fascismo per decenni il più potente tifoso giallorosso è Andreotti che per i colori si spende personalmente arrivando ad usare leggi e finanziarie per agevolare cessioni o, come nel celebre caso di Falcao, la permanenza a Roma. Superata la prima Repubblica sono Massimo D’Alema e Unicredit a prendersi cura della società in momenti difficili.
Poi c’è il pubblico. La quantità dei romanisti ne determina il peso come lettori e come telespettatori. Basta aprire il Corriere dello Sport o guardare Sky per rendersene conto.
Eppure in tutti questi decenni i romanisti hanno vinto relativamente poco. La società è ottava per numero di scudetti in Italia, se si tiene conto di quello del ’42 ed è al 100º posto nella classifica mondiale per club. In Europa vanta una Coppa delle fiere nel 1960.

Ma cos’è che da sempre impedisce alla Roma di entrare in modo consolidato nel giro delle grandi? La vicenda di quest’anno deve far riflettere su una delle possibili risposte. Una di quelle che non si possono scrivere sui giornali.
Si perché il principale problema della Roma è una disfunzione comportamentale del suo tifo e del suo ambiente. E’ l’ostentazione romanesca ‘de esse li meno’, sempre e comunque, spacconi e arroganti come la maschera di Rugantino. Su questo c’è autocompiacimento, tanto teatro e un’intera letteratura, film e fiction con Amendola. Quando poi capitano periodi di crisi, battute d’arresto, fallimenti, i tifosi non infrangono le loro speranze, ma molto di più: le proprie sicurezze.
Basta rileggere e riascoltare quanto ripetuto ovunque in questi mesi. La lotta scudetto era un ‘campionato a parte con la Juve’ e l’allenatore Garcia – furbo a cogliere il clima romanista – si lanciava certo col tricolore al petto il prossimo anno. Della Champions League poi non ne parliamo: il telecronista RAI di fede giallorosa, al debutto nella massima competizione europea si è spinto a chiedere agli ascoltatori se fosse mancata più la Champions alla Roma o più la Roma alla Champions. Ed infine la Coppa Italia, trofeo minore ma valido, da vincere si diceva, per gridare addirittura al ‘triplete’ e puntare sulla maglia la stella rimasta in sospeso due anni fa.

Tutto è crollato il 21 ottobre con la sconfitta in casa per 7 a 1 con il Bayern Monaco. L’ansia è andata alle stelle, la paura di non farcela, di non essere all’altezza delle storie canzonate. Il nodo-Marione, capo-opinionista e presentatore radiofonico, era stato chiaro: “dopo la sconfitta nel derby di coppa italia con la Lazio, solo la vittoria dello scudetto e la retrocessione in serie b della Lazio potranno mai compensare un simile affronto”. Si perché poi nel quadro i cugini laziali sono speculari all’autoritratto, sempre poveri e sfigati. E il 26 maggio quella finale è stato un disonore assoluto.

Nei primi turni di campionato tutto va per il meglio per la squadra di Totti. La Lazio retta prevalentemente da giovani promesse e un nuovo mister fatica anche solo a pareggiare. Nei primi mesi sembrava che la storia del Marione la si potesse almeno raccontare per buona parte del campionato.
Poi quel fatidico 21 ottobre all’Olimpico. Prendere 7 goal in casa nella partita-verità, la verità te la fa capire proprio bene. Una catastrofe tennistica del genere può accadere solo se si vive in un mondo a parte dove ci si crede a livello del Bayern e lo si affronta a viso aperto, alla pari. Svelate al mondo le effettive unità di grandezza, l’eccitazione si è smontata e non si è più ripresa. L’ansia fa brutti scherzi.
I tifosi oggi non ci stanno. Prima contestano la squadra a modo loro: ‘Avete perso con ‘na squadra de carcinacci’ (la Samp di Mihalovic, rivelazione dell’anno), ‘Co ‘na squadra inguardabile’ (la Fiorentina, tra le più in forma in campionato). Poi svuotano lo stadio: se ne vanno. Non possono vedere la loro Roma sconfitta. Ieri con la Fiorentina dopo 30 minuti di gioco.
Chi tra i romanisti non grida al complotto juventino o internazionale, in buona parte di calcio non se ne occuperà più fino a quando tornerà ad esibirsi in una nuova vittoria certa quanto futura.
Se Pallotta vuole fare della Roma una squadra internazionale, deve affidare il dopo-Totti a personalità che sappiano creare un contrappeso di realtà e umiltà con l’ambiente-Roma, capaci di far sognare, sperare, senza cadere mai nella lusinga al Rugatino romanista, che se non sa perdere non sa neppure vincere.

La tassa Totti

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43 milioni di euro l’anno. E’ quanto il Comune di Roma spende per pagare la cosiddetta “emergenza abitativa”. Una somma incassata dai costruttori che affittano immobili al Comune, e dalle cooperative sociali come il Consorzio Eriches 29 di Salvatore Buzzi.

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Tra queste da tempo risulta anche l’Immobiliare Ten di proprietà di Francesco Totti, il capitano della A.S. Roma. La struttura, affittata regolarmente da Totti al Comune, si trova a via Tovaglieri, Tor Tre Teste, ed è stata scelta dall’amministrazione Veltroni con contratto 6+6: se l’amministrazione non disdice 12 mesi prima della scadenza si va avanti ad oltranza.
Nel residence di via Tovaglieri vivono 35 famiglie. Il comune spende per mantenerle la bellezza di 26 mila euro l’anno (cioè più di 2.100 euro al mese) per nucleo famigliare: un affitto da attico terrazzato al centro storico. Una enormità descritta da Sergio Rizzo, autore del celebre libro “La Casta”, domenica sul Corriere della Sera in un articolo dal titolo “Roma, affitti d’oro pilotati dai boss“.
Il risultato -scrive Rizzo- è che l’emergenza «temporanea» si trasforma sempre in emergenza stabile, con le famiglie (circa 1.850 in tutto) che restano perennemente a carico del Comune pure quando viene accertata la mancanza dei requisiti. Anche perché le ordinanze di sgombero quasi mai vengono eseguite“. Pare siano infatti più di 100 i nuclei famigliari attualmente residenti nei residence ad avere un reddito superiore a quello previsto dalla delibera 150 del 2014, o a possedere addirittura altre case di proprietà.
L’immobiliare Ten è parte di Numberten, la holding del gruppo Totti. Il settore immobiliare supera di molto i guadagni dei capi di abbigliamento di Never Without You, società gestita anche dalla moglie Ilary Blasi, che tra l’altro ne disegna alcune collezioni.
A Rizzo oggi replica, sempre sul Corriere della Sera, il Sindaco Marino, ricordando quando in campagna elettorale aveva promesso la conversione di queste ingenti risorse in buoni casa e la chiusura dei residence: “Li ho visitati e alcuni mi sono apparsi come dei veri e propri lager dove si vive anche in 8 in pochi metri quadri“. Costosissimi Lager insomma. Dopo più di un anno qualcosa pare muoversi.
Ma il risultato sembra difficile da portare a casa, specie se -tra gli altri- c’è di mezzo l’intoccabile “Pupone de’ Roma”.

Voglia di bestemmiare

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Nel Pd della Capitale gli sbardelliani, i veltroniani, i popolari e perfino qualche ex berlusconiano, tentano di rifarsi una verginità renziana. Si riuniscono, progettano, rilanciano.

Più il marziano Marino fa buchi nell’acqua, più i marpioni si ringalluzziscono. “Il fuso orario del Campidoglio va regolato con quello di palazzo Chigi” dicono. Forti – s’intende – non di qualche risultato politico, ma esclusivamente di campagne elettorali concluse in grande stile, magari con i dipendenti di Atac, di Ama, o di un’altra fabbrica di consenso romano, tutte in dissesto con i soldi dei cittadini.
Nulla di nuovo. È il vecchio istinto gattopardesco. Del resto vi siete mai chiesti quali meritorie iniziative politiche abbia condotto Enrico Gasbarra per totalizzare 102.411 preferenze? Per non parlare degli altri capi corrente ancora più sconosciuti.
Su questo il dibattito dentro il Pd non è pervenuto. Neppure quando l’unico consigliere Radicale, Riccardo Magi, ha denunciato con Sergio Rizzo, il meccanismo ventennale di accumulazione del consenso a Roma. A destra, al centro e a sinistra. La manovrina d’aula o il maxiemendamento notturno, con i quali si foraggia de facto il bacino elettorale dei consiglieri, terminali dei capibastone. Non c’è alternativa a questo modello, dicono. I dirigenti comunali assunti esternamente all’organico già abbondante del Campidoglio per organizzare tra le altre cose la Festa dell’Unità di Roma (o Festa democratica), non hanno predisposto nessuna tavola rotonda sull’argomento.

Ma ci sarebbe dell’altro per quanto riguarda il maggiore partito della Capitale e del Paese, se la cronaca dei giornali romani non fosse peggiore dei politici che in buona parte dirige. Ad esempio si potrebbe riflettere sull’inossidabilità della “questione romana”. Il Papa apre nuove stagioni, loro no.

L’ostruzionismo del Pd in Campidoglio è velato ma a tutto campo. Per il Registro del testamento biologico c’è voluto l’intervento del Prefetto di Roma per calendarizzare la delibera. Per le Unioni civili si attende da due anni la votazione di un testo sottoscritto da 8 mila romani, dopo che Walter Veltroni, su richiesta del Card. Bertone, fece fuori il primo tentativo Radicale nel 2007. Miriam Mafai all’epoca la definì la “prima sconfitta per il Pd” che stava nascendo in quei mesi. Per alcuni una sconfitta per altri una vittoria che resiste nonostante la rivoluzione interna al Partito democratico. È forse un caso che per il futuro della Capitale tutti i nomi finora emersi siano legati ad un passato democristiano? Da Enrico Gasbarra a Dario Franceschini. O come nel caso di Marianna Madia, ad un presente contrario all’aborto e all’eutanasia. “Quando sei lì – racconta Marianna del suo viaggio a Medjugorje  in realtà non ti interessa capire se è vero o no quel che si racconta. Non ti poni il problema. Entri in una dimensione di fede più forte, di consapevolezza profonda”.

E quello di non porsi il problema di capire è un modello a forte vocazione maggioritaria. E così da una parte non bisogna farsi troppe domande sulle responsabilità del sistema clientelare nel fallimento in termini di dissesto finanziario di Roma, dall’altra meglio non tenere conto che sui diritti civili e la laicità il popolo da sempre è più pronto della sua classe dirigente. Lo dicono tutti i sondaggi da anni. Dall’ici per gli hotel cattolici all’eutanasia. Meglio non ricordare il 54% ottenuto della mangiapreti Emma Bonino che nel territorio di Roma vinse contro Renata Polverini, nonostante il sabotaggio orchestrato dei vertici del PD, raccontato poi da Concita De Gregorio.

Trasparenza, onestà, buon governo della cosa pubblica, ma anche laicità e nuovi diritti. A vincere furono altri. E i protagonisti a Roma – direttamente o tramite veline – quelli restano.

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