un blog canaglia

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Roberto Sassi

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Addio Postalmarket

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È un pomeriggio di luglio del 1998, mi sono chiuso a chiave nel bagno, sul termosifone ho poggiato in equilibrio precario il catalogo primavera-estate di Postalmarket. È aperto alla sezione “intimo” e sulla pagina campeggiano le chiappe perizomate di una modella brunetta. La guardo inebetito e immagino come potrebbe essere toccarla e farci cose.

Bussano alla porta. «Che stai a fa’?» chiede la voce acuta della sorellina. «Niente…» rispondo. «E allora esci che giochiamo» ribatte lei. «Oh, non rompere le palle» urlo cercando di usare il tono più minaccioso possibile nella speranza di essere finalmente lasciato in pace.

Torno a guardare la brunetta. Passo dal sorriso splendente alle chiappe: sorriso-chiappe, sorriso-chiappe, sorriso-chiappe. Ho undici anni, quasi dodici, e penso che la sensualità sia tutta sorriso-chiappe (oggi, a ventinove, penso più o meno la stessa cosa).

Niente, non funziona, ho perso il ritmo. “Basta, questa m’ha stufato” mi dico. Allora sfoglio una, due, tre pagine; nel frattempo il catalogo scivola lentamente, cade sul pavimento. Lo raccolgo, riesco con difficoltà a rimetterlo nella stessa posizione di prima. Sfoglio con delicatezza per trovare un’immagine adeguata. Mi soffermo su una riccia rossa con occhi verdi e carnagione piuttosto pallida. È bella, non faccio fatica a riprendere il ritmo. Dal vetro satinato della finestra penetra una luce pomeridiana, fuori fa caldo ma in bagno c’è fresco. Sorriso-chiappe, sorriso-chiappe, sorriso-chiappe, sorriso-chiappe, sorriso-chiappe.

Addio Postalmarket. Grazie di tutto.

Clown assassini, genesi di una psicosi

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Il 10 maggio 1994, pochi minuti prima della mezzanotte, John Wayne Gacy venne giustiziato  per mezzo di un’iniezione letale nella Stateville Prison di Joliet, Illinois. Gacy, che negli Stati Uniti è noto come Killer Clown, fu condannato a morte per aver rapito, torturato, sodomizzato e ucciso 33 uomini (molti dei quali poco più che adolescenti) tra il 1972 e il 1978. Quando la notizia del suo arresto finì su tutti i giornali, la comunità di Chicago rimase incredula: tutti lo conoscevano come un uomo generoso e dedito al volontariato. In quegli anni John si distinse infatti per la sua attività di intrattenimento clownesco durante eventi di beneficienza. Da qui il soprannome che gli attribuì la pubblicistica.

La sua storia fece così scalpore e penetrò così a fondo nella cultura popolare americana che contribuì a formare l’immagine del clown malvagio. Si dice, ad esempio, che Stephen King prese spunto da questa vicenda per scrivere il suo celebre romanzo horror It, pubblicato nel 1986. «Sono l’incubo peggiore che abbiate avuto, sono il più spaventoso dei vostri incubi diventato realtà, conosco le vostre paure, vi ammazzerò ad uno ad uno» diceva il clown Pennywise, antagonista del romanzo. Dal libro venne successivamente tratta una miniserie televisiva di grande successo, che diede ulteriore linfa all’immaginario orrorifico e lo portò prepotentemente nelle case degli americani prima e degli europei poi.

Negli anni ’90 il tema continuò ad essere presente nella cultura pop americana. Letteratura, musica, cinema, videogames alimentarono il topos del pagliaccio assassino, che con l’avvento di Internet si diffuse a livello mondiale. Un esempio significativo: in un episodio della quarta stagione della famosissima serie animata  The Simpsons si racconta di quando Homer costruì un letto a forma di clown malvagio per il piccolissimo Bart, che terrificato ripeteva tra sé e sé «non posso dormire, il clown mi mangerà». Can’t sleep, clown will eat me divenne poi un meme Internet ed ispirò una quasi omonima canzone del cantante rock americano Alice Cooper.

La rappresentazione violenta e antisociale del pagliaccio ha trovato quindi terreno fertile nella Rete. Secondo John G. Robertson, autore del dizionario della lingua inglese Robertson’s Words for a Modern Age, il termine ‘coulrophobia’ (paura dei clown) si sarebbe propagato più sull’Internet che sulla carta stampata.  Provare per credere: fate una ricerca immagini su Google con le parole chiave “Internet clown“. I risultati  saranno in grande prevalenza raffigurazioni negative, violente, orrorifiche. Questo dimostra quanto sia effettivamente cambiato il personaggio nel repertorio dell’immaginario popolare, testimoniando inoltre il ruolo fondamentale del nuovo mezzo di comunicazione di massa nel processo di trasformazione.

Ma veniamo finalmente all’attualità. Ho appreso da un articolo de Le Monde che nel mese di ottobre sono state segnalate alle autorità francesi numerose apparizioni pubbliche di clown “assassini”, cioè di persone travestite e armate di armi in plastica (soprattutto coltelli). Episodi di questo tipo sono accaduti a Périgueux, a Liévin, a Douvrin; la maggior parte delle segnalazioni sono pervenute dal nord della Francia ed in particolare dalla regione Nord-Pas-de-Calais. Queste comparse hanno provocato un certo allarmismo tra la popolazione, ingrassato naturalmente dai titoli della stampa locale e nazionale. Così, nel giro di qualche giorno, sono nate diverse pagine Facebook anticlown e si sono formati numerosi gruppi di “cacciatori di clown”, che hanno preso a girare in alcune città francesi armati di coltelli e mazze da baseball. E non sono mancati episodi di violenza: il 24 ottobre scorso a Montpellier un uomo travestito da pagliaccio è stato aggredito da un pedone con una spranga di ferro; il giorno precedente un ragazzo mascherato aveva distrutto un’autovettura nell’Hérault. La faccenda si sta quindi facendo via via più seria.

Ma dove nasce questa nuova tendenza? A quanto pare a Wasco, California, dove una coppia di artisti travestiti da It ha cominciato a manifestarsi per le strade della cittadina americana in piena notte. Le foto, che sono state postate sui social network, hanno fatto il giro del mondo, facendo crescere rapidamente il numero di emulatori sia nel piccolo centro californiano che al di qua dell’Atlantico. In Europa, grande successo ha avuto il canale You Tube DmPRANKS, gestito da due ragazzi umbri che hanno ripreso e messo online una serie di scherzi in cui terrorizzano i passanti inscenando omicidi e violenze travestiti anche loro da clown malvagio. Il loro video più famoso ha avuto più di 32milioni di visualizzazioni.

Da quando ha cominciato a diffondersi questa candid camera horror, anche in Italia le segnalazioni alla polizia si sono moltiplicate. La fobia collettiva è cresciuta soprattutto in provincia di Perugia (dove effettivamente sono stati realizzati gli scherzi di DmPRANKS) ma anche a Modena e Reggio Emilia, e persino a Brindisi, dove i clown non sarebbero soltanto “picchiatori” ma anche “rapitori”.

Insomma, il fenomeno continua a svilupparsi (si vocifera di casi simili anche in Belgio e in Svizzera) e fa leva sull’apparato immaginativo di quella che ormai è diventata una tradizione narrativa. Per il momento, a quanto sembra, in Italia si tratta soltanto di leggende metropolitane alimentate dal passaparola sui social network, cioè di una psicosi. Ma è difficile escludere che possa trasformarsi in qualcos’altro, persino in manifestazioni antisociali violente. Del resto, non sarebbe la prima volta. E del resto il volto sformato e ghignante del clown fa maledettamente paura.

Pop porno: intervista ad Alberto Abruzzese

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Ogni secondo circa 28mila persone stanno guardando un porno online. Ogni secondo una Verbania di sconosciuti si collega e sceglie il suo genere preferito. Il 70% di maschi tra i 18 e i 24 anni visita almeno un sito porno nell’arco di un mese. ‘Sex’ è la parola più ricercata sui motori di ricerca. Addirittura il 70% del traffico sui siti porno si verifica tra le 9 e le 17, cioè in orario di lavoro. Questi sono soltanto alcuni dati sulla pornografia online, un fenomeno che ormai è entrato a far parte della vita quotidiana di milioni di persone. Un fenomeno che, in qualche modo, si va via via facendo pop.

Ciononostante sembra non esserci molto spazio per la pornografia nel dibattito sulla contemporaneità; ciononostante sembra che il discorso sul porno online sia per la maggior parte degli utenti ancora un tabu. Ma perché non se ne parla? E cosa significa oggi discuterne? Lo abbiamo chiesto al Prof. Alberto Abruzzese, docente di sociologia dei processi culturali e comunicativi, scrittore e saggista, che sulla sua pagina facebook e sul suo blog ha da qualche tempo avviato una riflessione sulla pornografia d’oggi.

Prof. Abruzzese, perché è utile parlare di pornografia?

Per cercare di pensare in modo diverso dal pensiero umano in quanto pensiero occidentale, volontà di potenza del soggetto moderno. Siamo in un’epoca di crisi profonda, globale e locale. Nessun ceto dirigente e nessuna istituzione pubblica e privata sembra essere in grado di risolverla. Ora e nel futuro. Il capitalismo finanziario va distruggendo ogni vecchio strumento di governo del capitalismo storico, compresi gli stati e le loro forme di organizzazione amministrativa e politica. Ogni promessa della civilizzazione moderna sembra essere venuta meno. Ogni “principio speranza” cancellato. A questa crisi di valori e a questo vuoto di responsabilità e capacità nelle classi dirigenti che governano o credono di governare nazioni e mondo, si continua a rispondere facendo riferimento ai valori etici, estetici, religiosi e sociali dell’Umanesimo. Ma c’è da domandarsi: se siamo al punto in cui siamo – là dove è tragedia poiché non c’è più alcun eroe e alcun dio a salvare – la causa non sarà forse proprio avere fatto uso dei valori dell’Umanesimo? La pornografia offre argomentazioni adatte a ragionare su tale dilemma. Ci aiuta a toccare la distanza tra violenza del desiderio di sopravvivenza di ogni cosa vivente e “falsa coscienza” di un essere umano convinto della propria supremazia sul mondo in virtù della propria presupposta “libertà” di linguaggio.

In una recente intervista all’edizione fiorentina de “La Repubblica” ha definito la pornografia d’oggi “uno degli elementi della crisi della civilizzazione, uno di quei fenomeni antisociali a cui il futuro del web sembra sempre più incline”. Se ho ben capito, non si tratta di una riflessione di natura estetica o morale, bensì di una valutazione della pornografia come pratica. Sta forse dicendo che la produzione e la fruizione di materiale pornografico contrastino in qualche modo con i princìpi che governano la vita sociale?

Pensare che la pornografia è una pratica significa dire che essa va affrontata per ciò che produce: l’orgasmo. La pornografia è un insieme di mezzi – carne, pelle, mano, immagini, attrezzi, ecc. – volti a raggiungere un fine specifico: la “piccola morte”. Ma a ragionare così sono in pochissimi (nei più scatta quasi un censura inconscia, una rimozione automatica: ciò che nella pornografia si produce sfugge al pensiero, in realtà è indicibile). Del resto, a volerlo dire in modo più triviale, la pornografia è il mezzo necessario alla “masturbazione”: sappiamo bene quanto tale pratica sia stata ostacolata – inquisita – dalla chiesa, dalla famiglia, dalla medicina e dalla società. E resti oggi, nella più parte dei casi, ridicolizzata o nascosta.

Lei ha appunto parlato di una “erotizzazione sempre maggiore del mondo”. Questo fenomeno modifica il rapporto che gli individui hanno con il sesso – pronunciato e praticato – e quindi con la pornografia, che si va via via ‘normalizzando’, cioè entra sempre più nel quotidiano, in qualche misura si ritualizza. Si può quindi dire che il porno online sia soltanto un elemento, e nemmeno il più importante, di un rinnovamento globale dei costumi sessuali?

L’idea su cui sto lavorando da qualche tempo non è più quella surrealista dell’erotismo in rivolta contro le norme della società. Dimenticare Bataille, potremmo dire. Quell’idea (oggi sopravvissuta nel senso comune dei costumi e del loisir, in culture che potremmo definire piccolo-borghesi, da ceto medio, di “vecchio regime”) ha contato nel primo Novecento, nelle sue avanguardie, ma in realtà dentro il processo di erotizzazione delle merci, processo in cui – come tipico di ogni grande salto di qualità compiuto dalla civilizzazione moderna – hanno agito tanto gli impulsi a trasgredire le regole private e pubbliche della società, quanto la risposta dei regimi di controllo e sorveglianza sulle dinamiche del desiderio. Appunto della volontà di potenza. Al centro, il sesso e la sessualità, ma non soltanto: gli oggetti d’uso. Il sex appeal dell’inorganico. Per me invece ora conviene fare cadere ogni con-fusione tra erotismo e pornografia. Non farsi distrarre dalla convergenza tra un erotismo sempre più erotico e una pornografia sempre più comune… ordinaria.

Ma questa sovrabbondanza di immagini e parole sessualizzate non rischia di sminuire la funzione stimolativa e appagante della pornografia? Se il sesso è ovunque, l’eccezionalità è da ricercarsi in un tipo di materiale sempre più ‘spinto’? Siamo già arrivati alla “banalità dell’anale”?

Al momento a me interessa ragionare sul fatto che l’esasperazione del consumo di pornografia in rete ha un effetto preciso di sottrazione dalla società. A fare sì che non cada la capacità di eccitazione della attuale pornografia, ci penserà lo sviluppo tecnologico di nuove pratiche. Potrà essere accentuando la simulazione tattile o visuale o olfattiva, potrà agire direttamente sui neuroni senza più alcun nesso con il fare sesso, con i generi e con la procreazione. Una pillola o uno spray per venire, e via! Quello che mi pare di potere dire è che c’è un desiderio crescente (la tecnica) di alienazione del proprio corpo – l’individuo, il soggetto sociale – in una radicale morte del sé, nel piacere del suo nulla: sfera organica e inorganica, carne messa in condizione di sprofondare in se stessa.

Sfatiamo il mito secondo cui il porno online sarebbe una faccenda prettamente maschile: le statistiche rivelano infatti che un utente su tre è donna. È la prova che un certo femminismo moralista che definiva (e definisce) la pornografia lesiva della dignità della donna ha fallito?

Concordo. Comunque credo che studiare la pornografia con una attitudine psico-sociologica possa ancora fruttare qualcosa di utile. Non soltanto per sfatare appunto gli stereotipi costruiti su una visione tutta ideologica delle differenze di genere (che tanto ha nuociuto persino nei confronti della donna), ma anche nell’ambito ancora certamente moderno e tuttavia comunque più “civile” di altri contesti antropologico-culturali, in cui la pornografia viene studiata come luogo di maturazione, in sostanza democratizzazione, dei rapporti sessuali in “famiglia”. Nel praticare la pornografia e parlarne, le coppie e ciascuna delle parti vivono processi di emancipazione. Consumando ad esempio video porno in cui si inscena sesso tra donne lesbiche, penso che i giovani di sesso maschile siano sottoposti ad una educazione erotica infinitamente più sensibile rispetto alla educazione ricevuta, o più spesso per nulla ricevuta, nelle famiglie o cerchie amicali della mia generazione (la cui violenza, del resto è facilmente riscontrabile – intatta e oberata di ben altri carichi simbolici e ritualistici – nella più parte dei video etero).

Le ragazze del porno propongono una pornografia al femminile contro “gli ideali di bellezza malati”, il capitalismo e il patriarcato. Ma politicizzare il porno non significa trasformarlo in qualcos’altro?

Sicuramente. Da un lato “Le ragazze del porno” riducono il porno alla stessa funzione socializzatrice – estetica, affettiva, culturale – attribuita alla sfera erotica. Innestandolo sulle ideologie progressiste e democratiche hanno ancora probabili margini educativi, ma si tratta, come si diceva un tempo, di “battaglie di retroguardia”. Il ripescaggio di vecchie utopie liberatorie.

A suo parere, in un futuro prossimo o remoto il genere “amatoriale” potrà essere sdoganato? Come facciamo oggi con le selfie, condivideremo sui social network le nostre prestazioni sessuali? Oppure esiste un limite morale invalicabile tra sfera pubblica e sfera privata?

La tendenza è già in atto. Sino a quando i sistemi di controllo della società civile – nelle sue forme di effettiva o simulata democrazia o deliberata restaurazione autoritaria o di sopravvivenze premoderne – non riterranno troppo pericoloso il porno, avremo magari un ulteriore allentarsi della tolleranza. Ma calamità in rete come il gioco di azzardo e la pornografia non potranno essere tollerate in modo permanente data la crescita virale di questo genere di dissipazioni. Del resto la tolleranza è anche il dispositivo con cui si prepara l’intolleranza, con cui si crea l’allarme necessario a intervenire e a giustificare la radicalità delle misure repressive che si vogliono imporre. Accadrà quando per una serie di più e diverse ragioni (e non solo a causa di una visione bigotta del sesso e dei rapporti sessuali) i sistemi moderni avranno bisogno di frenare la deriva antisociale di una serie complessa di fattori disgregativi di cui il porno potrebbe essere parte e anche emblema. Il divieto delle droghe e l’intreccio tra cause e effetti che produce, lo conosciamo bene. Le grandi manovre mondiali sul divieto del fumo sono riuscite, stanno riuscendo in modo sorprendente. Il porno potrebbe essere la prossima grande manovra a difesa della salute dell’individuo. Della famiglia. Della solidarietà sociale. Delle religioni. Delle caste “nascoste” e “protette” dietro i loro privilegi, la loro intoccabilità. Magari questo salto repressivo potrà accadere inglobando anche una serie di valori che sono stati il frutto di battaglie progressiste: la parità dei sessi, la politica delle famiglie e delle nascite, e via dicendo.

 

Il pianista di Hitler

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Ci sono biografie che custodiscono l’assurdità di un’epoca. Ci sono storie che, se interrogate senza la tenaglia del pregiudizio, mischiano le carte in tavola, tracciano lo zigzag dell’umanità: rappresentano l’incomprensibile andare delle cose. Certo, per coglierle occorre rinunciare alla giustezza della narrazione storica, alla retorica approssimativa del bianco e del nero, all’ideologia dell’interpretazione appassionata; per coglierle occorre concedere un’opportunità alla schizofrenia degli eventi, aggrapparsi, per quanto possibile, alla giostra del vissuto.

La vita di Ernst Hanfstaengl detto “Putzi” è una di queste storie. Un gran casino che sfugge apparentemente alle ragioni della coerenza. Fu pianista, businessman, tedesco, americano, confidente di Adolf Hitler, collaboratore di Franklin D. Roosvelt, capo dell’ufficio stampa straniera a Berlino durante il Terzo Reich, studente ad Harvard. Fu talmente tanti personaggi che è difficile raccapezzarsi, inquadrarlo, dargli un posto nella versione ufficiale, quella che si insegna e si ripete come un mantra. Del resto, non è facile oggi digerire l’armonia di gusti così lontani: quello per la musica, per l’arte, ereditato dal padre editore e dal nonno fotografo; quello per l’oltreoceano, gli Stati Uniti, patria della libertà e delle possibilità, trasmesso dalla madre americana; quello per la guerra e il valore militare, forse portato dal filo invisibile delle generazioni, da quella lontana parentela con John Sedgwick, generale unionista durante la guerra civile americana.

Negli anni trascorsi sui libri ad Harvard, anni in cui si divertiva a comporre canzoni per la squadra di football dell’università, Putzi conobbe gente del calibro di Walter Lippmann (il giornalista che introdusse il concetto di “Guerra fredda”) e il reporter John Reed. Fu nel prestigioso ateneo che si formò intellettualmente e si preparò a prendere le redini del ramo statunitense del business di famiglia, la Franz Hanfstaengl Fine Arts Publishing House. Per questo, dopo la laurea, si trasferì a New York. Qui, pur continuando a suonare il piano, portò avanti la sua attività imprenditoriale. In quel periodo frequentò, tra gli altri, un giovane attore promettente: Charles Spencer Chaplin detto “Charlie”. Strinse inoltre amicizia con Franklin e Theodore Roosvelt.

Nel 1922, in seguito alla Prima guerra mondiale e alla confisca dei beni di famiglia da parte del governo degli Stati Uniti (si trattava del resto di un’impresa “nemica”), tornò in Germania e si stabilì in Baviera, sua terra natale. A Monaco presenziò al primo discorso pubblico di Adolf Hitler, che si svolse in una birreria del centro. Vista la sua conoscenza della realtà locale, gli fu chiesto di  assistere un addetto militare americano nel monitoraggio della scena politica tedesca. Fu così che rimase affascinato dalla violenza retorica del genio politico hitleriano. Tanto che nel 1923 prese parte al fallimentare Putsch di Monaco. Nei giorni seguenti alla disfatta, fu costretto a rifugiarsi in Austria ma offrì ospitalità a Hitler nella sua casa di Uffing, un tranquillo villaggio lacustre nel pieno della foresta bavarese. Fu proprio la moglie di Hanfstaengl, Helene Niemeyer, a dissuadere il leader del partito nazionalsocialista dal sucidio quando la polizia bussò per arrestarlo. Ernst e Adolf divennero così amici intimi. L’imprenditore tedesco-americano aiutò il giovane politico a finanziare la pubblicazione del suo Mein Kampf; mentre l’altro fece da padrino a Egon, il figlio di Hanfstaengl. Grazie alla sua grande amicizia con Hitler, divenne capo dell’Ufficio stampa estera di Berlino ed assunse una certa influenza nell’entourage del dittatore. Nel periodo berlinese, quando si incontravano Ernst suonava spesso il pianoforte per Adolf, che adorava starlo ad ascoltare.

Qualche tempo più tardi, nel 1933, una serie di discussioni col ministro della propaganda Joseph Goebbels compromisero il ruolo istituzionale di Putzi, che fu rimosso dall’incarico. Quegli anni furono particolarmente difficili. Nel 1936 divorziò da Helene; lo stesso anno fu denunciato al Führer da Unity Mitford, un’aristocratica inglese amica di entrambi. Tuttavia, nonostante la situazione non esattamente tranquilla, Ernst non lasciò la Germania. La fuga avvenne soltanto nel ’37, quando un pesante scherzo di Hitler e Goebbels lo convinse a lasciare il paese. La vicenda ha dell’incredibile. Albert Speer racconta che Hanfstaengl fu fatto salire su un aereo e soltanto una volta in volo messo a conoscenza della missione che gli era stata assegnata: si sarebbe dovuto lanciare col paracadute nella zona rossa della Spagna per lavorare come agente segreto di Francisco Franco. In realtà, sostiene Speer, l’aereo si limitò a sorvolare la Germania. Quando gli fu rivelato lo scherzo, Ernst capì che era giunto il momento di fare le valigie. Andò in Svizzera, poi da lì Inghilterra e infine, fatto prigioniero, tradotto in un campo di lavoro in Canada.

Lo salvarono le sue amicizie giovanili. Nel frattempo, Frank D. Roosvelt era infatti diventato presidente degli Stati Uniti d’America. Tra il 1942 e il 1944, su diretta richiesta del vecchio amico, Hanfstaengl lavorò come informatore e consulente psicologico di guerra all’S-Project. Le sue preziose informazioni permisero di schedare circa 400 leader nazisti e aiutarono gli psicanalisti Henry Murray e Walter Langer a tracciare un profilo psicologico della personalità di Adolf Hitler. Diversi anni più tardi, nel 1957, Putzi raccontò la sua storia straordinaria in un libro dal titolo eloquente: Unheard Witness (“Testimonianza inascoltata”). Morì nella sua Monaco all’età di 88 anni.

Ci sono biografie che custodiscono l’assurdità di un’epoca. Ci sono storie che, se interrogate senza la tenaglia del pregiudizio, mischiano le carte in tavola, tracciano lo zigzag dell’umanità: rappresentano l’incomprensibile andare delle cose. La vita di Ernst Hanfstaengl detto “Putzi” è una di queste.

Gianni Morandi e la rivoluzione della normalità su Facebook

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Nell’epoca del cinismo social, della provocazione obbligatoria e dell’accanimento godereccio, la normalità è un fatto assai raro. La narrazione del presente è affidata perlopiù alle dita pungenti degli istigatori di professione, dei mascalzoni ad ogni costo. Del resto, più si è cattivi, spietati, impietosi più si aprono le strade della notorietà: è questo il meccanismo che funziona sui social network. Ed è sempre questo il modo più diffuso per raccontare i fatti del giorno, commentare le notizie più sugose ed affrontare le questioni più spinose. Gli eroi dell’internet sono spesso personaggi costruiti intorno alla retorica spicciola dell’ostilità. Sono eroi-crisalide destinati all’oblio e forse anche per questo costretti a giocarsi tutte le carte a disposizione nel tempo iperbreve della Rete.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: Facebook e Twitter sono stati presi in ostaggio dal savoir-faire piacione e paraculo delle star della cattiveria e dai loro cloni e dai cloni dei loro cloni. È un’invasione cafona degli schermi che sembra inarrestabile. In questa giostra dell’insulto e della stilettata metaforica c’è poco spazio per il linguaggio mediano, pacato e ragionevole. Al contrario, tutto ciò che va in quella direzione viene risucchiato quasi subito nel vortice del politicamente scorrettissimo (bisogna essere superlativi perché la scorrettezza semplice non basta mica più) oppure in quello dell’indifferenza generale.

Questo teatrino non ha soltanto esasperato i toni della discussione pubblica e affermato il principio dell’homo homini like (l’uomo è un “mi piace” per l’uomo) ma ha anche svilito la capacità dell’arena social di raccontare la realtà. Cioè la possibilità di fare della virtualità un’appendice fondamentale, uno strumento per capirla meglio. Invece è avvenuto l’esatto opposto: abbiamo gettato le cose della vita nel chiacchiericcio e ormai le distinguiamo a fatica dalle altre, quelle virtuali.

È forse anche per via di questo “estremismo della condivisione” che sta silenziosamente montando la necessità di un linguaggio ordinario, di un’esposizione di sé più semplice e genuina. In sostanza, cominciamo ad essere stufi della solfa provocatoria. E la testimonianza più eclatante di questa necessità sulla scena dei social network italiani è senza dubbio la pagina Facebook di Gianni Morandi.

Sia chiaro: chiamarla pagina è decisamente riduttivo. Si tratta piuttosto di un vero e proprio romanzo popolare (cit. Giorgio Cappozzo); di un’epica sincera e disinvolta della normalità; di un’antropologia della quotidianità; di un giornaliero reportage esistenziale. Morandi non è soltanto un famoso cantautore seguito da quasi un milione di utenti Facebook; Morandi è un eroe contemporaneo. Lo è perché ha dimostrato che un altro modo di esserci è possibile; perché ha ribaltato la concezione esibizionistica del mezzo; perché ha stabilito una regola semplice: qui soltanto cose belle ma vere, qui non c’è spazio per le cattive notizie (affermando così il principio della felicità pubblica e del dolore privato), qui non esistono filtri – risponde lui; neanche l’ombra di un social media manager.

Sulla pagina Facebook di Gianni Morandi si possono trovare scene di vita (ormai celebri gli “autoscatti”; e il ricorso all’italiano pare più un atto di umiltà linguistica che un rifiuto dei tempi moderni), piccole riflessioni sull’attualità politica, brevi racconti autobiografici. La semplicità con cui si rivolge ai fans suona familiare, probabilmente perché rinuncia ai fronzoli, proprio come si farebbe con una persona di casa. La distanza dall’altro mondo, quello della truffa identitaria e della piaggeria, è abissale.

Certo, obietterete che anche nell’altro mondo si fotografa il piatto di pappardelle fumanti. Anche lì si pubblicano le foto della vacanza al mare. E anche dall’altra parte si polemizza con i giudizi tranchant di Michele Serra. Innegabile. Ma è tutto finto. Badate: non perché non siamo capaci di sincerità ma perché siamo ormai vincolati a un linguaggio totalitario e a un principio, quello dell’homo homini like, che non permettono passi falsi, pena la débâcle dell’apparenza.

Gianni Morandi è perciò un rivoluzionario: proprio quando tutto sembrava definitivamente perduto, proprio quando la partita sembrava essersela aggiudicata il cinismo social, ha mostrato a tutti un’altra strada percorribile. È esattamente questo – e non i suoi successi musicali passati e presenti – che fa di lui un grande personaggio Facebook: la capacità di riabilitare la normalità. Ora non resta che incamminarsi tutti e vedere dove si va a finire.

Urtarsi in città con lo smartphone in mano (un breve post quasi reazionario)

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Ci urtiamo. Camminiamo e ci urtiamo. Qualche volta chiediamo scusa; qualche volta invece tiriamo dritto con lo sguardo sequestrato. Dalle icone dell’attesa; dall’ora in cui s’è letto; dal momento in cui il rapimento è duplice e contemporaneo e si scrive o s’attende insieme; dall’ubiquità pixelata della nostra epoca.

Ciechi: ecco cosa siamo. “Ciechi che, pur vedendo, non vedono” come scriveva Saramago. Ciechi fortunati d’una fortuna tecnologica e paracula e giusta e fuori discussione. Perché le fortune, specialmente quelle che decidono le stagioni dell’umanità, non si discutono. Come non si discutono l’acqua e l’aria. Pure se non si bevono o non si respirano. È così che funziona l’evoluzione.

Però ci urtiamo. Sempre più frequentemente, sempre più distrattamente. E non ce ne importa niente perché nemmeno ce ne accorgiamo. Borseggiati dalla paura di perdere l’attimo; derubati proprio dell’attimo. Che è di un altro genere: del genere che si cammina e si beve e si respira. Del genere che si vive con la carne e con le ossa e di norma pure con le dita.

Andiamo a caso. Come soltanto i finti ciechi, quelli che chiudono gli occhi e cercano il muro di casa per gioco. E quindi ci urtiamo. Rivoluzionari della camminata, interpreti maldestri della città. Soli come il mondo ci vuole, certo, ma forse un poco di più: soli come chi, pur vedendo, non vede: spaesati iperinformati con lo smartphone in mano e il presente sotto i piedi.

L’attimo fuggito

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Vecchia storia quella dell’attimo che va colto. Vecchia storia letteraria che è pure antica faccenda antropologica: capire il senso delle cose per poi afferrarle e tentare di trattenerle e infine fallire. Il ciclo mai chiuso dell’umanità. Perché le cose della vita mica si possono trattenere; al massimo si chiariscono – alcune più di altre – e certamente si ricordano. Ma fermarle, appropriarsene, non è possibile. Allora ci accontentiamo delle rappresentazioni, delle immaginazioni feroci, bugiarde qualche volta. Spesso bugiarde.

Quelli della mia generazione (quelli nati negli anni ’80) sono cresciuti con la retorica della possibilità, anzi col senso del possibile, che è il territorio della felicità irraggiunta, irraggiungibile. Tanti della mia generazione sono cresciuti con le Lettere (con la elle maiuscola), con la poesia ermetica, il verso libero e un Ego che si gonfiava e gonfiava e gonfiava più o meno consapevolmente. Abbiamo scritto i nostri versi, li abbiamo conservati e abbiamo desiderato di fare parte di una setta, senza tener conto del fatto che contava milioni di persone e che chiamarla “setta” era una presa per il culo bella e buona. Ma si sa: da giovanissimi si campa di prese per il culo, soprattutto di quelle autoprodotte.

È forse questo il motivo per cui quel film, quello in cui bisognava cogliere l’attimo e si andava in una grotta a leggere Whitman e Thoreau, quindi a masticare le Lettere con la elle maiuscola, ci è piaciuto tanto. Ma che dico piaciuto, l’abbiamo divorato e ci siamo incazzati perché noi non c’eravamo, non potevamo esserci. Perché quella roba lì solo nei film; perché quella roba lì nella vita vera avrebbe fatto un po’ ridere. 

L’abbiamo cercato il professor Keating; l’abbiamo cercato ovunque disperatamente. I più fortunati l’hanno addirittura trovato. O almeno qualcuno che gli rassomigliava. I più fortunati hanno scoperto quanto possa essere naturale imparare, senza vergognarsene, e pure senza rinnegare gli slanci centrifughi tipici dell’età adolescenziale. Contro i dogmatismi mortiferi, contro gli inquadramenti militareschi e avvilenti. L’abbiamo cercato un maestro con lo sguardo malinconico di Robin Williams. Per poi dover accontentarci di quello severo o semplicemente bonario di un insegnante fuori dallo schermo, in carne ed ossa.

Ci siamo piaciuti parecchio nella veste dell’allievo e ci siamo detti che avremmo fatto esattamente le stesse cose, qualora l’avessimo trovato, il nostro Keating: l’avremmo seguito, amato e saremmo saliti tutti sui banchi per lui. Tutti. Perché da giovani si ha buona memoria e ce le ricordavamo fin troppo bene le schiene di quelli che nella scena finale erano rimasti seduti, composti, dogmatici. “Vigliacchi” abbiamo pensato a dispetto di ogni realismo, trascinati dall’immaginazione intransigente della rivolta. E capirai che rivolta.

“Vigliacchi” abbiamo pensato tutti, nessuno escluso, mancando nettamente la verità. O forse provando a spazzarla via col piede sotto il tappeto, come si fa con la polvere. Del resto, è dura uscire dalla bella illusione della diversità, da quel pensiero appagante, dalla vocina che ti dice “io non sono così”.

“Vigliacchi” abbiamo pensato spesso, senza capire che era – ed è ancora – sufficiente alzare un poco il tappeto per trovarsela di fronte, la verità. No, non ci saremmo alzati in piedi sul banco, non avremmo gridato “Oh Capitano, mio capitano”.  Avremmo taciuto. Certo, con la morte nel cuore, ma avremmo taciuto. Pur volendo gridare, anche con le gambe frementi, con gli occhi lucidi di rabbia. Sì, molto probabilmente avremmo taciuto. E poi saremmo andati avanti, come sempre. E ci saremmo portati dietro il senso di colpa per quella schiena nell’inquadratura e quello sguardo perso nel vuoto e quel silenzio che non si può più rompere.

194 volte vergogna

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Non so a voi, ma quando leggo le percentuali dei medici obiettori di coscienza in Italia a me viene un poco di nausea. Sette ginecologi su dieci: il 70%. E parliamo della media nazionale, perché a livello regionale si toccano picchi sconcertanti. Pensate che a Roma (che sarebbe pure una capitale europea) solo un medico su dieci non è obiettore. Non so se è chiaro: uno su dieci. Pensate che in Basilicata l’85,7% dei ginecologi non pratica l’interruzione volontaria di gravidanza; in Sicilia l’80%; in Veneto il 76,7%; in Lombardia il 66,9%; in Campania l’83,9%. Tradotto in termini pratici: in alcune aree del nostro paese l’aborto volontario, il cui diritto è sancito dalla legge 194, è tecnicamente impossibile.

Ciò significa che –  trentasei anni dopo il referendum del 1978 – per abortire le donne devono ancora ricorrere a soluzioni alternative o a corsie preferenziali. Come fare viaggi interregionali per raggiungere strutture ospedaliere con medici non obiettori, oppure andare all’estero (Svizzera, Francia, Gran Bretagna le mete più gettonate), oppure ricorrere all’aborto clandestino – ebbene sì, nel 2014.

È molto frequente che in un ospedale vi sia soltanto un medico non obiettore (al Policlinico Federico II di Napoli, ad esempio, quando è morto il ginecologo hanno dovuto interrompere il servizio; stiamo parlando di un policlinico della terza città italiana, una città abitata da un milione di persone). È quindi estremamente frequente che quest’unico medico sia sommerso dalle richieste e che faccia fatica ad accoglierle tutte entro i 90 giorni prescritti dalla legge.

Va da sé che i costi per le donne sono altissimi sia in termini psicologici che economici. E che, viste l’impossibilità di accedere al servizio e le lunghissime liste d’attesa, siano spesso disposte ad accettare costi aggiuntivi. Ad esempio, pagare un pizzo di 100 euro. Magari dopo aver sentito pronunciare parole come queste:  “Se vuoi fare subito, due o tre giorni, devi pagare questo. Se invece vuoi andare all’altro ospedale, non paghi niente, ma c’è molto da aspettare”. Del resto, cosa sono 100 euro in confronto all’ipotesi di dover rinunciare all’interruzione oppure di dover andare all’estero (dove i costi per gli aborti farmacologici talvolta superano i 1500 euro)?

Certo, ci si può, forse ci si deve, indignare per la disonestà di coloro che richiedono denaro per accelerare i tempi; e che quindi schiacciano ogni tipo di deontologia e di legalità. Purché non si dimentichi che c’è un sistema che non solo permette ma produce questo genere di illegalità, facendo diventare un’odissea l’interruzione di gravidanza. Purché non si dimentichi che il “mercato dell’aborto” non sarebbe possibile senza la negazione di un diritto, senza la mortificazione della dignità della persona. In poche parole: senza l’obiezione di coscienza.

Il ragazzo di Belcourt /2

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Marguerite Dobrenn, Jeanne-Paule Sicard e il ventitreenne Albert Camus decidono di prendere in affitto il primo piano della Maison Fichu e di farne un laboratorio di idee; qualcosa di simile a quello che un secolo prima il filosofo francese Charles Fourier aveva definito «falansterio». La quiete collinare, la vita comunitaria, la possibilità di lasciarsi indietro il caos urbano e dedicarsi interamente alle loro passioni non lasciano spazio a dubbi: quello è il posto ideale per lavorare ai loro progetti artistici.

Mentre salivano verso El-Biar, i tre stavano giusto discutendo la messa in scena di una nuova opera, un «saggio di creazione collettiva» scritto a otto mani: Révolte dans les Asturies. Alla scrittura del copione, che racconta l’episodio drammatico di una rivolta operaia repressa nel sangue ad Oviedo durante la rivoluzione spagnola, oltre a Camus, partecipano un giovane professore d’inglese, Yves Bourgeois, un insegnante di tedesco, Alfred Poignant, e la militante comunista ed ereditiera della manifattura di tabacco Bastos Jeanne-Paule Sicard.

Alla fine del 1935, insieme ad altri giovani intellettuali marxisti, Albert aveva fondato il Théâtre du Travail, una compagnia legata al Partito Comunista Algerino, che aveva debuttato il 26 gennaio del ’36 con la rappresentazione de “Le Temps du mépris”, un racconto di André Malraux comparso sulle pagine della Nouvelle Revue Française in cui lo scrittore francese denunciava apertamente il nazionalsocialismo tedesco.

Qualche mese prima, Malraux era stato invitato dal Comitato di vigilanza degli intellettuali antifascisti di Algeri a partecipare ad una conferenza e il giovane Camus, molto colpito dall’accorato discorso dell’intellettuale parigino, era riuscito a stringergli la mano e a manifestargli tutta la sua ammirazione. È un incontro che lascia il segno. Entrambi intendono la cultura «come il grido degli uomini davanti al loro destino», entrambi difendono la causa degli oppressi. Il giovane studente di filosofia cresciuto nel quartiere popolare Belcourt, profondamente segnato dalla lettura del “Temps du mépris”, decide perciò di proporre allo scrittore un adattamento teatrale del suo testo. La risposta è celebre e lo lascia di stucco. «Joue», risponde laconicamente Malraux in un telegramma. «Recita».

È un incoraggiamento che dà energia a Camus, che, terminata la stesura dell’adattamento, ha la geniale e audace idea di mettere in scena lo spettacolo nella sala da ballo dei Bains Padovani a Bab el-Oued.  Quel Padovani che non è soltanto uno stabilimento balneare ma una vera istituzione popolare: qui le mamme portano i bambini al mare perché è quello più vicino al centro città, qui gli operai si ritrovano alla sera per mangiare spiedini di cuore di montone e bere l’anisette, un liquore forte a base di anice verde.

L’Écho d’Alger, giornale della sinistra radicale algerina, annuncia in prima pagina la rappresentazione: «Partecipazione al costo di 4 franchi. Ingresso gratuito per i disoccupati». Il successo è enorme. La stampa, persino quella più lontana dal PCA, recensisce lo spettacolo con toni entusiastici e presenta Albert come un promettente regista e sceneggiatore. Lui registra lo stato d’animo di quei giorni nel suo quaderno, rivela la necessità di impegnarsi a fondo nell’attività politica e nella scrittura: «Je veux employer toute ma jeunesse». «Voglio impiegare tutta la mia giovinezza».

(Continua…)

Il ragazzo di Belcourt / 1

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È il 16 maggio 1936. Tre studenti poco più che ventenni salgono di buona lena il Chemin Sidi-Brahim, uno di quei sentieri turchi tanto rappresentati dai pittori orientalisti, che gli abitanti della zona sono abituati a chiamare Chemins Romains per via della loro architettura vagamente romana. La strada si inerpica sulle colline sovrastanti Algeri nei pressi di El-Biar, una località residenziale che si staglia ad ovest della città e che deve il suo nome ai molti pozzi presenti nella zona. La vegetazione è fitta e selvaggia e mediterranea: gli olivi e le piante di ribes spinoso cominciano a fiancheggiare il cammino non appena fuori dal centro abitato e lo accompagnano quasi languidamente verso l’alto, interrotti di tanto in tanto soltanto dalle mura grezze e bianche di qualche villa.

La salita è ripida e tortuosa, il sole algerino bagna il paesaggio, lo riempie di una luce marina. Il mare è infatti alle spalle ed è una presenza liberatoria perché apre il panorama, affidando al mondo questa fetta d’Africa francofona. Jeanne-Paule Sicard, Marguerite Dobrenn e Albert Camus si lasciano indietro lo sferragliare dei tram e lo scalpiccio frenetico degli abitanti del centro; continuano a salire tra gli olivi mai potati, superano un tornante e notano un cartello «À louer» («Affittasi») su una casa lì in alto, all’angolo tra il Chemin Sidi-Brahim e la Rue des Amandiers. La piccola villa, che è situata nella proprietà Jourdan, sembra incastonata nella collina e rivolge la faccia verso il mare.

Si tratta della Maison Fichu, la vecchia abitazione del giardiniere di Monsieur Jourdan, al quale il ricco proprietario l’aveva donata e da cui ha preso il nome. Monsieur Fichu l’aveva col tempo ampliata con un attico e una grande terrazza dalla quale si poteva osservare tutta la baia di Algeri fino alle montagne della Kabylia. Al primo piano di quella stessa casa aveva vissuto il decoratore Maurice Acquart, amico del pittore Louis Bénisti e padre dello scenografo teatrale André Acquart. Per i tre studenti è un colpo di fulmine. Albert rimane abbagliato da quella terrazza aperta sul Mediterraneo, quel mare in cui lo zio Ernest, muscoloso muratore sordomuto, lo portava a nuotare da bambino.

L’intuizione è immediata, l’entusiasmo unanime: perché non abbracciare il vecchio sogno, il progetto della vita in comunità? Ma soprattutto: perché non fare di quella casa in collina la sede della loro neonata compagnia teatrale?

(Continua…)

Her, ovvero un film sulla solitudine

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Può darsi che, come scrive Christian Raimo su Il Post, sia un film da carini. Può darsi quindi che, essendomi piaciuto, sia anch’io “carino”. Può darsi.

Più sicura è invece la piacioneria del regista Spike Jonze, che butta sullo schermo ogni due per tre aviatorie panoramiche di una città futuristica e piaciona pure lei.  Più sicura è l’andatura grottesca della storia d’amore tra Theodore, un Joaquin Phoenix hipsterissimo, e Samantha, un sistema operativo con la voce di Scarlett Johansson capace di interagire quasi umanamente. Più sicura è la costante presenza di musica “carina”; ed è vero che si ha troppo spesso l’impressione che si tratti di civetteria paracula piuttosto che di completamento cinematografico.

Ma c’è un ma. Perché tra tutte le certezze Raimo ne ha scelta una, la più semplice, la più visibile e spendibile: Her è un film che pretende di raccontare il nostro rapporto con la tecnologia. Che fa leva su quel quasi associato a quell’umanamente. E così sulla contemporaneità di un futuro prossimo – approssimato forse per eccesso forse per difetto – in cui uomini e donne si parleranno sempre meno e consegneranno il tempo dei sentimenti non più ai loro simili ma a macchine sofisticatissime. Raimo ha scelto di prendere questa certezza e di farne motivo di critica. Cioè di sbeffeggiare il presunto messaggio morale del film: se continuiamo a non parlarci, finiremo con l’innamorarci di un OS. In questo modo la presunta banalità imbellettata è pulita di ogni intento antropologico; e il critico può farsi le pippe sulla sua capacità di smascherare la vuotezza. Tutto facile. Tutto bello.

In Her la tecnologia – o meglio: il rapporto degli esseri umani con la tecnologia – sembra essere inequivocabilmente l’elemento chiave. La vediamo, la sentiamo, persino la riconosciamo. Di primo acchito, sembra quindi avere ragione chi vuole denunciare una denuncia narrativamente così scontata. Come dargli torto? L’espediente è banalotto.

Eppure, a pensarci bene, c’è dell’altro. Ad andare un poco più in fondo nella riflessione, senza farsi dettare la critica dalla visibilità – che cosa sciocca -, sembra esserci una antropologia più acuta nel film. La tecnologia, certo,  ma anche la solitudine. È questo il mio ma: la solitudine.

Nelle ultime righe del suo libriccino Non luoghi, l’antropologo francese Marc Augé scriveva che “Ci sarà dunque posto domani, o forse, malgrado l’apparente contraddizione dei termini, c’è già posto oggi per una etnologia della solitudine”.  L’apparente contraddizione dei termini sta nel fatto che l’etnologia dovrebbe occuparsi sì dell’individuo ma nella sua dimensione sociale, collettiva, interattiva; mica del suo essere e sentirsi solo.

Ebbene, Augé già nel 1992 ci raccontava la necessità di ripensare il nostro approccio alla questione. Non poteva certamente immaginare che sarebbero arrivati gli smartphone; ed ancor meno figurarsi che un giorno potrebbero arrivare sistemi operativi con la voce sensuale della Johansson. Quel che però sapeva, ed ormai sappiamo pure noi, è che l’individualizzazione dei riferimenti e dei sentimenti era un processo in atto e che bisognava tenerlo d’occhio.

L’incapacità del protagonista Theodore di accettare il casino esistenziale della sua ex moglie, il tentativo dichiarato di cambiarla, il desiderio di volerla a suo piacimento sono fatti che c’entrano con la questione di cui parla Augé. C’entrano nella misura in cui costringono lui e noi alla delusione, all’inadempienza dell’altro rispetto al ritratto macchiettistico a cui vorremmo egoisticamente ridurlo. E quindi costringono lui e noi alla solitudine. Perché Theodore viene lasciato per via della sua chiusura, del suo silenzio su quella delusione, su quell’inadempienza. Non c’entra proprio niente la tecnologia. C’entra la volontà di essere assecondati e capiti e amati senza riserve. È per questo che un sistema operativo, al netto di Scarlett Johansson, diventa lo strumento apparentemente perfetto per saltare la solitudine senza rinunciare all’ego: un sistema operativo può incredibilmente imparare ad amarti ma mica può smettere, è al tuo servizio. È perfetto. 

E invece (spoiler) non solo può smettere ma può anche svelarti che, in un preciso momento, sta interagendo con altre migliaia di persone e sta addirittura amandone qualche centinaia. Manco un sistema operativo può quindi garantire la realizzazione di un progetto sentimentale a senso unico. Manco quello può risparmiarci la solitudine.

Her, Lei, qualsiasi Lei, se non ci si smacchia l’ego, non può essere più che un viatico. In questo senso, la tecnologia, come la carne e le ossa, è soltanto uno degli strumenti possibili per mettere in atto quel viatico. Niente più che un analgesico pronto all’occorrenza, come può esserlo un compagno che dice di amare proprio te e solo te. Ma certamente  più funzionale alla smania dell’autocompiacimento.

Ecco, questo mi sembra il vero messaggio del film: possiamo usare qualsiasi supporto ma, se non impariamo la nostra solitudine, se non impariamo a dirla e a considerare quella dell’altro come qualcosa di necessario, rimarremo inesorabilmente soli.

Twitto come un turco

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In un post del giugno 2013 mi ero espresso contro l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. I miei argomenti si sintetizzavano in cinque punti essenziali: diritti umani; occupazione militare turca di Cipro; repressione della minoranza curda; negazionismo e censura rispetto al genocidio degli armeni; vastità geografica ed entità della popolazione (74 milioni).

Oggi leggo che il premier Recep Tayyip Erdogan ha bloccato Twitter per questioni di sicurezza nazionale. Ebbene sì: dieci milioni di utenti turchi sono attualmente impossibilitati ad accedere alla piattaforma. In sostanza, sostiene Erdogan, il social network sarebbe un covo di dissidenti e favorirebbe la diffusione di informazioni false sul suo conto e sul conto del suo governo. Perciò, senza preoccuzioni rispetto al parere della comunità internazionale (ovvero, almeno in parte, la stessa che, dal 1999, dovrebbe giudicare la richiesta turca di entrare a far parte dell’UE), si è detto pronto ad “estirpare” Twitter e a mostrare “la forza della Turchia”. Detto, fatto. L’Autorità per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Btk), alla quale sono stati recentemente attribuiti poteri straordinari – ad esempio, quello di bloccare siti senza previa autorizzazione di un giudice -, si è messa all’opera e nel giro di poche ore ha bloccato tutto.

Ora, immaginate se di punto in bianco Renzi oscurasse un social network a caso. Immaginate se di punto in bianco i vostri “Renzi è un incompetente” fossero ritenuti delle menzogne pericolose per la stabilità nazionale e dunque meritevoli di censura. Immaginate se una schermata vi dicesse che non potete più accedere al vostro profilo e scrivere di qualsiasi altra cosa. Probabilmente, gridereste allo scandalo antidemocratico, accusereste il governo di fascismo, riterreste intollerabile il trattamento censorio e scendereste in piazza. E avreste ragione.

Avreste ragione perché, al di là del grave provvedimento liberticida, la matassa democratica sembra ormai inestricabilmente legata all’esistenza dei social network. Essi sono cioè diventati un luogo di dibattito fondamentale e ormai difficilmente aggirabile nella valutazione delle dinamiche politiche e sociali globali. Cosa questo significhi oggi e cosa significherà domani è faccenda complessa e meritevole di ampio spazio; e non è questa la sede per ragionarci sopra. Basti qui segnalare il ruolo certamente ambiguo ma sempre più importante che hanno Twitter e Facebook nella formazione politica degli individui. Molto semplicemente: ci si forma e ci si informa sui social in modo sempre più consistente. Ovvero si declinano i propri diritti politici in una chiave storicamente inedita.

Per questo il provvedimento del governo di Erdogan è un atto doppiamente grave: limita le libertà individuali e con esse la possibilità di partecipare alla vita democratica del paese e al dibattito pubblico internazionale. In poche parole: limita il diritto al presente storico. Fatto che dovrebbe essere intollerabile dal punto di vista di un’Europa che sta valutando l’ingresso della penisola e che fonda la sua esistenza sulla pluralità.

Mi chiedo perciò cos’altro serva per dire un no convinto, per ribadire la distanza liberale tra il progetto politico europeo e la realtà di un paese illiberale. Ma soprattutto mi chiedo cosa ne pensano coloro che fino a ieri si dicevano favorevoli. Avranno oggi il coraggio di andare su Twitter e scrivere i loro 140 caratteri con tanto di hashtag #sìallaTurchiainEuropa?

La famiglia tradizionale è morta

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La vicenda che ha coinvolto il marito di Alessandra Mussolini (e la relativa gogna social alla quale quest’ultima è stata sottoposta) ha riaperto l’antico discorso sulla famiglia tradizionale. A questo proposito, alcuni hanno dantescamente parlato di contrappasso, mettendo l’accento sulle colpe politiche della deputata, rea di aver strenuamente difeso il ruolo fondativo di un certo tipo di famiglia, quella composta da un uomo, una donna e possibilmente dei figli. Il fattaccio dimostrerebbe, secondo costoro, in maniera lampante l’ipocrisia della retorica conservatrice, il torto ostinato e ostentato dello slogan ‘Dio, patria e famiglia’. Ma occorreva davvero lo spirito umoristico della sorte per dimostrare la vuotezza di certi argomenti, per sancire l’inconsistenza storica della locuzione ‘famiglia tradizionale’? Vediamo in breve perché no.

Dal 1972, nel nostro paese i matrimoni sono in costante diminuzione. Tra il 2007 e il 2011 questa tendenza si è accentuata notevolmente (-4,5%, a fronte di -1,2% rilevato negli ultimi 20 anni); questo calo ha interessato tutte le regioni, ed anche quelle del sud, che nell’immaginario collettivo sono considerate più legate a certi valori famigliari (ad esempio la Campania, in cui si rileva un calo del 6,9%). A diminuire sono soprattutto i matrimoni tra persone entrambe di cittadinanza italiana (-82% nel triennio 2008-2011), ma anche i matrimoni misti (-17%); fatto questo che dà un’ulteriore conferma del declino generalizzato dell’istituzione. Nel 2011 sono state celebrate 39 mila nozze con rito religioso in meno rispetto al 2008; mentre i matrimoni civili subiscono una flessione ridotta grazie a quelli che riguardano cittadini stranieri.

I dati relativi alle separazioni e ai divorzi vanno nella stessa direzione. Se nel 1995 per ogni 1.000 matrimoni si potevano contare 158 separazioni e 80 divorzi, nel 2011 si raggiungono le 311 separazioni e i 182 divorzi. Ben il 72% delle separazioni e il 62,7% dei divorzi hanno coinvolto coppie con figli avuti durante il matrimonio. E ben il 90,3% delle separazioni di coppie con figli hanno poi fatto ricorso all’affido condiviso. Il numero delle separazioni giudiziali (15,2% il dato medio nazionale) è più elevata nel Mezzogiorno (19,9%) e nel caso in cui entrambi i coniugi abbiano un basso livello di istruzione (21,5%). Questo smentisce un altro stereotipo, e cioè che a separarsi siano soprattutto persone con un livello d’istruzione elevato (e dunque uno stile di vita più borghese e secolarizzato).

Ora, alla chiara luce di questi pochi dati, mi pare che si possano trarre delle piccole conclusioni. In primo luogo, il declino numerico dell’istituzione ‘matrimonio’ dice che vi saranno sempre meno nuclei famigliari ‘tradizionali’. Ciò significa che il futuro sarà futuristico e non tradizionale. In secondo luogo, la crescita delle separazioni e dei divorzi dice che la famiglia ‘tradizionale’ si sta sfaldando e che i figli sono sempre più abituati a vivere una situazione di disunità famigliare e sempre più spesso a confrontarsi con la presenza di nuovi compagni o coniugi dei genitori. In terzo luogo, il rito religioso è scelto da un numero sempre minore di persone; dunque la tradizionalità intesa come adesione alla religiosità traballa notevolmente.

Insomma, per tagliare corto, scoprire adesso che le pappardelle propagandistiche di Alessandra Mussolini fossero soltanto pappardelle propagandistiche fa un po’ sorridere. E fa un po’ sorridere che si porti ad esempio il suo caso personale per confutare i suoi argomenti politici. Bastava dare una letta ai dati per rendersi conto della loro inconsistenza. Ma, si sa, accanirsi e trovare nell’accanimento un modo di rivalsa politica costa molta meno fatica che portare ragionamenti convincenti.

Il sessismo delle antisessiste

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L’abuso del termine ‘sessismo’, gettato nel dibattito ad ogni piè (o fondoschiena) sospinto, sta raggiungendo il suo obiettivo femminista: farci cadere le palle. Ed è soprattutto la forma aggettivale, apparentata con altri di per sé innocenti sostantivi, a consumare questo impunito delitto delle pudenda. Quel ‘sessista’ che squalifica più che qualifica, che indica più che spiega. Quel ‘sessista’ che riempie bocche e cuori, che mette all’indice con la sua sola vicinanza pubblicità e satire.

L’invasione mediatica è in atto. I rimbrotti sono all’ordine del giorno. Chiunque può esserne vittima, basta una parola detta in modo maldestro: un apprezzamento fuori luogo oppure una domanda mascolinamente impertinente. Del resto, dicono le convinte utilizzatrici del termine, il cortocircuito è anche linguistico. In quella vergognosa confusione dei generi. Per cui, tanto per cominciare, abbisogna riformulare il lessico. Ministra e non Ministro, diritti della persona e non dell’uomo, deputata e non deputato.  E così via.

Perché tutto questo generoso ricorso alla distorsione del genere genera generazioni di degenerati. Cioè di maschilisti. Cioè di uomini che odiano le donne. Cioè di mariti violenti. Cioè di possibili femminicidi. Come se la matematica, che è femmina da millenni, offrisse alla causa antisessista lo strumento dell’equazione; come se la correlazione, che è femmina pure lei, fosse un dovere morale ineludibile.

Non capiscono, le boldriniane, le terragniane, le marzaniane, che lo svilimento dei concetti, benché si cibi di ciance, è un fatto silenzioso: lo si afferra dopo, sempre dopo, quando l’effetto delle parole equivale a quello di un innocuo ruttino. E dopo non si può più nulla. Non capiscono che, quando si svilisce un concetto, soprattutto se questo ha un’importanza e una veridicità (e nessuno le nega), si finisce col rinforzare tutto ciò che va nella direzione opposta. In sostanza, si produce un gioco perverso che mortifica persino l’inoppugnabilità del reale, persino il fallocentrismo concreto e ben visibile.

Come l’innegabile disparità numerica nelle istituzioni. Anch’essa bollata troppo rapidamente come frutto del maschilismo imperante e alla quale si vorrebbe far fronte con la meravigliosa invenzione delle quote femmina. Ad esempio, prevedendo l’obbligatorietà dell’elezione paritaria di uomini e donne. Una conquista di civiltà, dicono. Peccato che così si impedisca di fatto la possibilità che il numero delle donne elette sia maggiore di quello degli uomini. Oppure che, in una situazione di mascolino merito, sia fatto fuori il candidato privo di tette. Una conquista di civiltà, certo.

Epperò, se è vero che il sessismo è una forma di discriminazione, e che esso tende alla generalizzazione, al rinfocolamento degli stereotipi di genere, l’antisessismo di casa nostra, con la sua demonizzazione del maschio e le sue proposte perversamente paritarie, finisce col rassomigliargli un poco. Se è vero che il sessismo è un’operazione di deformazione della realtà a beneficio di alcuni, l’antisessismo di casa nostra, col suo moralismo hardcore, appiattisce la discussione sui costumi, sulle preferenze sessuali, incita in qualche modo la facile catalogazione, dunque la misconoscenza. Inoltre, se è vero che il sessismo rivendica una presunta superiorità maschile, la retorica antisessista del ‘donna è bello’ o del ‘ donna è meglio’, pur avendo buoni propositi e toni delicati, non sembra essere meno grossolana.

La strada da fare per raggiungere un livello di parità prossimo a quello di altri paesi europei è certamente lunga. Qualcuno è convinto che l’infantile bagarre maschio-femmina, la celebrazione dello iato, non faccia altro che rinforzare gli stereotipi e dunque il sistema che si pretende di combattere. Mentre le militanti antimachiste vanno alla ricerca di quegli stereotipi e gli inveiscono contro. Per superare una situazione di squilibrio. Ma senza capire che così si rischia di approdare ad una desolante parità di cartone. Senza rendersi conto che pure il loro, in un certo modo, è sessismo.

La retorica della fuga

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Il giornalismo di casa nostra ripropone in modo periodico analisi, testimonianze, interviste sulla vicenda dei cosiddetti ‘cervelli in fuga’. L’argomento, si sa, è buono per tutte le stagioni ed è parte integrante di un più ampio discorso sul declino del nostro paese. I declinisti, che sono tanti, troppi, ci vanno a nozze. Si prova sempre un certo piacere giornalistico a rivangare il terreno della crisi; e l’esodo di meningi da spremere è roba che tira. Ma perché il tema della malinconia migratoria riscuote tanto successo? Cosa innesca il meccanismo emotivo per cui al lettore o allo spettatore debba inevitabilmente scendere una lacrimuccia nazionalistica?

La retorica della fuga funziona essenzialmente per due ragioni: da una parte, rassicura sul fatto che il nostro paese è in grado di produrre intelligenze e che queste intelligenze sono assolutamente capaci di competere sul mercato internazionale; dall’altra, sviluppa il senso di colpa, la tristezza nazional-popolare per una perdita dal valore inestimabile e dunque garantisce una buona dose di autocommiserazione. E’ questo un mix che placa le preoccupazioni per il futuro e imbocca la coscienza della miseria. In una parola: vendibile.

Tuttavia il problema vero non sono né le rassicurazioni né le autocommiserazioni, che fanno parte del gioco sociopolitico e in qualche caso sono pure divertenti. Il problema risiede nella tartuferia della narrazione, nel desiderio più o meno cosciente di volersela dare a bere, quando non nell’ignoranza del fenomeno. Perché sotto la campana cervellotica della fuga c’è una sineddoche pubblicistica: si considera cioè una parte per il tutto. O meglio: si confonde una parte con il tutto. Ma qual è la parte e qual è il tutto?

E’ innegabile che molti ricercatori vadano all’estero ad esercitare la loro professione; ed è innegabile che spesso lo facciano perché in Italia non ci sono le oggettive condizioni per fare serenamente ricerca (serenamente soprattutto dal punto di vista economico). Tutto questo è una realtà. Come è una realtà il successo di molti imprenditori che hanno scelto di investire all’estero o quello di tanti manager che fanno carriera e guadagnano stipendi da capogiro. Generalmente, sono queste le storie propinate dalla stampa e dalla televisione: storie di gente che ce l’ha fatta e che sul suolo patrio non avrebbe mai potuto farcela.

Ma c’è un’altra parte di realtà, quantitativamente più consistente, anche se molto molto meno intrigante dal punto di vista giornalistico. Si tratta dell’esercito di giovani e meno giovani che prendono la valigia, talvolta piena di speranze, talvolta piena di disperazione, e se ne vanno all’estero per fare lavori certamente dignitosissimi ma infinitamente meno specializzati. Un esercito di camerieri, lavapiatti, centralinisti, bigliettai che hanno scelto di lavorare fuori dai confini nazionali, ognuno con le proprie motivazioni. Sono delusi o curiosi che ad un certo punto della vita – solitamente tra i 24 e i 30 anni – hanno sentito il bisogno di andare. E sono andati.

Ebbene, la retorica della fuga racconta anche di loro? Sì e no. Nel calderone delle fughe ci finisce ogni tipo di esperienza. Del resto, si lasciano spesso parlare i numeri; ed i numeri autorizzano – almeno dal punto di vista dell’informazione – a parlare di ‘esodo’. E, cifre alla mano, ci si sente autorizzati pure ad utilizzare sostantivi al plurale come ‘cervelli’ o ‘talenti’. Senza badare al fatto che avere due lauree e fare il cameriere non è esattamente adoperare il proprio talento. Senza considerare l’entità e la varietà del fenomeno.

Dei fallimenti e delle frustrazioni di coloro che, forse senza la valigia di cartone compagna di altre epoche, hanno abbandonato la nave non se ne occupa quasi nessuno. Probabilmente perché è più difficile spiegarsi le ragioni di un abbandono che, a conti fatti, non porta alcun beneficio professionale. Probabilmente perché alla retorica della fuga – questo mix di rassicurazione e autocommiserazione – è sufficiente una parte del fenomeno per esistere, per vivificare le immaginazioni di coloro che leggono o guardano.

E chissenefrega se la dispersione di mani e gambe e orecchie ha un impatto economico e sociale non trascurabile. Chissenefrega se quelle stesse mani, gambe e orecchie sarebbero servite a fare le stesse cose a due passi da casa; chissenefrega se nell’esercito dei partenti molti sono riservisti. Quello che conta è il cervello in fuga. Di quelli che partono e di quelli che restano.

Esco dall’Unesco

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Vivo all’estero da un anno e mezzo. Parigi, Francia. Quando mi chiedono “da che parte dell’Italia vieni?” rispondo “Dalla parte più bella, Roma”. Allora mi chiedono “Roma Roma?” e io rispondo “No, un paese della provincia, settemila anime”. E loro insistono “Come si chiama?” e io dico “Marcellina”. E loro fanno spallucce perché Marcellina non l’hanno mai sentito. Così mi sento in dovere di aiutarli e specifico “Tivoli, Villa Adriana, la villa dell’Imperatore Adriano”. Capiscono. Non solo capiscono, spesso ci sono stati.

Ad esempio, l’altro giorno, dopo averle detto da dove vengo, una ragazza cinese ha sgranato gli occhi e ha esclamato “Oh my God!”. Poi ha cominciato a farmi un sacco di domande sul territorio e sui siti archeologici della zona. Si occupa di conservazione del patrimonio e non vede l’ora di visitare Villa Adriana, ché fino adesso l’ha soltanto studiata sui libri. “Dev’essere stata una grande fortuna crescere a due passi dalla Villa” m’ha detto. “Non so” ho risposto. E non lo sapevo per davvero. Del resto, ci sono fortune che non si capiscono perché troppo vicine; e la mia non era altro che fortuna geografica. Peraltro ormai lontana.

In questi giorni, mi è capitato di leggere che l’Unesco ha minacciato di revocare lo status di “Patrimonio dell’umanità” alla Villa Adriana. “Sono scemi?” ho pensato. Poi ho letto meglio e mi sono risposto “no, non sono scemi, loro”. Dice che esiste una buffer zone, una zona cuscinetto che serve a proteggere l’area archeologica. Dice che questa zona cuscinetto l’hanno stabilita di comune accordo lo Stato italiano e l’Unesco e che non ci si può mica costruire.

Dice che qualcuno ha in progetto di colare 180 mila metri cubi di cemento proprio nella buffer zone. Vogliono cementificare il cuscinetto. Dice che il cuscinetto serve ad attutire l’impatto del paesaggio circostante sul patrimonio dell’umanità, che, in quanto patrimonio dell’umanità, dev’essere preservato in tutti i modi. Epperò, hanno fatto giustamente notare quelli dell’Unesco, un cuscinetto di cemento non preserva proprio un cazzo. E hanno fatto notare, questi puntigliosi dell’Unesco, che gli accordi vanno rispettati e che, se non si interviene per impedire lo scempio, loro sono costretti a stendere un piumone pietoso sulla Villa Adriana. Dice che allora i costruttori hanno pensato “sticazzi, il cuscinetto ce l’abbiamo, se portano il piumone stiamo a posto per l’inverno”.

Sicché gli studenti di Tivoli hanno scritto al Ministro Bray una bella lettera nella quale hanno detto che loro non c’hanno voglia di dormire, c’hanno voglia di cultura. Che poi ci si riempie troppo spesso la bocca di cultura ma loro sono proprio cazzuti  e la lettera sembra scritta da un gruppo di vecchi ecologisti incazzati. Bella. Tanto bella che il sottosegretario ai Beni Culturali, Ilaria Borletti Buitoni, è andata ad incontrarli questi studenti. E in un’intervista alla radio ha detto che la cementificazione umilia un bene del patrimonio nazionale e riduce la potenzialità turistica.

Ora, quelli dell’Unesco aspettano che qualcuno dica chiaro e tondo “non ci sarà nessuna colata di cemento nella zona cuscinetto, state tranquilli”; gli studenti aspettano che qualcuno dica “ve la lasciamo la cultura, ché di palazzi ce ne stanno già troppi”; la studentessa cinese aspetta sempre di visitare la Villa, ché sui libri c’è scritto che è patrimonio dell’umanità e dev’essere bellissima. Mentre io, io aspetto che qualcuno mi faccia capire se sono cresciuto a due passi da una storia normale e giusta o da una vergogna mondiale. Vediamo un po’.

Se questo è un Presidente della Camera

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A voi sembra normale che il Presidente della Camera definisca l’operato di 109 deputati e 54 senatori “un attacco eversivo contro le istituzioni che deve essere respinto da tutte le forze democratiche”? No, dico, stiamo parlando della terza carica dello Stato, una figura che dovrebbe garantire l’applicazione del regolamento e il corretto funzionamento dell’assemblea. No, dico, stiamo parlando della persona che rappresenta la Camera. E che quindi dovrebbe essere super partes.

Oggi il MoVimento 5 Stelle ha querelato Laura Boldrini per le frasi pronunciate durante la trasmissione “Che tempo che fa”. In quell’occasione, la Presidente aveva anche definito i frequentatori del blog di Grillo dei “potenziali stupratori”. Sì, d’accordo, c’era stata la poco elegante provocazione del comico genovese, quel “cosa faresti in macchina con Laura Boldrini?” che era davvero una roba aberrante. Però, cristosanto, tu rappresenti la Camera dei Deputati. Mica il circolo del taglio e cucito (no, questa non è una battuta sessista).

Ora, non entro nel merito delle offese e della fondatezza giuridica della querela. Ma sulla idiozia politico-istituzionale della vicenda, della schermaglia infantile, qualcosa bisogna pure dire. Altrimenti va a finire che alla Boldrini tutto è permesso in nome di una imprecisata differenza morale. Eh no. Bisogna dirlo che quelle non sono dichiarazioni degne della terza carica dello Stato. E bisogna dirlo che dovrebbe serenamente fare il suo mestiere, lasciando da parte le sue ambizioni politiche. Ché quelle, se avesse voluto, avrebbe potuto portarle avanti su una poltrona qualunque di Montecitorio. Ma sulla più alta no, non si fa.

Per favore, qualcuno glielo spieghi. Così ci risparmiamo pure i grillini che fanno le vittime dopo aver provocato.

Un fisco a puttane

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“Sa, io vado a puttane… così non devo parlare di politica, di film, di Proust; quindi siamo ‘felici e clienti’ “ diceva Woody Allen in un suo vecchio film. Un desiderio, quello di non dover fondare un incontro sessuale sul reciproco affabulamento, che, stando ai numeri indicati dall’Università di Bologna, accomunerebbe circa 2,5 milioni di italiani. Un numero considerevole, come del resto quello dell’esercito dei cosiddetti sex workers, i lavoratori del sesso, che si aggirerebbe – anche in questo caso il condizionale è d’obbligo, viste le oggettive difficoltà a reperire dati affidabili – intorno ai 25-30mila operatori.

La continuità storica della prostituzione sta lì a ricordarci che si tratta di un fenomeno sociale estremamente radicato; mentre i numeri ne testimoniano la rilevanza. In Italia, l’approccio giuridico è quello di tenere un occhio chiuso e l’altro aperto: con quello chiuso si nasconde l’entità e la necessità tecnica del fenomeno; con quello aperto si scova e sanziona il cliente (peraltro, per via dell’ambiguità del reato di “favoreggiamento”, sempre più frequentemente con ordinanze sindacali). La prostituzione è infatti paradossalmente legale ma non regolamentata.

Questa tendenza impregnata d’ipocrisia moralistica – ottusa quando si vuole combattere lo sfruttamento violento; ingiustificabile quando ci si trovi di fronte ad una libera scelta – non è tuttavia peculiarità del nostro paese. Siamo in pessima compagnia. Nel novembre scorso, la sinistra socialista francese ha proposto una legge che mira a combattere la prostituzione attraverso la penalizzazione dell cliente. La proposta, che è stata votata ed approvata a larga maggioranza dall’Assemblea Nazionale, dovrà essere discussa in Senato entro il prossimo giugno. E c’è il serio rischio che diventi legge, visto che la lotta contro la prostituzione è riuscita a fare il miracolo: mettere sotto la stessa bandiera puritana Partito Socialista e UMP.

Gli unici a fare una ostinata opposizione alla proposta di legge sono stati proprio loro, i sex workers, che, attraverso lo STRASS (il sindacato dei lavoratori sessuali), sono ripetutamente scesi in piazza per difendere il diritto ad esercitare la professione in condizioni dignitose. Sempre più frequentemente, sono gli stessi operatori del sesso a rivendicare la propria condizione e con essa il diritto di essere regolamentati. Il loro messaggio è chiaro e tondo: il fatto di vendere il proprio corpo, che sia maschile o femminile, riposa sul non negoziabile principio di autodeterminazione individuale.

Se il fenomeno – in Italia, in Francia ed altrove – è limpidamente inarrestabile, anche il volume d’affari che lo riguarda non sembra subire flessioni. Lasciando da parte le organizzazioni criminali che gestiscono una buona fetta del mercato (e che certamente non si combattono con un occhio aperto ed uno chiuso), il mondo della prostituzione è pieno di lavoratori del sesso autonomi, che svolgono la professione in casa o a domicilio. Sono le (o gli) escort, professionisti che offrono servizi talvolta estremamente costosi. I clienti pagano, loro incassano e lo Stato non vede un soldo. Del resto, le escort mica corrispondono le tasse. Non tutte, perlomeno.

Prendiamo il caso di Sandra Yura, cinquantenne brasiliana dal fisico ancora giovane. Intervistata dal Corriere, Sandra racconta di aver più volte tentato di regolarizzare la propria situazione fiscale ma di essere stata puntualmente respinta. Non esistendo infatti alcuna categoria nella quale è inquadrabile la sua attività di escort, le è sempre stata negata la possibilità di aprire una partita Iva. Ebbene, nell’ottobre 2012, Sandra riceve la visita della Guardia di Finanza; senza scomporsi, dichiara di essere una escort e mostra tutta la documentazione che attesta la sua professione. In base agli accertamenti compiuti dall’Agenzia delle Entrate, nel dicembre scorso le vengono notificate sanzioni e interessi per un totale di circa 50 mila euro. In sostanza, le viene riconosciuto lo statuto di “ditta individuale” e con questo tutti i relativi oneri fiscali.

Ed ecco il paradosso: lo Stato chiede a Sandra di pagare le tasse per un’attività non regolamentata. Ciò significa che lei ha il dovere di contribuire in proporzione al suo (elevato) reddito, ma non il diritto di essere riconosciuta come un lavoratore del sesso. Quindi niente assistenza sanitaria, ad esempio. Quindi niente garanzie per i clienti. Quindi, dal punto di vista dei diritti, tutto cambia per restare come prima. Per lei, perché i suoi colleghi continueranno ad esercitare come hanno sempre fatto, ovvero al riparo dalla morale e dal fisco.

Il caso di Sandra crea un precedente e potrebbe indurre un incremento dei controlli e dunque delle sanzioni. D’altronde, in questo momento c’è bisogno di far cassa. “Come sarebbe giusto – dice la escort brasiliana nell’intervista rilasciata al Corriere -, dovrebbero fare pagare le tasse a tutte quelle che fanno il mio mestiere. Si recupererebbero un sacco di soldi per la gioia delle casse dello Stato e dei tanti cittadini che da tempo chiedono che le prostitute paghino le tasse”.

Sì, Sandra, sarebbe giusto. Ma sarebbe pure giusto che l’Agenzia delle Entrate rilasciasse una partita Iva per la categoria “lavoratore autonomo del sesso”, che quel baraccone chiamato Stato non si nascondesse più dietro il dito della castità. Ché tanto ormai è abbastanza chiaro: a puttane ci va pure lui. Con la cartella esattoriale, ma ci va.

L’eloquenza del vuoto

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Nel suo primo libro di idee, Il Mito di Sisifo, Albert Camus scriveva che il suicidio è “l’unico problema filosofico veramente serio”. Ciò significa che, prima di ogni considerazione sull’esistente, occorre soffermarsi a riflettere sulle capacità individuali di accettare l’assurdità dell’incontro col mondo; sull’abilità di farsi un “Sisifo felice” che spinge ogni giorno il suo masso dalla base alla cima del monte senza cedere alla disperazione. E’ lì che risiede la possibilità della felicità, sembra dire Camus: non tanto nell’insensato e reiterato gesto, quanto piuttosto nel riconoscimento dell’insensatezza che ne è a fondamento. L’uomo assurdo sa di esserlo e non ha né speranza né disperazione riguardo la propria condizione. Questo è forse l’unico modo per non alzare bandiera bianca, per non concedere la mano decisiva alla vita, o meglio alla morte.

Quella morte, la propria, che conclude ogni cosa, che impedisce la possibilità di idee, parole, azioni in grado di intervenire sulla realtà, prende la filosofia – come del resto ogni altra cosa di questo mondo – e se la mette nel taschino; quella morte cancella l’assurdo, cancella tutto; quella morte prende senso per gli altri, il senso naturalmente inesatto, e cambia nome in “gesto inconsulto” oppure “disperato”. Non a caso l’irragionevolezza e la disperazione entrano con la volgarità delle cose gratuite nella brutale ricerca di una spiegazione.

A questo proposito, Camus parla di “eloquenza del vuoto”, cioè del riconoscimento di una rottura con la catena di fatti quotidiani alla quale noi tutti ci aggrappiamo per non caderci, in quel vuoto. La rottura è l’incolmabilità delle ragioni di esserci, una terribile solitudine che non è più lo stato naturale di ogni uomo, ma lo scollamento dagli altri, il distanziamento inarrestabile e antiumano. Ecco allora che anche il più minuscolo ed insignificante gesto di ostilità o di indifferenza distrattamente concesso può avere il peso del masso di Sisifo; ecco allora che il mancato tentativo altrui di ridurre le distanze può avere la lunghezza del pendio da scalare.

La signora O. ha ceduto all’eloquenza del vuoto. A 85 anni, senza dire niente a nessuno, ha preso un treno per Basilea ed è andata a farsi fare un’iniezione letale. Ha scelto di concludere la propria esistenza in una clinica, accompagnata dallo spirito professionale di medici e infermieri, lontana dai luoghi e dalle persone familiari, lontano dai ricordi di una vita e quindi più neutralmente vicina alla morte.

All’origine del suicidio – scrivono i giornali per semplificare e rendere comprensibili le ragioni – vi sarebbero la solitudine ed una bellezza sfiorita ed irrecuperabile. Non posso smentirlo. Anche perché parteciperei all’idiota, inutile, crudele caccia al tesoro delle motivazioni. Sono però abbastanza convinto che quelle ragioni risiedano nell’assurdo e che per capirle occorrerebbe accettarlo come principio di tutto. Cosa di cui non siamo ancora capaci.

 

YouPorn Premio Nobel per la Pace

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C’è un velo di ipocrisia che copre il tema della pornografia online. Una specie di pudore autocensorio che impedisce ogni seria e genuina discussione. Si preferisce generalmente catalogare la questione come un affare di pochi e di pochi neanche troppo puliti. La sozzura della visione, della fruizione, della strumentale esperienza delle proprie fantasie fatte video è spesso rincondotta alla depravazione, ad una inguaribile stortura morale di alcuni membri dell’umanità. Chi guarda il porno è un maiale (o una maiala). Suina equazione che, come frequentemente accade, tende a nascondere, ad eliminare il dato reale a favore di un ideale di vita, di società, di cultura.

Ogni secondo, circa 28mila persone stanno guardando un porno online. Ogni secondo una Verbania di sconosciuti si collegano e scelgono il loro genere, la loro fantasia del giorno, il loro spunto per una gioia improvvisa e necessaria. Tra questi utenti sporcaccioni e goderecci, uno su tre è una donna. Fatto, quest’ultimo, che nega i facili argomenti di coloro che bollano la faccenda come esclusivamente maschile. E’ bene chiarirlo una volta per tutte: anche le donne fanno uso della pornografia online.

Il porno non riguarda una piccola parte della società. Esso è al contrario un fatto di pubblico dominio, sul quale molti potrebbero esprimersi ma pochi lo fanno. L’uomo medio sembra preferire essere accusato pubblicamente di aver preso tangenti piuttosto che essere scoperto nell’impuro atto di farsi le pippe guardando YouPorn. La terribile vergogna per questo umanissimo bisogno, per questa necessità di dare corpo alla propria immaginazione, ha finito con l’ammazzare la riflessione intorno al potenziale di pacificazione dello strumento. Se è vero che le dinamiche sociali sono l’aggregazione delle azioni individuali, l’individuo che placa i propri istinti, che pone fine alla frustrazione o sublima la propria gioia, interviene direttamente sul mantenimento della pacifica convivenza.

YouPorn rappresenta nell’immaginario collettivo la controparte zozza di YouTube; quel luogo virtuale in cui il sesso si afferma e si contraddice grazie alla sua meravigliosa indeterminatezza; quel paradiso della fantasia dove quasi tutto è concesso e in cui quindi è possibile ricercare una individuale dunque collettiva pace. In questo senso, esso non è soltanto il territorio della goduria, ma anche il paesaggio dell’appagamento non violento.

Per tutte queste ragioni; per aver favorito la distensione e l’erezione delle coscienze nell’epoca della frenesia; per il suo ruolo di educazione alla comprensione delle proprie preferenze in materia sessuale; per la sua opera di mediazione etnica e culturale; per aver incentivato lo slancio liberatorio della morale e quindi la conoscenza dell’altro nella sua dimensione più intima, quella sessuale; per la diffusione di un principio di pace fondato sul piacere

Libernazione propone YouPorn come Premio Nobel per la Pace 2014.

Porn is Peace. Clicca qui per aderire anche tu

Ringraziare no?

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Fatemi capire una cosa: quando lo dicevate voi che le deputate, le assessore e le ministre dell’altra parte politica occupavano quei ruoli soltanto perché abili nell’arte del pompino – ebbene sì, in senso tecnico è un’arte – andava tutto bene? Adesso che un grillino esagitato ve lo grida a piena voce sarebbe un insulto, hate speech, discorso dell’odio, come dice la Marzano? Fatemi capire perché questa logica dell’indignazione mi sembra richiamare una presunta superiorità morale accompagnata da abbondante puritanesimo. “Noi, donne del Pd, non solo siamo qui perché brave, ma certe cose non le facciamo” sembra il succo delle dichiarazioni di queste ore. La Marzano dice di aver smesso per qualche secondo di respirare. Manco le avessero investito il cane. Alessandra Moretti si scusa in tv perché costretta a riportare la presunta frase pronunciata dal deputato del M5S De Rosa, una frase che contiene la parola pompini. Si scusa perché potrebbe urtare la sensibilità dei bambini. E ci posso stare. Si scusa perché potrebbe urtare la sensibilità delle famiglie. E ci posso stare, anche se non capisco cosa significhi urtare la sensibilità di una intera famiglia. Si scusa perché potrebbe urtare la sensibilità delle donne. E qui non ci sto. Ma perché la parola pompino dovrebbe urtare la sensibilità femminile? Ma santo cielo, siete pazze? Solo a me pare che sia una potenziale forma di potere?

Lo so che adesso molte di voi saranno incazzate. Non dovreste, perché sto dalla vostra parte: vorrei che non ci fosse una questione femminile da discutere. Però, a differenza vostra, ritengo che per ottenere una parità effettiva, occorra essere disposti a parlare di pompini. E ritengo che, se qualcuno vi grida che siete brave a fare solo quello, invece di sporgere denuncia, potreste rispondere “Sì, grazie, anni di pratica”.

Stronzo chi legge

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“La manifestazione più rivoluzionaria di Milano, per quanto ho potuto vedere e comprendere, sono le scritte dei muri. È questa una vecchia tradizione romana che il fascismo rinnovò e che l’attuale democrazia ha ereditato. Gl’italiani hanno una deplorevole tendenza a considerare già fatto quello che hanno soltanto detto”. Così Indro Montanelli raccontava in un manoscritto inedito la Milano del 1945, l’eccitazione, il fervore politico del tempo e quel vento socialista che si sarebbe poi rivelato soltanto una “leggera brezza di fronda”.

La grande capacità di cogliere un’Italia che si disfaceva per rifarsi sta tutta in queste poche righe, che rivelano l’ingenuità della visibilità come patrimonio culturale, come matrimonio col popolo, come espressione inequivocabile di un genio politico e sociale nazionale. “Un mio amico socialista, parlandomi del certo trionfo del suo partito, mi additò come prova il fatto che sui muri delle case i «Viva Nenni» soverchiavano gli evviva di tutti gli altri personaggi politici. «Eppoi – aggiunse con convinzione -, noi abbiamo il vantaggio del colore: il rosso è quello che si vede di più» continuava con una punta di sarcasmo. Per poi concludere, facendo una piccola antropologia visiva e letteraria, che  “la «letteratura dei muri» trasse in inganno i visitatori dell’Italia al tempo del fascismo facendo loro considerare gl’italiani come guerrieri, aggressivi e disciplinati”.

Ora, settant’anni dopo, mi pare che le trappole della visibilità e della leggibilità come principi di comprensione non siano meno funzionanti. E non lo sono per una ragione molto semplice: la visibilità è tutto tranne che chiarezza, tutto tranne che inequivocabile dimostrazione della realtà sociale. Certo, non ci si può mica tappare gli occhi e negare la sua validità, la sua spontanea giustezza comunicativa. Epperò ai fatti sociali bisogna rendere giustizia interpretativa, non basta la giustezza: senza una sana intepretazione (ovvero capace di oltrepassare il facile e fascinoso istinto dell’autoconferma) si finisce dentro al giochino improduttivo del vedere-ciò-che-si-capisce. Mentre sarebbe opportuno il contrario, cioè capire ciò che si vede – ma per questo bisogna essere pronti pure a smentirsi e non è semplice.

Leggo su L’Espresso che una nuova campagna shock contro la violenza sulle donne sta in queste ore suscitando parecchia indignazione. La pubblicità progresso (come se il progresso venisse dalla pubblicità e non dalle istanze socio-culturali, che sono nient’altro che la capacità individuale di parteciparvi) propone dei manifesti in cui vengono ritratte delle donne con una nuvoletta fumettistica in cui si riportano alcune frasi del tipo “Vorrei che mio marito…”, “Quando torno a casa vorrei…”, “Dopo gli studi mi piacerebbe…” e così via.

L’obiettivo, spiega Alberto Contri, presidente di Pubblicità Progresso, è quello di provocare mascoline reazioni, di suscitare gli istinti machisti e di dimostrare che “la discriminazione è ancora diffusa e radicata nella fascia media della popolazione, che è poi quella che deve cambiare testa rispetto al problema”. E siccome nel giro di 48 ore le frasi sospese sono state concluse da volgari e irripetibili conclusioni, secondo alcuni la missione può dirsi compiuta. Ecco quindi l’ennesima conferma che siamo un paese maschilista e che il problema della violenza sulle donne è lontano dall’essere risolto. Unica magra ed inappuntabile consolazione: la creatività continua a non farci difetto.

Riporto alcuni creativi completamenti: “Quando cammino per strada mi piacerebbe…essere trombata“; “Quello che chiedo alle istituzioni…un calcio in culo“; “Quello che chiedo alle istituzioni…un vibratore“; “Vorrei che mio marito…m’inculasse” (a quest’ultima immagine sono stati disegnati dei baffi alla Hitler); “Dopo gli studi mi piacerebbe…battere“; “Quando cammino per strada mi piacerebbe…zitta troia” (più sotto qualcun altro ha scritto “bona” con una freccia che indica la ragazza).

Ecco, questo è il tenore delle aggiunte. Ma torniamo un attimo a Montanelli e quelle scritte sui muri. Italiani guerrieri, aggressivi e disciplinati, si diceva. E socialisti, come dimenticarlo. Ebbene, si può forse dire che oggi il sarcasmo montanelliano non è soltanto il sarcasmo dell’osservatore acuto, è pure quello della storia, che gli ha dato ragione chiarendo la distanza – almeno parziale – tra l’Italia dei muri e il paese reale. Quella distanza che continua a manifestarsi oggi sui muri veri e su quelli virtuali.

Allora cos’è che autorizza ad adottare ancora una volta il metodo della visibilità per dimostrare che siamo un paese di maschilisti? Quale ragione, quale logica interpretativa? E ancora: se al posto delle donne ci fossero stati degli uomini con le stesse nuvolette e le stesse provocatorie frasi, chi dice che le volgari e pittoresche quindi italiche reazioni non ci sarebbero state? Questioni che meriterebbero una risposta.

Forse dovremmo darci una calmata. Magari riflettere sulla lezione montanelliana, magari non considerare come già fatto quello che è stato soltanto detto o scritto. Perché altrimenti si finisce col demonizzare pure la volgarità, l’insulto, che sono – piaccia o no – elementi vitali dello stare assieme e che, pur potendolo essere, non sono meccanicamente connessi alla pratica violenta e discriminatoria. Perché con questa logica si finisce pure col pensare che quella simpatica scrittina sul muro, quella che non risparmia nessuno e che dice “stronzo chi legge”, sia stata fatta da uno che è buono soltanto ad insultare.

Ah, dimenticavo: stronzo chi legge.

La linea gialla*

in scrivere by

“Attenzione, allontanarsi dalla linea gialla” picchia in testa la voce metallica cioè levigata dal metallo e dal tempo e da tutti i minerali terrestri e patetici freddi freddi freddi e giusti. Il cancello era verde, il piazzale leopardato di macchie d’olio, il garage puzzava di guanti sudati. Il pastore tedesco di mia zia Maria si chiamava Zeus; un giorno fu ritrovato impiccato al cancello verde. Questo è l’unico ricordo senza gambe che ho. In braccio a mamma a papà a zio, di braccio in braccio di petto in petto, di odore in odore: Zeus il pastore tedesco di zia Maria impiccato al cancello verde straziato dalle lacrime umane che non capivano la morte canina per impiccagione forse accidentale forse caninamente premeditata.

“Il sotterraneo odorava di formalina e acido fenico, e in tutto s’avvertiva la presenza di un mistero, a cominciare dall’ignoto destino di tutti quei corpi distesi, fino al segreto della vita e della morte, che lì aveva la sua casa, o il suo quartier generale”. Boris Pasternak scrisse un solo zigzagante romanzo fatto di zeta striscianti e di dottori e di Russia e pure parole a volte di parole cirilliche tradotte e premiate con un Nobel svedese libertario non cirillico. Jurij, Jura, che cazzo di nome, un nome da gregario moscio da ginnasta da bolscevico. Pavelekino, Pederelkino o come cazzo si chiama quel posto dove morì nella solitudine da compagno con la gloria della storia senza pane Boris Pasternak. Un uomo deve stringere i denti e condividere…Un uomo deve stringere i denti e condividere la sorte del proprio paese diceva Jurij Jura Zivago Boris. No, no, no. Sono pigro e assurdo come il giallo della linea gialla da cui mi sono allontanato mnemonicamente tutte le mattine i pomeriggi le sere e le notti collettivamente. La mia linea gialla è la memoria, “ricordarsi di un risveglio triste in un treno all’alba”. Penna, Sandro Penna poeta marchiato giustiziato dall’amore per l’amore puerile dell’universo. Un risveglio triste in un treno all’alba nel bianco di una Berlino morbida definitiva europea. Funkenflug, funkenflug, Berlino è scintille diceva Arne operaio polacco pelato malinconico in un agosto disperato.

Alice faceva spesso la torta rustica col radicchio rosso di Treviso e la crescenza. Le pulsava la giugulare e ci mettevo l’orecchio senza capire e pulsava e pompava sangue al cervello quel cervello che diceva parole “ho scelto te”. Alice tedesca acquisita e imbiondita nell’anima scura e selvaggia e antica; Alice riverniciata dal tempo nuovo dalla modernità, accasata con la testa sulle spalle e il cuore a tracolla. Sono patetico e giusto e antico e giallo come la mia memoria, come quel maglione spelacchiato senza seno tolto mille volte e dopo il seno. Al civico numero 6 ora ci sono degli stronzi mai visti ma stronzi. Al civico numero 6 c’è il mio strazio, le urla di gioia e di paura, l’eccitazione dello stato d’assedio. Alice  e il cantautore romano, quello che vorrei essere quello che vive ad Atlantide e non fa più domande del tipo “conoscete per caso una ragazza di Roma?”.

Devo averlo scritto in un vecchio quaderno “Se stropiccio gli occhi, vedo l’origine: un Giuda di latta, un cammello di seta e una ruspa abbandonata in un molo d’autunno”. Venerdì ho appuntamento dal dentista sloveno biondo professionale. La luce ospedaliera della  lampada frignava un bambino l’ultima volta non voleva entrare “ho paura” diceva. Perdio, dovevo strapparlo quel biglietto quello del parcheggio invernale aeroportuale di quando lei è decollata e puf. Aiuto. Chissà qual è il momento preciso in cui cade la prima foglia pigra autunnale del primo albero di questa città. E’ l’una e trentacinque, chissà perché ogni volta che guardo l’orologio è l’una e trentacinque o la lancetta dei minuti sta per arrivare lenta al trentacinquesimo minuto su sessanta dopo l’una. Zeus il pastore tedesco impiccato al cancello verde zia Maria la giugulare di Alice il civico 6 e i miei piedi immobili paralizzati dalla memoria. Cazzo, perdio.

“Attenzione, allontanarsi dalla linea gialla” è un bisbiglio ormai il metallo della voce la ripetizione paziente e involontaria. Quanto occorre per dimenticare il non fatto il non detto il non scritto? Quanto fatto? Quanto detto? Quanto scritto? Il giallo della memoria che non ricorda più il pericolo è la salvezza tristezza e giustizia. Sono pericoloso e salvo e triste e giusto. E ormai vedo tutto giallo e cammino, cammino, cammino.

 

 

*Questo post partecipa a #StayAnimalSpirit, il liveblogging della performance milanese di Mali Weil a cura di Virginia Fiume, storyteller del media collective Perypezye Urbane. Virginia mi ha chiesto di improvvisare sul tema dell’istinto che muove l’essere umano e questo è il mio contributo. Gli eventi narrati sono immaginari.

Albert Camus

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“Dare un nome sbagliato alle cose – scriveva Albert  Camus ne La peste  – contribuisce all’infelicità del mondo”. I nomi, quindi le parole, se non utilizzati col criterio della fedeltà alla vita, producono malinteso, rappresentano l’ingiustizia dello snaturamento, impediscono ogni forma di conoscenza genuina. Ma è poi davvero possibile praticare questo tipo di fedeltà attraverso le parole? Bisogna forse essere pronti a riconoscere il proprio luogo dell’ingiustizia, quello dove si genera il cortocircuito; bisogna forse essere pronti a riconoscere che il vero problema, il nodo da sciogliere, sono le idee, non le parole. Pensare secondo le idee significa coltivare il terreno del malinteso, accantonare ogni possibilità di coincidenza tra detto e vissuto.

Albert Camus è stato definito un filosofo per via della sua vocazione per la filosofia. È stato definito un esistenzialista per via del suo impegno a scavare nell’esistenza. Definizioni, l’una e l’altra, impregnate di idee e perciò irriverenti nei riguardi della vita vissuta, della complessità biografica. “Perché sono un artista e non un filosofo? Il fatto è che io penso secondo le parole e non secondo le idee” scriveva nei suoi Carnets, sconfessando una volta per tutte ogni altra impropria definizione. “No, non sono esistenzialista. Sartre ed io ci meravigliamo sempre di vedere i nostri nomi associati  […] Sartre è esistenzialista, e il solo libro di idee che ho pubblicato, Le Mythe de Sisyphe, era diretto proprio contro le filosofie dette esistenzialiste” spiegava in un’intervista rilasciata nel 1945 al Magazine Littéraire. Ma le autodefinizioni evidentemente non sono sufficienti a fugare dubbi – o maliziose certezze – di critici affermati e di semplici lettori: per molti Camus è stato e resta un filosofo esistenzialista. E poco importa se in verità è stato forse colui che, in tutta la sua opera, ha portato all’esistenzialismo l”attacco più sincero.

L’incapacità di raccontare – e quindi di capire – Camus senza far ricorso alla storia, alle posizioni politiche e alle categorie di pensiero proprie dell”esistenzialismo sartriano ha prodotto lungamente malintesi. E lo ha fatto in primo luogo nel corso della vita dello scrittore franco-algerino. Del resto, quando nel pensiero altrui si è legati a una particolare realtà sociale, politica o filosofica, ogni allontanamento è tradimento dei principi di quella realtà, è desiderio di distruggerla; ed ogni spiegazione, più che onesto tentativo di chiarire le proprie posizioni, diventa maldestra manovra per smacchiarsi, per disinfettarsi dalla teoria e dalla pratica abiurate. L’oscillazione, la zigzagante ricerca di un posto nel mondo, di una giustificazione alla propria presenza, sono tradimento perché contraddicono il dogma laico di parte e di partito.

Nel 1935, Camus aderisce al Partito Comunista Algerino. L’impegno a favore degli oppressi, di quelli che lui definisce les muets (i muti), il rifiuto di ogni atteggiamento accomodante rispetto al destino, le umili origini familiari lo avvicinano in modo del tutto naturale al partito. Ma la sua militanza prende sin da subito una piega più culturale che politica in senso stretto. Al giovane studente di filosofia allievo di Jean Grenier poco interessa speculare sulle grandi teorie economiche marxiste, poco importa del successo industriale dell’Unione Sovietica stalinista; Albert si dedica al teatro, fonda una compagnia e rappresenta Le Temps du mépris di Malraux. E chissà se per l”inaspettato successo teatrale o per le posizioni filo-arabe (che in verità andavano, come poi chiarirà negli anni della guerra d’indipendenza, decisamente al di là del filo-arabismo) o per la propensione al corteggiamento (“Quale tipo di donna mi piace? La più bella” rivelò una volta a un amico), fu precocemente espulso dal partito e accusato di aver abbracciato i principi borghesi, di essere diventato cioè uno “sporco fascista”. Falsità. Quel che mal si digeriva del giovane Camus era la predisposizione alla libertà di pensiero, alla libera analisi degli eventi, all’indisponibilità di piegare la morale alla strategia politica: vere minacce queste per la coscienza collettiva auspicata dalla rivoluzione comunista.

La sua biografia è piena di accuse di tradimento, spesso inasprite dalla complessità della sua riflessione sugli eventi storici più importanti. Nel 1953 prende posizione a favore della rivolta degli studenti e degli operai anticomunisti di Berlino, rivolta repressa nel sangue dai carri armati sovietici. Un altro argomento per coloro che lo vollero sempre traditore. E poco importa se i moti scoppiarono per protestare contro un taglio dello stipendio (atto che normalmente faceva gridare alla vergogna capitalistica): il progetto di comunistizzazione del mondo prevedeva la possibilità di schierare i cannoni dei carri armati anche contro i propri fratelli. Nel 1956 sostiene invece le ragioni dell’insurrezione di Budapest, definendo il governo filo-sovietico  “un regime di terrore che ha il diritto di chiamarsi socialista come il boia dell’Inquisizione aveva il diritto di chiamarsi cristiano”. Ma sono le sue posizioni rispetto alla questione algerina che gli costeranno più di tutte. Se Sartre e compagni si schierano decisamente a favore dell’indipendenza araba e giustificano ogni mezzo per ottenerla, Camus, che è cresciuto a Belcourt, uno dei quartieri più poveri di Algeri, sostiene le ragioni della convivenza tra coloni francesi e popolazione araba, rigettando con forza ogni forma di cieca violenza. Secondo Camus, coloro che sono nati negli stessi luoghi, che hanno patito la stessa fame e sofferto le stesse fatiche hanno diritto di calpestare quel suolo e di dichiararsi algerini. Ciononostante le sue ragioni rifiutano ancora una volta di piegare la morale alla strategia, di ridurre la vita a un concerto di ideologie da applicare fideisticamente: “Ho sempre condannato il terrore. Devo condannare anche un terrorismo che si esercita ciecamente nelle strade di Algeri, e che può un giorno colpire mia madre o la mia famiglia. Io credo nella giustizia ma difenderò mia madre ancor prima della giustizia”.

I violenti attacchi ricevuti  lo conducono progressivamente al silenzio sulla questione algerina. La paura di essere frainteso, di apparire un nemico degli arabi, difensore di un colonialismo bieco e antiumanitario prevarrà sul desiderio di spendersi per quella che forse è la causa più importante della sua vita. L’Algeria è in tutta la sua opera e gli eventi bellici gli provocano una ferita che non riuscirà mai a spiegare e che non si rimarginerà. “Sono cresciuto nel mare e la povertà mi è stata fastosa, poi ho perduto il mare, tutti i lussi allora mi sono sembrati grigi, la miseria intollerabile. Da quel momento, attendo. Attendo le navi del ritorno, la casa delle acque, il giorno limpido” scriveva malinconicamente nel 1953 ne La mer au plus près. Non si rassegnerà mai alla perdita dei luoghi della sua infanzia, della intensa luce algerina, della fraterna inimicizia degli arabi. “Pazientavo sempre nell”inverno perché sapevo che una notte, una sola notte fredda e pura di febbraio, i mandorli della valle dei Consoli si sarebbero coperti di fiori bianchi” rivelava nel 1940 ne Les Amandiers. Nessuna pazienza è dunque possibile né necessaria senza l’Algeria.

Perciò raccontare Camus senza parlare dell’Algeria, senza tener conto del fatto che un’esistenza – e quindi un pensiero – sia sottoposta al cambiamento, è possibile soltanto per coloro che fingono di voler fare ordine, ma che in verità desiderano nascondere un certo naturale e inevitabile disordine di cose e pensieri. Certo, ci sono molti modi per ricordare un intellettuale nel giorno del centenario della sua nascita. E uno di questi è interpretare il suo pensiero, riportarlo più o meno fedelmente, renderlo affascinante e coerente. Così potrei accennare alla teoria dell’assurdo (non sono assurdi né il mondo né l’uomo: assurdo è l’incontro tra l’uomo e il mondo), potrei presentare il Meursault de L’Étranger, per cui tutto è talmente indifferente che non ricorda il giorno in cui è morta sua madre, che non versa una lacrima al suo interramento e anzi fa un bagno e va al cinema invece di rintanarsi nel lutto. Il Meursault che spara a un arabo perché abbagliato dalla luce del sole e per cui ogni difesa dalle accuse di omicidio non ha alcun senso. Oppure potrei dirvi di Jean-Baptiste Clamence, l’avvocato parigino che si rifugia ad Amsterdam ed esercita la non ben definita professione di giudice-penitente; il Jean-Baptiste Clamence che intrattiene con la verità un rapporto ambiguo (“Che importa, dopo tutto, se le mie storie sono vere o false, se esse sono significative di ciò che io sono e sono stato?”). E ancora: la valenza metaforica e politica de La peste; la concezione della felicità del Mersault, quello senza una u, de La mort heureuse (la felicità come lunga pazienza, come costruzione e volontà).

Forse avrei potuto parlare di tutto questo per raccontare Albert Camus, per rendergli un giusto omaggio. Ma ha forse senso, se non si abbandonano le idee a favore delle parole? Ha senso se non si è pronti a chiamare le cose col loro nome? Probabilmente no. Se si fa appello alle idee, cos’è l’assurdo se non un concetto filosofico? Cos’è Meursault, se non un assassino? E cos’è Jean-Baptiste Clamence, se non un bugiardo?

Oggi, a cento anni esatti  dalla sua nascita, Albert Camus è osannato a destra per il suo anticomunismo, a sinistra per il suo impegno a favore degli oppressi. La grandezza della sua letteratura ha finito con l’appianare ogni divergenza di matrice politica. Si alza un coro unanime di apprezzamenti: qualcuno non può fare a meno di accostarlo a Sartre, qualcun altro lo mette nel pantheon della destra libertaria, altri ancora, credendo forse di essere ancora alla fine degli anni sessanta, lo ricordano opportunisticamente per quel “Je me révolte, donc nous sommes” (“Io mi rivolto, dunque noi siamo”) che accese tanti cuori irrequieti nell’epoca delle rivolte studentesche. Ma la grandezza della sua letteratura purtroppo non ha soltanto smussato le asperità della discussione politica, ha finito anche col mettere in ombra la grandezza del pensiero che ne sta a fondamento. Tanto che la sua lezione più grande, quella che invita a pensare secondo le parole e non secondo le idee, sembra che nessuno l”abbia ancora davvero capita.

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