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Riccardo Magi

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Il bluff del cittadino De Vito sui derivati

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Il primo atto del candidato a sindaco di Roma del Movimento 5 Stelle, avvocato cittadino Marcello De Vito, e’ stato il deposito di una istanza di accesso agli atti sui derivati stipulati dal Comune di Roma tra il 2003 e il 2007, in piena amministrazione veltroniana: una iniziativa che, è tutto dire, può vantare meno originalità che tempestività.

E’ abbastanza noto infatti che un gruppo di associazioni variamente interessate alla questione lanciarono l’allarme sui derivati sospetti di Veltroni nel 2009 e presentarono una istanza uguale ricevendo il diniego alla visione dei contratti.

Lo stesso gruppo, insieme all’associazione Radicali Roma, riuscì poi a recuperare alcuni estratti dei contratti negati dalla relazione della Corte dei Conti del 2010 e li sottopose all’analisi dei consulenti finanziari indipendenti dello studio LSAdvisor, ricevendo il responso derivato per derivato.

L’operazione per cui l’avvocato cittadino Marcello De Vito si agita tanto, dunque, è già stata svolta. Strano che chi si candida a sciogliere la matassa della gestione finanziaria capitolina non abbia perso mezzora su Google per informarsi sul lavoro fatto da altri sullo stesso tema, magari per riprenderlo da dove si era interrotto.

A chi fa notare su Twitter che quella di De Vito è una inutile operazione fotocopia, risponde piccato il grillino Claudio Sperandio, rivendicando di essere stato il primo a presentare una simile istanza nel 2008.

 

Dunque la stessa istanza è stata presentata almeno due volte negli ultimi cinque anni, e due volte respinta. Nel frattempo nel merito della regolarità dei derivati si sono attivate sia la Procura di Roma che la Corte dei Conti con due inchieste separate.

L’accesso agli atti di De Vito si configura pertanto un vero e proprio bluff: sa già che l’esito della sua “operazione trasparenza” sarà negativo almeno sul fronte derivati.

L’aspetto politicamente valido dell’iniziativa resta quello più ampio della trasparenza degli atti del commissario al debito Varazzani, il cui spazio di dialogo con i cittadini sul sito di Roma Capitale è una pagina civetta il cui link è addirittura scomparso dalla homepage.

Già. Peccato che i 5Stelle, con 109 eletti alla Camera e 54 al Senato, invece di fotocopiare iniziative di sicuro insuccesso, la trasparenza potrebbero esigerla eccome: direttamente dal Commissario e direttamente in Parlamento.

Perchè non l’abbiano ancora fatto è una domanda di cui dobbiamo temere la risposta: probabilmente non sanno di poterlo fare e – soprattutto – non sanno in base a quale legge.

Che dite, glielo diciamo o no?

 

Il Daspo in politica

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Ieri sono venuti a cercarmi due agenti della polizia di Roma capitale (la polizia municipale) – la badante di mia nonna s’è pure spaventata – ma non hanno lasciato detto niente né la notifica di una multa o di un atto giudiziario. Poi mi è venuto in mente quanto era successo lunedì scorso quando con altri compagni radicali eravamo andati alla seduta dell’Assemblea capitolina (il consiglio comunale di Roma) dove stanno votando in questi giorni il nuovo statuto comunale.

Ma occorre fare ancora un passo indietro. Era maggio dell’anno scorso, il 17 per l’esattezza che poi è la giornata mondiale contro l’omofobia, quando abbiamo portato in Campidoglio quasi 8 mila firme di cittadini romani che chiedono a Roma Capitale di riconoscere le unioni civili cioè le famiglie di fatto e trattarle al pari delle famiglie basate sul matrimonio per quanto riguarda l’accesso ai servizi e alle attività di competenza del comune.
Alla campagna era legato questo blog: Teniamo famiglia.

E’ faticoso per chi legge e per chi scrive ricordare ancora una volta: che l’Italia è tra le poche democrazie a non avere una legislazione nazionale sulle unioni civili; che il Censis nel suo recente rapporto definendo la famiglia in Italia perno della comunità nazionale parla di diversi “format” familiari e commenta che «le diverse modalità concrete di essere famiglia rispondono al bisogno crescente di avere una relazionalità significativa »; il parlamento europeo «contro le definizioni restrittive di famiglia che hanno lo scopo di negare la tutela giuridica alle coppie dello stesso sesso e ai loro figli»; le sentenze della corte di cassazione e della corte costituzionale che chiedono di fatto un intervento legislativo che garantisca il “diritto alla vita familiare”; infine “la più bella costituzione del mondo” come direbbe qualche comico. Quindi tagliamo qui questa parte.

Gli 8 mila cittadini che hanno firmato hanno avuto fiducia nel fatto che le istituzioni a cui si rivolgevano utilizzando uno strumento di partecipazione popolare lo prendessero in considerazione così come previsto dallo statuto comunale che prevede l’obbligo per il consiglio di calendarizzare, discutere e votare le delibere di iniziativa popolare con almeno 5 mila firme entro sei mesi dal deposito.

Questo significa che se invece di impiegarci tre mesi c’avessimo impiegato tre mesi e un giorno per raccoglierle, ci avrebbero detto “Ci dispiace, non siete nei tempi. Lo statuto parla chiaro!”
Noi nei tempi invece ci siamo stati ma ora sono passati quasi dieci mesi dal deposito, tra poco più di un mese il consiglio non lavorerà più avvicinandosi il momento delle elezioni comunali e la delibera con le 8 mila firme sta in fondo a qualche cassetto.

Allora lunedì scorso siamo andati alla seduta del consiglio che sta discutendo il nuovo statuto di Roma, abbiamo ascoltato per circa tre ore e, quasi alla fine della seduta, mentre un Onorevole (a Roma i consiglieri comunali ci tengono a farsi chiamare così) del Pdl  parlava del nuovo statuto come della carta fondamentale della città e bla bla bla… gli ho fatto presente che lo stanno già violando spudoratamente.

Apriti cielo! Quattro parole di richiamo alla legalità statutaria sono bastate a far scattare il presidente dell’assemblea Marco Pomarici che mi ha espulso dall’aula e ha ordinato alla polizia municipale di allontanarmi. Di fronte al fatto che rimanevo seduto al mio posto tra il pubblico il presidente ha sospeso la seduta ed è venuto a urlarmi in faccia che dovevo uscire dall’aula, gli ho risposto che in quanto primo degli 8 mila firmatari il mio posto era lì, che non mi sarei spostato e che i lavori li stava impedendo lui e non io. Evidentemente la ferita al senso della legalità e dell’onore del presidente è stata tale che non poteva finire così.

I due agenti infatti sono tornati oggi per notificare al sottoscritto “trenta giorni di interdizione all’ingresso all’Aula Giulio Cesare a decorrere dal 7 marzo 2013” quanto al motivo si dice solo “in relazione ai fatti accaduti durante la seduta del 4 marzo” e si richiama l’articolo del regolamento che consente al presidente di “prendere provvedimenti di esclusione dall’aula nei confronti di cittadini che si siano resi responsabili di tumulti durante le sedute del consiglio”. Una specie di Daspo , il divieto preventivo ai tifosi facinorosi di assistere a partite di calcio, applicato alla politica.

Sono riuscito a scatenare un tumulto restando seduto. Sono soddisfazioni.

Bomba di amianto su Roma?

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Il 24 luglio 2008 il Velodromo dell’Eur costruito per le Olimpiadi di Roma del 1960 è stato demolito per “implosione” cioè con 120 Kg di tritolo suddivisi in un migliaio di cariche posizionate nei fori appositamente fatti nei pilastri e nella struttura. Sull’area, di proprietà di Eur Spa così come il vecchio velodromo, dovevano sorgere gli impianti sportivi della “Città dell’acqua”, progetto mai realizzato.

L’esplosione produsse un’enorme nuvola bianca che avvolse i palazzi circostanti, le auto, i passanti e poi fu portata dal vento verso i quartieri di Roma più a sud.
Nei mesi successivi alla demolizione i residenti del quartiere notarono la presenza di tecnici con tute bianche e maschere protettive, tecnici specializzati nella rimozione di amianto. Successivamente alla demolizione infatti era emersa la presenza di amianto in varie parti della struttura fatta esplodere.

Ma non ci fu un’indagine preliminare alla demolizione che evidenziasse la presenza di aminato sconsigliando quella tecnica di demolizione? Pare di no. Cioè ci fu una indagine nel 2005 ma “a vista”, indagine che portò alla bonifica dei materiali visibili ma non fece individuare quelli sottotraccia e sottoterra.
Ci sono quindi serie probabilità che quella nuvola che si propagò dall’esplosione contenesse fibre di amianto sparate nell’area circostante grazie alle cariche di esplosivo? Pare di sì.
Se ne è convinto il pubblico ministero che ha rinviato a giudizio per l’ipotesi di disastro colposo il dirigente di Eur Spa responsabile della procedura di demolizione.

Questa ipotesi per i cittadini residenti nella zona rappresenta l’incubo con cui convivono da anni, un incubo che ha sconvolto le vite di numerose famiglie e la loro possibilità di guardare al futuro proprio e dei propri figli senza angoscia.
La loro battaglia solitaria e drammatica, come “Comitato per l’accertamento della verità sulla presenza di aminato nell’area dell’ex velodromo di Roma“, per conoscere la verità ed ottenere l’assistenza e il giusto risarcimento nel caso sia confermata o aggravata l’ipotesi di reato non può non essere la battaglia delle istituzioni.

Per questo oggi mi sono costituito parte civile in questo processo per conto di Roma Capitale esercitando l’Azione popolare che (in base all’art. 9 del Testo unico degli enti locali) consente a qualsiasi cittadino di far valere gli interessi del comune di fronte all’inerzia del comune stesso. Il sindaco e Roma Capitale finora erano rimasti immobili e disinteressati.

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