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Paolo Mossetti

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Non ti ho mai amato così tanto: la tormentata love story tra Obama e i progressisti europei.

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“Four more years” – 2012.

Ricordi.

Il 4 Maggio 2009, qualche mese prima che Obama ricevesse il suo Nobel per la Pace, un bombardiere supersonico di tipo B-1 sganciò un missile sul piccolo villaggio contadino di Granai, nell’Afghanistan meridionale. Circa 140 persone, in maggioranza donne e bambini, furono ridotti in poltiglia e i loro brandelli sparsi in un raggio di centinaia di metri, insieme a ciò che rimaneva di un grande banchetto nuziale.

Il Pentagono, ovviamente, tentò di nascondere ciò che era appena avvenuto. Mentre l’intero paese asiatico era in fiamme per l’indignazione, i militari  accusarono i Talebani di aver ammazzato loro i civili e di aver imbottito con i cadaveri gli edifici che sarebbero stati colpiti. Dopo qualche giorno il Pentagono ammise qualche decina di morti “collaterali”. Infine, puntò all’oblio indotto dai mass media. Per qualche tempo tutto sembrò funzionare.

In Dicembre, quando Obama ritirò l’ambito premio, l’opinione pubblica mondiale reagì con incredulità e scetticismo. Ma non mancarono molti leader progressisti che considerarono “positivo” il riconoscimento: i social-democratici europei, l’economista Mohammed Yunus; Hamid Karzai, il 14esimo Dalai Lama e persino Fidel Castro. Il presidente del comitato per il Nobel tenne a specificare: “Non abbiamo assegnato questo premio per ciò che potrebbe accadere in futuro, ma per quello che Obama ha fatto nell’ultimo anno.”

Evidentemente quasi nessuno considerò il massacro di Granai responsabilità morale della leadership più militarizzata del pianeta.

Una delle poche voci critiche fu quella del Wall Street Journal:

“Quello che questo premio ci suggerisce… è la fine di ciò che fu chiamato l’Eccezionalismo Americano. La visione secondo cui i valori americani hanno applicazione universale e vanno promossi senza scusarsi, e difesi con la forza militare quando necessario. Inserito in questo contesto, ci chiediamo se la maggior parte degli Americani considererà questo premio alla Pace del Futuro come un complimento”

Il giorno della cerimonia, mostrando forse più franchezza di tanti altri, Obama disse: “Non ritengo questo premio un riconoscimento dei miei successi, quando una conferma della leadership americana.” Più risultava impopolare l’occupazione americana in Iraq e in Afghanistan, più sembrava crescere la popolarità di Obama tra i suoi alleati europei e tra i principali giornali progressisti.

Ma non tutto funzionò. Un video del bombardamento di Granai, ripreso proprio dalla telecamera del B-1 da cui era partito il missile, improvvisamente riemerse dall’oblio. Le immagini, che furono decriptate da Wikileaks nel 2010 e pronte per essere rese pubbliche, mostravano senza alcun dubbio un vero e proprio crimine di guerra. Ma a quel punto la propaganda non aveva altro linguaggio se non quello dei muscoli. Obama e la Clinton fecero di tutto per ostacolare la messa in onda del filmato, che fu trafugato e distrutto da un pentito dell’organizzazione di Julian Assange. La principale “talpa”  dell’intera vicenda, il soldato Chelsea Manning, fu rinchiusa in isolamento durissimo per oltre tre anni e infine condannata – proprio nei giorni in cui un altro scandalo di orwelliana memoria turbava la presidenza, il Data-gate –  a trentacinque anni di prigione.

Il background culturale del consenso.

Nel suo libro L’audacia della speranza, Barack Obama si descriveva come un test di Rorschach – il famoso esperimento psicologico dove alle persone viene mostrata una serie di macchie d’inchiostro, e chiesto di identificare ciò che in esse si vede. Non c’è una risposta giusta. Ma ogni risposta, a suo modo, dovrebbe rivelare le ossessioni e le ansietà del paziente.

Uno degli aspetti più interessanti della storia d’amore tra Obama e la sinistra europea non sono le delusioni – che non potevano non arrivare, viste le premesse – quanto la perdurante devozione, culturale e comunicativa, per questa storia d’amore, nonostante le delusioni.

Secondo un sondaggio commissionato nel 2011, in Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna oltre il 70% degli intervistati dichiarava di aver fiducia che Obama avrebbe “fatto la cosa giusta in politica estera”, a confronto del 19% riportato nel 2008 riguardo le politiche di Bush.

Nell’Obamafilia degli europei – come l’ha definita lo scrittore Gary Younge -, specialmente degli europei di centro-sinistra, c’è qualcosa di più profondo e se vogliamo più inquietante della semplice fiducia simbolica nel primo Presidente Africano-Americano, proveniente da una minoranza storicamente oppressa, che ha sostituito il più mostruoso fenomeno da baraccone mai generato dal Texas. Qualcosa che  sembra mostrarci più le debolezze della cultura politica continentale che i meriti di Obama stesso. Sembra che prevalga la voglia di fantasticare su di un leader carismatico, infinitamente più affascinante, abile nell’oratoria, e persuasivo di qualunque altro politico europeo, a dispetto della reale sostanza della sua politica – interna come internazionale. Non c’entra qui il discorso dell’alternativa – dall’altra parte ci sono gli orridi Repubblicani – quanto quello della suggestione culturale, e del mutamento antropologico avvenuto in questi ultimi venti e trent’anni nella medio borghesia di sinistra.

Obama conquista le prime pagine di tutti i giornali quando parla di controllo delle armi e di innalzamento del salario minimo da $7,25 a $9, e l’europeo applaude, senza sapere o voler capire che anche $9 dollari sarebbero una miseria, per gli standard americani, se non fosse che la maggior parte dei salariati più poveri non sanno nemmeno cosa voglia dire “salario minimo”, in un sistema che si basa interamente sulla barbarie delle mance e sull’economia in nero, e con un esercito di clandestini senza documenti ricattati da uno sfruttamento infame, con la minaccia della deportazione in qualunque momento, per una politica migratoria che in cinque anni Obama non è riuscito o non ha avuto interesse a modificare.

Durante la presidenza Obama i sindacati hanno toccato il loro minimo storico: appena l’11% di rappresentanza nelle imprese private; la spesa per i servizi segreti ha raggiunto l’incredibile cifra di 52 miliardi di dollari e per giustificare gli attacchi illegali con i droni in Africa  il Dipartimento di Stato è arrivato a citare nientemeno che una dichiarazione del 1970 usata per giustificare il bombardamento segreto della Cambogia – eppure niente riesce a scalfire il boato di entusiasmo alla notizia che, durante la presidenza Obama, la Corte Suprema ha sanzionato la definitiva legittimità del matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Ogni foto partorita dalla pagina Facebook della Casa Bianca – dopo un’accuratissimo lavoro di selezione, controllo, confezionamento – diventa immediatamente virale, come se non fosse un frutto dell’Establishment che decide il destino dei due milioni di immigrati espulsi ogni anno o degli incarcerati a Guantanamo, ma un segno di spontaneità. E’ cosi’ che il Soft Power si è reso più digeribile alla classe media: non ha bisogno di slogan per l’obbedienza: basta che appaia più familiare alla nostra quotidianità.

Nel Novembre 2012, all’indomani della rielezione di Obama, una foto raffigurante il Presidente americano nell’atto di abbracciare la moglie Michelle, con una didascalia molto semplice: “Four More Years”, demolì qualunque record di diffusione nei social media. Venne ri-postata due milioni di volte su Facebook, oltre un milione su Twitter. Qualche ora prima, al momento di annunciare la sua vittoria, Obama aveva detto, rivolto a Michelle: “Non ti ho mai amato così tanto”.

Il successo mediatico di Obama non si spiega soltanto con un’opposizione impresentabile e un passato recente terribile, ma è il frutto di anni in cui molte aree di conflitto sono state prosciugate da un benessere diffuso in modo iniquo; anni di smarrimento ideologico per i partiti di sinistra incapaci di trovare una piattaforma comune con i movimenti di protesta; anni in cui il radicalismo universitario è stato ridotto al silenzio dalla crisi che costringe tanti a lavori umilianti e deprimenti, mentre città come New York e Los Angeles venivano trasformate in costosissime vetrine militarizzate per il piacere di investitori e turisti – la polizia ha addirittura un ufficio alla New York University, a prevenire eventuali disturbi alla circolazione sulla Quinta Avenue.

E soprattutto, anni in cui la working class, seppur maggioritaria nei numeri, si è trasformata in spettro a livello politico e culturale e mediatico. Ha trionfato al suo posto l’ironia postmoderna, il sarcasmo hipster, il vacuo consumismo narcisista à la Sex & The City imitato da moltissime freelancer europee senza nemmeno la bozza di un contratto, mentre gli scioperi e la classe operaia venivano percepiti quasi come una presenza aliena, un disturbo estetico, un Altro da respingere con fastidio e quasi ribrezzo.

Mentre l’Europa in stallo economico si provincializza -e americanizza- sempre di più, sognando oratori plastificati, metropoli iper-controllate (vedi il percorso di Londra, Barcellona, Berlino, Milano…)  e ignorando ciò che avviene al di fuori dalla sua fortezza, l’America si europeizza sempre di più nella progressiva accettazione della propria decadenza: non più New York (o Roma) ma Costantinopoli: uno spettro dell’Impero che fu, ancora ansimante e con un forte potere decisionale, e che tuttavia continua a irrorare il suo fascino nei bifolchi che lo frequentano – quasi sempre per i motivi più sbagliati.

Le due sponde.

Secondo Zucconi e la maggior parte dei corrispondenti italiani de’ sinistra a New York, il mio è una tipo di anti-americanismo viscerale e cieco. Me ne farò una ragione: vivo a lavoro qui da due anni e non ho sentito un solo americano dirmi che ero troppi “anti”.

Ma perché devo considerare buono e giusto, tanto per dirne una, che la Clinton – icona femminista del XXI secolo – baci e abbracci un criminale di guerra come Kissinger – uno che pianificò scientificamente il golpe in Cile, appoggiò apertamente il regime di Videla in Argentina, mentì al pubblico sull’uso di armi chimiche in Vietnam e sul bombardamento segreto della Cambogia – senza che nessuno dei sopracitati fans obamiani protesti, o faccia una riflessione sui nostri tempi?

E perché quando Murdoch e Bloomberg fanno comparsa in un ristorante da tre stelle Michelen c’è la fila di ragazze che vogliono farsi una foto con loro, mentre quando Berlusconi strinse la mano a Gheddafi  – rifiuto ogni tipo di autoritarismo, ma come ignorare il passato coloniale e monarchico che ha preceduto il dittatore libico? – mi sono dovuto sorbire l’editoriale sarcastico dei Serra, dei Sofri, dei Merlo?

Non ci appartengono, nemmeno per sogno, i deliri dei nostalgici che si sono precipitati da Assad in segno di solidarietà contro l’Impero. Ma perché devo farmi fare la lezioncina sul “nazismo” di Putin – che tra i tanti orrori almeno ha contribuito a dimezzare il numero di poveri in Russia – dai cantori del “guerriero riluttante” Obama, mentre questo paese è alleato con vere e propri lager a cielo aperto come l’Arabia Saudita e il Qatar, dove uno dei giochi preferiti dei ricchi è scannare gli immigrati come polli?

La verità è che il moralismo di questi liberal si attiva solo quando glielo impone l’agenda dei loro padroni (invisibili, come tutti i veri padroni), e chi non ha una voce altrettanto forte non deve sentirsi intimorito né impaurito dall’essere ricacciato in un angolo.

Io non mi sento solo. Con me, anche solo virtualmente, ci sono tanti altri ragazzi, giovani e meno giovani, che protestando e lavorando in spazi minoritari non si sentono affatto turbati dall’accusa di essere troppo “anti” qualcosa. Meno che mai del loro paese: sono americani, lavorano in America e qui hanno vissuto quasi tutta la loro vita. Anche questa è l’America di Obama. Il dibattito mainstream, qui come in Italia, è totalmente tossico, ed è in mano a chi porta Saviano e Yoani Sanchez a tenere lezioni di felicità e giustizia negli atenei. La mediocrità impera tanto tra i benpensanti americani come tra quelli europei. Non illudiamoci di trovare a New York grandi dibattiti sull’Italia che prescindano dal parlare di burrata e mozzarella; proprio come in Italia raramente troveremo in tv qualcosa di meglio di un’analisi del taglio di capelli di Michelle.

La differenza, fondamentale, dolorosa, è che qui gli spazi minoritari possono sopravvivere con più aria, più fondi , più strumenti per agire e farsi sentire, senza elemosinare uno stage o una colonna gratuita in qualche blog da due soldi. Alla libreria Bluestockings di Brooklyn incontri sull’Autonomia degli anni Settanta sono frequenti e fanno il pieno anche in una uggiosa serata invernale. Professori universitari che non temono di parlare di “lotta di classe”, aggiornandola ai nostri tempi, come Joshua B. Freeman, sono letti e ascoltati senza subire minacce. I libri di storia di Howard Zinn sono ancora diffusissimi. Molte organizzazioni volontaristiche cristiane sono attive nelle metropoli e riescono a tenere lezioni sugli effetti dell’Agente Orange in Vietnam e il silenzio di Carter in piccoli centri culturali del Bronx, senza che (quasi) nessuno ne parli.

A questo punto mi piacerebbe concludere non con un’affermazione ma con delle domande: Come allearsi? Come trovare giustizia insieme, unendo i persuasi e i non-alienati tra le due sponde?  Per una nuova, più sana e feconda storia d’amore.

 

De-Orientalizzare il nostro sguardo sulla Siria e la Turchia

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Orientalismo. Titolo del celeberrimo saggio di Edward Said pubblicato nel 1978. Da Wikipedia: “Utilizzando e rielaborando il pensiero di Gramsci e Foucault tra gli altri, Said mette in luce il carattere di parzialità, quando non mistificatorio o privo di fondamenti oggettivi, contenuti nella nozione di “Oriente”, le sue determinazioni storiche e i suoi presupposti ideologici. L””Oriente” […], non sarebbe il nome di una qualche entità geografica o culturale concretamente determinabile, ma uno strumento utilizzato dalle culture di matrice europea innanzi tutto per poter costruire la propria identità di “Occidente” e, in parallelo, per ingabbiare le cosiddette culture orientali in formule stereotipe e generalizzanti, quando non disumanizzanti.”
Due modeste riflessioni sul nostro ruolo di “spettatori” rispetto a quanto succedendo in Siria e in Turchia.
1.
Partiamo dai nostri vicini più prossimi, i giovani turchi. Non e” questo lo spazio adeguato per analizzare nel dettaglio le ragioni della loro protesta. Ma ci basti immaginare se quanto accade oggi a Istanbul fosse successo in una città italiana. Il primo passo sarebbe stato – ne sono sicuro – , far scrivere a Sofri, a Saviano o a Calabresi un papello lungo così sulla necessità di distinguere i manifestanti pacifici dalle  “poche centinaia di idioti” che egemonizzerebbero le proteste:
“I passamontagna, i sampietrini, le vetrine che vanno in frantumi, sono le solite, vecchie reazioni insopportabili… Poliziotti isolati sbattuti a terra e pestati da manipoli di violenti: è una scena che non deve più accadere.” (Fra” Roberto da Santachiara, La Repubblica, dicembre 2010)
Pretendendo di stabilire una divisione fra buoni e cattivi, salvo poi usare toni ben diversi – ma ugualmente banali – quando si tratta di osservare ciò che avviene in contesti Altri da noi, al di fuori dell”Italia e dell”Unione Europea: “Ogni post, ogni tweet, ogni foto e ogni telecamera difende i manifestanti turchi dalla repressione della polizia autoritaria di Erdoğan. Ogni luce è una resistenza, ogni ombra è un arresto, una tortura, un disperso.”
Ma lasciamo  pure stare la mediocrità” di certi santoni mediatici. In generale si potrebbe ben tracciare una sorta di Teoria dell”Accettazione Democratica, per cui la distanza dai luoghi di rivolta e” direttamente proporzionale alla “democraticita” ” dei rivoltosi.
Come ha spiegato brillantemente lo scrittore Federico Campagna su Facebook, paragonando le critiche ricevute dai NOTAV e la diversa percezione degli scontri per Gezi Park:
“Al di la’ del simile casus belli parco/montagna, la somiglianza principale sta nello scontro tra l”autismo di un governo centrale, che si esprime soprattutto attraverso la sua polizia, e quella che una decade fa si sarebbe chiamata la ‘moltitudine’: ovvero una sezione del corpo sociale che si presenta e rappresenta come il popolo insorgente. Sia in Val di Susa che a Istanbul, l’autorita’ centrale si rapporta militarmente con una ‘moltitudine’ la cui insorgenza non e’ militare (non vogliono fare la rivoluzione), ma essenzialmente riformista (vogliono espandere gli spazi esistenti di democrazia). La cosa buffa e triste, e’ che sono proprio i cosiddetti ‘riformisti’ centro-sinistri italiani (che in realtà non hanno voglia di riformare proprio un bel niente) a dare man forte alla repressione poliziesca dei veri riformisti insorgenti. In Turchia, certo, dietro Erdogan c’e’ anche la palude religiosa che in Egitto si esprime tramite i fratelli musulmani e affini – ma e’ davvero cosi’ diversa dalla palude democristiana che tuttora appesta l’Italia? Le vacche nere restano nere anche di notte.”

Mentre sono gli Altri, in Oriente, a meritarsi una rivolta diffusa e spesso violenta (e la nostra solidarietà virtuale), da questo lato del Mediterraneo il nostro sviluppo economico, la nostra cultura retrospettiva, il nostro essere “Occidente democratico” indurrebbero maggiore diversificazione, riflessione, un”accurata suddivisione delle ragioni della protesta.

Guardando più a fondo nelle nostre piaghe, quello che sta succedendo ad Istanbul è a mio avviso una buona lezione anche per chi di noi e” nato in Meridione. Quante volte ci siamo sentiti dire: “Sì al Sud abbiamo tanti problemi, ma il clima, il cibo e bellezza ci impigriscono, ci rammolliscono?” E in fondo, la povertà endemica è limitata ad alcune zone dimenticate da Dio…

Eppure oggi la città ad essere esplosa e” Istanbul, un megalopoli di strepitosa bellezza che nulla ha da invidiare a Napoli o Palermo, con una cucina fantastica, un clima splendido. E un”economia invidiabile. Le ingiustizie e le disuguaglianze non mancano, ma di certo a Catanzaro, Palermo e Foggia non ci sono meno motivi per scendere in strada e spaccare tutto. Altro che Gezi Park. Il contesto ambientale influenza sicuramente la nostra psicologia e la nostra socialita”, ma non puo” tirato in ballo per de-responsabilizzare l”individuo dalle sue scelte, dal suo coraggio o dalla sua vigliaccheria.

Insomma un buon esercizio per il futuro potrebbe essere quello di non orientalizzarci da soli – per usare il termine reso celebre da Said -, di non giustificare la nostra rinuncia, la nostra depressione politica e la nostra mentalità pezzente tirando nel mezzo il romanticismo e la dolcezza del paesaggio.

2.

A proposito della Siria, sembra invece in funzione l”eterno giocattolo a molla dell”Emergenza Umanitaria: dalla parte dei “ribelli” o del Dittatore? Chissà quando si romperà” questo giocattolino. Si ruppe per qualche tempo durante nel 2003, quando in decine di milioni scesero in piazza contro l”intervento in Iraq – e ugualmente vinsero i falchi, e questo pure dovrebbe far riflettere sull”utilità delle sfilate colorate e pacifiche.

Anche nella scelta semantica si percepisce la rozzezza dello sguardo orientalista: se i ribelli insorgono contro Assad o contro Erdogan sono sintomo di qualche “primavera”. In Occidente, invece, a Londra come a Roma, essi vengono suddivisi in minuziosi compartimenti: ci sono i pacifici e ci sono le minoranze violente, i girotondini e la marcia di Assisi da un lato, gli anarchici e i blac bloc dall”altro etc.

Oggi la Siria e” diventata insieme al Messico il primo fornitore mondiale di orrori immortalati in video. Ogni giorno emergono impietosi filmati in cui i presunti “Ribelli” scaraventano dai tetti degli ospedali donne e bambini, fucilano adolescenti davanti agli occhi dei genitori, praticano cannibalismo alla luce del sole. Cosa a che fare tutto questo Vi potrei allegare qualche link ma le piattaforme in cui scrivo mi bannerebbero per l”eternità”.

Triste pensare che un connazionale sia andato fino in Siria per immolarsi in nome di Maometto anziché di qualche sacrosanto principio socialista o terzinternazionalista. Qui non c”e” spazio per approfondite analisi geopolitiche ma la verità e” che in questa guerra civile – tra le più” schifose che si siano mai viste  – dovremmo rivalutare il nostro ruolo di “osservatori passivi”, con le nostre ansie da “presa di posizione” “- quando non sono annegate nel disinteresse e nella manipolazione totale. L”unica posizione che potremmo prendere, a ben pensarci, e” quella di non prendere posizione.

Chiunque vinca, tra Assad e i “ribelli”, a perdere saranno i siriani e qualunque causa di giustizia per gli oppressi. Toccherebbe a noi privilegiati, nei limiti dei nostri mezzi, auspicare la loro fuga, e per quanto ci riguarda respingere la propaganda strisciante che ci troviamo in casa.

Ancora una volta, acuminare lo sguardo, de-orientalizzarlo, rifiutare il discorso sull” “eccezionalismo” di quanto accade all”Altro e conviverci, piuttosto, che l”Altro potremmo essere noi.

Il Soft Power che terrà buoni i progressisti

in Articolo by

Sbaglia, a mio avviso, chi dice che questo governo di compromesso è nato senza tener conto degli elettori. Ovvero del “pubblico da casa”.

La scelta dei ministri, di destra e di sinistra, o per meglio dire di destra mafiosa e di centro liberista, segue ancora una volta il ruffiano modello del cinema di Hollywood. La formula è semplice: mettere più” donne nei ruoli “da maschio”, mettere uno “di colore” nel ruolo del “buddy”, metteterci un”atleta, magari, una “superpartes” – come la Bonino -, e il “pubblico” non smetterà di protestare, ma forse protesterà di meno. Avessero messo ai loro posti chi davvero da gli ordini, a quegli attori là, il “pubblico” avrebbe reagito con maggior (e più” stupida) indignazione.

Lo chiamano Soft Power.

E” una lezione già messa in pratica, con successo, dai “conservatori compassionevoli” negli USA e in Inghilterra: controbilanciare una politica de facto spietatamente classista con operazioni di restauro e rinnovo per imbonire gli stolti.

Bloomberg parla di diritti civili per le minoranze, di divieti di fumo, di riduzione delle porzioni nei fast food. La militarizzazione fino al midollo della città, la riduzione degli spazi di sperimentazione e “informalità” e il soprattutto il suo impero personale da 25 miliardi di dollari vengono messi in secondo piano dalla magica fabbrica dei manipolatori professionali. Cameron si fa fotografare mentre stringe la mano al povero invalido e prende la metro come tutti i comuni mortali, e i nostri giornalisti più  conformisti – e dunque, “spendibili” – abboccano e “retweettano”. E potremmo citare anche i casi emblematici della Clinton e di Obama, ma non è qui il tempo né lo spazio.

Nel nostro caso – di cui ci importa relativamente poco in verità, avendo già chiara la necessità di una politica di nuova autonomia e radicale opposizione – al potere avremo i tecnici di Aspen e delle lobby lettiane. Berlusconi non sbaglia un colpo ormai da mesi. Il PDL nei sondaggi è il primo partito. C”è la prospettiva di ritrovarci in una dimensione grottesca a cavallo tra i Settanta italiani e i fine Ottanta Inglesi – prima l”austerity, poi un governo conservatore, infine l”opposizione – o la sua pantomima – nelle mani di un liberista carismatico -Renzi come controfigura di Blair. Eppure – quando ci scommettiamo? – sul Venerdì  di Repubblica si parlerà dei figli della Idem e dell”infanzia del “primo ministro nero”.

Distrarre e tranquillizzare. Sono bravissimi, come sempre.

Manganelli: Santo Subito?

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Protesta dei terremotati a Montecitorio, 2010.

DAL 1947 AD OGGI la mano stragista dello Stato ha ucciso, con bombe e mitragliate di polizia, udite udite, oltre 200 persone. Contro le quasi 80 delle BR. Lo ha scritto Sergio Zavoli, non il fondatore di Potere Operaio.

Buonanima Manganelli ha più volte gridato “al lupo al lupo” per gli “anarchici pronti a uccidere”, paragonandoli addirittura alla mafia. Disgraziatamente per gli anarchici, la loro brutta fama è totalmente immeritata: mentre non si registra nessun attentato anarchico negli ultimi anni, ci ha pensato la polizia a far morire un bel po” di persone: 915 (contando solo i morti in carcere) dal 2002 al 2012.

Mi disse una volta un ex vice-questore che le autorità possono “comprarsi” i giornalisti molto facilmente: basta essere sempre cortesi agli incontri e passare gli scoop al momento giusto. E infatti.

Quasi nessuno, nella stampa che davvero conta qualcosa, ha ricordato che Manganelli fu lo stesso che autorizzò il pestaggio di centinaia di terremotati aquilani fuori a Montecitorio, e che un nemico del movimento resta pur sempre un nemico del movimento, anche se non è arrivato a contraffare prove giudiziali, come il suo predecessore.

Come sempre, la cronaca facebookiana favorisce dispersione e oblio. Ma andiamoci a rileggere “Sicurezza, territorio, popolazione”, di Foucault, tra un link su Grillo e l”altro.

20 Marzo 2013.

NOTA: questa riflessione in realtà è nata dopo aver letto il panegirico di Silvia D”Onghia sul Fatto di oggi (giornale con cui ho collaborato più volte, nella sezione londinese: not surprisingly, nei gruppi in espansione è più facile trovare spazi di tolleranza che nei gruppi in crisi).

E” incredibile come, nonostante tutti i progressi fatti dai tempi del Corriere di Albertini, per difendere un personaggio amato dall”establishment, si ricorra sempre allo stesso pattern: 1) Fiducia Personale (“Ci ho preso un caffé”), 2) Ridimensionamento Utopico (“Al posto suo altri si sarebbero comportati peggio.”) 3) Rinforzo Mitologico (“Ha incontrato/preso caffé con Falcone/Borsellino”) (scritto in grassetto ) 4) Rinforzo Religioso (“Ha stretto la mano a Don Gallo/Don Ciotti, etc..”) 5) Resa Patetica (“Lasciamolo riposare in pace!!!”).

Chi sono 'loro', adesso?

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Stanno girando molto, tra i miei compagni, le dichiarazioni di una stronza – passatemi il termine – del M5S che ha scritto cose tipo: “Il fascismo delle origine fu molto attento allo Stato e alla famiglia” – Ma va!  Fin troppo attento, direi -, “Aboliamo i sindacati”, etc… La ragazza sarà probabilmente rappresentante del Movimento alla Camera e le reazioni scioccate erano del tutto prevedibili.

Ma il merito del M5S è stato – anche – questo, possiamo finalmente dirlo: aver scoperchiato l”imbecillità, la rozzezza e la pochezza del nostro prossimo, del nostro coetaneo, di chi ha seguito percorsi di vita simili al nostro. In poche parole: del nostro “amico” su Facebook. Siamo onesti: molti di noi avevano uno status già scritto nel cassetto, pronto per l”uso ma perennemente bloccato dall”auto-censura: “I miei amici più cretini votano Grillo”. Ora è già superato dagli eventi: a votare M5s sono stati proprio gli under-25, i laureati, gli ex votanti di sinistra, i “connessi” alla Rete. Insomma, che ci crediate o no, il nostro mondo.

Eppure fino a pochi giorni fa i “cattivi” erano altri. Erano loro: un”entità vischiosa e indefinibile, il cui ritratto ci veniva fornito da mediatori professionali altrettanto vischiosi e ambigui: i Serra, i Maltese, gli Scalfari, i Benigni.. Quanti berlusconiani o democristiani conoscevate, di persona o virtualmente? Nella mia piccola campana di vetro, i razzisti e gli omofobi li avrei potuti contare sulle dita di una mano. Sulle nostre bacheche non v”era quasi traccia, di loro. In realtà, non li invitavamo nemmeno: davamo per scontato, recitando un mantra non scritto, che tra gli utenti della Rete ci fossero i più svegli e i più persuasi (per usare un”espressione cara a Capitini).

Ci credevamo, lo sentivamo.

Ci sbagliavamo.

Ora la SVEGLIA!!11!! ce la danno loro, i “prossimi” a noi, con tanti esclamativi usati a mo” di manganello. E scopriamo che loro sono tra noi, e forse siamo noi stessi. La cultura che ha prodotto la stronza di cui sopra non viene dal nulla, ma è il risultato di tante litigate rimandate col nostro vicino di banco “perbene”, di tante questioni di principio annacquate con un cocktail sui gradini di S. Lorenzo, a Milano – quando non venivano recintati dalla Moratti e da Pisapia. E” il mesto piegarsi alla logica del compromesso e del “meno peggio”. E” la cultura autoreferenziale di molti blogger dalla battuta leziosa e jovanottiana, di un sistema cultural-intellettuale che da due decenni fa acqua da tutte le parti, che ama “speculare” sui fenomeni sociali senza chiedersi come mai, in questo vuoto di idee coraggiose e soprattutto di scelte morali, qualcun altro – loro – abbia scelto di muoversi comunque anche se in modi e linguaggi che ci sembrano orrendi.

Ora le conseguenze le pagheremo tutti, in forme ancora da verificare. Forse svilupperemo un”ulteriore diffidenza, un”ulteriore paranoia dei confronti del nostro “prossimo”. Magari sbagliando bersaglio: prendendocela solo con i manipolati dimenticando i manipolatori. Oppure mettendo nuove serrature alle stanze vuote di una catapecchia che volevamo occupare da soli.

@kaosreport

Il tuo nemico più prossimo

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Apertura Apple Store a Catania, Italia, 2011.

L”Italia si è riscoperta socialista.

E” riemerso “lo spettro del fascismo” e tutti stanno in allerta.

Quando a parlare sono Grillo e Berlusconi, ovviamente.

Il panico è grande e non c”è nemmeno un Aventino immaginario sul quale rifugiarsi. L”Italia perbene è in “trincea”, saldamente  seduta sulla propria sedia. Ossessionata dal bisogno di indignarsi, informarsi. Condividere, soprattutto. C”è un pericolo alle porte: l”Eterno Ritorno dell”Uguale. Altrimenti detto: il Totalitarismo dell”Uomo Qualunque. O Populismo della Piazza.

Se su Berlusconi è stato già usato ogni epiteto possibile, per descrivere questo venditore di tappeti capace di fingersi tutto e il contrario di tutto, di esibire qualuque cialtronata pur di catturare il disagio dell”elettorato più anziano e incolto, qualche breve parola la vorrei spendere sul Movimento Cinque Stelle, sapendo di correre il rischio di cadere nel già-detto.

Per chi scrive la figura di Grillo equivale a quella di Bersani: nel senso che il suo orizzonte politico e culturale è, nonostante i proclami, il trionfo del riformismo. Avendo come primo interlocutore il Cittadino, infatti – il Cittadino Che Lavora, il Cittadino Che Non Ci Sta, il Cittadino-che-paga-le-tasse, etc. – la sua utopia non può andare certo oltre la “riforma” del “sistema”. Il suo rimane sempre un “dialogo”, per quanto rozzo e a parole distruttivo. Detto questo, ho avuto modo di incontrare la maggior parte degli attivisti del M5S napoletano già nel 2005, molto prima che si pensasse a possibili sbocchi elettorali. Erano i cosiddetti meetup. C”erano persone di tutte le età, soprattutto giovani e istruiti, che organizzavano riunioni per discutere di temi davvero arditi, quali: la raccolta degli olii esausti, gli inceneritori, la raccolta differenziata, la pulizia delle piazze, il giardinaggio, i referendum per i “beni comuni” – i beni comuni sono una fesseria, ma è un discorso che qui non apriremo -, la critical-mass, i parchi pubblici, tanto per citare qualche esempio che mi torna in mente.

Possiamo scandalizzarci quanto vogliamo delle dichiarazioni “fasciste” di Grillo e di alcuni suoi seguaci, dell”apertura a Casapound e della demagogia delle sue proposte. Ma questa è la mia esperienza e ci tenevo a raccontarla.

Scrive lo storico Emilio Gentile: “(il fascismo era) un fenomeno politico moderno… rivoluzionario… con un”ideologia attivistica e antiteoretica, a fondamento mitico, virilista e antiedonistica, sacralizzata come religione laica…”. Un movimento che si considerava, tra i suoi aderenti, trasgressivo e ribelle. Da qui il parallelo tra il “me ne frego” e il “Vaffanculo”, tra il culto di Benito e quello di Beppe. Manca nel M5S qualunque visione liberatrice per chi lavora o per gli immigrati, qualunque discorso di “classe”, di “liberazione” che non sia quella dalla burocrazia o dalle tangenti.

Se abbiamo paura del fascismo inteso come movimento nazionalista, antimarxista e antiliberista al tempo stesso, allora forse il grillismo si configura come tale. Fa un po” sorridere immaginare questi smanettoni esperti di Youtube come un pericolo per il potere costituito, specie in un Paese dove ancora si applicano codici degli anni Trenta e si condanna alla gogna chiunque lanci un sanpietrino, ma diamo per buona questa analisi.

Se invece parliamo di fascismo inteso come “regime”, un regime che tenta di controllare capillarmente la società in tutti gli ambiti di vita, imponendone l”assimilazione ad una sola ideologia; un regime che controlla la Stato e non si limita ad imporre delle direttive, ma tenta di mutare radicalmente il modo di pensare, di inserirsi nell”intera vita privata dei suoi cittadini, al punto da far identificare essi stessi nello Stato, ebbene allora in questo caso il grillismo è arrivato troppo tardi: il fascismo c”è già.

Vero, abbiamo tutti la possibilità di votare. L”obbligo di leva è stato abolito. Le turpi squadracce che ad Atene e nella periferia romana vanno a caccia di immigrati ancora non hanno conquistato il nostro inutile Parlamento.

Ma è questo il fascismo come “idea totalizzante”? La svastiche e i fasci littori sono stati sconfitti. Ma i loro elementi essenziali – militarismo, razzismo, imperialismo – sono demoni che minacciano fuori la finestra, con le fattezze di cani rabbiosi, oppure sono stati già assorbiti, da decenni, nelle ossa avvelenate dei vincitori?

Ma soprattutto, perché  nessuno di questi Matteotti del 2013 chiamò “fascista” Gianni Agnelli a suo tempo, anziché riverirlo come simbolo di eleganza, quando mori” – Agnelli che col fascismo si era arricchito? Perché nessuno di questi giornalisti democratici chiama oggi “fascista” la nostra polizia o il nostro sistema carcerario, i più disumani d”Europa – forse perché fa troppo “2001” ed è fuori moda? E chi si degnò di chiamare “fascista” il reporter che oggi non vuol incontrare i nazi di Casapound ma ben pensò di pubblicare la foto con il domicilio di uno dei sospettati per la strage di Brindisi – che alla fine risultò pure innocente?

Alexander Stille da del rincoglionito e filo-terrorista a Dario Fo su Repubblica, un quotidiano che  aveva censurato un blacbloc come… Odifreddi, quando questo si era permesso di chiamare “terrorista” lo Stato di Isreale. Sì, ma Ahmadinejad? Ahmadinejad non è mai venuto a farmi paternali sui pregi dello stakanovismo, tanto per iniziare. Al contrario dei devoti di San Jobs da Cupertino. E questo già mi basta per non voler organizzare golpe contro di lui

Domandiamoci, per una volta, onestamente, chi o cosa rappresenta l”oppressore delle nostre esistenze. Qui e adesso. Sono sicuro che nella maggior parte dei casi non verrà fuori la testa rasata di un tifoso bestiale, né un sottoscala zeppo di studenti che discettano su leggi e corruzione.

Cos”è un saccheggio di un supermercato, una torta in faccia ad un intellettuale, un calcio nel sedere ad un giornalista, un cantare animalesco di cori nello stadio, a confronto dell”alienazione mortale delle nostre esistenze, dello squillo sempre troppo anticipato delle nostre sveglie, della prospettiva di quarant”anni da passare in fila al supermercato, con in mano una carta di credito rimpinguata, se ci va di lusso, dalla carità di qualcun altro?

Mi auguro che Casapound e Casaleggio non prendano troppi voti. Ma le adunate che più mi fanno paura, comunque vada a finire quest”avventura – e di avventura ne abbiamo bisogno – non sono in piazza – regno di scoramento e malinconia, soprattutto tra chi vota Grillo -, ma quelle robotiche e iper-eccitate dei dipendenti Apple, che ballano a ritmo rock. Il lavoro, sopratutto di questi tempi, rende estremamente euforici. Talmente euforici da non farci realizzare di aver sacrificato la nostra vita, la pienezza della nostra esistenza ad una religione civile, un”astrazione pericolosa tanto quanto il Dio, Patria & Famiglia di mussoliana memoria.

Non c”è manganello più pericoloso di quello invisibile e che non lascia lividi, bellezza. Alba Dorata sopra di me, il poliziotto armato dentro di me…

23 febbraio 2013.

Vedi: Inaugurazione Apple Store Porta di Roma

Il Fenomeno Trolling nella Dialettica Servo-Padrone

in giornalismo by

 

(Ovvero: piccola riflessione sull”autocoscienza ai tempi di Facebook)

Tempo fa un amico mi scriveva: “Ho saputo che da qualche settimana stai litigando su Facebook con ****, che nel mondo del giornalismo italiano e” un astro nascente. Stai attento, che per il mestiere che fai e” pericoloso.” Non era la prima volta che ricevo consigli del genere, e non era la prima volta che ne conoscevo le ragioni. Quante volte mi sono detto: sii più  cauto, commenta solo quanto necessario; clicca “mi piace” quando non e” compromettente; evita un linguaggio acido e polemico. Magra e” la consolazione di non essere solo in questa debolezza. Un altro amico mi confessava:  “Quando leggo la maggior parte dei giornali online mi faccio prendere da un moto di rabbia… A volte non riesco a fare a meno di intervenire, condividere, dire la mia. Ma per il mio lavoro e” imbarazzante. A volte creo profili fittizi. O resto anonimo.”

Non e” una sorpresa che la struttura dei social media, e di Internet 2.0 in generale, si basi sulla tendenza umana a condividere sensazioni e informazioni. Sulla nostra nostra incapacità  di autocontrollo, sulla nostra mancanza di disciplina interiore. Il problema e” che i social media rendono sempre più  trasparenti le nostre vite in una cultura che fa dipendere il nostro sviluppo sociale da una miriade di segni, di dettagli, di esami da superare. Rendendoci cosi” vittime della nostra stessa addiction.

La prima vittima di questo nuovo panopticon in cui tutti sono controllori e controllati [1], è una figura quasi universalmente detestata,  che io invece vorrei qui difendere: il troll. Il termine troll viene ormai adottato, dagli addetti ai lavori, da quelle cinquanta-sessanta firme che davvero contano nel dibattito culturale d”ogni paese europeo, nella stessa maniera in cui la politica americana agita il termine “terrorismo”: per stigmatizzare agli occhi del pubblico qualunque disturbatore di manovra. L”unico modo per sfuggire al rischio di auto-esclusione è semplice: fai il cittadino della Rete corretto e ubbidiente, rispetta la netiquette, diventa fan del guru virtuale di turno. Allora va bene. Fai numero. Se invece cadi vittima della droga che ti viene somministrata – “Buongiorno, Paolo. Cosa stai pensando?” -, rischi di finire sulla black list di qualcuno.

Un tempo leggevo una “collega” – il cui nome tacero” per amor di patria – che descriveva senza pudore alcuno, dal suo appartamento all”ottavo piano nell”Upper West Side, Obama come un Cristo in terra. Mi chiedeva pure di fare sharing delle sue pagine. Come individuo-numero, vuoi per una logica bizzarra, vuoi per un automatismo mercantile introiettato nel nostro comportamento, le servivo. Mi sono permesso di dissentire da certi suoi sproloqui. Con ironia forse un pò caustica ma garbata. Mi ha cancellato dai contatti e bloccato.  Poi, in privato, mi ha scritto: “Io di questo lavoro ci campo. Se lo ridicolizzi, a che pro dovrei tenerti tra gli amici?” Ha ragione pure lei: in tempo di crisi, non c”è spazio per i rompiscatole e le polemiche tra poveri. E quanti amici reali ho perso, o comunque mi sono fatto nemico, per via di boutade virtuali? C”è una suscettibilità, un”irritabilità nell”aria che fa spavento. La depressione di questo decennio è che ci facciamo fare di tutto dai nostri capetti, dalle società in cui siamo impiegati, dal nostro vicino di cubicolo, poi diventiamo intolleranti e dispettosi con chi si potrebbe fare qualche bella chiacchiera vivace e qualche litigata costruttiva. Perché, come sempre, “non c”è tempo”. E il tempo che ci resta tra l”alienazione da ufficio e il martellamento pubblicitario va suddiviso tra la famiglia e… gli onnipresenti meme.

Dunque ecco la scorciatoia per il Volo-pensiero, per il Fazio-pensiero,  per la Repubblica-pensiero: un moderatismo mellifluo e ambiguo che, mantenendo una garbata distanza tra realtà e irrealtà, non fa che il gioco dell”irrealtà. Le battute della Fornero, il buonismo esasperante di certi responsabili comunicazione PD, il sarcasmo post-modernista di certi artisti, l”indignazione telecomandata di certe femministe odierne, non sono solo, anch”esse, forme subdole di trolling nei confronti del lettore: sono esternazioni irreali. Irreali in senso morantiano: espressioni di una pseudo-cultura dall”istinto auto-distruttivo e auto-estraniante che non ha nulla di umano. Tutto ciò è possibile perché, va detto, i paladini della irrealtà non hanno pudore né paura: nessuna rappresaglia possibile che ne possa intaccare le conformiste certezze.  Pensare che nel 1977 a Milano tirarono le molotov sul palco di uno scarso come Santana: erano tempi duri, per le star.

****

Verrebbe in mente un aggiornamento della famosa dialettica servo-padrone di hegeliana memoria, ai tempi del troll e del VIP: il padrone-VIP, esponendosi, rinunciando all”intoccabilità dell”anonimato pur di affermare la propria opinione, ha raggiunto il suo scopo primario. Si eleva cioe” su quello che è divenuto il suo servo-troll. Questi ha nell”anonimato – nel suo essere un numero, un”entità ininfluente – la sua caratteristica principale. Anche il servo-troll però diventa importante per il padrone-VIP, poiché dal lavorio anonimo del primo dipende il mantenimento in “visibilità” del secondo. Il servo-troll, criticando, leggendo una pagina, cliccando, condividendo, infiammando il dibattito, dà al VIP ciò di cui ha bisogno. Il padrone-VIP non riesce più a fare a meno del servo-troll. Dunque la subordinazione si rovescia: il VIP, cedendo alla patologica necessità di “comunicare” diviene troll, poiché è strettamente legato all”attività del troll medesimo. Viceversa, il troll, con il suo piccolo, costante lavorio, diviene in qualche modo padrone del VIP. In poche parole, nella dialettica troll-VIP, l”apparente superiorità del secondo non gli assicura il controllo del mondo che aveva con tanta tenacia provato a conquistare.[2]

I troll hanno dunque una precisa funzione nell”universo patologico nel quale si muovono: essere antidoto ad un perbenismo velenoso tanto quanto la volgarità gratuita.

Capisco coloro che vogliono fluttuare sopra le dispute penose e interloquire solo con la compostezza dei gentiluomini. Detto questo, ci sono volte in cui ciò che ci scorre sotto gli occhi è nettamente, terribilmente ingiusto, senza sfumature. Qui sopraggiunge il fremito tipico dell”addiction: quando qualcosa è nettamente, terribilmente ingiusto, e non sto parlando di un Toh-ha-sbagliato-la-citazione-di-Gandhi-ingiusto, devo ammettere di provare un certo piacere nell”assistere alla alla riduzione in poltiglia degli argomenti di un altro essere umano – nell”assistervi coltivo e accresco anche un corroborante pregiudizio, che e” cosa umanissima e comprensibile.

Non c”è giorno in cui non legga qualche scrittore di una certa fama, qualche giornalista giovane o anziano lamentarsi per la quantità di bile ricevuta a margine delle loro pubblicazioni. Qual è il costo inflitto alla civiltà dai commentatori online più  sgarbati? In qualche caso non si può non convenire che con la nascita della Rete e” morta la decenza nel disaccordo. Certo, conosciamo tutti quella tipologia di troll che, nascondendosi dietro l”anonimato, arrivano a minacciare, offendere senza ritegno, pubblicare immagini pornografiche o scioccanti, tirando in ballo affetti familiari, malattie, la derisione di difetti fisici, di lutti e di tragedie.

La verità è che, si parli dell”uccisione di soldati in Afghanistan, si scada nella crudeltà parlando di un decesso o si tratti di far sapere ad uno scrittore che ha torto marcio, il trolling è un”attività non solo inevitabile, ma direi persino salutare. Dovrebbe essere rispettata e studiata. Non perché il potere liberatorio del commento indecente sia qualcosa in più o di diverso di una delle tante patologie del nostro capitalismo – è un potere fittizio, infatti – ma perché esso ha il merito di scoperchiare la falsità dell” “educazione” di chi si scandalizza. Se infatti uno dei mantra più  in voga tra gli “educati” è: non scrivere online quello che non diresti nella vita reale, bisognerebbe rispondere che mai, nella storia dell”umanità, siamo stati tempestati da una tale quantità di opinioni, battute, freddure, punti di vista, calati dall”alto e moltiplicati dai media. Non c”è forse molto di nobile, né di naturale, nel trolling. Ma non c”è davvero niente di naturale nemmeno nel bombastico riprodursi dell”intellettualismo odierno.

Il punto è che in un certo senso siamo in guerra. Una guerra che va aldilà delle parole. E” una guerra che ha a che fare con l”immigrazione, la religione, la politica a livello terreno. Tutta la nostra vita è un sedersi in poltrona e lasciare che gli altri la facciano franca. Permettiamo al nostro boss di giudicarci, alla pubblicità di giudicarci, di farci intendere che non siamo importanti, non siamo unici ma piuttosto stupidi, che apparteniamo a questo e a quello, mai a noi stessi. Li vediamo ridere sotto i baffi.  Ma alcuni di noi hanno capito il vero significato dietro i loro sorrisi, dietro il loro bon-ton e la loro etichetta, dietro le loro parole, scritte o no. “Se questo è il vostro gioco, noi ci entriamo con le nostre regole e la nostra barbarie.”, potrebbe iniziare un immaginario manifesto dei troll.

***

Il VIP vorrebbe dominare il mondo nel quale esercita la sua notorietà, pretendendo rispetto delle regole, educazione e compostezza del lettore, partendo dalla premessa che egli è un suo pari. Ma è una premessa fuorviante: il lettore non pubblica, al massimo commenta, e il suo commento subisce un filtro. Anche quando il lettore si trasforma in troll, come abbiamo visto prima, e la dialettica con il VIP arriva al punto da rendere l”uno dipendente dall”altro, la distanza tra le due figure non viene mai del tutto eliminata: il lettore, che mantenga o no le sue buone maniere, rimarrà sempre marginale nel discorso che si sviluppa online. Anche un semplice rompiscatole può finire avviluppato dalla patologia di “commento ossessivo” invogliata dai social media; mentre il VIP, per quanto condizionato dal lettore, resta appollaiato, gongolante, sulla sua poltrona di titoli, contratti, protezioni e alleanze.

Il trolling è un fenomeno comprensibile verso il quale provo solidarietà. Ma che effetti ha su chi ne è vittima? In fondo, bisognerebbe solo confrontare costi e benefici. Alcune esternazioni online, benché intelligenti acute e puntuali, non sortiscono alcun effetto se non quello di costare caro a chi le scrive.  L”errore del troll, paradossalmente, è spesso quello di dire cose troppo deboli e troppo forti allo stesso tempo: troppo deboli per cambiare alcunché, troppo forti per non costargli caro in termini di esclusione.

Cosa scegliere allora? La cooptazione verso un modello di partecipazione virtuale alienata ma perlomeno non rischiosa? Quella che Hegel, nella dinamica servo-padrone, chiamava l”emergere dello stoicismo o la “coscienza infelice” del servo? Ovvero la consapevolezza di essere liberi solo virtualmente, ma non nelle realtà; di dover vivere una vita ai margini del dibattito, una vita che non s”allinea con la consapevolezza di ciò che è invece la realtà – non il freddo fact-checking giornalistico, ma una sincera vicinanza con le cose del mondo. Da qui in fondo nasce l”ossessivo cliccare e condividere indignato di siti complottisti fino al paradosso, di movimenti online populisti e di guru della controinformazione: il corrispettivo domestico del buddista che si brucia vivo o del detenuto che si lascia morire di fame.

Forse l”unica via d”uscita per il lettore che voglia essere troll senza essere servo, è nel riuscire a dominare i propri desideri, attraverso un lavorio che contenga in sé disciplina e non spreco. Il liberarsi dalla catena di montaggio virtuale dell”indignazione. Un lavorio che lasci traccia e non si disperda nell”oblio della Rete. In una sintesi: la dignità la si ritrova con l”autocoscienza aggiornata ai tempi di Facebook.

L”autocoscienza, che già  in Hegel ha valore sociale e politico e in Marx diventa coscienza di classe; l”autocoscienza che si raggiunge solo se si confronta  la nostra particolare esistenza con quella degli altri. Ebbene questa autocoscienza non si raggiunge solo attraverso lo scambio di amorevoli opinioni, bensì attraverso la lotta. Una lotta per cui, addirittura, alcuni individui arrivano a sfidare la morte sociale – oggi diremmo: la fine della carriera, l”esclusione dal consesso civile – per potersi liberare tra quelli che, al contrario, hanno paura e finiscono per subordinarsi ai padroni. Se chi pratica il trolling si dedicasse a spaccare sepolcri imbiancati senza far diventare la distruzione il proprio tratto caratteristico, senza far diventare il trolling il suo lavoro, allora gli potremmo essere ancora più vicini.

Vale la pena, in una società dove tutto è networking ed equilibrio tra consenso/assenso, prendere questione – come dicono a Napoli – per una questione di principio? Affliggere i consolati anziché consolare gli afflitti? Ribellarci all”ovvio, alla retorica – in poche parole: rompere le uova nel paniere? Nonostante tutto, nonostante la tentazione ad avere un approccio piu” strategico e calcolatore alla vita, se fatto nei modi giusti, penso ancora di sì: forse non si raggiungeranno mai certe platee vaste e a Sanremo non finiremo mai. I prof. non ci chiameranno mai a tenere lezioni e gli amici che cercano di sfondare si guarderanno bene dal chiederci supporto. Ma qualche risata tra di noi, da pochi a pochi, nella nostra piccola tribù di non-del-tutto-alienati, ce la potremo fare ancora.

[1] `Si legga a tal proposito il bel saggio di E. Morozov The Net Delusion. Vd. http://www.prospectmagazine.co.uk/magazine/how-dictators-watch-us-on-the-web/

[2] F. Hegel, Fenomenologia dello spirito.

Se il Marxismo è ancora tra noi

in economia/giornalismo/società by
Un dipendente pubblico in sciopero a Londra, l”anno scorso. Foto: KeystoneUSA-ZUMA/Rex Features

«Il conflitto di classe sembrava semplice, un tempo: “La borghesia produce innanzi tutto i suoi seppellitori. La sua caduta ed il trionfo del proletariato sono del paro inevitabili”. Questo scrivevano Marx e Engels tra il 1847 e il 1848 nel secondo libro più venduto della storia,  Il Manifesto del Partito comunista. Oggi, a 164 anni di distanza, la situazione è esattamente all’opposto. I proletari, lungi dal seppellire il capitalismo, lo stanno tenendo in vita artificialmente. Gli sfruttati e i sottopagati apparentemente liberati dalla più grande rivoluzione socialista della storia – quella cinese – sono condotti sull’orlo del suicidio per far continuare a giocare quelli in Occidente con i loro iPad. I soldi della Cina finanziano un’America altrimenti in bancarotta».

 

Inizia così un pezzo di Stuart Jeffries per il Guardian, dal titolo Why Marxism is on the rise again, perché il marxismo si sta rialzando di nuovo. Non un patetico foglio sovversivo, ma il piu’ importante quotidiano progressista britannico decide di rispolverale i testi di Marx and Engels e si chiede come mai riescano ancora, nello scenario di macerie del mondo contemporaneo, ad alimentare una qualche speranza di cambiamento.

La domanda non e’ del tutto peregrina, dato che dal 5 al 9 luglio si è tenuto a Londra il festival Marxism 2012. Non era una novita’. L’evento e’ organizzato da oltre un decennio dal Socialist Workers’ Party, un partito minoritario ben lontano dalle stanze dei bottoni. Ma questa volta e’ stato diverso: il festival ha ottenuto un’attenzione senza precedenti, soprattutto da parte dei più giovani. Ho deciso di farci un salto dopo aver aver ricevuto l’invito contemporaneamente da un’amico ventenne artista di Camberwell, una traduttrice italiana di Islington, uno scrittore di New Cross e un anarchico sessantenne di Hackney.

Ci sentivamo in buona compagnia, anche prima del festival:  l’editoria inglese sta sparando sugli scaffali munizioni letterarie di tutto rilievo, tali e tante da far pensare che il dibattito sul marxismo non sia del tutto esaurito – come invece pare essere in Italia. Il professore di letteratura inglese Terry Eagleton ha pubblicato l’anno scorso un libro intitolato Why Marx Was Right. Il filosofo maoista francese Alain Badiou ha partorito un volume dalla copertina rossa col titolo The Communist Hypothesis. E si dichiarano senza alcun timore o tremore “marxisti” personaggi come l’ancora attivissimo Eric Hobsbawn, Jacques Ranciere, il sempre piu’ di moda Slavoj Žižek, il ventisettenne  Owen Jones che ha affrontato la tematica dei chav – i tamarri inglesi – con l’ispirazione del primo Pasolini. Resta da vedere se le loro munizioni saranno di granata o di cerbottana.

Questione di epoca e di segnali: la piu’ importante casa editrice radical anglosassone, la Verso, dopo aver quasi rischiato la bancarotta nel 2006, ora pubblica decine di nuovi titoli l’anno. Le vendite del Capitale, nonostante la concorrenza della spazza(lettera)tura di self-help alla Coehlo e di self-made men alla Jobs, sono schizzate verso l’alto a partire dal 2008. E se vogliamo fare ancora piu’ paura ai benpensanti progressisti: sara’ un caso che i sondaggi dicono che nella Germania dell’Est e in generale in quasi tutti i paesi dell’ex Cortina di ferro c’e’ piu’ nostalgia per il socialismo che entusiasmo per la Rivoluzione Digitale?

Parlando con amici scrittori e accademici non ho potuto non far notare, piu’ con disincanto che con malinconia, che di tutto questo sembra non esserci eco alcuna nel disgraziato Stivale. E non perche’ l’Inghilterra, nonostante la sua verve intellettuale, non soffra di forme diffusissime di oppressione e manipolazione sociale, ma perche’ almeno qui certe sacche minoritarie di resistenza sembrano potersi esprimere, e certi gruppi di discussione sono attivi persino nei media mainstream, e non ridotti al silenzio e al ridicolo. Ve li immaginate un Fatto, una Repubblica o una Stampa affrontare un dibatitto sulla modernita’ di Marx anziche’ sulla diatriba Travaglio-D’Avanzo?

Augusto Illuminati,  professore associato di storia della filosofia politica, commenta: «Il marxismo non gode salute smagliante nell”accademia e nelle pubblicazioni ed è sparito completamente nell”area ex-Pci, che un tempo l”aveva ospitato, deformato ma comunque trasmesso. C”è tuttavia la speranza che alcuni elementi rinascano nella crisi e dentro un un ciclo di lotte, di cui abbiamo avuto indizi nel biennio scorso e forse qualche barlume anche ora. Sarà un marxismo difficilmente commisurabile alla tradizione che si perpetua».

Paolo Persichetti, scrittore: «Il cantiere marxiano è sempre stato attualissimo. Il problema investe invece la sua ricezione politica. Esiste oggi una prassi politica efficace che si ispira a Marx? A me non sembra affatto. I vari marxismi del Novecento non hanno più molto da dire. La sfida è sul terreno di una politica ancora tutta da reinventare».

In difesa del "benaltrismo"

in giornalismo/internet/società by

 

Periodicamente veniamo trascinati in guerra contro il benaltrismo.

Una volta a suonare la carica sono i progressisti delle grandi opere, un”altra volta i propugnatori delle forze armate in strada, una volta il PD, un”altra l”opinionista-di-buon-senso-che-parla-a-nome-della-società civile. Di fatto la litania è sempre la stessa: “iniziamo da questo, per il resto si vedrà…”

Peccato però che questo quasi sempre sia la priorità che interessa loro, e non ad una società lucida, giusta e solidale. Si fa una processione per la Bindi offesa da Grillo: tre articoli al minuto. I cani uccisi in Ucraina (sarà vero o no?): trend su Twitter. Ti permetti di osservare – tu sparuta minoranza – che effettivamente le questioni importanti sono ben altre, e che l”atteggiamento prioritarista – come lo vogliamo chiamare? – spesso è l”esatto capovolgimento di ciò che auspicava Calvino – si da spazio all”inferno tra ciò che inferno non è, e lo si fa crescere. Ed ecco l”accusa pronta: benaltrista. O troll, se chi ti scredita non è pratico di scienze politiche.

Insomma: lasciate fare ai manovratori, dicono i pragmatici. Stabiliscono loro quali sono le priorità.

Peccato che, a ben vedere, persino su Wikipedia venga smascherata questa trappola infamante – questa “macchina del fango”, come direbbe uno dei tanti bot-opinionisti di Repubblica.

A leggere l”enciclopedia virtuale, il benaltrismo si può infatti manifestare sotto molteplici forme:

  • “un abuso del principio di precauzione quando di fronte a dati di innocuità si invocano altre analisi e controlli fino ad allora non richiesti né ritenuti necessari;”
Chi stabilisce quando il principio di precauzione è abusato, in un sistema mediatico così manipolato e manipolabile?
  • “in qualsiasi discussione politica relativa a temi solitamente non all”ordine del giorno (esempio: diritti degli animali) qualsiasi intervento, anche rivolto alle persone chiamate a occuparsene, viene squalificato dal richiamo ai veri problemi della gente;”
E cosa resta da fare, al cittadino messo in disparte dalle social media stars – quei giornalisti o opinionmaker che da soli cantano e suonano per il 70% del dibattito virtuale -, se non rompere le uova nel paniere a questi tromboni autoreferenziali?
  • “riguardo alcuni tipi di volontariato non tradizionali (esempio: <a title="Alfabetizzazione informatica" href=”http://it.wikipedia.org/wiki/Alfabetizzazione_informatica”>alfabetizzazione informatica nel terzo mondo) o invisi all”interlocutore (esempi: pianificazione familiareunioni civili,cambiamento climatico) si afferma che i problemi sono ben altri (carestiaglobalizzazioneguerra…) e pertanto l”intervento è inutile se non dannoso, distraendo dai veri problemi.”
Anche qui, in un sistema socio-culturale dove si tende a vedere la pagliuzza nell”occhio dell”avversario e non la trave nel proprio – ad esempio i richiami caritatevoli della chiesa o per una maggiore democrazia in Cina da partiti occidentali de facto ostaggio di lobby finanziarie – e dove le risorse sono sempre più malamente utilizzate e sempre più scarse, avrà forse un certo valore un ripensamento radicale di politiche di sviluppo, educazione, pianificazione sociale? Siamo ancora in tempo per parlarne?

Continua poi chi ha redatto la definizione su Wikipedia: “Un altro significato del termine “benaltrismo”, molto usato, riguarda divergenze in ordine ai rapporti di causa ed effetto in relazione a fattori indicati all”origine di un problema, in quanto l”espressione “ben altro”, in tale ulteriore accezione, non significa “di più”, o “di meglio”, ma “qualcosa di diverso”.”

Per fare un esempio concreto:

“Se un soggetto conservatore propone l”uso della forza pubblica” il benaltrista socialitario “dirà che ci vuole ben altro, vale a dire che bisogna prima risolvere il disagio sociale il che farà diminuire la criminalità di cui è causa e permetterà lo svilupo”. Viceversa se il soggetto societario propone la risoluzione del disagio sociale, il benaltrista conservatore dirà che ci vuole “la repressione poliziesca perché è la criminalità a provocare sottosviluppo impedendo investimenti e occupazione.”

E dunque persino in questa accezione, cosa c”è di male nel benaltrismo? Messo in questi termini, esso è una garanzia di dibattito, di confronto anche ostico. Di concertazione in un mare di menzogne.

Forse dovremmo rispolverare la teoria sull”agenda setting e non ne abbiamo voglia. Troppo comodo con l”avvento di Internet e dei social network dire che il pubblico – o meglio, il singolo – si è affrancato dall”imposizione delle priorità da parte dei grandi agglomerati mediatici. Troppo facile sostenere che i gruppi di pressione non hanno più l”influenza di una volta dato che possiamo cliccare laddove ci pare.

Purtroppo la realtà dimostra che questo tecno-pluralismo è solo utopico. L”oggi racconta di gatekeepers ancora potentissimi, che distribuiscono indignazione e distorcono l”informazione laddove meglio gli conviene, partendo dalla carta stampata, passando per la tv e finendo con il virtuale. Non è un caso che Facebook e Twitter siano ancora succubi di ciò che succede sul piccolo schermo, e non – ancora – il contrario.

La verità è che cinque anni fa sarebbero stati definiti “benaltristi” i NOTAV; dieci anni fa gli oppositori alla reazione immediata degli USA contro Bin Laden; vent”anni fa i critici della moneta unica. La società esiste, nonostante la Thatcher, ma non esiste la-società-civile-di-buon-senso: un carabiniere inventato per ammanettare i nostri sentimenti alla paura, e minacciare la nostra ragione con innocui spaventapasseri. Eterno fascismo, eterno calpestatore di minoranze ribelli.

Il benaltrismo è un freno d”emergenza, in un autobus guidato dal rimbambimento collettivo. E” il prendere tempo rispetto a bivi mortali. E” il non accettare il “con me o contro di me”. E” il rifiuto di fasulle chiamate alle armi.

Nuovi media, vecchi sfruttamenti

in giornalismo/internet by

I quotidiani nascondono i veri numeri della loro crisi. L’unico segmento in crescita, quello online, è composto da innumerevoli collaboratori occasionali e non pagati. Come se ne esce?

 

Cos”è quel numero che leggiamo nelle pagine interne dei giornali, la «tiratura media»? Indica il totale di copie stampate in tipografia, esclusi gli scarti di macchina. I giornali continuano a esibire nelle pagine interne il dato della «tiratura media» perché gli fa comodo. Proprio perché è un dato “gonfiato”: sotto questa definizione finiscono anche le migliaia di «giornali omaggio» e le copie impacchettate per le scuole, che notoriamente nessuno legge.

La realtà dice tutta un”altra storia. O meglio, l’ha detto l’ADS – Accertamenti Diffusione Stampa – quando giorni fa ha diffuso in Rete, per la prima volta, i dati effettivi – non medi – di vendita dei giornali. Sono dati preoccupanti, che dimostrano non solo quanto siano pompati i numeri pubblicati dai quotidiani, ma anche quale sia lo stato precario di salute della stampa. Tanto per darvene un’idea: il Corriere raggiunge appena 440mila copie – a fronte delle oltre 600mila dichiarate; la Repubblica arriva a 357mila – contro di 500mila dichiarate. Il Fatto è fermo a 56mila, l’Unità sprofonda a quota 35mila copie, e così via.

Dati che potrebbero mettere ancora di più in allarme i veri padroni del vapore, i pubblicitari, che già da diversi anni stanno riducendo i loro investimenti a causa della profondissima crisi del settore. Nel 2011 il calo della diffusione dei quotidiani è stato del -2,6%, un anno prima dell’1,5%, nel 2009 addirittura del 12%.

Nel disastro generale – che non meraviglia chi, come il sottoscritto, da tempo denuncia la deriva dei nostri quotidiani verso un modello d’informazione superficiale, arrogante, esclusivo, manipolato dai forti e manipolatore dei deboli – c’è però il dato di Internet, che continua a rappresentare una controtendenza. Tra il 2009 e il 2011, il numero degli utenti di siti web di quotidiani in un giorno medio è passato da4 a6 milioni, con un incremento del 50%.

I giornali sono ben consapevoli di questo fenomeno, e infatti non passa anno senza che il Fatto o Repubblica non segnalino il “boom” dei propri siti web. Un aspetto interessante è però questo: il contenuto dell’unico segmento in salute dei nostri media, quello online, è costruito per lo più in modo semi-professionale. Da contributor occasionali. Con contratti vagamente definiti, o semplicemente non esistenti.

Prendete l’ormai famigerata colonna destra di Repubblica.it: è quasi interamente costituita da scarti di altri siti, da filmati rinvenuti nei meandri di Youtube, da segnalazioni di lettori, dal riciclo di ciò che si trova nella Rete. Chi si occupa di cercare filmati di gattini che sbadigliano? Come viene retribuito il redattore che “posta” le foto dei «detenuti più buffi d’America»? Prendiamo il sito del Fatto Quotidiano: quanto hanno giovato al suo successo le decine di blogger – non pagati, ovviamente – ospitati su quelle pagine?

Sostiene Giorgio Poidomani, ex-amministratore del quotidiano di Travaglio-Padellaro, che prima della fine del primo anno di attività il CdA del Fatto ha stabilizzato tutti i giornalisti e a ognuno sono stati dati dei bonus: 3mila euro il primo anno, 8mila il secondo e il terzo. Bene, ma qualcosa spetta anche agli occasionali, oppure no? L’amatore che regala al sito il suo video girato durante gli scontri in piazza Tahrir, ha diritto o no alla spartizione della torta? È un discorso ovviamente complesso e che si può rivolgere a quasi tutti i quotidiani.

Una parentesi necessaria: non sono tra quelli che hanno un blog sul Fatto. Ho collaborato ad alcune rubriche con alcuni interventi sporadici, davvero irrilevanti, e non mi azzarderei mai a chiedere una remunerazione. Mi rendo conto che il sentirsi “pubblicati” ha un certo fascino su chi sta facendo gavetta. Regolarizzare un settore che ha l’aspetto di un villaggio del Far West, con giovani firme, anche di valore, pronte a sostituire gratis coloro che pretendono un trattamento professionale, sembra un impresa impossibile.

Resta il fatto che, mentre tutti i guru della comunicazione ci dicono che per sopravvivere al mercato bisogna far finta d’essere già nel 2020, e «chi resta indietro è perduto», il vecchio, caro surplus viene distribuito ancora con metodi che risalgono al 1920.

È vero che i social media hanno creato nuove figure professionali e un nuovo tipo di talent scouting che permette di aggirare vecchie burocrazie e di premiare il merito. Ma persino la “blogstar” che riesce ad emergere – una su diecimila – dall’oceano di anonimato dovrà comunque sperare di farsi assumere da una società che abbia salde radici nel cartaceo, ormai al collasso. E poi lasciatemi dire che Twitter e Facebook sono arene di giornalismo solo apparentemente democratiche: per l’1%, forse, rappresentano un medium efficace e di “potenziamento”. Per tutti gli altri rappresentano solo dosi letali di farmaci stordenti, che finiscono per far perdere tempo e disperdere talento a chi le usa. In poche parole: fanno diventare chi è famoso ancora più famoso, e chi non è nessuno ancora più nessuno.

Probabilmente, come sento dire spesso ai convegni sul giornalismo, verrà il giorno in cui la vecchia guardia degli «inquadrati a vita», dei Serra, dei Maltese, dei Panebianco, dei Della Loggia, verrà sostituita dalle migliori menti di questa generazione dell’apprendistato infinito, del «ti pagherò facendoti pubblicità», delle idee regalate per la gloria futura. Ma quanto bisognerà attendere? E soprattutto, a chi giova questa giungla, se non ai padroni dei giornali, ai pubblicitari, secondo una logica di competizione basata unicamente sul taglio del costo del lavoro, anziché sulla qualità?

«A salario di merda lavoro di merda», si urlava in fabbrica un fantastilione di anni fa. È uno slogan che non ha senso riproporre oggi, non solo perché le fabbriche stanno chiudendo, ma perché ad ogni sfruttato che si ribella, nel suo piccolo cubicolo, ce ne sono almeno dieci pronti a sostituirlo. Ma forse un esempio positivo può venire proprio da quell’epoca in cui il miglior giornalismo, le migliori inchieste, le migliori firme, non erano affatto esclusiva dei grandi quotidiani. Penso alla generazione di Cannibale, del Male, di Frigidaire, ma anche del primo Lotta Continua, di Potere Operaio, di Rosso, di Quaderni Piacentini, di Ombre Rosse. Una generazione che sicuramente ebbe il suo bel daffare a far quadrare i conti, e non è un caso che i più furbi trovarono una pronta ricollocazione negli agi dell’impero berlusconiano.

Ma se i lettori del 2012 decidessero di seguire quell’esempio di “controinformazione”, andando stoicamente contro la natura impulsiva, meccanica, additiva del consumo contemporaneo – non solo mediatico –, se decidessero di investire in piccole realtà “specializzate”, simili a tribù, dove ci si conosce e ci si confronta, anche solo “virtualmente”, e se al tempo stesso fallisse il modello dei media-baraccone – che si sentono in dovere di coprire tutto e male: dalla pallacanestro al gossip, dalla crisi in Siria ai retroscena del Quirinale – forse si potrebbe affrontare una crisi di settore senza svendere la dignità di chi scrive e di chi consuma. E la riduzione di profitti e organici nei grandi gruppi potrebbe far fluire risorse verso minoranze più oneste, magari persino più coraggiose. Faccio un solo esempio, a costo di farla sembrare una marchetta: Internazionale.

 

 

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