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Nagasaki

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Nesso di causalità e delega: due questioni di fondo della sentenza su Viareggio

in giornalismo/società by

Fermo restando che le sentenze per essere commentate andrebbero lette e della sentenza sul disastro di Viareggio non ci sono nemmeno le motivazioni – il che rende oziosi  tutti i commenti giornalistici finora pubblicati – ci sono alcune osservazioni generali che si possono fare.

La questione verte essenzialmente sul “nesso di casualità nel reato omissivo colposo” e sulla questione della “delega nel diritto penale”. Si tratta di due delle questioni più complicate e dibattute dell’intero diritto penale.

Nel primo caso occorre determinare se e come una condotta negligente da parte di un soggetto che aveva il dovere di impedire che un certo evento negativo si verificasse abbia davvero contribuito a quell’evento. Detto in soldoni: la strage sarebbe avvenuta in ogni caso anche se fosse stato in piedi il più sofisticato sistema di controlli? Se sì, non può esserci reato perché non ci sarebbe colpevolezza: non sarebbe infatti stato possibile in nessun modo evitare l’evento (immaginate quanto tutto questo sia complicato da accertare oltre ogni ragionevole dubbio).

Ammettiamo in secondo luogo che la negligenza ci sia stata e che sia stata accertata tra le cause dell’incidente, rimarrebbero da accertare altri elementi relativi alla questione della delega. Innanzitutto, a quale livello aziendale si è verificata la condotta negligente che ha causato l’evento? La seconda, chi è che in azienda avrebbe dovuto vigilare affinché non si tenesse quella condotta negligente? Chi infine aveva l’obbligo giuridico di impedire l’evento? L’amministratore delle società, cioè il suo vertice? Si può pretendere che vada in giro a controllare la sicurezza di tutte le stazioni? Ovviamente no, si può pretendere invece che fosse in piedi un piano generale di sicurezza adeguato.

Ancora: se questo piano esiste ma non funziona, di chi è la colpa? Del responsabile del piano? Di chi doveva attuarlo in pratica? Dei vertici che magari non hanno verificato il comportamento di tutti questi tizi o che magari li hanno lasciati senza risorse o autonomia funzionale per attuare il piano? Di tutti questi soggetti?

Su chi deve rispondere e quando sono state scritte biblioteche anche perché i principi e gli interessi in gioco sono fondamentali: da un lato si deve evitare che un amministratore risponda di qualsiasi cosa vada storta in azienda perché questo violerebbe il principio costituzionale della personalità della responsabilità penale (in breve, non posso rispondere penalmente per un fatto di cui non ho colpevolezza), dall’altro il diritto penale deve evitare che delegando teste di paglia i vertici aziendali si spoglino dei loro doveri di controllo e vigilanza.

Insomma anche qui questioni complicatissime, molto più facili a dirsi che da attuare in pratica. Sarebbe quindi forse da evitare il tifo da stadio innocentista e colpevolista, se non da parte dei parenti delle vittime che comprensibilmente chiedono giustizia (e dare giustizia è una delle funzioni, ma non la sola, del diritto penale), quanto meno da parte dei giornali.

Trump colpa della sinistra? Nuove ossessioni della polizia fogliante

in giornalismo by

Sostiene il Foglio e Giuliano Ferrara che è colpa della sinistra se c’è Trump.
Ma attenzione, questa non è la versione che dà la colpa alla sinistra liberal, distante dal mitico “popolo” e che offre troppe poche garanzie di distanza dalla destra.
No, no. Qui la colpa la si dà nientemeno che al popolo di Porto Alegre (“rimembri ancor…”) e Saviano. Ma sì, perché è stato il popolo di Porto Alegre, i temuti No Global, ad aprire la contestazione alla globalizzazione, a condannarne gli squilibri e non applaudire entusiasti ai magnifici risultati cui essa ci ha fatto pervenire. Loro, i No Global cattivi, sono loro che hanno aperto la strada a Trump, al suo rifiuto dei trattati di scambio internazionale, sono i No Global che volevano il protezionismo e Trump ora ce lo ha dato.
Di Saviano non mi sono ben chiare le colpe in materia, sostanzialmente Ferrara dice che lo ha scoperto trumpiano e Ferrara è un uomo d’onore. Quindi, Roberto caro, colpa tua, stacce.
Adesso che abbiamo scoperto di chi è la colpa credo siamo già a metà strada dalla soluzione: la globalizzazione va difesa a spada tratta e non si può parlare dei suoi possibili effetti negativi nei Paesi sviluppati o in quelli in via di sviluppo. Bisogna solo ripetere come un mantra che la globalizzazione ha fatto uscire dalla povertà milioni di persone (fatto vero), ma chiunque provi a sostenere che ne vadano attutiti gli effetti negativi in termini di perdita di posti di lavoro nei paesi sviluppati, condizioni di lavoro disumane nei paesi in via di sviluppo e danni all’ambiente è un filotrumpiano. Un oscurantista che fa il gioco dei populisti e fascisti di casa nostra. Al Foglio non la si fa: vigileranno loro contro questi pericolosissimi individui.
Se però – per un solo momento – usciamo da questa realtà virtuale disegnata dal Foglio in cui sono loro, i “liberisti sfrenati” dice Giuliano, a difenderci dal male, si potrebbero osservare diverse cose, vere però, non le fantasie lisergiche foglianti: si potrebbe innanzitutto chiedere chi ha tentato bordone ai tanti Trump di casa nostra negli ultimi anni, per dire? Chi difendeva a spada tratta i governi di Berlusconi e Tremonti, che di liberale non avevano niente? Chi prendeva sul serio, con poche eccezioni lodevoli, le sparate dello stesso Tremonti sulla Cina, la globalizzazione e il resto?
E ancora, già che parliamo di populismo, chi ci ha intrattenuto per anni con un antiparlamentarismo di maniera, con la retorica dell’uomo forte al comando che rompe le mediazioni consociative (prima Berlusconi, poi Renzi, ma già molto prima Craxi). Chi ha sdoganato la retorica del “ghe pensi mi”, della soluzione semplice e istantanea a problemi complessi, la cultura del “prima decidiamo, poi discutiamo”? Ed ancora, chi ha dato il via libera alla caccia alle elite, all’assalto agli intellettuali, al disprezzo dei “professoroni”?
Chi insomma, venendo in Italia, caro Giuliano, se non tu e i tuoi assieme ai vari Rizzo e Stella e alla demonizzazione della fantomatica Casta, ha spianato la strada alla retorica grillina?
O davvero pensi che Grillo e Trump siano un sottoprodotto dei No Global, di Agnoletto e Casarini? Ma dai, Giuliano, sai bene che non hanno mai contato un cazzo i peana della sinistra No Global, figuriamoci!
Ma perché poi se torniamo a Trump e a cose come il blocco dell’immigrazione da alcuni Paesi islamici a caso, e all’arresto dei rifugiati, ma caro Giuliano la colpa è dei No Global? O della destra senza freni che per anni avete supportato, della retorica anti-musulmani che fa di ogni erba un fascio che ci avete imposto? Della esaltazione del pensiero di Oriana Fallaci, che non ha azzeccato una previsione che fosse una ma ci ha lasciato un sacco di argomenti da geopolitica da bar? Ed erano forse i No Global, ancora, a sostenere il centrodestra a trazione fascioleghista, fino a pochi anni fa? E Salvini chi ce lo ha lasciato in eredità? Bertinotti, forse? E con Salvini gli altri trumpiani e trumpettari di casa nostra? In che governi avevano posto?
No, caro Giuliano, se vuoi cercare facili capri espiatori del delirio in cui ci troviamo fai una cosa, rimettiti a leggere le ultime venti annate del tuo giornale. Non ti consolerai ma almeno ti limiterà nella scrittura: dopo quello che hai combinato te ne saremmo grati.

No, la Consulta non sta dicendo di votare subito

in politica by

Adesso, c’è molta eccitazione sul fatto che la Consulta abbia specificato che la legge è di immediata applicazione. Le forze politiche hanno preso questa specificazione come una esortazione al voto subito: come se la Corte abbia fatto apposta a fare una legge immediatamente applicabile perché si possa andare subito al voto e non aspettare la fine della legislatura.
Ora, spiace obiettare a queste raffinate speculazioni politico-costituzionali, però non avrebbe potuto essere altrimenti: la legge elettorale è una legge “costituzionalmente necessaria”, vuol dire che non si può stare nemmeno per un giorno senza una legge elettorale immediatamente applicabile.
Questo perché la sovranità popolare è uno dei fondamenti della Costituzione e quindi non può mai mancare una legge che consenta al popolo di votare.
Insomma, la legge che esce dalla sentenza della consulta è immediatamente applicabile perché la Corte non avrebbe mai potuto lasciare il Paese senza legge elettorale.
Il che non vuol dire né che la Consulta prema per il voto subito né che la legge uscita dalla sentenza sia necessariamente una buona legge elettorale: semplicemente, è una legge che rispetta i principi costituzionali (che è comunque già molto, viste le ultime esperienze) e che è, ovviamente, immediatamente operativa.
Il Parlamento può decidere di modificare questa legge o lasciarla così come è e andare a votare con questa una volta che Mattarella avrà sciolto le camere, quando lo riterrà necessario.
Qualsiasi decisione si prenderà però, sarà una decisione politica e della politica. Insomma, la Corte c’entra molto poco con la data del voto.

Heidegger? Sì, era nazista

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Riceviamo e pubblichiamo da Luca Gili, Université du Québec à Montréal

Tornare a parlare di Heidegger nazista può sembrare un esercizio noioso, ma un mio recente articolo per il Foglio sta suscitando un certo dibattito. E questo rende opportune richiamare alcuni punti fondamentali.

  1. Heidegger era nazista. Tutti sanno che aderì al Partito Nazionalsocialista e che, anche grazie al suo sostegno al regime, poté diventare rettore dell’Università di Friburgo in Brisgovia. Dopo la caduta di Hitler, gli occupanti alleati revocarono ad Heidegger il permesso di insegnare, che gli fu concesso nuovamente soltanto nel 1951.
  2. I fatti di cui sopra sono noti a tutti. Quel che ha catturato di recente i riflettori è la pubblicazione dei cosiddetti Quaderni neri, ossia fogli di appunti che Heidegger tenne negli anni ’30 e ’40. Si tratta di oltre 1000 pagine di dattiloscritto la cui pubblicazione è iniziata solo nel 2014, perché gli eredi di Heidegger, evidentemente conoscendone il contenuto esplosivo, si sono lungamente opposti alla pubblicazione. Il filosofo morì infatti nel 1976 e nulla giustifica un tale ritardo nella pubblicazione se non il desiderio di nascondere lo scheletro nell’armadio. E lo scheletro nell’armadio era facile da intuire già prima della pubblicazione: Heidegger era un antisemita convinto. Parla degli ebrei come di un popolo “senza radici”, indegno di partecipare all’impresa bellica, che coinvolge il “sangue migliore del popolo migliore”. Certo, siamo lontani dalle follie dei discorsi di Hitler o da apologie della soluzione finale, ma, una volta decrittato l’ostico linguaggio di Heidegger, il senso è chiaro. Per Heidegger la tecnica è il male, l’essere e il contatto con la tradizione e le radici è il bene. La manipolazione del mondo con il processo tecnico, per ragioni che nessuno se non gli heideggeriani ha mai capito, va combattuta per ricostruire un “nuovo umanesimo”. La filosofia di Heidegger è tutta qui. E ciò ha un solo significato, come emerge ora dai Quaderni neri: i tedeschi sono attaccati alla terra e all’essere, quindi sono un popolo superiore; americani, ebrei, inglesi amano la tecnica, il capitalismo, che è male, quindi sarà il caso di ammazzarli tutti. Il nuovo umanesimo è il nazionalsocialismo. Questo è peraltro perfettamente in accordo con il rifiuto esplicito della ragione e del logos occidentale, sprezzantemente chiamato da Heidegger “onto-teo-logia”. E se si rifiuta la ragione occidentale, il risultato, come è ovvio, non è certo l’eden a contatto con “la Terra” (?) o la “rivelazione dell’Essere” (?!) che Heidegger descrive, ma la pura barbarie – come si è sperimentato con il nazismo e come si continua a sperimentare oggi in tutti quei luoghi in cui la ragione è vinta da superstizioni e miti (sì, il riferimento è proprio all’islam e al comunismo). Nei Quaderni neri mancano le chicche più gustose, che Martin Heidegger relega alla corrispondenza col fratello – corrispondenza anch’essa sotto embargo per lungo tempo per decisione della famiglia. Sotto pressione dopo la pubblicazione dei Quaderni neri, la famiglia ha finalmente consentito alla pubblicazione di parte della corrispondenza, uscita in Germania nell’ultimo scorcio del 2016 (Heidegger und Antisemitismus, Verlag Herder, Freiburg i. B., 2016). Al fratello dubbioso sul partito nazista, Martin scrive che Hitler è un genio e che deve assolutamente leggersi il Mein Kampf – letto il quale, scrive il filosofo, il fratello non potrà che unirsi a Martin nel sostegno incondizionato al partito nazionalsocialista.
  1. I punti che vado elencando, benché forse sconosciuti ai più, che giustamente alla lettura di Heidegger o di Kant la sera preferiscono fare altre cose, sono naturalmente noti agli heideggeristi nostrani e a quelli d’importazione. Essì, perché sulle ceneri di questo elogio del nazionalsocialismo che ci ostiniamo a chiamare filosofia heideggeriana è fiorita una intera industria, con libri che vendono assai e numerosissime carriere accademiche per i benemeriti esegeti del Nostro. Il più simpatico di tali esegeti è forse Gianteresio Vattimo, detto Gianni, uomo senz’altro dotato di ingegno, ma la cui carriera fortunata di uomo di spettacolo prestato alla politica e all’accademia è senz’altro macchiata dai suoi ripetuti elogi dei peggiori regimi comunisti sudamericani. Donatella Di Cesare non è un Vattimo, ma somiglia più a un altro prodotto tipico dell’Accademia italiana: l’archivista meticoloso. Altri direbbero, sprezzantemente, il topo di biblioteca, ma io preferisco parlare di archivista meticoloso. Benché l’opera degli archivisti sia essenziale per la vita culturale di un paese, è indubbio che non occorra molto ingegno per classificare e copiare documenti, soprattutto quando si ha accesso ad essi. Prova ne sia che Aristotele o David Lewis avrebbero svolto in modo egregio il ruolo di archivisti, ma di certo ben pochi archivisti avrebbero potuto scrivere filosofia del livello di quella prodotta da Aristotele e Lewis. Ora, poiché all’università ci sono più cattedre di filosofia di persone dotate dell’ingegno di Aristotele, è inevitabile che anche qualche archivista diventi professore di filosofia. A me, per esempio, le cose sono andate così. E sono andate così anche a Donatella Di Cesare, la quale ha scritto un libro, Heidegger e gli ebrei, che ha avuto un meritato successo per la mole di documenti che mette a disposizione. Il verdetto della Di Cesare è perentorio: Heidegger non era soltanto nazista e antisemita, ma l’antisemitismo è l’ossatura del suo pensiero. Eppure la Di Cesare non si arresta qui, come avrebbe potuto e dovuto, ma aggiunge che, nonostante tutto, il pensiero di Heidegger è grande perché ci permette di comprendere la tragedia di Auschwitz, grazie alle categorie di “fabbrica di cadaveri” e alla critica della tecnica – tecnica che, ci par di capire, ha reso possibile Auschwitz. Un discorso dalla logica ineccepibile.

Veniamo ora a una valutazione. Molti parlano di nazismo come di “male assoluto”. Non ho mai capito cosa sia effettivamente il male assoluto. O meglio, credo di averlo capito quando ho studiato metafisica. Siccome il male è una privazione di un bene dovuto, il male assoluto o “male in sé” altro non è che una privazione: come tale, non esiste. Satana stesso, per esempio, è sì malvagio, ma, fintantoché esiste, il suo esistere è qualcosa di buono (stante che la definizione di “bene” è l’esser desiderabile, e ogni esistente, qua esistente, è desiderabile). Insomma il male assoluto, propriamente parlando, non esiste. Esiste però la barbarie e la malvagità e mi sembra ragionevole dire che nella storia umana non si è mai vista tanta barbarie e malvagità quanta ce ne fu con il nazionalsocialismo e con il comunismo – ideologie che hanno fatto del ventesimo secolo l’era più cupa e sinistra della storia dell’uomo.

Un uomo che associ sé stesso all’ideologia nazionalsocialista è evidentemente un uomo riprovevole. Eppure uno potrebbe rimanere un buono scienziato pur avendo una condotta morale dubbia o anche riprovevole. Ciò che occorre sottolineare nel caso di Heidegger è che non solo l’uomo sostenne il nazismo, ma che la sua stessa produzione ”filosofica” altro non è che un inno all’irrazionalità e alla barbarie. Cioè un inno al nazismo.

 

F. Sylos Labini, crackpot. Gli economisti sono liberisti?

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Francesco Sylos Labini è un ricercatore di astrofisica a Roma ed è inoltre impegnato su più fronti nel dibattito pubblico italiano, scrivendo di politiche pubbliche legate a università e ricerca, politica economica, temi sociali e dibattiti scientifici. Uno dei temi unificanti il suo pensiero è il fatto che la cosiddetta “economia neoclassica” sia in realtà una “pseudoscienza” che viene usata da individui politicamente interessati per avanzare proposte politiche “neoliberiste”, volte a favorire le classi più privilegiate.

Recentemente FSL ha addirittura scritto un libro sul tema (Rischio e Previsione, Editori Laterza) e ne ha discusso con Michele Boldrin, economista “neoclassico” amerikano, all’università di Venezia. In questo post, pubblicato sul blog Roars, ribadisce ancora i suoi argomenti e commenta la discussione. Qui cercherò di argomentare che

1. La (vaga e implicita) definizione di Economia Neoclassica di FSL è problematica e fuorviante
2. Le sue critiche epistemologiche sono semplicistiche; se applicate rigidamente bloccherebbero gran parte del progresso scientifico
3. Se fosse davvero convinto della sua linea argomentativa e la applicasse con onestà alle altre “scuole economiche”, di sicuro non ne individuerebbe alcuna di successo
4. La scienza economica, come altre in diversi contesti, è usata strumentalmente da persone di destra come di sinistra. La maggior parte degli economisti sono comunque molto cauti nel dedurre implicazioni di policy dai loro studi.

Cos’è questa economia neoclassica?
Se un vostro amico vi dice che sta facendo un Phd in economia (magari in Amerika), è sicuramente un perfido “economista neoclassico”? In realtà ciò di cui parla FSL assomiglia al più a una caricatura della macroeconomia dei cicli economici (come spiegare l’alternarsi di periodi di crescita e recessione, in pratica) sviluppata negli anni ’80.

Oltre che delle fluttuazioni di breve periodo, la macroeconomia si occupa di crescita economica di lungo periodo, commercio internazionale, del mercato del lavoro a livello aggregato, e molto altro. Fuori dal confine convenzionale della macroeconomia, gli economisti studiano il mercato del lavoro, le pensioni, gli effetti dell’immigrazione, tassazione, innovazione e politiche connesse, finanza, diseguaglianza economica (anche legata al sesso, l’etnia o altre caratteristiche osservabili), sviluppo economico nei paesi poveri, etc.

Quale delle precedenti categorie si riconoscerebbe nella definizione di “economista neoclassico”? Tutte e nessuna: tutte hanno imparato dagli sviluppi metodologici di Lucas, Kydland, Prescott ed altri negli anni ’80 ma sono andate tranquillamente avanti facendo del loro meglio, senza legarsi dogmaticamente alle assunzioni e ai metodi del passato[1]. Attualmente, la stessa macroeconomia dei cicli economici è molto diversa da quello che crede Sylos Labini.

La pseudoscienza
Avendo brevemente chiarito cos’è l’economia neoclassica, in che senso FSL considera quest’oggetto mal definito una pseudo-scienza? La definizione discende da un’interpretazione iper-semplificata del pensiero di Karl Popper, filosofo della scienza attivo nel Novecento. Nella lettura che ne dà FSL, la procedura da rispettare per fare scienza è semplice e ben definita:

1. prendete una teoria scientifica
2. estraetene una predizione empirica
3. confrontate la predizione coi risultati di un esperimento o altra osservazione rilevante[2]
4. scartate la teoria come sbagliata se la predizione è falsificata dall’esperimento; tenete provvisoriamente buona la teoria in caso contrario

FSL conclude dicendo che, dato che i modelli macroeconomici della “economia neoclassica” non sono in grado di prevedere le recessioni, allora sono da scartare. Chi continua a lavorare usando questi modelli si illude di fare ricerca scientifica ma sta in realtà facendo solo pseudo-scienza.

Il problema della procedura appena descritta è che è talmente iper-semplificata da essere solo utile a fini illustrativi, per spiegare agli studenti l’importanza della falsificabilità di una teoria e come, eliminando teorie sbagliate, la scienza può progredire[3]. Ma la pratica reale della ricerca scientifica è più complicata: vediamo solo alcuni dei punti rilevanti per il nostro caso.

Arrivare ad una teoria
Cominciamo dall’inizio, quando si “sceglie una teoria” da falsificare. Come si sceglie? Non esiste un’unica procedura codificata. Spesso quello che si fa in pratica è studiare modelli semplificati, pur sapendo dall’inizio che sono “sbagliati”, per cominciare a capire qualcosa. Si fanno assunzioni estreme pur di fare uno step sul quale continuare a costruire. Esempio: FSL si indigna ogni volta che sente parlare di “agenti razionali” ed è sicuro che gli economisti (neoclassici, ovviamente) “ci credono”. In realtà sono semplicemente convinti che si tratti di un’assunzione utile per muoversi nella giusta direzione e che permetta di capire alcuni aspetti del funzionamento dell’economia, soprattutto qualitativi, nel frattempo.[4]

Per chiarire meglio, un’assunzione è cosa diversa da un’approssimazione. La prima è un’ipotesi di lavoro che sembra ragionevole ma sui cui effetti non c’è nessun controllo quantitativo rigoroso, a differenza del secondo caso in cui siamo in grado di dire quanto l’approssimazione influenzerà la previsione del modello. Col tempo, alcune assunzioni teoriche stanno già diventando approssimazioni ben controllate, altre lo diventeranno mentre le rimanenti verranno “rilassate” o abbandonate del tutto.

 

Teoria o framework?

Un altro problema della semplicistica teoria di Sylos Labini su come dovrebbe funzionare la scienza è che, a seguito di un fallimento empirico, non è così facile capire cosa buttare e cosa tenere. Ad esempio, supponiamo che la nostra teoria si basi su due ipotesi fondamentali e si riveli inadeguata alla prova dei dati; abbandonare la teoria significa rinunciare alla combinazione delle due assunzioni, che singolarmente potrebbero benissimo essere valide: chiaramente rinunciare definitivamente a entrambe non sembra una buona idea[5]. Più precisamente, la macroeconomia contemporanea può essere descritta come un framework, una classe di modelli che condividono una metodologia di fondo e alcune assunzioni di base. Spesso l’obbiettivo del singolo studio è lavorare su delle estensioni di questi modelli, indebolendo un’ipotesi o incorporando dei nuovi aspetti realistici che venivano ignorati nei lavori precedenti.

Se a lungo andare questi tentativi di raffinamento del framework dovessero rivelarsi del tutto insufficienti a spiegare la realtà, è probabile che l’interesse scientifico verso questo tipo di modelli svanisca gradualmente. Un’altra possibilità è che, a un certo punto, venga fuori un approccio più convincente per studiare la macroeconomia: in questo caso la transizione sarà quasi certamente rapida. Nel frattempo, la strada più promettente sembra essere quella di continuare a lavorare su questo tipo di framework.

The only game in town (per ora)
FSL spesso accenna al fatto che altri paradigmi scientifici avessero con successo previsto la recente Grande Recessione, “il fallimento delle politiche di austerità” e praticamente ogni altro evento che ha sorpreso gli economisti mainstream. Si tratta di affermazioni molto vaghe, spesso basate su studi non quantitativi e con rigore argomentativo simile a quello di editoriali giornalistici. Si consideri invitato a presentare hard evidence che un approccio alternativo di sua scelta sia in grado di fornire previsioni macroeconomiche affidabili e non banali. Come dopo la rivoluzione metodologica degli anni ’80 di cui sopra, gli economisti, almeno i giovani, si lascerebbero convincere con entusiasmo.[6]

Ci si può chiedere cosa faccia preferire l’approccio mainstream contemporaneo agli altri, visto che entrambi non fanno benissimo dal punto di vista predittivo Per spiegarlo non basterebbe un intero articolo, il quale risulterebbe per altro incomprensibile ai non addetti ai lavori. Semplificando, non si può ignorare l’importanza dei contributi concettuali e qualitativi per la comprensione dell’economia. Ad esempio, capire i motivi fondamentali in virtù dei quali è sostanzialmente impossibile prevedere alcuni fenomeni macroeconomici è di per sé un obiettivo importante. Un altro punto interessante, inoltre, è lo studio dettagliato dei vari canali attraverso cui un cambiamento di policy può influenzare le variabili macroeconomiche. Pur non riuscendo a fare predizioni quantitative precise, questo tipo di studio è fondamentale per sviluppare intuizioni riguardo ai fattori in grado di determinare effetti diversi in situazioni diverse[7].
Le previsioni macroeconomiche

Se i macroeconomisti mainstream hanno una difficoltà così grande a fare previsioni affidabili, perché continuano a provarci? Fondamentalmente per due motivi. Da un lato capiscono l’importanza di confrontare le loro teorie con i dati, non per scartarle direttamente al primo fallimento ma per capire se la direzione presa è quella giusta (o, almeno, è promettente). Questa abitudine salutare, come detto, non è purtroppo diffusa nelle “scuole economiche” preferite da Sylos Labini.

L’altro motivo è meno legato agli aspetti scientifici e più a quelli di policy: chiunque si occupi di politica economica verrebbe conoscere informazioni sul futuro dell’economia; i macroeconomisti, consci dell’insufficienza predittiva delle loro teorie attuali, farebbero volentieri a meno di uscire allo scoperto ed esporsi alle critiche del giorno dopo. Alla fine, probabilmente è meglio avere una guida imperfetta che niente e, quindi, chiunque si occupi di macroeconomia applicata continua a fornire predizioni (qualitative e quantitative) ai policy makers.

 

Gli economisti sono neoliberisti?

Sylos Labini sostiene che il fine ultimo degli economisti “neoclassici” sia quello di influenzare la politica economica in direzione liberista: smantellando lo stato sociale, deregolamentando la finanza e il mercato del lavoro e promuovendo varie politiche di austerità. E’ sicuramente vero che esistono economisti, spesso molto vivaci nel dibattito pubblico, che usano science as a bitch per portare avanti le proprie preferenze politiche. Queste persone si schierano a destra come a sinistra; in alcuni casi sono addirittura degli economisti stimati e molto competenti nel loro lavoro accademico[8], molto più spesso sono dei crackpot (traduzione consigliata: cialtroni).Per la maggior parte degli economisti, invece, il massimo dell’impegno pubblico consiste nello scrivere qualche articolo semi-divulgativo sui giornali o siti web politically correct, e va benissimo così[9].

 

N.d.r. : Come Sylos Labini, anche l’autore di questo post è un fisico di formazione. Ma è anche un dottorando in economia. 

NOTE

[1] Nel dipingere il suo quadro manicheo degli studi economici, FSL ignora l’intenso dibattito interno alla disciplina, specie in macroeconomia. Un’illustrazione comica di questo fatto è che ha scelto come discussant, e presunto difensore dell’economia mainstream, Michele Boldrin, autore nel 2008 di un post dal titolo “La recessione e la miseria della macroeconomia”, pubblicato sul blog noiseFromAmerika. Nel post Boldrin critica estensivamente le teorie macroeconomiche più in voga negli ultimi anni, oltre a chiarire che anche quelle “neoclassiche” degli anni ’80 sono poco utili a capire la crisi finanziaria del 2007-2008.

[2] Se la teoria produce predizioni sulla distribuzione statistica degli outcomes, come è spesso il caso in macroeconomia, si raccolgano dati a sufficienza per l’analisi.

[3] Anticipando alcuni argomenti delle prossime sezioni, è istruttivo vedere la teoria epistemologica di FSL come un toy model in grado di catturare solo qualche aspetto di interesse per la questione (come funziona la scienza, in questo caso). Anche le teorie sviluppate dagli economisti possono spesso essere considerate come toy models; sono utili perché hanno il valore di illustrare un punto teorico e sono un’utilissima guida all’analisi rigorosa (ad esempio, nella prossima sezione analizzerò separatamente alcuni punti della procedura di FSL per capire in quali condizioni si rivelano troppo restrittivi). Ciò che è sbagliato è pensare che un toy model descriva davvero la realtà. Questo è ciò di cui Sylos Labini accusa, in gran parte sbagliando, gli economisti di fare coi loro modelli; è invece esattamente quello che fa lui in questo caso.

[4] Molti economisti  si dedicano a tempo pieno a studiare i tanti modi in cui il comportamento delle persone si differenzia da quello razionale. Da molti anni questi insights vengono utilizzati nei campi più tradizionali dell’economia, come finanza pubblica o anche macroeconomia. Si fa del proprio meglio.

[5] E’ più facile capire quale ipotesi fallisce, e di preciso in quali condizioni, nelle scienze sperimentali, dove è possibile ripetere esperimenti appositamente disegnati variando in modo controllato le condizioni della prova. Nonostante l’economia sperimentale sia oggi un campo di studio affermato, la macroeconomia resta una scienza prevalentemente osservativa.

[6]Due esempi critici riportati da FSL nel suo post meritano di essere discussi, gli altri presentano invece posizioni molto simili alla sua e valgono le considerazioni del testo principale.
-Il libro del matematico Benoit Mandelbrot si colloca a pieno in quella che Kuhn definirebbe “normal science”, nel senso che si pone in continuità con le teorie finanziarie mainstream dell’epoca (a parte qualche tentativo esagerato di differenziazione, dovuto per lo più a questioni di marketing, visto che si tratta di un libro divulgativo), discutendo e rilassando un’importante assunzione della letteratura precedente.
-Riguardo ai commenti all’articolo di Mehra e Prescott, “The Equity Premium: A Puzzle“, si tocca davvero l’incredibile: basta un po’ di familiarità con l’inglese per capire, dal titolo, che l’obbiettivo di quest’articolo è rilevare l’esistenza di un’anomalia, di un’incongruenza cioè tra dati e predizioni teoriche dei modelli teorici considerati dagli autori. Il punto è che l’articolo è firmato proprio da Prescott, evidenziando quindi all’interno della disciplina l’ovvio interesse per arrivare a teorie che meglio spieghino i dati empirici. FSL invece utilizza l’esistenza dell’articolo per argomentare che le teorie “neoclassiche” non funzionano. A quanto pare le uniche critiche sensate vengono dall’interno della disciplina.

 

[7] Inoltre stiamo sempre parlando di macroeconomia dei cicli di breve periodo, in altri campi le previsioni (semi)quantitative funzionano meglio.

[8] Questo è possibile perché buona parte degli studi scientifici sono di natura positiva, non normativa (e, quando lo sono, lo sono comunque sotto assunzioni forti ed esplicite). Poi nel dibattito basta avere una memoria selettiva sui fatti per diventare di parte.

[9] Per avere una conferma che difficilmente si può caratterizzare la maggior parte degli economisti accademici come neoliberisti, si guardi la risposta dell’IGM panel[9] a questa domanda sugli effetti dello stimolo fiscale del 2008 negli Stati Uniti.

 

 

Votiamo sulla Costituzione, non importa di Renzi e Boschi.

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I sostenitori della riforma e del governo si spendono moltissimo sulle conseguenze che una vittoria del NO, portando – a dir loro – il NO alla caduta di Renzi e conseguentemente alla rovina del Paese. Tralasciando questo ultimo argomento, del tutto indimostrato e quindi irricevibile, bisogna dire due cose.

La prima, siamo abituati ormai a governi che del responso delle urne tengono conto minimo; se anche Renzi perdesse il referendum non è affatto detto che mollerà né che mollerà subito, a dispetto di quanto egli stesso ha dichiarato. Una scusa per rimanere al governo là si trova sempre, l'”Emergenza X” è sempre una scusa ottima.

La seconda, è stato Renzi a dire che se perde il referendum se ne va. Ieri pure la ministra Boschi ha detto che farà altrettanto.  Ora, legare la riforma alla sua persona è stata una scelta sbagliatissima. I sostenitori della riforma dicono che il NO raccoglie gente cui della Costituzione non frega nulla ma che vogliono solo far cadere il governo. Possono star tranquilli che anche il SI raccoglie gente cui la riforma non piace ma che non vogliono far cadere il governo.

Insomma stiamo per scegliere le regole del gioco democratico dei prossimi decenni non sul merito ma sulla tenuta di un governo e di un Presidente del Consiglio che tra l’altro ha già dichiarato che non si ricandiderà dopo il secondo mandato. Ma si può sapere chi se ne frega di quello che fa Renzi se vince il NO? Chi gli ha chiesto di dire che mollerà? Noi dobbiamo votare sulla Costituzione, cioè di quello che potranno fare Governi e Parlamenti ben oltre la vita politica di Renzi e Boschi. Davvero, non si può pensare a un modo più sbagliato di approcciare la questione è l’unico modo per uscirne è che Renzi dica: “‘mi sono sbagliato, scusate, votate sulla Costituzione e la riforma, non su di me”.

Sarebbe una marcia indietro che forse avrebbe ripercussioni negative su di lui ma eliminerebbe una grossa ipoteca dal dibattito. Ovviamente non succederà mai. E allora teniamoci i NO e i SI drogati da considerazioni che col referendum non c’entrano nulla. Ma la responsabilità di questo ricade tutta sul Governo, non ci sono scuse.

Il Governo non ha capito a cosa servono i Dottorati

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Riceviamo e pubblichiamo da Gherardo Vita, dottorando in Fisica al MIT

“Il governo si prepara a stanziare oltre 16 milioni di euro per un programma di inserimento nel mondo del lavoro di chi è in possesso di un PhD, ossia un dottorato di ricerca.
Già questo da solo dovrebbe far ridere. O piangere. Detta in breve per chi non lo sapesse, il PhD è il livello più alto di formazione che una persona possa ottenere e si ottiene dopo una laurea e un master. Dopo il PhD tipicamente la metà si dedica full-time a fare ricerca in enti o università (academia), mentre l’altra metà entra nel mondo del lavoro.

Vista l’altissimo livello di formazione e il numero tutto sommato limitato di coloro che detengono un PhD, essi sono merce pregiatissima per le aziende. Infatti di solito li strapagano.

Gli stipendi variano molto da settore a settore, ma in generale negli Stati Uniti uno con un PhD al primo impiego in azienda guadagna in media più di 80.000$ l’anno, cifre che aumentano notevolmente fino a più che raddoppiare se si va nei settori più richiesti (computer science, finance, economics e consulting) e/o si esce da università prestigiose.
Ad esempio lo stipendo medio al primo impiego di uno che ha preso un phd in informatica ad MIT nel 2014 era di 140.000$, 215.000$ per quelli di matematica. (dati qui)
Cose analoghe ci sono anche senza andare oltre oceano, in Germania è piuttosto facile trovare posti a 5-6.000€ al mese se si ha un PhD in ingegneria o informatica.

Per sintetizzare tutto in un solo dato, basta dire che il tasso di disoccupazione di chi ha un phd in America oscilla tra l’1% e il 2%. Sostanzialmente, rumore di fondo. Quindi che in Italia serva aiutare con soldi pubblici chi ha un PhD a trovare lavoro è quanto meno allarmante.
Ma se si va oltre il titolo, le cose sono ancora più tragicomiche.

Inizialmente mi sarei aspettato che un programma del genere servisse a colmare il gap tra gli stipendi molto alti che i PhD prendono sul mercato del lavoro internazionale e quelli del lavoratore medio di un’azienda italiana. D’altronde si sa, per varie ragioni, le aziende italiane investono poco o nulla in R&D e spesso coloro che devono assumere sono altamente più incompetenti del candidato da assumere.
Pertanto poteva starci che il governo dicesse «Guardate care aziende, in tutto il mondo i PhD portano un grosso valore aggiunto alle aziende in cui vanno quindi sarebbe bene che ne assumeste un po’, anche perchè se no se ne vanno all’estero. E’ vero costano, ma ci crediamo così tanto che siamo disposti a darvi dei soldi per farveli “provare” ad un costo per voi che è come quello di un lavoratore normale».

Invece:
“Da bando, il contratto di lavoro prevederà un minimo salariale di 30 MILA EURO LORDI annuali fino ad un massimo salariale di 35 mila euro.
Il Miur finanzierà l’80% dello stipendio per il primo anno di contratto, il 60% per il secondo anno e il 50% per il terzo, per un investimento complessivo di oltre 16 milioni di euro.
Le posizioni riservate ai dottori di ricerca sono principalmente concentrate su due aree tematiche: Information Technology (il 49%) e Salute e scienze della vita (il 21%). ”

Cioè praticamente il programma serve a cofinanziare l’inserimento in azienda di possessori PhD a 1.500€ al mese, con un costo per l’azienda ridotto fino all’80%.
E’ vergognoso anche solo pensare una cosa del genere.
Con l’80% pagato dallo stato all’azienda questi lavoratori costano 6.000€ l’anno, meno di uno stagista, meno di un contratto di collaborazione occasionale, cioè niente.

Potete pertanto immaginare la tragicomicità delle offerte.
Una tra le più belle credo sia quella del Salumificio che cerca un “Visual Designer – Responsabile Marketing”.

D’altronde chiamali scemi. Quando ti ricapita di metterti in casa un PhD al prezzo di uno stagista del liceo?”

Votare non è mai un obbligo, far campagna per astenersi è sbagliato

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A ben vedere, l’argomento che la costituzione, prevedendo un quorum al referendum, giustifichi la campagna per l’astensione non convince molto. Il quorum è un istituto che serve a evitare che minoranze organizzate possano sfiancare la democrazia rappresentativa promuovendo continue consultazioni alle quali i cittadini a lungo andare si disinteresserebbero, lasciando mano libera alle stesse minoranze organizzate. Non è che siccome c’è il quorum allora si può non votare; perché in questo caso dovremmo desumere un obbligo di voto quando il quorum non è previsto, cosa che nessuno si sogna di fare.
Da qui a dire che la norma sul quorum autorizzi le istituzioni a far campagna per l’astensione, insomma, ce ne corre.

In realtà è l’articolo 48 che dovrebbe sconsigliare una campagna del genere. Ma non la parte sul “dovere civico”, anzi quella parte rende chiaro che i costituenti non si esprimessero in favore di un obbligo giuridico di votare ma optassero per un semplice invito alla partecipazione politica, con buona pace di Bordin de il Foglio, che evidentemente è troppo occupato a far la guerra alla costituzione, salvo giustificare gli isterismi radicali sulla costituzione stessa quando fa comodo a lui. Quando Napolitano nel 2011, da Presidente della Repubblica, dichiarò che sarebbe andato a votare perché lui fa sempre il suo “dovere” si riferiva quindi alla semplice opportunità politica, al dovere del buon cittadino di partecipare alla vita politica del paese. Che è come il dovere di essere beneducati: non è un obbligo, non c’è alcuna sanzione, ma è bene partecipare. Si presume intendesse questo, allora. Sarebbe però interessante capire come mai oggi ha cambiato idea.

Quanto al resto, in realtà è la parte sul voto segreto che dovrebbe scoraggiare una campagna astensionistica. Caricando il non voto di un significato politico, infatti, e cioè giocando a sommare i voti dei contrari al quesito con quelli di chi si asterrebbe a qualsiasi consultazione, si rende palese l’indirizzo di voto di chi invece si reca a votare. Chi va votare lo fa contro l’indicazione del governo e non ha modo di evitare che questo si sappia. La volta che ci fossero interessi sostanziosi legati al referendum, inoltre, sarebbe quasi impossibile evitare fenomeni di voto di scambio perché il voto è sostanzialmente scritto o – in caso di astensione – non scritto sulla tessera elettorale.

Fare campagna per l’astensione, insomma, non sembra offrire agli elettori tutte le garanzie previste dalla Costituzione. Questo le istituzioni paiono esserselo scordato. Magari la prossima volta sarà meglio

Ti amavo. Poi hai scritto sul referendum delle trivelle.

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Abbiamo chiesto a Fabio Catalano, nostro amico e lettore, di prestarci un suo scritto sul referendum e le energie rinnovabili. Grazie, Fabio!

Questo post è inutile perché sono già avvenute le polarizzazioni da tifosi sul referendum del 17 Aprile. Dato che il sì sembra essere sostenuto dal M5S, allora è sicuramente una roba brutta e va combattuto. Il problema tuttavia rimane.

Cioè è insopportabile che tra i Paesi europei il nostro non abbia un serio dibattito sul riscaldamento globale, ma solo tifoseria da social. C’è un unico programma di approfondimento in tv e va in onda di notte solo per alcune puntate. Se leggeste come lo ha stroncato Aldo Grasso, con quali argomenti di rigorosa logica, potreste farvi un’idea del livello della discussione odierna sui temi ambientali. Adesso confrontiamo tutto questo con la Germania, dove le istanze “verdi” vengono portate avanti da partiti che entrano nei governi, soprattutto nei Land, e legiferano, ed ecco il problema.

Il premier, Matteo di MediaShopping, ha dichiarato che il referendum è uno spreco di denaro pubblico, e chiaramente nessun giornalista gli ha ricordato che si poteva mitigare lo spreco mettendo insieme i referendum nello stesso giorno, come avvenuto nel precedente election day. Inoltre, va ad inaugurare l’impianto di Fallen, USA, con tanto di pompa magna sull’italianità stile “Istituto Luce”.

Per favore, se avete tempo, andate a controllare in quali aree sviluppa Enel Green Power ed in quali Paesi assume. Vedrete quanta italianità c’è: sono anni che EGP non assume in quantità consistenti in Italia. Questo perché l’Italia ha smesso di sostenere lo sviluppo delle fonti energetiche alternative dal governo Monti in poi, questo governo incluso. Il settore è praticamente morto. Non basta essere green, non basta scrivere una cosa nelle slide per farla accadere

. L’italianità del claim disneyano “Paese più bello del mondo”, come quella speculare del “prima gli italiani”, sarebbe stato bello vederla operare nel sostenere un settore altamente innovativo come quello delle rinnovabili. Un settore “di frontiera”, così innovativo che molti italiani sono dei pionieri nel mondo. Due miei colleghi italiani hanno sviluppato due software assolutamente rivoluzionari. Uno per il calcolo delle perdite acustiche, mai visto prima, ed uno per i dati di vento, potente e stabile come solo i programmi di grandi case sembravano poterlo essere. Ecco, questi due italiani, formati in scuole ed università pagate dagli italiani e geniali perlomeno nel settore eolico, grazie al combinato Monti-Letta-Renzi, adesso lavorano in Danimarca, per i danesi.

Piuttosto, il “venditore di pentole” avrebbe potuto portarsi dagli USA la lezione di Obama che ha ribaltato l’approccio energetico statunitense rendendo possibile il sorpasso del numero dei lavoratori nelle rinnovabili su quello nell’industria delle fonti fossili. Il referendum riguarda le concessioni ad estrarre, limitate alla scadenza prefissata oppure con possibilità di sfruttare il giacimento fino a fine vita. Questa possibilità è stata introdotta dal governo Renzi. I maligni dicono in contrasto con le regole europee sulle concessioni pubbliche, che devono essere sempre soggette a scadenza.

Inoltre, a me appare curioso che le concessioni autostradali abbiano una scadenza, che per gli stabilimenti balneari le concessioni scadranno quest’anno o se va bene nel 2020, mentre per le piattaforme in mare queste dovrebbero essere potenzialmente perpetue. Si, per me, fatte le dovute proporzioni, l’investimento di una multinazionale in una piattaforma è paragonabile a quello fatto da una famiglia in uno stabilimento balneare che vorrebbe farlo ereditare ai figli anche dopo la scadenza della concessione. Le concessioni a scadenza hanno la funzione di verificare lo stato del bene concesso, in quanto bene di tutti. Oltre 30 trivelle sono già risultate inquinanti, per esempio. Allo stesso tempo, alla scadenza si può verificare lo stato del giacimento e, se esausto, si può chiedere lo smantellamento ed il ripristino dello stato dei luoghi.

Quello che ho visto sui social in questi giorni è inquietante. Per esempio paragonare con leggerezza le energie alternative alle fonti fossili. I pannelli solari devono essere smaltiti e le turbine anche, quindi sono inquinanti allo stesso modo rispetto agli idrocarburi? No! La produzione di energia da fonti fossili produce gas serra ed inquina, le fonti alternative no. La dismissione di un impianto di estrazione o di raffinazione è di gran lunga un processo più inquinante rispetto alla dismissione di un impianto eolico o fotovoltaico.

L’acciaio delle turbine è completamente riciclabile, ad esempio, ed è di altissima qualità. Il territorio torna esattamente com’era in precedenza, dopo i 25-30 anni di produzione. La vita utile dell’impianto è maggiore nel caso delle fonti fossili, ma durante questa vita utile tali impianti producono sostanze inquinanti.

Escludendo pure la questione ambientale, che in Italia per taluni resta una fissa da hippy romantici, dovrebbe in ogni caso preoccupare la spesa sanitaria pubblica necessaria a curare chi vive nelle aree fortemente inquinate. Se invece è una questione estetica e siete d’accordo con Sgarbi sull’inquinamento visivo delle turbine, sarebbe utile considerare quali situazioni si portano come esempio. Si potrebbe pensare a quel parco naturale toscano che ha le turbine integrate e non invasive o ai parchi eolici francesi di alcuni dipartimenti ed imitarne le regole.

Se invece si scelgono come riferimento delle aree d’Italia dove non funziona nulla, dalle strade alle fogne, dagli appalti alle scuole, non ci si può aspettare che per l’eolico sarebbe stato diverso. Hanno creato “l’effetto selva” su quelle montagne, e vi assicuro in certe aree è inaccettabile e perfino controproducente per l’impianto stesso, allo stesso modo con cui hanno assunto come dirigente tecnico del comune il cognato del sindaco, quello con la terza media.

Così come per la criminalità organizzata, pensavate davvero che l’eolico fosse un business diverso dagli altri e che in certe aree ad alta mafiosità questi parassiti non ci avrebbero messo le mani? Anch’io trovo che le distese di pannelli solari su terreni (spesso incolti) siano state una stupidaggine. Esistono milioni di metri quadrati di tetti di capannoni industriali e di edifici pubblici da ricoprire. Ma ciò non mi fa odiare i pannelli solari. Siete mai atterrati all’aeroporto di Monaco di Baviera? Ecco, pensate a quegli impianti su quegli edifici ma col nostro sole. Inoltre, concentrarsi sul puro fattore estetico può far male.

Potrebbe farvi dispiacere vedere delle turbine eoliche su una montagna in cui andate una volta all’anno, ma potrebbe farvi dimenticare che una centrale a carbone è ben nascosta sotto la Lanterna di Genova, a pochi passi dal centro. Anche se non si vede, inquina lo stesso e Genova conta 600 mila abitanti! Invece sarebbe giusto pensare in termini marginali, ovvero a quante famiglie usano energia elettrica senza produrre gas serra, ed anche una sola famiglia in più è un guadagno per tutti.

Non avevamo bisogno della caciara di questo referendum, né delle dichiarazioni di Matteo di MediaShopping, per scoprire che le energie alternative da sole non ce la fanno. Si chiama “mix energetico” e la maggior parte dei Paesi sta cercando di spingere sulla quota rinnovabile. Ho studiato centinaia di siti francesi, in Francia installano turbine pur avendo il nucleare.

Porsi in un atteggiamento binario, da social e semplicistico, non aiuta. Non è che devo scegliere le energie alternative o le fonti fossili per forza. Si possono integrare. Se ci sono degli abitanti della mia città che vanno in autobus, non penso che l’autobus non riuscirà mai a sostituire l’automobile. Piuttosto penso che almeno quelli che vanno in autobus non contribuiscono ad intasare ed inquinare la città. E se sono civile e moderno mi batto affinché questa quota di persone divenga sempre più alta, mai il contrario.

Ho letto altre cavolate sul sostegno pubblico alle rinnovabili, tifosi che dimenticano in malafede o ignorano per accodamento pure gratuito che le fonti fossili hanno ricevuto 17,5 miliardi di euro l’anno. Se devo finanziare un settore, preferisco che sia il meno inquinante e quello che crea più posti di lavoro. Ecco, la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili crea fino a dieci volte più posti di lavoro di quella generata dalle fonti fossili. Andate in Basilicata, in uno dei giacimenti di petrolio più grandi d’Europa. Chiedete dove lavorano i giovani lucani, se continuano a lasciare i loro paesini d’origine, anche quelli interessati dalle estrazioni. Chiedete se l’elemosina delle royalty e della “carta idrocarburi” li ripaga del disastro che si sta consumando su quella terra.

Si, io voglio muovermi con lo scooter a benzina e farmi il caffè con la moka sulla cucina a gas. Tuttavia, questo non mi farà accettare l’arroganza di chi ha deciso di tifare per le fonti fossili senza se e senza ma. Nessuno è obbligato ad accettare insieme all’uso dell’automobile anche la signora col SUV 5000 a benzina che accompagna il figlio a scuola facendo quei 300 metri che potrebbe fare a piedi. Non implica nemmeno di vietarglielo, ma di disincentivarlo sì. Non abbiamo un cervello binario, si/no, bianco/nero.

Possiamo ancora discutere e migliorare, ci sono parecchi stadi intermedi. In molte città c’è il carsharing, anche elettrico. Ci sono diverse iniziative per far risultare sconveniente l’uso delle fonti fossili. Ed è l’unica strategia: l’indirizzo politico e la sensibilizzazione pubblica che diventano incentivo. Altrimenti resta l’eroismo del singolo che mentre cerca di evitare qualche grammo di emissioni nocive, deve anche sentirsi rimproverare con arroganza che se usa la macchina, allora per “coerenza” deve usare per forza quella che piace all’arrogante di turno.

 

* La parte sul sindaco e sulla Basilicata è stata scritta prima della pubblicazione delle intercettazioni che hanno portato alle dimissioni del ministro Guidi. Il fact-checking lo farà la magistratura.

Centri sociali, non basta okkupare

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Riceviamo e pubblichiamo dall’amico Simone Pedemonte.

Da qualche anno a Roma c’è uno scontro tra centri sociali e movimenti anti-degrado. L’ultimo esempio è della scorsa settimana, quando Retake Roma ha cancellato una scritta a Porta Maggiore apparsa durante non so quale manifestazione organizzata da Roma Comune, che a quanto pare è un’organizzazione di centri sociali. La scritta, che recitava “Né pubblico né privato, comune”, è riapparsa a credo neanche una settimana dalla cancellazione. L’azione di “re-commoning” è documentata con tanto di foto di re-comunisti incappucciati sulla pagina fb di Roma Comune.

In Italia c’è bisogno di parlare di centri sociali, e il discorso vale soprattutto a Roma. Il problema non è che non se ne parli, ma che il dibattito si limiti a posizioni che non comunicano tra loro, e come al solito il risultato è che non viene lasciato spazio alle sfumature. Centri sociali e movimenti anti-degrado infatti non sono in grado di comunicare in modo costruttivo perché partono da posizioni incompatibili: quando uno dice una cosa l’altro non capisce, e viceversa. La politica da parte sua è assente da questo dibattito, almeno per quanto riguarda esponenti significativi. Al massimo ogni tanto qualche politico locale bofonchia qualche parola per accaparrarsi un paio di voti. Ma fargliene una colpa sarebbe come accusare il malato terminale di essere avido perché si ostina a rimanere attaccato all’ossigeno.

Per quanto secondo me inadatti ad affrontare questa conversazione, i movimenti anti-degrado esprimono una frustrazione diffusa nei confronti di gruppi come Roma Comune. È chiaro che alcune posizioni dei centri sociali siano ormai diventate indifendibili. Le occupazioni di spazi pubblici a tempo indeterminato – che a Roma in alcuni casi durano da decenni, molti decenni – non hanno senso e soprattutto non ne hanno nell’ottica della “riappropriazione degli spazi”, visto che gli spazi occupati vengono tolti alla collettività e magari finiscono addirittura per diventare spazi privati (vedi alcuni casi a Roma). Se vogliamo, il paradosso dei centri sociali è proprio che finiscono per riprodurre da sinistra alcune manifestazioni del “liberismo sfrenato” che agitano come spauracchio per giustificare la propria esistenza. Infatti è solo grazie alla forza fisica e ai loro pur marginali agganci politici che riescono a emergere e talvolta a sopravvivere per decenni. Sono tutti gli altri che devono sottostare alle loro prepotenze. Per quanto la loro strategia funzioni nell’ottica della sopravvivenza, credo che sia perdente in quanto strategia riproduttiva. La chiusura nel settarismo politico li porta a riprodursi tra loro all’infinito dando alla luce ormai solo mostri. Se continuano su questa strada prima o poi sarà la genetica a farli sparire.

I centri sociali però rappresentano un’esperienza che riguarda ben più persone di quelle che ne fanno parte attivamente, e rappresentano delle posizioni in cui molte persone parzialmente si riconoscono o si sono riconosciute in passato. Credo che chi li ha frequentati o li frequenta sappia di cosa sto parlando. In quanto luoghi di accoglienza (vedi caso migranti), aggregazione e intrattenimento a basso costo, o anche solo posti sicuri dove farsi una canna, credo che per molti abbiano rappresentato qualcosa al di là della politica in senso stretto. Luoghi in cui fuggire dalle grinfie dello stato e ogni tanto di valorizzazione di posti abbandonati che sono stati recuperati e restituiti alle persone, anche solo per passare il tempo. Liquidare questa realtà appiattendosi su posizioni come quelle di Romafaschifo non rende giustizia alla loro storia. Ma allora cosa deve diventare il centro sociale per sopravvivere?

Il presupposto da cui parto è che ai centri sociali va riconosciuto il merito di aver creato spazi liberi. Sono spesso stati un’esperienza utile, un caso di associazionismo tra persone che hanno sentito il bisogno di vivere in modo attivo nella propria comunità. Il problema è che, all’interno di una democrazia, il fatto che dei gruppi politici marginali e anti-democratici si arroghino il diritto di sfruttare in modo esclusivo luoghi che in teoria sono di tutti, e lo fanno non rispettando le regole, non può essere tollerato. È sbagliato come è sbagliato che un’azienda privata inquini senza pagare o che un dipendente pubblico o un partito rubino soldi dello stato. In quest’ottica la logica dell’occupazione a tempo indeterminato è diventata ridicola –appartiene a una realtà in bianco e nero. Non è sostenibile perché è ingiusta e perché nel medio periodo non crea valore per nessuno – se non per chi occupa, forse.

I centri sociali possono continuare ad avere un ruolo solo se le persone che ne fanno parte capiscono che gli spazi che vengono recuperati dall’abbandono devono essere restituiti alla collettività. Se credo che il mio quartiere sia deprivato di servizi aggregativi e simili e occupo uno spazio pubblico abbandonato, devo essere pronto a rinunciare a usare quel posto per portare avanti un’agenda politica e devo aprirmi davvero al quartiere. Chiedere ai suoi abitanti che cosa serve a tutti e poi lavorare in modo aperto per realizzarlo. Il problema è che questo metodo o qualsiasi altro metodo che preveda un’apertura al giudizio degli altri è che i centri sociali dovrebbero rinunciare alla propria autoreferenzialità e accettare che anche loro devono essere accountable. Ma probabilmente non è un caso se questa parola in italiano non esiste.

Le narcolettarie del centrosinistra: sei momenti brutti

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A meno di tre giorni dalle primarie del centrosinistra romano è difficile accorgersi che in città si stia svolgendo qualcosa di vagamente politico, tra confronti pubblici cancellati, affissioni zero, la spettro gazebo vuoti e l’inevitabile confronto con Milano:

“Ne so più di tutto ciò che pensa Majorino del futuro di Milano che di cosa abbiano immaginato per Roma tutti i candidati messi insieme a queste primarie romane”

nota su Facebook Valeria, elettrice attenta.

Il poco materiale reperibile ha una portata narcolettica pari alle eliminatorie di un torneo di freccette e lo spessore politico di una assemblea condominiale, con rari picchi trash di ispirazione grillina che fanno inevitabilmente rimpiangere la genuinità dei video per le Parlamentarie 5 Stelle.

Sinceramente allibiti, abbiamo selezionato per voi i sei  momenti davvero brutti di questa farsa noiosa e priva di contenuti ai limiti dell’offensivo:

1. L’orso di pezza di Gianfranco Mascia seduto in studio nell’intervista-terapia di gruppo di Lucia Annunziata: quasi impossibile non pensare a Napo Orso Capo nel profetico sketch di Guzzanti del 2001

2. Le interviste very simpatiche del Comitato Primarie ai candidati sulla ricetta della carbonara: guanciale o pancetta? LOL? No, speravamo che aveste qualcos’altro da dirci, comunque sulla cipolla di Tropea ha ragione Pedica.

3. Gli slogan in romanesco: una volta era tutta campagna social a colpi di Arfio Marchini e Coatti per Marino, adesso gli alter ego satirici non vanno più di moda, oppure non ci sta fantasia, non ci stanno soldi e il coatto lo fanno fare direttamente al candidato originale.

Al prossimo giro tanto vale candidare Brignano contro Biascica, tanto per motteggiare in romanesco non vale la pena scomodare deputati e relativi spin doctor. Il 6 m’arzo? E nun lo so mica sà! (Aspetto che mi diate un motivo).

4. Il candidato favorito senza programma. Perché il programma, a Roma, si fa dopo le primarie. Alle primarie si sceglie il candidato in base a come abbina la camicia con la giacca.

Update: l’intervista senza programma è del 20 febbraio. Nel frattempo, Giachetti ha fatto un programma: Piazza Vittorio come le ramblas. Meglio di niente, dai.

5. Gli stornelli. Gli stornelli hanno rotto il cazzo. Non è X-factor, non ce ne frega niente che sei coatto, vedi punto 3. In realtà non frega neppure nulla che tu sia romano doc, non lo è la metà dei residenti a Roma eppure: paghiamo le tasse, aspettiamo invano l’ATAC, amiamo i tramonti dal Pincio e siamo vostri elettori.

6. L’invito a “litigare un po’ di più” da parte di Matteo Orfini ai due sfidanti, uno dei quali (Giachetti) evidentemente alienato da qualsiasi autonomia e il secondo (Morassut) inizialmente comprimario di cortesia.

Attenzione, attenzione: nelle ultime ore pare che Morassut stia spiazzando tutti litigando davvero. Fuori copione, finalmente. Ed è, come sempre, merito di Denis Verdini.

Credits: Leonardo Molinari per .gif e spunti

Cirinnà: un passo avanti, molti indietro

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No, qui se uno legge certi commenti sulla legge Cirinnà, pure quello dell’amico Tad, pare che ci si debba congratulare col PD per aver portato a casa chissà cosa.

Praticamente una legge che sarebbe già stata arretrata è diventata qualcosa di praticamente ridicolo. Perché è vero che contano i risultati pratici, e che la situazione di moltissime coppie sarà migliorata rispetto al nulla che lo stato offriva senza ricorrere ai tribunali. Questo tipo di leggi, però, servono anche a segnare principi, hanno un significato storico che va al di là della portata pratica.

Siamo un paese dove si vaneggia dell’introduzione di un reato di omofobia dai contorni vagamente definiti, laddove il primo a discriminare è lo Stato. E tale rimarrà dopo la legge Cirinnà.

Approvare il matrimonio omosessuale sarebbe stata la più grande operazione antiomofoba possibile: lo Stato avrebbe finalmente segnalato chiaramente che gli omosessuali non sono cittadini di serie B.

I compromessi fatti per approvare la legge hanno totalmente ribaltato questo significato. Niente matrimonio perché “il matrimonio è solo tra donne e uomini”, una petizione di principio totalmente arbitraria che qui in italia passa per ragionevole buon senso. Quindi vabbè niente matrimonio.

Niente stepchild adoption perché “i froci sennò si comprano i figli all’estero”. Certo, mica perché ci sono coppie omosessuali con figli avuti da precedenti unioni. La gestazione per altri (il temibilissimo “utero in affitto”) esiste da decenni e moltissime coppie eterosessuali vi ricorrono. Qualcuno propone di restringere la disciplina delle adozioni all’interno del matrimonio eterossessuale per evitare il rischio? Ma certamente no, perché a nessuno frega un cazzo dell’utero in affitto, alla maggioranza di governo frega mettere i bastoni tra le ruote agli omosessuali, segnalare che sono diversi, non sono adatti a crescere figli, sono moralmente inferiori.

E alla fine, proprio per rimarcare questa inferiore moralità, niente obbligo di fedeltà. Cosa che viene spacciata addirittura come moderna, “non è lo Stato che deve intromettersi tra le lenzuola”. Ma come no! A parte il fatto che l’obbligo di fedeltà non vuol dire solo che non si debba scopare fuori dal matrimonio ma è l’obbligo di mantenere una leale collaborazione all’interno della coppia. Soprattutto, questa lettura pseudoliberale è immediatamente contraddetta dal fatto che a imporre lo stralcio dell’obbligo è stato Alfano. Non prendiamoci in giro: lo stralcio è solo un altro modo di dire, il matrimonio è cosa seria, le unioni omosessuali sono un po’ come le storielle tra fidanzatini delle scuole medie, una roba effimera; inutile sancire l’obbligo di fedeltà a gente che non può assumere impegni affettivi seri.

Insomma, cari tutti, qui stiamo sancendo e perpetuando per legge una discriminazione. E a farlo è un governo che si dichiara progressista, addirittura “il più di sinistra della storia d’Italia”. La storia della legge Cirinnà dimostra invece che questo è un governo con una maggioranza conservatrice, senza neppure uno straccio di liberalismo per consolarci. Quindi facciamola finita con sti festeggiamenti di facciata e cerchiamo di capire come stiamo davvero messi politicamente. Perché se non si riesce ad approvare un provvedimento progressista perché i grillini, cioè un’accozzaglia di gente dichiaratamente senza consistenza politica, si tirano indietro, per me stiamo messi malissimo.

No, la Corte Costituzionale non ha vietato il matrimonio gay.

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Esiste una sentenza della Corte Costituzionale che ritenga il matrimonio omosessuale contrario a Costituzione, come sembra suggerire la stampa oggi? No, non esiste.

C’è una sentenza, la 138 del 2010, che ha detto una cosa diversissima. Due signori di sesso maschile avevano provato a chiedere di effettuare le pubblicazioni per il proprio matrimonio in comune. Il funzionario di stato civile – insomma, il Comune – aveva rifiutato di eseguire le pubblicazioni affermando che in Italia non è consentito procedere al matrimonio di due persone dello stesso sesso.

I due signori hanno allora chiesto a un giudice se questa circostanza, e cioè che nel nostro Paese solo persone di sesso diverso possano contrarre matrimonio non violasse la Costituzione.

Secondo questi due signori, il fatto di non potersi sposare tra persone dello stesso sesso è contrario alla Costituzione italiana per tante ragioni, che se volete vi rileggete nella sentenza, tra cui anche il principio di eguaglianza sancito dall’art. 3 della Costituzione stessa. Il giudice che si è visto incaricare della questione – il Tribunale di Venezia –  non poteva deciderla da sé, però, perché nel nostro Paese c’è solo un giudice che può dichiarare una legge incostituzionale, questo giudice è la Corte Costituzionale.

Il Tribunale ha allora chiesto alla Corte Costituzionale se la normativa italiana, che non consente a persone del medesimo sesso di sposarsi, fosse contraria alla Costituzione. Facciamo attenzione perché la decisione del Tibunale di Venezia non era scontata; il giudice ordinario non ha l’obbligo di mandare alla Corte tutte le questioni costituzionali che le parti gli pongono, può e deve inviare solo quelle che ritiene siano rilevanti nella causa e non siano manifestamente infondate: cioè non siano una plateale presa in giro fatta magari solo per prendere tempo.

La Corte Costituzionale ha dovuto rispondere a questa domanda: “la normativa italiana, che non consente a persone dello stesso sesso di contrarre matrimonio, è contraria alla Costituzione?

A questa domanda la Corte ha risposto di no. La normativa attuale non è contraria alla Costituzione. Si può essere d’accordo o dissentire, questa è stata l’opinione della Corte. I passaggi chiave sono riassunti qui .

Attenzione, però, la domanda però non era affatto: “Il matrimonio gay è incosituzionale? Se il legislatore introducesse il matrimonio omosessuale nel nostro Paese, violerebbe la Costituzione?

Questa domanda non è stata posta alla Corte e quindi la Corte non ha mai detto che se il legislatore introducesse il matrimonio gay violerebbe la Costituzione.

Nella sentenza 138, invece, la Corte ribadisce più volte che la normativa in questione spetta al legislatore: la Corte non ha affatto deciso sul merito.

Va inoltre specificata un’altra cosa, e questa forse è ignota a molti non giuristi. Le sentenze della corte hanno efficacia giuridica vincolante solo quando dichiarano che una determinata disposizione viola il dettato costituzionale. In quel caso, secondo l’art. 136 della Costituzione, “la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione”.

Nel caso della sentenza 138 del 2010, invece la Corte non ha accolto la questione di costituzionalità, non ha quindi dichiarato incostituzionale alcuna norma. Anche per questo è una pronuncia che non vincola affatto il legislatore a mantenere lo stato di cose esistente nel nostro ordinamento giuridico.

La filosofia dopo la fuffologia

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È noto a molti che le discipline umanistiche non godono di buona reputazione. Studiarle non sembra molto promettente se si ha in mente una carriera ben remunerata. E come se non bastasse, molti docenti universitari di tali discipline sono noti al grande pubblico per le sciocchezze che dicono che non per una dedizione autentica alla ricerca. C’è chi ritiene che questo secondo fenomeno spieghi perché le humanities versino in uno stato di profonda crisi: gli iscritti sono sempre meno e anche gli stanziamenti da parte dello stato alla ricerca fatta nelle humanities sono distribuiti con il contagocce. A chi scrive risulta difficile stabilire se la fuffa sia la ragione principale del disinteresse per le humanities. Vorrei però soffermarmi sui modi in cui alcuni ritengono che la fuffa possa essere combattuta. Secondo alcuni, il mercato penserà ad eliminare la fuffa. Il calo degli studenti porterà necessariamente a eliminare i corsi inutili tenuti da docenti incapaci. Questa tesi, però, suppone che gli utenti del sistema dell’educazione superiore siano in grado di distinguere la fuffa dai contenuti seri. Ogni evidenza sembra indicare il contrario. È quindi evidente che a fermare la fuffa debbano essere altri, gli esperti, coloro che sanno distinguere uno studioso serio da un Massimo Cacciari.

I fautori di questa strategia ritengono a volte che l’attuale sistema di “credentialing” accademico possa opporre un freno alla fuffa. La teoria di questi signori è la seguente. Fino a ieri in alcuni sistemi accademici – ad esempio, nel sistema accademico italiano – si diventava professori di humanities per mera cooptazione. Poiché i criteri della cooptazione sono meramente soggettivi, i meriti per ottenere una cattedra potevano spaziare da autentici meriti scientifici a contributi alla fuffa a favori sessuali a ricatti o ad altre bassezze cui l’accademia è tanto incline quanto il mondo che la circonda. Oggi invece, sostengono i cantori dei tempi nuovi, questo sistema non può continuare ad esistere nemmeno in Italia. I criteri soggettivi vanno sostituiti con criteri oggettivi – ossia con pubblicazioni in riviste con sistemi di referaggio seri. Tali cantori osservano che le riviste top delle humanities hanno un acceptance rate ben inferiore alle riviste scientifiche. In un settore che conosco bene perché è il mio, la filosofia, le migliori riviste hanno un acceptance rate attorno al 5% e talvolta persino inferiore. Ebbene, secondo i cantori dell’avvenire, se uno è reclutato soltanto sulla base delle pubblicazioni in tali riviste, il reclutamento dei docenti nelle humanities non dipenderà dall’arbitrio meramente soggettivo della vecchia cooptazione. Finalmente avremo ricercatori seri anche nelle nostre università italiane.
Ammetto che ho sempre guardato con sospetto la retorica che oppone il passato al presente.

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Fuffa before it was cool

A giudizio di chi scrive, gli uomini tendono a essere sempre tendenzialmente cialtroni, farabutti, ladri, ruffiani e adulatori a prescindere dall’epoca storica in cui si trovano a vivere. Pensare che il sistema di referaggio delle riviste ci garantirà la selezione dei migliori è come pensare che una procedura ci garantisca il conseguimento del fine per il quale essa è stata istituita. Se il fine delle votazioni è la democrazia, uno può certamente pensare che, dato che si vota, esiste la democrazia, ovvero il potere è nelle mani di ciascuno. Ma chi pensasse veramente che il suo voto valga quanto quello dell’ingegner De Benedetti non avrebbe capito come funzionano le élites. Lo stesso accade nelle riviste. La procedura della blind review non serve ad altro che a facilitare il giudizio dei pari. Ma se i pari sono cialtroni, il loro giudizio è ovviamente irrilevante. E, come si è detto, è ragionevole pensare che tra gli accademici la percentuale di cialtroni sia simile a quella che si ritrova nell’umanità tutta, ossia i cialtroni sono largamente preponderanti. Esistono, è vero, sacche di resistenza. Riviste ben fatte, guidate da ricercatori competenti. Dipartimenti ottimi. Studiosi bravi che si riconoscono tra loro. Sono sacche che si sono formate perché i bravi hanno deciso coraggiosamente di non ammettere tra le loro fila i cialtroni. Potrei nominare tanti dipartimenti nel mio settore, ma forse non è necessario, perché chi conosce l’accademia capirà facilmente di cosa sto parlando. Ma non appena si lascia spazio ai cialtroni, anche solo per “quieto vivere”, si è poi costretti ad assistere al loro proliferare.

I cialtroni, infatti, si “riproducono” accademicamente, fondando riviste in cui pubblicano i cialtroni e che servono a promuovere altri cialtroni. Non è infatti necessario che la maggioranza dei docenti di un dipartimento di humanities siano cialtroni perché la fuffa trionfi. È sufficiente che ce ne siano alcuni per infettare un corpo che sarebbe altrimenti “sano”. A poco vale quindi la resistenza degli sparuti ricercatori seri. Essi sono, appunto, confinati in sacche che provano a resistere alla fuffa. Tali sacche esisteranno sempre. Ma resteranno sempre minoritarie. Perché, come osserva il personaggio Diego Fuffaro su facebook, “non si ferma la fuffa con le mani”.

 

ricevuto da 

Luca Gili, luca.gili@hiw.kuleuven.be

Meglio froci che atei

in politica/religione/società/ by

Domani si tiene in molte città del mondo il Pride, la più grande (e divertente) manifestazione mondiale annuale a supporto di una causa. Da lungo tempo le organizzazioni di area LGBT combattono per la difesa delle loro libertà e la conquista dei loro diritti, con una presenza straordinaria, nel bene e nel male, nel dibattito politico, al punto che oggi la corte suprema statunitense ha stabilito che il matrimonio omosessuale debba essere legalizzato in ogni singolo stato (#LoveWins, ha commentato Mr President su Twitter).

Ma ancora ci sono forti resistenze: dall’ultima edizione di un sondaggio ricorrente Gallup risulta che circa un quarto della popolazione statunitense non voterebbe per un candidato presidente omosessuale, a prescindere da qualsiasi altra sua caratteristica. Non sembra un bel quadro, ma ci sono degli aspetti che fanno sperare.

La prima buona notizia é che tutte le ritrosie piu’ forti sono nei confronti di aspetti ideologici: essere nero o donna sono ormai aspetti comunemente accettati dalla maggior parte degli americani. Le categorie più odiate sono invece dovute ad una scelta, che indubbiamente influenzerà le posizioni politiche di un candidato alla presidenza: essere socialista o musulmano ha un’influenza reale sulle politiche che si proporranno, quindi ha senso che sia un parametro di scelta di un uomo politico (se si prescinde dal fatto che al momento in molti luoghi, soprattutto al sud, dire musulmano è più o meno come dire terrorista in erba).

La cattiva notizia è invece che, a parte i socialisti (categoria per la quale i dati sono stati rilevati per la prima volta quest’anno e che in fondo, diciamocelo, se lo merita pure, oltre ad essere quella in cui secondo molti repubblicani rientra l’attuale presidente), il gruppo di cui gli americani si fidano di meno in assoluto è quello degli atei: 2 americani su 5 si rifiutano categoricamente di votare per un senza dio, più ancora che per un musulmano e quasi il doppio che per un omosessuale.

E allora c’è da farsi qualche domanda. Non solo gli atei sono particolarmente odiati, pur essendo sulla carta gli unici che avrebbero interesse ad essere super partes, ma tendono persino a nascondersi in tutte le maniere, a far finta di nulla, ad integrarsi nel mare di coloro che trovano ragionevole avere la scritta “in god we trust” in un tribunale (o il crocifisso cattolico in una scuola pubblica, nel caso dell’Italia). Perchè il movimento ateo è così debole? Perchè l’atheist pride è poco più di una barzelletta nonostante le discriminazioni nei confronti dei non credenti siano a volte peggiori di quelle contro gli omosessuali o i neri?

Ci sarebbe una seconda buona notizia: tutti i valori di potenziali votanti per le diverse minoranze sono in costante crescita. Ma purtroppo anche questo vale molto meno nel caso degli atei. Quindi se per gli omosessuali probabilmente adda passà ‘a nuttata, c’è ancora da chiedersi a che punto è la notte per i non credenti.

trend

Sarebbe interessante un sondaggio simile condotto in Italia. I risultati non sarebbero probabilmente molto dissimili, se si esclude la diffidenza per i cattolici, che è stata a lungo diffusa negli USA. Magari da noi invece di socialista bisognerebbe chiedere se si diffida di un comunista.

Piuttosto ci sarebbero categorie da creare ex-novo. Categorie che negli negli Stati Uniti non sono considerate “malvagie” (anzi, in alcuni casi sono discriminate positivamente), mentre da noi sono attaccate a prescindere da alcune fasce di popolazione, come ad esempio i militari e magari anche gli sporchi capitalisti.

Ma insomma, chissà se anche da noi tra breve sarà meglio essere omosessuali che atei

La questione della Net Neutrality spiegata con il famoso esempio dell’autostrada

in economia/internet/mondo by

Alla faccia del topo Fievel, finalmente Netflix sbarca in Italia. Grande festa per tutti coloro che ora possono smettere di vedere i film e le serie su PopcornTime sul digitale terrestre. A parte il fatto che ora sarei curioso di sapere quanti veramente faranno il salto, in realtà quello di cui voglio parlare è l’altra notizia importante (forse anzi ancora più importante) per tutti coloro che passano un sacco di tempo davanti all’internet: la scorsa settimana una sentenza federale ha confermato le nuove regole della FCC (l’autorità statunitense per le comunicazioni) sulla Net Neutrality.

E a noi che ce ne frega? Ad alcuni ben poco, a me (e immagino potenzialmente ad un paio di altri) abbastanza. Per 3 motivi:

  1. Perché la Net Neutrality è un tema rilevante per il modo in cui si svilupperà Internet nei prossimi anni. In particolare per la possibilità di vedere film e serie televisive, magari in originale (sapevate che oltre un terzo del traffico totale sulla rete è generato da Netflix e ben più della metà da streaming video in genere?), usare applicazioni p2p come eMule o uTorrent e magari anche app di comunicazione come Skype o Facetime
  2. Perché è una buona scusa per parlare di concorrenza e del sistema americano delle lobby
  3. Perché è una buona scusa per parlare dell’influenza dei mass media su alcune decisioni e in particolare di come un certo tipo di infotainment possa in alcuni casi fare la differenza (ma poi la faccenda si fa lunga, quindi vi toccherà leggerla su quest’altro post)

Forse vale la pena fare uno spiegone preliminare su cosa sia questa Net Neutrality e sulla sua storia.

ED ECCO A VOI QUELLO CHE SARÀ RICORDATO COME L’ESEMPIO DELL’AUTOSTRADA

Immaginate di dover andare da Roma a Firenze in automobile. Ovviamente chiunque prenderebbe la A1 e in 3 ore o giù di lì dovrebbe giungere alla meta. Ora immaginate che l’autostrada, invece di costare i soliti suppergiù 30 euro, ne costasse 300: non vi resterebbe che percorrere strade senza pedaggio, passando da Perugia e impiegandoci 5 ore, mentre magari una grande azienda che ha bisogno di effettuare trasporti veloci su gomma pagherebbe l’oneroso balzello e continuerebbe ad usare l’autostrada.

Immaginate di dover andare da Roma a Firenze in automobile. Oggi prendete la A1, pagate 30 euro e in 3 ore siete arrivati alla meta. Ora immaginate che un bel giorno arriviate a Fiano Romano e al casello vi dicano che per i 30 euro di prima potete viaggiare solo sulla corsia di destra e non superare i 70 km/h: se volete usare anche le altre corsie e andare a 130 km/h dovete pagarne 300. A fronte di questo una grande azienda che ha bisogno di effettuare trasporti veloci su gomma pagherebbe l’oneroso balzello e continuerebbe ad usare l’intera l’autostrada mentre tutti gli altri si metterebbero in coda arrivando in 5/6 ore invece di 3.

Ecco la Net Neutrality è la condizione che costringe l’autostrada a trattare tutti gli utenti allo stesso modo senza fare distinzioni. In assenza di questa regola, poche grandi aziende pagherebbero ingenti costi (i quali, direttamente o indirettamente, saranno ribaltati sugli utenti) per continuare a inviare i loro contenuti ad alta velocità, mentre tutto il resto di internet sarebbe costretto a viaggiare sulla “corsia lenta”.

Per darmi un tono ora citerò un professorone di Harvard, tale Lawrence Lessig, che sostiene che Net Neutrality significa che Internet non è b2b, b2c o chissà che altro, bensì e2e, cioè end-to-end, a dire che non vi è differenza nella trasmissione di dati, quali che siano emittente e destinatario.

Se la metafora e la citazione non vi sono bastate, Net Neutrality significa che gli ISP (per esempio Telecom o Fastweb in Italia) non possono:

– porre limiti al tipo di contenuto che passa sulle loro reti (cioè non possono dirvi che visitare Facebook va bene, ma vedere un film su Netflix o scaricarlo con un client torrent, oppure fare tethering col cellulare, no)

– imporre un prezzo alla possibilità di trasmettere a maggiore velocità (cioè non possono chiedere a Google dei soldi in più per rendere prioritaria sulla rete la trasmissione dei video di Youtube, mentre il povero Mario che ne vuole vedere uno su Vimeo passerà mezza giornata ad osservare un clessidra con la scritta “buffering”)

ONCE UPON A TIME IN AMERICA

Ora, questa cosa della Net Neutrality in America ha una storia di guerre legali che andrebbe raccontata in tecnichese e che quindi vi risparmierò. Il riassunto è che, dopo anni di lotte, Tom Wheeler, nuovo presidente della FCC, ha dichiarato qualche mese fa di voler rendere più lasche le regole sulla Net Neutrality, in pratica facendo un favorone alle poche compagnie monopoliste del servizio di provider (Comcast, Time Warner Cable e Verizon). Dopo un certo subbuglio, però, la questione si è completamente ribaltata: la FCC ha stabilito che la Net Neutrality deve essere assoluta (o quasi, ma di questo poi ne parliamo) e quando le compagnie telefoniche hanno fatto causa contro questo provvedimento sono state sconfitte.

Adesso abbiamo più o meno chiarito perchè la Net Neutrality è rilevante e come sono andate le cose. Aggiungo che in genere quello che succede in ‘Murrica per quanto riguarda le politiche di controllo della rete tende ad essere d’esempio per l’Europa, quindi anche se so che non vedevate l’ora di farlo, potete anche risparmiarvi di commentare “ma che cazzo me ne frega a me degli americani”, “schiavo della cultura statunitense” o “noi mica siamo cosi’”. Possiamo quindi proseguire sugli altri due punti, iniziando dai simpatici retroscena di questa faccenda.

Come è possibile che i provider si possano permettere di minacciare Google, Amazon, Netflix e via dicendo di far pagare loro cifre esorbitanti per una linea veloce? Il fatto è che negli Stati Uniti in pratica non esiste concorrenza sulla connessione a banda larga. Se va bene in una certa zona ci sono due provider, ma nella maggior parte dei casi ce n’e’ uno solo. Ultimamente si è fatto un gran parlare della potenziale fusione tra Comcast e Time Warner Cable e il presidente della prima, per spiegare che questo non avrebbe diminuito la quantità di concorrenza, ha affermato che non sarebbe stato possibile perché loro non lavorano mai nelle stesse zone: se uno è a San Francisco, l’altro è a San Jose, se uno è a New York, l’altro è a Philadelphia. Ora, parafrasando John Oliver, grazie al cazzo che una cosa che NON C’È NON PUÒ DIMINUIRE.

In aggiunta, a quanto pare Comcast è la seconda azienda in assoluto per investimenti in lobbismo (alle spalle di una società che si occupa di armamenti) e questo determina una influenza disgustosa sulle scelte del governo, al punto che il suddetto Tom Wheeler, presidente della FCC che da principio voleva abolire la Net Neutrality, è l’ex negoziatore capo della lobby delle telecomunicazioni.

Infine, lo scorso anno Comcast stava rinegoziando con Netflix alcuni contratti e, proprio a ridosso della firma, la velocità di streaming si è improvvisamente ridotta ai minimi storici, quindi, per quanto pazzesco, non si parla di alzare il prezzo per garantire una velocità maggiore, ma di farlo per non imporne una minore.

In fatto di concorrenza in Europa le cose fortunatamente non stanno così, ma questo non significa che la Net Neutrality non sia comunque importante, vista la tendenza di alcune aziende nostrane a fare cartello: quanto ci metterebbero Telecom, Vodafone e Wind ad accordarsi per far pagare a Netflix un bel sovrapprezzo pur di non vedersi ridotta la velocità di trasmissione?

Siccome voglio far finta di essere super partes, ecco un po’ di argomenti contro la Net Neutrality:

– Innanzitutto le compagnie telefoniche sostengono che senza Net Neutrality potrebbero sì far pagare di più Netflix e soci, ma userebbero quei soldi per investire nel miglioramento delle reti e potrebbero contrastare i siti illegali.

– C’è poi chi dice, non senza fondamento, che la Net Neutrality in realtà non è mai esistita e che Google e simili non pagano per la corsia veloce sulle normali linee per il semplice fatto che già pagano per avere i loro server direttamente nei centri di smistamento dei provider.

– Antonin “Justice” Scalia è a favore della Net Neutrality, il che dovrebbe renderci tutti sospettosi (e se non sapete perché, vorrà dire che vi sorbirete un altro post).

Ora avete più o meno tutti gli strumenti per andare a studiare sul serio, come suggerirebbe il buon Rosario D’Auria, il relativo provvedimento e decidere da che parte state.

 

OST: Chi ruba nei supermercati, F. De Gregori

Chi è John Oliver, 5 motivi per cui dobbiamo ringraziarlo e altre domande

in giornalismo/mondo/società by

In un altro post ho parlato di come la lobby delle telecomunicazioni statunitensi, una delle più potenti in assoluto, sia stata sconfitta con la decisione di sostenere la politica della Net Neutrality da parte della FCC, nonostante a capo di questa ci sia l’ex capo dei lobbisti di Comcast, Tom Wheeler.

Come e’ stato possibile?

Wheeler ha inizialmente annunciato di voler limitare la Net Neutrality. Al tempo, a nessuno è fregato niente, anche perché il discorso era tenuto ad un livello di burocratichese insopportabile alle orecchie di chiunque. La FCC ha però commesso un errore: ha permesso ai cittadini di fornire online commenti sul provvedimento.

AND SUDDENDLY A COMEDIAN FOOL APPEARS

 

 

John Oliver, il nuovo principe dell’intrattenimento intelligente, ha realizzato un pezzo di un quarto d’ora  in cui spiegava le linee generali della questione e sosteneva che “avere Tom Wheeler a capo della FCC e’ come chiedere ad un dingo di fare da babysitter ai propri figli”. In piu’, ha chiesto a tutti gli spettatori (anzi, ha fatto un vero e proprio appello a tutti i peggiori troll della rete) di andare a commentare sul sito della FCC, che il giorno dopo e’ stato talmente bersagliato da crollare.

La diatriba è proseguita con Wheeler che dichiarava “io non sono un dingo” in sedi ufficiali, scoprendo il fianco a nuove parodie, al punto da dover ritornare sui suoi passi e varare un provvedimento che addirittura fa diventare la FCC un paladino della Net Neutrality.

 

Ma chi è John Oliver? Questo inglese trapiantato in America conduce da un paio d’anni uno show settimanale dal titolo Last Week Tonight in cui sfrutta l’umorismo per fare una carrellata di notizie rilevanti, con in più un pezzo di approfondimento su un tema trasversale.

E a noi cosa ce ne frega? Beh, ce ne frega perchè, anche grazie al fatto che trasmette su HBO, quindi non deve rendere conto ad investitori pubblicitari e può permettersi di dire quello che vuole, Oliver può sfruttare la scusa della satira per fare in realtà giornalismo d’inchiesta e approfondimento. La sua filosofia consiste nel rendere irresistibilmente divertente anche il più noioso dei temi, tipo la Corte Suprema.

Questo gli ha fatto guadagnare un grande successo di pubblico e ospiti di un certo rilievo, tra cui Edward Snowden, Stephen Hawking, Helen Mirren e soprattutto i Muppets.

Ma non basta, oltre all’affaire FCC ci sono almeno altri 4 motivi per cui dovremmo ringraziarlo:

  1. Per aver svelato le malefatte della FIFA gia’ in tempi non sospetti
  2. Per aver sbugiardato ciarlatani equivalenti ai nostri Di Bella e Vannoni
  3. Per aver scommesso di nuovo contro la FIFA, rilanciato pesantemente e non aver esitato a pagarne le amare conseguenze
  4. E infine, soprattutto, per aver (non) contribuito al salvataggio di gechi spaziali

E altrettante domande che dovremmo farci:

  • è una cosa buona che sia un comico ad occuparsi di informare i cittadini? (e questo non è un caso isolato: Oliver ne fa un mestiere, in cui è incredibilmente bravo, per quanto io spesso non condivida le sue crociate contro le grandi aziende)
  • è una cosa buona che in un paese si debba ricorrere a questo per contrastare il potere delle lobby?
  • è una cosa buona che in un paese conti più l’opinione di Maria de Filippi Ophra Winfrey che la piattaforma elettorale, per decidere chi vincerà le elezioni?
  • e in Italia come siamo messi? Chi sono i paladini dell’informazione? (il primo che risponde che Grillo è come John Oliver vince una bambola del pupazzo Waldo e una settimana in vacanza su un’isola deserta con Metilparaben che provvederà a spiegargli perché non è così)

Prima di iniziare a commentare, vi raccomando di studiare. E siccome stavolta non abbiamo il provvedimento relativo, vi suggerisco di iscrivervi al canale Youtube di Last Week Tonight  o di seguire John Oliver su Twitter, dove i più bravi tra voi troveranno anche la meravigliosa battaglia con il presidente dell’Ecuador Rafael Correa.

(Qualcosa di sinistra)^2 : Il Capitalista

in Articolo by

C

C’era una volta uno Stato: ricco, ben integrato nello scacchiere geopolitico mondiale e nell’economia di mercato, caratterizzato da una grande vivacità culturale testimoniata da numerosi festival della Resistenza. Uno stato in cui il governo doveva tuttavia prendere una decisioni difficili per rispondere alla Crisi indotta dalle Contraddizioni del Capitalismo. L’economia si faceva sempre più frenetica e liquida, mentre la vecchia democrazia era lenta e farraginosa. Allora fu scelta la soluzione più semplice e logica: estirpare il problema alla radice, eliminando la forma liberal-democratica. Sarebbe andato tutto a meraviglia, senza dover cercare sempre il compromesso tra diversi portatori d’interesse. Basta mediazioni con gli alleati di governo, l’opposizione, i sindacati e la società civile! Il comitato centrale del Partito avrebbe preso in fretta le decisioni e reso lo Stato più efficiente e stabile. Del resto, le uniche cose che contano sono far crescere il PIL, l’occupazione, la crescita, il benessere materiale. Il denaro non dorme mai, si sa, nulla si crea e nulla si distrugge, e poi io non creo ricchezza: la sposto. Il ritorno del benessere economico, la riduzione della povertà e della disoccupazione sciolsero nel silenzio della repressione silenziosa del mercato le richieste di giustizia. La tranquillità dominava su tutto: finalmente il fardello della democrazia era svanito grazie al Centralismo Democratico. Per descrivere questa situazione ricorrerò alle parole di Frank Underwood, un liberal-conservatore come te:

“La sola cosa più soddisfacente di convincere qualcuno a fare come voglio io è fallire nel convincerli dell’opposto di proposito”*

Se qualche politico o personaggio pubblico osasse esternare un progetto del genere, verrebbe subito (e giustamente) linciato dall’opinione pubblica. Guardare una fiction che non passa su RaiTre! Insomma, per fortuna posso guardare Netflix sul pc mentre RaiTre è accesa sulla tv. Ma torniamo alla democrazia Sulla sua necessità ciò siamo d’accordo, caro capitalista. Prenderemmo la Via delle Montagne insieme! Però qui il punto è un’altro, cioè che il tuo fervore democratico si rivela in tutta la sua ipocrisia quando trasferiamo la stessa discussione sul piano economico.  Eppure, come le lezioni di Mao valgono in Italia nonostante siano scritte in cinese, la piccola storia ignobile dello Stato che decide di rinunciare alla democrazia per restare al passo con il sistema economico può essere tranquillamente trasferita all’impresa.

D’altronde, come direbbe Proudhon: “Capitale” in campo politico è sinonimo di “governo”. La concezione economica di capitalismo, quella politica di governo e quella teologica di Chiesa sono tre concetti identici, collegati in modi differenti. Attaccare uno solo di loro equivale ad attaccarli tutti. Quello che il capitale fa al lavoro, e lo Stato alla libertà, la Chiesa lo fa allo spirito. Questa trinità di assolutismo è rovinosa nella pratica tanto quanto nella filosofia. I mezzi più efficienti per opprimere il popolo sarebbero simultaneamente sopprimere e schiavizzare il suo corpo, la sua volontà e la sua ragione.

Allora, caro capitalista, emergono le tue due contraddizioni. E che capitalista saresti se non fossi pieno di contraddizioni, d’altronde? Innanzitutto reagisci in modi opposti a due applicazioni dello stesso principio: stabilire gerarchia fascista e machista per andare incontro alle esigenze del profitto. Da una parte inorridiresti se calpestassero i tuoi diritti politici, dall’altra accetti che ci siano i padroni, quelli che non comprano l’Unità e gente che preferisce Marraca$h a Guccini.

Accetti inoltre che la scissione tra capitale e lavoro annulla quegli stessi diritti in cui tu, liberale di ferro, credi con tutto il tuo cuore. Mi dici che ci sono le leggi in difesa dei lavoratori? Bene, allora ti racconterò un’altra storia: quella di un operaio qualsiasi che è costretto a lavorare più del dovuto, in scarse condizioni di sicurezza e con ferie quasi inesistenti. Un giorno l’operaio si stufa e va a denunciare le violazioni. Comincia una lunga causa e la vince! Peccato però che il datore di lavoro gliela faccia pagare, cacciandolo alla prima occasione buona.

Sai che ti dico? I tuoi sono pregiudizi. Sì, lo sono. E, come diceva Richard Nixon, un liberal-conservatore come te: la sostanziale differenza fra un’opinione e un pregiudizio è che un’opinione la si possiede, mentre da un pregiudizio siamo posseduti*. Perché l’atteggiamento di tutti quelli come te di fronte all’espansione della democrazia all’economia è identico a quello dei borghesi ottocenteschi, schifati anche solo a pensare di concedere il diritto di voto alla plebaglia. Ebbene, ti dico che un giorno si guarderà all’impresa capitalistica come oggi all’Italia di Cavour: una pagina di storia importante, ma appartenente ad un passato lontano. Magari quel giorno si sarà affermato un modello cooperativo ed egualitario, che sarà anche meno decisionista ma rispetta i diritti di tutti (se è applicato con onestà, chiaramente). E tu sarai un amministratore di questa cooperativa, guadagnerai piú di oggi, ma senza nessun rischio d’impresa! Caro capitalista, concludo ricordandoti una volta per tutte le parole di Jim Morrison, un liberal-conservatore come te:

Quando crei la pace con l’autorità, tu diventi autoritario. 

– liberamente tratto dall’omonimo post del nostro blog preferito

 

 

* non c’entrava un cazzo ma per contratto devo arrivare almeno a quattro citazioni da personaggi famosi

Generatore automatico di articoli di Natale di blogger e tweestars

in humor by

Istruzioni: fare refresh per ottenere nuovi articoli di Natale di blogger famosi e tweetstars

 

Le regole della tombola spiegate bene. (Wittgenstein)

Le peggio frasi dei vice di Grillo

in politica by

E’ il loro giorno. E in questo giorno vogliamo ricordarli così.

Carlo Sibilia

Discutere una legge che dia la possibilità agli omosessuali di contrarre matrimonio (o unioni civili), a sposarsi in più di due persone e la possibilità di contrarre matrimonio (o unioni civili) anche tra specie diverse purché consenzienti – 11 dicembre 2013

Oggi si festeggia anniversario sulla #luna. Dopo 43 anni ancora nessuno se la sente di dire che era una farsa – 20 luglio 2014

Carla Ruocco

Ho trovato quasi naturale essere una ‘volontaria della politica’, anche perché, avendo due bimbi, è stato come occuparmi di loro – dal suo blog

Brunetta è il capo indiscusso del gruppo unico dell’affare, del malaffare, delle larghe intese e dell’inciucio – 25 luglio 2013

Roberto Fico

Violante è una cacchetta di pseudo-uomo. Giorgio Napolitano è un cane addomesticato per scagliarsi contro l’evoluzione dell’essere umano – 15 marzo 2013

Alessandro Di Battista (detto Dibba)

Renzi è  un sindachello assenteista che fa ricatti mafiosi, ladro e pure condannato – 16 dicembre 2013

Con i droni il terrorismo è l’unica arma rimasta a chi si ribella. Dobbiamo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione – 16 agosto 2014

Il Pd vuole colpirne uno (Fedez) per educarne 100: questi sono i metodi che utilizzavano le Brigate Rosse! – 11 ottobre 2014

In Grecia cittadini disperati si iniettano il virus dell’AIDS per prendere il sussidio – 11 ottobre 2014

Luigi di Maio

D’ora in poi Beppe Grillo e Casaleggio avranno meno spazio, ma loro sono contenti – 19 luglio 2014

 

Ci so fare como todas

in giornalismo/internet/società by

Nessuna persona di buon senso può seriamente indignarsi per i contenuti di un giornale di gossip, non lo facciamo quando ci mostrano contenuti del tutto irrilevanti come “La ricetta del pollo grigliato di Paola Perego”.

Nessuna persona intelligente può prendere i servizi di “Chi” come segnale del pessimo stato del giornalismo nostrano, non ci sarebbe affatto bisogno di guardare così in basso.

Allo stesso modo, nessuno dovrebbe sentirsi offeso per una foto in cui viene sorpreso a mangiare il gelato (la rete è piena di foto di gente nota che mangia gelati: stacce), a meno che non ne faccia una questione di privacy, ma allora allo stesso modo indigniamoci per le foto in spiaggia di Umberto Smaila, dico.

E un giorno forse (I have a dream) nessuna donna si sentirà offesa se si allude a una sua virtù sessuale: conosco ragazze che non si limiterebbero alle risatine se girasse una foto in cui Alexis Tsipras infila il muso in una ostrica.

Tra l’altro non c’è nulla di più sessista rispetto alle allusioni che reagire da verginelle permalose, quando il tutto cesserebbe in 10 secondi se, sorridendo, rispondeste: col gelato? Ci so fare como todas.

Sono stato al Circo Massimo

in politica by

Dal profilo Facebook di Paolo Fusi

Sono andato al Circo Massimo a vedere i Grillini ed ho visto tutt’altro, sono rimasto davvero sorpreso. Beppe Grillo ha parlato di fronte a pochissima gente (dicevano 10mila, ma io sono stato a tanti concerti rock, secondo me erano a stento mille persone) ed ha detto una cascata di sciocchezze stanche, senza verve, solo stremato livore, nessun contenuto. I motivi, secondo quello che ho capito (c’erano decine di “esperti” a pascolare, ma come ad un concerto di una rockband degli anni 70, gli esperti sono semplicemente coloro che hanno a casa tutti i dischi, temo), sono diversi:
a) il Movimento si è sbriciolato, perché ogni amministratore locale ha il proprio circoletto di amici, ha cercato di alzare la voce e Grillo l’ha preso a badilate retoriche sul capoccione;
b) il Movimento si è sbriciolato, perché ogni parlamentare sta cercando a modo suo di ambientarsi all’interno della casta: alcuni delirano, altri straparlano, altri si incontrano con colleghi di altri partiti alla buvette, altri parlano di calcio, alcuni pregano, altri sacramentano, altri cercano da bravi di imparare e capire prima di aprire bocca, ma poi hanno la lingua più veloce del cervello, come me, perché sono intrisi di rabbia, insicurezza, frastornata confusione;
c) il Movimento si è sbriciolato, perché la gente è delusa dalla incapacità di incidere. Mentre i Radicali degli anni 70 facevano baccano ma poi, con i referendum, dimostravano di saper fare politica, costoro mostrano solo una gaberiana ansia colitica;
d) il Movimento si è sbriciolato, perché Grillo e Casaleggio hanno cacciato via troppa gente ed ora sono per giunta stanchi e depressi (Beppe Grillo lo ha detto dal palco, quindi mi sembra una tesi credibile – l’uomo vive il tutto come se fosse il personaggio di un musical sulla vita di Elvis Presley, nel quale film lui naturalmente recita il ruolo di un Elvis distrutto dal successo e dal poco vero e disinteressato amore dei suoi fan);
e) il Movimento si è sbriciolato, perché non è mai stato una cosa seria, e segue ora lo stesso destino delle tramissioni TV di Santoro, Floris e quella scellerata di Sabina Guzzanti, che corre contro l’On. Di Battista a chi la dice più stupida ed antidemocraticamente offensiva – la gente si è annoiata, seguiva quelle trasmissioni finché ha creduto che la crisi fosse una moda. Ora anche i più superstiziosi si stanno accorgendo che i soldi sono finiti, come in “L’ultima spiaggia” di Nevil Shute, si ammazzano comprando cose inutili e drogandosi di pericolo, come Thelma e Louise che accelerano di fronte allo strapiombo.
Ma poi ho pensato: siamo in Italia, e Beppe Grillo ha ottenuto ciò che voleva. Ora è alla pari di Alfano, Salvini, Berlusconi e Renzi. E non sa cosa fare. Quindi organizza queste cose inutili: le Feste dell’Unità organizzate dalla DC soono ancora una cosa efficiente, perché lì i politici vengono a fare i comici, qui dai Grillini i comici si ostinano a voler recitare da politici. Un bagno di sangue anche economico, direi.
Quindi il Movimento non si è sbriciolato. Alle prossime elezioni potrebbero ugualmente accaparrarsi quel 40% di voti di quelli che avevano avuto speranza in Matteo Renzi e che ora si stanno disperando. Poi lo riperderanno, perché non sono che sabbia, fango e vento, come tutti. Ripenso alle parole di Ugo La Malfa, scritte quando cadde il governo Parri, 65 anni fa. La centralità suicida del PCI e della DC ha riesumato i fascisti ed ha cancellato la speranza di una rivoluzione liberale, in senso gobettiano, o mazziniana, in cui ogni cittadino venisse valutato, premiato o punito in base alle sue responsabilità. Con l’accordo tra De Gasperi e Togliatti, che poi fu l’accordo eterno fra i loro lustrascarpe, Andreotti, Pajetta e D’Alema, la vita politica italiana si è basata sullo scambio tra voto ed assunzione assitenzialista, accompagnata da un’estrema elasticità della giustizia, che ha permesso naturalmente anche l’infiltrazione e l’affermazione di organizzazioni criminose e società segrete. Ma la gente era convinta, come Berlusconi, di vivere in quello che nella sua arrogante ignoranza chiamava “liberalismo americano”, un pasticcio in cui ognuno si fa i fatti suoi e nessuno viene a controllare se rispetti le regole o se fai il furbino. L’Altra Italia, sognata da La Malfa, venne ammazzata lì, e viene nuovamente sacrificata sul Golgota della nostra incapacità di crescere ogni volta che la situazione diventa talmente grave da svegliare quella parte di cittadini che vorrebbe, davvero vorrebbe, ma non ha più un riferimento, né culturale né politico.
Difatti gente come me, che si è sempre altezzosamente creduta molto più a sinistra del PCI, ha vissuto altrove. Ora soffriamo, ma siamo eunuchi, non sappiamo più che fare.
Quindi i Grillini. Beppe, come Nerone, impugna la lira e canta, è terroristicamente patetico. E poi la fine dell’Impero, Romolo Augustolo, i secoli bui della barbarica dominazione cristiana, questa religione oscurantista che ha coperto di sangue quasi mille anni di storia europea, prima che i musulmani imparassero il giochetto e cominciassero a giocarlo anche loro. Che rabbia, che stanchezza…
Quindi sono qui, sulla cornice del Circo Massimo, penso all’Imperatore Adriano ed al suo fallimento, ed alla mia pochezza. Penso a Piero Gobetti ed alla mia pochezza. Penso al giovane Sonzogno, che dopo l’Unità venne a Roma da Brescia a fare il giornalismo di inchiesta e venne ucciso a coltellate da una congiura congiunta di socialisti e monarchici. Penso ad Antonello Venditti ed alla romanità, a coloro che non ci sono più. Ma devo restare sveglio. La scena è apparentemente vuota. Dopo la delusione del concerto di Grillo, dato che il bar e la musica qui fanno schifo e non ci sono ragazzine vogliose, se ne sono andati tutti. “Restano sparsi disordinatamente i vuoti a perdere mentali abbandonati dalla gente”. Edoardo, che mignotta che sei diventato. Avrei dovuto saperlo già 40 anni fa.
Come duemila anni fa, la resistenza continua segretamente, nelle cantine della cultura indipendente, senza che ve ne sia nemmeno la coscienza…

Ultima beffa a sinistra

in politica by
Ha spiegato l’euronorevole Curzio Maltese, davanti al comitato di redazione del suo giornale, che la legge non gli impone niente. Quindi, quando la direzione del personale di Repubblica ha provato a metterlo in aspettativa senza stipendio, gli è bastata una letterina dell’avvocato per fargli cambiare idea. Pertanto Maltese si tiene sia i dieci e passa mila euro che gli versa ogni mese Repubblica sia i dieci e passa mila euro che gli bonifica ogni mese il Parlamento europeo.

Con buona pace degli elettori della lista Tsipras – che ci speravano – non partirà dunque alcuna lettera di smentita né verso il sito Dagospia (che ha lanciato la notizia), né verso i giornali che l’hanno ripresa. È tutto vero: doppia poltrona e guadagno netto in un mese che un precario non lo vede in due anni. E ciò, finché gli pare e piace. Tanto, come editorialista, Maltese non ha obbligo di presenza in redazione. E se davvero Ezio Mauro dovesse chiedergli un pezzo, non avrebbe problemi a inviarglielo via mali, ovunque si trovi.

La mossa, probabilmente, sistema Maltese a vita: 55 anni compiuti, ne avrà 60 al termine della legislatura europea. Quando pertanto passerà senza soluzione di continuità dal doppio stipendio alla doppia pensione. Per lui, Bingo.

Un po’ meno per gli altri due soggetti in campo: Repubblica e la lista Tsipras.

Per il quotidiano di largo Fochetti, soprattutto in termini retrospettivi: se si comportano così i suoi editorialisti più severi, quelli che per vent’anni hanno dato lezioni di etica al Paese, viene da pensare che in Italia davvero il più pulito ha la rogna; e che comunque questi moralizzatori non siano davvero migliori di quelli che volevano moralizzare. In altre parole il danno d’immagine (leggi: la figura di merda) si estende a tutte le altre penne del giornale. Anche perché la vicenda della doppia poltrona di Maltese segue di pochi mesi l’imbarazzante voltafaccia con cui Barbara Spinelli (altra firma di “Repubblica”) si è abbarbicata al seggio europeo dopo aver gridato ai quattro venti, per tutta la campagna elettorale, che la sua era solo una candidatura di servizio e non avrebbe mai accettato l’elezione.

Per la lista della sinistra radicale, tuttavia, la beffa è ancora maggiore. Già quasi scomparsa dopo il caso Spinelli, è adesso alle pezze. Era nata per combattere contro la povertà e si rivelata in effetti uno strumento vincente in tal senso: peccato che ciò si avvenuto limitatamente allo stipendio di Maltese. Ricapitolando, la sua parabola è stata quella di un cartello elettorale che grazie al culo di una collaboratrice precaria di Repubblica ha arricchito due già potenti e benestanti editorialisti di Repubblica. A occhio e croce, non un trionfo del socialismo

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