un blog canaglia

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Alessandro Capriccioli

Alessandro Capriccioli has 486 articles published.

Generatore automatico di 43 successi di Virginia Raggi

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1. Stabilito il divieto di depilazione ascellare durante la Quaresima
2. Promosse le lasagne in crosta di pane alla maggiorana
3. Stanziati quaranta milioni di euro per gli esclusi dal Grande Fratello
4. Congelate le tariffe dell'Hot Club di Sky
5. Varato il nuovo servizio di raccolta a domicilio delle camicie scozzesi da Hipster
6. Aperta al pubblico, per la prima volta, la seconda casa di Bettini
7. Tagliati i pantaloni a zampa d'elefante di De Vito
8. Attivi i primi 21 consiglieri municipali ottenuti con stampanti 3D
9. Da luglio effettuati oltre mille controlli al giorno sui tedeschi con calzini e sandali
10. Adesione al Rotary Club della Magliana
11. Agevolati gli scherzi al citofono con risposta "stocazzo"
12. Abolita la cacarella dopo aver mangiato i fagioli
13. Entrato in vigore il fallo laterale battuto coi piedi
14. Individuato Fantomas
15. Tre per otto ventuno
16. Tromba di culo, faccia di mulo
17. Sconfitto l'Impero di Vega
18. Finanziati i collezionisti di tufo
19. Debellata la piaga degli automobilisti col cappello
20. Chi fa da sé, si strozza
21. Confiscatì i calzini corti
22. Assunti mille nuovi autisti agnostici
23. Proibite le crostate alle visciole
24. Chi vola vale, chi vale vola, chi non vole è un vile
25. Ripristinata la trasmissione serale di Happy Days
26. Sanzionata la masturbazione al buio
27. Come può uno scoglio arginare il mare?
28. Aperti tre nuovi chioschi per l'eliminazione dei punti neri
29. Che ne sai di un ragazzo che ti amava?
30. Definitiva pedonalizzazione di MySpace
31. Riqualificazione dell'amatriciana con la cipolla
32. Chi troppo tace non è capace
33. Abolizione definitiva della lettera kappa
34. introduzione dell'obbligo di scarpe da tennis a bordo delle auto di piccola cilindrata
35. Abrogazione del numero 35
36. Chi troppo vuole fa per tre
37. Divieto di elaborare liste numeriche di successi politici
38. Introduzione dell'obbligo di consultare uno sciamano prima di prendere un ascensore
39. Rilancio e valorizzazione della posizione del missionario
40. Avvio dell'iniziativa "adotta una nutria"
41. Entrato in vigore il codice della navigazione
42. Adozione in tutte le scuole del libro di Di Battista
43. Rodotà

Partito Radicale for dummies

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Dopo il Congresso del Partito Radicale che ha avuto luogo nel carcere di Rebibbia dall’1 al 3 settembre 2016, alcune persone mi hanno chiesto delucidazioni sui radicali, sul loro assetto, sulle loro proprietà e sulla loro struttura.
Questo post, nel quale non esprimerò pareri personali né considerazioni politiche (riservandomi, eventualmente, di farlo in un secondo momento), è un contributo di conoscenza per chi mi ha posto quelle domande, e per tanti altri che pur non avendomele fatte siano interessati a capire un po’ meglio come stanno le cose.

LA GALASSIA
La cosiddetta “galassia radicale” è organizzata nel modo che segue. Al centro c’è il Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito (PRNTT), registrato dal 1995 come ONG presso il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, e attorno ad esso vi sono i “soggetti costituenti”, cioè le varie associazioni territoriali o tematiche che lo costituiscono: Radicali Italiani, Associazione Luca Coscioni, Nessuno Tocchi Caino, No Peace Without Justice, ERA (Esperanto Radikala Asocio), Certi Diritti, Anticlericale.net.
Queste associazioni, fino al Congresso di Rebibbia dello scorso fine settimana (ci torneremo) che ha “sospeso” l’organo, formavano, ciascuna con i suoi due massimi esponenti (leggasi: segretario e tesoriere), il Senato del Partito Radicale, con funzioni di coordinamento e, in taluni casi, di supplenza ad altri organi statutari.

LE QUOTE DI ISCRIZIONE
Questa configurazione a “galassia” ha anche degli importanti risvolti a livello di iscrizioni. Infatti è possibile iscriversi al PRNTT, sia ai singoli soggetti costituenti, con ciò finanziandoli direttamente, ovvero fare la cosiddetta iscrizione “a pacchetto”, che per una cifra forfettaria di 590 euro comporta l’iscrizione contestuale sia al Partito, sia ai soggetti costituenti. La differenza tra i due casi è che l’importo delle iscrizioni “a pacchetto” non viene ripartito tra tutti i soggetti, ma affluisce interamente nelle casse del PRNTT, quale contributo ai “costi comuni” (sede, utenze ecc.).

LE PROPRIETA’
La proprietà dei beni “radicali”, vale a dire degli immobili (la sede di Torre Argentina e la sede della radio di via Principe Amedeo), delle frequenze radiofoniche di Radio Radicale, dell’archivio e dei simboli, non è del PRNTT, come il concetto di “galassia” che ho appena spiegato lascerebbe presumere, ma di altri soggetti.
In particolare, la sede di Torre Argentina è di proprietà di una società chiamata “Torre Argentina Servizi SpA”, mentre le frequenze e la sede di Radio Radicale sono di proprietà di un’altra società chiamata “Centro di Produzione SpA”.
Le azioni di dette società sono così ripartite: la “Torre Argentina Servizi SpA” è (fatti salvi gli spicci) per 3/4 di un’associazione denominata “Lista Politica Nazionale Marco Pannella” e per poco meno di 1/4 della “Centro di Produzione SpA”; mentre la “Centro di Produzione SpA” è di proprietà della suddetta “Lista Politica Nazionale Marco Pannella” per circa il 52%.
Ne consegue che la “Lista Politica Nazionale Marco Pannella”, oltre a essere diventata, di recente, direttamente proprietaria dell’archivio e dei simboli radicali, controlla entrambe le società che a loro volta sono proprietarie degli immobili e delle frequenze. Si tratta di un’associazione alla quale non è possibile iscriversi liberamente, essendo necessaria una delibera di “ammissione” da parte dell’assemblea (e perciò degli altri soci), che prima della morte di Marco Pannella era composta da Marco Pannella stesso e da Laura Arconti, Rita Bernardini, Aurelio Candido e Maurizio Turco, mentre attualmente è composta solo dagli ultimi quattro.

COSA HA DECISO IL CONGRESSO
Il Congresso di Rebibbia non è stato convocato dal segretario del partito (Demba Traoré, che da anni non partecipa all’attività politica), ma attraverso una raccolta firme promossa tra gli iscritti dal primo firmatario Maurizio Turco, come previsto dallo statuto.
La mozione generale approvata in chiusura di congresso non ha eletto le cariche statutarie, ha stabilito di sospendere tutti gli organi del PRNTT (il Segretario, il Tesoriere, il Senato, il Regolamento, l’Assemblea dei Legislatori, il Consiglio Generale, i Congressi di area, il Comitato di Coordinamento, il Presidente d’Onore), con la sola eccezione del Congresso ordinario biennale (che tuttavia a norma di statuto può essere convocato solo dal Segretario, la cui figura, però, è stata sospesa, o in mancanza dal Senato, anch’esso sospeso), di affidare alla Presidenza del Congresso (con il coordinamento di Rita Bernardini, Antonella Casu, Sergio D’Elia e Maurizio Turco) la responsabilità di assumere tutte le iniziative necessarie al conseguimento degli obiettivi, di attribuire la rappresentanza legale del Partito (oltre alla facoltà di proporre ogni azione giudiziaria per la tutela dei diritti e degli interessi del Partito, di nominare avvocati e procuratori) a Maurizio Turco, e di attivare tutte le procedure per la liquidazione (a quanto pare senza la necessità di un ulteriore passaggio congressuale) qualora non venga raggiunto l’obiettivo dei 3.000 iscritti nel 2017 e altrettanti nel 2018: il che comporta, a quanto è dato capire, che in mancanza del raggiungimento di tali condizioni il Congresso ordinario non verrà più convocato.

Sarajevo, Arabia Saudita

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“Lots of arabic men. They come with their wives, many wives. I like to make jokes, so I tell them ‘You have only three wives? You’re not a good muslim. Look at me, I have ten, I have a wife in every village all around’. You see, it’s just a joke. I’m a muslim, a good muslim, but I only have one, and it’s enough”.

L’uomo è robusto, ha gli occhi chiari e una gran voglia di parlare. Siamo al museo del tunnel, in cui hanno aperto al pubblico pochi metri della galleria di quasi un chilometro scavata tra Sarajevo e i territori liberi nel ’93, durante l’assedio più lungo della storia moderna. L’ha scavato anche lui, dice, insieme agli altri soldati, ma adesso il governo ha tolto la gestione del museo ai reduci: gli hanno lasciato la gestione del parcheggio limitrofo, uno spiazzo di ghiaia dove lasci la macchina e te la riprendi a visita completata, per meno di cinquanta centesimi. Nient’altro, per chi ha fatto la guerra. Corruzione, dice. Forse criminalità.

Sta di fatto che sono tanti, gli “arabic men” nella Bosnia musulmana. E ancora di più, per una banale questione aritmetica legata alla poligamia, le “arabic women”. Arrivi a Sarajevo, lasci le valige in albergo, ti incammini verso la piazzetta del centro storico lungo le caotiche stradine in salita e quando la scena ti si apre davanti agli occhi ti pare di essere arrivato a Ryiad. Moltissime donne neppure velate, ma col niqab nero, quello che lascia scoperti solo gli occhi, i loro mariti, suocere e passeggini al seguito. Con ogni evidenza non sono abitanti del luogo, ma arabi. Sauditi, si direbbe, o giù di lì. Le stradine del centro brulicano quasi solo delle loro famigliole, che nel fresco del tardo pomeriggio fanno la spola tra le gioiellerie che vendono argento, i negozi alla moda, i piccoli cimiteri bianchi che spuntano dietro ogni angolo e le moschee: stradine nelle quali, non a caso, è diventato difficile trovare un bar che serva una rakija. Per quella bisogna allontanarsi un po’.

Anche durante la visita al tunnel ti accorgi di essere quasi l’unico occidentale. Insieme a te, nell’auletta con televisore in cui la ragazza bosniaca introduce il documentario sull’assedio, ci sono tre o quattro famigliole che a occhio e croce potrebbero venire dal Bahrein o dal Qatar. Sono tutti preparatissimi, anticipano continuamente il racconto intervenendo in un ottimo inglese, uno addirittura si alza e dichiara solennemente “my country helped You after the war”. Basta farsi un giretto per capire quanto la cosa sia vera. A Sarajevo non c’è un palazzo, una scuola una biblioteca ricostruiti su cui manchi la targa di ringraziamento per chi ha finanziato i lavori, e nove volte su dieci si tratta di un paesi del Golfo Persico. Nessuno escluso, neppure (occasionalmente) l’Iran: anche se è chiaro che si tratta di un fenomeno quasi esclusivamente sunnita (meglio, wahhabita), e di persiano in giro non ce n’è uno.

“They come because it’s cheap”, dice l’uomo del parcheggio, “they can stay here two or three months spending the money that in their country they spend in a week”. Ragione fondata, ma che evidentemente non è né l’unica, né la più importante. Prima di partire avevi già sentito le voci sugli sceicchi che pagherebbero gli uomini e le donne del posto per (rispettivamente) farsi crescere la barba lunga e portare il velo, per non parlare di quelle sui presunti campi di addestramento di Daesh nel sud della Bosnia, al confine col Montenegro; e avevi presente la storia dei mujahideen accorsi da tutto il mondo negli anni ’90 per difendere la roccaforte musulmana nel cuore del paese dai serbi a nord est e dai croati a sud ovest. Poi, passeggiando per Sarajevo (ma anche per Mostar), leggiucchiando qua e là approfittando del wifi negli alberghi, metti insieme i pezzi che ti mancavano, e quei pezzi compongono la parola denaro. Un fiume di denaro, a occhio e croce.

Denaro non soltanto erogato dai paesi del Golfo per la ricostruzione, ma oggi investito nella creazione e il rafforzamento di un legame identitario tra l’Islam salafita e quel fazzoletto di terra, a tratti sottile come uno spago, che è la Bosnia musulmana: progetti miliardari per la costruzione di resort, alberghi e case più o meno di lusso da destinare a turisti sauditi, del Bahrein, del Qatar, in un paese che sperimenta tassi di disoccupazione spaventosi e che continua a essere schiacciato tra serbo-bosniaci e bosniaco-croati, in mezzo a spinte nazionaliste che a occhio nudo, a vederle dal vivo, sembrano tutt’altro che sopite.

L’esito, almeno per chi si ritrova a guardare le cose per come si presentano e senza neppure fare troppi collegamenti, ha profili potenzialmente inquietanti: siamo di fronte al tentativo, magari in fase già avanzata, di costruire una roccaforte jihadista nel cuore dell’Europa? Chi finanzia il complesso intreccio di criminalità e nazionalismo (ne parleremo) che riaffiora nella vicina Serbia e nella parte serba della Bosnia? Quale nuovo equilibrio può nascere, o sta già nascendo, da queste forze contrapposte? E soprattutto, quanto fragile sarà quell’equilibrio, e che ruolo potrà giocare nella difficilissima situazione legata al fondamentalismo islamico che l’Europa sta affrontando?

Interrogativi che restano aperti, almeno per chi scrive: ma che probabilmente nei prossimi mesi diventerà decisivo approfondire.

Reato di integralismo islamico for (very) dummies

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Siccome, lo ammetto, a volte vengo assalito da una curiosità morbosa, stavo dando un’occhiata alla proposta di legge della Meloni per l’introduzione del reato di integralismo islamico.
Che recita, testualmente, così:

1. Dopo l’articolo 270-sexies del codice penale è inserito il seguente:
«Art. 270–septies (Integralismo islamico) Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da quattro a sei anni chiunque, al fine di o comunque in maniera tale da mettere in concreto pericolo la pubblica incolumità propugna o propaganda idee dirette a sostenere sotto qualsiasi forma:
a) l’applicazione della pena di morte per apostasia, omosessualità, adulterio o blasfemia;
b) l’applicazione di pene quali la tortura, la mutilazione e la flagellazione;
c) la negazione della libertà religiosa;
d) la schiavitù, la servitù o la tratta di esseri umani.

Quello che mi lascia a metà tra il riso e il pianto, al di là del “propugna” e del “propaganda” (che pure meriterebbero molta attenzione, perché qua siamo a tutti gli effetti nel campo del reato d’opinione), si può riassumere nella seguente domanda: dove sta scritto che chi fa le cose elencate nelle precedenti lettere da a) a d) dev’essere, come recita il titolo della norma, necessariamente islamico? Cioè: voi non avete mai sentito nessun italiano, o europeo, o occidentale, o comunque non musulmano dire che per i pedofili ci vorrebbe la castrazione, che i froci andrebbero messi al muro, che bisognerebbe infliggere delle pene corporali ai criminali particolarmente recidivi? Non forse è l’Italia, il paese in cui non si riesce a introdurre il reato di tortura perché “non consentirebbe alle forze dell’ordine di lavorare con serenità”? Non è l’Italia il paese di Bolzaneto e della Diaz, di Stefano Cucchi, di Federico Aldrovandi e di Giuseppe Uva, dei sudanesi ridotti in schiavitù che crepano come le mosche nei campi di pomodori per un euro l’ora, delle nigeriane vittime di tratta strappate alle (o comprate dalle) loro famiglie, violentate e sbattute a prostituirsi in mezzo alla strada, di chi va dicendo che bisognerebbe radere subito al suolo tutte le moschee?

Facciamo una cosa: approvatela in fretta e furia, ‘sta proposta di legge sul reato di “integralismo islamico”, e dal giorno dopo iniziate ad applicarla in modo accurato, capillare e sistematico. Dopodiché, aspettiamo qualche mese e iniziamo a contare.
Ho come la sensazione che nove condannati su dieci saranno italiani.

E’ arrivato Grillusconi

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Se arriveranno gli avvisi di garanzia, se i dirigenti ostacoleranno il sindaco, queste manovre si ritorceranno contro di loro.

Diciamoci la verità: se una frase del genere l’avesse pronunciata Berlusconi vent’anni fa, in relazione a un sindaco qualsiasi eletto nelle liste di Forza Italia in una qualsiasi città italiana, in molti avrebbero iniziato a stracciarsi le vesti e a prodursi nelle lamentazioni che conosciamo fin troppo bene, avendole sentite decine e decine di volte.
In testa al coro, naturalmente, ci sarebbe stato lui, Beppe Grillo, insieme a tutti i suoi accoliti: per i quali fin troppe volte un semplice avviso di garanzia è stato più che sufficiente per fare sfoggio di un giustizialismo tanto fondamentalista quanto urlato, e le ipotesi complottiste sui magistrati politicizzati hanno rappresentato a lungo altrettante confessioni di colpevolezza, specialmente se declinate, come si dice, mettendo le mani avanti.
Senonché, oggi una frase del genere non viene pronunciata da Berlusconi, ma da Grillo. Il quale, evidentemente, ha smesso di ritenere che gli avvisi di garanzia equivalgano alle condanne per passare a una posizione più articolata, in base alla quale essi assumono significati diversi, o per meglio dire opposti, a seconda di chi li riceve: sentenze inoppugnabili di colpevolezza nei casi in cui riguardano gli altri, dimostrazioni cristalline di onestà, in quanto evidentemente riconducibili a meccanismi cospirativi, quando toccano a loro.
Così quello che fino a ieri, per l’universo mondo, altro non è stato che un marchio d’infamia, da oggi, e solo per i grillini, si trasforma paradossalmente in un vero e proprio bollino di onestà: e contestualmente iniziano a prendere forma, a esistere nel mondo reale, le “manovre” che fino a pochi mesi fa, quando venivano evocate da altri, costituivano irripetibili occasioni di prodursi in frizzi, lazzi e attribuzioni di nomignoli assortiti.
Proprio come quello che lo scrivente, indegnamente, è stato costretto a coniare nel titolo di questo post.
Il nostro amico, del resto, se lo merita.

A Roma hanno privatizzato la democrazia

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Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016, articolo 6:

Nella presentazione delle proposte di atti politici e/o amministrativi, dovrà essere data preferenza a quelli diretti al conseguimento degli obbiettivi indicati nel programma del M5S per Roma Capitale e a quelli idonei a incidere in senso favorevole alle indicazioni emerse in seguito alle espressioni di voto in Rete degli iscritti al M5S.

Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016, articolo 7, lettera b):

Le proposte di nomina dei collaboratori delle strutture di diretta collaborazione o dei collaboratori dovranno essere preventivamente approvate a cura dello staff coordinato dai garanti del Movimento 5 Stelle.

Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016, articolo 9, lettera b):

Il Sindaco, ciascun Assessore e ciascun consigliere assume altresì l’impegno etico di dimettersi qualora sia ritenuto inadempiente al presente codice di comportamento, al rispetto delle sue regole e dei suoi principi e all’impegno assunto al momento della presentazione della candidatura nei confronti degli iscritti al M5S, con decisione assunta da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio o dagli iscritti M5S mediante consultazione online.

Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016, articolo 10:

Ciascun candidato si dichiara consapevole che la violazione di detti principi comporta l’impegno etico alle dimissioni dell’eletto dalla carica ricoperta e/o il ritiro dell’uso del simbolo e l’espulsione dal M5S e che pertanto a seguito di una eventuale violazione di quanto contenuto nel presente Codice, il M5S subira’ un grave danno alla propria immagine,che in relazione all’importanza della competizione elettorale, si quantifica in almeno Euro 150.000.

Ricapitolando:

  • il governo di Roma dovrà andare nella direzione indicata da un numero imprecisato di soggetti sconosciuti iscritti a un sito privato;
  • non si potrà procedere a nomine senza aver consultato lo “staff”, anch’esso di natura privata e ovviamente non eletto da alcuno;
  • il sindaco, gli assessori e i consiglieri dovranno dimettersi se lo decideranno arbitrariamente Beppe Grillo (e Gianroberto Casaleggio, ora deceduto), che è un soggetto privato non eletto dal alcuno, o gli iscritti del movimento mediante votazione online effettuata sul sito privato di cui sopra;
  • in ragione di tale insindacabile giudizio i candidati, oltre ad avere l’obbligo “etico” di dimettersi, dovranno pagare almeno 150mila euro di risarcimento danni.

Delle due l’una: o quello che c’è scritto in questo “Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016” non vale neppure il costo della carta su cui è stato stampato, oppure siamo di fronte alla più singolare operazione di privatizzazione di tutti i tempi: non la privatizzazione di un servizio, non la privatizzazione di un ente e neppure quella di una funzione, ma una vera e propria privatizzazione della democrazia, il cui esercizio e le cui conseguenze su tutti i cittadini vengono di fatto appaltate a singoli soggetti non eletti, a società commerciali, a persone pressoché sconosciute e scelte da terzi con criteri arbitrari.
Roba che il celeberrimo “conflitto d’interessi” di Berlusconi, al confronto, era una carezza, una cacatina, una sciocchezzuola da terza elementare.
A far venir meno la surreale situazione che in questo modo si viene a creare, perdonatemi, non valgono le solite infantili argomentazioni tipo “ah, allora era meglio quando si governava mettendosi d’accordo coi mafiosi”, o “ah, allora era meglio quando si andava avanti a forza di mazzette”, o ancora “ah, allora erano meglio Buzzi e Carminati”: perché è fin troppo evidente che se l’asservimento alla criminalità non è certo un buon modo per governare la cosa pubblica, allo stesso modo non lo è questa bizzarra democrazia privata, nella quale le decisioni cruciali sono sistematicamente affidate, in ultima analisi, a persone fisiche o giuridiche che non sono state elette, delle quali neppure si conosce il nome, o a consultazioni effettuate sì con meccanismi democratici, ma riservate a un insieme di persone che afferiscono a contesti non soltanto privati, ma spesso e volentieri perfino di carattere commerciale. Con buona pace della democrazia (quella vera) e dei “sarò il sindaco di tutti”.
Datemi retta: con queste premesse, vi conviene davvero dire che quel pezzo di carta non vale niente.

Quei consiglieri che spendono e spandono, ma che nessuno conosce

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Facciamo un gioco: fate una ricerchina su Google e provate a scorrere i nomi dei consiglieri comunali di Roma degli ultimi quindici anni, non importa se di maggioranza o di opposizione. Leggeteli con attenzione, soffermatevi il giusto su ognuno di essi e poi provate a dire quanti ne avete sentiti nominare almeno una volta per un’iniziativa, una proposta, una dichiarazione. Scoprirete, con una certa meraviglia, che ne conoscete sì e no il 20%. Uno su cinque, diciamo. Sugli altri quattro, buio completo.

Ora fate mente locale su un fatto: quei consiglieri, anche quelli che non avete mai sentito nominare, hanno preso migliaia di preferenze per essere eletti. Migliaia, e a volte decine di migliaia. Ragion per cui, la prima domanda è: come fa uno sconosciuto a prendere migliaia di preferenze?

La risposta, purtroppo, è fin troppo semplice: ed è una delle chiavi, forse la più importante, per comprendere a fondo il disastro di questa città.

Il punto è che spesso e volentieri le preferenze si comprano: e la moneta con cui vengono pagate, naturalmente, consiste nei favori che gli eletti prestano ai loro elettori durante la consiliatura.
In estrema sintesi quello che chiamiamo “sistema clientelare” è tutto in questa spiegazione semplice: e la prova del nove della sua esistenza è il fatto che quasi tutti i consiglieri comunali, che una volta eletti guadagneranno poco più di mille euro al mese, spendono decine (se non centinaia) di migliaia di euro per la propria campagna elettorale. Da cui la seconda domanda: chi è così pazzo da investire centinaia di migliaia di euro per occupare una postazione che gliene restituirà soltanto una minima parte? Voi mi direte: be’, magari si tratta di persone così appassionate di politica, così desiderose di spendersi al servizio della cittadinanza, così sicure dell’importanza del loro apporto per il benessere collettivo da essere disposte a pagare di tasca propria pur di contribuire al bene comune. Cosa che però ci riporta alla domanda iniziale: se le cose stanno davvero così, com’è mai possibile che nessuno conosca questi benefattori del popolo?

La realtà, quella vera, ci è stata mostrata in modo impietoso dall’inchiesta “mafia capitale”, ed è più o meno questa: il problema è proprio il sistema basato sulle preferenze, che consente, anzi incoraggia, comportamenti clientelari come quelli che vi ho appena descritto. E che prima o poi dovremo eliminare, magari sostituendolo con un sistema di collegi uninominali, se vogliamo davvero sconfiggere la piaga che chiamiamo voto di scambio.

E non limitarci, come fanno alcuni, a strillare scompostamente “onestà”.

 

Questo articolo è stato pubblicato anche su Metilparaben.it

Fact-checking sull’intervista della Raggi a Micromega

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Ieri su questo blog si scriveva che la Raggi è la candidata meno adatta a governare Roma. L’autore di quel post ha però dichiaratamente un giudizio negativo nei confronti del Movimento 5 Stelle. Non è così per tutti, e alcuni di noi hanno salutato con favore la candidatura della Raggi perché in consiglio comunale si è fatta la fama di “una brava”. Proprio per questo la seguiamo con attenzione e abbiamo letto nei dettagli la sua intervista su Micromega di oggi.

Anche se questo è un blog di opinioni, e rivendichiamo questa impostazione, abbiamo pensato di mutuare lo schema del fact-checking ispirandoci a Pagella Politica per verificare alcune sue proposte e affermazioni sui diversi temi affrontati.

 

DEBITO DI ROMA

  • C’è la piaga del debito che è una cassa diversa, una gestione separata, come se fosse una bad company rispetto a Roma Capitale. E pare impossibile entrarci. Quando eravamo all’opposizione abbiamo provato a fare richiesta di accesso agli atti e ci è stata chiusa la porta in faccia.

VERO: la gestione del debito precedente al 2008 (anno di elezione di Alemanno) è stata affidata tramite il decreto cosidetto “Salva Roma” poi convertito in legge  a una gestione commissariale separata rispetto alla gestione ordinaria –  in modo effettivamente analogo a una bad company. A fronte di questo il Governo si è impegnato a contribuire con 500 milioni l’anno al piano di rientro. Il commissario attuale, nominato da Renzi, è la dott.ssa Silvia Scozzese.

  • Il debito è nato per l’indebitamento di Roma Capitale verso fornitori e soggetti vari, pensi che un miliardo riguarda le indennità da esproprio per i mondiali di calcio di Italia ‘90. C’è poca chiarezza.

FALSO: Il debito è nato per l’indebitamento (incredibile!) ma non c’è poca chiarezza. È stato effettuato un assessment da parte di una società di consulenza e c’è una relazione molto approfondita della Corte dei conti del 2010 che ricostruisce la composizione e fa una valutazione del piano di rientro proposto. Le diverse fonti sono raccolte in un dossier sul sito dei Radicali.

  • Tronca e i subcommissari non hanno ritenuto importante analizzare e approfondire la composizione di tale debito pur essendo una spada di Damocle per l’amministrazione della città: un mutuo che finiremo di pagare tra il 2040 e il 2048 a tranche di 500 milioni di euro l’anno.

VERO: l’analisi non è stata ripetuta perchè già effettuata negli anni passati.

  • Da sindaco, avanzerei l’ipotesi di un’Audit sul debito e pretenderei di entrare nella gestione commissariale, ormai priva di qualsiasi possibilità di controllo malgrado tutti i cittadini italiani paghino per ripianare questo debito.

IMPROMETTIBILE: il sindaco di Roma non ha competenze sulla gestione commissariale, il controllo può essere effettuato in sede parlamentare.

MUNICIPALIZZATE

  • In molte municipalizzate persevera la politica dei mega appalti dati ovviamente a soggetti terzi per effettuare servizi che gli stessi operatori di Acea potrebbero tranquillamente effettuare: dalla manutenzione, alle riparazioni, alla gestione dei guasti. Le società municipalizzate si trovano, di fatto, a pagare due volte per lo stesso servizio.

IRRILEVANTE: il problema delle municipalizzate non sta tanto negli appalti esterni, quanto nel metodo con cui essi vengono concessi (affidamenti diretti e affidamenti in proroga). Dopodiché, molto spesso il problema delle municipalizzate è la loro stessa esistenza, giacché la maggior parte di loro non svolge alcuna funzione di pubblica utilità, è utile solo a fini clientelari e quindi andrebbe chiusa.

OLIMPIADI

  • I fondi messi a disposizione dal CIO non sono sufficienti quindi la città dovrebbe indebitarsi ulteriormente per sostenere le Olimpiadi.

IRRILEVANTE: nessuno con un minimo di raziocinio ha mai immaginato di organizzare i Giochi usando soltanto la parte dei diritti, delle sponsorizzazioni e dei biglietti che il CIO destina alla città ospitante. Ovviamente la maggior parte dei costi vanno finanziati con risorse proprie (stupisce perfino doverlo dire): il punto vero riguarda la qualità, e quindi il ritorno, di quegli investimenti. L’utilizzo della leva finanziaria in sè non è una cosa negativa, come spieghiamo qui.

RIFIUTI

  • La discarica di Malagrotta verrà chiusa del tutto? Si lavorerà in tale direzione. Gli inceneritori? Non fanno parte del nostro vocabolario.

IMPROMETTIBILE: ai sensi dell’art.35, comma 1, del decreto “sblocca-Italia”, l’eventuale riaccensione del gassificatore di Malagrotta è diventata di competenza nazionale ed in parte regionale. Quindi il futuro sindaco, “vocabolario” o non “vocabolario”, non potrà farci proprio un bel niente. Attenzione, prima di fare promesse che non si possono mantenere.

DIRITTI CIVILI

  • Sulle coppie di fatto siamo stati i primi a depositare la proposta di delibera in Aula Giulio Cesare.

MAH: la prima delibera sulle famiglie di fatto era di iniziativa popolare promossa dai Radicali nel 2007. Fu votata e bocciata in aula, e poi riprensentata in una nuova formulazione sempre dai Radicali nel 2012. Nel 2015 ne furono depositate diverse in tempi ravvicinati da Cinque Stelle e da SEL, ma quella finalmente approvata fu presentata congiuntamente dalla maggioranza in Consiglio (PD, SEL, Lista civica Marino, Centro Democratico) e Movimento Cinque Stelle. Bravi, ma andiamoci piano con i primati.

In generale, a nostro parere, Virginia Raggi ha risposto su tutti i temi con un certo grado di semplicismo, con analisi corrette ma soluzioni non sempre adeguate e in ben due casi (debito e discarica di Malagrotta) attribuendosi competenze che ai sensi di legge non le spettano.

Su altri temi, come i servizi sociali e l’accoglienza dei migranti, le risposte non sono state verificate perché molto vaghe o addirittura politicamente inconsistenti dal momento che rimandano all’“ascolto dei cittadini”. Sul centro di accoglienza Baobab, per esempio, ha dichiarato che la valutazione sulla riapertura sarà fatta “ascoltando la voce dei cittadini: che siano i residenti e che siano tutti quei volontari che vi hanno prestato servizio” dei quali gli uni diranno una cosa, gli altri l’opposto. Tipico caso di interessi inconciliabili in cui l’ascolto, senza la politica, serve a poco.

Noi e i profughi, legati a filo doppio

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Il triangolo, in linea di massima, mi pare questo: c’è Isis (o Daesh, per meglio dire) da una parte, ci siamo noi dall’altra e c’è nel mezzo una massa traboccante di profughi; ai quali ultimi viene non di rado attribuito un ruolo sul quale mi pare necessario spendere due parole, se non altro per evitare il cortocircuito cui ci tocca assistere sempre più spesso nel miserabile dibattito pubblico che abbiamo davanti agli occhi.

Un fatto, tanto per cominciare, mi pare più sicuro degli altri: quei profughi, o perlomeno la stragrande maggioranza di loro, stanno fuggendo dagli stessi fondamentalisti che mettono bombe in mezza Europa: il che, in linea di principio, dovrebbe caratterizzare noi e loro, noi europei e quella massa di disgraziati, come soggetti che hanno in comune se non altro il nemico.

Questo, naturalmente, in sé e per sé dice poco: se è vero, com’è vero, che avere lo stesso avversario non implica automaticamente la disponibilità immediata di strumenti per combatterlo insieme.
Senonché colpisce, e colpisce molto, non tanto il fatto che questa comunanza non si traduca in una strategia comune (cosa che date le circostanze sarebbe sorprendente), quanto dover constatare come essa finisca per diventare, apparentemente, un ulteriore, e inquietante, elemento di divisione: al punto da indurre un ragazzino in fuga dai suoi aguzzini a chiederci scusa, mediante apposito cartello, per le devastazioni che quegli stessi aguzzini stanno compiendo nelle nostre città.

Non aiutano, in questo contesto, le recenti decisioni europee sull’accoglienza ai rifugiati, che in buona sostanza consistono nel lavarsi le mani della questione appaltandola alla Turchia: non soltanto perché, com’è evidente a chiunque, costituiscono una retromarcia di portata epocale sul fronte dei principi fondanti dell’Unione, e oserei dire della nostra civiltà; ma soprattutto perché finiscono per portare definitivamente a compimento quel cortocircuito, che invece a questo punto (un punto di quasi non ritorno) sarebbe cruciale scongiurare.

Non voglio addentrarmi nel livello tattico del problema, mettendomi a discettare su quanto, e in che modo, la dismissione di fatto dell’accoglienza ai rifugiati possa alimentare un generico sentimento anti-occidentale, ingrossando in tal modo le fila del terrorismo: si tratta di un’analisi scivolosa, controversa e tutto sommato marginale rispetto al cuore della questione.

Il punto, mi pare, è che siamo in guerra, come qualcuno continua a ripeterci credendo chissà perché che la circostanza non ci sia ormai chiarissima: ed è evidente, senza neppure scomodare Sun Tsu, che per vincere le guerre occorre da un lato valorizzare al massimo le armi di cui si dispone, e dall’altro evitare, per quanto possibile, di combattere sul terreno scelto dal nemico.
Ebbene, non credo che la nostra civiltà disponga di armi diverse rispetto a quelle che le hanno consentito, nei secoli, di diventare un modello vincente: quella armi si chiamano libertà e stato di diritto. Dei quali, sarà bene precisarlo, l’accoglienza ai profughi non è che un corollario, una conseguenza, una declinazione.

Deporre quelle armi e decidere di scimmiottare i nostri nemici sul terreno del loro fondamentalismo, della loro attitudine ad imporre i propri principi con la forza, della loro propensione alla chiusura e all’esclusione, non è soltanto una scelta drammatica sul piano etico: ma anche, e direi soprattutto, un’idea strategicamente suicida; perché si tratta, molto semplicemente, di un terreno sul quale loro sono infinitamente più forti di noi.

Disinnescare quel cortocircuito, nel quale il nemico comune finisce per creare conflitto anziché produrre coesione, diventa quindi una questione di vita o di morte: perché, che ci piaccia o no, credo che la sopravvivenza di quei profughi e la nostra siano legate tra loro a filo doppio.
Prima ne prendiamo atto, meglio è per tutti.

Quando i cattolici usano gli stessi argomenti degli abortisti

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Quando diciamo che qualcuno ha subito un danno in ragione di un certo evento, intendiamo dire: uno, che esiste un soggetto definito (o un insieme di soggetti definiti) al quale (ai quali) ci riferiamo; due, che la situazione del soggetto o dei soggetti in questione dopo il verificarsi di quell’evento peggiora rispetto alla precedente; e tre, che tra l’evento e il peggioramento della situazione del soggetto o dei soggetti esiste un preciso nesso causale.
Ciò premesso, soffermiamoci un attimo su quanto vanno dicendo i nostri amici contrari alla GPA (cioè Gestazione Per Altri, meglio nota come “utero in affitto”), secondo i quali tale pratica danneggerebbe i bambini.
In particolare, poniamoci la seguente domanda: quali bambini, con esattezza, verrebbero danneggiati? Oppure, quale insieme definito di bambini?
La risposta è molto semplice: non tutti i bambini, evidentemente, ma soltanto quelli che nasceranno in seguito a pratiche di gestazione per altri.
Ebbene, come dicevamo subire un danno in ragione di un certo evento significa peggiorare la propria condizione in seguito al verificarsi di quell’evento. Il che ci spinge a chiederci: qual è la condizione di quei bambini prima che la pratica di maternità surrogata abbia luogo?
Se è vero, com’è sicuramente vero, che ogni singolo concepimento scaturisce da un unico e irripetibile incontro tra gameti (non importa se realizzato “naturalmente” o attraverso tecniche più o meno “artificiali”), si deve convenire sul fatto che la condizione di quei bambini prima che la pratica in questione venga messa in atto sia quella di non esistere.
La questione, quindi, non è che in assenza della pratica di utero in affitto quei bambini avrebbero una vita diversa, migliore e più felice: ma semplicemente che essi non vedrebbero mai la luce, o per meglio dire non sarebbero mai neppure concepiti.
Il che, anche volendo superare la contraddizione logica implicita nel dover misurare l’entità di un “danno” valutando la condizione precedente al danno stesso in capo a un soggetto che non esiste, ci conduce a una conclusione abbastanza disorientante: secondo i nostri amici cattolici è preferibile non essere mai concepiti che venire al mondo attraverso un’operazione di maternità surrogata.
Questo, in estrema sintesi, sarebbe il danno: non essere meno sereni, avere uno sviluppo più problematico, sperimentare una crescita più difficoltosa.
Il danno sarebbe semplicemente quello di nascere.
Il che è davvero curioso, anche perché in genere sono loro, non noi, che vanno in giro a sbraitare che i bimbi devono nascere sempre e comunque, indipendentemente dal fatto che siano frutto di uno stupro o siano destinati alla miseria o soffrano di malformazioni o patologie gravissime. Sono loro, che quando sentono dire da qualcuno “per quel bambino sarebbe meglio non nascere” si fanno venire le convulsioni. Sono loro che colpevolizzano chiunque si permetta di mettere in discussione, non importa con quale argomento, il supremo e assoluto valore della vita.
Stavolta no.
Stavolta, evidentemente, è lecito utilizzare il più avversato argomento degli abortisti: per quei bambini è meglio non esistere affatto che vivere così.
La questione, quindi, si sposta sul piano dei cosiddetti “valori assoluti” a quello delle valutazioni soggettive, dei giudizi di merito, delle misurazioni quantitative: meglio nascere con la sindrome di Turner che non nascere affatto, ma meglio non nascere affatto che essere il figlio di Vendola.
Siamo caduti un tantino in basso, o sbaglio?

Perché Spalletti ha fatto un favore al Pupone

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Stante quanto dichiarato dall’allenatore della Roma sull’attuale condizione atletica di Francesco Totti, cosa alla quale è ragionevole credere visto che stiamo parlando di un giocatore vicino alla quarantina, lo scherzo peggiore che Spalletti avrebbe potuto confezionare per il Pupone sarebbe stato fargli giocare quattro o cinque partite di fila, esponendolo a qualche brutta figura (e magari a qualche fischio), per poi tirarlo fuori a furor di popolo, con la fronte aggrottata (a lui viene particolarmente bene) di chi dice “io ci ho provato, l’avete visto tutti, ma questo proprio non ce la fa più”.
Sarebbe stata una fine ingloriosa per un calciatore dell’importanza di Totti: una fine che tuttavia avrebbe messo il suo tecnico al riparo sia dalle ingiurie dei tifosi, sia dalle polemiche dei giornalisti.
Invece, come sappiamo, le cose sono andate esattamente nel modo opposto: al Pupone è stata generosamente concessa l’ultima platea, quella di chi può lamentarsi per l’inaudita esclusione del mito, e contestualmente è stata risparmiata l’impietosa rappresentazione del declino sul campo, che nella storia del calcio è toccata in sorte perfino a campioni di livello superiore al suo.
Questo, mi pare, è quanto: al di là della narrazione di queste ore, che pure fa parte del gioco e che mi pare, appunto, un obiettivo pienamente conseguito data la strategia adottata.
Spalletti è un infame, che tuttavia si farà perdonare presto con qualche altra vittoria, e Totti è una leggenda inopinatamente e sciaguratamente messa da parte.
Fossi Totti, insomma, invece di farmi girare gli zebedei ringrazierei il mio allenatore (magari in privato, lasciando che gli appassionati continuino ad accapigliarsi nei bar e sui social network) per aver ricevuto in regalo il finale più dignitoso che fosse possibile immaginare. E perché a Spalletti quel regalo è costato caro.
Sono fortune che non capitano a tutti.

Masterchef non è un programma di cucina

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Non è un caso che i sei concorrenti di Masterchef rimasti in gara siano, in ordine sparso: una spocchiosetta che sostiene di aver sconfitto l’anoressia attraverso la cucina, un arabo pasticcione che si chiama Maradona, un bamboccione extralarge che a trent’anni vive ancora con la madre, una sindacalista cinica che parla come la Camusso, una fisioterapista emiliana abbandonata dal marito e un macellaio veneto che si aggira per la cucina con un perenne stupore esistenziale dipinto sul viso.
Non è un caso, credo, nell’ottica della progressiva trasformazione del format da programma culinario a vero e proprio reality, nel quale l’importanza delle ricette tende via via a sfumare per mettere in luce il vero elemento caratterizzante della faccenda: i personaggi, o per meglio dire gli stereotipi che quei personaggi incarnano.
Tra gli eliminati, lo ricordo, figuravano anche l’uomo senza nerbo (cazzabbubbolo, si direbbe a Roma) usato come zerbino dalla moglie e in cerca di rivalsa, il fotografo hipster, il secchione dottorando in filosofia, il graphic designer, la farmacista di campagna, il camerierino emaciato di concatiana memoria, la piccoloborghese abituata alle vacanze in barca.
Un campionario umano, più che una kermesse di piatti: il tentativo di rappresentare in salsa pop uno spaccato trasversale di società prima ancora che un festival dei fornelli.
Tant’è che le ricette, anno dopo anno, convincono sempre meno, e proporzionalmente diventano sempre più funamboliche e rocambolesche, al limite della formula da “Giochi senza Frontiere”, le prove cui i poveretti vengono sottoposti per poter superare il turno: non un’idea e non uno spunto culinario, insomma, ma semplicemente una lunga, interminabile carrellata di personaggi da sussidiario scolastico in preda a crisi isteriche da eccesso di pressione.
Rifletteteci un attimo: Masterchef non è (o perlomeno, non è più) un programma di cucina. Voglio dire, se ai malcapitati venisse richiesto di fabbricare castelli di carte, di giocare a shangai o di cimentarsi con l’Allegro Chirurgo, e se quei malcapitati fossero rappresentativi di altrettante “categorie” sociali ben definite, il programma funzionerebbe esattamente allo stesso modo. Per carità, magari avrebbe un po’ meno successo, perché la mania della cucina ormai straripante è pur sempre un formidabile pretesto per tenere molte persone (tra cui lo scrivente) incollate alla televisione: ma è sempre più evidente il fatto che si tratti, appunto, di un pretesto, di uno specchietto per le allodole, mentre in realtà si parla (o si cerca di parlare) di altro.
La progressiva defilippizzazione della tv, verrebbe da dire: se non fosse che neppure la De Filippi sembra aver inventato niente, essendosi probabilmente limitata a occupare per prima il solco di una sorta di vouyerismo vagamente disimpegnato che ormai dilaga in ogni dove tra malattie imbarazzanti, personaggi famosi rinchiusi in ogni sorta di contesti claustrofobici e gente qualsiasi che si sposa a cazzo di cane dopo un paio di appuntamenti al buio.
Intendiamoci, non che la cosa mi scandalizzi: la televisione è quello che è, e tutto sommato va benissimo così.
Buon Masterchef a tutti, quindi. E comunque secondo me alla fine vince Lorenzo.

L’utero in affitto è davvero un’aberrazione?

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Dopo giorni di discussioni, polemiche e diatribe sul numero di partecipanti al Family Day, almeno un risultato certo pare (purtroppo) acquisito: la pratica del cosiddetto “utero in affitto” viene condannata in modo ormai pressoché unanime, sia da parte di chi si straccia le vesti prevedendone un vertiginoso aumento a seguito del DDL Cirinnà (dove andremo a finire di questo passo, signoramia), sia da parte di chi nega il nesso causale, minimizza e si affretta a prendere le distanze (macché, quale utero in affitto, noi vogliamo soltanto regolamentare l’esistente).
La questione “gravidanza surrogata”, insomma, pare definitivamente chiusa con la rubricazione sommaria dell’argomento alla voce “barbarie”: senza, tuttavia, che se ne siano approfonditi i contorni come io credo sarebbe stato auspicabile.
Tanto per cominciare: è lecito chiedersi se portare avanti una gravidanza per conto terzi sia davvero, al di là delle possibili distorsioni legate allo “stato di necessità” o al “mercimonio di bambini”, un’aberrazione intollerabile in sé e per sé?
In altri termini, siamo sicuri che implementando delle regole grazie alle quali ci si possa assicurare che una donna decisa a “prestare” l’utero ad altri non sia spinta del bisogno, e si riesca a scongiurare l’eventualità che lo faccia a scopo meramente “commerciale”, il nostro punto di vista sulla questione sarebbe lo stesso?
La domanda, a ben guardare, è importante: perché segna il confine tra la condanna di una pratica in quanto tale e l’esigenza di regolamentare quella pratica in modo efficace per renderla accettabile; un po’ come succede, tanto per spingere il discorso un tantino più in là, con la donazione di organi, che è riconosciuta come un encomiabile atto di generosità qualora sia spontanea, e allo stesso tempo viene proibita nei casi in cui si configuri come una “vendita”, a maggior ragione se motivata dal fatto che il “cedente” versa in condizioni economiche precarie.
Sotto questa luce la questione diventa assai più complessa di come la si è dipinta nelle scorse settimane, e suscita interrogativi che prima o poi sarebbe il caso di esplorare compiutamente: portare avanti una gravidanza per mera “generosità”, fatto salvo un ragionevole “rimborso” per le spese sostenute, è davvero “moralmente inaccettabile”? E se sì, presupposta (e verificata) la capacità di intendere e volere di chi vi si determina e la sua libertà di scelta, perché mai?
Ecco, io a quest’ultima domanda, che poi mi pare quella cruciale, non riesco a trovare risposte plausibili.
Se qualcuno le avesse o ritenesse di averle, al di là dei pistolotti moralisti legati alla consueta proiezione delle proprie convinzioni su quelle degli altri, sarebbe gradito che le esprimesse.
In caso contrario sarebbe il caso di piantarla con le lamentazioni, e mettersi finalmente a ragionare sulle regole.
Altrimenti, come diceva Padre Pizzarro, stamo a parla’ de tutto e de gnente.

Il rapporto tra stepchild adoption e utero in affitto è una cazzata

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Quindi, a quanto pare, la tiritera è questa: bisogna dire no alla “stepchild adoption” poiché essa provocherebbe uno sconsiderato aumento del ricorso alla cosiddetta “gravidanza surrogata”, o se preferite al cosiddetto “utero in affitto”.
Tuttavia, come ogni tiritera che si rispetti, anche questa si caratterizza per una sorta di efficacia “mantrica”: nel senso che più la si ripete, meno il suo contenuto viene affrontato in modo critico, come normalmente si fa per verificare se quanto ci viene detto sia ragionevole o se si tratti, per dirla alla francese, di una cazzata.
Ebbene, facciamo un esperimento. Cerchiamo di superare l’effetto ipnotico del mantra e domandarci: la tiritera secondo la quale bisogna dire no alla “stepchild adoption” poiché essa provocherebbe uno sconsiderato aumento del ricorso alla cosiddetta “gravidanza surrogata” è ragionevole, oppure è una cazzata?

La stepchild adoption, lo ricordo ai più distratti, è la possibilità che il genitore non biologico adotti il figlio, naturale o adottivo, del partner. Una volta introdotta tale possibilità anche per le coppie omosessuali, abbaiano i fondamentalisti, quelli faranno così: uno dei due se ne andrà all’estero a “comprare” un bambino utilizzando un “utero in affitto”, poi tornerà in Italia, il suo compagno o la sua compagna accederà alla stepchild adoption, ed ecco confezionata una bella “famigliola gay” in men che non si dica.

Ora, io non voglio addentrarmi nel dibattito sulla liceità della maternità surrogata (cosa che magari farò un’altra volta). Mi interessa esclusivamente analizzare il supposto passaggio logico secondo il quale tale pratica verrebbe enormemente incentivata dalla stepchild adoption, cosa che mi pare si possa fare ponendosi una semplice domanda: è ragionevole ipotizzare che il desiderio di una coppia omosessuale di allevare un bambino si attivi selettivamente soltanto se entrambi i suoi componenti potranno “adottarlo”?

Ecco, a me pare proprio di no. Voglio dire: cosa impedisce, allo stato attuale, che uno vada da qualche parte per fare un figlio con l’utero in affitto, quindi torni a casa e lo allevi col suo compagno o con la sua compagna anche se quest’ultimo/a non potrà adottarlo? Né mi pare credibile l’idea che due persone che stanno insieme e si amano diventino improvvisamente desiderose di un figlio soltanto dopo la paventata introduzione della stepchild adoption, mentre prima non ci pensavano proprio.
Per carità, dopo l’introduzione della legge un aumento minimo potrà pure esserci: ma, ragionevolmente parlando, non tale da procurare tutto questo allarme. Non tale da far gridare al disastro incombente. Non tale, come ho la sensazione che si stia cercando di fare, da spostare tutta l’attenzione sull’utero in affitto e distoglierla da quella che mi pare la questione vera: che, alla fine della fiera, rimane la suddetta “famigliola gay”.

Il nesso logico tra stepchild adoption e maternità surrogata, insomma, a occhio e croce mi pare una cazzata fatta e finita: tuttavia molto utile, ove ripetuta a martello (cosa che i nostri amici fanno con ammirevole puntualità) a fabbricare la solita associazione di idee priva di senso ai danni degli omosessuali; un po’ come per anni si è fatto (e in taluni casi si continua a fare: chiedere a Sallusti per informazioni) associando l’immagine dei gay a quella dei pedofili, dei pervertiti, dei maniaci.

Quindi, ricapitolando: vi fa incazzare la “famigliola gay”? Vi urta i nervi? La trovate ripugnante? Be’, se così è giocate lealmente, limitatevi a dire quello e fatevi carico, com’è giusto che sia, delle obiezioni che vi verranno poste rispetto a questo (singolare, ma legittimo) punto di vista.
Però, per cortesia, non tirate in ballo presunte e non meglio identificate conseguenze catastrofiche che non stanno né in cielo né in terra: non blaterate che la stepchild adoption farà schizzare alle stelle gli affitti degli uteri, aumenterà il riscaldamento globale, farà crollare le quotazioni dell’euro.

Quelle, se la logica vale ancora qualcosa, sono cazzate.

Schizzetti

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Dopodiché, tra tutte le cose che non capisco nel dibattito che infuria in questi giorni, ce n’è una che capisco ancora meno delle altre.
In quale mondo, in base a quale logica, secondo quale dio la filiazione “naturale” dovrebbe essere più “responsabile”, e quindi più affidabile nella prospettiva dell’educazione, rispetto a quella “artificiale” o all’adozione?
Per figliare “naturalmente”, lo ricordo ai disattenti, è sufficiente infoiarsi cinque minuti, prendere il pisello, infilarlo nella patonza di una altrettanto infoiata e poi distrarsi qualche secondo mentre dal suddetto pisello viene fuori uno schizzetto appiccicoso. Nient’altro.
Badate: non sto certo sostenendo che chiunque si riproduca in modo “naturale” lo faccia sistematicamente con tanta superficialità; dico, però, che anche farlo in quel modo è più che sufficiente per ottenere un figlio, o per meglio dire quello che i nostri amici tradizionalisti chiamano eufemisticamente un “dono”.
Ebbene, converrete con me che adottare un figlio, o concepirne uno “in provetta”, implica necessariamente una disposizione d’animo diversa: giacché per portare a termine la procedura, a prescindere dal sesso di chi la promuove, occorre per forza di cose una riflessione, una consapevolezza e di conseguenza una responsabilità che sono -per definizione- incomparabilmente superiori rispetto a un eventuale -ma possibile, possibilissimo- “schizzetto distratto”.
Ecco, quanto precede dovrebbe essere sufficiente a stabilire un punto: la filiazione “artificiale” e l’adozione sono necessariamente frutto di una scelta, la filiazione “naturale” no.
E voi, potendo scegliere, a chi lo affidereste un bambino: a una coppia che -indipendentemente dal sesso dei suoi componenti- lo ha senz’altro scelto, oppure a una che potrebbe esserselo ritrovato tra i piedi come semplice esito di una mezzoretta libidinosa?
Qualcuno, già me lo immagino, potrebbe eccepire: e allora? Cosa vuoi fare, regolamentare per legge l’attenzione nel momento degli schizzetti?
Ovviamente no. Anche perché, con ogni evidenza, sarebbe un’ambizione obiettivamente irrealizzabile.
Vorrei, molto più semplicemente, che gli ultras della “procreazione naturale” si astenessero dalla speciosa operazione di criminalizzare le intenzioni degli altri ribaltando su di loro le proprie magagne.
Se ci sono genitori della cui affidabilità sarebbe lecito dubitare, quelli sono proprio loro.

Reato di clandestinità for dummies

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Siccome qualcuno, nonostante tutto, fa ancora finta di non capire, mi corre l’obbligo di tentare con la consueta spiegazione a prova di scemo. O, più probabilmente, a prova di chi fa finta di esserlo.

  1. Yakubu arriva clandestinamente in Italia dalla Nigeria, luogo nel quale si puzza dalla fame, allo scopo non marginale di provare a sopravvivere;
  2. Yakubu, dopo un calvario del quale in questa sede non dirò, viene avvicinato da Pasquale, il quale gli propone di lavorare alla raccolta dei pomodori in cambio di una paga da fame e senza alcuna prospettiva di regolarizzazione;
  3. Yakubu, suo malgrado, accetta: primo perché crepare di stenti non piace a nessuno, secondo perché un lavoro onesto, ancorché sottopagato, è sempre meno pericoloso che delinquere, e terzo perché è un clandestino, ragion per cui storcere il naso è un lusso che non si può permettere;
  4. dopo qualche settimana Yakubu fa mente locale, e si rende conto non soltanto che la vita toccatagli in sorte dopo l’arrivo in Italia non è poi questo granché, ma anche (e soprattutto) che su tale vita di merda c’è qualcun altro che sta lucrando allegramente;
  5. perciò Yakubu si reca da Pasquale e gli chiede gentilmente di essere messo in regola: sia allo scopo di portare la sua paga da fame a un livello perlomeno dignitoso, sia per avere (giacché lavora) un permesso di soggiorno e smettere di campare in una condizione in cui se lo ferma una guardia viene rispedito dritto dritto in Nigeria;
  6. Pasquale prima si fa una bella risata, e poi invita Yakubu a smetterla di scassare la minchia, avvertendolo che in caso contrario provvederà egli stesso a fare in modo che le guardie lo trovino;
  7. a questo punto Yakubu può scegliere: o restarsene (da clandestino) a raccogliere i pomodori per una paga da fame, oppure intraprendere (sempre da clandestino) una carriera criminale qualsiasi, nella speranza di mettersi in tasca qualche euro in più.

Ciò che emerge da quanto precede non lascia spazio a molti dubbi: il reato di clandestinità (come del resto era ampiamente prevedibile fin dalla sua introduzione) ha l’unico effetto di consolidare la clandestinità che in teoria dovrebbe combattere, anche quando ci sarebbero tutte le condizioni per farla venir meno, oltre a produrre, in un numero non trascurabile di casi, comportamenti delittuosi.
Questo, unitamente alla consapevolezza (numerica, e quindi difficilmente controvertibile) che l’introduzione detto reato non ha minimamente diminuito il flusso di migranti che arrivano nel nostro paese, dovrebbe essere più che sufficiente per dichiarare il reato stesso un fallimento completo, e pertanto dovrebbe condurre senza ulteriori indugi alla sua abrogazione indipendentemente dalla presunta “percezione” che ne avrebbe “la gente”: posto che le persone, com’è noto, sono molto meno sceme di quanto si voglia far credere, a patto che si spieghino loro le cose in modo razionale.
Voi che ne dite, si tratta di buonismo o semplicemente di logica?

Ilaria

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Non so se Ilaria Cucchi abbia fatto bene o abbia fatto male, a pubblicare su Facebook la foto di uno dei carabinieri sospettati di aver picchiato a morte il fratello.
Non lo so, e onestamente non mi interessa saperlo.
Mi interessa molto quand’è lo Stato, a violare i principi di garantismo dei quali dovrebbe essere il primo custode; mi interessa quando a farlo sono gli organi di informazione, che in quanto tali dovrebbero rispondere a un codice deontologico preciso e inderogabile; ma che lo faccia un privato cittadino, assumendosi consapevolmente la responsabilità delle proprie azioni, mi sembra tutto un altro paio di maniche.
Esistono, com’è noto, norme di legge in base alle quali Ilaria Cucchi potrà essere querelata e sanzionata per aver pubblicato quella foto: e se in futuro dovesse rivendicare il diritto di non dover rispondere del proprio comportamento sarei il primo a scandalizzarmi, a criticare aspramente lei e chi dovesse sostenerla.
Senonché, Ilaria questo non l’ha fatto. Non ha preteso, e neppure richiesto, alcuna impunità. Non credo, non mi pare, sia minimamente intenzionata a farlo.
Ecco, finché non lo farà continuerò a non vedere alcuno scandalo, e il mio punto di vista resterà lo stesso: non so se abbia fatto bene o abbia fatto male, a pubblicare quella foto.
E onestamente non mi interessa saperlo.

Eutanasia, l’ABC dei diritti spacciato per frontiera estrema

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Vediamo di chiarire una cosa: non è una questione di retorica, di sentimenti, di belle parole. Quelli possono starci o non possono starci, a seconda dei gusti, ma il punto è un altro.
Il punto è che l’eutanasia, tra tutti i cosiddetti “temi etici”, è il meno controverso e controvertibile che si possa immaginare.
Niente presunti interessi di terzi, nati o nascituri, da tutelare, nessuna possibilità di imponderabili cambiamenti di idea in stato di incoscienza, nessun impatto su fantomatiche “sensibilità” potenzialmente suscettibili di “turbare” la convivenza civile: solo esseri umani, individui, la cui capacità di intendere e volere può essere accertata attraverso strumenti che possiamo ormai considerare banali, che decidono cosa fare della propria esistenza.
Nient’altro.
Meraviglia un po’, quindi, che nell’immaginario collettivo il tema dell’eutanasia sia tuttora considerato la frontiera più estrema delle battaglie per i diritti civili: mentre in realtà, date le premesse, non lo è affatto. Anzi, dovrebbe essere la più facile da vincere, quella più pacifica, quella su cui c’è meno da obiettare o da discutere.
Meraviglia un po’, da un lato. E dall’altro spaventa parecchio, perché continuare a negare il diritto all’eutanasia significa uscire definitivamente allo scoperto, senza neppure poter utilizzare i soliti alibi sbilenchi legati a agli “altri”, ai “terzi”, per dichiarare senza mezzi termini che no, in questo paese un individuo non è libero manco di decidere sulla propria vita o sulla propria morte.
Insomma, quando parliamo di eutanasia non siamo sul crinale audace e incerto delle avanguardie, ma all’abc del diritto all’autodeterminazione: chiediamo una cosa che dovrebbe essere scontata, la più scontata di tutte, e che diventa un tabù soltanto nella narrazione fumosa di chi si ostina a proibirla.
Davvero, siamo seri. Anche basta.

Sulle spiagge il PD inventa il partito “double-face”

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Premessa: non vi fate ingannare dal fatto che parlare di Ostia dà un po’ l’idea di occuparsi di un fatto locale, periferico, marginale.
Non è affatto così.
Intanto perché Roma è la capitale, e quindi il suo affaccio sul mare, come dire, ha una certa importanza; ma soprattutto perché quello che succede a Ostia, l’intreccio ormai inestricabile tra politica, malaffare e criminalità, è emblematico dei problemi di tutta Roma, che a loro volta sono emblematici dei guai di questo povero paese.

Allora, a Ostia (tra le altre cose) accade più o meno questo: le concessioni balneari, quelle che vengono date ai gestori degli stabilimenti, sono perlopiù nelle stesse mani da decenni; e molti di quelli che le detengono, non paghi di averle e di poterle utilizzare pagando spesso canoni irrisori e chiudendo (illegalmente) il mare a orario come se si trattasse del loro negozio, negli anni hanno commesso abusi edilizi e ambientali di ogni tipo senza che nessuno alzasse un dito per dir loro alcunché.

Quando questa roba (che i radicali denunciano da anni, by the way) ha iniziato a venir fuori dopo il commissariamento del municipio di Ostia per mafia, a Roma è iniziata la consueta corsa a chi strillava più forte e si indignava, in nome della legalità, contro la criminalità che si era impossessata del litorale: una corsa (e come ti sbagli) capeggiata dal PD, in particolare nella persona del senatore Stefano Esposito, nel frattempo nominato Commissario del partito nel municipio.

Ora, per carità, strillare non è di per sé un’opzione censurabile: a patto, tuttavia, che quello che poi si fa non dico coincida perfettamente, ma perlomeno vada nella stessa direzione degli strilli; altrimenti, come suol dirsi, la sensazione è quella di essere presi allegramente per i fondelli.

Ebbene, ieri i deputati del PD (lo stesso partito di quelli che strillano, per capirci) sono riusciti nell’impresa di dare proprio quella sensazione: dando il via libera senza colpo ferire a un emendamento alla legge di stabilità in base al quale i provvedimenti amministrativi (leggasi: revoche) relativi alle concessioni balneari sono sospesi fino a settembre del 2016.

A questo punto, comprensibilmente, uno si chiede: qual è il PD che si candida a governare Roma? Cioè, quale dei due? Quello che strilla per la legalità oppure quell’altro, che continua imperterrito a fare favori agli stessi contro cui ha smesso di strillare un minuto prima?
Sapete com’è, sarebbe interessante saperlo.
A meno di non rassegnarsi all’idea che i nostri amici democratici abbiano avuto un’alzata d’ingegno di quelle geniali, così innovativa da lasciare tutti a bocca aperta: quella di opporre al “partito liquido” entusiasticamente propugnato dai loro avversari un assai più elegante, stiloso e pratico “partito double-face”.
Ne converrete, è roba che si trova solo nelle migliori boutique.

La vera guerra non è tra religioni, ma tra religione e secolarizzazione

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Vediamo di capirci: al netto delle differenze che pure esistono e che sarebbe stupido negare (prima tra tutte, il radicale cambio di prospettiva intervenuto col Nuovo Testamento, che è fondamentale e dall’altra parta manca del tutto), la differenza tra noi e quelli dell’Isis non sta nel cattolicesimo, ma nella secolarizzazione; con ciò dovendosi intendere, in estrema sintesi, il fatto che dalle nostre parti la religione diventa sempre più ridotta alla sfera privata degli individui e corrispondentemente sempre meno importante nella vita pubblica.
Il punto, in altri termini, non sta nel fatto che la nostra religione sia più pacifica, più tollerante, più dispensatrice di amore rispetto alla loro, ma nella circostanza che per noi la religione conta molto meno rispetto a quanto conti per loro: il che, evidentemente, sposta la prospettiva dalla fin troppo spesso evocata “guerra tra religioni” ad una (secondo me assai più appropriata) “guerra tra religione e secolarizzazione”.
Se si accetta questo punto di osservazione, l’importanza della specifica “religione” di cui si parla tende a sfumare: e insieme ad essa si rivelano meno chiari e utili i confronti, che di questi tempi sembrano andare per la maggiore, finalizzati a stabilire quale libro sia più compassionevole tra Bibbia e Corano; mentre diventa sempre più nitida la percezione del fatto che i veri problemi siano il modo in cui e lo scopo per il quale quei libri vengono usati.
La questione non mi pare secondaria, e porta con sé alcune angosciose riflessioni.
Prendete le polemiche sui canti natalizi a scuola, tanto per fare un esempio. Basandosi sul modello Islam vs. Cattolicesimo gli strenui difensori delle tradizioni italiche, quelli che si stracciano le vesti per il “no” di un preside a “Tu scendi dalle stelle”, dovrebbero essere annoverati nell’esercito “amico”, vale a dire dalla “nostra parte”; al contrario, seguendo il modello che individua il discrimine nel diverso grado di secolarizzazione, essi appaiono (se non altro concettualmente) molto più vicini al “nemico”.
Il che non equivale a dire, naturalmente, che saranno i residuali bigotti che abitano l’occidente a spalancare materialmente le porte a Daesh: piuttosto, indica un metodo di scontro che è intrinsecamente perdente, perché utilizza le stesse armi del nemico con una potenza di fuoco molto più ridotta. In altri termini, se il terreno di scontro diventasse questo avremmo perso la guerra in partenza.
Riflettiamoci, prima di renderci protagonisti, sia pure involontari, di intelligenza col nemico.
Il resto mi pare la solita polemicuccia, che tra l’altro da qualche tempo va in scena ogni anno, qua e là, con poche varianti.
Terrorismo o non terrorismo.

La crisi di Roma, spiegata senza psicologismi

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Una cosa è sicura: Marino avrebbe dovuto fare molto di più. E per una volta avrebbe perfino potuto, se si considera che la deflagrazione di “mafia capitale” gli forniva l’opportunità di mettere le mani nella melma del clientelismo romano e di azzerarlo, potendo contare su una legittimazione, quella derivante dagli esiti dell’inchiesta, che non è azzardato definire irripetibile. Ecco, Marino non ha avuto il coraggio, né soprattutto la capacità, di cogliere questa occasione storica, ancorché ripetutamente ed esplicitamente sollecitato (in condizioni di totale isolamento) dai radicali e in particolare dal consigliere Riccardo Magi (abbiate pazienza, non è propaganda ma storia), limitandosi all’arrocco dietro al paravento di un’onestà tanto (probabilmente) autentica quanto (certamente) insufficiente.

Ciò premesso, il punto cruciale della questione è il PD, nella duplice e contrapposta incarnazione del PD di Renzi, animato dall’urgenza di mettere i piedi nella città, e del PD romano, endemicamente allergico a qualsiasi tentativo di riforma di un sistema del quale fa parte integrante da decenni. Duplice incarnazione che ha trasformato Roma in un terreno di scontro a tre tra il sindaco, il governo e le più ostinate istanze di conservazione dell’esistente, passando per lo snodo del commissariamento di Orfini e della sua operazione di maquillage dei circoli. Tutto ciò, com’era ampiamente prevedibile, ha prodotto uno stallo senza uscita, un incastro diabolico che non poteva trovare sbocchi diversi dal disastro: il sostegno a Marino -prima dato, poi tolto, poi restituito, poi tolto di nuovo- è diventata l’arma con cui il PD ha combattuto una feroce guerra interna sul corpo martoriato di una città che stava morendo, e gli ultimi atti -le dimissioni chieste via whatsapp, prima rassegnate e poi ritirate- hanno disegnato uno scontro privato nel quale i cittadini non esistevano più: fino alla soluzione finale delle dimissioni in blocco, l’ultimo espediente del PD per non passare dall’aula e non rendere conto pubblicamente delle proprie azioni, che fotografa in modo impietoso una classe dirigente incapace di assumersi le proprie responsabilità perfino mentre tutto sta venendo giù. Non c’è molto altro, mi pare: se non la debolezza delle opposizioni, che per conclamata collusione o totale incapacità (fa poca differenza, agli effetti pratici) non sono riuscite a giocare alcun ruolo significativo, se non quello di legittimare, ogni volta che se ne è presentata l’occasione, le più incarnite istanze corporative.

Questo, in estrema sintesi, è quanto: al di là delle elucubrazioni psicologiste che inevitabilmente proliferano e continueranno a proliferare, ma che non servono a (tentare di) spiegare le ragioni di quanto va succedendo.

Erri De Luca e i piccoli libertari a corrente alternata

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La vicenda di Erri De Luca, della quale in sé e per sé mi interessa poco o niente, dimostra ancora una volta (semmai ce ne fosse bisogno) che dalle nostre parti tante, troppe persone sono del tutto incapaci di distinguere tra questioni di principio, e quindi di metodo, e valutazioni di merito.
Nel merito, naturalmente, ciascuno è libero di pensarla come gli pare sulla TAV, sul sabotaggio della stessa e sull’incitazione da parte di chiunque, intellettuale o non intellettuale, a compiere quel sabotaggio.
Metterla sul piano della “libertà d’espressione”, tuttavia, se da un lato aiuta senz’altro a darsi un tono, dall’altro sposta decisamente la questione sul piano del metodo: e quindi, inevitabilmente, implica la necessità di sostenerlo, quel tono, formulando un concetto di ordine generale che non può valere soltanto per chi ci è simpatico.
Mi spiego.
Se uno è convinto che la tutela della libertà d’espressione individuale, anche qualora qualcuno la usi per dichiarare pubblicamente che a suo modo di vedere determinati atti contrari alla legge sono legittimi, debba prevalere sulla necessità di evitare che chi ascolta quell’opinione venga istigato a compiere gli atti in questione, dovrebbe esserne convinto sempre: chiunque sia il soggetto interessato e quale che sia l’argomento di cui si parla; e non, come mi pare accada fin troppo spesso, a corrente alternata, a seconda di quanto è d’accordo con l’opinione espressa o di quanto stima il suo autore.
Insomma, se la libertà d’espressione deve valere, allora deve valere per tutti allo stesso modo, che piaccia o no la direzione nella quale viene esercitata: altrimenti, ne converrete, il principio diventa arbitrario, e l’arbitrarietà non è una prerogativa granché compatibile con quello che si definisce “stato di diritto”.
Io, da parte mia, non sono per niente d’accordo con l’idea che sabotare la TAV sia un atto legittimo; mi rallegra, tuttavia, il fatto che Erri De Luca, il quale evidentemente la pensa in modo diverso da me, non sia stato condannato per averlo detto. Così come mi rallegrerebbe che chiunque, in circostanze analoghe, ricevesse lo stesso trattamento: anche nel caso in cui esprimesse opinioni razziste, fasciste, omofobe, tanto per mettere in fila alcuni tra i punti di vista che personalmente trovo più ripugnanti.
Dopodiché, ci mancherebbe, è legittimo che la si pensi diversamente. E’ legittimo, come dire, ritenere che la facoltà di esprimersi debba essere concessa soltanto ad alcuni e preclusa ad altri, perfino sulla base di criteri esclusivamente di parte: così come è legittimo inneggiare al reato d’opinione solo quando l’opinione non coincide con la propria.
E’ legittimo, insomma, pensare che i libertari siano dei coglioni.
In questo caso, però, sarebbe opportuno avere perlomeno la decenza di dichiararsi per quello che si è, rivendicando la propria viscerale partigianeria ed evitando di scomodare, per non dire di usurpare, il concetto di “libertà d’espressione”.
Non siate ingordi: lasciate almeno quello, ai coglioni come noi.

I sacerdoti dell’onestà che armano la mano della “kasta”

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A volte è curioso, come vanno a finire le cose: oppure no, a patto di avere un minimo di lungimiranza.
Prendete questa faccenda dell’onestà, per esempio.
Ci sono voluti anni di inoculazioni pazienti e costanti, somministrate a forza di progressivi e implacabili innalzamenti dell’asticella giustizialista, per irrigare accuratamente il terreno e apparecchiare un paese pronto a gridare indignato alle manette non soltanto di fronte agli scandali conclamati da giudizi definitivi, ma perfino al cospetto della più flebile agitazione di un mezzo, e non meglio identificato, avviso di garanzia.
C’è voluta la progressiva emersione di fronti forcaioli multipli, da quello giornalistico fino all’escalation del livello movimentista prima e parlamentare poi, per imprimere a lettere di fuoco la parola “onestà” nel cervello degli italiani, come se si trattasse di una prodigiosa panacea per sconfiggere malattie che a regola di bazzica andrebbero curate con la politica: fino a innalzare il suo opposto, vale a dire la cosiddetta “anti-politica”, al rango di unico faro possibile cui ispirare le proprie opinioni, le proprie azioni, finanche le proprie scelte elettorali.
Ebbene, qual è stato, alla fine della fiera, l’effetto di tutto questo fermento?
Un paese governato da legioni di onestissimi imbecilli del tutto inadeguati alla politica, come pure abbiamo paventato a più riprese in molti, non senza un brivido di terrore gelido lungo la schiena?
A occhio e croce no. A occhio e croce, se possibile, è andata a finire ancora peggio di così.
E’ andata a finire, e la vicenda di Marino lo dimostra in modo molto chiaro, che i primi a utilizzare la dilagante facilità di sdegno costruita “dal partito degli onesti” con tanta minuzia sono stati gli stessi che quegli onesti avversavano, o credevano di avversare, più di qualunque altro: gli esponenti della cosiddetta “vecchia politica”, i volponi delle strategie e delle tattiche, le talpe da procura, i professionisti decennali delle trame machiavelliche e delle macchine del fango.
Così, prendendo al volo e utilizzando, senza fare neppure un po’ di fatica, il clima di indignazione galoppante e perenne messo a punto dagli amici “con la schiena dritta” in anni e anni di piagnistei, lamentazioni e minacce, uno dei noti gruppi di tradizionali marpioni (nel caso di specie quello del PD) ha potuto imporre a suo piacimento le dimissioni del sindaco di Roma limitandosi a tirare fuori un paio di scontrini.
Questo bel risultato, amici che lanciate anatemi strabuzzando gli occhi al grido di slogan che terminano con “a” accentate, si deve a ciò che avete fabbricato voi: vi illudevate di giocare ai piccoli Robespierre per sconfiggere la “kasta”, e invece avete finito per regalarle un paese che reagisce con pavloviana e scientifica prontezza a tutte le loro schifezze. E quindi le avete fornito, vostro malgrado, il più efficace degli strumenti per perpetuarsi e prosperare.
Che bella impresa, eh?

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