un blog canaglia

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Mario Braconi

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Dimissioni dall’umanità

in mondo by

Possibili definizioni della parola “umanità”:

Sentimento di solidarietà umana, di comprensione e di indulgenza verso gli altri uomini“, “Sentimento di fratellanza e solidarietà fra le persone; capacità di comprendere e condividere i sentimenti degli altri“; ma questa, nella sua forma dubitativa, è la mia preferita: “Complesso di doti e sentimenti solitamente positivi che si ritengono propri dell’uomo e lo distinguono dalle bestie“.

Farsa – Sono giorni che, facendo semplici ricerche su Google o sui social network, ottengo dei risultati in grado di farmi passare ogni briciolo di speranza nel genere umano. Cominciamo? Rispondendo ad alcuni partigiani, desiderosi di rimuovere l’obelisco mussoliniano del Foro Italico, Laura Boldrini ha proposto di limitarsi ad un ritocco al monumento, ovvero alla rimozione della scritta “Dux”. Risultati della ricerca Google “Obelisco Dux Boldrini”: l’orrore. La prima occurrency richiama una dichiarazione di Matteo Orfini, secondo cui la scritta deve restare dov’è. Il suo ragionamento è, su per giù, il seguente: la storia non si può cancellare (anche quando è profondamente imbarazzante e lorda di sangue?), e che in ogni caso ormai i valori antifascisti sono iscritti con marchio a fuoco nell’anima di tutti gli Italiani, in quanto presenti nella Costituzione. Ah, per chi non l’avesse capito – in effetti non è immediato – Orfini è deputato e presidente del Partito Democratico. Il link de “Il Tempo” recita sobriamente “la talebana Boldrini: via ‘Dux'”. Ovvero, discutere della rimozione di una scritta infame che celebra un orrendo tiranno equivale a comportarsi come un estremista islamico pronto a distruggere a cannonate i Buddha di Bamiyan. Chiude la parata Lettera 43: “Boldrini iconoclasta“: qui il pensiero della presidente della Camera viene equiparato alla dottrina che, nell’VIII e IX secolo, riteneva inaccettabile (in quanto sacrilega) la rappresentazione artistica di Dio. Capito? Nell’inconscio di molte, troppe, persone, il Duce è oggetto di un culto religioso, meritevole di una qualche forma di rispetto. Molto bene. Concludiamo con il rutto scritto di Sgarbi, che dà dell’ignorante alla Boldrini, facendo leva sulla seguente, ficcante argomentazione: “La scritta Dux è come quelle lasciate dagli studenti sessantottini sui muri“. Ora, a parte che vorrei sapere quante scritte a spray vergate dai miei parenti sessantottini sui muri di Valle Giulia siano sopravvissute ai nostri giorni, vi do il benvenuto nella solita caciara qualunquista all’italiana: iniziative individuali equivalgono a crimini di stato, destra e sinistra sono la stessa cosa, signora mia non ci si capisce più niente eccetera eccetera. Viene da concludere (qualunquisticamente?) che ogni paese ha gli “intellettuali” che si merita.

Dramma – Fa rabbrividire il modo in cui è stata recepita e commentata la notizia della tragedia del barcone di profughi rovesciatosi nella notte tra sabato e domenica al largo della costa libica, uccidendo tra le 700 e le 900 persone. Ad aprire le danze la troll ufficiale della destra, Daniela Santanché, la quale di fronte all’enormità di quanto accaduto, invita il presidente del consiglio ad “affondare le navi di migranti“. Si usi dunque la forza militare per uccidere attivamente, anziché accontentarsi di una politica che fa semplicemente crepare la gente per disinteresse.

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grazie a Chiara Spano, dal cui feed Facebook ho preso questo printscreen

Prima di correre ad esecrare questa persona e concludere che si tratti di una squilibrata incapace di qualsiasi forma di empatia – in breve, di una persona malata, incapace di intendere e di volere, osserviamo sui social network come reagisce alla notizia la “gente normale”: “meno male, 700 parassiti di meno“, “il peccato è che ci sono dei superstiti“, “più ne muoiono, meglio è. Questi crepano e io apro un buon vino per festeggiare“. Dove si leggono, queste schifezze? Forse dalla pagina Facebook di un’organizzazione neonazista? No, da quella del quotidiano borghese Il Messaggero la cui imbarazzata redazione, come segnala Mazzetta, si è perfino sentita in dovere di scrivere qualche battuta sull’invasione di liquami prodotti dai suoi lettori, senza peraltro specificare che erano stati depositati proprio sulla pagina ufficiale del giornale. I lettori de Il Messaggero, direi persone normali, con famiglia, gente che porta a scuola i figli la mattina prima di andare al lavoro. Ma piena d’odio. Esemplare il caso di un’anziana signora (“pensionata curiosa”, si definisce) che risponde al tweet con cui Il Fatto Live annuncia la strage con un agghiacciante “Non ci credo… troppo bello per essere vero“. Scorrendo il suo feed di Twitter ci si imbatte in post che linkano su foto di animaletti pucciosi, opere artistiche, orchidee rare. Una persona “normale”, diremmo perbene quasi, ma no.

So bene che il mio orrore è improduttivo quanto l’odio di questi commentatori folli di Facebook, ma ne sono fiero e me lo tengo stretto. Lo considero, tutto sommato, un segno di equilibrio psichico.

L’ombrello di Amazon

in giornalismo by

Martin Angioni è stato costretto a rassegnare le dimissioni dall’incarico di Country Manager di Amazon Italia. Ed è un peccato: sotto la sua direzione, la filiale italiana dell’azienda americana ha iniziato a vendere online elettronica di consumo e lanciato il Kindle nella nostra lingua. Dal 2010, Amazon ha rappresentato per migliaia di italiani un’esperienza di consumo inedita, dimostrando (con i fatti, non con slogan inconsapevolmente autoironici) di porre le esigenze del cliente al centro della sua pratica commerciale. Io, ad esempio, ho imbottito il mio dispositivo di lettura Kindle con una sessantina di libri, pagandoli di rado più di una somma compresa tra uno e tre euro. Nei casi in cui non sono rimasto soddisfatto del prodotto acquistato (il Kindle Fire), ho potuto restituirlo senza spese e né fastidi, facendolo prelevare direttamente dal mio ufficio e senza dover giustificare la mia scelta. Sfido chiunque a fare la stessa cosa in un qualsiasi centro commerciale “a terra” (dove comunque si paga un 20 – 30% in più).

Su Amazon Italia ho anche comprato decine di libri cartacei con riduzioni di prezzo significative (anche del 40%), almeno fino all’approvazione della legge Levi, che, tra le altre follie, ha stabilito il famigerato tetto agli sconti praticabili (15%). Qui vale la pena di aprire una piccola parentesi: al pari di simili iniziative in Europa, anche questo aspetto della legge Levi ha il chiaro obiettivo di contrastare Amazon e di (tentare di) tutelare un modello di business obsoleto. In un mondo normale, razionale, si attirano i potenziali clienti abbassando il prezzo delle merci offerte (anche gli spacciatori, all’inizio, fanno così): ma da noi ha prevalso la tesi opposta. Rileggiamo con quali (risibili) argomentazioni Romano Montroni, ex direttore della Feltrinelli divenuto pasdaran della piccola editoria indipendente, difende questa legge folle: “Entrata in vigore nel 2011, [essa] è stata pensata per cercare di arginare l’arroganza e la prepotenza innanzitutto di Amazon, poi della grande distribuzione e delle librerie di catena, che, usando come leva lo sconto, cercavano di accaparrarsi clienti: è ben noto che purtroppo in Italia si vendono pochi libri e si legge ancora meno, essenzialmente per la mancanza di un progetto politico-culturale per far nascere nuovi lettori.” Riassumiamo: tenendo (artificialmente) i prezzi alti, si guadagnano, anziché perdere, lettori. Ecco. E che dire dell’orrore di poter comprare libri nei centri commerciali, dove la gente comune deve andare solo per soddisfare volgari esigenze materiali? Vendere un romanzo in quella bottega infame dove ci si può approvigionare al più di pannolini e spaghetti? Giammai. La vera preoccupazione di Montroni e di quanti hanno sostenuto questa assurdità è ovviamente altra: “con lo sconto libero, le librerie indipendenti, che hanno un giro d’affari minore, sarebbero destinate a soccombere. Così come le case editrici medie e piccole, costrette a concedere ai distributori margini che finirebbero per strozzarle.” Insomma, bisogna mantenere in piedi un sistema inefficiente per far contenti i librai, anche se questo danneggia i lettori, che sono poi quelli di cui uno come Montroni dice di preoccuparsi tanto. Del resto, gli illiberali non si accontentano di menarti, ti prendono pure per il culo, sostenendo che lo fanno “per il tuo bene”.

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Per vendere più libri, facciamoli pagare più cari. Ipse Dixit.

Ma torniamo al siluramento di Angioni: a far arrabbiare i suoi capi è stato il modo (franco, sprezzante, sopra le righe) con cui ha risposto ai quesiti che gli ha posto Giuseppe Laganà, inviato di Presa Diretta, che ha tentato di metterlo in difficoltà (con modi ed argomentazioni discutibili) sul tema della presunta elusione fiscale di cui sarebbero responsabili le perfide multinazionali USA che operano in Italia. Prima di entrare nel merito, mi preme sottolineare la scarsa deontologia di Presa Diretta che, nella trasmissione andata in onda il 29 marzo, ha fatto un uso spregiudicato di quelli che avrebbero dovuto essere dei commenti fatti da Angioni “fuori onda”; una buona parte del minuto circa di girato che riguarda il manager è stata infatti da un’inquadratura troppo bassa: quindi, o l’operatore del programma di Rai Tre era ubriaco, oppure quel filmato è stato ripreso con la camera disposta in un modo da far ritenere all’intervistato che essa fosse spenta. Ovvero, per essere più chiari, è stato rubato.

Nel “servizio” (ma sarebbe più corretto parlare di imboscata), il manager viene “acchiappato” mentre esce dall’ufficio – sta infatti indossando il cappotto – ed apostrofato con quella che a Laganà deve essere sembrata una domanda molto furba: “Amazon ha una stabile organizzazione in Italia?”. Risponde Angioni: “Ma che significa?“, esplodendo in una risata sguaiata. Anche se articolata in modo discutibile, perfino irritante, la replica del dirigente fotografa un problema autentico. Sia chiaro, però, non un problema di Amazon Italia, ma della Guardia di Finanza. Il Corpo, infatti, a dispetto di anni di indagini, non è mai riuscito provare in modo inequivocabile che Amazon Italia abbia appunto una “stabile organizzazione” nel nostro paese, requisito che farebbe scattare l’obbligo di pagare le imposte in Italia. Angioni dunque può dunque legittimamente sostenere: “A me non risulta“. Laganà insiste: “C’è una tassazione molto più bassa in Lussemburgo…“. Qui Angioni non è troppo convincente, dal momento che si limita a trincerarsi dietro ad un “fanno tutti così”. Il che è certamente vero, ma non centra il punto, che secondo me è: un’azienda ha la piena libertà di organizzarsi in modo da ottimizzare i suoi costi, compresi quelli fiscali. Non è illegale stabilire una sede sociale in Lussemburgo. Se il Lussemburgo ha una tassazione agevolata, la questione riguarda non le aziende che hanno la massa critica per sfruttare questo arbitraggio, ma il legislatore europeo che ha generato o sta perpetuando questa discontinuità.

Come è facile constatare ogni volta che si acquista qualcosa su Amazon.it, la nostra controparte è Amazon EU Sàrl, una società a responsabilità limitata lussemburghese. Tale società si avvale dei servizi prestati dalle controllate italiane Amazon Italia Logistica e Amazon Italia Services, che remunera con commissioni (è questa l’unica parte di ricavi che, una volta nettata dei costi, verrà tassata in Italia). Non solo: i ricavi della capogruppo lussemburghese vengono usati per pagare “royalty” per l’utilizzo dei diritti sulla proprietà intellettuale del gruppo, che da un lato “asciugano” l’utile sulla capogruppo, e dall’altro producono ricavi non imponibili, dal momento che la controllata che fattura le royalty non è soggetta a tassazione in Lussemburgo. Un vero “pranzo gratuito”, a cui si sono accomodati, oltre ad Amazon, anche Apple, Starbucks e FIAT. Strano che ai giornalisti di Presa Diretta questo dettaglio sia sfuggito. Amazon avrà anche sfruttato (rimanendo nell’ambito del rispetto della legge) le disarmonie fiscali europee, ma per lo meno non è stata sovvenzionata dalla nostre tasse per decenni, come invece è successo alla FIAT.

Dunque, non essendovi nulla di sostanziale da dire nel loro servizio contro Amazon, quelli presa Diretta decidono di buttarla in caciara, scippando un off-record nel quale Angioni, in modo pittoresco (e tuttavia comprensibile per chi con la Guardia di Finanza abbia avuto a che fare nel mondo reale) riassume la sua odissea: “tre anni”, sostiene, con la GdF appollaiata nei suoi uffici a setacciare la contabilità e a “fare le pulci” al suo personal computer, senza approdare a nulla. Comprensibilmente liberatorio, pertanto, il gesto del folle sconosciuto (meglio conosciuto come il gesto dell’ombrello) per il quale il “cattivo” Angioni perderà il posto e finirà negli annali.  Un super-villain, ricordiamolo, sotto la cui direzione Amazon ha gettato le basi per la creazione di oltre 1200 posti di lavoro in Italia, senza contare l’indotto. Benché sia tra quanti non apprezzino molto il suo stile da spaccone, infine, le circostanze e le modalità con cui si è svolta l'”intervista” (per metà rubata, non dimentichiamolo) me lo hanno reso immediatamente simpatico.

A ben vedere, il problema del giornalismo stile Presa Diretta non è solo quello di essere fazioso, quanto sciatto e confuso. Trovo abbastanza fastidioso il giornalismo schierato, ma almeno a Presa Diretta non si può rimproverare il fatto che tale orientamento sia nascosto dietro una patina di obiettività.  Tuttavia, continuo a pensare che, per portare validamente argomenti ad un’agenda politica, sia inevitabile capire di che cosa si parla, prima, evitando possibilmente di cercare la carezza di una certa parte di popolo, rapida a sobbollire di “giusta indignazione” non appena le si dia modo di saltare addosso ai “soliti noti”, tra i quali le multinazionali non possono mancare. E’ abbastanza evidente la debolezza intellettuale che fa capolino dietro la rabbia giacobina di certe domande: ad esempio quella, assai sobria, che Laganà pone a Fabio Vaccarono di Google: “Che cosa c’è di etico nella elusione fiscale?”. Domanda non solo ingiusta (si sta assumendo come presupposto che Google Italia stia eludendo le imposte in Italia, senza portare un-solo-argomento-valido a supporto di questa tesi), ma anche antropologicamente indicativa. Che cosa sarebbe “giusto”, “etico” secondo gli amici di Presa Diretta? Forse che pagare milioni di euro di imposte in Italia, potendo evitarlo, sarebbe più “morale”? Sarebbero contenti, in questo caso? Par di sentire l’eco di quella sirena (ubriaca) che faceva biascicare a qualcuno di sinistra il mantra delle “tasse che sono una cosa bellissima”. Basta l’intelligenza, non occorre – e neanche conviene, davvero – tirare in ballo la morale. Anche perché altrimenti dovremmo chiedere ai colleghi di Presa Diretta quanto è “etico” rubare un’intervista, mandandola in onda solo per sottoporre al ludibrio popolare il gesto inelegante di una persona di successo in modo da trasformarlo nell’emblema dell’arroganza capitalista. Senza contare, ovviamente, che Angioni ha pagato la sua bravata con la perdita del suo posto di lavoro, mentre i giornalisti di Presa Diretta continueranno per lunghi anni ad infliggerci tesi preconfezionate e conclusioni raffazzonate.

Rosemary’s baby e i diritti delle donne

in cinema by

Rosemary’s Baby” (USA, 1968), assieme a “Repulsion” (UK, 1965) e a “The Tenant” (Francia, 1976), è un capitolo della cosiddetta “trilogia dell’appartamento” di Roman Polanski: tre storie spaventose di ambientazione borghese, in cui forze misteriose ed incontrollabili prendono il controllo dei protagonisti (rispettivamente, una shampista, un modesto impiegato, una casalinga) annientando la loro vita. Il sardonico Rosemary’s Baby, tratto dall’omonimo romanzo di Ira Levin, è uno psicodramma che, usando l’armamentrio horror / B-movie, dà simbolicamente voce all’ansia americana della fine degli anni Sessanta.

La storia – Guy e Rosemary sono una giovane coppia borghese; lui (John Cassavetes, che sarà anche indimenticabile regista di capolavori come A Woman Under the Influence e Gloria) è un attore alle prime armi che per il momento ha girato solo uno spot pubblicitario, mentre lei (Mia Farrow, allora celebre volto della serie televisiva Peyton Place) è una ragazza di campagna, insicura e tormentata dal suo “tradimento”: a dispetto della sua formazione cattolica, non solo ha sposato un non-cattolico, ma addirittura fa uso di anticoncezionali. Mentre, da buona casalinga, si occupa del bucato, Rosemary conosce Terry, una ragazza che abita nel suo palazzo, ospite di Roman e Minnie Castevets, i due strambi vecchietti dell’appartamento accanto. I due anziani sono in realtà i capi di una setta satanica alla ricerca di una giovane “di sana e robusta costituzione fisica”, non vergine, cui affidare il ruolo di Madonna demoniaca, ovvero di madre dell’Anticristo. Terry, che per qualche ragione non rientra nel profilo desiderato, finirà suicida, ma verrà rimpiazzata dall’ignara ed ingenua Rosemary. I Castevets reclutano Guy, facendo leva sulla sua vanità e dando, a suon di malefici, una svolta fondamentale alla sua agonizzante carriera. Non contento di aver letteralmente venduta al diavolo la sua anima, Guy non si farà scrupolo di devolvere alla causa satanista il ventre di sua moglie. Dopo una serie di vicende agghiaccianti, Rosemary, nel giugno del 1966 (6/66, anno zero della nuova era dominata dal Maligno) darà alla luce l’Anticristo.

Ansia americana – E’ interessante analizzare brevemente il contesto storico e culturale in cui il film viene concepito. Sul fronte esterno, gli Stati Uniti stanno vivendo l’escalation della guerra in Vietnam, mentre all’interno del paese misteriose cospirazioni conducono, nel solo 1968, a due omicidi politici: il 4 aprile viene infatti assassinato il reverendo Martin Luther King, mentre il 5 maggio è la volta di Robert Kennedy. Dopo la sbronza hippie e il sogno di una nuova stagione di libertà, il Paese si risveglia con le mani lorde di sangue. Pochi personaggi incarnano la mutazione degenerativa del sogno hippie quanto Charles Manson, musicista ed hippie divenuto ispiratore di una setta di spostati, la cosiddetta Family. Ironicamente, furono proprio alcuni membri della Family ad uccidere, l’8 agosto 1969, tra gli altri, Sharon Tate la moglie di Polanski, incinta al nono mese. Non è dato sapere se i fulminati che si macchiarono di quei terribili delitti avessero o meno visto Rosemary’s Baby; ma certo il fatto che una setta “satanica” abbia ucciso una donna prossima al parto ha delle sinistre assonanze con la vicenda narrata nel film interpretato da Mia Farrow, in cui una donna partorisce il figlio del Demonio. Paradossalmente, la musica dei Beatles, che tutto evoca salvo pensieri e gesta criminose, in quel periodo viene associata alle gesta dei succubi di Charles Manson. Manson era addirittura ossessionato dall’Album Bianco (uscito a novembre 1968), al punto che i suoi emissari scrissero “Helter Skelter” e da “Pigs” con il sangue delle vittime su una parete e sulla porta di ingresso di casa Polanski, al 10050 Cielo Drive di Benedict Canyon, Beverly Hills. (1)

Bambini deformi – Rosemary’s Baby stuzzica anche un altro nervo scoperto della psiche collettiva del suo tempo. Questa volta parliamo di Europa: tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta l’ancestrale e radicata fobia di una gravidanza culminata dalla nascita di un mostro si era acutizzata a causa del cosiddetto scandalo del talidomide. A seguito di test drammaticamente superficiali, che ne certificarono la sicurezza, le donne in gravidanza impiegarono farmaci a base di talidomide come sedativo e anti-nausea. Solo nel 1961 gli studi indipendenti di un ginecologo australiano, William McBride, e del pediatra tedesco Widukind Lenz misero in luce gli aspetti teratogenici del farmaco, che, come fu chiaro, provocava gravissime malformazioni al feto, quali amielia (assenza di arti) e focomelia. Si stima che la criminale irresponsabilità della Chemie Grünenthal, la casa farmaceutica che sviluppò il prodotto, destinandolo alle donne in gravidanza, abbia causato la nascita di un numero compreso tra i 10.000 e i 20.000 bambini con gravissime deformità, il 40% dei quali non sarebbe arrivato al primo compleanno (senza considerare le morti in utero). Benché il farmaco fosse stato ritirato dal commercio a fine novembre del 1961, l’inchiesta governativa tedesca impiegò oltre sei anni per approdare alla denuncia a carico delle figure apicali della società: il processo iniziò a maggio del 1968 (2). Rosemary’s Baby, dunque è il capostipite di una serie di film impregnati da “ossessioni ginecologiche e fetali” (3), così come di quelli che hanno come protagonisti bambini malvagi: The Brood di David Cronemberg, Alien di Ridley Scott, Omen di Richard Donner e naturalmente a L’Esorcista di W. Friedkin.

La “Pillola” – E’ indubitabile l’importanza della diffusione della pillola anticoncezionale nella storia della società americana degli anni Sessanta. Benché la Searle inizi a vendere l’Enovid come anticoncezionale tra il 1960 e il 1961, si dovrà attendere fino al 1965 per renderla disponibile a tutte le coppie sposate (!), e fino al 1972 affinché la vendita del prodotto a donne non sposate non venga considerata illecita secondo la legge americana. La separazione del sesso dalla riproduzione e il pur esitante e lento processo di riappropriazione dei suoi diritti riproduttivi da parte della donna irrita l’oscurantista ed ottusa chiesa cattolica. Non a caso, solo pochi mesi dopo l’uscita di Rosemary’s Baby, Paolo VI (4) promulga l’enciclica “Humanae Vitae“, nella quale ribadisce la ferma condanna della chiesa nei confronti di ogni forma di controllo delle nascite. Ed in effetti Rosemary’ Baby è una elaborata critica sociale “all’oppressione di genere e al patriarcato”, che Polanski realizza da par suo, senza cioè rinunciare al divertimento. Infatti, se da un lato l’impostazione cospirazionista è tipica della subcultura ultrareazionaria, il modo in cui la setta satanica si rapporta alla giovane donna sola non è che una manitestazione parossistica della vera agenda con cui i conservatori tentano di ricacciare nel buio le innovazioni liberal degli anni Sessanta. Al di là dei topoi del cinema di genere, la vicenda è in effetti quella di una donna che cerca di sfuggire al marito e ai suoi alleati (satanisti?) impegnati a controllare ogni aspetto della sua esistenza: il suo corpo, la sua sessualità, e il suo diritto a procreare, e, nel caso, a determinare come e quando farlo – perfino il suo modo di acconciarsi i capelli (5).

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Sex Is Violence

Control – Non appena Rosemary viene percepita come “feconda” e sola (in quanto rinnegata dalla sua famiglia per le sue scelte “immorali”), essa diviene un utero a disposizione dei piani folli di suo marito. Ci sono, sì, le rose rosse, ma la fecondazione di Rosemary è la conseguenze non di un rapporto affettuoso e consensuale, ma di una violenza carnale: Rosemary viene drogata (e le sue rimostranze sul sapore “farinoso” del dessert preparato dalla “affettuosa” anziana vicina vengono ovviamente ridicolizzate) e il marito ne abusa sessualmente. Dal momento che, approfittando di un momento di distrazione, la donna ha gettato una parte del dolce, il suo sonno sarà parziale, e sarà quindi parzialmente lucida mentre il marito e i suoi compagni di … Sabba la sopporranno allo stupro. Il rapporto verrà sì iniziato dal marito, ma a concluderlo sarà un orribile mostro antropomorfo – lo spettatore potrà scegliere se nell’economia della narrazione, tale rimpiazzo sia da interpretarsi come effettivo o simbolico. Quando, la mattina dopo, Rosemary si lamenta dei graffi sul corpo, il marito non si fa problemi a raccontarle una versione dei fatti che, pur edulcorata, comporta comunque l’ammissione di una violenza sessuale. Guy si concede perfino una risatina e una battuta di cattivo gusto; e lì finisce. Tutto normale, in fondo, la donna è proprietà del marito, e lui può servirsene come meglio crede.

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La verità non rende liberi. Proprio per niente.

Rosemary, ormai incinta, continuerà ad essere oggetto al controllo ossessivo eteronormativo: non potrà prendere le vitamine come le altre donne, ma sarà costretta a bere l’orrendo bibitone che le prepara la strega Minnie. Quest’ultima farà in modo che Rosemary non venga più seguita dal suo ginecologo, presentandola al dottor Sapirstein (un altro membro della setta). Le amiche che la sconsigliano di dar retta a Sapirtstein verranno trattate da Guy come delle oche senza cervello. L’insistenza di Rosemary verrà messa a tacere con un riferimento assai greve a chi paghi le fatture del dottore. Tra i consigli di Sapirstein vi sarà il divieto di leggere libri che parlino di gravidanza; e lo stesso farà il marito quando Rosemary entrerà in possesso di un testo sulla stregoneria fattole pervenire da un suo amico, guarda caso ucciso da un incantesimo ordito dai Castevets. Guy si impadronirà del libro, posizionandolo su uno scaffale in alto, dove la moglie non possa arrivare a meno di non montare in piedi su una sedia, … accanto (e significativamente) ad una copia del Rapporto Kinsey. Quando ormai Rosemary avrà accumulato prove evidenti del complotto che la sta trasformando suo malgrado nella madre di un nuovo Cristo diabolico (che nascerà a giugno 1966 – 6/66), cercherà aiuto presso il suo precedente ginecologo che, probabilmente in buona fede, interpreterà il suo racconto come l’esito di un attacco isterico pre-parto, finendo per consegnarla proprio ai suoi aguzzini. A questo punto, Rosemary si ribella apertamente ai suoi carnefici, e per questo viene sottoposta ad una pesante sedazione; quando si risveglia, dopo il parto, viene nuovamente ingannata, dal momento che Guy cerca di convincerla che il bambino è nato morto. Tuttavia, Rosemary, che attraverso le sottili pareti dell’appartamento riesce a sentire il pianto del neonato e i canti rituali della setta, scoprirà la verità.

Il bambino (cui è stato dato il nome di Adrian, senza nemmeno interpellarla), è vivo ed in buona salute, ma nella sua culletta nera, sovrastata da un crocefisso rovesciato, frigna come un normale neonato, bisognoso delle coccole della mamma. Peccato abbia quegli occhi non umani  – “proprio quelli di suo padre” chioccia una socia più anziana della setta, riunita per far festa all’anticristo. Ed è nel finale che si realizza il capolavoro di Polanski: Rosemary, entrata nell’appartamento dei capi della setta con un coltello da cucina e non proprio con le migliori intenzioni, soccombe alla pressione sociale patriarcale, (“lasciate che lo culli… è sua madre” dirà Roman) e finisce per accettare come “destino” la sua progenie biologica, anche se frutto della violenza e dell’inganno.

(1) I collegamenti tra Beatles, sorelle Farrow e Charlie Manson non finiscono qui: Susan Denise Atkins, una degli assassini di Sharon Tate, era conosciuta nella Family con il soprannome di Sadie Mae Glutz, un nome che assona con “Sexy Sadie“, un altro pezzo dell’Album Bianco, che Lennon scrisse per prendere in giro il maestro Maharishi per i suoi presunti approcci sessuali a… Mia Farrow. “Dear Prudence“, un altro pezzo dell’Album Bianco, era stato scritta da Lennon per Prudence Farrow, sorella di Mia, che era un po’ la “secchiona” dell’ashram, talmente presa della meditazione da rimanere reclusa in meditazione per settimane intere (di qui l’invito degli amici: “Dear Prudence won’t you come out to play?”) Un’ultima cosa: l’appartamento in cui è ambientato Rosemary’s Baby (che nel film viene chiamato Bramford Building) è in realtà il Dakota Building, un palazzone ottocentesco sulla Settantaduesima Strada (New York), dove sarebbe andato a vivere John Lennon, e davanti al cui ingresso venne assassinato l’8 dicembre 1980.

(2) Il procedimento giudiziario venne sospeso circa due anni dopo, in conseguenza, sembra, di un vergognoso patteggiamento tra i rappresentanti dell’azienda e quelli del governo federale, che tra l’altro non incluse i rappresentanti delle vittime.

(3) David J. Skall, storico e critico di film horror

(4) Paolo VI viene citato per ben due volte nel film di Polanski: la prima nel corso della conversazione tra i capi della setta demoniaca e Guy, e una durante l’angosciante sequenza onirica in cui Rosemary mette in scena i suoi sensi di colpa di cattolica reietta

(5) Più o meno a metà del film il look di Rosemary cambia drasticamente, e i bei lineamenti di Mia Farrow verranno valorizzati da un rivoluzionario (per i tempi) taglio “pixie”, divenuto immediatamente molto popolare in tutto il mondo.  Peccato che Guy dedichi al nuovo taglio della moglie una battuta singolarmente volgare: “Non riesco a credere che abbia pagato dei soldi per … questo”. Polanski fece arrivare sul set direttamente da Londra il mitico parrucchiere Vidal Sassoon, facendo lievitare il costo dell’hair-do di Ms. Farrow da 30 a 5.000 dollari. Si trattò di un’eccezionale occasione pubblicitaria per il parrucchiere britannico, che finse di eseguire il taglio all’interno di un ring da boxe trasformato in set fotografico. In realtà, Sassoon aveva già trasformato in “pixie” Mia Farrow qualche settimana prima, e quindi si schermì quando Polanski gli chiese raggiungerlo negli USA. Ma quando quest’ultimo rispose “c’è sempre qualcosa da tagliare”, a Sassoon non restò che prendere l’aereo e partire. La ricostruzione dei fatti di Mia Farrow è leggermente diversa: il giorno dopo la morte di Sassoon (2 maggio 2012) Mia Farrow, su Twitter, ha fatto sapere che si era tagliata da sola i capelli qualche giorno prima e che l’intera vicenda del ring con i fotografi non era altro che una colossale montatura a scopo promozionale. Sembra che Frank Sinatra, allora marito di Mia Farrow, l’avesse minacciandola di “conseguenze” qualora si fosse tagliata i capelli corti; a proposito di uomini violenti che vogliono controllare le donne… In ogni caso, da gentiluomo qual era, Sinatra fece recapitare a Farrow le carte del divorzio direttamente sul set di Rosemary’s Baby; pare che il casus belli fosse stato il rifiuto di Farrow di abbandonare il set di Rosemary’s Baby per raggiungere il marito, che desiderava farle recitare una particina nel suo film The Detective.

Ansia urbana 3

in humor by

I’m a reasonable man. Get off my case“. Qui dentro non si respira: come da diversi giorni a questa parte, anche oggi la Metro B arriva a Piramide quando ne ha voglia. C’è il tabellone dei tempi di attesa, ovviamente truccato: per un bel po’ resta nero, poi, dopo un diciamo 3 / 4 minuti di ostinato silenzio, ci dice che mancano 8 minuti al prossimo treno – in questo modo, se e quando qualcuno si degnerà di fare un po’ di benchmark sulla qualità del (dis)servizio di trasporto pubblico romano non troverà mai picchi più alti di 8 minuti – che geni, eh?

La sensazione è di sconforto e frustrazione, un po’ come quando, sul Roma – Padova mi è venuta una colica renale. Dopo un po’ di manovre e dopo aver dovuto esercitare un po’ di pressione fisica sul muro pulsante che tende a respingermi sulla banchina, sono dentro. Incazzato, in mezzo a migliaia di altri esseri umani variamente incazzati, guardo di traverso i coglioni che abbracciano i mancorrenti, i timidi che non vogliono proprio spostarsi in un’area che non sia a 10 centimetri dalle porte, gli imbecilli che entrano con lo zaino sulle spalle sui cui ragazze raffreddate spalmano cucchiaiate di muco nasale.

Ogni tanto mi perdo a guardare i loro capelli – non cessano di stupirmi i risultati delle mie mini-statistiche su quante persone (uomini e donne) escano di casa senza essersi fatte uno shampoo. “Datemi il superfluo, farò a meno del necessario“: deve essere questa la massima che avevano in mente questi fenomeni dell’ATAC quando progettavano i nuovi convogli; non ci viene concesso il diritto a spostarci in modo dignitoso – per la verità non ci è concesso di essere dignitosi, e spesso siamo proprio noi quelli privi di dignità, vedi alla voce Scureggiatore Misterioso – ma in compenso possiamo contare su un piccolo televisore sistemato in corrispondenza delle porte. Sono perso in pensieri vagamente criminali, la rabbia (esistenza, lavoro, vita in generale, “va tutto bene, ma io sono morto”) mi risale acida come un reflusso gastrico, mentre istintivamente guardo lo schermo senza attenzione: mi rimangono impressi solo gli spot di ristoranti giapponesi all-you-can-eat a quote sospettamente basse. Ma ecco che sul display appare un cartone animato che ha come protagonista un ladruncolo, rappresentato come un tizio magro, alto e un po’ curvo, vestito con una tuta nera, una mascherina sugli occhi. Una bojata immonda, che ricordo di aver già visto in precedenza sugli altrettanto inutili schermi installati sugli autobus.

La storia. Al ladruncolo ne capitano di tutti i colori, è talmente malaccorto e sfortunato che tutte le sue imprese criminose sono destinate al fallimento. L’episodio (diciamo così) che ho visto ieri merita un premio speciale, però. Il ladro punta un signore vestito in abiti eleganti ottocenteschi, redingote e cilindro inclusi; si impadronisce in qualche modo del suo portafoglio: invece di concentrarsi su denaro e valori, il nostro sciocco protagonista consulta la carta d’identità della sua vittima, scoprendo che di nome fa “Jack” e di congnome “Lo Squartatore“, nato non-so-dove nel 1842. Un attimo dopo il derubato afferra il ladro per il collo. Sipario. Il mio problema, che ormai assomiglia ad una perversione, è che in questa merda io mi sforzo di vederci un senso. Lo so, è un atteggiamento assurdo, essendo lampante che questo cartone è il parto di qualche “creativo” fallito e raccomandato che campa con i soldi delle mie tasse. Ma io insisto: qual è il senso di questa cosa? Davvero. Avrei capito se si volesse dare l’idea che il crimine non paga, che l’ATAC, la polizia e in generale le autorità vigilano costantemente sull’incolumità dei cittadini… Ma il messaggio trasmesso da questo prodotto inutile, realizzato in modo sciatto da qualcuno asfissiato dalla mancanza di idee, sembra piuttosto: il comportamento criminale paga fino a quando non interagisce con una condotta ancor più criminale. Ripensandoci, penso che l’animazione rappresenti perfettamente la mia città.

The Ruling Class – una recensione

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Una noiosa domenica di molti anni fa, a casa della mia nonna materna, mi capitò di vedere un pezzo di questo film. Nonna Ginetta aveva comprato un televisore a colori, che allora rappresentava il massimo della tecnologia moderna, e ogni tanto mio padre ed io passavamo un pomeriggio domenicale ipnotizzati da quella fantastica novità. Sorbivamo di buon grado qualsiasi porcheria ci venisse propinata dalla scatola magica; a differenza della Rai, le “tivvù private”, infatti, passavano film a qualsiasi ora, classici come opere bislacche come quella di cui oggi voglio parlare.

Da notare: i miei genitori, che si erano preoccupati di bandire dalla conversazione qualsiasi riferimento anche lontanamente attinente alla sfera sessuale, a dieci anni mi consentivano di guardare film che per tema, durata, stile, argomento, erano chiaramente non adatti ad un bambino della mia età. Ero piccolo quando mi vennero propinate le tre ore abbondanti di “Barry Lyndon”. Vorrei poter dire che la visione di quella meravigliosa pellicola in sì tenera età sia stata decisiva per forgiare il mio futuro impeccabile gusto in fatto di cinema; la realtà è ben diversa, ovviamente: “Grazie papà, per avermi portato a vedere un film dove a uno tagliano la gamba e la danno al gatto“- questo fu il mio unico commento. Tra l’altro, la versione che vidi allora era quasi certamente tagliata: non ho memoria, ad esempio, della scena del bacio omosessuale tra ufficiali (negli USA si affronta il tema dell’omosessualità nel 1958 con “La Gatta sul tetto che scotta”, in Italia, oltre vent’anni dopo, si purga una scena con un bacio tra uomini).

Ma torniamo a “The Ruling Class” (“La classe dirigente”): facendo zapping, mio padre vede Peter O’ Toole, un attore che idolatra dopo il suo Lawrence d’Arabia, e finalmente la pianta di cambiare canale in modo compulsivo. La bizzarria e l’irriverenza del film a me piacquero immediatamente, anche se ovviamente non ne capii a fondo il senso polemico. Al piccolo Braconi (e anche al senior in effetti) fu comunque negata la scena in cui Carolyn Seymour si esibisce in una coreografia-strip tease, fino a rimanere nuda: anche qui, evidentemente, un piccolo taglio per non turbare troppo i borghesi teledipendenti della domenica…

Quando lo becchiamo, il film è iniziato da un po’, e così perdiamo pure l’assurda sequenza iniziale: quella di sicuro non l’avrei capita. Provate a spiegare questo, ad un bambino di 10 anni (nel 1979): l’anziano Ralph, 13-esimo conte di Gurney, in divisa da ufficiale britannico e tutù da ballerina, chiuso nella sua stanza da letto, fa uno strano gioco autoerotico: con l’ausilio di una scaletta, si mette un cappio al collo e si procura piacere con brevi istanti di asfissia. Quando la scala si rovescia, il conte si impicca e muore.

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Gli stravaganti nobili inglesi

Sir Charles, dopo aver dissimulato la reali circostanze della morte dell’illustre e ricco fratello, punta ad impadronirsi dei di lui beni, congiurando apertamente ai danni del legittimo erede, Jack Arnold Alexander Tancred Gurney, 14-esimo conte di Gurney (Peter O’ Toole). Obiettivo apparentemente facile, dal momento che Jack è un pazzo furioso convinto di essere Dio. Una follia tenera e poetica, la sua, che si manifesta nell’aperta predicazione della fratellanza universale e che comporta qualche piccola stravaganza: Jack, per dire, insiste a dormire, in piedi, sul crocifisso a grandezza naturale che ha fatto installare nel salotto della sua casa di famiglia. Ovviamente, il suo messaggio di amore incondizionato, più che avversato, viene semplicemente ignorato dai più come una fastidiosa forma di eccentricità.

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Carolyn Seymour, moglie del regista Peter Medak, come io non ho potuto rimirarla quando avevo 10 anni.

Sir Charles mira a far sposare rapidamente Jack – a tal fine “riciclerà” cinicamente una sua (ex?) amante, che, a dispetto di ogni aspettativa, finirà per provare autentica tenerezza per lo sfortunato conte di Gurney. Una volta messo alla luce un erede legittimo, spera Sir Charles, potrà far interdire Jack e toglierlo definitivamente di mezzo rinchiudendolo in manicomio. A tal fine viene perfino ingaggiato uno psichiatra, il dottor Herder, il quale però, anziché favorire i biechi piani di Charles, avallando la tesi della follia di Jack, si metterà in testa di curarlo. Ed effettivamente i suoi metodi, singolarmente crudeli, condurranno il paziente ad una parvenza di normalità. Dismessi l’acconciatura da Gesù pop, i completi bianchi ed il saio monacale, Jack sfoggia ora un perfetto taglio di capelli, un magnifico completo di sartoria, e siede sullo scranno parlamentare un tempo occupato dal defunto padre. Eppure, il recuperato equilibrio mentale non è esente da ombre né da vaghe suggestioni violente; la mente di Jack, infatti, è irrimediabilmente malata, ed egli adotterà ben presto un alter ego assai più sinistro, quello del maniaco assassino di prostitute Jack lo Squartatore. Nessuno, nemmeno l’amata e tutto sommato innocente moglie, verrà risparmiato dal suo furore distruttivo.

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Il “nuovo” conte di Gurney e la sua platea di zombie.

La Classe Dirigente” è la versione cinematografica di una pièce teatrale scritta da Peter Barnes nel 1968 (in questi giorni, fino all’11 aprile 2015 viene rappresentata a Londra); anche in quel caso il quattordicesimo conte di Gurney venne impersonato da Peter O’ Toole, il quale era anche proprietario dei diritti. La leggenda vuole che, nel 1972, al termine di una serata ad alta gradazione alcolica trascorsa in compagnia di Peter Medak, l’attore irlandese abbia telefonato al suo agente: “Sono qui con quel pazzo di ungherese, e sì, lo so che sono sbronzo, ma ti do 24 ore per metter su questo film“. La mattina successiva Medak riceve una chiamata dalla United Artists. Il film, come la commedia, è un guazzabuglio in cui si alternano black comedy, satira sociale e musical. Pur nella sua piacevolezza è una pellicola piena di rabbia, quasi nichilista. L’unico personaggio positivo è in effetti quello del maggiordomo marxista, Daniel, che, una volta ereditata una somma di denaro dal vecchio conte di Gurley, diventerà pericolosamente poco diplomatico nei confronti dei suoi “padroni”, e progressivamente più proclive all’abuso di alcol. Pur odiando cordialmente (e con ottime ragioni) la corrotta famiglia Gurney, rimarrà fedele al giovane Jack, il quale tuttavia lo tradirà senza il minimo scrupolo per salvarsi dall’accusa di omicidio. Il “nuovo” conte di Gurney si comporta in modo consono a quanto gli impone il suo retaggio, ovvero mettendo in conto alle classi oppresse le conseguenze della propria condotta criminale: si registra qui quel tipo di forzatura ideologica che dal mio punto di vista fa invecchiare male tanto cinema di contestazione anni Settanta, altrimenti molto interessante.

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Il maggiordomo marxista, pronto alla prima vacanza della sua vita.

Per il resto il carnevale grottesco di Medak / Barnes butta all’aria ogni sacra istituzione borghese:

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Il Vescovo Lampton.

La religione organizzata (La Chiesa d’Inghilterra): ad impersonarla è la maschera stravolta ed esilarante del vescovo Bertie Lampton (Alastair Sim), che, a dispetto delle manfrine con cui manifesta il suo sdegno per la corruzione dei suoi tempi, fingerà di credere che la morte di Ralph Gurney sia stata causata da un incidente e che il matrimonio di comodo tra una prostituta ed un debole di mente sia il suggello divino su un amore sincero. Non a caso l’autentico messaggio “love & peace” viene messo in bocca ad un folle: esso, infatti, comporta un sovvertimento di valori talmente violento che una società cinica non può che catalogare come pazzia.

La scienza: a dargli corpo è il personaggio del dottor Herder, medico abile ma incapace della minima empatia con il paziente, ed in più pronto a farsi corrompere in cambio di sesso (le profferte erotiche della matura e disinibita moglie di Sir Charles) e del denaro necessario a finanziare le sue ricerche. Per inciso, con la sua “geniale” terapia, trasformerà la bonaria follia di Jack in una furia omicida che nulla risparmia.

Il matrimonio: quello organizzato da Sir Charles è una farsa indecente – solo per caso, da queste esecrabile finzione nascerà un legame basato su un affetto genuino, anche se breve. Quanto al suo, di matrimonio, c’è poco da stare allegri. A parte il fatto che Sir Charles se la spassa con un’amante che ha la metà dei suoi anni e che non si farà scrupoli ad asservire ai suoi loschi piani, la moglie lo disprezza al punto da andare a letto con Herder solo per odio nei suoi confronti. Non solo, ma quando Jack recupererà la sua rispettabile “normalità” (apparente e comunque transitoria), Lady Claire non si farà scrupolo di sedurre il nipote, che l’ammazzerà a coltellate.

La società: la classe dirigente viene dipinta come una combriccola di deboli di mente, il cui sbandierato rispetto per le tradizioni nasconde esistenze dannate da conformismo, fredda ipocrisia, violenza e alcolismo. Un circolo chiuso, all’interno del quale tutto è concesso e al di fuori del quale tutti sono considerati nemici. Molto efficace, a tal proposito, è la scena in cui Jack, ormai rinsavito e trasformatosi in eloquente parlamentare, terrà un discorso in cui si dichiarerà favorevole alle punizioni corporali e alla pena di morte; ad applaudire sarà però un’assemblea di mummie polverose (il Parlamento).

Insomma, anche se è stato girato molti anni fa e nonostante qua e là faccia percepire l’ansia dimostrativa tipica dei film a tesi, La Classe Dirigente è divertente e polemico; il suo unico difetto è la lunghezza: 153 minuti sono davvero troppi, qualche taglio in fase di montaggio avrebbe reso il lavoro molto più snello e fruibile.

Ansia metropolitana 2

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Davanti a me è seduta una ragazza molto grossa e trasandata: indossa un gonnellone nero che le arriva alle caviglie mentre la sua giacca esploderà al primo starnuto. Quanto a me, ho addosso una rabbia potente e corrosiva come un acido, talmente forte e virulenta che mi sta bruciando i muscoli e i tendini dei polpacci: nella scatola cranica milioni di bestemmie mi nuotano in circolo come carpe koi sotto speed in un acquario troppo piccolo. Sono talmente tante e veloci che ogni tanto la forza centripeta me ne scaraventa qualcuna in bocca: non mi resta altro da fare che sputarla fuori. La cicciona manipola il telefonino, e quando mi sente imprecare a mezza bocca  (perché, anche se a me pare di sussurrare, la gente sente) stacca gli occhi dal display e mi dà veloce un’occhiata timida, poi torna a digitare. E’chiaro che usa il cellulare per dissimulare indifferenza nei confronti di quel pazzo che le siede davanti. Siamo sulla linea B diretta a Laurentina alle 11:00 circa di una mattina qualsiasi di febbraio. E’ uno dei convogli nuovi, quelli articolati, e quindi, complice la scarsissima presenza umana, tanto a destra che a sinistra ci si presenta un lunghissimo corridoio vuoto, l’interno di una base spaziale di un film di fantascienza anni Settanta.

Antefatto – Poche ore prima sono andato al laboratorio di analisi cliniche a ritirare il referto della risonanza magnetica cerebrale di mia madre. Lasciata mia figlia a scuola, mi sono fatto a piedi i circa 3 chilometri di strada per arrivare alla Bios; speranzoso, ho seguito il percorso del bus, con l’idea di saltare a bordo casomai ne passasse uno, ma non se ne è vista nemmeno l’ombra. Faccio la fila, ritiro il referto, leggo febbrilmente la diagnosi. La busta che contiene i documenti è fuori standard per qualsiasi essere umano. Non ci sta nella mia tracolla, e si piega se provo a mettermela sotto l’ascella sostenendola con la mano, (e sì che ho braccia da primate). Forse li fanno apposta così, per aumentare l’ansia di pazienti e familiari. C’è anche un CD dentro, perché non si possono limitare a darti quello?

Fermata dell’autobus – Dopo trentacinque minuti di attesa, arriva il 910 che mi dovrebbe portate a Termini. L’atmosfera all’interno del mezzo è effervescente; risulta infatti che l’autista non conosce il percorso, e chiede aiuto ai passeggeri, i quali, stremati dalle attese, zuppi e puzzolenti di sudore e cappotti bagnati, non sanno se consegnarsi mani e piedi all’isterismo o abbandonarsi all’atarassia dei vinti. Un ragazzo ritardato se ne sta appiccicato alla cabina dell’autista parlandogli a voce altissima. Benché il suo sembri un discorso rivolto al guidatore, cui effettivamente rivolge domande e da cui sollecita commenti, gli è ormai chiaro, per esperienza pregressa, che non riceverà risposta. “Eh lo sai come ho capito che lei ci stava?” – imperterrito,  esibisce un altro argomento: “Pensa che mi ha dato quei soldi che mi doveva dopo nove anni. Hai capito? Dopo no-ve anni!”. I passeggeri in questo caso oscillano tra divertimento (un filippino se la ride sotto i baffetti) e il fastidio. Una signora “bene” redarguisce il ragazzotto sollecitandolo a non distrarre l’autista, “che già ha i suoi problemi”. Ovviamente lui la ignora: i migliaia di tentativi di far partecipi gli altri del suo mondo, a forza di discorsi strampalati sparati ad altissimo volume, non hanno avuto alcun effetto. Non sembra ferito dall’indifferenza degli altri. Succede anche che due passeggeri diano suggerimenti diversi sulla strada da percorrere: “Ecco, guardi, ora gira a destra e…” “Ma che dice, signora? Dritto deve andare, non a destra!”. C’è qualcuno che sta approfittando della confusione per farsi portare più vicino a dove deve andare.

Termini –  Arrivo alla stazione, e, visto che mi sta per scadere l’abbonamento, decido di approfittare dell’enorme ritardo accumulatosi per rinnovarlo (si può fare solo in alcune stazioni, tra cui appunto Termini). Percorrendo un dedalo di corridoi appena (mal) ristrutturati che già puzzano di piscio rancido, arrivo alla biglietteria ATAC. Faccio una breve coda (hanno il numeretto) e pago. Me ne vado molto fiero del mio senso dell’organizzazione: “ho ritirato il referto!”, “ho rinnovato l’abbonamento, addirittura in anticipo!”. Mentre mi complimento con me stesso, prendo la metro e dopo alcune fermate scendo a Piramide. Ho le cuffie addosso e sono ormai di buonumore, niente mi può far cambiare idea – ha perfino smesso di piovere! Se non fosse che, quando sono a circa 80 metri dall’ufficio, mi rendo conto che qualcosa non quadra, mi manca qualcosa dalle mani: la tracolla è al suo posto, nella mano destra ho l’ombrellino chiuso. E basta. Dopo un preoccupante numero di minuti dalla perdita di contatto, mi rendo conto che, sì, ho perso il referto. Da lì comincia un nuovo capitolo della mia odissea metropolitana.

Piramide – Mi fiondo al gabbiotto della fermata metro di Piramide: “Senta, guardi, mi è successo un casino inverosimile. Credo di aver lasciato sulla metro dei documenti medici della massima importanza… Sì, su un treno diretto a Laurentina, anzi per la precisione dovrebbe essere quello precedente a questo che sta andando via ora.” Incredibilmente, l’addetta si scuote dal suo torpore atavico e si spinge perfino a comporre un numero al telefono. “No, niente, mi spiace. Provi a vedere al capolinea. E se non dovesse trovarli lì, provi tra qualche giorno all’ufficio qui dietro, dove raccolgono gli oggetti smarriti”. A parte che sono convinto che abbia finto di fare la telefonata… l’asfalto si apre davanti a me, dalla crepa si percepisce il riverbero rovente della lava che sobbolle a due metri e mezzo dal mio naso, vorrei buttarmi dentro e prendere a calci nei coglioni quel demonio rosso con tanto di corna e coda a freccia che da quella succursale periferica dell’inferno, mi sta facendo il gesto del folle sconosciuto. Ma mi faccio coraggio, e invece prendo il primo convoglio per Laurentina.

Ed ecco che siamo di nuovo al treno bianco infinito, vuoto come il corridoio di una navicella spaziale, io e la mia dirimpettaia, grassa, trasandata, e, noto con sconcerto e perversa soddisfazione, discretamente allarmata dal mio comportamento folle. Sono vestito come sempre, ovvero male, ma pulito ed abbastanza ordinato, sembro quasi una persona normale, ma da quando ho messo piede sul treno sto pronunciando una bestemmia sottovoce ogni trenta secondi: ce l’ho con la Madonna, con Gesù, con il papa e poi con tutti i santi – i morti li lascio da parte, in ossequio al culto antico dei defunti caratteristico anche dei pagani. Mi viene in mente che, se le bestemmie fossero il carburante della metro, questo treno andrebbe a 170 all’ora e saremmo già arrivati a destinazione da venti minuti, dopo aver saltato tutte le stazioni intermedie.

Laurentina – Ed è così che arrivo a Laurentina, dove mi do a stanare un grappolo di pelandroni rintanati in un gabbiotto che sa di aria viziata e scorregge. Sono sorprendentemente gentili, forse la mia espressione sinceramente esausta ed angosciata ha fatto breccia nel loro cuore romano, duro e nichilista. Mi danno grosso modo le stesse risposte della tizia di Piramide. Sto per cedere, quando mi ricordo del posto dove ho rinnovato l’abbonamento. Vedi un po’ che, come il coglione che sono, ho lasciato lì il referto. Busso febbrilmente al gabbiotto che si è appena sigillato con uno scatto davanti al mio naso: “No, il numero della biglietteria di Termini non ce l’ho, ma guardi, qui dietro c’è ne è un’altra, e magari loro possono chiamarli. Sa, tra colleghi…”. Volo alla biglietteria di Laurentina, dove un’addetta cortesissima si dichiara disponibile a chiamare i suoi omologhi di Termini per chiedere loro se abbiano visto una busta enorme da qualche parte. Mi chiede di poter vedere l’abbonamento (sulle prime mi sembra una cosa strana – e poi capisco che è una cosa intelligente da fare, dato che in questo modo tanto il suo collega di Termini che lei stessa possono assicurarsi dell’identità di chi ha smarrito i documenti e della correttezza delle cose che sto riferendo). Si assenta per telefonare e scompare temporaneamente dal mio campo visivo. Dopo mezzo minuto, ricompare chiedendomi che cosa c’è scritto sulla busta che sto cercando e che tipo di referto è (minchia, questa deve essere un’ex poliziotta!). Rispondo in modo soddisfacente mentre la speranza di averlo ritrovato mi apre il cuore. La tizia mi fa il gesto del pollice eretto, e a quel punto lo sono anche io, in erezione. Mi rimetto sulla linea B – oggi l’ho ripassata e lucidata tutta manco fossi uno di quegli ambulanti con la chitarra – e arrivo nuovamente a Termini. Effettivamente, il referto è lì, presumibilmente dove l’ho lasciato quando ho pagato l’abbonamento. Non riesco a capacitarmi di come possa essere successo. Una cosa così importante, che costa tanti soldi, che significa troppe cose, che è in grado di far ribaltare più di una vita, giace lì sul ripiano del bancone, il manifesto alla mia inaffidabilità. Improvvisamente penso e spero che sia un fenomeno dovuto alla rimozione – diversamente, credo che avrò bisogno anche io di una risonanza magnetica al cervello.

Un monaco in caserma

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Penso agli uomini e alle donne il cui destino è stato benevolo al punto da esporli alle gesta di personaggi straordinari: l’esattore Simon Pietro Matteo, il cameriere di Gotama, il segretario di Ghandhi. Persone senza meriti particolari, a parte il fatto di trovarsi al momento giusto nel giusto posto, che hanno potuto testimoniare del carisma, della parola, dell’azione. Che invidia. Vedere il sole in tutto il suo fulgore, anziché a sprazzi e per caso, il giorno in cui hai un serio problema di emorroidi.

Eppure anche io ho avuto la mia minuscola illuminazione, decenni fa. Mi trovavo in un periodo della mia vita che mi pareva buio e deprimente – col senno di poi, una passeggiata. Facevo il servizio militare: assieme ad altri “imboscati” svolgevo un lavoro amministrativo a Roma. Eravamo “scritturali”, ovvero dattilografi: il nostro compito era trascrivere referti con reperti (tali potevano considerarsi, anche allora, le macchine da scrivere elettriche in dotazione). Il nostro ufficio era un tunnel di vetro che collegava due plessi, nel quale erano stata sistemata una decina di scrivanie, mentre, sparpagliati un po’ dappertutto, giacevano centinaia, forse migliaia, di voluminosi faldoni di cartone rigido tenuti insieme da lacci di cotone robusto. Il lavoro era alienante, ma almeno ero al riparo dalle corse, dagli spari, dalle docce otturate in cui navigavano preservativi srotolati, dagli stracci usati promiscuamente per i pavimenti e le pentole, dagli eroinomani e dagli autolesionisti, dai criminali e dai pazzi a piede libero, dal fottuto missile nella piazzola. Era alienante, sì, ma c’era modo, forse, di fare qualcosa di utile: far avere la pensione ad un maresciallo con la schiena sfondata – sempre che non si trattasse di un simulatore. Per questo, pur non essendo io un fulmine di guerra (!), lavoravo, cercando di completare un certo numero di pratiche ogni giorno. Tra l’altro, proprio mentre trascrivevo i referti con la macchina da scrivere elettrica su carta carbone in tre copie, ho scoperto un numero allarmante di casi di militari ammalatisi, o morti di tumore a causa dell’esposizione alle radiazioni da uranio impoverito. Tutti quei ragazzi avevano prestato servizio in Bosnia, e tanto i casi di malattia conclamata che di decesso erano di gran lunga più numerosi di quelli di cui si era letto sulla stampa. Fa una certa impressione constatare fattualmente la divaricazione tra realtà e news di cui tutti siamo in effetti genericamente consapevoli. Qui c’era di mezzo la vita di persone vere, righe per lo più difficili da decrittare, vergate a mano su una cartella clinica, che descrivevano la fine di ragazzi normalmente più giovani di me – io avevo 23 anni, una laurea in tasca, e un futuro radioso davanti.

La mia vita era pura routine. Lavoravo dalle 8:30 alle 16:00 circa. Poi prendevo un autobus dalla caserma dove avevo l’ufficio fino alla Metro B, poi la Metro A fino a piazzale Flaminio, la circolare fino a piazza Mancini, ed infine un altro autobus fino a casa. Venticinque chilometri di puro piacere ATAC per farmi una cacata e una doccia come si deve, mangiare un boccone con i miei, e poi intraprendere il percorso inverso, in modo da arrivare alla seconda caserma in cui dovevo tornare a dormire. Avevo particolarmente bisogno di casa, calore, igiene perché la mia ragazza mi tradiva. Ora, non saprei nemmeno citare l’episodio clou del mio personale melodramma. Ricordo i corpo-a-corpo con i telefoni pubblici, quelli sì. Avevo sempre nel portafoglio una tesserina magnetica da 10.000. La sera mi muovevo con un po’ di anticipo, e solitamente a piazza Mancini la chiamavo da un telefono pubblico. E mi incazzavo. Tanto. E di solito finivo per colpire il telefono con il ricevitore. Nessuno metteva a posto i danni che facevo, così finivo per usare sempre telefoni diversi – ne avrò sderenati almeno un paio in modo irreparabile. Ricordo con particolare rabbia quel periodo in cui lei era spesso in giro, ed in particolare una sua memorabile trasferta in Nord Europa. Continuavo a chiamare il numero dell’albergo che mi aveva lasciato, avevo chiesto che mi mettessero direttamente in comunicazione con la stanza, nella quale il telefono continuava a squillare a vuoto. Il receptionist scandinavo che tratteneva a stento una risata, la tizia che giocava a incularella con qualcun altro nella sua stanza: non so quanto queste immagini fossero frutto di una vera esperienza, e quanto il parto di una fantasia infiammata ed autolesionista. Ma io volevo essere uno tsunami e spazzare tutto dalla faccia della terra: la caserma, la Scandinavia, il Signore Iddio e tutte le sue chiese.

Non sapevo con certezza cosa stesse accadendo, e, benché l’immaginazione più masochista mi aiutasse a unire i puntini, non riuscivo a credere quello che era chiaro e comprensibile almeno per tutti quelli che mi stavano attorno: per questo che mi ha fatto strano quando, mesi dopo, quella sua bocca così generosa con tutti diede un minimo di concretezza alle ombre che si erano formate nella mia mente confusa. Occorre dirlo?, non ricordo le esatte parole, ma è più che certo che avrà usato una complicata, ridicola perifrasi. Va detto però che quella stentata spiegazione in un italiano approssimativo mi era servita a capire perché una certa domenica a pranzo era fuggita al cesso in preda ai conati di vomito. La mia spiegazione, la sua spiegazione, era stata: “mal di stomaco”. Punto. Non sapevo, non avevo sinceramente nemmeno pensato che l’ansia indotta da un (più che giustificato) senso di colpa possono condurre a reazioni nervose di questo tipo.

Quasi tutto quello che aveva addosso erano miei regali (vestiva malissimo, in effetti), e mi ero fatto delle idee. E proprio non volevo credere alla mia voce interiore che per la prima volta aveva cominciato a sussurrarmi: “Le donne sono pazze”. La sua follia, la mia inadeguatezza. Tutto sommato, questo recriminare, questo scambio di luoghi comuni era meglio della siderale indifferenza che sarebbe seguita, dell’implosione subitanea di una relazione di anni all’interno di un punto ortografico. Ad aggravare la cosa, non riuscivo proprio a tenermi per me la mia piccola tragedia a base di corna. Mi illudevo che la vicenda potesse destare negli altri commilitoni un senso di solidarietà: potevo davvero sfiorare queste vette di idiozia ed autolesionismo? Ora, da quando in qua un cornuto fa pena? E’ un personaggio comico – del resto chi mai si è preoccupato delle commozioni cerebrali subite da Pulcinella?

Così una mattina arrivò una battuta poco felice: “Io mica ho la donna che mi mette le corna…”. E’ strano come questa frase, pronunciata da un soggetto che avrebbe meritato più la mia pena che gli effetti della mia rabbia, sia riuscita a riempirmi di una ira violenta e fredda. Nessuno, in effetti, e io meno di tutti, si sarebbe aspettato di vedermi reagire come in effetti feci, rendendo la mia condotta memorabile. Girai attorno alla branda, raggiungendo l’estensore della battuta, e con la mano destra lo presi per il colletto della camicia, afferrando nella foga anche la striminzita cravatta verde oliva. Lo sbattei contro l’armadietto, non molto forte per la verità, anche se il suono prodotto dal suo corpo contro la lamiera fu soddisfacente. A rendermi felice fu anche l’espressione smarrita del compagno, quello sguardo incredulo in cui i suoi occhi tutto sommato bonari stavano annaspando. Fu solo quando intervennero per separarci che mi resi conto di quanto questo gesto tanto sciocco fosse stato anche discretamente pericoloso. Era molto più basso di me, ma pieno di muscoli, esercitati in lavori manuali la cui durezza potevo al più immaginare, e, pur non avendo un’indole necessariamente perversa, era molto più spregiudicato di me e di certo più abituato al confronto fisico. Se non fosse stato per il mio formidabile quanto casuale tempismo, mi avrebbe potuto tranquillamente spaccare la faccia. Andò bene. In ogni caso, inspiegabilmente, in camerata non vi furono altre canzonature né ironie sulle mie corna.

Fu un incidente inutile. Non riuscivo a perdere questo vizio di raccontare a tutti quello che mi stava accadendo. Non mi rendevo conto di quanto fosse privilegiata la mia condizione: doccia, cesso, cena a casa mia, sia pure con l’assurdo obbligo di dormire in una merdosa caserma. Mi pesava la divisa, il fatto che spesso e volentieri non avessi in tasca più di mille lire, che mi toccasse risparmiare sulla colazione, o, peggio, scroccare da un compagno. Mi urtava l’offesa che stavo subendo, benché allora non potessi conoscere i fatti che la sostanziavano. Il percorso sui mezzi pubblici era infinitamente lungo; e se capitava di trovare un commilitone a bordo del bus, magari uno simpatico ed aperto, si poteva chiacchierare per mezz’ore intere. Fu così che mi capitò di conoscere questo tizio, un ragazzo più giovane di me, un riccio bassetto. Parlammo parecchio, finché, “casualmente”, arrivammo a parlare di ragazze. Gli raccontai la mia storia per sommi capi: “Eh, ti capisco… Ci sono passato anche io”. Mi sentii meglio. “Ora, vedi,” aggiunse, mostrandomi una (orrenda) fedina all’indice della mano sinistra, “sono fidanzato. Ma ho passato periodi brutti… come sta succedendo a te ora. Sono felice con la mia ragazza ora, ma, insomma, se mi dovesse lasciare… insomma, me ne andrei al cinema…”. I nostri passi risuonavano, assieme a quelli di altri soldati che come noi si affrettavano verso i cancelli, battendo sull’asfalto bagnato e colorato di arancione dai lampioni stradali. “Me ne andrei al cinema”: proprio così aveva detto. Poche volte avevo visto una persona tanto semplicemente felice del suo destino presente quanto serena alla prospettiva di vederla sfumare. Non ho preso nemmeno in considerazione la possibilità che mi stesse prendendo in giro: quel ragazzo sembrava serio, il suo atteggiamento verso la relazione era positivo e tuttavia privo di attaccamento patologico. Un vero monaco zen in divisa. Mi piacerebbe sapere che fine ha fatto; chissà come è andata a finire con la sua fidanzata di allora.

Il colmo della fiducia

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Il colmo della fiducia è…“, gli occhi di zio brillanti come quelli di uno scolaretto briccone. “Il colmo della fiducia è…“, insisteva, apparentemente immemore, o incurante, del fatto che quella battuta mio cugino ed io l’avevamo sentita praticamente ad ogni festa comandata. Una volta scaldata la platea, sparava il battutone: “… fasse fa’ ‘n pompino da ‘na cannibale“. Risate obbligatorie. Imbarazzo: per l’indecoroso riferimento al sesso orale, di cui almeno io (mio cugino, che è sempre stato più sveglio di me, chissà) ai tempi avevo una nozione piuttosto generica. E poi quella grottesca commistione di antropofagia e fellatio mi faceva sentire come quando guardavo i cartelloni pubblicitari dei film della serie “Mondo Cane”: turbato, ma non in modo piacevole, come invece mi capitava quando sfogliavo Penthouse in cantina.

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La copertina che ricordo era più o meno questa.

Incidentalmente, noto che quando io ero piccolo (negli anni Ottanta), le locandine dei film erano molto più esplicite di quanto non siano nel Secolo che ci ha per contro regalato YouPorn. Magari poi, per vedere la foto di una tetta a casa mia dovevi avere la fortuna che qualcuno portasse a casa Panorama o l’Espresso, che ogni tanto pubblicavano un nudo femminile – ricordo in particolare una copertina in cui compariva una bella ragazza nuda crocifissa – voleva essere un’immagine forte sulla negazione del diritto all’aborto, ma a me parve ad un tempo eccezionalmente bella e proibita, erotica, sadica e blasfema – e che vuoi di più. Va da sé, se la copertina era un po’ osé, i mei manco la compravano, la rivista. Per strada, però, non mancavano le immagini forti, di tipo sessuale e non. Uno dei ricordi più inquietanti di quegli anni è la locandina de “Il Male di Andy Wahrol“, nella quale veniva mostrato un neonato spiaccicato su un marciapiede lordo del suo sangue.

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La locandina USA di “Andy Warhol’s Bad” (malamente tradotto in italiano “Il Male di Andy Warhol”).

Io me lo ricordavo come “Il male di Andy Capp” – ovviamente non sapevo chi cavolo fosse Andy Wahrol, l’unico personaggio noto ad avere un nome assonante era quello del protagonista delle vignette sulla Settimana Enigmistica (di cui leggevo le sole barzellette, non essendomi mai nemmeno interessato a come si riempissero i quadrati vuoti dei cruciverba e avendo sperimentato empiricamente la mia totale incapacità a districarmi nell’arte di risolvere i rebus).

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Così per anni mi è rimasto in mente quel neonato spappolato a cui era incollato il nome “Andy Capp”. Per un lungo tempo ho rimuginato dentro di me: “Che cosa è successo a quel bambino?”, “E’ stato un incidente?”, “Perché mai i grandi fanno un film con un bambino che muore in questo modo, è già una cosa sufficientemente orribile quando accade veramente, perché riprodurre una cosa simile in un film?”; devo essere arrivato a pensare che quello non fosse un lavoro di fiction, ma un documentario e che quindi il bambino fosse morto sul serio. Ma una sera ebbi una rivelazione. Accadde a casa della cugina di mio padre che, a settant’anni se ne andava in giro truccatissima e con una parrucca di finti capelli corvini. Va detto che ero già nei guai perché, dopo aver ficcato in bocca una forchettata di risotto ai funghi più che bollente, avevo creduto bene di risputarlo nel piatto – con il comprensibile cordoglio di mia madre e sotto lo sguardo diluito ma visibilmente seccato del marito della cugina, diplomatico in pensione. Ripresomi dai miei cinque minuti di vergogna, sentii la cugina parlare di un film “schifoso” che aveva visto poco prima al cinema, in cui una madre degenerata, seccata per qualche contrattempo futile, lanciava il suo bambino dalla finestra di un grattacielo di New York. Alcuni quesiti erano rimasti senza risposta, ma per lo meno il bambino non era morto sul serio su quel marciapiedi.

Tornando alla fiducia. Quell’atteggiamento aperto e disponibile verso gli altri che un giorno molto dopo i fatti raccontati sopra ma comunque molti anni fa, mi aveva messo nei guai. Sedevo in un bar sconosciuto, di un quartiere ignoto di in una città estera che conoscevo molto poco. Il luogo dell’appuntamento era stato scelto sulla base del nome della piazza, facile da ricordare. Avevo ordinato uno snack e una birra che stavo cercando di consumare alla svelta e ad occhi bassi.  Gli altri due avventori del bar, infatti, mi facevano sentire a disagio. Avevo addirittura cominciato ad avere un po’ paura: questi due tizi mi guardavano a turno, ammiccavano tra loro, parlottavano e ridevano. Ad un certo punto, hanno attaccato bottone. Facevano delle domande strane ed un po’ insistenti: “Che cosa fai qui?”, “Sei solo?”. Non so dire perché ma mi ero fatto l’idea che stessero mirando ad inchiappettarmi – in senso proprio e figurato: rubarmi i soldi ed inchiappettarmi, volevano. E così, maledicendo la mia naturale socievolezza, sono svicolato fuori dal bar lasciando sul tavolo i soldi. Non mi seguirono, come temevo. Questa intera scena ce l’ho nella testa come uno di quegli allestimenti teatrali “alternativi”, dove devi essere tu, lo spettatore, a immaginarti tutto, la strada, il salotto, così. Non saprei dire che cosa ci fosse fuori dal bar: attraversato l’uscio diciamo che sono finito in un non-luogo bianco latte. Puf.

Fatto sta che la ragazza arrivò, non ricordo niente di lei, né il viso, né i suoi vestiti, niente. Lei si fidava della mia asserita familiarità con la mappa dei mezzi pubblici – ancora fiducia! – infatti solo dopo molte false partenze, inversioni di marcia e cambi di linea riuscimmo a raggiungere il mio appartamento. Ero fiaccato dai cinque piani di scale a piedi – faceva un caldo italiano, quel giorno – ed in più era impossibile trasformare quella specie di divano in una specie di letto senza esplicitare le mie effettive intenzioni libidinose. Quando la ragazza andò a farsi una doccia, ne approfittai per allestire la “situazione” in camera. Era interessante pensare come la fiducia continuasse a guidare i miei passi nelle direzioni più pericolose – niente inibizioni, nessuna protezione. Dopo, coperto di sudore, “animal triste”. Non riuscivo a prendere sonno, continuava a comparirmi la faccia da comico del mio psicoterapeuta, i capelli neri e lucidi sulla fronte, quelle due orripilanti maschere africane che sembravano scrutarmi dal mobile dietro la sua scrivania. Mi pareva di sentire le sue parole: “Lei è tormentato dai sensi di colpa; vede una bella fica, se la scopa e poi si guasta il piacere pensando di aver preso l’AIDS… Ma perché mi guarda in questo modo?”. Ti guardo così perché magari mi sono effettivamente preso qualche cosa, che dici?

Questione di un millimetro o poco più. Era lì, nuda in ginocchio su quella specie di letto. Le gambe aperte, le braccia unite sopra la testa ricciuta, le mani chiuse attorno al manico di legno del grosso coltello con cui avevo affettato il salame poco prima – in modo molto, ma molto incongruo, notai che un frammento di budello era rimasto attaccato al filo della lama. Ebbi fortuna, dicevo, riuscendo a schivare il colpo che si abbattè nella gommapiuma proprio nel punto in cui aveva sostato il mio torso fino qualche secondo prima. Terrorizzato, mi lanciai giù per le scale, in boxer – ma l’avevo dietro. Quella figlia di cane era assai più veloce di me e della mia panza, e se non fosse inciampata sulla seconda rampa di scale fracassandosi quella testa incasinata, non sarei qui a raccontarvela.

Niente selfie con Diprè

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All’arrivo di Andrea Diprè si percepisce una tensione quasi elettrica. Apprendo così che, tra le decine di Award della Festa della Rete riminese, ne è stato previsto uno da destinare al “cattivo più temibile della Rete” ( indovinate un po’ chi se lo è portato a casa). OK, viviamo immersi in un brodo di ossimori in grado di corrodere e corrompere anche i concetti più elementari, ma vi sembra logico premiare qualcuno per la sua cattiveria? Sarebbe un po’ come se alle elementari venisse dato un biscotto in più al bambino che ha mostrato il pisello alla suora, dai. Tra l’altro, secondo il dizionario che sto consultando, la parola “cattivo” viene da “captivus diaboli”, “prigioniero del diavolo”. Un modo di vedere cattolicamente rassicurante, visto che chi commette un’azione malvagia non lo fa per sua scelta, ma teleguidato dal demonio in persona. Cosa che non vale, a mio avviso, per Diprè.

Tutti sappiamo che cosa fa quest’uomo nella vita: il suo lavoro è trasformare in intrattenimento la abietta miseria di soggetti talmente svantaggiati da non riuscire a rendersi conto dello sfruttamento di cui sono oggetto. Lo so, lo so. Ci sarà sicuramente qualche furbacchione ora a farmi notare come in effetti Dipré rappresenti per le sue vittime la sola opportunità di coronare la propria infantile urgenza di affermazione. In questa prospettiva, il ludibrio cui le vittime di Diprè sottopongono (volontariamente?) i propri corpi altro non sarebbe che il giusto contrappasso della corruzione provocata dall’incantesimo della celebrità, effimera, superficiale, e conseguita a costo di un orrendo mercimonio di anime. Sostenere una tesi di questo tipo, a mio avviso, è come dire che una donna sotto Roipnol non può opporsi al sesso e pertanto praticarlo con lei non è stupro.

Ma torniamo al trionfale ingresso del Diprè nel teatro E. Novelli di Rimini: protetto dalle sue guardie del corpo, viene assalito da decine di persone che sgomitano per assicurarsi il discutibile privilegio di una “selfie” che li immortali in compagnia della sua faccia bollita e compiaciuta. Ricordiamo che il pubblico lì convenuto non è costituito da una banda di zoticoni analfabeti, ma di un gruppo di persone mediamente giovani, intelligenti e colte. Il fatto è che ultimamente l’intelligenza pare poca cosa quando non è accompagnata da una buona dose di ironia. Se poi si è (si diventa, o anche si finge di essere) cinici è anche meglio, dato che così si può ironizzare su ogni cosa: scherzare su Cogne equivale a rivalutare gli 883.

Dunque perfino persone istruite e consapevoli subiscono il fascino perverso del miserabile incantatore di serpenti di nome Andrea Diprè. In questo momento, la sua pagina Facebook mostra poco meno di 305.000 “like”, mentre il primo dei video nella sua bacheca di YouTube è stato visto oltre 600.000 volte. Sarebbe interessante avere un’analisi demografica dei fan digitali di Andrea Diprè. Tra di loro vi saranno, ovvio, obnubilati e confusi, che provano autentica simpatia per lui e lo ammirano perché “ce l’ha fatta”, “ha sfondato”; in fondo, trasformarsi da anonimo baciapile trentino a satana di poliestere non è cosa da tutti. Ma anche moltissime persone consapevoli ed istruite, il cui “apprezzamento” per questa forma di sfrontato parassitismo dovrebbe essere interpretata in modo “ironico”, “goliardico”. Come noto, però, un computer lavora su input binari, e una cultura digitalizzata è assai poco sensibile alle sfumature: il “like” dell’hipster nichilista vale quanto quello del troglodita alla tastiera. E, like dopo like, convidisione dopo condivisione, l’erbaccia diventa una pianta velenosa.

In contesto del tutto diverso, pensiamo al collega Malcolm Y: è un troll o un autentico reazionario? Non lo so, quell’uomo è un mistero anche per me, dannazione. Eppure le persone che lo ritengono un provocatore lo amano in quanto tale, mentre altre lo idolatrano perché scrive (e bene) quello che vorrebbero saper scrivere loro. La Rete ha creato anche questo paradosso: chi pensa una cosa e chi è convinto dell’esatto contrario sono accomunate entrambe dal gradimento dello stesso pezzo. Nel frattempo, i più deboli, intellettualmente e culturalmente, fanno quello che riesce loro meglio: odiano. Forse odiano Malcolm perché odiano l’inadeguatezza della propria vita.

La cura migliore per gente come Diprè è privarla di pubblico, ammirato, scandalizzato o neutralmente settorio che sia. Dal mio punto di vista, ogni forma di attenzione, reale o digitale, per una persona che sfrutta i deboli di mente è da evitare. E non lo dico solo perché io aborro le imprese di Dipré – ho già i miei demoni contro cui lottare e alle mie colpe non vorrei aggiungere anche quella di aver contribuito a portare su un palco un uomo che vive del dolore degli altri. Ma perché la Rete diventi un posto più pulito.

Katy Perry (e C.) sono il demonio

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Per qualche ragione incomprensibile. Katy Perry ha un forte ascendente sulle ragazzine. La mia figlia maggiore è perryzzata e ha trasmesso il virus a sua sorella. La quale (5 anni) ormai non va a letto senza aver visto almeno tre volte il video di “Wide Awake“. Ed è così per caso, nella mia veste di sentinella di YouTube, che ho fatto il mio ingresso nel fantastico mondo di Katy.

Questo il plot di “Wide Awake”: Katy Perry ha appena finito di girare una scena e si ritira in camerino, dove ha un’allucinazione che si potrebbe descrivere un brutto trip da acido ambientato nel romanzo “Alice nel Paese delle Meraviglie”. Dopo alcune avventure psicotiche tra “The Cell” e “Nightmare”, l’alter ego di Katy, accompagnata da sé stessa bambina, si ritrova in un magico giardino inondato di fiori. Un bel ragazzo vestito da principe azzurro delle favole si materializza davanti a Katy adulta. Fa per baciarla, ma il suo gesto non è sincero – tiene le dita incrociate dietro la schiena. Tanto basta perché Katy adulta gli molli un clamoroso gancio sul grugno, spedendolo dritto dritto su una siepe. Katy bambina la guarda un po’ esterrefatta, ma Katy adulta è felice di quel suo atto liberatorio e come niente fosse continua a gorgheggiare, uscendo poi di scena attraverso un’apertura della siepe a forma di cuore.

E’ vero, forse è troppo attendersi un messaggio da questo tipo di produzioni, che hanno l’unico fine di infierire sul cervello in formazione di minorenni ingenue. Però non sottovaluterei l’impatto negativo che la normalizzazione della violenza può avere su menti ancora vergini. Facendo proprio il punto di vista di chi ha girato il video, la violenza fisica è legittima e divertente, anche perché esercitata su un uomo (immaginiamo se la stessa scena fosse stata girata a sessi invertiti…).

Tra i video “consigliati” da YouTube a chi guarda “Wide Awake” c’è anche “Popular Song” di Mika – anche questo molto gettonato a casa mia. L’ambientazione, pop gotica, è quella di un college americano. Poiché Mika e Ariana Grande sono lo zimbello dei compagni di scuola, si danno alle arti magiche, predisponendo un intruglio che ammanniscono ai loro torturatori nel corso di una cena – trabocchetto. Non appena i loro carnefici bevono la pozione, si trasformano in statue di pietra, che le due ex vittime si affrettano a sbriciolare, gettandole per terra e colpendole con corpi contundenti vari. Ma il povero Mika subisce la stessa sorte dei suoi carnefici (anche se pietrificato, non finiesce in pezzi). La sua amica ed ex complice, si scopre, non gli ha perdonato un banale dispetto che le aveva fatto da bambino. Anche qui il tema è la legittimazione della vendetta – anche se un po’ più problematica: la giustizia sommaria, in fondo, può trasformare in vittima chi la pratica.

Questi due clip, sia pur in modo sciatto e debole, si sforzano di parlare della trauma della maturazione attraverso cui passano gli adolescenti: le esperienze cocenti dell’amore non corrisposto, del tradimento, dell’abuso, della difficoltà di convivere con prossimo così come con il proprio corpo, di amare. Lo fanno però rifiutando il vittimismo (bene), ma abbracciando nel contempo un’etica di rivalsa violenta contro le ingiustizie, libera di giungere all’asocialità. Credo che questo atteggiamento lassista sia pericoloso. E’ vero che bambini e ragazzi sono esposti continuamente a dosi massicce di violenza (reale o rappresentata), e che pertanto i video di Katy Perry e di Mika sono relativamente innocenti. Tuttavia rimangono problematici, proprio perché non mirano al semplice divertimento, ma hanno ambizioni (velleità) didascaliche. Vista la mia età, concludo dicendo che,”ai miei tempi”, ci si poteva crogiolare nella propria depressione cullati dalle canzoni di Morrissey. Oggi le ragazzine vanno alla carica con i coltelli in bocca al ritmo sciatto e copiaticcio delle canzoni di Katy Perry. Non è difficile capire quale sia la mia preferenza. Abbiate pazienza.

 

Kraftwerk, poeti della distanza

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La prima volta che ho visto i Kraftwerk è stato sullo schermo del mio piccolo televisore in bianco e nero, intorno alla fine degli anni Settanta. Era credo una domenica noiosa, e con mio padre si guardava distrattamente uno di quegli orrendi spettacoli “contenitore”. Il presentatore (era Pippo Baudo?) annuncia che è pronto a mostrare al suo pubblico di lobotomizzati una “grande sorpresa”, che consiste in … quattro tizi abbigliati da manichini, seduti in mezzo al pubblico in studio. Hanno espressioni e capelli di plastica, indossano improbabili camicie rosso sangue (*), pantaloni scuri e cravatta nera con luci intermittenti. Il presentatore, usando lo stile provinciale ed idiota che bene si addice al pubblico domenicale, si allontana platealmente dagli strani personaggi, “… non si sa mai che mi prenda la scossa se li tocco”.

Così rimaniamo soli, mio padre io e il quartetto di crucchi plastificati. Qualche secondo di silenzio e parte (rigorosamente in playback) “We Are The Robots“. E’ la fine. E’ qualcosa che non ho mai immaginato che potesse esistere e che allo stesso tempo si potesse catalogare come “musica”.  Ero un bambino sempliciotto, figlio di un padre musicalmente analfabeta e di una madre in palla con la classica (e valente pianista dilettante) – i quali quindi erano del tutto indifferenti al potere liberatorio della fiammeggiante avventura che si chiama Musica Pop.

Pur privo di un metro di paragone, mi innamoro all’istante di quel suono aspro ed intonato, della ripetitività dei loop, e di quei gelidi ritmi teutonici che sarebbero divenuti molto fashionable anche nelle discoteche di New York City.

Qualche giorno dopo, mentre mia madre era dal parrucchiere comprai il 45 giri di “We Are The Robots“, che sul lato B aveva “Spacelab”, un pezzo che ancora oggi mi mette i brividi: mi fa ancora credere di essere un astronauta solo soletto nel suo laboratorio orbitale che pensa alla moglie e ai figli lontani (eh sì, perché i Kraftwerk sanno essere anche parecchio malinconici, quando ci si mettono). La copertina di quel disco è un feticcio della mia gioventù, assieme, naturalmente, a quella di Hearts of Glass di Blondie, in cui si vedeva addirittura Debbie Harry che leccava un vinile. Da quell’incontro casuale una domenica pomeriggio cominciai a manifestare una perniciosa predilezione per le camicie rosso acceso, cui però non riuscii mai ad abbinare una cravatta scura adeguata (“pure senza led va bene, Mamma”).

Quando ieri sera all’Auditorium ho risentito quei rumorini metallici che decorano We Are The Robots, ho capito che cosa volesse dire quello scrittore francese che tanto mi annoiava al liceo (e che infatti non ho mai più letto) con quella sua madeleine inzuppata nel tè (o magari era caffè?). Quello di cui sono stato testimone ieri è stato per me molto più che il concerto di una della band più influenti di tutta la storia della musica rock: è stata la messa in scena di una visione del mondo, una installazione live, il viaggio nelle ossessioni distopiche di un quartetto di visionari.

I Kraftwerk, che si formano nei primi anni Settanta, hanno anticipato e trasformato in arte la tensione e il pessimismo che altri artisti avrebbero declinato con modalità diametralmente opposte, dando vita alle scomposte urla punk come alle feconde contaminazioni post-punk e new wave. I Kraftwerk danno voce all’angoscia derivante dalla disumanizzazione. L’abbandono di strumenti tradizionali e l’impiego massiccio dell’elettronica aveva anche questo significato: assai raramente il cantato non passa per i filtri che rendono “robotica”, disumana, la voce. Altri gruppi – mi vengono in mente per esempio gli Human League che, pur servendosi massicciamente dei neonati strumenti elettronici, abbinavano sonorità sintetiche a voce “pulita” e melodie solitamente accattivanti. I Kraftwerk hanno inventato dei robot di una fissità e di una artificialità paradossali, praticamente immobili, proprio per rendere grottesco e paradossale il loro antropomorfismo. In effetti, volevano cantare il dramma di una distanza, di molte distanze diverse, tutte impossibili da colmare.

La disumanizzazione messa in scena dalla band di Düsseldorf si manifesta anche nella rarefazione dei testi. Il linguaggio di una società in crisi finisce per rapprendersi attorno a slogan, frasi e onomatopee di sapore futurista. Un mondo in cui la carne non esiste più è dominata dai numeri. Oggi forse può sembrare un concetto banale, ma non dimentichiamo la lungimiranza di questi musicisti che nel pezzo “ComputerWorld” hanno voluto includere nomi di banche, di polizie internazionali. Nel 1981 hanno visto una società in cui “business, numbers, money, people, crime, travel, communication, entertainment” passano tutti attraverso computer.

Perfino i brani che parlano di persone sono il lamento di un’impossibilità: pensiamo a “Showroom Dummies” (un pezzo scandito da un beat ossessivo che recita, in modo maniacale “siamo manichini da esposizione”) e naturalmente al capolavoro “Das Model”, un pezzo malinconico che celebra una bellezza femminile algida, sovrumana, impossibile da abbracciare. Quanto ai paesaggi, quelli cantati dai Kraftwerk sono esclusivamente quelli urbani, decorati da luci al neon, fredde e squallide come le insegne delle pubblicità o dei locali per soli uomini di tanti anni fa.

Il luogo comune vorrebbe i tedeschi disciplinati ed intellettualmente insuperabili anche se pressoché sprovvisti di sense of humour. Nemmeno questo difetto si può imputare al quartetto di Düsseldorf: la loro visione desolata dell’umanità non impedisce alla loro arte di sorridere, ogni tanto. Si pensi alla poesiola che hanno dedicato ad una calcolatrice tascabile (ieri a Roma ci hanno deliziato con una versione in italiano) o al fatto che in uno dei pezzi più inquietanti di tutto il loro repertorio, “Radioactivity” si dice allegramente che la radioattività “Is in the air for you and me”, come se fosse un tiepido venticello autunnale che scompiglia i capelli di una bella ragazza.

Lo show di ieri sera mi ha lasciato sotto choc: ci sono pochissime band che sono riuscite a prendere un tema sviluppandolo e declinandolo in modo altrettanto completo ed elegante: la distanza prodotta dall’alienazione e dal terrore dell’atomo che porta a focalizzarsi su oggetti antropomorfi (modelle, robot, manichini) macchine (automobili, treni, astronavi), astrazioni (numeri, calcoli); perfino quando la smania ciclistica di Ralf Hütter finì per contagiare anche gli altri tre operativi della band, si pensò ad un concept album basato appunto su questo sport – tutto fuorché un gioco di squadra, mi raccomando! Dell’originario progetto vide la luce solo il singolo “Tour De France”, all’inizio del quale va detto che è possibile sentire l’ansimare (apparentemente umano) di un ciclista. Ma è rimasto un caso isolato.

(*) Come mi hanno fanno notare, non potevo sapere che le camicie fossero rosse, dal momento che il televisore era in bianco e nero e che la copertina del 45 giri l’avrei vista solo qualche giorno dopo. Un bug nella mia memoria, evidentemente.

 

Estremismi

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Fanno paura quelli con il crisma della verità: lo diciamo da sempre e lo ripetiamo fino alla nausea. Odiano la mia libertà – con il miserabile pretesto di proteggere delle astrazioni (“i giovani”, “i bambini”, “gli animali”, “le donne”, “la bellezza”, “la purezza”, “la santità”, “la nazione”), ti castrano, ti tagliano la lingua, le mani, i piedi. Dobbiamo stare all’erta, combattere. “Loro” uccidono con le certezze. A noi spetta l’inane missione di respingerli, forti solo dei nostri dubbi. Ecco alcune notizie che ho letto questa settimana.

UNO – La Mall Gallery di Londra, che ospitava la 153-esima mostra della Society of Women Artists (SWA), ha deciso di rimuovere per “‘oscenità” un dipinto di Leena McCall, ritratto di Ruby May, in piedi. Il quadro rappresenta una donna in abiti maschili anni Venti mentre sfida l’osservatore tenendo una pipa tra le labbra disserrate. Gli strani abiti mostrano una generosa scollatura ed una porzione di pelo pubico. Anche se a turbare la sensibilità del direttore della galleria sono stati con ogni probabilità quei neri filamenti di cheratina, tendo a concordare con Rowan Pelling del Guardian: a far saltare la mosca al naso ai censori è stato soprattutto l’atteggiamento in cui è stata immortalata Ruby May, sexy, altera, ironica, altezzosa – padrona di sé. Una donna che agisce la sua sessualità, intollerabile.

DUE – A quanto sembra, diverse associazioni studentesche britanniche hanno censurato la canzone Blurred Lines di Robin Thicke. Ovviamente, tale “veto” ha più che altro un significato politico, essendo faticoso comprendere in che cosa possa effettivamente concretizzarsi. Al punto che i “pudici” studenti inglesi hanno dovuto velocemente modificare la propria posizione, passando dalla “censura” ad una più credibile (ed ugualmente sciocca) “condanna”. E’ evidente che alcune rime siano forti (“… tried to domesticate you / But you’re an animal, baby, it’s in your nature“, e anche “Nothing like your last guy, he too square for you / He don’t smack that ass and pull your hair like that“). Evidentemente “Blurred Lines” celebra una sessualità brusca e vagamente animalesca. Sinceramente non vedo quale sia il problema. Lo sarebbe se si celebrasse un rapporto sessuale dove un maschio domina una donna non consenziente. Ma qui non c’è niente di tutto questo. Blurred Lines è una canzone un po’ sciocca e molto volgare, non un “inno allo stupro”. A me sembrarono (e tuttora sembrano) molto più oltraggiose le (quattro) parole che costituiscono la metà del testo di “Smack My Bitch Up” dei Prodigy, ovvero “Prendo a schiaffi la mia troia”. A quella canzone fu associato un video la cui desolante sgradevolezza è aggravata dalla “gag” finale, in cui si scopre che a comportarsi da schifo non è un uomo, come tutti pensavamo, ma una signorina.

In ogni caso, su Thicke si è abbattuta un’onda anomala di isterismo collettivo, come si può verificare dalle risposte all’improvvido QA lanciato dal cantante con lo sfigatissimo hashtag #AskThicke: potete guardarne alcuni qui, qui e qui. Un commento su tutti, di tale Maria: “Davvero hai scritto un inno allo stupro per tua moglie? E ti domandi perché ti ha lasciato?”. Il confine tra parole (sciocche e discutibili che siano) e fatti (stupro) è stato superato, così come quello tra onstage persona e vita privata. Intanto il nuovo disco di Thicke fa un flop clamoroso, benché il singolo (“Get Her Back“) parli di un uomo che vuole riconquistare sua moglie ammettendo candidamente tutti i suoi difetti (la sua vera storia, o, certamente, un’abile manipolazione). Sono affascinanti questi cervellini piccini picciò: si scaldano come un ferro da stiro quanto ficchi la spina nella presa. Il volto informe della folla, la brulicante massa che oggi salmodia e domani lapida – ancora più penosa e paurosa quando pensa di essere “intelligente”. E’ così che un qualsiasi cantante di R ‘n’ B diventa una specie Charlie Manson. Possibile che nessuno capisca che Miley Cyrus, nella sua vita di tutti i giorni, non è né una mignotta sguaiata, né una verginella Disney? Sarà, come tutti noi, un po’ l’una e un po’ l’altra, a seconda dell’ora e della giornata.

TRE – A casa sua Jacob Lavoro, diciannovenne di Round Rocks (Texas), ha preparato dei brownies all’olio di hashish. Il solito vicino bastardo, allertato dall’odore di “fumo” proveniente dal forno di casa Lavoro, ha chiamato la polizia. Gli agenti hanno illegalmente perquisito la sua casa, trovando circa 700 grammi di hashish. Secondo la legge, ai fini del computo della pena potenziale, si può considerare il peso del prodotto finito (i biscotti), anziché, come sarebbe giusto, solo quello del principio attivo illegale. Ora Jacob rischia una detenzione compresa tra i 5 e i 99 anni, che potrebbe essere ridotta con un patteggiamento ad un periodo compreso tra i due e i vent’anni. Insomma un ragazzino, a casa propria, non può cucinare quello che vuole, con gli ingredienti che preferisce: potrebbe finire in galera a vita.

QUATTRO – Usando il cellulare, Trey Sims (17 anni) ha mandato alla fidanzatina di 15 immagini del suo pene in erezione. A seguito della denuncia della madre della ragazza, sul suo capo pende l’accusa di aver prodotto e distribuito materiale pedopornografico. A quanto riferisce l’avvocato di Sims, la polizia ha scattato delle fotografie del suo pene (non in erezione), allo scopo di confrontarlo con le immagini inviate alla fidanzata (ora ex) per stabilire oltre ogni ragionevole dubbio che quello che figura nelle immagini incriminate sia quello che pende in mezzo alla sue gambe. La polizia di Manassas (Virginia) è scatenata: ad un certo punto i suoi rappresentanti hanno minacciato anche a mezzo stampa di obbligarlo a ricoversarsi in una struttura sanitaria, dove un’iniezione gli avrebbe procurato un’erezione artificiale. Il tutto allo scopo di recuperare altre foto da confrontare con il materiale all’origine della denuncia. E’ comprensibile che la legge punisca un adulto che ha rapporti sessuali con un minore, ma l’idea di applicare lo stesso metro ai rapporti tra minorenni è folle. E poi: è davvero così importante che il pene raffigurato nelle foto o nel video sia quello del fidanzatino della ragazza? E soprattutto, è necessario compiere degli abusi su un minore (costringerlo ad avere un’erezione per fargli delle foto è questo, un abuso) per tutelare un altro minore? Fortunatamente, sembra che alla fine i magistrati siano passati a più miti consigli, ma l’impressione è che spesso la legge, lungi dall’essere lo strumento per amministrare la giustizia, sia uno schermo per consentire a chi ha la clava in mano di delinquere impunemente.

Nevrosi urbane

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Un bipolare a Roma (per non dire della sua mamma mezza sorda)

Venerdì mi chiama mia madre, le rispondo e lei resta in attesa, come se non avessi parlato. Insisto, alzo la voce. Niente. E’ diventata completamente sorda. Le succede, d’estate – spero si tratti di un’ostruzione meccanica che impedisce al timpano malmesso di fare almeno un po’ il suo dovere. La soluzione è semplice, basta trovare un otorino – che però è disponibile, privatamente, non prima di martedì. Ci sono poche cose che trasmettono tanto compiutamente il senso di isolamento e di alienazione che si prova quando si ha a che fare con la sordità, tutti, chi ne soffre, così come i suoi cari che si trovano nell’impossibilità di stabilire un contatto.

Torniamo a mia madre. Per interposta persona, le chiedo di raggiungermi al Pronto Soccorso del Santo Spirito. Dopo un’attesa di mezz’ora, il medico di turno (un sosia di Emilio Salgari) ci informa che l’ospedale non è dotato di struttura di otorinolaringoiatria. Non c’è scritto da nessuna parte, ma vabbè, siamo a Roma, in fondo, mica in Europa. Salgari ci prospetta in alternativa uno dei quattro ospedali più grandi della città, e io decido per il Gemelli sulla scorta delle seguenti illusorie considerazioni: 1) è dei preti, e di solito gli ospedali dei preti tendono a funzionare meglio; 2) è fuori mano, e quindi meno frequentato. 25 euro di taxi dopo, approdiamo al Pronto Soccorso dell’Agostino Gemelli.

A dispetto delle mie improvvide quanto ingiustificate aspettative, ci attende un parcheggio di umanità più o meno dolente ma certamente vociante. In pochi minuti passiamo per il TRIAGE, dove ci accoglie un’addetta esausta ma incredibilmente gentile e sorridente. Ci viene assegnato il numero con cui verremo chiamati – noto con sollievo che è distante di sole due unità in eccesso rispetto ad uno dei 6 che appaiono su un grande pannello affisso dietro il bancone. Punto una, anzi, “la” seggiolina libera, in fondo a sinistra e trascino mia madre attraverso la folla per consentirle di sedersi. Una tizia cortese sulla quarantina le fa posto. E’ qui con (credo) la sua mamma, una signora molto bene, identica a lei tra 25 anni, con l’ago della flebo ficcato nel dorso di una mano, il cui tubicino rischia di ingarbugliarsi nella ruota posteriore della sedia a rotelle. Nel volto dell’anziana c’è una certa bellezza e un distacco aristocratico ma non è altezzoso. Ad intervalli regolari si aggiusta il vestito marrone di tela sulle gambe; quando la figlia le chiede come si senta, riferisce che no, non sta per niente meglio. Un po’ è vero ed un po’ sta cercando di farsi coccolare dalla figlia e dal genero.

Il numero sul pannello è lo stesso di quando siamo entrati, vicino al nostro, ma pur sempre inferiore. Scopro inoltre (non ci avevo pensato) che l’ordine di chiamata non è quello con assegnato in accettazione. Le ragioni per cui questo avvenga sono chiare, ma il mio senso dell’ordine vi si ribella, e soprattutto fatico a riconciliarmi con il sospetto, sempre più fondato, che passerò qui, in piedi, assetato, affamato e con un mal di testa formato famiglia le prossime 3-4 ore. Percorro nervosamente l’atrio del Pronto Soccorso, anzi ad ogni giro invento un pattern nuovo. In una saletta adiacente la tivvù trasmette un film italiano che ho già visto, una storia di quarantenni in crisi che giocano a calcetto.

Ogni tanto butto l’occhio su mia madre. E’ l’immagine pura dell’isolamento, rincantucciata sulla sua seggiolina, completamente sorda, incapace perfino di sentire il suo numero – se e quando lo chiameranno. Quanto a me, ora mi scappa tanto la pipì, ma continuo a resistere, non mi voglio allontanare neanche per un minuto, per paura che proprio in mia assenza si sia convocati.

Vicino a mia madre c’è un vecchio prete su una sedia a rotelle (lo chiamano, rispettosamente, Monsignore); è circondato da sudamericani che chiacchierano in modo fitto ma discreto tra loro e ogni tanto rivolgendogli la parola. Tra questi, una che si dà arie da infermiera. Monsignore deve avere avuto un mancamento, molte ore fa, di qui la corsa in Ospedale, e ora, dopo un’attesa che valuto tra le 2 e le 4 ore, scalpita, si vuole alzare. La presunta infermiera gli consiglia toccarsi la punta del naso con gli indici, gli ordina altre prove, e poi gli suggerisce di provare, molto ma molto piano, a mettersi in piedi. Monsignore sorride, un sorriso dolce su un volto candido di vecchio prete perbene (almeno così appare a me, che evidentemente mi trovo in raro stato di buona disposizione verso l’umanità e perfino verso la chiesa). Si alza, dunque, mentre temo ad ogni istante che l’esperimento si trasformi in un disastro, mentalmente lo vedo rovinare a terra, battere la testa, spargere sangue sul pavimento. Ma no, Monsignore è in piedi e va a farsi una passeggiatina di fuori. Resta dentro un pretino tozzo ed azzimato, in tonaca nera, che non fa il sarcastico sui tempi di attesa del Pronto Soccorso. Mi guarda e mi dice complice che si rischia di guarire da soli prima di essere visitati.

Arriva quindi con un’ambulanza una ragazzina che mi sembra messa male. E’ scossa dai singhiozzi, stesa su una barella, una brutta ferita ad una gamba. Penso immediatamente che potrebbe essere mia figlia, non sto bene, sono stanco, frustrato, e quindi vulnerabile, e di conseguenza sento che mi salgono le lacrime agli occhi. Senza esimermi dall’ammirare sinceramente e profondamente i suoi genitori, saggi, composti ed efficienti nell’emergenza che è loro capitata. Al loro posto, io avrei dato in escandescenze. La fortuna che ho. La fortuna. Sono qui per una banalità, e forse più tardi mi farò una birra ed un sushi seduto al tavolo della cucina.

E’ poi il momento dei Ciclisti. Sono tre, in tenuta da quelli-che-alla-bici-ci-credono: se volete avere un’idea, il leader è, diciamo, un Gesù gay, alto, gambe muscolose doverosamente depilate, capello lungo fluente, barba gialla scolpita tipo le immaginette del Redentore nella cucina di nonna. Gli altri due sono ugualmente in forma, uno belloccio e scaltro, diciamo un Giuda; l’altro ha un viso ovale, da sempliciotto, un Pietro. Un tizio moscio, capace di ti rinnegarti tre volte senza pensarci troppo su. Gesù si tiene il braccio infortunato sostenendolo per il gomito con l’altra mano. Fende l’aria misurando l’atrio a grosse falcate autorevoli, seguito a ruota dai Discepoli. A dispetto del carisma ed evidentemente a corto di Spirito Santo, fanno una fatica boia a trovare qualcuno che parli in inglese, e anche quando ci riescono, la comunicazione è esilarante. Niente miracoli, nemmeno per Gesù, condannato ad attendere centinaia di minuti, lui e il suo braccio rotto.

In quella, vedo la bambina di prima: una volta applicati dei punti di sutura e pulito il musetto, è tornata quasi in forma, zampetta un po’ claudicante mano nella mano con il suo papà – non sembra più quello straccetto tremolante buttato sulla barella che ho visto poco fa. La vita, in fondo,  è bella. Ogni tanto. Il lieto fine mi incoraggia e addolcisce la successiva ed ultima ora attendiamo prima di essere ammessi alla presenza di un medico. Che si rivela competente, professionale e perfino di umore gioviale. Il sorriso e la disponibilità fanno evaporare tutte le contumelie contro tutti e contro tutti che mi sono allevato dentro per 5 ore. Dieci minuti ed usciamo. L’avventura non è conclusa prima di aver convinto un tassista a venire fino a laggiù a prelevarci. Il 35 70 dice che ci vorranno 8 minuti (che vuol dire un quarto d’ora), ma in effetti non ci sono alternative. Arriva un taxi dopo soli cinque minuti. Positivamente sorpreso, mi lancio alla sua volta, quando Giuda mi chiama. Mi chiede in inglese se sono sicuro che sia il mio, dato che lui anche ne ha chiamato uno.

So bene che questo è il suo, non potrebbe essere diversamente. Ma ci provo lo stesso: hai il nome della sigla?, gli domando apparentemente inconsapevole del fatto che la domanda potrebbe mettermi nei guai, perché facendola sto implicando che nemmeno io ricordo la sigla del mio… Ma Giuda è molto gentile, e mi cede “volentieri” il taxi “dato che sono con una signora”. L’avrei abbracciato, per la sua gentilezza spontanea e per avermi consentito di andarmene via senza altri indugi, pur consapevole che il Maestro, che ora compare con un braccio ingessato, avrebbe dovuto aspettare chissà quanto.

Saliamo sul taxi, mia madre è ancora sorda; nel taxi è impossibile servirsi del foglio di carta gialla su cui le ho scritto tutto il pomeriggio le cose che volevo dirle (cancellando ogni tanto le parolacce), quindi, quando non mi capisce, bestemmio rabbiosamente in modo tale che anche il tassista mi sente. E immediatamente penso a quanto mi assomigli questo alternarsi schizofrenico di gentilezza e violenza.

I vampiri di Jarmusch

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Solo gli amanti sopravvivono è un film perfetto, dal titolo in poi. Sì, è una storia di vampiri, e, certamente, vi si ritrovano quasi tutti i tòpoi del cinema di genere: i succhia-sangue non possono entrare nelle case a meno di non essere invitati, muoiono con certezza quando venga loro trafitto il cuore con un oggetto di legno – non del tradizionale paletto si tratterà qui, ma di uno speciale proiettile. E naturalmente c’è la maledizione, la necessità di nutrirsi di sangue umano, cifra definitiva di diversità e stigma di incompatibilità totale con il mondo. Tale armamentario è però pretesto per narrare una società contemporanea stremata, i cui membri “ufficiali” sono ridotti allo stato di morti viventi (non a caso, Adam ed Eve li definiscono“zombie”).

Non che le interazioni degli sposi vampiri con il consesso umano siano frequenti; quelle poche che si realizzano sono commerci di beni più o meno vitali (plasma e strumenti musicali, per lo più, ma anche una pallottola di legno). Per altre faccende pratiche come comprare un biglietto aereo (notturno) basta lo smartphone (unica concessione ai vizi / virtù contemporanei).

Lo scenario è dunque quello di un’umanità intenta a contare banconote e persesguire il successo commerciale. Perfino gli spazi urbani (Detroit, Tangeri) sono specchio di decadenza. L’abitazione di Adam si trova in una zona degradata della Motor City, priva di illuminazione stradale e popolata da carcasse di auto abbandonate, non lontano da dove si celebravano i fasti della ex gloriosa industria automobilistica. Adam conduce vita ritirata, coltivando musica – e depressione; frequenta il mondo degli zombie solo per procurarsi il sangue umano che gli è necessario per sopravvivere. Dato che è però un vampiro colto e molto perbene, all’aggressione di vittime innocenti per strada preferisce un sereno rifornimento in ospedale, dove un medico corrotto gli allunga regolarmente sacche di plasma dietro corresponsione di laute mance in contanti.

Quando la moglie Eve, preoccupata dalle pulsioni autodistruttive di Adam, lo raggiunge a Detroit, Adam comincia a “vivere” un po’ di più: niente di che, brevi passeggiate notturne à deux su una vecchia Jaguar. Ebbene, queste piccole fughe hanno come sfondo lo squallore di quartieri residenziali deserti ed ex stabilimenti marcescenti. Unico punto di interesse, la casa natale di Jack White. Sì, perché l’arte, ed in particolare la musica, è il solo riscatto per le esistenze maledette di Adam ed Eve. Non a caso il rifugio di Adam è un caotico museo di strumenti musicali antichi e moderni e di dispositivi di amplificazione e  registrazione degli anni Settanta. In questo feticismo c’è certo una strizzatina d’occhio al gusto hipster per tutto ciò che è vintage; di certo rappresenta anche una delle declinazioni del tema dominante del film: il rigetto della decadenza del mondo moderno, cui si risponde rifugiandosi nei piaceri di quegli studia che gli zombie vedono come il fumo negli occhi: poesia, scienza, musica vera, ovvero composta, arrangiata, suonata, riprodotta sul vinile.

I vampiri Jarnusch sono avidi di sapere più che di emoglobina. Si è detto della musica, certo, ma non c’è campo dello scibile in cui non eccellano: poesia, letteratura, arti figurative, scienza. Una parete della residenza di Adam è interamente coperta di ritratti di numi tutelari: ho riconosciuto foto di Twain, Allan Poe, Baudelaire, Neil Young, Nietzsche, Tesla. L’arte è obsoleta, agonizza sotto le macerie di una società sciocca e superficiale, che tiene in conto solo il successo sociale (quando Adam sente cantare una giovane in un locale di Tangeri, il suo sincerto augurio è di “non diventare famosa, in quanto troppo brava”).

E che dire degli scienziati? Ignorati come Tesla, vilipesi dopo secoli, come Darwin: come non concordare sul grido di dolore di Adam, cui proprio non va giù che negli USA del Ventunesimo secolo l’evoluzionismo venga contestato su basi religiose (“Ancora!”). Adam se la cava bene anche con la scienza; da una speciale macchina misteriosa che capta l’energia con un’antenna ha reso autosufficiente dal punto di vista energetico il suo buen retiro… E si irrita parecchio quando vede in giro cablaggi elettrici disordinati – arriva a lamentarsene perfino in un momento in cui dovrebbe occuparsi di altro, dato che sta per morire di fame, in un paese straniero dove l’unico amico lo ha lasciato.

Ma Adam ed Eve non potrebbero concedersi uno stile di vita anche un pochino più glam? Certo, ma se decidono di passare le serate su un divano sfondato a centellinare sangue da un bicchierino, intabarrati in vesti da camera vecchie di secoli è perché il presente, il mondo “là fuori” li disgusta e li spaventa. E quando Ava, la sorella scapestrata di Eve, fa visita alla coppia felice arrivando dritta dritta da Los Angeles (“la centrale degli zombie”), ovvero quando l’esuberanza cupida del mondo reale irrompe nella tenera e stramba routine dei due, arrivano subito anche i guai.

Ci piacciono assai questi vampiri: elusivi, elitari, ironici ma non freddi, rispettosi della vita – anche di quella di chi la spreca; nel corso dei secoli, hanno imparato a non uccidere, e si avventano sugli esseri umani solo in caso di assoluta necessità. E anche in quel caso, il loro “inguaribile romanticismo” fa in modo che le loro vittime non vengano uccise, ma risultino piuttosto “trasformate” a loro volta in vampiri. E sono vulnerabili. Anche se le loro vite durano diverse centinaia di anni, invecchiano e e sono soggetti a malattie, che possono contrarre se assumono sangue infetto (perfino questo è avvelenato, oggigiorno, come del resto l’ altro liquido vivifico, l’ acqua…). Non solo: la loro tempra psicologica può essere messa a dura prova, fino al punto da spingerli a meditare il suicidio. Sarà anche colpa di ” quegli stronzi” dei poeti francesi dell’Ottocento che Adam era solito frequentare secoli prima, con tutte quelle balle romanticheggianti sulla fascinazione della morte, come sostiene Eve; ma certo l’anima di Adam è malata come può essere quella di una persona che non si riconosce nei tempi in cui è costretta a vivere; e in un momento di debolezza, gli unici balsami – l’amore e la musica – possono risultare insufficienti.

Il display che ci salva

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Credevo che a preoccuparsi di “tutta questa gente che, per strada, non fa altro che guardare il display del telefonino” fosse solo la mia anziana madre (per la quale, poi, tutti i dispositivi touch sono indistintamente designati con il nome generico di “macchinette”) o qualche giornalista con tendenze luddiste. Invece un tale Gary Turk, che dimostra appena una trentina d’anni, ha realizzato una clip di cinque interminabili minuti dall’eloquente titolo “Look Up” (“Guarda in alto”), il cui obiettivo è proprio dimostrare come la generazione di “dipendenti” da smartphone e tablet stia smarrendo il senso della realtà, pronta come è a barattarla con la connessione virtuale perenne ad un mondo irreale popolato da ombre.

Non entro nel merito della deprimente banalità dei concetti espressi e del modo piatto e schematico con cui Turk argomenta, producendo il prototipo più perfetto di discorso da autobus. Il fatto che la voce narrante si esprima in rime rallenta il manifestarsi dello sbadiglio, senza riuscire ad impedirlo. Il video è stato visto circa cinquanta milioni di volte su YouTube; molti visitatori lo hanno perfino trovato illuminante, apparentemente inconsapevoli che il grido di dolore di Turk arrivi loro sugli stessi media pervasivi che lo privano del discutibile privilegio di poter rimirare il colore dello smalto delle unghie della signorina appollaiata al mancorrente. Non ci fosse stato YouTube, il filmino di Turk sarebbe stato ammannito, dopo cena, ad un consesso dei suoi amici più cari, i quali, nella migliore delle ipotesi, gli avrebbero tributato un’imbarazzata pacca sulle spalle.

Quanto a me, credo proprio che Turk sbagli. Se la persona con cui vi trovate, anziché guardarvi in faccia e dare mostra di ascoltarvi, preferisce smanettare sulla sua “macchinetta”, provate ad ammettere che è la vostra conversazione ad essere poco interessante, prima di credere alla favola secondo cui l’universo mondo è vittima di un malevolo incantesimo. Se in metro, circondati dalla solita umanità che, come voi, ha gli occhi fissi sui propri display e le cuffie sulle orecchie, siete liberi di concludere, con Turk, che stiamo perdendo il contatto con le meraviglie del mondo reale. Oppure anche pensare che una città degradata e una popolazione afflitta non siano un bello spettacolo, e che quindi meriti il nostro convinto plauso ogni tecnologia che consenta l’accesso a qualcosa di diverso: sia un gioco sciocco a base di caramelle o un articolo sul Big Bang, poco importa.

Eppure, secondo Turk, il giovanotto del filmato non avrebbe mai conosciuto la donna della sua vita, se fosse rimasto un compulsivo del touch screen… Non sembra prendere in considerazione la possibilità alternativa che, in quell’incrocio fatale, il giovane anziché incontrare l’anima gemella, faccia invece conoscenza con la terribile Rachel, che gli rovinerà la vita. Non sarebbe stato preferibile, per lui, continuare a chattare con Mary su Facebook?

Turk dovrebbe darsi una calmata: in fondo, interessarsi al proprio device è solo un modo più vario di combattere la noia (reale) che ci procurano la vita e/o le persone di quando in quando.

Uomini sotto la doccia

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Una delle ragioni per cui non amo fare sport è la necessità, implicata da alcune discipline, di denudarsi davanti ad altri uomini. Per non parlare di quei momenti di atroce goffaggine nelle docce comuni, in cui si finisce prima o poi per buttare l’occhio sulla … “dotazione” degli altri. Per anni, lo confesso, mi sono sentito intimidito, e ho provato invidia quando quel mio sguardo ad alzo zero intercettava un coso indubitabilmente più grosso del mio. Finalmente, leggendo l’abstract di un recente studio del professor Christopher Morriss-Roberts, senior lecturer presso l’università di Brighton, mi sono reso conto che forse non sono solo.

Morriss-Roberts ha inventato una nuova disciplina, la podolinguistica, che analizza ciò che pensano gli uomini dei propri piedi e delle proprie scarpe. Ciò implicava la necessità di recuperare alcuni aspetti della relazione profonda tra l’uomo e il suo corpo, prescindendo dalle sovrastrutture logiche e linguistiche. In questo curioso percorso, Morriss-Roberts ha prodotto alcune interessanti riflessioni sulla massa muscolare e sulle… dimensioni del pene. Da un punto di vista metologico, Morriss-Roberts si è servito della Interpretative Phenomenological Analysis (IPA), un approccio di ricerca psicologica qualitativa basato su un’analisi approfondita di un piccolo campione di persone scelte specificamente in quanto portatrici di una visione significativa sull’argomento di studio (si chiama “purposive sampling”, ed è il contrario di un campione random). Il panel di ricerca è costituito da otto atleti londinesi, quattro eterosessuali e quattro gay.

Questi, in sintesi, i risultati. Innanzitutto, tranquilli, ragazzi, tutti quanti, straight o gay, diamo un’occhiata al pisello degli altri nello spogliatoio, più  che altro per confrontarne le dimensioni con il nostro. Qualche anima pietosa va ripetendo da anni che, in fatto di pene, “le dimensioni non contano”. Vabbè, questo ovviamente lo dicono quelli che ce l’hanno piccolo. E ci sta. Peccato che non è vero. E non è vero non solo a letto, ma anche in ambito sociale. Scrive infatti Morriss-Roberts che “questa consapevolezza comune di chi ha o non ha il cazzo grosso, in un contesto omosociale tende a plasmare la gerarchia sociale di importanza”. I tipi ben dotati, infatti, tendono a diventare oggetto di benevoli sfottò e di atti di cameratismo. Che peraltro non si fermano allo spogliatoio, ma tendono a riverberarsi in contesti diversi. Lo studioso riferisce infatti il caso di un atleta che, mentre sta parlando con una ragazza in un bar, viene accerchiato dai suoi colleghi che ragguagliano la giovane sulle dimensioni del pene del suo potenziale partner. Insomma, il ragguardevole pene non è solo oggetto di invidia e celebrazione, ma diviene una via di mezzo tra un amuleto e un oggetto di culto. Come nell’antichità classica, mi pare.

Lo studio aggiunge anche un particolare divertente: mentre gli eterosessuali tenderebbero ogni tanto a “barare” sulle dimensioni presentandosi “in pubblico” con una mezza erezione, i gay rifuggono da questa pratica in quanto non coerente con le regole sociali dello spogliatoio, che sono ovviamente determinate dai dominanti eterosessuali . “Nella mia tesi” conclude dunque Morriss-Roberts, sostengo che un pene di grandi dimensioni è ora un componente essenziale della mascolinità egemonica, e che dovrebbe essere considerato un nuovo canone del capitale maschile – considerando l’importanza che assume nella gerarchia sociale in ambito sportivo. Ho chiamato questo fenomeno “cazzopremazia””. Non so se lo studio di Morriss-Roberts sia solido – francamente non sono pronto a dare credito incondizionato a uno che intitola la sua tesi di dottorato “Cazzopremazia”. Tuttavia, se le sue conclusioni fossero confermate, ci sarebbe poco da stare allegri: possiamo eccellere in devozione, poesia, musica, arte, scienza e filosofia, ma a quanto pare a dominare non sarà mai l’uomo più sensibile, colto o intelligente – a meno che, si intende, non abbia anche il cazzo più grosso! Siamo ancora tanto primitivi?

La mia festa del papà

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Forse non è del tutto vero quello che diceva di me il mio vecchio, col suo amabile sarcasmo: “libero pensatore in campagna e bigotto in città”. Ma nemmeno aveva tutti i torti, forse: l’ho constatato qualche giorno fa, discutendo in famiglia su una questione più importante di quanto sembri.

Uno degli alunni della scuola della mia figlia minore ha due mamme. Ad inizio anno, le due signore si sono presentate ad un incontro scolastico, dando esplicitamente la loro disponibilità a rispondere ad eventuali domande degli altri genitori . Iniziativa civile e anche piuttosto coraggiosa, in un contesto conservatore e conformista. Non so dire perché, ma, istintivamente, il loro atteggiamento esplicito mi è sembrato un po’ sopra le righe.

Inutile dire che il confronto che hanno sollecitato le due mamme non si è mai svolto: la maggioranza dei genitori preferise a quanto pare il complotto al dialogo. Quanto a me, posso solo dire di aver sofferto un po’ per la mia incapacità di vivere all’altezza delle mie idee.

Dopo lo choc iniziale, il tam-tam sotterraneo ha trovato nella festa del papà una nuova occasione di polemica. Dalla scuola hanno infatti fatto sapere che quest’anno i bimbi non avrebbero svolte le attività previste per la festa del papà, presumibilmente per non mettere in difficoltà la famiglia-delle-due-mamme della nostra classe.  In generale, le altre famiglie non l’hanno presa bene: “io non discrimino, ma loro non devono discriminare noi”, questo, in sintesi il loro ragionamento.

Lì per lì, anche io sono rimasto perplesso: certo, perché, per una volta, il diritto di qualcun altro significa qualcosa di più di un’enunciazione di principio: comporta, semplicemente, la necessità di accantonare una vecchia consuetudine piacevole (ricevere il “lavoretto” della mia bambina). A che cosa sono valse, allora, tante parole magniloquenti, quando non si è in grado di dargli corpo quando è necessario? In fondo è una cosa semplice, perfino banale: la maturazione politica ed umana è un percorso impervio e mai privo di costi. A quanto sembra, (anche) questo papà ha bisogno di qualche vitamina libertaria.

La vera pornografia

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Una ventina di “sconosciuti” vengono invitati a formare delle coppie e a baciarsi, davanti ad una telecamera. In questo modo la regista Tatia Pilieva realizza “First Kiss”, un filmino di poco più di tre minuti, divenuto nel giro di un giorno successo planetario – in questo momento conta oltre 46 milioni di visualizzazioni. Se lo si guarda con occhio ingenuo, il video è notevole per la tenerezza che si sprigiona dalle sequenze in un furbo in bianco e nero “autoriale”, montate con grande sapienza. La naturale timidezza e ritrosia trascolorano nella curiosità, la curiosità in piacere, il piacere in una forma di strana intimità.

A essere un po’ più smaliziati, ci si poteva accorgere fin da subito della puzza di fake. Innanzitutto, l’assenza di riferimenti, ad eccezione del nome della regista, Tatia Pileva; esperimento psicologico o performance artistica? Macché, bieca pubblicità, come si è scoperto il giorno successivo al lancio, quando tutte le bacheche Facebook del mondo erano state ormai intasate dallo still del video. E in effetti, non è un po’ strano che tutti i protagonisti abbiano volti e corpi gradevoli e/o interessanti? E non a caso, visto che sono tutti attori e modelli, – tra di loro c’è anche la cantante Soko, cui la sua comparsata in questa colossale truffa ha fruttato il piazzamento del suo brano “We Might Be Dead By Tomorrow” al 36-esimo posto della classifica delle vendite di iTunes Francia.

Perché una sequenza di questo genere diventa un trionfo mediatico? Dimentichiamo per un momento che si tratta di un manufatto di lubrificata ingegneria sociale. E fingiamo di credere che sia tutto vero: un contesto immaginario, avulso dai vincoli della realtà, in cui ci viene detto che dobbiamo baciare una bella ragazza, o un bel ragazzo per gioco. Una specie situazionismo per l’uomo della strada, un agire avulso da premesse e privo di conseguenze durature, in cui l’unico obiettivo è mettere a nudo il bambino bisognoso di coccole sepolto dentro parecchi di noi (non me la sento di generalizzare, non ho abbastanza esperienza del genere umano per farlo). Ebbene, chi potrebbe trovare una buona ragione per non abbandonarvisi?

Ecco, in quelle immagini mi sono visto, ragazzino timido ed impacciato, a fare tappezzeria ad una festicciola mentre finge di non notare gli amici più disinvolti che limonano come matti sulla pista resa appiccicosa dalla melassa di “Through The Barricades” (1986). Per poi tornare all’oggi, a scaricare la mia delusione sugli spin doctor assoldati dalla Wren (la casa di abbigliamento che ha orchestrato la compagna pubblicitaria).

Si fa un gran parlare della strumentalizzazione del corpo della donna (e in parte anche dell’uomo) nei messaggi pubblicitari. Mi secca dirlo, ma dal mio punto di vista la campagna pubblicitaria di Wren è eticamente ancora più riprovevole, proprio perché fa leva sul bisogno di calore ed attenzione. E’ più grave mercificare il sesso o il desiderio di essere abbracciati, coccolati, baciati? C’è questa leggenda metropolitana secondo cui le prostitute non bacerebbero mai i clienti sulla bocca. Non so se sia vero, però è certo che questa credenza è alimentata dalla sensazione, solidamente radicata nell’immaginario collettivo, che un bacio sulla bocca costituisca segno di intimità più profondo della penetrazione. Chi ruba i baci per vendere stracci si fa estensore dell’unica pornografia che mi mette in imbarazzo.

Il popolo baby

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Si parla molto di baby-squillo, in questi giorni. Registro una certa morbosa attenzione nei riguardi del marito di Alessandra Mussolini, che, a quanto si apprende dalla stampa, è stato iscritto nel registro degli indagati per un suo possibile coinvolgimento nella vicenda. Tanto basta a scatenare la rabbia repressa dei progressisti d’accatto, che si sono immediatamente avventati su Alessandra Mussolini, rinfacciandole il suo attivismo sul fronte della difesa della “famiglia tradizionale” (qualsiasi cosa ciò voglia dire). Sembrerebbe che sia il nostro popolo ad essere un po’ “baby”, più che le prostitute.

Resta da comprendere quale sia esattamente la molla che scatena i bassi istinti dei progressisti pavloviani con tastiera e ADSL. Fa parecchio ridere, a quanto sembra, il fatto che la Mussolini abbia assunto, nel corso degli anni, posizioni intransigenti sulla repressione della pedofilia, spingendosi ad auspicare la castrazione chimica come misura punitiva nei confronti dei colpevoli.

Lasciamo da parte la castrazione chimica, un’idea che dal mio punto di vista è barbara ed inutile. E riflettiamo sui fatti: il marito di un politico ultraconservatore, che delle posizioni rigide su un certo reato ha fatto una delle sue battaglie più mediaticamente visibili, viene accusato proprio di quel reato. Un fatto che, al massimo, può dare un’indicazione di quanto sia effettivamente “sana” quella che viene definita la “famiglia tradizionale”; e di che ruolo giochi l’ipocrisia nel mantenimento di uno status quo tranquillizzante per le masse.

Immaginiamo il caso (ipotetico) di un politico noto per le sue idee rigide in tema di repressione dell’utilizzo di sostanze, il cui figlio muoia di overdose. Non credo che avremmo avuto migliaia di soggetti sghignazzanti a mettere alla berlina una triste storia personale, al grido: “senti chi parla!”.

Sempre che, naturalmente, il fatto di ridicolizzare la Mussolini per i (presunti) vizi del marito non rappresenti un riflesso del peggior paternalismo che si possa immaginare, quello che vede la consorte non come un’entità a sé, ma una semplice appendice del maschio, splendida o sordida in funzione di quanto sordido o splendido sia il capo-famiglia. E ho l’impressione che, qui, almeno in parte, si tratti anche un po’ di questo.

Inadeguati. Sempre.

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Per avere un look da hipster, mi servirebbe una barba gigantesca, e un mucchio di tatuaggi sulle braccia (sulla schiena, non so, ci ho dei peli abbastanza orrendi). Il fatto è che sono un po’ maniaco dell’igiene, e accetterei di farmi tatuare solo da una persona di famiglia, ma in quel caso non sarei sicuro del risultato. Quanto alla barba, beh, ho scoperto che, sganciando la modica cifra di 7.000 dollari americani, e dopo essermi sottoposto ad una anestesia locale (non totale, per carità, ché avrei paura di non riemergerne mai più), mi verrebbe concessa la possibiltà di godermi i dividendi del fantastico barbone che ho sempre sognato di avere. Peccato che, a quanto sembra, questa bislacca procedura si basi sull’autotrapianto e che la materia prima da riposizionare sia drammaticamente scarsa sul mio capo pensoso. Ecco, mentre confrontavo questo me stesso ideale, direi una cosa più o meno così, con quello reale, con la panza, i peli sulla schiena, una barbetta che sta lì proprio come segno di buona volontà e dedizione alla Causa, quando facevo questo paragone deprimente, insomma, ho cominciato a capire come si devono sentire spesso le donne quando vengono torturate da quelle esibizioni di bellezza femminile neonazi, tirata, lucidata, pimpata dal photoshop che vengono spacciate come modelli ideali.

E pensare che tipo due anni fa, non avevo la minima idea di che accidenti fosse un hipster; e ora, nei miei momenti di spleen urbano, sto qui a lambiccarmi il cervello per capire come colmare quella impossibile distanza tra la mia paciosa identità e l’irraggiungibile paradigma di disadattato cool. Vittima degli stimoli, anche io, banderuola. Ma la mia almeno è una velleità relativamente innocente ed innocua. Mentre nelle ultime settimane mi sono imbattuto in un paio di esempi di quella che a me pare una tendenza esecrabile. Una guerriglia giocata sul corpo delle donne, e che non si accontenta di tentare di plasmarne il corpo e la mente con una tonnellata di idiozie suprematiste, ma si spinge fin dentro le loro mutande, discettando perfino su che forma dovrebbe avere il loro sesso, e quale colore. A quanto riferisce l’Independent, in Gran Bretagna il numero di donne che, nell’ultimo decennio, si sono sottoposte ad interventi di labioplastica è quintuplicato, in assenza di patologie mediche specifiche. Dame Suzi Leather, presidente del Comitato Etico del Royal College of Obstetricians and Gynaecologists, ritiene che le donne che si sottopongono a questo intervento lo facciano dopo essersi imbattute in annunci pubblicitari di chirurgia estetica o dopo aver visionato immagini pornografiche. Che è un po’ come dire ad un alieno che la foto di una fotomodella caucasica su una spiaggia caraibica rappresenta perfettamente e compiutamente la femmina umana.  Secondo il cronista dell’Independent, inoltre, non è affatto provato che l’intervento produca evidenti benefici funzionali o psicologici nelle donne che vi si sottopongono. Il dato preoccupante, comunque, è che, nel quinquennio 2008 – 2012, se ne sono avvalse ben 266 ragazzine sotto i 18 anni, nonostante vi siano rischi di complicanze quando lo sviluppo sessuale non è compiuto.

Ma non basta: evidentemente le donne non sono bersagliate da un numero sufficiente di immagini e di pseudoconcetti il cui obiettivo è farle sentire inadeguate, per poter poi spacciare loro qualche trucco, magari di lunedì, quando è provato che sono più inclini a sentirsi “brutte”. Si è ben pensato di farle sentire in colpa anche per il colore dei propri genitali! Fortunatamente, però, la soluzione a questo grave problema è a portata di mano: fissate bene il nome di questa ditta, My New Pink Button, cui si deve l’invenzione di un pigmento temporaneo capace di “ripristinare quel bel colore rosa che avevano le vostre grandi labbra quando eravate giovani”. Si sarebbe inclini a credere che si tratti di un fake, ma a quanto pare l’abominevole prodotto, disponibile in tre allegre varianti (“Marylin”, “Audrey” e “Betty”), è stato regolarmente in vendita su Amazon (attualmente è “sold out”) – se ne parla in Rete dal 2010. Molto triste. Fortunatamente, a rallegrarmi un po’ ci sono i commenti di alcune utenti di Amazon, che hanno deciso di seppellire gli idioti sotto una risata; scrive Tina Tuna, per esempio: “Pensate, se non fosse stato per il vostro prodotto, un mucchio di donne avrebbero continuato a pensare che il colore delle loro piccole labbra non fosse un problema. Ci credereste? Donne che portano vagine scolorite dentro le loro mutandine come se fosse una cosa perfettamente normale? Che volgarità!”.

Perché amo gli Aristogatti

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Gli Aristogatti è uno dei miei film preferiti in assoluto. Alla base di questa mia preferenza vi è con ogni probabilità anche un dato biografico. Come sa bene chi mi conosce, la mia memoria è un buco nero attraversato occasionalmente da lucciole. Ecco, una di queste lucciole, uno dei frammenti di storia personale su cui so di poter sempre contare, sono i sabato pomeriggio che passavo con mia madre al cinema “parrocchiale”. Di solito davano film di Bud Spencer and Terence Hill, oppure quelli di Disney. Tra questi ultimi, fa la parte del leone questa bella storia di gatti, anche perché gli Aristogatti è l’unico cartone che sia mai piaciuto a mia madre (oggi stesso me lo ha ridetto, mentre in salotto il film veniva riprodotto da BluRay a beneficio delle nuove generazioni). Per questa ragione, molte delle battute del cartone sono diventate parte del nostro lessico familiare. Per dire, quando mamma preparava la crema, la presentazione del dolce veniva accompagnata dalla battuta: “Crema di crema di Edgar” (diciamo che la citazione forse non era la più appropriata, dal momento che il sudbolo e mellifluo maggiordomo così si esprimeva mentre ammanniva ai teneri micini un dolce abbondantemente addizionato di sedativi, mentre mia madre non mi ha mai drogato, almeno a quanto ne so). Sono rimasti scolpiti nella mia memoria di lungo periodo (in compagnia delle province di alcune regioni italiane, rigorosamente in ordine alfabetico, ché se no non ho speranza, e ai fiumi Secchia e il Panaro) i nomi dei tre gattini di Duchessa, Minou, Matisse e Bizet (allora mi sfuggiva ovviamente la citazione degli artisti) così come il motivetto: “Do-mi-sol-do-do-sol-mi-do eccetera”.

Ma bando alla malinconia, e concentriamoci su quelle che sono, a mio avviso, le peculiarità che rendono immortale questa pellicola. Innanzitutto, è uno dei pochissimi cortometraggi Disney in cui non c’è una vera tragedia: avete presente quella sfigata di Biancaneve (orfana, odiata dalla matrigna, che tenta più volte di assassinarla?) o quell’altra infelice di Cenerentola, condannata dalla sua tutrice ad un destino di schiavismo? E che dire delle lacrime che generazioni di fanciulli versano inutilmente sulla crudele sorte del papà di Bambi? Pensateci bene, e poi fatemi sapere se c’è un solo cartone di Disney senza tragedie: lutti, parenti ostili, quando non apertamente criminali (vedi il Re Leone), genitori alienati dai figli (La Bella e la Bestia) e figli che tradiscono i genitori (Pinocchio), figli deformi oggetto di violenza e derisione (Dumbo), pazzi sanguinari pronti a scannare centinaia di cuccioli per farne pellicce… E invece negli Aristogatti abbiamo un ambiente aristocratico e sereno: l’azione prende le mosse nella residenza parigina di Adelaide Bonfamille, una anziana cantante lirica in pensione, aristocratica e piena di gioia di vivere (si veda come si pavoneggia – alla sua età! con il boa di pelliccia) e amante della sobrietà (la sentiamo rimbrottare il maggiordomo Edgar per la sua piaggeria). Madame ha quattro gatti, Duchessa e i suoi tre cuccioli, i già citati Minou, Matisse e Bizet. E qui già secondo me c’è un altro elemento di discontinuità rispetto alla classica storia Disney: Duchessa non ha un compagno e nulla si dice o si capisce del suo destino: è morto? fuggito? Sarà che quanto è uscito Gli Aristogatti (1970) ancora si respirava un po’ di contestazione, ma il narratore non si preoccupa minimamente dare questo tipo di spiegazioni.

La decisione di Madame di lasciare i suoi averi agli amati felini fa scattare una molla criminale latente nel buffo maggiordomo inglese, che decide di rapire i gatti: non è chiaro dove li porti o se intenda veramente ucciderli (sarei personalmente propenso a sostenere che intenda “semplicemente” abbandonarli in campagna): qui abbiamo un “cattivo” che, al confronto di Crudelia Demons de La Carica dei 101 è una vera mammoletta. Come sappiamo, le cose non andranno come aveva immaginato Edgar e, dopo una serie di esilaranti avventure, sarà lui a finire a Timbouctù, proprio nella cassa che aveva preparato per le sue vittime.

La sequenza della corsa in sidecar è da antologia, il personaggio di Romeo (trasformato in romanaccio da irlandese che era nella versione originale) è gradevole e divertente, anche se forse ha qualche cliché da farsi perdonare. Il fatto di aver ambientato la vicenda nella Parigi del primo decennio del Ventesimo Secolo ha dato agli sceneggiatori un pretesto per parlare di bohéme: si pensi all’oca Reginaldo (zio di Adelina e Guendalina Blabla) che è evidentemente un alcolizzato ma soprattutto al modo molto britannico con cui le due pennute nipoti considerano il suo stato con rassegnato umorismo (nessuno scandalo!). Ma soprattutto alla gang di amici di Romeo, capitanati da Scat Cat: una vera posse di musicisti debosciati (violenti, se del caso: ricordate come il topino Groviera rischi di essere divorato e si salvi in extremis solo facendo il nome di Romeo), eppure capaci di amicizia e solidarietà.

Ma è Duchessa il personaggio che davvero incanta: è la classica “gattamorta”, bollente quanto apparentemente imperturbabile; raffinata ed elegante, mai altezzosa. Da una micia dei quartieri alti ci si sarebbe attesi un atteggiamento sussiegoso nei confronti del rumoroso e franco Romeo. E invece lei gli dimostra immediatamente simpatia, anche se in quel suo modo obliquo e riservato. La chimica che si crea tra quei due è un capolavoro che difficilmente si è visto sugli schermi: se Romeo fa il suo lavoro di “duro-ma-buono”, distribuendo machismo, epiteti affettuosi, battute e profferte di protezione, Duchessa sta al gioco, senza dimostrare il minimo segnale di debolezza, e accogliendo con elegante ironia il paternalismo benintenzionato del micione rosso. Duchessa si dimostra inoltre molto alla mano anche con quelli della banda di Scat-Cat. E va detto che, quando è il suo momento, dimostra di saperci fare, con quell’arpa, trasformandosi da algida bellezza in una felina sensuale come poche.

Insomma, gli Aristogatti è davvero un capolavoro, e dimostra come si possa mettere colore, passione ed amore anche in un lavoro di evasione destinato ai bambini. Di ogni età.

Il Santo Vladimir

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In un recente corsivo Marcello Veneziani esprime sua ammirazione per il “miracoloso rovescio della storia” che sta trasformando la Russia da patria dell’ateismo e del collettivismo in una nazione pia e dedita alla “famiglia tradizionale”. E’ pericoloso attribuire virtù o difetti ad un popolo, anziché a chi lo comanda: ma Veneziani volutamente si tiene sul vago. Quello che vorrebbe, ma che non ha il coraggio di scrivere, è che la Federazione Russa di Putin gli piace da morire. L’occasione è l’intervento di Alexey Komov ad alla conferenza “Russia ed Europa, la sfida del Terzo Millennio” (organizzata da Pro Vita).  A quanto risulta a Mother Jones, Komov è il rappresentante in Russia del World Congress of Families, un’associazione di ultrà conservatori (evangelici ed ortodossi) maniaci della famiglia tradizionali e convintamente omofobi. Nella presentazione della conferenza di Rovereto, a Komov viene attribuito il titolo di ambasciatore del WCF presso le Nazioni Unite (?), mentre al congresso della Lega di Torino, dove è ospite d’onore, viene presentato come “ambasciatore presso le Nazioni Unite”.

In un’intervista a Riscossa Cristiana, Komov si vanta del fatto che nel suo Paese abortire dopo la 12-esima settimana di gravidanza è “praticamente vietato”, aggiungendo che alla donna viene gentilmente “concesso” un periodo di “riflessione obbligatoria” di una / due settimane al fine di rendersi bene conto del fatto che l’atto che sta per compiere è un vero e proprio omicidio. Secondo Komov, le barriere imposte al libero accesso alla IVG non avrebbero prodotto un aumento speculare nel numero degli aborti clandestini; anzi, gli aborti sarebbero in calo (1,5 milioni nel 2009, senza contare gli aborti farmacologici, però, che potrebbero essere altrettanti).

Naturalmente, Komov non è che un interprete della “volontà del popolo”, il quale comprende “sempre di più che l’ aborto è un omicidio”. Lo stesso Medvedev ha molto a cuore la causa antiabortista: non solo ha firmato nel 2011 la legge che ha introdotto le restrizioni al diritto all’interruzione della gravidanza che tanto piacciono a Komov, ma ha scatenato la moglie Svetlana Medvedeva in una massiccia campagna di disinformazione, orchestrata assieme alla Chiesa Ortodossa, che enfatizza i presunti rischi per la salute implicati dalla procedura.

I ragionamenti di Komov trasudano paranoia. Grazie alla santa alleanza tra regime politico e chiesa ortodossa, non solo nella Federazione Russa si abortisce con maggiore difficoltà, ma i ragazzi non hanno accesso all’educazione sessuale nelle scuole. Questo perché l’Uomo forte è riuscito a resistere ai tentativi di certe “lobby europee” volti ad introdurre questo argomento tra le materie di studio. Un’eccellente spiegazione per la violenta repressione imposta da Putin nei confronti delle organizzazioni non governative, e denunciata tra gli altri da Human Rights Watch.

Nel suo intervento al congresso leghista, Komov, tra gli applausi scroscianti del pubblico, ha citato con evidente orgoglio l’ormai celebre legge recentemente approvata dalla Federazione Russa che punisce la “propaganda omosessuale” diretta ai minori. Per inciso, è vero che lo scandalo internazionale causato da questa norma, di stampo indubitabilmente omofobico, è stato probabilmente esagerato, come giustamente ricorda Marc Bennets sul Guardian: è infatti assai discutibile la civiltà di una contestazione che, dalla giustificata critica ad una legge si è spinta allo spregio di un intero popolo; o si è impelagata in paragoni davvero iperbolici (tanto Jay Leno che l’adorabile Stephen Fry hanno improvvidamente  chiamato in causa l’Olocausto. Così come è intellettualmente onesto domandarsi se questa legge, che pure è odiosa, sia una conseguenza del regime putiniano, quando si pensa nel 1988 nel Regno Unito venne approvata una legge non molto diversa (la Clause 28) o che in ben 70 paesi l’omosessualità è tuttora considerata illegale (mentre è legale nella Federazione Russa). Con tutte queste premesse, è però ovvio che una simile legge, dettata da esigenze puramente propagandistiche, rischia di giustificare intolleranza, suprusi e violenze ai danni degli omosessuali.

Ovviamente i mali prodotti dal regime di Putin non sono solo quelli brevemente riassunti sopra: parliamo di un paese in cui i giornalisti che danno fastidio fanno regolarmente una brutta fine (non a caso, la Federazione Russa si è piazzata al 148-esimo posto (su 180) nella classifica della libertà di stampa stilata da Reporters Without Borders), specie quelli che, come Anna Politkovskaya,  si ostinano a voler raccontare i crimini commessi dall’esercito russo in Cecenia; e dove una goliardata come quella messa in atto da quattro ragazzette scatenate in una chiesa può costare anni di carcere.

Tutte inezie, per Marcello Veneziani, dal momento negli ultimi anni nella Federazione Russa sono state costruite “trentamila nuove chiese, seicento nuovi monasteri”, e sono anche diminuiti gli aborti. Ora le cose sono due: o Veneziani queste sciocchezze incoerenti le pensa sul serio, e allora possiamo solo concludere che egli si comporta da ottuso baciapile. Oppure, come io sono incline a pensare, egli tenta di fare della propaganda destinata alle anime semplici, il cui obiettivo è lo sdoganamento di un personaggio utile quanto impresentabile come Vladimir Putin. In questo caso, però, credo sarebbe stato meglio ammettere che Putin è un personaggio repellente, ma che purtroppo abbiamo bisogno di lui e delle risorse energetiche che il suo Paese estrae, e che quindi ce lo dobbiamo far piacere per forza.

Diluizione

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La metro è strapiena e davanti a me, di spalle, c’è questo tizio bassino, tutto sudato, con un cappotto scuro che gli arriva quasi fino ai piedi. Chatta sul suo smartphone; io mi sto annoiando e  mi trovo nelle posizione ideale per leggere quello che compare sullo schermo “Tutto confermato?”. Bip. “Sì”. “Trattamento completo?”. Bip. “Come sempre”. “Soldi?”. Bip. “Come sempre”. “Pericoloso. Bonus?”. Bip. “Vedremo: la tipa è Esther Torcia, via delle Ginestre 68”. A Piramide il tizio, spingendo e sbuffando, svicola attraverso le porte automatiche un secondo prima che si chiudano.

Leggo un paio di mail, e poi gioco a Candy Crush, finché non arrivo in ufficio, dove passo due ore a mettere a mettere in ordine la scrivania e a fare telefonate personali. Il mio vicino di scrivania ha capelli rosso-rame, di qui il suo soprannome, “Torcia”. Mi loggo su Facebook e digito “Esher Torcia”. E’ una bella ragazza magra ed alta: sulla foto del profilo appare in bikini, con un gran cappello da mare sulla testa ed un sorriso indecifrabile. I colleghi mi vogliono al caffè. CTRL-ALT-CANC. Nelle ore successive, durante una riunione mortale, fingo di leggere e-mail d lavoro, anche se in realtà guardo foto di culi su Twitter. Al ristorante esagero un po’, e poi mi faccio uno spino con il lavapiatti, che è anche il mio fornitore di roba.

Torno in ufficio in questo caldo irreale, mi pare di sudare il grasso dell’abbacchio e l’alcol della birra Sulle strisce pedonali un idiota su un SUV sgomma e mi suona anche se tocca a me. E’ solo Giuseppe, il mio ex compagno di classe che si diverte a farmi prendere un colpo. Mi offre un passaggio e così mi arrampico nell’abitacolo, dove mi accoglie “Monster” di Kanye West a volume altissimo e l’olezzo volgare del dopobarba del mio amico. Dice che mi porta in ufficio, ma poi:  “Senti, devo andare a prendere un’amica all’aeroporto, perché non mi accompagni? La prendiamo, la portiamo da Marco, mangiamo un boccone tutti insieme, e ti prometto che alle undici sei a casa”.

Anche se farfuglio qualche scusa incoerente, non mi va per niente di lavorare, ed in ogni caso  Giuseppe sta già sfrecciando a 130 sulla tangenziale. Il mio cellulare si è scaricato e nelle due ore e mezzo che passo a farmi marinare dalle cazzate di Giuseppe, non c’è modo di ricaricarlo. Sono ormai le cinque del pomeriggio quando finalmente dalle porte scorrevoli fa la sua comparsa la tipa che siamo aspettando: deve aver una ventina d’anni, è magra e pallida, il volto serio e duro come quello di una statua di marmo. Deve essere dell’Est. Giuseppe le corre incontro ansimando, sposta il carrello portabagagli e la seppellisce nelle pieghe della sua carne umida mentre l’esile corpo di Frozen (sembra quella del cartone animato, per via dei capelli bianchi a striature violette e fucsia, e per quella sua aria altera), asseconda la veemenza del mio amico piegandosi come una parentesi. Giuseppe me la presenta e lei mi bacia sulle guance come fossimo vecchi amici, senza proferire verbo. In macchina sentiamo Bjork mentre Frozen si addormenta quasi subito sul divano posteriore. “Senti, dovrei mettere il telefono sotto carica…”. Giuseppe mi passa il suo smartphone: “Chiama tua moglie e dille che torni a casa dopo cena”.

Dopo aver eseguito l’ordine, gli chiedo di poter dare un’occhiata a Facebook, perché devo controllare una cosa. “Guarda, io non ce l’ho Facebook, mi piace farmi i cazzi miei. Comunque, da Marco, mentre carichi il telefono, potrai controllare Facebook da un computer o da uno dei suoi tablet.” Marco, l’ex regista underground napoletano, recentemente sulla cresta dell’onda dopo aver diretto una serie televisiva RAI sulle sante martirizzate per aver salvaguardato il loro imene. Non riesco a riconciliare il Marco Thorsen che ballava sulla pista senza mutande e con una maschera da maiale (Roma, circa luglio 1985) e il Marco Thorsen dimagrito, ripulito, barbuto, in completo nero e camicia bianca alla Reservoir Dogs che bacia l’anello di un visibilmente eccitato cardinal Mingardi alla sera di gala per la presentazione della serie “Morire caste”. Quando ci apre la porta, Thorsen, che è già piuttosto fumato, mi si rivolge con quell’amicizia untuosa che le persone pubbliche ostentano nei confronti dei giornalisti della testata più temuta di Roma, quella per cui scrivo le mie zozzerie. Non a caso è controllata dai fratelli Bobba, signori dei cinema e dei canali televisivi dei film d’autore. Mi bacia e con quella sua sfumatura campana delicata e carezzevole, dopo avermi guardato negli occhi per un tempo che a me pare interminabile, fa: “Come ti sei fatto chiatto, quaglio’!”.

Frozen va a farsi una doccia e a sistemarsi nella sua stanza, mentre Giuseppe ed io ci facciamo una canna sul divano. Ad un certo punto ci sembra di sentire Thorsen dare di matto con i suoi domestici in cucina, facendo riferimento all’inferiorità culturale e razziale dell’intero popolo filippino, incapace, a suo dire, di cuocere il roast beef in modo accettabile ai nouveau riches caucasici. Quando, circa tre quarti d’ora dopo, Thorsen ritorna tra noi, ha la patta dei calzoni sbottonata e continua a guardare alternativamente da una parte all’altra della stanza come se il suo spazio fosse occupato da pattuglie agguerrite di insetti visibili solo a lui. Non che faccia gran differenza, visto che io saran venti minuti che mi sono bloccato sulla grande tela astratta appesa alla parete davanti al divano dove sono spaparanzato, “Sta roba mi ricorda le foto di una… come si dice, rettoscopia?”, me ne esco, senza rivolgermi a nessuno in particolare.

Arrivano degli amici di Thorsen: una coppia di gay lindi in pantaloni skinny e occhialoni neri, una strappona con le tette al vento e senza mutande, e un tizio panciuto e rasato, barba gigante e  tatuaggi Yakuza. Il Bang & Olufsen di Thorsen diffonde canzoni pop islandesi, pezzi degli Arctic Monkeys, dei Franz Ferdinand, Eurythmics e Blur. Giuseppe parla fitto con il barbuto, mentre i due gay discutono animatamente assieme a Thorsen di un certo architetto finlandese, la tettona pippa coca direttamente dal tavolino di cristallo. Faccio per chiedere al padrone di casa dove posso caricare il telefonino e se per caso posso usare uno dei suoi tablet, ma è troppo preso nella discussione . Allora mi alzo e imbocco il corridoio, che mi appare lunghissimo e pieno di porte quasi tutte chiuse; tutte salvo l’ultima a destra, da cui esce una lama di luce. Mi affaccio e vedo Frozen nell’atto di salire in piedi sul basso tavolino sistemato proprio davanti alla finestra. Quando busso lievemente sulla porta aperta, trasale, e scende. Il suo corpo da ragazzo nuota dentro ad una maglietta dei Joy Division che sarebbe grande anche a me. Mi chiede se ho da fumare.

Ci facciamo in silenzio mentre dal diffusore collegato al suo cellulare sentiamo Bauhaus,  Siouxsie and the Banshees, Cure ed Echo and the Bunnymen. Finalmente collego il caricabatterie al  telefono e le chiedo se posso usare il suo iPad nero pieno di adesivi ecologisti e di oscuri gruppi politici anarcoidi. Mi loggo su Facebook con il mio account e apro il profilo di Esther Torcia. Direct message. Lo cancello e riscrivo tipo diciotto volte, perché effettivamente è una cosa proprio strana e paurosa quella che le sto per scrivere, finché: “Ciao, non mi conosci, ma credo di aver saputo per puro caso una cosa che ti riguarda… Non posso spiegarti ora come sono venuto a conoscenza di questa informazione, ma ho ragione di credere che delle persone ti stiano cercando e credo ti vogliano fare del male”. Risponde dopo qualche secondo: “Ma chi sei? Che cazzo vuoi? Sei pazzo? Ti faccio bannare immediatamente, stronzo”. “Ti prego, so che è pazzesco, ma senti questa storia…” e digito un breve riassunto di quello che mi è sembrato di capire che le stia per succedere. Mentre sto per inviare, sul display mi appare un traliccio grigio stilizzato su fondo bianco: “Ops! Ci dispiace, ma la tua connessione ha un problema”. Merda, non solo non ho spedito, ma ho perso tutto!

Appena alzo gli occhi dal tablet, che vorrei scagliare contro il muro, vedo il corpo scheletrico di Frozen, che adesso indossa veramente poca roba;  mi si avvicina, prende il tablet e lo poggia delicatamente su una sedia; poi mi si siede in braccio. Ho quasi cinquanta anni, una famiglia, sono timido, questa ragazza che mi giace in grembo potrebbe largamente essere eccetera eccetera; ed inoltre, sono un po’ di ore che non mi lavo, se non puzzo, poco ci manca, per non dire che sono fanche un po’ fatto. Questa situazione mi imbarazza da morire; rimango paralizzato qualche minuto sulla poltrona con la tipa in braccio, con alcune intenzioni alternative in testa, tipo deporla sul letto così come è, oppure simulare buon senso e costringerla a rivestirsi subito sostenendo con giusto sdegno che non si fa questo ad un ciccione cinquantenne, ma. La verità è che godermi la fettina di tramonto che si intravede da questa poltrona, mentre il profumo dell’umidità dell’estate romana invade la stanza e questa fatina delle favole mi siede in braccio non mi dispiace affatto. E’ questa la ragione principale della mia inerzia, credo. Frozen sta russando. Alzarsi dalla poltrona con la ragazza in braccio senza svegliarla non è facile, e con i chili e con il fumo e l’alcol che ho in corpo rischio di rimetterci le penne, ma in qualche modo riesco a metterla a letto;  la copro alla meglio con la sua tee shirt e con l’accappatoio e, chiusa delicatamente la porta, imbocco il corridoio di casa Thorsen, dove mi raggiungono rumori di colluttazione, urla e bestemmie in napoletano dei Bassi. In salotto mi attende una scena formidabile: Giuseppe avvinghiato a Thorsen in una presa da catch. I due ragazzi e il barbuto cercano di staccarlo dal padrone di casa, mentre la tipa senza mutande urla in preda ad una crisi isterica.

Un po’ di tempo dopo, un’ora? due? boh, un agente di polizia chiaramente seccato di aver interrotto il sonno, i due ex amici riferiscono la rispettiva versione dei fatti. A quanto pare si sono menati per qualche ragione che ha a che vedere con la pazza sanculotta. Me ne vado. Inspiro l’aria umida del mattino e mi fiondo dentro un bar dietro Santa Maria Maggiore: un caffè doppio e due cornetti, e poi decido di andare direttamente in ufficio. Al bagno mi do una sistemata come posso, mi cambio la camicia e mi passo il deodorante sotto le ascelle. Sono come nuovo. Sul telefono dell’ufficio ci sono  sette chiamate non risposte, tutte dal numero di casa mia. “Cazzo! Avevo promesso a Marta che sarei tornato a casa per le undici di ieri sera!”. Compongo il numero, preparandomi al peggio. Mia moglie si limita a dire di ricordarmi di portarmi il cellulare la prossima volta. Così mi ricordo che è rimasto nella stanza di Frozen, a casa di Thorsen. Avvio il pc. Provo ad accedere al mio profilo Facebook, ma un pop-up mi avverte che è stato bloccato sulla base della segnalazione di un utente.

In quel momento un’agenzia che attira la mia attenzione: “Roma. Sgomento al quartiere africano. Questa notte, attorno alle 3.00, E.T., studentessa ventitreenne fuori sede, si è gettata dal quinto piano della palazzina in cui viveva da sola. La giovane è morta sull’ambulanza che la stava trasportando in Ospedale. Benché il caso faccia pensare ad un suicidio, gli inquirenti non escludono al momento nessuna altra possibilità”.

Don’t dream it, be it

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C’è questa nuova tendenza: almeno due attrici pornografiche si sforzano di convincere i media di avere un cervello appetitoso, nascosto dentro i loro bei corpi. Sembrerebbe una cosa tanto ovvia che non occorrerebbe nemmeno dimostrarla, ma non è così. Ovviamente penso a Sasha Grey, passata in un batter d’occhio dal SM estremo ad una multiforme nuova carriera di dee-jay, cantante e scrittrice. Gli uomini, credo, potranno anche gioire del cambiamento, che in effetti rischia di rendere la vera intimità della giovane californiana più disponibile di quanto non lo fosse in forma di pixel. Ma c’è chi, come la collega campana Valentina Nappi, la ha criticata per questa scelta, vista come un tradimento del sacro voto al servizio del sesso, voto che questa Vestale sui generis afferma di prendere sul serio (“voglio finire come quella vecchia padrona di bordello di Napoli che, perfino alla sua età, ancora si dà da fare”, ha dichiarato a Linus che la intervistava a “Il Grande Cocomero”). Valentina Nappi, dunque, con le sue tirate contro le “fiche di legno”, con il suo atteggiamento contrario ai ruoli precostituiti tra i sessi (immediatamente bollato  “antifemminismo”), e il suo libertarismo da salotto, pendant ideale alla flemma catatonica di certi conduttori e alle sopracciglia inarcate di altri .

Non entro nel merito della qualità delle espressioni culturali della Grey o della solidità del sistema filosofico di Valentina Nappi, né della sincerità con la quale quest’ultma lo va sbandierando in televisione. Mi limiterò a dire che, al di là dell’artificiosità della persona messa in scena dalla Nappi, le ho sentito esprimere concetti ovvi, ma sui quali ci si sofferma secondo me troppo poco. A Luisella Costamagna che – il sarcasmo trattenuto a fatica – le chiedeva se non ritenesse riprovevole “vendere il suo corpo” (*), Valentina rispondeva con quella sua aria saputella, più o meno così: un muratore non vende il proprio corpo? una persona che fa un lavoro che odia per soldi non vende se’ stesso? un musicista che svilisce la sua arte non è un prostituto? – lo dicevo, provocazioni piccine picciò, niente di sconvolgente, eppure cose che varrebbe la pena non archiviare in cassetto poco usato del cervello, una volta svanita l’effervescenza che bagna (senza lavarlo) il quotidiano conformismo.

Quello che mi premeva dire, però, è altro, e magari anche un po’ contorto. Queste due ragazze, note fino a poco prima solo per i propri exploit amatori, sembra che vogliano dire al mondo: vedete? non sono solo un pezzo di carne, ho un cervello, io! La donna che vive la sua sessualità senza inibizioni e ignorando serenamente il giudizio degli altri è percepita come un pericolo per la società, forse solo perché è, apertamente, esattamente, quello che la gran parte degli altri sogna di essere, quell’altro stufo di starsene rinchiuso in cantina per non turbare il buonsenso, l’ordine e spesso pure alcuni pretesti. Di qui lo stigma della Zoccola, la femmina diviene trinità semovente di orifizi facilmente accessibili, nervi senza cervello, riflessi senza identità. Un retaggio ancestrale e non credo poi solo maschile, odioso e difficile da rimuovere come una macchia di petrolio – se si pensa che una donna libera e consapevolmente promiscua che dice il fatto suo in un talk show (vestita come quelle “perbene”)  diventa “personaggio del giorno”.

(*) Oddio, ma si usano ancora queste espressioni in pieno Ventunesimo Secolo?

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