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Marco Buseghin

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La festa spenta

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Oggi è il 25 aprile. Come sempre, ci sono manifestazioni e cortei in ricordo della Liberazione. Da qualche anno, però, la cosa non mi entusiasma e ci vado, se ci vado, senza particolare trasporto.

Non voglio scrivere un trattato sul significato della data, o sul valore della memoria. Mi limito a buttare giù due righe, personalissime, sul mio vissuto e i miei 25 aprile. Che sono sempre uguali, ogni anno più spenti, con le stesse facce e gli stessi rituali.

Prima di tutto: io non ho nulla contro la tradizione e il rituale. Anzi. Ne riconosco il valore, come collante e come mezzo di adesione a una comunità. Ma il 25 aprile non è il 4 luglio, festa nazionale: è la festa della Resistenza, di una parte del Paese, quella che fece in anni difficili una scelta giusta e su quella scelta costruì un mito fondativo. Una festa nata divisiva, alla quale ovviamente “tutti erano invitati”, ma nella quale c’erano ospiti e padroni di casa.

Per anni ho partecipato alle celebrazioni e ai cortei serenamente: io, nella parte giusta, ci ero nato e cresciuto. Non ho mai nemmeno pensato di spingere chi non veniva a venire, se non era la sua festa era una scelta sua. C’era una comunità, c’erano sempre le solite facce, la gente si conosceva e si salutava e i figli crescevano, anno dopo anno.

Oggi quella serenità non c’è più. Quella comunità si è consumata, logorata, e a contendersi l’eredità (perché quando qualcosa è di qualcuno, è ovvio che poi andrà a qualcun altro) sono gruppi che non si amano. Stiracchiando la “piattaforma” della manifestazione ci si scontra per cacciare gli estranei dal corteo: via la Brigata Ebraica perché hanno bandiere di Israele e Israele compie atti contrari ai valori della Liberazione; via i palestinesi perché i loro nonni erano amici di Hitler; via il PD perché per questa o quest’altra scelta si pone fuori dal solco dei valori resistenziali; via questi e via quelli, perché non ci piacciono e comunque noi a essere in piazza ci teniamo.

Eppure non è questo, a non farmi più sentire coinvolto nella giornata. Scontri e divisioni a sinistra ci sono sempre stati, non me ne sono fatto una malattia. Oggi mi manca proprio la scintilla: il 25 aprile festeggia una comunità e forse quella comunità non la sento più mia. Né l’ANPI, né le varie forze politiche. Forse mi toccherebbe di più una celebrazione nazionale, come dicevo prima, un 14 luglio alla francese, un 4 luglio all’americana: pomposa, generica, ma unitaria e comunitaria. Ma il 25 aprile non è questo: è la festa della parte giusta.

La parte giusta: per questo il corteo vede gruppi che ci vogliono essere e gruppi che ci devono essere. Perché il 25 aprile non puoi mancare, se vuoi avanzare anche solo formale pretesa di appartenenza al campo della sinistra. Così il PD renziano milanese sfila con le bandiere europee e quello renziano romano sfila separato dall’ANPI: ottimi motivi sulla carta (a Milano, l’Europa unita; a Roma, sfilare con la Brigata Ebraica) ma motivazioni reali molto più basse, permettere ai nuovi membri del PD che non sono nati nella parte giusta di partecipare senza mescolarsi ai rossi e ai comunisti. Come ha fatto per anni Marco Pannella, organizzando eventi paralleli il 25 aprile: sulla carta, per tenersi fuori da celebrazioni formali e andare al sodo dei valori della Liberazione; in pratica, per far felici i tanti radicali che erano nati e cresciuti in famiglie e organizzazioni di destra.

Ma mi sto perdendo. Non è per le scelte altrui, non è per il clima politico, che non sento più mia questa giornata. Le parole di Calamandrei ancora mi emozionano, la sfilata delle solite facce no. La festa di una comunità logorata, nella quale non mi sento più a casa.

Cronaca di uno scontro mancato

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L’assemblea iniziata con due treni che correvano a rotta di collo, l’uno contro l’altro, si va a concludere senza un botto. Sì, i treni corrono, ma su due binari diversi.

Chi sta con un piede sulla porta ha fatto intervenire Epifani e solo lui: con parole pacate ma nette, ha rivendicato di essere stato leale, corretto e collaborativo e di non aver visto altrettanto nel comportamento di Renzi. Non è suo il compito di annunciare una scissione, ma rende chiaro che tutto è pronto. La maggioranza invece ha archiviato tutti i problemi di questi giorni e ha parlato, con una voce sola, di cose da fare e di cose fatte. Una narrazione vincente dopo due sconfitte, un po’ forzata. Nessuna apertura a chi pensa di uscire, richiami generali all’unità.

Cosa avrebbero poi da dirsi, le due parti? Il nuovo soggetto politico ci sarà, tutto è pronto. Evitare lo scontro è funzionale all’allocazione ottima dei posti: la scissione non ha bisogno di un immediato “o di qua o di là”, anzi; prendendosi i suoi tempi, il nuovo soggetto politico può gestire con tranquillità la nascita dei nuovi ruoli, delle nuove strutture. Ogni corrente e cordata perderà pezzi, ci saranno posti e compiti per nuovi sodali.

Il vincitore è facile da individuare: Matteo Renzi ha resistito ai suoi colonnelli e ha vinto il primo premio, un partito tutto suo. Se un’altra sfida verrà, sarà dall’interno del renzismo. Chi nella minoranza pensa di restare dentro cerca di rassicurarsi immaginando una candidatura di Orlando, ma il dato è chiaro: un’occasione per forzare la mano è passata, e ora il Congresso è tutto in salita.

Orlando, sì. Che ha parlato ai militanti, ha parlato alla sinistra: un bel discorso, una base per una candidatura. La scissione è per lui crisi e opportunità: si allontanano forze che su di lui potevano convergere, ma il loro allontanarsi gli dà una chance di centralità, dopo un’esperienza ministeriale apprezzata e discreta. Oltre a lui, guarda al congresso Emiliano, che dopo aver tuonato sabato contro Renzi ha fatto un intervento pacifico ed ecumenico davanti all’assemblea, sottolineando la sua “fiducia nel Segretario”. Le telefonate notturne fanno miracoli.

Che significa questa conclusione per il Paese? Un PD solo marginalmente indebolito ma con un leader assai più forte rispetto al dopo-referendum. La minaccia di rottura è stata al centro del dibattito mediatico e Renzi ne è uscito a petto in fuori e testa alta. Se qualche voto ulteriore se ne andrà da sinistra, i moderati dubbiosi hanno ritrovato il loro uomo della Provvidenza.

Per l’ennesima volta, la dirigenza della Ditta si è mostrata inadatta a sfidare il Principe: tanta tattica, poca strategia; tante teste, poche idee; tante speranze, poco coraggio. Del mancato scontro finale si avvantaggia chi lo scontro non temeva: Renzi farà leva in ogni crepa per massimizzare il suo vantaggio. Più inadatta ancora della Ditta si è dimostrata l’organizzazione del PD: l’assemblea non è luogo di confronto, pletorica e ingestibile; le dirette streaming impediscono ogni sincerità; chi siede negli organi di Partito scopre le posizioni del suo vicino di banco da interviste ai giornali. Ci sarebbe molto da discutere, in un Congresso vero.

Diario romano: ancora l’alba

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Notte di trattative, dopo gli eventi di ieri. Renzi resiste a ogni mediazione e si parla di crepe nel fronte antirenziano.

Due treni hanno preso velocità e fermarli sembra impossibile: se Renzi cede oggi, firma la sua archiviazione dopo le amministrative, salvo una vittoria miracolosa; gli scissionisti sanno che non ci sarà pietà né spazio se restano. Il resto del mondo PD viene travolto dai due treni e si dedica alle scelte tattiche.

La prima tattica, antica e onorata, è non esserci al momento dello scontro. Tirarsi fuori, dirsi feriti e/o preoccupati e attendere che la polvere si posi per decidere che fare. La scissione è quasi certa, pensano, ma quanto sarà grande e come sarà ricevuta è un mistero.

La seconda tattica é saccheggiare: dopo lo scontro si potrà far bottino tra le macerie. Chi resta dentro al PD potrà spartirsi le cariche lasciate libere da chi parte, si sa che la poltrona fa il dirigente. Al Congresso, poi, essere minoranza paga sempre un piccolo dividendo, se ci si adatta a non influire sulla linea.

La terza tattica, infine, è cambiar bandiera all’ultimo momento. Quando le truppe sono schierate, quello è il momento per vendersi al prezzo più alto. Tattica complessa ma redditizia, dunque, che apre la porta a uno scenario poco discusso in questo giorni dai media: la mezza scissione.

Mezza scissione: esce Bersani e resta Emiliano; resta Bersani e esce Rossi. Varie versioni dello stesso risultato: chi resta dentro saccheggia (vedi sopra), chi esce non è una minaccia per il PD. Lo sponsor principale dell’opzione, non deve stupire, è Renzi: che punta a una minoranza indebolita ma non avrebbe nulla in contrario a tenere delle personalità visibili e “di sinistra” dentro, per facilitare la permanenza dei voti di sinistra nel contenitore PD che, in quel caso, sarebbe solo e soltanto suo.

Comincia così un’assemblea nazionale poco appassionante. Decidere di stare insieme non dipende dal collettivo, ma dai singoli. Prevale la preoccupazione: che fare, cosa succederà, il Paese non ci segue. Renzi può salvare il PD o fare da levatrice al suo partito personale.

Diario romano: rombo di tuono

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Il week-end di passione del Partito Democratico è iniziato con un successo di pubblico: davanti al Teatro Vittoria, che ospitava l’iniziativa di Enrico Rossi e dei suoi ospiti, la folla che non è riuscita ad entrare ha seguito l’incontro su apposito megaschermo. Del mio viaggio fino al Teatro ho parlato qui.

Rossi, dunque, con Speranza, Emiliano e altri ospiti e sodali. Un PD che sceglie una caratterizzazione di sinistra, netta e conflittuale. Rossi parla di socialismo, di disuguaglianze da ridurre, da ingiustizie da combattere; Speranza di un partito grande con una grande storia; Emiliano di giustizia e legalità, per stare vicino agli ultimi. Il risultato non sembra raccogliticcio né posticcio: il pubblico risponde bene, sia fuori che dentro il Teatro.

Proprio dentro al Teatro, nelle prime file, D’Alema e Bersani parlottano. Le forze e i numeri per la scissione ci sono, basterà a piegare Renzi nell’assemblea di Domenica 19? I contatti ci sono stati, Delrio è notoriamente infastidito con Renzi ma la decisione finale sarà del Segretario. Sul palco la linea è univoca: evitare la scissione, battersi per salvare il PD, ma se Renzi non cambia rotta restare insieme e ricostruire il progetto del PD insieme.

Sì avvicina l’ultima fatidica notte. Emiliano ha tuonato, la sinistra romba. Renzi sa che in assemblea si troverà davanti una richiesta di Congresso in tempi lunghi: prima la Conferenza Programmatica, per parlare dei nuovi problemi, delle nuove sfide e di come affrontare la nuova fase; poi le amministrative, uniti per salvare il salvabile; infine il Congresso a settembre, per preparare il Partito alle elezioni. Accetterà?

Diario romano: prima della tempesta

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Domenica 19 febbraio a Roma c’è l’assemblea nazionale del Partito Democratico, il luogo dove Matteo Renzi dovrebbe ufficializzare le sue dimissioni da Segretario. L’attenzione dei media e dei militanti è al massimo: ci sarà, dunque, la scissione?

Il mio viaggio a Roma è iniziato ieri, venerdì 17. BlaBlaCar, ovviamente: prendere un treno all’ultimo minuto non è alla portata delle mie finanze. Coi compagni di viaggio sull’auto condivisa si parla, si parla eccome: molto favorevoli al referendum sugli appalti (due di loro sono nell’edilizia, uno dipendente, l’altro imprenditore), idee meno chiare sui voucher ma la convinzione che probabilmente sia giusto farne a meno. Un Paese ideale in quattro posti, pensavo: all’altezza di Orte invece si rivelano tutti convinti che il prezzo dei medicinali sia alto a causa di un complotto internazionale. Pazienza, piccoli passi.

Abbiamo parlato tanto, sì, ma non del PD. Al momento giusto ho detto perché scendevo: “domani voglio sentire Rossi, Speranza e Emiliano; domenica vado davanti all’assemblea nazionale del PD a vedere che succede”. Cortese interesse, domandina di rito sul mio essere militante, e basta. L’argomento non li tocca.

Inizio così un breve racconto in tre parti di questi giorni, annunciati come cruciali. Un terzo del PD prepara la scissione, un altro terzo li sfida a farla, un terzo terzo trema al pensiero di ritrovarsi da solo con il primo o col secondo. La legge elettorale proporzionale rende appetibiledirigentti l’idea di presentarsi agli elettori con un chiaro connotato ideale, se non ideologico. I militanti e gli elettori pensano meno a queste tattiche, ma i rapporti umani sono ai minimi storici e molti dicono che sì, certo, scindersi è una cosa brutta ma con QUELLI, no, con quelli mai più.

Scrivo dal teatro Vittoria, dove Enrico Rossi presenta una linea socialista: meno dirigenti con stipendi d’oro e più assunzioni; meno leader e più collegialità; schierarsi con gli ultimi e combattere l’establishment. Non a caso accanto a lui c’è Michele Emiliano, che di una linea anti-establishment sarebbe un credibile candidato alle elezioni. Qui al Vittoria c’è una massa critica sufficiente a rendere una scissione un successo, massa critica che oggi è sul tavolo, arma carica per costringere Renzi a un congresso lungo, sulle idee, fino a batterlo alle primarie. Renzi non teme la scissione, lui può correre da solo se vuole, anche senza il PD: ma gli alleati di Renzi? I Fassino, i Franceschini? L’arma carica li fa sudare freddo.

La scissione assicurata

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Il Congresso del PD prometteva di essere cosa interessante per una parte ben precisa del Paese: gli elettori del PD e la stampa. Poi c’è stata una svolta: oltre a minacciare rotture, una parte della minoranza del Partito ha iniziato a lavorare per organizzare un’altra forza politica. Di colpo la scissione è diventata reale, palpabile.

A sinistra il rapporto con le scissioni è complesso: l’impressione è che uscendo dal grande partitone, PCI PDS DS PD, le nuove formazioni siano destinate al declino e all’irrilevanza. È innegabile che questo è successo, a tutte le scissioni dal 1991 ad oggi. Ma la scissione paventata da Massimo D’Alema (D’Alema,  mica Che Guevara) è stata invece premiata da ottimi sondaggi. I sondaggi fatti oggi contano poco o nulla, non sappiamo quando si vota, chi si candida o quale sarà la legge elettorale. Ma il sondaggio ci dice che c’è un elettorato interessato e questa sì, è una vera novità.

Faccio due ipotesi: l’elettorato di sinistra è interessato a una scissione perché il PD ha superato dei paletti irrinunciabili, oppure perché gli scissionisti hanno proposto qualcosa di fortemente innovativo per lo scenario attuale. Nessuna delle due mi convince appieno: a portare la sinistra là dove “non si doveva andare” furono svariati leader prima di Renzi, tra i quali (guarda caso) D’Alema; e la scissione per ora è stata più declinata “contro” che “pro”, il messaggio innovativo se c’è è solo sottinteso. Resta la spiegazione organizzativa: gli scissionisti, questa volta, non sono movimentisti, non sono espressione di una base scontenta; tra di loro ci sono dirigenti di peso ed è plausibile che riescano a portarsi via una fetta di quel tesoro enorme che sono le sedi.

Sì, le sedi: che sono di proprietà, in gran parte, della fondazione dei DS. Senza le sedi una certa sinistra fa fatica a radicarsi (sì, ci piace trovarci la sera e parlare di politica, un blog non ci basta) e il messaggio sarebbe fortissimo: luoghi fisici, con insegne, realtà locali a cui unirsi. A sfidare quel che resterebbe del PD ad armi pari e ad offrire una casa a quei 500mila che durante la segreteria Renzi non hanno rinnovato la loro tessera.

Giusto, le tessere. Il PD una scissione, silenziosa, la ha già avuta: gli iscritti sono crollati e sono arrivate molte facce nuove. Il Partito del 2017 è assai diverso da quello del 2013, è letteralmente un altro Partito: a non cambiare sono i dirigenti, abili nel riposizionarsi, e gli eletti, che durano a lungo al sicuro dentro le istituzioni. Su questo calo delle iscrizioni e su questo ricambio fonda la sua forza congressuale Renzi: il PD oggi è un partito molto renziano, grazie alle sue scelte divisive. Chi non lo ama spesso se n’è andato, chi è arrivato per lui non lo tradirà per un avversario di sinistra.

Ecco che arrivo al punto: Renzi ha la forza per battersi al congresso, ma non solo. Renzi ha la forza per andarsene dal PD e farsi un partito suo. La sua segreteria ha visto il fiorire dell’attivismo parallelo: poca spinta a tesserarsi al PD, moltissima visibilità alle organizzazioni renziane create per le campagne elettorali e per seguire temi specifici. Dopo la sconfitta referendaria, temendo il congresso i “fiancheggiatori” sono stati mobilitati e spinti a iscriversi di corsa, ma non c’è alcun legame affettivo tra loro e il PD: se Renzi scegliesse di creare un soggetto nuovo, lo seguirebbero in tanti.

La scissione renziana è ancora fuori dai riflettori, per un grande fraintendimento: i più superficiali dei giornalisti hanno creduto alla narrazione renziana della vittoria, del leader che vince e governa senza alleati e coalizioni. Renzi invece sa benissimo che, da leader del PD, non ha chance di ripetere il successo delle europee e la cosa nemmeno gli interessa: quello che vuole è arrivare nel prossimo Parlamento con dei deputati fedeli, così da poter far parte del prossimo Governo e farlo cadere al momento giusto. Questo può farlo da leader PD o da leader del nuovo partito renziano, la prima opzione ha un solo vantaggio: essere leader PD elimina un partito concorrente.

Mentre scrivo procede la Direzione del PD, ma le carte le hanno Franceschini, Letta e Fassino. Se si schierano con Renzi lui vince, la scissione la fa la sinistra e loro devono sperare che il fiorentino sia generoso con loro nell’attribuzione dei posti. Se lo abbandonano, lui perde e se ne va e una parte dei loro voti lo seguiranno, rendendoli i parenti poveri nel PD che svolta a sinistra. Due brutte prospettive.

Il Cinese

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Sottomettere i nemici senza combattere è il culmine dell’abilità.

Venticinque secoli separano Sun-Tzu, stratega cinese, e Massimo D’Alema, stratega pugliese. Sembrano venticinque giorni, se osserviamo quel che ha appena combinato il secondo.

Il 4 dicembre, Matteo Renzi perde il referendum costituzionale. Aveva investito molto e perde molto: il 40% di SI non è suo, e lo sa. La campagna feroce, populista, gli ha inimicato gran parte della sinistra e tanti anche nel suo partito non hanno gradito. Sotto pressione, si dimette e lascia Palazzo Chigi a Gentiloni. Sa che lo aspettano mesi difficili, ma è un giocatore d’azzardo e non si spaventa.

Ha buoni motivi per non spaventarsi: contro di lui, ci sono tante teste ma pochi fegati. Gli viene chiesto di convocare il Congresso, per “confrontarsi dopo le due sconfitte delle amministrative e del referendum”: tradotto, per farlo fuori. Si rifiuta, e non si muove foglia. Si muove però un baffo.

Massimo D’Alema ha un passato, diciamo, sfaccettato. A palazzo Chigi c’è stato e mentre stava là voleva farci “una merchant bank”, ha fatto accordi con Berlusconi e Cossiga e permesso che si bombardasse la Serbia partendo dal suolo italiano. Non è un pupillo della sinistra, ma Renzi lo ha attaccato duramente negli anni, dipingendolo come il simbolo di una politica vecchia, inciucista, perdente. Molti dei suoi lo hanno abbandonato per seguire il giovane Principe, lui ha aspettato il momento per fargliela pagare. Ora il momento è arrivato: lo stratega pugliese ha fatto campagna per il NO al referendum e vinta la battaglia, non smobilita le truppe.

Con un incontro a Roma, i comitati per il NO organizzati da D’Alema diventano ConSenso: non un partito, ancora, ma lo scheletro di un partito. Obiettivo semplice e chiaro: organizzare chi è dentro e fuori dal PD in vista di una scissione e della nascita di un nuovo soggetto, di sinistra e concorrente. La richiesta al Segretario non più premier è netta: o si va a Congresso e si ridiscute tutta la linea politica prima delle elezioni, o alle elezioni il PD avrà un rivale credibile a sinistra.

I sondaggi amano queste operazioni e attribuiscono alla nuova creatura l’8 o perfino il 10 per cento. Sarebbe un successone, pure la metà basterebbe per azzoppare il PD. Ma non è il PD l’obiettivo dello stratega pugliese: come Sun-Tzu insegna, come Robert E. Lee e Schlieffen hanno teorizzato, per raggiungere il tuo obiettivo non devi marciare contro di esso, lasciando agli avversari il tempo e il modo di arroccarsi in difesa. D’Alema aggira, punta su Renzi e poi colpisce il punto debole del fronte: la minoranza.

Bersani, Speranza, Cuperlo: dalla vittoria di Renzi, la vecchia Ditta ha vissuto una lenta e continua erosione. Renzi offre molto, a chi cambia bandiera. Molte volte han pensato di dare battaglia, ma il timore di una sconfitta li ha trattenuti. Dopo il referendum hanno squillato le trombe ma non si sono mossi: ora però sono minacciati, il pugliese mira ai loro voti. Se la sua manovra riuscisse e la scissione ci fosse, la Ditta dentro il PD si ritroverebbe impoverita e indebolita, costretta a mendicare alla tavola del Principe mentre la linea si sposta ancor più a destra e i loro elettori si uniscono alla scissione.

Come le tessere del domino, tutto crolla quando cade la prima. La Ditta è costretta a dare un ultimatum a Franceschini, che dell’esercito del Principe controlla le truppe più numerose: se non si va a Congresso prima del voto, sono costretti a rompere. Franceschini recepisce e vede profilarsi l’ipotesi di essere nell’esercito perdente: unisce quindi la sua voce a quella della Ditta e chiede altrettanto. Il Principe, rimasto solo, cede: Gentiloni durerà e lui dovrà giocare il suo futuro al Congresso. Non potrà lanciarsi nell’ennesima campagna elettorale personalizzata, riempiendo i seggi sicuri di uomini leali.

Lo stratega pugliese osserva dal suo accampamento. Non ha ancora radunato le truppe, ha solo montato le tende ma già l’esercito avversario si agita, si scompone, si frantuma. Può quindi comunicare che la battaglia non serve più: il Congresso ci sarà e sarà là che ci si confronterà. D’Alema è il vero Cinese: senza combattere ha vinto. Ora lo aspettano i referendum della CGIL e le amministrative: altre manovre, altre marce, altri stendardi che si spostano sul campo di battaglia. Amici e avversari giocano di rimessa, mentre lui detta i tempi e i modi.

Kuperlos: la legge elettorale di oggi

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Lunedì 23 gennaio Gianni Cuperlo ha presentato una proposta di legge elettorale. Ve la descrivo brevemente, per poi dire tre cosette concentrandomi sulla Camera.

In sintesi, si tratta di una legge elettorale sul modello greco, con un sistema di collegi uninominali per assegnare i seggi. Le liste si sfidano a livello nazionale, con uno sbarramento del 3% alla Camera (o del 4%  al Senato, che è eletto su base regionale per norma costituzionale). Se la prima lista non raggiunge i 340 deputati (richiederebbe un risultato altissimo), le si assegna un premio di 63 deputati (il 10%), che non può portarla oltre i 340 deputati.

I seggi ottenuti da tutte le liste vengono distribuiti nelle circoscrizioni sulla base dei risultati di queste e all’interno delle circoscrizioni vengono eletti deputati i candidati della lista che, nel loro collegio, hanno ottenuto i migliori risultati.

La prima cosa che devo dire sul Kuperlos è che il premio greco non funziona molto bene in Grecia e temo funzionerebbe molto male in Italia. Di per sé, sembra sensato: “diamo a chi arriva primo un po’ di vantaggio per governare meglio”. In realtà, in un sistema multipolare, se chi arriva primo non è coalizzabile per scelta sua o altrui, dargli una sovrarappresentanza che non gli dà una maggioranza autonoma diventa solo un ostacolo per il secondo e il terzo, che magari erano coalizzabili e senza premio avrebbero avuto insieme una maggioranza parlamentare. In Italia, peggio che peggio: una legge del genere spingerebbe alla creazione di listoni misti, volti ad arrivare primi e ottenere il “premio” fatidico, riducendo le scelte degli elettori e cristallizzando i rapporti di forza tra i partiti e preparando il terreno perché le coalizioni elettorali si spacchino alla prova del governo.

La seconda cosa che va detta sul Kuperlos è che lega il voto alla lista al voto al candidato del collegio, a differenza di quanto succede in Germania (dove si vota con due schede e il vincitore del collegio è eletto a prescindere dal risultato del suo partito). Con la legge proposta, l’elettore del partito giallo del collegio A non avrebbe alcuna scelta, per votare il partito giallo, che votare il candidato del partito giallo nel suo collegio, anche se gli fosse sgradito. Il suo voto servirebbe quindi a far ottenere parlamentari al partito giallo a livello nazionale (cosa che gli fa piacere) ma anche a far sì che nella circoscrizione uno dei seggi assegnati ai gialli andasse al suo candidato sgradito del collegio. Questo riparto nazionale, che era il peccato originale dell’Italicum, dona a chi compone le liste elettorali e sceglie i candidati un enorme potere e priva gli elettori di quasi tutti gli strumenti di controllo.

La terza e ultima cosa che va detta sul Kuperlos è che Gianni Cuperlo non lo avrebbe proposto senza confrontarsi prima con l’attuale leadership del PD. Lo si deve quindi leggere come una mediazione, tra Renzi e la parte ‘dialogante’ della minoranza, oppure come una proposta della maggioranza avanzata per interposta persona. Una maggioranza che, quindi, ha archiviato la retorica del “vincitore la sera del voto” ma che rimane molto interessata a controllare ex ante chi saranno i nuovi deputati. Con il Kuperlos, il PD potrebbe eleggere 270 deputati arrivando primo col 30%, o eleggerne 180 arrivando secondo sempre col 30%: in ogni caso sarebbe facile individuare i 100-150 collegi dove il partito ci si aspetta sia più forte e piazzarvi chi “deve” essere eletto. Un’ipotesi che a Renzi piacerebbe assai… se fosse ancora lui, quel giorno, a poter decidere chi sono i candidati.

Non Esame, non di Stato

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La Riforma della Scuola, dopo un primo anno incentrato sull’assumere tutti i precari delle graduatorie, si sposta ora sulle deleghe. Otto deleghe su otto temi importanti per la vita della scuola, dall’inclusione dei disabili alla formazione professionale, dal diritto allo studio alla formazione dei docenti. Di scuola, però, pochissimi si occupano e il dibattito finisce per concentrarsi sull’unico tema di cui tutti ritengono di avere un’informata opinione: l’Esame di Maturità, oggi Esame di Stato, certificazione conclusiva del ciclo di studi superiore.

Come detto, tutti pensano di saper qualcosa dell’Esame e questo si traduce in abbondanti articoli sul tema. Per chi si fosse perso tutto questo, i punti che hanno acceso l’interesse delle masse sono i seguenti: l’ammissione all’Esame non richiederà più la sufficienza in tutte le materie; aumenterà nel voto dell’Esame il peso dei voti ricevuti nei tre anni finali; nel colloquio orale lo studente presenterà una relazione sulla sua attività di Alternanza Scuola Lavoro e dovrà poi discutere un testo o un problema presentatogli dalla Commissione, dimostrando di aver acquisito le conoscenze previste e di saperle collegare e mettere in relazione. Grandi cambiamenti? Parliamone.

Prima di tutto, vi svelo un segreto: no, oggi non si viene ammessi all’Esame se si ha la sufficienza in tutte le materie. Quella è una regola formale, che viene scavalcata dalla regola sostanziale: durante lo scrutinio, i docenti del Consiglio di Classe decidono se lo studente sia da ammettere o meno all’Esame, votando per testa se in disaccordo. Qualora uno studente con una o più materie insufficienti venisse ritenuto idoneo, tutte le materie insufficienti vedono il voto alzato fino a 6. Pure lo scrivente, complice una brutta depressione, vide il suo voto in Fisica passare dall’8 al 4 nell’ultimo anno di liceo scientifico; la media restava alta, mi ritrovai il 6 e fui ammesso all’Esame. Oggi lo scrivente insegna e ammette abitualmente studenti con tre, quattro insufficienze “formali” (ossia, al netto di quei voti sufficienti assegnati da insegnanti compiacenti o semplicemente desiderosi di liberarsi di studenti tonti).

Quindi, paradossalmente, l’abbassamento dell’asticella dell’ammissione all’Esame previsto dal decreto non ha alcun effetto negativo. Tutti o quasi gli studenti vengono ammessi all’Esame, ma le medie non vengono più distorte: chi aveva un sette e un quattro finiva ad avere un sette e un sei, superando il compagno con due sei; oggi, chi ha un sette e un quattro si presenterà con quelli e avrà una media più bassa del compagno con due sei.

Passiamo ora all’Esame: due prove scritte, italiano e materia d’indirizzo, un colloquio orale. Dei cento punti possibili, quaranta dipendono dai voti ottenuti in terza, quarta e quinta. Non un esame, quindi. In buona parte, una semplice certificazione dell’opinione che hanno dello studente i suoi docenti. Di sicuro, non un Esame di Stato: non vi è nulla di ‘statale’ nell’usare voti e medie assegnati da docenti diversi, con metri diversi, diversi programmi e diverse capacità. Non è un caso che le università abbiano iniziato a considerare diversamente i voti delle matricole a seconda della scuola di provenienza. Anche qua vi svelo un segreto, magari un segreto di Pulcinella: in classe io sono il Re, io decido cosa si fa e io decido come valutare gli studenti. Se voglio riposarmi, mi basta lavorare meno e rendere più facili le valutazioni per vedere i voti lievitare. Nessuno ha tempo e modo di verificare lo svolgimento dei programmi, con una eccezione: il docente che si ritrova la classe l’anno seguente, avrà chiara evidenza di quanto gli studenti hanno davvero imparato. Qua interviene l’omertà, sostenuta dalla convinzione che non ci sia modo di intervenire e quindi non serva denunciare i pigri e gli incapaci.

Concludiamo con il colloquio orale. Venti punti al massimo, il momento in cui la commissione ha la massima discrezionalità. Il colloquio ha due facce: da un lato si presenta l’Alternanza Scuola Lavoro, dall’altro si dimostrano le conoscenze acquisite discutendo un testo o un problema proposto dalla commissione. Sull’Alternanza Scuola Lavoro (ASL), vale quanto detto all’inizio: pochissimi si occupano di scuola, pochissimi hanno idea di cosa sia. L’ASL però accende gli animi, complici alcune campagne di disinformazione, e vede scontrarsi chi dice che l’ASL serva in primis a fornire alle aziende lavoro non pagato e a insegnare la subordinazione agli studenti, e chi dice che l’ASL sia invece una preziosa esperienza formativa, un primo sguardo nel mondo del lavoro. Io dico che è fuffa: si fa male, senza collegarla a quanto si fa in classe. Agli studenti piace molto, perché interrompe le lezioni. Ai docenti piace poco, perché interrompe le lezioni. La normativa vorrebbe che ogni stage aziendale fosse legato a un progetto formativo (ad esempio, “andrai alla Libreria Rossi e verificherai chi sono gli acquirenti dei libri di Storia, quali periodi vedono la maggior concentrazione di pubblicazioni, quale sia l’offerta di titoli stranieri nella libreria”), la realtà è che le scuole faticano a trovare stage per tutti e che i progetti non si fanno: vai, studente, e impara qualcosa osservando come lavora la gente che lavora. Posso immaginare che belle relazioni verranno fuori, all’Esame.

Dell’altra metà del colloquio non val la pena discutere: dopo cinque anni di studio tradizionale, mnemonico e ben incasellato tra materia e materia, si chiederebbe a uno studente un approccio critico e multidisciplinare nella lettura di un testo o nella gestione di un problema. Approccio che dovrebbe pure essere valutato da docenti che non lo praticano dai tempi dell’università. Prevedo che diventi un altro momento fuffoso, una gran chiacchierata per giustificare l’assegnazione dei punti necessari a promuovere o a premiare lo studente.

Il bilancio complessivo è neutro: il nuovo Esame di Stato non è un Esame e non è di Stato, in questo non è né migliore né peggiore dell’attuale. Si tiene la barra dritta: alle superiori si deve “includere”, a costo di abbassare l’asticella e di privare la scuola della sua funzione di ascensore sociale. Ci penserà la vita a mostrare agli studenti che le differenze, di ceto e di censo, esistono.

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