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Malcolm Y

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Gli aspiranti chef hanno rotto il cazzo

in humor by

Siete a casa di Camilla, si festeggia la conclusione del suo dottorato in antropologia e ha organizzato una bella rimpatriata coi vecchi amici. Ci sono tutti: c’è Mario, che è arrivato con un tasso alcolemico degno di un matrimonio siberiano; c’è Mimmo con la sua nuova compagna, una bambola gonfiabile dai lineamenti vagamente asiatici e un poco sovrappeso; c’è Carla, che è rientrata da poco dal Vietnam, dove è stata un anno a lavorare nelle risaie per “sperimentare la condizione delle contadine nel sud-est asiatico”. C’è pure il nuovo fidanzato di Camilla, un certo Francesco, investment manager col pallino dell’alta cucina, nonché ex concorrente dell’edizione 2014 di Magisterchef.

È un’uggiosa serata di fine aprile a San Giovanni in Persiceto, fuori piove e nella sala da pranzo un lungo tavolo in legno massello è apparecchiato in modo così elegante che manco a un matrimonio pugliese. Siccome non passate una serata tutti insieme da una vita, ognuno sente il bisogno di aggiornare gli altri su ciò che gli è capitato negli ultimi due anni. Mimmo racconta di aver frequentato un seminario di una settimana sugli alieni rettiliani nell’estate del 2015; Mario elenca i nomi delle 142 escort bielorusse con cui si è intrattenuto durante un lungo viaggio in Est Europa (per l’esattezza declama una lista che conserva gelosamente nel portafogli); Carla offre un resoconto dettagliato delle interminabili giornate sotto il sole cocente del Vietnam e della vita spartana nella fattoria: niente internet, niente acqua calda, nessuno che parlasse mezza parola di inglese. Mario sembra decisamente incuriosito. “Molto interessante, Carla. Ah, ti volevo chiedere”, dice ad alta voce interrompendola nel mezzo dell’appassionato monologo, “ma le vietnamesi li fanno i pompini? E se sì, ingoiano? Non saranno mica vegetariane, vero?”. L’intera tavolata ha un sussulto d’imbarazzo, tranne Mimmo, che si alza in piedi col bicchiere in mano e urla “Yeah! Mario is back! Yeah!”.

Soltanto l’arrivo dell’antipasto riesce a ristabilire un po’ di quiete. Francesco, l’investment manager col pallino dell’alta cucina, arriva tutto sorridente brandendo un vassoio. “Involtini di spigola su crema di rape!” esclama poggiandolo con ostentata soddisfazione al centro della tavola. Mimmo ti lancia immediatamente un’occhiata come a dire “oh oh oh comincia male l’amico Fritz”. Mario trova a fatica lo smartphone nella tasca della giacca e biascicando comincia a fingere una telefonata: “Pronto, parlo col laboratorio di chimica? Non è che per caso avete un microscopio da prestarmi? Sì, mi servirebbe immediatamente. Mi lasci spiegare: dovrei mangiare degli involtini di spigola su crema di rape ma sono così minuscoli che a occhio nudo proprio non riesco a veder…”. Purtroppo la scenetta di Mario è interrotta da una potentissima gomitata nel costato assestatagli da Carla. L’aspirante chef, già ripartito in direzione della cucina, non ha modo di assistere. Anche Mimmo si è perso la scena perché impegnato in un’accesa discussione con la sua fidanzata gonfiabile, a cui nel frattempo ha dato il nome di “Wanda”.

In qualche modo l’antipasto viene ingurgitato da tutti e Francesco passa all’attacco coi primi. “Risotto ai frutti di bosco con gamberi, ostriche selvatiche e foglie di basilico fresco!” esclama di nuovo piazzandoti di fronte la tua porzione. La osservi attentamente. Il piatto ha un diametro di circa un metro, ma il riso, elegantemente disposto a forma di prisma, è talmente poco che riesci persino a contare i chicchi: sono 47. Mimmo ti lancia un’altra occhiata, che questa volta dice “Malcolm, dài, è giunto il momento”. A un certo punto il Vissani della Bassa Padana dice qualcosa che fa vacillare il tuo desiderio di punizione: “La carbonara con la pancetta è un crimine contro l’umanità. La carbonara si fa col guanciale”. Sei d’accordo, molto d’accordo, ma non sarà questo a evitargli il meritato castigo, pensi. Mentre lui comincia a descrivere compiaciuto la sua meravigliosa esperienza televisiva a Magisterchef (è stato eliminato alla prima puntata, ma evita accuratamente di dirlo), senti che è davvero arrivato il momento di punire l’assoluta mancanza di rispetto per quelle porzioncine ridicole, anzi per tutte le porzioncine ridicole del mondo. Pensi che le loro riduzioni, quelle culinarie, quelle tanto care agli aspiranti chef, siano metafore di riduzioni più ampie e importanti, riduzioni di piacere, di gioia, di sincerità, di sano proletariato gastronomico. “Viva il proletariato gastronomico!” ripeti tra te e te, valutando il da farsi.

Un secondo più tardi ti ritrovi in piedi a urlarlo a pieni polmoni: “Viva il proletariato gastronomico!”. Tu, Malcolm Y, Ernesto Guevara della cucina italiana, afferri un lembo della bianchissima tovaglia e tiri con forza, con la forza della ragione e dell’esasperazione. Tiri. Va tutto in frantumi: piatti, bicchieri, bottiglie di vino vivamente consigliate da Gambero Grosso. Poi sbotti: “Gli aspiranti chef hanno rotto il cazzo. Sì, gli aspiranti chef hanno proprio rotto il cazzo”. Allora ti metti a elencare.

Le porzioni di Pollicino presentate artisticamente su piatti estesi quanto l’intero Molise; la retorica bourgeois-bohémien dell’alta cucina, quello snobismo malamente mascherato nei confronti della cucina “povera” (cosa dite? Non siete snob? Ma se non siete snob, che cazzo di bisogno avete di modificare ricette perfette e semplici e uniche come la pasta e ceci?); le “cene” a casa vostra in cui esibite ai malcapitati ospiti tutte le nuove fantastiche tecniche apprese durante l’ultimo corso tenuto dallo chef stellato Franco Fracco; il fatto che al ritorno li costringete a fermarsi al primo McDrive e divorare in sei secondi netti un cheeseburger unto e bisunto; lo stupore quando qualcuno vi dice che no, non ce l’ha l’Arom2000, un apparecchio che costa 18mila euro e serve per DISTILLARE GLI AROMI; le vostre reazioni del cazzo tipo “scusa, ma allora come cucini”?; il desiderio (represso dalla nostra buona educazione) di rispondervi “con pentole e fornelli, coglione”; gli innumerevoli programmi televisivi per aspiranti chef; i programmi televisivi per BAMBINI aspiranti chef; gli chef stellati che sono trattati come se fossero grandi intellettuali.

Potresti continuare fino alla prossima edizione di Magisterchef ma ti manca il respiro. Ti guardi intorno: Camilla giace disperata sulla sedia con le mani a coprire la faccia, Francesco invece è in piedi di fronte a te, veste un grembiule nero e tiene un piatto di risotto tra le mani: una lacrima scende lentamente lungo la sua guancia destra. Mario si avvicina visibilmente eccitato e ti sussurra nell’orecchio “il piatto, Malcolm, il piatto…”. Sì, pensi, è così che deve finire. Strappi il piatto dalle mani dell’aspirante chef, che non ha energie fisiche né psicologiche per reagire, e glielo rovesci in testa, come nel più classico e scontato dei film comici. “Gli aspiranti chef hanno rotto il cazzo” ripeti tra te e te. Poi ti dirigi lentamente in cucina, prendi una forchetta e assaggi un po’ di risotto. Non è male.

La Grecia ha rotto il cazzo

in società by

Siete nel giardino di Camilla, si festeggia la sua ammissione al dottorato in antropologia culturale all’Università di Bologna e ha organizzato la solita tristissima grigliata vegetariana. È una serata di fine agosto, il clima è quello afoso tipico della Bassa Padana. Il cielo sopra San Giovanni in Persiceto è stellato. I discorsi pure sono quelli tipici di fine estate: le esotiche vacanze a Riccione di Mario, le turiste tedesche che non è riuscito a trapanare, l’ormai imminente rientro in ufficio, le vegane che non fanno i pompini. Ci sono tutti: c’è Carla, che è rientrata da poco dall’Australia, dov’è stata un anno a raccogliere pere williams in una fattoria sperduta nel nulla; c’è Mimmo, che è di nuovo single e ha cominciato a usare Tinder con la pacatezza emotiva di un incallito giocatore di videopoker; c’è Mario ubriaco lercio arrivato direttamente dal campionato mondiale di Beer Pong Cesenatico 2015.

È una bella rimpatriata e si beve Sangiovese e si mangiano peperoni grigliati. Carla racconta che in Australia ha fatto una gita sul monte Uluru, un luogo sacro degli aborigeni, ed esibisce fiera il suo pezzettino di roccia – sacra pure quella – da cui ha ricavato un piccolo portachiavi per l’auto. Quando lo vede, Camilla l’antropologa ha un calo di zuccheri e intona un antico canto aborigeno per purificare le anime dei presenti. Mario è incuriosito ma non dal portachiavi; chiede a Camilla se secondo lei le aborigene fanno i pompini. “Stantuffo o rifrullo?” domanda mimando platealmente le differenti tecniche. L’intera tavolata sorvola e si torna a parlare di altro.

A un certo punto succede che il tizio che frequenta Camilla, uno che di nome fa Enea e s’è appena laureato al DAMS con una tesi sull’estetica popolare dell’opera poetica di Pasolini, comincia a dire che il vero problema è il-senso-della-misura. Proprio così dice: “Non abbiamo imparato niente dalla cultura greca antica, non abbiamo il-senso-della-misura“. Mario lo guarda perplesso. “Ma non è vero! Guarda che Camilla ce l’ha il-senso-della misura! Daje, Cami’, raccontagli di quando stavi con quel giocatore di basket senegalese!” urla dando una leggera gomitata all’amica dottoranda. Segue qualche secondo di imbarazzato silenzio. Nel frattempo Mimmo ha beccato una milfona di Castelfranco Emilia su Tinder e ci tiene a mostrarla a tutta la comitiva.

Enea non si lascia scalfire dalla misura del giocatore di basket senegalese e riattacca il comizio. “Ma vogliamo parlare di quello che stanno facendo alla Grecia? Vogliamo parlarne? È una colonizzazione, ecco cos’è! Stanno distruggendo la culla della democrazia!” dice infervorato il critico letterario in erba. Tu hai un brivido nella schiena. “Il pippone sulla Grecia no, dài” pensi mentre la mamma di Camilla porta una torta sulla quale hai simpaticamente fatto scrivere col cioccolato “Camilla non la dà nemmeno brilla”.

Neppure la torta frena l’entusiasmo filoellenico di Enea. “E vogliamo parlare degli aeroporti? Ormai sono roba dei tedeschi. Le banche? Tedesche pure quelle. Tutto tedesco!” ripete rivolgendosi all’intera comitiva. Dopo si mette a raccontare le sue meravigliose vacanze a Mykonos. Dice che è stato il suo modo di contribuire alla ripresa economica greca ed è diventato amico di un pescatore che una domenica l’ha invitato a unirsi al battesimo della nipote e hanno mangiato moussakà e bevuto ouzo e ballato il sirtaki tutto il giorno. Ci mostra fiero le foto scattate sul display della sua Reflex, che ha tirato fuori per immortalare Camilla intenta a tagliare la torta con simpatica scritta di cioccolato.

Tu hai la nausea. Hai ascoltato la filippica del tizio senza dire mezza parola. Hai pensato “bravo Malcolm, stai migliorando”. Ma quando lui attacca a parlare del referendum greco non ce la fai più. Di fronte a te c’è un’ampia ciotola di plastica rigida piena di olive verdi del diametro di otto centimetri avanzate dall’aperitivo. Con uno scatto felino lo agguanti, ti alzi e glielo lanci sulla fronte con precisione degna di un giocatore di curling canadese. Per l’urto e lo spavento Enea si sbilancia e cade dalla sedia. Mario sale in piedi sul suo sgabello e comincia a ululare come un coyote delle Montagne Rocciose. Mimmo ti guarda e sghignazza come a dire “ci sei mancato, Malcolm”.

Enea è confuso, Carla e Camilla lo aiutano a rialzarsi. “Assaggia ‘ste olive, Enea, so’ greche” gli dici. “La Grecia ha rotto il cazzo” aggiungi allargando le braccia come a significare “amico, ti mancano le basi, non puoi mica metterti a parlare impunemente di certe cose in mia presenza”. Poi ti metti a elencare.

La patetica retorica filoellenica sui social network; la Grecia “culla della democrazia”; la giacca di pelle di Varoufakis; la moto di Varoufakis; le foto delle vacanze sull’isola greca a mangiare pesce fresco con tanto di hashtag tipo #Greece #Tsipras #OXI; quelli che citano Platone alla cazzo di cane; quelli che citano Socrate ma non sanno che stanno citando Platone che cita Socrate; Il mio grosso grasso matrimonio greco; Mykonos; il liceo classico; lo yogurt greco; quelli che hanno frantumato i coglioni col referendum per mesi senza capirci un cazzo di niente; quelli che OXI OXI OXI; il Pi greco; Grexit; le invettive contro i tedeschi colonialisti; Santorini; la bandiera greca come immagine del profilo Facebook; quelli che negli status scrivono frasi in greco; la feta; Creta; Eschilo, Sofocle ed Euripide; Alexis Tsipras; Syriza; il crowdfunding per estinguere il debito greco, perdio, il crowdfunding per estinguere il debito greco!

Riprendi fiato. Enea è stordito, non è abituato al confronto dal vivo, è abituato a twittare roba tipo #freeGreece #ThisIsACoup. Ci prova a ribattere qualcosa ma emette soltanto suoni gutturali. “Demoazia, Zipas, Paatone, Ghecia, refeeendum…” biascica mentre Camilla gli passa un fazzoletto sul viso. “La Grecia ha rotto il cazzo” dici ancora una volta guardando Mario. Lui sorride, ti viene vicino e ti dà una pacca sulla spalla per farti capire che hai fatto la cosa giusta. Poi, sobrio come un operaio russo alla fine di un pranzo di matrimonio, richiama l’attenzione di tutti e fa partire un coro da stadio: “Camiiiiilla! Camiiiiilla non la dà nemmeno brilla! Camiiiilla! Camiiiiilla non la dà nemmeno brilla…!” Ti risiedi soddisfatto, hai fatto il tuo dovere. Sul tavolo c’è un’oliva solitaria scampata al lancio di poco prima. La raccogli e la metti in bocca. “È greca” pensi.

I barman acrobatici hanno rotto il cazzo

in società by

Siete nella macchina di Camilla, che ha proposto di passare il sabato sera in un locale di Rimini dove lavora un suo amico barman. C’è il meglio della comitiva. Manca soltanto Carla, che è sempre in Australia ma non più a raccogliere pere williams: ora fa la cameriera in un pub e sta con un buttafuori di nome Warren. Anche se ottobre sta declinando, fa un caldo che manco in pieno agosto. Mario soffre il mal d’auto. Prima di partire minaccia di fare uno shampoo alternativo alla Camilla, allora gli è consentito di sedersi davanti. Dietro, insieme a te, siedono Mimmo e Marika, la sua ormai non più ex, che di mestiere fa la parrucchiera a San Giovanni in Persiceto e ha una voce che farebbe invidia alla Sandra Milo dei tempi migliori. Mimmo è su di giri perché lei ha lasciato il pugile professionista per tornare da lui. Marika sa dire soltanto “madài”. Dice “madài” ogni tre parole. Però ha due tette che ci vorrebbe il porto d’armi.

La serata è partita bene. Ma all’altezza di Imola cominciano i problemi: Mario confessa pubblicamente di aver voglia di leccare la spalla destra di Camilla. Quest’ultima, conoscendo il personaggio, promette di chiamare i carabinieri. Lui puntualizza che, a quel punto, si troverebbe costretto a leccare la spalla destra pure ai carabinieri. A fatica riesci a riportare alla ragione entrambi. Nel frattempo, i due dietro si ravanano come castori vietnamiti.

All’altezza di Cesena, Mimmo scoppia a piangere. Marika gli chiede perché; lui risponde “lo sai, cazzo, lo sai”. Alla fine si scopre che nei primi mesi di fidanzamento la tettona ha partecipato ad un’ammucchiata dalle parti di Cesena. Pare che il video si possa scaricare gratuitamente su un sito. Chiedi quindi se puoi avere il link. Mario dice che te lo passa lui domani. Il tuo amico continua a singhiozzare mentre Marika tenta di sminuire la faccenda: non erano trentasei ma trentaquattro uomini. Soltanto così Mimmo si tranquillizza.

In qualche modo, verso mezzanotte, si arriva al locale. Sulla facciata campeggia un’insegna luminosa gigantesca: Passera Disco Bar. Hai il presentimento che non sarà la serata più bella della tua vita. Giusto un secondo prima di scendere, Mario vomita sul cruscotto. L’odore è quello inconfondibile del rum e pera. “No, cazzo, no! Sei un animale, ecco cosa sei: un a-ni-ma-le” urla Camilla. “Sì, sì, sì!” esulta Mimmo scuotendo le spalle del vomitatore. “Madài” prorompe invece Marika, che un istante dopo vomita a sua volta sui pantaloni del suo ormai non più ex ragazzo. Pensi che non devi lamentarti, potrebbe andarti peggio: potresti innamorarti di una vegetariana.

Dopo un’accurata pulizia di tappezzerie e vestiti, si entra al Passera Disco Bar. Una cubista seminuda festeggia il suo compleanno spegnendo le candeline su una torta; dài un’occhiata per curiosità: è maggiorenne da sette minuti. Mario, che si è decisamente ripreso, le si avvicina e comincia a ballare a una distanza di cinque millimetri. La tizia non gradisce e chiama la sicurezza. Un minuto più tardi, come di consueto, bisogna chiamare l’ambulanza. Più avanti arrivano buone notizie dall’ospedale: soltanto quarantatre giorni di prognosi.

Ad un certo punto, Camilla fa segno di raggiungerla al banco del bar. Vuole presentare a quel che resta della comitiva il suo amico barman. Dice di chiamarsi Gianfranco, Eddy per gli amici. Non capisci che cazzo c’entra Eddy con Gianfranco ma eviti di chiederlo. Il tizio è lampadato, indossa una t-shirt con collo a v molto ampio, è pieno di tatuaggi e ha la barba scolpita. Parla con un forte accento romagnolo e fa l’occhiolino a tutti gli esseri di sesso femminile che si avvicinano al banco. Hai voglia di bere qualcosa, gli chiedi un cocktail non troppo pesante. “Ci penso io, bellezza” dice lui ma senza occhiolino. Allora comincia ad agitarsi come un ossesso, a far saltare lo shaker da una mano all’altra, a muoversi a tempo di musica. Camilla lo guarda ammirata e fa gli occhi dolci. Lui continua finché non rovescia il liquido in un bicchiere, schizzandotene addosso la metà.

Guardi la faccia dell’acrobata: sorride come un coglione. È davvero insopportabile; mediti sul da farsi, non può passarla liscia. Improvvisamente hai un’idea: chiedi a Eddy se puoi fare un cocktail per lui. Risponde che non si potrebbe, poi getta uno sguardo alle cosce di Camilla e ti fa segno di passare dietro al banco. A quel punto tiri fuori dalla tasca della giacca una boccetta. L’etichetta dice “Cacalax”. Versi il contenuto nello shaker, aggiungi gin, acqua tonica, assenzio, centerbe, grappa e sciroppo di lampone.  Lo agiti per bene e passi il bicchiere a Gianfranco. Per fare il fico lo butta giù tutto d’un colpo. Un paio di minuti dopo ha assunto un colorito tendente al verde. “Ma cosa…cosa ci hai messo dentro???” chiede spaurito. “I barman acrobatici hanno rotto il cazzo” dici allargando come a significare “due ore per farmi un cazzo di cocktail e faceva pure schifo”. Allora ti metti ad elencare.

Le acrobazie da deficienti con lo shaker pure per fare un gin tonic; quelle magliettine del cazzo degne del migliore coatto di Ibiza; la piacioneria con tutti i clienti dotati di tette; la simpatia a tutti i costi; l’abbronzatura da solarium pure in pieno inverno; quel modo di muoversi che dovrebbe sembrare atletico; le moine delle donne che li guardano a bocca aperta; gli sguardi patetici che si scambiano quando davanti al bancone c’è una mezza gnocca; gli shaker; i cocktail inventati da loro a cui dànno nomi idioti tipo “Bonjour Princesse”; il fatto che devono preparare qualche cocktail  di merda pure quando non stanno lavorano e sono tra amici; il fatto che si sentano la vera attrazione del locale; il modo in cui canticchiano il pezzo dance che sta passando in quel momento; il fatto che per fare un White Russian impieghino mezz’ora; il fatto che citino James Bond (“agitato, non mescolato”) per far vedere che pure loro ci hanno una cultura.

Riprendi fiato mentre Camilla sta soccorrendo Eddy. Dice che deve correre in bagno ma si intuisce che ormai è tardi. Mimmo e Marika, che hanno smesso per un attimo di pomiciare, si avvicinano per capire cosa sta succedendo. Quando vede il barman accartocciato, Mimmo esulta, si scola una bottiglia di Martini e ti sussurra all’orecchio “Marika ti amo”. Marika stranamente dice “madài”. Ti senti bene, hai fatto la cosa giusta. “I barman acrobatici hanno rotto il cazzo” ripeti con umanitaria sicurezza. Poi prendi un altro shaker e ti prepari finalmente un cocktail come si deve.

I matrimoni hanno rotto il cazzo

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Siete a casa di Luca e Tania, che hanno riunito la compagnia per un annuncio importante. Ci sono tutti. Manca soltanto Carla, che è andata a raccogliere pere williams in Australia. La serata è afosa: ottobre s’è travestito da agosto e si sta a mezze maniche. Mario è stranamente sobrio ed è venuto con la sua nuova fiamma: una ragazza brasiliana di nome Paula. Lei è alta un metro e novanta, ha spalle da nuotatore, braccia da pugile, voce baritonale e lineamenti molto marcati. Chiedi come si sono conosciuti ma ricevi solo risposte vaghe. Lei racconta di quella volta che ha steso tre rapinatori in una banca. Non insisti. Mimmo invece se ne sta in disparte e giocherella con un affare di gomma. Ti avvicini per vedere di che si tratta. “È una vagina di caucciù, un antistress, l’ho chiamata Marika” dice lui palleggiandola da una mano all’altra. Camilla ha di nuovo cambiato fidanzato: Cedric, un giocatore di basket senegalese conosciuto durante il suo ultimo volontariato in Africa. Insomma, sono tutti in coppia tranne te.

La serata è allegra. Luca e Tania raccontano il loro ultimo viaggio in Thailandia e mostrano le quattromilanovecentotrentasei foto che hanno scattato. Mario siede in braccio a Paula sul divano; Mimmo si è chiuso in bagno da venti minuti con la sua Marika. Si parla della vostra generazione: del lavoro che non c’è, dei social network, dei cervelli in fuga e del porno amatoriale. Cedric confessa che sta avviando una start up. Vorresti insultarlo ma, essendo alto quaranta centimetri più di te, pensi che è meglio se ti fai i cazzi tuoi. Pensi inoltre che la tua non violenza è sempre stata una sana forma di realismo. Pensi a questo mentre Luca interviene e sposta la discussione sulla vita di coppia. Dice che in due è tutto più facile, che non si può mica restare ragazzini per sempre; infine accenna alla sindrome di Peter Pan e ti lancia un’occhiata di rimprovero. Fai finta di niente.

Poi arriva il momento dell’annuncio importante. Tania richiama l’attenzione schiarendosi la voce e parla. “Raga, io e Luca…be’, ecco, abbiamo deciso di fare il grande passo: ci sposiamo”. Un brivido ti percorre la schiena. “In fin dei conti, non siamo più ragazzini, e poi conviviamo da sei anni”. Vorresti dire che guarda caso sono sei anni esatti che Luca non viene più a giocare a calcetto il venerdì sera. Ma taci. Guardi lui per capire se è d’accordo, se ne hanno mai discusso prima. Sorride, annuisce. Hai un secondo brivido: lui è addirittura d’accordo. Camilla abbraccia Tania, le dice che è una cosa meravigliosa e che non vede l’ora di vederla con l’abito da sposa. “Ma quindi niente più puttan tour?Nooooo!” interviene Mario portandosi le mani sul volto per la disperazione. La futura sposa lo fulmina con lo sguardo. 

Si comincia a parlare delle bomboniere, del menù, dell’abito, del viaggio di nozze. “Ma quindi niente più puttan tour???” ti sussurra all’orecchio Mimmo, che prima era distratto dalla incredibile verosimiglianza della Marika di caucciù. Tania è esaltata, Luca la asseconda. Pare che vogliano fare le cose in grande: seicento invitati, bomboniere d’oro zecchino, viaggio di nozze alle Hawaii. Ad un certo punto, spunta la lista nozze; Camilla mette a disposizione la sua esperienza: l’anno scorso s’è sposata sua sorella e sa come funziona. Mario ricorda a tutti che ha molto apprezzato quel matrimonio, specialmente il momento in cui il prete non riusciva a capire chi fosse lo sposo e chi la sposa. Segue qualche minuto di imbarazzo, ma poi l’atmosfera torna gioiosa.

Dopo qualche minuto spunta pure una mega bomboniera: una carrozza d’argento in scala 1:1. “Questa è per gli amici, l’abbiamo scelta io e mia suocera!” dice con entusiasmo Tania. Tu sai che lei e sua suocera non si sono mai potute soffrire, che la mamma di Luca è una rompicoglioni di dimensione galattiche e che è sempre stata gelosissima; sai che Tania la chiama affettuosamente “vipera del cazzo”. Ma taci. Guardi la carrozza e pensi che dovrai affittare un box auto solo per quella. Nel frattempo Luca ti si avvicina e ti poggia una mano sulla spalla. “E Malcolm sarà il mio testimone” dice con voce fiera e commossa.

Hai le vertigini. Te lo immagini quel giorno, immagini l’addio al celibato, i soldi che spenderai per il regalo, la mamma di Luca che abbraccerà commossa Tania e le augurerà tanta felicità. Ti immagini la cerimonia, il pranzo, gli zii della sposa che chiedono un applauso e gridano “evviva gli sposi!”. Non puoi permetterlo, non deve accadere. Alzi lo sguardo per dare un’occhiata ai due futuri coniugi. All’improvviso tiri fuori dalla giacca una busta di carta. La apri e cominci a distribuire alcune polaroid. Camilla si porta le mani sulla bocca, Mario sgrana gli occhi e dice “Cazzo, Tania, ma tu non sei vegetariana?! Porca puttana, mi fai vacillare la teoria sui pompini”. Le foto arrivano nelle mani della coppietta; entrambi svengono. “I matrimoni hanno rotto il cazzo” dici allargando le braccia come a significare “volete ancora che vi faccia da testimone?”. Allora ti metti ad elencare.

Gli addii al celibato e al nubilato con la loro ironia del cazzo sulla libertà che se ne va; le spese folli (guadagnate mille euro a testa, per quale cazzo di motivo dovete spendere seimila euro solo di bomboniere?); il pranzo nei ristoranti lussuosi all’insegna dell’abbuffata coi parenti che raccattano gli avanzi e ci vanno avanti tre mesi; i balli di gruppo, perdio, i balli di gruppo; i finti regali tipo i piselli di gomma e i grembiuli erotici; il fatto che costringete gli amici a spendere duecento euro per un frullatore che non userete mai, e dico mai, nella vita; la mega torta; le bomboniere d’oro e d’argento; il viaggio di nozze nei paesi tropicali; il filmino di nozze in bianco e nero con gli Oasis come colonna sonora; il book fotografico in qualche villa rinascimentale.

Potresti continuare ma ti manca il respiro. Luca e Tania si stanno lentamente riprendendo. Camilla gli sventola le polaroid sul viso per fare un po’ d’aria. “I matrimoni hanno rotto il cazzo” ripeti col tono del filantropo. Sai di aver fatto la cosa giusta. Mario ti prende la mano destra e la alza in segno di vittoria, come si fa nel pugilato. Mimmo chiede alla vagina di caucciù se vuole sposarlo; lei non risponde. Sì, hai fatto la cosa giusta. Allora guardi un’ultima volta la coppia: hai salvato loro la vita e il portafogli. Infine saluti tutti, ti volti ed esci fischiettando la marcia nuziale.

Le startup hanno rotto il cazzo

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Siete nell’unico pub del paese, la comitiva si è riunita per salutare Carla, che ha deciso di fare un’esperienza esaltante: un anno a raccogliere pere williams in una fattoria australiana. Un’esperienza esaltante quanto pulire zoccoli di gnu in Zimbabwe, pensi da quando te ne ha parlato al telefono la prima volta. Ma non glielo dici, non ti va di fare polemica; sei stranamente sereno. È una bella serata di inizio ottobre, l’autunno ancora non dà segni di vita. La tavolata è allegra: Mario già ubriaco descrive accuratamente alla cameriera la base aliena poco fuori San Giovanni in Persiceto (assicura di esserci stato sabato scorso e di aver mangiato tagliatelle al sugo di lepre); Mimmo intrattiene una gnocca modenese di livello medio-alto parlando male della sua ex, una parrucchiera di Carpi che ora sta con un pugile professionista; Camilla è accompagnata dal suo nuovo fidanzato, un hipster pisano (occhialoni con montatura nera, t-shirt “Berlino è come il vino”, camicia sbottonata con maniche arrotolate e barba d’ordinanza).

Si beve birra scura mentre la Carla ammorba tutti coi suoi discorsi sulla straordinaria terra d’Australia. Dice che ci sono i canguri addirittura in strada e nei parchi. Provi a chiedere se usano il preservativo o praticano il coito interrotto ma vieni immediatamente fulminato da un’occhiataccia della Camilla. Nel frattempo Mario si è alzato in piedi  e ha proposto un brindisi a piena voce. “Alle vegetariane, che non fanno i pompini ma adorano le zucchine!Ahahahahaha”. Pensi che se non esistesse bisognerebbe inventarlo.

La serata procede quasi liscia. Alle dieci e dieci Mario fa lo sgambetto alla cameriera. Così, per puro divertimento. Lei cade e rovescia quattordici pinte di birra addosso a un motociclista pelato alto due metri e quindici. Alle dieci e undici minuti il motociclista chiede spiegazioni a Mario, che gli risponde con una sonora pernacchia, il gesto dell’ombrello e alcune considerazioni scientifiche sulle dimensioni del suo (del motociclista) pisello. Poco più tardi un’ambulanza a sirene spiegate trasporta il nostro amico nel più vicino pronto soccorso. Carla è un tantino infastidita perché ha dovuto interrompere un discorso sul fatto che in Australia il lavoro c’è. Poco dopo arrivano buone notizie dall’ospedale: per Mario soltanto trentasette giorni di prognosi.

Ad un certo punto, mentre Carla è in bagno e non si parla di continenti lontani, Camilla ti presenta il suo nuovo fidanzato. Dice di chiamarsi Lennon. “Di nome o di cognome?” chiedi perplesso. “Di nome, di nome. Sai, mia mamma è una grande fan dei Beatles” precisa lui un po’ piccato. Vorresti chiedergli perché non Ringo, che ti pare decisamente più appropriato, ma ti astieni. Lui percepisce la tua esitazione e ne approfitta per domandarti del tuo lavoro. Spieghi che, pur avendo una laurea in Scienze della comunicazione (110 e lode, ci tieni a sottolineare), sei stato recentemente assunto dallo zio in macelleria. L’hipster pisano ti guarda stralunato pensando che stia scherzando. Quando capisce che parli sul serio sogghigna. Allora viene il tuo turno: anche se non te ne frega un cazzo, devi chiedergli cosa fa lui nella vita. Lo fai. “Ecco, io sto lanciando una startup. In pratica abbiamo realizzato un’app per geolocalizzare le cacche di cane, così è sufficiente inserire il tragitto che devi fare per evitare di calpestarle! Si chiama Urban Shit ” risponde orgoglioso come se avesse scoperto il vaccino per l’ebola.

Il tipo va avanti diversi minuti. Tu ascolti in silenzio a testa bassa. Poi alzi lo sguardo, abbandoni il marrone foca del tavolo, quella scritta “Viva la fregna, abbasso le donne” sapientemente incisa da qualche bontempone, per tornare a guardare la faccia dello startupper col nome da deficiente. Sorride. Crede di aver inventato una cosa utile; crede di poter aiutare il progresso dell’umanità. Non puoi sopportarlo ma mantieni la calma; continui a tacere. Mediti sul da farsi. Ti guardi rapidamente intorno per capire la situazione. Quindi parli. Chiedi se l’app è già in commercio. Risponde di no. Chiedi se è lui che l’ha progettata. Risponde di sì: è tutto nel MacBook che ha nella borsa tracolla. “Bene! Perché non mi fai vedere come funziona??” chiedi ancora fingendo spudoratamente interesse. “Certo!” dice lui entusiasta tirando fuori il computer.

Lo accende e comincia a mostrartela. Tu fingi di essere interessato, ti guardi intorno con fare losco; lui è così preso dalla spiegazione che non si accorge minimamente che hai stranamente afferrato ben due boccali di birra. All’improvviso, mentre sta descrivendo il grande valore sociale della sua startup, veloce come un giaguaro, rovesci entrambi i boccali sul prezioso apparecchio, che si spegne di colpo. Qualcuno emette un “oooh” di meraviglia. L’hipster invece emette un gridolino di terrore, poi ha una crisi isterica, va in shock anafilattico, infine si accascia al suolo. “Le startup hanno rotto il cazzo” dici allargando le braccia come a significare “dài, un minimo d’intelligenza, ma guardami in faccia, ti sembro il tipo a cui puoi parlare impunemente di startup?” Allora ti metti ad elencare.

L’entusiasmo degli startupper per le loro idee del cazzo; il linguaggio infarcito di termini in inglese; quel principio idiota secondo cui due teste sono una startup (no, perdio, ci vogliono le idee, non bastano le teste, coglioni); il fatto che non manchino di glorificare Berlino, paradiso terrestre delle cazzate trasformate in impresa; il fatto che una startup sarebbe la fase iniziale di una nuova impresa, non una condizione permanente; quella spocchia tipica dello startupper per cui se non capisci quello che vuole fare concretamente è colpa tua, mica dell’idea di merda che ha avuto e di cui non si capisce un benemerito; la retorica fighetta e esterofila; l’hipsterismo; gli spazi di coworking; gli incubatori di idee; la ricerca spasmodica dell’innovazione che porta sovrabbondanza di puttanate; le app; i gggiovani imprenditori milanesi; i corsi per gli aspiranti startupper.

Riprendi fiato mentre Carla aiuta Lennon a rialzarsi. “Le startup hanno rotto il cazzo” dici ancora con il piacere della liberazione. Mimmo viene verso di te e t’abbraccia forte. “Ti amo, Marika” ti sussurra in un orecchio. Allora guardi un’ultima volta l’hipster pisano che farfuglia parole in inglese: innovation, know-how, business plan. Infine ti volti, esci dal pub e dopo pochi metri schivi tempestivamente una robusta cacca di cane.

Gli aspiranti scrittori hanno rotto il cazzo

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Siete nel giardino della Camilla, si festeggia la sua laurea in antropologia culturale e ha organizzato una grigliata vegetariana con tutta la comitiva. È una bella serata di fine settembre e fa un caldo boia.  Mario è ubriaco ancora prima dell’antipasto e racconta barzellette oscene. “La sapete quella della vegana che non fa i pompini?” urla alzandosi in piedi sulla sedia e agitando le braccia per richiamare l’attenzione. “Ma non è mica una barzelletta, è tutto vero!” aggiunge scoppiando a ridere come un coglione. Tu sei seduto vicino a Mimmo, che continua a farneticare parole sugli alieni, che secondo lui stanno di base in un campo a pochi chilometri da San Giovanni in Persiceto e votano Partito Democratico. Pensi che, in fin dei conti, ognuno ha gli amici che merita.

La serata procede bene: alle dieci ancora nessun ferito (cosa che non accadeva dal 2007); soltanto danni per poche centinaia di euro. Si mangia, si beve, si ride. La Carla parla delle sue meravigliose vacanze in Salento. Dice che ha ballato la pizzica; che ha bevuto vino dalla bottiglia di plastica; che c’è lu sule, lu mare, lu jentu; che è diventata amica di una che si chiama Maria Sole. Cazzo, che originale. Vorresti rovesciare il tavolo e colpirla con un calcio volante gridando “banzaiiiiiii”.  Ma ti trattieni. Stai diventando quasi una personcina a modo.

Alle dieci e quindici minuti Mario palpa il sedere alla mamma della Camilla. Alle dieci e sedici scoppia una rissa tra Mario e il papà della Camilla. Essendo quest’ultimo istruttore di karate, ci tocca chiamare un’ambulanza per Mario. L’atmosfera della festa non si guasta. Arriva una mega torta sulla quale hai fatto scrivere col cioccolato “Benvenuta nella disoccupazione”. La Camilla finge un sorriso che in realtà vuol dire “stronzo, questa me la paghi”. Nel frattempo arrivano buone notizie dall’ospedale: per Mario soltanto venti giorni di prognosi.

Ad un certo punto, la Carla ti presenta un tipo di Firenze che ha conosciuto al mare e che è venuto a trovarla. Parlate del più e del meno, sembra simpatico. Ti chiede che fai nella vita e gli rispondi che sei laureato in scienze della comunicazione ma lavori nella macelleria dello zio. Contratto di apprendistato: non puoi lamentarti. Sghignazza ma soprassiedi. Allora gli rigiri la domanda: “e tu che fai nella vita?”. Sghignazza di nuovo. “Scrivo” dice con aria soddisfatta. “Ah, ma dài, cosa scrivi?” chiedi sperando in un passo falso. Che prontamente arriva. “Romanzi, perlopiù” precisa con sfrontato accento toscano. “Ah, ma dài, hai pubblicato?” insisti annusando l’imminente disfatta. A quel punto comincia a frugare nella borsa e tira fuori un librone. “IL SILENZIO DELL’INFINITO” c’è scritto in copertina. Sotto l’immagine di una fata mezzo nuda. Una bella gnocca con le ali. Ancora più sotto il nome della casa editrice: Pubblicatidasolo.com.

Il tipo è di fronte a te col suo sorriso da ebete. Si aspetta che sfogli il suo capolavoro e che dica una cosa come “Complimenti! Figo!”. Ma taci. Taci e cominci a fissarlo con aria minacciosa. “Che c’è…? Non ti piace…?” chiede imbarazzato. Continui a tacere. Mediti sul da farsi. Ti guardi rapidamente intorno per capire la situazione. Poi parli. “Senti, ma hai altre copie qui con te?” chiedi fingendo inaspettato interesse e mettendogli una mano sulla spalla in segno di amicizia. “Certo! Ho la macchina piena, ho appena ritirato tutte le copie della PRIMA edizione” dice sottolineando che si tratta della PRIMA edizione e lasciando intendere che ne verranno sicuramente almeno altre quindici. “Tutte tutte? Bene, mi è venuta un’idea: portale qui che improvvisiamo una bella presentazione!” proponi con incredibile entusiasmo.

Cinque minuti dopo tutti i duecento volumi sono piazzati su un tavolino di plastica. Il tipo di Firenze è felice come una pasqua, tutti attendono l’inizio del reading. Camilla pensa che alla fine non sei così stronzo. Chiedi l’attenzione del pubblico e cominci a parlare. “Qui si fa la storia” introduci notando un sussulto di fierezza nello sguardo dell’aspirante scrittore. “Qui si fa la storia della letteratura italiana” prosegui svitando il tappo di una bottiglia di plastica contenente uno strano liquido verde. “Qui si sta salvando la letteratura italiana”. Il fiorentino è al settimo cielo e con falsa modestia ti fa segno di non esagerare. Poi, all’improvviso, con scatto felino, rovesci il liquido su tutte le copie. Si sente un “ooooh” di meraviglia tra il pubblico. Il futuro premio Nobel ha un sussulto, questa volta di terrore. Prendi un fiammifero e… Fiamme altissime. Il tizio sviene. “Gli aspiranti scrittori hanno rotto il cazzo” dici allargando le braccia come a significare “hackererò il tuo pc e cancellerò pure gli inediti”. Poi ti metti ad elencare.

Le presentazioni di merda nei bar di paese con la prima fila composta da cugini e la seconda dagli zii e la terza dagli amici; i titoli del cazzo che scimmiottano i grandi capolavori; il fatto che si dichiarino “scrittori” anche quando si sono pubblicati da soli (hai speso duemila euro e non venderai mezza copia, idiota!); i continui appelli su facebook a comprare un romanzo di seicento pagine che racconta le gesta della regina di Fregnagon, un mondo incantato abitato da fate e gnomi che trombano tutto il tempo perché tu, aspirante scrittore, non hai una fottuta idea narrativa; i concorsi letterari per sfigati che premiano con una targa e cinquanta euro in buoni pasto; il fatto che si prendano maledettamente sul serio e credano di essere tanti piccoli Hemingway incompresi; le loro virgole tra soggetto e predicato (ma imparate a scrivere!); i loro amici o compagni che se ne escono con quelle frasi del cazzo tipo “guarda che è bellissimo, dovresti leggerlo prima di giudicare”; i romanzi fantasy: piaga dell’universo; i romanzi erotici: martellate sui coglioni; i libri di poesia, diosanto, i libri di poesia; le epigrafi in latino per darsi un tono; quelli che nella sezione lavoro di facebook mettono “scrittore” presso “me stesso”.

Riprendi fiato mentre tutte le copie del capolavoro sono ormai carbone. L’Italo Calvino di noialtri è svenuto e la Carla cerca di farlo rinvenire. “Gli aspiranti scrittori hanno proprio rotto il cazzo” sussurri con la soddisfazione del missionario. Qualcuno si avvicina e ti stringe la mano. Qualcun altro, preso dall’entusiasmo, dà fuoco a un romanzo di Paolo Coelho. “Hai fatto la cosa giusta, amico” dice Mimmo abbracciandoti. Guardi un’ultima volta le ceneri dell’intera prima edizione de “IL SILENZIO DELL’INFINITO”: fortunatamente niente è più leggibile. Poi ti volti e vai a prendere un’altra fetta di torta. È buona ma c’è troppa panna. 

I blogger hanno rotto il cazzo

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Vi siete appena seduti, aspettate il cameriere coi menù. Lei è di fronte a te: proprio una bella gnocca. Pensi che con una così non ci uscivi dal… Pensi che con una così non ci sei mai uscito. Due braccia, due gambe, due occhi, un naso e una bocca. Respira. Se ci fosse il tuo amico Mario, con la discrezione e la delicatezza che lo contraddistinguono, farebbe partire un sonoro applauso e chiederebbe il supporto del pubblico: “Un bell’applauso per Malcolm che finalmente trapana una topa di livello medio-alto!”

Ginevra si chiama. Come una città della Svizzera francofona. Però è di Milano. L’hai conosciuta ad una festa a casa di amici; ci hai scambiato due chiacchiere e quando le hai chiesto il numero incredibilmente te l’ha dato. Ed ha pure accettato il tuo invito a cena. Non sai niente di lei, solo che scrive. “Che fai nella vita?” le hai chiesto quella sera. “Scrivo” ti ha risposto sorridendo. Madonna che gnocca. Del resto, non te ne frega un cazzo di quello che fa nella vita: se una così fosse un serial killer, l’aiuteresti ad affondare il coltello.

Mentre te la immagini nella posizione della foca monaca, arriva il cameriere coi menù. “Scusi, può portarmi anche il menù vegano?” chiede lei strizzando l’occhio. “Ah, t’interessi di cucina alternativa?” domandi avendo un sussulto. “Be’, sì, a dire il vero, il mio lavoro… E poi sono vegana”. Quasi cadi. Ti esce un “oh cazzo” che giustifichi con l’instabilità della sedia. Aggiungi che una volta le facevano in Friuli e adesso le importiamo dalla Cina. Lei sorvola. “Ma quindi sei proprio vegana vegana…?” Ride. “Certo, vegana al 100%! Non mi dire che tu…” Sei tentato di mentire come un Giuda ma poi pensi a quella volta che hai schiaffeggiato con una melanzana un amico per lo stesso motivo e la tua coscienza te lo impedisce. Hai ancora un briciolo di dignità. “Non sono vegano” ammetti facendo spallucce.

La serata procede bene. Lei ti chiede i tuoi dieci romanzi preferiti, i tuoi dieci film preferiti, i tuoi dieci concerti preferiti, i tuoi dieci dischi preferiti. Non capisci bene ‘sta cosa del dieci – anche perché per rispondere ogni volta ci vuole mezz’ora – ma c’ha una scollatura che diomio. Ad un certo punto, siccome l’altra volta ha un po’ glissato, le chiedi di nuovo del suo lavoro. “Ma, insomma, che lavoro fai?” Silenzio di qualche secondo. “Ecco… io ci ho un blog”. “Ah, ma dài, fico! Che tipo di blog?” chiedi annusando la situazione, che comincia a puzzare terribilmente di bruciato. E non hai ordinato alcun flambé. “Sono una vegan food blogger” dice lei sempre sorridendo. Secondo sussulto, seconda imprecazione con relativo commento sulla fattura delle sedie cinesi. “E ti pagano…?” chiedi timidamente ma conoscendo già la risposta. “In realtà, no… Però mi arrivano un sacco di prodotti omaggio!” risponde lei ridendo un poco sguaiatamente.

Sbatti un pugno sul tavolo. Si voltano tutti. “Se non ti pagano, mi spieghi come cazzo fai a definirlo LAVORO???” urli ormai senza pudore. “Ma io…io…i prodotti omaggio…” balbetta lei alla soglia delle lacrime. “I blogger hanno rotto il cazzo” dici allargando le braccia come a significare “sticazzi, sei pure vegana, manco i pompini fai!” Allora ti metti ad elencare.

Quelle gatte morte delle fashion blogger  che stanno sempre a farsi selfie del cazzo per mostrare al mondo quanto sono cool, trendy o vintage; i food blogger con le loro ricette alternative e  quei nomi da deficienti tipo “Cucino qui in Ticino” che ti spiegano come fare una cazzo di caprese; quelli che nella sezione “lavoro” di facebook scrivono “blogger”; quelli che hanno il blog su L’Espresso o sull’Huffington Post e si prendono seriamente e ti dicono “sono un blogger de L’Espresso” pure quando hai chiesto “scusa, sai che ora è?”; quelli che cominciano i post con “che poi…” pensando di essere simpatici e al passo coi tempi; quelli che hanno sempre un’opionione contro; quelli che fanno le polemiche tra loro pensando che al mondo fuori interessi qualcosa; i blogger minimalisti; quelli massimalisti; quelli che “la sinistra dov’è?”; quelli che “i diritti civili”; quelli che fanno gli elenchi delle dieci cose che… (tra le dieci cose che hanno martoriato il cazzo ci siete sicuramente voi);  i blogger che fanno satira con battute taglienti; quelli che si sentono fichi a sputtanare i commentatori; quelli che fanno controinformazione per resistere alla dittatura dell’informazione.

Torni a respirare. Ginevra ti guarda con gli occhi pieni di lacrime; continua a farfugliare qualcosa sui prodotti omaggio. L’hai capito benissimo che è ricca di famiglia e che gioca a fare la food blogger. Coi soldi di papà e mammà. In sala tutti tacciono. Un tizio si avvicina, ti dà una pacca sulla spalla e ti sussurra all’orecchio “ti capisco, amico, ho sposato una fashion blogger”. Allora guardi un’ultima volta la gnocca vegan ormai distrutta. “Sì, i blogger hanno proprio rotto il cazzo” ripeti a bassa voce, con un sorrisetto soddisfatto. Poi ti alzi, paghi l’acqua minerale e te ne vai.

L’Erasmus ha rotto il cazzo

in società by

Siete sulla statale, non c’è traffico. Nel portabagagli giacciono uno zaino e un trolley a rischio esplosione. Lui è felice, indossa un paio di Rayban e fischietta tenendo il braccio fuori dal finestrino. È una splendida giornata di sole, che ha stranamente deciso di fare il suo mestiere. Tu guidi e pensi a Chiara, che è a Lisbona da qualche mese per fare un’esperienza di studio all’estero. Ti manca, ti manca tantissimo. Da quando ti ha lasciato su WhatsApp, confessandoti di averti tradito con sedici portoghesi (non tutti in una volta; almeno speri), ti manca da togliere il fiato. Pensi a Chiara, sei triste e lui fischietta una canzone di Lou Reed.

“Dicono che a Barcellona si trombi un casino” se ne esce rompendo il silenzio. Taci, non gli dài corda, continui a fissare la strada. “Pare che le spagnole siano delle zozze…” continua lui cercando una tua reazione. “Ah sì?” dici per non sembrare scortese. Ed è un enorme errore perché a quel punto lui si sente legittimato a rovesciarti addosso tutto il suo entusiasmo. “Un mio amico c’è stato un semestre l’anno scorso e garantisce che le spagnole fanno certi pompini… Pure le vegetariane! E poi il mare a due passi, il caldo, la paella. Cazzo, non vedo l’ora di arrivare” aggiunge accendendosi una sigaretta.

L’aeroporto non è lontano, ancora un quarto d’ora e potrai finalmente scaricarlo al gate con i suoi bagagli stracolmi. Prima di partire hai provato a dirgli che sono troppo grossi, che gli faranno pagare il supplemento; ma lui niente.”Sticazzi” ha detto facendo spallucce. Del resto ormai è entrato nella modalità “Erasmus”: nulla può scalfire il suo buon umore, la sua voglia di vivere.

“Quando mi verrai a trovare, ti farò conoscere una marea di figa” dice dandoti un leggero colpetto sul braccio. Ti volti un istante verso di lui: lo conosci da una vita, siete cresciuti insieme. Ti chiedi che hai fatto di male. Ti volti ancora: sorride come un coglione. Allora pensi che non puoi permetterlo, che non puoi assolutamente permetterlo, devi fare qualcosa immediatamente. Svolti alla prima uscita, prendi una strada secondaria, poi una di campagna. “Ma…dove stiamo andando? L’aeroporto è dall’altra parte” prova a protestare lui. “Lo so” rispondi laconicamente tu. “E…allora perché stai andando per di qua?” prosegue timidamente. Ha visto troppi film americani per non capire quello che sta succedendo. “Cosa vuoi fare, ehi, cosa vuoi farmi???”. Taci, continui a guidare nella stradina ormai sterrata. “Agitarsi non serve a niente” dici soltanto, senza neanche guardarlo.

“Porca puttana, Malcolm, sei impazzito??? Siamo cresciuti insieme!” balbetta lui disperato. Inchiodi. “Siamo arrivati, scendi” prorompi aprendogli lo sportello. Non c’è un’anima viva nel giro di chilometri. Lui scoppia in un pianto disperato, si inginocchia, raccoglie un po’ di terra nei pugni e ti implora. A quel punto ti metti ad elencare.

Le feste col bagno perennemente occupato da qualcuno che vomita o tromba o si rolla una canna; l’euforia di quelli che ti dicono quant’è stato fico il loro Erasmus; quelli che lo chiamano Orgasmus pensando di essere simpatici; quelli che lo chiamano Orgasmus ma si capisce che non hanno trombato mezza volta; gli esami non dati, quelli dati alla cazzo di cane (tanto l’importante è l’esperienza all’estero, no?, mica ti devi laureare); quelli che cominciano a parlare, a vivere, a respirare come la popolazione locale; quelli che quando tornano dicono “cazzo, questa parola non mi viene in italiano, te la dico in portoghese”; quelli che un minuto dopo essere atterrati cambiano la città su facebook; il fatto che lo studente Erasmus frequenta soprattutto italiani e dice che è un peccato frequentare soltanto italiani (ma te lo ha prescritto il medico di frequentarli, perdio?); le nostalgie gastronomiche dello studente Erasmus (il caffè troppo lungo, la pizza che è molla, la pasta che scuoce); il fatto che poi l’unica cosa che si cucina è la pasta col tonno (che naturalmente non è buono come quello che trova in Italia); l’ipocrisia delle promesse d’amore eterno fatte al proprio ragazzo/a: lo sanno tutti che al primo bicchiere di rum alla prima festa della prima settimana smanaccerai qualcuno.

Il tuo amico ha smesso di frignare, adesso ti guarda allibito. “L’Erasmus ha rotto il cazzo” dici. “Sì, l’Erasmus ha proprio rotto il cazzo” insisti allargando le braccia come a significare “mi hai costretto, non volevo arrivare a tanto, ma è per il tuo bene”. Gli frughi nelle tasche, trovi il biglietto dell’aereo. Lo strappi lentamente in tanti pezzettini, poi li lanci come se fossero coriandoli. Lui è inebetito, non capisce più né dove si trova né come si chiama. “Erasmus, festa, figa, paella, Barcellona” comincia a ripetere in modo compulsivo. Allora ti avvicini, gli poggi una mano sulla spalla, con l’altra gli fai una carezza. ” È tutto finito, amico mio, è tutto finito. Possiamo tornare a San Giovanni in Persiceto”.

Generatore automatico di cartelli di protesta al Senato

in Generatori Automatici by

Se tanto mi dà tanto, fare refresh per ottenere nuovi cartelli di protesta al Senato

È l’Unità, bellezza

in giornalismo by

Le sue lacrime non hanno alcun potere curativo, ma come la Fenice, l’Unità rinascerà dalle sue ceneri. Avverrà perché è sbagliato e dunque inevitabile. Ma come dovrebbe essere? Afflitti da questo interrogativo abbiamo preparato delle bozze dalle quali non sarà difficile estrarre un nuovo progetto editoriale che sappia essere all’altezza dei precedenti. Qualcosa di fighissimo e allo stesso tempo in grado di garantire l’ennesimo fallimento.
Ma attenzione, qui non stiamo a polemizzare e a ripiegare sui mezzucci di sempre. Non vogliamo far fallire tra qualche anno la rediviva Unità in forza delle solite banalità: non ci basterà cambiarle il sesso, come fece la De Gregorio che, divenuta direttrice, scrisse sulla testata “fondata da Antonio Gramsci” in luogo di “fondato da Antonio Gramsci”. Sono finezze che non ci riguardano. Né ci darebbe soddisfazione assumere tutti gli amici del segretario di turno, perché non siamo mai stati troppo sensibili agli usi e alle tradizioni.
Abbiamo pensato a qualcosa di più articolato e sufficientemente incasinato da poter somigliare al realistico progetto che potrebbe riportare la storica testata in edicola.

E dunque siamo partiti dal management
Su questo fronte non ci sono stati dubbi e solo due nomi sono venuti fuori per la direzione: Corradino Mineo in tacchi a spillo oppure Emma Bonino in anfibi. Tertium non datur.
La proprietà imporrà a chiunque assumerà il comando una vicedirezione: la nostra nomination va a Claudio Velardi, con delega ai complotti interni. In ossequio al principio secondo cui non ha senso una rinascita se non c’è garanzia del prossimo fallimento. Con Velardi – gradito per irradiazione al 40,8% degli italiani – crediamo di poter stare abbastanza tranquilli.

Progetto Grafico
Poche pippe alla Toscani. Si tirino un po’ di righe abbastanza dritte e si proceda. L’identità sarà salvata dal mantenimento della storica “striscia rossa”. L’ambiente non tema lo spreco di inchiostro perché sarà realizzata in puro sangue dei vinti: ce n’è di freschissimo. All’edizione standard sarà affiancato un formato tascabile, per alcuni audaci.

Il web: gioie e Dol.
Sul fronte digitale abbiamo imparato la lezione. Internet si sgonfierà, è una moda temporanea e non vale la pena investirci più di tanto. Noi progressisti lo abbiamo insegnato al mondo gestendo nel peggior modo possibile il Cannocchiale. Come possiamo superarci? Carta di Amalfi per gli inserti, dunque, e restyle del claim digitale in “ComUnità di recupero”. Funzionerà.

I soldi
Questione complicata. Sarà difficile non farsi bastare anche questa volta i soldoni del finanziamento pubblico, ma con un po’ di impegno dovremmo riuscire a spaventare il mercato e a mettere in fuga anche gli inserzionisti più avventati. Certo, sarà arduo ripetere i fasti del passato quando lanciammo una linea editoriale impostata su Travaglio e Padellaro, e poi cacciammo i due facendoci rubare tutti i lettori dal Fatto Quotidiano. Difficile anche trovare un’altra De Gregorio, da cacciare a sua volta per poi nominare un tizio che sembra uscito dalla pagina FB de L’Apparato. Insomma, potremmo tentare con Telese, l’unico che ci sembra all’altezza della situazione. Ma, come detto, è difficile. Però ci proviamo.

Il numero zero
Abbiamo detto della difficoltà di tracciare una linea editoriale che ci garantisca una debacle in coincidenza con la parabola discendente di Renzi. Diciamo tra al massimo 10 anni. Quindi abbiamo elaborato una serie di contenuti di certo insuccesso. (Per quanto in gamba, non è che Mineo, Bonino e Velardi possano fare tutto da soli). Ecco dunque il solco che dai tempi di Romolo e Remo(lo) garantisce che a un certo punto si verifichi uno scazzo insanabile e l’Unità richiuda non troppo presto e non troppo tardi. Innanzitutto fuori quegli sciuponi dei sondaggisti e dentro i chiromanti. Gli scenari politici saranno decifrati nei fondi di caffè e il tutto sarà confezionato in una rubrica dentro ma fuori del palazzo, a cavallo di ogni tempo, dal nome “Sindona s’indora sin d’ora”.
Le notizie le ha tutte il Fatto quotidiano, quindi ora non ci resta che distruggere le opinioni. E allora una distesa di incomprensibili rubriche e allegati capaci di restituire l’erezione a latitudini politiche insospettabili. Giovanilistica sensazione di turgore, ma è la prostata.

– Capalbio oggi
– Vacanze al risparmio in Europa: Mari(o) e Monti, di Benedetto Della Vedova
– Che Gaza, da Cuba alla Strisca, di Gianni Minà
– “Come creare un sito web”: 36 fascicoli in VHS
– Apprendere le tre i (Inglese, Informatica e impresa) Audiocorso (in musicassette vintage) letto da Fabrizio Gifuni dal palco del Teatro Valle
– Il manuale di Second Life (in ristampa, diritti acquisiti dal Gruppo Espresso)
– Lezioni di sadomaso. La raccolta degli editoriali di Alfredo Reichlin
– Le ricette del mercoledì. A cura della nonna di Debora(h) Serracchiani
– Il romanzo a puntate: “Quando c’era Walter”
– Dibattito permanente sulla legge elettorale: in service con il generatore automatico fornito da Libernazione
– Il gossip del sabato. Primo numero: Saranno vere le voci su l’amore tormentato tra Pina Picierno ed Eddy il rapper di Tombolo scoperto da Andrea Diprè?
– Musica1: i ritmi delle Ande con gli Inti illimani
-Musica2: I grandi successi degli altri cantati da Fiorella Mannoia (sempre in musicassette)
-Musica3: Le soffiate dell’omino della che porta le pizze a Palazzo Chigi per le riunioni segrete del Gabinetto Renzi, cantate da Vasco Brondi
– Il Gadget del giovedì: L’intimo usato di Maria Elena Boschi, Graziano del Rio, Sandra Bonafè, Nico Stumpo. Imperdibili.
– La sordida storia d’amore tra il Lider Maximo e la giovane Turco
– Intervista a Clinton: “Vengo e mi spiego”
– Focus interno: La balcanizzazione della redazione esteri
– Hobby: con Scalfarotto i piatti li lava lui
– In esclusiva il testo integrale dell’intervento di Matteo Renzi al prossimo comitato centrale: “’Quando Rosy Bindi provava ad entrare senza riuscirci al Muccassassina travestendosi da Maristhell Polanco”
– Fassino: l’uomo che visse due volte. (E Franceschini neanche una)
– L’album di figurine dei cacciatori di organi e apparati, a cura di Denis Verdini
– L’archivio storico: tutte le prime pagine dei giorni in cui ha chiuso e riaperto l’Unità
– L’angolo del complotto: tutto quello che avresti sempre voluto sapere ma non hai mai osato chiedere a Giulietto Chiesa
– Come dare fuoco a un giornale. La lezione di Francois Truffaut
– Le primarie e De Coubertin, di Chiara Geloni
– Manuale di conversazione politica: lo sviluppo economico, di Brunetta e Fassina.
– Manuale di conversazione politica: la Costituzione, di D’Alimonte e Ro-do-tà.
– Biografie di uomini straordinari: in edicola, la vita avventurosa del compagno Pajetta.
– L’angolo dell’eleganza e della sobrietà, una rubrica online curata da Achille Occhetto che posterà foto cucciolose dei gatti realizzando il compromesso storico con Vittorio Feltri.
– Manuale di spanking estremo al tempo della crisi, scritto a quattro mani dal duo Taddei/Brancaccio, a cura del trio Tozzi, Ruggeri, Morandi
– Per gli abbonati in omaggio la mappa di Roma divisa in tavole incise sul retro delle carte dei tarocchi con la scritta “voi siete qui” in corrispondenza di via Gradoli.
– Per i primi 500 abbonati: La ricetta della Crostata, di Linda Giuva
– Per i primi 99 abbonati: Una riproduzione in litografia numerata del patto del Nazareno

Visto il successo, per la domenica 16 pagine bianche omaggio.  Insomma, non dovremmo poter sbagliare.

I tatuaggi hanno rotto il cazzo

in società by

Poi c’è quell’amico che nel bel mezzo di una serata estiva, con l’espressione della suocera che non vede l’ora di diffondere un pettegolezzo, confessa a te e alla comitiva la sua irrevocabile decisione estetica: “Raga, a settembre mi faccio il tatuaggio”.

Siete sul terrazzo di Mario, che festeggia il suo ventottesimo compleanno. L’aria è tiepida, l’umore del gruppo bassino perché Mario è depresso per via di quella stronza della sua ex, che l’ha lasciato per un giamaicano coi rasta. “Dài, Mario, ma che ti frega? È pure vegetariana! E le vegetariane non fanno i pompini” prova a sdrammatizzare Mimmo, interrotto da una potente gomitata della Carla, che non si sa se è infastidita perché è vegetariana, perché non fa i pompini, per tutte e due o perché dài, Mario già ha il morale sotto i piedi, non infieriamo. Qualcuno aggiunge che ‘sta storia dei pompini non è vera perché una volta al mare ha conosciuto una vegetariana che… “Ah, no, scusate era intollerante al glutine” si corregge poco dopo. Nessuno ride. Sul maxischermo di Mario viene proiettato un porno giapponese.

“Sì, raga, a settembre mi faccio un tribale sull’avambraccio” dice il tuo amico con l’entusiasmo dello sfigato che sta per diventare un Fabrizio Corona dei poveri. Poi prende lo smartphone, cerca l’immagine del capolavoro che a breve sarà impresso su quella cosa rinsecchita che si ostina a chiamare “braccio”  e lo fa girare tra i presenti per dimostrare che è già tutto deciso. “Bello” dice qualcuno; “fico!” qualcun altro; “che significa?” chiede la Carla. Il tuo amico sorride: si aspettava quella domanda, la desiderava. “I guerrieri masai si facevano questo tatuaggio prima di andare in guerra; significa l’uomo è uomo, il deserto è deserto: non confonderti” spiega il Piero Angela dei tatuaggi.

Ad un certo punto,  abbandoni il grigio del muro del terrazzo, quella scritta “Stronzo chi lege e chi mi correge” sapientemente incisa da qualche bontempone, per tornare a guardare negli occhi il futuro guerriero masai. Già lo immagini in pieno dicembre a sette gradi sotto lo zero con la maglietta a maniche corte per mostrare al mondo il suo nuovo tribale. Già lo vedi atteggiarsi a gran fico in presenza di qualche ragazza alla quale offrirà rigorosamente il lato tatuato. Vedi persino le foto su facebook del suo tatuaggio e sotto una sfilza di like e di commenti  tipo “Grandeeee! Finalmenteeee!”, “Bello! E mo chi te ferma!? ahahahah”, “Noooooo! Ma è permanente???”.

Tu immagini tutto questo ma taci. Ti alzi pacatamente, ti avvicini all’amico, che sta ancora esibendo l’immagine tribale sullo smartphone, e gli tiri uno schiaffone. Ma potente. “Ma che sei matto???” urla lui toccandosi la guancia. Non dici niente, torni a sedere. La tua faccia non tradisce emozioni. Gli altri sono impietriti, intuiscono che quei discorsi sui tatuaggi masai devono entrarci qualcosa.  Sul maxischermo continua ad andare il porno giapponese.

“I tatuaggi hanno rotto il cazzo” dici allargando le braccia come a significare “tu mi parli di tribali e guerrieri masai, uno schiaffone di rimprovero è il minimo sindacale”. Poi ti metti ad elencare.

Le magliette a maniche corte in pieno inverno per mostrare al mondo quei quattro tatuaggi di merda; gli ideogrammi tatuati sull’avambraccio o sul polpaccio e che significano “Gianfranco”; il fatto che c’è sempre qualche coglione che chiede “che significa?”; il tatuaggio delle labbra sul collo (perdio, ma avete la merda nel cervello?); i nomi dei figli; il nome della fidanzata/o; i nomi in carattere gotico; la data di nascita in numeri romani; gli animali dietro la schiena (lupi, orsi, aquile e pesci di varia natura e dimensione);  le equazioni matematiche, i versi di Ungaretti (roba come “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”), il simbolo dell’infinito sul polso (infinito come il tuo non capire un cazzo, idiota); le stelline, perdio, le stelline; il bracciale maori; le maschere maori; le tartarughe maori; quelli che si fanno i tatuaggi delle star; quelli che si tatuano le frasi delle canzoni tipo “La vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia”; quelli che si tatuano gli aforismi in latino anche se non sanno manco che cazzo significano; quelle che si tatuano un tribale sul fondoschiena (che se te lo puoi permettere va pure bene, ma se hai un culo che fa provincia…);  gli angeli che manco in una chiesa barocca; le ali sulla schiena; il fatto che tra quarant’anni avremo un esercito di nonni e nonne pieni di fottuti tatuaggi.

Non vola più una mosca. Mario, che era depresso, sembra essersi ripreso e ti guarda compiaciuto. Pure a lui i tatuaggi stanno sulle palle. Il tuo amico guerriero masai non capisce, prova a sdrammatizzare dicendo che sei il solito rompicoglioni. Ride addirittura. Allora capisci che è tutto inutile, che il tatuaggio se lo farà comunque. E che ne verrà un altro, poi un altro ancora. “Sì, i tatuaggi hanno proprio rotto il cazzo” sussurri a Mario. Poi finalmente arriva sua mamma con la torta e si canta tutti insieme “Tanti auguri a te”.

I vegetariani hanno rotto il cazzo

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Poi c’è quell’amico che in un’afosa serata di fine luglio, con lo sguardo saputello di quello che non passa mai il compito in classe, confessa a te e alla comitiva la sua meravigliosa svolta esistenziale: “Raga, sono diventato vegetariano”.

Siete al “Re della griglia”, che è considerato la migliore bisteccheria della Bassa padana (qualcuno, forse esagerando un po’, sostiene dell’intero centro-nord). Vi siete seduti da pochi minuti, avete sfogliato il menù ed ecco il cameriere che arriva con carta e penna. C‘è chi ordina una lombata, chi un filetto, chi una costata, chi un misto di salsicce aromatizzate. È un’ode collettiva, pura poesia. Un commilitone è visibilmente commosso, gli scende addirittura una lacrimuccia: non mangia carne da quarantott’ore. Qualcuno, per cambiare argomento, racconta di quella volta che in Sardegna ha arrostito e mangiato da solo un intero “porceddu”.  

“Sì, ragazzi, sono vegetariano. È una vita che volevo e adesso ho finalmente trovato la forza” spiega il tuo amico con l’enfasi e l’umiltà del Testimone di Geova che suona il citofono la domenica mattina. Tu lo sai che è falso, falsissimo; siete cresciuti insieme e te lo ricordi benissimo a quella gara a San Giovanni in Persiceto, quella in cui si dovevano mangiare sette chili di costine. Ricordi benissimo il suo gesto di esultanza, la coppa alzata, la corsa in ospedale. Ricordi con chiarezza la grigliata nel suo giardino lo scorso Primo maggio, quel cartello “Vietato l’ingresso ai cani e ai vegetariani”, la sua ironia sulla Camilla, che aveva osato dire “no, grazie, per me niente salsiccia”. Ricordi perfettamente le sue parole “Ma come si fa a non mangiare carne? È proprio da coglioni! Aahahahahaha”. Tu sai tutto questo. Ma taci. Quello che siede accanto a lui chiede “ma quindi non mangi manco il pollo?”.

Ad un certo punto, abbandoni il marrone striato del tavolo, quella scritta “Si lavora e si fatica per i soldi e per la fica” sapientemente incisa da qualche bontempone, per tornare a guardare negli occhi il mangiatore di verdura. Te lo immagini al primo appuntamento con la Carla, che è vegetariana da una vita, immagini la sua fatidica domanda “ma tu mangi carne?” e la sua bugiardissima risposta “assolutamente, ma hai idea di quanto inquini un allevamento intensivo??”. Te lo immagini a cena dai genitori della Carla, pure loro vegetariani da una vita (dal 16 luglio 1977, come tengono a precisare), mentire spudoratamente. “Buonissimo questo ragù vegetariano, signora. Fantastici questi involtini di cavolfiore, signora”. Te lo immagini quando, in un momento di debolezza vorrà ordinare un arrosticino (proprio uno di numero) e la Carla lo guarderà con quello sguardo che lui avrà imparato a conoscere e che significa “non te la do per un mese e mezzo”. Te lo figuri infine colpevolizzare chiunque mangi carne sotto i suoi occhi, trattarlo come un coglione, un troglodita. Pensi che tira più un pelo di fica che un quarto di bue.

Pensi a tutto questo mentre al tuo amico è appena arrivata una grigliata mista di verdure. Ti alzi pacatamente, ti avvicini sorridendo, prendi la fetta di melanzana più grosssa nel suo piatto e cominci a schiaffeggiarlo violentemente con quella. Constati che la melanzana si presta ottimamente allo scopo e te ne rallegri. “Ma che sei scemo???” urla lui incredulo. Non rispondi, torni al tuo posto. Hai un’espressione rilassata, incredibilmente rilassata. I tuoi amici non capiscono ma intuiscono che lo stai facendo per tutti loro. Parte l’applauso.

“I vegetariani hanno rotto il cazzo”  dici allargando le braccia come a significare “dovresti ringraziarmi, perdio, e lascia quella rompicoglioni della Carla”. Allora ti metti ad elencare.

L’integralismo dei vegetariani ortodossi che non mancano occasione per tentare di convertirti; gli sguardi accusatori mentre addenti una braciola; i ragù vegetariani; il tofu propinato ad ogni pasto e che non sa di un cazzo; il rompicoglioni che a cena, quando hai preparato tutto a base di carne, ti confessa di essere vegetariano (ma dimmelo prima, cazzo!); i libri per fricchettoni che ti spiegano quanto sia vergognoso mangiare animali; i ristoranti per fricchettoni che leggono libri che spiegano quanto sia vergognoso mangiare animali; la donna vegetariana, essere pericolosissimo; il maschio vegetariano, essere bugiardissimo; le discussioni a tavola col coglione di turno che abbocca all’amo vegetariano e si mette a disquisire su come non si possa vivere senza grassi animali; il vegetariano integralista che è pure animalista e pubblica su facebook solo roba di denuncia; le vegetariane che non fanno i pompini; i vegani, oddio, i vegani; i crudisti; i latto-vegetariani; i latto-ovo-vegetariani; gli ovo-vegetariani; i vegetalisti; i fruttisti; il fatto che a un certo punto tirano fuori Einstein e ti dicono “ecco, stai dando del coglione a lui, che era vegetariano”; il fatto che Einstein è diventato vegetariano un anno prima di morire e mica lo sanno gli integralisti della verdura.

Il silenzio è piombato sulla tavolata. Il tuo amico, ancora scosso dall’uso improprio di una sacra melanzana, si pulisce con un tovagliolo. Lo sai che tanto è tutto inutile: continuerà pubblicamente a disprezzare la carne per poi mangiare panini col salame nel garage. Continuerà a far contenta la Carla e a vivere senza carne e senza…be’, ci siamo capiti. “Sì, i vegetariani hanno proprio rotto il cazzo” pensi. Poi tagli un bel pezzo di bistecca al sangue, chiudi gli occhi e ti senti in paradiso.

Gli aspiranti fotografi hanno rotto il cazzo

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Poi c’è quell’amico che un giorno, nel mezzo di una tranquilla serata di luglio, tira fuori dalla borsa tracolla il suo nuovo straordinario acquisto e lo mostra alla comitiva: una reflex. Tu lo guardi con l’aria malinconica di chi sta pensando “Perché? Perché mi fai questo?”, cerchi conforto nello sguardo degli altri, che invece sembrano interessati e cominciano ad ispezionare la macchina fotografica. A quel punto, lui pronuncia la fatidica frase: “Raga, ho deciso, mi metto a fare foto”.

Siete in pizzeria in attesa della bruschetta; senza badare a spese, avete appena ordinato una margherita con acciughe e una chiara media. Fino a un minuto prima la conversazione verteva come al solito su due argomenti: i mondiali e la figa. Qualcuno, forse per rompere la noiosa routine conversativa, aveva persino suggerito una non ben definita correlazione tra sesso orale e vegetarianesimo. “Si sa, le vegetariane non fanno i pompini” avevi sentito dire. Ma non avevi dato retta, volevi soltanto addentare la bruschetta.

“Sì, mi metto a fare foto. È una vita che c’ho il pallino della fotografia” spiega il tuo amico che, solo per aver comprato una fotocamera, già si sente figo come Robert Mapplethorpe. Tu lo sai che è falso, falsissimo; siete cresciuti insieme e lo sai benissimo che della fotografia non gliene è mai fregato un cazzo. Ma taci. Quello che è seduto accanto a lui, invece, maneggia l’obiettivo con l’incredulità con cui le scimmie di 2001: Odissea nello spazio maneggiavano le ossa. Ma senza fracassarlo. È tutto un “che fico! bello! fa’ vedere”. Ti chiedi cos’hai fatto di male per meritare tutto questo.

Ad un certo punto, abbandoni il marrone chiaro del tavolo, quella scritta “La fregna regna” sapientemente incisa da qualche bontempone, per tornare a guardare negli occhi il futuro Robert Capa. Pensi “cazzo, ma tutti Robert si chiamano i fotografi?”. Pensi che il tuo amico si chiama Eleazaro e vorresti dirglielo che con un nome così… Taci ancora. Te lo immagini già piegato in un prato a scattare nitidissime foto a dei petali gialli del cazzo. Te lo immagini già intento a scattare una foto allo scarico arruginito di una vasca da bagno; vedi persino l’album di foto su facebook, vedi il titolo “L’abisso che abbiamo dentro”. Te lo immagini inginocchiato in qualche città spagnola a cogliere l’attimo in cui uno zingarello di tre anni sorride mentre mangia un pezzo di pane raffermo.  Te lo immagini mentre scatta foto “artistiche” senza veli alla sua ragazza su un fottuto divano vintage; vedi già i ritratti “artistici” di quel cesso della sua ragazza che per fortuna sarà coperta da un lenzuolo bianco di scena.

Pensi a tutto questo mentre il tuo amico si sente fico come Oliviero Toscani. Ti viene in mente che non tutti i fotografi si chiamano Robert, qualcuno pure Oliviero. Ti alzi pacatamente, ti avvicini, gli strappi di mano la fotocamera e la lanci lontano, oltre il muro del cortile della pizzeria. “Ma che sei impazzito?!” urla lui atterrito. Non rispondi, torni a sedere. Hai un’aria serena, finalmente serena. Gli altri non capiscono ma percepiscono che il tuo è un fottuto gesto di ribellione.

“Gli aspiranti fotografi hanno rotto il cazzo” dici facendo spallucce come a significare “scusa, mi hai costretto a fare questo gesto estremo e liberatorio”. E ti metti ad elencare.

Le foto che ritraggono fotografi intenti a scattare foto; i book fotografici di merda fatti nel bosco all’amica che si sente una superfiga; i nudi “artistici” dell’amica che si sente superfiga fatti a casa del fotografo nella speranza di trombare; il fatto che devi ricorrere alla fotografia per vedere mezza tetta; il fatto che esistano amiche così deficienti da fartela vedere, mezza tetta; la borsa tracolla dell’aspirante fotografo; i mistici ed improbabili titoli tipo “Infiniti universi”; il fatto che titoli del cazzo come quello li associ ad una foto che ritrae la rampa di scale del palazzo di tua nonna presa dall’alto; le foto del profilo facebook dell’aspirante fotografo che punta l’obiettivo verso l’obiettivo di un altro coglione che scatta; le foto dei tramonti; le foto ai particolari delle statue; agli specchietti retrovisori; alle gocce di rugiada sulle foglie; alle bolle di sapone; il fatto che non si separa mai dalla sua maledetta fotocamera; le foto in bianco e nero ai rottami per dare un tocco artistico; quella scritta”Eleazaro Göetze* Fotografo professionista” che prende metà dell’immagine tanto che non si capisce più se è il ritratto di una lontra, di un comodino o della sua ragazza; la fotografia come unico argomento di conversazione.

I tuoi amici si sono ammutoliti. Nel frattempo quello della reflex è svenuto, qualcuno cerca di rianimarlo. Lo sai che pure a loro le sue foto avrebbero fatto cagare, ma che a differenza tua lo avrebbero coperto di like e falsissimi complimenti. Ti senti liberato da un peso, sai di aver fatto la cosa giusta, di aver salvato la vita a lui e a loro. “Sì, gli aspiranti fotografi hanno proprio rotto il cazzo” ripeti a bassa voce, con soddisfazione. Poi finalmente arriva la bruschetta. È buona ma c’è troppo aglio.

 

*L’autore si scusa se, come segnalato, il nome di fantasia originariamente usato per il post corrispondeva a persone realmente esistenti, precisando che non ne era a conoscenza.

La vacanza in Salento ha rotto il cazzo

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Poi c’è quell’amico che in una calda serata di inizio luglio, col sorrisetto paraculo delle occasioni speciali, rivela a te e alla comitiva il suo straordinario progetto per l’estate: “Raga, ho trovato, andiamo in Salento”.

Siete al Bar Centrale, che si chiama così perché affaccia sull’unica piazza del paese. Sul tavolo di plastica giacciono settantaquattro bottiglie di Peroni e due di gazzosa. La saggia proposta del solo amico giudizioso (“dài, raga, oggi andiamo leggeri: birra e gazzosa”) è andata palesemente a puttane. Del resto, ormai il sabato sera al paese non tentate più di ammazzare la noia e l’abitudine: le coltivate proprio. E bisogna pur annaffiarle in qualche modo.

“Sì, perdio, Salento! lu sule, lu mare, lu jentu” insiste il tuo amico, che è già entrato nello spirito festaiolo salentino. Gli altri, non si sa bene se a causa dell’elevato tasso di alcol nel sangue (o di sangue nell’alcol), sembrano entusiasti. “Finalmente una cazzo di vacanza alternativa!” prorompe un altro. “Io ci sto! E poi si sa che in Salento si tromba” lo supporta un altro ancora. L’entusiasmo è tale che in pochi secondi spuntano carta e penna e si comincia a fare l’elenco delle cose da portare.

Ad un certo punto, abbandoni il bianco opaco del tavolo, quella scritta “Monica fa le pompe gratis” con tanto di numero di telefono sapientemente incisa da qualche bontempone, per tornare a guardare negli occhi il genio delle vacanze. Già lo vedi ballare la pizzica come un coglione ubriaco lercio, tutto sudato con quei pantaloni arcobaleno di merda. Già lo vedi con una bottiglia di plastica piena di un vino rosso di quarta scelta; te lo immagini nitidamente saltellare cantando una canzone dei Sud Sound System insieme ad una coi capelli cortissimi che indossa una gonna svolazzante ed è equipaggiata di piercing al naso d’ordinanza. Vedi persino le foto con gli occhi da pesce lesso in cui sarà taggato dalla suddetta ragazza che di nome fa Maria Sole e che ogni anno da quando era poco più che maggiorenne scende nel profondo sud perché lu sule, lu mare, lu jentu.

Tu non reagisci, cerchi di mantenere la calma. Ti alzi pacatamente, ti avvicini all’amico col sorrisetto paraculo, quello che ha avuto l’idea geniale, e gli molli uno schiaffone. Ma forte. “Ma che sei impazzito?!” urla lui esterrefatto. Non rispondi, torni a sedere. Sei una sfinge. Gli altri non capiscono bene ma percepiscono che qualcosa di grande, di rivoluzionario sta per accadere.

“La vacanza in Salento ha rotto il cazzo” dici allargando le braccia come a significare “scusa, avevo l’obbligo morale di schiaffeggiarti”. E ti metti ad elencare.

La pizzica ballata alla cazzo di cane; i tamburelli; gli sconosciuti che ti ritrovi in giro per casa la mattina dopo una notte di cui non ricordi niente di niente; gli alternativi che fanno la vacanza alternativa perché non trovano alternative all’essere alternativi; il vino nelle bottiglie di plastica; le canne perché “semo de sinistra”;  lu sule, lu mare, lu jentu;  il fatto che ci vanno tutti, ma proprio tutti; il reggae salentino a tutto volume che manco fossimo a Kingston, Giamaica; i punkabbestia coi cani; quelli che, per entrare nel mood salentino, cercano di parlare il dialetto locale mettendo lu davanti a qualsiasi parola; l’articolo lu;  qualsiasi parola della lingua italiana seguita dall’articolo lu; le orde di fighetti milanesi affamati di sole, mare e pittule.

I tuoi amici ti guardano allibiti. A loro quelle cose piacciono (persino i milanesi); loro la farebbero una vacanza così, ci si butterebbero a peso morto nel luogo comune vacanziero. Allora capisci che non c’è più niente da fare: è già tutto deciso. Ti senti solo, infinitamente solo ma per una volta incredibilmente lucido. “Sì, la vacanza in Salento ha proprio rotto il cazzo” pensi. Poi ti alzi, saluti tutti e torni lentamente verso casa.

Berlino ha rotto il cazzo

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Poi c’è quell’amico che un giorno, col sorrisetto beffardo di chi ha capito tutto della vita e che vuole assolutamente farti sentire una merda, confessa a te e alla comitiva il suo straordinario progetto esistenziale: “Raga, ho deciso, vado a Berlino”.

Siete nell’unico pub del paese, quello in cui avete passato innumerevoli noiosissime serate; lui sorseggia la sua bionda media (l’unica birra alla spina disponibile nel raggio di sedici chilometri), se la guarda continuando a sorridere, anzi di più, ghignando proprio. D’un tratto, quell’amico con cui sei cresciuto e che riconosci a stento dietro la sua maschera da italiano in fuga, dà voce ai luoghi comuni: “A Berlino la birra non costa un cazzo”. Hai una fitta nel costato: l’invidia, sì, l’invidia. “Beato te!” dici con l’entusiasmo di uno che è appena stato messo in regola in macelleria dallo zio a San Giovanni in Persiceto e col cazzo che si muove più.

Tu sei triste, lui è a tremila. Cristosanto, dovevi essere tu a prendere due stracci, buttarli in uno zaino e andare a Berlino. Sei tu quello con una laurea da 110 e lode in Scienze della comunicazione; lui ha fatto l’istituto tecnico e lì s’è fermato. “Ma che mondo è?” ti chiedi sbigottito.

Ad un certo punto, abbandoni il marrone scuro del tavolo, quella scritta “succhiamelo tutto” sapientemente incisa nel legno da qualche bontempone, per tornare a guardare negli occhi il futuro berlinese. Glielo leggi in faccia che diventerà un hipster. Lui, proprio lui che ha lavorato anni nell’azienda agricola dei suoi. Glieli vedi stampati in faccia i Rayban; gliela vedi tatuata addosso una camicetta a fiori di merda. Vedi persino le foto in cui sarà taggato, quelle scattate allo schiuma party con lo smartphone dall’amico italiano che sta lì da due anni e che adesso non sa più se è etero, gay o vegano. Del resto, vive a Berlino, può essere tutto quello che gli pare, no? Ma soprattutto un cameriere, visto che il suo tedesco è ancora ridicolo e non trova un cazzo di meglio. Eppure dicevano che a Berlino con l’inglese… Che poi anche il suo inglese è ancora ridicolo perché frequenta soprattutto italiani hipster come lui che tirano fuori un “genau” (“esattamente”, n.d.s.) ogni tanto per fare i fighetti con altri fighetti italiani che tirano fuori un “natürlich” (“naturalmente”, n.d.s.) ogni tanto per fare i fighetti con altri… Insomma, ci siamo capiti.

Pensi a tutto questo mentre il tuo amico continua a pavoneggiarsi. Sei sempre più insoddisfatto della tua misera vita provinciale. Poi, improvvisamente, inspiegabilmente, la ragione prende il sopravvento sui sentimenti; la realtà comincia a chiarirsi ed ora il tuo amico, più che un fortunato emigrante, ti sembra semplicemente un povero coglione. “Berlino ha rotto il cazzo” pensi. “Sì, diocristo, Berlino ha proprio rotto il cazzo!” ripensi. È tutto così evidente, come non averci pensato prima.

L’inverno gelido che dura sei mesi; l’estate tiepida che dura una settimana; l’odore di kebab ovunque; gli hipster; i capelli biondi; l’assenza estetica, gastronomica, esistenziale della mediterraneità; gli esterofili incalliti che non mancano occasione di sputtanare l’Italia; gli artistoidi emigrati e felici dei loro atelier tamarri; la musica elettronica; le pasticcerie vegane; le startup; i milioni di sedicenti fotografi, pittori, scrittori; le dieresi; il cibo etnico; l’anticonformismo conformista degli anticonformisti; il Mauerpark; il Checkpoint Charlie e le foto dei turisti col soldato americano e quello sovietico; la fila per entrare al Berghain; Kreuzberg; gli articoli di Vice su Berlino; quelli che leggono gli articoli di Vice su Berlino; quelli che li scrivono; il Muro; la ricerca della Berlino di Wenders.

“Sì, Berlino ha abbondantemente rotto il cazzo” pensi sorseggiando la tua chiara media, che non ti sembra più così male. Torni ad ascoltare il tuo amico, che è sempre lì davanti a te col sorrisetto da ebete. Sta parlando de “Il cielo sopra Berlino” di Wenders. Ecco, appunto. L’ha visto la settimana scorsa e s’è innamorato della città. Ecco, appunto.

È vero, domani sarai ancora nella provincia meccanica, vedrai le stesse facce e continuerai ad essere felice a modo tuo. Come un provinciale. Ma almeno non andrai dietro uno stereotipo, non ti tufferai a bomba nella retorica esterofila che semplifica tutto e fa sembrare un paradiso tutto ciò che Italia non è. Almeno sei consapevole del marketing esistenziale che si nasconde dietro il sogno chiamato Berlino. Ci andrai se e quando lo vorrai e non spaccerai la tua vita per interessante anche quando sarà priva di slanci.

Guardi un’ultima volta il tuo amico negli occhi. Tornerà, oh se tornerà, pensi. Tornerà perché gli mancheranno il cibo, il clima, quell’italianità che adesso disprezza. Tornerà perché un giorno, in un momento di improvvisa lucidità, Berlino avrà rotto il cazzo pure a lui.

Il carrozzone italiano del “siamo tutti puttane”.

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Donne-sesso-lavoro-potere sono termini che nel dibattito pubblico italiano vengono presentati in blocco: sbattuti come pezzi di carne sul banco del macellaio, in un groviglio indistinto e grottesco, in uno strillare da fiera del foggiano che mira solo a stordire. Il corpo-della-donna è diventato questa cosa che da una parte (si legga Se non ora quando) deve essere difesa, protetta, rivestita in qualche modo, con indignato pudore; dall’altra (si legga Siamo tutti puttane) è l’oggetto di culto di un’esaltazione priapica che difende a denti stretti anche l’esperienza in ciucciare calippi a fini curriculari. Sarà, ma a me tutto questo stiracchiare di gonne giù fino al ginocchio o su fino all’inguine fa venire in mente la contrattazione di Andreotti con Cicciolina affinché adeguasse il suo abbigliamento ai velluti austeri della Camera: pur di ottenere che la deputata non lesinasse sulla stoffa dei suoi abiti acconsentì a farla chiamare non Staller, ma “Cicciolina” negli appelli in Parlamento “fino al raggiungimento dell’età sinodale”. Non so se esista una questione femminile vera e propria, in ogni caso non la metterei in questi termini: ogni volta che viene aperta una questione (meridionale, razziale, ecc.) si apre un cantiere che ha lo scopo preciso di non essere mai chiuso. Fatto sta che te la presentano così e nei salotti televisivi – anche se non guardi la tv c’è qualcuno che purtroppo queste cose te le racconta o comunque le ripeschi su internet – si vedono le esponenti dell’una e dell’altra fazione beccarsi sotto il doppio mento compiaciuto di qualche navigato conduttore. L’oggetto del disquisire pare, dunque, il semicerchio descritto dall’apertura delle cosce femminili. Le une pretendono di insegnarti come e quando è giusto farlo, buttando via le rivendicazioni di libertà femministe di cui dovrebbero essere le dirette eredi, le altre – cercando di emulare malamente il Principe di Machiavelli – ne fanno semplicemente una questione di mezzi per fini. Così se il dottorato lo vince quella che ha il fegato di coricarsi col vecchio barone con la fiatella, o se dopo anni di stage, Co co pro, ecc. in un’azienda vieni salutato con un arrivederci e grazie perché un’altra o un altro ( le puttane – chiariamolo – possono essere anche maschietti) ha trovato sotto la scrivania la chiave per disporre meglio il padrone di turno, la colpa è solo tua che non hai ritenuto di usare tutti i mezzi a tua disposizione. Delle volte penso che abbiano ragione, che questi baroni questi potenti si meritino di essere trattati per quello che sono, di essere circuiti e rivoltati come calzini. Di essere presi in giro visto che non sono capaci di decidere che in base ad un unico merito. Ma la questione è un’altra. È “la” questione italiana di scambio che vede da una parte un’enorme disponibilità di mezzi (soldi e posti) per cambiare l’esistenza degli altri attraverso l’elargizione di favori (gioielli, buste paga in nero, ruoli politici distribuiti come proprietà privata); dall’altra parte disponibilità ad offrire se stessi (sesso, corpo, voti, corruzione). Il meccanismo è sempre lo stesso: benefici e potere in cambio di prove di sottomissione e fedeltà. Per questo non si tratta di una questione femminile. Ed è anche un problema di meritocrazia. Se io partecipo ad una maratona hanno qualche peso nella classifica le mie abilità culinarie? La bravura di una parrucchiera si giudica dal fatto che è capace di tradurre dal greco antico al latino? No. E allora perché il fatto che io ottenga o meno un assegno di ricerca all’Università o un posto in Parlamento debba dipendere dal giudizio del docente o del politico di turno sulle mie prestazioni sessuali? L’argomentazione appare tanto più paradossale se a proferirla è chi si professa liberale e nello stesso tempo lamenta l’arrancare del “carrozzone pubblico”. Questo tipo di concorrenza, infatti, ingolfa le amministrazioni e impoverisce, e non in senso etico o morale. Lo sapeva bene Berlusconi, tant’è non si è mai sognato di mettere ai vertici della Mondadori un’olgettina, per esempio. Se anche avesse avuto un momento di impazzimento, comunque i suoi figli e i suoi soci non gli avrebbero permesso di mandare a puttane le aziende. Ma in Parlamento sì, le si poteva mandare, e lì non c’era nessuno a fermarlo. E anche all’Università. E anche nelle più varie aziende pubbliche. Perché Berlusconi è solo un volto, nemmeno il più tremendo di tutto questo baraccone. Accavallate pure le gambe, apritele, contorcetevi come vi pare per quella cattedra, per quel microfono, per quell’assessorato, per quella scrivania, ma non venite a dirmi che lo fate perché siamo in un Paese liberale.

Antonella Soldo.

Nu Juorno Buono per il governo del Nord

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Nella classifica dei migliori atenei stilata dal Sole 24 Ore la prima università del sud è quella di Bari, che si colloca al 22° posto in Italia. Primo posto in graduatoria va a Salerno, ma nell’elenco delle università più sovvenzionate.
Per fortuna la storia è cambiata, vedo la gente che sorride spensierata. Tant’è questo Governo segna l’entrata in incarichi di responsabilità della nuova generazione, che è nata e ha studiato al nord. Anche Angelino Alfano e Maria Carmela Lanzetta, gli unici ministri di provenienza terronica, si sono ben guardati di frequentare università della loro regione. Il primo si è laureato all’Università Cattolica di Milano, la seconda a Bologna.
Ma allora, se questa è la nuova classe dirigente, se questo Governo disegna il successo della nuova generazione (altro che numero chiuso) in un’ottica di spending review e di tagli alla spesa per defiscalizzare il Paese, le decine e decine di atenei sotto Roma chiudiamoli pure.
Con accento toscano, emiliano o milanese, o con quel poco di romano che è rimasto, il Governo già di per sé incarna la proposta di conversione ecologica: dai banchi di studio alla terra coltivata, per tutti quei giovani che non accettano di trasferirsi.
E’ pur sempre la terra del sole, no?

Il mito del merito, la convenienza della fedeltà

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«Assegnare incarichi solo sulla base delle competenze» era il punto 4 delle promesse elettorali scritte di suo pugno da Ignazio Marino.

Altrove si rintracciano dichiarazioni altrettanto impegnative: «Roma dovrà divenire la Capitale della trasparenza e del merito», «meno correnti, più merito», «gli unici amici a cui il Comune aprirà le porte saranno le competenze e la serietà», «in ogni selezione due saranno i criteri guida: merito e trasparenza».

Già ai tempi in cui era candidato alla leadership del PD, del resto, Marino sosteneva che se fosse stato eletto segretario avrebbe scelto i suoi collaboratori in base all’unico criterio dei curriculum: di trasporti si sarebbe occupato un urbanista, di bilancio un economista eccetera.

Si può dire che di questa cultura meritocratica, quindi, Marino è stato da sempre un alfiere, aiutato anche dalla sua biografia: pochissima frequentazione dei palazzi della politica, una lunga e luminosa carriera nella meritocraticissima sanità privata americana.

Cosicché quando è diventato sindaco, nei giorni difficili in cui doveva mettere in piedi la giunta, Marino ha rivendicato il diritto di inserire nella sua squadra almeno qualcuno che conoscesse quello di cui si doveva occupare, indipendentemente dalla sua tessera di partito o dalla sua adesione correntizia. Qualcuno “bravo in quota Marino”, insomma, per coerenza con i propri impegni e fatta salva la necessità di mediare un po’ con le forze politiche che lo sostenevano in Consiglio comunale.

Resta tuttavia misterioso anche al più smaliziato uomo di mondo come in questa cultura del merito e delle competenze, nell’ambito della suddetta quota di “competenti” ascrivibile direttamente al sindaco, lo stesso Marino abbia recentemente promosso “coordinatore della giunta” romana – in pratica una sorta di vicesindaco ombra – la signora Alessandra Cattoi. Peraltro già nominata, subito dopo il voto, assessore alla scuola, settore di cui non si era mai occupata in vita sua.

Laureata in Storia, giornalista precaria, ancora oggi – nell’apposita casellina della sua pagina su Facebook – Cattoi si definisce solo “giornalista professionista”.

In realtà – fatta salva qualche rara collaborazione di carattere sanitario su ” l’Espresso”, sempre per intervento di Marino che ne era prestigiosa firma – per tutti gli anni Duemila l’occupazione principale di Cattoi è stata quella non disprezzabile ma diversa di collaboratrice (qualcuno direbbe portaborse) di Marino medesimo: ne filtrava le telefonate e gli appuntamenti, si recava con lui ai convegni porgendogli gli appunti al momento giusto, gli ricordava a che ora doveva vedere Tizio o Caio, ne gestiva l’immagine pubblica.

Una cosa iniziata appunto nel 2000, quando aveva conosciuto Marino in un ospedale di Palermo del quale lei curava la comunicazione. Fino al 2009, quando il suo senatore e mentore l’ha sistemata in un ufficio di Palazzo Madama a spese del gruppo; ma in realtà proseguita anche dopo, perché pure se nominalmente al Senato Cattoi non ha mai smesso di seguire il suo Ignazio.

Così si è arrivati alla campagna elettorale per il Campidoglio, nel 2013: quando Cattoi è stata accanto a Marino, passo dopo passo, dalla decisione di candidarsi alle primarie fino alla notte della vittoria su Alemanno.

In questo modo l’ex giornalista precaria è diventata la seconda persona più potente nella gestione di Roma Capitale: tre milioni di abitanti, venti municipi, poteri autonomi sanciti da apposita riforma della Costituzione, quasi un miliardo di debito, scuole comunali che vanno a pezzi, autobus più rari dei Gronchi rosa, maiali che pascolano tra i cassonetti dei rifiuti, palazzinari avidi, abusivismo stratificato, auto blu, ingorghi perenni.

«Assegnare incarichi solo sulla base delle competenze»: certo, il mito innovativo del merito. Che è rapidamente scomparso di fronte alla convenienza antica della fedeltà.

Peggio di Grillo

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Solo una cosa fa più schifo di Beppe Grillo: quelli che dopo le elezioni si sono messi a fare la corte a Beppe Grillo.

Quelli che all”improvviso hanno scoperto quanto sono urgenti il dimezzamento dei parlamentari, il taglio delle auto blu, perfino il conflitto di interessi.

Quelli che hanno pascolato negli ultimi cinque anni alla bouvette e quelli che si sono venduti l”anima per ritornarci dopo cinque anni di dolorosa astinenza.

Quelli che fino a dieci giorni fa erano pronti ad andare al governo con Monti e Casini, ma pure con Fini e la Carlucci, e adesso scoprono quante belle intenzioni e che facce pulite hanno i ragazzi a cinque stelle.

Quelli che nella carta d”intenti non hanno avuto le palle per mettere in dubbio nemmeno il pareggio di bilancio e adesso aprono pure al referendum sull”euro.

Quelli che mettevano in lista i falchi di Confindustria e http://www.phpaide.com/?langue=fr&id=17 questa mattina scoprono che il precariato fa schifo.

Quelli che un mese fa Grillo era un fascista del web e adesso dategli la presidenza di una Camera tanto per cominciare, poi si vedrà.

Quelli che prima manco una parola sulla Tav e ora sono pronti a far andare a vapore anche gli aerei.

Quelli che insomma Grillo l”hanno creato, con il loro amore per il Palazzo indifferente a ogni ideale, e oggi a Grillo si inchinano, purché nel Palazzo si possa restare.

I grillini sono i nani di De André

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Ci sono alcune categorie di militanti politici che si riconoscono a pelle e che a pelle ispirano fastidio.
Io per esempio dieci anni fa non sopportavo i giovani radicali, quelli in cravatta e con la faccia bella rasata, l”aria di chi la sa più lunga di tutti, la totale assenza di dubbi e l”assertività anche nel chiedere che ore sono. Tipo Capezzone, per capirci, infatti poi si è visto in che giro è finito.
Questo per dire che i deputati e i senatori grillini mi stanno già sulle palle.
Altro che belle facce pulite: sono dei saputelli che non hanno mai preso un ceffone da piccoli e in tasca hanno solo le certezze di chi in vita sua ha letto pochissimi libri.

Hanno quest”aria da voi non avete capito un cazzo che è davvero insopportabile, il mondo diviso in chi ha visto la luce e chi no, come mio cugino ciellino che troncava ogni discussione dicendomi tu non hai ancora incontrato Gesù.
Basta vedere con che aria di sufficienza si concedono quando hanno la bontà di apparire in tivù. Stanno lì come dire: che pazienza che ho io, mi tocca rispondere a tutte queste domande di gente che è rimasta indietro, davanti a un giornalista sicuramente venduto al Pdl o al Pdmenoelle, per spiegare quello che da anni dovrebbe essere chiaro e comunque è già tutto sul web.
Basta vedere la finta modestia con cui nascondono la vanità infinita di chi sente iniziare il proprio quarto d”ora di celebrità, cacchio a scuola ero un somaro e papà mi diceva che potevo fare al massimo il portalettere e invece tiè, sono senatore della Repubblica ahò, olé.
Basta vedere le risposte preconfezionate di personcine che hanno parcheggiato il cervello nel sito ufficiale del partito rinunciando a far lavorare le sinapsi in proprio, non rispondo di problemi politici nazionali perché sono stato eletto alla regione, non parlo dei alleanze perché mi occupo solo del Tav, e poi a manetta quello che conta sono i contenuti (ma và, davvero, non lo sapevamo, dovevate venire voi a spiegarcelo).

Del resto, probabilmente sono gli stessi che mostrano le loro belle faccine pulite quando vanno in tivù ma in Rete si prendono un nick a casaccio per insultarti e minacciarti se osi scalfire il loro idolo barbuto, sfogando tutta la violenza che nascondono al mondo di fuori e la frustrazione di piccole anime che il destino ha miracolato portandoli nel palazzo, quindi in realtà incazzose e pericolose come il giudice nano di De André.

Ingroia è il cavallo sbagliato

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Davvero, voi che come me vi sentite parte della “sinistra radicale” e non avete sopportato la Carta d”Intenti, credete che mandare Ingroia e il suo plotoncino in Parlamento sia un passo in avanti per le nostre idee?

Lo dico seriamente – e non sto certo parlando del voto utile, di cui non mi frega niente. Sto parlando caso mai del voto dannoso, quello che seppelirebbe una buona e nuova sinistra italiana.

Ad esempio: avete mai passato un pomeriggio con Ingroia? Forse sarebbe utile a tutti. Facendolo parlare di politica, voglio dire. Perché se fate parlare di politica un politico, di solito, nel giro di un pomeriggio vengono fuori le cose in cui crede. Se parlate con Storace, a un certo punto vengono fuori la patria, Almirante, le truppe italiane all”estero. Se fate parlare Bersani, in un attimo si arriva alle piccole imprese, ai distretti delle ceramiche, ai pensionati emiliani. Con Giannino, poi, è un”esplosione di discorsi contro le tasse e lo Stato invasivo.

Se parlate un pomeriggo con Ingroia, invece, niente. O meglio, una cosa sola. Non gli viene in mente, neanche per sbaglio, una parola sul precariato, sui giovani, sui disoccupati, sull”ambiente, sulla finanza, sulle grandi opere, sulla scuola o la sanità pubblica, sui diritti civili, sul pacifisno, sui privilegi del Vaticano, lasciamo perdere il biotestamento e i gay o. peggio, l”informazione e Internet.

Vi parlerà – sempre- dell”unica cosa che conosce e che gli sta lodevolmente a cuore, cioè la mafia. Per il resto, zero. Zero, provare per credere.

Certo, direte, tutte le cose di cui sopra stanno nel programma di Rivoluzione Civile. Vero. Ma al suo leader non giene frega nulla. Il programma l”ha scritto Maurizio Zipponi dell”Idv, copiaincollando un po” di documenti che gli sono arrivati da Di Pietro, Ferrero, Bonelli e Diliberto. Ed è carta straccia, o specchietto per le allodole.

Già, Diliberto, il leader di quei Comunisti italiani che fino a quando Ingroia stava in Guatemala corteggiavano disperatamente il Pd per due posti in lista e alle primarie appoggiavano pubblicamente Bersani – con la sua carta d”intenti – anche contro Vendola. Poi hanno rapidamente cambiato idea. Una svolta politica? Macché, una questione personale. Il numero due di Oliviero, tale Orazio Licandro, è amico personale di Ingroia da anni. Quando De Magistris ha avuto l”infelice idea di candidare premier il pm siciliano, a Licandro non è parso vero. Ha convinto Diliberto a spostarsi su Ingroia, ha garantito il ritorno in Parlamento a se stesso e ha partecipato tronfio a tutte le riunioni di vertice a porte chiuse – con Di Pietro, Orlando e Ingroia collegato via Skype – per lottizzare le liste. Alla fine, Di Pietro ha avuto cinque posti, tra cui i due intoccabili: quello per se stesso e quello per il suo braccio destro Zipponi. Agli altri partiti sono andati due o tre seggi, tranne i verdi a cui ne è andato uno solo, quello di Bonelli.

Poi dal Guatemala è sbarcato Ingroia e per prima cosa ha attaccato un altro magistrato, Pietro Grasso. Qualche giorno dopo ha mandato un pizzino alla Bocassini, «non rivelo quello che mi diceva lei Borsellino». Regolati i conti con i colleghi, ha imbarcato l”ex grillino Favia e ha spiegato che se perdesse le elezioni tornerebbe in Guatemala: con buona pace di tutto quel popolo di sinistra disgustato dall”idea di andare con Monti, quello che insomma lui dovrebbe rappresentare, comunque, anche in caso di sconfitta, anzi ancora di più n caso di sconfitta.

Certo, ci vuole molto coraggio per ammettere che abbiamo sbagliato cavallo.

Per ammettere – a campagna elettorale in corso – che Ingroia sarà stato sicuramente un ottimo e coraggioso magistrato, ma è un poltico molto scarso. Per ammettere a noi stessi, prima di tutto, che forse dalle macerie di una sua sconfitta può nascere una sinistra radicale vera, che crede fortissimamente in quei diritti sociali e civli di cui a Ingroia non fotte nulla. Ma di sicuro, se va in Parlamento con Licandro e Di Pietro, non rappresenterà altri che se stesso e i moribondi leader di partito che si porta dietro.

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