un blog canaglia

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Luisa Simeone

Luisa Simeone has 12 articles published.

Roma sta morendo, e non saranno i privilegi in nome della “cultura” a salvarla

in cultura/giornalismo/politica by

Si diceva altrove che Raimo è uno al quale, nel mondo della cultura, “tutti devono almeno uno o due favori”. E scrive per una rivista letta da gente che, a torto o a ragione, si sente parte di un’Italia migliore, eletta, più sensibile, raffinata e cosmopolita. Questa cosa sembra in un certo senso informare la sua visione del mondo, se è vero che la mera applicazione della legge a persone che si trovano nel circolo delle sue frequentazioni lo porta a impugnare la penna al meglio della sua forza espressiva.

Il suo ormai popolarissimo articolo su Internazionale a proposito di Roma è però un’accozzaglia confusionaria di malcontenti, molto diffusi e veritieri, per carità, sull’innegabile degrado in cui versa la capitale. Ne viene fuori una fotografia sconfortante della città largamente condivisibile, ma anche un minestrone in cui si mischiano con disinvoltura temi disparati come il sostegno pubblico alla cultura e i problemi dell’urbanistica, il tema delle occupazioni e quello delle regole bizantine per gli esercizi commerciali, senza un nesso che non siano i gusti di Raimo in fatto di vita hipster notturna. Il punto di caduta è che, alla fine della sua giaculatoria, neanche l’autore riesce a individuare alcuna responsabilità precisa e finisce per inveire alla cieca contro chi preclude gli accessi ai suoi personali punti di riferimento culturali. Christian Raimo non è un politico, non è sua responsabilità sezionare i problemi e individuare le soluzioni, ma il rischio è che – in mancanza di analisi e ricostruzioni – questo filone mainstream del lamento generico su Roma non faccia che ridurre la cosa a un genere letterario per infinite serie di editoriali oppure di interviste ad orologeria per far fuori il sindaco scomodo di turno.

Vediamo allora di mettere ordine tra gli spunti del buon Raimo:

☛ Il fenomeno della desertificazione del centro storico è innegabile: un bel video dei Ritals ci ricorda che quello che chiamiamo “centro”  a Roma è pari a 5 volte il centro storico di Parigi e contiene più siti archeologici e di interesse artistico di interi Stati. Non si tratta però né di un problema recente né di una esternalità del capitalismo interiorizzato a causa di AirBnB. Già nei primi anni ’90, nella riedizione del libro Roma moderna, l’urbanista Insolera annotava:

Nei venti anni tra il 1951 e il 1971 il centro storico di Roma ha visto più che dimezzata la sua popolazione; inoltre anche una gran parte di quella ancora residente è cambiata con la trasformazione di abitazioni povere e medie in residenze di prestigio. In totale, si può ritenere che circa i quattro quinti dei residenti del centro storico siano emigrati in periferia. Dopo il ’70 il fenomeno si è esteso alla cerchia dei quartieri fuori le mura a macchia d’olio: come questi quartieri si erano formati dal 1870 al 1960 per alloggiare la popolazione della città in crescita, adesso si trasformano in uffici, che ugualmente si diffondono a macchia d’olio.

Insomma, la popolazione residente a partire dagli anni ’50 viene spinta fuori dalla cinta storica e addirittura ai confini del GRA; la vita civile si riorganizza nei quartieri. La crisi e il sistema di mobilità dissestato fanno in modo che ci si muova sempre meno e sempre meno verso il centro. Tutto vero, colpa di piani regolatori molto antichi e mai rivisti e di un trasporto pubblico insufficiente. Non però di Airbnb e di chi (chi, poi?) secondo Raimo avrebbe convinto i giovani a rinunciare al proprio estro.

☛ Il fenomeno dell’omologazione degli esercizi commerciali e della scadente offerta gastronomica per turisti non è invece una esclusiva di Roma, e farei fatica a correlarlo al degrado urbano dal momento che la presenza né delle patatine olandesi né le officine della ‘nduja risulta abbiamo eroso il tessuto creativo ed estetico di Milano, per dire, o di Madrid. Sono poi due tendenze che non c’entrano nulla: da una parte catene di fast food etnico, dall’altra tentativi di singoli al massimo ingenui di fare impresa in base alla moda slow food del momento, valorizzando i prodotti del proprio territorio. Insomma, con chi ce l’ha Raimo? È mai andato al Pallaro? Che fare, inibire alcuni ristoranti e favorirne altri? E soprattutto, che c’entra questo con il degrado urbano?

☛ Il tema dei fondi – ovviamente pubblici – alla cultura è sempre caldissimo a Roma, sarà che la città pullula di artisti. Ora, quale sia il numero di artisti necessario a garantire uno standard accettabile per Raimo e quindi quale debba essere la proporzione con la gente che si accontenta di lavori normali, anche un po’ brutti, e che paghi le tasse per finanziare la gente che fa l’artista non ci è dato saperlo. Sappiamo che al momento non c’è trippa per gli artisti, e sappiamo anche che se tutti fossimo artisti sarebbe anche peggio, perché i fondi li dovrebbe cacciare per intero Raimo. Il sistema dei teatri di prosa romani ha goduto per anni di un sistema di finanziamento a preventivo, al contrario di quello milanese che andava a coprire a consuntivo in base ai posti riempiti. Servirebbero delle metriche per capire che impatto abbiano avuto i due modelli, però magari una logica di produzione artistica meno ombelicale riuscirebbe ad attrarre il pubblico pagante che al momento sembra mancare.

☛ La questione spazi occupati è complessa, in alcuni casi si interseca con quella degli operatori culturali. La questione andrebbe affrontata caso per caso, per esempio nel caso del teatro Valle non si trattò sicuramente di una restituzione ai cittadini ma di una appropriazione arbitraria, vero è che dopo lo sgombero non se ne è fatto nulla. In generale, sui centri sociali, mi sento di condividere una riflessione ospitata di recente su questo stesso blog dal titolo eloquente: Non basta okkupare.

☛ Sugli esercizi commerciali chiusi a piacere dalle forza dell’ordine con ordinanze qualsiasi, prese dal ventennio o emesse ad hoc dalla stirpe dei “sindaci sceriffi”, sarebbe forse da affrontare il tema più generale di una regolamentazione così bizantina che è praticamente impossibile osservarla completamente. Si va dall’obbligo di un bagno per bar senza neanche tavolini fino allo spessore minimo del bancone. Fare impresa così, anche non ci fosse la crisi, anche non ci fosse la concorrenza dei franchising, è un incubo per tutti, non solo per chi fa cultura. Il Dal Verme è un esercizio commerciale – come tutti – sottoposto a queste regole. Invece, il punto centrale di Raimo è lo stesso con il quale uno di quelli del Dal Verme lamenta l’ingiustizia subita. Ne riporto un estratto, ma il resto della presuntuosetta chiacchierata è qui:

Il bar, specialmente quello del Verme, (anche qui chiunque l’abbia frequentato può confermare) offre nel nostro caso qualcosa di CULTURALE, perché Andrea, Francesco, Mario, i ragazzi che si occupano di star dietro al bar, sono appassionati di mixology, di birre, di vini…Insomma, ci piace bere bene e quindi abbiamo una scelta, abbiamo prodotti che vengono da microbirrifici, che noi promuoviamo culturalmente, cioè è parte del lavoro culturale anche far conoscere quei prodotti al più possibile numero di persone, di soci. Fortunatamente non esiste solo la birra Peroni: perché dobbiamo berci per forza la merda in un’associazione culturale? Quando sono diventata socia ci siamo incontrati anche su quella scelta lì, avevano dei vini da paura perché spingevano delle realtà particolari, ti spiegavano tutti i dettagli, di come si arrivava a quel vino…

Per fortuna l’intervistatore non ha chiesto di specificare, altrimenti avremmo avuto altre dieci righe di elogio del vino biodinamico, con annessa spiegazione di come il cornoletame renda il vino più fruttato, robe così. Insomma, il senso è che il loro bar è mes que un bar, ovviamente: una cosa diversa, oltre, meritevole di attenzioni particolariAbbiamo sempre trovato adorabile questa sorta di presunzione aristocratica, diffusa tra chi si considera molto alternativo e molto progressista, e che per qualche ragione ritiene di avere dei diritti speciali. E magari li ha pure, perchè se il Valle, per dirne uno, fosse stato occupato da quattro scappati di casa, la rivoluzione sarebbe durata il tempo di una notte.

Insomma, il problema delle regole per la movida e la ristorazione, quello della politica culturale e turistica sono certamente più complessi e richiedono una riflessione più grande della mera applicazione di leggi peraltro ingiuste. Ma pensare che la via d’uscita sia la legittimazione dell’eccezione, il disordinato accesso a fondi e risorse comuni degli amici di Raimo con la contestuale persecuzione delle catene o delle iniziative di sharing economy che gli stanno antipatiche, è molto, troppo poco. Specialmente per chi mostra di ritenersi migliore, più bravo, più eletto dei rivenditori di patatine olandesi.

Fact-checking sull’intervista della Raggi a Micromega

in politica by

Ieri su questo blog si scriveva che la Raggi è la candidata meno adatta a governare Roma. L’autore di quel post ha però dichiaratamente un giudizio negativo nei confronti del Movimento 5 Stelle. Non è così per tutti, e alcuni di noi hanno salutato con favore la candidatura della Raggi perché in consiglio comunale si è fatta la fama di “una brava”. Proprio per questo la seguiamo con attenzione e abbiamo letto nei dettagli la sua intervista su Micromega di oggi.

Anche se questo è un blog di opinioni, e rivendichiamo questa impostazione, abbiamo pensato di mutuare lo schema del fact-checking ispirandoci a Pagella Politica per verificare alcune sue proposte e affermazioni sui diversi temi affrontati.

 

DEBITO DI ROMA

  • C’è la piaga del debito che è una cassa diversa, una gestione separata, come se fosse una bad company rispetto a Roma Capitale. E pare impossibile entrarci. Quando eravamo all’opposizione abbiamo provato a fare richiesta di accesso agli atti e ci è stata chiusa la porta in faccia.

VERO: la gestione del debito precedente al 2008 (anno di elezione di Alemanno) è stata affidata tramite il decreto cosidetto “Salva Roma” poi convertito in legge  a una gestione commissariale separata rispetto alla gestione ordinaria –  in modo effettivamente analogo a una bad company. A fronte di questo il Governo si è impegnato a contribuire con 500 milioni l’anno al piano di rientro. Il commissario attuale, nominato da Renzi, è la dott.ssa Silvia Scozzese.

  • Il debito è nato per l’indebitamento di Roma Capitale verso fornitori e soggetti vari, pensi che un miliardo riguarda le indennità da esproprio per i mondiali di calcio di Italia ‘90. C’è poca chiarezza.

FALSO: Il debito è nato per l’indebitamento (incredibile!) ma non c’è poca chiarezza. È stato effettuato un assessment da parte di una società di consulenza e c’è una relazione molto approfondita della Corte dei conti del 2010 che ricostruisce la composizione e fa una valutazione del piano di rientro proposto. Le diverse fonti sono raccolte in un dossier sul sito dei Radicali.

  • Tronca e i subcommissari non hanno ritenuto importante analizzare e approfondire la composizione di tale debito pur essendo una spada di Damocle per l’amministrazione della città: un mutuo che finiremo di pagare tra il 2040 e il 2048 a tranche di 500 milioni di euro l’anno.

VERO: l’analisi non è stata ripetuta perchè già effettuata negli anni passati.

  • Da sindaco, avanzerei l’ipotesi di un’Audit sul debito e pretenderei di entrare nella gestione commissariale, ormai priva di qualsiasi possibilità di controllo malgrado tutti i cittadini italiani paghino per ripianare questo debito.

IMPROMETTIBILE: il sindaco di Roma non ha competenze sulla gestione commissariale, il controllo può essere effettuato in sede parlamentare.

MUNICIPALIZZATE

  • In molte municipalizzate persevera la politica dei mega appalti dati ovviamente a soggetti terzi per effettuare servizi che gli stessi operatori di Acea potrebbero tranquillamente effettuare: dalla manutenzione, alle riparazioni, alla gestione dei guasti. Le società municipalizzate si trovano, di fatto, a pagare due volte per lo stesso servizio.

IRRILEVANTE: il problema delle municipalizzate non sta tanto negli appalti esterni, quanto nel metodo con cui essi vengono concessi (affidamenti diretti e affidamenti in proroga). Dopodiché, molto spesso il problema delle municipalizzate è la loro stessa esistenza, giacché la maggior parte di loro non svolge alcuna funzione di pubblica utilità, è utile solo a fini clientelari e quindi andrebbe chiusa.

OLIMPIADI

  • I fondi messi a disposizione dal CIO non sono sufficienti quindi la città dovrebbe indebitarsi ulteriormente per sostenere le Olimpiadi.

IRRILEVANTE: nessuno con un minimo di raziocinio ha mai immaginato di organizzare i Giochi usando soltanto la parte dei diritti, delle sponsorizzazioni e dei biglietti che il CIO destina alla città ospitante. Ovviamente la maggior parte dei costi vanno finanziati con risorse proprie (stupisce perfino doverlo dire): il punto vero riguarda la qualità, e quindi il ritorno, di quegli investimenti. L’utilizzo della leva finanziaria in sè non è una cosa negativa, come spieghiamo qui.

RIFIUTI

  • La discarica di Malagrotta verrà chiusa del tutto? Si lavorerà in tale direzione. Gli inceneritori? Non fanno parte del nostro vocabolario.

IMPROMETTIBILE: ai sensi dell’art.35, comma 1, del decreto “sblocca-Italia”, l’eventuale riaccensione del gassificatore di Malagrotta è diventata di competenza nazionale ed in parte regionale. Quindi il futuro sindaco, “vocabolario” o non “vocabolario”, non potrà farci proprio un bel niente. Attenzione, prima di fare promesse che non si possono mantenere.

DIRITTI CIVILI

  • Sulle coppie di fatto siamo stati i primi a depositare la proposta di delibera in Aula Giulio Cesare.

MAH: la prima delibera sulle famiglie di fatto era di iniziativa popolare promossa dai Radicali nel 2007. Fu votata e bocciata in aula, e poi riprensentata in una nuova formulazione sempre dai Radicali nel 2012. Nel 2015 ne furono depositate diverse in tempi ravvicinati da Cinque Stelle e da SEL, ma quella finalmente approvata fu presentata congiuntamente dalla maggioranza in Consiglio (PD, SEL, Lista civica Marino, Centro Democratico) e Movimento Cinque Stelle. Bravi, ma andiamoci piano con i primati.

In generale, a nostro parere, Virginia Raggi ha risposto su tutti i temi con un certo grado di semplicismo, con analisi corrette ma soluzioni non sempre adeguate e in ben due casi (debito e discarica di Malagrotta) attribuendosi competenze che ai sensi di legge non le spettano.

Su altri temi, come i servizi sociali e l’accoglienza dei migranti, le risposte non sono state verificate perché molto vaghe o addirittura politicamente inconsistenti dal momento che rimandano all’“ascolto dei cittadini”. Sul centro di accoglienza Baobab, per esempio, ha dichiarato che la valutazione sulla riapertura sarà fatta “ascoltando la voce dei cittadini: che siano i residenti e che siano tutti quei volontari che vi hanno prestato servizio” dei quali gli uni diranno una cosa, gli altri l’opposto. Tipico caso di interessi inconciliabili in cui l’ascolto, senza la politica, serve a poco.

La contabilità del lutto è peggio della supposta ipocrisia

in società by

Stamattina su questo blog avete trovato un post che tacciava di ipocrisia un pubblico imprecisato (giornalisti? opinionisti? contatti Facebook dell’autore?) colpevole di non aver esternato abbastanza cordoglio per Bruxelles, rispetto all’edizione di violenza terroristica di Parigi autunno/inverno 2015, allo spiegamento di bandiere sulle foto profilo, alle Torri Eiffel cosparse di fiori e altre cose kitsch come sappiamo fare quando ci mettiamo.

Per Bruxelles solo gente con i gessetti in piazza, qualche omino che fa pipì, qualche bandiera europea, molti editoriali e riflessioni su “che fare”, qualche Salvini di troppo.

Troppo poco? Non stiamo facendo abbastanza, popolo del web? Cosa ha scatenato la furia del nostro autore? Cosa dovremmo fare per rimediare? Tranquilli, un bel niente. La dinamica per cui qualsiasi cosa fai è sbagliata è ben illustrata nel flusso di coscienza digitale di Virginia Fiume:

E se JeSuisCharlie, poi sei stronzo se non sei JeSuisBXL. Ma se sei JeSuisBXL sei uno stronzo perchè devi sempre dire la tua. E allora tutti parlano. E tutti stanno zitti. E si sentono in colpa sia nell’uno che nell’altro caso. E se non si sentono in colpa pensano che dovrebbero sentirsi in colpa. Sempre che pensino.

Che poi a ben vedere, il nostro autore non ha preso un abbaglio: molte meno bandiere! Un post di Saviano dopo oltre 6 ore! Stiamo diventando sobri? Stiamo diventando stronzi? Saviano sta diventando lento? Ci sta antipatico il Belgio o proprio non ce ne frega un cazzo, come dice Billy Pilgrim? Ce ne frega qualcosa di Billy Pilgrim?

Mi ricordo un suo post in cui ci annunciava con disappunto che dopo un certo evento, forse Charlie Hebdo, forse un barcone affondato nel canale di Sicilia, dopo il lutto a profili unificati, le lacrime social e i “restiamo umani”, la nostra vita non sarebbe cambiata affatto. Era vero, è sempre stato vero.

Neanche la vita di Billy è cambiata di nulla, infatti dopo un anno ha scritto lo stesso post, senza rendersi conto che nulla è mai ceteris paribus e che questa macabra contabilità del lutto non fa che sfiorare la superficie delle domande.

Darci degli ipocriti a vicenda non ci aiuterà a cogliere come sottilmente cambia la nostra vita mentre sembra non cambiare, come abbiamo bisogno di pensare che non cambi per qualche primitivo istinto di conservazione, come abbiamo bisogno di ridere, come ad ogni attacco il lutto è più leggero e l’assedio più forte, come ci si abitui a ridere anche sotto le bombe, come non sappiamo davvero dove ci porterà tutto questo.

Risparmiamoci almeno dal rispondere alla buona.

Sophia: Resisting

 

Se Renzi ha un piano per Roma, qual è

in politica by

Si invocava il modello Milano, si è rischiato il modello Platì: nessun candidato sindaco per Roma.

Comprensibilmente, d’altra parte, come ci spiegano i colleghi: nessuno vuole più fare il sindaco, in generale. In particolare a Roma, che è la piazza politica peggiore d’Italia. Nonostante tutto, però, a Roma un sindaco c’era: in due anni avrebbe potuto portare a termine il mandato e consolidare il giudizio degli elettori per poi, come pare avvenga nelle democrazie, essere premiato o punito alle urne.

L’interventismo del premier sul caso Marino ci aveva fatto pensare che avesse un piano per Roma, un piano irrevocabile nelle tempistiche e che rendesse necessario e urgente sbarazzarsi dell’inquilino del Campidoglio. A distanza di quasi cinque mesi, invece, anche ai più attenti osservatori sfugge l’avvistamento di una qualsiasi strategia per la Capitale, a meno che non si voglia spacciare per tale la famigerata candidatura alle Olimpiadi del 2024, progetto sul quale non si può che essere benaltristi, prima che favorevoli o contrari (chiunque frequenti Roma si rende conto che la Capitale ha bisogno di ben altro che un grande evento, e ben più in fretta).

Sfugge anche l’avvistamento di un qualsiasi contenuto politico nelle mosse timide del candidato Giachetti e del suo sparring partner Morassut. Tra interviste bonarie in cui rivendica l’autonomia da Renzi e ostenta voglia di fare, ma senza dire cosa, e silenziose passeggiate di ricognizione “sul territorio”, dalle parti di Giachetti si respira una campagna dimessa, malinconica, il tempo ci dirà se solo attendista. Nel confronto con Morassut, poi, nulla di simile alle performance animate degli sfidanti milanesi che, farsa o no, hanno reso credibile una dialettica tra le anime del centrosinistra.

Centrodestra non pervenuto, la piazza appare sgombra per un Alfio Marchini in campagna elettorale permanente.

Gli osservatori moderatamente cattivi pensano che sia lui il vero candidato del Governo, e questo farebbe tornare i conti con l’esigenza di allontanare Marino per lasciare libertà di manovra al comitato olimpico Malagò-Montezemolo che ha in Marchini il suo garante. Inoltre, con Milano a Sala, un candidato di convergenza con il centrodestra su Roma può essere un pegno ragionevole per traghettare il Governo Renzi attraverso le amministrative senza troppi mal di pancia in zona Alfano.

A sentire gli ottimisti, invece, lo stallo di questi giorni non sarebbe che la quiete prima della tempesta. La campagna non è quindi ancora iniziata, e si traccheggia per lasciare al Movimento 5 stelle la prima mossa sperando sia sbagliata. Il Movimento, per tutta risposta, traccheggia anche lui davanti al suo esame di maturità, non più rimandabile oltre queste amministrative romane.

E’ a questo esame che guardano gli osservatorio davvero cattivi: il Campidoglio è l’unico obiettivo concretamente raggiungibile per la squadra di Grillo e – ammesso che non prevalga in loro la paura di vincere – glielo si potrebbe lasciar fare. Lasciare cioè che spariglino le carte in tavola per il tempo necessario, fino a un inevitabile scandalo e alla parola FINE scritta da una Procura sulla storia del Movimento. Non sarebbe il primo caso in cui Renzi opta per la tattica del vincere perdendo.

Roma come pegno per la pax renziana, dunque, oppure Roma come trappola per i grillini. D’altra parte abbiamo sempre pensato che avesse un piano per Roma, l’unica cosa che sappiamo finora è che questo piano non sembra passare per le primarie del PD.

Leosini come Arendt: contro la censura del male

in giornalismo/società by

Nel suo reportage per il New Yorker sul processo al criminale nazista Adolf Eichmann che poi diventerà famoso come il saggio sulla banalità del male, Hannah Arendt ammoniva sulle finalità del processo con queste parole: “Qui si devono giudicare le sue azioni, non le sofferenze delle vittime.”

E nel raccontare il processo si attenne fedelmente a questo comando, constatando  di non avere davanti un gigante del male bensì “un uomo di mezza età, di statura media, magro, con un’incipiente calvizie, dentatura irregolare e occhi miopi, il quale per tutta la durata del processo se ne starà con lo scarno collo incurvato sul banco (neppure una volta si volgerà a guardare il pubblico) e disperatamente cercherà riuscendovi sempre di non perdere l’autocontrollo, malgrado il tic nervoso che gli muove le labbra e che certo lo affligge da molto tempo.”

Molto più complessa la tragedia storica dell’Olocausto, che implicava temi quali l’obbedienza, il senso dello stato e della storia, finanche Martin Lutero e Immanuel Kant sul banco degli imputati. E, rispetto al titolo del saggio, molto più tortuoso e ironicamente affatto banale il discorso della Arendt sulle colpe degli esecutori dell’infernale macchina nazista. La comunità ebraica tuttavia non la prese bene, come se concedere al carnefice lo sguardo antropologico e psicologico lo rendesse meno colpevole.

Per alcuni l’intervista di Franca Leosini all’aggressore di Lucia Annibali ha proprio queste peccato originale: consentire al “mostro” la pietà del pensiero.

Questo è invece proprio il suo merito, far vedere il mostro, il femminicida, questo nemico pubblico del decennio, per quello che è davvero: nel caso di Varani, non un sadico manipolatore, né un orco violento e neppure un preculturale che odia le donne. Un drogato forse? Neppure.

Semplicemente, il classico perfetto imbecille del quale è facile innamorarsi, scambiando la stolidità per tenebrosità, il disturbo mentale per fascino, le bugie per promesse.

Non c’è verità più utile che possa essere detta sul male, che si tratti di tragedie storiche o di brutta cronaca nera, della verità fino in fondo, cioè che spesso il male è a un passo dalle stupide routine, alla distanza di una decisione rimandata o di un lasciar fare di troppo. Verità che la voce di questi mediocri carnefici indica molto meglio rispetto al lamento delle vittime.

 

Il compagno Giachetti e i Radicali: la divisione esiste ma non è tra destra e sinistra

in giornalismo/politica by

La candidatura del fiero Radicale renziano Roberto Giachetti a sindaco di Roma ha riportato in auge una questione che interessa poco a molti ma molto ai pochi liberali italiani, ovvero la questione Radicale, ovvero del Partito Radicale, come i più si ostinano a chiamarlo anche dopo le ventennale balcanizzazione in un pulviscolo di sigle e “sportelli” tematici (si va dai Radicali esperantisti ai Radicali animalisti passando per le femministe, secondo il vecchio principio – mai applicato con tanta esattezza – dell’una testa, una carica grazie al quale la percentuale di dirigenti Radicali in rapporto agli iscritti non ha niente da invidiare al rapporto dirigenti/operativi delle peggiori municipalizzate romane).

Dalla sua rubrica de Il Foglio, l’insider Massimo Bordin fa notare opportunamente che all’interno dei Radicali si sono formati due archetipi di reazione alla candidatura del compagno Giachetti, entrambi favorevoli, si badi: un fronte di sbandieratori entusiasti riconducibile agli ideologi dell’amnistia, seguaci di Marco Pannella, Papa Francesco e qualcuno perfino di Raffaele Sollecito, che negli ultimi sei anni hanno fatto coincidere mezzi e fini del partito con la causa dell’amnistia per la Repubblica invocandola quale misura strutturale per la risoluzione del problema Giustizia, e un fronte sicuramente distinto di Radicali che subordinano il loro sostegno attivo a Giachetti alla condivisione di politiche e prospettive sull’oggetto del contendere, ovvero l’amministrazione del comune di Roma.

L’analisi del Direttore è accurata, ma a mio parere deraglia nel colorare politicamente le due fazioni e nel ridurre la questione ad una atavica contrapposizione tra Radicali “di destra” e Radicali “di sinistra” dove, nella fattispecie, a destra si collocherebbe Pannella e a sinistra, per esclusione e per una circostanza di collaborazione con Civati, tutti gli altri. Verrebbe da dire che l’amnistia non ci risulta essere un cavallo di battaglia delle destre di alcun paese, ma non si tratta solo di questo.

Forse per benevolenza, Bordin sembra applicare al caso una chiave di lettura fin troppo ideale rispetto alla realtà di quel che si verifica in Torre Argentina. Non che non sia mai esistito il tempo della dialettica tra Radicali di destra e Radicali di sinistra, basti pensare al ciclo capezzoniano e all’esodo dei liberisti nelle file berlusconiane, ma quella stagione si è esaurita da quasi dieci anni lasciandosi dietro ben poco.

Da anni i Radicali sono pressoché assenti dalla politica nazionale proprio sui temi “di destra” a loro più propri, cioè quelli economici come riduzione della spesa pubblica e della pressione fiscale, liberalizzazioni e privatizzazioni. Temi che, insieme alle posizioni in politica estera e alla distanza dal pacifismo, li tengono storicamente ben distinti e respinti dalle diverse sinistre, che non mancano al contrario di riconoscerli come il fronte inossidabile dei diritti civili.

Temi “di destra” che abbiamo ritrovato invece nel biennio da consigliere capitolino di Riccardo Magi, attuale segretario di Radicali Italiani, che più di una volta ha opposto allo sfascio della gestione pubblica della città soluzioni nette di taglio della spesa e di affidamento a privati, come nella battaglia su Farmacap e le dichiarazioni su Atac.

Non pare insomma che le categorie di destra e sinistra aiutino a comprendere la scissione, se di scissione si tratta. Più che una prospettiva politologica può aiutare quella cronologica: il fronte amnistia vede in Giachetti la rivalsa del progetto naufragato delle liste Amnistia Giustizia e Libertà del 2012-13, un progetto contorto che puntava a raccogliere su base prima europea e poi locale i sovrastimati consensi per la campagna nazionale sull’Amnistia, in opposizione a quanto deliberato nell’ultimo congresso di Radicali Italiani, ovvero il rilancio del federalismo e della sovranità locale su base comunale come antidoto all’ingrossarsi dei livelli istituzionali intermedi.

Apparentemente non c’è alcun motivo ideale per cui queste anime debbano procedere disgiunte o addirittura opposte, c’è invece più di un motivo fattuale tra i quali, senza scendere nel pettegolezzo, si può citare il mancato appoggio di Marco Pannella alla candidatura di Marino, e di conseguenza di Magi nella lista civica a supporto, proprio per lo smacco subìto nel non avere potuto presentare la lista AGL alle comunali romane del 2013. Il tutto si esplicitò in curiosi endorsement via Radio Radicale per il candidato sindaco del Movimento 5 Stelle, e la sintesi non è mai avvenuta in un rimpallo di rimproveri espliciti e rancori taciuti nei comitati, nei congressi e nei corridoi.

Altra punta dell’iceberg sono i più recenti strali di Pannella contro Emma Bonino, rea di frequentare salotti, di aver accettato incarichi istituzionali e di essere diventata una costola del PD, cosa che curiosamente non costituisce invece capo di accusa ai danni del compagno Giachetti.

Di tutto questo, del casino da ricomporre a Torre Argentina tra crisi di nervi, conti in rosso, licenziamenti e tentativi di riprendere il filo della politica attuale senza spezzare il cordone della storia del partito, il compagno Giachetti non si è comprensibilmente occupato pur rinnovando di anno in anno la tessera. Non potrà non occuparsene ora, conteso tra i “padri” del partito con cui condivide le lodevoli ispezioni nei penitenziari e l’opportunità, che spero diventi necessità, di consolidare la sua candidatura sul piano della concretezza e della discontinuità dal PD di Mafia Capitale facendo propria l’agenda di Magi.

Più che tra destra e sinistra, con buona pace di Bordin, la scelta pare attenere all’esistenziale, ai molti modi in cui si può essere un Radicale nel 2016: il modo citazionista, da tessera e cartolina, quello di cui tutti stimano la grande tradizione politica, o il modo futurista, da trincea, quello da cui molti hanno qualcosa da temere.

Una scelta, oppure una sintesi.

Viaggiare è sopravvalutato

in società by

Premessa: viaggiare è bellissimo. Anzi: viaggiare è una delle cose che preferisco.

Constatazione: viaggiare è diventata l’ossessione mainstream del decennio. Il viaggio come stile di vita. La vacanza-avventura come autoaffermazione, volontà e rappresentazione. La riscoperta di sè – del sè curioso, bambino, esploratore – passa dunque per l’acquisto di un volo low cost e di uno zaino Quechua, per i selfie di facce scottate dal sole su una vetta a 9000 km da casa. D’altra parte viaggiare è fonte di meraviglia e la meraviglia è fonte del filosofare.

E allora perchè accontentarci di essere meravigliati e meravigliosi per il 5% dei nostri giorni (gli impiegati più fortunati possono aspirare a 20 giorni di viaggio l’anno)? La risposta è: perchè siamo sfigati, pavidi e cretini.

Questo, almeno,  è il messaggio inequivocabile della fiorente retorica sui nuovi hobo, gli eroi contemporanei che “mollano tutto” per un solo raggiante orizzonte infinito: il viaggio come condizione permanente di vita.

Viaggiare dunque come affermazione di sé rispetto alla staticità della vita.  Viaggio come fuga dalle attese “degli altri”, dai progetti preconfezionati. Il viaggio come vaffanculo: alle improbabili carriere nelle multinazionali, ai rassicuranti noiosi nidi d’amore metropolitani, ai ricercati omologati guardaroba di vestiti Zara.

Le storie si assomigliano un po’ tutte, le parole dei protagonisti anche.

Ecco Maria, trentenne olandese ed ex project manager di qualcosa: “Prima di lasciare avevo tutto quello che ho sempre voluto: un lavoro fantastico, uno stipendio adeguato, una casa con il mio ragazzo, guidavo una bella auto ed ero circondata da tanti amici. Avevo 28 anni ed avevo rispettato tutte le aspettative sociali. Ma continuavo a chiedermi: è questo che voglio?”

Ariecco Dotan, pianista newyorkese: “Mi svegliavo ogni giorno lavorando per realizzare i sogni degli altri – ha raccontato – Ero infelice e per niente gratificato”. Per farla breve, in poche settimane ha venduto tutto ciò che aveva, ha comprato un van su Ebay e ha iniziato il viaggio con gli unici due elementi essenziali per l’avventura: il suo cane Brando e un pianoforte.

Maria non dichiara la sua fonte di reddito, Dotan invece campa degli spicci suonando per strada, altri – i cosiddetti “nomadi digitali” – lavorano online da ostelli tropicali d’inverno, da freschi e ventilati fiordi d’estate. Niente fardelli, niente legami, nessun progetto a lungo termine, neanche a medio per la verità.

E quindi: nessuna comunità di riferimento (togli facebook), nessun ingaggio che non sia qualcosa come “scoprire se stessi” o “aprire la mente”, o altra retorica da nomadi ispirati.  Muoversi per muoversi è la nuova controdipendenza.

Quello che colpisce delle loro dichiarazioni è che sembra non esista altra alternativa alla loro precedente  vita da inconsapevoli criceti nella ruota. Al probabile imborghesimento e allo svegliarsi la mattina senza obiettivi e al diventare tristi.

Qualcuno (non io) potrebbe dire che sei già una persona triste se non ti resta che scappare, e che a che cazzo ti serve scoprire te stesso e aprire quella dannata mente se non hai la minima idea di che fartene. Forse lo scoprirai viaggiando, o forse un giorno fermandoti a fotografare una capra su un impervio sentiero cambogiano constaterai di essere rimasto il fesso che eri e di non sapere assolutamente cosa vuoi nella vita. E allora? Continuare a viaggiare?

E se fosse che viaggiare non è diverso che restare, se non sai farti le domande giuste e se non hai voglia di sbatterti a cercare le risposte?

Se fosse, metti, che progettare se stessi è una fatica immane, conoscersi un compito non sempre gradevole, risolvere i propri problemi una questione di disciplina quotidiana, crescere un viaggio bellissimo che puoi fare ovunque, anche lavorando in posto così così e in una città che conosci fin troppo bene?

Se fosse che un vaffanculo alla tua carriera improbabile, al tuo soffocante nido d’amore, al tempo che ti scivola insignificante tra le mani e al te stesso di merda che sei diventato SI. PUO’. DIRE. anche stando fermo, lavorando ad alternative vere, abitando gli spazi comuni meglio di come facciamo e magari cambiandoli, cambiando quello che non ci piace senza cambiare posto, usando il nostro tempo come materia prima e imparando a procurarci la meraviglia come abitudine interiore invece che come occasione da cartolina?

 

Soundtrack:

Lali Puna – Our inventions

Irene Grandi – In vacanza da una vita

Franco Battiato – Invito al Viaggio

I meno poveri si incazzano di più

in società by

Il fatto che i numeri diano ragione al nostro Luca Mazzone non vuol dire che diano torto a Bergoglio (no, neppure alla pur goffa frase di Di Battista): gli esecutori materiali di atti di terrorismo (leggi: rivolta violenta) non sono quasi mai i disperati, e allora?

A costo di dire ovvietà, andrebbe evidenziato intanto che la povertà è un concetto relativo e non assoluto: i poveri nati poveri possono non avere percezione della propria miseria se non entrano in una logica comparativa, ed è molto difficile che abbiano i mezzi per farlo (accesso ai media, viaggi, ecc.).

La fame, al contrario, è un concetto così tanto assoluto da poter essere totalizzante: chi ha fame in primo luogo cerca da mangiare, solo in seconda battuta, al limite, si incazza se vede che il vicino ha cibo da buttare.

La rabbia e il conflitto sociale organizzato  insomma avrebbero più a che fare con la consapevolezza della propria condizione rispetto al resto del mondo o con un senso ideale di giustizia sociale che con la disperazione o la povertà tout court, il che non è nulla di nuovo ma è più che sufficiente a rendere ridondanti le statistiche del prof. Krueger.

In fondo bastava leggere qualche opera anche breve di Engels e Marx, che ci insegnano che ad organizzarsi per la lotta non è mai stato nè mai sarà il sottoproletariato, e che avere il pane sotto i denti è un presupposto per volere anche il companatico.

Il v(u)oto online

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Abbiamo analizzato l’affluenza alle urne digitali del Movimento 5 Stelle, nonostante il dato sugli aventi diritto (i cosiddetti “iscritti certificati”, ovvero quelli che si siano registrati sul sito allegando una copia del proprio documento di identità) non venga più comunicato dal mese di giugno.

Solo 6 mesi fa veniva annunciata una fase di “coinvolgimento senza precedenti” dei cittadini attraverso la consultazione online per le riforme, ma sembra che qualcosa non sia andato per il verso giusto.

jpegaffluenza

Ecco cosa abbiamo trovato:

1) il numero di aventi diritto, anche se non più dichiarato, sembra rimanere ben al di sotto dei 100.000 e si è dunque decisamente arrestato il trend di crescita che si era verificato tra il 2013 e l’inizio del 2014

2) la percentuale di aventi diritto che partecipa al voto non supera il 50% dall’espulsione dei 4 senatori in febbraio, e resta ben sotto il 30% quando le consultazioni riguardano l’agenda politica parlamentare e le riforme, risvegliandosi leggermente sulle questioni “interne” al movimento (la votazione di ieri sui “vice” di Grillo ha registrato una impennata di votanti quasi pari al livello delle Parlamentarie di aprile)

Il minimo storico di affluenza è dato dal 17% alle consultazioni sui membri del CSM e sulle Città metropolitane (15 luglio 2014), ma la stagione estiva potrebbe aver influito, prova ne sia il voto sulle unioni civili di ottobre che riporta la partecipazione al 30%.

Quali che siano le cause, comunque, il livello medio di astensionismo è al 60% e negli ultimi 6 mesi è arrivato al 70%: è questo che Grillo intende quando dice che “il blog non basta più?”.

Quello che è certo è che la nomina dei cinque gerarchi rappresenta una cesura nella politica di “democrazia diretta” dichiarata finora, perchè rappresenta un livello in più di filtro tra base e decisori.

4 lezioni di vita dal creatore di Breaking Bad

in scrivere by

Per avere ideato e realizzato la migliore serie tv di SEMPRE, Vince Gilligan è una delle poche persone di cui si possa dire genio senza ricorrere a iperbole.

Eppure seguendo i fatti e le circostanze che lo hanno portato a passare alla storia come autore della più grande opera tragica dai tempi di Shakespeare (almeno secondo Anthony Hopkins e la sottoscritta), ci si accorge che la storia di Vince è fatta di talento e fortuna, come tutte le storie di successo, ma anche – e qui vi voglio – da una serie di buone prassi che faremmo bene a tenere a mente.

LEZIONE 1

Vince Gillian, dopo aver collaborato a un paio di puntate del glorioso X-Files e fatto esperienze autoriali per varie emittenti americane, non se la passava affatto bene. Durante una chiacchierata con un collega, anche lui professionalmente a terra, l’amico scherza sul fatto che una possibile soluzione sarebbe stata mollare tutta la baracca e darsi alla nobile arte della preparazione di metanfetamine. Mutatis mutandis, è quello che succede nella seconda puntata al nostro Walter White, con la differenza che Vince il piano B non l’hai mai attuato nella vita, ma l’ha preso così sul serio da farne una sceneggiatura.

Mai trascurare il tuo piano B: è molto di più di una exit strategy, è la tua proiezione in possibilità inesplorate. Prendilo dannatamente sul serio.

BONUS: Per quanto brillante possa essere la tua mente, non c’è riflessione solitaria che possa dare frutti migliori un sano cazzeggio.

LEZIONE 2

Sembra assurdo, ma il soggetto di Breaking Bad sembrava non piacere a nessuno: una storia in cui l’eroe, per quanto controverso, diventa eroe in quanto produttore di droga non trova facilmente spazio tra i produttori americani, a meno che non si tratti di un poliziesco a sfondo morale come The Wire. Insomma il povero Vince ha fatto inutilmente più di una anticamera prima di trovare un matto come lui che scommettesse sul progetto: ma per quanto difficile da trovare quel matto esisteva, e Vince non ha smesso di cercare.

Se ci hai provato una volta sola, non ci hai provato.

LEZIONE 3

A un certo punto viene fuori che l’idea di Vince non è abbastanza originale: in realtà è già stata realizzata con un discreto successo una serie con una trama simile, Weeds, in cui una giovane donna rimasta vedova si dà allo spaccio di marijuana per mantenere i figli. Vince non ne aveva mai sentito parlare, e ha dichiarato che se l’avesse saputo non avrebbe mai scritto Breaking Bad, eppure.

Se non sei il primo, puoi sempre essere il migliore: la creatività è uno stato mentale.

LEZIONE 4

Breaking Bad è una espressione che non esiste sui vocabolari, o meglio non esisteva: si tratta di un termine gergale della profonda Virginia per indicare qualcuno che comincia a darci dentro, a fare sul serio o – in un accezione appena negativa – a sbroccare. Ebbene, quando il nostro Vince si presentava ai produttori con un titolo incomprensibile per chiunque, ha fatto non poca fatica a convincerli che aveva senso e che anzi aveva proprio il senso dell’enigma degli States del sud, del lessico familiare della periferia del sogno americano: oggi possiamo dire che ha convinto mezzo mondo.

Se qualcosa ha davvero senso per te, trova l’entusiasmo, la pazienza e il tempo di convicere gli altri: funziona.

Soundtrack: Morphine – I’m free now

Le gabbie che fabbrichiamo

in società by

Ogni bacheca facebook è conformista a modo suo: sull’omicidio di Motta Visconti, per esempio, il commento mainstream tra i miei contatti coincide con quello riassunto nell’Amaca di ieri di Michele Serra. Il concetto è che siamo di fronte all’epifenomeno di quanto la famiglia tradizionale possa essere talvolta mostruosa e per lo più luogo di cose funestissime e di psicosi carsiche, cosa che in molti potremmo testimoniare pur avendo scansato fatti da cronaca nera ed essendo più sommessamente finiti in qualche studio di psicoterapia.

Ma ho il dubbio se quello che abbiamo di fronte sia ancora ciò che siamo invitati a mettere in discussione, ovvero  il paradigma familiare tradizionale, o se la paranoia violenta si sia innestata su qualcosa di relativamente nuovo: una idea di coppia risorta dalle ceneri del conflitto generazionale del 68 e dallo yuppismo anni 80, un neofamilismo romantico in cui ci imbattiamo ogni volta che accompagniamo i nostri amici del liceo all’altare e in cui siamo sempre sul punto di scivolare.

La famiglia tradizionale che abbiamo – forse per sempre – debellato era progettata per essere innanzitutto efficiente e durevole, non certo per essere appagante o felice: questo comportava, a dispetto di una rigidità formale dell’istituzione, una serie di libertà sostanziali riservate  soprattutto alla figura maschile, che includevano la scappatella, l’amante ufficiale, la metamorfosi del matrimonio in mera giustapposizione d’interessi, la reciproca insofferenza e la separazione di fatto in compartimenti stagni di vita, donne da un lato, uomini al lavoro o al bar. La felicità non andava certo così di moda come obiettivo individuale, e men che meno veniva pretesa come clausola del contratto matrimoniale.
Ci si sposava, d’altra parte e in gran parte, per necessità e consuetudine, senza conoscersi troppo prima, il che faceva dell’unione una sorta di ordinaria lotteria in cui poi ciascuno cercava di continuare a fare i cavoli propri.

I coniugi pragmatici di una volta si sbellicherebbero dalle risate ad assistere ai nostri matrimoni carichi di enfasi, al nostro proponimento eroico di contrapporre la volontà amorosa alla volatilità dei sentimenti.

Come e quando il matrimonio sia diventato il progetto esistenziale assoluto e la vita di coppia abbia eletto a proprio orizzonte il sogno delle ex bambine di indossare l’abito bianco e vivere in una perenne luna di miele. E quanta parte  abbia giocato la difesa dei “valori” da parte dei cattolici romani e la propaganda vaticana sulla famiglia come ultima trincea della fede. Quanto pesi invece la crisi degli altri progetti esistenziali sulla tendenza a riversare nella “scatola” matrimoniale aspettative di appagamento e autorealizzazione che non abbiamo più il coraggio di rivendicare fuori.

Sono le domande paradossali di una generazione a cui sono state, lentamente ma inesorabilmente, regalate le chiavi di uscita dai vincoli matrimoniali legali: l’equiparazione dei figli naturali e legittimi, la possibilità di costituirsi in famiglia anagrafica, il divorzio anche – finalmente – in forma abbreviata.

Ancora, il punto è che abbiamo pochissimi motivi per sposarci e tutto quello che ci serve per smettere di essere infelici, eppure ci costruiamo scatole cieche e disabitiamo la terra intorno, l’humus della vita pubblica e  i progetti di mondo. Fabbrichiamo gabbie senza un fuori che se va male possiamo solo odiare e distruggere con rabbia, perchè anche evadere – nel deserto che abbiamo lasciato – sarebbe vano.

Non c’è nulla di più tradizionale e inoffensivo, d’altra parte, della contrapposizione tra familismo conservatore e progressismo libertino. La ventata di orrore che ci arriva da questa storia di un impiegato (tutt’altra storia) della provincia di Milano non può essere solo un punto segnato a sfavore a partita finita, una pernacchia sul cadavere di una tradizione ormai morta: forse la sottile inquietudine che sentiamo ci riguarda così tanto da vicino che non riusciamo a mettere in circolo le domande giuste  su una infelicità velenosa che non abbiamo ereditato da alcuna tradizione, ma che ci stiamo fabbricando da zero.

Soundtrack: The Hold Steady – A slight discomfort

Distinguere i fascismi. Serve?

in politica/società by

All’antifascismo talebano ho sempre opposto la necessità di distinguere cosa parliamo quando parliamo di fascismo.

La distinzione è all’incirca tra:

1. il fascismo come metodo di sopraffazione violenta dell’avversario. Per chiarezza credo si possa a proposito usare più efficacemente la parola squadrismo, che incidentalmente può appartenere a gruppi di connotazione politica disparata,

2. il fascismo come pensiero politico di destra sociale, a sua volta ramificato al suo interno secondo varie gradazioni di statalismo, nazionalismo e laicità (tratto che distingue, ad esempio Casapound da Storace) e più o meno legato all’estetica del ventennio, a seconda che si avvalga o meno del revival iconografico mussoliniano e della rivisitazione o apologia dei fascismi storici (in questo, peraltro, non troppo diversi dagli apologeti dei comunismi reali),

3. il fascismo psicologico, nel solco della tradizione reichiana di Psicologia di massa del fascismo, che consiste nell’affermazione nevrotica del sè in contrapposizione al diverso da sè, nella volontà di imporre all’esterno il proprio modello di vita, nell’irrazionale paura del molteplice (tratto che accomuna dunque alcune ideologie politiche agli estremismi religiosi).

Sostengo che le tre fattispecie, storicamente e drammaticamente accroccate nel ventennio, in realtà sopravvivono separate o accoppiate fra loro e in modo trasversale alla popolazione e alle idee politiche. E’ possibile infatti rintracciare fascismo 1 e fascismo 3 anche in assenza di fascismo 2, cioè di un pensiero politico riconducibile alla destra sociale.

Il fascismo 3 (psicologico) è frequente ad esempio e senza principio di non contraddizione nell’antifascismo talebano che pretenderebbe di sanzionare il fascismo 1 (violento) attraverso la censura del fascismo 2 (politico).

A tal proposito, sollevo la necessita dell’abolizione della legge Scelba, norma transitoria che non accenna a transitare, proprio per promuovere la scissione nei fatti di fascismo 1 e fascismo 2, mantenendo penalmente rilevante il primo e togliendo dal ghetto il secondo. Rendere lecita l’apologia di fascismo, a mio parere, avrebbe riaperto alla buon’ora il dibattito storico sul ventennio e restituito ai ragazzi affascinati dalle imprese di Fiume e dalla cinghiamattanza la cittadinanza sociale che riconosciamo a chi indossa la maglietta del Comandante Che Guevara o la stella rossa e si svaga al centro sociale Intifada.

Salvare, ad esempio, l’anima politica di Casapound mettendo la parte violenta in condizioni non nuocere semplicemente perseguendola penalmente mi sembrava una missione possibile e un tributo alla democrazia, in considerazione anche della candidatura alle Comunali di Iannone e compagni (pardon, camerati) che sottendeva – pensavo – all’abbandono e al ripudio di pratiche di fascismo 1, anche quelle che “sfuggono di mano” come nel caso della strage di Firenze che fu, quella si, ripudiata.

Io non so se l’agguato squadrista di ieri sia stato orchestrato da Roma, cioè se Iannone lo abbia avallato ex ante o solo a posteriori. So che alla luce della rivendicazione questo non conta più. E che rinuncio, ragazzi, a difendere volterianamente il vostro fascismo 2, il vostro diritto a battervi per il mutuo sociale, la riqualificazione delle periferie, i sostegni alle madri, finchè non sarete voi a disfarvi di fascismo 1 e a smettere di alimentare il fascismo 3 di sinistra che vi vuole fuori dalla politica e “chiudere Casapound” appena si presenta l’occasione.

L’occasione, questa volta, l’avete servita troppo ghiotta, troppo grave, troppo stupida, al punto che nessun Voltaire può aiutarvi e i distinguo stanno a zero: poveri voi e poveri noi.

 

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