un blog canaglia

Author

Lucio Gobbi

Lucio Gobbi has 10 articles published.

Quello che gli economisti non dicono

in economia by

Recentemente il chief economist della banca d’Inghilterra Andrew Haldane ha dichiarato che gli economisti non sono stati in grado di prevedere i principali andamenti economici degli ultimi anni e che, nella maggior parte dei casi, i loro modelli previsionali hanno compiuto errori grossolani. Si pensi ai paventati effetti della Brexit o al fatto che le banche centrali dei paesi più avanzati non hanno avevano nemmeno avuto il sentore della grande crisi finanziaria del 2007. Queste frasi hanno creato un certo sconcerto nell’opinione pubblica britannica ormai abituata a vedere nell’economista il portatore di un verbo esatto, più precisamente un “tecnico” che “sa come funzionano  le leggi che regolano la società”.

Al contrario, come tutte le scienze sociali, la teoria economica di certezze ne ha veramente poche. Le scuole di pensiero che si contendono l’egemonia culturale sono molteplici così come i metodi di analisi applicati dai loro adepti. Le prescrizioni di policy veramente le più varie. Ogni teoria si basa su assunti rispetto al comportamento degli individui e degli attori economici (imprese, stati, banche) a partire dai quali si costruiscono dei “modelli” che tentano di spiegare le variabili economiche osservabili e di prevedere il loro andamento futuro. La fortuna di una teoria e del metodo di analisi utilizzato dipende dalla capacità di dare conto degli accadimenti del momento.  Ecco perché, ogni qualvolta ci si trovi davanti a una crisi  o a considerevoli cambiamenti economici, si assiste a mutazioni all’interno del paradigma dominante. Nei casi di grossi sconvolgimenti economici si assiste a veri e propri avvicendamenti nella teoria di riferimento dei policy makers. E’ successo nel 1870, nel 29, negli anni 70 del secolo scorso e da dieci anni a questa parte ci troviamo in una transizione all’interno della quale, come ricordava Haldane, gli economisti sono costretti ad apportare grandi cambiamenti ai modelli e alle loro ipotesi sul funzionamento dell’economia. Non sembra chiaro il punto di approdo e probabilmente ci vorranno diversi anni prima di trovarlo, però se dall’onda della crisi del 29 si è affermata la vulgata keynesiana dell’intervento pubblico in economia, dalla crisi petrolifera e dagli shock di offerta degli anni 70 ha tratto giovamento la teoria monetarista  anche la crisi recente farà segnare il passo alle convinzioni radicate a inizio millennio.

Altra grande convinzione tra il pubblico  è che quando un economista parla di dati si stia riferendo a  qualcosa di profondamente oggettivo e incontrovertibile. Senza bisogno di addentrarci in considerazioni epistemologiche complesse basta ricordare che i dati sono sempre il risultato di un metodo di raccolta il quale ha, inevitabilmente, dei limiti. Non sempre chi divulga tali dati nel dibattito pubblico riesce a darne conto. Ci sono inoltre limiti rilevanti che derivano dal modo in cui i dati vengono analizzati. Tendenzialmente gli addetti ai lavori sono ben consci di tali limitazioni così come dei limiti previsionali dei modelli, quasi mai lo sono i politici o i lettori non specializzati.

Forse il modo con cui gli economisti si sono posti al grande pubblico ha rafforzato tali convinzioni? In parte mi sentirei di affermarlo. Mi si potrebbe obbiettare che l’economista non è meno “arrogante” del medico che in tv parla di cose di cui ha competenza specifica  a un pubblico che di competenze specifiche non ne ha. Quello che però l’economista non dice è che, nella gran parte dei casi, le ricette che lui propone e che spaccia come medicine di comprovata efficacia non sono che il frutto di un’interpretazione dell’ambiente sociale. Gli economisti tendono spesso ad evitare di presentare le loro prescrizioni come politiche, tendono piuttosto a divulgarle come il risultato ineffabile e noioso dell’applicazione dei modelli a loro volta prodotto di assunzione precise.

Con ciò non si vuole sostenere che non bisogna fidarsi degli economisti o che essi siano dei sostenitori, in buona o cattiva fede, di qualche ideologia, piuttosto, sarebbe importante riportare la disciplina all’altezza morale e politica che gli compete. Ridare all’economista lo status di interprete e non di contabile gioverebbe a lui e darebbe al pubblico qualche elemento in più.

Il nazismo di Heidegger è un sottogenere del fantasy

in giornalismo/humor by

“Tornare a parlare di Heidegger nazista può sembrare un esercizio noioso”, esordisce l’ennesimo pezzo sulla fine questione filosofica del presunto nazismo di Heidegger: ormai un sottogenere letterario che attinge al fantastico, una chiacchiera filosofica di quel genere che proprio Heidegger relegava a passatempo contro la noia (ah, l’inconsapevole ironia). E’ una questione che, lasciata in mano ai commentatori, tende a finire nell’elencazione di altri personaggi emeriti che avrebbero preso abbagli politici in una sorta di riabilitazione collettiva o, peggio, nell’assolutorio isolamento del pensiero filosofico rispetto al pensiero politico.

Proveremo invece a ricondurre tale questione nei termini di una minima correttezza fattuale, in primo luogo per quando riguarda il rettorato di Friburgo: Heidegger diviene effettivamente rettore, eletto all’unanimità nella primavera del 1933, dietro la richiesta e con il sostegno del precedente rettore, il socialdemocratico Von Möllendorf, costretto alle dimissioni dalla NSDAP. E’ a questo punto che prendere la tessera nazionalsocialista diviene quantomeno necessario per evitare un’eccessiva esposizione contro il partito; nonostante questo, quando appena un anno dopo darà le dimissioni (siamo nell’aprile del 1934), l’organo del partito di Friburgo saluterà il nuovo rettore che lo sostituisce come “il primo rettore nazionalsocialista” di Friburgo. E’ giusto ricordare che dopo la caduta di Hitler gli occupanti alleati revocarono ad Heidegger il permesso di insegnare, ma si tende curiosamente a dimenticare  che molti, fra cui Arendt e Jaspers, considerarono questo provvedimento ingiusto e ingiustificato.

Per quanto riguarda gli appunti di Heidegger di recente pubblicazione che hanno buttato paglia sul fuoco del fortunato filone, occorre precisare che – al contrario di quanto affermato nel post precedente – i cosiddetti Quaderni Neri sono stati pubblicati ben prima di quanto fosse stato previsto dal piano editoriale dell’opera omnia, fissato dallo stesso Heidegger nel 1976. Rimane oscuro, seguendo il ragionamento dei novelli censori, il motivo per cui il filosofo che davvero avesse voluto nascondere il propri convincimenti antisemiti, invece di “rallentare” la loro pubblicazione rendendola postuma, non abbia semplicemente stracciato le 12 pagine su mille che si occupano di mondo ebraico. Questo avrebbe potuto farlo sicuramente dopo la caduta del nazismo. Ma prima perché mai un antisemita convinto che ha la fortunata sorte di vivere in un regime ufficialmente antisemita, avrebbe dovuto tenere nascosti i propri sentimenti affidandoli a quadernetti tipo Moleskine di cui nessuno conosceva l’esistenza, invece di scrivere articoli come faceva per esempio Rosenberg? Sarebbe molto più semplice, oltre che veritiero, ammettere che i Moleskine furono nascosti perché contenevano frasi come “il nazismo è un principio barbarico” e altre in cui si parla di Hitler come di un pericoloso delinquente; in cui si scrive peraltro: “nota per asini fatti e finiti: l’antisemitismo è un principio esecrabile e insensato”.

Sulla questione della tecnica, il nostro precedente autore la interpreta da ignote pagine hedeggeriane come “il male” contrapposto alla purezza della tradizione. Nelle conferenze di Brema Heidegger dice piuttosto che la tecnica è l’essere stesso: voleva forse dire che “il male” è “il bene”? Oppure non ha mai pensato che “la tecnica” fosse “il male”?

E infine, il nostro autore si spinge a condensare la filosofia di Heidegger in un invito a un “nuovo umanesimo” che coinciderebbe con il nazionalsocialismo: a una simile scorciatoia non si può che rispondere rimandando alla lettura degli oltre cento libri a disposizione degli studiosi, impresa faticosa ma che porterà a convergere sulla mancanza di qualsiasi appoggio testuale a supporto.

Per quanto riguarda le prossime puntate della vicenda – “le chicche più gustose” come le definisce il nostro – la sorpresa è ormai rovinata ai lettori ingolositi: in una delle lettere al fratello si apprende di un Heidegger effettivamente entusiasta che invita alla lettura del Mein Kampf definendo Hitler “un genio”. Si tratta di un errore grossolano che, non appena compreso, è stato rimediato dal filosofo nei limiti del possibile: rimettere la tessera sarebbe stato letto come un atto patente di ostilità verso il partito e gli sarebbe potuto costare troppo caro. Per contro, vietò fermamente al figlio di iscriversi alla Gioventù hitleriana.

Cosa potrebbe davvero succedere in caso di vittoria del No

in politica by

Nel caso il ddl Boschi dovesse essere respinto con il referendum del 4 dicembre lo scenario politico italiano diventerebbe molto interessante. Ci troveremmo con l’usuale sistema bicamerale perfetto, una maggioranza solida a guida del PD alla Camera oltre che un Senato potenzialmente meno stabile. Avremmo, come oggi, due leggi elettorali distinte per camere: una iper maggioritaria a Montecitorio, l’Italicum, al Senato il proporzionale puro.

Cosa farà a questo punto Renzi? L’ipotesi più probabile in questo scenario è che Renzi si dimetta da Presidente del Consiglio. Dopo una sconfitta di tale portata il premier difficilmente riuscirebbe a obbligare la minoranza dem ad obbedire alla linea governativa come ha fatto fino ad adesso. Come minimo i Bersani, Speranza e Cuperlo si sentirebbero legittimati a volere partecipare più attivamente alla politica di governo e di Partito. La minoranza dem cesserebbe dunque di essere considerata una riserva indiana di vecchi rancorosi per ritornare nuovamente ad essere un interlocutore di molti renziani che, dopotutto, “lo avevano sempre saputo che il Segretario stava tirando troppo la corda”. Per Renzi governare in queste condizioni sarebbe logorante oltre che estremamente difficile; l’ala sinistra proverebbe poi a isolarlo proponendo un’agenda in una rottura con l’NCD di Alfano. Sul fronte della nuova legge elettorale, inoltre, molto difficilmente si riuscirebbe a trovare una quadra con tutte le forze politiche dal momento che tutte, a partire dalla minoranza del PD, avrebbero come primo obiettivo quello di tutelare loro stessi. Obiettivo certamente comune ma non raggiungibile con un unico strumento. A Renzi converrebbe? Ovviamente no.

Ma andare ad elezioni immediatamente con l’Italicum alla camera e il proporzionale al Senato non produrrebbe una situazione analoga a quella attuale? Si, con la differenza che con i “capilista bloccati” Renzi potrebbe eleggere un gruppo PD di suoi fedelissimi alla Camera e, con un atto di imperio, rottamare i vecchi traditori al Senato. Il risultato elettorale con grande probabilità ci consegnerebbe un nuovo governo di larghe intese con Silvio Berlusconi e Alfano e tutto riprenderebbe più o meno come adesso per i prossimi 5 anni.

E nel caso in cui al ballottaggio della Camera (previsto dall’Italicum ) vincessero i 5 Stelle? Renzi potrebbe sempre logorarli facendo blocco con FI al senato.

Gli avversari di Renzi come vedrebbero l’ipotesi di elezioni anticipate? I 5 Stelle, dopo un’iniziale euforia, si troverebbero a dovere fare una campagna elettorale con un programma incentrato sulla riduzione del numero dei parlamentari e dei costi della politica. A quel punto Renzi potrebbe ricordargli, con la usuale grazia e temperanza di modi, che è quello a cui si sono opposti al referendum. Salvini potrebbe rubare qualche parlamentare e senatore a Forza Italia ma, fatto salvo eventi gravi come attentati terroristici, crollo del sistema bancario europeo o un’invasione di migranti, difficilmente otterrà un risultato tale da permettergli di andare governo. Scelta Civica sparirebbe laddove Nuovo Centro Destra, Alleanza Nazionale e Sinistra Italiana sopravviverebbero al Senato e alla Camera con gruppi poco consistenti.

Le tre posizioni della sinistra radicale a proposito di Paesi Arabi

in politica by

La crisi ideologica che la sinistra sta attraversando la porta ad assumere posizioni molto eterogenee in materia di politica estera. In particolare sulla questione islamica e il rapporto con i Paesi arabi emergono differenze profonde nel modo di concepire la politica da parte delle diverse fazioni radicali. Possiamo individuare almeno tre filoni di pensiero che vanno per la maggiore: gli antiamericani, i movimentisti e i destabilizzatori.

    1. ANTIAMERICANISTI: l’antiamericanismo è una componente trasversale della sinistra; c’è però una parte di essa che pur di limitare l’egemonia statunitense ha cominciato a vedere in Putin una guida (anche a destra abbiamo posizioni di questo tipo). Poco importa la politica interna del presidente russo e il suo imperialismo ai confini dell’ex URSS: per questi orfani della guerra fredda l’unica cosa che conta veramente è costruire un polo alternativo che possa contrastare gli americani. In Ucraina, Georgia e recentemente in Siria il presidente russo si è guadagnato tante medaglie su questo versante. Nietzsche diceva che se vuoi combattere i draghi devi diventare un drago: per quest’area di sinistra tale principio è diventato un faro. Non riuscendo a percepire la Cina come attore antiamericano, dato l’intreccio di relazioni commerciali e finanziarie tra i due Paesi, la Russia viene vista come l’unico attore indipendente in grado di creare un contropotere internazionale. Gli antiamericani cercano di essere realisti, come le altre correnti hanno una venerazione per i curdi e il loro movimento, ma al contrario dei movimentisti non credono alla capacità di questi gruppi di emanciparsi da soli senza l’aiuto di una potenza forte alle spalle. Lo stesso tipo di ragionamento prevale nella loro considerazione sull’Egitto di al-Sisi: meglio il dirigismo economico e lo stato di polizia rispetto alla disorganizzazione movimenti sindacali e islamici che gli fanno opposizione. Gli antiamericani di sinistra difficilmente perdoneranno gli attacchi della Nato in Libia che hanno lasciato il paese nel caos, in mano ai fanatici religiosi, ai terroristi e ai militari. L’analisi sulla situazione libica rafforza l’idea che hanno del potere, quello che temono è la sua assenza e la mancanza di un’opposizione al grande “Satana americano”. In fondo sono cultori della potenza, retaggio di un bolscevismo che fu e che è ben radicato nel pensiero occidentale.

 

    1. MOVIMENTISTI: essi rifiutano ogni forma di imperialismo, compreso quello russo. Credono che l’esempio dato dal popolo curdo sia la strada da seguire. Hanno visto di  buon occhio le primavere arabe e tutti i moti di rivolta contro l’establishment. Al contrario dei compagni filorussi e alsisiani non hanno mai perdonato il patto tra al-Sisi e il premier israeliano Netanyahu in funzione di contrasto ad Hamas. Non considerano il fattore religioso come un discrimine nelle loro prese di posizione, simpatizzano più per Hamas che per al-Fatah, rimangono però anti-Isis e sostengono i movimenti sindacali tunisini. Si mantengono spontaneisti sempre e comunque, anche quando ciò crea dei cortocircuiti ideologici. È una sinistra  che in Italia affonda le radici nel movimento del ’77, nel decostruzionismo oltre che nell’anarchismo spagnolo degli anni Trenta: la storia li ha sempre schiacciati, ma mai annientati. Sono la maggioranza dei frequentatori dei centri sociali più politicizzati del Nord Italia e alcuni di loro sono andati a combattere in prima persona, fianco a fianco, in una sorta di brigate internazionali 2.0.

 

  1. DESTABILIZZATORI: questi ultimi credono che qualunque forma di intralcio al funzionamento del capitalismo internazionale possa essere considerata positiva. Sono spinti dall’idea che “il nemico del mio nemico sia un amico” e, pertanto, gli attentati in Europa non sono che una reazione della violenza che l’Occidente porta in giro per il mondo; la riemersione del fattore religioso è visto come un fenomeno positivo in quanto forma di resistenza al nichilismo del società dei consumi; la crisi economica appare come un momento di confusione più che di rivoluzione (chissà poi quale…). I più noti di loro si definiscono allievi indipendenti di Marx, dicono di avere meditato la questione della tecnica oltre all’opera di Pasolini e di Gramsci (vedi Fusaro); come spesso accade, però, i sincretisti finiscono per diventare dei “sincretini” e gli allievi indipendenti verrebbero pesantemente bocciati dal maestro di riferimento. Quest’area della sinistra è presente nei talk show e trova spazio nei giornali (proprio perché innocua), non ha una base definita ma nella confusione generale crea consensi anche fuori dall’alveo della sinistra radicale (principalmente destra estrema, cattolici reazionari e populisti vari).

Cari comunisti, Israele è roba vostra

in politica/storia by

Un paio di post fa si è mostrata l’incompatibilità teorica tra comunismo e qualsiasi forma di dottrina religiosa, tuttavia è risaputo che  durante la guerra fredda i rapporti tra i comunisti e gli stati islamici furono intensi e duraturi. Ciò che è meno noto è il fatto che senza l’apporto dei comunisti non sarebbe mai nato lo stato di Israele. Visto che la questione israeliana è uno dei verminai del secondo Novecento, per il quale ancora oggi si è lontani da trovare un rimedio, vale la pena approfondire il tema.

Riflessioni di questo tipo possono sembrare un’assurdità per i duri e puri della sinistra moderna, non bisogna però dimenticare che la maggior parte degli alti gradi del partito bolscevico della prima ora erano composti da ebrei: Zinov’ev, Trotsky e persino Lenin, che aveva parenti ebrei.

Tale preponderanza della componente israelitica, seppur laica, spinse politici del calibro di Churchill a considerare il comunismo come un “complotto del giudaismo internazionale” (esternazione già sentita, vero?). A ben guardare erano pochi gli stati membri in Europa orientale nei quali gli ebrei non fossero ai vertici del Partito: in Ungheria i padri del comunismo come Kun erano ebrei, a Praga ̶  per dirla con le parole di Gobbeles  ̶  i medesimi ebrei “infestavano il governo”; erano inoltre ebrei anche i filosofi di rifermento come Lukács e, nemmeno a dirlo, Karl Marx.

Al termine della seconda guerra mondiale, per tenere fede alla dichiarazione Balfour, oltre che sull’onda emotiva di ciò che era successo durante il conflitto, l’ONU riconobbe lo Stato di Israele, al quale doveva essere affiancato uno stato palestinese. L’intervento americano e occidentale in assemblea fu tiepido, mentre furono decisivi il voto e l’arringa dell’URSS: ciò contribuì a far scoppiare il primo conflitto arabo-israeliano. Per Israele era in gioco la propria esistenza, gli stati arabi lottavano per una parte del territorio che consideravano loro; nel mezzo c’erano i palestinesi, privi di esercito e ritenuti dai loro fratelli arabi scevri da ogni diritto.

Per farla breve, Israele si salvò grazie agli ingenti aiuti militari e logistici forniti dai comunisti cecoslovacchi. In questa prima fase della nascita dello stato di Israele gli USA mantennero le distanze, poiché pensavano di compromettere i rapporti con i partner commerciali arabi; d’altro canto inglesi e francesi erano fortemente contrari alla formazione di uno stato che minava la loro influenza nell’area. La tensione internazionale crebbe quando gli USA protestarono ufficialmente con il governo cecoslovacco a causa dell’aiuto “illegale” procurato da quest’ultimo agli ebrei di Palestina.

Resta da spiegare perché i comunisti cecoslovacchi aiutarono Israele. A questo proposito bisogna ribadire che a Praga gli ebrei si trovavano in tutti i gangli del Partito, per di più la Cecoslovacchia era il paese sovietico in cui il numero di sinagoghe era aumentato maggiormente durante i primi anni di comunismo. A quel tempo si pensava inoltre che Israele si sarebbe potuto unire all’Internazionale Comunista in un numero esiguo di anni.

Dopo la vittoria della guerra Israele si consolidò e nel giro di pochi mesi si assistette a uno dei più grandi stravolgimenti delle relazioni internazionali che si ricordi, con gli USA a sostegno dello stato di Ben Gurion e l’URSS sempre più distante nei confronti degli ebrei, sia dentro che fuori dai propri confini. In seguito iniziarono le purghe interne e le denunce di fantomatici complotti giudeo-capitalisti (dovuti alla definitiva affermazione del panslavismo sostenuto fermamente da Stalin), ci fu l’eliminazione di molti quadri in Ungheria e Cecoslovacchia durante le rispettive “rivoluzioni”, infine si ebbe l’avvicinamento all’asse arabo prima e al movimento di liberazione palestinese poi.

Questa è una pagina della storia del movimento comunista mondiale che rimane sempre nelle retrovie. I “compagni”  di oggi, rigorosamente antisionisti, spesso non la conoscono nemmeno. Da un lato ciò va imputato al fatto che quasi tutta la sinistra radicale odierna ripudia l’esperienza sovietica  ritenuta deviata dallo stalinismo. Dall’altro lato i reduci più ortodossi si sono anagraficamente formati un momento in cui l’Urss e i partiti comunisti occidentali sostenevano la causa palestinese. Nei primo anni 50 la situazione era un po’ più complessa: le alleanze sovietiche vanno considerate come contingenti, ricordando che il fattore religioso fu sempre impiegato in base a interessi di potenziamento e di influenza specifici della potenza comunista.

Prospettive marxiane sull’Islam: religione e conflitto

in politica/religione/ by

È ricorrente in ambienti conservatori l’analogia tra islam e comunismo come minaccia per il sistema liberale occidentale. In alcuni casi di faciloneria, si arriva ad ipotizzare vere e proprie alleanze tra i reduci del dio che ha fallito e i musulmani. Una analisi seria del tema richiederebbe piuttosto di complicare la questione prendendone in considerazione i diversi aspetti, tra i quali innanzitutto la compatibilità teorica del comunismo con un sistema religioso. 

Nella dottrina di impianto marxiano a cui facciamo riferimento per definire il comunismo, l’epoca moderna coincide con il capitalismo: viviamo cioè all’interno di un sistema economico storicamente determinato che non è altro che il prodotto del processo storico, quel movimento che vede l’uomo produttore dell’uomo attraverso il lavoro. Il capitalismo è inoltre quella situazione umana in cui l’uomo è considerato altro dall’uomo. L’uomo, aristotelicamente animale sociale, non si percepisce più come tale. Nel capitalismo egli si identifica sempre in quanto produttore  ma non come produttore sociale di “cose” destinate a un uso sociale. In tal modo l’uomo si  interpreta a partire dalle cose che produce come se gli fossero estranee: come se esse, dotate di esistenza autonoma, determinassero il suo essere. Le cose prodotte a questo punto diventano disumane, merce. Il capitalismo è il modo di produzione che si basa su questa apparenza falsa e falsante che pertanto si lega a un totale disconoscimento dell’essenza dell’uomo.

La società capitalista, formata da persone libere che interagiscono sul libero mercato, e che dunque si presenta, nel vulgata liberale, come l’emancipazione dell’uomo dagli arbitri del potere  religioso per rimetterlo alle leggi dell’economia e del libero scambio, è considerata la distorsione suprema di tale libertà. Il problema di Marx è stato dunque quello di analizzare tale distorsione e di avviare un pensiero della “liberazione” che nulla ha che fare con qualsivoglia forma di religione, ritenuta al contrario un elemento sovrastrutturale prodotto dalle classi dominanti per perpetrare lo sfruttamento di una classe sulle altre (il famoso oppio dei popoli).

Marx è molto chiaro nel definire il fattore religioso, all’interno della società capitalista, come semplice folklore. Questo vale per ogni tipo di religione e sopratutto per il cattolicesimo e per l’islam che chiamiamo “radicale”. Ogni forma di orientamento religioso può essere accettata all’interno del sistema capitalistico solo a condizione e fino al punto di non intralciare il movimento di valorizzazione del valore. Alcuni esempi: il divieto del prestito a interesse islamico non è più compatibile con il sistema vigente in maniera sistemica (seppur esistano forme marginali di “finanza islamica”), la cessione del mantello cristiana un ricordo lontano (lo era già…), il “dare a cesare quel che è di Cesare” presuppone un Cesare che riconosca un dio che gli indichi la sua competenza e questo è sparito da Westfalia etc. Pertanto per un comunista, laddove l’elemento religioso sia forte come nell’islam, ci si trova davanti a una società a un livello di sviluppo storico precedente a quello capitalistico.

Un elemento che accomuna senz’altro comunismo e islam, e che per le società liberali è un grosso problema, è il tema del conflitto. Per un comunista la realtà non è armonica  ma è un movimento di contrapposizioni: l’ente viene percepito come lotta di classe allorché il capitalismo e l’economia politica predicano l’armonia distributiva – ovvero un “giusto” compenso dei fattori di produzione terra, lavoro e capitale garantito dal “libero” mercato.

Anche l’islam che chiamiamo radicale è caratterizzato da un alto tasso di conflittualità che può creare instabilità al processo di valorizzazione del valore. Tuttavia, al di là dei tragici episodi che si sono verificati in Occidente dall’attentato alle Twin Towers a oggi, l’islam radicale non sembra rappresentare ad oggi una minaccia sistemica. Le società islamiche non si sono al momento mostrate in grado di mobilitare le proprie risorse a un livello di potenza paragonabile a quello occidentale, nonostante il programma nucleare iraniano sia una spia che ciò non è impossibile.
Resta però un dato fondamentale: terrorismo e “guerra santa” possono destabilizzare momentaneamente il sistema, provocando turbolenze su mercati borsistici e nel panorama politico-elettorali dei paesi colpiti.

La vecchia Fiamma: storia della destra dall’MSI alla Meloni

in politica by

Dato che di recente è apparso un articolo sul PD di cui condivido il contenuto, in questo contributo cercherò di analizzare ciò che succede in un’altra area che “viene da lontano”: la destra post fascista.

Forse a chi legge non pare possibile ma lo scontro che si sta svolgendo in casa ex An è forse più duro di quello che si sta svolgendo nel PD. Se per gli ex comunisti, specialmente tra gli iscritti, la lotta nel partito viene percepita come una lotta generazionale, per i neri lo scontro è per lo più politico.

Tutte le parti in campo amano riscaldarsi al tepore della Fiamma, ognuna ritiene però di sapere interpretarne l’essenza. Prima però una brevissima cronistoria.

Nel 93 in pochi nell’ MSI non lessero il l’articolo di Storace sul Secolo d’Italia con grande entusiasmo. L’articolo dell’allora portavoce di Fini rilanciava l’ipotesi di una unione dei missini con altri soggetti politici conservatori e comunque di diversa provenienza politica, e poco dopo cominciarono ad arrivare i primi successi. Il 35,5% di Fini a Roma e il 31% della Mussolini a Napoli aprirono la strada all’abbraccio con Berlusconi e i moderati. Da quel momento in avanti una classe politica formata ai margini del potere entrò nel palazzo dalla porta principale e, sopratutto, ci entrò compatta.

I corridoi dei ministeri si dimostrarono però insidiosi e quel gruppo prima si logorò, poi si divise tra le braccia di Berlusconi. Il loro leader, Gianfranco Fini, pensando che il Cavaliere fosse prossimo a dipartita, iniziò un processo volto a rendere lui e i suoi fedelissimi presentabili internamente e internazionalmente. Operazione delicata che tra viaggi in Israele, denunce del fascismo e aperture alla borghesia liberale stava dando i suoi frutti. La formazione del partito il Popolo delle Libertà sembrava pertanto essere il compimento di un lavoro politico minuzioso durato quasi vent’anni. In molti rimasero delusi quando il Cavaliere decise di non lasciare. A quel punto ricordiamo lo strappo di Fini, l’autunno in cui sembrava che quel colpo potesse uccidere Berlusconi oltre che il tentativo di saldarsi a Monti. Dallo strappo con Silvio in avanti la figura di Fini ha però conosciuto un rapido declino culminato con l’esclusione dal parlamento alle politiche del 2013 (sedeva a Montecitorio dall’83).

A questo punto tre domande sorgono spontanee: Cos’è rimasto di quel gruppo dopo la morte politica del loro leader? Il processo politico cominciato da Fini può essere rilevato da qualcun altro? Esiste uno spazio politico per la Destra in Italia?

Alcuni seguirono Fini (Ronchi, Menia, Urso e Buonfiglio o come il fedelissimo Bocchino). Altri ne criticarono aspramente la scelta e si aggrapparono a Berlusconi (Gasparri, La Russa e la Meloni). Ci fu poi chi, come Gianni Alemanno, per la posizione che ricopriva, restò ambiguo. Altri ancora avevano già abbandonato Fini quando venne fondato il PDL (vedi Storace). Insomma, quel blocco granitico che aveva resistito alle molotov e alle chiavi inglesi non riuscì a resistere alle ambizioni dei suoi colonnelli.

Data la scarsa popolarità di Monti e del suo governo, oltre che dalla paura di un’epurazione preventiva dalle liste del PDL, una parte consistente degli ex AN fondarono Fratelli d’Italia e cominciarono ad opporsi al governo tecnico e alle sue politiche.

Ricapitolando: da un lato Fini, che aveva passato una vita a guardare al centro, dall’altro La Russa e Meloni che intravedevano nella crisi europea ed italiana la fine di una possibile saldatura tra la borghesia filoeuropeista e la destra popolare. Fini andò contro il muro, Fratelli d’Italia non sfondò ma prese l’egemonia di quel mondo pur senza potere accedere ai fondi della Fondazione AN. Alla fine del 2013 venne presentata da Meloni-La Russa-Alemanno la richiesta di concedere a Fratelli D’Italia il logo di Alleanza Nazionale per un anno e l’assemblea della Fondazione si espresse favorevolmente.

Nel 2014 la Meloni venne elette presidente del Partito e cominciò un’operazione di avvicinamento alla Lega di Salvini, condividendo con i lumbard molte battaglie all’opposizione dei governi Letta e Renzi oltre che contro le politiche europee.

Nel 2015 è andato in scena il penultimo atto della saga all’assemblea della Fondazione AN. Da un lato i “quarantenni” (Bonelli, Facci, Orsomarso, Santoro, Vignale e Urzì più Fini e Alemanno) che auspicavano la nascita di una associazione che racchiudesse tutte le anime della destra . E dall’altro gli esponenti di Forza Italia (Gasparri e Matteoli) e Fratelli-d’Italia-An (Meloni e La Russa) per i quali sia la destra che i moderati avevano già i loro partiti di riferimento in parlamento. I secondi l’hanno spuntata, per il momento però i 180 milioni di euro della Fondazione non si toccano.

Atto ultimo. Elezioni di Roma. Meloni rompe con Berlusconi. Rinforza l’asse con Salvini con il quale spera di costruire l’unico polo di opposizione a Renzi a destra. Cip e Ciop sono convinti che i becchini abbiano già l’indirizzo di Arcore. Fini , Alemanno e i quarantenni stanno con Storace( della serie a volte si ritorna amici). Certo è che tra flussi di migranti, la disoccupazione elevata e l’Europa in cortocircuito la fiamma potrebbe tornare ad ardere. In Francia la destra avanza, in Grecia e nella penisola iberica no. In Italia? Vedremo.

Rapporto di minoranza sui Quaderni neri

in politica/ by

La recente pubblicazione dei Quaderni neri di Heidegger ha riacceso il dibattito sull’adesione del filosofo al nazionalsocialismo e sull’antisemitismo metafisico che da tale opera scaturirebbe. Non è questa la sede per un’analisi approfondita della questione, mi limiterò pertanto a una breve riflessione da non addetto ai lavori. Le considerazioni che seguono scaturiscono però dal disgusto per i processi sommari e per le falsità che si sono acculate nel corso dei decenni, questione degnamente inquadrabile nel libro di Fedier “Heidegger e la politica”.

Già il titolo evoca scenari sinistri: “Quaderni neri”. Non può che essere il libro di un fascio. Il nome deriva invece dal fatto che i diari del filosofo erano, appunto, neri. Fossero stati verdi li avrebbero chiamati così?

Secondo i detrattori di Heidegger ci sarebbero in questi appunti delle frasi terribili (come quella su “l’autoannientamento del popolo ebraico”) che fungerebbero da prova inconfutabile per potere condannare il nazista diabolico. Guarda caso non hanno avuto la stessa risonanza i passaggi dove si definisce il nazionalsocialismo un “principio barbarico”o Hitler un “folle criminale”.

Probabilmente leggere queste frasi alla luce delle migliaia di pagine di opera del filosofo era troppo difficile. In effetti, il pensiero di Heidegger è un pensiero molto complesso ed è più comodo etichettare e mettere all’indice che cercare di capire. La logica che i detrattori tanto invocano renderebbe però spontanee alcune domande: perchè Heidegger non ha pubblicato una sola parola antisemita durante i dodici anni di regime nazista? Pubblicarle non sarebbe stato un modo per compiacere il regime e sostenere le proprie convinzioni? Perchè annotare queste quattro frasi privatamente? Perchè non cancellarle dopo la guerra una volta deciso che i quaderni sarebbero stati pubblicati? Perchè invece di presentare le sue presunte tesi antisemite Heidegger si è preoccupato di demolire l’interpretazione che il regime aveva dato di Nietzsche? Se era un antisemita così convinto, come mai era l’unico professore di Germania a non fare il saluto romano a lezione ed era pedinato dalla Gestapo?

Una lettura attenta degli scritti del filosofo darebbe piuttosto ragione a Francois Fedier nel suo concludere: “come non ci sia posto dell’antisemitismo o del nazionalismo nel pensiero di Heidegger è ciò che viene in chiaro non appena si cominci a riflettere sulle implicazioni della sua nuova determinazione dell’essenza dell’uomo: essere umano, in ultima analisi, fa tutt’uno con la preoccupazione di pensare, la cura del pensiero. Non nel senso del pensare metafisico, che è uno dei modi di pensare, non l’unico, sebbene minacci sempre più di eliminare tutti gli altri. Questo modo d’essere è denominato da Heidegger “Dasein”. Il Dasein è condiviso da tutti gli essere umani. Solamente gli essere umani lo condividono. Così significa: tutti gli uomini, di ogni popolo, di ogni tempo e di ogni luogo condividono il fatto di essere solo in quanto si trovano in rapporto con il totalmente altro, il cui volto è presente, adesso e sempre, di fronte ad ogni uomo, senza la minima gerarchia. […] Nessuna razza, nessun popolo, nessuna lingua può realizzare meglio di qualcun altro l’essenza dell’umanità.”

Altro cavallo di battaglia sui Quaderni neri è quello che riguarda l’antiscientificità del filosofo: Heidegger ce l’avrebbe con la scienza, la logica e la tecnica perché non sarebbe altro che un reazionario che amava i contadini, i boschi e gli ululati nella foresta.

Anche queste accuse sono facilmente smontabili, sia sul lato pratico che su quello filosofico. Nella vita quotidiana Heidegger non era assolutamente tecnofobo, guidava la motocicletta e aveva il riscaldamento centralizzato. Vabbè, poteva essere un paraculo come Marinetti che sparava al piatto di spaghetti in pubblico e li mangiava all’osteria. No. Nelle opere di quello che viene definito l’Heidegger della svolta (chissà poi quale? Come se avesse mai ripudiato cose scritte in precedenza..) si prende atto del fatto che viviamo nell’età della tecnica non perchè ci siano le macchine ma che ci sono le macchine perchè viviamo nell’età della tecnica. Per Heidegger, semplicemente, il modo di pensare che ha prodotto le macchine e le scienze moderne non è adeguato a rispondere a tutte le domande. Come ci insegna il teorema di Goedel non possiamo dire cos’è matematica matematicamente, cos’è fisica fisicamente. Altro che irrazionalismo. Nei Quaderni questo lo si può leggere chiaramente e in alcuni passaggi è forse più chiaro che in opere precedenti.

Per non annoiare chi legge, oltre ad invitare caldamente alla lettura attenta dell’opera di Heidegger e dei Quaderni Neri, un piccolo aneddoto ricordato di recente anche sull’Huffington Post.

Paul Celan (poeta ebreo morto suicida) incontrò Heidegger nel 67. L’incontro non dev’essere stato una cosa facile. Uno aveva aderito al nazionalsocialismo, l’altro era stato deportato in campo di concentramento. Di quella giornata non si sa molto, pare che i due passeggiarono in silenzio per diverse ore. Celan dichiarò in seguito che l’unica cosa che ricordava con piacere di quella visita era di aver visto in ogni libreria della città copie dei suoi libri in vetrina. Non ha mai saputo che il giorno prima del suo arrivo una persona aveva insistentemente chiamato ogni libraio per pregarli di esporre in vetrina le opere di Celan. Indovinate chi era quella persona.

Guida al Partito Democratico, corrente per corrente

in politica by

Il principale partito politico italiano è il PD. Le dinamiche interne e il modo di formazione della classe dirigente di tale partito sono tra le più articolate nel panorama europeo. Dedicherò a tale partito due contributi. Visti i fatti degli ultimi giorni, una panoramica introduttiva è necessaria per permettere ai non addetti ai lavori di districarsi tra gli attori in campo.

La prima considerazione da fare è che il PD è il principale partito che sostiene il governo attualmente in carica (con maggioranza assoluta alla camera), esprime il Presidente del Consiglio, la maggioranza dei ministri, amministra la gran parte delle regioni italiane oltre che le principali grandi città. Raramente nelle democrazie occidentali si è assistito ad un accentramento di potere tale. Se da un lato questa situazione può dare grande slancio all’attività dell’esecutivo, dall’altro non si può non notare come la sovrapposizione tra Partito e strutture statali sia il frutto di un sistema politico in grande difficoltà. Diversamente da quanto avvenne nella Prima Repubblica, la centralità del PD a tutti i livelli amministrativi è dovuta più all’incapacità politica dei suoi avversari che a un vincolo esterno. Il sistema appare infatti imbrigliato dalla crescente egemonia della Lega nel ex centrodestra e dal “gran rifiuto” del movimento 5 Stelle a fornire appoggi esterni ai governi Bersani e Renzi.

La competizione per il potere si gioca pertanto più all’interno del PD che tra i vari partiti.

La grande divisione che attraversa tutte le correnti del Partito è quella generazionale. Due sono le classi in campo: i sessantenni e i neo quarantenni. La prima è la generazione che arriva dall’onda lunga del sessantotto (formati da una o dall’altra parte della barricata ), l’altra e quella di chi ha iniziato a fare politica negli anni 90. In mezzo esiste qualcosa ma negli anni del riflusso le masse non sono andate in sezione (a dire il vero nemmeno negli anni 90. Ciononostante un nucleo si è formato).

Nel Pci le linee erano tre: i miglioristi, il centro berlingueriano e la sinistra. I Ds avevano i Veltroniani e i Dalemiani. Nella Dc la situazione era molto più complessa e il PD assomiglia molto più a quel partito che al grande partito della sinistra. Con buona pace dei compagni, stanno morendo democristiani. A grandi linee le aree del partito sono le seguenti: il cerchio magico, AreaDem, i prodiani, i giovani turchi, i lettiani, i bersaniani, i dalemiani, i liberal radicali, i cattoDem, l’innominato, la CGIL, i cuperliani e i civatiani . Ogni corrente avrebbe delle sottocorrenti ma ve le risparmierò.

Il fattaccio che ha determinato questa geografia è l’elezione del presidente della Repubblica del 2013. Non sapremo mai chi sono i 101 o, meglio, volendo evitare querele, diciamo che non lo sappiamo. Ad ogni modo, come scriveva Lenin, guarda chi ne trae beneficio e…

Il cerchio magico è composto dai più stretti collaboratori di Renzi, odiatissimi da tutti gli altri renziani dato che il grande capo si fida solo di loro. Chi sono? Lotti, la Boschi e il portavoce Sensi. Appena Renzi sbarcò a Roma, seppur in posizione autonoma, c’era anche Delrio. Quest’ultimo in secondo piano dopo una riforma delle provincie non brillante e performance televisive deludenti. I tre concorrono attivamente alla formazione della linea Renzi. Prima della prova di governo vicini a posizioni liberal e rigoriste si sono trasformati in tenaci sostenitori della flessibilità di bilancio. Rispetto alle origini qualche giravolta anche sui diritti civili, più in generale possiamo dire che la linea politica di Renzi sia “per la maggioranza”. A volte questa maggioranza comincia a partire da redditi più alti, altre volte da quelli a redditi più bassi, certamente non è mai identificabile negli schemi della politica classica.

AreaDem raccoglie una buona parte degli ex margherita e si costituì per supportare Franceschini alla corsa alla segreteria contro Bersani. Gli uomini di Area Dem sono diventati una buona falange del renzismo fornendo al segretario uomini di indubbia esperienza politica come il vicesegretario Guerini,il ministro Franceschini e il capogruppo Rosato. La gran parte di loro convertiti a Renzi all’ultimo minuto hanno raccolto tra le loro fila l’ex segretario DS Fassino già prima del fattaccio. Pare che proprio Fassino sia stato uno degli uomini ponte per l’arrivo di Renzi a Roma. Ideologicamente sono inseribili nell’alveo di cattolicesimo democratico.

I prodiani dopo il fattaccio non esistono quasi più. Sono i fedelissimi dell’ex premier rimasti politicamente vivi. Spariti a livello locale sopravvivono come una bestia rara in parlamento. L’azione di maggior rilievo di questa piccola frangia è stata l’abbandono dell’aula durante voto sull’italicum. Come il loro padre putativo sono rancorosi e filoeuropeisti a prescindere .

I dalemiani ormai si sono ridotti al solo D’Alema e alla sua rete di relazioni. Bolscevico nell’animo, unico ex comunista ad essere diventato premier, ogni sua dichiarazione ha un grande eco mediatico. Stimato internazionalmente è una contraddizione vivente. Critica l’attuale presidente del consiglio per una riforma del lavoro poco di sinistra e a suo tempo approvò il pacchetto Treu, predica politiche fiscali espansive e la frase dopo si vanta dei suoi avanzi primari. Lui si difenderebbe dicendo che è il momento che determina le scelte politiche e che arrivare fuori tempo in politica non è concesso. Alla giuria la difesa non convince…Di recente gli si attribuisce la possibilità di potere” fare saltare il banco” sostenendo liste di sinistra alle amministrative di Roma e Napoli. Non sembrano minacce credibili e se la festa per il PD dovesse finire non sarebbe per merito suo. Odiato dalla grande maggioranza degli italiani, venerato da un non esiguo numero di iscritti è ciò che più si avvicina all’ultimo uomo di Nietzsche.

L’innominato c’è e resterà tale. Sappiate che conta molto.

I bersaniani erano la maggioranza dei parlamentari eletti nel 2013. Notevolmente ridotti dopo il fattaccio hanno di recente subito le defezioni di Fassina e D’Attore. Fabbriche di bersaniani sono state l’Emilia e il Veneto. Il loro leader è Roberto Speranza, ex capogruppo e probabilmente sfidante di Renzi al prossimo congresso (pare che a quest’area non sia piaciuta l’autocandidatura di Rossi). Politicamente socialdemocratici si distinguono più per l’opposizione di principio a Renzi che per i risultati ottenuti dalla mediazione parlamentare. Aspirano a tornare maggioranza nel Partito e per tale motivo cercano alleanze con i lettiani oltre che con ambienti della società civile che poco hanno a che fare con la loro storia. Una presenza non irrilevante nella base.

I Turchi sono una corrente di grande interesse. Provengono dai dalemiani e ne hanno assorbito l’essenza a tal punto da diventare perno della maggioranza di Renzi nonostante avessero sostenuto Gianni Cuperlo all’ultimo congresso. La pattuglia parlamentare turca è capitanata da Orfini, presidente del Partito e commissario di Roma. Non si capisce se la sua linea sia dettata da un particolare acume politico o dal forte astio verso i bersaniani, quello che è certo è che i Turchi si stanno piazzando in posti di tutto rispetto. L’uomo all’Avana dei Turchi è il ministro Orlando, ultimo dei miglioristi. Hanno quasi la totalità dei giovani democratici dalla loro parte. Politicamente questa corrente rappresenta la socialdemocrazia classica, più concentrata a sopravvivere nella lotta di potere che ad altro, ottiene di tanto in tanto qualche emendamento di sinistra.

I liberal radicali sono i pochi liberisti del PD. Peso nel partito quasi nullo. Qualcuno arriva dal PCI, altri dai Radicali. Figura di spicco è Morando. Sono quei profili che hanno giustamente scelto il PD per fare la riserva indiana e per avere un po’ di risonanza. Non si muovono compatti e la mano invisibile non sembra dare grandi risultati in transatlantico. Una volta erano affiancati anche dai reduci repubblicani.

I lettiani sono dormienti. II loro capo è a Parigi e aspetta un passo falso del rivale Renzi. In molti lo hanno abbandonato, o forse è solo una tattica. Lettiani di punta sono la De Micheli e Boccia. Sognano una grande manovra con i bersaniani e in caso di una debacle alle amministrative sperano di ricompattare tra le loro fila anche Area Dem. Politicamente europeisti e vicino alla Troika non godono di ampio consenso nella base.

I cuperliani. Esigua minoranza. Legati a Gianni Cuperlo sono stati in bilico tra i turchi e i bersaniani per poi assecondare questi ultimi nell’opposizione intransigente a Renzi. Guidati da un signore d’altri tempi i cuperliani sono destinati all’esaurimento e all’assorbimento nei bersaniani.

I civatiani sono usciti quasi tutti dal Partito (vedi Civati e Mineo). Linea politica vaga: forte opposizioni a Renzi, al governo di grandi intese, al Jobs Act e alla riforma costituzionale. Avevano ottenuto un risultato non irrilevante al congresso ma quel capitale politico sembra andato in fumo definitivamente. Vedremo alle prossime amministrative il peso reale di questa area.

I cattoDem non sono una vera e propria corrente, si compatta ogni qualvolta si deve votare su temi eticamente sensibili. Recentemente attivi contro il ddl Cirinnà, si deve più ad Alfano che a loro lo stralcio della stepchild adoption.

La CGIL ha per anni fornito quadri al PDS-Ds. Storicamente mal sopportati dai dalemiani e dall’apparato della sinistra, oggi ai ferri corti con i renziani, si trovano anch’essi ad un bivio: uscire o tacere. Additati da Renzi come uno dei principali problemi del paese il loro malumore cresce di giorno in giorno. Se uniti possono fare male, in Liguria i renziani ne sanno qualcosa… Tolti i quadri di riferimento storici come Cofferati (uscito dal Partito), Epifani e Damiano non sembrano produrre nuove leve in grado di acquisire potere nel partito.

Presentate le squadre nel prossimo contributo un’analisi della politica del PD negli ultimi due anni, di come si finanzia e come forma i propri quadri.

A cosa servono i partiti, cosa serve ai partiti

in Articolo by

“Nessun grande paese libero è stato senza di essi. Nessuno ha mostrato come un governo rappresentativo possa operare senza di essi. Essi creano l’ordine dal caos di una moltitudine di elettori”. Così il liberale James Bryce definiva i partiti circa un secolo fa. Chi scrive ritiene che oggi più di allora le democrazie rappresentative abbiano bisogno dei partiti per gestire la complessità del sistema. Se a metà dell’ottocento potevano esistere intellettuali “a tutto tondo” (Hegel si laurea con una tesi di astrologia e poi si occupa eminentemente di diritto, filosofia, storia…),  l’idea che oggi le capacità cognitive di un singolo individuo possano estendersi in più di un campo di ricerca sembra un miraggio. Oramai un ricercatore passa una vita a specializzarsi in un piccola branca della propria disciplina e solo in rari casi riesce a cogliere l’oggetto di ricerca nella sua interezza. Questo incipit per mostrare sbrigativamente la non adeguatezza della democrazia diretta a una società articolata quale la nostra. Pensare che ognuno di noi possa esprimersi con cognizione di causa su una legge finanziaria, la fecondazione assistita, il nucleare e la riforma della giustizia è pertanto un’illusione a cui è pericoloso credere. L’aggregazione di competenze in organizzazioni collettive in grado di fare sintesi sulla base di valori su cui nessun individuo può avere competenza specifica (Ad esempio:chi ha competenza sulla libertà?) diventa pertanto una necessità di ogni sistema democratico.

In questo spazio concessomi dal “Blog canaglia” cercherò di tracciare un’analisi sullo stato di salute dei partiti nel nostro paese e sul modo di formazione delle elites all’interno di essi. Il primo passo è sempre il più noioso, nel nostro caso si tratta di descrivere brevemente la cornice costituzionale e la legislazione sul finanziamento dei partiti.

Un eminente studioso molto poco liberale come Carl Schmitt ci ricorda che le costituzioni si scrivono contro qualcuno. In Italia questi nemici hanno un nome e cognome: Partito Fascista e Casa Savoia. La lettura della carta Costituzionale e della legge Scelba del 52 limita pertanto le finalità dei partiti all’interno della cornice democratica e repubblicana. Per il resto l’articolo 49 parla chiaro: “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Tale diritto è stato usato con frequenza dagli italiani e a dire il vero non basterebbe un libro per nominare tutte le formazioni politiche che si sono presentate alle competizioni elettorali dal 48 ad oggi. Se non abbiamo visto un partito dove tutti i candidati hanno lo stesso nome e cognome (Ungheria), o uno che propone di pattugliare le coste con pinguini assassini (Australia), alle ultime politiche non ci siamo fatti mancare il Movimento Bunga Bunga o il Partito della Rabbia.

La legislazione in cui sui muovono i partiti è stata segnata dalla guerra fredda. Dal dopoguerra fino alla caduta del muro chi ha governato non ha ritenuto saggio imbrigliare la competizione elettorale con regolamenti che non potessero essere facilmente aggirabili in caso di necessità (dopotutto,c’era Baffone dall’altra parte). L’articolo 49, se letto con attenzione, chiederebbe infatti che la vita dei partiti fosse democratica e non solo la competizione tra partiti. Di fatto il metodo democratico è rimasto nel cassetto per tutta la prima e la seconda Repubblica. Ancora oggi la giurisprudenza ci ricorda che i partiti sono “titolari ex lege di alcune pubbliche funzioni, in quanto ciò riguarda le elezioni, il funzionamento dei corpi rappresentativi ed il contributo dei cittadini, con metodo democratico, alla formazione della politica nazionale, ossia della funzione d’indirizzo politico” (Tar Lazio, sez. II, sent. 14/10/2009, n. 9895). Della serie non rompiamogli troppo su come si organizzano.

I partiti, quando funzionano, costano molto. Formazione, campagne elettorali, strutture organizzative sono attività che difficilmente possano essere coperte dai versamenti degli iscritti. O, meglio, non si registrano casi di partiti di governo che abbiano potuto farne a meno. Con una metafora hobbesiana potremmo dire che i soldi sono il sangue dei partiti.

Il finanziamento pubblico venne normato nel 1974 con una legge targata DC e votata dalla totalità del parlamento escluso il Partito Liberale. Dopo trent’anni di flussi di denaro che arrivavano dall’estero (sia per il PCI che per la DC) il sistema industriale italiano aveva raggiunto un livello di sviluppo tale da permettere alla nostra borghesia di finanziare i partiti di governo, ciononostante, per evitare che questi ultimi potessero avere un potere di ricatto e che non si perdesse il primato della politica, si è convenuto per forme di assistenza pubblica. Nel 78 i radicali provarono a fare saltare il provvedimento, ma tutti i principali partiti si opposero e il referendum non raggiunse il quorum.

Ci volle mani pulite per rovesciare la situazione e nel 93 un nuovo referendum ottenne il quorum. La politica continua però a costare anche nella seconda Repubblica. Così i partiti hanno deciso di tutelarsi fregandosene del referendum.

Una legge sui rimborsi elettorali fu prima allargata e poi sostituita nel 1999 da una che prevedeva fondi a tutte le le liste che avessero superato l’1 per cento dei voti. Nel 2006 si è pensato di estendere il finanziamento a tutta la legislatura, anche in caso di scioglimento del parlamento.

Con Monti è stata approvata la legge n. 96/2012 (PD e PdL compatti. Nota di colore: Idv contraria) che ha dimezzato i contributi pubblici. In tale provvedimento si istituiva inoltre una commissione composta da magistrati per vigilare sui bilanci dei partiti.

Nel 2014, sulla spinta dell’ennesima ondata antipartitica, il Parlamento approvò la conversione del decreto legge sull’abolizione del finanziamento pubblico sostituendolo con “un sistema di finanziamento basato sulle detrazioni fiscali delle donazioni private e sulla destinazione volontaria del due per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche” .

L’ultimo atto della saga è andato in scena quest’autunno con l’approvazione del ddl Boccadutri. La Commissione che doveva vigilare sui bilanci dei partiti e sull’erogazione dei finanziamenti relativi a 2013 e 2014 non era infatti riuscita a svolgere il lavoro per mancanza di personale. I finanziamenti rimanevano pertanto bloccati. Il ddl Boccadutri li ha sbloccati prevedendo che i controlli della Commissione sui bilanci dovessero avvenire dagli esercizi successivi al 2014.

Il decreto legge del 2014 era effettivamente ardito, basti pensare che 96 paesi al mondo prevedono fonti di finanziamento pubblico. L’amaro in bocca lo lascia la mancanza di una discussione pubblica sul tema e il continuo ricorso a sotterfugi per foraggiare i partiti.

Completata la cornice normativa sulle modalità di costituzione e sul sostentamento dei partiti possiamo cominciare a vedere come i diretti interessati si sono mossi in tale contesto. Nel prossimo contributo un’analisi sul partitone della nazione. Come si finanzia? Quali sono le correnti interne? Come forma le liste? Ha una scuola di formazione politica? Esiste un metodo democratico di selezione della classe dirigente?

Go to Top