un blog canaglia

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Luca Mazzone

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Esotismo ed autostima: lo psicodramma dei banani a Milano

in società by

Che ci fossero palme e banani in piazza Duomo a fine Ottocento non dovrebbe stupire: il gusto dell’epoca esaltava tutto ciò che veniva considerato esotico e stravagante. Ed era qualche decennio che la cosa progrediva, visto che i ricchi si riempivano le case di cineserie già dal settecento.

Però: dal cinquecento alla prima guerra mondiale, l’influenza ed il peso europeo nel mondo erano andati crescendo. Ora che stiamo per andare a schiantarci, le palme a Milano (che peraltro sono cinesi, non africane) non vengono viste come appropriazione culturale ma come “invasione”. Principalmente per mancanza di autostima – d’altronde cos’è il fascista/sovranista se non uno con seri problemi.

PS: l’appropriazione culturale è una cosa molto figa. I liberals fanatici del multy culty non lo capiranno mai, e continueranno a rimediare figure barbine come le svedesi in Iran

Amici di sinistra, niente da dire su Chavez?

in economia/politica by

Quando ero al Liceo, Chavez era da qualche anno saldamente al potere in Venezuela. Locali dirigenti dei partiti di sinistra andavano in pellegrinaggio in Venezuela e tornavano estasiati, come piccoli Sartre di ritorno da Mosca, magnificando la rivoluzione bolivarista.

Non era una fascinazione limitata a qualche giovincello cresciuto nella provincia italiana che avrebbe poi cercato una raccomandazione da qualche politico locale – il vero socialismo realizzato da noi. Chavez aveva ammiratori nella pubblicistica mainstream di sinistra anche negli Stati Uniti: si veda qui, qui; politici oggi alla guida della sinistra inglese magnificavano i risultati del bolivarismo, come si vede qui. Non ha fatto eccezione la stampa italiana, da Internazionale (si veda qui) a davvero tutti gli altri (qui una rassegna, curata da Formiche.net).

Non c’è poi bisogno di citare il documentario di certo non critico di Oliver Stone, distribuito in Italia con il titolo Chávez – L’ultimo comandante, e applauditissimo a Venezia nel 2009.

Finchè le cose andavano bene, ossia finchè il prezzo del petrolio tirava e il costo delle scelte del governo socialista poteva essere spostato in avanti, il Venezuela ha rappresentato l’ennesima reiterazione delle illusioni della sinistra mondiale, convinta di poter ignorare lo stato di diritto, i vincoli di bilancio, la logica e qualsiasi altra cosa che si opponesse ai propri desiderata. Tra gli ostacoli, nel caso del Venezuela, ci sono stati non trascurabilmente i diritti umani. E non parlo solo degli oppositori politici come Leopoldo Lopez – la sua farsesca vicenda era troppo grottesca perchè anche la stampa italiana non ne desse conto, quindi si veda qui – ma anche dei comuni cittadini.

Ora, in un paese ormai nel caos, con la violenza per le strade, le squadracce filogovernative che hanno reso Caracas simile a Gaza, gli ospedali in disarmo, la carenza di beni di prima necessità, l’iperinflazione, la crisi fiscale e valutaria, scopriamo che il regime ritiene indispensabile pagare il debito estero comprimendo ancora di più i consumi interni. Come suggerisce anche Mario Seminerio, questo potrebbe spiegarsi con la volontà di salvaguardare i propri conti esteri – no, non quelli dello Stato, ma quelli della banda di criminali che oggi lo controllano. Di questo è già più difficile trovare traccia sulla stampa di sinistra, come del fatto che la figlia di Chavez è probabilmente la persona più ricca del Venezuela.

Stiamo parlando di un gruppo di potere spietato, disposto ad affamare i propri governati come e peggio di un dittatore africano di anni che pensavamo di esserci lasciati alle spalle. Eppure, la reputazione di Chavez e Maduro a sinistra non è ancora riuscita a modificarsi – e per molti, anche solo paragonare Chavez/Maduro a Pinochet è offensivo verso i primi. Come se di fronte alle proprie preferenze estetiche, di appartenenza, non contassero niente le condizioni di vita di chi deve fare esperienza di queste politiche.

Seriamente: cari amici di sinistra, non è il caso di fare un passo in avanti, ammettere che vi siete sbagliati? È vero o è falso che il pregiudizio ideologico vi ha portato a sostenere la causa di dei criminali, difendendoli anche quando negavano i diritti delle opposizioni ed esultando quando sono riusciti a rimanere al potere, nel 2002?

La domanda, ovviamente, è rivolta anche agli autori di questo blog, come Absinthe, che di fronte alla citazione del problema, da qualche mese, sanno rispondere solo con insulti e attacchi personali.

Forza, ce la potete fare.

Preparare un nuovo maccartismo

in società by

Il maccartismo è stato, al di là dell’opportunismo carrierista del suo protagonista principale, un periodo di diffusa paranoia e oscurantismo. Chi però pensa che un periodo del genere non possa ripetersi, sotto altre forme, sbaglia.

Cercherò di prenderla un po’ alla lontana, per cui abbiate pazienza. Ho cambiato parecchie posizioni nella mia vita, prima di trovarmi dove sono ora, cioè complessivamente abbastanza right of center, e conservatore, pur non essendo religioso. Nel farlo, partendo da posizioni di sinistra che hanno via via cambiato forma, ho costantemente e scientemente esposto il mio punto di vista a contraddizioni, alternative. Ho passato spesso il tempo leggendo riviste di gente di cui pensavo di non condividere nulla, principalmente per non fossilizzarmi sulle mie idee – ad esempio, ero decisamente anti-liberale quando ho letto Nozick.

Ad ogni modo, nel tempo ho accumulato amicizie, reali e telematiche, che coprono uno spettro decisamente ampio di posizioni e vissuto: dai fasci ai militanti per i diritti lgbt, dal libertario nerd al grigio funzionario di partito della Ditta, dal conservatore americano vicino al Tea Party, o europeo vicino alle posizioni dell’Opus Day, ai molti (e di tutti i paesi) liberal che leggono il New Yorker e il New York Times, da chi odia gli immigrati a chi viene dai paesi che subiscono il razzismo dei primi, e così via. Alcune di queste persone, alle volte, si ritengono profondamente offese da quello che penso e che dico, e ci tengono a dirmelo – spesso in privato, aggiungendo di voler interrompere ogni rapporto con me. Profilo di tutti costoro: economicamente a sinistra, sostenitore dei diritti civili, non religioso. Progressista, insomma.

Un secondo autore di questo blog ha da poco ricevuto apprezzamenti simili per aver condiviso su una chat comune a degli amici un articolo che parla male del Venezuela di Chavez.

Un altro ancora ha ritenuto di andarsene dal blog perchè offeso da quello che scrivevo. Un ultimo autore, infine, non mi parla più per lo stesso motivo. Tutti, come sempre: economicamente a sinistra, sostenitori dei diritti civili, non religiosi.

In molti, da quando ho iniziato a chiedermi se questo atteggiamento fosse effettivamente solo una percezione, hanno iniziato a raccontarmi di astenersi dall’esprimere certi punti di vista perchè temono le reazioni di colleghi e amici: ancora una volta, si tratta di punti di vista non esprimibili perchè non abbastanza vicini a quelli di chi è economicamente a sinistra, sostenitore dei diritti civili, non religioso. Chi li ha espressi, invece, mi ha raccontato di come fosse stato contattato privatamente, anche a distanza di giorni, da persone che comunicavano il loro considerarsi ex-amici per quanto emerso nella discussione.

Potrebbe essere un problema di prospettiva? Chi possiede una istruzione elevata si trova più spesso in ambienti in maggioranza progressisti. E quindi sovrastima quello che Pew dice essere comunque un fenomeno rilevante, almeno sui social media.

Consistent Liberals Most Likely to Block Others Based on Political Content

Ma si limiterà ai circoli più elitari? Le istituzioni ufficiali non aiutano: offrono legittimazione costante dando status di opinioni con diritti di cittadinanza superiori a opinioni come le altre. Le università, addirittura, istituiscono corsi in cui dare per assunta l’oppressione patriarcale, il liberismo come causa delle disuguaglianze, le disuguaglianze economiche come urgenza, il realismo politico come causa dei mali del mondo. Chi vuole essere intollerante sente di avere un supporto “ufficiale” del suo punto di vista. La mia università, giusto oggi, ha inviato una mail collettiva invitando a una public lecture in cui il relatore si applicherà nel seguente esercizio:

Structural adjustment programs, austerity policies, tax competition, and growing inequalities appear more and more as limits to the possibility for citizens to democratically determine how to organize their society.   (guest) will critically reflect the relationship between capitalism and democracy, addressing questions such as: Is capitalism necessarily a precondition for liberal democracy, or is it rather a hindrance to democratic collective self-determination? Should democracy become “market conform” (Angela Merkel), or should economic activities instead be democratized?

Sono opinioni, ma in un ambiente a maggioranza di sinistra qualcuno ha la forza o il coraggio di proporre che vengano semplicemente messe in discussione da una prospettiva aperta? La versione più edulcorata di come questo sia un problema nell’accademia americana (pensate che in Italia sia meglio?) è qui, una meno ottimistica qui. Citazioni dalla più ottimistica?

About a third of the professors we interviewed said they concealed their politics prior to earning tenure. Of course, being in the closet is not easy. (One particularly distressed professor told us: “It is dangerous to even think [a conservative thought] when I’m on campus, because it might come out of my mouth.”)

some 30 percent of sociologists acknowledged that they would be less likely to hire a job applicant if they knew she was a Republican. Yancey found that 15 percent of political scientists and 24 percent of philosophers would discriminate against Republican job applicants, and at least 29 percent of professors in all disciplines surveyed would disfavor members of the National Rifle Association. He found that professors are even less tolerant of evangelicals, partly because that identity is a proxy for social conservatism.”

So che molti i lettori di questo blog sono, per l’appunto, economicamente a sinistra, sostenitori dei diritti civili, non religiosi. E probabilmente riterranno questo discorso un inutile orpello vittimista. Non è così. Il problema esiste, e sta peggiorando la vita di molti. Chiunque leggerà, provi a rifletterci.

P.S.: allo stesso modo, chi ritiene di poter allungare la lista degli esempi scriva pure qui sotto. Davvero, c’è poca consapevolezza del problema, e quanto più si può fare meglio è.

Le idee dei partigiani sul referendum: e chissenefrega?

in politica/società by

Surreale che, in un Paese bloccato da mille problemi, nell’anno del signore 2016, si possa ancora fare una polemica che includa i partigiani. Non come figure storiche, ma come attori presenti nel dibattito.

Non sto qui a riassumere tutta la vicenda, che ruota secondo alcuni intorno al modo in cui dovrebbero essere considerate le opinioni di un signore con grandi meriti, nato nel 1926 e animato da grande passione civile. Ma mi limito a segnalare che – ribadisco: troviamoci oggi nell’anno 2016 – gli iscritti all’ANPI oggi non possono che essere (a) gente che ha fatto la Resistenza, ma che a parte mirabili eccezioni non sarà nel pieno delle proprie facoltà cognitive o (b) gente che si è iscritta dopo all’ANPI come ci si iscrive all’ARCI Bellezza per ballare il tango.

Ora, francamente, di fronte ai vari Ciwati che agitano i partigiani come un feticcio per “argomentare” la propria contrarietà a questo o quello, facciamo uno sforzo di maturità democratica e diciamocelo: va bene l’idea dei signori dell’ANPI, ma non è un attentato alla Costituzione pensarla diversamente.

P.S. per inciso, io non ho nè una posizione definita sul referendum nel merito, nè grande simpatia per Renzi (e pochissima per i renziani). Ma la pretestuosità, l’ipocrisia, il nichilismo e in ultima analisi l’assenza di ogni visione costruttiva dei suoi critici mi rendono ogni giorno meno antipatico il renzismo e tutti i suoi derivati.

Nessuno tocchi Porro

in politica/società by

Non guardo molta tv, tra le altre ragioni perchè non trovo interessanti i talk show, mi annoia la pubblicità, e alla fine se ho tempo libero preferisco impiegarlo in un altro modo.

Capisco però che per molti, per formazione o per il modo in cui occupano le giornate, vi facciano ricorso per informarsi, o per costruirsi una opinione circa le cose del mondo. È così da decenni, e il modo in cui è strutturato Internet da qualche anno a questa parte (ne parla Morcy in un bel post qui, al quale spero avrò il tempo di rispondere) non ha cambiato di molto le cose. Insomma, in qualche modo la televisione ancora conta.

Ora, nella tv di oggi esistono vari personaggi che, in una scala di preferenze che vanno dalla Gabanelli a Paragone, usano lo spazio per propagandare le loro tesi. In entrambi i casi, a mio parere, si tratta quasi sempre di cazzate irrazionali e criminali, di disinformazione e di sensazionalismo, e un direttore editoriale con un minimo di senso della sua professione, di lungimiranza o anche solo di buon gusto chiuderebbe la trasmissione e farebbe un cazziatone ai responsabili. Non è questo, almeno non sempre, il caso degli altri talk show. Che mancano di approfondimento (i tempi televisivi purtroppo quelli sono), di temi interessanti e di ospiti decenti, ma non sono necessariamente delle antenne di propaganda – questo è il caso del programma di Porro, per quanto ho potuto vedere.

Ora, in questi giorni Porro è sotto attacco per aver dato spazio a una serie di ciarlatani intenti a convincere la gente di cose pericolosissime come il non credere mai alla necessità delle vaccinazioni obbligatorie – se ne parla bene qui; la sua difesa, però, merita di essere considerata. Dice Porro, in sostanza, che settori importanti della società hanno iniziato a convincersi di queste follie (vero) alle quali personalmente lui non crede per nulla (bene) ma che l’unico metodo per combatterle è parlare apertamente con gli estensori di queste teorie e metterli di fronte alle loro contraddizioni (verissimo!).

Il problema di molti è il convincersi dell’esistenza di una verità indiscussa e indiscutibile in un numero molto ampio di questioni – la qual cosa si è peraltro estesa dal campo scientifico a quello sociale – senza ammettere alcun tipo di contraddittorio. Purtroppo o per fortuna, in una società democratica questo è un atteggiamento perdente. Chiudersi nella torre d’avorio, facendo trasmissioni come piacerebbero a quei critici, significa non attirare alcuno degli spettatori convinti di queste cose, e spingerli verso le trasmissioni “a tesi” come quelle di Paragone. Una tesi buona, invece, se esiste, può emergere da un dialogo ben strutturato. Poi, certo, esistono quelli che NON BISOGNAVA PERMETTERE A RED RONNIE di esprimersi. E che probabilmente pensavano la stessa cosa degli scienziati contro il referendum sul nucleare, o degli economisti contro il referendum che si è amato definire “dell’acqua pubblica”. Ex malo bonum: se a questi indignati venisse in mente di far partire da questo un movimento per privatizzare la RAI, ditemi dove firmare.

Ma il punto è che a molti non è che stia a cuore la scienza, o il benessere generale, o che altro: gli stanno solo sul cazzo quelli che – ragionevolmente o meno – hanno opinioni diverse dalle proprie, e quindi devono tacere. Peggio ancora se tutto ciò succede in uno spazio esterno al giornalismo pettinato e progressista, come da Porro. È uno dei sintomi di una società che ha rinunciato a parlare oltre le barriere, o a mettere in discussione le proprie certezze, per chiudersi in piccoli recinti di opinioni rassicuranti e coerenti con la propria visione del mondo. Per questo non si può non difenderlo, a prescindere dai suoi limiti e dai suoi demeriti.

Forza Porro.

 

Roma sta morendo, e non saranno i privilegi in nome della “cultura” a salvarla

in cultura/giornalismo/politica by

Si diceva altrove che Raimo è uno al quale, nel mondo della cultura, “tutti devono almeno uno o due favori”. E scrive per una rivista letta da gente che, a torto o a ragione, si sente parte di un’Italia migliore, eletta, più sensibile, raffinata e cosmopolita. Questa cosa sembra in un certo senso informare la sua visione del mondo, se è vero che la mera applicazione della legge a persone che si trovano nel circolo delle sue frequentazioni lo porta a impugnare la penna al meglio della sua forza espressiva.

Il suo ormai popolarissimo articolo su Internazionale a proposito di Roma è però un’accozzaglia confusionaria di malcontenti, molto diffusi e veritieri, per carità, sull’innegabile degrado in cui versa la capitale. Ne viene fuori una fotografia sconfortante della città largamente condivisibile, ma anche un minestrone in cui si mischiano con disinvoltura temi disparati come il sostegno pubblico alla cultura e i problemi dell’urbanistica, il tema delle occupazioni e quello delle regole bizantine per gli esercizi commerciali, senza un nesso che non siano i gusti di Raimo in fatto di vita hipster notturna. Il punto di caduta è che, alla fine della sua giaculatoria, neanche l’autore riesce a individuare alcuna responsabilità precisa e finisce per inveire alla cieca contro chi preclude gli accessi ai suoi personali punti di riferimento culturali. Christian Raimo non è un politico, non è sua responsabilità sezionare i problemi e individuare le soluzioni, ma il rischio è che – in mancanza di analisi e ricostruzioni – questo filone mainstream del lamento generico su Roma non faccia che ridurre la cosa a un genere letterario per infinite serie di editoriali oppure di interviste ad orologeria per far fuori il sindaco scomodo di turno.

Vediamo allora di mettere ordine tra gli spunti del buon Raimo:

☛ Il fenomeno della desertificazione del centro storico è innegabile: un bel video dei Ritals ci ricorda che quello che chiamiamo “centro”  a Roma è pari a 5 volte il centro storico di Parigi e contiene più siti archeologici e di interesse artistico di interi Stati. Non si tratta però né di un problema recente né di una esternalità del capitalismo interiorizzato a causa di AirBnB. Già nei primi anni ’90, nella riedizione del libro Roma moderna, l’urbanista Insolera annotava:

Nei venti anni tra il 1951 e il 1971 il centro storico di Roma ha visto più che dimezzata la sua popolazione; inoltre anche una gran parte di quella ancora residente è cambiata con la trasformazione di abitazioni povere e medie in residenze di prestigio. In totale, si può ritenere che circa i quattro quinti dei residenti del centro storico siano emigrati in periferia. Dopo il ’70 il fenomeno si è esteso alla cerchia dei quartieri fuori le mura a macchia d’olio: come questi quartieri si erano formati dal 1870 al 1960 per alloggiare la popolazione della città in crescita, adesso si trasformano in uffici, che ugualmente si diffondono a macchia d’olio.

Insomma, la popolazione residente a partire dagli anni ’50 viene spinta fuori dalla cinta storica e addirittura ai confini del GRA; la vita civile si riorganizza nei quartieri. La crisi e il sistema di mobilità dissestato fanno in modo che ci si muova sempre meno e sempre meno verso il centro. Tutto vero, colpa di piani regolatori molto antichi e mai rivisti e di un trasporto pubblico insufficiente. Non però di Airbnb e di chi (chi, poi?) secondo Raimo avrebbe convinto i giovani a rinunciare al proprio estro.

☛ Il fenomeno dell’omologazione degli esercizi commerciali e della scadente offerta gastronomica per turisti non è invece una esclusiva di Roma, e farei fatica a correlarlo al degrado urbano dal momento che la presenza né delle patatine olandesi né le officine della ‘nduja risulta abbiamo eroso il tessuto creativo ed estetico di Milano, per dire, o di Madrid. Sono poi due tendenze che non c’entrano nulla: da una parte catene di fast food etnico, dall’altra tentativi di singoli al massimo ingenui di fare impresa in base alla moda slow food del momento, valorizzando i prodotti del proprio territorio. Insomma, con chi ce l’ha Raimo? È mai andato al Pallaro? Che fare, inibire alcuni ristoranti e favorirne altri? E soprattutto, che c’entra questo con il degrado urbano?

☛ Il tema dei fondi – ovviamente pubblici – alla cultura è sempre caldissimo a Roma, sarà che la città pullula di artisti. Ora, quale sia il numero di artisti necessario a garantire uno standard accettabile per Raimo e quindi quale debba essere la proporzione con la gente che si accontenta di lavori normali, anche un po’ brutti, e che paghi le tasse per finanziare la gente che fa l’artista non ci è dato saperlo. Sappiamo che al momento non c’è trippa per gli artisti, e sappiamo anche che se tutti fossimo artisti sarebbe anche peggio, perché i fondi li dovrebbe cacciare per intero Raimo. Il sistema dei teatri di prosa romani ha goduto per anni di un sistema di finanziamento a preventivo, al contrario di quello milanese che andava a coprire a consuntivo in base ai posti riempiti. Servirebbero delle metriche per capire che impatto abbiano avuto i due modelli, però magari una logica di produzione artistica meno ombelicale riuscirebbe ad attrarre il pubblico pagante che al momento sembra mancare.

☛ La questione spazi occupati è complessa, in alcuni casi si interseca con quella degli operatori culturali. La questione andrebbe affrontata caso per caso, per esempio nel caso del teatro Valle non si trattò sicuramente di una restituzione ai cittadini ma di una appropriazione arbitraria, vero è che dopo lo sgombero non se ne è fatto nulla. In generale, sui centri sociali, mi sento di condividere una riflessione ospitata di recente su questo stesso blog dal titolo eloquente: Non basta okkupare.

☛ Sugli esercizi commerciali chiusi a piacere dalle forza dell’ordine con ordinanze qualsiasi, prese dal ventennio o emesse ad hoc dalla stirpe dei “sindaci sceriffi”, sarebbe forse da affrontare il tema più generale di una regolamentazione così bizantina che è praticamente impossibile osservarla completamente. Si va dall’obbligo di un bagno per bar senza neanche tavolini fino allo spessore minimo del bancone. Fare impresa così, anche non ci fosse la crisi, anche non ci fosse la concorrenza dei franchising, è un incubo per tutti, non solo per chi fa cultura. Il Dal Verme è un esercizio commerciale – come tutti – sottoposto a queste regole. Invece, il punto centrale di Raimo è lo stesso con il quale uno di quelli del Dal Verme lamenta l’ingiustizia subita. Ne riporto un estratto, ma il resto della presuntuosetta chiacchierata è qui:

Il bar, specialmente quello del Verme, (anche qui chiunque l’abbia frequentato può confermare) offre nel nostro caso qualcosa di CULTURALE, perché Andrea, Francesco, Mario, i ragazzi che si occupano di star dietro al bar, sono appassionati di mixology, di birre, di vini…Insomma, ci piace bere bene e quindi abbiamo una scelta, abbiamo prodotti che vengono da microbirrifici, che noi promuoviamo culturalmente, cioè è parte del lavoro culturale anche far conoscere quei prodotti al più possibile numero di persone, di soci. Fortunatamente non esiste solo la birra Peroni: perché dobbiamo berci per forza la merda in un’associazione culturale? Quando sono diventata socia ci siamo incontrati anche su quella scelta lì, avevano dei vini da paura perché spingevano delle realtà particolari, ti spiegavano tutti i dettagli, di come si arrivava a quel vino…

Per fortuna l’intervistatore non ha chiesto di specificare, altrimenti avremmo avuto altre dieci righe di elogio del vino biodinamico, con annessa spiegazione di come il cornoletame renda il vino più fruttato, robe così. Insomma, il senso è che il loro bar è mes que un bar, ovviamente: una cosa diversa, oltre, meritevole di attenzioni particolariAbbiamo sempre trovato adorabile questa sorta di presunzione aristocratica, diffusa tra chi si considera molto alternativo e molto progressista, e che per qualche ragione ritiene di avere dei diritti speciali. E magari li ha pure, perchè se il Valle, per dirne uno, fosse stato occupato da quattro scappati di casa, la rivoluzione sarebbe durata il tempo di una notte.

Insomma, il problema delle regole per la movida e la ristorazione, quello della politica culturale e turistica sono certamente più complessi e richiedono una riflessione più grande della mera applicazione di leggi peraltro ingiuste. Ma pensare che la via d’uscita sia la legittimazione dell’eccezione, il disordinato accesso a fondi e risorse comuni degli amici di Raimo con la contestuale persecuzione delle catene o delle iniziative di sharing economy che gli stanno antipatiche, è molto, troppo poco. Specialmente per chi mostra di ritenersi migliore, più bravo, più eletto dei rivenditori di patatine olandesi.

TTIP : Carlin Petrini mente, e chi gli crede è un tonto

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Spendete due minuti e mezzo per guardare cos’è diventata la sinistra chic italiana, nella persona di Carlin Petrini.

Un messaggio del genere dovrebbe insospettire chiunque sia dotato di senno: Petrini prospetta disastri epocali, ovviamente in base a indiscrezioni e spesso a vere e proprie costruzioni sulla base del nulla o a letture fantasiose di documenti provvisori. Parla di negoziazioni “svolte in gran segreto”, quando è OVVIO che un trattato internazionale venga costruito a porte chiuse – per poi essere approvato dai Parlamenti DOPO essere diventato pubblico. Vogliamo dirlo chiaramente, signor Petrini? Non è possibile che una cosa del genere entri in vigore senza che vi sia la possiblità di un dibattito pubblico informato, perchè i documenti diventeranno pubblici a negoziazioni concluse. Parla di “privatizzazione dei servizi pubblici”, cosa che ovviamente non può essere inclusa in alcun trattato! Al massimo, si possono predisporre norme che permettano ad aziende straniere di competere in mercati nazionali dove vi è già un incumbent pubblico, ma non è la stessa cosa ed è duro spiegare dove sarebbe il problema per uno con gli strumenti concettuali di Petrini.

Ci sono state, è vero, delle critiche preventive al TTIP che, se fondate, desterebbero preoccupazioni serie: riguardano l’estensione immotivata dei diritti di proprietà intellettuale – ma il problema, in quel caso, è che il trattato produrrebbe una restrizione della concorrenza, a svantaggio dei consumatori.

E allora, queste iniziative a cosa servono? Sicuramente a radunare un po’ di gente sfaccendata, con voglia di stare nel gregge dei “contro” a prescindere, di quelli che stanno dall’altra parte rispetto al “sistema”.  Gente così non ha mai superato mentalmente le assemblee dei collettivi del Liceo. E questi sono il target degli intelló di terza categoria che ricevono tanto spazio sulla nostra stampa nazionale – e in Francia, dove infatti Hollande che ha l’autorevolezza di un peperone al forno se l’è fatta sotto al primo stormir di fronde e ha iniziato a mettere in discussione la partecipazione francese. Se pensate che abbiano delle ragioni, diciamocelo francamente: avete un problema. Un problema serio.

L’abolizione del roaming non è una buona notizia

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Quando, la scorsa estate, era stato approvato il pacchetto di regole che prevede l’abolizione del roaming entro un anno, il coro patetico degli euro-entusiasti cantava vittoria. Mentre, negli stessi mesi, la stessa classe politica europea cedeva terreno su terreno ai populismi di destra e di sinistra, la cricca autoreferenziale di Bruxelles vendeva al popolino la mancia dell’abolizione del roaming con la stessa retorica dell’abolizione del costo di ricarica del non compianto Bersani. Se ne parlò qui.

Ora, mi rendo conto che è complicato spiegare in dettaglio per quale motivo un provvedimento apparentemente vantaggioso per i consumatori sia, in realtà, solo un ritocco di facciata che nel lungo periodo avrà effetti verosimilmente negativi. Ma proviamo.

Il mercato della telefonia e dei servizi connessi è, ad oggi, prevalentemente nazionale. Le compagnie nazionali vendono servizi specifici, di solito a parte, per chi si trova all’estero e vuole comunque accedere ad Internet o telefonare. In altri casi, esistono compagnie (in Italia credo di no, ma di sicuro in Germania) che offrono piani che includono traffico dati e minuti di telefonate senza distinzioni – cioè, si può accedere a internet in ogni paese UE, e si possono usare i minuti del piano per chiamare qualsiasi prefisso UE. Insomma, sulla scorta della nascente domanda di servizi di questo genere, alcune piccole aziende avevano fatto degli investimenti per cercare di inserirsi per prime nel mercato. Ma non è scontato, ovviamente, che a servire un bisogno del genere, ammesso che continui a crescere insieme alla mobilità degli europei, sia un servizio tradizionale: il ritardo delle tlc nazionali avrebbe potuto lasciare aperto lo spazio per piattaforme di altro genere.

Ma quello che dico io è tutto ipotetico, non noto, non pianificato. Questo tipo di cose non piace ai burocrati, e men che meno a Bruxelles: la logica di fondo, in questi ambienti, è che (1) loro stabiliscono di cosa ha bisogno il consumatore, (2) loro (con modelli e/o giustificazioni più o meno sofisticate) stabiliscono se il “mercato” è abbastanza efficiente e/o concorrenziale, (3) loro stabiliscono come questo mercato deve funzionare, come deve esservi introdotta maggiore “concorrenza”, e così via. Questo è il caso del recente provvedimento sul roaming.

Impedendo un ricarico sul roaming, le nuove regole tagliano fuori in anticipo tutti gli operatori che hanno provato ad inserirsi nel mercato praticando un pricing differente; allo stesso tempo, poichè verosimilmente l’abolizione delle tariffe di roaming non produrrà una esplosione dei volumi di traffico degli stessi utenti, questo divieto si tradurrà in un aggravio per i consumatori “nazionali”, cioè quelli che non viaggiano e non lavorano in giro per l’Europa. Il solito, ottimo, Robin Hood al contrario che risulta dalla pianificazione.

Ma non hai capito niente, mi diranno i critici: questa operazione serve a creare un mercato unico continentale! E deve essere vero, se, come dice anche il Corriere della Sera:

Cosa succede a chi fa il furbo? Resta vietato comprare una scheda telefonica in un Paese in cui i prezzi sono inferiori per usarla in modo permanente in un altro Paese: si tratta di abuso di quello che Bruxelles ha definito come «uso equo» e si rischia un (salato) recupero dei costi.

Perchè, ovviamente, se voglio servirmi di Deutsche Telekom in Italia sono un “furbetto”. Ah, questi astuti regolatori dalla moralità retta ed esemplare! Al solito, per fortuna che c’è la stampa, vero cane da guardia del potere, ad illuminarci.

Non è ingerenza, ora?

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Vedo certi vescovi molto attivi, recentemente. Molto attivi in temi classicamente religiosi, come la politica energetica, le trivellazioni, l’ambientalismo. Infatti la CEI invita a maggiore attenzione al referendum, il vescovo di Taranto fa campagna per il SI dopo aver peraltro ben pasteggiato alla mensa dei petrolieri, insieme a quello di Lamezia Terme e tanti altri.

Una volta, per questi interventi a gamba tesa, ci sarebbero stati i grandi paladini della laicità dello Stato, i sostenitori della necessità di portare le dichiarazioni dei Vescovi entro un preciso recinto, i difensori della democrazia nazionale contro le ingerenze dei ministri di uno Stato estero. Primi tra tutti in questa battaglia, di solito, i Radicali – ma anche i tanti a sinistra.

Li avete sentiti?

Io no.

Forse perchè, tanto per gradire, si sono uniti al coro di Michele Emiliano (i Radicali da ieri), e quindi una voce in più fa comodo. Bravi!

Trivelle: centralizzare per scelta o per necessità?

in politica by

Si vede poca attenzione alle cause profonde che hanno portato al caos istituzionale degli ultimi anni, di cui il referendum sulle trivelle sembra essere solo una conseguenza. Ancora una volta, questa è l’occasione per una chiacchierata telematica con un amico*, qui riportata integralmente, come in altre occasioni.

 

Luca: Direi di partire da qui. Il referendum nasce come un braccio di ferro “simbolico” tra Stato e Regioni. I comitati avevano cercato di raccogliere le firme, con l’appoggio del movimento di Civati e di altre sigle, non ci sono riusciti, e allora sono state varie regioni, più o meno interessate al fenomeno, a prendere in carico la cosa. Si nota, infatti, l’assenza della Regione Sicilia che pure all’estrazione e la raffinazione di idrocarburi non è estranea…

Tommaso:  Esatto. Come ha scritto Michele Ainis all’origine del referendum vi è uno «scontro fra poteri, ancor prima che fra partiti e movimenti». Mai era accaduto, nella storia d’Italia, che alcune regioni si avvalessero di questa facoltà. E già questo rivela, secondo me, un preoccupante logoramento nei rapporti fra Stato e enti locali. Raccogliere mezzo milione di firme non è una passeggiata; ottenere una delibera da cinque Consigli regionali, su questioni macro che riguardino il ‘Sud’ o il ‘Nord’, è più semplice. Il conflitto fra potere centrale e certe aree del Paese potrebbe, in futuro, diventare endemico.


Luca
: Bene. Prima di procedere, su questo ho due domande. La prima: quanto di questo conflitto nasce dalle riforme costituzionali degli ultimi vent’anni, e quanto da una progressiva incapacità dei livelli di governo di prendere decisioni? La seconda: quanto la vicenda delle trivelle è una spia di un assetto istituzionale formale inadeguato? Nella seconda domanda è implicito il giudizio che le istituzioni “informali” – nel caso specifico, il senso dello Stato di chi occupa le cariche – siano in una situazione abbastanza grave. Questo in particolare se è vero, come penso io, che Michele Emiliano è consapevole di tutto quello che stiamo toccando superficialmente qui, ma lo vede unicamente come uno strumento per la sua personale scalata politica.

Tommaso: Dunque: per quanto riguarda le riforme costituzionali, non v’è dubbio che, nel 2001, alle regioni italiane siano state conferite competenze molto ampie, in alcuni casi superiori a quelle dei Länder tedeschi. Questo ha indotto alcuni Presidenti a considerarsi i depositari dell’interesse generale, laddove un ordinamento federale ben funzionante preserva sì le autonomie locali ma crea anche contesti in cui i conflitti inter-istituzionali possono essere risolti, o quantomeno attenuati.
In Italia ciò non è accaduto: un Senato federale sarebbe stato assai utile, e avrebbe prevenuto il boom dei contenziosi. Per quanto riguarda la capacità decisionale, la situazione a livello regionale è eterogenea, e riflette anche la qualità molto varia del ceto politico. Non tutte le regioni sono un peso morto, anzi: il decentramento ha favorito la sperimentazione e permesso l’affermarsi di eccellenze (si pensi alla sanità veneta o emiliano-romagnola).  In merito al referendum di aprile, mi pare si mescolino varie questioni: il rapporto fra poteri, senza dubbio, ma anche le ambizioni dei leader coinvolti (Emiliano, Renzi).

Luca: In che senso, secondo te, il referendum chiama in causa il rapporto tra i poteri? La politica energetica non dovrebbe essere un tema nazionale?

Tommaso:  Premetto, a scanso di equivoci, che considero il referendum popolare uno strumento non idoneo a risolvere una questione tecnicamente complessa e delicata come la durata delle concessioni estrattive: ragion per cui mi asterrò.

Detto questo, il conflitto fra Stato e Regioni sulle c.d. trivelle va inserito in un quadro più ampio, che coinvolge anche la riscrittura del titolo V. La mia impressione è che Renzi si sia convinto che la modernizzazione del Paese richieda uno Stato forte: non necessariamente uno Stato ingombrante, ma sicuramente uno Stato che non è frenato da decisioni assunte a livello substatale. Renzi si considera il sindaco d’Italia e non gradisce che i suoi ‘quartieri’ (ossia regioni e comuni) interferiscano con la sua agenda. Se guardiamo alla riforma costituzionale, il disegno complessivo è chiarissimo. Dopo l’abolizione delle Province e le esenzioni IMU-TASI, viene soppressa anche la competenza concorrente Stato-regioni, rendendo un gran numero di materie (non solo la politica energetica!) di competenza esclusiva statale. Viene inoltre introdotta una clausola di supremazia che permette allo Stato di intervenire in materia regionale “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale” (una formulazione sufficientemente vaga per permettere ogni genere d’ingerenza e di commissariamento informale). La tassazione locale, poi, dovrà conformarsi “ai fini di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario” fissati da Roma. E così via. Insomma: agli enti locali (con l’eccezione delle Regioni a statuto speciale, escluse dalla riforma per evitare – suppongo – sollevazioni popolari) spetterà un ruolo residuale, di fatto subalterno alla volontà del governo in carica. Una vera e propria inversione a U rispetto all’orientamento espresso dal centrosinistra quindici anni fa.

È una scelta del tutto legittima, ma a mio parere destinata a produrre esiti fallimentari. L’Italia è un Paese troppo vasto e disomogeneo al suo interno per essere interamente governabile dal centro. Non solo: le regioni più virtuose vedranno inspiegabilmente compressa la loro autonomia decisionale, nonché un probabile abbassamento nella qualità dei servizi. Al tempo stesso, la sindrome NIMBY potrebbe manifestarsi in forme ancor più virulente, perché mancheranno interlocutori istituzionali in grado di incanalare e gestire il dissenso.

Esiste, infine, un interrogativo che i modernizzatori benintenzionati dovrebbero porsi: che succederebbe se, dopo una riforma simile, una forza anti-sviluppo vincesse le elezioni? Vogliamo davvero che tutto dipenda dagli equilibri politici creatisi fra Palazzo Chigi, Montecitorio e Madama, oppure preferiamo un sistema pluralistico, che valorizzi il buongoverno locale (laddove già esiste)?

Luca: Sono d’accordo, in linea di principio. Però, caso per caso, questa idea va applicata anche dove il governo centrale è necessario – ad esempio, appunto, nella politica energetica? Perché in quel caso trovo difficile legittimare la richiesta di decentralizzazione: le Regioni si trovano spesso a prendere scelte di cui poi tutto il paese subisce i costi, senza che questo abbia alcun tipo di ripercussioni tangibili. Il che ovviamente da un lato rende costoso politicamente essere più ambiziosi, dall’altro moltiplica i “filtri” politici e quindi le occasioni di corruzione. Altrove, invece, dovrebbe essere il governo centrale a fare dei passi indietro, permettendo alle best practices di essere adottate localmente, e ai cittadini di avvantaggiarsene spostandosi dentro il territorio nazionale come nel caso della sanità. Ti torna?

Tommaso: Sì, condivido. Conferire competenza concorrente in materia energetica alle Regioni fu, molto probabilmente, un errore. Già nel 2002 un economista serio, Carlo Scarpa, invitava a “riformare la riforma” del titolo V in quest’ambito per ragioni di manifesta irrazionalità economica. Dopodiché, non penso dovremmo essere costretti a scegliere tra un modello in cui il singolo ente detiene il potere di veto su progetti di interesse nazionale e uno in cui l’apertura di un impianto viene stabilita a notte fonda, in base a dinamiche poco trasparenti (l’ultima direzione del PD mi ha ricordato “Rashomon” di Kurosawa: un fatto, ricostruzioni molteplici che non combaciano).

È possibile ipotizzare forme e gradi diversi di coinvolgimento dei territori e degli enti locali, non solo mediante la Conferenza Stato-regioni. Alcuni parlamentari del PD, ad esempio, stanno elaborando una legge modellata sul débat public francese.  Insomma, le terze vie non mancherebbero: a condizione che si riconosca la necessità di fare sintesi fra esigenze talvolta divergenti anziché ripiombare in una concezione romanocentrica dello sviluppo economico.

Al tempo stesso, sarebbe interessante capire perché, in Italia, gli enti locali spesso sposino le tesi dell’ambientalismo più radicale. Ciò non avviene altrove. In Alaska, ad esempio, i rappresentanti dello Stato sono per lo più favorevoli a estendere le trivellazioni (la governatrice Sarah Palin sdoganò uno slogan di successo)  mentre il governo di Washington è tendenzialmente contrario. Ha a che fare con le modalità di assegnazione delle royalties? Forse. È un problema culturale? Anche. Ma è un tema da approfondire e su cui riflettere. In Emilia-Romagna, ad esempio, non mi risulta che le piattaforme abbiano frenato il turismo. Nel piacentino hanno persino inaugurato un museo del petrolio e del gas promosso da Eni ed Edison. Eppure la regione incassa dalle compagnie molto meno che la Basilicata (sia in valore assoluto sia in percentuale), dove le trivellazioni non sembrano essere viste di buon occhio.

 

 

Luca: Mi sembra un ottimo punto. Credo che per alcune classi dirigenti locali – specialmente al Sud – conti più il potere di intermediazione ottenibile o conservabile che non l’interesse dei territori da rappresentare. Per questo, pur capendo la bontà degli argomenti federalisti, sto iniziando a convincermi che ogni passaggio in questo senso debba essere costituito da una serie di griglie definite in modo molto rigido a livello centrale. Costituisce un rischio, casomai dovessero andare al potere i populisti, ma ormai siamo diventati abbastanza propensi al rischio – come un giocatore di poker che ha le ultime fiches e preferisce sopravvalutare le opportunità piuttosto delle possibili perdite.

 

Tornando al centro del nostro discorso, sono molto sorpreso dal fatto che non si discuta di quale emendamento ha portato alle dimissioni di Federica Guidi. Perchè, alla luce di quanto abbiamo detto, Renzi può avere ragione di difenderlo se, come sembra, vuole ri-centralizzare una parte importante delle decisioni politiche. Cito: “nella Legge di Stabilità 2015, al comma 552, è introdotta l’estensione dell’autorizzazione unica anche per le opere necessarie al trasporto, allo stoccaggio, al trasferimento degli idrocarburi in raffineria, alle opere accessorie, ai terminali costieri e alle infrastrutture portuali strumentali allo sfruttamento di titoli concessori esistenti…”. Cosa sia l’autorizzazione unica credo sia spiegato bene qui.

 

Ora, la questione è: Renzi si sta facendo portatore di una visione ideologica, che in sè non fa male ma è contestabile partendo da altre premesse, o ha pragmaticamente preso atto dell’inadeguatezza delle (sue, visto che ad esprimerle è prevalentemente il PD) classi dirigenti locali? Se fossi a Roma, potrei avere in mente un contesto ottimale di lungo periodo con una maggiore decentralizzazione, ma oggi anche assumermi il rischio di centralizzare delle decisioni pur di procedere nel breve. Ti sembra una prospettiva troppo benevola?

 

Tommaso:  Non saprei. Io dubito che Renzi si sia soffermato a lungo sulle implicazioni istituzionali dello Sblocca Italia. Dal suo punto di vista contano i fini (in questo caso il rilancio di progetti infrastrutturali fermi da anni, il che incide sulla credibilità internazionale del suo governo, dal momento che alcuni investimenti, fra cui quelli per Tempa Rossa, sono esteri) e i mezzi vengono scelti di conseguenza. È lo stesso approccio tenuto nel modificare la legge elettorale: pur di assicurare un vincitore certo dentro l’Italicum è stato inserito di tutto (dal ballottaggio nazionale al premio di maggioranza), senza andare troppo per il sottile.

Sicuramente Renzi ci tiene a non passare per immobilista, il che è un bene, se si considera il contesto in cui opera. Ma certe inclinazioni accentratrici e decisioniste, io credo, servono anche a compensare un deficit di classe dirigente di cui è corresponsabile. Non va dimenticato che il primo Renzi, quello candidatosi alle primarie del 2012, al Sud era debolissimo: in Calabria raccolse il 25%, in Sicilia il 33%. Un anno dopo, anziché puntare su candidati locali propri, archiviò la rottamazione, strinse accordi con i Pittella, gli Emiliano, i De Luca, e le percentuali sotto Roma schizzarono al 55-60%. Poi ha rimpiazzato Letta con le modalità ben note, trovandosi a gestire un gruppo parlamentare non suo e ministri ex berlusconiani in transito. Per puntellare la maggioranza ricorre a Verdini mentre Orfini co-gestisce il partito.

Il mio non è moralismo: la politica si basa anche su compromessi. Ma non c’è da stupirsi se un’ascesa realizzata in questo modo renda più difficile riformare il Paese. Forse l’unica strada, per lui, è davvero concentrare quante più competenze possibili a Roma e cercare di conservare il potere a lungo, scavalcando le élite locali che lo avevano appoggiato. Così facendo, però, rischia di innescare dinamiche centrifughe incontrollabili. Tu accennavi, giustamente, ai costi del decentramento. Beh, seppellire il federalismo significa far riemergere la questione settentrionale, tuttora irrisolta ma mitigata dalla riforma del 2001. La recente conversione all’autonomismo di Luca Zaia è significativa, e potrebbe innescare un effetto domino.  Vedremo. Certo è che il PD, oggi, non sembra spendere troppe energie interrogandosi su questi temi. Le priorità, evidentemente, sono altre.

 

*Tommaso Milani e’ attualmente dottorando in International History alla London School of Economics and Political Science.

 

Panama Papers: la favola per liberisti e comunisti

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Chiunque sappia cosa siano, questi Panama Papers, è stato allo stesso tempo sommerso da una valanga di opinioni sul tema. Sono, tendenzialmente, due tesi:

  1. (maggioritaria, corrente “colpa del neoliberismo”): i paradisi fiscali sono criminali, chi mette i soldi nei paradisi fiscali è un furbetto, l’evasione fiscale è uno dei grandi problemi del nostro tempo, bisogna ridurre le garanzie e i diritti individuali pur di combattere questo fenomeno;
  2. (minoritaria, corrente “statoh ladroh”): citazione di Einaudi che magnifica gli esportatori di capitali come individui che fuggono dalle mani dello stato predatore, salvo riportarveli quando saranno migliorate le condizioni del Paese;

Gli aderenti a ciascuna delle due visioni hanno, in più, la graziosa caratteristica di considerare gli appartenenti all’altra più o meno come dei miserabili idioti. Eppure hanno torto. Entrambi.

È vero, le aree fiscalmente vantaggiose sono, in astratto, un vincolo molto utile per i governi più rapaci, perchè forniscono un’ancora di salvataggio a cittadini e imprese oppressi da un fisco predatore. Questo è vero per l’Irlanda o la Svizzera, ed è il motivo per cui gli appelli all’armonizzazione fiscale che vengono da certi soloni vanno rifiutati in blocco. D’altra parte, i paradisi fiscali rimasti non hanno niente a che vedere con paesi competitivi, a tassazione leggera, dove vivere o lavorare: a Panama, per esempio, non viveva nessuno. Portavano lì i loro soldi per lo più gli autocrati o i loro famigli, come anche chi deve a ragioni in parte criminali la sua ricchezza – cosa questo abbia a che vedere con la narrativa del gruppo 1, o del gruppo 2, è ad oggi non noto. Come una persona normale, anche molto benestante, possa trovare conveniente mettere lì i suoi soldi rimane, per lo più, un mistero.

Se i paradisi fiscali hanno una relazione con lo stato ladro, è che ne permettono la perpetuazione, diventando il rifugio di chi se ne avvantaggia – ma poi non vuole essere soggetto alle stesse regole. Parlarne con il moralismo della stampa italiana, che li usa per giustificare i metodi criminali di esazione dello Stato Italiano, da qualche lustro abituato a taglieggiare i contribuenti ben oltre il già esoso dovuto legale, grida vendetta e fa rabbia. D’altra parte parlarne in toni elogiativi come se potessero beneficiarne il barista a cui viene chiuso l’esercizio per uno scontrino, il piccolo imprenditore che subisce accertamenti per cifre inferiori al costo del ricorso, il cittadino che paga due volte la stessa tassa comunale o una multa non dovuta,  invita alla chiamata di una bella ambulanza.

In entrambi i casi, forse c’è un motivo se l’italiano medio che lavora versa quasi due terzi del suo reddito allo Stato: questa diffusione di narrative fantasiose, e conseguenti rimedi magici, per fatti che richiedono una più serena umiltà. Non finirà bene.

 

Trivelle: se questo è il fronte del “SÌ”, impari dalla Svizzera

in politica by

Ho ospitato volentieri la replica di Alessandro Gilioli al mio articolo sul referendum (puntate qui e qui), nel senso di aver detto “si” già prima di leggerla, per predisposizione personale all’apertura al dialogo verso chi vuole dialogare con argomenti. Al costo di annoiare chi legge, però, devo dire (e spiegare perchè), se questi sono gli argomenti, allora tanto vale lasciar perdere. Vado per punti:

  1. Le fonti fossili non sono “liberiste”: questo argomento mi ha fatto girare la testa. Cosa vuol dire? Essere liberisti, qualunque cosa significhi per lui o per me, di certo non vuol dire appartenere a una Chiesa che ha una risposta univoca per ogni questione. E anche dando una definizione abbastanza larga della questione – un liberista è chiunque sia scettico delle capacità di risolvere problemi sociali per vie politiche, e crede invece che i mercati liberi e la concorrenza siano parte integrante del patto sociale – non si vede perchè ne debba discendere una posizione universale sulle fonti fossili. La verità è che spesso molti liberisti sono anche realisti, e vedono che la dipendenza da fonti fossili è nel breve periodo un dato, non una variabile.Allo stesso modo, un liberista che pure riconosce l’utilità di ridurre gli impatti ambientali della produzione di energia non può ignorare che (a) nel breve rinunciare alle fonti fossili che utilizziamo porterebbe sostanzialmente a sostituirle con altre fonti fossili, e peggiori; (b) i sussidi a pioggia alle rinnovabili sono stati un fallimento clamoroso: hanno aumentato a sproposito il costo dell’energia in Italia distruggendo posti di lavoro e PIL (di circa 12 miliardi l’anno, cui bisognerà aggiungere un altro paio di miliardi l’anno per indennizzare le centrali inattive tramite i c.d. capacity payments), hanno rallentato l’innovazione (invece del rent-seeking) e promosso in parallelo la creazione di veicoli, spesso in mano a criminali, messi in piedi solo allo scopo di intercettare i soldi pubblici.
  2. La questione dei “grandi interessi”: Gilioli lascia intendere che una delle buone ragioni per votare SI sia dare una lezione ai soliti capitalisti cattivi, ad esempio quando dice: “sarebbe interessante confrontarsi non solo sulle trivelle entro le 12 miglia, sui possibili danni ambientali, sul business dei loro proprietari (causa non ultima del silenzio mediatico sul referendum)“. Non è il solo: basta cercare su Google per trovare decine di riferimenti ai “loschi interessi”, al “favore fatto ai petrolieri” (nel non fare l’election day). Bene, caro Gilioli e cari tutti: è ora che usciate da questa cazzo di retorica da teenager. Non c’è altro modo di dirlo: argomentare usando lo spauracchio del cattivo capitalista o banchiere, a prescindere e solo in quanto capitalista o banchiere, è inaccettabile e vi porta al livello di Forza Nuova. Questo non implica certamente che i capitalisti o i banchieri siano brave persone a prescindere: ma gli argomenti ad hominem fanno sempre schifo, esattamente come fanno sempre schifo gli argomenti basati su pregiudizi di categoria, esattamente come fanno pena gli argomenti francamente infantili contro la ricchezza. Le persone sane di mente odiano la povertà, non la ricchezza – e vogliono che non ci siano poveri, non che non ci siano ricchi. La distinzione non è di lana caprina. Crescete, per il bene vostro e della sanità del dibattito pubblico. Se il dibattito è inquinato da loschi interessi, allora dica chi e quali sono quelli che influenzano chi e come, con nomi, ragionamenti e riferimenti precisi. Altrimenti è b-a-r-b-a-r-i-e, ok? Esattamente come quando i fascisti parlavano di incomprensibili complotti plutocratici.
  3. La questione dell’astensione: è uno strumento retorico abusato durante la seconda repubblica, quando i quorum sono stati meno frequenti, questo della negazione della legittimità dell’astensione consapevole. Si tratta ovviamente di uno strumento retorico che altri – immagino diversi da Gilioli, visto che di sue posizioni opportunistiche in tal senso non ho memoria (anzi, lui ribadisce il contrario, giusto oggi, anche qui) – hanno mostrato di utilizzare con molta libertà – specialmente a sinistra. Tutti grandi sostenitori del valore della consultazione a prescindere nel 2011 e oggi, ma altrettanto compatti nell’invitare all’astensione solo due anni prima.

Per concludere, torno un’altra volta sulla cornice istituzionale del referendum. Se è vero che del metodo referendario in generale Gilioli è da sempre un coerente sostenitore, lo inviterei a farsi promotore di iniziative per avvicinare la legislazione italiana a quella svizzera. Breve sommario: in Svizzera:

  • non è previsto quorum;
  • i referendum federali necessitano di maggioranze qualificate anche su base cantonale;
  • il governo e le forze che lo sostengono sono obbligati a esprimere una posizione argomentata sul quesito;
  • Ai testi è allegata una breve e oggettiva spiegazione del Consiglio federale, che tenga anche conto delle opinioni di importanti minoranze. Essa deve riprodurre letteralmente le domande figuranti sulla scheda. Nel caso di iniziative popolari e referendum, i comitati promotori trasmettono le proprie argomentazioni al Consiglio federale; questi le riprende nella spiegazione. Il Consiglio federale può rifiutare o modificare dichiarazioni lesive dell’onore, manifestamente contrarie alla verità oppure troppo lunghe. Nella spiegazione sono ammessi rimandi a fonti elettroniche soltanto se gli autori degli stessi dichiarano per scritto che tali fonti non hanno contenuto illecito e non contengono collegamenti a pubblicazioni elettroniche di contenuto illecito (questo è tratto letteralmente dalla Legge che regolamenta i referendum: un esempio anche di civiltà giuridica, data la chiarezza e la comprensibilità, che dovrebbe imbarazzare i giuristi italiani: il resto è qui)
  • per quel che ho visto (ma questo attiene alla cultura e non alla legge), anche le posizioni più folli vengono di solito analizzate sui media da persone di una qualche competenza: in Italia a parlare di quesiti tecnici abbiamo visto il circo dei Zanotelli, Ilaria D’Amico, Finardi, Magdi Allam. Più che la capacità di approfondire, lo stesso servizio “pubblico” della RAI sembrava voler replicare in versione meno brillante il freak show pomeridiano di Cruciani;

Questo è quanto ho da dire. Ovviamente si potrebbe discutere delle questioni tecniche centrali nel referendum. Ma avrete notato che i primi a non farlo, chissà perchè, sono proprio i sostenitori del SI.

Trivelle: è la difesa ad essere imbarazzante

in giornalismo/politica by

Ricevo, e volentieri pubblico una replica al mio post di ieri, a cura di Alessandro Gilioli

“C’è una buona ragione per apprezzare il post di Luca Mazzone sul referendum del 17 aprile: perché ne parla.

Mai si era vista infatti, nella storia dei referendum, italiani, una cortina di silenzio così solida attorno a una consultazione popolare, quale che ne sia l’argomento. Siamo a meno di tre settimane dal voto e sia sul servizio pubblico sia sulle emittenti private lo spazio dedicato al referendum è a ridosso dello zero. Siamo al contrario esatto di quanto terrorizzato da Einaudi, cioè il celebre “conoscere per deliberare”. A fronte di una conoscenza prossima al niente, presumibile che la maggior parte delle persone non riterrà di deliberare: peccato che, astenendosi, comunque delibererà, cioè porterà a una scelta.

Vedo che è molto scarsa la sensibilità in merito di Mazzone e che anzi egli non si imbarazza ad assommare l’astensione di chi non vuole cambiare la legge (e non ha la lealtà di votare No) a chi semplicemente non andrà a votare perché non informato e non sensibilizzato sul tema: pazienza, ma questi si chiamano giochetti di convenienza e sono il contrario esatto della politica come confronto etico onesto e leale, così come ce l’hanno insegnato Pannella e i radicali. A proposito, vedo che Mazzone si duole molto per la campagna a suo dire allarmista di chi è contrario alle trivelle vicine alle coste: lo capisco, anche a me i toni lontani dall’understatement e dai contenuti reali danno spesso fastidio. Tuttavia si sa che l’urlo è l’arma delle minoranza silenziate e anche questo – toh – è un insegnamento radicale: quante volte Pannella ci ha strillato di assassinio della Costituzione e di omicidio della democrazia, e con toni assai apocalittici, nello sforzo di farsi ascoltare, di ottenere quell’attenzione che gli veniva negata dai media di regime? È normale – e più che accettabile – una certa enfatizzazione dello scontro per reagire al cloroformio.

Sul resto, sui temi del referendum, Mazzone parla poco. Peccato, perché sarebbe interessante confrontarsi non solo sulle trivelle entro le 12 miglia, sui possibili danni ambientali, sul business dei loro proprietari (causa non ultima del silenzio mediatico sul referendum), sui reali effetti quanto a posti di lavoro di una chiusura che sarebbe progressiva dal 2018 al 2035; ma sarebbe anche interessante il parere di un liberista su una modalità di capitalismo anti competitiva e anticoncorrenziale come quella sottoposta a referendum, che protegge le rendite di posizione a discapito dei newcomer.

Più in generale, sarebbe interessante vedere quali argomenti a favore della contemporaneità tecnologica e dell’economia del futuro si possono addurre nella difesa di un modello economico novecentesco basato su combustibili fossili. O forse, per usare una parola evidentemente cara al nostro difensore delle trivelle, più che interessante sarebbe – per lui – parecchio imbarazzante”

Trivelle: un referendum imbarazzante

in economia/politica by

Con un sistema politico al collasso e in perdita quasi irreversibile di credibilità, non stupisce che si assista a periodiche fiammate populiste di fronte alle quali governi anche ben indirizzati sono incapaci di opporre una voce ferma, o anche solo condurre il dibattito presentando una opinione ragionata e dati a supporto.

Questo è stato il caso nel 2011, con il triste silenzio della maggioranza di centrodestra, e l’infame voltafaccia opportunista del centrosinistra: Berlusconi e Bersani non difesero una riforma dei servizi pubblici locali che pure entrambi avevano sostenuto anche con atti concreti in Parlamento. Con un sistema ancora piú abborracciato a una stabilità di governo che dipende inesorabilmente dal contenimento dei grillini, oggi questi dettano l’agenda politica sui temi ogniqualvolta alzano la voce: per non rischiare di perdere consensi si è costretti a inseguirli su ogni cosa.

Questo, purtroppo, è anche il caso della campagna di squallida disinformazione portata avanti dalle associazioni “ambientaliste” nel caso del referendum delle trivelle. Il referendum del 17 Aprile include un quesito unico sopravvissuto a una campagna su piú temi portata avanti, tra gli altri, da un Civati in versione sfascista di cui si è parlato qui. Primo sponsor politico della campagna, il governatore pugliese Emiliano: uno che non se ne fa mancare una, dai tempi in cui sosteneva la necessità di compensare i professori meridionali vincitori di cattedre al Nord, chiamandoli “deportati”. Un utile riassunto di cosa c’è in ballo si puó trovare anche su fonti di informazione “di sinistra” come ilPost, non c’è bisogno di chiedere all’ENI: si veda, ad esempio, qui .

La campagna di sigle come Greenpeace, invece, mira unicamente a confondere le acque. Tra le altre cose, gli attivisti:

  • affermano che le royalties italiane siano le piú basse del mondo; ma questo non solo non è vero, è proprio una informazione che tratta in maniera disonesta una materia complessa! Si veda, ad esempio, la guida alle politiche sull’estrazione di idrocarburi realizzata dalla società Ernst & Young, qui. Alcuni paesi, ad esempio il Regno Unito, non applicano alcuna aliquota per le royalties, e incamerano entrate da estrazione solo con le tasse sulle imprese! Altri paesi, primariamente in via di sviluppo, applicano tassi disomogenei che dipendono dalla quantità di materiale estratto. Fare paragoni è molto difficile, ma non esiste una formulazione in cui Greenpeace stia dicendo la verità sul tema.
  • impostano la campagna sulla paura delle perdite di petrolio, quando la questione riguarda principalmente l’estrazione di gas: la produzione di grezzo a mare nel 2009 è stata in totale di 525.905 tonnellate, a fronte di 4.024.912 tonnellate di gas (fonte qui), e si tratta peraltro di piattaforme considerate molto sicure – anche perchè la tecnologia per la messa in sicurezza delle piattaforme off-shore è quasi tutta una eccellenza italiana. Tecnologia che viene applicata moltissimo nel mare del Nord, dove si trovano 450 piattaforme petrolifere per lo più norvegesi e britanniche. Chi agita lo spettro del più grande disastro della storia delle piattaforme, cioè quello di BP nel Golfo, omette di indicare che gli studi condotti a cinque anni di distanza sono molto meno unanimi nel parlare di disastro irrecuperabile di quanto non sembrasse all’inizio (vedasi qui e qui). Immagini come quella che segue sono disoneste, fuorvianti, disinformative:

 

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  • sostengono posizioni irrealistiche sul tipo di mix energetico che emergerebbe a conseguenza di un “Si”. Poichè l’effetto di breve riguarderebbe principalmente una diminuzione delle estrazioni di gas, l’effetto più probabile sarebbe quello di aumentarne l’importazione – il che, dal momento che per l’opposizione spesso degli stessi soggetti è impossibile da farsi per via di gasdotti, implica l’approdo di un numero maggiore di navi, quelle si più inquinanti e pericolose.
  • rappresentano l’Italia come un Paese dotato di un mix energetico sbilanciato nella direzione dei combustibili fossili. Questo fa ridere perchè, almeno in questa dimensione, il mix energetico italiano sarebbe peggiore solo di quello francese – a meno che come spesso accade non si sia altrettanto ostili al nucleare, nel qual caso il nostro Paese sarebbe il modello da imitare, e non il contrario. Si vedano i dati:

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L’intera campagna è diventata uno spaventoso caso di fanatismo collettivo basato su sogni e rappresentazioni utopiche, nel rifiuto totale di ogni valutazione mediata e meditata, e nella fuga dei corpi intermedi, dei partiti e delle istituzioni da ogni capacità di migliorare la qualità del dibattito.

L’ultima volta che ho controllato, il voto era un dovere solo nelle democrazie plebiscitarie. Tanto più quando votando si aumenta il rischio di ulteriori interventi politici nella vita di cittadini e imprese, in nome del fanatismo ideologico di minoranze che ,complici l’ignoranza e la malafede dei media, vogliono vendere il referendum come un voto su cose che parlano d’altro.

In questi casi l’astensione è un diritto il cui esercizio assume quasi i contorni di un dovere morale. Chi fa la morale sull’importanza del voto si impegni perché venga abolito il quorum, o perché vengano garantiti spazi informativi seri, autorevoli e ad ampia diffusione sulle materie referendarie.

Cosa cambia dopo Sanders e Trump

in mondo/politica by

Uno scambio di opinioni tra amici. Spoiler: nessuno è esattamente un fan di Trump o Sanders.

Carlo*: C’è qualcosa di tremendamente familiare nelle primarie presidenziali degli Stati Uniti. E c’è, più in generale, molto di familiare nel modo in cui molti americani, negli ultimi anni, hanno iniziato a guardare alla politica.

Ma la familiarità di cui parlo prescinde dal fatto che Trump ci ricordi, in tutto e per tutto, una storia che, nostro malgrado, viviamo senza soluzione di continuità dal 1994. E, allo stesso modo, prescinde dal fatto che il populismo delle proposte di policy di Sanders sia perfettamente sovrapponibile a quello di larga parte dei nostri partiti politici. Queste, banalmente, sono mere conseguenze. Ciò che rende queste primarie molto familiari è la percezione che molti americani comincino a guardare alle presidenziali, e più in generale, alla politica come ad un aspetto cruciale nel tentativo di migliorare la propria condizione.

La questione chiave è che molti di noi sono legittimamente ignoranti rispetto a questioni politiche e soluzioni di policy. Siamo legittimamente ignoranti nella misura in cui abbiamo un lavoro che non ha nulla a che fare con aspetti di politica economica/monetaria o di filosofia morale/politica; abbiamo famiglie ed amici di cui prenderci cura e con cui spendere il nostro tempo libero, luoghi da esplorare, desideri da soddisfare, ecc. Siamo legittimamente ignoranti nella misura in cui capire di queste questioni richiederebbe il sacrificio di tempo prezioso che preferiamo riservare ad altri aspetti fondamentali delle nostre vite.

In generale, ritengo ci siano due modi di essere ignoranti rispetto alle questioni politiche, e, a ciascuno corrisponde una attitudine diversa, che fino a poco tempo fa ha scandito le differenze tra la nostra politica (ma, ovviamente, non solo!) e quella americana. C’è un’ignoranza ‘scettica’ del potere politico, e un’ignoranza entusiasta. Per dare un’idea di questa grossolana semplificazione, pensate alle manifestazioni o alle occupazioni scolastiche negli anni del liceo nel tentativo di promuovere riforme dell’istruzione o di paralizzarne altre. Nel 99% dei casi nessuno aveva la benché minima idea di quale fosse l’oggetto della manifestazione. Eppure, c’erano i secchioni che approfittavano dei giorni di vacanza per ripassare tutto il ripassabile, e c’erano quelli che stavano in prima linea, con i megafoni, a raccontarci di massimi sistemi, di ineguaglianza piuttosto che di famiglia tradizionale (chi vi scrive, in tutta sincerità, era nel gruppo di quelli che andavano al McDonald per un cheesburger e una coca cola).

Sarebbe sbagliato liquidare la differenza tra secchioni e manifestanti come quella tra volenterosi e pigri. Del resto, organizzare o partecipare ad una manifestazione, gestire un’occupazione, investire tempo in una campagna elettorale, non sono attività prive di costi. Spesso e volentieri sono incredibilmente più onerose di un ripasso di 6 ore, e, soprattutto, infinitamente più stressanti (probabilmente è anche più formativo organizzare una manifestazione piuttosto che ripassare la struttura dell’aoristo forte). Sia il secchione che il manifestante vogliono migliorare la propria condizione. Spesso e volentieri vogliono altre cose, molto simili: un ambiente che garantisca delle opportunità a coloro che lo meritano, che crei le condizioni per la prosperità, che migliori le condizioni dei meno abbienti, che favorisca la mobilità sociale. Ciò che li distingue, spesso e volentieri, è il modo diverso con cui guardano al trade-off tra impegnarsi nella sfera privata e impegnarsi nel tentativo di chiedere alla politica di promuovere le condizioni che ci permettono di migliorare.

Non è una differenza da poco perché implica due diverse attitudini nei confronti della politica: una scettica, l’altra entusiasta. I primi credono che le condizioni per la cooperazione sociale e per il benessere derivino in larga parte dall’impegno che ciascuno mette nel proprio quotidiano, nelle piccole cose caratterizzano le nostre vite, nel prodigarsi personalmente per la propria comunità; i secondi, ritengono che cooperazione e benessere siano ottenibili solo attraverso istituzioni formali come leggi, riforme e diritti. I primi sono scettici nei confronti della politica, i secondi ne sono entusiasti.

Liquidare la differenza tra scettici ed entusiasti come quella tra egoisti ed altruisti è drammaticamente sbagliato. Egoisti ed altruisti si trovano in misura più o meno eguale sia tra i primi che tra i secondi. Ci sono scettici che non spenderebbero un solo minuto del loro tempo nel prodigarsi per la propria comunità e entusiasti che sfruttano la politica per ragioni meramente personali. L’attitudine scettica è ciò che ha contraddistinto gli Stati Uniti per moltissimo tempo, quella entusiasta contraddistingue noi. La prima ha reso gli Stati Uniti un paese tendenzialmente ricco e progressista, la seconda ha reso l’Italia un paese iper-burocratizzato, pieno di rendite di posizione, con classi di reddito cristallizzate e con l’amara e assurda convinzione da parte di molti che domandare sempre più politica sia un gioco a somma positiva.

Questa differenza sembra assottigliarsi sempre più. Molti americani sembrano sempre più guardare alla politica come alla soluzione dei loro problemi. E questo indifferentemente dalla preferenza per Trump o Sanders. E indifferentemente rispetto a quanta ineguaglianza riteniamo debba essere permessa all’interno dell’ordine sociale in cui viviamo.

 

 

Luca: Io sono abbastanza d’accordo con le premesse e l’impostazione generale, ma credo che Trump e Sanders rappresentino aspetti molto differenti della dinamica politica americana. La vedo grossomodo così. Ci sono due dinamiche in corso, molto profonde, e che vengono da molto lontano. Una dinamica è strutturale. Alcuni gruppi sociali, per lo più white middle class, hanno perso sicurezze economiche: ci sono dei perdenti nella grande trasformazione della società americana per effetto della globalizzazione, della terziarizzazione e della disintermediazione. Questi non hanno avuto alcun tipo di compensazione e, cosa ancora peggiore, vedono nell’aumentare dei costi per acquisire le competenze necessarie un ulteriore ostacolo al raggiungimento della stabilità e della serenità.

Per di più, hanno perso sicurezze personali, e questo è un fenomeno che ha radici che nelle cause del white flight, perduranti fino allo spopolamento di città come Detroit o Baltimora. Per alcuni le cause di questi fenomeni è il mercato, la Cina, l’immigrazione e l’inferiorità dei neri: sono argomenti stupidi? Forse, ma in democrazia votano sia gli stupidi che gli intelligenti – e non è detto che le opinioni stupide siano un parto degli appartenenti alla seconda categoria.

La seconda dinamica, invece, è culturale – ed è l’emergenza di quella che Robert Hughes quasi trent’anni fa già chiamava culture of complaint, e che oggi è solita chiamarsi political correctness. È in parte dovuta alla difficoltà di elaborare un linguaggio che permettesse di parlare di tutti i problemi sopra citati senza sfociare immediatamente in un conflitto. Per il resto, però, la cultura del politically correct è il frutto di cose come la scomparsa di commentatori e intellettuali non progressisti dalla scena pubblica (per decenni prima del 1990, negli US si ascoltava con curiosità e rispetto, pur permanendo l’ostilità ideologica, gente eccellente in vari ambiti come Milton Friedman, Henry Kissinger, William Buckley, Saul Bellow) e la contemporanea emergenza di un gruppo relativamente compatto e omogeneo di personaggi popolari anche brillanti e di talento, ma portatori di una visione del mondo decisamente spostata a sinistra. Questa trasformazione è stata ancora più estrema nell’accademia; per farsene un’idea, vedere qui e qui . Il risultato è stato, fino ai casi-limite che abbiamo avuto modo di apprezzare, quello di far emergere un modo molto escludente di vedere il mondo, per lo più basato sulle idee dei bianchi benestanti e progressisti della costa Est. I quali, con un misto di sussiego e di mancanza di ironia, finiscono per catalogare qualsiasi atteggiamento, linguaggio, espressione o visione del mondo esterno a quell’insieme come appartenente a un becerume non degno di stare allo stesso livello di rispettabilità sociale.

Ora, e qui torno al problema di partenza, i fan di Trump e quelli di Sanders appartengono a due categorie differenti perchè SONO gruppi con ruoli diversi in questa storia: dietro Trump c’è parte di quell’America bianca “becera” e sconfitta dagli ultimi tempi, che dalla politica vorrebbe non una rivoluzione, ma una marcia indietro nel tempo. Vogliono ricacciare i messicani, tornare a un mondo senza Cina nel WTO, e in cui i russi sono i cattivi peró in un gioco in cui a dettare l’equilibrio ci sono solo loro e gli americani, buttare il bambino delle conquiste civili per minoranze, donne e gay insieme all’acqua sporca  del perbenismo politically correct che vieta i costumi perchè fanno “appropriazione culturale” , del femminismo cretino del “yes means yes”, e delle scemenze gender studies che stanno conquistando gli atenei con gente che, avendo poco altro da fare, farà una brillante carriera amministrativa. Non è difficile trovare, in giro, testimonianze di episodi in cui i sostenitori di Trump vengono umiliati e derisi – un fenomeno che in Italia è avvenuto coi sostenitori di Berlusconi, con risultati non proprio esaltanti.

Dietro Sanders, invece, è cresciuta parte di quell’america bianca “vincente” che effettivamente vuole quello che dici tu: sono lo zoccolo duro di quell’America progressista che vuole davvero rimodellare il mondo anche col linguaggio – e non a caso sono spesso bianchi benestanti e giovani. Chiedono, nei fatti, una socialdemocrazia europea in cui il governo ha poteri molto maggiori in economia, e i checks and balances possono essere messi da parte anche in circostanze non emergenziali se l’esecutivo decide che la materia è “eccezionale”. In questo Obama ha fatto da spartiacque, aggirando l’ostruzionismo repubblicano nelle camere con un numero spaventoso di ordini esecutivi, e accentrando sulla sua persona un potere decisionale, anche in politica estera, con pochi precedenti. I supporters di Sanders sono quelli di cui parlava Hayek: persone molto qualificate convinte che in una società ordinata secondo i loro princìpi, e non “disordinata” secondo il mercato, ci sarebbe più spazio per il merito – inteso in un senso più burocratico/scolastico che accademico.

Sono entrambi, e su questo ti dò ragione, movimenti sostanzialmente rivoluzionari per una società “conservatrice” come quella americana.  Come tali, sono sia incompatibili tra loro che incapaci di giungere ad alcun compromesso con l’esistente. La vera differenza, nel lungo periodo, la fa la visione. Trump rappresenta una frustrazione e una rabbia con un programma rivolto al passato – se dovesse perdere, ed è molto probabile perchè contro di lui sembra coalizzarsi qualsiasi insieme rimanente di forze, lascerebbe una debole traccia per la rabbia che ha rappresentato, e un GOP in macerie che qualcuno avrà il compito di ricostruire. Sanders, invece, non ha bisogno di vincere a questo giro, e in fondo nemmeno lo vuole: il suo intento è quello di costituire un movimento di opinione stabile che influenzi nei prossimi decenni il partito Democratico. Questo è, ovviamente, molto pericoloso: anche perchè, a forza di far disegnare l’architettura istituzionale da gente come Sanders, se poi le elezioni le vince un Trump ci vuole poco a fregarsi per sempre.

 

 

 

* Carlo Cordasco è PhD candidate in Political Science all’Università di Sheffield. Attualmente si trova a Philadelphia, visiting scholar presso University of Pennsylvania.

La privacy secondo Severgnini

in economia/giornalismo/politica by

Esce oggi, a firma dell’intellettuale scomodo Beppe Severgnini, un puntuto editoriale in difesa delle libertà civili, dalla parte dei cittadini e del loro diritto ad un limite delle intrusioni governative nelle loro vite private.

Ovviamente stavo scherzando: si tratta del solito pensierino semplificato, con una prosa giovanilista che serve a farlo sembrare cool. Dice, Severgnini:

“Apple rifiuta di sbloccare l’iPhone5 del terrorista autore della strage di San Bernardino (14 morti), come richiesto da un giudice federale negli Usa. Non è solo una sottovalutazione: è una provocazione che l’azienda di Cupertino rischia di pagare cara. Gli Stati Uniti non sono mai stati particolarmente sensibili alle questioni di privacy, come dimostrano i continui litigi tra Google e l’Unione europea sulla raccolta dei dati e il «diritto all’oblio».”

E fin qui tutto bene.

“(…) Da dove viene, dunque, quest’improvvisa sensibilità? La sensazione è che Apple abbia fatto i suoi conti: meglio irritare il proprio governo che spaventare il proprio mercato. Ha scritto Tim Cook: «Il governo ci ha chiesto qualcosa che semplicemente non abbiamo, e consideriamo troppo pericoloso creare. Ci hanno chiesto una versione di iOS (il sistema operativo, ndr) che renda possibile aggirare la sicurezza del telefono creando di fatto un accesso secondario all’iPhone». (…) Risposta: e allora? La protezione dei dati personali è importantissima — come l’Europa tenta da anni di spiegare all’America — ma non è un valore assoluto.”

Iniziano i problemi. Certo che non è un valore assoluto, ma se uno dice “e allora?” senza mostrare di capire il problema, forse per lui non è nemmeno un valore di qualche importanza…

“Prima viene la vita umana. Banale? Forse. Ma la questione è tutta qui.Per fermare l’infezione del terrorismo islamista dobbiamo ricorrere a medicine sgradevoli: lo stiamo scoprendo in tanti, dovunque. Intercettazioni, telecamere, controlli ossessivi negli aeroporti. (…) “

Appunto, non gliene frega nulla. Senza contare il Patriot Act, e il blocco di Schengen, eccetra. Tutta roba, tra quella citata e quella omessa, per la quale il fighetto di Como sembra pensare “e allora?”

“Tim Cook sbaglia quando dice: «Nelle mani sbagliate, questo software avrebbe il potenziale di sbloccare qualsiasi iPhone fisicamente in possesso di qualcuno». Le mani dell’autorità giudiziaria non sono sbagliate. Sono le mani autorizzate dal patto sociale.”

Le mani dell’autoritá giudiziaria non sono sbagliate. Cosí, con la leggerezza di una pattinatrice sul ghiaccio, Severgnini risolve secoli di tensioni tra il diritto ad essere lasciati in pace dal potere giudiziario e il diritto ad ottenerne protezione – o, se vogliamo, tra l’obbligo contrattuale dello Stato a proteggere i cittadini, e l’obbligo pattizio dello Stato a prevenire intrusioni indebite dei suoi apparati nelle vite degli stessi.

Ma che importa, una bella chiosa giovanilistica e passa tutto, anche la voglia di pensare: Severgnini chiude suggerendo che Apple stia facendo il passo piú lungo della gamba (a meno che) Tim Cook pensi di essere il nuovo Thomas Jefferson e voglia cambiare la natura della democrazia in America, e non solo. In questo caso gradiremmo essere informati: basta un messaggio sull’iPhone.
Insomma, Severgnini dice nel suo linguaggio ovattato ciò che vari falchi dell’intrusione statale nella privacy dichiarano in modo piú esplicito: ad esempio il Senatore Repubblicano Tim Cotton, che accusa Apple di privilegiare un terrorista morto rispetto ai cittadini americani. Cercando di prendere sul serio l’argomento di Cotton, Severgnini e tutti gli altri paladini della sicurezza, mi vengono in mente due cose:
La prima la dice lo stesso Tim Cook, nella sua lettera: “the “key” to an encrypted system is a piece of information that unlocks the data, and it is only as secure as the protections around it. Once the information is known, or a way to bypass the code is revealed, the encryption can be defeated by anyone with that knowledge.” C’è bisogno di spiegare a Severgnini che questo non significa solo e soltanto “il giudice” ? Ovviamente un indebolimento della crittografia, come spiega lo stesso Cook, andrebbe a vantaggio di ogni genere di individuo, da quello in un certo senso legittimato ad agire su mandato di un giudice, ai criminali informatici.
Ma c’è di più. Una volta che Apple dovesse provvedere alla soluzione tecnica di un problema che evidentemente le autorità federali non sono in grado di risolvere da sole, cosa potrebbe garantire che queste non cerchino di replicare quella stessa soluzione all’infinito, senza limiti e garanzie? Se qualcuno pensa che questa sia paranoia: è esattamente quello che Snowden ha rivelato con lo scandalo NSA.
Infine, ci tengo a ripetere:  l’FBI e le autorità giudiziarie, quando hanno accesso ad informazioni private senza limiti, sono le mani sbagliate. Come qualsiasi mano. Concentrare troppo potere non è solo una minaccia potenziale molto grave – e in ogni caso irreversibile – alla democrazia. È anche l’esposizione dei privati cittadini a comportamenti umani, troppo umani dei difensori della legge: trovare qualche esempio di sesso, bugie e videotape non è difficile, basta cercare un po’ per scoprire come le debolezze umane possano mettere a rischio i database che l’FBI sta accumulando solo per qualche storia di figa.
Per Severgnini, ovviamente, tutto ciò è secondario. Se chiedete a lui, probabilmente vi dirà che non capisce le vostre preoccupazioni, che lui non ha niente da nascondere. Ok.
Beppe, posso avere le tue password?
P.S. se avete voglia, una discussione estesa e tutto sommato ben fatta anche se non definitiva sul problema della privacy e dell’argomento per cui chi non ha niente da nascondere non ha nulla da temere, è qui.

La morte di Antonin Scalia: settarismi e disinformazione

in giornalismo/politica by

È morto nella notte il giudice della Corte Suprema degli USA Antonin Scalia. Si leggeranno, nelle prossime ore e non per molto ancora, bellissimi coccodrilli anche in giornali che in vita gli hanno riservato attacchi al vetriolo. Prendiamo, ad esempio, questo del New York Times. In particolare, il passaggio:

“This intellectual importance was compounded by the way he strained to be consistent, to rule based on principle rather than on his partisan biases — which made him stand out in an age when justices often seem as purely partisan as any other office holder. Of course there were plenty of cases (“Bush v. Gore!” a liberal might interject here) in which those biases probably did shape the way he ruled. But from flag burning to the rights of the accused to wartime detention, Scalia had a long record of putting originalist principle above a partisan conservatism. And this, too, set an example for his fellow conservatives: The fact that today the court’s right-leaning bloc has far more interesting internal disagreements than the often lock-step-voting liberal wing is itself a testament to the premium its leading intellectual light placed on philosophical rigor and integrity.”

Si tratta di un riconoscimento importante, di autorità morale e intellettuale. Ma, come detto, non durerà. A cadavere ancora caldo è partita immediatamente la battaglia per sostituirne la posizione: la Corte Suprema è composta da nove giudici, e se lo storico delle nomine vede un 5 a 4 per i Repubblicani, lo storico delle decisioni restituisce un profilo bilanciato e legittimo agli occhi del pubblico americano. È vero, la Corte ha preso posizioni conservatrici in casi eclatanti (sui finanziamenti alla politica, sulle politiche ambientali, per fare due esempi); ma ha anche superato i Democratici in progressismo (ad esempio, sui matrimoni gay). In tutti i casi, lo swing vote è arrivato dal Giudice Anthony Kennedy, non a caso nominato da Reagan negli ultimi mesi del suo mandato.

Ed è su questo, per l’appunto, che si concentrerà il dibattito: i Repubblicani, in maggioranza al Senato che deve ratificarne la nomina, si rifiuteranno di accettare il nome di Obama. Obama, che appartiene alla tradizione politica per cui i checks and balances contano meno delle (proprie) convinzioni di parte, vorrebbe cogliere l’occasione per proporre una nomina di suo gradimento. La nomina di Kennedy, appunto, sembrerebbe dargli torto e ragione insieme: è stato nominato in un anno elettorale, ma ha un profilo di maggiore indipendenza.

Cosa è passato di questo, nel dibattito italiano? Al solito, i giornalisti italiani sugli USA mostrano una rara combinazione di ignoranza e partigianeria. Ne è rappresentazione quintessenziale il solito Federico Rampini, che quando non è impegnato a tradurre gli articoli della stampa di sinistra americana per riportarli su Repubblica, fa peggio e scrive di suo pugno. Oggi, ad esempio, in un articolo che significativamente riporta solo le opinioni dei Democratici, si legge la dichiarazione della Clinton:

“I repubblicani al Senato e in campagna elettorale che chiedono di lasciare vacante il posto ricoperto del giudice Scalia disonorano la nostra Costituzione. Il Senato ha una responsabilità costituzionale cui non può abdicare per ragioni partigiane”

Come da costume della stampa italiana, Rampini riporta opinioni senza accompagnarle da alcuna verifica dei fatti. Eppure sarebbe facile. Nelle parole della Clinton si intuisce che una nomina in questa fase della Presidenza sarebbe naturale, e che invece l’opposizione dei Repubblicani sia pretestuosa, priva di precedenti.

In questo ottimo articolo di Vox.com , si cita proprio il caso del giudice Anthony Kennedy, ma perchè è stato l’unico dal dopoguerra ad oggi. Peraltro Kennedy è stato nominato in circostanze particolari: il processo di nomina era stato iniziato a 18 mesi dalle elezioni, in tutt’altro clima; se la nomina è effettivamente arrivata durante l’anno della campagna, tutto il processo decisionale che ha portato ad essa (la maggioranza del Senato era Dem, il Presidente era Reagan) si è svolto ad una distanza temporale sufficiente da non spaccare il paese e turbare la legittimità della Corte. Circostanze comunque considerabili eccezionali hanno portato alla nomina di una personalità piú indipendente della media, cosa che non sembra essere nelle corde degli attori politici di oggi, in una campagna spaccata da opposti populismi.

Le esperienze di molti esponenti delle nostre istituzioni, pronti a piegare il ruolo ricoperto anche a interessi personali prima ancora che di parte, ci sembravano una nostra prerogativa. Ed ecco che la morte di un italo-americano avvicina gli americani ad uno dei difetti piú deteriori degli italiani. Si puó leggere cosí, o prenderla come occasione per un ennesimo spottone ai democratici, come farà la stampa italiana. Smettete di leggerla, fate come lui (almeno rispetto ai giornali italiani):

I carabinieri per Padre Pio: una esigenza democratica

in giornalismo/politica/religione/società by

Ho sentito dire in questi giorni che la presenza di forze dell’ordine durante il corteo della salma di Padre Pio sarebbe uno scandalo. Seguono, ovviamente, giudizi sull’arretratezza culturale dei partecipanti all’iniziativa, accusati di vivere “nel Medioevo”. Premesso che la cosa andrebbe analizzata più con Ernesto de Martino che con categorie inopportune (che c’entra il Medioevo?), vorrei discutere dell’idea per cui, se i preti organizzano un corteo del genere, le spese dovrebbero essere a carico loro.

La confusione nasce dalla presenza di uno Stato, il Vaticano, che è dentro l’Italia e ha con essa uno status particolare. Ma rimane il fatto che ad organizzare la manifestazione sono stati cittadini italiani, non stranieri. La manifestazione è autorizzata, e il percorso presumibilmente concordato con le autorità competenti. Non è, quindi, assolutamente normale che lo Stato provveda ad uno dei suoi compiti irrinunciabili, ossia la tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza?
Quali altri compiti dovrebbe assolvere uno Stato, se non questo? Possedere immobili in centro da distribuire con criteri opachi, per non dire altro, è più importante che garantire lo svolgimento pacifico di un corteo?

Ovviamente si può sempre rispondere di sì, che essendo un corteo la manifestazione di una idea di parte, le spese che lo Stato sostiene per garantirne la sicurezza vadano accollate a chi lo promuove. Piaccia o no, però, anche nel più miniarchico degli ordinamenti c’è del valore nel consentire un dibattito democratico, senza che la disponibilità di mezzi dei promotori di qualsivoglia istanza diventi un fattore condizionante la possibilità di esprimerla. Si dirà che la Chiesa di mezzi ne ha: peccato che princìpi del genere vadano applicati a tutti nello stesso modo. Un altro tassello di minima convivenza democratica che gli anticlericali di professione hanno imparato a disimparare.

Il branco contro Italo Treno

in politica/società by

Vicenda nota, e riassunta qui: Italo Treno propone uno sconto per il Family Day, reazione indignata dei benpensanti, risposta di Italo che sostiene di adottare questa pratica commerciale per un grande numero di eventi – qualcuno ricorderà analoghe promozioni per il concerto di Ligabue – il che genera reazioni ancora più indignate.

Lasciamo stare il fatto che per alcuni l’esistenza stessa di Italo Treno, in quanto azienda privata che prova a inserire un po’ di concorrenza nel settore ferroviario, sarebbe una colpa. Quello che fa specie, al netto delle opinioni più o meno legittime sull’azienda in sé, è il richiamo al branco. La tesi sembra essere la seguente: la piazza del Family Day non ha diritto di esistere, e va espunto dalla società civile chiunque abbia la ventura non solo di associarvisi, ma anche di condurre verso gli aderenti all’iniziativa le più normali pratiche commerciali.

Siamo, ovviamente, tutti perfettamente convinti che il ritardo dell’Italia nell’adeguare il diritto di famiglia sia ridicolo; ma la frustrazione per il ritardo deve per forza sfociare in intolleranza, in fanatismo, in ideologismi esasperati? Siamo circondati da gente che si adonta per la mera esistenza di individui, siano essi vescovi, politici o vecchie zie, che hanno la colpa di avere un pensiero differente sul tema. Che importa se è basato sull’ignoranza, su una diversa visione del mondo, o altro? La tolleranza verso l’altro dovrebbe prescindere da considerazioni personali del tollerante circa la qualità o legittimità degli argomenti altrui.

Quello che non si riesce a comprendere, temo, è che il liberalismo non può essere soltanto una breve lista di prescrizioni sulle politiche pubbliche: è anche, per forza di cose, una particolare attitudine alla cittadinanza, che cerca di affermare le proprie idee attraverso il dialogo, la ragionevolezza e sopratutto rifuggendo richiami a comportamenti de-individualizzanti, basati sull’odio. Boicottare una azienda perché ha osato contrattare con qualcuno di cui non si condividono le opinioni è sicuramente legittimo in una società liberale, ma non è molto liberale in sé.

Tanto per capirci, temo sarebbero i gay militanti a fare questo stesso discorso se Italo Treno avesse fatto una promozione identica per il Gay Pride e a reagire fossero stati quelli del Family Day. Senza nemmeno rendersi conto di quanto penosa e preoccupante sia questa asimmetria.

Il punto è che la logica del branco è incompatibile col liberalismo. Il liberalismo non è solo un “metodo”, e non può essere solo la legittimazione di ogni comportamento e ogni fine che non passi per la mediazione dello Stato. A non capirlo sono tanto certi liberali, che confondono il liberalismo con l’aver capito due dinamiche di fondo dell’economia facendone un economicismo piuttosto sterile e unidimensionale, quanto certi altri, che non si rendono nemmeno conto di essere molto simili ad Adinolfi pur mobilitandosi ogni giorno per affermare l’opposto di quanto dice lui.

Oxfam e la disuguaglianza: confondere per deliberare

in economia/politica by

Questo fine settimana si terrà il World Economic Forum; e ieri ho sentito Joseph Stiglitz, di passaggio per Davos, che parlava di riscaldamento globale, complessità finanziaria e disuguaglianze. Sí, tutto in un solo intervento. D’altronde, se lo dice Stiglitz

Il problema, comunque, non è solo il divagare: a un certo punto, Stiglitz ha citato il famoso rapporto di Oxfam secondo il quale una sessantina degli individui più ricchi del mondo possiedono un patrimonio uguale a quella della metà più povera (rapporto qui). La strategia di Oxfam è nota, ed è la stessa da anni: seguendo un metodo paragonabile al clickbaiting di grillina memoria, elaborano i loro dati di partenza in modo creativo e sputano fuori un numero di statistiche in grado di funzionare come titolone sui quotidiani. In seguito, i giornali riporteranno la narrativa dell’organizzazione e le sue proposte di policy.

Legittimo, se non fosse che è la premessa ad essere tendenziosa, o addirittura errata. Il problema sta, per dire, nella definizione di “patrimonio”: Oxfam usa una misura chiamata “ricchezza netta”, che è semplicemente la somma del patrimonio meno i debiti. Se pensate che la cosa sia priva di conseguenze, guardate qui:

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Il grafico rappresenta la distribuzione della ricchezza netta nel mondo: a sinistra stanno i piú poveri, e a destra i piú ricchi. Sorprenderà come la distribuzione dei paesi ricchi (Nord America, Europa) sia incredibilmente bimodale, con moltissima gente nel 10% piú alto e poi molta gente nel primo 10%. Questo accade perchè nel primo 10% ci sono il signor Rossi, ingegnere ravennate quarantenne che non ha ancora ereditato la casa dei genitori, ma deve pagare vent’anni di mutuo su quella in cui abita, Fritz Müller, imprenditore di Stoccarda che ha fatto debiti personali per mantenere in piedi la sua azienda di trasporti con trenta dipendenti, come anche un Mike Tyson carico di debiti e di multe da pagare. Se vi pare poco, considerate che usando questa metrica viene fuori che un americano su due ha una ricchezza netta pari a zero: si veda qui. Sembra abbastanza chiaro che se si mette tutta questa gente insieme agli abitanti della periferia di Ouagadougou si farà in fretta a riempire la cosiddetta “coda sinistra” della distribuzione, no? Ecco quindi che i sessanta signori di cui si diceva sopra saranno di certo molto ricchi, ma molto meno di quanto sembri dalla descrizione: un numero spropositato di quel 50% di “poveri” ha una ricchezza netta totale non troppo maggiore di zero!

Bene, se lo capisco io e lo capite voi forse può arrivarci anche Stiglitz, che Nobel a parte di certo non è un tonto. Qualcuno glielo farà notare a Davos? Io dico di no.

Le tasse non pagate dell’isola di merda

in Articolo by

Quando si dice che la stampa italiana non fa decentemente il suo lavoro spesso si pecca di omissione.

Ero, al giorno numero 20 della mia permanenza siciliana, in attesa sul divanetto di un barbiere. Recupero un (il, ma questa è un’altra storia) giornale locale, e sulla prima pagina trovo questo:

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Leggere gli articoli dedicati non aiuta a comprendere con chiarezza i contorni della questione: i fatti spariscono completamente dietro le dichiarazioni degli interessati. D’altronde la questione deve essere poco importante, dato che non si trova nulla in merito su nessun quotidiano nazionale, se si eccettua un trafiletto nascosto del solito Sergio Rizzo.

L’unico, isolato, che trova il coraggio di raccontare la storia completa è Oscar Giannino. La trasmissione, con intervista al Presidente di Riscossione Sicilia Antonio Fiumefreddo, va ascoltata tutta e per intero, la riporto qui:

Qualche fatto, per chi non ha tempo o è convinto non valga la pena di spenderci trenta minuti:

  1. 74 deputati regionali su 90 dell’Assemblea Regionale Siciliana risultano, allo stato, debitori verso Riscossione Sicilia, agenzia deputata alla raccolta di tasse, tributi, contravvenzioni, eccetra;
  2. La pratica emergente risulta essere la seguente: chiunque accede alla carica smette immediatamente di onorare i debiti;
  3. Nel momento in cui il neo-nominato Presidente ha iniziato ad operare su queste morosita’, segnalando anche inefficienze come la presenza di 899 legali (a fronte dei circa 200 di cui si avvale la Casa Bianca), finalmente è arrivata la reazione della classe politica siciliana: convocando una assemblea straordinaria il 31 Dicembre per metterlo in stato d’accusa;

Solo una piccola serie di fattarelli, con Fiumefreddo che in conclusione paragona la gestione del recente passato a quella dei fratelli Salvo, osservando che tanta serenita’ nel gestire una cosi’ bassa compliance anche dei deputati non puo’ che giustificarsi con l’esistenza di patti impliciti con chi dal fisco ha necessita’ di nascondere ingenti patrimoni nati, per cosi’ dire, fuori dalla legalità. Sappiamo già che per queste dichiarazioni e per la sua attività Fiumefreddo riceverà querele, minacce paramafiose, intimidazioni: alcune sono già partite a mezzo stampa dagli uomini delle istituzioni.

Questo è lo Stato in Sicilia, uno Stato che i grandi giornaloni non ritengono di dover raccontare per non turbare gli equilibri nazionali, e questa è la Sicilia. Andrebbe fatta la lista di tutti i deputati regionali che, pur avendo consapevolmente approfittato della sudditanza degli uffici pubblici nei loro confronti per “congelare”  i loro debiti, hanno partecipato a convegni in cui facevano la morale agli altri sull’evasione da stroncare, sull’importanza della legalità eccetra.

Si è discusso qualche giorno fa delle parole di Vecchioni (“isola di merda”, and so on and so forth). Posso dire solo questo, che conosco solo due tipi di persone nati dopo il 1980 che sono rimasti a viverci o progettano di rimanerci, e pochissime eccezioni. Quelli che sono più o meno costretti da vincoli personali o familiari, e quelli che di questi modi sono, per quanto possono, fruitori e complici. Tutti gli altri scappano o cercano di farlo quanto prima. Anche se figli di chi si è avvantaggiato in precedenza, perché è praticamente finita la carne da spolpare.

Chiusa questa parentesi, torniamo a parlare di quanto sono incivili gli americani, e che bravo Obama che vuole restringere la vendita delle armi (prima pagina su tutti i giornaloni di oggi). Buona fortuna.

 

Il Capodanno di Matera è provincialissimo. E allora?

in politica/scrivere/società by

Ho aspettato qualche giorno, per evitare di finire nelle polemiche tristi sugli sms e sul Capodanno. C’è peró qualcosa in questo pezzo di Christian Raimo che fornisce spunti per ragionamenti piú generali (se dovesse leggere, non lo prenda per accanimento).

Raimo è, nel panorama culturale italiano, uno a cui tutti devono “almeno due o tre favori”. Se le sue esternazioni non sono necessariamente il metro di cosa pensano gli intellettuali in Italia, quantomeno sono un indizio di che tipo di discorsi vanno bene, sono kosher. Ebbene, se questa premessa è vera, un po’ c’è da preoccuparsi.

Raimo, da persona colta e sensibile, critica il capodanno della RAI perchè “sciatto”, “avvilente”, “provinciale”. La debolezza dell’analisi la sospetti dalla seconda riga, quando Raimo sente il bisogno di dire che non possiede una tv, e dopo aver pestato innecessariamente una merda ne pesta una seconda: “non è snobismo, è praticità”.

Si potrebbe dire che dissezionare così un testo altrui per smontarlo è ingiusto, e concordo. Quelli sono indizi. La cosa più sorprendente, in effetti, è l’articolo in sè: Raimo è senz’altro parte di quella Italia che la sera legge Kant. E usa, non a caso, l’aggettivo nazionalpopolare in senso dispregiativo. Che va tutto bene, uno la sera può leggere Kant e finanche Heidegger, ma allora perchè sta sempre a commentare il nazionalpopolare invece di parlarci di Kant? Forse il pubblico di quelli a cui piace sentirsi fighi disprezzando il nazionalpopolare è più ampio di quelli a cui interessa davvero parlare di Kant? Misteri.

Ma questo, purtroppo, non c’entra niente con l’essere snob, accusa che a molti piace schivare perchè in realtà ama attribuirsi. C’entra con una certa dipendenza dal nazionalpopolare come carattere fondante della propria identità, foss’anche in negativo. Laddove l’identificazione in positivo è una banalità sul presepe, le identificazioni in negativo sono di certo piú potenti e durevoli. A margine, i presepi napoletani piacciono anche a me che non sono cristiano. Ma sono meridionale e provinciale, come Mattarella. Capita.

Dopo di che, se del provincialismo si deve parlare, visto che lo fa anche Raimo, facciamolo. Provincialismo sarebbe, secondo lui, restituire l’atmosfera da sagra di paese, glorificare la provincia intesa come piccolo centro. Sarà. Andrebbe detto che l’Italia è proprio un collage di province, diverse e uniche nel bene e nel male, di piccoli centri e delle loro eccellenze, economiche oltre che culturali. Non fa chic per chi ha il mito di Parigi: il provincialismo è un vecchio mostro nella cultura italiana, malata di derivativismo e complessi di inferiorità.
Scherzando sul successo delle Lezioni Americane, Arbasino commentava che se invece che ad Harvard Calvino le avesse tenute a Cassino forse non staremmo a ricordarle cosí spesso. Forse era vero allora, se da un lato le cose che uscivano sul new Yorker o sul Partisan Review diventavano dibattito culturale in Italia con due anni di ritardo, e dall’altro la produzione culturale e artistica continuava ad influenzare anche quella di altri paesi. Ma quanto è vero ora? La proposta culturale delle riviste intelló come IL magazine, Rivista Studio e simili è totalmente derivativa, al punto di vivere di riflesso sulle analisi anche dei fatti nostri: si veda il codazzo di articoli “lucani”, tanto per rimanere sul tema, seguito proprio a un bel servizio del New Yorker.

In un deserto simile, in cui la produzione di idee originali è vista come qualcosa di sconveniente, tanto c’è prima da tradurre Franzen ed eccitarsi di rimbalzo del successo – esploso altrove – della Ferrante (ma poi chi dovrebbe comprare questi prodotti se esiste un analogo, migliore e più onesto, anche se scritto in inglese?), vivono le analisi dei Raimo e dei loro analoghi meno sofisticati. In attesa di una nuova tirata, questa invece molto autentica e ruspante, contro il solito neoliberismo.

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