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JJ Spalletti

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Herzog e i vulcani: vita, morte e natura

in cinema/cultura by

Era il 1976 quando, nell’isola di Guadalupa, fu dato ordine di evacuazione immediata a causa del vulcano locale, La Soufrière, il quale minacciava di eruttare sommergendo l’intero luogo (e la sua popolazione).

L’evacuazione era stata la soluzione finale di un’accesa diatriba che si era disputata fra gli scienziati Claude Allègre

Non sono un serial killer

e Haroun Tazieff.

Scusa se sono un figo

Il primo, agitatissimo, aveva convinto il prefetto dell’isola ad evacuarla completamente, cosa che alla fine fu fatta, almeno in parte: circa 75000 abitanti furono costretti ad abbandonare le proprie case, in vista del disastro che si prospettava. Di questa opinione però non era Tazieff, al quale poi la storia avrebbe dato ragione. Difatti la catastrofe non ebbe mai luogo, e pian piano, dopo un po’, l’isola tornò alla vita di tutti i giorni.

Noi però sappiamo che questo evento portò zio H. più vicino di quanto non avrebbe dovuto al vulcano attivo, generando quello che sarebbe diventato uno dei suoi documentari più famosi, La Soufrière. Ai più potrebbe non dire nulla, ma rimane in ogni caso un documento di straordinaria autenticità e bellezza, e, se il vulcano fosse esploso sommergendo i  dintorni dell’isola, la testimonianza di Herzog della città di Basse-Terre a oggi sarebbe l’unica che ci rimane.

Torniamo ai vulcani.

Nel 2007 sarebbe poi uscito Encounters at the End of the World, film in cui Herzog non aveva alcuna intenzione di parlare di vulcani, ma, come spesso accade nei suoi documentari, era partito per la tangente. Mentre filmava la vita degli scienziati sulla stazione McMurdo in Antartide, era rimasto affascinato da alcuni vulcanologi e dal loro lavoro: lì aveva conosciuto lo scienziato e vulcanologo Clive Oppenheimer, con cui aveva fatto amicizia. Clive e i suoi colleghi avevano spiegato a zio H. i rischi del loro lavoro, e cosa comportava stare all’aperto in giornate in cui la temperatura arrivava a -32°, mentre accanto a loro c’era il monte Erebus, uno dei pochissimi vulcani attivi al mondo il quale, se guardato dall’alto, mostra direttamente la lava.

Clive Oppenheimer e Werner Herzog in Encounters at the End of the World, 2007

L’incontro con Clive non sarebbe rimasto un semplice “ciao, come ti chiami”, ma avrebbe portato, dieci anni dopo, alla realizzazione di un altro documentario, questa volta direttamente dedicato ai vulcani, Into the Inferno, in cui Herzog, insieme al suo amico (che lo ha anche aiutato nelle riprese) si gira Indonesia, Islanda, Corea del Nord ed Etiopia esplorando una delle più grandi risorse e insieme pericoli del nostro pianeta.

Into the Inferno è un film molto più maturo del predecessore La Soufrière. Al di là del fatto che il suo gemello del 1977 era stato girato in pochissimo tempo (giusto per non rischiare di morire in mezzo ai lapilli) e che dura soltanto 30 minuti, La Soufrière affronta la conoscenza dei vulcani da un punto di vista meramente distruttivo. Sappiamo quando a zio H. piaccia l’idea dell’inevitabilità della morte, della violenza della natura e del suo essere per certi versi indecifrabile, e nel film del 1977 i suoi pensieri vengono fuori in modo molto chiaro: avrebbe dovuto essere l’ultima testimonianza di un disastro annunciato ma inesorabile, tanto più che H. e la sua troupe avevano incontrato ben tre persone che si erano rifiutate di lasciare le proprie case, adducendo come motivo comune “la morte si può solo rimandare, ma non evitare”.

In Encounters, invece, i vulcani solo un piccolo contorno, ma è proprio Clive, in un dialogo con Herzog, a esprimere un concetto fondamentale, che in un certo senso celebra la vita: vale la pena mettere la propria in pericolo per studiare un vulcano? La risposta naturalmente è negativa: Clive racconterà (dieci anni dopo) che inizialmente, conoscendo la fama di Herzog, aveva avuto paura che il regista gli avrebbe chiesto di scendere il più vicino possibile alla lava in nome del cinema. Ma poi aveva capito che Herzog, in realtà, dava più valore alla vita di quanto non volesse lasciar intendere nei suoi film.

Noi lo conosciamo come un regista che parla di grizzly assassini, di vampiri, di solitudine dell’uomo e chi più ne ha più ne metta, ma in Into the Inferno emerge più chiaramente il lato più, per così dire, “ottimista” di zio H. I vulcani rappresentano due facce della stessa medaglia: la vita e la morte. Per alcuni sono assimilabili a un dio, da onorare e rispettare, per altri una ragione di studio e di vita; in Corea del Nord addirittura il monte vulcanico Paektu è venerato dall’intera popolazione, citato nel loro inno nazionale e considerato un luogo di culto, in quanto, secondo una nota leggenda, sarebbe il vero luogo di nascita di Kim Jong-il.

Ed è in Etiopia, alle pendici del vulcano Erta Ale che alcuni paleontologi cercano instancabilmente e trovano nella terra tracce dei nostri progenitori: non dimentichiamoci che i terreni vulcanici sono fra i più fertili al mondo, quindi ha perfettamente senso che ci fossero insediamenti più vecchi di quanto non possiamo immaginare.

Ma non disperate: naturalmente il vecchio zio H. non ci risparmia la parte in cui ci racconta e fa raccontare cosa rappresenti per la vita l’eruzione di un vulcano, chiudendo anche il film con il capo del villaggio Endu, situato nell’arcipelago di Vanuatu, che spiega cosa pensa succederà alla fine dei tempi: sarà il vulcano a distruggere tutto, il vulcano che condannerà la razza umana, quello del villaggio di Endu e tutti i vulcani presenti sulla superficie terrestre. E vai.

Insomma, il cerchio si chiude.

La “trilogia dei vulcani” la reperite facilmente: La Soufrière è disponibile su youtube, Encounters at the End of the World ve lo potete comprare su Amazon (sempre dare soldi a Herzog, in tutte le occasioni) e Into the Inferno lo trovate pure su Netflix.

JJ

Lo and Behold: le aspettative di una fan

in cinema by

Ciao.

Quando mi hanno detto che sarebbe uscito un nuovo documentario girato da Herzog, ho attraversato tre fasi: l’esaltazione, l’attesa spasmodica e le aspettative.

Naturalmente, adesso che sta per uscire, sono nella fase tre. E mi sono chiesta cosa possa scaturire da un documentario dello zio H. che, entrato nel settantacinquesimo anno di età, decide di parlare di internet. Uno che non ha nemmeno lo smartphone, uno che

Dunque.

1.Sarà un film epico

Stiamo parlando di internet, la piattaforma sulla quale ogni giorno puoi scegliere quale video di gatti guardare e di Herzog, uno che per non scendere a compromessi con una nota casa di produzione cinematografica ha fatto passare una nave da un lato all’altro di una montagna. Sono abbastanza certa che H. inserirà musiche altisonanti e ci farà vedere le immagini dello spazio, tipo “l’uomo è solo,  ma c’è internet con lui”.

2. I commenti del regista

Già dal trailer si possono sentire due o tre frasi che rendono l’idea di cosa sia un documentario girato da Werner Herzog: normalmente infatti nei documentari i registi sono restii a dare la propria opinione facendo sentire la propria voce. Herzog no: lui usa il cinema documentario quasi come una specie di diario personale, e se vuole dire una cosa, la dice. “Per adesso -sentiamo dire a uno scienziato nel trailer del film- non riusciamo nemmeno a mandare un singolo uomo su Marte” ma Herzog lo interrompe: “Io verrei”, dice, “non avrei alcun problema.” Non vedo l’ora di sentire il resto.

3. Solitudine e ansia

H. non perderà occasione per ricordarci di quanto siamo soli, tristi e senza speranza. Anche con i video dei gatti a disposizione.

4. Insegnamenti di vita, riflessioni, viaggi mentali

Se c’è una cosa che ho imparato guardandomi i documentari di zio H. è che poi si riflette su tutto ciò che ne concerne, e oltre. Inizi a pensare “diamine, ha ragione”, e parti per la tangente riflettendo su cos’è la tua vita, su come l’argomento si riflette sulle tue azioni, sulle tue opinioni, e finisci a piangere sotto la doccia per fare finta che sia solo acqua.

5. Me lo devo riguardare

Quando si finisce di vedere un documentario di Herzog, la prima cosa che viene in mente è “ok, probabilmente ho assorbito solo il 15% di quello che mi voleva dire”. Ed è esattamente così: sono talmente pieni di roba che è impossibile percepire tutto subito.

6. Casa

Guardarsi un documentario del genere deve essere un’esperienza che ti fa sentire a casa tua, con un signore gentile che ti spiega le cose e ti invita pure a rispondergli quando fa una domanda. E tu gli rispondi, perché veramente sembra che sia lì seduto accanto a te. Poi la gente al cinema si gira e tu pure ti giri scuotendo la testa, “ehhh, lo fanno, lo fanno.”

Sono molto emozionata. Evviva il 2016.

 

JJ

 

Storie di libri abbandonati a metà /Ep.2

in cultura by

Riprendiamo qui il secondo episodio di libri che non siamo riusciti a finire e che non finiremo mai (il primo episodio, qui)

Ci darete ragione o ci tirerete addosso le pietre?

 

Dracula Frizzi  – Purity di Jonathan Franzen

Mentre tutto il mondo che conta si spertica a lodare il nuovo capolavoro di Jonathan Franzen, Purity (l’unico libro che era un capolavoro ancora prima di uscire. Franzen è come Paolo Conte: puoi parlarne solo bene) io passo angosciato i minuti a cavallo di mezzanotte infliggendomi pagine di questo mattone impastato a insicurezze, augurandomi che il bambino si svegli e mi costringa ad alzarmi. Insicurezze di Pip (cioè Purity, la ragazza protagonista del romanzo), insicurezze di Andreas Wolf (il dottor Faust del romanzo), insicurezze della madre di lei, dell’amica di lei, insicurezze del patrigno di lei. Insicurezze di una generazione, di due generazioni, di una nazione, di tutto un pianeta.

Il mistero di Franzen è questo. Scrive storie assolutamente banali (vedi Libertà: lui ama lei, lei ama lui ma anche un po’ il suo amico, lei tradisce lui——— catarsi) da cui non riesci a staccarti. I personaggi sono tutti molto reali: hanno molte dimensioni e moltissime debolezze.

Tutti tradiscono, tutti mentono, tutti scappano: la scrittura è magistrale, la costruzione ineccepibile.

Ma questa volta no, questa volta non me la sento di mettermi in fila e puntare il dito contro la middle-class bianca e i suoi danni collaterali (o meglio: generazionali), non ci riesco a stare sul piedistallo e sezionare le vite di questi poveretti, non mi interessa di sapere chi scopa con chi. Non stasera Jonathan.

Tutto tace. Il bambino dorme. Ancora una pagina e poi lo mollo, sto mattone.

Ancora una poi smetto.

L’ultima.

Ancora una..

 

Massimiliano Favazza  Il Castello di Franz Kafka

Kafka

JJ Spalletti – Philip Roth

Ricordo che quando andavo a scuola e ci davano da leggere i libri per l’estate, io cercavo sempre un modo per evitare di farlo: riassunti sulle enciclopedie/internet (e all’epoca c’era il 56k), amici che già l’avevano letto, esplosioni anomale in tutte le librerie di quartiere. Purtroppo sul rifiuto vinceva l’ansia del farsi trovare impreparata, e quindi questi libri venivano iniziati e finiti nei tempi stabiliti (vale a dire letti e riassunti la notte prima della consegna).

Anni dopo avrei scoperto che ero l’unica a sbattermi così tanto, gli altri se ne fregavano e andavano a scuola senza aver letto nemmeno la trama sulla quarta di copertina.

Credo che il problema non fosse tanto l’imposizione, quanto la scelta dei miei professori di farci leggere la nicchia: Italo Calvino? Perché andare sulla roba nota, così so’ capaci tutti, leggetevi invece Il sentiero dei nidi di ragno, avvincente a partire dal titolo. Joseph Conrad? Ecco a voi Sotto gli occhi dell’occidente, che è come dire “Ti piacciono i film di Spielberg? Ecco, guardati i cortometraggi sulla violenza sulle donne che faceva quando stava al liceo.”

Eppure da sola leggevo molto. Leggevo così tanto che, oltre ai libri che mi consigliavano gli amici e la mia famiglia, a un certo punto avevo deciso di colmare alcune importanti lacune letterarie, soprattutto per quanto riguardava proprio Calvino e Conrad, che associavo solo alla fatica, e non mi sembrava giusto.

Presi in mano Pastorale Americana pochi giorni dopo il mio ventiquattresimo compleanno, e iniziai a leggerlo. Poi arrivai a pagina 50. Chiusi il libro. Lo riaprii il mese successivo, intenzionata a finirlo. Non ricordavo nulla, però. Iniziai di nuovo, arrivai a pagina 50. Lo chiusi. Qualche mese più tardi, pulendo casa, ritrovai Pastorale Americana. Lo aprii, iniziai a leggere, ma cosa era successo prima? No, beh, se lo devo leggere lo devo anche capire bene, lo ricominciai. Arrivai a pagina 50. Poi, l’illuminazione: perché mi stavo dannando dietro a quel libro? Era necessario che lo finissi? Non ci sarebbe stata nessuna professoressa a chiedermi il riassunto. Avevo capito.

Qualche giorno più tardi avevo notato che mia madre aveva sul comodino La macchia umana. Poi avevo notato anche che quel libro era rimasto sul suo comodino anche il mese successivo, e due anni dopo, e quando mi ero trasferita, e quando il mio primogenito si era laureato, così mi ero detta: “O è un capolavoro, oppure mia madre non ha memoria a breve termine.” Le chiesi com’era. Mi confessò di non essere mai riuscita a finirlo. Le proposi di scambiarceli: lei avrebbe tentato con Pastorale Americana, io con La macchia umana. Non ho ancora avuto il coraggio di aprirlo.

Di seguito, una lista di libri che volevo assolutamente leggere ma che ho interrotto sconfitta dopo essermi chiesta “ma davvero me ne frega qualcosa?”

  • Il Signore degli Anelli, pagina 10 (scagliato contro la testiera del letto con rabbia);
  • Il Barone Rampante, pagina 3 (“come diavolo parla questo?”);
  • Gita al Faro, pagina 1 (“Non ne posso più”);
  • La linea d’ombra, indefinito. Non ricordo nemmeno se il libro fosse quello o se invece fosse Cuore di tenebra, hanno entrambi il buio nel titolo e che palle, viva Richard Scarry
Sandrino e Zigo Zago forevah
Sandrino e Zigo Zago forevah

Che settimana pesante

in cinema by

Così esordiva il mio compagno quando mi scriveva che, oltre a David Bowie e ad Alan Rickman era morto pure David Margulies.

A parte quello sfigato due volte per essere morto dopo un’icona della musica e una del cinema, Margulies ve lo ricorderete senz’altro per essere stato il sindaco che a “masse isteriche”

decideva di dare carta bianca a Peter Venkman.

Niente, era giusto ricordare anche lui.

Dopodiché lo sappiamo tutti: Alan Rickman ci ha fatto innamorare interpretando Severus Piton (o Snape, per chi ha seguito la saga in lingua originale), uno dei personaggi meglio riusciti della letteratura ME NE FREGO DI TUTTI I VOSTRI SCRITTORI FAMOSI HIPSTER MATTI, HARRY POTTER PIETRA MILIARE TOTALE BRAVI BRAVI CONTINUATE A FARE I CLASSISTI E A LEGGERVI I TOMI DI SCRITTORI POLACCHI MORTI SUICIDI GIOVANISSIMI

Si diceva; Alan Rickman in realtà non ha interpretato solo Piton: l’altro ruolo per il quale tutti se lo ricordano è il marito di Emma Thompson in Love Actually, che ora voi romanticoni andrete subito a rivedervi, perché alla fine quando Colin Firth va a trovare la sua filippina in Portogallo per chiederle di sposarlo ci vengono sempre i lucciconi.

Però che cazzo: questo era un super attore e tutti se lo ricordano per essere stato il sosia di Renato Zero che insegnava pozioni a degli insopportabili adolescenti in più doveva pure sorbirsi tutto il disagio di questo mondo. Mica è giusto. Alan, ci penso io a darti un degno tributo, anche perché quando mi hanno detto che eri morto ero triste sul serio. State a mori’ tutti, mannaggia alla miseria.

Non spenderò parole su quanto amassi Rickman, il suo viso meraviglioso, il suo estremo fascino, il sorriso magnetico e la versatilità che ha fatto sì che diventasse un attore in grado di interpretare qualsiasi ruolo: mi limiterò ad elencare 5 film che sarebbe carino rivedere per omaggiarne la figura, perché scommetto che non vi ricordavate che in queste pellicole ci stava pure lui.

  1. Sweeney Todd, quando Tim Burton voleva fa’ il musical perché era il più matto di tutti;
  2. Profumo, storia di un assassino, o del perché mi tinsi i capelli di rosso per la prima volta cercando di somigliare vagamente a quella super fregna roscia bellissima protagonista, invece mia madre mi disse “Questo colore io lo chiamo rosso menopausa” (avevo 22 anni);
  3. Robin Hood – Principe dei ladri: Rickman è il secondo sceriffo di Nottingham che se ne va, il primo è stato lui,
    "Vi chiamate Smerdino...?"
    “Vi chiamate Smerdino…?”

    ab aeternam, ragazzi.

  4. Die Hard, quello che in italiano hanno chiamato Trappola di cristallo (ma perché?): non me lo ricordavo nemmeno io che ci stava lui;
  5. Dogma, il Kevin Smith che ci piaceva tanto.

Bonus: se vi capita guardatevi pure Gambit: non è certo un capolavoro nonostante sia scritto dai Coen, ma Alan Rickman tira su tutto il film.

Grazie, eri un grande.

 

JJ

 

Perché Star Wars

in cinema by

Sono due settimane che l’edicolante in piazza si ritrova una speranzosa me che cerca di trovare i cofanetti da collezione di Star Wars.

“Salve, posso aiutarla?”

“Sì, no, davo uno sguardo…”

Di solito faccio finta di guardare i giornali di economia, per fingermi adulta. Poi chiedo se è uscito il Messaggero. Poi “No, vabbè, magari lo compro dopo”. Poi, vagamente,

“I dvd sono tutti quelli esposti?”

“Non ci è ancora tornato Star Wars.”

“Ah, grazie, arrivederci”

Perché? Principalmente perché fino a poco tempo fa avevo soltanto i vhs della prima trilogia, quella originale, registrati da Italia 1, con sulle etichette il disegnino di una spada laser, la Morte Nera e un piccolo R2-D2. Avevo 13 anni e mi guardavo L’Impero Colpisce Ancora circa una volta al giorno. Adesso vivo in una casa senza videoregistratore, ho 30 anni, e con il mio compagno abbiamo sentito il bisogno di fare il grande passo: vederci tutti i sei capitoli prima di vederci il settimo.

Abbiamo messo un pupazzetto di Darth Vader sotto l’albero di natale. Abbiamo delle spade laser gonfiabili con le quali andremo al cinema.

Quando frequentavo un master di regia, questa è una delle foto che ho presentato a una lezione:

GIO_0532

L’unica cosa che ho comprato (per me) quando sono andata a Lucca è stata una maglietta con C-3PO disegnato sopra. La mia suoneria è la marcia imperiale in 8 bit.

Perché Star Wars ci rincoglionisce così tanto? Perché se non partecipate all’emozione collettiva siete delle persone aride? Ho isolato alcune motivazioni plausibili.

1.Le spade laser

Le spade laser le vorremmo avere in casa tutti, nessuno escluso, nemmeno quelli che dicono che non amano Star Wars, nemmeno i fan di Star Trek, tutti.

Non è possibile che non vogliate imparare a usare un cosa così fica

Le spade laser sono perfette in tutto: colori sgargianti, dimensioni accettabili, maneggevolezza, ma soprattutto per i famosi rumori WHOUUOHHUN… WHUOOOON….KSSHHH! FHSSSH!! che adesso state riproducendo nella vostra mente.

Rumori così assuefacenti che Ewan McGregor, durante le riprese di tutti i suoi combattimenti nella saga, continuava a farli con la bocca, non riuscendo a trattenersi, quindi in post produzione i montatori del suono hanno dovuto rimuoverli da ogni singola battaglia.

2.I combattimenti con le spade laser

Oltre a essere bellissime visivamente, le spade laser vengono impiegate dai personaggi per dare vita a splendidi combattimenti acrobatici, roba che se io la prendevo in mano due secondi dopo mi mancavano tre dita, un orecchio e probabilmente avevo tagliato a metà il frigorifero.

Io sono innamorata delle storie della vecchia trilogia, ma c’è da dire che nella nuova i combattimenti sono mille volte più MA CHE CAZZO STAI A DI’ LO VOGLIO FARE PURE IO

3.Le spade laser go with everything

Ma sul serio, everything

4.Han Solo

Ogni singola battuta che quest’uomo pronuncia è diventata leggenda. Dal fatto che il Millennium Falcon ha fatto la rotta di Kessel in meno di dodici parsec, al “conversazione noiosa, comunque”,

fino alla storica frase che tutti amiamo da morire, e lui lo sa.

5.Darth Vader

Best personaggio evah della saga, Darth Vader è probabilmente colui che durante tutti e sei i film subisce l’evoluzione più bella e commovente della storia del cinema. E tutti, almeno una volta, ci siamo sempre chiesti come sarebbe stato se Anakin fosse rimasto Anakin, e si fosse limitato SPOILERSPOILERSPOILERSPOILER a essere un buon padre per Luke e Leia.

Diciamoci la verità, è lui il vero protagonista dei primi sei episodi, alla faccia di Luke, Han Solo, Yoda e tutti i filistei.

6.Tutti ci siamo commossi quando abbiamo visto litigare Obi-Wan e Anakin

A tutt’oggi non riesco a guardarlo senza farmi venire gli occhi lucidi.

7.Tutti siamo rimasti sconvolti quando, all’epoca, abbiamo scoperto la triste verità

8.John Williams ha creato un vero capolavoro immortale

John Williams io lo adoro perché ci ha regalato musiche spettacolari, tipo la colonna sonora di Indiana Jones o quella di Jurassic Park.

Ancora prima di queste, però, il simpatico vecchietto componeva alcuni fra i temi musicali che avrebbero avuto un impatto all’epoca ancora inimmaginabile nella cultura di massa: La Imperial March, il tema principale, quello dell’alleanza ribelle, la simpatica canzone della “cantina”: le sappiamo a memoria, e io il cellulare ogni tanto lo lascio squillare, perché che bello.

E poi c’è roba tipo questa, che non è classificabile, è solo bellissima

https://www.youtube.com/watch?v=Q5ZY8Fz9GGU

9.Vorremmo che il futuro fosse così

Disgraziatamente non vivrò abbastanza per vedere se davvero fabbricheranno delle spade laser degne di questo nome, o se il Millennium Falcon diventerà una realtà; quello che posso dirvi è che il 90% delle persone che abitano le terre emerse del nostro triste mondo vorrebbe avere come migliore amico un robot, guidare un TIE Fighter o attraversare il deserto stando attento a non innervosire i Sabbipodi (tanto si spaventano facilmente).

10.Leia Slave

 

Ciao amici, amate questa meravigliosa saga. Amatene i personaggi, la storia straordinaria, l’universo, affezionatevi alle vicende, ad Alec Guinness, celebrate la triste fine di Alderaan, leggetevi le teorie dei fan, commuovetevi per i poveri appaltatori esterni che ultimavano la costruzione della nuova Morte Nera, e poi andatevi a vedere l’episodio VII, perché è per questo motivo che state ancora leggendo, perché anche voi non vedete l’ora di sapere che diavolo di fine ha fatto Luke, perché il trailer ve lo state riguardando duecento volte, e perché per due giorni non riuscirete a guardare nulla su internet per paura degli spoiler.

Quando guardo il trailer, ogni volta che Han dice “Chewie… siamo a casa” io piango (seriamente, piango, non come quando scrivi “hahahah” su whatsapp e in realtà sei serissimo). Posso solo immaginare che diavolo mi succederà giovedì sera.

 

JJ

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

in cinema by

Nei difficili anni in cui zio H. stava cercando di portare a termine le riprese di Fitzcarraldo (se non sapete di cosa sto parlando vi rimando a http://libernazione.it/le-appassionanti-avventure-di-zio-herzog-3/), un giorno si ritrova a Lima, in Perù, a giocare a calcio con alcuni personaggi del posto.

Apriamo una parentesi: il calcio è sempre stato una delle passioni di H., il quale più volte si è espresso a favore del nobile sport. Testimonianza relativa:

Dunque, torniamo a noi. Ci troviamo a Lima, e Herzog sta cercando di portare avanti questa partita. Il problema è però il seguente: tutti i partecipanti (sto per dire una cosa razzista) si somigliano, e come se non bastasse indossano magliette di colori simili, quindi Werner non sa più a che santo votarsi per capire a chi deve passare la palla.

“Pedro, Pedro, passa a Ramon!”

“Io sono Pablo, e gioco nell’altra squadra!”

“Maledizione. Manuel, fa’ qualcosa, dalla sulla sinistra!”

“Mister Herzog, io sono Javier”

E così all’infinito.

Herzog quindi, saturo di passare la palla sempre allo stesso tizio dell’altra squadra, va dall’arbitro (che prima viene scambiato per Jesus) e gli chiede di interrompere la partita per poter vestire i suoi compagni di squadra con le magliette di un colore differente, che sia perlomeno riconoscibile.

” ‘Sto pantone non mi convince, ma che è?”

“Carta da zucchero”

“Non ho fame”

“No, è il nome del colore”

“Scusa, ma avete dato a tutti le magliette azzurre?”

“Carta da zucchero”

“Avete dato a tutti le magliette CARTA DA ZUCCHERO?”

“Veramente la vostra è celeste”

“Vabbè; noi possiamo indossarne di arancioni?”

“No”

Herzog si allontana guardando in cagnesco l’arbitro.

Ed è a quel punto che la soluzione si fa strada nella sua testa. Era nel bel mezzo delle riprese di un film che stava sostanzialmente affrontando da solo; da solo avrebbe finito Fitzcarraldo per poterlo presentare al Festival di Cannes, ed era quindi da solo che avrebbe dovuto portare a termine anche la partita.

“I knew the only hope of winning the game would be if I did it all by myself […] I would have to take on the entire field myself, including my own team.” (sic)

Non ha tenuto nemmeno il portiere, eh.

Io non ho idea di come sia finita (Herzog si limita a riferirci quella che ha immaginato fosse la risoluzione finale: io contro il mondo, alla fine almeno so che non devo passare la palla a nessuno se non a me), ma mi piace pensare che sia andata più o meno così:

 

 

JJ

 

Monogamish

in società by

Siamo sempre (più o meno tutti) stati educati al concetto che una coppia di fidanzati (da qui l’epiteto) è tradizionalmente formata da due persone, e che queste persone non debbano avere nessun tipo di rapporto (soprattutto fisico) con altri.

Ha senso? Ovvio che ha senso: se si è innamorati di qualcuno, se si sceglie di stare con questa persona (a meno che non siate Apu Nahasapeemapetilon, e la persona che vi dovrete sposare l’hanno scelta i vostri genitori quando avevate 8 anni), normalmente è con questa che volete rimanere. Ed è con questa che vogliamo fisicamente stare. E non sopportiamo che questa persona, che consideriamo nostra, faccia l’amore con qualcun altro. D’altra parte è nostra.

Eppure, il tasso di infedeltà nelle coppie è comunque parecchio alto; ma (sempre nella maggior parte dei casi) due persone non sono di certo obbligate a rimanere insieme. Può convenire, può essere doloroso e difficile separarsi, ma siamo liberi di farlo.

Queste sono riflessioni non casuali. Sono tutte nella testa di Tao Ruspoli, il regista di Monogamish.

Partiamo dal concetto di matrimonio: è davvero indispensabile sposarsi? Una parte dell’umanità ne conviene: è giusto dal punto di vista economico, morale, e quant’altro. Siamo sicuri?

I miei genitori non sono sposati: ciò non significa che tutti dovrebbero seguire il loro esempio, né significa che io non mi sposerò mai, ma di certo una cosa del genere mi ha fatto sempre chiedere, sin da piccola, se in effetti ci fossero altre possibilità alla coppia sposata con figli. Perché no?

Sia chiaro: io credo nell’amore, e credo anche nel matrimonio, se a muoverlo è il puro e semplice desiderio di coronare la volontà reciproca di stare insieme con un festeggiamento, e non la convenzione, il fatto che “Beh, ma perché i tuoi non si sono mai sposati?” Ti potrei rispondere “Ma perché avrebbero dovuto, scusa.”

Io l’ho sempre vista come una cosa molto semplice: ami qualcuno, vuoi stare insieme a qualcuno, ci vai a vivere, fai dei figli, invecchi insieme. Non c’è bisogno di certificarlo. Lo vuoi fare? Ok. Non lo vuoi fare? Ok lo stesso.

Una cosa è comunque sicura: la storia ci insegna che il matrimonio, in quanto unione fra due persone (almeno nella nostra società), è la base della famiglia tradizionale. Due persone, i figli. E se non fosse così?

L’amore, e questo viene mostrato in modo molto approfondito nel documentario di Ruspoli, ha tantissime forme. Alcune di queste sono (per me in primis) quasi inimmaginabili: ci sono, per esempio, le persone che vivono relazioni poliamorose: non stiamo parlando di un semplice menage à trois, ma di vero e proprio amore reciproco fra tre persone. Difficile? Probabilmente sì. Complicato? Indubbiamente. Impossibile? Pare di no.

A volte siamo convinti che l’unica soluzione possibile, anche per essere accettati dagli altri come persone non sgradevoli, sia esercitare la monogamia. Eppure, spiegano in molti nel film, a quanto pare la monogamia non è propria dell’essere vivente. Al di là degli animali e dei loro rapporti spesso promiscui, ci sono popolazioni in cui non solo è accettato che la propria moglie vada con altri uomini, ma addirittura, durante la gravidanza, è consigliabile che lo faccia: perché questi popoli credono che così facendo il bambino erediterà tutte le qualità degli uomini con cui la madre si unisce nell’atto sessuale. Quindi daje con quello simpatico, con quello bello, con quello forte, e via dicendo.

Stupide superstizioni? Sì, forse. Io però ci ho letto anche un’altra cosa importante: in una popolazione che accetta e incoraggia questo tipo di pratica la donna non è considerata proprietà esclusiva dell’uomo con cui vive. Un concetto al quale nessuno di noi è pronto, me compresa: non credo che potrei mai accettare di dividere l’uomo che amo con un’altra persona.

La storia di Tao Ruspoli, come è facile immaginare, inizia in una famiglia non “tradizionale”: il padre, il principe Alessandro Ruspoli (sì, quello del palazzo) sposa la madre a 50 anni, mentre lei ne ha appena 18. Naturalmente Tao non è né il primo né l’ultimo figlio del principe, vi basti immaginare che ha un paio di zii della sua stessa età.

A ogni modo saranno il mondo in cui vive, la separazione dei genitori quando aveva 8 anni e il traumatico divorzio da sua moglie che daranno il via alla concezione di Monogamish.

Ho riflettuto a lungo su questo film, e ho subito capito quale era la sua morale ultima.

Molti lo vedranno come un inneggiare al tradimento, allo squallore dell’inganno, alla sessualità promiscua e all’appagamento del desiderio personale. Una montagna di cazzate.

Il messaggio principale di questo film, quello che il regista ci sta comunicando, è la condizione fondamentale per portare avanti qualsiasi rapporto: l’onestà.

Ciò che infatti contraddistingue tutte le storie che vengono raccontate in questo documentario è l’estrema sincerità che gli uni hanno nei confronti degli altri. C’è chi ama la stessa persona per tutta la vita, e non riesce nemmeno lontanamente a immaginare un’altra esistenza; c’è chi ne ha amate molte, e pensa che siano state tutte “quella giusta”, anche se l’amore poi è finito; c’è chi ne ama più di una, e a sua volta da loro è riamato; c’è chi ha addirittura una relazione aperta, con tutte le complicazioni che ne possono derivare.

Ma tutti quanti, nessuno escluso, si dice cazzate. Nessuno ha l’amante, nessuno dice che esce con le amiche e poi si tromba uno sconosciuto nei cessi della discoteca, nessuno di loro va a mignotte lasciando moglie e figli a casa.

Tao Ruspoli (lo dice lui stesso) spera che con questo film possa aiutare le persone a capire alcune cose di sé e del proprio rapporto con gli altri, soprattutto con il proprio partner. Come? Attraverso il concetto dell’onestà: ammettere a se stessi, e agli altri, tutto ciò che non pensiamo di poter ammettere o dire perché influenzati da una società che continua a metterci in testa idee spesso fin troppo estreme, come la castità o il fatto che divorziare, lasciarsi, ammettere cioè uno sbaglio sia molto più dannoso che rimanere insieme (più una moltitudine di altri esempi che non citerò ma che potete tranquillamente immaginare).

Perciò, visto che temo che qui da noi non uscirà mai (per un semplice fatto di distribuzione, non robe tipo “l’Italia è retrograda, questo film non uscirà mai perché parla della gente che vive in tre”), ho pensato che fosse utile esprimere questo concetto: magari alcuni leggeranno questo post e penseranno che sono solo scuse, che siamo fatti per vivere un solo tipo di amore, che non è concesso altro, che “continuiamo a dirci cazzate, tanto se la mia ragazza non sa che l’ho tradita mica ci rimane male”.

Magari, però, ho aiutato qualcuno a riflettere un attimo prima di prendere una decisione sbagliata. Perché proprio di questo stiamo parlando. Qui non si inneggia all’infedeltà, tutt’altro: si spinge a essere sinceri, a tirare fuori tutto ciò che si ha dentro proprio per evitare l’inganno e il tradimento. Non significa certo che sia una strada facile: come ho già detto la maggior parte dell’umanità non è pronta, ed è più facile pensare di essere di qualcuno, di avere una sola scelta. Giustissimo: finché non si soffre.

Io penso che la fedeltà, la dedizione all’altro, come volete chiamarla, non sia qualcosa che dobbiamo imporci perché ce lo dice qualcuno. Penso che se siamo innamorati di qualcuno è con quel qualcuno che dobbiamo stare, ed è anche a quel qualcuno che dobbiamo rispetto, dunque onestà. Tutto qui.

JJ

 

Piccolo inciso: nel film le piccole scene recitate che raccontano il matrimonio del regista con la sua ex moglie, la quale era all’epoca molto giovane (18 anni), ha come protagonisti un ragazzo normale e una ragazza superfregna. E io mi sono detta: “Vabbè, come al solito per le ricostruzioni prendono sempre queste attrici/modelle fichissime che non hanno nulla a che fare con la realtà… Che palle”. Poi ho scoperto che l’ex moglie di Tao Ruspoli è Olivia Wilde. Allora scusa, niente, colpa mia.

Ciao, vado ad ammazzarmi
Ciao, vado ad ammazzarmi

L’Apocalisse Ludica di Fine Millennio

in humor by

L’estate è finita, ma l’ossessione per i giocattoli della nostra infanzia no (I precedenti capitoli qui).

31. I PLAYMOBIL

Consci che i Lego interessavano più i maschi che le femmine, gli ingegneri della Gig si inventarono i Playmobil, pupazzetti che avevano la stessa espressione da cretini degli omini Lego, ma erano più grandi (probabilmente il macabro risultato di aver fuso due omini lego uno sopra l’altro). A differenza dei loro cugini non erano gialli, e la famiglia Playmobil non aveva mattoncini da incastrare, ma una serie infinita di diabolici accessori (persi sotto il divano) e personaggi retorici che avrebbero fatto invidia ai mestieri che ha intrapreso Barbie in tutta la sua vita. Quando venivano via i capelli ad un Playmobil (persi per sempre in una dimensione parallela), esso (maschio o femmina che fosse) veniva tristemente a somigliare all’arbitro Collina, e allora diventava automaticamente “il disadattato”,  “un malato terminale” o addirittura “il naziskin”.

L'ARMATA MALEDETTA
L’ARMATA MALEDETTA

32. LE MACCHININE

Differenti dalle Micro Machines per la grandezza più umana (cosa che però non impediva al bambino di perderle sotto i mobili), le macchinine erano ambitissime dai maschi che allestivano l’autosalone che inevitabilmente finiva in “disastro autostradale con dispersi e feriti ovunque” (ma comunque dopo sopraggiungevano He Man o Big Jim e mettevano tutti in salvo). Ciò che attirava maggiormente delle macchinine era senza dubbio la loro peculiarità di correre metri e metri su tavoli e pavimenti, ma soprattutto i colori sgargianti e improponibili con i quali erano pitturate. Voglio dire: a chi poteva venire in mente di comprarsi una Lamborghini argentata con strisce rosa e blu? O magari una panda giallo fosforescente? Naturalmente, in dotazione con le macchinine c’erano anche ecomostri tipo il garage, componibile e su più piani, lasciato in salotto per una questione di spazio e che inevitabilmente finiva per diventare una trappola mortale in casa quando uno si alzava di notte per andare in bagno.

Ottima la scelta dei colori
Ottima la scelta dei colori

33. LE MACCHINE/MOTO GAUCHO

Gli ingegneri della Gaucho (sospettiamo in combutta con quelli della Gig), nota marca di infernali giocattoli anni ’80-’90, si inventarono, per far familiarizzare il giovine virgulto con i mezzi di trasporto, una serie di moto e jeep elettriche, che funzionavano (quasi) come quelle vere e che davano senso di onnipotenza soprattutto ai padri e agli zii che le spaccavano a forza di fare i cretini gareggiando fra di loro. Risultato: i veicoli succhiasangue costavano dei prezzi osceni, così il bambino doveva aspettare di avere 15 anni per chiedere insistentemente il motorino, “Perché non mi avete mai comprato la moto elettrica!!”

"No, non la puoi guidare, cazzo, mio padre si è indebitato per comprarmela"
“No, non la puoi guidare, cazzo; mio padre si è indebitato per comprarmela”

34. LA NOUVELLE CUISINE E FIGLI

La Nouvelle Cuisine era il sogno di ogni bambina! Significava avere un posto dove usare le pentoline, quindi i due marchingegni erano in evidente accordo finanziario. In poche parole, chi aveva la Nouvelle Cuisine bisognava per forza di cose di pentoline con le quali escogitare pappette di terra e calcinacci (le pentoline incluse nella cucina giocattolo constavano solo di pochi piatti e qualche padella con appiccicato l’adesivo delle uova); chi invece aveva miliardi di pentoline, appena vedeva la pubblicità della Nouvelle Cuisine (bambine con cappelli da cuoco, musiche africane) correva a stressare il genitore.
Esistevano inoltre anche altri piani di gioco a tema, come il tavolo per lavorare il legno (rigorosamente in plastica, con le travi già segate) o il banco di scuola. Quest’ultimo era particolarmente perverso, visto che i bambini dai sei ai dieci anni preferirebbero il martirio piuttosto che passare otto ore sui banchi, ma appena gli regali una cosa del genere subito corrono a fingere di essere a scuola a fare le operazioni alla lavagna, con grande perplessità dei genitori che si chiedono dove avranno sbagliato.

Back in the kitchen
Back in the kitchen
"Che bello studiare!" "Malimortaccitua"
“Che bello studiare!”
“Malimortaccitua”

35. BEBI MIA

Bebi Mia è senza dubbio uno dei giocattoli più ambigui della storia, a partire dal nome scritto con una grammatica zoppicante. Si trattava di una bambola chiaramente posseduta, che aveva la facoltà di ripetere (anche all’infinito) circa dieci frasi diverse tra cui “mamma ho fame” “mamma giochiamo” “mamma ti voglio bene” (da omicidio) e si spegneva (se si riusciva a capire come) al suono di “ho sonno…BUONANOTTE!!!” pronunciato a voce altissima. La didascalia recitava “La prima bambola che ti fa sentire davvero mamma”; certo, ma il tipo di genitore che quella roba ti faceva sentire non era di certo il candidato ideale a “mom of the year”, visto che dopo tre o quattro minuti avevamo tutti l’impulso di piantarla sotto un cuscino per non sentire mai più quella vocina querula.

Io stessa ho vissuto attimi di vero terrore durante una notte in cui il malefico balocco non voleva spegnersi, e continuava a ripetere “mamma mamma mamma”. Mia madre (quella vera) minimizzava, ma sapevo che in cuor suo anche lei era convinta di vivere in un film horror, in cui l’inquietante giocattolo si sarebbe ribellato e ci avrebbe fatti tutti a pezzi.

Tutti quei puntini sospensivi.
Tutti quei puntini sospensivi.

 

JJ

Grasso è bello. Sì, come no

in Articolo by

Recentemente mi è capitato di imbattermi in un articolo dell’Huffington Post, il quale racconta di come una fotografa brasiliana abbia scelto cinque modelle obese per realizzare un servizio fotografico con le donne che posano in lingerie.

A che pro? Per dimostrare che anche delle donne con parecchi chili di troppo possono essere belle. Per allontanarci dalla “fatphobia”, per non discriminare i grassi. Un progetto apparentemente encomiabile, ma che rischia di diventare una giustificazione, e non invece l’accettazione di se stessi.

La bellezza, certo, è un concetto relativo: ok, abbiamo dei modelli piuttosto evidenti che, ai giorni nostri, ci mostrano quale dovrebbe essere la bellezza “canonica”, ma nessuno ci vieta di preferire qualche chilo in più, un naso storto, un occhio strabico o un seno piccolo. Gli attuali modelli ci vengono imposti, per così dire, tramite tutti i mezzi di comunicazione possibili, ma naturalmente noi rimaniamo liberi di riferirci a quelli che preferiamo, anche se possono essere piuttosto bizzarri.

Ora: essendo il modello proposto oggigiorno evidentemente teso verso la magrezza, è normale che ci sia una fervente fetta di umanità che vi si oppone. Esistono molte forme di protesta alla questione, per esempio il concetto, da poco introdotto, della donna curvy. Tutto normale.

Quello che io però non trovo normale è il fatto che una condizione estremamente gravante per il fisico come l’obesità (e attenzione: non “qualche chilo di troppo”, come asserisce l’articolo sopra citato) venga, in alcuni casi, esaltata come se fosse la via giusta, come se non accettare 180 kg sia sintomo di intolleranza, o del lavaggio del cervello che subiamo ogni giorno.

Che gli obesi vengano spesso guardati con diffidenza è un dato di fatto. E lo è anche che la parola “grasso” assuma un significato negativo. C’è da dire che però qui non si tratta di bellezza, ma di salute. Un grasso, per me, non è certo una persona che non merita considerazione, ma è innegabilmente non sana.

Di conseguenza il concetto di “sono grasso e sono sexy” non può e non deve diventare una giustificazione. Altrimenti allora sarebbe anche sensato giustificare l’anoressia. “Peso 3o kg e diamine, mi sento sexy”. E pensateci: se un grasso, un obeso, asserisce il suo diritto all’essere attraente e sexy è una persona coraggiosa, si accetta. Se lo dice qualcuno sottopeso è malato, e va aiutato a cambiare.

Con questo non voglio certo dire che essere anoressici sia la via giusta, o che sia meglio, o che sia sano: essere estremamente magri, come essere estremamente grassi significa mettere a dura prova il proprio corpo: inoltre entrambi i problemi, spesso, derivano o da disturbi alimentari legati alla propria condizione psicologica o da disfunzioni fisiche.

Certo, la storia ci insegna che probabilmente è preferibile avere qualche chilo in più che qualche chilo in meno, e ce lo insegnano anche i canoni di bellezza che erano popolari in precedenza. Ma qualche chilo in più non significa essere in una condizione tale per la quale si corrono gravi rischi.

Allora forse invece di combattere battaglie sul peso, invece di esaltare il numero di kg che ci portiamo addosso, invece di dover trovare per forza una giustificazione a ciò che siamo, invece di dire “grasso è bello”, potremmo magari considerare i grassi, i magri, i perfetti, gli obesi, gli anoressici semplicemente come persone.

E a quel punto il servizio fotografico delle modelle obese acquisterebbe un altro senso: non più l’esaltazione di un corpo che deve essere per forza sensuale, non più la ricerca dell’accettazione (propria e altrui) a causa della propria condizione fisica, bensì semplicemente il fare riferimento a un’altra fetta di popolazione, quella che si differenzia dalle modelle di Victoria’s Secret o da chi, pur non avendo un futuro sul catalogo di Intimissimi, vive la propria vita serenamente anche con qualche chilo in più.

 

JJ

https://it.wikipedia.org/wiki/Wes_Craven

in cinema by

Ero da poco entrata all’università quando, con i miei amici, decidemmo di tornare indietro di qualche anno per le nostre serate horror, e affrontammo la visione di una pellicola del 1972, L’ultima casa a sinistra. “Dai che è di Wes Craven!”

All’epoca io Wes Craven lo conoscevo già bene, cioè, conoscevo il suo cosiddetto masterpiece, perché quando ero piuttosto piccola ricordavo che il mio amico dal quale leggevo di nascosto Dylan Dog mi parlava di questo Nightmare, uno cattivissimo con gli artigli come Wolverine, col maglioncino a righe e con la faccia tutta rovinata. L’avevano bruciato, dice. “Che poi non si chiama proprio ‘nightmare’, si chiama tipo Freddy, come Mercury, ma cattivissimo e con una brutta voce.”

“E come mai la polizia non lo arresta?”

“Non possono: lui ti uccide nei sogni, mentre dormi.”

Quella frase mi avrebbe perseguitato negli anni a venire, impedendomi di dormire nel buio più totale o con braccia o gambe che penzolavano dal letto. I miei genitori hanno maledetto Wes Craven tutte le volte che “NOOOOO!!! RIMANI FINCHE’ NON MI ADDORMENTO!”

In qualche modo la presenza del genitore lì accanto era per me una sicurezza. Il problema è che entrambi si addormentavano sempre prima.

Nightmare, comunque, non avrebbe influenzato solo la mia vita notturna, ma sarebbe diventato uno dei maggiori cult del genere horror, tanto da essere uno dei film più citati nella storia del cinema.

Un esempio su tutti
Un esempio su tutti

Nel ’96, poi, era uscito Scream, (“E’ di quello di Nightmare? Mi sa che dobbiamo vedercelo”) e qualche anno dopo i miei genitori, accorgendosi che il genere horror era diventato uno dei miei preferiti (ma che ormai non avevo più l’età per costringerli a dormire sul pavimento accanto al mio letto), mi avevano rimediato il vhs originale, che credo sia ancora in casa da qualche parte.

Tralasciando il resto, l’impatto che ebbe la celeberrima scena iniziale sulla mia vita fu tale che per un sacco di tempo, quando rimanevo a casa da sola, esitavo sempre un attimo prima di rispondere al telefono.

E poi che cazzo, avevamo lo stesso telefono
E poi che cazzo, avevamo lo stesso cordless

Ma torniamo agli anni universitari.

“Non lo so, forse questo film è un po’ datato. Ma poi di che parla?”

"Oh wow."
Oh, wow.

L’ultima casa a sinistra, ragazzi, rimase nella mia testa come nessun altro film.

Non c’era sogno con al suo interno Freddy Kruger che tenesse,

Che poi
Che poi.

non c’era stalker telefonico che ti entra dentro casa con la maschera paurosa che mi angosciasse di più come gli eventi che si susseguono nell’Ultima casa a sinistra. La semplicità della trama, il disagio che ti trasmette man mano, la frustrazione di non poter intervenire, la soddisfazione finale.

Wes Craven se n’è andato ieri, a 76 anni. Il cancro al cervello che da un po’ di tempo lo perseguitava non gli aveva impedito di continuare a lavorare su progetti futuri.

Come succede quando muore un artista, lo si ricorda per le produzioni più famose: nel caso di Craven potrei citarvi anche Le colline hanno gli occhi, del quale nel 2006 Alexandre Aja fece un discutibilissimo remake. Oppure Il mostro della palude (classe 1982), o gli episodi per la serie Ai confini della realtà.

Tuttavia, questa potrebbe essere l’occasione per andare un po’ più indietro.

Fate così: per un gentile tributo a uno dei registi horror che più hanno rivoluzionato il genere, vedetevi L’ultima casa a sinistra, il suo primo film, e può anche darsi che alla fine avrete anche voi una risposta alla fatidica domanda “Qual’è il tuo film horror preferito?”

Grazie Wes, davvero

 

JJ

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

in cinema by

JJ: Zio W, tu che sei un uomo di mondo. Saprai anche sparare, no?

W: Io le armi le odio. Lo sai che mi hanno sparato, no?

JJ: Sì, la so a memoria quella storia lì. Ma tu, tu sai sparare?

W: Mai imbracciato un’arma in vita mia.

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W: Tecnicamente non è proprio una pistola.

JJ: Vabbè, dai, su. Mi pare che hai pure minacciato Kinski con un fucile, no?

W: IO?! Mai successo.

JJ: Ma io l’ho scritto.

W: L’ho letto. Non aiuta ad accrescere la stima che ho di me stesso; e poi il fucile era nella jeep, mica glielo puntavo contro.

JJ: Vabbè, ma quando eri piccolo se non sbaglio hai vissuto nella Baviera occupata dagli americani, no? Avrai quindi avuto a che fare con dei fucili, robe del genere…

W: Questa cosa non sembra farina del tuo sacco.

JJ: Ti sbagli. Io conosco la storia.

W: L’hai letto su wikipedia?

JJ: Non tergiversare. Comunque sì, l’ho letto su wikipedia. A scuola non stavo mai attenta, mi piaceva disegnare sul banco invece di ascoltare.

W: Mi pareva. No, comunque calcola che quando ero ragazzino in Baviera era pieno di americani. Oddio, saranno stati sì e no una sessantina, ma a me sembravano comunque una cifra. Ero affascinato da tutta questa gente che parlava questa lingua strana, quindi avevo fatto amicizia con un tizio di colore con cui chiacchieravo in continuazione. Chissà di cosa, poi, che non capivamo una mazza l’uno dell’altro. Pensa che una volta questo mi regala un chewing-gum, e io me ne sono così innamorato (della gomma, non del negrone) da conservarlo per un anno; ogni tanto poi lo andavo a masticare.

JJ: Mi sono venute diverse malattie solo a sentirne parlare.

Kinski: Quante cazzate racconti.

W: L’hai fatto entrare tu?

JJ: Ho lasciato la porta aperta perché c’era corrente, scusa.

Kinski: Comunque sì che sparavi, Werner: raccontale della prima volta che hai avuto a che fare con un’arma, cazzo!

JJ: Ecco, io di questo ero curiosa!

W: Che palle che siete! Vabbè, un giorno ero nella foresta e vedo ‘sta mitragliatrice abbandonata lì, quindi ho pensato “Dai, adesso sparo a qualcosa!” Giusto qualche giorno prima avevo visto una truppa sparare a un corvo per poi poterselo cucinare. Visto che pure noi eravamo un po’ a pezzi per la fame, mica come voi giovani che avete vissuto nei tempi facili…

Kinski: Io veramente no, e comunque SMETTILA DI PRENDERTELA CON ME!!

JJ: Stai seduto, Klaus!

W: In sostanza volevo cacciare un corvo anch’io, quindi prendo la mitraglietta e inizio a sparare verso l’animale: ho colpito tutto tranne il corvo, che è rimasto lì a giudicarmi. Nel frattempo il rinculo mi aveva scaraventato a terra e mi ero fatto pure male.

Kinski: Che disagiato.

JJ: E poi?

W: E poi sopraggiunge mia madre, e io penso “Adesso mi dà il resto”. Invece mi fa “Ora ti faccio vedere io come si usa.” Quindi ho imparato a caricarla e a scaricarla, e poi mamma spara una raffica di colpi verso un albero: oh, vi giuro che mi ha fatto più impressione vedere il tronco crivellato di colpi che il corvo morto. Allora mamma mi dice: “E’ questo che ti devi aspettare da un’arma, per cui non devi mai puntarne una contro qualcuno, anche se è di legno o di plastica.” E questa cosa -ve lo giuro- mi è rimasta talmente impressa che da quel giorno non ho puntato più nemmeno un dito contro qualcuno.

JJ: …

Kinski: …

W: E’ inutile che mi guardate così. Quando t’ho minacciato il fucile stava nella jeep. Non ti avrei mai sparato (forse). E sei tu che poi ti sei mega spaventato e hai finito il film per paura della mia reazione.

JJ: Vabbè Werner, buone vacanze. Tu dove vai, Klaus?

Kinski: Io vado a farmi di cocaina sulle chiappe di una modella alle feste fiche di Hollywood.

JJ: Eh?

W: L’ho invitato da me a passare due giorni a Monaco ma dice che “fa freddo”, quindi mi sa che va al mare.

Kinski: Mai vero!

W: Credi più a me o a questo pagliaccio inutile?

JJ: Rega’, io non vi sopporto più

 

 

JJ

Buone vacanze, amici! Zio W.  torna a settembre!

 

L’apocalisse ludica di fine millennio

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I precedenti capitoli qui.

 

26. I CAVALIERI DELLO ZODIACO

I Cavalieri dello Zodiaco erano una serie di amici/nemici dai capelli lunghi, il sesso incerto, l’infanzia segnata e i poteri cosmici. I personaggi erano tantissimi, tanti quanto le “mosse speciali” di ognuno, le quali, per essere efficaci, andavano gridate a squarciagola (FULMINE DI PEGASUS et similia). I più importanti di tutti erano naturalmente i cavalieri protagonisti (con i nomi delle costellazioni: Cigno, Andromeda, Grande Carro), poi c’erano i Cavalieri d’oro (ognuno aveva il nome di un segno zodiacale, ed erano capeggiati da Paolo Fox) e infine le uniche donne* : Lady Isabel (capelli lillà ed espressione grave, lacrime agli occhi perenni) e Castalia (un’inquietante signora che girava con la maschera sempre in faccia, come Leatherface). I pupazzi erano complicatissimi da collezionare, perché ognuno aveva in dotazione un bustino con l’armatura sopra, i cui pezzi si disperdevano sistematicamente per casa e inceppavano l’aspirapolvere.

In più, nella pubblicità ti facevano vedere che stavano in piedi da soli, ma COL CAZZO che ci riuscivi, cadevano giù peggio di un paralitico senza la sedia a rotelle.

*a parte Andromeda. E ho nutrito seri dubbi anche su Crystal, lui e i suoi cigni

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27. LA PISTA POLISTIL

Appurato che tutti i bambini possiedono uno spirito agonistico pari a quello di Benji quando Holly gli segna un gol (con conseguente assenza da scuola per i successivi tre mesi, depressione acuta, meditazione in mezzo ai campi di calcio, soliloqui davanti ai passanti sconvolti), gli ingegneri della Gig (sospetto siano dietro ad ogni cosa) si inventarono una pista automobilistica da comporre, sulla quale correvano macchinine elettriche. Le più longeve si rompevano dopo una settimana, se prima il bambino non ci saltava sopra o non provocava un blackout facendoci cadere il succo di frutta.

Una particolarità: Le macchinine, essendo tutte mosse dallo stesso congegno elettrico, andavano tutte alla stessa velocità, ma nella pubblicità ti facevano credere che era possibile che qualcuno vincesse (i padri, sportivamente, fingevano sempre di perdere). Quando i bambini gareggiavano con gli altri bambini, il primo che si ricordava di dire “HO VINTO!” aveva effettivamente vinto.

28. I KOMBATTINI

I Kombattini erano nati dalla certezza degli ingegneri della Gig che i bambini sono attratti dalle cose ripugnanti e colorate che si combattono. Erano formiche con espressioni truci e mitragliatori in mano, dai colori sgargianti. La particolarità di questo giocattolo era che ogni kombattino aveva il culo (proprio così) coloratissimo e con dei brillantini al suo interno, e le varie chiappe potevano essere scambiate di kombattino in kombattino. Questo creava una distorta visione del corpo umano nel bambino, che dopo qualche giorno li gettava dalla finestra per vedere se il didietro serviva per attutire la caduta, o magari, chissà, era magico (tipica ingenuità del bambino).

Deviante
Deviante.

29. I CINQUE SAMURAI

I Cinque Samurai erano uno squallido tentativo attuato da qualche furbone di imitare i Cavalieri dello Zodiaco. Il risultato era lo stesso: c’era sempre quello efebico coi capelli biondi, il leader, quello riflessivo, quello che moriva sempre, i fratelli, ecc ecc. Però con i pupazzetti davano in regalo le fasce da vero samurai (?).

A volerla dire tutta, i cinque cretini erano davvero una spudorata copia dei Cavalieri, persino nelle armature, che avrebbero dovuto ricordare quelle di un samurai, ma somigliavano più a quelle dei cavalieri d’oro. Vergogna!

Samurai un corno
Samurai un corno

30. LE ARMI GIOCATTOLO

Di armi giocattolo ne esistevano di tutti i tipi e forme. Si andava dai fucili da cowboy col tappo rosso alle riproduzioni a grandezza naturale delle armi delle Tartarughe Ninja, passando per le fionde e persino i bazooka con le palline di gommapiuma. Il bambino, subito incitato dal padre a giocare gli indiani, finiva per infilare nell’occhio dell’amico una freccia con la ventosa, e allora veniva portato dallo psichiatra infantile.

Viso pallido, avrò tuo scalpo (e tuo occhio)
Viso pallido, avrò tuo scalpo (e tuo occhio)

 

JJ

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Quando W.H. Aveva tre anni, era affascinato dalle figure mitiche che popolavano la sua infanzia; figure che vivevano attraverso i racconti di sua madre.

In particolare gli piaceva Santa Claus, che, secondo tradizione, appariva tutti gli anni il 6 dicembre, giorno di San Nicola, accompagnato da una specie di demone, un tale Krampus: questi portava con sé un librone in cui erano registrate tutte le cattive azioni che le persone avevano commesso durante l’anno. Krampus era una specie di CIA bavarese.

"Auguri da Krampus" Niente affatto inquietante
“Auguri da Krampus” Niente affatto inquietante

Insomma, questi si presentavano alla porta e tac! niente Natale per i bambini cattivi.

Potete quindi immaginare quanto ha strippato il piccolo H. quando, proprio la sera del 6 dicembre, qualcuno bussa alla porta di casa.

“Mamma, non aprire! Deve essere Santa Claus insieme a Krampus!”

“Werner, non essere ridicolo. Ne abbiamo già parlato.”

“Ma Krampus scoprirà  che oggi ho allagato la cantina!”

“Werner, io… COSA HAI FATTO?!”

“Volevo vedere come funzionavano i tubi.”

Ma prima che la discussione possa degenerare, la porta si apre da sola.

E sulla soglia, senza calzini, con una tuta da lavoro marrone e le mani sporche di grasso, non appare Krampus, bensì Nostro Signore.

Herzog se lo ricorda benissimo: era proprio Dio, racconta, e si trovava nel salotto di casa sua, immobile sulla soglia.

Senonché all’epoca aveva solo tre anni, e terrorizzato da quell’apparizione, scappa sotto il divano e si fa la pipì addosso, mentre la madre tenta di tirarlo fuori a colpi di scopa.

“Werner, vieni a salutare il signore!”

Il piccolo W. si fa coraggio e esce timidamente dal suo nascondiglio.

“Mi guardava in modo molto tenero ed era veramente gentile. Ho subito capito che era il Signore in persona!” (sic)

Il Signore scambia qualche parola con sua madre, poi si allontana (sempre senza calzini) nella gelida serata di inizio dicembre, mentre H. lo guarda allontanarsi, pieno di ammirazione.

Il piccolo Werner si chiude nella sua stanzetta, e inizia a riflettere su quanto sia stato fortunato: quello è senz’altro un segno.

Non erano Santa Claus e Krampus che venivano a ricordargli quanto era stato pessimo, era Dio, che si consultava con sua madre per assicurarsi che il bambino avesse un futuro adeguato alle sue capacità.

Qualche ora più tardi, la signora Stipetić mette a letto il piccolo Werner.

“Werner, hai detto le preghiere?”

“A che servono? Dio era qui.”

“Eh?”

“Dio era qui.”

“…Buonanotte Werner. Domani arriverà l’idraulico, detrarrò il costo dalla tua paghetta.”

Werner quella notte sogna il suo futuro, un futuro che, secondo ciò che era accaduto poco prima, avrebbe spalancato per lui una vita piena di avventure e di Klaus Kinski. Una vita che ci avrebbe regalato capolavori quali Grizzly ManCave of Forgotten Dreams La Soufrière.

Per chiarire: alla fine non era Nostro Signore, ma “un tizio di una compagnia elettrica che passava di lì per caso” (W. H. in un’intervista del 2008).

“Ragazzi, non drogatevi!”

JJ

L’apocalisse ludica di fine millennio

in humor by

Primo capitolo

Secondo capitolo

Terzo capitolo

Quarto capitolo

 

21. TANYA

Tanya era il nemico naturale di Barbie. Nata per contrastare il mercato della Mattel, Tanya era in tutto e per tutto uguale alla Barbie, ma era solitaria (non aveva un Ken, né una Skipper, né una Midge, soltanto una serie di Tanye uguali a lei ma con capelli diversi, probabilmente cloni malriusciti). Esisteva anche un tipo di Tanya morbida, la quale veniva distribuita in commercio ACCARTOCCIATA IN SCATOLE DI CARTONE. Non credo di aver provato mai tanta pena per un giocattolo come quando mi sono ricordata di questa cosa. Specialmente perché quando ero bambina ero convinta che i giocattoli avessero veramente un’anima; e la fottuta Pixar ha ideato Toy Story, e io ancora sospetto che mi abbiano copiato l’idea. Ma torniamo a Tanya. Successivamente, dopo la grande fortuna riscossa da Tanya Gelato (profumava di qualcosa di disgustosamente dolce), fu fatta sparire (probabilmente sciolta nella salamoia) per aver osato tentare di imporsi sulla famiglia Barbie. Ab aeternam, Tanya.

Occhiali da sole Tanya: responsabili della cecità infantile dal 1995 al 1997
Occhiali da sole Tanya: responsabili della cecità infantile dal 1995 al 1997

22. I MINI PONY

I Mini Pony erano un esperimento di laboratorio chiaramente andato storto: erano dei pony dai colori psichedelici, con criniere e code colorate e strani simboli esoterici sulle chiappe (che spaziavano dai fiori alle stelline, dalle svastiche ai cuoricini). Parlavano e conducevano una vita sociale, intrecciandosi nastri fra le criniere (e come? Con gli zoccoli?) e affrontando i problemi quotidiani dei pony, qualsiasi essi siano (probabilmente la scarsità mondiale di fieno o le strade invase dalla merda di cavallo). Presente nella confezione anche il pettinino per incasinare ancora di più le chiome, che poi (come accadeva per le Barbie) venivano barbaramente recise, e i Mini Pony assumevano l’aspetto di punkabbestia, prima di essere lanciati contro un vetro nel momento in cui si apprendeva che le criniere viola e gialle non sarebbero mai più ricresciute. La riproduzione, inoltre, era per questi animali incredibilmente complicata: infatti dopo qualche tempo nessuno riusciva più a distinguere i sessi, e bisognava andare a caso.

Tipico aspetto di cavallo maschio adulto
Esemplare di pony adulto maschio

23. LA MACCHINA DEL GELATO

Malata invenzione degli ingegneri della Gig che avrebbe dovuto permettere all’ingenuo bambino di farsi il gelato in casa. Nella confezione c’era la macchina del gelato (da cui il nome), accessori vari per la preparazione e delle bustine di gelato in polvere da far diventare, SECONDO LORO, come quello vero. Il bambino, dopo il sesto tentativo di riprodurre qualcosa che non fosse una pappa molle e disgustosa (completamente diversa dai capolavori da bar che si vedevano in pubblicità, magari anche guarniti con ombrellini decorativi e zuccherini, mortacci vostra, che l’avevate sicuro preso da Mondi), si arrendeva e lasciava il contenuto nella scatola ad impolverarsi e il gelato pian piano collassava su se stesso. Salvo poi ricordarsi, mesi o addirittura anni dopo, “Ma io avevo LA MACCHINA DEL GELATO!! Vediamo se funziona ancora!” Sì, funzionava ancora quell’aggeggio maledetto, e la poltiglia prodotta, oltre che essere disgustosa, ora era anche LETALE.

NB: Forse la cosa più bella della Macchina del Gelato è che il volto testimonial era quello di Fabrizio Bracconeri.

 

24. LE PENTOLINE

Le pentoline erano uno stress continuo per i genitori. Le bambine ne volevano avere ancora, e ancora, e ancora, fino a che la scatola che le conteneva non pesava 45 kg, e al padre per tirarla giù dallo scaffale usciva fuori un’ernia. Diabolici oggetti in plastica o metallo, erano fedeli riproduzioni di oggetti di cucina, dalle posate ai fornelli, passando anche per cose da mangiare di plastica (che, ingerite, soffocavano il fratello minore o il cane). Le vendevano in confezioni da più pezzi dal giornalaio, e il genitore, ogni volta che acquistava un quotidiano, era assalito dalla pressante richiesta di averne delle altre. Se non altro, il giocattolo era uno dei pochi che riusciva a tenere buona la bambina, nella maggior parte dei casi, la quale però poi si guardava bene dall’aiutare la madre ad apparecchiare la tavola, quella vera.

Dai colori sobri e piacevoli
Dai colori sobri e piacevoli

25. LE TARTARUGHE NINJA

Le tartarughe ninja, prodotto di una mente malata, erano tartarughe mutanti (da questa ispirazione, come ho già detto, vennero fuori i Biker Mice, gli Extreme Dinosaurs e persino gli Street Sharks, insomma qualsiasi animale mutabile tramite scorie radioattive) seguite dal loro maestro Splinter (un ratto in kimono, gigantesco e flemmatico) che gli insegnava le arti marziali. La loro punta di diamante era una giovane giornalista vestita da banana con la stessa pettinatura di He Man (e del principe Cuorforte) chiamata April ‘O Neil, che nei giochi fra amichetti era interpretata o dall’unica femmina del gruppo o dal più effemminato della compagnia, e la sua parte consisteva per lo più nello stare seduta legata da qualche parte in attesa del salvataggio delle astute tartarughe. Il cattivo era Shredder, una specie di Diabolik di ferro, che aveva due sgherri, Rock Steady e Be-Bop, rispettivamente un rinoceronte e un facocero (anche loro mutanti, sennò gli altri si sentivano soli). E poi c’era Krang, il vertice della piramide, al quale anche Shredder si sottometteva, che era una Big Babol già masticata con dei tentacoli, dalla voce estremamente stridula. I maschi volevano sempre essere Leonardo che era il più forte (ma in base a cosa?), quello che faceva Donatello veniva scherzato perché aveva la bandana viola da femmina, Michelangelo si dava i nunchaku in faccia, le femmine si annoiavano e per Natale il bambino pretendeva di ricevere il camion sparapizze delle Tartarughe Ninja. Rovinoso.

In tempi moderni, i disegnatori del cartone ci hanno riprovato, con una versione tutta nuova, dove April ha la pancia scoperta, le tartarughe sono più coatte e hanno gli occhi bianchi. Risultato: ragazzi, non drogatevi, altrimenti diventerete come le nuove Tartarughe Ninja.

Ripropongo qui la magnifica sigla che, a distanza di più di 20 anni, non so affatto ancora a memoria, perché comunque ormai sono un’adulta responsabile.

PS: Se ci sono psicologi su questo blog vi chiedo di dirmi se è normale che da bambina fossi innamorata di una tartaruga antropomorfa con le fasce arancioni in testa.

 

 

 

JJ

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Forse molti di voi si chiederanno cosa faceva zio H. prima di dedicarsi al cinema. Molti forse penseranno che, in fondo in fondo, per quanto sia un personaggio allucinante, il vecchio Werner non è poi così strano da vivere un’adolescenza tanto differente da quella di noialtri.

No, tentate di nuovo.

A parte convivere con Kinski, Werner, appena adolescente, si trasferisce a Manchester per stalkerare una ragazzetta: si innamora, e pur di starle appresso affitta una catapecchia nella banlieue inglese (suburb?) che divide con quattro bengalesi, tre nigeriani e una marea de topi (non quelli Disneyani, proprio i ratti de fogna). Tenete a mente questi topi perché nei primi anni della vita del giovane zio H. questi repellenti mammiferi saranno sempre presenti.

I watch you while you sleep.

Si sa che però, a quell’età, l’amore spesso è effimero e volubile come la fiamma di una candela (becca ‘sta metafora), oppure magari questa aveva deciso di non dargliela nonostante lo stalking, dunque H., dopo il diploma liceale, decide di cambiare direzione.

È il 1961, e Herzog ha 19 anni. Un adolescente normale probabilmente sarebbe tornato a casa dei genitori ad ammazzarsi di pippe davanti alle riviste zozze, ma H. non è un adolescente normale, e naturalmente sceglie di andare verso il disagio più nero: tornato a Monaco, dà due bacetti alla mamma e le dice di volersi mettere alla guida di un camion che fa parte di un convoglio diretto ad Atene.

No ma la Grecia, dice W., è solo uno scalo.

Ah, e dove saresti dunque diretto, caro?

Che palle, ma’: vado nel Congo belga.

Nel Congo belga dove hanno appena proclamato l’indipendenza e ci stanno tipo i colpi di stato e la gente che muore in continuazione?

Una rara immagine dei tumulti in Congo belga durante quegli anni
Una rara immagine dei tumulti in Congo belga durante quegli anni

“Sono affascinato dall’idea che la nostra civiltà sia come un sottile strato di ghiaccio sopra un oceano profondo di caos e tenebre” (sic), risponde Werner.

Ah, allora vai pure tesoro. Ti preparo un paio di panini.

In realtà questa frase Herzog la dirà quasi 50 anni dopo, ricordando questo episodio. Possiamo immaginare che il vero dialogo con la madre sia stato tipo:

Alloraiovadomammaciao

Aspetta Werner, dove vai?

No è che volevo andare un po’ in Grecia.

Ma come ci vai?

Eh, un amico di Fritz mi ha detto che cercano un autista per un camion diretto ad Atene.

Ma chi è Fritz?

A ma’, è quello biondo.

Senti ma poi rimani lì ad Atene? Scrivimi quando arrivi.

Sì. Oddio, magari mi allungo fino ad Alessandria d’Egitto.

In Africa? Attento però eh.

Ma attento a cosa?

E non andare in Congo belga, che lì sparano!

Allora ciao, eh!

[esce di casa]

[dalla tromba delle scale] Werner, VAI PIANO!! E metti la cintura!

In quel momento il giovane W. non sa, però, che tutti coloro che avevano cercato di raggiungere le province del Congo belga erano morti.

Per fortuna, arrivato a Juba, W. si ammala, e si rende conto che se vuole vivere abbastanza per poter poi tornare a suicidarsi in Congo belga, deve tornare indietro.

La morale? Viene trovato qualche giorno dopo da un ingegnere tedesco vicino alla diga di Assuan, in un rifugio, febbricitante e coperto dai topi che iniziavano a utilizzare il suo maglione come nido e a cibarsi della sua carne: su una guancia porta ancora la cicatrice del topo che lo svegliò mentre cercava di farlo a brandelli.

Niente, poi torna in Germania e si iscrive all’università sotto minaccia della madre, che quando lo vede tornare gli proibisce di tenere in casa i topi, ma lo incoraggia nel suo più grande sogno: quello di diventare un regista.

Mentre il padre?

No, il padre no; il padre, scrive la mamma in una delle sue lettere ricevute da W. mentre era a Creta, “non vede l’ora di dissuaderti dal diventare regista” (sic).

Però il signor Herzog (“duca” in tedesco) ha un merito: avere un cognome strafico, che Werner, nonostante fosse registrato all’anagrafe con quello della madre (Stipetić), si prende la briga di utilizzare per fare una figura più cool ai festival del cinema.

Tutti vincono, come al solito.

JJ

L’apocalisse ludica di fine millennio

in humor by

Primo capitolo

Secondo capitolo

Terzo capitolo

 

16. LA LEGO/LEGO TECHNIC

Fortunata associazione di pazzi che si inventò il fatto che curiosi omini della dimensione di una falange e dalla faccia gialla cilindroidale con sempre la stessa espressione ebete potessero diventare abilissimi ingegneri, costruttori di astronavi, parrucchieri. E’ inutile spiegare il funzionamento dei Lego, perché è chiaro a tutti. C’è pure il film. Gli altri comunque sono pregati di aggiornarsi. Le costruzioni ebbero così tanto successo che uscirono anche quelle a tema: la montagna di Indiana Jones, il Lego Star Wars, persino quello di Harry Potter, tutti a prezzi vertiginosi. La particolarità della Lego era una sola: come nei puzzle, alla fine veniva fuori che mancava sempre un pezzo, uno dei mattoncini, risultato introvabile nonostante le ricerche forsennate. Qualche mese più tardi, qualcuno finalmente lo ritrovava calpestandolo, e invocando alcuni noti santi della cultura cristiana.

Esiste una perversa sottomarca della Lego, la Lego Technic: il concetto è lo stesso, ma le macchine sono più elaborate e difficili da costruire, ci vuole almeno una brugola, e non esistono omini che le guidano. Per bambini nerd e molto soli.

 

Come carboni ardenti
Come carboni ardenti
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Non venivano mai così belli quando ci provavo io

17. MIGHTY MAX

Anche conosciuti dalle bambine come “I Polly Pocket per i maschi”, i Mighty Max erano esattamente come i Polly Pocket, con la differenza che però il personaggio era uno sfigatissimo bambino dai capelli ossigenati, che si trovava a dover combattere perennemente contro mummie, serpenti, mostri di ghiaccio, scheletri, scienziati pazzi, assassini muniti di seghe elettriche, il tutto sempre in case decappottabili, ma dall’ambiente squisitamente horror. Anche qui gli ideatori si sono sbizzarriti inserendo i Mini Mighty Max: ambientazioni più piccole, ma sempre gli stessi maniaci omicidi.

Solo nei vostri peggiori incubi
Solo nei vostri peggiori incubi

18. LE MICRO MACHINES

Quasi a voler obbligare i bambini a morire per soffocamento (o stress causato dalla perdita del giocattolo minuscolo), oltre ai Polly Pocket vennero introdotte le Micro Machines. Dal nome, macchine minuscole, lasciate dal bambino perennemente in giro, con la conseguenza di femori rotti e traumi cranici. Erano tantissime, una collezione infinita. Spaziavano dalle macchine da corsa alle ruspe, dalle navi alle barche a vela; successivamente gli ingegneri della Gig inventarono il camper che si apriva a metà e diventava una città full optional, l’elicottero dei carabinieri che era una base segreta, e via dicendo. La particolarità del giocattolo era il prezzo, inversamente proporzionale alla grandezza della macchinina. Le Micro Machines sono state recentemente rilanciate (non contro un vetro) dagli avidi ingegneri della gig.

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19. LADY LOVELY LOCKS

Lady Lovely era uno smielato cartone animato (dal quale uscirono di conseguenza anche le bambole, stampo della Skipper di Barbie) che trattava di una specie di principessa piena di fiocchi, gioielli e capelli irrimediabilmente lunghi e vaporosi (ma dai colori punk), la quale si struggeva d’amore per il principe Cuorforte (un efebo pettinato come He Man) e circondata da ridicole deficienti colorate e animali tristemente tinti di rosa e fucsia (come la tigre di He Man). La cattiva era una perfida duchessa con i capelli neri (infatti si chiamava NERONDA, nomen omen), come a dire: se non sei bionda e con la pelle di pesca, sei cattiva. Le bionde buone passavano il tempo a difendere il loro regno costellato di pony blu dalla perfida duchessa, che magari voleva solo riconquistare il proprio posto nell’alta società, vai a sapere.

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Fatevi un’altra lampada

20. LE CHERRY MERRY MUFFIN

Erano bambole di plastica dura (se le tiravi a tuo fratello, era consequenziale il trauma cranico), somigliavano a una Skipper con le caviglie gonfie, avevano vestitini dalle tinte ambigue e ognuna aveva un profumo differente (io ne avevo una gialla, gadget annesso LA BANANA con piedi e mani, deviante: la potete vedere nell’immagine sottostante). I gusti erano quelli della frutta: ciliegia, mirtillo, banana, fragola, mango, papaya, licis. L’odore, che avrebbe dovuto ricordare i frutti di cui sopra, era in realtà un’orrenda puzza di plastica radioattiva. Ideate senz’altro per far familiarizzare il marmocchio impertinente con gli alimenti ricchi di vitamine, per anni io le ho conosciute come “le bambole che profumavano di frutta”, fino alla traumatica scoperta che in realtà portavano un nome da pornostar.

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Scusate, ma la terza da sinistra a che gusto è?

JJ

L’Apocalisse ludica di fine millennio

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Prima infornata

Seconda infornata

 

11. I TROLLS

Di troll ne esistono tanti. Ci sono quelli shakespeariani, ci sono quelli fiabeschi con le guance rosa, ci sono quelli di Harry Potter enormi e cattivi e quelli del Signore degli Anelli ancora più enormi e ancora più cattivi, ci sono quelli su internet. Ma solo gli ingegneri della Gig potevano inventarsi I TROLL GARBATI! Questi esserini dal sesso incerto (nello spazio fra una gamba e l’altra c’era solo quest’arcata vuota e liscia) erano ancora più inutili degli Exogini, in quanto non credo fossero nemmeno da collezione. Ad ogni buon conto, alcuni erano muniti di occhiali da sole trendy, ma tutti sfoggiavano pettinature alla moda (fosforescenti come i pannolini dei paciocchini, e quindi facilmente abbinabili in caso di esposizione sulla libreria).

I WILL KILL EVERYONE YOU LOVE
I WILL KILL EVERYONE YOU LOVE

12. I BIKER MICE (DA MARTE)

I Biker Mice (da Marte) erano tre topi giganti e futuristici (dopo le Tartarughe Ninja hanno mutato cani e porci), dai corpi antropomorfi e pieni di metallo addosso, il tutto esplicabile col fatto che venivano da Marte (?); ai più ricordavano invece i punkabbestia della stazione Ostiense. Giravano in moto (evidentemente su Marte anche i topi giganti possono prendere la patente A) e portavano nomi riecheggianti le atmosfere automobilistiche (Pistone, Turbo, Bollodellassicurazione). Avevano un’amica umana fregna, l’equivalente di April O’Neill, anche lei con i  capelli a paggetto bruni; questa però invece della giornalista faceva il meccanico, cosa altamente improbabile se avete visto l’avvenenza media dei meccanici femmine nel mondo. Come April con Michelangelo, anche lei se la intendeva con quello più simpatico del trio. Gli altri due erano efebici, uno era il leader della banda, con gli occhiali da sole, l’altro era quello più imbottito di metallo, solitario e fissato col combattimento (era quello più virile, quindi tutti i bambini volevano essere lui e avere il suo pupazzetto). I Biker Mice (da Marte) combattevano contro un nemico che era una scoria radioattiva (non sto scherzando).

Gioventù bruciata, portavano anche l'orecchino.
Gioventù bruciata, portavano anche l’orecchino.

13. LE SORELLINE DI BARBIE

Le sorelline di Barbie non potevano essere le figlie di Barbie, perché Ken era solo il suo fidanzato, niente figli se non sposati! (nonostante sono sicura che esistesse anche una “Barbie matrimonio”, probabilmente finito in divorzio a causa delle amiche zoccole di Barbie). In ogni caso vai a occuparti della prole quando sei un medico, un calciatore, una barista, una surfista e chi più ne ha più ne metta. Quindi: sorelline. Se ne contano 4 in tutto, chiamate (in ordine decrescente) Skipper, Stacey, Shelly e Krissy. Distinte dalle altre bambole per l’uso continuo di K e Y, le sorelline di Barbie sono una vera piaga: Skipper è l’amante di Ken, Stacey dev’essere aiutata con i compiti, Shelly ha bisogno di un costume per Carnevale e Krissy necessita di due poppate al giorno più cambio di pannolini. Non sono più in fabbricazione perché eliminate dalla faccia della terra dalla stessa Barbie.

Maledette punk
Maledette punk

14. LA CASA DI BARBIE

La casa di Barbie è un termine errato. Quello corretto è LE CASE di Barbie, visto che la riccona ne aveva circa una 15ina solo in commercio in Italia, sicuramente tutte intestate alle sorelline per frodare il fisco. Le case di Barbie (che avevano nomi tipo “La casa dei sogni” o “La casa della baia incantata”, che era quella a Fregene) erano teatro di orge di ogni tipo, protagonisti Barbie, Ken, Midge, Alan (gli amici meno ricchi), e chi più ne ha più ne metta. Proprio in questa occasione fu inventata, dagli ingegneri della Mattel, anche la coppia afroamericana, per ovvi motivi riconducibili alle ammucchiate. Fra scambi di coppie e amenità varie, quando arrivava Skipper per il thè sul terrazzo, tutti si rivestivano facendo finta di niente.

Barbie, sappiamo entrambe che quel vestito finirà su una specchiera a momenti
Barbie, sappiamo entrambe che quel vestito di dubbio gusto finirà su una specchiera a momenti

15. HE MAN

He Man era una sorta di Conan il Barbaro ma aggraziato, gentile, biondo con i capelli a paggetto e vestito come uno dei California Dream Men. Il titolo completo della serie era “He Man and the Masters of the Universe” (amici di basse pretese) e la compagnia, per quello che ricordo, era formata da donne vestite come Madonna nei suoi momenti peggiori, Tom Selleck, una specie di fantasmino timido e la tigre casalinga di He Man, dal pelo barbaramente tinto, tanto all’epoca non andavano ancora di moda gli attivisti per i diritti degli animali. I cattivi erano Skeletor (il leader con le manie di protagonismo) e due sgherri, la classica donna bella e cattiva e il mostro deforme (forse c’era anche il servo stupido). I bambini si immedesimavano in He Man e passavano ore a giocare con la spada luminosa gialla, rincorrendo i gatti.

No, per dire
No, per dire

A fra due settimane, boys & girlz.

 

JJ

L’apocalisse ludica di fine millennio

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Ed è magicamente di nuovo venerdì.

Prima puntata qui.

6. I GI-JOE

Erano le bambole per i maschi, il giocattolo bellico per eccellenza ai nostri tempi (1990?). I GI-JOE (mai capito perché si chiamassero così) erano dei pupazzetti di media grandezza vestiti come i coatti in discoteca (canottiere, medagliette, anfibi e pantaloni mimetici), dei quali lo scopo vitale era la smania di combattersi a vicenda, massacrandosi senza distinzione di razza, età o ceto sociale, inneggiando però, paradossalmente, alla pace. Esisteva una sola donna fra i pupazzetti, che però era chiaramente un travestito, visti i tratti maschili e squadrati, il rossetto abbondante e il seno rifatto.

In questa immagine: il rarissimo cameo dei Village People nella serie animata dei GI-Joe
In questa immagine: il rarissimo cameo dei Village People nella serie animata dei GI-Joe

7. I DOLCI SEGRETI

I dolci segreti furono i primi giocattoli che insegnarono alle bambine quanto è bello possedere pietre colorate e luminose. Erano delle scatoline di varie forme con sopra una pietra “preziosa” (in VERA PLASTICA!). Se aperte, non si rivelavano scatoline e basta, ma si estraevano da esse braccia, gambe e testa, e si formavano orribili bamboline kitsch con i capelli rosa e fucsia. Anche loro munite di un’oggettistica da far invidia ad un coltellino svizzero, compresi i pettinini per le bambine (subito persi per sempre sotto alla libreria).

"Ucciderò tutta la tua famiglia nel sonno"
“Ucciderò tutta la tua famiglia nel sonno”

8. GLI EXOGINI

Erano degli esseri in plastica collezionabili in busta chiusa, monocolore e completamente inutili. Non erano belli. Non erano funzionali. Probabilmente se lanciati non facevano nemmeno male. Però i bambini facevano a gara a chi ne aveva di più e se li scambiavano persino fra loro. Perché? Non potevano usare le figurine come tutti gli altri?

No comment
No comment

9. GLI ECOLOGINI

Gli Ecologini erano dei mostri affetti da nanismo e con un problema evidente di bile: erano completamente verdi, il che li rendeva simili a rane. Ma nessuno ha mai capito perché si chiamassero così. Forse verde = natura = ecologia? Sì, ma che facevano questi? Ripulivano piazza San Giovanni dopo il concerto del primo maggio? Ad ogni modo, come tutti i loro fratelli che terminavano con il suffisso -ini, erano perfetti per essere lanciati con violenza contro gli altri bambini.

Li ricordavo meno inquietanti
Li ricordavo meno inquietanti

10. I PACIOCCHINI
I paciocchini erano un’infinita serie di marmocchi di plastica morbida (ma se li tiravi al tuo compagno di banco comunque facevano malissimo) dal colore rosa pallido che si esibivano ognuno in una posa diversa, ognuno con un nome diverso e ognuno col suo pannolino di spugna dai colori fosforescenti. Le bambine ne avevano a milioni, anche loro si collezionavano in busta chiusa, con la conseguenza che ti ritrovavi con 13 paciocchini seduti, 15 col cucchiaio in mano e 25 col cappellino. Gli ideatori, sadicamente, successivamente si inventarono i colori alternativi (abile tattica per avere 5 paciocchini nella stessa posa ma di colore diverso); ne esistevano di marroni, gialli, altri rosa caramella ma addirittura erano arrivati all’azzurrino e all’arancione trasparente! Ancora più in là, vennero ideati dei paciocchini più piccoli, che erano ancora più elaborati nelle pose e nei colori! Roba da galera!

Stupidi mocciosi
Stupidi mocciosi

JJ

L’Apocalisse ludica di fine millennio

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Siamo stati tutti bambini negli anni ’90. Anche chi aveva 40 anni. E gli anni ’90 (come anche il decennio precedente) hanno sfornato alcuni fra i giocattoli più dannosi/inquietanti della storia. Alcuni ancora in voga, alcuni spariti, altri modificati e resi più adatti ai nostri tempi.

Popolari, di nicchia, super belli, pericolosi, di moda: vediamoli insieme, perché una traccia, più o meno, la hanno lasciata tutti.

Ogni due venerdì su Libernazione, “L’apocalisse ludica degli anni ’90”.

 

1. I PATTUMEROS

Viva gli istinti primordiali! Qualche perverso produttore di giocattoli si convinse, agli inizi degli anni ’90, che i bambini avrebbero adorato degli orribili mostri in plastica che uscivano da alcune buste della spazzatura formato mini. Insomma, si crescevano i bambini proprio come dei barboni. Si poteva arrivare all’agognato pupazzetto sciogliendo la bustina in semplice acqua, con la conseguenza che il lavandino alla fine dell’operazione avrebbe perso il suo colore naturale e si sarebbe tinto per sempre di marrone. Io ne avevo uno arancione col pelo grigio scuro (denotante dunque mala sanità anche grazie ai colori), presenza inquietante in casa finché mia madre non insistette perché me ne liberassi. Come biasimarla.

"I geni delle discariche"
“I geni delle discariche”

 

2. SKIFIDOL

Perverso. La deriva più inquietante era rappresentata da dei mostri, o alieni, o mutazioni di Chernobyl, il cui torace era costruito in gomma, che i bambini più deviati aprivano per estrarne le frattaglie (pezzi di plastica rossi bordeaux, verde marcio e beige), circondati da una sorta di muco gommoso ghiacciato, vero motivo per il quale i bambini compravano il gioco. In seguito, infatti, venne inventato un giocattolo apposito (vedi GAK, prossimamente).

 

3. SVEGLIARELLA

Nata chiaramente da un trip di acido degli ingegneri della Gig, la bambola constava di un meccanismo che la accomunava ad una sveglia, quindi i bambini si destavano al ridente suono della bambolina, che creava gravi traumi ai timpani. La pubblicità raccontava di un viaggio dalla stanzetta dei bambini fino al castello di Svegliarella, che imperterrita suonava la sveglia (non sapendo fare altro) vibrando come un Panasonic in tasca, seduta su un trono con tanto di corona e scettro e circondata da altre Svegliarelle (evidentemente di ceto inferiore).

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Non sono riuscita a trovare immagini di Svegliarella (ma vi giuro che esisteva), quindi beccatevi CIPOLLINA, della quale anche io ignoravo l’esistenza.

 

4. PALLINO, CALDO ORSETTINO

Giocattolo prettamente invernale. La genialità, secondo gli ingegneri, stava nel fatto che l’immonda creatura diventava calda se attaccata ad una spina, cosicché il bambino potesse dormire senza la paura dell’ipotermia. Era una sorta di forno miniaturizzato cucito dentro ad un orso dal pelo blu elettrico. Nella pubblicità si consigliava di staccare la spina al giocattolo prima di dormirci assieme (chiaramente la conseguenza di qualche morte tramite shock elettrico).

"Come at me, bro!"
“Come at me, bro!”

“Com’è caldo, sembra vero!”, diceva il bambino nella réclame. Andatelo a dire a lui.

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Clic sull’immagine per Dio Wikipedia

 

5. I POLLY POCKET

Uno dei giocattoli più pericolosi messi in commercio, viste le dimensioni e la mania che hanno tutti i bambini di ingoiare qualsiasi cosa che provochi soffocamento sicuro con estrema facilità. Erano mini-bamboline, il cui unico movimento possibile era quello di mettersi a 90°, con casette dalle forme più disparate e a tema, come il parrucchiere, la scuola, la casa della fatina, la sala delle torture, ecc. Le case, decappottabili per consentire alle bambine di raggiungere le postazioni, erano munite di almeno un paio di bamboline e di alcune rientranze nei pavimenti nelle quali incastrare la piattaformina costruita dagli ingegneri sotto i piedi dei personaggi. Il tutto, sfidando le più elementari leggi fisiche, tipo la gravità, o anche il fatto che se metti un letto su un piano rialzato senza nemmeno una ringhiera capace che non duri più di tanto in quella casa. Più avanti, visto il successo ottenuto, vennero aggiunti nuovi gadget (animali, tutù da ballerina intercambiabili, padelle, oggetti di uso quotidiano). Ne esistevano anche di mini, le casette erano cioè ancora più piccole (per i Polly Pocket meno facoltosi) e io ne avevo addirittura uno che era un portasapone da appendere alla vasca! Bestiale! In tempi recenti, gli ingegneri ci hanno riprovato, ma con dimensioni più umane (chiaramente in seguito a denunce per soffocamento) ma non hanno riscosso molto successo (probabilmente perché i bambini non riuscivano a ingerirli).

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JJ

Ps: si accettano suggerimenti, anche se attualmente la mia lista conta circa 175 giochetti.

Schettinen

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Avrete già saputo tutti della geniale decisione de “Il Giornale”, che ha deciso oggi di presentare l’articolo in prima pagina dedicato al disastro aereo delle Alpi con un titolo dignitoso e di classe: se non l’avete già visto, ecco, si tratta di questo.

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Tutto tristemente vero, anche se stamattina mi ero illusa, solo per un attimo, che fosse un fotomontaggio.

Ma non andrò a sparare sulla croce rossa, e non sottolineerò, perché è piuttosto evidente per chiunque abbia un minimo di sale in zucca, tutti gli aspetti sbagliatissimi di questa triste immagine.

Questo episodio è un pretesto per riflettere su qualcosa che vedo fare da troppo tempo: la corsa alla battuta sul morto/tragedia/cazzi del giorno.

E oggi siamo andati oltre in molti casi, compreso quello del Giornale, o il paragone che Beppe Grillo ha fatto fra il pilota della Germanwings e Matteo Renzi, superando di parecchi metri la soglia del cattivo gusto, in un momento in cui, di sicuro, non si ha bisogno ANCHE di questo.

Ma questa è solo la punta dell’iceberg. Alla base c’è un discorso molto delicato, quello dello humour nero.

In un paese libero, come il nostro, ci è permesso dire tutto ciò che ci passa per la testa, per fortuna.

Ma, e credetemi, a volte non è davvero necessario. Non è necessario cogliere la palla al balzo sperando di essere più originali degli altri nel postare la vostra battuta sulla morte di Pino Daniele, sull’attentato a Charlie Hebdo o sull’aereo della Germanwings.

Occhio: non è mica vietato. E non è detto che, in alcuni casi, non sia persino parecchio divertente.

Ma -ripeto- non è necessario. Non tutti i giorni, non continuamente, non pensando di essere più cinici-geniali-dissacranti degli altri. Non lo siete, soprattutto quando esserlo è il vostro scopo primo.

Non lo siete, perché ci dovete pensare, e vi spremete le meningi per farvi venire in mente qualcosa di assolutamente originale per far vedere agli altri che, che diamine, io mica sono uno di quegli ipocriti lì che si rattristano per cinque minuti e poi basta. Io, la battuta sull’attentato al Museo di Tunisi la faccio: perché, voglio dire, lo posso fare, no?

Certo che puoi. Ma non è che DEVI.

Non c’è bisogno di essere sempre dissacranti. Ogni tanto basta. Ogni tanto vergognatevi pure voi. Beppe Grillo, Sallusti, tutti.

Tanto, per fare due like in più, bastano un paio di belle tette.

 

JJ

 

Oh là là, la pollution

in società by

Parigi, marzo 2015.

Succede questo: io e il mio fidanzato arriviamo in città e compriamo un carnet di una decina biglietti per girare indisturbati in metropolitana.

Di questi biglietti, però, sei ne rimarranno inutilizzati.

Perché? Perché nei tre giorni successivi, a causa dell’alto tasso di inquinamento, vengono introdotte le targhe alterne in città.

E come si ovvia al problema dei trasporti? Per quei tre giorni il servizio metro, bus, tram e RER è completamente gratuito in tutte le zone interessate.

La nostra prima reazione è stata quella di rimanere di sasso: non era nemmeno lontanamente possibile, per noi, una cosa del genere. Eppure anche i matti della metropolitana facevano “sì” con la testa dopo avere tentato di assalirci cantando la marsigliese.

Successivamente c’è stata la frase “che paese civile”, cosa che ci ha fatto passare, nella scala dell’anzianità, direttamente al livello 8 dell’osservazione lavori in corso, rendendoci anche molto abili nel gioco delle bocce.

Dopodiché, però, abbiamo riflettuto meglio. Non è una questione di civiltà: questa dovrebbe essere la normalità. Dovrebbe essere normale che il sindaco, a seguito di una decisione (evidentemente necessaria) che provocherà incredibile caos, proponga una sorta di soluzione al problema.

Il guaio è che noi siamo abituati al disagio più totale: al punto che una soluzione molto semplice, quasi ovvia ci sconvolge, facendoci pensare di provenire dal terzo mondo. E io mi chiedo: è giusto sentirsi così?

I nostri cugini avranno senza dubbio altri problemi, compresi quelli relativi alla conservazione delle baguette, ma che stile, oh.

Inciso: c’è da dire che da noi per un sacco di gente i mezzi pubblici sono gratis tutto l’anno, mentre lì per scavalcare i tornelli devi essere almeno a capo di una falange spartana.

"Questa sera ceneremo a Charles de Gaulle/Etoile"
“Questa sera ceneremo a Charles de Gaulle/Etoile”

 

JJ

Interstellar e i cognomi

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Parliamo un attimo di Interstellar.

Non della trama, là son bravi tutti a criticare, a dire che non ci si capisce una mazza e altre amenità.

Seguitemi: il personaggio di Matthew McConaughey si chiama Cooper. Tutti lo chiamano Cooper: pure i figli.

Ma Cooper è un cognome. Gli astronauti sulle tute hanno tutti il cognome: Anne Hathaway, quello che invecchia, il tizio di Hunger Games, Will Hunting.

Quindi i figli di Cooper si chiamano Murphy Cooper e Tom Cooper.

Ora, mi spiegate perché il nipote di Cooper senior, il figlio di Tom, lo chiamano tutti ‘Cooper’, pure i genitori? Cioè, questo ragazzino si chiama ‘Cooper Cooper’?

Ma santo iddio Nolan.

Quand’è che il calcio è diventato tabù?

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Mai come in questo periodo mi rendo conto che il calcio, o la fede calcistica, o l’appartenenza a un gruppo di persone che tifa per la stessa squadra sia diventato un argomento delicato quanto il denigrare l’altrui religione.

Non mi credete? Provate solo a esprimere un’opinione contraria al giuoco del calcio, o ai tifosi, o al tifo in generale: vi daranno degli “spocchiosi antipatici”, vi diranno che non conoscete l’argomento e che dovete stare zitti, che non capite un cazzo, perché si sentiranno considerate delle persone poco intelligenti, con un passatempo popolare, poco colto, o che so io.

È vero: spesso noialtri su questo argomento siamo prevenuti, o generalizziamo; e i media, i mezzi di informazione non ci aiutano: a detta loro i tifosi sarebbero tutti personaggi fuggiti da asili mentali che si sfogano sulle opere d’arte cittadine in nome del pallone.

Ma non vi stiamo giudicando. Solo non ci piace il gioco, non lo comprendiamo; o magari ci piace il gioco, ci appassiona, ma non capiamo il perché dei cori, dell’ansia, dello stare male se una squadra perde; o magari ci piacciono i cori, ci mettiamo a piangere se perdiamo lo scudetto, ma non capiamo perché cazzo vi dovete accoltellare o dovete devastare luoghi e persone.

Solo una cosa: uno sport non può essere intoccabile. Non discutiamo la vostra fede, non vi sentite chiamati in causa, ma lasciateci dire “Mi fa schifo” senza che entri in gioco il cameratismo fra tifosi contro ‘sti poracci che non capiscono nulla della vita e che si sentono migliori degli altri.

Chiediamocelo: può questo davvero diventare un argomento sul quale non si può aprire bocca senza essere tacciati di spocchia o senza qualcuno che ti dica “Ti senti tanto superiore, vero?”

Non è mica giusto, eh. Io mica mi sento superiore. Però vorrei poter dire che mi piace molto il gioco ma non mi piace l’ansia, la tensione, gli accoltellamenti, i cori, l’attaccamento morboso ai colori, senza che ci sia una massa di gente che mi minacci di morte.

È possibile?

Fauna del mezzo pubblico 6

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Esatto, è di nuovo lunedì.

Qui la rubrica completa.

16. Filippine

Le filippine invadono gli autobus diretti ai parioli, poiché le persone che vi abitano sanno che solo la filippina sarà in grado di fargli le faccende a casa.

Le filippine sono tantissime: tutte simili, con nelle borse il vestito a fiori per fare le pulizie, e si guardano storte l’un l’altra (per paura che si possa verificare un furto d’identità).

Le filippine parlano ai cellulari col figlio gridando fortissimo. Fra di loro non parlano mai. Mai.

A volte puliscono i finestrini dell’autobus. Scendono tutte insieme, temendo che una voglia fare le scarpe all’altra, e spariscono a viale parioli.

 

17. Persone che sembrano controllori quando non hai il biglietto

E’ un fatto: non so se siete di quelle persone iper corrette, o se è solo ansia da carcere a vita, ma solitamente tutti, almeno una volta, abbiamo fatto un viaggio in autobus senza biglietto.

I controllori, se ci pensate, sono abbastanza inconfondibili: hanno i cappellini, le macchinette, la scritta ATAC visibilissima sulla giacca e dicono “biglietti, prego” quando salgono a bordo dell’autobus.

Eppure in voi, quella mattina in cui non avete fatto il biglietto, o avete la tessera scaduta, sale un’ansia incontrollabile quando vedete salire quel signore distinto in completo blu, con i suoi occhialetti a mezzaluna. Lo guardate. Lui vi guarda. Sudate. Il signore torna a guardare fuori dal finestrino (che nel frattempo viene pulito da una filippina). Lo guardate. Il signore continua a non interessarsi a voi. Siete arrivati, finalmente, a una fermata. Scendete terrorizzati, anche se questo significa farsi un paio di chilometri a piedi.

Quando non si è in regola con il titolo, TUTTI sembrano controllori, ma soprattutto i distinti signori in giacca e cravatta, i quali almeno una volta si sono sentiti gridare in faccia “NO, NON CE L’HO IL BIGLIETTO, D’ACCORDO??? MI ARRESTI!!”

 

18. Quelli col cane

Il cane sull’autobus è tipico di tre persone in particolare:

1) Il barbone pazzo;

2) Il punkabbestia (con ragazza, anch’essa spesso al guinzaglio);

3) La signora anziana (il cane in questo caso è di piccola taglia).

Nel primo caso anche il cane probabilmente è pazzo, e sicuramente sprovvisto di regolare museruola. Tenetevi lontano, e lasciate che se la prenda con i presunti controllori.

Per quanto riguarda il punto n° 2, i punkabbestia non portano un solo cane sull’autobus, ma spesso coppie o addirittura trii di cani enormi, che emanano comunque un odore migliore dei padroni. Non odiate i cani, ma su un autobus già pieno è difficile rapportarsi con degli esseri viventi che sbavano e puzzano. E poi ci sono i cani.

Il punkabbestia, com’è tipico del suo carattere noncurante, non si preoccupa del fastidio, e fa accomodare i suoi cani sullo scout più debole, della quale mancanza gli altri non si accorgeranno se non all’alzabandiera della mattina successiva.

Il terzo caso è quello della signora anziana. La signora anziana sale sul mezzo con nella borsa uno di quei cani con i ciuffetti, che abbaiano a qualsiasi cosa (chiaro grido disperato d’aiuto). La signora anziana sa benissimo che tutti saranno infastiditi dal suo cane, e sale già pronta al contrasto, già in attesa della litigata.

Naturalmente, alla vista di un posto a sedere, il cane viene prontamente abbandonato per correre verso la sedia vuota, e lasciato in balìa dei cani dei punkabbestia (grossi e poco disposti al dialogo).

 

 

JJ

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