un blog canaglia

Author

Gino Cornabò

Gino Cornabò has 14 articles published.

L’insostenibile pesantezza di Diego Fusaro

in cultura/ by

Learco Pignagnoli è un autore fittizio e geniale scrittore di aforismi, nato dalla penna di Daniele Benati. C’è un passo della sua Opera numero 100 che dice:

“Se andate a comprare un romanzo di Moravia, non comprate un romanzo, ma un mezzo chilo di carta. E allora, anziché chiedere al libraio di darvi un romanzo di Moravia, dovreste dire più onestamente: Mi dia mezzo chilo di carta di Moravia. Ma non lo dite perché siete schiavi delle apparenze. Volete comprare un chilo di carta? Va bene, comprate un chilo di carta! Basta che non veniate a dirmi d’aver comprato un romanzo.”

Ora, io vorrei scrivere una recensione al nuovo libro di Diego Fusaro Pensare altrimenti (Einaudi 2017) e mi piacerebbe poter dire: prendete questo testo di Pignagnoli, sostituite ‘Fusaro’ a ‘Moravia’ e ‘saggio’ a ‘romanzo’, e avrete la mia recensione. Ma purtroppo non si può.
Non si può per una ragione molto concreta: il libro l’ho acquistato in ebook, e perciò in cambio dei miei sette euro e novantanove non ho ricevuto neanche quei 181 grammi di carta – tanto pesa il libro vero – che avrei potuto magari riutilizzare per scopi più nobili che non la lettura di Pensare altrimenti. Oltre al danno, la beffa.

Devo confessare che la mia è stata una lettura tutt’altro che scevra di pregiudizi. Qui, per esempio, avevo già parlato di Fusaro, e la mia opinione nel tempo non è cambiata. Diego Fusaro (DF) e il suo (piccolo) successo accademico e mediatico continuano a rimanere per me, da anni, un grandissimo mistero.
Come sottolineavo in quell’articolo, DF ripete ossessivamente le stesse tre o quattro cose. Il risultato è un’antologia rimasticata di marxismo stilizzato, propaganda nazionalista-reazionaria e di pensiero anti-tecnica, caro a una certa tradizione filosofica europea. Con l’aggravante che lo stile di Fusaro è fatto di slogan iper-semplificati, che normalmente traveste di un pesante e pedante armatura di paroloni che dovrebbero suonare ‘filosofici’ (nel senso del manuale del liceo) e citazioni – anche qui quasi sempre le stesse – del tutto estrapolate dal contesto originale e piegate alla funzione di glosse autoritative a ciascun pensierino.

Questo libro non fa eccezione, purtroppo. La sensazione che si ha leggendo Pensare altrimenti è quella di testo strutturato per accumulo: ogni frase, ogni periodo, potrebbe essere spostato più o meno in qualunque altro punto senza che il senso complessivo ne risulti compromesso. Se c’è un motivo per ammirare profondamente Fusaro è proprio questa sua ostinata capacità di produrre ben diciotto brevi capitoli riuscendo a dire continuamente le stesse cose, ma con parole ogni volta (leggermente) diverse.

Il libro si propone come un’analisi della categoria di dissenso: Fusaro ci spiega che la società moderna – la società capitalista e neoliberale – ha annientato il dissenso. Lo ha fatto – dice – nella sua forma più estrema e, dunque, realmente totalitaria: ha cioè annullato la possibilità stessa di pensare al di fuori dell’ “ordine reale e simbolico dominante”. Si è così avverata, senza naturalmente che noi (ma Fusaro sì!) ce ne accorgessimo, la distopia orwelliana di 1984, dove il controllo del grande fratello sui cittadini ha raggiunto lo stadio perfetto, quello della manipolazione compiuta dei pensieri.
La società capitalistica, sostiene DF, rende impossibile il costituirsi stesso del dissenso, che dunque non è semplicemente silenziato o represso, come nei regimi autoritari classici. Insomma, per Fusaro viviamo in un totalitarismo al cui confronto quelli novecenteschi sono addirittura, in un certo senso, preferibili perché, pur nell’agire repressivo, garantiscono tuttavia che si creino le condizioni di possibilità per il dissenso. No, non è un’esagerazione, lo dice davvero.

Tutto questo, secondo lui, è reso possibile da un trucco del Potere che Fusaro ha però smascherato. Il ‘pensiero unico’ del capitalismo viene in realtà frammentato in una serie infinita di false dicotomie che, dice, non intaccano mai il nucleo totalitario del sistema di dominio globalista e capitalista. Tra le apparenti dicotomie che compongono il “falso pluralismo democratico della civiltà occidentale” ci sono, per DF, quella tra destra e sinistra, omosessuali e omofobi, atei e cattolici, veg(etari)ani e carnivori, esterofili e nazionalisti.

All’interno del programma di Rai3 Quante Storie, la scrittrice Michela Murgia ha “stroncato” il pamphlet di Fusaro, soffermandosi però esclusivamente sul giudizio approssimativo che DF dà della “ideologia gender”, che per l’autore altro non è che l’ennesima concreta manifestazione della tendenza, tipica del “mondialismo”, a livellare le differenze allo scopo di creare un’individuo-consumatore privo di identità.
Ma l’opinione della Murgia, pur giustificata, mi ha lasciato perplesso per quello che presuppone, più che per ciò che dice. Le parole di Fusaro sul gender occupano sì e no una paginetta. Concentrarsi su quelle poche righe per dare un giudizio negativo sul libro significa, in effetti, prendere altrimenti sul serio il contenuto di questo libretto. E infatti la Murgia fa una lunga premessa alla sua “stroncatura” per dire che le dispiace stroncare un autore di cui, tutto sommato, condivide i presupposti.

Com’è possibile?
Me lo chiedo onestamente, sconsolatamente. Com’è possibile, prima ancora di discordare con Fusaro, prendere sul serio quello che scrive? Per chiunque abbia un minimo di familiarità con il discorso scientifico, dovrebbe sembrare immediatamente chiaro che le affermazioni di Fusaro sono a) banalmente false, b) prive di senso, c) del tutto non verificabili/falsificabili. Come si fa a leggere un passaggio come questo, per esempio, e prenderlo sul serio?

“Del resto, a differenza delle società del passato, quella sussunta sotto il capitale non necessita più di essere fondata sulla normatività eteronoma di metafisiche veritative e sulla conseguente persecuzione dei dissidenti. Si regge unicamente sull’allargamento nichilistico onnilaterale della forma merce e sull’estensione infinita della norma del valore di scambio. Tale allargamento accetta ogni pensiero e ogni opinione, anche se apertamente contestativi, assimilandoli all’interno del circuito della produzione e dello scambio, secondo il modello del volto di Che Guevara ridotto a effigie rassicurante sulle magliette di marca.”

Come si può prendersela solo per quello che Fusaro scrive, ad esempio, degli studi di genere dimenticando che il medesimo giudizio è da lui riservato a tutto quello che gli passa sotto il naso? I movimenti di sinistra e quelli di destra, l’economia, le file ai supermercati, la matematica e le scienze, l’inglese, il terrorismo islamico, le magliette con l’effigie del Che? Pressoché tutto ciò che accade nel mondo è immediatamente analizzabile usando le categorie della neolingua orwelliana, dell’anticonformismo conformista, dell’onnimercificazione iperedonistica. In una parola, tutto è forma, manifestazione o momento del grande blob del capitalismo occidentale.

Nel libro Fusaro compie uno sforzo impressionante per chiamare con nomi diversi, senza mai dare uno straccio di definizione o di chiarificazione, questa cupola che quotidianamente ordisce il complotto planetario che Fusaro dice di aver scoperto. Io ne ho contati almeno quarantatrè:

1. ordine simbolico dominante 2. ordine simbolico imperante 3. pensiero unico mondializzato 4. pensiero unico neoliberista 5. neoliberismo 6. potere neoliberale 7. regime dell’apartheid planetario pudicamente chiamato capitalismo 8. Capitale 9. Monsieur Le Capital 10. Potere 11. Dominio 12. mondo della manipolazione organizzata e del «si dice» planetario 13. monoteismo del mercato 14. monoteismo idolatrico del mercato 15. fanatismo economico 16. integralismo economico 17. fanatismo economico-finanziario 18. fanatismo economico-finanziario globale 19. ordine entropico della mondializzazione 20. totalitarismo del mercato 21. sistema del fanatismo economico 22. oligarchia finanziaria 23. integralismo economico globale 24. teologia mercatistica 25. odierna civiltà della tecnica 26. tecnocapitalismo 27. odierna democrazia di massa della civiltà dei consumi 28. nuovo ordine mondiale classista planetario 29. nuovo ordine mondiale della società di mercato 30. nuovo ordine globale 31. ordine egemonico 32. ordine simbolico della civiltà dei consumi 33. ordine economico spoliticizzato 34. partito unico della produzione capitalistica 35. nuova élite neofeudale 36. astuzia della ragione capitalista 37. regime mondialistico della produzione e del consumo 38. dominio a stelle e strisce 39. signori del mondialismo 40. aristocrazia finanziaria 41. signore neo-oligarchico 42. signore globalista e neo-feudale 43. il nuovo ordine mondiale dell’economia classista spoliticizzata.

Come può una ‘teoria’ che pretende di spiegare qualunque cosa usando il medesimo meccanismo, cambiando solo di tanto in tanto l’ordine delle parole, sperare di spiegare qualcosa?

Bisogna dirlo una volta per tutte: Prendere sul serio Diego Fusaro è una stronzata. (Con buona pace di Andrea Coccia che ha scritto una bella recensione di questo libro per Linkiesta che si chiama proprio “Leggere Fusaro prendendolo sul serio”). E’ una stronzata perché la filosofia, per Fusaro, non è una cosa seria.
È piuttosto una posa. Un modo come un altro per conquistare la scena, per diventare personaggio. Chiunque abbia bazzicato almeno una volta i profili social pubblici e personali di Fusaro sa bene che sono letteralmente invasi da suoi primi piani quasi tutti identici. DF è ossessionato dagli autoritratti anche se, ironicamente, ha pubblicato un video in cui dice che i selfie sono una manifestazione (indovinate un po’!) del narcisismo atomizzante al quale ci costringe la società capitalistica.

Il discorso di Fusaro non è diverso dal discorso dei complottisti da bar, degli scie-chimicisti di Facebook, dei Salvini, Grillo, Barnard, Paragone. Non ha più valore di questi ultimi, non fornisce più dati su cui confrontarsi, non offre nuovi argomenti logici ai quali provare a controbattere. Se si sente l’esigenza di prenderlo sul serio – di amareggiarsi se la sua opinione sul gender non è quella che ci si aspetterebbe da un pensatore marxista – è perché la posa che Fusaro ha scelto è quella dell’intellettuale e del filosofo.

Ma travestire un discorso da bar – con i medesimi contenuti del discorso da bar – con qualche dotto riferimento storico-filosofico, non vuol dire essere un intellettuale. Sottrarlo alla comprensibilità immediata usando una sintassi e un lessico incredibilmente involuti, dove le parole sono scelte – spesso a sproposito – non per quello che significano, ma per via del registro alto o desueto al quale appartengono, non vuol dire essere un filosofo. Vuol dire, se possibile, l’esatto opposto.
Vuol dire giocare sporco, per indurre nel lettore o nell’interlocutore una forma di rispetto autoritario. Per creare, silenziosamente, una bugiarda gerarchia della conoscenza, che mira a suscitare il timore della propria ignoranza. (È lo stesso meccanismo per cui Fusaro si fa chiamare, in tv, professore pur essendo un ricercatore universitario a contratto). È un bluff. Tutto sommato innocuo, da ridere, ideale per le parodie come quella di Diego Fuffaro su Facebook.

Poco tempo fa, nel 2014, nella stessa collana Vele in cui è uscito il pamphlet di Fusaro, Einaudi ha pubblicato il libro di un altro filosofo, Diego Marconi, Il mestiere di pensare. I titoli dei due libri hanno in comune la parola chiave ‘pensare’, e non potrebbero essere più diversi l’uno dall’altro nel modo in cui traducono in pratica questo verbo filosofico per eccellenza.
Marconi insiste molto sulla umiltà della pratica filosofica, che non è diversa nei metodi e nei requisiti da quella di altre scienze pure. Per fare filosofia, come per fare matematica o linguistica teorica, è necessario innanzitutto acquisire gli strumenti del mestiere: la logica, il rigore argomentativo e la capacità di riconoscere le fallacie, di distinguere un argomento valido da uno che non lo è. E poi: la chiarezza dell’esposizione, la dimestichezza con le questioni aperte in un determinato settore, con le ‘soluzioni’ più influenti e i problemi più macroscopici di queste ultime. Secondo Marconi, di fronte a un testo o un discorso che si presenta come filosofico, anche il lettore non esperto dovrebbe porre a sé stesso una semplice domanda: “Che ragioni mi sono state offerte, a ben vedere, per credere tutto ciò?”

Regalatevi, se volete, il libretto di Fusaro e fatemi sapere. Poi però non dite che non vi avevo avvertito. Volete comprare centottantuno grammi di carta? Va bene, comprate centottantuno grammi di carta! Basta che non veniate a dirmi d’aver comprato un libro di filosofia!

Chi ha paura del ‘piuttosto che’?

in cultura/società by

Ma davvero usare piuttosto che nel senso di oppure è un indizio dell’Apocalisse imminente? Me lo sono chiesto dopo aver riletto questo articolo del 2014 de Linkiesta, ripostato qualche giorno fa sulla pagina Facebook del magazine online, con tanto di didascalia che dice: “Una vera e propria battaglia culturale”. Nell’articolo si parla (non senza ironia, mi auguro) dell’uso improprio del piuttosto che come di “una sciagura” e “una iattura” e si cita questo estratto dell’opinione illustre dell’Accademia della Crusca:

Non c’è bisogno di essere dei linguisti per rendersi conto dell’inammissibilità nell’uso dell’italiano d’un piuttosto che in sostituzione della disgiuntiva o. Intendiamoci: se quest’ennesima novità lessicale è da respingere fermamente non è soltanto perché essa è in contrasto con la tradizione grammaticale della nostra lingua e con la storia stessa del sintagma (a partire dalle premesse etimologiche); la ragione più seria sta nel fatto che un piuttosto che abusivamente equiparato a o può creare ambiguità sostanziali nella comunicazione, può insomma compromettere la funzione fondamentale del linguaggio.

Una frase di questo passaggio è certamente vera: in effetti, non c’è bisogno di essere dei linguisti per pensarla come la Crusca o come Linkiesta. Possibile, tuttavia, che essere dei linguisti aiuti a evitare di impegolarsi in battaglie inutili e concettualmente sbagliate come questa.

Una piccola premessa di costume. C’è tutto un curioso fiorire di pagine Facebook, iniziative artistiche e dotti libretti dedicati agli strafalcioni dell’italiano di tutti i giorni. Pare comunque che nessuno abbia dubbi: tra tutti gli errori di grammatica e ortografia, il piuttosto che usato con valore disgiuntivo è diventato il “simbolo della degenerazione linguistica“. All’origine di questa ondata di indignazione c’è probabilmente quella che Wikipedia descrive come “una certa venatura di snobismo” e “aura di prestigio” percepita in chi utilizza impropriamente questa espressione. Anche la Crusca, congetturando sull’origine dell’errore, parla di una “moda” o un “malvezzo” di origine settentrionale, e precisamente milanese, verosimilmente incistatasi nell’italiano parlato per imitazione “ad opera di conduttori settentrionali”. A sentire queste fonti, ci troveremmo di fronte a una specie di complotto linguistico ordito da gruppi organizzati di fighèt meneghini.

Questa rappresentazione è tanto più fastidiosa in quanto contribuisce a diffondere un’immagine pubblica dei linguisti di professione come di sommi sacerdoti della lingua, col ditino perennemente alzato e che a correnti alterne si inteneriscono per un petaloso o si infiammano d’indignazione per un piuttosto che usato male. Per fortuna, accanto alla pedante battaglia purista, ci sono linguisti che, facendo il loro mestiere, provano a spiegare il fenomeno e a interrogarsi seriamente sulla sua origine utilizzando gli strumenti della semantica storica e dei processi di grammaticalizzazione. In un articolo apparso nel 2015 sulla rivista Cuadernos de Filología Italiana, le linguiste Caterina Mauri (Università di Bologna) e Anna Giacalone Ramat (Università di Pavia) propongono alcune ipotesi piuttosto convincenti e che vale la pena riassumere, con qualche semplificazione.

Per prima cosa, sulla base di dati raccolti in grandi banche dati dell’italiano scritto e parlato, le due autrici sottolineano come l’uso del piuttosto che con valore disgiuntivo sia in realtà ampiamente diffuso sul territorio nazionale: più che una moda passeggera o un malvezzo milanese, l’osservazione empirica sull’arco degli ultimi vent’anni suggerisce al contrario “le sembianze di un mutamento linguistico ormai avvenuto” (55). Che non si tratti poi semplicemente di una “discutibile voga di origine settentrionale”, come scrive ancora la Crusca, è testimoniato dal fatto che il tipo di processo linguistico osservato nel passaggio ai nuovi usi del piuttosto che trova dei chiari paralleli nello sviluppo di locuzioni analoghe in lingue diversissime dall’italiano, quali il Giapponese e il Koasati (una lingua nativa americana). D’accordo che la moda milanese è famosa in tutto il mondo, ma è improbabile che i nativi americani del Texas abbiano subito fino a questo punto il fascino del dialetto lombardo! Una terza notazione interessante riguarda l’etimologia del piuttosto che: l’originario “più tosto che” aveva un’accezione temporale equivalente a “più rapidamente, prima di” che gradualmente si è persa per fare posto, già a partire dal XV secolo, al significato di comparativo di preferenza (“Preferiscono mangiare piuttosto che essere mangiati”). Se nel tardo medioevo ci fossero stati i social e l’Accademia della Crusca, possiamo star sicuri che avremmo assistito a una levata di scudi contro “codesto heretico impiego” di più tosto che in funzione di comparativo.

Il parere della Crusca rafforza un’altra leggenda ben radicata, e cioè che l’uso del piuttosto che in funzione di disgiunzione sarebbe da rifiutare perché avrebbe come allarmante conseguenza nientemeno che quella di “compromettere la funzione fondamentale del linguaggio”! Stando sempre a Wikipedia, il glottoteta Diego Marani sul Sole24Ore si sarebbe spinto fino al punto di suggerire che il piuttosto che disgiuntivo sarebbe “dal punto di vista semiotico, un’espressione del tutto priva di contenuti comunicativi, classificabili al pari del «mi consenta» berlusconiano tra gli strumenti inutili del lessico di Porta a porta: mere formule utili a «tenere il microfono», ma con uno spessore semantico equivalente a quello di un grugnito”.

Anche su questo punto, il paper di Mauri e Giacalone Ramat ci viene in soccorso, dimostrando che questa presunta vacuità semantica e pericolosa ambiguità del piuttosto che disgiuntivo è in realtà inesistente. Al contrario, l’uso del piuttosto che nei cosiddetti contesti di “libera scelta” (dove cioè non è implicata o presupposta una preferenza tra gli elementi concordati da questa locuzione complessa) svolge – secondo le autrici – un ruolo semantico specifico, non assimilabile a quello della disgiunzione semplice (“o”, “oppure”). Che le cose stanno così è inoltre suggerito dal fatto che, laddove svolge funzione di disgiunzione, piuttosto che ha proprietà “distribuzionali” diverse da quelle dei semplici connettivi disgiuntivi: in altre parole, l’uso del piuttosto che non è accettabile in alcuni contesti nei quali la semplice disgiunzione “o” o “oppure” sarebbe invece lecita. Un esempio sono le domande alternative. Si può notare, in effetti, che una frase come

(1) Stasera andiamo a mangiare la pizza o il pesce?

pronunciata con la giusta intonazione, può indicare una richiesta all’interlocutore di indicare una preferenza tra le due alternative proposte (pizza o pesce). Al contrario, una frase come

(2) Stasera andiamo a mangiare la pizza piuttosto che il pesce?

non può essere interpretata in questo senso. Se pronunciata con la giusta intonazione finale di tipo sospensivo, questa domanda si può parafrasare solamente come: “stasera andiamo a mangiare qualcosa?, ad esempio pizza o pesce, etc, …?”.

Questa parafrasi rivela in effetti quella che secondo Mauri e Giacalone Ramat è la funzione semantica specifica del piuttosto che disgiuntivo, ovvero quella di una disgiunzione con valore esemplificativo. In parole povere, l’uso del piuttosto che servirebbe a indicare una lista aperta di alternative non esaustive e non specifiche, sulla base della menzione di alcuni esemplari noti al parlante. Attraverso l’uso di questa locuzione, l’interlocutore viene così invitato a elaborare mentalmente una categoria sovraordinata cosiddetta estemporanea o ad hoc, ovvero una classe di oggetti per la quale non esiste nel dizionario un nome convenzionale (ad esempio “uccelli” o “sedie”) ma la cui utilità comunicativa è limitata allo specifico contesto della conversazione (ad esempio: “cose che potremmo avere voglia di mangiare stasera”).

A conferma di questa analisi, le autrici segnalano che, nei corpus da loro analizzati, è attestato un ulteriore uso, più recente, del piuttosto che, a sua volta derivato dalla nuova accezione disgiuntivo-esemplificativa. In questo secondo caso, il piuttosto che compare a fine frase, o comunque prima di una forte pausa, ed ha una funzione più o meno equivalente a quella di espressioni come “etc.” o “e cose così”, come nella frase che segue tratta da un forum di discussione:

(3) Spesso c’è il problema di dire “dove si va”, magari per un giro pomeridiano, piuttosto che.

Anche questa nuova transizione semantica, dall’uso di disgiunzione esplicativa al significato di general extender (“etc…”) non sorprende se si guarda all’evoluzione di locuzioni analoghe in altre lingue, spiegano le autrici.

Questa storia forse un po’ noiosa ha una morale. Il linguaggio è uno strumento che usiamo per uno scopo, comunicare, e che di continuo noi, parlanti di una lingua naturale, modifichiamo e affiniamo con grande plasticità per adattarlo all’esigenza di comunicare cose sempre nuove. Le regole linguistiche di oggi sono nient’altro che il frutto di errori passati. Estendendo i limiti della grammatica e del lessico al di fuori dei confini fissati dallo standard dei libri di scuola, chi parla una lingua non fa altro che provare a colmare un vuoto che esiste tra ciò che vorrebbe comunicare (possibilmente con il minor sforzo possibile) e ciò che, in un certo momento storico, è codificato nelle parole che usiamo. A volte, chi “parla male” e “scrive male” sta cercando per noi le parole giuste, quelle che useremo tutti quanti domani. Forse bisognerebbe ricordarselo, prima di avventurarsi in “battaglie culturali” senza cultura.

Heidegger e il lato oscuro della filosofia

in cultura by

Ieri su queste pagine, Lucio Gobbi ha scritto un breve articolo a proposito di Heidegger, i Quaderni Neri, l’adesione al nazismo e il presunto anti-semitismo del filosofo. Le tesi di Lucio sono sostanzialmente due:

  1. Non si può etichettare Heidegger come anti-semita o nazista sulla base di alcuni passaggi inquietanti dei Quaderni Neri. Quando lo si fa – dice Gobbi – si dimentica colpevolmente di citare i passaggi in cui Heidegger sembra esprimere giudizi diametralmente opposti.
  2. E’ scorretto etichettare Heidegger come un filosofo anti-scientifico e anti-moderno. H. non rifiutava la tecnica. Nella vita di tutti i giorni “guidava la motocicletta e aveva il riscaldamento centralizzato”. La questione della tecnica e della scienza è ben più complessa e profonda e ha a che vedere con l’impianto generale del suo pensiero.

Io la penso esattamente all’opposto di Lucio. Credo che Heidegger sia stato un convinto aderente al nazionalsocialismo e credo che fosse un antisemita. Penso inoltre che la filosofia di H. abbia un’impronta decisamente reazionaria, anti-scientifica e anti-moderna. Un impronta certo non caratteristica del solo pensiero heideggeriano, bensì tipica delle “utopie conservatrici”. E che tuttavia, proprio grazie alla enorme influenza che il modello heideggeriano ha avuto sulla successiva filosofia continentale, è riuscita a penetrare nel pensiero e nella cultura, anche quella italiana e anche quella non accademica, fino a diventare un tragico luogo comune.

Quanto alla questione del pensiero politico di H., esiste una diatriba decennale che appassiona molto gli specialisti e che, di tanto in tanto, riemerge anche sulla stampa. La pubblicazione dei cosiddetti Quaderni Neri ha offerto l’occasione per un revival dell’affaire Heidegger/Nazismo. La dialettica tra le opposte fazioni si incardina essenzialmente sulla ricerca di appigli testuali nelle opere di H. che servano, a seconda dei casi, per crocifiggerlo o scagionarlo dalla infamante accusa.
Nei fatti, è noto che H. abbia aderito al partito nazionalsocialista nel 1933 diventando nello stesso anno rettore dell’Università di Freiburg e mantendo la carica per un anno circa. Heidegger rimarrà comunque iscritto al partito fino al 1945. Sul fatto che Heidegger fosse un sincero nazista nel 1933 ci sono ben pochi dubbi; sono i suoi stessi discorsi e le sue lettere di quel periodo a testimoniarlo apertamente. Inoltre, ci sono ragioni per pensare che la sua adesione al nazionalsocialismo scaturisse da profonde convinzioni ideali e filosofiche e non fosse semplicemente un innamoramento passeggero. La vulgata storico-filosofica tende a isolare l’adesione di H. al nazionalsocialismo al solo anno 1933 e a etichettare questa scelta come un passo falso e una leggerezza della quale H. si sarebbe ben presto avveduto. Non voglio addentrarmi invece nella questione, abbastanza inutile ma molto dibattuta, che riguarda il ‘nazismo intrinseco’ nella filosofia heideggeriana, si tratta di un dibattito ermeneutico che, come tale, difficilmente può sperare di pervenire a un consenso.

Per quanto riguarda il presunto anti-semitismo di H., alcuni passaggi scandalosi dei Quaderni Neri sono piuttosto chiari. In questi passi, H. è molto esplicito nell’affermare che la questione ebraica è una questione metafisica prima ancora che razziale. Chi conosce lo stile di H. capisce bene che una simile imputazione è, nel gergo del filosofo, persino più grave della “semplice” accusa razziale. Gli ebrei sono, per H., “quella specie di umanità che, essendo per eccellenza svincolata, potrà fare dello sradicamento di ogni ente dall’essere il proprio “compito” nella storia del mondo”.
Lucio dice di non volersi soffermare su questo punto, e neanche io lo farò. Voglio approfondire invece la sua giusta osservazione che, in altri passaggi, H. sembra dire cose diverse e in definitiva in contraddizione con gli estratti sotto accusa. Anche questo non dovrebbe stupire chi conosce le opere e la biografia del filosofo. H. era notoriamente un personaggio ambiguo e doppio. Rispondendo per lettera all’amica e amante Hannah Arendt sulle voci che circolavano attorno al suo antisemitismo, H. liquidava queste ultime senz’altro come calunnie. Contemporaneamente, scriveva alla moglie descrivendo gli ebrei come degli approfittatori nei confronti dei quali “non si è mai abbastanza diffidenti.” Parole come “intossicazione”, “invasione”, “giudaizzazione” dell’università e della società tedesca ricorrono nelle sue lettere private. Mentre a parole mascherava il suo antigiudaismo di fronte ai colleghi, amanti e amici ebrei, nei fatti non osteggiava o addirittura approvava i provvedimenti del regime contro questi ultimi. Che si trovino giudizi e riflessioni contraddittorie negli stessi quaderni non è sorprendente alla luce della sua ambiguità e doppiezza di carattere.

Uno dei più fortunati topoi heideggeriani è la critica della tecnica e dell’immagine scientifica del mondo. Su questo punto Lucio scrive che la questione non può banalmente ridursi a un rifiuto della tecnologia, rifiuto al quale nei fatti H. neanche si sarebbe attenuto. Ciò che interessava H., dice Lucio, è piuttosto l’enfasi sull’incapacità del modello scientifico di porre o risolvere questioni fondamentali. In effetti, Heidegger identificava le scienze come “ontologie regionali” e le opponeva alla filosofia intesa come “ontologia fondamentale”: più o meno questo intendeva dire quando affermava che “la scienza non pensa”. (Per inciso questo modo di vedere le cose non ha nulla a che vedere con i risultati matematici del teorema di incompletezza di Gödel, e va rifiutato nettamente ogni paragone tra le grossolane semplificazioni della filosofia della scienza di matrice heideggeriana e le presunte conseguenze epistemologiche della monumentale fatica logica di Gödel).
Il modo in cui Lucio presenta la questione è del tutto corretto dal punto di vista delle premesse filosofiche del discorso heideggeriano. Le conclusioni che H. ne trae, tuttavia, non vanno ignorate. La specializzazione accademica, la divisione in dipartimenti, la tecnica e la ‘cibernetica’ erano per H. nient’altro che culminazioni del processo destinale di “oblio dell’Essere”. Questo oblio è per H una sorta di ‘peccato originale’ della modernità. Una modernità la cui corruzione è fatta risalire addirittura alla filosofia greca post-socratica e che man mano si dispiega, secondo una fenomenologia del rimosso, nella storia della filosofia e della scienza. La perversa culminazione di questa storia inautentica è da ritrovarsi, per H., non solo nella scienza e nella tecnica, ma anche nell’egalitarismo, nella cultura di massa, nel liberalismo (di cui gli ebrei sarebbero per natura infetti) e nella democrazia. Non è un caso che H. vedesse nel modello americano e in quello sovietico due facce della stessa medaglia. Nè si può dimenticare che buona parte del pensiero tardo di H. ruota attorno al concetto di nuovo inizio: sorta di palingenesi che dovrebbe seguire il necessario collasso della modernità corrotta. Heidegger è molto chiaro sul punto che, così come il primo inizio (quello pre-socratico) ha i caratteri dell’originario spirito greco, allo stesso modo il nuovo inizio non può che fondarsi sulla lingua e sullo spirito tedeschi. Svuotata dai suoi echi misticheggianti e delle fantomatiche catene etimologiche, la filosofia heideggeriana nel periodo dopo la cosiddetta svolta è insomma un intreccio indissolubile di nazionalismo radicale, critica alla modernità scientifica e utopia conservatrice.

Di filosofi dalle convinzioni politiche deliranti e dalla moralità dubbia è costellata la storia della filosofia. Il caso di H. ci colpisce particolarmente perché lo avvertiamo, per ragioni storiche, come più vicino a noi e perché l’adesione ad un movimento come quello nazista ci risulta del tutto intollerabile (pensiamo, per contrasto, alla leggerezza con cui si legge e si studia un filosofo certamente fascista come Gentile o tutta la schiera dei pensatori marxisti filo-sovietici). Ma la controversia infinita su H. è anche e soprattutto dettata da un luogo comune piuttosto radicato, che nelle parole di Lucio suona così: “il pensiero di Heidegger è un pensiero molto complesso ed è più comodo etichettare e mettere all’indice che cercare di capire”. Sarebbe il caso di chiedersi una volta per tutte in cosa consiste questa presunta complessità del pensiero di H., così come di molti filosofi contemporanei che si ispirano al suo stile e ai suoi temi. Ho la sensazione che questa presunta complessità sia nient’altro che un modo per descrivere l’oscurità e inaccessibilità, la sensazione di profondità e insondabilità, la percezione dell’abisso, che rappresenta il fascino di tanta cattiva filosofia. Quasi mai l’oscurità (che è cosa diversa dal tecnicismo) è sinonimo di profondità. Quasi sempre, invece, l’oscurità va a braccetto con il discorso magico, religioso, esoterico. Presentarsi come guru, come sciamani o maghi in possesso di un linguaggio iniziatico ed elusivo è il modo più semplice per creare attorno a sé una comunità di fedeli pronti a scattare in difesa del maestro. Sottrarsi alla comprensibilità, infine, vuol dire allo stesso tempo provare a sottrarsi alle proprie responsabilità, anche a quelle storiche e personali, per consegnarsi al vortice infinito delle interpretazioni inutili.

Perché i “safe space” fanno paura

in Articolo by

Due aneddoti e un commento.

Primo aneddoto. Ricevo una mail da due rappresentanti degli studenti del mio college (University of Cambridge), responsabili della palestra privata ad uso dei membri. Ci ricordano che è tassativo rispettare le “women only hours”, anche laddove dovesse apparire che nessuna donna stia utilizzando la sala in quel momento. Fanno presente che la presenza di uomini potrebbe scoraggiare l’uso della palestra da parte di alcune donne. Aggiungono che: “Durante le women only hours, i membri donna hanno la libertà di richiedere con cortesia ai membri maschi di lasciare la palestra.” E concludono così: “Il nostro obiettivo è di massimizzare l’uso della palestra tra TUTTI i membri del college, trasformandola in un posto dove ciascuno si senta felice e al sicuro”. Alla mia richiesta di spiegazioni, rispondono che questa nuova policy – che ignoravo – “was instituted in response to a majority feeling in college”.

Secondo aneddoto. Biblioteca del dipartimento di filosofia, stesso ateneo. Cerco un libro, lo trovo. Lo apro. Alla prima pagina, trovo questo volantino. Trascrivo qui il testo:


 

Written by yet another White Man

Dear Rational Man,

Think your privilege won’t affect your theorising?

Think again.

I don’t pretend to be a conduit of pure reason and nor should you. Your background beliefs, so-called “intuitions” and scope of inquiry are informed and limited by your historically- and socially-situated perspective. Instead of pretending that this isn’t a problem, and claiming that I am politicising Rational Inquiry, and thereby subjugating The Truth to my feminist agenda, confront your prejudices – however implicit – and consider how they may have affected your work. Because “common-sense claims” and “self-evident truths” are themselves often far from politically neutral, and philosophical deliberation has historically served to rationalise the subjugation of large subsections of society.

With strictly platonic love,
a concerned feminist xxx”.


Non voglio soffermarmi sul contenuto del volantino, che confesso di non capire fino in fondo. Mi sembra un testo grossolano, condito di affermazioni scontate, gergo propagandistico e alcune falsità.

Noto però che l’enfasi è sulla necessità di passare al vaglio le presunte “affermazioni di senso comune” e “verità auto-evidenti”. Credo, forse ingenuamente, che questo sia esattamente ciò che contraddistingue, da sempre, la buona pratica filosofica e scientifica, al netto dell’ovvietà per cui ogni ricerca è inevitabilmente calata in un contesto storico, con tutti i suoi limiti tecnologici, culturali, politici.

Trovo abbastanza ironico, invece, che il genere di retorica che permea il volantino e che sta imponendosi specialmente nel mondo accademico anglo-americano sembra essere mosso da uno spirito moralizzatore che è esattamente contrario a un simile, e benemerito, scetticismo metodologico. Sfidare i propri pregiudizi è cosa sacrosanta, così come lo è lavorare e battersi attivamente contro tutte le discriminazioni. Mi domando, però, quanto del loro stesso discorso politico i sempre più numerosi e rumorosi attivisti della affirmative action siano disposti, ugualmente, a rimettere al vaglio della critica aperta e priva di pregiudizi. La risposta mi sembra: molto poco. Al contrario, le soluzioni che più spesso si sentono proporre all’interno di questi circoli comprendono pratiche come l’auto-segregazione, la censura, l’imposizione del riequilibrio a scapito della stessa relativizzazione al contesto storico e sociale che loro, per primi, invocano.

Il primo aneddoto che ho riportato è un piccolissimo ma inquietante esempio di quello che intendo per auto-segregazione. Il piccolo fatto segue perfettamente la retorica, questa sì diventata “common-sense claim” nelle università angloamericane, dei cosiddetti safe space. Luoghi fisici (stanze, edifici, spazi del campus) o simbolici (l’università) nei quali le persone dovrebbero essere al riparo da qualunque forma di offesa, discriminazione o, con un termine diventato piuttosto popolare, “micro-aggressione”. Quest’ultima è una parola sufficientemente vaga da includere pressoché qualunque cosa. Ciò che è peggio, che cosa si qualifichi come micro-aggressione viene fatto dipendere dalla sensibilità – necessariamente idiosincratica e personale – dei singoli o dei gruppi. Finisce così che diventi tollerabile, persino normale o auspicabile, che una maggioranza (o presunta tale) decida per l’esclusione di un gruppo di persone (i maschi, nel caso dell’aneddoto citato) da uno spazio come la palestra dell’università, presumibilmente sulla base del fatto che la loro presenza è avvertita, dai membri di un altro sottogruppo, come micro-aggressione. Che cosa sarebbe accaduto se quella stessa maggioranza avesse votato per l’esclusione dei grassi o dei calvi o delle ragazze vestite in maniera troppo succinta non è dato sapere. E l’argomento mi pare fin troppo scontato per essere elaborato. Rimane il fatto, ben più grave, che un numero sempre crescente di gruppi (etnici, politici, di genere) rivendichino la necessità di avere a disposizione cosiddetti safe space segregati in cui venga ratificata l’interdizione a membri di gruppi percepiti come portatori di elementi potenziali di disagio.

L’introduzione di safe space, ormai ampiamente riconosciuta e incoraggiata dalle associazioni studentesche ad ogni livello, ha poi come ovvia conseguenza la pretesa sempre crescente di tollerare e incoraggiare la censura. La casistica è già piuttosto ricca. Il New Yorker ha riportato il caso di una docente di legge, ad Harvard, a cui è stato richiesto di evitare di includere nel programma del corso la legislazione riguardante lo stupro, oltre che di astenersi dall’utilizzare il termine “violare” in qualunque accezione (anche nel senso di “violare una legge”). A Oxford un dibattito sull’aborto promosso da una associazione studentesca pro-life è stato cancellato sulla base delle minacciose proteste degli studenti. Piuttosto che ingaggiare una discussione serrata con gli oratori, i promotori delle proteste hanno ritenuto che questi ultimi non avessero diritto di parola sulla base dell’argomento (se così possiamo chiamarlo) che l’evento avrebbe “propagandato la narrativa per cui maschi cisgender hanno il diritto di dibattere e decidere le scelte che le persone dotate di utero possono fare sui loro propri corpi”. I promotori della protesta hanno deciso, senza accettare discussione, che dei maschi non hanno il diritto di parola sull’aborto. E hanno vinto. Il dibattito è stato cancellato. Alla fine del 2015, all’università Goldsmith di Londra, un gruppo di studenti appartenenti alla Islamic Society hanno protestato contro l’intervento dell’intellettuale iraniana e attivista per i diritti umani Maryam Namazie. Lo hanno fatto interrompendola di continuo, alzandosi e camminando nella sala e rendendo praticamente impossibile per lei concludere anche solo una frase. Su YouTube c’è il video integrale del suo intervento, dove si può vedere che nel momento in cui la Namazie prova a chiedere silenzio e rispetto, il riflesso automatico dei disturbatori è invocare il safe space e accusare l’oratrice di intimidazione. Per non parlare, poi, delle richieste di includere trigger warning (una sorta di etichette per contenuti ritenuti sensibili) a margine delle opere di autori come Ovidio, Dante e Scott Fitzgerald.

Quest’ultima cosa mi sembra sia indice della totale incapacità di riconoscere che il contenuto delle opere dell’ingegno umano sono inevitabilmente calate nei pregiudizi del contesto storico e sociale in cui hanno visto la luce. E questo è per lo meno paradossale, visto che – come il volantino ritrovato ci tiene a ricordarci – la necessità di considerare l’accumulazione dei pregiudizi e la loro influenza sul presente in una prospettiva storica è esattamente il punto alla base di queste rivendicazioni.

Mi fermo qui anche se molto ci sarebbe da dire anche sul terzo elemento, ossia la pretesa che si operi al riequilibrio della sotto-rappresentazione di alcuni gruppi storicamente discriminati per via di cosiddette azioni affermative. In altri termini, collateralmente e a discapito dei canali e dei metodi ordinari di reclutamento. Quelli basati su criteri certo non perfetti ma almeno tendenzialmente meritocratici, come gli indici di produttività.

Alla fine di tutto questo discorso, la cosa che più mi spaventa è questa: che di fronte a questa ondata di rivendicazioni violente vada contestualmente erodendosi lo spazio per chi voglia criticare le idee dei loro promotori senza essere, allo stesso tempo, automaticamente squalificato come interlocutore. Si tratta cioè di una retorica gommosa, che si nutre degli argomenti dei suoi critici per provare il suo punto centrale. Ovvero che la fonte ultima della critica sia da ritrovarsi nella posizione di privilegio di chi la elabora, che questa sia storicamente acquisita – come nel caso dei maschi bianchi – o perfino inconsapevolmente introiettata – quando a criticare sono i membri di quegli stessi gruppi discriminati. Una brutta china, mi pare.

La settimana dell’Illuminismo

in società by

E così, meno di una settimana fa, qualcuno decide che per non urtare la sensibilità del primo ministro iraniano Rohani, in visita in Italia, vale la pena coprire le statue di nudi nei musei capitolini.

Scoperto il fatto, l’italiano non ci sta. Denuncia l’attacco ai valori occidentali, alla libertà, alla laicità. Lancia strali contro l’oscurantismo islamico che censura le tette e i culi. Di più: si inorgoglisce leggendo (e ripostando sui social) i filosofemi dei polemisti nostrani, i quali veementemente argomentano che piselli e capezzoli allegramente esibiti stanno ai diritti e alle libertà occidentali come burqa e Corano stanno all’oscurantismo e alla violenza delle dittature confessionali. In prima fila, vessilliferi del rinato spirito illuminista, noti paladini della laicità e dei diritti civili quali Daniela Santanché o Matteo Salvini.

Poi, visto che l’indignazione è fine a sé stessa finché non prelude a iniziative concrete, ecco che nell’arco di pochissimi giorni si susseguono sul suolo patrio gli eventi, le manifestazioni, i semplici fatti di cronaca che dimostrano che questo paese possiede anticorpi in abbondanza per rispondere alla sfida anti-modernista e reazionaria del Moro puzzone.

Vale la pena di stilare una piccola antologia di alcuni di questi fulgidi segnali di libertà che solo nell’ultima settimana hanno costellato le cronache nostrane. E infine, con meritato narcisismo, specchiarci dentro cotanto illuminismo e risparmiare così i soldi della prossima doccia solare.

Family Day
Quale modo migliore per dare corpo all’ondata di sdegno e di rivolta contro le religioni censorie se non raggruppando in fretta e furia un nutrito numero di liberi pensatori (almeno 300mila) al Circo Massimo a Roma? Tra i novelli John Toland in piazza e sul palco, personaggi dall’autentico pedigree liberale, tipo Mario Adinolfi, Giorgia Meloni, Maurizio Gasparri. Uniti contro il ddl Cirinnà, il riconoscimento dei diritti alle coppie omosessuali, la stepchild adoption, la maternità surrogata, la fecondazione eterologa, i preservativi, le pippe, la depilazione genitale, il modo in cui sono disegnati i maiali in Peppa Pig (a forma di cazzo, fateci caso). Come striduli fischi nei timpani degli odiatori della Cultura occidentale, risuonano ancora al Circo Massimo un paio di frasi memorabili che si candidano a spodestare, per portata simbolica, i discorsi di Martin Luther King. “Il sesso non è piacere, è procreazione” (Massimo Gandolfini, medico). “Questo è il family day, non è l’handicappato day” (Gasparri).

Padre Pio
Altra manifestazione spontanea, popolare, in difesa della cultura occidentale contro ogni superstizione retrograda e medievale. La salma di Padre Pio, icona razionalista del secolo scorso, viene trasportata a Roma da San Giovanni Rotondo. Misure di sicurezza imponenti, a dimostrazione che quando entrano in gioco i simboli della libertà lo Stato c’è e non bada a spese. Doppia scorta della Polizia di Stato e no-fly zone su San Giovanni Rotondo e Foggia, il tutto grazie al gentile contributo di 100mila euro da parte della Regione Puglia. Le spoglie del martire per la libertà riposano su materassi ammortizzanti per contrastare le vibrazioni, all’interno di una doppia teca di vetro che manco Lenin. Nugoli di appassionati giuspositivisti seguono la processione, invadendo e bloccando caselli autostradali. Alcuni cinefili si attardano sulla teca nel tentativo di scattare un selfie col santo, grazioso omaggio a una pellicola indimenticata degli anni ‘80: “Weekend con il morto”.

Lotteria pedofilia
Storie belle, storie di rivincita e di giustizia questa settimana. La Curia di Napoli stacca un profumato assegno di ben 250 euro e lo consegna nelle mani di un trentanovenne di belle speranze. La discreta sommetta, si legge, vale a titolo di risarcimento per certe birichinate nelle quali sarebbe incappato, circa venti anni fa, un membro distinto della curia napoletana, Don Saverio Mura, ai danni del beneficiario del ricco obolo. Il prelato, infatti, avrebbe abusato sessualmente, ripetutamente e nell’arco di tre anni, del giovane che all’epoca aveva tra i 13 e i 16 anni. Nonostante il reato fosse caduto in prescrizione, la Chiesa napoletana ha voluto in ogni caso manifestare la concreta vicinanza alla vittima dell’abuso (che parolone!) con un risarcimento da capogiro.

W Radio Maria
Dai microfoni di Radio Maria, emittente libertaria nata da una costola radicale di Radio Londra nel secondo dopoguerra, il direttore Padre Emilio Fanzaga ha commentato la notizia dell’imminente, si spera, approvazione in parlamento del ddl proposto dall’onorevole del PD Monica Cirinnà con parole di misericordia e compassione: “Arriverà il funerale anche per lei. Stia tranquilla!”.

Misure esemplari contro i preti pedofili
Brillanti novità sul caso di Padre Roberto Elice, ex parroco di Palermo e reo confesso di molestie nei confronti di alcuni bambini che frequentavano la sua parrocchia. Tornando sul caso, l’arcivescovo della diocesi siciliana Monsignor Romeo ha rivendicato la scelta coraggiosa e controcorrente di non denunciare il prete pedofilo. “La Chiesa ha i suoi procedimenti ecclesiastici, che non sono meno gravi di quelli penali”. Ammazza! Tipo? “[Don Roberto ] è stato rimosso dall’ufficio che ricopriva e invitato a seguire un percorso particolare in una clinica di Roma specializzata in questo tipo di situazioni. A don Roberto è stato anche vietato di celebrare messa in pubblico”. Severo ma giusto.

Matrimoni gay. Se la Costituzione è un problema, cambiatela

in politica by

Poche sono le cose che arrivano puntuali in Italia. Tra queste, andranno sicuramente annoverate le immancabili perplessità dei ‘tecnici del Quirinale’ – queste figure umbratili e mitologiche, metà idraulici metà giuristi – ad ogni disegno di legge che si proponga di spostare un pochino in avanti l’asticella dei diritti in questo paese.

Dicono, i succitati esperti, che la proposta di legge Cirinnà forse non va bene. “I costituenti hanno stabilito che il matrimonio doveva essere tra persone di sesso diverso”. Ma la proposta in discussione al Parlamento concede alle coppie dello stesso sesso diritti che sembrano, se non proprio uguali (non sia mai!), tuttavia ancora un pochino troppo simili ai Diritti che ai costituenti, bontà loro, piacque evocare e far discendere dal cielo, come fiammelle di Spirito Santo, sui capi vergognosi e benedetti delle consacrate famiglie qua «società naturali».

Il problema, naturalmente, non sono i tecnici, i quali fanno il loro lavoro in maniera più o meno indipendente. (E sarà certamente nient’altro che una casualità che proprio ieri il Cardinal Bagnasco abbia espresso una considerazione non così distante dalla direttiva arrivata oggi dal Colle: “La famiglia non può essere uguagliata da nessun’altra istituzione o situazione”).

Il problema, invece, è chi si ostina a voler tirare una coperta troppo corta da un lato all’altro del letto, nella speranza (sciocca o in malafede) che arrivi a coprire un po’ tutti. Ovviamente non è possibile. Ci sarà sempre un alluce, un orecchio, un pelo del naso che rimarrà al freddo. E uno zelante tecnico quirinalesco o un giudice costituzionale pronto a incardinarvi, su quel pelo del naso, un dotto parere, certamente ricco di riferimenti ai lavori preparatori dell’assemblea costituente. Ripulendo così la coscienza al caudillo di turno in carica a Palazzo Chigi, e offrendo in regalo alla maggioranza di governo la decennale scusante del ‘ci abbiamo provato’.

Fa sempre bene ricordare che, quanto a leggi costituzionali che più o meno esplicitamente limitano la libertà matrimoniale alle sole famiglie eterosessuali, l’Italia (nonostante l’ambiguità del testo costituzionale sul punto) è in ottima compagnia, al fianco di una manciata di paesi dell’ex blocco Sovietico (Bielorussia, Bulgaria, Croazia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Moldavia, Montenegro, Polonia, Serbia, Slovacchia e Ucraina). E distante anni luce dal club dei paesi europei economicamente e politicamente più avanzati ai quali vanamente aspiriamo ad assomigliare, purché sia solo nella facciata (Svezia, Spagna, Regno Unito, Francia, Germania …).

La realtà è che non si può seriamente affrontare la sfida dei diritti civili, che ci vede tanto indietro in Europa e nel mondo, con disegni di legge tappabuchi che andranno sempre, per forza di cose, a scontrarsi con le ambiguità della carta costituzionale e con l’impostazione generale del nostro diritto civile. La contraddizione è alla fonte di proposte pensate, anche in buona fede, come escamotage legislativi per aggirare la norma, per mezzo di pignolissime quanto artificiali distinzioni lessicali.

La soluzione non è aggirare la legge, ma cambiarla. La politica, se davvero è interessata a muovere un passo in avanti su questi temi, dovrebbe avere il coraggio di ammettere candidamente che la costituzione italiana, se davvero è incompatibile con l’istituzione del matrimonio universale (ma anche solo se solleva il dubbio interpretativo che lo sia), è sul punto vecchia e datata, e in contraddizione con gli stessi principi fondativi di eguaglianza tra tutti i cittadini che essa sancisce. Lo è per comprensibilissime ragioni storiche, che tuttavia la rendono – ad oggi – un documento lontano dalla nostra sensibilità etica e giuridica e un’arma nelle mani dei fautori della conservazione.

Una speranza, temo, vana. Giacché ai parlamentari italiani si applica splendidamente l’aforisma di Gian Piero Alloisio (l’originale era su Berlusconi): “io non temo Bagnasco in sé; temo Bagnasco in me”.

Sollecito e la giustizia per caso

in società/ by

E’ uscito da poco il libro di Raffaele Sollecito, Un passo fuori dalla notte (Longanesi, 2015). Se deciderete di leggerlo, sarà bene eliminare fin da subito qualunque aspettativa malriposta. Si tratta di un libro bruttino, scritto in maniera piuttosto elementare, spesso retorico. Non è tuttavia sulla qualità letteraria che si pesa il valore di un’opera del genere, che è piuttosto un memoriale degli anni infernali che Sollecito ha vissuto per tutta la durata della vicenda giudiziaria che lo ha riguardato.

Sollecito oggi ha trentuno anni, e all’epoca dei fatti ne aveva ventitré. Parliamo del racconto di quasi otto anni, più un breve capitolo introduttivo sull’infanzia e adolescenza che non serve ad altro se non a trasmettere al lettore l’idea di una giovinezza banalmente spensierata, “come tutte le altre”, ancorché tragicamente interrotta dalla morte della madre di Raffaele pochi anni prima del suo arrivo a Perugia come studente di informatica all’università. Quasi otto anni, che iniziano dal novembre 2007 e si concludono il 27 marzo scorso, giorno in cui la Corte di Cassazione ha assolto definitivamente – “per non aver commesso il fatto” – sia Sollecito che Amanda Knox, imputata con lui nel processo per l’omicidio di Meredith Kercher.

Otto anni, quattro dei quali passati in carcere, da innocente: prima in una cella d’isolamento e successivamente tra gli altri detenuti; poi altri quattro nell’occhio di una bufera legale e con la paura costante di tornarci, in gabbia, e questa volta per trent’anni o poco meno.

In questi giorni si torna a parlare di un caso per certi versi simile, quello dell’omicidio di Garlasco e della condanna definitiva di Alberto Stasi. E torna anche protagonista del dibattito politico la follia del processo penale italiano. Ne hanno scritto in maniera articolata, e molto meglio di quanto potrei fare io, Piero Tony e Guido Vitiello sul Foglio. Qui mi limito a suggerirvi una lettura diversa, che fa leva sui sentimenti più che sugli argomenti, ma che tuttavia è bene affrontare se non altro per tenere bene a mente che quando ci appassioniamo ai casi giudiziari, emettiamo sentenze sommarie e chiediamo non la giustizia, bensì una giustizia, purchessia, per le vittime, è sempre di persone vere, in carne e ossa, che stiamo parlando. Persone come potrebbe essere ciascuno di noi, molto spesso vicine a noi per età, interessi, stili di vita. Persone probabilmente innocenti (o sicuramente innocenti, come bisogna ormai dire per Sollecito), o la cui colpevolezza semplicemente non può essere provata oltre ogni ragionevole dubbio e che dunque, in un sistema penale giusto, non dovrebbero essere condannate.

C’è un elemento che forse colpisce più di altri, in questo caso come nelle vicende analoghe di cui sono amaramente punteggiate le cronache giudiziarie italiane. Più ancora delle indagini che sarebbe lusinghiero definire approssimative, più del comportamento a tratti sadico e volgare degli inquirenti, più dell’incapacità di percepire l’abissale differenza di valore tra elementi probatori così differenti come, da un lato, le testimonianze e le accuse – talvolta ottenute con metodi discutibili – e dall’altro i risultati contraddittori delle perizie scientifiche; più dell’abuso clamoroso dello strumento della carcerazione preventiva.

È un elemento che viene fuori in maniera fortissima dal libro di Sollecito e che tiene incollati al racconto di questo ragazzo, al di là di ogni perplessità di stile. Sto parlando della sensazione che il destino degli imputati, in questi processi, sia appeso soltanto al filo tenue del caso. È una sensazione soffocante, quando si riesce a entrare almeno un po’ in empatia con la vicenda di un accusato in un processo per omicidio. Verrebbe da pensare immediatamente al grigio scenario kafkiano, alla burocrazia schiacciasassi, irragionevole e senza volto. Ma si sbaglierebbe.

Come sempre, il problema italiano ha molto a che fare con la cialtroneria dei tanti piuttosto che con la (pur manifesta) illogicità del sistema o dei suoi esecutori. Forse un’analogia più adatta – anche nei colori da avanspettacolo – è quella con il gioco dei pacchi sulla Rai, dove l’unica cosa che conta davvero per il concorrente è l’apertura dell’ultima scatola, quella che decreterà la vincita. Ma prima che si possa arrivare a quel momento ci sono due ore di gioco e suspense che a null’altro servono se non a ingrassare lo spettacolo.

Processi come show inutili, dove le assoluzioni valgono il tempo di un fiammifero e l’inferno può ricominciare ogni volta da capo, fino al momento lontano in cui, per pura convenzione, arriverà la sentenza che si chiama definitiva. Il pacco col montepremi.

E potrà andarti bene o male, per caso, come il lancio di una monetina. Assoluzione piena, come per Sollecito e Knox. O una vita distrutta. Come Stasi, come Scattone. L’Italia è il paese dove tutto può andarti incredibilmente bene o incredibilmente male, per caso. Dove incontrerai il chirurgo che ti salverà la vita o quello che te la rovinerà per sempre, per caso. L’insegnante che in cuor tuo ringrazierai per il lavoro che fai e quello che maledirai per il tempo buttato. Il poliziotto che ti riaccompagnerà a casa il giorno che hai fatto una cazzata e quello che ti ammazzerà di botte. Tutto, sempre, per caso.

Ma quando il caso è elevato a sistema, la competenza fortuita, la responsabilità individuale inesistente, finisce che anche una cosa tremendamente seria, come decidere della vita di un imputato per omicidio, assuma i contorni del più totale e spaventoso arbitrio.

Il presepe a scuola: ma anche no

in politica/ by

Monta la discussione sul presepe a scuola, e qui su Libernazione, dove sobrietà e pacatezza sono cifre costitutive, volano gli stracci.

Ha iniziato Mazzone, il quale difende il presepe nelle scuole sostenendo che gli argomenti di chi vorrebbe farne a meno si basano su una malintesa idea di integrazione, convivenza e laicità. Un paese veramente laico e tollerante – argomenta Mazzone – è quello in cui le convinzioni – e i simboli che le rappresentano – di individui e gruppi diversi dal proprio si accettano e si discutono, non si nascondono in nome del rispetto e della necessità di non urtare le sensibilità altrui:

L’idea opposta è la stessa idea alla base del safe space, nonchè la stessa idea di base di ogni fondamentalista: ció che mi offende non ha diritto di essere manifestato in pubblico.

Ha ragione Mazzone? Secondo me no. Da un punto di vista pratico, non ha tutti i torti Absynthe quando gli fa notare che l’Italia è a tutti gli effetti un paese semi-confessionale dove l’occupazione religiosa (cioè cattolica) degli spazi pubblici è tentacolare e poter dire “no, grazie” al presepe nelle scuole è una forma di disobbedienza quasi liberatoria. Non ha torto, eppure quest’ultimo modo di argomentare sposta la discussione lontano dai termini in cui Mazzone l’aveva impostata, facendolo incazzare ancora di più.

Io al contrario vorrei soffermarmi esattamente sul punto mazzoniano e provare a mostrare che è sbagliato. Luca è evidentemente molto turbato e giustamente preoccupato per la retorica del safe space che sta invadendo la società anglosassone a partire dai luoghi che più di tutti dovrebbero garantire il libero scambio delle idee per quanto fastidiose e potenzialmente disturbanti, le università. Il problema è che, essendo turbato e preoccupato, sembra aver cominciato a vedere safe spaces ovunque, anche lì dove non ci sono.

Con questo, non voglio negare che, potenzialmente, anche tra i difensori nostrani del principio di laicità potrebbe esserci qualcuno che sarebbe pronto a difenderne esattamente questa interpretazione safe space, in fin dei conti intollerante e fascistella, secondo la quale se qualcosa mi offende va punito prima e bandito poi. Questa idea, secondo me, è semplicemente insostenibile, per la banale ragione che decidere se qualcosa è o meno un’offesa, e con ciò meritevole di biasimo e rimozione, non può dipendere dal mio reputarla tale. Chiunque sano di mente può vedere che, ragionando in questo modo, lo slippery slope per cui ogni cosa è potenzialmente un’offesa è dietro l’angolo.

Ma la difesa della neutralità degli spazi pubblici (a partire dalla scuola) dai simboli religiosi non è la stessa cosa dell’invocazione del safe space. Qui Mazzone fa una confusione cruciale tra quello che ciascuno è libero di fare, dire o esibire in tutti i luoghi (inclusa la scuola) e ciò che l’istituzione scolastica e i suoi rappresentanti sono tenuti a fare, dire o esibire.

Per come la vedo io, il ruolo dell’istituzione scuola e dei suoi rappresentanti (preside e insegnanti) è, limitatamente a questi temi, paragonabile a quello dell’arbitro in una partita di calcio. L’arbitro controlla che lo svolgimento della partita segua determinate regole, sanziona i giocatori che le violano e non prende parte per l’una o per l’altra squadra. Per continuare sulla stessa metafora, l’idea che a Mazzone fa (giustamente) orrore, quella del safe space, è un po’ l’idea per cui quando l’attaccante sta correndo verso la porta il difensore avversario dovrebbe astenersi dal contrastarlo perché, così facendo, potrebbe provocare un danno fisico o psicologico. E il ruolo dell’arbitro, in questa versione folle del gioco, sarebbe quello di garantire che il difensore si attenga a queste direttive e lasci passare l’attaccante avversario senza opporre alcuna resistenza. Questa è naturalmente una follia e il risultato che ne seguirebbe sarebbe nient’altro che la fine del gioco in quanto tale, sostituito da una assurda pantomima.
A me, come a Mazzone, sembra ridicolo che coloro che difendono la retorica del safe space non si rendano conto che è in una simile pantomima che essi, forse inconsapevolmente e in buona fede, vogliono trasformare l’università e la società.

Ma l’idea di Mazzone è altrettanto sbagliata: il gioco che Mazzone immagina è quello in cui le regole del calcio sono le solite, i difensori e gli attaccanti se le danno senza remore, e tuttavia l’arbitro indossa la casacca di una delle due squadre nel primo tempo e poi quella della squadra avversaria nel secondo, e alla squadra che temporaneamente gioca in inferiorità numerica e con l’arbitraggio dichiaratamente a sfavore non si può fare altro che dire: STACCE.

Non è così che funziona, caro Luca. Nella scuola, come in qualunque spazio pubblico, tutti hanno il diritto di indossare la propria casacca, che ci sia disegnato sopra Gesù, Maometto, Satana o Walter White. Ma la scuola stessa, cioè il luogo pubblico, così come l’arbitro di una partita di calcio, deve indossare una casacca di un colore diverso, un colore neutro, che nessuno dei giocatori deve poter sbianchettare e ridipingere con i propri colori, neanche per un secondo.

Stacce.

La mazzetta etica

in politica by

Salvini è tornato a parlare di servizio militare.
Lo aveva già fatto a luglio e a ottobre, proponendo di reintrodurre la leva obbligatoria. Ci è ricascato qualche giorno fa, vantandosi di averlo sperimentato lui stesso, il servizio militare, nel ‘95 e di sentirsi dunque pronto a partire in caso di guerra al Califfo (Tu vai avanti, io faccio una telefonata veloce e ti raggiungo).
Naturalmente, in tutti e tre i casi, Salvini ha detto una cazzata. E fin qui siamo nell’ambito della non-notizia, del più puro cane-morde-uomo.
Poi però ho pensato che non si sa mai e che, visto che la mamma dei cretini è proverbialmente sempre incinta (di elettori), forse non è del tutto peregrino cominciare a preoccuparsi concretamente dell’eventualità che una proposta del genere venga discussa, e magari approvata per davvero.

Che cosa farei, io, se ci fosse la leva militare obbligatoria in Italia?

Flashback. Durante le scuole elementari vivevo nel terrore di compiere diciotto anni per via della leva obbligatoria. Sarà che sono meridionale, e a noi terroni questa cosa della coscrizione obbligatoria – da Garibaldi in giù – ci è sempre andata di traverso. “Chi coltiverà la nostra terra quando i miei genitori saranno anziani e io dovrò partire soldato?” mi domandavo. E dire che la mia famiglia non aveva una terra da coltivare, tuttavia il mio immaginario di bambino era quello.
Sarà poi che già da piccolo soffrivo di vescica iperattiva e mi immaginavo davanti a un generale tipo Full Metal Jacket a chiedere ogni quaranta secondi “scusi, ho problemi urinari, posso andare in bagno”. Funzionava già a malapena con le maestre, sapevo che non avrebbe funzionato con lui.
Diciamo pure che pensavo (e penso) genuinamente che una cosa come il servizio militare mi avrebbe matematicamente condotto a morte certa, presumibilmente per esplosione della vescica, come il buon Tycho Brahe. E pensavo (e penso) che nessuno dovrebbe essere mai obbligato a fare, con il proprio corpo e il proprio tempo, cose che non vuole fare. In breve: sono convinto che qualunque forma di servizio obbligatorio che i cittadini devono allo stato rappresenti una pratica illiberale (dal punto di vista dello stato) e trovo immorale (dal punto di vista del cittadino) prendervi parte.
Queste decennali convinzioni ur(o)-filosofiche mi pongono tuttavia di fronte all’urgente problema del cosa farei, in concreto, se mi trovassi a vivere in un paese dove il servizio militare obbligatorio c’è (e badate che non bisogna andare troppo lontano per trovare un paese del genere, tipo Svizzera, Grecia, Cipro o SalvinItaly!). Fine del flashback.

Ecco cosa farei. Assumendo che in questo ipotetico paese la mia condizione economica fosse tutto sommato comparabile a quella attuale, credo che pagherei un ufficiale per farmi dichiarare inidoneo al servizio militare o comunque metterei in atto qualunque forma di corruzione che mi consenta di evitare di partire. Perché farei questo?

Vediamo quali potrebbero essere le alternative.

  1. Per cominciare, ho già detto che rispondere alla chiamata non sarebbe un’ipotesi praticabile dal momento che questa scelta confligge con le mie convinzioni morali profonde.
  2. Potrei optare per l’obiezione di coscienza e dirottarmi sul servizio civile, ma il mio problema morale riguarda solo parzialmente l’uso delle armi e della violenza (semmai si tratta di un disincentivo ulteriore), e più sostanzialmente l’idea che prestare un servizio non volontario è – in qualunque caso – una violazione dei diritti individuali.
  3. Potrei pensare di disertare e/o fuggire in un altro paese, ma verrei probabilmente arrestato, estradato o comunque sanzionato severamente, e presumibilmente limitato nella mia libertà di mettere piede, in futuro, sul suolo nazionale. Tutte cose che, a occhio, preferirei evitare se esistesse una soluzione che mi assicuri i medesimi vantaggi a fronte di un costo più contenuto.

C’è una ovvia obiezione, e cioè che anche la mia soluzione prevede un costo intrinseco piuttosto alto: “corromperai un ufficiale!” non fa esattamente parte del mio personale decalogo morale, né intendo sostenere che si tratti di un tipo di condotta che andrebbe tollerata in un sistema penale giusto.
E tuttavia, in un caso come quello della leva obbligatoria, quando la legge viola direttamente un bene più grande – i miei diritti individuali – è ragionevole pensare che violare la norma che mi impone di non corrompere ufficiali pubblici per ottenere utilità private (quando le alternative legali, tipo fare obiezione di coscienza o scappare, sono impraticabili per ragioni indipendenti) sarebbe da ritenere permissibile. O così mi piacerebbe argomentare.

PS. Oh, se poi Salvini non è d’accordo e vuole partire comunque per andare a combattere il Califfo, io sono pronto ad accompagnarlo fino alla scaletta dell’aereoplano, sventolando commosso il fazzoletto verde.

I neuroni occulti di Goffredo Fofi

in cultura by

Goffredo Fofi ha pubblicato in questi giorni, su Internazionale, un articolo molto duro a proposito di Inside Out. Parliamo del film d’animazione Disney che racconta quello che passa per la testa di una bambina di undici anni – le sue emozioni, paure, affetti, ragionamenti – e lo rappresenta come un universo colorato e complesso, gestito da una simpatica brigata di cinque personaggi/sentimenti primitivi: Rabbia, Disgusto, Gioia, Paura e Tristezza.

Il pezzo di Fofi è il classico caso in cui ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. In breve, la tesi dell’articolo è questa: Inside Out dipingerebbe la realtà mentale in maniera ideologica e tendenziosa. Si tratterebbe, in altre parole, del tentativo subliminale di instillare nei piccoli spettatori l’idea che attori esterni intervengano a manipolare, anzi in fin dei conti a determinare, le nostre azioni. Nelle parole di Fofi, ‘[s]vanisce il libero arbitrio e resta l’idea di una “macchinosa” manipolazione delle nostre azioni’. Secondo Fofi, sembra di capire, la rappresentazione di questi ‘persuasori occulti’ come allegri pupazzetti colorati avrebbe come obiettivo quello di abituare i bambini a non aver paura, anzi a guardare con simpatia, quelle ‘entità astratte ma ben presenti nella realtà’ che si propongono di ‘pensare per noi’ e guidare meccanicamente le nostre azioni. Il tutto, ça va sans dire, in nome di ‘un dettato generale della società americana che ha ambizioni globali’.

Fofi sostiene di aver paura (sì, paura) della rappresentazione della mente proposta dal film: prova orrore per la raffigurazione delle nostre memorie sotto forma di biglie ben organizzate come bit di un gigantesco hard disk, si straccia le vesti per la metafora della ‘cabina di regia’. Conclude, con un certo orgoglio piccato, che ai suoi nipoti preferisce, piuttosto, ‘far vedere qualcosa di più tradizionale e di più umano. Di meno preoccupante su quel che s’intende fare di loro e di noi’.

Davvero, non si sa da dove cominciare. Provo a dire un paio di cose semplici. Fofi sembra non rendersi conto che quella contro cui si scaglia non è altro che l’immagine scientifica della mente così come ce la raccontano, sulla base di osservazioni empiriche e ipotesi teoriche, la psicologia cognitiva e le neuroscienze. Non si rende conto, cioè, che ciò da cui vuole proteggere i suoi nipoti, quello su cui preferisce che chiudano gli occhi per paura che intacchi il loro sentimento di libertà, è in realtà ciò che più di tutto ci aiuta a liberare noi stessi e la società in cui viviamo da pregiudizi antichi e molto spesso violenti: la ragione scientifica.

Non sembra sfiorarlo, neanche per un secondo, l’osservazione che quello che Inside Out racconta non ha nulla a che vedere con ‘l’astrazione psicofilosofica’ (con scappellamento a sinistra), ma è invece una favola del cervello, dove la divulgazione scientifica viene adattata per un pubblico di bambini e inserita in una trama delicata e commovente. Non capisce, o forse ignora, che le isole colorate sospese nel vuoto, i pupazzetti stralunati, le scaffalature immense non sono affatto, come lui pensa, l’immagine di una nuova, spaventosa ‘mitologia’ tecnologica, che si propone di subentrare ad altre mitologie che lui considera ‘più tradizionali e più umane’.

Al contrario, Inside Out è una rappresentazione semplificata di quello che oggi conosciamo – grazie al lavoro degli scienziati cognitivi, dei neuroscienziati, dei filosofi della mente, dei linguisti – su come funziona il nostro cervello. Non sembra avere idea che le allegorie animate del film alludono ad aree funzionali del nostro cervello, a connessioni elettro-chimiche, a reti neurali: tutti oggetti del nostro modello scientifico attraverso cui cominciamo finalmente a gettare un cono di luce su alcuni dei misteri che hanno accompagnato l’uomo dalla notte dei tempi: cosa sono i sentimenti, come funziona l’azione, la percezione, la memoria, la coscienza.

Fofi non sembra capire che questi oggetti – che lui chiama ‘persuasori occulti’ – siamo noi, è la materia di cui siamo fatti, l’architettura cognitiva che ci fa uomini. Che il libero arbitrio non è (più) una questione per i preti e non (solo) per filosofi, ma (anche) per i neuroscienziati e gli psicologi. Non si accorge che i determinanti causali delle nostre azioni – i pupazzetti colorati – sono nel nostro cervello, sono il nostro cervello, siamo noi. Non la Coca Cola Company o la Monsanto. Non l’ideologia americana, non la pubblicità.

Infine, che le ‘mitologie tradizionali e più umane’, i miti greci come la letteratura e la poesia, non sono in contrapposizione all’immagine scientifica del mondo e dell’uomo, ma semmai la completano e arricchiscono, ci restituiscono l’altra faccia di quello che siamo.

La Disney ha da poco annunciato che produrrà un nuovo film animato su Charles Darwin. Chi ha paura dell’evoluzione?

The Lobster

in cinema by

C’è questa idea che è in giro da qualche millennio. Dice così: incontrare l’amore, la persona giusta – the one, direbbero gli inglesi – è un po’ trovare l’altra metà di sé stessi. Quelli di voi che ancora conservano reminiscenze del manuale di filosofia (o, meglio ancora, di questa scena memorabile di Tre uomini e una gamba), ricorderanno probabilmente il mito della metà raccontato da Aristofane nel Simposio di Platone.

Ora, prendete questa idea a prima vista banale e provate a metterla dentro una app per il vostro iPhone. Il risultato si chiama Tinder (o Happn, OkCupid, …). Dating apps, ovvero la versione contemporanea dell’agenzia matrimoniale: vediamo che faccia hai, quanto sei alto, se fumi, se ami leggere Proust o i manga giapponesi. Se il tuo profilo mi piace e io piaccio a te allora abbiamo un match, un potenziale incontro di due anime gemelle che si cercavano da sempre e che magari, nella barbara notte dell’era pre-internet, mai si sarebbero trovate.

Questo sistema è certamente molto funzionale. L’amore è cieco. E tuttavia, statisticamente, ho più chance di trovare l’anima gemella in uno che in partenza trovo attraente e che condivide i miei stessi interessi, piuttosto che in uno stupratore di tacchini indonesiani, grasso e con la faccia sfigurata da una ferita di machete.

Ma non di sola statistica vive l’uomo. E l’occhio del vero artista è quello che sa soffermarsi su quella transizione impercettibile da un’intuizione semplice ma potente – l’amore come incontro di due destini – in qualcosa di più di un tic di massa, quasi un’ossessione collettiva. L’amore come il perfect match su una app di appuntamenti. L’amore come l’ideale della coppia radiosa, sdraiati sul prato guancia a guancia in un selfie con il filtro Sierra di Instagram.

Il 15 ottobre è uscito nelle sale, anche in quelle italiane, un film che parla esattamente di questa transizione impercettibile tra essere e dover essere della vita in due. Si chiama The Lobster, del regista greco Yorgos Lanthimos. E’ un film spiazzante, divertentissimo, profondo e brillante. Uno dei film più belli e originali degli ultimi anni.

La trama non ve la racconto, per due ragioni: la prima è che, che ci crediate o no, esiste Google. Il secondo motivo è che questo è un film dal quale mi sarei molto probabilmente tenuto alla larga, se ne avessi letto la trama prima di comprare il biglietto, temendo un penoso senso di déjà-vu. Lathimos, in effetti, non inventa nulla, costruisce un’opera originalissima di puro materiale di riciclo: abbiamo così un espediente semplice e persino abusato – il presente distopico dove l’ossessione collettiva è divenuta legge della Città; l’ambientazione più classica dei racconti uno-a-molti (quando non è il protagonista che si muove incontro a personaggi e situazioni improbabili, come nei road movies, sono questi ultimi che si muovono incontro al protagonista: ed ecco l’hotel). Le metafore trite (l’amore cieco), la recitazione impersonale da teatro dell’assurdo (magistrale Colin Farrell), i non-luoghi metropolitani, il romanzo di formazione.

Il regista greco pesca a piene mani in un repertorio di immagini e situazioni che spazia impavidamente da Sofocle a Lost, riuscendo sistematicamente, ma con leggerezza, a sovvertire la cifra originale del già visto. Ciò che all’origine è tragico diventa qui comico o almeno grottesco, il comico si colora degli elementi del dramma, il fantastico assume i contorni della realtà più cruda e il realismo sfuma nelle nebbie dell’immaginazione.

Così, The Lobster è un film intrinsecamente sovversivo: nelle singole, brillanti scelte di stile prima ancora che nel messaggio crudele. Che è poi questa reinvenzione rovesciata del mito platonico in un’era post-Tinderizzata. Dove non è più Zeus che, per invidia, decide di spaccare in due metà difettose l’originaria e perfetta unità ermafrodita della coppia di amanti, ma sono gli uomini che, per il terrore di non farcela, si ostinano come bambini a riappiccicare a forza pezzi di puzzle presi a casaccio da scatole diverse.

Notai, shampisti e intellettuali

in società by

La prima scena è questa, dovete immaginarvela. Interno giorno. Sala operatoria di un grande ospedale del nord-Italia. Pareti bianche e verdi, pavimenti di linoleum. Ciabatte traforate. Chirurgo, assistenti di sala e infermieri sono intenti in un delicato intervento di duodenocefalopancreasectomia laparotomica a un paziente anziano e sofferente. La tensione è palpabile, la posta in gioco altissima. Nel momento di massima concentrazione, dal cespuglio di cuffiette sterili intente sul lettino operatorio sbuca la faccia di un uomo barbuto: ha i denti sporchi e la barba folta. Non indossa mascherina, guanti, né protezioni di altro tipo. Con una mano si tormenta i peli del mento lasciando cadere sulle interiora dell’uomo anziano una generosa spolverata di forfora bianca. Poi, sgomitando per farsi spazio, affonda un dito sulla milza del paziente ed esclama: “Come notaio, vorrei suggerire di togliere anche un pezzettino di questa roba qui, mi sembra marcia!”

Seconda scena: Esterno notte. Marte. Più o meno la scena iniziale di The Martian, per chi l’ha visto. Gruppo di astronauti NASA che campionano reperti del suolo marziano, clima rilassato, tipico umorismo da astronauti (che pare non sia così diverso dall’umorismo da preti). A un certo punto, arriva la classica tromba d’aria marziana. Sono terribili, quelle. Peggio delle bombe d’acqua d’autunno in Liguria. Gli astronauti scappano, si rifugiano dentro lo shuttle, allacciano le cinture, stanno per partire. Ma c’è un tale, magro magro, calvo e pieno di anelli, non ha la tuta da astronauta, ma indossa un paio di leggins leopardati e una camicia di pelle di coccodrillo. Guarda il quadro di comando con evidente scetticismo, poi – rivolto al comandante: “Piacere, sono un hair fashion stylist. Non so tu, ma io non premerei quel bottone lì, piuttosto quest’altro. E’ più liscio, più glamour, mi pare più adeguato alla situazione.”

Infine, terza scena. Interno notte. Studio televisivo di un qualunque talk show di un paese immaginario. Gente seduta su sgabelli di cartone, gente che annuisce con convinzione, gente che fa no con la testa con la faccia di uno a cui hanno appena proposto di mangiare la placenta di Giulia Innocenzi. Si discute di una recente proposta avanzata da una corrente minoritaria in seno alla minoranza del gruppo parlamentare a sua volta fuoriuscito dalla minoranza del partito di governo. La proposta è di aumentare le tasse sui capitali. In studio, un professore di economia alla London School of Economics, con la cravatta e la erre moscia, sostiene che si tratta di una proposta stupida e argomenta che una misura di questo tipo comporterebbe un calo della crescita economica e dunque meno benessere per tutti. Dall’altra parte, un secondo economista che ha un blog di successo e la giacca di tweed con le toppe ai gomiti, disegna un grafico alla lavagna per spiegare come, al contrario, una misura del genere aiuterebbe a ridurre le diseguaglianze. Sbadigli tra il pubblico. All’improvviso una donna dentro una tunica rosa, centodue bracciali e un paio di occhiali con la montatura nera spessissima prende la parola e dice: “In quanto esperta della filosofia dei gimnosofisti indiani, io sono a favore di questa proposta perché sono convinta che essa restituirebbe dignità profonda all’umanità derelitta di questo Paese, nonché una progettualità nuova per risolvere le criticità dell’oggi”. Applausi scroscianti, standing ovation del pubblico, qualcuno lancia ortaggi sui due economisti, che sono costretti a scappare dietro le quinte dove vengono malmenati dagli operatori cassintegrati.

Se la scena numero tre vi sembra familiare, forse è perché nella vostra vita avete almeno una volta aperto un quotidiano nazionale o guardato di sfuggita un programma di approfondimento politico. La cosa strana è che sembrano esserci una miriade di situazioni, contesti, problemi delicati rispetto ai quali l’opinione di un non specialista sembrerebbe grottescamente fuori posto. Non ammetteremmo mai un parrucchiere in una missione spaziale, ma non abbiamo problemi a consentire a orde di scrittori, sociologi, psicoterapeuti, filosofi, performance artists, contrabbassisti jazz (ciascuno dei quali senza dubbio molto competente nel proprio campo) di intervenire su argomenti spesso estremamente tecnici dell’attualità economico-politica (la crisi greca, l’emergenza migratoria, le politiche di austerità, la sovranità monetaria, …).

E tutto questo in nome di concetti sufficientemente vaghi da puzzare di truffa, tipo il sempreverde ‘spirito critico’ o la ‘coscienza storica’. Dico tutto questo non per negare che la professoressa gimnosofistica potrebbe, sul problema in discussione, avere tutta la ragione del mondo. Tuttavia, mancando degli strumenti minimi per analizzare la situazione del caso nella sua complessità, il vero problema è che, se pure ci avesse visto giusto, tutt’al più avrebbe avuto ragione per puro caso!

Un po’ come se il notaio della scena numero uno avesse davvero, con il suo gesto, attirato l’attenzione del chirurgo su un tumore trascurato da tutti i medici prima di lui. Vi pare un buon motivo per richiedere, d’ora in avanti, la presenza fissa di un notaio con la forfora in ogni sala operatoria?

¡Que viva La Zanzara!

in giornalismo by

Questo è un pezzo di difesa preventiva. Accorata e sentimentale. Difesa di una trasmissione radiofonica, La Zanzara su Radio24, dove martedì sera è andato in onda un nuovo, geniale scherzo telefonico.
Riassunto: un finto Renzi (il bravissimo Andro Merkù) telefona al monsignor Paglia, presidente del pontificio consiglio per la famiglia (sì, esiste una cosa del genere!). Questi rivela al suo interlocutore la presunta insofferenza del pontefice nei confronti del sindaco di Roma, che si sarebbe ‘imbucato’, non invitato, a un incontro del Papa a Philadelphia.

Pochi minuti, dai quali emerge con una vividezza più eloquente di qualunque analisi socio-politica, la fotografia di un’Italietta immobile, in bianco e nero, eternamente democristiana. E di vertici Vaticani che dimostrano di avere, ora come sempre, nei confronti del potere politico una consuetudine sollecita e affettuosa, che tradisce una tradizione di lieta e pacifica sudditanza del secondo nei confronti dei primi.

Ma torniamo alla questione dello scherzo. Il copione, per la trasmissione di Cruciani e Parenzo, non è nuovo: il caso più memorabile è probabilmente quello di Fabrizio Barca che, interpellato nel febbraio 2014 da Merkù/Vendola, si lascia andare a commenti e allusioni poco lusinghieri a proposito del nascente governo Renzi. O la telefonata della finta Margherita Hack (sempre Merkù!) che nel 2013 invita il costituzionalista Onida a sbottonarsi sull’inutilità dei ‘Saggi’ nominati da Napolitano.

All’indomani della telefonata della Hack a Onida, Gad Lerner ha scritto sul suo blog un pezzo durissimo e indignato in cui attaccava “il giornalismo degli insetti”, che sguazza nel suo “campionario di ‘mostri’ consenzienti”, “alla ricerca del bieco, rasentando l’osceno”. Similmente, dopo lo scherzo a Barca, Michele Serra ha vergato un corsivo su Repubblica, lamentando lo stravolgimento dell’ “argine tra notizia e diceria, tra polemica leale e colpo basso”, laddove “tutto finisce in un melmoso streaming che si autopromuove a ‘trasparenza’ anche quando attinge nel torbido”. Più di recente, Famiglia Cristiana se l’è presa con Cruciani (del quale, scrive, “facciamo fatica a citar[e] anche solo una frase, perché nella sua trasmissione il turpiloquio è elevato a sistema”) per via di alcuni interventi odiosamente razzisti di ascoltatori e ospiti della trasmissione.

C’è da aspettarsi, insomma, commenti di analogo tenore anche nei confronti di quest’ultima impresa di Cruciani e Parenzo ai danni del monsignore (o forse no, visto che di questi tempi gettare secchi di merda contro il sindaco di Roma è uno sport che garantisce soddisfazioni bipartisan).

E dunque: da domani, tutti addosso alla Zanzara! Fucina di giornalismo spazzatura, di oscenità allo stato puro, palcoscenico per i peggiori mostri, i razzisti, la famosa ‘pancia’ di un Paese affetto da colite cronica.

Ora, io seguo La Zanzara praticamente da sempre, dai tempi (bui) in cui il co-conduttore era Telese. La seguo soprattutto perché mi fa ridere moltissimo e trovo che sia un format di intrattenimento perfettamente riuscito. Ma ne sono ascoltatore appassionato anche perché sono convinto che sia una trasmissione rivoluzionaria, un unicum assoluto nel panorama italiano, un piccolo angolo di anarchia che dovremmo difendere con le unghie e non dare per scontato.
Certo: Cruciani è notoriamente un provocatore. Le sue opinioni sono a volte male o per nulla argomentate e poco documentate. Spesso io stesso le trovo agghiaccianti. Ma da una trasmissione di opinione non mi aspetto di essere sempre d’accordo con chi la conduce (che noia!): mi auguro piuttosto di ascoltare una voce libera, un punto di vista che scavalchi l’ovvio e mi sorprenda, che possibilmente vada al di là degli steccati ideologici.

La Zanzara è l’unica trasmissione nazionale e di successo dove il conduttore si permette di esprimere, quotidianamente, posizioni risolutamente anti-clericali, prendendo per il culo preti ed esorcisti, ascoltatori beghini e politici baciapile. In cui si assegna la medesima importanza alle parole del Papa e a quelle di Donato da Varese.

Alla Zanzara si è combattuta e si combatte una battaglia radicale, senza mezze misure, per i diritti degli omosessuali, per il matrimonio gay e per l’adozione. Negli anni, sono stati messi alla berlina i peggiori omofobi, se ne sono scoperti di nuovi e insospettabili tra politici, imprenditori, gente comune, e si sono sollevati casi internazionali che hanno contribuito a sensibilizzare milioni di persone (vedi il caso Barilla).

Alla Zanzara si parla quotidianamente di sesso, in maniera libera ed esplicita, in una fascia oraria non protetta. Si intervista Valentina Nappi, si parla di Viagra e Cialis, di vaginismo e piogge dorate, ma anche di legalizzazione della prostituzione, di case chiuse e di transessuali che esercitano la professione più antica del mondo e vorrebbero pagare le tasse a uno stato che glielo impedisce salvo poi perseguitarli con il fisco.

La Zanzara spaventa e scandalizza perché è una trasmissione laica in un paese clericale. Un paese in cui ciascuno, a cominciare da chi si indigna e la attacca, sembra non avere a cuore nient’altro se non la propria, piccola o grande, reale o immaginaria, spirituale o umanissima chiesa.

Il Sistema Fusaro

in cultura by

Ragionando di filosofia, uno che ne capiva abbastanza ha detto una volta che essa “è necessariamente sistema”. Ora, nell’Italia del 2015 pare che la filosofia sia tornata di moda: i festival a tema spuntano come funghi e non c’è talk televisivo che si faccia mancare la presenza fissa del filosofo in studio. Filosofi, insomma, come se piovesse. Di sistemi filosofici, tuttavia, neanche l’ombra.
Eppure, forse, non tutto è perduto! Fortuna vuole che, dallo schiamazzo del circo mediatico-filosofico, una voce si levi, forte e chiara, al di sopra delle altre. La voce di un giovane Filosofo (con la f maiuscola), un sistematico per vocazione, giacché – per sua stessa ammissione – ‘allievo indipendente’ di Hegel e di Marx. Il suo nome è Diego Fusaro.

È un Sistema, quello fusariano, che per rigore logico e ampiezza di Weltanschauung fa vacillare al confronto, come castelli di carte, le costruzioni dei suoi stessi maestri (indipendenti). Tutto si tiene, nella logica implacabile del Nostro. Di seguito, ecco un breve e inevitabilmente incompleto compendio del suo pensiero.

Il Sistema Fusaro muove da una transvalutazione di tutti i valori. In pratica, alcune cose sono buone e altre sono cattive, inerentemente. Tra le cose cattive figurano, in ordine sparso: i numeri, il calcolo, il metodo scientifico e la scienza e in particolare l’economia – ma ogni disciplina che faccia uso di strumenti matematici è guardata con sospetto, per ovvie ragioni (v. alla voce ‘numero’) – il capitalismo e il (neo-)liberismo, l’inglese, la teoria gender, due anni (ma solo questi due) del Novecento, vale a dire il 1968 e il 1989, e naturalmente l’Euro e l’Europa.

Tra le cose buone ci sono: la filosofia e la cultura umanistica, i selfie, l’abbronzatura, Giovanni Gentile e il liceo classico, il mare (“immagine mobile della libertà”), Marx, i festival filosofici, la Gabbia di Paragone, gli avverbi formati col nome di un filosofo tipo heideggerianamente.

A grandi linee, la logica del discorso fusariano procede come segue: si prende una cosa a caso (un fatto di cronaca, una persona, un’invenzione tecnologica, una teoria, una frase), meglio ancora se proveniente dal mondo della sinistra e del marxismo, e si mostra che – una volta squarciato il velo di Maya dell’illusione borghese – essa non è altro che l’ennesimo, maleodorante tentacolo della piovra capitalistica. La strategia si adatta, con lievi variazioni, ai casi più disparati, tipo Tsipras (qui), il gender (qui), o le proteste delle Femen (qui). Mirabolante, e meritevole di una citazione, è la sua applicazione al caso dell’iPhone:

L’astuzia della produzione risiede nel generare l’illusione che nell’oggetto-merce riposi la possibile salvezza e, insieme, nel fare sì che esso sia caratterizzato da una strutturale vacuità di fondo: l’oggetto-merce si dissolve rapidamente, nell’atto stesso con cui viene consumato. All’I-Phone 3, segue il 4, e poi il 5, il 6, secondo le logiche illogiche del cattivo infinito del fanatismo dell’economia.

Si noti qui come il tema del capitalismo cattivo si incroci al rifiuto della tecnica e soprattutto alla liberazione dall’oppressione del Dio-numero che tutti ci vuole asserviti alla ‘logica illogica’ neoliberista della sequenza per cui, ecco lo scandalo!, all’uno segue il due e al due il tre e così via, senza scampo. Un crescendo filosofico da capogiro.

Tornando alle cose cattive, particolarmente dannosi per Fusaro sono l’Euro e l’Inglese. Quanto al primo, il Nostro sostiene la tesi secondo la quale “[l]’euro non è una moneta: è un metodo di governo per rimuovere diritti sociali e del lavoro. E’ il trionfo del capitalismo assoluto”. A chi volesse alzare il proprio borghese ditino per sottolineare la contraddizione di una moneta che però non è una moneta, sfuggirebbe – suppongo – l’ovvietà per cui il principio di non contraddizione è esso stesso nient’altro che una delle maglie della camicia di forza neoliberista. E, si badi, Fusaro potrebbe tranquillamente darci una spiegazione tecnica del perché l’Euro è così letale per i popoli europei. Potrebbe, ma se ne astiene, poiché – rischiarato dal lume della filosofia – è cosciente che agitarsi nelle sabbie mobili del discorso economico non condurrebbe ad altro che a sprofondare ancora di più nei fanghi del capitalismo (qui il testo completo):

Cari amici e care amiche, prego tutti quanti di risparmiarmi le esortazioni allo studio dell’economia. … l’economia è il problema e non la soluzione: finché si permane nel “cretinismo economico” (Gramsci) non vi può essere salvezza, giacché si permane sul terreno della reificazione e della fascinazione per cifre, numeri e calcolo.… Lasciatemi proseguire nel cammino filosofico, re taumaturghi dell’economia! 

Quanto alla lingua inglese, quest’ultima – proprio come l’Euro – è pure essa uno strumento di dominio mondialista delle masse e di assuefazione all’ideologia consumistica. Fusaro è particolarmente intransigente contro l’uso dell’inglese nelle pubblicazioni scientifiche, paradigma della “adesione supina al nomos dell’economiada parte del “clero accademico”.
L’ignaro, lo stolto, il sempliciotto non filosoficamente avveduto, potrebbe obiettare che, tuttavia, a scrivere tutti nella stessa lingua forse ci si capisce meglio e si rende la propria ricerca accessibile a un numero molto più ampio di studiosi che potranno così avvalersene a vantaggio di quell’impresa intrinsecamente comunitaria che è la scienza. Di fronte a simili bestemmie, il Nostro non potrà che scuotere il capo in segno di rassegnazione al cospetto del cretinismo di chi, drogato di ideologia capitalistica, persegue “nella coazione alla rinuncia alla propria lingua nazionale (nel nostro caso, la lingua di Dante e di Leopardi) e nella convergente adesione irriflessa all’inglese operazionale dei mercati finanziari, non certo a quello di Shakespeare o di Wilde.”.
Pensateci: un mondo di fisici sperimentali che pubblicano articoli sui semiconduttori in terzine dantesche, di ingegneri aerospaziali che discettano di propulsione idraulica in perfetto inglese Shakespeariano. Davvero avete ancora dei dubbi sul mondo in cui preferireste vivere?

Diciamolo pure: il pensiero fusariano è una finestra verso l’abisso che è dentro e fuori di noi. Tale è la sua complessità, tante le sfaccettature, i temi, la profondità di vedute. Impossibile darne una visione comprensiva: non basta il post di un blog, non basterebbe un libro, persino un’enciclopedia. Speriamo almeno di aver reso al Nostro l’umile servigio di presentare le fondamenta del suo Sistema. D’altronde, scriveva Nietzsche: “Io non sono abbastanza ottuso per un sistema – e tanto meno per il mio sistema”. Fusaro, invece…

Go to Top