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Fuzzyface

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L’Israele metafisico.

in mondo/politica/religione by

La recente pronuncia dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite volta a riconoscere alla Palestina la qualifica di Stato Osservatore ha rinfocolato, come prevedibile, la vecchia querelle tra fautori di Israele e sostenitori dei diritti dei palestinesi. Polemica stantia, il più delle volte, perchè arroccata almeno in Italia su posizioni tanto solide da divenire irremovibili pregiudizi, sia dall’una che dall’altra parte, nonchè inutile a risolvere nel concreto la situazione.

Ma non è su questo che volevo scrivere. Piuttosto, la qualifica di “odiatore di Israele” che viene rivolta a chi evidenzia la sproporzione delle reazioni israeliane agli attacchi palestinesi, credo suggerisca una riflessione più approfondita relativamente alla tensione spirituale che anima i sostenitori a oltranza di Israele.

Facciamoci caso: Israele, nella filosofia dei predetti, assume una portata che travalica la concreta rilevanza del conflitto arabo-israeliano nella gerarchia delle cose tragiche che succedono nel mondo (miliardi di morti per fame, guerre dimenticate etc.), e anzi acquisisce una portata quasi metafisica, di scontro finale tra due forze ben distinte ed identificabili, da un lato il male assoluto (i palestinesi ottusi e violenti) e dall’altro il bene altrettanto categoricamente declinato (gli occidentali e illuminati israeliani, seme di democrazia in un continente da civilizzare).

E ciò assume una carica a mio modo di vedere ancora più parossistica laddove, come spesso accade, gli implacabili legittimatori dei bombardamenti a tappeto su Gaza sono, almeno qui in Italia, persone non di religione e cultura ebraica. Non è dunque raro vedere tolleranti e colti liberali nostrani improvvisamente infiammarsi di sacro furore, e lanciare strali al grido “antisemita! antisemita!” appena viene messo in discussione il diritto della Nazione Eletta a colpire indiscriminatamente i civili in risposta ai missili palestinesi che, in genere, di danni ne fanno pochini.

In questa reazione dei Nostri, sproporzionata e nervosa, c’è una componente non solo illiberale ma anche completamente irrazionale, potrei dire mistica, nel giudicare la portata concreta degli eventi: a fronteggiarsi non sono più due popoli, con le loro ragioni e torti reciproci, ma due forze spirituali di cui solo una, Israele, deve poter esistere e vincere, con qualunque mezzo e costi quello che costi.

Quale libro dettato da Dio, o scritto da autori ispirati, può indurre i sedicenti liberali nostrani di matrice (pare) anglosassone a sostenere posizioni in linea con gli ultranazionalisti israeliani, dai cappelli di pelliccia e dai lunghi cappottoni neri malgrado in Israele il clima sia tendenzialmente mite, questo lo ignoro. Mi permetto semplicemente di evidenziare l’esito quanto meno bislacco di tutto ciò per chi si professa, appunto, liberale e quindi scevro da fattori condizionanti che non siano la ragione e la scienza. Per non parlare poi degli aspetti esteticamente “cheap” che spesso informano l’agire dei nostri filoisraeliani a oltranza, tipo brandire la bandiera di Israele in occasione delle feste nazionali ebraiche, o cancellare immediatamente dalle amicizie di facebook quei poveretti che, reduci da un balletto al Teatro dell’Opera, sostengono che la prima ballerina, casualmente cittadina israeliana, si muove come se avesse due piedi sinistri.

Io, lo giuro, non odio nessuno, men che meno Israele. E non mi piace il balletto.

Forse ho qualche speranza di salvezza.

Ricominciare

in giornalismo by

Che le forze radicali siano ad oggi agonizzanti e senza prospettive credibili lo dimostra l’esito dell’ultimo congresso di Radicali Italiani, davvero povero nella sua mozione conclusiva e senza particolari fattori di discontinuità rispetto ad una precedente gestione che, nel complesso, non si può certo definire gravida di risultati. E questo brucia doppiamente nella misura in cui basta aprire il supplemento domenicale del Sole 24 ore di oggi per leggere, in un interessante articolo di presentazione dell’epistolario tra Mario Pannunzio e Leo Valiani, cosa potrebbe ancora dare il pensiero radicale se riuscisse ad uscire da quella struttura barocca e avvitata su se stessa che è la “galassia radicale”.

Perchè, compagni, diciamocelo pure: siamo fighi, ma siamo anche stronzi. Abbiamo un patrimonio politico e culturale di primo piano, intellettuali finissimi che hanno militato nelle nostre fila apportando contributi tra i più costruttivi nella storia del pensiero nazionale, eppure la nostra impostazione movimentista ci fa mobilitare solo per le grandi battaglie, le infibulazioni, la cannabis, i matrimoni gay, l’amnistia…tutte cose giustissime, per carità, ma che abbiamo portato avanti isolandoci da un contesto nel quale c’è la richiesta, paradossalmente inevasa, di una rappresentanza “normale”, con ceti produttivi e sociali che non riusciamo ad intercettare pur pensando le stesse cose in tema di stato laico, liberale, rispettoso degli individui.

Io credo che la sopravvivenza di noi radicali e, cosa più importante, delle idee di cui solo noi radicali siamo portatori, non possa che passare per una conversione, in primo luogo antropologica, del nostro modo di fare politica. Oltre a proseguire le giuste lotte che fanno parte della nostra storia, dobbiamo iniziare a sporcarci le mani con le questioni biecamente concrete, rapportandoci con i ceti produttivi e sociali nei termini di una disponibilità nostra a farci latori delle loro istanze in una prospettiva di governo, l’unica che consente ad una forza politica di esistere e di dare concreta applicazione ad idee e concetti che, purtroppo, i digiuni o le manifestazioni di piazza non riescono più a rendere di concreta attuazione.

Ciò naturalmente non potrà che passare tramite scelte dolorose, soprattutto in termini di leadership e di rivisitazione di una struttura associativa paradossalmente totalitaria ed antidemocratica laddove anche l’elezione delle cariche di Radicali Italiani è apparsa quanto mai pleonastica visto che le decisioni grosse, quelle di indirizzo politico, vengono prese in altre sedi e da Venerati Maestri che non sentono neanche più l’esigenza di far votare le proprie prerogative da un congresso perchè ormai le ritengono acquisite per diritto divino-naturale. E l’epifenomeno di questa realtà distorta l’ha fornita lo stesso Marco Pannella quando, in spregio all’ordine dei lavori e al diritto dei congressisti di dire la loro dal palco, ha parlato per ore, peraltro devo ancora capire a che titolo visto che lui dovrebbe essere, come me, un semplice iscritto. Una brutta scena per chi, come lo scrivente, è radicale da solo un anno e con nessuna precedente esperienza congressuale dei radicali alle spalle.

Comunque il travaglio è iniziato. La cancellazione dei radicali da qualunque ruolo elettivo darà la stura ad una messa in discussione ormai inevitabile di certi assetti alla cui riforma sarà necessario partecipare tutti con il massimo impegno. Le idee per cui combattere ci sono, basta riprendere Pannunzio, Valiani e tutti i “primi radicali” di cui parla oggi Il Sole. Perchè è bello e rasserenante, cari compagni, camminare sulle spalle dei giganti.

Sillogismo e valori non negoziabili

in mondo/politica/società by

La premessa maggiore, da Massimo Introvigne per l’agenzia di stampa Zenit: “Il 22 settembre 2012 Benedetto XVI ha ricevuto a Castel Gandolfo il comitato esecutivo dell’Internazionale democratico-cristiana, pronunciando un importante discorso sull’impegno politico dei cattolici ispirato dalla dottrina sociale della Chiesa […] il primo criterio di discernimento politico concerne «gli interessi più vitali e delicati della persona, lì dove hanno luogo le scelte fondamentali inerenti il senso della vita e la ricerca della felicità». Questa formula rimanda a quelli che il Papa ha chiamato in altre occasioni principi non negoziabili, nozione tecnica che si riferisce a tre soli valori – la vita, la famiglia e la libertà di educazione – e che non può essere stravolta da chi, in nome magari delle alleanze politiche, inventa nuovi principi non negoziabili o magari considera non negoziabile anzitutto un ministero o un assessorato. Benedetto XVI non si stanca di continuare a enunciare i tre principi non negoziabili, non già per dichiarare gli altri principi e valori irrilevanti, ma per ribadire che questi tre criteri, quando si compiono scelte politiche, devono venire prima e prevalere su tutti gli altri. «Il rispetto della vita in tutte le sue fasi, dal concepimento fino al suo esito naturale – con conseguente rifiuto dell’aborto procurato, dell’eutanasia e di ogni pratica eugenetica – è un impegno che si intreccia infatti con quello del rispetto del matrimonio, come unione indissolubile tra un uomo e una donna e come fondamento a sua volta della comunità di vita familiare […] Il primato dei tre principi non negoziabili significa che un cattolico, nello scegliere i suoi rappresentanti politici e anche le sue e loro alleanze, non potrà mettere al primo posto le ricette per risolvere i problemi del lavoro e dell’economia ma dovrà sempre considerare i tre principi come criterio discriminante. Non posso scegliere chi propone l’eutanasia o il matrimonio omosessuale, anche se sono convinto in buona fede che le sue ricette per la crisi dell’economia e del lavoro siano migliori di altre”.

La premessa minore: le recenti vicende della giunta regionale del Lazio, sulle quali non mi dilungo, e l’appoggio garantito dalla Chiesa alla Polverini durante la campagna elettorale proprio in nome di quei valori non negoziabili.

Il risultato: Papa, non hai capito un cazzo.

Il cardinale e il patriota

in mondo/politica/società by

La notizia della morte del Card. Martini mi porta a virare bruscamente da ciò che avevo in animo di scrivere in merito alla reazione del Card. Bagnasco di fronte alla bocciatura della legge 40 da parte della Corte di Strasburgo.

Io Martini non lo conoscevo, nè di persona nè attraverso i molti libri che ha scritto. Le notizie su di lui le apprendevo dai giornali, la qual cosa è pessima se si vuole comprendere le posizioni intellettuali di uno studioso della sua caratura. Nell’agire politico all’interno della Chiesa il porporato già mi appariva più chiaro, essendo evidente il suo ruolo di “papa nero” e punto di riferimento dei cosiddetti cattolici progressisti. Per questo motivo, prima di aver raggiunto l’attuale minimo livello di pacificazione personale con la modernità, l’ho combattuto duramente e di questo me ne dispiaccio, dovendolo dunque annoverare tra le persone di cui in gioventù ho criticato l’agire politico ma che oggi considero elevate e lungimiranti. La lista è lunga, e Bettino Craxi è tra i primi.

Comunque, e al di là di ciò, con Martini muore senz’altro il simbolo di un certo modo di essere Chiesa il cui crisma caratterizzante non credo sia stato il “dialogo” come titolano oggi i giornali, quanto il sincero desiderio di trovare una composizione possibile con la modernità. Una composizione spesso dolorosa perchè foriera di cedimenti sul piano della morale tradizionale e del magistero, ma percepita al contempo come necessaria per un’istituzione desiderosa di rilanciare sè stessa nella mischia del vivere civile. In ciò la logica includente, comprensiva per necessità, era il tratto di una Chiesa quale quella auspicata da Martini che accettava di combattere alla pari con i cattivi profeti senza fare uso di anatemi, di dogmi, di perenni tradizioni obblogatoriamente insuperabili. Ripeto: una necessità dolorosissima, anche per i cattolici sostenitori dell’opportuno progresso umano, perchè inevitabilmente foriera di alte perdite, sia nel numero dei fedeli sia nelle porzioni di dottrina da sacrificare inevitabilmente pur di tenere aperto questo canale di comunicazione con il mondo.

Le vicende, come si può vedere, sono andate diversamente e la Chiesa ha preferito prendere ad oggi un’altra strada. L’emorragia di fedeli, i seminari vuoti, la società che ha preso a laicizzarsi troppo velocemente per essere metabolizzata con i lenti ritmi di una struttura bimillenaria ha prodotto un irrigidimento dottrinario tanto forte perchè frutto di una istintiva paura di un futuro percepito nei termini di un totale abbandono del messaggio di Cristo da parte dell’Occidente. Non è la prima volta che nella storia la Chiesa si sente sotto attacco e reagisce alzando muri, partendo dal Concilio di Trento fino ai Pontificati di Pio IX e di Pio X. In entrambe le circostanze, ma soprattutto con i due “Pii”, i successori non hanno potuto che constatare la resa assolutamente fallimentare del progetto, visto la sproporzione dei mezzi e delle truppe nella battaglia tra Tradizione e Modernità, ambedue con la maiuscola.

A voler valutare umanamente la cosa, e non sarebbe peraltro molto corretto almeno per me visto il valore chiaramente metapolitico della lotta, la Chiesa quale depositaria dei suoi 2000 anni di insegnamente sembra avere già perso, e il “non praevalebunt” pare uno scherzo di chi lo ha pronunciato, peraltro di pessimo gusto visto il numero delle vite in gioco.

E tuttavia, rientrando nell’argomento della legge 40, pur non avendo il carisma della profezia, mi sento di dire che il modo di essere Chiesa tra spesse mura difensive, incarnato oggi dal Card. Bagnasco, non può durare. E’ lui stesso a dircelo facendo puerile uso di un’argomentazione che forse sarebbe stata bene sulla bocca di un militante sedicenne di una sezione dell’MSI di Almirante: “Hanno scavalcato la magistratura italiana”. Oh, quale scandalo! Oh, ignominia! Un tribunale internazionale ha scavalcato le patrie magistrature! Il Nostro naturalmente non vuole ricordare che le sentenze di questo tribunale ci riguardano perchè un parlamento eletto dai cittadini ne ha accettato la giurisdizione, peraltro con molte cautele visto che la legge resta ancora in piedi dovendo il legislatore nazionale intervenire per modificarla nei sensi auspicati dalla sentenza. E’ inutile dire che se il contenuto del pronunciamento fosse stato in una prospettiva di conservazione della legge, non avremmo contato i peana, i te deum di ringraziamento per una magistratura europea ovviamente saggia e piena di umanità, consapevole del valore della vita umana in tutte le sue fasi dal concepimento alla nascita. Al riguardo non ricordo a memoria le parole che il Nostro pronunciò per commentare la sentenza della Corte di Giustizia Europea che negava la qualifica di diritto umano per il diritto d’aborto negato in Irlanda, ma più o meno il tenore era questo.

E’ chiaro che se questi sono i poderosi argomenti persuasivi usati dalla gerarchia per mantenere il primato morale e politico della Chiesa, si andrà avanti un po’ giusto in Italia dove il ceto politico è quel che è. In altre parti già è posta la dolorosa alternativa che Martini, con lungimiranza, tentava di porre qui da noi: o la Chiesa fa pace con la modernità e rinuncia ad un certo modo di essere impositivo, gestendo con intelligenza e umanità il nuovo ruolo che la modernità vincente ha disegnato per lei, o sarò fatta entrare in questo nuovo ruolo a calci nel culo con numero infinito di dolori, delusioni e sofferenze per tutti.

Per cui, amici libertari, quando sentite le parole di Bagnasco non dovete innervosirvi, ma anzi ridere, ridere di gioia. La sconfitta del Nostro alberga nella stessa difesa, ridotta ad un flebile belato. Che lo vogliano i no, i vari Bagnasco dovranno rendere omaggio alle ceneri di Carlo Maria Martini poichè è la Chiesa così come auspicata da quest’ultimo la Chiesa del futuro.

Di mio, al momento vorrei non dover più vedere un Cardinale che pretende di imporre a tutti il modo di iniziare e finire una vita. Se proprio vuole lo faccia con me: non sta forse scritto che il fratello deve correggere l’altro fratello? Lasci fuori da quest’opera di correzione, di grazia, chi non vuol far parte della famiglia.

Pussy Riots

in mondo/politica/società by

Sarà che è estate e la gente ha più tempo per protestare, ma vedere Madonna che si straccia le già scarse vesti, Amnesty che pare non pensi più ad altro, la diplomazia di mezzo mondo inorridita e scandalizzata in deliziosa sintonia con le immani mobilitazioni di popolo di questi giorni, il tutto in difesa delle tre ragazze recentemente condannate dalla giustizia russa, fa senz’altro riflettere.

Vediamo se ho capito bene: le tre giovani, esponenti del collettivo “Pussy Riots”, si sono messe a cantare in una chiesa con ritornelli tipo questo: “Shit, shit, the Lord’s shit”. Sempre secondo Wikipedia, da cui prendo le notizie dell’accaduto perchè ho seguito poco la vicenda, nel mentre della canora esibizione le fanciulle hanno preso a male parole il patriarca di Mosca accusandolo di appoggiare Putin alle elezioni.

Bene. Come sarebbe avvenuto in qualuque Paese occidentale, le ragazze sono state allontanate dalla chiesa e, successivamente, processate. La legislazione russa, da Paese asiatico qual’è, non va per il sottile e la condanna per “teppismo motivato da odio religioso” è pesante: 2 anni.

Ora, scusate, ma io non capisco cosa c’è di scandaloso in quella condanna. L’intensità della medesima è certo sovradimensionata rispetto alla gravità del fatto, ma cosa dovevano fare le autorità russe, un applauso forse, a queste ragazze che salgono su un altare bestemmiando e facendo LORO quello che sugli altari non va mai fatto, cioè politica?!?

Mi si dice: “E’ un gesto dall’alto significato morale contro un capo di Stato autoritario ed illiberale”.

Ma ne siamo davvero sicuri? No, perchè Putin sarà senz’altro un capo di Stato autoritario, ma fino a prova contraria è stato votato con libere elezioni. Sospetti di brogli? Può darsi, ma ciò non toglie che il Nostro goda di un solido consenso che, poichè fondato sulla volontà popolare, è democratico che ci piaccia o no. Come lo era quello di Berlusconi, che ci piaccia o no.

Scendendo poi nel merito dell’azione politica, ricordo in primo luogo a me stesso cose era diventata la Russia quando Yeltsin lasciò il timone all’allora giovane ex ufficiale del KGB: una totale anarchia fatta di oligarchi armati che con pochi rubli avevano rilevato fortune da favola svaligiando il patrimonio di imprese e fabbriche dell’URSS cresciuto nei decenni con il sudore dei lavoratori russi. Putin non è stato leggero, senz’altro, ma bisogna riconoscere che ha riaffermato un minino di autorità statale sul territorio, ha riacquistato aziende strategiche, ha reso nuovamente la Russia protagonista della scena politica internazionale e, soprattutto, ha reso nuovamente il Paese in grado di sfamare i suoi abitanti dopo l’ecatombe delle liberalizzazioni che tanto erano piaciute a noi occidentali “democratici”.

Mi dispiace ma, ferma restando l’eccessiva durezza della pena, non riesco a vedere nel gesto di quelle ragazze niente più che un atto di cattivo gusto, assolutamente privo di quella dignità politica che mezzo mondo gli ha attribuito. Sarebbe bastato dire le stesse cose senza bestemmiare, non da un altare ma da un palco di un comizio, magari argomentandole come si usa tra liberali. Un eventuale arresto, in quel caso, avrebbe senz’altro meritato lo sdegno di tutte le coscienze libere, la mia per prima.

Ma forse una cose del genere le Pussy Riots non lo sanno fare, e in finale neanche gli interessa. Il risultato è conseguito, lo sdegno è ottenuto, la pubblicità è sicura.

Mi piace pensare, però, che a Malatesta e agli altri miei amici libertari una protesta così non sarebbe piaciuta. Soprattutto in politica, la forma deve essere sostanza, sempre.

E’ guerra.

in internet/mondo/politica by

Una breve comunicazione, sarò rapido: il signor Diritto Internazionale sta morendo, e ve lo volevo notificare. Si dice che sia una questione di giorni ormai, e tutto sarà finito.

Sapevo che da anni non si sentiva bene, e che anzi in questi ultimi due lustri le sue condizioni erano diventate assai gravi, ma vederlo così fa veramente impressione.

La causa del futuro decesso? Israele, sembra. Vi invito a leggere dal sito Corriere.it quanto riferisce un blogger israeliano sui preparativi del prossimo attacco contro l’Iran che la premiata “unica democrazia del medio oriente” sta mettendo in piedi.

Usare la parola attacco in questi casi è riduttivo, poichè quando si neutralizza il sistema comunicativo di una Nazione, si lanciano dai sottomarini decine di missili balistici con testate non convenzionali e si completa l’opera con siluri da crociera lanciati da “veivoli dotati di una tecnologia sconosciuta al grande pubblico e anche al nostro alleato americano”, ebbene tutto ciò è guerra.

La qual cosa, beninteso, mi starebbe pure bene. Basta che si tratti di una guerra seria, di quelle vere, pienamente riconosciute dal diritto e quindi disciplinate nei loro momenti fondamentali: dichiarazione di guerra consegnata alla rappresentanza diplomatica del Paese avverso, motivazione delle operazioni militari per esigenze di legittima difesa, garanzie per i prigionieri e tante altre belle cose che più di un secolo di convenzioni internazionali sembravano non dico aver garantito, ma quanto meno aver reso meno facilmente violabili perchè sì, si sa che le zozzerie in guerra si fanno e si sono sempre fatte, ma almeno si cerchi di nasconderle, di salvare la faccia.

Invece no. Israele, il cui possesso di testate atomiche al di fuori delle apposite convenzioni internazionali è pacificamente accertato, con totale sprezzo di qualunque normativa organizza quanto di cui sopra in olimpica serenità, tutt’al più con qualche segno di fastidio da parte quell’alleato tanto asservito da essere ritenuto indegno di condividere i segreti degli aerei invisibili. Il tutto, beninteso, senza che le apposite commissioni degli organismi internazionali siano mai riuscite a trovare prove inequivocabili del tentativo iraniano di fabbricare la bomba atomica. E parlo di prove, non chiacchiere, cioè di quei riscontri oggettivi che in un processo conducono un imputato alla condanna, e alla relativa punizione.

Che dire? Nulla. Già prevedo le accuse di antisemitismo piovere da ogni dove a tutela della Vittima Eterna in perenne pericolo di sopravvivenza, quindi taccio e mi limito a stirare il vestito grigio per il prossimo funerale del signor Diritto Internazionale. Che vi debbo dire, a me era simpatico. Anche perchè era uno dei pochi arbitri ancora in grado di imporre agli Stati un minimo di correttezza nei litigi.

Ma pazienza.

Una cosa, però, mi sento di dirla: anche se l’Iran vi è antipatico, una preghierina per l’anima del signor Diritto Internazionale non negategliela. Dopo tutto, era tanto una brava persona…

Gli inglesi e Maria

in economia/giornalismo/mondo/politica/società by

Ho sempre visto negli inglesi un popolo molto intelligente. Non animato da evangelica bontà, senz’altro, ma comunque molto intelligente. E ciò per tre motivi.

In primis, perchè è nelle terre di Albione che si producono il whisky Lagavulin, l’Harris Tweed, e le miscele di tabacco da pipa ad alto contenuto di Latakia. Forse il lettore non condividerà, ma posso assicurare che senza questi tre prodotti la vita mi apparirebbe un po’ più triste.

In secondo luogo perchè gli inglesi hanno saputo costruire un impero alla maniera romana e cioè, tolti gli inevitabili atti di crudeltà propri di ogni conquista, preservando i locali ceti dirigenti rispettandone, in linea di massima, usi e costumi.

Infine, perchè hanno saputo sviluppare l’arte dell’uscita elegante dalle situazioni politicamente difficili.

Soprattutto quest’ultima li ha resi a mio avviso davvero un grande popolo. A differenza infatti dei cugini tedeschi, impolitici per definizione, e dei figliastri americani, troppo esuberanti, gli inglesi hanno smontato il loro impero un attimo prima dell’inevitabile crollo riuscendo, con pochi spargimenti di sangue e molti vantaggi, a mantenere le ex colonie legate culturalmente ed economicamente alla madrepatria. Un capolavoro di diplomazia, capacità di ponderazione, ed eleganza davvero straordinario che solo nella gestione della crisi irlandese non ha funzionato: troppo vicina, l’Irlanda, e troppo odiati i suoi abitanti ostinatamente cattolici.

Spiace dunque vedere l’Occidente, inteso come Stati Uniti ed Europa, dimenarsi forsennatamente nell’incapacità di trovare una “exit strategy” per passare con dignità il testimone di cultura dominante, stante l’evidente crisi strutturale che ne scuote le fondamenta.

Invece di progettare una politica lungimirante che consenta di mantenere un qualche rilievo in un contesto globale dove non si sa ancora chi sarà il nuovo padrone (Cina? Paesi islamici? Russia?) l’élite americana si ostina ad esportare le proprie contraddizioni all’estero, in Siria, in Iraq o magari in Iran, quasi nello psicotico convincimento che fare i muscoli li renderà, ancora per un po’, i padroni, quelli la cui moneta è ovunque accettata, quelli il cui stile di vita è “lo stile di vita”, quelli fichi da cui c’è da imparare.

La Germania, poi, non ne parliamo: duri come sassi, incapaci di comprendere l’opportunità delle cose e i tempi della loro realizzazione, unitamente alla necessaria flessibilità suggerita da una comunanza di destini inevitabile, che loro lo vogliano o no.

Stendo un velo pietoso sull’Italia e sulla categoria del “permanente 8 settembre” quale paradigma costante dell’agire politico italiota.

In generale, e spero di sbagliarmi, non mi pare ci sia ENA francese o SSPA italiana in grado di formare coscienze lungimiranti. E anche il sistema oxoniense langue…

Che fare dunque? Senz’altro lottare per le nostre libertà individuali, rivendicando la spazio vitale di ogni singolo nel disporre di sè stesso come ritiene opportuno fare. Lotta sempre giusta, questa, in qualunque contesto.

E tuttavia, non dimentichiamo l’opportunità di selezionare un ceto dirigente con le palle. Che sì, l’anarchia è bella e sdraiati sul prato con una margherita in bocca si sta bene, ma come occidentali siamo gli eredi di una posizione dalla quale abbiamo il dovere di smarcarci con abilità.

Altrimenti, oltre ad una fine implosiva e violenta, rischiamo anche il grottesco di quei bontemponi del Centro Culturale Lepanto che organizzano per il mese di agosto una catena di rosari contro la legalizzazione della coltivazione domestica di cannabis per uso personale.

E anche questo la dice davvero lunga sui tempi in cui viviamo, laddove gli statisti certamente brancolano nel buio, ma dove anche non pochi uomini di Chiesa hanno difficoltà a leggere la realtà, a ripensare la propria missione e a focalizzare gli aspetti importanti del viver sociale da provare a governare.

Speriamo bene.

Il circo

in mondo/politica/società by

Giuro che è l”ultimo pezzo che faccio sul tema, almeno per un po”. Non mi piace scrivere su un solo argomento, eppoi sembra che uno sia mosso da manie persecutorie. E tuttavia, ne converrete, i preti ce la mettono davvero tutta a fare stronzate.

Apprendo da La Repubblica, citata a sua volta da Dagospia, la notizia delle tensioni tra Santa Sede e Bulgaria per la nomina dell”ambasciatore di quest”ultima presso il soglio di Pietro. Il candidato, tale Kiril Marichkov, non sarebbe piaciuto in Vaticano a causa del romanzo “Clandestination”, da lui scritto, nel quale ad un certo punto si parla di un rapporto mercenario omosessuale tra un immigrato bulgaro ed un uomo incontrato occasionalmente a Valle Giulia.

Chiaramente la reazione della Santa Sede è la conseguenza di un fenomeno di proiezione, non ci vuole Freud per capirlo, ma su questo voglio tacere per carità di Patria, anzi di Chiesa.

E tuttavia, non riesco a non essere contento per il giovane Kiril. Sì perchè il Nostro non è una di quelle salme che normalmente mandiamo noi italiani per ricoprire tale prestigioso incarico, ma è al contrario un aitante trentanovenne, un bell”uomo a giudicare dalle foto sulla rete, che oltre a scrivere romanzi e a studiare geopolitica fa l”avvocato, parla cinque lingue, è sposato con un”italiana e ha due figli piccoli. Ed è pure nipote di un celebre cantante rock bulgaro, che non a caso si chiama proprio come lui.

Troppo! Troppe colpe davvero per un ambiente, quale quello della diplomazia pontificia, dove l”entusiasmo e i colori della vita sembrano non essere mai entrati, dove la delazione e la calunnia sono pane quotidiano, e dove i monsignori anziani consigliano ai giovani sacerdoti appena assunti di andare al cesso sempre mantenendo un”aria indaffarata e una cartellina sotto braccio così da non alimentare le voci, conseguenza della generale e dilagante invidia, che si stia perdendo tempo andando a spasso (true story!)

Forse Kiril Marichkov non lo sa, ma gli è andata bene. Può ancora continuare ad essere un uomo.

Imbecilli

in politica/società by

Ho appena finito di leggere il recente documento del Dipartimento per le Politiche Antidroga presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri che tratta degli effetti nefasti che la fruizione di cannabis e suoi derivati determinerebbe sul fisico del consumatore. Lo trovi qui, in formato PDF.

Non sono un medico, ma a lume di naso non mi pare che gli effetti dell’abuso di cannabis, elencati nel paragrafo 2, si discostino di molto dalle conseguenze dell’abuso di un qualunque prodotto alcolico di libera vendita, eccetto per il punto h dell’elenco che parla dell’insorgere del cancro ai polmoni quando la cannabis viene fumata.

Quanto al capitolo 3 dedicato all’uso medico dei farmaci a base di THC, anche qui mi sembra di ravvisare null’altro se non la disciplina da osservarsi per l’assunzione di un qualunque farmaco di libera disponibilità.

Il capitolo 4, poi, che parla della coltivazione domestica per finalità terapeurica, non fa altro che ribadire l’opportunità di un consumo sensato, senza abusi, come di una qualunque altra sostanza presente in natura.

Il capitolo 5, contenente “raccomandazioni”, è tanto scontato quanto surreale e non vi anticipo nulla. Merita la lettura.

Due brevi osservazioni.

La prima è che la coerenza dell’ordinamento è andata a farsi fottere da tempo, visto che gli alcolici e tanti farmaci sono di libera vendita malgrado l’altissima pericolosità di un loro uso sconsiderato, mentre la cannabis no.

La seconda è che se gli autori di questo testo e i politici che lo hanno commissionato non si sono vergognati a pubblicarlo, vuol dire che ci credono un popolo di imbecilli.

Un vero peccato.

Il cattolicesimo democratico non esiste

in economia/politica/società by

Quell”acuto intellettuale cattolico che è Roberto de Mattei si è reso ancora una volta autore di una messa a punto in tema di libertà religiosa, sul suo sito “Corrispondenza Romana”, quanto mai completa malgrado la natura sintetica dello scritto, e della quale raccomando una utile presa visione. Ciò che vi leggerete non è il delirio di un nostalgico fascista o le idee di un irriducibile legittimista, ma è la vera dottrina cattolica in materia di libertà religiosa, quella che ancora si insegna nelle università pontificie serie e che, passata l”ubriacatura vaticanosecondista, sta timidamente riemergendo anche negli scritti destinati al popolo. E ciò ve lo dico con drammatica cognizione di causa, non solo perchè coi preti io ci lavoro, ma anche perchè teologia l”ho dovuta ahimè studiare. E l”articolo del Nostro costituisce senz”altro un pregevole distillato degli insegnamenti cattolici sul punto espressi nei modi e con i termini della logica tomista, ovvero di quella straordinaria cattedrale del pensiero teologico occidentale che ha costituito l”ossatura dell”agire cattolico dal Medioevo fino ai giorni nostri.

In forza di ciò, dunque, mi pregio sottoporre alla vostra attenzione alcune idee che ho nella testa:

1) Il cattolicesimo democratico non esiste. Toglietevelo dalla mente, è una pia illusione. E se esiste, o è rappresentato da squallidi resituati del Vaticano II ormai fuori tempo massimo tipo Rosy Bindi, oppure è tollerato dalle gerarchie ecclesiastiche per sole ragioni di opportunità, “in vista di un bene più grande da ottenersi o di un male maggiore da evitarsi”. Da ciò ne discende che, laddove possibile, la Chiesa non si farà scrupolo di pretendere la restituzione dello spazio sociale e politico che ritiene essere di sua naturale spettanza.

2) Il cattolicesimo politico va combattuto senza sosta. Quello politico, ribadisco. E lo dico io, che cattolico lo sono, perchè conosco i soggetti. Dobbiamo assolutamente rompere quella cinghia di trasmissione, rappresentata dai cattolici in politica, che lega il mondo delle istituzioni repubblicane alla gerarchia ecclesiale.

Queste conclusioni mi sono apparse nella loro lampante ed inevitabile crudezza qualche giorno addietro, leggendo della stentenza emessa in data 12 luglio dalla Corte di Giustizia dell”Unione Europea con la quale è stato confermato il divieto di commercializzazione per le sementi delle varietà tradizionali che non risultino iscritte nel catalogo ufficiale europeo. Nella pratica la sentenza vieterà la circolazione delle sementi antiche che per millenni ci hanno nutrito, obbligando di fatto al consumo delle pochissime varietà proposte oggi dalle grandi multinazionali del settore agroalimentare. Inutile dire che così facendo la Corte di Giustizia ha violato uno dei più sacrosanti diritti umani, cioè quello di mangiare quel cazzo che ci pare. E lo dico con rabbia perchè il nostro corpo è fatto delle cose di cui noi ci nutriamo, siano esse le idee con cui veniamo a contatto e che facciamo nostre, o i cibi che ingeriamo per rigenerare e nutrire il nostro fisico. E la rabbia diventa doppia se penso che una spesa fatta con consapevolezza, consumando alcuni prodotti piuttosto che altri, è uno dei pochi modi che abbiamo per costruire un mondo più umano e giusto visto che certi poteri la politica non riesce più a governarli e tocca a noi, scegliendo cosa mettere nella sporta, dire di no a certe realtà agghiaccianti. Per non parlare poi della straordinaria bellezza della biodiversità, con i suoi colori, odori, sapori. Un Eden che, malgrado il peccato originale, non ci è tuttavia stato tolto e che ha riempito di bellezza la vita di tutte le generazioni passate.

Che centra questo con la Chiesa Cattolica? C”entra eccome! Perchè se noi non fossimo costretti a schiantarci di lavoro politico per strappare con le unghie e coi denti il diritto a sposare o ad accompagnarci con chi si vuole, a fare di noi stessi ammalati quello che più ci pare, a farci una benedetta canna quando aggrada, e numerosi altri diritti tanto razionalmente scontati quanto quotidianamente violati, noi forse avremmo anche le energie per protestare contro un lontano ed oscuro tribunale che ha deciso, lui per noi, cosa metterci nel piatto.

Pensate, dunque, a quanta è la capacità gessificante del cattolicesimo politico in Italia, oltre alle energie spese da parte nostra per cercare di ottenere l”ovvio.

E pensate a quanto grave è il corto circuito democratico che tutto ciò determina, alla quantità di idee insane che fa nascere nella mente di chi esercita il diritto di voto nel sempre più radicato convincimento che tanto non conviene votare o peggio fare politica perchè non cambierà mai nulla e quindi “sti cazzi, meglio stare al mare e leggere “Chi”!

E pensate alla conseguente autoreferenzialità di un ceto politico che finisce per essere chiamato a rispondere delle proprie azioni solo a quei poteri che dovrebbe governare e limitare. Chiesa compresa.

Una catastrofe, immane. Un”ecatombe di mancata serenità, di arretratezza culturale sempre più incolmabile, che si legge chiaramente sui volti della gente per strada. Non è solo la crisi economica a pesare, l”Italia non è mai stata ricca se non dal dopoguerra in poi eppure si è sempre qualificata come una Nazione allegra e cordiale. E” la mancanza di speranza, il senso di impotenza, che solca le rughe di un popolo ormai insanamente triste.

Ma tanto ai cattolici in politica che gli frega: l”importante è che i froci non si sposino, che l”eutanasia non ci sia, e che la “cultura della droga” non abbia cittadinanza.

E per i morti di cancro a causa della merda che mangiamo, ci sarà sempre il paradiso aperto.

Amen.

 

Corpi liberi

in politica/società by

Voglio iniziare a scrivere su questa piattaforma parlando di una cosa bella anche se un po’ macabra, perchè certe volte è nelle pieghe della umana e politica disperazione che si annidano notizie interessanti ed inattese, che fanno pensare che sì, siamo un Paese indecente, ma capita che ci riesca pure a noi di fare qualcosa di buono.
La legge n. 130 del 2001 ha ammesso la dispersioni delle ceneri dei defunti, modificando sul punto la normativa del codice penale che sanzionava questa condotta con la reclusione da due a sette anni. In pratica ognuno di noi è libero di fare del suo corpo cremato quello che vuole, facendolo disperdere nei mari, nei fiumi, su terreni privati e non, ed evitando così l’obbligatoria conservazione nei cimiteri.
Sembra una baggianata, questa, ma la mutazione culturale di cui è frutto, e allo stesso tempo causa, è incredibile: è la fine di secoli di prescrizioni che, in nome della obbligatoria sacralizzazione del corpo, avevano interdetto la pratica pagana della riduzione in cenere, obbligando la tumulazione dei corpi a monito della futura resurrezione degli stessi alla fine dei tempi.
Oggi, al contrario, intelligenti esigenze igeniche unite alla non necessaria ideologizzazione del tema hanno determinato l’introduzione di una norma giusta, pia nel senso più elevato del termine, rispettosa del diritto di ognuno di fare ciò che vuole di sè stesso.
Riuscire a far capire che anche da vivi si deve poter disporre liberamente di sè purchè non si arrechi danno agli altri costituisce, a mio avviso, la grande sfida a cui è chiamata oggi la politica in Italia.
Che il destino ci trovi sempre pronti e degni.

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