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Il Paese dei bocciati

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L’Italia è il Paese dei bocciati. Cosa accade ai politici che falliscono nelle prove di amministrazione o al vaglio del consenso? Vengono promossi. E’ il caso ad esempio di Paolo Gentiloni, appena nominato nuovo ministro degli Esteri. Gentiloni, sia detto, è persona moderata e presentabile e probabilmente farà anche bene il suo lavoro (almeno ce lo auguriamo), eppure nel suo curriculum pesa la sonora bocciatura che gli è stata infilitta dai cittadini romani in occasione delle ultime primarie per la corsa al Campidoglio. Vinse Marino, che poi si è rilevato inadeguato al ruolo, secondo si classificò Sassoli, e solo terzo con appena il 15% dei consensi Gentiloni. C’entra poco, si dirà, e in qualche modo è vero. Altrimenti non ci si potrebbe mai spiegare Emma Bonino in quello stesso dicastero, che di voti ne ha pure meno di Gentiloni. Ma resta comunque antipatico notare che a una delle più alte cariche dello Stato assurga un signore, ancorché rispettabile, ma che non è riuscito nemmeno a ottenere la nomination del suo partito per candidarsi a sindaco di Roma.

Lo tratti bene ma si vede che ce l’hai con Gentiloni, mi si potrebbe opporre. Assolutamente no. Del resto questo è uno dei casi più delicati che si pongano ad esempio del fenomeno. Ben più stucchevole fu la circostanza in cui il governatore del Lazio Storace fu bocciato dagli elettori (in favore di Marrazzo), in particolare per i guasti della sanità regionale, e subito dopo venne promosso ministro della Salute. Tutto legittimo e regolare, ma l’uomo della strada, o l’ancor più preso in giro “buon padre di famiglia” si può un po’ arrabbiare quando succedono queste cose? Forse un po’ sì.

Poco dopo è accaduto – sempre partendo dalla Regione Lazio – anche con Renata Polverini: prima costretta alle dimissioni da una vicenda che ha segnato un pagina davvero imbarazzante nella storia delle amministrazioni locali e poi subito dopo messa al sicuro in Parlamento. Lista bloccata, seggio sicuro, senza passare dal via.
Si legittima, se pure a rischio di venir a noia, qualche ulteriore dubbio sulla portata del vento di rottamazione, in chiave di metodo. E non perché (magari non solo) Renzi rottami solo ove gli convenga, ma in ragione del fatto che l’arte del riciclo sembra sia un tratto distintivo di questo Paese. Certo, non quando si parla di spazzatura: solo quella, in Italia, non si riesce a riciclare.

Quaquaraquà

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L’acqua nelle pozzanghere della minoranza Pd è davvero poca e il principio di Archimede rende difficile la vità a chi ci si trova. E’ giusto, sarebbe strano altrimenti. Piove nel campo del vicino, c’è poco da fare, e mentre lì tutto germoglia intorno a floridi laghetti, dall’altra parte le zolle si induriscono e spaccano. Quasi si scindono. Le anatre però, bisogna dire, non sono tutte uguali. Ci sono quelle che restano ad arrancare nella pozzanghera perché  forse c’è ancora qualcosa da ravanare e altre che sanno invece come migrare e che poi dànno di “quaquaraquà” a chi è restato.  Come se, per il sol fatto che hanno saputo volare, il loro guano puzzasse di meno. Come se non fosse che è lì, dove ora è la pozzanghera, che hanno imparato a sgambettare. E così, proprio allo stesso modo, avviene per chi pensa che la vita di chi resiste nella minoranza Pd non avrebbe più senso e più espressione di quella delle anatre, che fanno quaquaraquà.

Di citazione in citazione, ma sempre restando in Sicilia, si potrebbe arrivare al povero D’Alema, la cui immagine trasmessa dall’intervista resa all’Sole 24 Ore davvero non è allegra: “sicché, quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba, per pensare all’anima, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: — Roba mia, vientene con me!”.
Ma la sua roba – prevedibilmente e forse quasi anche giustamente – non andrà con lui, e così le sue anatre. E’ gia accaduto, sta accadendo, e continuerà ad accadere. È roba, e la roba è stronza e fa così. E poi tutti vogliono dire agli altri di essere dei quaquaraquà, anche chi lo è stato fino a un attimo prima. «Stupide anatre che guazzate nel fango!», così pensa il cane che abbaia a comando.

 

Mescolando birra chiara e meetup

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Il problema della successione nel potere affligge le genti da prima che i troll affollassero l’internet. Non impazzava l’hashtag #marcoaureliostaisereno ma il fenomeno destava preoccupazione già in Roma antica, laddove furono così tanti gli usurpatori dell’impero al punto di giustificare oggi un’intera pagina di Wikipedia (che vi trovate da soli).

Facendo tesoro del passato i legiferatori moderni, e tra questi anche il tanto vituperato costituente repubblicano, hanno provato ad allestire meccanismi per evitare che il potere si potesse trasmettere attraverso ineducate usurpazioni e ancor meno mediante simpatiche successioni familistiche e cooptazioni. E quindi ecco la gestione del consenso, i meccanismi democratici, le leggi lelettorali e altra roba noiosissima da leggere e che in Italia si  risolve sostanzialmente con la cosiddetta cerimonia della campanella.

Ma nonostante tutta questa bella roba, ancora oggi definire se un governante sia un usurpatore o meno non appare così facile, proprio come in Roma antica. Molti infatti, ad esempio, continuano a dire che Renzi è diventato presidente del Consiglio pur non essendo stato votato da nessuno, il che ne farebbe – se ne deve dedurre – un usurpatore. Per quanto si voglia tenere in conto che tali argomenti vengan fuori mescolando birra chiara e meetup, il fenomeno – a dir poco dilagante – inizia a destare la preoccupazione mia e di almeno un altro autore di Libernazione particolarmente sensibile al tema.

Si potrebbe opporre: ma invece di far polemica e fingere preoccupazione, perché non spiegate in modo chiaro come si trasmette il potere nel nostro Paese? Ed è qui che vado in crisi, perché non mi capacito del fatto che qualcuno non sappia come funziona una campanella.

La morale della mafia spiegata alla gggente

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Affermando che la mafia un tempo aveva la sua morale, Grillo dice una delle solite sciocchezze? La risposta non è banale come sembrerebbe, anche se non c’è bisogno di scomodare complessi relativismi per spiegare che ogni morale è tale per sé stessa. La mafia di un tempo, quella cui allude Grillo, “ancora non corrotta dal denaro e dalla finanza”, era morale per chi e in cosa? Lo dovrà spiegare Grillo a chi avrà voglia di parlarci, ammesso che ci riesca.
Una cosa però è certa, le organizzazioni criminali di quello stampo sono molto cambiate. Nel senso in cui dice Grillo, per cui sono diventate delle multinazionali con straordinario potere economico, infestando le istituzioni degli stati nazionali a livelli sempre più alti, ma anche in altro. Ad esempio le mafie, per dire delle camorre, della ‘ndrangheta o di qualsiasi altra organizzazione assimilabile, si sono molto involgarite, semplificate e abbrutite. Non perché mutando pelle abbiano cambiato anima, ma perché evolvendo – nei termini in cui suggerisce il leader del M5S – hanno anche completamente mutato costumi. E i costumi hanno sempre qualcosa a che vedere con la moralità percepita.

Le mafie hanno abbandonato i loro riti iniziatici e mistificato le loro gerarchie regredendo a dinamiche ancestrali. Anche la loro rappresentazione letteraria e cinematografica negli anni è mutata in modo radicale, tanto che fin dalla retorica più affettata sono scomparsi i termini della famiglia, della fede e dell’onore. Tutti feticci insulsi, adoperati per vestire di una qualche forma di “morale” la cupidigia e la sete di potere, sangue e denaro, certo. Ma oggi di quella veste non vi è più alcuna traccia. E se la mafia non si presenta in abito di sartoria, allora appare in un ghigno feroce che riconosce neanche la tribù come contesto naturale, ma soltanto il branco.

Oggi non sarebbe possibile rappresentare con effetto verosimile e credibile la storia di una ipotetica famiglia Corleone negli stessi tratti che adoperò Mario Puzo. Cerimonie, salamelecchi e penombre non disegnano più la scenografia di un padrino regnante. Oggi lo troviamo raffigurato – e lo troviamo credibile – tra i fusti di scorie radioattive e le discariche abusive. Non in un night sfavillante ma in una tetra sala da videopoker.
Ha forse qualcosa in comune Michael Corleone con l’erede Savastano di Gomorra? E Ciro Di Marzio, nonostante sia stato rappresentato con pure troppa compiacenza, ha qualcosa dell’abnegazione di quell’Alfredo Canale che riceve in carcere il bacio della morte dal Professore della Nuova Camorra Organizzata?

Si potrebbe dire che i toni pubblici della delinquenza “strutturata” si siano abbassati in ragione di un corposo arretramento inflittogli dalla lotta che con più determinazione gli muove lo Stato. E può essere anche vero, ma quel che più conta è che le mafie oggi non ostentano e non fanno mostra di alcuna ipotetica moralità, sia pur logicamente ipocrita e autoreferenziale. E da questo punto di vista – a proposito delle rappresentazioni artistiche – andrebbero rilevate pure le polemiche che speciosamente fioriscono sul rischio emulazione: perché non vi è dubbio che gli eroi della serie di Gomorra non possono competere con il Padrino o con il Camorrista neanche nell’immaginario del più abbrutito e suscettibile degli amorali.

Insomma, nonostante si tratti di fenomeni altrettanto spietati, ci vengono proposti modelli più semplici, destruttrati e mediaticamente più innocui. E che la mafia abbia disperso le sue liturgie, dimenticato la sua bibbia e trascurato la sua morale non è una cattiva notizia. Perché – nonostante ancora fortissima – così è più debole.
E’ chiaro però – tornando a Grillo – che con una chiave di lettura del genere non ci puoi imbastire un comizio.

Il partito del catamarano

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Ricordate l’America’s Cup? Quella che teneva svegli tanti italiani con Luna Rossa a cavallo del millennio o giù di lì? Bene, il regolamento di quella storica competizione velistica descrive perfettamente tutto quanto l’ordinamento di uno Stato non dovrebbe mai permettere.

In particolare prevede che chi vince la competizione e detiene il titolo può dettare le regole per le future sfide, e non parliamo dei dettagli ma di tratti macroscopici della competizione.
La stessa identica cosa accade puntualmente intorno alla sempre riformanda legge elettorale: chi vince le elezioni vuole scrivere a suo gusto le regole per le regate successive; chi ci sta è bene, altrimenti ciccia.
La retorica delle riforme “che si devono fare tutti insieme” infatti non convince nessuno, e quando qualcuno sembra voler mettere in pratica il principio è solo perché ha trovato un altro che gli consente di farle proprio come le voleva, magari dopo qualche schermaglia in costume e qualche cannoneggiamento a salve.
Il patto del Nazareno, in questo ragionamento, è infatti solo un modo come un altro per trasformare le barche a vela in enormi catamarani: questo perché chi ora ha il pallino in mano è convinto che con il catamarano correrà più veloce degli altri.

E cos’è, pensandoci, il Partito della Nazione se non un enorme catamarano? Cos’è il gigante spinnaker che lo fa volare sulle onde del consenso se non la “big tent” di cui ultimamente si è sentito parlare?
Attenzione, però, non si discute della necessità per un bravo skipper di saper mettere a frutto il vento che giunga da ogni direzione, con opportune virate e strambate. Quello che piacerebbe è che il timone piegasse lo scafo su un lato piuttosto che un altro in ragione della rotta e anche dell’opportunità, ma comunque sempre lo stesso scafo.
E invece adesso si va in catamarano e quando il vento soffia forte da un lato, si viaggia su una sola delle chiglie, una bene immersa nell’acqua a fendere i flutti, mentre l’altra resta sospesa a fare da contrappeso morto e, se magari avesse un ‘anima, a rimuginare una deflagrante scissione dell’imbarcazione.

Ma detto questo, che c’è di male nei catamarani? Nulla, se non il fatto che, stressando la metafora, si potrebbe dire che i due scafi ricordano molto da vicino i due forni: quelli tra i quali ci dovrebbe essere la politica delle opportunità e delle convenienze. Politica di cui ora, anche a mandare un uomo in punta d’albero, non si vede traccia all’orizzonte. Suggestione, cattivi pensieri? Può darsi. Sta di fatto che l’America’s Cup, da quando ci sono i catamarani, non la guarda più nessuno.

Qualcosa non è cambiato

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E’ forse cambiato qualcosa dal Berlusconi che qualche anno fa chiedeva che fosse concesso ai divorziati di prendere la comunione? Espresse il desiderio, e non potendo chiedere a qualcuno dei suoi di buttar giù la bozza di un disegno di legge, ne ottenne le pernacchie a mezzo stampa di Bagnasco.
Un brutto trattamento, si deve ammettere, per chi come lui si era appena tanto e sollecitamente pronunciato sulla potenziale fertilità del corpo immobile di Eluana Englaro.
“L’ingratitudine degli uomini è più grande della misericordia di Dio”. Una frase blasfema, specie se vista – come mi è stato raccontato – incorniciata al muro nell’ufficio di un sacerdote. E se ci è arrivato un prete, figuriamoci quanto Berlusconi abbia potuto farne tesoro.
Il fatto è che il Cavaliere non è mai piaciuto alle tonache di là del Tevere, c’è poco da fare. E dopo lo svacco delle cene eleganti non c’era più ragione neanche di far finta di provarci, a piacergli.

La fidanzata monella che altrimenti sembra detti la linea, la noia mortale del crepuscolo politico senza più clamori, la necessità di non sembrare troppo vecchio e in ritardo rispetto al giovanissimo e moderno rottamatore. Tutte cose per le quali Berlusconi sarebbe disposto a santificare l’unione del pastore con il gregge, altro che omosessuali.
Eppure i “conservatori” se ne vogliono dire stupiti, sfogliando Libero. Vogliono indignarsene leggendo il Giornale. Addirittura vogliono incazzarsene leggendo il Foglio.
Non volevano il divorzio e divennero l’Italia dei divorziati. Difendevano la famiglia, e ne mantennero due o più in contemporanea. Abbaiarono all’aborto e lo praticarono con la leggerezza di un divieto di sosta. E adesso vogliono prendersela con Berlusconi, accusandolo di tradimento, di prolasso ideologico (cit.), di deriva elettorale (Berlusconi!) e di altre inconsistenti ovvietà?
Ah se al tempo si fossero fidati dei voti monarchici, che fregatura avrebbero preso i venturi costituenti cattolici. Ah che dolori se poi, anni dopo, si fossero affidati davvero (!) al voto antiabortista, di quelli che giuravano mai si sarebbero abituati all’idea. E poi, invece… Fa bene quindi Berlusconi a non fidarsi. Fa bene a fingersi ora, o ad essersi finto prima (non fa alcuna differenza).

Del resto questi volubili conservatori, diciamolo, hanno davvero rotto il cazzo. E mai come oggi che dicono di esserselo rotto anche loro (la notizia, semmai, è che l’hanno trovato). E non perché chi li contraddice abbia la verità in tasca, ma per il semplice fatto che non si sa cosa vogliano. Si salvano, in qualche modo, solo per la malmostosa ipocrisia di chi sostiene i riformatori al comando. Che pure da quelli e dalle loro subordinate di convenienza ci si scampi in qualche modo.
Ma siamo in anni caotici. Abbiamo a che fare con termini nuovi ed espressioni misteriose. Come “big tent”, quando l’unica che si sia vista qui da noi è stata quella beduina di Gheddafi a Villa Pamphili. Anni in cui i mangiapreti e gli alfieri del principio di legalità ululano interi passi del Vangelo e citano Papi morti e viventi in nome della laicità. E si vuole che i conservatori sappiano dove si trovano e che cosa stanno dicendo? Via, siamo seri.

Scusa, complottista, che ora fai?

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L’inchiesta per bancarotta fraudolenta che coinvolge il papà di Renzi non dovrebbe neanche essere una notizia. Ma in questo Paese gli ombelichi sono incredibilmente profondi e ognuno riesce a tirare fuori portentosi conigli dal proprio.
Gli schieramenti in campo, sul pezzo, vedono da un lato i signori che associano all’inchiesta sul padre una qualche ombra di colpevolezza del figlio “che di quella società anni fa è stato addirittura intestatario”, e dall’altro quelli che trionfalmente annunciano che loro lo avevano già detto tanto tempo fa: “i giudici comunisti non aspettano altro che spezzare i passi del rottamatore”.
E’ evidente che entrambe le squadre sono composte da perditempo spinti nel miglior caso da interessi, e nel peggiore da pulsioni di militanza o ancora più semplicemente dal morbo del tifoso, che li induce a sputare sull’avversario, per qualunque motivo e chiunque sia.
Ai primi si potrebbe chiedere come gli salti in mente di collegare le vicende imprenditoriali del padre alla credibilità politica del figlio, ma mi gira lo stomaco: non ce la faccio neanche a parlarci con quelli.
Ai secondi, quelli della giustizia ad orologeria, si potrebbe dire che Renzi era stato già attenzionato dai magistrati, e non indirettamente, molto tempo prima che divenisse “potente”. Ma pure con questi, chi ha voglia di parlare?

Viva la figa

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Per essermi espresso criticamente sulla partecipazione attiva di Schettino al seminario della Sapienza mi sono preso anche del fascista. Che per me è il peggior insulto si possa ricevere. Eppure, così come non credo di meritare l’odioso epiteto, altrettanto non credo che le cose stiano esattamente come le ha descritte il mio caro Alessandro.

Innanzitutto la descrizione fornita da Alessandro non è precisa, perché dalla viva voce del professore che ha organizzato il seminario (intervistato da uno dei giornali “fascisti” che ha diffuso la notizia) si ascolta che Schettino non è stato invitato come qualsiasi altro relatore o testimone: piuttosto il suo invito è stato caldeggiato dai legali dell’ex capitano che, venuti a sapere del seminario, hanno ritenuto che fosse opportuno “ascoltare la versione dei fatti del protagonista, per par condicio”. Per par condicio!
Io non credo che addivenire alla richiesta sia stata una buona idea (e qui mi sono preso del fascista “perché non voglio far parlare il prossimo”) per il semplice fatto che la sua versione dei fatti Schettino la sta ancora rendendo di fronte al Tribunale nel processo nel quale è imputato per gravissimi reati.
C’è l’irresponsabilità, di cui parla Alessandro, e poi c’è altro: perché l’ipotizzato abbandono della nave si iscrive, secondo me, a ben altra categoria di colpe.

Schettino, tuttavia, è innocente fino a prova contraria. Fatto del quale si deve tener conto (non vorremmo far inalberare il ministro Boschi!) ma che comunque non influisce sull’inopportunità di fornire una ribalta extragiudiziale a un imputato. Un’inopportunità che, del resto, sarebbe bene valesse anche per eventuali accusatori. Quella cosa del giusto processo…
Ma tutto questo c’entra poco. Il sistema si è avventato contro il “mostro” e c’è chi si è indignato dell’indignazione altrui: al punto che i virgolettati attribuiti a Schettino (non confermati, ma non smentiti) non sono stati presa in minima considerazione.

“Sono qui perché sono un esperto” avrebbe detto Schettino. E non “sono qui perché i miei avvocati si sono accollati” come invece ha – parafrasandolo, è ovvio – detto il professore nel corso dell’intervista. Ed ecco il secondo punto, sul quale Alessandro ha ragione: i titoli erano evidentemente forzati e quindi sarebbe lecito non fidarsi anche dei virgolettati. Poi però il mio amico paragona anche l’irresponsabilità di Schettino al Giglio con quella dei titolisti in redazione. E ci può stare. Del resto, abbiamo lasciato che Schettino, secondo un altro virgolettato, paragonasse il naufragio della Concordia con il crollo delle Torri Gemelle: nel secondo caso gli occupanti si buttavano giù mentre nel caso concordia non sarebbe accaduto. Il paragone però è passato senza colpo ferire perché eravamo concentrati a indignarci sui titoli forzati dei giornali.

(Il titolo di questo post non è esattamente aderente al suo contenuto, ma mi aspetto che vi concentriate su di esso e non su quanto ho scritto, così saranno fatte salve le mie stravaganti idee)

Saluti romani!

Le preferenze come se fosse antani

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Saper prendere in giro il prossimo non è da tutti. Bisogna saperlo fare. E questi riformatori che da qualche mese sono all’opera dimostrano di avere una certa dimestichezza.
L’ultima novità, che è stata fatta filtrare per vedere l’effetto che fa, riguarda l’antico nodo delle preferenze nella legge elettorale. “Tornano – si legge in giro – ma con i capolista bloccati”.
Leggendo il giornale sotto l’ombrellone, con un occhio al pargolo che non affoghi tra le onde e con una temperatura cranica che garantisce una sufficiente demenza, sembra anche una cosa positiva: “Vabbe’, pensa l’ignaro bagnante, è già qualcosa. L’hanno capita”. E invece è lui che non ha capito niente.

Nelle bozze dell’Italicum risulta che i collegi elettorali saranno circa 120. Ed è ragionevole credere che in ognuno di questi almeno il Pd, il M5S e FI superino lo sbarramento (ora pare al sia 4%). In molti collegi anche altre liste supereranno quella soglia, ma per fare conti facili supponiamo che solo i principali tre partiti ce la facciano ovunque. Se andasse così, i capolista eletti (ovvero nominati come con il Porcellum ) sarebbero 360. Ovvero più del 50% della Camera. E si stratta di una stima molto al ribasso: personalmente credo che i capolista nominati non sarebbero meno di 450.

Di eletti con le preferenze se ne avrebbero quindi poco più 200. Quindi l’annuncio “tornano le preferenze” non è che l’ennesima supercazzola istituzionale elaborata da questi sbandati.
A onor del vero – e bisogna dirla tutta – una modifica del genere inciderebbe significativamente sull’odiosa pratica delle candidature multiple, che è un altro simpaticissimo espediente usato per addomesticare il consenso. Perché per eleggere il maggior numero di capolista telecomandati è ovvio che bisogna candidarne uno diverso in ogni collegio. Un principio che probabilmente varrà per i partiti maggiori, e cui invece potrebbero derogare i partiti minori per evidenti ragioni di bandiera.
Una magra consolazione e che non toglie dignità alla splendida supercazzola istituzionale. Passerà anche questa? O prima o poi accadrà come al Mascetti, che un giorno incontrò il capomastro che gli ruppe il naso? Non resta che stare a guardare. E occhio al pupo che affoga.

E ti tirano le pietre

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Per qualche tempo, da studente, ho vissuto con un giovane palestinese. All’epoca non ero particolarmente interessato alla questione mediorientale ma i racconti del mio amico hanno finito per segnarmi profondamente e condizionano ancora oggi le mie impressioni.
Ho sempre ritenuto la sua storia esemplare per definire il conflitto che affligge quei territori e che dilania nell’intimo ognuna delle persone che ci vivono. Quella del mio amico è la storia di un bambino nato con la sventura di una famiglia di moderati. Fin da piccolo ha pagato il prezzo per quell’orientamento familiare che nei fatti gli impediva di uscire serenamente di casa: i bambini israeliani gli tiravano le pietre perché era palestinese, e i bambini palestinesi facevano altrettanto perché non andava con loro a tirare le pietre ai bambini israeliani. Proprio come avviene in quella vecchissima canzonetta di Antoine, per chi la ricorda.
Se cresci così, rifiutando l’idea del conflitto, convincendoti del fatto che non c’è nulla per cui valga davvero fare una guerra e tirare pietre, è chiaro che in Palestina vivi male, malissimo. E pur amando il posto in cui sei nato, capisci presto che rifiutare la guerra per quella terra significa altrettanto doverla lasciare. Una terza opzione: che non concede vittoria, ma che almeno non fa vittime, se non dentro di te.
Tornare, come spesso faceva per rivedere la sua famiglia, era per lui un calvario, perché la possibilità di raggiungere più o meno tranquillamente la sua casa dipendeva dalle fortune politiche dei “moderati”. Se in un dato momento prevalevano, poteva riabbracciare la madre con relativa facilità. Se invece a dettare legge erano le fazioni più estremiste – come accade oggi – la strada si faceva lunghissima e complicata. E quell’abbraccio diveniva clandestino: ogni volta rubato alle spire della guerra.
Il mio amico non è un santo e non ha in simpatia gli israeliani, ma ha continuato a pensare che sparargli addosso fosse un crimine, come è un crimine sparare a chiunque. Un’idea che – a sentir lui – era condivisa da molti altri giovani palestinesi. Nemici soltanto della guerra. Una minoranza o una maggioranza? Questo non lo so, e credo fermamente non conti.
Piegati dai lutti, annichiliti dalla morsa dei due odi contrapposti, alcuni sono finiti plagiati dal fanatismo e hanno abdicato a quella sana idea di pace. Altri, come lui, no. Ma non è un illuminato: semplicemente ha avuto l’occasione di andarsene e ha scelto di farlo. Perché è difficile restare e non farsene coinvolgere, seppellendo amici e cugini morti per caso (o per un casus belli). Come è difficile accogliere una sozza corrente e restare puri. Bisogna davvero essere un mare, diceva Nietzsche, e chi lo è?

Filoisraeliani, filopalestinesi e filo-logici. Tutti fessi

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La ragione è dei fessi . Lo avete mai sentito dire? Non abbastanza. La cosa risulta abbastanza evidente leggendo la stragrande maggioranza di quanto si scrive in giro a proposito del conflitto in Medioriente.
A dire la verità c’è chi fa sforzi per non farsi coinvolgere tra le file delle opposte tifoserie, ma la logica applicata fatica sempre a non essere di parte, quale che sia.
Sostanzialmente non si riesce ad ammettere che definire chiunque abbia “ragione” non conta un fico secco di fronte al numero delle vittime che palestinesi e israeliani contano in queste settimane.
E’ come passare con il verde a un incrocio, senza rallentare né guardare a destra e sinistra, pur sapendo che lì pochissimi rispettano il semaforo. Ti ammazzano, ma hai ragione. Bravo, complimenti: sei un fesso.
I palestinesi hanno ragione e sparano sugli israeliani che li ammazzano: i palestinesi sono fessi.
Gli israeliani hanno ragione a ammazzano i palestinesi producendo orde di militanti ancora più determinati: sono fessi.
E da qui è facile dedurre che la guerra e ogni tipo di violenza è fessa e per i fessi. E altrettanti ne produce.
Lo stesso, ancora, vale per chi abbraccia le ragioni degli uni o degli altri: tutti fessi, perché inseguono evidenze irrilevanti. E ancora lo stesso si può dire per chi rifiuta l’etichetta di filopalestinese o filoisraeliano perché è in grado di criticare entrambe le parti. Pendendo sempre un po’, ma questo non conta perché gli spalti sono in discesa e gli osservatori non sono mai epigonali. Anche questi, mi spiace, sono fessi.
E allora chi è che non è fesso? Chi crede che la civiltà consista non nell’appoggiare uno schieramento ma nella speranza che la comunità internazionale sappia mettersi di mezzo imponendo una pace politicamente svantaggiosa per entrambi i litiganti? Ecco, così non si sarebbe fessi. Ma credere che avvenga, lo so, è da fessi due volte.

Prometto un cuoricino ♥ al primo simpaticone che commenta qui con “hai ragione”.

Quanto sono pericolosi gli ani

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Cambiano i regni, le stagioni e i presidenti. Così canta Battiato, ma per quanto i presidenti e i leader cambino e si succedano diversissimi tra loro, c’è qualcosa che li unisce e forse li unirà sempre; qualcosa che ne determina una cifra trasversale e imperturbabile alle latitudini più estreme: gli “ani”. Non lo scopro qui e ora, e credo si possa ritenere come impossibile da smentire il dato secondo cui la schiera dei fedelissimi di qualsiasi leader sia in genere segnata da una cifra che in valore assoluto è sempre molto più bassa di quella che caratterizza il leader stesso.
E in base a questo, se il titolo canaglia vi ha fregato e state ancora leggendo, non si può non ammettere che i berlusconiani siano molto peggiori di Berlusconi, almeno quanto i dalemiani o i renziani o, che ne so, i bassoliniani. I casi sono tantissimi, al punto che produrne un elenco non avrebbe senso: piuttosto si avrebbe ragione di comporlo in modo inverso, per scoprire se c’è qualche leader peggiore dei suoi più accesi sostenitori. Forse Civati – ho pensato a lui interrogandomi sul punto – ma non ne sono sicuro e non sciolgo la riserva.
A proposito dell’ex Cavaliere il teorema si dimostra quasi da solo. L’impressione palpabile è che essendo molto difficile imitarlo in tanti siano finiti per collezionarne tutti i difetti, senza riuscire a replicarne gli innegabili pregi (sì, li ha). Ma con Silvio il fenomeno sfilaccia in una scia lunghissima di sfumature e si può far fatica a coglierne i tratti. Forse è più chiaro in D’Alema, intorno al quale si sono aggregati generazioni di antipatici il cui sforzo si è risolto solo nella capacità di rendere alla telecamera un efficace musetto a culo di gallina, senza però mai riuscire a fare l’uovo. Per forzare la metafora del titolo oltre ogni benevolenza del lettore, li chiameremo gli “ani” stitici. Da questi passiamo per comodità logica e per assonanza politica ai renziani, tra i quali nidificano – specie in questa stagione – tantissimi ex dalemiani. Qui saranno gli “ani” dalle uova d’oro. Almeno se riusciranno ancora a lungo a surfare sull’onda della rottamazione senza ridursi come chi si fece fregare dal Bertoldo monicelliano, che ben sapeva che l’asino caga oro solo se è oro quello che gli dài da mangiare.
Sul fenomeno si potrebbe intervenire con l’immortale aforisma andreottiano, secondo cui la guerra si fa con i soldati che si hanno. Ma la frase, arcinota, si è trasformata presto in epitaffio e non assolve nessuno. Tant’è vero che – se ci si pensa un attimo – non sono i soldati a fare schifo, ma la guerra.
Ho citato poi Bassolino. Per puro caso. Forse solo perché mi è sempre stato simpatico. Anche lì, su scala locale, ho mirato il fenomeno: essì che i bassoliniani sembravano orbitare intorno al leader a distanze tali da non poter impedire i ghiacci perenni. Su quei satelliti campani c’è poco da dire di diverso rispetto agli astri della loro stessa natura: concentrici e inanimati. Se poi, senza fare riferimento specifico a nessuno, si volesse far notare che il tipo di berlusconiani, renziani o dalemiani cui ci siamo riferiti qui sembravano – e sembrano – avere tutti la stessa imperturbabile faccia da culo, allora si rivaluterà il titolo di questo post, che non è poi così canaglia come può sembrare.

@coconardi

Il cazziatone sul garantismo la Boschi deve farlo a Renzi

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La lezione che Maria Elena Boschi ha impartito in materia di garantismo non regge, o meglio non è pertinente. Intendiamoci, il ministro non ha detto nulla di errato: semplicemente ha elencato una serie di cose ovvie e che solo gli stupidi possono contestare nel merito.
Nessuno sano di mente mette infatti in discussione la presunzione di innocenza di qualsiasi individuo che per qualunque motivo si trovi indagato, ma quando è in gioco l’amministrazione della cosa pubblica il discorso non si può esaurire in questa banale constatazione.

Ogni qual volta una donna o un uomo delle istituzioni si trova a dover rendere conto alla giustizia si verifica infatti un conflitto tra principi diversi, tra i quali si deve essere in grado di eseguire un discrimine gerarchico. Il primo di questi principi è quello che si concreta nelle garanzie che spettano ai soggetti interessati da indagini, ed ha il suo solidissimo fondamento. Il secondo principio è quello che richiede che l’interesse del singolo soccomba – sempre nell’ambito delle più ampie garanzie di diritto – di fronte all’interesse collettivo. Quindi, se un sottosegretario o un qualsiasi altro “uomo di Stato” è indagato, può legittimamente restare al suo posto, ma innegabilmente renderebbe un servizio più utile alla collettività dimettendosi. Perché certo non giova al Paese avere al Governo persone fiaccate nella loro affidabilità pubblica.

Molto spesso infatti, quando si verificano casi del genere, emerge una brutta sensazione: cioè quella che l’indagato di turno si senta insostituibile e la categoria dell’opportunità politica – citata anche dalla Boschi – viene spesso confusa con quella dell’opportunismo politico, che è tutta un’altra cosa.

La “politica” può in quei casi esercitare una scelta: può difendere l’indagato non riconoscendo i motivi della collettiva utilità o mostrare di intendere fino in fondo la funzione di servizio cui è almeno teoricamente chiamata. E’ un discorso che di fondo prescinde dall’esistenza di indagini giudiziarie: perché non è l’interessamento dei magistrati che regola l’opportunità politica. E’ il caso ad esempio dell’ex ministro Cancellieri, che ha mostrato quanto poco c’entri il “garantismo” con la necessità che qualcuno si dimetta.
Tra quanti oggi plaudono alla banale lezioncina della Boschi, moltissimi difesero il ministro (non indagato) ma coinvolto nello stucchevole caso della telefonata umanitaria in favore della giovane Ligresti. Lo stesso Renzi, che si deve presumere oggi condivida la linea di Boschi, all’epoca espresse con vigore l’opinione che il ministro dovesse immediatamente dimettersi. E se il caso Ligresti generava motivi di opportunità politica tali da giustificare le dimissioni, non si capisce come un’indagine giudiziaria non valga altrettanto.

Insomma, avendo chiaro che un avviso di garanzia non produce alcuna conseguenza giuridica immediata, si dovrebbe però avere la sensibilità di comprendere che può produrre degli effetti politici. Prenderne atto e comportarsi di conseguenza, con un minimo di coerenza, traccia la differenza tra garantisti e opportunisti.

@coconardi

Le ruspe non arriveranno al Colle

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“So di essere di media statura, ma non vedo giganti intorno a me”. Così Andreotti manifestò, anche un po’ al di là della consueta maniera democristiana, la sua voglia di salire al Colle. Prodi, stimolato sullo stesso argomento – al quale sarebbe sciocco ritenerlo ormai insensibile – ha trovato un’altra formula. Dice: “Io al Colle? No, come si dice, the game is over, la gara è finita: sono tutti giovani, tutti nuovi, quindi uno deve capire quando il proprio tempo è passato”. Ora facciamo finta che ce ne importi qualcosa e analizziamo la risposta, che vale evidentemente come un “sì, lo voglio con tutto me stesso”.
L’ex premier non a caso la mette sul piano inclinato della rottamazione, perché è evidente che se si affermasse il principio per cui le ruspe renziane dovrebbero arrivare a far spiano fino al Quirinale, allora non sarebbe certo lui l’unico a dover rinunciare alla corsa. Sotto i bulldozer del cosiddetto rinnovamento cadrebbero infatti anche Amato, il povero Marini, D’Alema e compagnia teatrante. Ammesso che un tale scenario sia verosimile si deve però essere in grado di immaginare un Capo dello Stato più giovane di almeno qualche generazione, e questo al momento costa – bisogna ammetterlo – una certa fatica concettuale. E poi Renzi è giovane ma non scemo, quindi difficilmente consentirà che al Colle possa arrivare qualcuno con in animo qualcosa in più di una pensione dorata.
Prodi, insomma, sta giocando la sua partita. Ha iniziato con la “curiosità” espressa per il nuovo esecutivo e non teme di cadere in contraddizione, già che tanti anni fa annunciò solennemente di essersi ritirato per fare il nonno. Infine, quanto a eventuali giganti intorno a lui, non è mai stato tipo da complessi di inferiorità.

Silenzio

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Qualcuno lo ha puntualmente rilevato, ma solo qualcuno. Eppure Berlusconi surclassato in un giorno da titoloni è notizia che merita qualche parola. Il fatto stesso che tutti si domandino se abbia vinto Renzi o Grillo sta lì a dire che di certo ha perso il Cavaliere. Non che ci si aspettasse molto: ci ha cresciuto a generose porzioni di smentite e contraddizioni, ma ci ha anche abituato a lunghi e ostinati silenzi. Diverso è il caso di oggi, che ha parlato e nessuno lo ha preso in minima considerazione. Stima Renzi, ne aprezza le idee e gli mette a disposizione i voti per le riforme (cioè per l’unica cosa che Renzi ha annunciato di voler fare), però non gli vota la fiducia “per responsabilità”. Ecco, con una posizione del genere è davvero difficile far titolo, al punto che si può immaginare che sia esattamente quello che vuole. Perché? Forse perché crede sia questa la colonna sonora ideale per il lento e inesorabile logoramento di Renzi. Così ecco la parola d’ordine che non si può pronunciare, perché – come in quel film – se solo fai il suo nome, non c’è più. 

La rottamazione a derivata negativa

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Questo è un coccodrillo al lemma della rottamazione. Si può dare per attuale o preventivo, ognuno scelga per sé, ma qui si dà per attuale se non addirittura in ritardo.
La rottamazione è arrivata d’improvviso nei titoli dei giornali: parola di lunghezza rognosetta, che gira male e indispone il deskista, e che nel caso renziano non ha maturato sinonimi accettati. Ma come d’improvviso è arrivata, così s’è presto svuotata. Persiste ancora perché il deskista medio è pigro, ma in realtà è morta e sepolta. Si può dire che per Renzi è trapassata la sera della sconfitta alle primarie del 2012, quelle che il sindaco di Firenze ha perso contro Bersani. Da allora il giovanotto, che per tutti è rimasto “il rottamatore”, l’ha pronunciata pochissime volte e sempre più di rado. Fino a bandirla di netto dal repertorio delle arringhe. Crozza, avrete notato, quella parola non la pronuncia mai quando imita quello che oggi è il premier incaricato: semplicemente perché quando ha studiato il personaggio per riprodurlo in scena non gliel’ha mai sentita dire.
La rottamazione dunque è valsa come straordinario artificio retorico, ed è stata usata finché ha saputo produrre consenso e altri frutti: la rassegna stampa fondata sulle reazioni di chi ci cascava, innanzitutto. Ma dalla sconfitta delle primarie del 2012 a Renzi non è servita più “la bomba fine di mondo” per farsi conoscere. Anzi, ha dovuto far dimenticare che tutto è nato con una rivendicazione giovanilistica posta in termini a tratti anche un po’ infantili.
Così la rottamazione, fatte le debite eccezioni di chi si attarda nella esegesi delle cronache, ogni tanto riaffiora, quasi come un delicato orpello vintage.
Se nelle parole è passata, nei fatti è addirittura è trapassata. Si guardi ad esempio alla collezione dei retroscena in cui si indicano i potenziali ministri del Governo Renzi: in questi affiorano nomi incompatibili con qualsiasi declinazione possibile della rottamazione. Ho letto quello di Arturo Parisi, di Tabacci e addirittura quello di Romano Prodi. Lasciamo stare quanto è vero che Renzi abbia avuto (o abbia ancora) intenzione di coinvolgerli nella compagine di Governo, e lasciamo andare anche quanto questi ci possano risultare graditi o meno. Basta il fatto che a un nutrito numero di addetti ai lavori questi ipotetici ministri siano risultati verosimili. Basta questo a chiedersi che fine abbia fatto la pressa del rottamatore.
Per non dire dei nomi che circolano fin da ora per il successore di Napolitano, atteso secondo le varie fonti abbastanza presto: Giuliano Amato, Romano Prodi e qualcuno ha addirittura scritto quello di Pierluigi Bersani. Tutti nomi sui quali si deve aver dato per scontato – a patto di non essere dei dissociati – il potenziale appoggio del più potente dei grandi elettori, ovvero proprio Renzi. Ebbene, che la rottamazione – ormai suppostamente compiuta e quindi esaurita in sé – possa reggere le ipotesi di ministri come Tabacci, Prodi o Parisi e che la corsa al Quirinale possa vedere protagonisti gli stessi candidati che erano in lizza prima che il rottamatore prendesse il potere è a dir poco strano. Così strano che sembra tanto un nuovo, e ancora più immaginario, miracolo italiano.

Quanto vi piace prenderci in giro

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Non mi convincono quelli che valutano sempre tutto sulla base dell’analisi del rapporto tra costi e benefici. Però ci sono fatti che non si possono prendere in considerazione approcciando diversamente. In breve, credo che l’immagine di un premier dimissionario o incaricato che va al Quirinale guidando la sua macchina rappresenti una presa per i fondelli colossale. Abbiamo visto Letta in una sfigatissima Ulisse o in una Lanca Delta così come Renzi in Smart o in Giulietta. Un quadretto che secondo me non risponde alla domanda di sobrietà che innegabilmente esiste.
Il fatto è che ci sono “privilegi” che hanno la loro innegabile utilità pubblica, e negarne la funzione in favore di telecamera è soltanto offensivo. Cosa è più utile al Paese, un premier che guida da solo la sua utilitaria e si “stressa” nel traffico, o uno che è libero di continuare a lavorare durante gli spostamenti parlando al telefono o usando l’iPad? Capisco che si debba dare un segnale di rottura rispetto all’uso disinibito che si continua a fare dei denari pubblici spolpati dalla politica. Ma iniziare eliminando i “privilegi” necessari è soltanto stupido. Sì, è un segnale, ma della considerazione che si ha di chi dovrebbe compiacersene.

Le parole erano importanti

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Golpe, colpo di Stato, democrazia violata. Termini ed espressioni che in questi giorni si sentono più spesso del solito. Ora sono in spolvero, ma fanno normalmente parte dell’arredo retorico al punto che vi si ricorre con straordinaria superficialità e altrettanta approssimazione. Fatto sta che da quando si è aperta la crisi di Governo è tutto un fiorire di imprecisioni sparate ad altezza d’uomo, senza alcuna remora o pudore. La banale, forse anche stanca e logora, ma comunque inevitabile applicazione della Costituzione, non si sa come, spinge moltissimi a gridare allo scandalo e alla democrazia interrotta. Non che tutte queste persone abbiano torto nel sentirsi incazzati e nel volerlo manifestare, ma perché ricorrere a termini così platealmente inappropriati, al punto di apparire sprovvisti dei principali rudimenti di educazione civica? Certo, d’accordo, si tratta di esagerazioni determinate da un sentimento diffuso e popolare, come quello cui si rivolge quel tizio che solo poche ora fa scriveva tronfio su Facebook: “Sono stato l’ultimo presidente del Consiglio eletto dagli italiani”. Ma ciò non toglie che si tratti di negare il senso delle parole.
Si dirà che mettersi a spigolare non ha gran senso, e che la forma è la sostanza dei fessi. Eppure, quando le parole erano importanti, la differenza tra “scelto”, “nominato” o “eletto” c’era ed era inconfutabile, e non si capisce bene per quali bizzarre dinamiche oggi non sia più così. Questo velo di marchiana approssimazione è frutto di un annidato ciclo di equivoci che fa vittime ovunque. Capisco che tutto sparisca di fronte alla verità secondo cui, comunque la si chiami, una fregatura è pur sempre una fregatura. Ma è proprio in quell’attimo, prima che tutto sparisca, che uno dovrebbe incazzarsi. Non dopo.

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