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Felix Davarr

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Il terrore di esporsi su cose serie

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«Senza dimenticarmi del mio progetto immaginario: quello di restituire alla mia generazione,  ma anche a quelle che verranno, il diritto a essere seri senza doversi per forza sentire in colpa. Distruggere la maledizione dell’ironia. Abbattere la dittatura della simpatia. Eliminare la necessità percepita di potersi esprimere soltanto attraverso battutine del cazzo sui social network, col terrore di fare la figura dei presuntuosi.».

dal facebook di Francesco Paolo Maria Di Salvia, 31 gennaio 2017

Quando è cominciato tutto questo? Se ogni cosa deve essere provata scientificamente, se anche l’intellettuale x del secolo y è un cialtrone totale perché ha detto qualche fesseria ed è diventato la bandiera del movimento z, non ci resta davvero che la simpatia? O è tutto rumore di fondo che però ci sembra invece imponente come un concerto di Wagner? Ci vuole un atto di volontà, dice, basta fregarsene. Ma quando è cominciato tutto questo?

A un certo punto qualcuno ci ha fatto notare che quello che quasi tutte le cose che ci entusiasmavano o ci hanno entusiasmato avevano un sacco di falle logiche: alcune sono proprio madornali, altre meno, ma se la realtà diventa un teorema da dimostrare alla fine non importa la dimensione dell’errore. Da qui il terrore di esporsi su cose serie, da qui l’ironia che utilizziamo per ostracizzare in maniera violenta qualsiasi prospettiva che comporti il rischio di combinare quello che hanno combinato gli intellettuali comunisti o i critici letterari strutturalisti.

Ma proprio l’esistenza di maestri che puntano il dito verso “quello che hanno combinato questi o quelli” dovrebbe anche ricordarci contestualmente l’esistenza dei cattivi maestri, – che, al momento, sembrano dire cose giustissime ed eccellentissime – e la possibilità che i maestri di oggi siano essi stessi dei cattivi maestri. Che la realtà (o verità) sia un teorema da dimostrare è un’altra fallacia umanistica; una versione distorta dello storicismo; di cui il pensiero scientifico si è liberato: vedi Godel, Schrodinger, e Heisenberg nel dibattito scientifico sull’inconoscibile. Tutto ha falle logiche perché la logica (filosofica e pratica) è sopravvalutata. La logica (filosofica e pratica) è la madre nobile del perfezionismo che è una nevrosi fatta e finita. Secondo la logica umanistica, ci dovremmo ammazzare tutti in questo momento, o adottare la soluzione soft di non procreare più and die out, hand in hand, brothers and sisters. Secondo la scienza no, non ci è neanche dato scegliere, perché i nostri geni sono egoisti e siamo follemente programmati per riprodurci, e riprodurci, e riprodurci.

Quanto alla paura, prendiamo spesso in giro i Social Justice Warriors perché sono troppo e continuamente offesi dalla realtà: ma “il terrore di esporsi su cose serie” non è soltanto una versione più sofisticata della paura del mondo? L’ironia come safe space perché la serietà porta con sé la cattiveria della critica? Ci stiamo togliendo il diritto di poter sbagliare perché i nostri padri hanno sbagliato; dandogliela, implicitamente, vinta per l’ennesima volta; e usando lo stesso strumento che ci hanno trasmesso: una supposta superiorità morale in nome della quale “non ci abbassiamo a fare errori e dunque meme a spiovere”.

ndr: Il pezzo è un riadattamento di una conversazione su facebook tra FPMDS e Dario Novello

Dacci oggi il nostro social quotidiano

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Pare che Zuckerberg stia per pubblicare un documento importante sulla sua visione futura riguardo all’azienda che ha creato. Sarebbe divertente se riconoscesse come l’internet e i social ci abbiano polarizzato e ghettizzato politicamente fino all’estremo (poi ogni fattore fa la sua parte, diventa sempre più facile anche spostarsi e scegliersi l’area geografica di elezione, almeno per alcuni). Insomma forse notizie false, propaganda, crisi del ceto medio sono spiegazioni che confortano a priori tutti quanti, perché hanno poco a che fare con le nostre azioni quotidiane che quasi per definizione non sono mai deplorabili (cit.). Molto meno rassicurante l’idea per cui questa libertà e connettività in realtà abbiano offerto a tutti l’illusione che non esista una società estesa con cui dialogare quando il modem casca per terra e va riattaccato al muro. Cioè, la fine degli stati nazione, le pippe mentali sul ritorno ai comuni, forse potremmo almeno fantasticarci sopra con un minimo di serietà.

Spazi culturali e vita sul materasso: prima parte.

in cultura/politica by

Sappiamo tutti che sulle colonne delle riviste perbene è in corso da tempo un lungo dibattito sul destino degli spazi culturali e sulla necessità di finanziarli, di chiudere un occhio sulla loro osservanza dei regolamenti, di ricordare alle istituzioni il ruolo fondamentale che svolgono nel mantenere vivace una città in declino: Roma. Poi in realtà io vivo a Milano e, pochi giorno dopo un invettiva strappa-condivisioni ad opera di un noto intellettuale romano, ascolto Beppe Sala, candidato PD alle elezioni comunali, pronunciare la seguente frase in un confronto elettorale al Franco Parenti: “Bisogna anche guardare alle periferie, dotarle di teatri di quartiere”.

La butto sul ridere, e un paio di giorni dopo mi ritrovo a cena con amici che mi spiegano, ad esempio, come i meccanismi di finanziamento delle produzioni teatrali possono essere sotto forma di rimborsi ex post, oppure possono essere erogati in anticipo in base a una valutazione preventiva: segue ovvia discussione sul disallineamento degli incentivi, si prosegue con una riflessione sul declino dei centri storici, si finisce sbroccando qua e là sui doveri del comune di garantire una vita culturale alla città. La sostanza del discorso collettivo alla fine è che, ovvio, parlare di “teatro di quartiere” fa molto ingenuo, ma il fatto che se ne parli esprime comunque una necessità vera, reale, impellente, per chi è costretto a vivere al di fuori di un perimetro ideale che solca piazza Repubblica, si fa tutto il percorso della linea nove del tram, arriva ai navigli e poi ti lascia libero di prendere la metro verde, magari di ritorno fino a Garibaldi, e quindi di nuovo corso Como, Porta Nuova e fermata Repubblica.

(Adesso, a passare in rassegna questi luoghi viene in mente la riflessione carina del deboscio.com sulle misure migliori per stabilire cosa sia o non sia il centro di Milano; cercando casa anni fa, mi resi conto di quanto scadente fosse poi l’umanità che bivacca la sera attorno ai navigli, di tutto il casino inutile che si trova risalendo per viale Montenero, del disagio frequente che incontri a Brera in chi viene lì a far serata direttamente da x-ate, x-ago, in Opel Tigra e giacca elegante presa a Mendrisio, che insomma, ormai raggiungo il centro-centro solo ad appuntamenti precisi e dico dove abito con la curiosità di capire se l’interlocutore sia più o meno succube di questi confini tracciati negli anni 90 da un’insolita coalizione di studenti liceali e fuorisede meridionali).

Torniamo alla cena. Cosa significa vita culturale? A farlo in maniera estemporanea rischio ogni volta un attacco di panico. Raggiungo la serenità necessaria quando provo a tradurre vita culturale nel mio linguaggio interiore da bambino di otto anni: tempo libero. Per noi contemporanei, tempo libero significa un sacco di cose: guardare serie-tv, godere dei nostri ordini Amazon, ordinare cibo da casa, invitare gente a casa, e quando il tempo è ok uscire e fare qualcosa. In questo “uscire e fare qualcosa”, il comune, i soldi del comune, il ministero dei beni culturali, il direttore del museo hanno un ruolo che oggi, nel 2016, è una frazione ridottissima rispetto a chi ha avuto vent’anni negli ottanta o novanta. Un’orda di multinazionali cattive ha lavorato da anni per far collassare il nostro tempo tempo libero a casa nostra e ci è riuscita. Non abbiamo bisogno di cinema d’essai quando possiamo accedere al catalogo Criterion in 15 minuti, quando un 40 pollici costa 300 euro e quando il cibo ti arriva in mezz’ora caldo uguale rispetto al ristorante. E non abbiamo bisogno di librerie storiche quando le librerie storiche sono in realtà grosse catene dove ormai ti devi ordinare direttamente i libri di Ennio Flaiano, perché “forse è in magazzino, no, si deve ordinare ma se ne parla dopo le feste”. Poi ovvio, i teatri, gli stadi, le discoteche, sono tutte cose che continueranno ad esistere, ma esisteranno solo come stacchi rispetto ai nostri ambienti privati, e quindi diventeranno un lusso.

La questione degli spazi culturali nelle “zone di periferia” è una questione di lussi. E’ un lusso per gli amici di chi ci scrive editoriali sopra, perché è un modo di continuare a fare qualcosa che alle persone, alle persone colte, interessa solo marginalmente, roba da due volte l’anno coi biglietti spacciati dall’amico o dall’amica a prezzo ridotto. E diventerà un lusso per quei borghesi che prima o poi si convinceranno che al centro si vive male e andranno a vivere a Lambrate, fuori da area C, e potranno così mettersi gli abiti del popolo e avanzare il diritto a non pagare la benzina nei fine settimana. In questa trattazione disonesta su dei beni di lusso, gioca un ruolo importante l’idealizzazione disonesta del passato. Magari è vero, i nostri genitori uscivano e andavano a teatro, e appendevano nei loro appartamenti serigrafie contemporanee di quadri che ritraevano la gente uscire dal teatro, e ricordano molto bene di quando Albertazzi fece quella cosa straordinaria o di quando invitarono i loro genitori a vedere Paolo Poli; ma le case dei nostri nonni erano case dove fondamentalmente ci si annoiava. Dove la tecnologia portava un solo televisore, dove non esisteva internet e dove gli spazi privati venivano sacrificati a favore di grandi saloni con sedie scomode, pavimenti che si graffiano e tavolini da stare attenti. Nel racconto di certe esigenze, il mutamento di questi spazi privati viene consapevolmente soppresso con lo scopo infame di far sembrare le classi più umili come spacciate, fondamentalmente sfigate e destinate a sfogare la noia al bingo o alla stecca. Oggi, nel 2016, puoi avere la sfiga di nascere in ambienti sfigati, ma puoi imparare l’inglese guardando roba su internet, e quindi puoi emanciparti eventualmente dalla miseria culturale che hai in casa, puoi scoprire la musica su Spotify e la puoi condividere coi tuoi compagni di scuola: lo spazio pubblico non deve più necessariamente essere contemporaneamente punto di scoperta e aggregazione: si vivrà bene o male anche soltanto in relazione a quanto gli spazi pubblici sapranno aggregarci in maniera civile; e alla fine quasi tutta la dimensione di scoperta sarà relegata alla comodità dei nostri materassi.

E quindi sì, i politici che da qui agli anni avvenire cavalcheranno l’onda cretina degli “spazi” saranno tutti, nessuno escluso, dei grandissimi paraculo, succubi a loro volta di intellettuali con un complesso molto forte di status. Come ne sono così sicuro? Oggi ho fatto la spesa alle undici e mezza di mattina nel quartiere Isola. Isola è un ex quartiere popolare di Milano che adesso invece non lo è più. Con euro trecentomila compri 70 metri quadri, e probabilmente ci andrai a vivere da solo. Questo ha fatto sì che per andare a fare la spesa trovi il supermercato normale ma se cammini un po’ trovi anche quello costoso con la pasta di segale e gli hamburger di tempeh. Esco da questo secondo tipo di supermercato; un candidato consigliere comunale mi avvicina e comincia a parlarmi dei suoi progetti. Mi dice che la sua ambizione è rendere questo quartiere più vivibile e mi nomina subito la struttura x. Io rispondo “La struttura x?”. “Sì, è quel complesso di edifici tra y e z dimessi dal comune tempo fa, ecco, sarebbe bello potere ricavare spazi per tutti i cittadini come ad esempio un piccolo teatro di quartiere”. Io ovviamente non conoscevo nemmeno l’esistenza della struttura x, e avrei potuto ricordare y o z solo nel caso in cui ci avessi fatto una visita medica, e quindi niente. Cosa racconta l’accaduto:

1) Un candidato di una lista civica di sinistra decide di fare campagna elettorale in un quartiere ex popolare.

2) Sceglie un argomento realisticamente sensibile, come quello di alcuni edifici dimessi, in cui si può sostenere di tutto, dalla vendita ai privati alla costruzione di case popolari.

3) Sceglie di raccontarlo nel luogo meno adatto, cioè il supermercato buono, in cui anche l’appartenenza geografica al quartiere è equivoca e incerta.

4) Sceglie di raccontare la sua proposta di teatro di quartiere a quelli come me, che hanno con il quartiere un rapporto di dormitorio-palestra-ricetta-antibiotici, e di cui fregherà un cazzo qualsiasi cosa succeda.

(Alla fine sono tornato a casa e ho messo il riso a cuocere. Mi sono attaccato Rossini su Spotify e su Messenger ho provato a capire cosa fare verso le sette di sera. Mio padre, che è venuto a trovarmi, si è poi disteso sul mio letto e siccome poi sa che mi da fastidio il fatto che russa ha attaccato con sta storia che lui e mio zio dormivano nella stessa camera e russavano entrambi. Non avevano nemmeno un cellulare per distrarsi.)

Storie di libri abbandonati a metà / Ep. 1

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“Perché accanirsi a leggere un libro orrendo? Per un malinteso senso d’orgoglio, per spirito di disciplina, per sfida a sé stessi? O – peggio ancora – per il semplice fatto che lo si è comprato? «Ho speso tredici euro per Acido solforico di Amélie Nothomb, a questo punto lo leggo fino in fondo». Che è esattamente come dire: «Ho buttato del denaro, ora per pareggiare i conti devo buttare anche del tempo». Non vi daranno indietro né l’uno né l’altro.”

G. Vitiello

 

Dan Marinos – Delitto e Castigo di Fedor Dostoevskij

Ho cominciato a interrompere i libri da quando ho iniziato a lavorare (nel momento in cui mi sono reso conto che stava diventando una sorta di isterismo, tipo disordine alimentare, mi sono imposto di non rinunciare a più di due libri di fila). Prima l’avevo fatto una volta sola, con Delitto e Castigo.

È un libro che iniziai per amore, e leggerlo non mi costava alcuno sforzo grazie ad una traduzione piuttosto agile e moderna. Certo, dovevo portare pazienza e sopportare l’utilizzo della parola “Colombello/Colombino” detta tra maschi eterosessuali (“No, ma che Mikolka! Rodion Romanovic, colombino mio, Mikolka non c’entra in questa storia!” dice il Signor Petrovic al protagonista). Trovo fastidioso quando viene data per scontata la conoscenza di un’usanza o di abitudini tipiche di una società che però mi è lontana nello spazio e nel tempo.

Fatto sta che un giorno dimenticai il romanzo sull’autobus e andai in biblioteca a cercarne un altro. Pensavo: “Uno vale uno”. E invece la traduzione era molto più vecchia della prima e i termini ancora più lontani dalla mia soglia di sopportazione.

Questa esperienza mi ha fatto quindi capire che se non mi piace un libro, soprattutto un grande classico, non è colpa dell’autore. Chi sono io per dare contro a Dostoevskij? Quando succede, mi guardo allo specchio con il libro in mano e vedo chiaramente il colpevole: il traduttore.

Conclusi Delitto e Castigo sfogliando rapidamente l’ultimo quarto di libro: mi pare che qualcuno muoia nel fiume, no?

 

Billy Pilgrim – Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas

Una trama che sembra sembra uscita da un film di Tarantino con derive alla Nicholas Sparks.

Alla fine del regime napoleonico, il giovane e onesto Edmond Dantès viene coinvolto, suo malgrado, in un intrigo politico ordito da un gruppo di villanzoni desiderosi di rifarsi una verginità monarchica: arrestato e condannato per tradimento, l’ingenuo protagonista viene gettato nelle terribili segrete del Castello d’If, dove spenderà i successivi 14 anni della sua vita nella speranza di rivedere la luce del sole. Riuscito miracolosamente ad evadere, ed entrato in possesso del favoloso tesoro dell’isola di Montecristo, Dantès rientra a Marsiglia per vendicarsi sotto falso nome dei suoi aguzzini, divenuti nel frattempo i signori indiscussi della vita pubblica locale.

Il personaggio di Edmond Dantès, nei panni del Conte di Montecristo, anticipa sotto molti di vista la figura gotico-romantica del Dracula di Bram Stoker: alto, magro e mortalmente pallido, ma tuttavia in grado di emanare una certa aura di erotismo esotico e potere arcano. Gli intrighi machiavellici per vendicarsi dei suoi nemici non possono non catturare l’attenzione del lettore – sin dai primi capitoli dell’opera di Dumas, si sente un meraviglioso odore di sangue che cola.

Premesse (e promesse) ottime per una prosecuzione altrettanto deludente: a metà romanzo, la storia sfocia lentamente ma inesorabilmente nei toni melensi del feuilleton, e la sottotrama della storia d’amore tra Maximilien e Valentine, quest’ultima figlia di un avversario di Dantès, prende il sopravvento. Pagine e pagine di “Mi ami? Oh, ma quanto di ami?” nell’ennesima, insopportabile cornice del giardino segreto/hortus conclusus. Insomma, tutto quello che NON vorreste leggere nel pieno di una spirale di vendetta, violenza e scontri mor(t)ali.

Il libro rimase sul mio comodino per mesi, nell’angosciosa e inutile attesa di essere riaperto, fino a quando non mi chiamarono dalla biblioteca per ricordarmi che in Italia rubare è ancora reato.

 

Francesco Del Prato – Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Cominciato un paio di volte, mai finito. Ma non ho argomenti razionali, è sempre stata tutta una questione di sensazioni, di fastidiose suggestioni provocate da una lettura che ho sempre trovato faticosa.

Leggere di Tancredi di Salina, del principe Fabrizio, di vicende politiche poco avvincenti e degli amorucoli dei rampolli mi restituiva una sensazione di oppressione, di afa, di lentezza e pesantezza canicolare. Quasi un fastidio fisico, una sensazione sgradevole addosso. La narrazione a blocchi non aiuta, la mia totale insensibilità verso quel capitolo storico in quelle terre tantomeno, e certo questo sentimento di decadenza è fortemente cercato – fatto sta che fatica, fatica e ancora fatica. Una narrazione di un universo stanco che non mi appartiene, ecco a cosa associo il Gattopardo.

Ma ripeto: pura irrazionalità. I romanzi hanno anche questo potere.

 

Felix Davarr – Gita al faro di Virginia Woolf

Quando mi addormento leggendo, se ho tra le mani qualcosa di valido, faccio il seguente incubo: siamo in una realtà parallela dove i romanzi sono tutti delle opere d’arte perfette, da cui i lettori traggono lezioni fondamentali sul senso della propria esistenza; quando un romanzo viene portato a termine, al lettore è concesso salire un gradino verso la conoscenza. Nella scala che tutti gli uomini devono salire, Virginia Woolf sta seduta nel mezzo a guardarci come una sfinge a cui la tradizione del romanzo inglese, fatta di satira, eroine, arrampicate sociali, ha per dispetto scalfito il naso con una cannonata. Già offesa da questo sfregio, la Sfinge Virginia ti blocca in mezzo e comincia a farti domande in maniera sconnessa. Anche io a un certo punto me la trovo davanti, ma nemmeno il tempo che lei finisca la domanda che mi viene un attimo da sorridere, e per questo vengo rispedito con una zampata al gradino più basso. Il sogno finisce con me condannato a bivaccare per l’eternità in un mondo di analfabeti.

Morale: avevo letto la Signora Dalloway, e preso da vezzi adolescenziali avevo subito iniziato la Gita al faro. Dopo quaranta pagine ho iniziato ad avvertire i primi sintomi di un intossicazione da presunzione, solipsismo, mancanza assoluta di ironia (se non per profondere disprezzo) e ho capito che forse, forse, forse questa cosa di leggere e scrivere romanzi per astrarsi da tutto e da tutti è una maniera poco sana di approcciare le cose. Mi piace ricordare la Gita al faro come un romanzo come un punto d’arrivo importante nella mia soglia della sopportabilità. E ogni volta che il critico di turno declama che i romanzi sono prima di tutto opere comiche mi passa ogni voglia di fare le scale.

 

Sette omicidi: il romanzo jamaicano che vedremo in TV

in scrivere/televisione by

 

Sentirete parlare di una “Breve storia di sette omicidi” perchè la HBO ne ha acquistato i diritti per uno sceneggiato.

Il romanzo è anche riuscito a vincere il Man Booker l’anno scorso, con le parole d’elogio al momento della premiazione tutte rivolte al magnifico impianto narrativo che l’autore Marlon James è riuscito a mettere in piedi in settecento pagine. Una mole dispersiva di personaggi, un arco della storia che copre più di trent’anni, molte parolacce, molta crudeltà, molti omicidi, e la soddisfazione per l’autore di essere accostato a nomi molto importanti della narrativa contemporanea.

Di che parla: “Breve storia di sette omicidi” prende spunto da un fallito attentato al cantante Bob Marley nella seconda metà degli anni Settanta. Due giorni prima che in Jamaica si svolgesse un suo concerto che doveva servire a placare gli animi tra i due partiti principali, alcuni uomini armati fecero irruzione nella sua villa riuscendo a ferire lui e la moglie. Il cantante si salva ma le cause dell’attentato rimangono oscure. Marlon James, che è nato e cresciuto in Jamaica prima di inventarsi una nuova vita come professore di scrittura creativa in Minnesota, utilizza questo avvenimento come pretesto per un impalcatura enorme in cui le voci dei personaggi raccontano in prima persona la trama dell’attentato e le sue conseguenze.

A questo pretesto si aggiunge anche il pretesto di una  quanto più selvaggia e feroce della Jamaica di quegli anni, e di una ricostruzione della curiosità della CIA per i potenziali sviluppi politici della musica di Bob Marley in un paese come la Jamaica, e il pretesto per dare una panoramica sulla fascinazione che la musica bianca ha subito nei confronti del raggae,  e il pretesto per mettere in luce aspetti – questi sì, più o meno personali, della realtà jamaicana negli Stati Uniti. Insomma, se ve lo comprate fate meglio a mettervi il cuore in pace e iniziare pagina 1 con l’impegno che richiede un romanzo estremamente ambizioso in termini di pretesti.

Come ho detto, i capitoli sono tutti in prima persona. Le voci che si alternano incalzano il lettore verso direzioni opposte. Può essere frustrante, eppure un secondo prima che la noia si faccia percepire ecco che queste direzioni convergono. L’estrazione sociale dei personaggi è molto varia come vario è il registro dei personaggi. Insomma, il romanzo attraversa tutta la sua durata sul bordo pericoloso dell’abbandono, eppure ne esce salvo. Quando l’ho finito, ho pensato che una storia così dispersa e un ritmo così fitto meritassero una presentazione che fosse il più lineare possibile. Non avrebbe senso provare a costruire una sovrastruttura su un romanzo la cui ambizione è piegare la propria forma al racconto e basta. Molto spesso mi è sembrato evidente quanto la fedeltà dell’autore a questa scelta in un certo senso sinfonica lo abbia costretto a sacrificare le sue potenzialità; quindi, lettore esigente, di parti “ben scritte” il romanzo è pieno, ma compaiono a tratti, non te ne accorgi immediatamente, il tempo che le scorgi e si torna di nuovo alle espressioni gergali (povero traduttore) e alle parolacce.

Io sono una persona che i libri non si sente l’obbligo di finirli. Si finiscono gli esami o i compiti per casa, non i romanzi. E questo ha settecento pagine. Quando l’ho terminato ho pensato che l’autore sia comunque riuscito a combinare qualcosa di efficace. Ho pensato anche quand’è stata l’ultima volta che ho letto un romanzo tirato avanti da una trama e saranno stati anni. Il problema del romanzo non è quindi come ci si sente quando lo si finisce: su questo solo soddisfazioni; il problema è nel mentre: siamo  lettori occidentali, non sappiamo niente di Jamaica e l’autore non si è posto nemmeno il problema di come rendere la rappresentazione più commestibile. L’insistenza religiosa verso una scrittura veritiera ha sortito l’effetto paradossale per cui il lettore va avanti spinto da suggestioni razziste. La violenza, la droga, la facilità dei personaggi femminili: tutti elementi passibili di associazioni razziali equivoche. Eppure, se lo sforzo fosse stato un attimo più panoramico, se l’autore si fosse preso una pausa da questo realismo modulato al massimo, ci saremmo probabilmente risparmiati tutti questi equivoci.

Breve storia di sette omicidi è un romanzo notevole, col difetto originario di una distanza di punti di vista tra chi l’ha scritto e chi sta per leggerlo. Marlon James si è posto un obbiettivo molto vasto, ma il fondamentalismo con cui lo ha perseguito ha avuto come nemesi l’utilizzo (quasi) inconsapevole di una caratterizzazione pericolosamente grottesca. (Perchè dico (quasi) inconsapevole? Perchè dico pericolosamente grottesca? Perchè seguo Marlon James sul suo profilo Facebook e lo vedo molto impegnato nell’attaccare il razzismo altrui). Tutto questo ha implicazioni dannose a livello narrativo: gli sviluppi della storia si rendono comprensibili solo quando la voce passa a caucasici, e ciò porta il lettore a modulare l’attenzione, già in lotta con un linguaggio difficile, in una maniera selettiva che, oltre a non far bene alla propria coscienza, non fa bene nemmeno alla lettura: un caso che personalmente ho trovato molto istruttivo su come mandare in corto circuito chi legge.  Non ho nemmeno aspettato di finire il romanzo per figurarmi la trappola che l’autore si è costruito da solo: quando l’azione si sposta a NY, quest’insistenza alla mimesi produce l’effetto opposto: il lettore è costretto a cercare, nelle descrizioni, quanti più dettagli possibile per rassicurarsi sul fatto che non si è più in Jamaica. Insomma, sono stati commessi dei pasticci.

Al di là comunque degli aspetti politici, è un romanzo avvincente. Uno potrebbe dire ma perchè ne parlo; se Libernazione non è un bollettino di novità, ha senso allora parlare solo dei libri che piacciono; boh, a volte credo che abbia senso leggere cose che ti aiutano a costruirti un’idea di cosa dovrebbe e non dovrebbe essere la lettura, e questo romanzo l’ho terminato con le idee positivamente confuse. Piacerà di più a quei lettori disposti ad arrendersi a una lettura poco controllata, i tipi cioè che vanno avanti sopportando qualsiasi distanza dall’autore pur di godersi la storia. L’adattamento televisivo smusserà probabilmente queste incomprensioni.

 

 

La Macchia Umana, di nuovo

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Comprai questo romanzo di Philip Roth a un’età troppo precoce per poterlo apprezzare del tutto (col senno di poi, troppo precoce anche per riconoscerne i difetti).
Andò così: vinsi un buono-libri per una “gara di lettura”, e per spenderlo entrai in una libreria dove mi cadde l’occhio su uno struzzo Einaudi avvolto da un nastro con l’immagine di Nicole Kidman. Il nastro con l’immagine era dovuta al fatto che stava per uscire l’adattamento cinematografico con la Kidman ed Anthony Hopkins nel ruolo dei protagonisti. Immagino che per lei questo dovesse essere l’ennesimo ruolo forte in quel periodo d’oro della sua età adulta in cui i ruoli “forti” le venivano quasi lanciati addosso (mi sembra anche esemplare il modo con cui quel periodo si chiuse, in una sequela di interpretazioni assolutamente manieristiche tra Diane Arbus e la madre di un demonio, come solo un’attrice qualunque alla ricerca di ruoli forti sarebbe stata in grado di paccare).
Ad ogni modo, comprarlo mi sembrò un modo per confermare definitivamente il mio status di lettore di cose adulte, e per quanto un professore di lettere ti potrebbe anche indicare un milione di alternative più adatte, quello presi.

La storia che incontrai fu questa: Coleman Silk, un professore di greco antico alle soglie della pensione, pronuncia a lezione un appellativo equivoco rivolto a due studenti perennemente assenti; l’appellativo in questione sarebbe “spettri”, che in inglese, “spooks”, è stato in passato un modo dispregiativo per indicare la gente di colore. I due studenti, effettivamente persone di colore, portano il caso in facoltà. Il consiglio di facoltà, facoltà di cui Coleman è stato a lungo preside, prende sul serio l’accusa di razzismo e gli chiede formalmente delle scuse. Coleman non cede e alla fine viene costretto a dare delle dimissioni. Qualche mese dopo lo scrittore Nathan Zuckerman viene in contatto con Coleman, e apprende del suo rapporto con Faunia Farley, una signora analfabeta di 34 anni, madre di due bambini morti per sua negligenza, costretta a barcamenarsi tra più lavori per le condizioni di assoluta indigenza in cui versa. Il romanzo che prende corpo è la storia di Coleman, della sua relazione con Faunia, e del disvelarsi tragicomico (e vi prego di prendere quest’aggettivo sul serio) del perché, messo davanti all’accusa di razzismo, Coleman ha deciso di non lottare e dimettersi.
Philip Roth oggi va di moda. Ma in quei molti che lo trovano “eccessivo” ho sempre avuto il sospetto che non riuscissero a digerire il suo modo poco gratificante di intendere la letteratura. Specialmente, risulta spesso poco digeribile a quel “lettore attento”, che purtroppo – andate a una presentazione qualsiasi – esiste ed è persona che ostenta sempre più la sua passione per i libri as opposed to, ad esempio, un’idea di arte altrimenti corrotta dalla musica rap o dal digitale (da questo punto di vista, che c’entra anche molto con la storia di Coleman e Faunia – sulla fine, l’amante della musica classica rappresenta il culmine di questo modo sacerdotale e salvifico di vivere le proprie passioni). Rimane, fondamentalmente, uno scrittore troppo consapevole della miseria a cui personalmente va incontro quando scrive un romanzo. Non è necessariamente l’unico modo di intendere la scrittura, o avvicinarvisi, ma pare che per Philip Roth la miseria dello scrittore di fronte alle tragedie degli altri sia qualcosa di così ingombrante che il lettore non solo deve venire esposto alla storia, ma anche alla miseria di chi scrive; la sintesi che il lettore deve trarre, il “momento purificatore”, è accettare, all’interno di una storia sia la narrazione, sia lo scrittore, sia il suo gioco crudele sulla vita delle persone. Mi sembra qualcosa di abbastanza generale e costante nella produzione di Roth e che vale per tutta la sua produzione precedente e successiva alla Macchia Umana.

Ok, ma quindi, questa Macchia Umana? Me la sono andata a rileggere qualche mese fa in lingua originale. Devo dire, se a un età troppo precoce l’unica cosa che avevo potuto provare era la vaga sensazione di venire bombardato dalle parole e della nitidezza delle immagini, questa sensazione è rimasta, si è amplificata notevolmente e oltre i brividi di fronte alla bellezza di certi passaggi mi sono sentito anche sollevato dalla paura che diventare lettori sofisticati significa perdere qualcosa. Quali riflessioni si possono aggiungere adesso che si è diventati lettori maturi?
Sul conformismo accademico Roth fa una panoramica mirabile su quei temi che, ad esempio, tanto accendono le dita sulla tastiera di Luca Mazzone. Sulla sessualità e sul desiderio spiega cose che tanto farebbero incazzare i soliti progressisti degli anni 10. Anche sull’affermazione della propria identità porta il lettore ad affermare delle verità tremende. Spiegare e anticipare la portata aggressiva e grandiosa delle conclusioni del romanzo significherebbe spegnerne la miccia. Ecco, una consolazione per il lettore nuovo arrivato è che tutte le tematiche vengono introdotte e contestualizzate a poco a poco: questo è un grande pregio, curarsi del lettore più sprovveduto, basta che questi abbia la buona volontà di imbarcarsi e farsi “bombardare”; ed è qualcosa che ho trovato tanto più ammirevole nel momento in cui, da ragazzino, avrei forse rischiato di interrompere il romanzo se avessi anche avuto la minima sensazione che mi stessero sfuggendo troppe cose. Roth rimane comunque uno scrittore democratico. E cosa nasconde invece la letteratura incomprensibile? Nel romanzo ci sono anche pagine molto divertenti dedicate al nucleo geografico della produzione di un certo tipo di stronzate incomprensibili (Sì, amanti del bateaux mouches).
L’unica vera novità che mi sento genuinamente di osservare, a una seconda lettura, è il tono insolitamente elegiaco della storia in confronto a quello che Roth aveva prodotto prima della Macchia Umana. Dalle sue cose precedenti l’aspetto ludico dello scrittore e dei suoi alter ego è quasi sempre sembrato trionfare in maniera distruttiva sulle vite dei personaggi. E’ come se a chiudere la storia Roth impugnasse alla fine una tromba e la suonasse dritta nell’orecchio di tutti; la sensazione che ho avuto stavolta è che, se la tromba va comunque a sfracassare i timpani di chi porta all’esasperazione Coleman e Faunia, nei loro confronti Roth e il suo alter ego posino lo strumento a fiato, e mettendosi a spalla un violino concedano loro quella pace che la comunità invece ha strappato. E’ un romanzo in cui si indugia molto sui momenti in cui i protagonisti sono felici, ed è una cosa che mi ha sorpreso.
Cito sparsi dei momenti che valgono da soli l’acquisto o la rilettura del romanzo:
– Nathan Zuckerman che ritrova il desiderio di raccontare una storia mentre balla con Coleman
– Il confronto finale tra Coleman la madre
– Coleman e Faunia che ballano nudi
– Faunia che abbandona nella gabbia di un corvo l’anello di fidanzamento.
– Zuckerman che osserva per l’ultima volta Coleman e Faunia, a un concerto di musica classica.

Rimangono solo i difetti che, dicevo, ho invece rilevato avvicinandomi una seconda volta al romanzo: leggetevelo, e se li trovate ci passerete sopra.

La lupara espressa: come muore ammazzata una carriera politica

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Premessa: Attendiamo con ansia ulteriori chiarimenti su come un giornalista dell’Espresso possa avere avuto accesso ad un’intercettazione la cui esistenza è stata già smentita dalla procura di Catania. Ma assumiamo pure che la telefonata sia vera, e che i solerti amici dell’Espresso abbiano agito in specchiata buonafede. La vicenda di Crocetta offre altri due spunti su cui restare sgomenti.

Il primo è la ridicola, pietosa, plateale, mancanza di polso del Presidente della Regione. Funziona così: un tuo amico potente (adesso in carcere) ti telefona e si fa scappare nello sproloquio un commento davvero pesante, ben oltre lo sconveniente, su una tua collaboratrice. Eviti di affrontarlo, di addentrarti nella questione di quella battuta infelice, non giri intorno alla frase e alla sua immondizia. Poi, i solerti amici dell’Espresso fanno scoppiare la notizia. Che fare? Prendi il Manuale, e lo applichi: butti le mani avanti, non hai mai sentito nulla del genere, poi ti autosospendi borbottando qualcosa di patetico sulla dignità del popolo eccetera eccetera. Specchiato, pulito, rapido. C’è una nota formula in voga tra quegli editoriliasti di destra che resistono ancora fieri alla mostrificazione della loro area politica, e finisce di solito con “alla fine trovi sempre uno più puro che ti epura”. Raro è stato un esempio tanto didattico quanto il caso Crocetta. Sorprende tuttavia l’impietosa realizzazione delle gufate di cui sopra: credevamo che di circo si sarebbe sempre trattato, e invece no, ecco immediata l’autosospensione. Ah, il manuale.

Il famigerato Senso Delle Isitutuzioni ha accolto l’eresia populista, che per anni non si era capito se fosse o meno utile strumento di controllo dell’elettore sul comportamento dell’eletto, se in qualche modo aiutasse a rodare il ricambio della classe dirigente. Ogni partito demanda alla sua (bassa) manovalanza giornalistica il compito di controllo; e quando questa colpisce, ecco il ritorno in pompa magna del meccanismo ben oliato dell’Autodafé, dove il politico accusato provvede da sé alla sua rottamazione, che è tanto più dignitosa quanto più è pulita, netta e lascia da parte la certezza del diritto. Si usa il Manuale, insomma.

Però ci sorge una domanda, allora: se è così facile mettere in ginocchio il Governatore, basta l’accusa di una frase ascoltata, roba spicciola, che si costruisce in un attimo, che affidabilità ha la tenuta dell’uomo e della sua (complicatissima) istituzione? C’è da fidarsi di un polso così debole, possiamo star tranquilli con una guida tanto fragile?

Ma forse di teatro si tratta, per cui procediamo verso il secondo atto. Al secondo punto, cioè.

Evitiamo considerazioni generali, difficili da gestire, e facciamo subito due nomi: Falcone e Borsellino. E siccome ovvio e banale sono due idee ben distinte, mettiamo in chiaro il nostro assoluto, imprescindibile rispetto per chi ha saputo di correre il rischio di finire ammazzato con coraggio per svolgere il proprio mestiere, e ammazzato ci è finito davvero assieme a moglie e collaboratori.

Concedeteci però una nota storica dolente. La Sicilia è un pezzo d’Italia tremendamente arretrato sul piano economico e culturale, e tra chi scrive c’è un siciliano. Nonostante tutto, decenni di politiche assistenzialiste hanno generato una simil-borghesia che si preoccupa della propria posizione nel contesto italiano. A costoro non si possono vendere solo granite alla mandorla e Tomasi di Lampedusa; bisogna trovare una ragione squisitamente contemporanea di orgoglio e sciovinismo che giustifichi la pretesa di ulteriori risorse. A partire dagli anni novanta l’antimafia è stata una ghiotta occasione per vendere a un gruppo ristretto di siciliani un immagine migliore del loro essere realmente. Se capita in sorte di crescere in Sicilia, in una famiglia dove si legge e si scrive, non è possibile evitare le tappe obbligate di un orgoglio siciliano di cartapesta, una civiltà brillante di facciata in cui arriva inevitabile il bombardamento dell’immagine di questi due magistrati. Due magistrati che, simbolicamente, altro non sono che una via di fuga da una realtà psicologicamente inaccettabile per una borghesia che si dice europea, la cui fiamma serve a tenere lontano lo spettro di una diversità profonda, mentre i tasci, gli zalli, gli zaurdi, gli sventurati insomma che fanno i conti con un’estrazione sociale più bassa vivono la loro propria, distante realtà, e intanto gli altri mostri, che infestano i centri storici, giocano a fare i mafiosi mentre recitano a memoria scene de Il Capo Dei Capi o di Gomorra.

È così che Crocetta salta, con lo spauracchio purificatore di Falcone e Borsellino, depurati di ogni profondità e ridotti a redentori di una sicilianità che rimane torbida al di là della narrazione che ci si è costruita sopra. Non bastano il populismo, l’incapacità politica, la malafede della stampa manovrata dal PD a spiegare la complessità della vicenda. Perché è in quella chirurgica frase contro Borsellino, studiata nel dettaglio, con precisione millimetrica, che l’Espresso ha realizzato il suo capolavoro di esecuzione. Crocetta parla di rispetto verso la dignità del popolo siciliano e ha ragione tranne che in una cosa. Parla a quel popolo che della mafia prova ovvove dall’alto delle proprie posizioni di rendita, piccole o grandi che siano, ma comunque solide abbastanza da assicurare l’illusione di vivere in una fetta di paese civilizzato.

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