un blog canaglia

Author

Francesco Del Prato

Francesco Del Prato has 20 articles published.

Il requiem del garantismo nell’opinione pubblica

in giornalismo/politica by

Ce l’hanno fatta, alla fine, e non era poi così difficile da prevedere. Nel ciclone retorico dell’onestà come virtù cardinale della scienza politica e Pietra Filosofale della cosa pubblica, dalle virtù taumaturgiche e ricostituenti, è successo l’inevitabile. Il dibattito pubblico, che già non godeva negli ultimi anni berlusconiani di una salute di ferro, si è degradato al punto tale da dare per scontato il livello ridicolo e tossico in cui versa.

Il MoVimento 5 Stelle è, come sempre più spesso accade di questi tempi, concausa e cartina al tornasole del fenomeno. Per quanto non in qualità di pioniere, ma certamente di abile fantino, il grillismo ha cavalcato per anni l’ondata di indignazione automatica per le inchieste della politica. L’equazione messa in piedi dal M5S e dalle sue penne feroci e gli organi stampa che dirigono – e che in questo hanno avuto, nella nostrana stampa di sinistra, dei degni maestri – è quella per cui a indagine corrisponde condanna. Un avviso di garanzia è di per sé una testimonianza di colpevolezza, e il triangolo magistratura-giornalismo-speculazione politica non ha fatto prigionieri in questa certosina attività di pessima informazione. Anche la semantica ne è uscita sconvolta: l’avviso di garanzia, da ruolo appunto di garanzia che aveva, è diventata  marchio d’infamia, roba che sarebbe quasi meglio non notificare niente.

Tutta questa palude maleodorante è stata trattata come una fonte d’acqua cristallina finché questo si è rivelato utile a sobillare gli elettori, ma il pantano era prevedibilmente dietro l’angolo. Pizzarotti prima, poi Nogarin, ora il caos della giunta Raggi: chi assume ruoli di governo rischia di subire delle indagini. È una cosa normale, naturale, addirittura sana, se solo non fosse stata criminalizzata fino al giorno prima, gallina d’oro del consenso facile. E il cortocircuito è servito: sul Fatto Quotidiano è in scena uno psicodramma, mentre Di Maio rinuncia alle trasmissioni TV per non doversi trovare nell’imbarazzo di giustificare la propria irresponsabilità prima e incoerenza poi, e Di Battista sospende il tour che lo ha visto impegnato in una sorta di Festivalbar dei bei tempi, solo molto più noioso. Viene il sospetto, e un po’ la speranza, che non abbia più voce.

La cosa autenticamente disgustosa di tutto questo carnevale è, come già detto, che lo stiamo dando per scontato. È regolare e ben accettato ingessare il dibattito pubblico intorno alle iscrizioni nel registro degli indagati e agli atti dovuti che ne conseguono. Siamo completamente assuefatti alla morte del garantismo, quantomeno nella pubblica opinione, alla tavola della quale quasi nessuno che si alzi, batta forte con la punta della forchetta sul bicchiere di cristallo per poi frantumarlo a terra, e nel glaciale silenzio che ne consegue urli: “Ma siete impazziti? Tutti quanti? Tutti insieme? Vi rendete conto di cosa stiamo scrivendo e dicendo, con che faciloneria?”. Niente: si discute serenamente, quasi davanti a una tazza di tè, se dimettersi o non dimettersi, se c’è stata poca o adeguata trasparenza. Il pozzo l’avete avvelenato, e ora da lì vi tocca attingere intere caraffe. Che ci beviamo noi.

Il contrappasso triste di Roberto Benigni

in politica/società by

Sic transit gloria mundi: anche Roberto Benigni – profeta della sinistra al caviale, colta, illuminata, dotta, la sinistra delle grandi ma piccole cose, dei salotti che si ripetono di non scordarsi degli ultimi, della commiserazione per la deriva morale™ del Paese, è diventato un nemico. Nell’arco di una dichiarazione, da essere la Stella Polare della “resistenza” che il suo humus culturale pensa di vivere e combattere quotidianamente tra un insulto e un’Amaca di Serra, Benigni è stato subissato di offese, insinuazioni e accuse da quell’autoproclamata élite che fino a poco fa lo acclamava sua guida. Ha smesso di alimentare, anche solo per un attimo, la convinzione del suo popolo di essere quello eletto, custode una missione di redenzione e salvataggio del Paese dai propri beceri concittadini. Non sopravviverebbero a tanto, ne sono assuefatti da decine di anni di continua propaganda.

Questa storia – al netto della sgradevole conferma di ciò che già, con preoccupazione, sapevamo – ha il sapore del contrappasso. Per rimanere in tema referendum, lui e altri come lui hanno pasciuto la retorica soffocante della Costituzione intoccabile, inviolabile, perfettissima. Benigni è stato (anzi: è ancora) uno dei ministri che dettano le linee guida di etica ed estetica pubblica: un passo dentro la morale, guardando dentro le mutande di Berlusconi e magnificando le opere di procure e procurette in costante ricerca di un colpevole fino a prova contraria; e un passo dentro l’estetica, tra la stucchevole retorica dell’amore e della poesia, le letture popolari di Dante al popolino che si è scordato da dove veniamo, e “la più bella del mondo”. E adesso, tra un insulto e l’altro dicono che l’ha tradita, la più bella del mondo. Hanno ragione. Il tradimento si è consumato verso quello schema di pensiero che separa la realtà in noi, giusti, e loro, abbietti – ignoranti o in malafede. Se non sei con noi, sei con loro, caro Roberto. Ce lo hai insegnato tu.

Pannella e Scalfari, affinità e divergenze dal conseguimento della maggiore età

in cultura/politica by

La morte di un politico famoso si sa, è come il dissesto idrogeologico: nessuno in Italia può dirsene immune, e nessuno viene risparmiato dallo straripamento. Sono acque che sgorgano copiose e infestate di coccodrilli, ma niente paura perché sono quasi tutti affettuosi – se non addirittura melensi. Generalmente il tratto comune di questi rettili anfibi è il copione che segue: riconoscimento dei meriti del defunto, aneddoto personale (cose fatte insieme quasi tutte improvvisamente memorabili, tendenzialmente poco interessanti in assoluto, ma di cui è necessario rinfrescare la memoria), giustificazione del perché non si era più d’accordo da tempo, chiusura vagamente commossa ma senza esagerare.

Non fa eccezione Eugenio Scalfari, il decano del giornalismo italiano, fondatore di Repubblica e anche del Partito Radicale – correva l’anno 1955 – che di Pannella offre un ritratto sincero e poco arruffone, più teso a sottolinearne le differenze e marcarne l’alterità, che a condividerne i meriti. Niente di stupefacente – ivi compresa la magica abilità di Scalfari di parlare di sé anche quando scrive della morte di un atro – e niente di memorabile, ma apprezziamo il tentativo di trovare un termine di paragone attuale. Ovviamente è un tentativo vano: Pannella era, e naturalmente rimane, tanto indecifrabile quanto irripetibile, e una storia così (proprio come certa musica) poteva nascere solo negli anni 60 e 70.

Esattamente come era lecito aspettarsi, i meriti di Pannella si fermano ai referendum su divorzio e aborto: Pannella, per una certa sinistra che delle personalità complesse ama appropriarsi della proiezione comoda e aderente, muore qui. Delle battaglie dei 40 anni successivi non se ne parla, e se lo si fa se ne accantona il merito, puntando il dito contro i letimotiv circostanziali di sempre: Capezzone, Cicciolina, Berlusconi, Rutelli (per i più barricaderi). Questo non c’è nell’articolo ma per la sinistra, per quella stessa sinistra di sempre, i radicali sono un popolo strambo, pindarico, incomprensibile. Le battaglie sui princìpi, sugli ideali, lontani dalle “reali esigenze della gente”. La sinistra salottiera di cui Scalfari è incarnazione e Gran Maestro di quelle esigenze e quelle vite ha sempre (stra)parlato, Pannella coi suoi istrionici eccessi di quelle esigenze e quelle vite ci si è insozzato e ne ha fatto benzina politica: “Le nostre storie sono i nostri orti”, dopotutto. E poi il settarismo incomprensibile, probabilmente nel linguaggio e nella mitologia, sicuramente nel rapporto col leader. Non a caso infatti, mentre Scalfari nel 1986 intitolava un proprio libro “La sera andavamo in via Veneto”, facendo riferimento alla sua scuola giornalistica e intellettuale irriducibilmente vitellona;  venticinque anni dopo Pannella intitolava un proprio lungo intervento su Il Foglio “La sera non andavamo in via Veneto”: se l’alterigia è stata un tratto comune tra i due decani, certamente è stata declinata in maniera diversa.

Poi, però, c’è l’essere capopopolo senza partito, di cui si attende il verbo la domenica sull’organo ufficiale: puntuale. C’è l’essere saggio, nella saggezza dell’Anziano che ha attraversato buona parte del ‘900, ha conosciuto i Padri della Patria™, e ha lasciato un segno nella storia di questo paese. Dalla parte degli ultimi, degli emarginati. C’è, concediamoci un po’ di bassezza, un libertinismo sessuale comune eppure così diverso: poligamia, promiscuità e le loro intersezioni. Non a caso, c’è l’essere nati di rara e austera bellezza. C’è l’essere guida morale che detta la linea e l’etica, di una moralità che pur nascendo laica ed atea vola alto, diventa necessariamente metafisica, specie sul finale. Arrivando addirittura a dialogare con il Papa. A scriverci insieme un libro. Come dite? Pannella non ha mai scritto un libro con il Papa? Ah ma qui si parlava di Scalfari, non confondetevi.

M5S: se il problema non sono gli avvisi di garanzia

in politica by

Gli avvisi di garanzia hanno iniziato a bussare anche alla porta immacolata del M5S. Non è certo una bella notizia, ma forse più l’opportunità per il MoVimento di testare sulla propria pelleun po’ del valore del garantismo, che puntella quello stato di diritto dileggiato quotidianamente dalla barbarie del loro giustizialismo sbraitato. Pizzarotti è l’ultimo della lista degli amministratori pentastellati indagati, proprio stamattina, Nogarin qualche giorno fa.

Il problema, qui, non sono però gli avvisi di garanzia. Dopotutto, si tratta dell’inizio di un procedimento penale, aspettiamo che faccia il suo corso prima di gridare allo scandalo: nella selva di regole e regolette, rischiare di inciampare per un amministratore pubblico – anche nella più completa buonafede – è un rischio con cui scendere ai patti nel momento stesso della propria candidatura. Il problema qui sono le condotte rivendicate dai 5 stelle, a prescindere dal reato eventualmente contestato.

Prendiamo il caso Nogarin ad esempio. C’è un avviso di garanzia per il reato di concorso in bancarotta fraudolenta per l’avvio del concordato preventivo di Aamps, la municipalizzata dei rifiuti livornese. Voci giornalistiche insistono su altre ipotesi di reato, ma concentriamoci su questa: qual è la questione? Nogarin ha stabilizzato 33 precari dell’azienda quando già stato dato mandato al Cda di presentare la richiesta di concordato preventivo. Con una mano si dichiara che l’azienda è alla frutta, e con quell’altra si stabilizzano i contratti di trentatré dipendenti, con gli oneri che questo comporta. Ora, qui nessuno si augura naturalmente il licenziamento di nessuno. Ma a fronte di questi lavoratori stabilizzati, altri vedranno tremare il proprio posto di lavoro a causa dei crediti non incassati verso l’Aamps che fallisce, e che magari farà fallire a loro volta le aziende fornitrici. Con un atto del genere il sindaco sostiene, di fondo, che il posto di lavoro dei dipendenti della municipalizzata, partecipata al 100% dal Comune di Livorno, ha più valore di un qualsiasi altro posto di lavoro di un’azienda sul mercato. Ma la retorica della stabilizzazione del precario fa molta presa, naturalmente, e quindi Nogarin rivendica fieramente questa posizione:

A ben vedere, però, non è andata proprio così, se è concesso un parallelo fuori dalla stretta semantica giuridica: in un certo senso, rubare si è rubato, decidendo di spendere male i soldi del comune – e quindi dei cittadini; in un certo senso frodare si è frodato, nei confronti di quei creditori che non vedranno più i loro soldi, con le annesse conseguenze; in un certo senso corrompere si è corrotto, perché si sono sostanzialmente usati denari pubblici per acquistare voti.

Tutta questa vicenda è penalmente rilevante? Chissenefrega. Non è questo il punto. Anzi: speriamo di no, speriamo che non lo sia – renderebbe solo un fatto, già grave di per sé, doppiamente grave. Il punto è la costante rivendicazione politica da parte del M5S di scelte sbagliate, dannose, deprecabili, imprudenti e irrispettose, solo perché bellegiuste. Alla fine, si stabilizzano 33 lavoratori e ci si fa un bel titolo e un po’ di voti. Delle conseguenze se ne occuperà qualcun altro. E non parlo della magistratura.

Storie di libri abbandonati a metà / Ep. 1

in cultura by

“Perché accanirsi a leggere un libro orrendo? Per un malinteso senso d’orgoglio, per spirito di disciplina, per sfida a sé stessi? O – peggio ancora – per il semplice fatto che lo si è comprato? «Ho speso tredici euro per Acido solforico di Amélie Nothomb, a questo punto lo leggo fino in fondo». Che è esattamente come dire: «Ho buttato del denaro, ora per pareggiare i conti devo buttare anche del tempo». Non vi daranno indietro né l’uno né l’altro.”

G. Vitiello

 

Dan Marinos – Delitto e Castigo di Fedor Dostoevskij

Ho cominciato a interrompere i libri da quando ho iniziato a lavorare (nel momento in cui mi sono reso conto che stava diventando una sorta di isterismo, tipo disordine alimentare, mi sono imposto di non rinunciare a più di due libri di fila). Prima l’avevo fatto una volta sola, con Delitto e Castigo.

È un libro che iniziai per amore, e leggerlo non mi costava alcuno sforzo grazie ad una traduzione piuttosto agile e moderna. Certo, dovevo portare pazienza e sopportare l’utilizzo della parola “Colombello/Colombino” detta tra maschi eterosessuali (“No, ma che Mikolka! Rodion Romanovic, colombino mio, Mikolka non c’entra in questa storia!” dice il Signor Petrovic al protagonista). Trovo fastidioso quando viene data per scontata la conoscenza di un’usanza o di abitudini tipiche di una società che però mi è lontana nello spazio e nel tempo.

Fatto sta che un giorno dimenticai il romanzo sull’autobus e andai in biblioteca a cercarne un altro. Pensavo: “Uno vale uno”. E invece la traduzione era molto più vecchia della prima e i termini ancora più lontani dalla mia soglia di sopportazione.

Questa esperienza mi ha fatto quindi capire che se non mi piace un libro, soprattutto un grande classico, non è colpa dell’autore. Chi sono io per dare contro a Dostoevskij? Quando succede, mi guardo allo specchio con il libro in mano e vedo chiaramente il colpevole: il traduttore.

Conclusi Delitto e Castigo sfogliando rapidamente l’ultimo quarto di libro: mi pare che qualcuno muoia nel fiume, no?

 

Billy Pilgrim – Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas

Una trama che sembra sembra uscita da un film di Tarantino con derive alla Nicholas Sparks.

Alla fine del regime napoleonico, il giovane e onesto Edmond Dantès viene coinvolto, suo malgrado, in un intrigo politico ordito da un gruppo di villanzoni desiderosi di rifarsi una verginità monarchica: arrestato e condannato per tradimento, l’ingenuo protagonista viene gettato nelle terribili segrete del Castello d’If, dove spenderà i successivi 14 anni della sua vita nella speranza di rivedere la luce del sole. Riuscito miracolosamente ad evadere, ed entrato in possesso del favoloso tesoro dell’isola di Montecristo, Dantès rientra a Marsiglia per vendicarsi sotto falso nome dei suoi aguzzini, divenuti nel frattempo i signori indiscussi della vita pubblica locale.

Il personaggio di Edmond Dantès, nei panni del Conte di Montecristo, anticipa sotto molti di vista la figura gotico-romantica del Dracula di Bram Stoker: alto, magro e mortalmente pallido, ma tuttavia in grado di emanare una certa aura di erotismo esotico e potere arcano. Gli intrighi machiavellici per vendicarsi dei suoi nemici non possono non catturare l’attenzione del lettore – sin dai primi capitoli dell’opera di Dumas, si sente un meraviglioso odore di sangue che cola.

Premesse (e promesse) ottime per una prosecuzione altrettanto deludente: a metà romanzo, la storia sfocia lentamente ma inesorabilmente nei toni melensi del feuilleton, e la sottotrama della storia d’amore tra Maximilien e Valentine, quest’ultima figlia di un avversario di Dantès, prende il sopravvento. Pagine e pagine di “Mi ami? Oh, ma quanto di ami?” nell’ennesima, insopportabile cornice del giardino segreto/hortus conclusus. Insomma, tutto quello che NON vorreste leggere nel pieno di una spirale di vendetta, violenza e scontri mor(t)ali.

Il libro rimase sul mio comodino per mesi, nell’angosciosa e inutile attesa di essere riaperto, fino a quando non mi chiamarono dalla biblioteca per ricordarmi che in Italia rubare è ancora reato.

 

Francesco Del Prato – Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Cominciato un paio di volte, mai finito. Ma non ho argomenti razionali, è sempre stata tutta una questione di sensazioni, di fastidiose suggestioni provocate da una lettura che ho sempre trovato faticosa.

Leggere di Tancredi di Salina, del principe Fabrizio, di vicende politiche poco avvincenti e degli amorucoli dei rampolli mi restituiva una sensazione di oppressione, di afa, di lentezza e pesantezza canicolare. Quasi un fastidio fisico, una sensazione sgradevole addosso. La narrazione a blocchi non aiuta, la mia totale insensibilità verso quel capitolo storico in quelle terre tantomeno, e certo questo sentimento di decadenza è fortemente cercato – fatto sta che fatica, fatica e ancora fatica. Una narrazione di un universo stanco che non mi appartiene, ecco a cosa associo il Gattopardo.

Ma ripeto: pura irrazionalità. I romanzi hanno anche questo potere.

 

Felix Davarr – Gita al faro di Virginia Woolf

Quando mi addormento leggendo, se ho tra le mani qualcosa di valido, faccio il seguente incubo: siamo in una realtà parallela dove i romanzi sono tutti delle opere d’arte perfette, da cui i lettori traggono lezioni fondamentali sul senso della propria esistenza; quando un romanzo viene portato a termine, al lettore è concesso salire un gradino verso la conoscenza. Nella scala che tutti gli uomini devono salire, Virginia Woolf sta seduta nel mezzo a guardarci come una sfinge a cui la tradizione del romanzo inglese, fatta di satira, eroine, arrampicate sociali, ha per dispetto scalfito il naso con una cannonata. Già offesa da questo sfregio, la Sfinge Virginia ti blocca in mezzo e comincia a farti domande in maniera sconnessa. Anche io a un certo punto me la trovo davanti, ma nemmeno il tempo che lei finisca la domanda che mi viene un attimo da sorridere, e per questo vengo rispedito con una zampata al gradino più basso. Il sogno finisce con me condannato a bivaccare per l’eternità in un mondo di analfabeti.

Morale: avevo letto la Signora Dalloway, e preso da vezzi adolescenziali avevo subito iniziato la Gita al faro. Dopo quaranta pagine ho iniziato ad avvertire i primi sintomi di un intossicazione da presunzione, solipsismo, mancanza assoluta di ironia (se non per profondere disprezzo) e ho capito che forse, forse, forse questa cosa di leggere e scrivere romanzi per astrarsi da tutto e da tutti è una maniera poco sana di approcciare le cose. Mi piace ricordare la Gita al faro come un romanzo come un punto d’arrivo importante nella mia soglia della sopportabilità. E ogni volta che il critico di turno declama che i romanzi sono prima di tutto opere comiche mi passa ogni voglia di fare le scale.

 

Perché Virginia Raggi è il candidato più inadatto a governare Roma

in politica by

Affermare che Roma è una città alle corde non è certo dare una notizia. Parliamo di una capitale sostanzialmente fallita, che non lo è tecnicamente solo perché, naturalmente, too big to. Ma questa è cronaca quotidiana, fatta di servizi che non esistono o non funzionano, sporca, inefficiente, corrotta e degradata, a tratti addirittura brutta, la città più bella del mondo, affaticata dal peso di stratificazioni di potentati locali e nazionali, cioè sostanzialmente dal suo rinnovato ruolo di capitale di un ennesimo impero decaduto.

La prima reale notizia allora, in questo quadro, è l’imbarazzante livello della competizione elettorale, che tutto sembra riguardare tranne i programmi delle candidature e le scelte associate. La notizia nella notizia, però, è che in pole position, secondo tutti gli analisti sondaggi alla mano, si trova Virginia Raggi, candidato del Movimento 5 Stelle, e decisamente il più inadatto tra quelli papabili. Si tratterà certamente di una cara e specchiata persona, e stendiamo subito un velo pietoso sulla miseria degli attacchi che la vorrebbero vicina a Berlusconi e Previti. Temo che non basti, però.

Il problema con la Raggi si pone su ben altri livelli. Prima di tutto, la Raggi e i 5 stelle non hanno nessuna esperienza di governo. Zero. Si può guardare a questo fatto ostentando fierezza e imbastendosi di un po’ di retorica della novità, ma la verità è che l’inesperienza – in una macchina complessa e ingolfata come quella romana – è solo un problema. Nel tempo in cui Raggi e compagnia si renderanno conto non solo di come funzionano gli ingranaggi, ma di dove e quando intervenire, con quali modalità e con che sensibilità per essere incisivi, le burocrazie e i potentati che si mangiano la città avranno campo libero per consolidare le proprie posizioni di rendita e potere. Roma non è neanche lontanamente nella condizione di potersi permettere di aspettare turni fermi a imparare le regole del gioco.

In seconda battuta, la Raggi è di gran lunga il candidato meno coraggioso tra quelli a disposizione; o meglio, quello da cui ci si possono aspettare scelte meno coraggiose. La retorica grillina, di cui ho già avuto modo di scrivere, riduce tutto a un bianco e nero che si sostanzia in una dicotomia tra bene e male. Naturalmente, i grillini scelgono il primo, che tradotto significa nove volte su dieci non scontentare nessuna minoranza cavalcando un po’ di argomenti populisti. Ma Roma è una città che per essere cambiata ha bisogno di scontentare molti, moltissimi, e certo non mi aspetto che la Raggi si metterà contro corporazioni locali come i tassisti, gli ambulanti, o le orde di dipendenti pubblici che banchettano al tavolo dell’inefficienza della capitale. Il grillismo è alfiere del “servizio pubblico”, che tradotto significa municipalizzate con management inadeguato e amico degli amici, e dipendenti che sono di fatto beneficiari dell’assistenzialismo di stato. Da chi fa dell’acqua pubblica una bandiera, da chi auspica un aumento dell’estensione della mano pubblica locale, cosa possiamo aspettarci quando ci sarà da mettere mano all’insostenibilità di ATAC e dei suoi dodicimila dipendenti, all’inefficienza di AMA nella gestione dei rifiuti, o della giungla di concessionarie pubbliche che gestiscono appalti e appaltini? Certo, sulla carta c’è il municipio benefattore che si prodiga per i propri concittadini, ma nella realtà c’è Roma e le sue rendite. Ci sarà da calpestare i piedi a più di una persona, per metterci mano.

Poi, c’è il fango. La campagna elettorale della Raggi vive del fango gettato sugli avversari, sul noi contro di loro e le colpe del passato. Nessuno le nega, sono anni che Roma non conosce un’amministrazione adeguata, ma mi sembra un po’ poco su cui costruire un progetto di città, oltre che una testimonianza di debolezza assoluta: è anche su questa debolezza che fa conto chi vuole tenere Roma dov’è. Finora, da parte della Raggi, si è visto uno stuolo di no alle proposte altrui, decisamente poca propositività e un po’ di chiacchiere sulle biciclette, che sembrano essere il tema cardine della campagna elettorale dell’avvocatessa. Ho come l’impressione che tutto questo fango non aiuterà se e quando ci saranno da prendere decisioni difficili che avranno bisogno di tutta la forza del Consiglio Comunale e delle competenze ed influenze di quanti vi siederanno.

Una Serena Grandi provata dal tempo, mentre esce dalla torta di compleanno di Jep Gambardella ne La Grande Bellezza, esclama concitata e sorridente: “Auguri Jep, auguri Roma!”. Ecco. Soprattutto auguri Roma.

Una clava chiamata referendum

in politica by

Non è più una questione tecnica, e forse non lo è sostanzialmente mai stata, quella del referendum del 17 aprile. Gli impatti sostanziali, sotto il profilo della politica energetica, di quella ambientale, sotto il profilo ecologico ed economico di ritorno, sono del tutto trascurabili, se dovesse vincere il sì. C’è un altro referendum, poi, in arrivo, e di ben altra portata. Ieri la Camera ha approvato in via definitiva la riforma costituzionale e l’ultimo passo che separa l’Italia dalla più imponente revisione della propria architettura istituzionale è proprio il quesito referendario di ottobre.

La cosa che accomuna questi due eventi, e che peraltro trovo vagamente spaventosa, è lo scollamento che si verifica tra gli effetti reali e quelli dichiarati nei quesiti. A nessuno importa niente dell’impatto energetico o dell’analisi tecnica, per quanto riguarda il 17: chi vota lo fa per opposizione al governo Renzi e a ciò che per alcuni rappresenta, non alle trivelle. Gli effetti prodotti, quelli reali, sono semplicemente politici: se vince il sì il governo ne esce indebolito, e questo fatto sarà il Paese a pagarlo, con un ulteriore abbassamento della qualità delle politiche proposte. Ogni argomento è buono per nascondere quello che, di fatto, si configura come un quesito plebiscitario sul governo, accompagnato dalla retorica (le banche, gli affari, il petrolio, le multinazionali) che lo circonda. Lo stesso vale per il referendum costituzionale: la riforma è buona? Non è buona? Funziona? Le risposte a queste domande, spesso complicate, non hanno niente a che vedere con come si voterà al referendum. Non è stato forse lo stesso anche per l’acqua pubblica?

Ieri, durante le dichiarazioni di voto alla Camera – tanto per citarne un paio – Brunetta ha dichiarato che Forza Italia voterà contro perché il parlamento è illegittimo, facendo riferimento all’incostituzionalità del porcellum; il Gruppo Misto, per bocca dell’on. Roccella, ha annunciato il proprio voto contrario e invitato al no al referendum come ripicca all’approvazione della Cirinnà, leggendo una lettera aperta di Gandolfini, il capoccia del Family Day. Gli esiti dei referendum su argomenti tecnici, ormai, non c’entrano nulla con i temi di cui trattano – siano essi d’impatto impercettibile o rivoluzionario. Ogni pretesto è buono per consumare un fine squisitamente politico o, se vogliamo essere gentili, ideologico. Il petrolio, il papà della Boschi, le intercettazioni della Guidi, le cozze inquinate, la Cirinnà, il porcellum, sono tutti argomenti agitati come clave, e l’epicentro in cui trovano la propria esaltazione sono proprio questi due referendum, con cui nulla condividono. Tanto varrebbe aggiungere che Renzi parla male l’inglese e che fa le facce buffe e magari che non è stato eletto.

Non so voi, ma io provo un lieve senso di vertigine a sapere che è così che si deciderà l’esito della riforma costituzionale, e a seguire la continuazione quindi dell’esecutivo e della stabilità politica dell’intero paese. Dalle trivelle all’architettura istituzionale, si parla di temi tecnici che non andrebbero sporcati con altro. Sarà che “la democrazia è la peggior forma di governo possibile, eccezion fatta per tutte le altre”, come diceva Churchill. Figuriamoci quella diretta.

Il M5S e la rovina del dibattito pubblico

in politica by

Come hai fatto ad andare in rovina? – chiese Bill.
In due modi – rispose Mike – gradatamente prima, e poi di colpo.

Ernest Hemingway riportava questo scambio di battute nel suo primo romanzo, Fiesta, ed era il 1926. Ora sono passati 90 anni tondi tondi e sembra che, nelle maglie larghe dell’adattabilità delle frasi brevi, questa citazione vesta bene anche la qualità del dibattito pubblico italiano. Se è vero come è vero che la rovina è arrivata, appunto, gradatamente, mi sembra che il “colpo”, quello repentino e inatteso come un autentico gancio, sia coinciso con l’ingresso sulle scene politiche di quella compagine sgangherata che va sotto il nome (mai sufficientemente analizzato: io ancora non l’ho capito) di MoVimento 5 Stelle.

È stato un liberi tutti, a quel punto. Sì, è vero, volendo lasciar fuori la Prima Repubblica e il suo ben altro tenore del confronto, Berlusconi non è mai stato un asso di coerenza comunicativa. Una sparata prima, la sua ritrattazione dopo, alzare l’asticella con la mano destra e riabbassarla subito con la sinistra mentre si afferma che, no, mai vista nessuna asticella. Era lo stile comunicativo del singolo però, un personaggio realmente fuori dal comune per quel che si era visto fino ad allora – e dunque quasi una firma – e comunque centellinato, senza abusarne. Non a caso non mancava chi, proprio su questa contradditorietà apparentemente goffa, non perdeva occasione per bastonarlo.

L’utilizzo quotidiano e reiterato dell’approssimazione – della spannometria – come metro di misura del mondo e della sua qualità è invece un marchio di fabbrica grillino. Beninteso, nessuna novità, se non il fatto di averlo reso un metodo non occasionale, ma puntuale e quotidiano. La volgarità della banalizzazione opposta al presunto latinorum di chi “non ci dice le cose” è l’essenza stessa del MoVimento: non c’è analisi, non c’è complessità, non esistono chiaroscuri. Quello di Di Battista e di Di Maio, dei loro post esplicativi, è un universo binario, fatto di noi e di loro, in cui ogni questione è fatta a brandelli, smembrata e spalmata in una “spiegazione” che in realtà è solo narrazione. Le banche, le lobby, il rapporto con la politica, le trivelle, le indagini – non c’è stata una parola su nessuno di questi temi recenti che fosse sostanziata da un’analisi; tutto è semplicemente filtrato dalla dicotomia di buoni e cattivi, mentre la complessità viene rigettata e bollata come fumo negli occhi. Non è un caso che il sistematico rifiuto nel riconoscere la complessità sfoci in posizioni che sono assolutamente predicibili prima delle dichiarazioni: OGM? No. TAV? Ci mancherebbe. Bail-in? Per carità. Bail-out? È il contrario di quello di prima, ma comunque no. Rapporto politica e investitori? Non sia mai. Grande industria? Il male. Trivelle? Inquinano. Potrei andare avanti all’infinito. È vero? Non è vero? Non importa, fintanto che si può costruire una narrazione dicotomica. Naturalmente vale il converso, cioè un sì generalizzato e convinto a tutto quello che può sembrare buono in senso assoluto, senza fare un passo oltre nell’analisi degli scenari, della fattibilità, dei costi, dei conversi. Nulla.

Ma qual è il vero rischio di questa impostazione? Se il M5S fosse un sistema isolato, nessuno: basterebbe non votarlo – e sarebbe la democrazia, bellezza. Ma non è questo il caso, e siccome la semplicità del bicromatismo è affascinante – non richiede sforzo, non servono competenze, e voilà! si ha sempre un’opinione su tutto – il metodo inizia a prendere piede anche al di fuori dei grillini. Ditemi, ad esempio, che differenza c’è tra un Di Battista ed Emiliano sullo show che stanno mettendo in atto intorno alle trivelle. Certo, Emiliano si muove con ben altra consapevolezza politica, ma lo stile è tutto mutuato dal grillismo: il tema è complicato ma noi ce ne freghiamo, facendo leva su argomenti semplici e di facile presa, come l’ecologismo spicciolo, l’inquinamento, il petrolio, la bellezza, il mare cristallino, le rinnovabili, i torbidi rapporti tra industrie e politica. E perché no, magari in tutto questo calderone ci sta anche una bella spallata al governo, che è un po’ come il prezzemolo. Attenti a non farne indigestione, però, ché rischiate di dovere uscire dal recinto della narrativa e confrontarvi con la realtà.

Trivelle: apologia dell’astensione

in politica by

Parliamoci chiaro: a nessuno interessa veramente il tecnicismo del testo referendario. Forse, sì, là fuori c’è qualche geologo, qualche docente di economia dell’energia, qualche reale appassionato ambientalista che effettivamente ha studiato il testo del quesito, ha approfondito il tema e gli impatti reali della vittoria di uno o dell’altro schieramento – a breve e lungo termine – ha condotto un’accurata analisi costi benefici, e ha infine deliberato. Ma tutti gli altri, tutti noi – me compreso, che pure ho letto e studiato in questi giorni, mi sono informato ascoltando chi sembra decisamente saperne più di me, non occupandomi di questo – non abbiamo nessuno strumento reale per decidere in questo frangente.

La verità è che si è ridotto tutto a uno scontro di tifoserie, che però speculari non sono. Perché gli attivisti del sì, quelli che voto sì perché il mare sono io, quelli che fermiamo le trivelle – o che costruiscono inesistenti correlazioni con le scelte sulle energie rinnovabili e parlano di petrolio, quando niente (o quasi) c’entra, quelli hanno riversato su questo referendum tutto il cemento composto di populismo, ideologia cretina, bieco opportunismo, retorica d’accatto, straccionismo ambientalista di cui erano capaci. Non è più un referendum su una piccola (piccolissima!) scelta che riguarda un segmentino di politica energetica, ma è un plebiscito che tira in ballo il capitalismo, le multinazionali, il petrolio, le multinazionali del petrolio (combo!), l’allarmismo ambientalista, il turismo, il mare più bello del mondo, le cozze, le cozze più buone del mondo, Renzi, il governo Renzi, il governo delle banche, la retorica del piccolo è bello – tutto condito con una saporita salsa NIMBY, che lava le coscienze ed evidentemente anche un po’ i cervelli. Per non parlare, poi, chi tutta questa vulgata la cavalca per spicciolissimo interesse politico, come il buon Emiliano – che vede in questo spaccato populista uno spazietto da ritagliarsi: eccolo subito assurgere alle cronache nazionali come novello paladino del turismo pulito dell’acqua cristallina contro l’aspetto scuro, melmoso e decisamente poco rassicurante del greggio.

Insomma, l’altra faccia, quella del no, cioè del non andare a votare, in mezzo a tutta questa insalata mista di cretinerie si trova spaesata. Non c’è nessun dovere nel voto. Noi, quelli che non andranno a votare con la volontà precisa di far fallire l’ennesimo referendum trattato perniciosamente e cavalcato allo squillo di tromba delle analisi superficiali, ecco noi stiamo tranquilli. Non ci esprimiamo su un argomento di cui sappiamo sostanzialmente poco e che ci compete ancor meno, e ce ne stiamo a casa. Con buona pace di chi vede ogni occasione utile per fare un polpettone di una retorica che non si rassegna al proprio anacronismo.

Una CIA europea non impedirebbe i fallimenti d’intelligence

in mondo/politica by

Attentati accuratamente organizzati, eseguiti con operatività sincronizzata e col supporto di una rete terroristica ormai sedimentata e costantemente attiva, che individua e attacca obiettivi notoriamente sensibili e già monitorati. Non l’opera imprevedibile di un folle, né l’atto di ritorsione improvviso all’arresto di Salah, ma un’operazione terroristica studiata a tavolino e condotta con dovizia e attenzione: questo è stato Bruxelles, come Parigi e altri attentati in Europa ancora prima. C’è dunque da registrare, a malincuore, quello che sostanzialmente è l’ennesimo fallimento di una rete d’intelligence comunque inefficace a contenere questi attacchi – a fronte di una notevole pervasività dei controlli, sia fisici che telematici.

Posto che i fallimenti d’intelligence sono invariabilmente qualcosa di connaturato all’attività d’intelligence stessa, in questo caso, parte dell’incapacità di prevedere gli attacchi è attribuibile alla particolare struttura delle forze di polizia belga, che sono organizzate in distretti autonomi e scarsamente interconnessi. La conseguenza è uno scambio d’informazioni difficoltoso che si riflette in un’inefficienza strutturale dell’intera rete. Mutatis mutandis, questa è in effetti la stessa accusa che si sente muovere da più parti ai comparti d’intelligence europei: il livello d’integrazione, la qualità e la velocità delle informazioni scambiate e gli stessi rapporti tra agenzie non sarebbero sufficientemente fluidi da permettere un contrasto effettivo al terrorismo. Da qui, la necessità secondo alcuni di costituire un’agenzia di sicurezza europea. Questa, con buona evidenza, non sembra essere un’idea felice: i vari servizi hanno già numerosi punti di raccordo (la NATO su tutti), e molti organi esistono attualmente a livello europeo, come l’Europol, l’Intcen, un comparto antiterrorismo dell’UE, solo per citarne alcuni. Aggiungere burocrazia e struttura ulteriore rischierebbe d’ingolfare una macchina già sufficientemente complicata, e certo non migliorerebbe la circolazione delle informazioni. Ci si troverebbe a dover affrontare, poi, un serio problema di controllo e indirizzo delle attività di questa sorta di super-agenzia comunitaria: le istituzioni politiche europee non sembrano essere sufficientemente solide da permettersi un controllo integrato sicuro e stabile su questo terreno. Infine, un’agenzia del genere si andrebbe a sovrapporre a quelle già esistenti, e nella sua organizzazione necessariamente territoriale (un tedesco andrebbe a investigare sulle cellule islamiche a Milano?) si troverebbe in conflitto con queste ultime. Il rischio è quello di una lotta intestina per il controllo delle attività, che andrebbero necessariamente ad essere investite dalla somma degli interessi nazionali.

Ciò detto, naturalmente l’augurio è quello di un’integrazione sempre maggiore e della creazione di un sistema di incentivi solido verso la cooperazione, senza ulteriori appesantimenti strutturali di cui c’è tutto tranne che bisogno. La strada da seguire è quella di un rafforzamento delle agenzie e dei comparti di sicurezza nazionali, cercando di colmare le inefficienze e di livellare verso l’alto le attività che hanno un affaccio comunitario: a questo livello di libertà di circolazione di merci, individui e capitale, mantenere anche solo singoli anelli deboli è un lusso che non ci possiamo più permettere, come i fatti odierni hanno tristemente testimoniato.

 

Un grazie a Nicolò Debenedetti per gli spunti, sempre utili.

Piccoli comuni e neoliberismo: una proposta di legge a 5 stelle

in politica by

Tra le proposte di legge ora al vaglio della Comm. Bilancio alla Camera spicca per estrosità e ambizione quella, a firma di 24 parlamentari pentastellati, che riguarda i comuni sotto i 5000 abitanti – adesso confluita in un testo unico accorpato con una proposta sullo stesso tema del PD, simile nei contenuti ma senza il condimento retorico grillino. Sarebbe lecito pensare – visto lo strepitare generale contro sprechi e costi della politica – che l’idea contenuta nel testo sia quella di abolirli, questi comuni, o magari di accorparli. Niente del genere: “L’abbandono delle aree interne del Paese costituisce un’emergenza che va affrontata con politiche rigorose e con adeguate risorse pubbliche”. La spiegazione di questo stato di necessità è catastrofica: drastico taglio dei servizi urbani a partire dal settore sanitario e scolastico, terribile diminuzione del numero degli uffici postali e chiusura di “storici presìdi dello Stato”, come le sedi della forestale. Dove andremo a finire, signora mia, senza sedi della Forestale nei piccoli comuni? Stesso discorso per trasporti ferroviari, sacrificati “sull’altare dell’alta velocità” e per il trasporto su gomma.

Il passo successivo è quantomeno acrobatico: “è conseguente che a questa diminuzione del tenore della presenza pubblica sia seguita una sempre più preoccupante diminuzione delle attività economiche private”, cui segue lamentela di rito per la chiusura del piccolo commercio urbano, dell’artigianato, della piccola industria. Non importa se il mondo si muove, liberamente, in una certa direzione: i parlamentari a cinque stelle la contrasteranno a suon di leggi. E di soldi pubblici, naturalmente, perché la soluzione a questa catastrofe è una pioggia di denari: promozione della “filiera corta a chilometro utile” e incentivi ad attività industriali di frontiera come quella agricola e zootecnica, o a favore della diffusione delle attività artigianali che, secondo quanto si legge, sono i settori economici di maggiore importanza per poter garantire una “nuova prospettiva per le giovani generazioni”. In questo grazioso quadretto di bucolica domenica del villaggio ci si auspica poi il ritorno alla “regia pubblica” e si costituisce di conseguenza un bel fondo statale per le acquisizioni immobiliari, in contrasto a “decenni di privatizzazione delle città”. Ancora una volta la retorica è quella tragicomica del privato nemico dello sviluppo, mentre la sapiente mano pubblica – specie nelle illuminate, limpide e notoriamente incorruttibili realtà locali – ha piena coscienza di come indirizzare sovvenzioni e investimenti. Stop alle alienazioni di beni immobiliari pubblici, quindi, e via ad un bel “piano di piena utilizzazione”. A discrezione del comune, naturalmente.

In realtà, l’obiettivo dei parlamentari è molto più ampio e ambizioso, e vede in questa proposta l’apripista a una vera e propria rivoluzione: “il problema delle aree interne si pone principalmente come fondamentale criterio culturale per delineare un futuro differente per l’Italia. La crisi del sistema economico dominante, o per meglio dire il fallimento, che attraversiamo ha le sue radici nel disordine, nell’accaparramento e nello spreco delle risorse naturali […]. La cultura delle aree marginali del Paese può diventare in questo senso il paradigma di una nuova fase dello sviluppo dell’Italia basata sul rispetto della natura e delle risorse naturali e culturali dei luoghi.” Insomma, anche se non c’è niente da capire, è già chiaro chi è l’assassino: “Questa proposta di legge si iscrive all’interno di questa cultura e tenta di fornire una risposta all’abbandono decretato da un’economia di rapina che privilegia la speculazione rispetto alla vita delle persone. Essa tenta, in sintesi, di fornire strumenti per avviare quell’imponente opera di ricostruzione dell’economia e della vitalità delle aree interne messa in discussione in questi anni di incultura neoliberista.” La rivoluzione, insomma, non è un pranzo di gala, ma un bel pezzo di artigianato locale.

Di Maio, ma che stai a di’? – Ep. 2

in politica by

Il nostro vicepresidente della Camera preferito in questa puntata ci delizia con un doppio post nel giro di 24 ore, un temibile destro-sinistro à là Cassius Clay sul disegno di legge sul contrasto alla povertà (A.C. 3594). Di Maio si adopera inizialmente in una graziosa sintesi del provvedimento:

Schermata 2016-02-16 alle 16.51.05

Nel testo del DL si legge di un doppio binario d’intervento, che per comodità riporto utilizzando la foto caricata proprio dall’On. nel suo secondo post, con tanto di appunto di proprio pugno:

Schermata 2016-02-16 alle 16.07.59

 

La confusione è anche stavolta notevole, ma andiamo – come sempre – con ordine:

  1. Nessuno sottrae niente a nessuno, per quanto riguarda le pensioni in essere. Come si legge all’Art.1, comma 3, lettera b), “il Governo si attiene ai seguenti princìpi e criteri direttivi: applicazione dei requisiti previsti in esito alla razionalizzazione di cui alla lettera a) a coloro che richiedono le pre- stazioni dopo la data di entrata in vigore dei decreti legislativi di cui al comma 1”. Che significa? Significa che le pensioni di reversibilità attualmente in vigore non si toccano.
  2. Non c’è scritto da nessuna parte che si adopererà una cancellazione delle pensioni di reversibilità. Si parla di razionalizzazione, perché a cambiare è il criterio con cui queste vengono calcolate: si propone di adoperare l’Indicatore della Situazione Economica Equivalente (ISEE), che permette di includere tra le forme di reddito anche quelle fiscalmente esenti e pesa adeguatamente anche la componente patrimoniale. Questo significa una maggiore equità: i trattamenti assistenziali vengono redistribuiti sulla base di un’indicazione selettiva più corretta, che possa permettere di non sprecare denaro pubblico dandolo a chi non ne ha bisogno.
  3. Sulle politiche sull’occupazione femminile e i diritti alle coppie di fatto mi ci sono sforzato, ma davvero non ho capito cosa diavolo c’entrino nel confuso discorso di Di Maio.
  4. Per quanto riguarda invalidi e disabili, visto che Di Maio li cita, alla lettera B) della Sezione 1 – Contesto e obiettivi dell’intervento di regolamentazione si specifica come le prestazioni legate alla condizione di disabilità e di invalidità del beneficiario siano esenti dal provvedimento di razionalizzazione.
  5. In linea generale, sotto un profilo di equità, la razionalizzazione delle pensioni di reversibilità è un’ottima notizia. Come spiega Anna Missiaia, questo strumento costituisce un sostanziale trasferimento da poveri a ricchi. Contenerne l’utilizzo ricalcolando secondo criteri più accurati le modalità di erogazione mi sembra un principio condivisibile in primis da chi è contrario agli sprechi e vicino alle fasce più deboli della popolazione. Tipo Di Maio nelle sue dichiarazioni d’intenti.
  6. In linea ancor più generale, consiglio modestamente all’On. di tenere costantemente a mente che sarebbe splendido ma no, non esistono pasti gratis.

Quello stupore fastidioso verso Sandro Bondi

in politica/società by

Sandro Bondi, in un discorso al Senato di oggi, ha usato parole chiare e dirette per annunciare il proprio favore nei confronti della regolamentazione delle unioni civili in generale, e della legge Cirinnà in particolare.

Ci sarebbe solo da esserne contenti, insomma, e uno si aspetterebbe commenti di approvazione e parole di congratulazioni. Invece mi è toccato leggere, in giro per il web, un oceano di insulti e d’insinuazioni verso il Senatore, reo di essere stato –onta immonda per gli scudieri dell’Italia Giusta, per citare un gustoso slogan elettorale di Besani– braccio destro di Berlusconi in tempi passati. Allora ecco il carrozzone che sfila, irrefrenabile, e c’è chi si indigna nel dover applaudire uno come Bondi, chi insinua che sia alla ricerca di una poltrona o di un riciclaggio politico da qualche parte, chi lo tratta come un povero cretino che ha avuto un momento, improvviso e inatteso, di savia ragione. Insomma, siamo alle solite: chi ha avuto a che fare con Berlusconi non può permettersi di avere delle posizioni “progressiste” su temi civili e sociali: notoriamente, si sa, certa visione aperta e illuminata del mondo è appannaggio di una sola parte del paese.

Che poi, a dirla tutta, certa apertura non è niente di nuovo per il Senatore. In un’intervista a La Stampa del 2013, diceva:

«L’Italia ha bisogno di un soffio di libertà e di modernizzazione. Per questo dobbiamo liberarci anche noi cattolici di un certo bigottismo che, specialmente sulla bioetica e i diritti civili, rischia di immiserire il valore della fede e di avvolgere in un’atmosfera di arretratezza la società italiana. Il centrodestra in questi anni è apparso su posizioni di puro conservatorismo e di vetero clericalismo su alcune questioni, mentre su altre, come l’immigrazione e i diritti dei cittadini stranieri, ha marcato le distanze dall’insegnamento della Chiesa. È oltretutto un comportamento contraddittorio, che non rispecchia la maggioranza dei cattolici italiani»

Sicuramente la destra nostrana ci ha messo del suo, con quell’irrefrenabile pulsione a regalare vetrine agli impresentabili, come Giovanardi, lasciando altri, talvolta insospettabili, nelle retrovie. È il grande paradosso dell’illiberalità della destra italiana: si gioca a regole sovvertite, per cui posizioni semplici di rispetto dello stato di diritto e della libertà individuale diventano hummus per i socialisti di sinistra. Pochi hanno coscienza di questo paradosso, ma c’è, eccome se c’è. Al netto di questo, però, quanto abbiamo capito è che collaborare con Berlusconi tanti anni (in un progetto che inizialmente di quella mantellina liberale si sarebbe dovuto coprire, almeno negli intenti), implica non poter avere posizioni aperte e liberali su temi sociali. E se qualcuno le ha, ecco che casca il mondo e il teorema che lo regge: si sconvolgono gli ordini mentali secondo cui la politica non prevede scale di grigi. Oggi sarebbe da imparare, da quel Sandro Bondi che tanto ci soddisfa prendere in giro, che quegli ordini meschini è ora di abbandonarli.

Noi, gentili col bisogno di difendere gli ebrei

in religione/società by

Io sono un goy, un gentile, come viene spesso tradotto, cioè un non-ebreo. Non lo sono né di religione, né di discendenza: non ci ho proprio niente a che fare. Avverto però con preoccupazione, ultimamente crescente, un senso del dovere nel ribadire l’ovvio, un’esigenza di difesa della comunità ebraica e della sua cultura. Dopo la shoah, viene da pensare, non ci dovrebbero più essere certe preoccupazioni: qualcosa di così terribile non può che aver, per reazione, eradicato ogni forma d’intolleranza verso gli ebrei. È davvero così? Mi pare sempre più evidente, come se riemergesse da un nascondiglio temporaneo e non da un esilio permanente, un certo antisemitismo strisciante, quasi sussurrato, di una levità terribile e spaventosa.

Gli ebrei, dopotutto, sono una minoranza atipica. I guardiani del progressismo se ne curano poco, perché a loro il principio del buon selvaggio sembra proprio non riuscire applicarsi: sono mediamente benestanti, provengono da famiglie di ceto sociale elevato ed estrazione culturale profonda, ecco, non certo un gruppetto di disperati. Sono un gruppo culturale ben – anzi benissimo integrato: mantengono profonde e salde le proprie tradizioni e abitudini, non rinunciano a nessun costume, ma vivono perfettamente inseriti in un tessuto culturale e religioso che non è il loro. Una comunità fortissima e chiusa (talvolta troppo chiusa?), ma perfettamente a proprio agio, almeno nel contesto italiano. Insomma, prendersela con gli ebrei sembra molto meno grave che prendersela con qualsiasi altro sottogruppo etnico o religioso, perché si fa fatica a immaginarli con l’osso al naso. È proprio in questo non-detto che si nasconde la subdoleria del nuovo antisemitismo, nella sua attenuata gravità: un sentimento che trova una sua giustificazione taciuta nella posizione sociale degli ebrei. Laddove ogni attacco, fosse anche involontario, a una qualsiasi altra minoranza viene ormai stigmatizzato dalle reazioni indignate di stampa e commenti, ecco, più passa il tempo e più si avverte una direzione contraria se si parla di ebrei.

A concorrere, mi direte, c’è la questione israeliana, che è diventata un’altra piccola, striminzita foglia di fico sotto cui nascondere quel sentimento che vi dicevo. Perché tutti i distinguo secondo cui “l’antisionismo non è antisemitismo” lasciano il tempo che trovano davanti a un livore adottato contro Israele da molti, troppi, commentatori e intellò occidentali. Israele è l’unica oasi di democrazia a stampo liberale calata in una geografia che parla la lingua opposta. Tanto basterebbe a difenderla, in linea di principio, se uno crede che, sì, le democrazie da queste parti qualche granello di libertà l’hanno racimolato. Certo, nessuno qui sostiene che sia un coacervo di stinchi di santo oppressi dall’arabo con la sciabola affilata: la questione è complessa e spinosa, con migliaia di dinamiche (anche interne, che non consideriamo mai) a definire la risultante del conflitto. Ma la giustificazione latente dell’antisemitismo generalizzato e trasversale che l’Europa sembra vivere ancora, con ogni giorno un giorno di troppo, quella no.

A Marsiglia Zvi Ammar, il presidente del concistoro israelita della città, ha consigliato di non indossare la kippah per strada, per non provocare reazioni violente, in una città che nell’ultimo anno ha subito una trentina di episodi di aggressioni antisemite. Corsi e ricorsi storici: settant’anni fa era una stella gialla, adesso è un copricapo. Soprattutto oggi, non dimentichiamocelo.

I marmi pudichi del bravo progressista

in cultura by

Le cortesie per gli ospiti che usiamo noi, rispetto a quelle che Ian McEwan faceva adoperare a Robert e Caroline nel romanzo del 1983, vanno nella direzione opposta e contraria: dal sadismo di quelle parti al masochismo nostrano. Copriamo i nudi, i nudi femminili delle statue che stanno lì da prima che qualcuno iniziasse a chiedersi se sia giusto o meno, signora mia, adoperare certi riguardi. Li copriamo perché sembra che ci offenda offendere anche chi, quotidianamente, offende le fondamenta di quel sistema di pensiero che ci porta a porci questi esatti problemi. Ma noi, si sa, siamo superiori (e come, se lo siamo!). E quindi mica ci si può sempre abbassare al livello di “ha cominciato prima lui”. Però c’è un limite, labile, che attraversa il doveroso, il ridicolo, e giunge fino al pericoloso. È un po’ quella vecchia storia del borghese che, per rinnovare la propria convinzione di esserlo, fino in fondo, nel midollo, vendeva al delinquente la corda con cui lui l’avrebbe impiccato.

Insomma, la Mogherini va in visita in Iran e si mette il velo, perché si sa, la sensibilità, la cortesia, e dopotutto paese che vai usanze che trovi. Però poi, ai Musei Capitolini, quei seni che sono valsi da canone estetico di tutto ciò che conosciamo, per come lo conosciamo, diventano scandalosi, vergognosi, sconvenienti. Una meschinità da nascondere, ché l’islamico se ne risente. La libertà beata di chi quei corpi li ha scolpiti occupandosi solo del loro valore estetico, della loro inutilità contingente e quindi della loro forza dirompente – in virtù della quale eccoli qua, a distanza di secoli, a troneggiare nei musei buoni per gli ospiti internazionali – non vale più niente, a un tratto.

L’avrà chiesto qualcuno, di coprire quelle statue, o è stato l’eccesso di zelo di un qualche funzionario che si è reso più ayatollah dell’originale? Non so quale sia la risposta che mi spaventa di più. Ci dicono che bisogna adeguarsi, alle sensibilità. Si svuotano i simboli? Chissenefrega! L’importante è che nessuno si senta offeso, minoranza o outsider che sia, e così facendo via, ad appiattire tutto, ad appianare e appianarsi ché se manca il tappeto che problema c’è, c’è la mia schiena, foderatela pure di velluto rosso. Esagero? Può darsi. Sono solo simboli? Sicuramente. Che però non siano il termometro di una situazione in cui il progressismo è diventato spersonalizzazione e irrazionale civetteria, beh, di questo temo di dubitare. Speriamo solo che mi sbagli.

Di Maio, ma che stai a di’?

in economia/politica by

Dopo averci rifilato una dose di schizofrenia niente male sulla questione banche – passando con un’elegante piroetta dagli strepiti di un tempo per l’impiego di denaro pubblico nei salvataggi agli strepiti di oggi per il non-impiego di denaro pubblico negli (stessi) salvataggi –, i grillini oggi ci hanno regalato un’altra notevole serie di castronerie, inesattezze e imprudenze sul medesimo tema.

Il cittadino portavoce on. Luigi Di Maio (con un post su Facebook) e il suo collega cittadino portavoce on. Girgis Giorgio Sorial (con un intervento in Parlamento questa mattina) ci hanno resi edotti dell’ennesimo scandalo di questo governo amico delle banche. Scrive Di Maio su Facebook:

Schermata 2015-12-22 alle 21.16.00

Capisco che non sia mestiere del grillino leggersi le carte, dal momento in cui è impegnato a riportare Ordine e Onestà e Sovranità Popolare nella Repubblica, ma è altresì notevole infilare un così cospicuo numero di inesattezze. Vediamo.

  1. Come ha fatto notare puntualmente Mario Seminerio qui, il “fondo interbancario” non c’entra un tubo. Innanzitutto perché si chiama Fondo di Risoluzione, che è un’altra cosa, e in seconda battuta perché concorre al salvataggio con circa 500 milioni di euro. Contro gli 1,7 miliardi di intervento statale.
  2. I trattamenti riservati al caso italiano e a quello portoghese, stando al comunicato della Commissione Europea sull’operazione, sono stati dello stesso tipo. Si legge infatti:Schermata 2015-12-22 alle 17.01.59
    Questo significa che azionisti e obbligazionisti subordinati hanno contribuito fino in fondo al sostenimento dei costi della risoluzione. Vi ricorda qualcosa? Quindi, stando alle informazioni disponibili finora, i “risparmi” non sono stati salvati. Proprio come in Italia.
  3. Si legge che il governo portoghese ha impiegato 1,7 miliardi di fondi pubblici per salvare Banif. È vero, ed è successo perché l’intervento del Fondo di Risoluzione non è stato sufficiente. In Italia il circuito bancario ha sborsato, per il salvataggio delle 4 banche, circa 3,6 miliardi di euro. In proporzione al PIL dei due paesi, però, Banif è una banca molto più grossa e importante delle quattro italiane (ha attivi per circa il 7% del PIL): i soldi del Fondo non sono bastati, e quindi si è deciso di utilizzare denari pubblici. Da noi questo non è successo, perché i soldi messi dalle altre banche sono stati sufficienti, e non vedo proprio cosa ci sia da lamentarsi. Ribadisco anche qui: stando al comunicato della CE, questo intervento non è stato sostitutivo dell’aggressione di azioni e obbligazioni subordinate.
  4. L’UE non ha effettivamente permesso l’utilizzo del Fondo Interbancario di Tutela dei depositi, com’è scritto nero su bianco in più di un documento, non ultima l’audizione di Carmelo Barbagallo (capo del dip. di vigilanza bancaria e finanziaria della BdI) in Commissione Finanze alla Camera del 9 dicembre scorso. Quindi, per semplice conseguenza logica, è falso dire che questo non sia vero.

Insomma, un gran pasticcio. Il problema è che nessuno si assumerà, ancora una volta, la responsabilità della disinformazione, pericolosa e dannosa, fatta anche in questo contesto. Capisco le esigenze politiche, ma servirebbe decisamente più cautela da chi si fa paladino della trasparenza: ché tra dire le cose sbagliate e non dirle, bisognerebbe pensare bene a cosa scegliere.

No: non stanno salvando le banche con i soldi dei risparmiatori

in economia by

L’emendamento 42.73 alla Legge di Stabilità a firma del Governo reca norme di procedimento per agevolare l’implementazione del cd. “decreto quattro banche”, già approvato dal Consiglio dei Ministri domenica 22 novembre e convertito in legge la settimana immediatamente successiva (A.C. 3446).

Non entrerò nei dettagli del design dell’intervento, ma mi preme soffermarmi sul rapporto con risparmiatori e correntisti, dal momento in cui in giro si legge di tutto: “salvataggio dei banchieri sulle spalle dei finanziatori”, “Governo amico delle banche”, “bomba da 2 miliardi: 130mila risparmiatori sul lastrico”, e così via.

Cerchiamo allora di fare un po’ di ordine su questa vicenda, nella maniera più semplice possibile.

  1. La manovra non coinvolge soldi pubblici. Neanche un centesimo. Questo perché, riducendo all’osso, in osservanza delle direttive europee viene implementata una leggera variazione sul tema del cd. bail-in: non è la fiscalità generale a intervenire, ma –in prima istanza– i detentori di capitale di rischio e di capitale di debito non garantito. Il bail-in vero e proprio diventerà operativo per tutte le operazioni di questo tipo dal 1 gennaio 2016, ma il Governo ha ritenuto utile intraprendere una strada molto simile anche nei confronti delle quattro banche.
  2. Le perdite che queste banche hanno accumulato nel tempo vengono assorbite dagli strumenti d’investimento a maggior rischio: azioniobbligazioni subordinate. Ricordiamo che queste ultime sono esposte al rischio d’impresa. Chi le acquista, cioè, accetta il rischio che possano succedere il genere di cose che stanno accadendo proprio ora, sapendo –fin da subito– che non sarà tutelato.
  3. Questo salvataggio tutela, invece,  tutti i risparmi di famiglie e imprese detenuti nella forma di depositi, conti correnti e obbligazioni ordinarie. Ripeto: neanche un centesimo detenuto in questa forma verrà intaccato dalla manovra.
  4. La parte di onere eccedente azioni e obbligazioni subordinate è a carico dell’intero complesso del sistema bancario italiano, che alimenta a mezzo dei propri contributi il cd. Fondo di Risoluzione.
  5. Il salvataggio è, in effetti, prevalentemente a carico del sistema bancario italiano, che si sobbarca di 3,6 miliardi di oneri complessivi.
  6. Dunque questa manovra non è esattamente quello che si potrebbe definire un “regalo alle banche”: non a caso quelle stesse banche, per voce dell’ABI, non sono esattamente entusiaste della cosa.

Quindi, in estrema sintesi, l’intervento non coinvolge un centesimo di denaro pubblico ed è completamente a carico dei detentori di attività rischiose degli istituti in sofferenza e del vituperato sistema bancario italiano.

Adesso. Io capisco che vedere le proprie attività finanziarie svalutate sia un colpo durissimo per molti bilanci, che apre scenari difficili per la stabilità economica di una famiglia o di una piccola impresa. Però, se domani investissi in un’impresa che mostra pessime performance nei prossimi, che so, cinque anni, senza tutelarmi, e quell’impresa dovesse fallire, con chi me la dovrei prendere? Con lo stato che non mi ha salvato dalle mie cattive scelte d’investimento?

Può anche essere una risposta, per carità. Discutiamone. A me, come punto di partenza, basta che sia chiaro ciò di cui stiamo parlando.

See you later, Dogui!

in cinema by

«Ero di casa a Port Lligat, vicino a Cadaqués, dove Dalí viveva. Un giorno, dopo aver cenato, il maestro mi porta a vedere l’opera che stava dipingendo, la “Pesca del Tonno”, che ora è esposta al Louvre. Arriviamo nello studio e… sorpresa, è tutto vuoto, non c’è un cazzo. Ad un certo punto Dalí prende una specie di telecomando e taac, schiaccia un bottone. Come per magia, dal pavimento si materializza una rotaia e appare la grande tela con il quadro. Libidine, tutto elettronico: era il 1967.»

A parlare così potrebbe essere qualcuno che sta realmente raccontando un aneddoto, o un attore che sta recitando una sceneggiatura scritta e studiata a tavolino. In realtà non è nessuno dei due, o meglio, è l’esatta sovrapposizione di entrambi: è una frase di uno di quegli attori che non ha mai recitato, ma che semplicemente ha portato se stesso (e un pezzo d’Italia che non esiste più, con sé), sul set.

Guido Nicheli, (il dogui, cioè il grande amante delle ghefi, il profeta della libidine e del panta bello diritto, nell’armadio), moriva il 28 ottobre di otto anni fa esatti, nel 2007. È diventata l’icona della spensieratezza ricca, borghese e politicamente scorrettissima, di una superficialità cafona e ostentata sotto cui si nascondeva, forte, un costante anelito di libertà: “c’è chi pensa che il pesce pilota sia destinato a una vita in solitudine perché se pilota è davanti a tutti. Errore. È sempre in compagnia della sua libertà perché decide dove andare. Believe me, credimi.” 

In questo senso, la libertà del Dogui non si è mai persa neanche davanti alla macchina da presa: non c’era bisogno di recitare, di sottostare al copione, ma bastava trasporre il proprio essere cumenda dalla vita alla storia, e riportare la propria maschera e le proprie esagerate, reali, manie sulla pellicola. Ad esempio, il celebre “Ivana, fai ballare l’occhio sul tic: Via della Spiga – Hotel Cristallo di Cortina, due ore, cinquantaquattro minuti e ventisette secondi: Alboreto is nothing!” non è mai stato scritto, ma completamente improvvisato. I tecnici di scena ridevano, e la scena si girava un’altra volta. Dopotutto, Nicheli nasceva odontotecnico, notato dai Vanzina e quindi incluso nel giro della comicità milanese in fermento all’epoca, da Teocoli, a Jannacci, a Pozzetto. Non ha avuto il successo di nessuno di questi – forse – e forse proprio perché non l’ha mai cercato. Faceva lo stretto indispensabile per poter vivere in prima classe, come diceva lui, ma senza aver bisogno di strafare. Non si proponeva, non cercava nessuno, non voleva stare costantemente in vetrina. Dopotutto, non era questione di fama e di soldi, ma ancora una volta proprio di semplice libertà:

“La ricchezza è la libertà di fare quel cazzo che vuoi, e in questo senso sono ricchissimo. Se hanno bisogno di me, chiamano loro. Altrimenti goodbye e see you later: arrivederci.”

E allora, goodbye e see you later, Dogui. Sei parte di un’Italia che un po’ ci manca.

doguitomba
La tomba di Guido Nicheli: “See you later”

“Marino dimettiti!”, tra miseria e nobiltà

in politica by

È in atto, proprio mentre scrivo, un sapido psicodramma, di quelli in cui l’accezione di pietoso assume la sfumatura della misericordia più che dello scherno. È il canto del cigno di Ignazio Marino, che spegne la propria goffa carriera da sindaco (chissà quella da politico, se mai ci sia stata, che fine farà) travolto dall’unica cosa con cui si può travolgere il niente: il niente a sua volta.

Marino è diventato nelle ultime settimane il parafulmine ultimo di qualsiasi problema cinga la Capitale in tempi recenti: da quelli enormi, irrisolvibili, ai più ridicoli. Un tiro al bersaglio che è riuscito a trasformarsi, nel sentimento suscitato, dalla rabbia iniziale ad una lenta, morbida tenerezza, mano a mano che ci si rendeva conto del fatto che il Sindaco è, di fondo, materia inerte. È forse su questo che andrebbe attaccato, nella sua mediocrità non cattiva, compassata, mai sotto né sopra le righe, ma comunque colpevole. È la medietà dell’uomo che nasce piccolo e diventa minuscolo, sovrastato da un mondo che non gli appartiene, in cui inciampa continuamente. È la sua incomunicabilità, la sua incapacità di spendersi mediaticamente, di non risultare inopportuno e ingenuo, di non mostrare il fianco senza saper reagire, di non sapersi guardare dai nemici e soprattuto, come sempre, dagli amici compagni di partito. E dunque mi sta bene, Marino dimettiti, ma non perché i ventimila euro, l’inchiesta, il malaffare, la mala gestione, l’immobilismo. Dimettiti perché non è roba per te.

La politica (quella romana, poi!) non è sport in cui bastano cuore e coerenza, è una disciplina che non perdona chi adopera la leggerezza dell’autoconvincersi di essere dalla parte giusta, solo perché – forse, in effetti – lo si è. È vero che la politica locale è amministrazione,  problemi concreti, è ordinanze e interventi mirati, roba che insomma un chirurgo sentirebbe propria, ma qui siamo a Roma. Qui la linearità non esiste, e si gioca in serie A: ognuno è pronto a farti le scarpe, senza troppi riguardi, alla prima occasione utile. Non basta essere onesti: bisogna essere accorti. Accorti non solo per salvarsi le penne, ma per poter ottenere un qualche risultato diverso da quello di vedersi ricoperti da una colata di cemento. Roma ha bisogno di bravi amministratori che siano bravi politici, e di bravi politici che sappiano amministrare bene la complessità terribile e magnifica della Capitale.

Di Marino, nel suo essersi rivelato –forse– un medio amministratore e un pessimo politico, non possiamo che avere allora un po’ di compassione. Essere sì contenti di un cambio; avere la consapevolezza che è probabile che andrà anche peggio, per com’è popolato l’orizzonte oggi; ma non credere di avere risolto niente, con questo. Marino forse è stato l’uomo sbagliato nel posto sbagliato, è vero: temo però che la soluzione non comparirà aspettando, affacciati alla finestra, che passi l’uomo buono.

La lupara espressa: come muore ammazzata una carriera politica

in giornalismo/politica by

Premessa: Attendiamo con ansia ulteriori chiarimenti su come un giornalista dell’Espresso possa avere avuto accesso ad un’intercettazione la cui esistenza è stata già smentita dalla procura di Catania. Ma assumiamo pure che la telefonata sia vera, e che i solerti amici dell’Espresso abbiano agito in specchiata buonafede. La vicenda di Crocetta offre altri due spunti su cui restare sgomenti.

Il primo è la ridicola, pietosa, plateale, mancanza di polso del Presidente della Regione. Funziona così: un tuo amico potente (adesso in carcere) ti telefona e si fa scappare nello sproloquio un commento davvero pesante, ben oltre lo sconveniente, su una tua collaboratrice. Eviti di affrontarlo, di addentrarti nella questione di quella battuta infelice, non giri intorno alla frase e alla sua immondizia. Poi, i solerti amici dell’Espresso fanno scoppiare la notizia. Che fare? Prendi il Manuale, e lo applichi: butti le mani avanti, non hai mai sentito nulla del genere, poi ti autosospendi borbottando qualcosa di patetico sulla dignità del popolo eccetera eccetera. Specchiato, pulito, rapido. C’è una nota formula in voga tra quegli editoriliasti di destra che resistono ancora fieri alla mostrificazione della loro area politica, e finisce di solito con “alla fine trovi sempre uno più puro che ti epura”. Raro è stato un esempio tanto didattico quanto il caso Crocetta. Sorprende tuttavia l’impietosa realizzazione delle gufate di cui sopra: credevamo che di circo si sarebbe sempre trattato, e invece no, ecco immediata l’autosospensione. Ah, il manuale.

Il famigerato Senso Delle Isitutuzioni ha accolto l’eresia populista, che per anni non si era capito se fosse o meno utile strumento di controllo dell’elettore sul comportamento dell’eletto, se in qualche modo aiutasse a rodare il ricambio della classe dirigente. Ogni partito demanda alla sua (bassa) manovalanza giornalistica il compito di controllo; e quando questa colpisce, ecco il ritorno in pompa magna del meccanismo ben oliato dell’Autodafé, dove il politico accusato provvede da sé alla sua rottamazione, che è tanto più dignitosa quanto più è pulita, netta e lascia da parte la certezza del diritto. Si usa il Manuale, insomma.

Però ci sorge una domanda, allora: se è così facile mettere in ginocchio il Governatore, basta l’accusa di una frase ascoltata, roba spicciola, che si costruisce in un attimo, che affidabilità ha la tenuta dell’uomo e della sua (complicatissima) istituzione? C’è da fidarsi di un polso così debole, possiamo star tranquilli con una guida tanto fragile?

Ma forse di teatro si tratta, per cui procediamo verso il secondo atto. Al secondo punto, cioè.

Evitiamo considerazioni generali, difficili da gestire, e facciamo subito due nomi: Falcone e Borsellino. E siccome ovvio e banale sono due idee ben distinte, mettiamo in chiaro il nostro assoluto, imprescindibile rispetto per chi ha saputo di correre il rischio di finire ammazzato con coraggio per svolgere il proprio mestiere, e ammazzato ci è finito davvero assieme a moglie e collaboratori.

Concedeteci però una nota storica dolente. La Sicilia è un pezzo d’Italia tremendamente arretrato sul piano economico e culturale, e tra chi scrive c’è un siciliano. Nonostante tutto, decenni di politiche assistenzialiste hanno generato una simil-borghesia che si preoccupa della propria posizione nel contesto italiano. A costoro non si possono vendere solo granite alla mandorla e Tomasi di Lampedusa; bisogna trovare una ragione squisitamente contemporanea di orgoglio e sciovinismo che giustifichi la pretesa di ulteriori risorse. A partire dagli anni novanta l’antimafia è stata una ghiotta occasione per vendere a un gruppo ristretto di siciliani un immagine migliore del loro essere realmente. Se capita in sorte di crescere in Sicilia, in una famiglia dove si legge e si scrive, non è possibile evitare le tappe obbligate di un orgoglio siciliano di cartapesta, una civiltà brillante di facciata in cui arriva inevitabile il bombardamento dell’immagine di questi due magistrati. Due magistrati che, simbolicamente, altro non sono che una via di fuga da una realtà psicologicamente inaccettabile per una borghesia che si dice europea, la cui fiamma serve a tenere lontano lo spettro di una diversità profonda, mentre i tasci, gli zalli, gli zaurdi, gli sventurati insomma che fanno i conti con un’estrazione sociale più bassa vivono la loro propria, distante realtà, e intanto gli altri mostri, che infestano i centri storici, giocano a fare i mafiosi mentre recitano a memoria scene de Il Capo Dei Capi o di Gomorra.

È così che Crocetta salta, con lo spauracchio purificatore di Falcone e Borsellino, depurati di ogni profondità e ridotti a redentori di una sicilianità che rimane torbida al di là della narrazione che ci si è costruita sopra. Non bastano il populismo, l’incapacità politica, la malafede della stampa manovrata dal PD a spiegare la complessità della vicenda. Perché è in quella chirurgica frase contro Borsellino, studiata nel dettaglio, con precisione millimetrica, che l’Espresso ha realizzato il suo capolavoro di esecuzione. Crocetta parla di rispetto verso la dignità del popolo siciliano e ha ragione tranne che in una cosa. Parla a quel popolo che della mafia prova ovvove dall’alto delle proprie posizioni di rendita, piccole o grandi che siano, ma comunque solide abbastanza da assicurare l’illusione di vivere in una fetta di paese civilizzato.

Go to Top