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Dracula Frizzi

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Storie di libri abbandonati a metà /Ep.2

in cultura by

Riprendiamo qui il secondo episodio di libri che non siamo riusciti a finire e che non finiremo mai (il primo episodio, qui)

Ci darete ragione o ci tirerete addosso le pietre?

 

Dracula Frizzi  – Purity di Jonathan Franzen

Mentre tutto il mondo che conta si spertica a lodare il nuovo capolavoro di Jonathan Franzen, Purity (l’unico libro che era un capolavoro ancora prima di uscire. Franzen è come Paolo Conte: puoi parlarne solo bene) io passo angosciato i minuti a cavallo di mezzanotte infliggendomi pagine di questo mattone impastato a insicurezze, augurandomi che il bambino si svegli e mi costringa ad alzarmi. Insicurezze di Pip (cioè Purity, la ragazza protagonista del romanzo), insicurezze di Andreas Wolf (il dottor Faust del romanzo), insicurezze della madre di lei, dell’amica di lei, insicurezze del patrigno di lei. Insicurezze di una generazione, di due generazioni, di una nazione, di tutto un pianeta.

Il mistero di Franzen è questo. Scrive storie assolutamente banali (vedi Libertà: lui ama lei, lei ama lui ma anche un po’ il suo amico, lei tradisce lui——— catarsi) da cui non riesci a staccarti. I personaggi sono tutti molto reali: hanno molte dimensioni e moltissime debolezze.

Tutti tradiscono, tutti mentono, tutti scappano: la scrittura è magistrale, la costruzione ineccepibile.

Ma questa volta no, questa volta non me la sento di mettermi in fila e puntare il dito contro la middle-class bianca e i suoi danni collaterali (o meglio: generazionali), non ci riesco a stare sul piedistallo e sezionare le vite di questi poveretti, non mi interessa di sapere chi scopa con chi. Non stasera Jonathan.

Tutto tace. Il bambino dorme. Ancora una pagina e poi lo mollo, sto mattone.

Ancora una poi smetto.

L’ultima.

Ancora una..

 

Massimiliano Favazza  Il Castello di Franz Kafka

Kafka

JJ Spalletti – Philip Roth

Ricordo che quando andavo a scuola e ci davano da leggere i libri per l’estate, io cercavo sempre un modo per evitare di farlo: riassunti sulle enciclopedie/internet (e all’epoca c’era il 56k), amici che già l’avevano letto, esplosioni anomale in tutte le librerie di quartiere. Purtroppo sul rifiuto vinceva l’ansia del farsi trovare impreparata, e quindi questi libri venivano iniziati e finiti nei tempi stabiliti (vale a dire letti e riassunti la notte prima della consegna).

Anni dopo avrei scoperto che ero l’unica a sbattermi così tanto, gli altri se ne fregavano e andavano a scuola senza aver letto nemmeno la trama sulla quarta di copertina.

Credo che il problema non fosse tanto l’imposizione, quanto la scelta dei miei professori di farci leggere la nicchia: Italo Calvino? Perché andare sulla roba nota, così so’ capaci tutti, leggetevi invece Il sentiero dei nidi di ragno, avvincente a partire dal titolo. Joseph Conrad? Ecco a voi Sotto gli occhi dell’occidente, che è come dire “Ti piacciono i film di Spielberg? Ecco, guardati i cortometraggi sulla violenza sulle donne che faceva quando stava al liceo.”

Eppure da sola leggevo molto. Leggevo così tanto che, oltre ai libri che mi consigliavano gli amici e la mia famiglia, a un certo punto avevo deciso di colmare alcune importanti lacune letterarie, soprattutto per quanto riguardava proprio Calvino e Conrad, che associavo solo alla fatica, e non mi sembrava giusto.

Presi in mano Pastorale Americana pochi giorni dopo il mio ventiquattresimo compleanno, e iniziai a leggerlo. Poi arrivai a pagina 50. Chiusi il libro. Lo riaprii il mese successivo, intenzionata a finirlo. Non ricordavo nulla, però. Iniziai di nuovo, arrivai a pagina 50. Lo chiusi. Qualche mese più tardi, pulendo casa, ritrovai Pastorale Americana. Lo aprii, iniziai a leggere, ma cosa era successo prima? No, beh, se lo devo leggere lo devo anche capire bene, lo ricominciai. Arrivai a pagina 50. Poi, l’illuminazione: perché mi stavo dannando dietro a quel libro? Era necessario che lo finissi? Non ci sarebbe stata nessuna professoressa a chiedermi il riassunto. Avevo capito.

Qualche giorno più tardi avevo notato che mia madre aveva sul comodino La macchia umana. Poi avevo notato anche che quel libro era rimasto sul suo comodino anche il mese successivo, e due anni dopo, e quando mi ero trasferita, e quando il mio primogenito si era laureato, così mi ero detta: “O è un capolavoro, oppure mia madre non ha memoria a breve termine.” Le chiesi com’era. Mi confessò di non essere mai riuscita a finirlo. Le proposi di scambiarceli: lei avrebbe tentato con Pastorale Americana, io con La macchia umana. Non ho ancora avuto il coraggio di aprirlo.

Di seguito, una lista di libri che volevo assolutamente leggere ma che ho interrotto sconfitta dopo essermi chiesta “ma davvero me ne frega qualcosa?”

  • Il Signore degli Anelli, pagina 10 (scagliato contro la testiera del letto con rabbia);
  • Il Barone Rampante, pagina 3 (“come diavolo parla questo?”);
  • Gita al Faro, pagina 1 (“Non ne posso più”);
  • La linea d’ombra, indefinito. Non ricordo nemmeno se il libro fosse quello o se invece fosse Cuore di tenebra, hanno entrambi il buio nel titolo e che palle, viva Richard Scarry
Sandrino e Zigo Zago forevah
Sandrino e Zigo Zago forevah

Pannella e Scalfari, affinità e divergenze dal conseguimento della maggiore età

in cultura/politica by

La morte di un politico famoso si sa, è come il dissesto idrogeologico: nessuno in Italia può dirsene immune, e nessuno viene risparmiato dallo straripamento. Sono acque che sgorgano copiose e infestate di coccodrilli, ma niente paura perché sono quasi tutti affettuosi – se non addirittura melensi. Generalmente il tratto comune di questi rettili anfibi è il copione che segue: riconoscimento dei meriti del defunto, aneddoto personale (cose fatte insieme quasi tutte improvvisamente memorabili, tendenzialmente poco interessanti in assoluto, ma di cui è necessario rinfrescare la memoria), giustificazione del perché non si era più d’accordo da tempo, chiusura vagamente commossa ma senza esagerare.

Non fa eccezione Eugenio Scalfari, il decano del giornalismo italiano, fondatore di Repubblica e anche del Partito Radicale – correva l’anno 1955 – che di Pannella offre un ritratto sincero e poco arruffone, più teso a sottolinearne le differenze e marcarne l’alterità, che a condividerne i meriti. Niente di stupefacente – ivi compresa la magica abilità di Scalfari di parlare di sé anche quando scrive della morte di un atro – e niente di memorabile, ma apprezziamo il tentativo di trovare un termine di paragone attuale. Ovviamente è un tentativo vano: Pannella era, e naturalmente rimane, tanto indecifrabile quanto irripetibile, e una storia così (proprio come certa musica) poteva nascere solo negli anni 60 e 70.

Esattamente come era lecito aspettarsi, i meriti di Pannella si fermano ai referendum su divorzio e aborto: Pannella, per una certa sinistra che delle personalità complesse ama appropriarsi della proiezione comoda e aderente, muore qui. Delle battaglie dei 40 anni successivi non se ne parla, e se lo si fa se ne accantona il merito, puntando il dito contro i letimotiv circostanziali di sempre: Capezzone, Cicciolina, Berlusconi, Rutelli (per i più barricaderi). Questo non c’è nell’articolo ma per la sinistra, per quella stessa sinistra di sempre, i radicali sono un popolo strambo, pindarico, incomprensibile. Le battaglie sui princìpi, sugli ideali, lontani dalle “reali esigenze della gente”. La sinistra salottiera di cui Scalfari è incarnazione e Gran Maestro di quelle esigenze e quelle vite ha sempre (stra)parlato, Pannella coi suoi istrionici eccessi di quelle esigenze e quelle vite ci si è insozzato e ne ha fatto benzina politica: “Le nostre storie sono i nostri orti”, dopotutto. E poi il settarismo incomprensibile, probabilmente nel linguaggio e nella mitologia, sicuramente nel rapporto col leader. Non a caso infatti, mentre Scalfari nel 1986 intitolava un proprio libro “La sera andavamo in via Veneto”, facendo riferimento alla sua scuola giornalistica e intellettuale irriducibilmente vitellona;  venticinque anni dopo Pannella intitolava un proprio lungo intervento su Il Foglio “La sera non andavamo in via Veneto”: se l’alterigia è stata un tratto comune tra i due decani, certamente è stata declinata in maniera diversa.

Poi, però, c’è l’essere capopopolo senza partito, di cui si attende il verbo la domenica sull’organo ufficiale: puntuale. C’è l’essere saggio, nella saggezza dell’Anziano che ha attraversato buona parte del ‘900, ha conosciuto i Padri della Patria™, e ha lasciato un segno nella storia di questo paese. Dalla parte degli ultimi, degli emarginati. C’è, concediamoci un po’ di bassezza, un libertinismo sessuale comune eppure così diverso: poligamia, promiscuità e le loro intersezioni. Non a caso, c’è l’essere nati di rara e austera bellezza. C’è l’essere guida morale che detta la linea e l’etica, di una moralità che pur nascendo laica ed atea vola alto, diventa necessariamente metafisica, specie sul finale. Arrivando addirittura a dialogare con il Papa. A scriverci insieme un libro. Come dite? Pannella non ha mai scritto un libro con il Papa? Ah ma qui si parlava di Scalfari, non confondetevi.

Scappo dalla città: la mitologia contemporanea della natura è un inganno

in società by

A me, The Revenant, è piaciuto davvero molto, tanto che andrò presto a vederlo.

Non che sia prevenuto ma, come si dice, l’occasione mi è gradita per dire una cosa che pensavo da un po’ di tempo a questa parte, e cioè che la natura è una merda. Non dico merda nel senso di schifo, intendo merda nel senso di una cosa alla cui presenza siamo abituati ma con la quale interagiamo il meno possibile, tenendoci a distanza di sicurezza.
I paralleli tra merda e natura sono molteplici, fidatevi.
Per esempio se è facile accettare che quella che chiamiamo “civiltà” dipenda in larga misura dall’emanciparsi dallo stato di natura, è altrettanto vero che uno dei suoi pilastri è la distanza, letterale, dalla merda. Un sistema di fognature adeguato (cioè in grado di spostare la merda più in là) consente lo sviluppo di una società stanziale, permette ai cittadini di riunirsi in occasioni sociali e di creare sovrastrutture (politiche, religiose, militari, etc). Altrettanto letteralmente i popoli nomadi scappavano dalla proprio merda, per non ammalarsi.

Va tutto bene quindi, è tutto giusto, solo che forse siamo scappati un po’ troppo. Avete notato per esempio, quanti programmi sono dedicati al survivalismo?
sur·vi·va·lì·ṣmo/ sostantivo maschile: Addestramento alla sopravvivenza, data la reale o presunta imminenza di una catastrofe.
Laddove la catastrofe non è affatto tale ma una simulazione realizzata in un contesti ad hoc secondo il classico registro dello scenario allo stesso tempo bellissimo e pericolosissimo, paradiso/inferno. Ce ne sono per tutti: concorrenti nudi, concorrenti addestrati, maschi contro femmine, costretti a mangiare vermi, orientarsi, accendere un fuoco, costruirsi un riparo, tornare a casa. E’ il trionfo dell’ideologia dei prepper, i teorici della catastrofe, che da anni si preparano all’eventualità che saremo tutti costretti a confrontarci di nuovo con la natura selvaggia. Se da un lato immagino che sia qualcosa di molto simile a una via di mezzo tra sport e bricolage, dall’altra non posso fare a meno di pensare che in qualche modo la catastrofe sia (forse inconsciamente) desiderata.

Sono gli effetti di lungo periodo di Into the Wild: vivi abbastanza tempo lontano dalla natura e finirai per idealizzarla. Vivi in città abbastanza a lungo, e finirai a berti la favola che lo stato originale è buono e la società è una corruzione di questo stato. Fondamentale per completare il processo di estraniamento citare Thoreau a cazzo di cane (nessuno ha mai letto Walden) e puntare sulla decrescita come soluzione a ogni problema. A cazzo di cane perché come molti altri romantici Thoreau sosteneva che l’aspetto selvaggio e non controllato della vita naturale fosse complementare ed essenziale al mantenimento della civiltà: una sorta di yin/yang, produzione e riproduzione. Un messaggio molto meno naive (e quindi commerciabile).
Nel postmoderno che recupera forzatamente tutto ciò che è antico e tradizionale (Antica bottega del barbiere dal 1931, anche se fino a ieri al suo posto c’era una carrozzeria), tutto ciò che è naturale (anche se nessuno sa esattamente dove comincia il biologico e dove finisce il km zero), stiamo rinnegando qualche millennio di emancipazione dalla natura, con buona pace di Rousseau e del buon selvaggio. Se ne faccia una ragione Melville, nella cui opera più famosa un animale mutila e ossessiona un uomo fino a portarlo alla completa (auto)distruzione perché, come aveva perfettamente intuito, non puoi separare uomo e natura ma non puoi nemmeno fonderli:
“O natura, o spirito dell’uomo! Quanto sono inesprimibili le analogie che vi legano! Non il più piccolo atomo si agita o vive nella materia senza avere il suo bel duplicato nella mente.”

Senza il bisogno di andare nell’ America di fine ‘800, senza il bisogno di vivere necessariamente la natura come un’avventura, per capire quello che ci sta succedendo è sufficiente riprendere in mano Luciano Bianciardi e Beppe Fenoglio (e forse Bocca) ed accorgersi che davvero sono anche stati “anni della malora” quelli che hanno trasformato l’ uomo rurale in un cittadino-bambino che si bea delle meraviglie di quello che fino a ieri era il suo patrimonio culturale: la vita e la morte degli animali, il ciclo delle semine, i ritmi non circadiani dei boschi, il taglio del legno. Un processo di estraniamento completo che trasforma il cortile di casa in un orizzonte magico dove a salvare la vita è la pianta, il rimedio naturale, e dove l’animale è ormai quasi più sacro dell’umano.

È facilissimo leggere di professionisti che hanno lasciato tutto per andare in Messico a cacciare gli squali, o a vivere con un gregge di pecore in Lunigiana, ma qualcuno ha mai fatto il follow up?
Quanti tornano? E dopo quanto tempo?
E poi, che fanno?
Quindi ecco, in sostanza io spero che The Revenant sia questo, un film che mostri la natura per quello che è: esposizione, perché natura ed esposizione sono le classiche 2 facce della stessa medaglia. Dice Reinhold Messner che la traversata dell’Antartide è molto più pericolosa di una salita sul Monte Bianco in condizioni proibitive, perché non hai possibilità di recupero: l’esposizione al rischio è totale. Semplicemente sei solo in mezzo alla natura.  Una condizione tanto ancestrale quanto spaventosa, molto lontana dai programmi televisivi di survivor dove il dolore e la sofferenza sono sostituiti con disagio e un po’ di fastidio: niente di troppo distante da quello che può accadere a restare chiusi una notte in un parco cittadino. Non un modello insomma, come l’Alexander Supertramp di Into the wild, ma una ricostruzione realistica di quello che può succedere quando siamo troppo esposti a quello da cui, generazione dopo generazione, ci siamo faticosamente emancipati, per evitare che i “Walden” di domani finiscano per assomigliare al Billy Crystal di Scappo dalla città: la vita l’amore e le vacche.

Il senso del Foglio per Repubblica

in giornalismo/ by

Ricorre in questi giorni il quarantennale di Repubblica che giustamente festeggia il proprio compleanno, un po’ come tutti. Fin qui, chissenefrega.

Sennonché, la cosa sembra fregare a qualcuno, oltre agli affezionati lettori di Repubblica. Perché, fenomeno unico nella storia del giornalismo mondiale, in Italia esistono gli haters di uno specifico giornale, esiste il partito degli haters di Repubblica che hanno addirittura un proprio giornale-organo a loro disposizione, cioè il Foglio.

Al Foglio questa cosa dei quarant’anni di Repubblica non va proprio giù. Anzi è proprio Repubblica ad andargli di traverso, anche se loro direbbero “Rep.” e non Repubblica.

Sì, perché rimproverano a Ezio Mauro di considerare Repubblica e i suoi lettori come un club ma allo stesso modo adottano un linguaggio da iniziati, così che ci si riconosca subito tra lettori de il Foglio. Loro non leggono “Rep.” se non per percularla, del resto sono contro il “pol.corr.”, che ricorda un po’ Pol Pot e infatti sta per “la dittatura del politicamente corretto”, loro leggono gli editoriali dell’Elefantino e di Cerasa, che quando può si firma col disegno di una ciliegia (“cerasa”, appunto, in dialetto siciliano).

Fatto sta che il Foglio, tramite la penna di Guido Vitiello ci ha regalato la sublimazione dell’astio per “Rep.”: l’articolo contro i 40 anni di “Rep.”. Si parte da un’affilata critica dell’idea di Ezio Mauro di far fare ai propri lettori un selfie con la prima copia originale del giornale, chi l’avesse ancora (io conservo il numero zero di “Venom” della Marvel, aspettandone il quarantennale per fare lo stesso, del resto).

Non sia mai: è macabro. Ricorda la polaroid di Moro che, prigioniero, tiene in mano Repubblica. Uno dice: ma ci sono state migliaia di prime pagine di Repubblica che hanno accompagnato la storia e la cronaca italiana per 40 anni, che c’entra Moro? Niente. Ma per Vitiello, il fatto è grave, gravissimo: richiama alla mente nientemeno che “la macabra “moda alla ghigliottina” di fine Settecento – le dame aristocratiche con un nastro di seta rossa al collo per ricordare le vittime del Terrore“. Poffarbacco!

Dopodiché Vitiello ci spiega che lui la foto non se la fa perché, insomma gli dispiace, ma non si sente parte del club. Lui, insomma, non si sente tale e quindi non se la sente di farsi la foto. E pazienza. Ma seppure non ha fatto la foto:

“[…] ho fatto qualcosa di meglio, ho letto il primo numero da cima a fondo, dalla pubblicità della Sanyo in alto a pagina 1 a quella dei mangimi Mignini in basso a pagina 24, se non altro in cerca di indizi, di premonizioni, di segnali che potessero spiegare la mia triste inappartenenza [al suddetto “club di Repubblica”, N.d.A].

Ed ecco che si mette a leggere da cima a fondo il giornale in cerca di indizi che avrebbero già segnalato l’orrore che verrà: e li trova, perdinci, “in coda a un commento di Andrea Barbato: “La questione morale si chiuderà soltanto quando si apriranno per alcuni le porte dei tribunali”. Ecco, non dico che mi sentirei più a mio agio sfoggiando un vezzoso paio di manette in un party di notabili socialisti decaduti, magari lanciando monetine di cioccolato sull’anfitrione, ma insomma!

Eheheh! Sgamati, vecchi forcaioli di Repubblica! Lo si capiva fin da subito che eravate dei manettari!

Poi la pagina della cultura, ma qui il Nostro si perde perché attacca Michele Serra che un giorno si dichiara pop ed estimatore di Zalone e il giorno dopo rimpiange la lettura di Campana alle Feste de l’Unita. Questi “sono sintomi di una schizofrenia più generale” di Serra. Del resto, se ti piace Zalone non puoi aspirare a letture pubbliche dei testi di Campana: è una contraddizione in termini. Alla festa popolare, è noto, non puoi leggere Campana: a ciascuno il suo, Zalone per il pueblo, Campana per l’intellighenzia.

E via andare, alla ricerca di strafalcioni nel primo numero di Repubblica.

Ora, rimane da domandarsi, in primo luogo: se andassimo a pescare (parti di) editoriali e articoli non di quarant’anni ma di quattro anni fa, in qualsiasi giornale, quante opinioni che in seguito si sarebbero rivelate cazzate troveremmo? Quante cose che nessuno si sognerebbe di riscrivere? È una operazione che ha un minimovalore giornalistico?

Ma, soprattutto, il rimprovero sostanziale che da principio si muoveva a Repubblica, quello – non del tutto infondato – di considerare un giornale un club di iniziati e i non-lettori sostanzialmente degli sfortunati meschini, è esattamente quello che replicano, in piccolo, il Foglio e Vitiello (e ovviamente quello che ancora più in piccolo verrà rimproverato a noi che facciamo la metalettura della metalettura di Vitiello e Repubblica): insomma, i lettori di Rep. non sono lettori di un giornale, sono replicanti trinariciuti di una dottrina fideistica che vorrebbe insegnare agli altri come vivere e cosa pensare.

Fortuna che ci sono il Foglio, i suoi giornalisti e i suoi lettori che hanno gli strumenti intellettuali per insegnarci come vivere e pensare per salvarci da questa pericolosa china, che potrebbe portarci al Terrore giacobino.

Non che ci dispiaccia essere salvati, ma insomma signora mia, avremo pure il diritto di dire che il ponte della scialuppa non è tirato a lucido? Perché d’accordo che i monumenti sono fatti per essere sporcati ma qui si comincia a perdere il senso. I 40 anni di Repubblica sono un’occasione imperdibile per farsi due risate alle spalle di Scalfari & co (che ci mettono del loro, bisogna ammetterlo), ma numero dopo numero dopo numero, viene il sospetto che quella dei foglianti per Rep. sia una vera ossessione. I limiti di Repubblica sono arcinoti a chiunque abbia l’onestà di vederli, sono gli stessi da un bel po’ di anni a questa parte e sono tutti legati al protagonismo dei suoi editorialisti. Accanto a questi, e costituisce il 90% del giornale, c’è la copertura della notizia politica, di cronaca, di sport (nessuno tocchi Gianni Mura), fatta con competenza e indagine. Repubblica è un giornale “classico” che riporta  e commenta i fatti del giorno, il Foglio un esperimento quasi più letterario che giornalistico, fatto di soli commenti. Uno ha la potenza di fuoco dei grandi giornali, l’altro la nicchia di un pubblico affezionato e fedele quanto quello di Rep.

Se da un lato è facile comprendere che Rep. è diventata il simbolo del perbenismo borghese di sinistra, nevrosi e tic compresi, dall’altro faccio fatica a comprendere come questa critica possa diventare una categoria giornalistica a sé stante. Lo dico da ormai ex lettore di Repubblica, ora lettore del Foglio, per il poco che leggo.

Che palle.

È un peccato perché nonostante mi trovi quasi sempre in disaccordo con Ferrara e molti altri, apprezzo sia lo stile di tanti che ci scrivono (ultimo questo godibilissimo articolo su Roma e il suo rapporto con la letteratura contemporanea) che il coraggio nel prendere posizioni coraggiose. E’ ovvio che quello che ci piace del Foglio è proprio il suo essere altro rispetto a Repubblica, ma vi prego, basta, smettete di ricordarcelo e fate quello che sapete fare meglio: scrivete.

Continuare a perculare Repubblica comincia a ricordarmi l’amico, tutti ne abbiamo uno così, che non perde occasione per fare una battuta sul nuovo tipo della sua ex, e come dice Michael Stipe “Living well is the best revenge

Fanno 20 anni anche i Pulp

in musica by

 She came from Greece she had a thirst for knowledge,/She studied sculpture at Saint Martin’s College.

Dovrebbe avere ormai più di 40 anni quella ragazza greca che conobbi in Erasmus esattamente 20 anni fa. Me lo ricordo bene.

Non che ci siamo poi frequentati così a lungo: certo abbiamo bevuto qualche aperitivo al Bar Italia e ballato come matti alla Disco 2000, ma ehi, erano tempi spensierati, e chi mai ha preso un impegno serio negli anni 90?

E dire che sarebbe anche potuta durare, forse eravamo un po’ squinternati (o meglio “mis-shapes”, come diceva lei) ma ci abbiamo anche provato a vivere come le persone normali. Affittare un appartamento sopra un negozio, tagliarsi i capelli e trovarsi un lavoro: purtroppo non siamo mai andati oltre la spesa al supermercato. Alla fine, come è ovvio, abbiamo anche cominciato a litigare, io preferivo gli Stone Roses, lei aveva una cotta per Damon Albarn.

Ci lasciammo per colpa dei suoi amici: Jarvis era un pazzo maledettamente serio, una presenza troppo ingombrante per chiunque, e Richard, beh Richard alla fine l’ha conquistata, con quella sua voce da crooner e quell’eleganza fuori tempo.

Me l’ha portata via, e anche io dopo un po’ me ne sono andato da Sheffield.

L’ho rivista l’altro giorno che vagava per Roma, ci siamo incrociati solo per un attimo ma sono certo fosse lei.

E’ invecchiata molto peggio della musica che ascoltavamo insieme 20 anni fa. Mi dicono che le piaccia sempre l’arte ma che adesso se la faccia con gente molto barbuta e seriosa. Anche Renton e Sick boy sono diventati grandi, ma faresti fatica a credere che una volta uscivano insieme, tanto è austera nel suo rigoroso minimalismo nero, dalle scarpe a punta alla montatura degli occhiali, al cappellino di feltro. Frequenta il giro giusto adesso e non si perde una serata al cineforum dedicato a PPP. La puoi vedere in certi luoghi borgata, esattamente quelli dei ragazzi di vita, contrassegnati da apposita street art. In questi giorni poi mi dicono sia presissima da un reading che stanno organizzando a Ostia, indovinate su chi.

Meglio la fretta e l’indecisione di quella musica, con il mondo ad assistere al gigantesco karaoke della coltura brit, o l’esasperata celebrazione dei nostri talenti migliori? Meglio l’esegeta del neorealismo romano o il raver che ha letto solo Irvine Welsh, e non l’ha neanche finito?

È stato un brivido.

Ho chiuso la zip della mia tuta adidas, ho fatto ripartire il walkman e le note di “live bed show” mi sono scoppiate nelle orecchie.

Chissenefrega: è tardi e Spud mi sta aspettando.

 

…tanti auguri “A different class”.

 

 

Cupe vampe

in musica by

“Be willing to die for your beliefs, or computer printouts of your beliefs.”
― Don DeLillo, Great Jones Street

Ci muove a piacimento Ferretti, basta che alzi il mignolo. Nessuno come lui, nemmeno lontanamente, ha la capacità di polarizzare la discussione: ma se fate di un uomo un idolo, è normale che vi deluda.

La verità è che vi siete posti il problema di cosa dicesse Lindo Ferretti quando ha cominciato a parlare invece che a cantare: se gli slogan su piani quinquennali e l’acciaio sovietico in salsa emiliana raccoglievano applausi e lodi sperticate, all’annuncio di una ritrovata spiritualità è scattato il linciaggio belluino. Il nodo della questione è tutto qui: voi non volete un artista, voi volete una marionetta. Una marionetta-guru che vi dica cose geniali e illuminanti, ma perfettamente in linea con il vostro pensiero. Lindo Ferretti è sprecato per tutto questo. Dateci mezz’ora di tempo e vi facciamo un generatore automatico a cui tirare la cordicella per sentirvi dire ciò di cui avete bisogno, in eterno.  Senza cambiare mai, senza deludere mai.

E pensare che era anche stato così gentile da avvisare: “Non fare di me un idolo mi brucerò /Se divento un megafono m’incepperò

Essere fedeli alla linea dei CCCP dal conseguimento della maggior età, e forse anche da prima, come pretesa di controllo sulla produzione artistica di Ferretti. Il Minculpop dei fan che analizza e stigmatizza le dichiarazioni pubbliche dell’artista. Il processo pubblico per idee controrivoluzionarie.

Non importa che siano passati 30 anni, cioè una vita, e che 30 anni ammettano drammi e soluzioni, crescite e cambiamenti, nuove idee e ripensamenti. Giovanni Lindo doveva rimanere il “punkettone” dei primi anni, anche adesso che di anni ne 60. Doveva cantare di Unione Sovietica, anche se non esiste più da 25 anni. Doveva restare comunista, come quando aveva vent’anni, perché a vent’anni si è stupidi davvero e quante balle si ha in testa a quell’età, eccetera eccetera. Un eterno ritorno da Emilia paranoica. Una baracconata in salsa pop, più simile al Drive-in immaginato da Lansdale, dove gli stessi B-movies venivano proiettati all’infinito, che all’ Uroboro di Nietzsche: tutto ciò non è spaventoso, è solamente ridicolo.

E pop è tutta questa vicenda, che sembra essere lo specchio deformato del Wall di Roger Waters, dove il rocker diventa dittatore potendo contare su una folla di fans adolescenti e succubi, che lo adorano dalla base del piedistallo-muro che si è costruito per separarsi da loro.

Anziché giudicarlo, dovreste ringraziarlo: poteva avervi tutti ai suoi piedi, ma non l’ha fatto.

Di cosa parliamo quando parliamo di sperimentazione animale

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L’ho chiesto ad Ambra Giulia Marelli, Vice Presidente di Pro-Test Italia, un’associazione no-profit nata nel 2012 con l’obiettivo di divulgare e promuovere al grande pubblico le corrette conoscenze sulla ricerca scientifica, e creare un punto di contatto tra la realtà della sperimentazione scientifica e la gente comune. Pro Test si è imbarcata nel difficile compito di organizzare manifestazioni e dibattiti per separare la verità della bufale che girano intorno al mondo della sperimentazione animale e della ricerca biomedica.

Perché vi siete costituiti? C’è stato un evento preciso di fronte al quale avete sentito la necessità di far sentire la vostra voce?

Credo che l’evento principale che ha dato il via al movimento della Resistenza Razionale, da cui poi è nata Pro-Test Italia, sia stato il dilagare su Facebook e in generale sul web di campagne diffamatorie contro la ricerca, piena di immagini false. A quel punto si è formato un picco gruppo di persone con tanta voglia di combattere la disinformazione e Giulia Corsini, attualmente Consigliere di Pro-Test, ha deciso di fondare l’associazione insieme ad altri 4 volenterosi, prendendo spunto da quel che era successo in Gran Bretagna con Pro-Test UK.
Sulla vostra pagina Facebook ho notato la vostra copertina: “Premio Nobel per la medicina 2014, anche quest’anno viene assegnato alla sperimentazione animale”. Mi spieghi il significato?

La maggior parte dei premi Nobel per la Medicina e la Fisiologia è stato ottenuto grazie ad esperimenti sul modello animale proprio perché sono i più chiari e chiarificatori riguardo i meccanismi della natura. Inoltre uno dei premi Nobel di quest’anno, John O’Keefe, in un’intervista a speaking of research ha recentemente fatto notare quanto la sperimentazione animale sia ancora indispensabile.

La domanda sorge spontanea: com’è possibile che nonostante gli indiscutibili progressi, la ricerca biomedica sia ancora legata alla sperimentazione animale? E’ perché, come dicono gli animalisti, non c’è interesse da parti delle industri farmaceutiche a sostituire questi modelli?
Trovo che la domanda non tenga conto di una premessa: la biologia e le scienze biomediche sono giovanissime, la gran parte delle scoperte sono state fatte dopo l’invenzione del microscopio elettronico prima e della struttura del DNA poi, con queste premesse il punto a cui siamo sembra quasi un miracolo!Per quel che riguarda l’interesse delle case farmaceutiche credo che la cosa si smonti facilmente: la maggior parte delle tecniche in vitro e in silico (ossia i “metodi alternativi”) sono MOLTO più economici del modello animale, quindi le case farmaceutiche avrebbero tutto l’interesse di abolirlo.

Esistono metodi alternativi? Penso ai trial clinici in silico, alla creazione di modelli digitali per nuovi farmaci e devices. A che punto siamo e, a tuo parere, si investe abbastanza in questa direzione?

I metodi alternativi (o complementari, come sarebbe più corretto dire) esistono e per legge sono tutti utilizzati, solo che non sono ancora abbastanza per sostituire il modello animale, non ci danno abbastanza informazioni. Una cosa però è certa: si investe tantissimo in sviluppo di nuove tecnologie che portino a metodi alternativi proprio perché averli porterebbe un grosso abbassamento dei costi (anche morali) della ricerca.

Per cosa sono usati principalmente gli animali nei laboratori di ricerca?

Si tende a pensare che siano usati soprattutto per testare farmaci, ma per la verità la gran parte degli animali vengono usati per la ricerca di base, cioè per capire come funziona un certo fenomeno fisiologico o per comprendere cosa succede in una certa malattia. I test sono di moltissimi tipi e vanno dai meno piacevoli (di solito associati alla ricerca sul cancro o su malattie particolarmente gravi) a quelli totalmente incruenti come i test comportamentali, che possono dirci molto a livello neuroscientifico.

Le parole sono importanti diceva quel tale. “Vivisezione” e “sperimentazione animale” sono termini che evocano immagini molto diverse, e danno una idea abbastanza precisa di chi li utilizza. Ha senso contrapporre risposte razionali ad argomenti emotivi?

L’argomento è molto complesso perché, senza dubbio, ognuno di noi è preda delle sue emozioni ed ha qualche tallone d’Achille sul quale non riesce ad essere razionale, chi più chi meno. Addirittura ci sono alcuni movimenti culturali in cui l’irrazionalismo è un valore anziché un disvalore. Tuttavia bisogna considerare che la razionalità è l’unica arma che abbiamo per prendere decisioni non avventate nel sistema della democrazia, quindi quantomeno ritengo ci si debba provare. Non sono contraria tuttavia all’uso contemporaneo di argomenti emotivi (ad esempio, apprezzo molto quando i malati decidono di condividere le loro storie per far comprendere quanto reali sarebbero le ricadute di un’abolizione della sperimentazione animale), proprio perché l’emotività ha un forte potere sugli animi. Ma sempre insieme alla riflessione razionale sull’argomento, perché le emozioni senza il ragionamento tendono a sviarci.
Green Hill è stato indubbiamente un punto di rottura nel dibattito tra scienza e animalismo, prova ne è che la famosa direttiva 2010/63 dell’Unione Europea è stata recepita con pesanti modifiche. Che cosa non funziona nella legge vigente?

L’attuale legge è stata recepita con quattro emendamenti fatti illecitamente dallo Stato italiano in quanto nella Direttiva stessa era specificato che gli Stati membri non sono autorizzati ad applicare ulteriori restrizioni, anche alla luce del fatto che la Direttiva di per sé è già molto restrittiva. Fondamentalmente questi emendamenti riguardano l’anestesia (che deve venir fatta quando il disagio causato dall’esperimento è superiore a quello di un’iniezione, anziché quando il disagio è superiore a quello dell’anestesia stessa, com’era nella direttiva), la sperimentazione sulle sostanze d’abuso (cosa che crea di fatto malati di serie A e malati di serie B ed inoltre scientificamente ha poco senso), la formazione (gli animali non possono essere usati nella formazione di biologi, naturalisti, biotecnologi etc. ma solo nell’Alta Formazione di medici e veterinari), il divieto di allevamento di cani, gatti e primati destinati alla sperimentazione su suolo italiano (che quindi devono venire importati dall’estero e non possono sussistere in colonie miste di maschi e femmine) e delle restrizioni nell’uso degli xenotrapianti. Noi eravamo fortemente contrari a questi emendamenti in quanto totalmente irrazionali e perché spesso comporteranno un maggior disagio agli animali rispetto a quanto previsto dalla Direttiva.

Perché, a tuo giudizio, si riscontra tanta diffidenza verso la medicina moderna e la ricerca scientifica? L’irrazionalità sta vincendo?

Credo che il problema sia causato parzialmente dalla voglia di trovare un senso al dolore (penso ad esempio alle famiglie dei bambini autistici che credono sia colpa dei vaccini) e in parte nella disparità tra l’avanzamento della scienza biomedica e le conoscenze del cittadino medio. Infatti la scienza in questi decenni ha fatto balzi da gigante ed è dura per i non addetti ai lavori stare al passo, e naturalmente ciò che non si conosce può spaventare. Credo anche che purtroppo si stia diffondendo un clima di rabbia e sfiducia che va ad incrementare questo fenomeno, il che è un problema perché la stessa esistenza di una società civile è basata sulla fiducia. Tuttavia non credo che l’irrazionalità stia vincendo, è solo in vantaggio perché finora non ha ricevuto risposte adeguate e per la mancanza di una vera divulgazione che aiuti i cittadini a comprendere i fenomeni, ma sono fiduciosa che nel tempo la razionalità passi di nuovo in vantaggio.

Si sente sempre dire “sulla sperimentazione animale gli scienziati sono divisi”. Lo chiedo a te: sono divisi?

Assolutamente no. Da un sondaggio di Nature (la più importante rivista scientifica del mondo) è risultato che il 96% degli scienziati è convinto che ad oggi la sperimentazione animale sia indispensabile, e a me sembra un risultato schiacciante. Certo il ruolo del dissenso è importante nella comunità scientifica perché tiene acceso il dibattito e sprona a cercare risposte migliori (in questo caso i metodi alternativi, che sono ancora drammaticamente pochi e quasi tutti nel campo della tossicologia, mentre gli altri campi sono molto scoperti), tuttavia direi che i numeri siano chiarissimi: gli scienziati ritengono ancora fondamentale la sperimentazione animale.

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A’ rivoluzione

in Micropost by

Io mi ricordo benissimo che ai tempi di Pecoraro Scanio (sembrano secoli..) a sinistra era tutto un gran dire che Alemanno era il meno peggio di quella parte lì, che lui era uno della destra sociale, che era uno duro e puro. Io me lo ricordo benissimo ma non trovo più niente, hanno cancellato tutto, gli zingari hanno rubato gli hard disk.

La lobby di Pavlov 2 (non è vero ma ci credo)

in società by

La iella che affliggeva Gervasio Savastano non esisteva, tutto quello che esisteva era un retroterra abbastanza calcificato da consentire che si edificasse sopra di esso una piramide di congetture e dicerie, in grado di oscurare la luce della ragione.

Sapete che c’è? Non mi spaventano i complottisti duri e puri, pronti a rifilarmi un pippone di un’ora sulla “impossibile” catena di errori che ha lasciato a terra l’aviazione americana la mattina dell’11 Settembre.

Mi spaventano i fiancheggiatori inconsapevoli.

Sono pronti a riconoscere che il governo americano non si è abbattuto da solo le Torri Gemelle, ma insistono che la CIA doveva sapere per forza qualcosa. Non c’è prova che gli OGM siano dannosi per le persone, però “vuoi mettere la Monsanto”, e “Vandana Shiva è tanto una cara persona”. Non credono al complotto mondiale sull’ebola ma non si fidano se è Bill Gates a finanziare la ricerca. Fanno il cherry picking delle notizie che danno loro conforto, quelle dove buoni e cattivi non si possono confondere.

Quello che non sai, caro fiancheggiatore inconsapevole, è che il tuo approccio ideologico è la sponda ideale di ogni complotto: confondi il peccato con il peccatore, l’evento puntuale con la storia generale. Rendi le acque solo più torbide non attenendoti ai fatti, ed è in questa zona grigia che il complotto diventa reale. Credi di volare più alto, di raccontare storie diverse, ma sei inchiodato a terra dalla tua superstizione.

Non è vero che i vaccini provocano l’autismo ma ci credi lo stesso, perché non puoi che dire male delle grandi multinazionali.

La lobby di Pavlov (complottismo, ton amour)

in società by

Quell’adorabile cazzone di Fox Mulder è stato probabilmente il primo complottaro a godere di fama mondiale. Nonostante poi avesse quasi sempre ragione lui , ed effettivamente si il complotto c’era e gli alieni, gli esperimenti, l’uomo che fuma e così via, non credo si sia mai davvero scrollato di dosso l’etichetta di svampito che cammina con gli occhi al cielo, cercando U.F.O.,  e prendendo un palo in mezzo agli occhi. Come ricorderete, il vecchio Fox arredava il suo ufficio con il famoso poster con il disco volante e la scritta “I want to believe”.

Sui muri delle officine di tutti gli ufologi

i-want-to-believe

Il succo di ogni discussione con un complottista, se ci pensate bene, sta tutta qui: puoi portare quante prove vuoi, dimostrare la scelleratezza di ogni strampalata teoria, ma se uno ci vuole credere non riuscirai mai convincerlo: lui continuerà a sentirsi Fox Mulder, e tu per lui sarai sempre di più l’uomo che fuma.

Non esiste complotto o cospirazione che schiere di giornalisti o divulgatori scientifici non abbiano analizzato e sezionato fino a dimostrarne l’inconsistenza. Quasi tutti nascono per burla (come le scie chimiche), per errore (come la storia di Wakefield e i vaccini che provocano l’autismo), o addirittura affondano le radici in pericolose teorie razziste create ad hoc per giustificare persecuzioni e pogrom. Eppure tutte godono di ottima salute, e qualcuna continua a produrre i suoi preoccupanti effetti. Non credo sia solo per vanità, o per secolarizzazione del presente che tutto questo accade: credo che, al netto delle capacità individuali, internet ha dato ai figli di una generazione orfana di X Files la possibilità di sentirsi Fox Mulder per un’ora o due al giorno. Di lottare come Mulder: eroico agente dell’FBI che da solo affronta C.I.A., esercito, governo ombra.

Lo schema è lo stesso.

L’impari lotta tra uno-di-noi e la grande multinazionale (dei farmaci, del cibo, del trasporto aereo) è un artificio retorico di sicuro effetto che genera grandi consensi. L’ostinata purezza di chi denuncia con un video su youtube il prossimo piano del governo per istallarci microchip sottopelle è commovente, nella sua dabbenaggine. Quello che conta è che eroe sia, e solitario, perché serve sempre lo stesso personaggio per continuare nella rappresentazione donchisciottesca della lotta del piccolo risparmiatore contro la finanza mondiale, del medico squattrinato contro le Big Pharma, del politico-uomo-della-strada che rimette in riga l’Europa delle banche: tutto questo noi crediamo, a tutti loro noi diamo ascolto.

La semplice costatazione che esistono argomenti complessi, non sempre riassumibili in una dicotomia giusto/sbagliato e bene/male, è un’imperdonabile fisima intellettualoide per un popolo abituato a rispondere pavlovianamente a stimoli quali “banche”, “lobby” ,“Kasta”, “scienza ufficiale” “grande industria farmaceutica”.

Quella dei complottisti è una società cupa e misterica, quasi medievale: in ogni ambito della sua vita il cittadino è solo, alla mercè degli interessi di gruppi finanziari e società segrete che continuamente tramano per danneggiarlo. Il progresso, anche quando è reale e tangibile, viene guardato con sospetto e non si ha alcun reale interesse a comprenderlo. La verità rivelata viene comodamente servita a scapito della “verità ufficiale”, e non importa sapere se chi parla è davvero in buona fede o, più semplicemente, competente in materia.

Importa che sia controcorrente, perseguitato, fuori dai giochi,  meglio ancora se squattrinato. Che non abbia interesse economico in quello che fa. Che sia costantemente ostacolato nel suo cammino di rivelazione da occulte ma potentissime entità. Proprio come Fox Mulder.

La verità è la fuori, ma fa ridere.

Una capitale senza teatro (ma col tiramisù)

in economia by

Nell’inverno del ’45, prima di rifugiarsi a Zurigo, Wilhelm Furtwängler diresse a Vienna la seconda sinfonia di Brahms. Da qualche mese Albert Speer, l’architetto di Hitler, gli aveva confermato ciò che ormai era innegabile: la guerra dei nazisti era persa, prudente trovare un luogo in cui riparare.

Furtwängler venne processato (e assolto) durante la fase di denazificazione della Germania: non fu mai iscritto al partito ma allo stesso modo non abbandonò mai la Germania, come invece tanti altri intellettuali dell’epoca, e continuò a dirigere fino a quando la situazione lo rese possibile. Disse durante il processo “…io mi sono sentito responsabile per la musica tedesca, ed è stato mio compito farla sopravvivere a questa situazione, per quanto ho potuto…Questo popolo, compatriota di Beethoven, Mozart e Schubert, doveva ancora vivere sotto il controllo di un regime ossessionato dalla guerra… Non potevo lasciare la Germania in quello stato di massima infelicità.”.

Oltre Furtwängler, più determinati di Furtwängler, furono i Berliner Philarmoniker: nella seconda settimana di aprile del 1945 suonarono Brahms nella Beethoven-Saal parzialmente distrutta.

Berlino cadde definitivamente il 2 maggio.

Due anni dopo la fine della guerra Berlino, distrutta dai bombardamenti alleati, poteva già contare su una sala concerti e una orchestra, che Furtwängler diresse per il primo concerto in tempo di pace. Era impensabile che una capitale potesse restare senza un teatro, senza una orchestra.

Nell’anno del signore 2014 a Roma, capitale dei compatrioti di Verdi e Puccini, dopo che il Teatro dell’Opera ha licenziato la sua orchestra, e Direttore e coreografo hanno dato le dimissioni sancendo così il fatto che il Teatro di Roma non ha un’orchestra, lo psicodramma collettivo riguarda la minacciata chiusura del Bar Pompi, aka il Regno del Tiramisù. Secondo il sovrano del tiramisù la colpa è dei cittadini residenti vicino al bar, che si lamentano per una situazione del traffico insostenibile, e dell’amministrazione comunale, che ha sanato questa situazione.

Apro le braccia e accolgo con spirito di martirio i vostri sputi e le vostre accuse di fighetteria, ma vi invito per un momento a riflettere sul futuro degli orchestrali (lavoratori anche loro, ne converrete), dei tecnici e di tutte le persone che lavorano in un teatro. Sul mancato ricavo della stagione. Sul mancato indotto delle attività limitrofe al teatro. Sull’immagine di una capitale europea che non è in grado di tenersi un’orchestra, in tempo di pace e senza i russi alle porte.

Non si chiede a nessuno di tenere accesa fino all’ultimo la fiammella della cultura -come Furtwängler, come i Philarmoniker – ma di riflettere serenamente se ad una città come Roma sia più indispensabile un luogo per la musica classica o un bar il cui tiramisù evidentemente non vale il tempo di un parcheggio regolare.

Stroncati per voi

in scrivere by

Oggi stroncherò per voi Doctor Sleep, del Re del Brivido Stephen King.

Doctor Sleep tratta, per chi non lo sapesse, della vita del piccolo Danny a partire dai tragici fatti dell’Overlook Hotel (quelli di Shining per intenderci) fino alla sua vita di uomo adulto ai giorni nostri. SPOILER: da qui in avanti viene dato per scontato che chi legge abbia letto il libro Shining e/o visto il film di Kubrick.

Doctor Sleep è a tutti gli effetti il seguito di Shining (Shining 2 se preferite) e, come dice lo stesso King, è nato per rispondere alla domanda che (forse) molti si sono posti: che cosa è successo al bambino di Shining?

E qui secondo me nasce il primo problema del libro. Perché cazzo ha dovuto scrivere il seguito di una storia perfetta, da cui è stato tratto un film perfetto, che ha contribuito a costruire la sua fama spaziale da oltre 400 milioni di copie vendute coi tuoi libri (si avete letto bene 400 milioni: in pratica un adulto su due nel mondo occidentale ha acquistato almeno un libro di King nella sua vita)?

Perché King si è voluto riprende Shining. Il suo Shining.

La Vera Storia della Famiglia Torrance, come lui stesso rivendica alla fine di Doctor Sleep. Il suo Shining, non quello di Kubrick.

Sentite come liquida il film: “Poi naturalmente c’era la faccenda del film di Stanley Kubrick, che per motivi a me ignoti molti ricordano come assolutamente terrorizzante”.

La faccenda del film di Kubrick, come se fosse una fiction rai di prima serata.

Terrorizzante per motivi incomprensibili…. Incomprensibili!

Nel libro ritroviamo Danny adulto, che sprofonda in alcol e droga per sopire le voci che la sua luccicanza lo costringe ad ascoltare, e veniamo a conoscenza del destino della madre di Danny, la dolce Wendy. Danny vagabondo alcolizzato e tossico a zonzo per gli Stati Uniti, nel commovente e patetico tentativo di ricostruirsi una famiglia, dopo la devastazione dell’Overlook Hotel. Danny che trova lavoro e pace solo come dipendente di un ospizio dove, grazie alla sua luccicanza, favorisce il trapasso degli anziani.

Le pagine migliori di Doctor Sleep sono le prime 100.

Chi ha visto solo il film di Shining non riuscirà a cogliere appieno quanto la potenza di Shining fosse tutta qui, nella descrizione del collasso della famiglia middle-class americana. Bianchi, istruiti, scrittore di buone speranze lui e bionda cheerleader lei, destinati a soccombere sotto il peso del mancato successo letterario di jack Torrance. Da qui l’alcolismo di lui e il ritiro nell’albergo, la quarantena da una società che non li premia, ma senza la quale inevitabilmente impazziscono. L’epilogo nel libro è chiaro fin dall’inizio, ma l’amore cieco e il rispetto incondizionato per il padre impediscono a Danny e a Wendy di vedere in che cosa Jack si stesse trasformando, ben prima di rinchiudersi nell’albergo tra le montagne. L’Overlook Hotel è catalizzatore e non creatore di una follia che i Torrance si portano appresso come le loro valigie, imprigionandola con loro tra la neve. Presto o tardi Jack avrebbe comunque tentato di uccidere la sua famiglia, con o senza l’ispirazione dei fantasmi dell’albergo.

In Doctor Sleep tutto questo manca. L’unica famiglia, quella della co-protagonista del libro, la ragazzina Abra, tiene botta alla grande, anche di fronte alla luccicanza della figlia (dote che in Shining era negata, temuta), anche di fronte alla violenza che ne fa oggetto. Mancano la tensione, il senso claustrofobico di Shining, e l’inquietudine che pagina dopo pagina avvolgeva il romanzo. Doctor Sleep è un romanzo di avventura: non ci sono altri livelli di lettura. Ci sono i buoni (che sono davvero tutti molto buoni) e ci sono i cattivi (che più cattivi non si può), una trama ricca di colpi di scena, ma tutto sommato rimane una storia abbastanza prevedibile.

E’ un buon romanzo di avventura. Ma basta?

Intendiamoci: credo che la maggior parte degli scrittori italiani sacrificherebbero a buon ragione il loro testicolo preferito per scrivere come King nei giorni meno ispirati.
Leggere King è un piacere a prescindere.

I luoghi, gli oggetti, i personaggi secondari sono sempre di un realismo incredibile, per il semplice fatto che sono veri: esistono quei luoghi, ed esiste quasi tutto quello che King descrive, e lo descrive perché lo ha visto. E’ nota la cura maniacale con la quale prepara i suoi romanzi. Scrive con semplicità, lavorando per sottrazione: non troverete mai parole inutili e definizioni ridondanti.

Non importa quanto la storia sia irreale: lavorando sul contesto, definendo tutti i dettagli, ecco che appare verosimile.

O molto simile al vero. E quindi fa molto paura.

Ma non questa volta.

E Danny?

Sticazzi.

Quando la bufala è servita – intervista a Italia Unita per la Scienza

in società by

Federico Baglioni è coordinatore nazionale di Italia Unita per la Scienza, movimento culturale che dal 2013 si batte contro la disinformazione scientifica in Italia. L’’8 Giugno 2013 la prima manifestazione nazionale organizzata in meno di due mesi in sedici città e ripresa da Science. Lo scorso maggio Italia Unita per la Scienza ha riproposto l’evento in quasi trenta città italiane con l’iniziativa dal titolo “La bufala è servita: tra scienza e pseudoscienza”, dove professori, ricercatori e giornalisti scientifici si sono mossi, spesso gratuitamente, per parlare di scienza, pseudoscienza e degli argomenti scientifici delicati, come OGM, cellule staminali e sperimentazione animale.

Abbiamo fatto due chiacchiere.

Innanzitutto: chi siete? Siete ricercatori? studenti? semplici cittadini? E perché fate tutto questo?

Italia Unita Per La Scienza è un movimento culturale. Siamo un gruppo di studenti universitari, ricercatori, qualche docente, ma anche semplici cittadini appassionati di scienza che si sono uniti – pur con sentimenti molto diversi – per un obiettivo comune: fare corretta informazione scientifica. Siamo ricercatori e studenti che all’ennesima minaccia da parte di estremisti hanno detto basta. Gli stessi studenti e ricercatori che vedono un futuro molto grigio per la ricerca in Italia; non solo per mancanza di soldi, ma perché spesso, come con le biotecnologie agrarie, esistono moratorie e veti che impediscono di pensare a qualsiasi progetto futuro. Infine tra noi ci sono anche semplici cittadini che si rendono conto della cattiva informazione scientifica che distorce le opinione e mette in pericolo tutta la comunità con proposte di legge strampalate o la diffusione di metodi e cure pseudoscientifiche.

L’appoggio del CICAP, di Le Scienze e infine un articolo su Science. L’impressione è che avete colmato un vuoto in Italia. Quanto serve la società civile alla scienza?

Sì, a dire il vero esistono tante piccole realtà che fanno informazione scientifica, a cominciare dai giornalisti scientifici di professione, spesso e volentieri poco considerati. Di certo Italia Unita Per La Scienza ha avuto il merito, assieme ad altri gruppi come Pro-Test Italia, di metterci la faccia, di non limitarsi al comunicato in cui ci si mostra contrari a una terapia non dimostrata. Si è scesi in piazza, a parlare con i cittadini, organizzando manifestazioni, banchetti informativi, convegni di informazione scientifica chiamando ad intervenire esperti da tutta Italia in tutta Italia. E la società civile è importantissima per la scienza perché una società civile che non comprende o rifiuta la scienza arretra e rallenta l’innovazione e la scienza. Se la scienza viene ostacolata sono la pseudoscienza, il pregiudizio e il luogo comune a dettar legge.

Spesso la “controinformazione scientifica” insiste molto sul conflitto di interessi, sull’aspetto economico, sul complotto. Quindi la domanda è quasi d’obbligo: chi vi paga? Non mi dire che fate tutto questo gratis.

Per la stragrande maggioranza delle nostre attività non c’è stato nessuno che ci pagasse. Abbiamo invece quasi sempre dovuto sborsare noi soldi per organizzare gli eventi, facendo collette, raccogliendo le paghette settimanali e organizzando crowdfunding online per rendere virale la campagna di autofinanziamento. Ci sono poi stati casi isolati in cui abbiamo potuto avere dei fondi da Università o altri enti per coprire le spese. Inoltre bisogna stare attenti con le parole. Se ci sono persone qualificate, è giusto che vengano pagate; come viene pagato il panettiere per fare il pane. Dico di più: il fatto che sia così tremendamente difficile avere un compenso in tutte queste attività, nonostante siano assolutamente essenziali, è purtroppo causa del basso livello di informazione scientifica. Fare le cose gratis svaluta la professione ed è insostenibile, specie in tempo di crisi. Se non viene riconosciuta la competenza, saranno sempre più i ciarlatani che prenderanno parola.

Secondo te perché la “bufala” è così popolare? Le teorie più assurde, le scie chimiche per esempio, sono argomenti molto discussi, e spesso arrivano addirittura in Parlamento. Perché la gente è così disposta a credere all’assurdo?

Perché la scienza, specie nell’ultimo secolo, ha dimostrato che non può venir considerata a prescindere dal contesto nel quale si sviluppa: società, economia e politica influenzano e sono influenzate dalla scienza. Questo significa che per ogni argomento ci sono mille sfaccettature che si vanno a incastrare perfettamente nei disagi della società moderna, dalla corruzione, alla malvagità del “potente”, alla necessità di trovare un nemico per i propri dolori e le proprie preoccupazione. La paura dei vaccini, di improbabili scie chimiche rilasciate per avvelenarci e altre teorie nascono da questi bisogni. E ovviamente da persone che, in buona fede o meno, diffondono queste teorie accattivanti e di facile presa. Alcune di queste teorie hanno anche fondamenti di verità e sono più difficili da smascherare, ma contengono gli stessi ingredienti e sono perciò difficili da sradicare, anche da persone di indiscussa cultura.

 Internet, ma anche la tv, è il canale privilegiato per la diffusione di questa pseudoscienza, ma basta fare un giro sui vari siti per vedere che è tutto mischiato, tutto confuso. Chi si occupa di scie chimiche si occupa anche di vaccini, di OGM, di finanza globale. È la vittoria del “tuttologo” sull’accademico? Perché la comunità scientifica è così poco ascoltata?

Diciamo subito che Internet ha rivoluzionato l’informazione, in particolare quella scientifica. Una volta materia inaccessibile, nel giro di pochi decenni la scienza è diventata disponibile per tutti. Una scienza improvvisamente partecipata dove non solo l’esperto ha diritto di dare la propria opinione. Questo fatto, di per sé molto positivo, si è però trasformato in un’arma a doppio taglio, poiché chiunque può al giorno d’oggi scrivere tutto su qualsiasi cosa, senza che sia necessaria una competenza. Ovviamente uno scienziato ha una propria competenza che è limitata al proprio settore, anche se il termine “tuttologo” non è per forza negativo. Mi spiego. Esistono chimici che fanno ottima divulgazione scientifica anche in campi come le biotecnologie o la ricerca biomedica, non perché credano di sapere tutto, ma perché sono andati a verificare le fonti e si sono a loro volta affidati a esperti del settore per reperire i fatti e farsi una propria opinione. Senza quest’ultimo passaggio, invece, chi parla è probabilmente un ciarlatano.

Secondo il mio punto di vista la comunicazione politica ha inquinato il dibattito scientifico. Mi spiego meglio: sembra ragionevole, qualunque sia l’argomento di discussione, “sentire anche l’altra campana”. Ma ha senso invitare un sostenitore della teoria della terra piatta ad un dibattito di geofisica? Perché è così difficile stabilire che ci sono verità scientifiche che possono essere messe in discussione solo con lo stesso metodo?

Ci sono ampi dibattiti a riguardo ed è probabilmente il punto cruciale. Spesso (anche giustamente) ci si ostina a far parlare solo quelli che rappresentano la comunità scientifica, laddove essa è coesa. Questo atteggiamento è malvisto dall’opinione pubblica; perché è un fatto che la scienza nei secoli si sia fortemente trasformata e ciò che una volta era “verità assodata” oggi è un’idea antiquata del passato. Questo ha creato una percezione di verità relativa per cui ogni possibile idea potrebbe essere quella giusta, anche se contro l’opinione di tutti gli scienziati del globo. I giornalisti d’altra parte impugnano la libertà di pensiero per interpellare sempre le due campane. Il problema è che spesso nella scienza una delle due campane è rappresentata da una voce contrastante, alternativa, ma senza alcuna competenza o attinenza con la realtà. Per questo i ricercatori, all’accusa di essere “di parte”, spesso rispondono che la scienza non è democratica e che non è come una partita di calcio, dove si tifa Inter o Milan e tutti i tifosi hanno un’opinioni di pari valore. Un ragionamento che sta in piedi ed è corretto. Il problema è che così si creano dibattiti, convegni e seminari dove troppo spesso partecipano solo persone già convinte di quanto viene detto. Bisogna quindi trovare un compromesso, un modo per integrare una controparte seria, che metta sul piatto motivazioni magari diverse dalle regole scientifiche, ma che su di esse si poggino.

Fatta salva la libertà di espressione di chiunque, credi ci sia una responsabilità, quantomeno morale, per chi diffonde certe teorie? L’idea che i vaccini provochino l’autismo dilaga, così come certe pseudocure, a volte scelte a discapito dei normali protocolli clinici. Vedi un pericolo in tutto questo?

Certamente. Esiste una responsabilità che però non sempre è consapevole. Moltissime persone, infatti, sposano una teoria complottista o non verificata dalla scienza in totale buona fede, generalmente alla ricerca di un nemico. Come la madre del bambino autistico che ha bisogno di trovare una spiegazione e non può che ricercarla in un fattore esterno, facilmente visibile e sulla bocca di tutti come i vaccini. O come il malato terminale che è senza speranza e quella speranza, seppur piccola, la vuole. Se la scienza, per sua caratteristica, non è in grado di fornirgliela, lui si affiderà ad altri. Il pericolo enorme è che questi bisogni non vengano arginati dalla società e dalla politica, col rischio di promuovere sempre più false terapie e teorie a danno dell’intera comunità. Tutto questo solo perché il singolo vuole sentirsi dire certe cose o crede che da queste teorie e terapie daranno le risposte che cerca.

 Recentemente vi siete occupati di spigare che cosa sono gli OGM. Sembra impossibile in Italia avere un dibattito serio su questo argomento, che non diventi immediatamente politico (OGM di destra; biologico di sinistra) o complottista.

Il caso degli OGM è emblematico. Perché si fondono questioni scientifiche sulle quali si fa confusione, a cominciare dalla definizione fumosa e fraintendibile di OGM, ad aspetti etici, sociali, economici e, ancora una volta, politici. L’Italia poi è il paese ideale per la proliferazione di paure alimentari, considerata la grande tradizione del nostro Paese per la buona cucina. “Tradizione”: questa è una parola chiave. Perché non si comprende, ad esempio, che la tradizione di oggi è l’innovazione tecnologica del passato. E se non si sanno le vere origini degli alimenti e delle colture è facile credere che il “nuovo” – in questo caso gli OGM – non può che essere una minaccia. Gli OGM sono un tema versatile anche dal punto di vista politico. L’uguaglianza destra= OGM, sinistra= biologico è vera, ma fino a un certo punto. Ho visto molte persone di destra essere contrarissime agli OGM proprio perché andrebbero a scalfire la tradizione, l’orgoglio quasi patriottico della terra italiana e delle colture. Come se si trattasse di una “purezza” da proteggere. Ed è vero anche il contrario: persone di sinistra che credono nell’innovazione scientifica e non si lasciano affascinare dal facile mito della scienza marcia al soldo delle multinazionali. In generale, comunque, gli OGM sono un tema difficilissimo da trattare proprio perché si creano facilmente tifoserie che impugnano l’argomento come arma politica.

Che impressione hai avuto dalle persone che hai incontrato? Alla gente piace la scienza?

Io dico che la scienza piace e può piacere. La scienza piace se si riesce a trasmettere passione e desiderio di scoprire, partendo fin dalla tenera età. Il difficile è soprattutto non rendere la scienza come banale gioco spettacolare, ma darle un significato profondo. Fare in modo che sperimentare la scienza sia sperimentare il suo metodo e apprendere le sue regole. E la cosa che ancora manca, secondo me, è la consapevolezza che la scienza non è una cosa che riguarda gli scienziati, ma tutti quanti. Ci circonda, la usiamo ogni giorno, e per questo dobbiamo sforzarci, nei limiti, di capirla. Perché capire le regole della scienza e capire l’approccio scientifico, pur se facciamo tutt’altro nella vita, è la miglior ricetta non solo per comprendere il mondo, ma per difendersi dai ciarlatani, dai santoni e da chi vuole sfruttare le nostre ingenuità.

Italia Unita per la Scienza, contatti:

WEB: www.italiaxlascienza.it
FB: https://www.facebook.com/pages/Italia-Unita-per-la-Scienza/492924810790346?fref=ts
MAIL: italiaunitaxlascienza@live.com

La visione della diga da vicino

in società by

Abbagliati dallo scandalo tangenti-Mose, dovremmo secondo alcuni cospargerci il capo di cenere e scusarci con Grillo e Casaleggio per le critiche, le analisi, la durezza di certi giudizi, dato che intanto, là fuori, gli altri rubano.

Che qualcuno rubasse è cosa certa. E’ già stato deciso. Le responsabilità sono distribuite, le pene in via di definizione. Poco importa che quella del Mose sia un’inchiesta ancora in corso, e non una sentenza passata in giudicato. Quando il paese va allo sfascio non si può andare per il sottile, e anche la presunzione di non colpevolezza diventa un gargarismo con cui sciacquarsi la bocca.

Ora, secondo il modesto parere di chi scrive, la cosa più grave non è tanto invocare pene draconiane di fronte all’evidente sfacelo della gestione della res publica (cacciare tutti gli inquisiti, usare le caserme come prigioni, eccetera), quanto ridurre la cronaca giudiziaria a un argomento “dibattibile” esattamente come gli altri. Credo sia legittimo commentare la sparata di questo o quel politico, che si rivolge a me come cittadino ed elettore, offrendo al mio giudizio il suo programma e le sue idee. E non lo cambio: quella che credevo fosse una cazzata per me lo rimane, anche se a dirla è la persona più onesta del mondo.

Trovo invece un po’ più pericoloso commentare le inchieste, perché afferiscono a materia diversa: 3 gradi di giudizio servono ed emettere una verità, seppur giudiziaria.

Ovvero:

La disgregazione di un paese, del tessuto connettivo di un paese, non nasce solo dalla corruzione di una classe dirigente che abbandona la sfera fisiologica ed entra in quella patologica. Ma anche dalla perseverante tenacia con cui si condanna, senza dubbio, una persona anzitempo. Anche questa, patologia su cui riflettere… Il moralismo imperante, piccolo e bigotto conformismo, di questo paese, ha dato vita ad un effetto paradossale. Invece di dividere i colpevoli dagli innocenti li ha volutamente confusi in un unico giudizio morale condannando tutti per il solo fatto di trovarsi sotto la lente di ingrandimento di un Pubblico Ministero.

Ipse dixit, riferendosi ad un’altra e ben nota vicenda giudiziaria, un grande opinionista del Fatto Quotidiano.

No, non lui.

 

L’altra faccia dell’Europa

in società by

Pensate a cosa vi hanno fatto vedere in Italia nell’ ultimo anno quando dicevano di parlare di scienza. Avete visto soprattutto aule di tribunali, estremisti urlanti, santoni, complottisti, iene e persone disperate. E poi urla, slogan, tifo da stadio, veleni, accuse.

Ora guardate questo video.

TOBI è un progetto internazionale che sviluppa tecnologie per l’interazione tra computer e cervello, per migliorare la vita di persone affette da gravi disabilità. Lo sviluppo di questo progetto si basa sul paradigma del living lab, che è uno delle idee più interessanti che si sono affermate negli ultimi anni in ambito scientifico. Questo modello definisce ambienti di innovazioni aperta (open innovation, accessibile a enti pubblici, enti privati e cittadinanza), collocati in situazioni di vita reale (real life settings, come Francesco e la dimostrazione nella biblioteca).

Il coinvolgimento attivo degli end-user, degli utenti finali del prodotto di ricerca, è uno dei cardini su cui si basa il modello del living lab: annullare la distanza tra lo scienziato e il paziente per favorire un percorso di co-creazione. I risultati che ne derivano non escono come per miracolo da un laboratorio, ma rappresentano il frutto di un percorso paritario tra beneficiario e sviluppatore, in cui le esigenze dell’uno sono il driver della ricerca dell’altro.

TOBI ha ricevuto un finanziamento europeo, senza il quale non sarebbe riuscito a partire, e come TOBI decine e decine di altre iniziative simili. I finanziamenti europei sono una certezza per la ricerca italiana, e consentono ai nostri ricercatori di accedere a fondi e collaborazioni difficilmente raggiungibili con gli strumenti nazionali.

Sparare a zero sull’Europa delle lobby e delle banche  è un giochino stupido e pericoloso perchè ignora (o finge di ignorare) che l’Europa è anche altro, qualcosa di molto più vicina a noi di quanto non si pensi.

 

 

Wakefield

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Paese che vai santone della medicina che trovi: quello inglese si chiamava Andrew Wakefield, e a modo suo ha fatto storia.

Nel 1998 riuscì a pubblicare su Lancet una articolo, riconosciuto in seguito come fraudolento, in cui sosteneva la correlazione tra il vaccino MPR (morbillo, parotite, rosolia) e autismo. Wakefiled è stato radiato dall’ordine dei medici nel 2010, le conclusioni delle sue ricerche interamente smontate: non è stato dimostrato alcun nesso tra vaccini e autismo.

Però.

Però le persone hanno avuto paura, e hanno smesso di vaccinare i propri figli (anzi da lì in poi è stato tutto un susseguirsi di allarmi sui vaccini: quello del papilloma sarebbe responsabile dell’aumento della promiscuità sessuale delle ragazze adolescenti) . Dalle poche decine di casi di morbillo nel 1996, ne vengono confermati 1370 nel 2008 nella sola Inghilterra, 2030 lo scorso anno, 15 anni dopo l’articolo di Wakefield. Nel 2012 in Galles un focolaio ha contagiato 1200 persone, una è morta: ritorno al passato.
Wake 2

L’onda lunga di Wakefiled è arrivata più di dieci anni dopo, ha destato abbastanza preoccupazione da mobilitare un finanziamento europeo di oltre 10 milioni di euro per la condivisione di dati scientifici sui vaccini, e si conferma essere una delle leggende più dure a morire.

Ma 15 anni dopo Wakefield, mi chiedevo, chi può ancora abboccare?

Scie chimiche
E linkano un articolo da un giornale sconosciuto, di 2 anni fa, che è stato smontanto e debunkato in tutti i modi possibili.

Vabbè, pazienza:  in fondo capita, se cammini guardando il cielo, cercando la scia, di pestare una merda.

 

L’Italia a due velocità

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A 5 anni dalla scomparsa di Piergiorgio Welby è possibile affermare che sono stati fatti numerosi passi su quel sentiero virtuoso che dovrebbe coniugare il progresso in campo scientifico con il dibattito pubblico sull’ estensione dei benefici della scienza al più ampio numero di cittadini possibile. Sono stati fatti, ma in direzione contraria. 

I più ottimisti pensarono che mai, dopo Welby, si sarebbero raggiunte le vette di violenza verbale che una certa parte della politica e della cittadinanza usarono in quei giorni.   Io, tra questi, mi sbagliavo: doveva ancora scoppiare il caso Englaro per farci prendere coscienza  di questo paese.

Ma come siamo arrivati a tutto questo? Se vogliamo trovare una comoda data di partenza, si potrebbe cominciare dal referendum abrogativo sulla legge 40/2004 che disciplina in materia di procreazione assistita. Perché da qui in avanti (leggasi: disposizione di fine vita, e ricerca sulle staminali, solo per citare gli argomenti più noti) il dibattito scientifico in Italia ha assunto contorni grotteschi, ed è diventato un terreno di riflessione dove chiunque e a qualunque titolo ha il diritto di far valere la propria opinione. Un terreno di gioco dove confutare senza portare prove a supporto, o negare in nome di principi e convinzioni politico/religiose, non squalifica nessuno dal dibattito. Anzi.

È difficile capire i motivi che hanno consentito ad una legge come la 40/2004 di affermarsi in Italia e di resistere al referendum abrogativo, eppure è successo. A dispetto di quello che si può pensare il dibattito sul referendum non è stato incentrato sulla spiegazione dei contenuti scientifici riportati sulle schede per meglio guidare i cittadini al voto, tutt’altro. Gli scienziati sono stati tenuti ai margini del dibattito. Quando erano presenti (rari casi) erano messi sullo stesso piano di politici, ed opinionisti di vario genere. La divulgazione scientifica e relativi dati di supporto veniva (e viene, e verrà) banalizzata da generici slogan e circondata da un tifo da stadio, come se la veridicità di una affermazione si rafforzasse quanto più grande è il consenso che la circonda. Politica e scienza sono diventati per buona parte dei cittadini italiani, due facce della stessa medaglia. Poco più di un italiano su 4 vota. Gli altri 3 decidono di godersi una bella domenica di sole, e il referendum viene affossato.

4 anni dopo (sentenza n. 151/2009 della Corte Costituzionale) buona parte di questa legge viene considerata incostituzionale. I tribunali regionali la smontano quasi quotidianamente in seguito ai ricorsi dei cittadini. La legge 40 è ad oggi un simulacro vuoto, che ha contribuito a creare l’Italia a 2 velocità. Quello che questa legge non ha impedito è stato l’esodo di chi, potendoselo permettere, continua ad emigrare verso i nostri più liberali vicini di casa per accedere (a pagamento) a queste terapie.

E chi non può permetterselo?

Chi non può permetterselo può appellarsi al TAR e alla Corte Costituzionale e sentirsi dire che si, in effetti ha ragione, salvo poi non trovare nessun centro ospedaliero in grado di dare seguito a quanto espresso. Un Italia a 2 velocità appunto, dove chi può permetterselo aggira l’ostacolo e chi non può soccombe. Tutto quello che è stato detto e fatto per la Legge 40, può essere considerato solo una prova generale di quello a cui si è assistito durante il gli ultimi giorni di Piergiorgio Welby. Welby chiedeva semplicemente di poter decidere, a fronte di una malattia dalla quale non sarebbe mai potuto guarire, quando porre fine alla sua vita. Chiedeva una fine dignitosa, accompagnato da un medico che gli evitasse inutili sofferenze. Nell’ Italia a 2 velocità, la scelta  di Welby è stata quella di non andare in Svizzera a porre fine alle proprie sofferenze, ma di rimanere e fare del proprio caso una battaglia civile. 5 anni dopo la lezione di Welby è più attuale che mai : inaccettabile godere per sé di un diritto che ad altri viene negato.

Contro la volontà di Welby sono scesi in piazza politici e predicatori, cittadini ed associazioni, ciascuno perfettamente in grado di convincere una cittadinanza/pubblico anestetizzata, della legittimità della pretesa di decidere oltre e contro la volontà di un individuo. Mai come negli ultimi giorni di vita di Welby si è assistito alla totale abdicazione di una intera classe politica, fatta eccezione per i radicali e pochi liberali sparsi, di fronte a questa prevaricazione. 5 anni dopo la scomparsa di Welby, i sondaggi dicono che gli italiani sono favorevoli alla disposizione di fine vita (83%) e eutanasia (un italiano su due). Eppure  gli italiani avranno a breve una legge che nega alla radice queste espressioni di libertà imponendo ad esempio la nutrizione e l’idratazione artificiale, al di là della libera e consapevole scelta di rifiutarli.

Su tutto quanto riguarda la fine vita (e la bioetica, e la scienza in generale) la politica sembra preferire dogmi e soluzioni semplicistiche, rifiutando il confronto con la cittadinanza e il mondo accademico: lo stesso populismo degli slogan usati in politica è stato preso di peso e trasportato nel dibattito scientifico applicato alla società civile. Inoltre la paura del moderno e del progresso scientifico, tipici di un paese che invecchia, e una cittadinanza disinteressata e disinformata, creano un terreno perfetto per l’affermarsi e il diffondersi di idee balzane rifiutate dalla comunità scientifica internazionale.

È la tempesta perfetta che condanna un intero paese all’ arretratezza economica (si pensi al danno generato dall’opposizione alle colture OGM), oltre che civile.

 

L’avevo scritto più di due anni fa.

Nel frattempo sono passati 5 anni anche dalla scomparsa di Eluana Englaro, ed è morto Paolo Ravasin.

Affinità divergenze tra il compagno Renzi e noi

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Il candidato illustri, in un breve elaborato, la differenza che intercorre tra un militante PD, ex PCI-PDS-DS, moralmente retto, culturalmente preparato, stoicamente abbonato alla stampa giusta,  che dichiara che mai voterà per Renzi perché gli sta sulle palle, e la tanto vituperata casalinga di Voghera, pronta a dichiarare il suo voto a Berlusconi perché gli stava simpatico.

Il secolo beve

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Se il novecento è stato il secolo delle grandi ubriacature ideologiche, l’antisemitismo è stato l’alcol a buon mercato col quale si sono abbeverati più o meno tutti i regimi quando erano a corto di liquidi. Ciclicamente questa voglia di accecarsi con un prodotto a buon mercato, di facile reperibilità e di grande impatto ritorna a galla, vuoi nelle parole rancorose di qualche rottame fuori tempo e fuori storia, vuoi in chi cerca di fare la sparata ad effetto.

Handle with care: qui si scherza col fuoco.

Il banchiere ebreo è la declinazione in crisi economica dello zingaro ladro di bambini quando l’immigrazione spinge, dello spacciatore negro quando a spaventare è la sicurezza. È un espediente facile che non costa quasi nulla e che rende molto, perché pesca in un immaginario molto consolidato, è una carta da giocare che tutti hanno in mano. Generalmente a questo punto l’obiezione nasce in fretta, “ma un fondo di verità- se si dice sempre- vuol dire che esiste”. Peccato che le notizie di “zingari che rubano i bambini” siano puntualmente smontate (con effetto molto minore della news di lancio), e che basti controllare su Forbes per accorgersi che l’uomo più ricco del mondo, per dire, è un cattolico-maronita.

Il banchiere ebreo che governa il mondo è, fatte le debite proporzioni, il “rabbino” barista che non ti fa mai lo sconto. Chi non l’ha mai sentito dire e, forse, chi non l’ha mai detto?

L’idea che una piccola minoranza tenga in pugno tutte le nazioni d’Europa è, innanzitutto, una clamorosa dichiarazione di inferiorità. Quali poteri hanno, di grazia, questi benedetti ebrei per essere riusciti, nella storia, a destabilizzare Austria e Germania, a minacciare l’Unione Sovietica, a tenere in pugno tutto l’Islam, e a minare oggi l’intera economia europea? Con quali mezzi ci comandano? Che cosa hanno loro che noi non abbiamo?

Niente, è ovvio. Ma quando si è a corto di idee anche una sparata è meglio di niente, e anche un riflusso che arriva dallo stomaco del secolo scorso può fare molto rumore.

Libernazione’s got Talent: l’incontrovertibile verdetto.

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Vi abbiamo letto, vi abbiamo commentato, vi abbiamo giudicato, vi abbiamo incoraggiato, vi abbiamo stroncato, vi abbiamo appoggiato, vi abbiamo esasperato con i nostri ritardi e torturato con le nostre richieste. Vi abbiamo fatto aspettare giorni, settimane, mesi, perché non sapevamo più che prove inventarci per voi, cari partecipanti al talent. Vi abbiamo sottoposto ai commenti altrui, e frantumato le palle con richieste di contributi che correvano lungo la sottile e pericolosa linea che divide il capolavoro dalla cazzata assoluta.

Oggi però siamo lieti di informarvi che “Libernazione’s got talent”, il primo talent show per aspiranti blogger, è giunto al termine.

Oggi, finalmente, possiamo darne l’annuncio ufficiale: il talent è andato a puttane.

Molti di voi già l’avevano intuito. E” andato a puttane per un sacco di motivi. Il primo è che Libernazione è un condominio difficile, con vicini rissosi e nessun regolamento (ed è questo il suo bello). Il secondo è che, ammettiamolo, la costanza non è nelle nostre corde.

Ciononostante, squillino le trombe:  abbiamo un vincitore.

Si alzi in piedi Dottor Canimorti, perchè ha vinto lei.
Anzi Lei non ha vinto: ha stravinto.

L’ultimo giro di post è stato gestito con colpevole ritardo, e nel frattempo i post risultavano “scaduti”.
La follia di Canimorti invece resiste nel tempo, e ci ha conquistato.

 

Canimorti, ecco username e password: fanne buon uso figliolo.

Barbati, Bussolotti, Porcoschifo: perdonateci, se potete,  grazie della fiducia e complimenti, davvero, per la qualità dei vostri post.

Pubblico: per voi niente scuse, se ci volevate bene, non votavate per Zoro.

 

 

Jeremy spoke

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Mi stavo perdendo l’intervento di Jeremy Irons sull’inceneritore di Parma, completo di una stupenda foto di Jeremy Irons vestito da pastore maremmano in mezzo ai sacchetti dei rifiuti. È bello perché sostanzialmente è come se fosse l”intervento di un esperto nella gestione e nel processo dei rifiuti, invece è Jeremy Irons.

Non sapevo che Jeremy Irons bazzicasse Parma e conoscesse la faccenda dell’inceneritore, né che fosse un esperto in materia.

E sopratutto  mai avrei sospettato che si vestisse in quel modo.

Però sono contento per Jeremy Irons: Parma è una gran bella città. Io sono di lì vicino, ma noi Jeremy Irons vestito da pastore maremmano non l’avevamo, infatti l’inceneritore ce l”hanno fatto subito .

Mi rimane il dubbio se quello di Jeremy Irons sia o meno un intervento qualificato, oppure non sia stato messo lì perché famoso.

E che grazioso cappellino.

Miss Sarajevo

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Io invece credo sia giusto ricordare che l’assedio di Sarajevo è durato quasi quattro anni e che un bombardamento di trenta giorni della Nato sulle postazioni serbo-bosniache che martoriavano la città ci fu solo dopo la strage del 28 agosto ’95. Solo così furono salvati molti civili e solo così fu poi possibile costringere Milosevic a firmare il parziale accordo di Pace di Dayton. Senza avere indebolito l’esercito di Milosevic, quella pace, per quanto precaria, non sarebbe stata possibile.

Faccio mie queste considerazioni che il radicale Matteo Mecacci ha usato in una lettera destinata ad Emma Bonino, per argomentare l’opportunità di un intervento armato in Siria.

Pur non condividendone le conclusioni, è un buono spunto per chiedere a chi si dichiara contro la guerra “senza se e senza ma”, se ritengono ad esempio che in Bosnia sia stato giusto aspettare così tanto per intervenire. Se sia stato giusto mandare i caschi blu, ma solo come spettatori in prima fila a Srebrenica. Se le immagini dei campi di prigionia e le notizie degli stupri e delle esecuzioni di massa (tante e tutte troppo documentate per non essere considerate attendibili), consentissero sonni tranquilli.

La guerra fa schifo, senza se e senza ma, tuttavia a volte sembra essere una risposta più concreta ed efficace che provare a convincere gente del calibro di Milosevic con canzoni tipo quella del titolo, oppure (o mio Dio) “Il mio nome è mai più”.

Lunga vita ai senatori (a vita)

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Concordia discors: l’espressione è usata quasi proverbialmente per significare un’armonia che risulti da una discordanza di pareri, da un positivo contrasto d’idee o sentimenti, ecc.

Per esempio l’armonia che è risultata dalla positiva convergenza di PD, PDL, M5S e altri, è riassumibile nei 259 voti a 2 che il Senato ha accordato alla sperimentazione del metodo Stamina, e nei 361 voti a zero con i quali il Parlamento ha recentemente approvato la cosiddetta “mozione anti OGM”.

Ovvero, come mirabilmente sintetizzato dal Direttore di Le Scienze nell’ editoriale dello scorso luglio,  quando ci sono di mezzo questioni che impongono decisioni su basi anche scientifiche il Parlamento sceglie in base a logiche emotive – nel migliore dei casi – o ideologiche, nel peggiore. (…) senza il sussurro di una vocina controcorrente.

E prosegue:

Siamo di fronte allo sbando terminale di una classe politica che, anziché prendere decisioni responsabili, si rifugia nella pancia del paese e, avendo perso qualsiasi barlume di autorevolezza e credibilità, si illude almeno di poter conservare un po’ di popolarità assecondando gli umori delle piazze più rumorose.

Ecco perché, a mio modesto parere, la nomina di Carlo Rubbia ed Elena Cattaneo (QUI un suo ritratto su Wired) a Senatori a vita è un messaggio importante in un momento importante, con la speranza che, pochi ma ottimi, siano la vocina controcorrente che manca al nostro Parlamento.

 

COMPLOTTISMI/1

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Premessa: la funzione automatica di word corregge “complottisti” con “complottasti”. Complotto?

 

[Adam Begley, giornalista]: “Dicevi che i tuoi libri non avrebbero potuto essere scritti nel mondo che esisteva prima dell’omicidio Kennedy

 

[Don DeLillo, scrittore]: “La nostra cultura è cambiata in modo rilevante. E questi cambiamenti sono tra le cose che sono entrate nella mia opera. C’è la frantumata casualità dell’evento, la motivazione mancante, la violenza che la gente non solo commette ma che sembra guardare simultaneamente da una distanza disinteressata. Poi l’incertezza che proviamo a proposito dei fatti basilari che circondano il caso – il numero dei cecchini, il numero degli spari e così via. La nostra presa sulla realtà [our grip on reality] ne è rimasta un po’ minacciata” . Don DeLillo, Intervista del 1993.

Rileggendomi i finalisti Macchianera Blog Awards, l’articolo del Post sulla psicologia di chi è incline a credere nelle teorie del complotto mi è sembrato molto interessante. In effetti, mi sono chiesto, chi di noi non ha almeno un amico complottista? E non parlo di uno svitato con lo scolapasta in testa. Alzi la mano chi non è mai stato torturato almeno una volta dal compagno di università con una tirata sull’11 Settembre come auto-sabotaggio del governo USA, o sugli ebrei che non sono andati al lavoro quel giorno perché avvertiti in tempo dal Mossad circa l’imminente attentato?

Anche voi vi siete sentiti a disagio, e non sapevate che cosa rispondere? Vi siete mai chiesti perché?

Secondo il vecchio Don è dal 1963 che la nostra presa della realtà ha cominciato a scivolare. Si entra nel postmoderno anche così: ascolti la verità ufficiale per assuefazione e poi un filmato ti apre gli occhi. Smetti di credere a ciò che dice il governo, la banca, il giornale, applichi nuovi filtri alla vita di tutti i giorni: la realtà è molle e ti scivola sotto i piedi.

Chi ha ucciso Kennedy, a chi credi ora?

Se non è stato Oswald, se non è stato lui da solo, allora chi è stato? È stata la CIA? La Mafia? Castro?

Perché il governo ti mente?

E se il governo ti mente su questo, allora può mentirti su tutto.

E se ti mente il governo, che cosa impedisce di farlo alla banca, al giornale, jameshallison casino al tuo medico?

La realtà scivola e si perde la presa, perché scivolosa è la materia stessa di cui sono fatti i complotti. E quella collinetta non è più solo una collinetta a guardarla bene, ma una postazione di tiro.  E quella gente che guardava il corteo? Guardali bene.

Sei sicuro?

Ad esempio in una ipotetica “Scala Delillo del grip on reality”, agli estremi del grafico troveremmo da un lato chi guardando il cielo vede una innocente nuvoletta (gli scettici) e, all’estremo opposto, chi ci vede una scia chimica (i complottisti).

Voi sapete che cos’è una scia chimica?

Probabilmente si. E scommetto che lo sapete perchè lo avete letto da qualche parte sul web.Il web pullula di informazioni, filmati e infinite discussioni sulle scie chimiche. Sul web le scie chimiche sono analizzate, sviscerate.

Il web sublima le scie chimiche. Il web è le scie chimiche.

Voi ci credete?

Io no. Tendenzialmente non credo ai complotti, soprattutto a quelli su scala planetaria (scie chimiche) o intergalattica (U.F.O.).

Il perché non ci creda non è importante: siete voi che dovete convincere me che il complotto esiste. E a discapito delle migliaia di ore di filmati su youtube, del parere dei cosiddetti esperti o dei “ricercatori indipendenti”, e addirittura delle interrogazioni parlamentari in proposito, sulle scie chimiche siamo ancora fermi al punto di partenza: aumenta l’entropia ma le prove rimangono deboluccie (modo elegante per dire: inesistenti).

Tuttavia i complottisti prolificano, perché?

Perché il complotto non è un atto riferito, un dato scientifico, uno schema. Non si può spiegare con la stessa precisione, rigore e logica. Il complotto è reale e plausibile solo perché da qualche parte, qualcuno lo sta teorizzando.

Il complotto è autoreferenziale.

(..continua..)

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