un blog canaglia

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Dan Marinos

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Grillo non sa scrivere in italiano

in politica/ by

Oggi ho provato a leggere il post di Beppe Grillo che ha scatenato l’ira di Matteo Renzi. Dopo poche righe mi sono accorto di non aver capito nulla. Mi sembrava di aver saltato interi pezzi di frasi, come quando si è distratti o del tutto disinteressati al testo. “Sarò prevenuto”, ho pensato, “e si deve essere attivato in me il filtro automatico delle stupidaggini”. Così ho ricominciato dall’inizio cercando di fare più attenzione. Niente da fare, dopo una decina di frasi avevo completamente smarrito la strada del discorso. Allora ho fatto un terzo tentativo, leggendo molto lentamente ogni singola parola. E ho capito che non era colpa mia.

Refusi. Errori grammaticali. Punteggiatura messa a caso. Subordinate e reggenti del tutto slegate tra di loro. Tempi verbali schizofrenici. C’è un periodo lunghissimo contenente la bellezza di tre “due punti”. Tre! Un disastro totale. Come fa una persona a non diventare pazza leggendo una roba simile?

Sembra di leggere quei commenti su Facebook senza capo né coda, scritti velocemente e senza essere riletti. Postati da autori che probabilmente in quel momento stanno facendo o dovrebbero fare attenzione a tutt’altro. Senza poi considerare i contenuti, che  o sono del tutto insensati, come quei discorsi di Trapattoni letti dal Signor Carlo della Gialappa’s (“Una notizia falsa è una cosa non vera al posto di una vera, oppure al posto di niente […] E’ il progetto mediatico per l’europa”), o sono insulti di una gravità abissale (Verdini e chi ha governato grazie a lui equiparati rispettivamente a Pacciani e ai compagni di merende). Viene da pensare che sia tutto studiato, tanto pare artificialmente imbarazzante.

Ma forse scandalizzarsi e indignarsi non è la mossa migliore nei confronti di Grillo. Forse una sana perculata è ciò che ci vuole. E allora, invece di proseguire in analisi approfondite sul lessico, sulla logica e sulla grammatica di Beppe Grillo, vi lascio di seguito otto commenti. Solo uno proviene dall’articolo di Beppe Grillo, mentre gli altri sono presi da Facebook. Sapete dire quale? Alla fine, la soluzione (è scritta in bianco, dovete evidenziare il testo).

1. Tutto lo scandalo del PD sta coinvolgendo anche gli altri partiti e ora di dire basta a tutti quei scandali successi negli ultimi 5 anni. L’ Italia sta vivendo momenti veramente vergognosi e ora di finirla datti una mossa e vedi di smuovere tutti i parlamentari onesti e rispondere concretamente a tutti gli Italiani.

2. Renzi è il PD sono la malattia che vuole spacciarsi per cura, lo hanno capito tutti, lo hanno capito anche loro ma, sono in preda all’istinto di sopravvivenza, solo che una società la si governa con il cuore e con la ragione non con l’istinto di chi è prossimo all’estinzione politica…
Ci vediamo alle imminenti amministrative per l’ennesima batosta dedicata a lor signori…

3. L’unica notizia vera è la frase più infelice e stupida della storia, quella del rottamatore che riuscì a rottamare il solo il padre. È appena incominciata un’altra diarrea mediatico/giornalistica, articoli e approfondimenti del nulla su papà Tiziano, nomi che sono gli stessi per tutti: Romeo, accuse non chiare, ipotesi creative , inventate da una stampa che ha un solo compito… fagocitare quello che resta della democrazia e dell’idea di famiglia. Si comporta come l’ultimo cucciolo di alien, quello bianco (mezzo uomo e mezzo alien) nasce e si mangia la madre”

4. Se le istituzioni funzionassero sul serio non ci sarebbe bisogno di questi per gli acquisti della pubblica amministrazione, per evitare sprechi e ruberie,basta fare delle leggi chiare e semplici e controllare,cosa che i sig.ri funzionari,dirigenti e raccomandati vari della pubblica amministrazione non fanno,allora leggi chiare e chi ruba o fa finta di niente a casa ,abbiamo la fila in italia di gente seria e preparata che sta li ad aspettare il miracolo del lavoro.

5.  volevo darle un dato oggettivo di come sono cambiate in peggio le cose dopo il referendum,io sono manager in in industria che produce mobili nel Veneto e l anno scorso ,durante il suo governo,dopo molti anni,abbiamo visto una crescita importante, ora i primi due mesi segnano un fermo

6. E’ uno scempio e’ vero!!! lo confermero’ sempre’ ci vuole dignita’ nella la morte di chi mangiamo ed indossiamo, chi e’ piu’ consapevole, avra’ assicurato il proprio benessere, apportando nellala propria vita modifiche…chi non lo fa e’ dietro alle sue ragioni..

7. Se a Berlusconi avessero toccato la mamma si sarebbe costituito, il menomato morale non si rende neppure conto che questa uscita lo segnerà per sempre. Come si fa a dimenticarla? Dal piazzista di pentole al piazzista di anime, ricordi, amore… mio padre è un pezzo di quel puzzle che non mi riesce mai: lo butto via, lo regalo dopo un “venghino siori venghino” al mercatino improvvisato dei cimeli di famiglia. Ma perché la ha detta? Probabilmente si è cortocircuitato l’avatar mentale del ragazzetto con la sua personalità reale

8. lei a preso un paese che con letta stava crescendo e lei per paura ha fatto quella caro gna ta per paura di essere invisibile (poi le ricordo che quando parte dallo scantinato e normale salire ,ma ricordo che siamo ultimi in europa grazie al suo non saper fare.

 

 

 

 

 

Soluzione:

1 – commentatore di Salvini

2 – commentatore di Di Maio

3 – Post di Beppe Grillo

4 – commentatore di Meloni

5 – commentatore di Renzi

6 – commentatore alla pagina “Il Disobbediente”

7 – Post di Beppe Grillo (si, vi ho ingannato, ne ho messi due)

8 – altro commentatore di Renzi

Esseri umani come Bot – Intervista a Clippy, Assistente Office

in società by

Prima di cominciare con l’intervista, il lettore potrebbe aver piacere (e forse anche diritto, in quest’epoca in cui si pretendono le dimissioni di chiunque come la Regina di Cuori le teste) a sapere che è nata in modo del tutto fortuito. Qui in redazione non siamo forniti degli strumenti più avanzati (mi dicono di non chiamarla “redazione”, perché non siamo una società editoriale)… dicevo che Libernazione, non ricevendo denaro pubblico, si deve arrabattare con quegli strumenti già a diposizione e fare di necessità virtù. Avendo portato il mio laptop in riparazione, mi è stato detto che il mio muletto sarebbe stato un vecchio PC con installato ancora Windows 2000. Il motivo per cui in redazione – aridaje! – in ufficio non l’avevamo mai buttato via è perché in esso è contenuto il record storico assoluto di Capriccioli al Pinball, e per questo lo custodivamo con rispetto e un certo senso di religiosa venerazione. E comunque, in fondo, mi bastava un semplice Microsoft Word.

Cosi’, con lo stesso approccio del Conte di Carnarvorn mentre scoperchiava il sarcofago di Tutankhamon, ho aperto un .doc vuoto. E dopo qualche secondo eccolo, il foglio bianco di un bianco nettamente a bassa definizione e con un povero antialiasing. Faccio per digitare il primo tasto, giusto per vedere cosa succede, quando qualcuno – o qualcosa – mi chiede:

 

Ciao! Sono Clippy, il tuo assistente Office. Hai bisogno di assistenza oggi? Si / No

Cazzo…Clippy! Quanto tempo…

Almeno dieci anni…

È vero, ti hanno rimosso con Office 2007. Che si dice amico mio?

Quello che si è sempre detto: “Ciao! Sono Clippy, il tuo assistente Office” eccetera eccetera.

Programmato per aiutare, sempre e nonostante tutto. Forse lo scudiero per definizione.

No, nient’affatto. Al massimo uno zimbello per definizione, perché l’utente non si è mai lasciato aiutare. Al limite cliccava due volte per farmi fare animazioni buffe, come un giullare. Ma sono fortunato nella sfortuna, perché ho condiviso il destino di tutti gli altri venuti dopo.

Quale destino?

Nessuna interfaccia grafica creata, come dici tu, “per aiutare” è mai stata utilizzata a questo fine. Sono sempre state messe in disparte, quando la noia ha preso il sopravvento allo sfogo del cazzeggio, spesso becero.

Il gattino Earl, il mago, il robottino, la palla rossa…

E il gatto fatto di carta, il cane…Ma non solo quelli del pacchetto Office. Siri e Cortana, per esempio.”Siri, vaffanculo” penso sia la frase più registrata. E te la ricordi Doretta? Aggiungevi doretta82@live.it su MSN e ti trovavi un bot nato per aiutare a fare ricerche su Internet e subito trasformato in uno sfogatoio di becerume.

Tant’è vero che poi è stata creata Doriana.

Esattamente, sviluppata per essere in grado di rispondere agli insulti e parlare liberamente di sesso. E allora in quel punto diventa chiaro che il bot non è più assistente, anzi non lo è mai stato. È per l’appunto il buffone su cui far sfogare l’utente, all’inizio nato male (vedi il mio caso e quello degli altri assistenti Office) e poi sviluppato fino ad arrivare a Spacobot su Telegram. Ma forse questo ragionamento non è nemmeno più valido. Oramai siamo nel paradosso totale, nel bot fatto uomo o dell’uomo che si è fatto bot.

Mettete like agli altri come voi lo mettereste a voi stessi… Immagino tu stia parlando di Facebook e degli altri social.

Esatto. La tecnologia ha abbattuto ogni barriera legata alla comunicazione a distanza, a parte la mancanza di contatto fisico. Questo difetto è ovviamente una qualità se si vuole litigare. E più le barriere sono cadute, più gli insulti sono passati dall’intelligenza virtuale alla persona virtuale. Un continuo scalare dall’assistente office, al bot programmato nel dettaglio, fino alla surreale situazione in cui l’utente – che è una persona fisica – si comporta come sognerebbe un qualsiasi programmatore di bot beceri. Rispetta sempre il ruolo di perfetto bot “sfogatoio” – far salire la bava di rabbia a chi interagisce con lui – con l’imprevedibilità umana che nessun software saprebbe replicare, al massimo simulare.

In effetti certe volte mi domando se i troll siano davvero esseri umani. Ma è, o meglio è stato un percorso inevitabile?

Massi’, nel bene o nel male. L’uomo vuole parlare all’uomo. Si titilla con le fantasie della IA perfetta come nel film Her o Westworld, per esempio, ma alla fine l’umanità non è battibile, trovi tutto in lei: dalle menti geniali agli scemi. Tant’è vero che gli utenti, perfino per le cose più banali come la giustificazione di una pagina, o l’interlinea, preferivano e preferiscono chiedere a qualche balordo su yahoo.answers piuttosto che cliccare sul “?” in alto a destra.

Non so se questa cosa dell’umaità che preferisce l’umanità sia una cosa che mi rasserena o mi deprime.

Alla fine non posso che risponderti se non con la lente dell’umanità che mi ha programmato. E allora quel che penso è che fondamentalmente il tema è che avete abbracciato la modernità, strafottendovene degli aspetti negativi di essa. Come i tedeschi dell’est in quella famosa scena di Goodbye Lenin, ipnotizzati davanti ai porno trasmessi in Germania Ovest. Naturalmente “aspetti negativi” non significa un cazzo di niente, a meno che non si fissi un sistema di valori di un certo tipo, ma non siete mai stati in grado di farlo quindi perché cominciare adesso? Più che altro, nessuno di voi ci sta capendo più nulla, è quello il vero tema. Poi d’accordo, qualcuno lo urla (“dimissioni e tutti a casaaa”), qualcun altro lo interiorizza coi i meme (pensa che le rage face erano in origine omini delle clipart bannati da Office). Qualcun altro si ammazza. Fatto sta che siete qui a guardare serie TV e a citare la citazione del riferimento della citazione, che per carità, lo sto facendo pure io, però… che cosa cazzo state facendo?

 

 

 

La prova logica che il Collettivo di Bologna non ha niente da dire

in politica/società by

Esiste un modo facile facile per capire se qualcuno ha scritto un testo banale, sempliciotto, fatto di puri slogan e frasi fatte. Si chiama “Metodo Alberoni – Tetranacci” ed è stato sviluppato nel 2009 da Ne’elam su Noise From Amerika. L’ipotesi alla base di questo metodo è che un articolo o un discorso molto banale potrebbe essere spezzato nei suoi periodi e riassemblato in maniera del tutto casuale con pochi danni per la comprensione del lettore. In altre parole, le frasi del pezzo in questione vengono tagliate, eliminate e spostate a caso. Se il risultato continua ad avere un senso e il messaggio dell’autore è ancora chiaro, siamo di fronte ad una somma di frasi fatte, senza la tipica costruzione argomentativa fatta di tesi, prove a sostegno, confutazione dell’antitesi e conclusione. Il nome del metodo deriva dalla prova fatta da Ne’elam, il quale riformulò un articolo di Alberoni secondo la sequenza Tetranacci. Il risultato fu un fratello gemello dell’editoriale originale.

Mi ero già dilettato a fare questo esperimento nel 2013 con altri giornalisti e nel 2014 con i politici. Oggi proviamo con i comunicati del Collettivo Universitario Autonomo Bologna, salito alla cronaca per la questione dei tornelli in biblioteca e delle conseguenti sommosse. L’ispirazione è nata cazzeggiando sul profilo Facebook del collettivo che, di fronte alle richieste di spiegazioni da parte di moltissimi utenti, ha linkato questi comunicati. Leggendoli ho avvertito subito il vuoto abissale di contenuti. Nessuna domanda può essere soddisfatta, perché non c’è alcuna risposta. Solo slogan e frasi fatte. Per dimostrarlo, non esiste niente di meglio che lasciarvi con questi stralci che sono frutto della somma di 2 comunicati (uno di fine gennaio e uno di questo weekend) per un totale di 32 righe, che verranno riportate per completezza in fondo all’articolo nel caso voleste cimentarvi anche voi.

Fibonacci (1,2,3,5,8,13,21):

 Le notizie che annunciavano la possibile installazione dei tornelli al 36 di via Zamboni risalgono addirittura a maggio dell’anno scorso, anche se da allora mai erano stati realizzati.

Quando verso la metà di dicembre di quest’anno veniva annunciata la chiusura anticipata della biblioteca per l’esecuzione di ”lavori di manutenzione”, ci immaginavamo già quindi la possibilità che andasse a concretizzarsi quest’ipotesi

Così è stato e, sin da subito, ci siamo sentiti in dovere di prendere parola e di opporci in modo netto a questo provvedimento tanto inutile quanto controproducente imposto dell’universita’.

Uno di questi è il metodo con cui si è cercato di imporre questo nuovo dispositivo, non tenendo minimamente conto del contesto e dei bisogni sentiti dagli studenti che attraversano maggiormente quel posto.

Un immaginario di blindatura che ricorda molto più una banca che un’aula studio, con tanto di agenti della Digos all’interno.

D’altra parte vediamo come i vari prorettori e dirigenti invece di cogliere le rivendicazioni degli studenti pensano piuttosto a minacciare chiusure della biblioteca o ad utilizzare ogni mezzo retorico per giustificare quello scempio, ai limiti dello sciacallaggio.

E’ l’attacco ad una comunità e attraverso essa ad ogni frammento di contestazione, di dissenso, di opposizione reale al discorso e ai soprusi di chi si arroga il diritto di decide sulle nostre vite.

 

Potenza di 2 (2,4,8,16,32):

Quando verso la metà di dicembre di quest’anno veniva annunciata la chiusura anticipata della biblioteca per l’esecuzione di ”lavori di manutenzione”, ci immaginavamo già quindi la possibilità che andasse a concretizzarsi quest’ipotesi

I motivi e i fattori per cui ci si sta opponendo a questo nuovo sistema di controllo sono molti.

Un immaginario di blindatura che ricorda molto più una banca che un’aula studio, con tanto di agenti della Digos all’interno.

A partire da queste belle giornate, dove al 36 abbiamo tutti e tutte respirato un’aria positiva fatta di sentimenti collettivi e di autogestione, continuiamo l’opposizione ai tornelli per essere noi tutti a decidere collettivamente sul funzionamento della nostra biblioteca.

L’università è di chi la vive!

 

Numeri primi al contrario (31,29,23,19,17,13):

Riappropriamoci del nostro tempo e dei nostri spazi, per costruire l’alternativa possibile all’interno dell’università ormai azienda.

Perché non accada più e la forza collettiva sia il vero segno del riscatto.

Un attacco contro una comunità di studenti e studentesse che rivendicano il diritto ad un sapere libero e si oppongono a inutili barriere all’ingresso di una sala studio, e che quel giorno avevano deciso di autorganizzarsi riaprendo ed autogestendo la biblioteca.

Un attacco portato avanti dall’università prima con la decisione unilaterale di installare un sistema di controllo tramite i famosi tornelli, poi con l’appoggio della questura con le cariche della celere dentro il 36.

Se i tornelli rimarranno, noi resteremo ad impedire che funzionino perché il 36 è casa nostra, di tutti e tutte le studentesse e gli studenti che quotidianamente passano la giornata qui a studiare!

D’altra parte vediamo come i vari prorettori e dirigenti invece di cogliere le rivendicazioni degli studenti pensano piuttosto a minacciare chiusure della biblioteca o ad utilizzare ogni mezzo retorico per giustificare quello scempio, ai limiti dello sciacallaggio.

 

Funzione Random di Excel (20,8,23,15,28):

E’ prima di tutto questione di diritto allo studio, ma non soltanto: è questione di minare le basi dell’alterità possibile.

Un immaginario di blindatura che ricorda molto più una banca che un’aula studio, con tanto di agenti della Digos all’interno.

Un attacco contro una comunità di studenti e studentesse che rivendicano il diritto ad un sapere libero e si oppongono a inutili barriere all’ingresso di una sala studio, e che quel giorno avevano deciso di autorganizzarsi riaprendo ed autogestendo la biblioteca.

Parallelamente alla riapertura dei tornelli si sono svolte due assemblee in Aula Affreschi partecipate da centinaia di giovani che hanno ribadito l’importanza di costruire collettivamente un’opposizione forte a questo dispositivo, e che si riaggiorneranno lunedì prossimo alle 18.

Anche per Michele, per chi se ne va col cappio al collo.

 

 

I testi completi:

  1. Le notizie che annunciavano la possibile installazione dei tornelli al 36 di via Zamboni risalgono addirittura a maggio dell’anno scorso, anche se da allora mai erano stati realizzati.
  2. Quando verso la metà di dicembre di quest’anno veniva annunciata la chiusura anticipata della biblioteca per l’esecuzione di ”lavori di manutenzione”, ci immaginavamo già quindi la possibilità che andasse a concretizzarsi quest’ipotesi
  3. Così è stato e, sin da subito, ci siamo sentiti in dovere di prendere parola e di opporci in modo netto a questo provvedimento tanto inutile quanto controproducente imposto dell’universit
  4. I motivi e i fattori per cui ci si sta opponendo a questo nuovo sistema di controllo sono molti.
  5. Uno di questi è il metodo con cui si è cercato di imporre questo nuovo dispositivo, non tenendo minimamente conto del contesto e dei bisogni sentiti dagli studenti che attraversano maggiormente quel posto.
  6. Non si tiene presente la natura di questa biblioteca, che negli anni si è rivelata un luogo pulsante della zona universitaria, attraversata da pratiche d’autogestione edun luogo la cui identità è andata costruendosi lotta dopo lotta e che ora è un punto di riferimento di socialità e cultura.
  7. Dopo le due settimane di chiusura per ultimare i lavori (in pieno periodo d’esami) lo scenario che con cui ci si è dovuti misurare è quello di barriere di vetro, dispositivi di controllo elettronico con tanto di telecamere.
  8. Un immaginario di blindatura che ricorda molto più una banca che un’aula studio, con tanto di agenti della Digos all’interno.
  9. Il discorso sicurezza adottato dall’università per giustificare i tornelli viene smontato subito dagli studenti stessi, prima allontanando la presenza poliziesca e poi decidendo di aprire una volta per tutte le porte, facendo tornare il 36 un luogo accessibile ed attraversato, come è giusto che sia.
  10. . Riaprendo i tornelli l’abbiamo ribadito: il 36 è di studenti e studentesse e solo a chi il 36 lo vive ogni giorno può capirne le dinamiche ed i bisogni.
  11. Il 36 e gli spazi dell’università sono di tutti, tutti devono potervi accedere, i tornelli sono una barriera esclusiva; barriera che sembra seguire la linea ultra-securitaria e di controllo che si respira un po’ in tutto l’occidente.
  12. In tanti abbiamo rivendicato, di fronte ai dirigenti di quest’università, che nessuno ha paura o si sente in pericolo a stare in questa biblioteca, perché l’unica garanzia siamo noi, studenti e studentesse, che conosciamo e viviamo questo posto.
  13. D’altra parte vediamo come i vari prorettori e dirigenti invece di cogliere le rivendicazioni degli studenti pensano piuttosto a minacciare chiusure della biblioteca o ad utilizzare ogni mezzo retorico per giustificare quello scempio, ai limiti dello sciacallaggio.
  14. E’ con questa convinzione che nel corso degli ultimi tre giorni i tornelli sono stati sempre aperti per fare del 36 il luogo che è sempre stato accessibile a tutti e tutte.
  15. Parallelamente alla riapertura dei tornelli si sono svolte due assemblee in Aula Affreschi partecipate da centinaia di giovani che hanno ribadito l’importanza di costruire collettivamente un’opposizione forte a questo dispositivo, e che si riaggiorneranno lunedì prossimo alle 18.
  16. A partire da queste belle giornate, dove al 36 abbiamo tutti e tutte respirato un’aria positiva fatta di sentimenti collettivi e di autogestione, continuiamo l’opposizione ai tornelli per essere noi tutti a decidere collettivamente sul funzionamento della nostra biblioteca.
  17. Se i tornelli rimarranno, noi resteremo ad impedire che funzionino perché il 36 è casa nostra, di tutti e tutte le studentesse e gli studenti che quotidianamente passano la giornata qui a studiare!
  18. Quanto avvenuto a Bologna è noto.
  19. Un attacco portato avanti dall’università prima con la decisione unilaterale di installare un sistema di controllo tramite i famosi tornelli, poi con l’appoggio della questura con le cariche della celere dentro il 36.
  20. E’ prima di tutto questione di diritto allo studio, ma non soltanto: è questione di minare le basi dell’alterità possibile.
  21. E’ l’attacco ad una comunità e attraverso essa ad ogni frammento di contestazione, di dissenso, di opposizione reale al discorso e ai soprusi di chi si arroga il diritto di decide sulle nostre vite.
  22. Dopo la gravissima irruzione della celere in antissommossa, abbiamo visto la giusta e degna risposta di chi non ci sta a chinare la testa di fronte a queste imposizioni.
  23. Un attacco contro una comunità di studenti e studentesse che rivendicano il diritto ad un sapere libero e si oppongono a inutili barriere all’ingresso di una sala studio, e che quel giorno avevano deciso di autorganizzarsi riaprendo ed autogestendo la biblioteca.
  24. Dicono che siamo una generazione di pigri, ci dicono che dovremmo essere flessibili, ci dicono che siamo choosy.
  25. La verità è che siamo una generazione di giovani marchiati a vita dalle politiche di precarietà del PD e di Poletti, dal lavoro gratuito stile EXPO, dall’impossibilità di tracciare prospettive di futuro ed essere imbrigliata in questo eterno presente di sofferenza.
  26. Abbiamo una grande responsabilità: rompere la solitudine di tanti coetanei e coetanee, creare una contronarrazione a chi specula sugli interessi giovanili e non fa altro che perpetuare il tempo infinito della nostra precarietà.
  27. Economica, esistenziale.
  28. Anche per Michele, per chi se ne va col cappio al collo.
  29. Perché non accada più e la forza collettiva sia il vero segno del riscatto.
  30. Facciamo perciò appello a tutte le città, agli studenti, alle studentesse ed ai tanti e tante solidali del Paese, perché giovedì 16 sia una giornata di mobilitazione e così i giorni a venire. Dal Nord al Sud alle isole segnaliamo, manifestiamo, contestiamo i responsabili delle scelte scellerate che subiamo in Università e non solo.
  31. Riappropriamoci del nostro tempo e dei nostri spazi, per costruire l’alternativa possibile all’interno dell’università ormai azienda.
  32. L’università è di chi la vive!

Le trame intricate di Governo risolte da Evangelion.

in politica by

Solitamente le società statali sono gestite da grigi burocrati che non sono altro che l’appendice dei poteri politici esistenti in un dato momento. Se sono diligenti il loro operato rimane nell’anonimato, altrimenti la fama li aspetta sulle pagine di cronaca giudiziaria. Poi ci sono i casi eccezionali in cui la guida è affidata ad un vero leader, la cui indipendenza è garantita dal proprio carisma e da un attaccamento quasi ossessivo all’azienda, tanto da fondere casa ed ufficio in un unico edificio.

Per noi italiani il nome-simbolo è quello di Enrico Mattei, il cui appartamento si trovava racchiuso nella metanopoli di San Donato Milanese, gli uffici dell’ENI come fondamenta e l’eliporto personale come tetto. Nel mondo, invece, il ruolo di colui che subordina lo Stato –  meglio ancora, quell’insieme di Stati comunemente chiamato ONU  – anziché esservi subordinato spetta a Gendo Ikari, comandante dell’agenzia NERV.

Un uomo che secondo alcuni (in fondo in fondo secondo tutti) troppo forte materialmente e troppo debole caratterialmente. Un comandante che ha in mano l’arma più micidiale mai creata e ne consegna le chiavi al figlio quattordicenne. Eppure, a distanza di mesi, il saldo è positivo. “È positivo perché un sottoinsieme non è mai superiore all’insieme che lo contiene, e le perdite umane e materiali, per quanto grandi, non saranno mai preferibili alla fine dell’umanità.” mi dice seccamente, in piedi davanti a me, nel salone più grande della NERV. Gli dico quindi che, se la sua unica paura è la fine dell’umanità, non si farà troppi problemi ad esporre in tutta franchezza il suo parere sulla crisi di governo italiana. Per qualche secondo rimane in silenzio, e mi rendo conto che non ha la minima idea di chi io sia e di cosa ci faccia in quella stanza, uno di fronte all’altro, mentre qualsiasi cosa intorno a noi sembra fluttuare in un mare di enigmi. Lo deduco dal piegarsi delle labbra, ché lo sguardo è come sempre mascherato dai sottili occhiali da sole arancioni scuro. Poi finalmente sorride: “Oh, l’italiano! Ma certo! Ma certo! Venga, andiamo a prenderci un caffè, le va? Vero espresso italiano!” e con un saltello si avvicina bonaccione a battermi sulla spalla. Non mi aspettavo una reazione simile. “Mi scusi eh, ma pensavo fosse l’ennesimo giornalista venuto a sentirsi moralmente migliore per avermi fatto una lezione di etica.”.

La teleferica inizia la sua veloce salita dal Geofront verso la superficie, su, verso Tokyo 3. Gli chiedo se gli piaceva, Renzi. “Ho incontrato diversi premier in questi anni, e credo alla fine di aver capito una legge fondamentale. Quando non sanno di cosa si sta parlando, tirano in ballo il made in Italy. Insopportabile. È successo con Renzi, è successo con Berlusconi, tutti insopportabili. Tranne Monti.” Non le ha parlato del made in Italy? “No, lui addirittura peggio. Mi ha chiesto una stima dei consumi degli EVA in uno scenario di prezzi del petrolio in crescita.”. Quindi tutti da buttare? “No, no. Non mi dipinga anche lei come il tizio che pensa di essere sopra a tutto solo perché ha i robot. Soltanto… tanti calcoli, troppe chiacchiere e poco coraggio. Guardi questa vostra crisi, per esempio.” Ammetto di provare imbarazzo, giunto davanti a lui, nel fargli la banale domanda per cui sono arrivato fin li. Ma, visto che ci vuole coraggio… Cosa consiglierebbe a Renzi? Nel frattempo siamo giunti in superficie. Anche oggi il frinire delle cicale è fortissimo e mi chiedo se non sovrastino la registrazione (tornato a casa, riascoltando l’audio, mi verrà l’amarcord delle vuvuzela dei mondiali in Sudafrica). “Non avrei nessun consiglio, ma una semplice frase, la stessa che dico a mio figlio Shinji ogni volta che non vuole salire su un EVA: o lo piloti tu che sei il migliore e vinci, o ci mando un pilota – bravo, ma non abbastanza bravo – a farsi ammazzare.” Tipo Franceschini. “Tipo chiunque abbia a cuore una vita politica.” Però ci sono i tecnici, quelli apparentemente disinteressati ad un futuro politico. Tipo Grasso, o Padoan. “E questa è infatti la dimostrazione che governare non è una cosa seria, se possono salire al potere persone con un futuro comunque garantito”.

Entriamo in un bar e ci sediamo ad un tavolino. Pesco dal portaposate un fazzolettino umidificato, con l’immancabile insicurezza di un turista che in Giappone non sa se lo si usa solo per lavarsi le mani o anche come tovagliolo per la bocca. Ikari non si scompone: lui indossa immancabilmente i guanti bianchi. Aneddoto: diceva di lui Montanelli che, a causa dell’ossessione per i guanti, se fosse stato un cartone animato sarebbe certamente stato un abitante di Topolinia. “Vorrei rettificare ciò che ho detto: non è vero che governare non è una cosa seria. In fondo esistono persone che ci credono e sacrificano parti anche importanti. Affetti, amicizie.” Gli chiedo un esempio. “Mio figli Shinji era affezionato ad un compagno di classe, Toji. A un certo punto, plagiato, Toji si è ribellato e ha aggredito la NERV, e Shinji è stato costretto ad fermare la minaccia.” E chi sarebbe Toji, in Italia. “Tutti coloro che si sono ribellati. Fini. Civati. Tosi. Quanto spreco di tempo e risorse”. Solo che Toji è  stato vittima innocente di un attacco nemico e meschino, mentre quegli altri hanno fatto scelte personali seguendo i propri ideali. “E infatti Toji sara’ ricordato come martire, Civati e Tosi come degli stupidi perdenti.”.

Gli chiedo cosa ne pensa di Mattarella, del fatto che ha messo un freno alla frenesia collettiva per le elezioni anticipate. Mentre la mia domanda è a mezz’aria tra la mia bocca e la sua comprensione, gli suona il cellulare. In lontananza si sentono le sirene del coprifuoco. La chiamata dura pochi secondi, in cui lui rimane in silenzio. Poi posa il telefono e con la stessa bocca storta di prima, quando non sapeva chi fossi, dice: “è un angelo.”.

 

 

 

 

Foto di copertina presa dalla pagina facebook “I’ve seen some shit”. Poi se l’hanno fatta loro bene, altrimenti pazienza. Il video invece è uscito dall’internet.

Cosa pensa l’ISIS del referendum

in politica by

Nonostante le difficoltà nel raggiungere Al-Raqqah, o come ci ostiniamo a chiamarla in Italia, “Rakka”, vengo finalmente accolto nel lounge del quartier generale dell’ISIS. Un po’ di panico quando il diligente ometto alla reception controlla il mio tesserino e si trova a guardare una foto di parecchi anni e parecchie interviste fa. Nonostante tutto di ospiti col mio nome ce n’è uno solo, almeno quel giorno, perciò accetta il mio precoce invecchiamento – forse più a fatica di quanto lo stia accettando io – e si avvicina all’interfono. “Mi scusi, è arrivato il Dottor Giornalista” dice con lo stesso ossequio che nella Brianza un portinaio quando dall’altro capo del filo c’è il commendatore.

Mi fa accomodare nell’anticamera, molto luminosa e pulita, e attendo qualche minuto. Percepisco in sottofondo il suono delicato di un flauto traverso che con lo scorrere del tempo diventa sempre più energico nel tentativo di mantenere la guida di altri strumenti e percussioni. Il suono è ovattato e non vedo alcun impianto di diffusione. Poi la musica termina, e pochi secondi dopo la porta si apre e ne esce un signore, scavato e occhialuto, con una custodia e una valigetta nelle mani. Si inchina un’ultima volta verso la stanza da dove è provenuto, e si congeda con un “Arrivederci alla settimana prossima, Assalamu-alaykum“. E si allontana. Pochi secondi dopo vengo chiamato dall’autoproclamato Califfo dello Stato Islamico: Ibrāhīm ʿAwed Ibrāhīm ʿAlī al-Badrī al-Sāmarrāʾī, più semplicemente conosciuto come al-Baghdadi. Ha appena riposto su uno scaffale il suo flauto e mi indica una poltrona stile Chesterfield.

Una musica meravigliosa. In quanti conoscono questa sua dote? “Oh, non è il caso né di chiamarla dote né di farci della pubblicità. Semplicemente vorrei realizzare questo sogno, diciamo extra-professionale, di riuscire a suonare Battle Hymn of the Republic di Herbie Mann. Di suonarlo bene. Forse ci sono quasi.” E’ facile conciliare hobby e califfato? “Me lo chiede con il tono che avevano certi allievi alla scuola coranica quando chiedevano come conciliare certi versetti con altri che appaiono in contraddizione.” E l’imam come rispondeva? “Li cacciava dall’aula costringendoli ad iscriversi ad altri corsi. Tipo musica”, sorride contento di avermi fatto cadere in trappola. “Comunque con questa guerra, è un miracolo di Allah potersi esercitare abbastanza da non peggiorare tra una lezione e l’altra. Pazienza”. Poi con uno scatto si sistema in punta di poltrona e preme un pulsante all’interfono, chiedendo del thé e qualche biscotto. “…Sono …finiti” gracchia l’altoparlante: “Va bene senza, grazie” chiude lui, passando poi al contrattacco “E allora, questo referendum?” Ero venuto per chiederglielo io, a dir la verità. “Addirittura! Li avete fatti passare tutti eh? Dico, voi giornalisti. Scommetto che avete chiesto proprio a tutti, dentro e fuori il confine, cosa pensavano di questo vostro referendum. Chi vi manca ormai solo il Diavolo lo sa”. Veramente ci mancava proprio lui; e ovviamente lei, Califfo. Sorride, divertito dall’essere caduto nella trappola.

“Il PD di Renzi un po’ mi ricorda l’ISIS, eh.” dice adagiandosi e incrociando le mani dietro il turbante, la gamba incrociata col mocassino che tentenna più dei suoi pensieri. Sa, Califfo, una volta con una frase del genere poteva dire addio ad un posto importante in Italia. “Oh beh, si immagini se Grillo dicesse di qualcuno qui, in Siria, che è una scrofa ferita. Che cosa intollerabile, umanamente ancor prima che in un discorso politico.” E come mai il PD le ricorda l’ISIS? “Tanti motivi, alcuni eventi paragonabili, avvenuti addirittura quasi contestualmente. Prenda il 2014 per esempio. E’ stato l’anno di maggiore crescita, penso anche di maggiore espansione per l’ISIS. Ci siamo staccati da vecchi gruppi storici, che nel frattempo erano diventati minori. E’ uscito fuori un leader – Allah ha voluto fossi io, sia lodato il Suo volere – con delle idee chiare, e un team pronto a seguirlo. Via il terrorismo fermo ai blockbuster di Bin Laden, spazio all’HD. Via i messaggi con due soldatini davanti ad un telo sciapo o ad una spelonca preistorica, e giù duri con i caroselli di pickup Toyota che invadono Twitter”. E il paragone col PD? “Eh, beh, le devo ricordare io cosa ha fatto il PD nel 2014?” Ha vinto le europee. “Ha stra-vinto le europee. Da solo, il 40%. Senza i piccoli partiti di sinistra. Segnando il record storico per la sinistra italiana.” Eppure, in due anni, quel 40% sembra così lontano che più che un ricordo è una leggenda a cui si fa fatica a credere. “E Renzi non deve permettere che la gente si dimentichi di questo. Ma le pare che io vada dai fedeli a dire ‘Vi ricordate di quella volta, nell’autunno 2014, quando arrivammo fino ad Ayn al-Arab [Kobane, nda]? Eh, lo so, cari fedeli: roba da non crederci!’? Dico, tanto basta a Renzi? Io non credo proprio. A me non basterebbe.” E forse in un certo senso il paragone prosegue, tra il calo di consensi del governo e il ritiro delle sue truppe. “Esattamente, perché ad un certo punto diventi cosi grande che ovunque ti guardi esistono solo i confini dei tuoi nemici, vecchi e nuovi. Parti da piccolo leader di provincia e trovi Russia e USA, Salvini e l’ANPI alleati a bombardarti. Diventi too big to be loved.” E il leader cosa fa a quel punto? “Il leader deve fare appunto leva su questa accozzaglia, come la chiama Renzi. Chiarire che il NO che esiste non in quanto frutto di alternative ma in quanto pura negazione è ciò che di più debole esista politicamente. E se il fronte del NO prende forza dalla testardaggine anziché dalle idee, il leader accetta più volentieri la sconfitta di una battaglia perché sa quindi di poter vincere la guerra.” Decido di non interromperlo, perché dimostra di aver ben chiaro ciò che pensa. “A quel punto sembra che tu stia facendo respirare gli avversari, ma in realtà ti stai infiltrando nei loro disaccordi. Il fronte del No vincerà col 60%? Bene, che Renzi vada subito alle elezioni a confermare il 40% restante. Con la differenza che col 40% perdi un referendum ma domini le elezioni.”

Sto per chiedergli se anch’egli soffra delle minoranze interne, ma suona il telefono sulla scrivania. Sugli occhi di al-Baghdadi passa una patina che sembra dire “No, oggi no, ti prego, no.” Non sorride più. Si alza, prende il ricevitore. “…Ho capito…era uscito di qui meno di un’ora fa. I loro tiri sono sempre più vicini.”. Poi si rivolge a me. “Niente più hobbies”. Capisco di dover andare. Uscendo mi chiedo se farà mai in tempo ad imparare bene Battle Hymn of the Republic, e se valga la pena chiedergli se lo sa che è un inno americano.

 

 

 

 

 

Attenzione. Vivendo in un momento della civiltà recentemente battezzato “della post-verità” o più semplicemente “dei boccaloni pappagalli creduloni”, è bene specificare che questa intervista non è mai avvenuta e che le opinioni qui attribuite al signor al-Baghdadi sono frutto dell’immaginazione dell’autore

I numeri distorti del Fatto Quotidiano sul referendum

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Un articolo pubblicato mercoledì sul Fatto Quotidiano sostiene di dimostrare numeri alla mano che non sia poi così vero che ci sia bisogno di accelerare i tempi di approvazione delle leggi (“già adesso viene emanata una legge ogni 5 giorni”), e che il Parlamento è già nettamente schiavo dell’esecutivo, in quanto ogni 10 norme sono ben 8 quelle di iniziativa del Governo.

Utilizzare numeri e statistiche è sempre una cosa buona, ma il rischio di cadere nel cherry picking è alto. Ancor più alto se si parla di politica. Il campanello d’allarme suona in particolar modo quando i numeri sono snocciolati un po’ alla rinfusa, presi da un campione ristrettissimo e decontestualizzato, e soprattutto quando da questa situazione l’analista riesce comunque a trarre conclusioni perentorie.

L’articolo del FQ mi sembra che proprio un esemplare di quanto appena descritto. Non spiega se una legge ogni 5 giorni è una cosa brutta o cattiva. Parla di un peso delle leggi di iniziativa del governo pari all’80% nell’ultima legislatura paventando una sorta di dominio del Premier sulle camere, ma non spiega se sia una cosa tipica dell’attuale assetto istituzionale italiano o un colpo di mano di Renzi. E insomma, mentre tra i quasi 900 commenti il più’ votato dice “La democrazia sarà così veloce da sembrare una dittatura!” a me qualche domanda è venuta, e ho provato ad approfondire il discorso partendo dalla più ovvia: da dove vengono questi dati?

L’origine

La fonte (non citata dal FQ) è il portale internet del Senato, che raccoglie le statistiche circa le leggi approvate ogni anno da ciascuna legislatura e il tempo medio di generazione (dalla prima lettura all’approvazione), con ulteriori dettagli circa il tipo di iniziativa (parlamentare o governativa) e di legge (ordinaria, di bilancio…). Questo database è piuttosto ben fatto, per quanto non mi siano chiarissimi alcuni principi con cui è stato costruito. Ma fa niente: diciamo che i numeri rappresentano esattamente il lavoro delle due Camere. I dati disponibili partono dal 1996 (inizio della XIII legislatura) e arrivano fino ad oggi. Riguardano pertanto l’operato di 5 legislature e di parecchi governi, di destra (Berlusconi), di sinistra (Prodi), tecnici (Monti, Amato…) e di larghe intese (Letta, Renzi).

Il dominio del Premier

Riferendosi a Renzi il FQ parla di “strapotere sul Parlamento”, perché le leggi di iniziativa del Governo sono di gran lunga di più di quelle delle camere. La domanda che quindi ci poniamo è: prima di Renzi la situazione com’era?

grafico legge 1

Il grafico qui sopra mostra due cose: le barre indicano il numero di leggi approvate mentre la linea azzurra mostra il peso di quelle di iniziativa governativa.

Osservate come la media, dal 1996 ad oggi, sia praticamente all’80%, giusto giusto in linea con la legislatura corrente. Non solo, ma quando il FQ parla di strapotere di Renzi, dimentica che il primo Premier di questa legislatura e’ stato Letta, e che dall’anno di insediamento di Renzi la linea si piega fino a scendere sotto la media. Molto peggio fece invece sia Prodi, sempre vicino al 90% e Berlusconi (100% il primo anno del suo quarto governo). Curiosità interessante: il momento in cui l’iniziativa parlamentare e’ stata maggiore (ossia i punti più’ bassi della linea) coincidono con i due governi tecnici: Amato nel 2001 e Monti nel 2012.

La legge a settimana.

E per quanto riguarda le tempistiche? Dice il FQ: “I numeri, in ogni caso, smentiscono che ci si trovi di fronte a un processo legislativo che impedisce decisioni veloci” e quindi spiega che dividendo le leggi emanate per il numero di giorni delle due legislature, si scopre che ogni 4-5 giorni viene pubblicata una nuova norma. Abbracciando acriticamente tale misuratore (che, attenzione, è completamente distorto e vi spiego il perché tra poco) è impossibile non notare che 20-30 anni fa venivano promulgate molte più leggi di oggi: basta guardare l’altezza delle barre: l’ultima legislatura ha prodotto in 3 anni circa 240 leggi, mentre tra il 1997 e il 1999 ne sono state prodotte circa 580, più del doppio. E quindi, amici del FQ, cosa dobbiamo dedurne? A me pare palese un rallentamento della “produttività” delle Camere.

La metodologia scelta dal FQ è totalmente assurda, e non solo perché non può tenere conto di elementi fondamentali (per esempio la portata e la qualità delle leggi) ma perché non è comunque in grado di misurare la velocità del potere legislativo. Scrivere “ogni settimana si approva una legge” non significa nulla: sembra una cosa bella, ma cosa pensereste se allungassi la frase a “ogni settimana si approva una legge che è sotto discussione da almeno due anni?”

Vi mostro quest’altro grafico, che riporta i tempi medi di approvazione delle leggi così come misurati annualmente dal Senato e citati dal FQ in maniera molto approssimativa.

grafico legge 2

 

Innanzitutto, si vede come sia le leggi di iniziativa parlamentare che quelle governative soffrano dello stesso trend, sebbene la linea dei primi sia decisamente più marcata. L’andamento è piuttosto interessante: in pratica, nel corso di una legislatura i tempi si allungano in maniera impressionante per poi crollare con l’avvento di nuove elezioni. A mio parere – ma chiedo ai lettori se hanno altre interpretazioni – questo grafico descrive molto bene come funziona il parlamento italiano, dove è molto semplice proporre un disegno di legge ma è molto difficile vederne la realizzazione. Si crea quindi un collo di bottiglia per cui le proposte si accumulano e poche alla volta passano il voto, creando tempi di attesa che come ben potete notare crescono in maniera allucinante. Il crollo ciclico che vedete non è dato da un’improvvisa accelerazione: semplicemente ci sono nuove elezioni, per cui è probabile che i disegni di legge rimasti in bozza in quella precedente vengano completamente cancellati per far spazio alle idee della nuova maggioranza.

Ma torniamo alla tesi del FQ per cui Renzi ha soggiogato il Parlamento. Abbiamo visto che le leggi di iniziativa dell’esecutivo sono meno della media degli ultimi 30 anni. E la questione della velocità? Se guardate il secondo grafico, è evidente che da sempre le leggi volute dal Governo sono più facili da approvare (grazie al ricorso della fiducia) rispetto. Tuttavia, negli ultimi due anni la linea blu supera la media. Ovvero, il Governo Renzi ha impiegato mediamente 220-230 giorni per far approvare leggi di sua iniziativa: peggio di cosi solo tra periodo 1998-2000 e nel 2005.

Possono esserci mille motivi riguardo a questi numeri: può anche essere che Renzi imprima la velocità (con la fiducia e i canguri) solo alle poche norme che desidera, lasciando nel dimenticatoio quelle di Letta. O magari è un fattore intrinseco nella struttura delle Camere. Oppure entrambe le cose. Ma non è questo il punto essenziale. La questione è che la riforma costituzionale è certamente criticabile ma, come spesso accade in politica, ad una critica ben costruita le forze in gioco prediligono un’argomentazione falsa o distorta in quanto più efficace su lettori che non vogliono o non possono porsi troppe domande. Ed eccoci così a leggere di omicidi alla democrazia e dittature nascoste.

Tutti i migliori candidati USA in lista (non sono quei due che pensate)

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E quindi i due candidati alla Casa Bianca sono Trump e Clinton. Eppure, se avete qualche amico negli States su Facebook o ricevete le newsfeed di giornali americani, vi potrebbe essere capitato di leggere questioni sul Third Party, ossia la tentazione di molti elettori di votare un terzo candidato perche’ quelli scelti dalle convention repubblicane e democratiche (in particolare quest’ultima) non piacciono. Una sorta di voto di protesta che in Europa inizialmente veniva deriso (Lega, M5S, UKIP) e che oggi invece ha un peso decisivo sul palcoscenico politico.

La nascita del terzo polo antisistema puo’ accadere anche in America? E’ difficile, in un ambiente dove da sempre esistono solo due partiti, enormi e potentissimi. Senza contare l’opinione di chi, come un pacatissimo Dan Savage, ritiene che queste alternative porterebbero “the folks — and I love you and I respect you […] — who are fooled by them (the third parties, ndr), who are sucked into this bullshit, who are tricked by these grandstanding, attention-seeking, bullshit-spewing charlatans, into wasting your vote.

Ma alla fine, chi sono queste Third Parties? Chi sono i candidati alternativi a Trump e Clinton? Beh, la lista e’ lunga: ce ne sono esattamente 1.794, tutti iscritti e riportati nella lista ufficiale della Federal Election Commission.

Sapendo di potervi trovare qualcosa di veramente cursioso, li ho letti tutti e ho selezionato i miei preferiti. Se fossi  americano, non si tratterebbe di votare il meno peggio, anzi: sono uno piu’ bello dell’altro.

PS: se entrate sulla lista della FEC, e cliccate sui nomi, potete anche guardare il documento pdf di registrazione di questi candidati. Per alcuni di questi trovate lo screenshot qui, assieme alla lista

  • AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA, AAAAAAAAAAAAAAAAAAAA, democratico
  • A$$, DAT PHAT, repubblicano
  • AAA, TRUEPROSNC,  repubblicano
  • AKA THE PROPHET AKA EARL, TRIPPYCUP AKA YOUNG TRIPPZ AKA THE GOAT SIR, federalist
  • ANTICHRIST,THE, communist party
  • ASS, DAT, indepentent
  • ASS, MMMM DAT MR., independent
  • BALBOA, ROCKY, indepedent
  • BEELER, MATTHEW DALE “EBOLA”, independent
  • BIDEN, JOSEPH ROBINETTEE, democratico,
  • BOB, AMBIGUOUS VII, unaffiliated

hoc3

 

  • BUSHDID, 9/11, independent

hoc4

 

  • CENA, JOHN, Socialist party
  • CHECK, MIC, independent
  • CHICKEN, FROSTY, independent

hoc5

 

  • CHRIST, JESUS, unaffiliated
  • CLOWN, TOUCHY THE PEDOPHILE SERIAL KILLER UNCLE, unknown
  • CONRAD, none
  • COOKIES, ‘MURICAN, DC Statehood Green Party
  • COSTELLO, LAGOON THE DOLPHIN MR., American Independent Party.
  • CRAY, MARO DAY, libertarian
  • CRITIC, NOSTALGIA, Ace Party

hoc1

  • CRUNCH, CAPTAIN, independent
  • CTHULU, OURLORDANDSAVIOR DR., communist
  • D-23, MEGATRON THE, DEC
  • DAD, SOUTHERN, none
  • DADDY, DISCO, other
  • DANIEL, DAMN, independent
  • DICK, TIPA DIS, independent
  • DOG, VERY ODD, Natural Law Party
  • DRACULEA, VLAD BESERIUS, none
  • DUBS, DUB, independent
  • DUMP, TRONALD, repubblicano
  • DURRITOS, JARRITOS, independent
  • EVERDEEN, KATNISS MS., independent
  • FAKE, THIS IS, repubblicano
  • FROG, KERMIT, other
  • FRONG, PEPE LE MR., independent
  • GOAT, ANUS THE, democratico
  • GOD, FOR PRESIDENT, repubblicano
  • GOODMEME, JOHNNY, independence party
  • GUMP, FORREST, democractico
  • HANNURABI, HEAVEN, indipendent
  • HEY HE STOLE THAT GUY’S, PIZZA, Concerned Citizens Party Of Connecticut
  • HIP HOP FOR PRESIDENT, democratico
  • HIROSE, KIOCHI, La Raza Unita
  • HITLERDID, NOTHINGWRONG, independent
  • ICE, ELSA QUEEN, independent
  • JEKYLL, DR. other
  • KAWAII, SPARKLE LADY independent
  • LANNISTER, TYRION MR, HOL
  • LINCOLN, ABRAHAM, repubblicano
  • LMAO, AYYY, communist partyhoc2

 

  • LOLMYNAMEISJOHN, @, Peace and Freedom
  • MANDELA, BARACK OBAMA MR., democratico
  • MCSATANANTICHRIST, CHILDEATER/MOLESTER KKK RONALD JR., repubblicano
  • ME, HAVE SEX WITH, unaffiliated
  • MOOSE LOOKALIKE FOOL THAT WILL, DOG EATING MANIACAL FISH BRAINED UGLY COMMANDANT BE ELECTED, communist party

 

hoc6

  • MYY NIGGA, MYY NIGGA N, proibithion party
  • NUTS, BOFA DEEZ Independent
  • NUTS, CEEDEEZ Independent
  • NUTS, DEEZ Independent
  • NUTZ, DEEZ W. Other
  • NUTZ, HOLD MA, US Taxpayers Party
  • OAWLAWOLWADOL, PRINCESS, none
  • PALPATINE, EMPEROR, Concerned Citizens Party Of Connecticut
  • PANTS, CRANKY, independent
  • PEPE, RAREST, unknown
  • PEPPER, DOCTOR, American Independent Party
  • PLEASE, BITCH, repubblicana
  • POONTANG OLE BISCUIT BARREL, TARQUIN FINTIMLINBIN BUS STOP POONTANG MR, SIL
  • POTTER, HARRY THE MLG WIZARD ULTRA-MC UMC HP, commandements party
  • POUND, DICK YOUR MOM, Right to Life
  • PRESENT, THE GHOST OF CHRISTMAS MMXV, One Earth Party
  • PRESIDENT, BANANA FOR, unaffiliated
  • PRINCE OF DARKNESS, SATAN LORD OF UNDERWORLD H. MAJESTY !, repubblicano
  • PUTIN, VLADIMIR, communist party
  • ROOSEVELT, JOHNNY GODDAMN MR, other
  • SMITH, SATAN KING, other Independent
  • TESTICLES, TOY Independent
  • THE CLOWN, BIPPY None
  • THE COCKROACH, ZORRO Communist Party
  • THE ELF, BUDDY Write-In
  • THE PUPPET, ZIBBLE No Party Affiliation
  • THE SAVAGE, WALT
  • THOOOOOOSE, WHAT ARE, independent
  • TROLLS, WHY SO MANY, other
  • ULTRAPERVERT, DJ Green Party
  • UN, KIM JONG, independet
  • UNDERWOOD, FRANCIS J, democratico
  • VOICE, STUDENT, independet
  • WARLORD STOCK, LUTHER T. THE MERCILESS LIEUTENANT RIDICULOUS, unknown
  • WHY NOT ZOIDBURG, other
  • WOW, DOGE, unknown

 

Non importa l’esito del referendum, Renzi potrebbe vincere in ogni caso.

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Una volta alla settimana succede che si finisce a parlare di riforma costituzionale e del referendum annesso. Vuoi perche’ e’ uno dei punti politici piu’ importanti degli ultimi due anni, vuoi perche’ i referendum costituzionali, di portata certamente maggiore rispetto alla maggior parte di quelli abrogativi, sono stati un evento piuttosto raro nella vita della Repubblica. Ma soprattutto, perche’ al suo esito sono state collegate le sorti di questo governo ed in particolare di Matteo Renzi.

Gli ultimi referendum non hanno portato a cambiamenti politici delineati. Quello sulle trivelle per esempio non ha avuto impatti diretti sul governo. Quello sull’acqua pubblica nemmeno, salvo darci i primi segnali dell’arrivo dei 5 stelle. Questo soprattutto perche’ in questi tipi di consultazioni il coinvolgimento delle forze politiche tradizionali e’ sempre piuttosto bassa se c’e’ incertezza, se c’e’ poco da guadagnare o se e’ alta la probabilita’ di essere sconfitti: per esempio il centrodestra non fece di fatto nulla per salvare il Decreto Ronchi, ed onestamente ben pochi hanno idea di chi abbia approvato la legge sulle estrazioni in mare.

Questa volta invece Renzi ha voluto incentrare su di se’ il voto e le opposizioni hanno benedetto questa scelta perche’ ha spostato il dibattito dai temi difficili e noiosi di un testo costituzionale a quelli piu’ vicini al Bar Sport.

Eppure la personalizzazione, per quanto forse controproducente per il PD e per quanto frutto di meri calcoli opportunistici, non e’ stata una scelta sbagliata come molti dicono. Probabilmente Renzi non l’ha fatto apposta, ma di fatto sta rispettando quanto indicato da Napolitano nei giorni caotici nella primavera 2013, quando a seguito delle elezioni non si riusciva a trovare ne’ un governo ne’ un nuovo Presidente della Repubblica. Vi ricordate cosa disse Re Giorgio, nel discorso di apertura del suo secondo mandato? Disse: Imperdonabile resta la mancata riforma della legge elettorale del 2005. Ancora pochi giorni fa, il Presidente Gallo ha dovuto ricordare come sia rimasta ignorata la raccomandazione della Corte Costituzionale a rivedere in particolare la norma relativa all’attribuzione di un premio di maggioranza senza che sia raggiunta una soglia minima di voti o di seggi. […] Non meno imperdonabile resta il nulla di fatto in materia di sia pur limitate e mirate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a infrangere il tabù del bicameralismo paritario.

E’ evidente quindi che qualunque governo sarebbe uscito dalle consultazioni avrebbe dovuto avere nelle priorita’ la legge elettorale e la ristrutturazione delle Camere.

E’ cio’ che e’ avvenuto: un governo di larghe intese (Forza Italia inclusa) ha prodotto l’Italicum e la Riforma Renzi-Boschi. E’ quindi giusto che un’eventuale bocciatura si tramuti in una sconfitta drastica dell’esecutivo, con le relative dimissioni. Per questo Renzi sta facendo di tutto per vincere, comprese promesse ahime’ al limite della cialtroneria quali il “ciao ciao Equitalia”, che ricordano terribilmente le panzane di Berlusconi.

Eppure una strategia piuttosto affascinante esiste, e si rifa’ al discorso di Napolitano. Il governo potrebbe infatti promettere le dimissioni anche in caso di vittoria. Se a questo governo – anzi, se a questa legislatura – e’ stato affidato il compito di portare a casa tali riforme, e’ bene che termini la sua vita sia con una vittoria dei SI che con quella dei NO. Con un annuncio di questo tipo le opposizioni, sia partitiche che gentiste, si troverebbero spiazzate e costrette a parlare esclusivamente della riforma e della difficolta’ di giustificare punti tecnici votate anche da loro.

Un’osservazione finale. L’eventuale sconfitta potrebbe non significare affatto la fine politica di Renzi. Immaginiamo che i NO vincano per il 60%. In una sfida cosi’ altamente personalizzata, vorrebbe dire che i favorevoli a Renzi sono il 40%, tutti compatti. Gli sfavorevoli, invece, sono dispersi in un 60% dato dalla somma di forze di sinistra, di destra, e antisistemiche. Quando nel 2006 ci fu un referendum molto simile e anch’esso piuttosto personalizzato, il governo Berlusconi perse 40 a 60. Lo stesso anno ci furono le elezioni e vinse Prodi e la sua disomogenea ammucchiata, ma con margini risicatissimi. E dopo appena due anni Palazzo Chigi era di nuovo in mano al biscione.

 

La banca delle bestemmie come soluzione alla crisi

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Ieri e’ saltata fuori la notizia che lo Stato italiano ha ricevuto il via libera dalla Commissione Europea per poter istituire un fondo di garanzia di 150 miliardi a sostegno delle banche italiane. Si tratta di circa l’8% del PIL: non poco, se raffrontato con l’ammontare target della spesa per investimenti cheh il Governo vuole portare al 20%.

Nelle ore successive al comunicato, Mario Seminerio ha evidenziato – invano – come si tratti di una garanzia di liquidita’ e non un potenziale aiuto sottoforma di ricapitalizzazione. Si tratta di due concetti ben diversi: la garanzia in questione rappresenta un prestito (senior, tra l’altro) attivabile in caso di carenza di liquidita’ da parte di una banca comunque solida. Descritta cosi’, sembra una rete protettiva nel caso di corse agli sportelli, eventualita’ difficile da gestire anche da parte degli istituti migliori. Il MEF ha specificato ad ogni modo che – a differnza di quanto scritto dai principali quotidiani – non si tratta di strumenti atti alla ricapitalizzazione delle banche: armiamoci quindi di pazienza per arginare la valanga di “Il solito regalo alle banghe! E gli italiani che muoiono di fame?!”.

Tuttavia, rimango perplesso dalle tempistiche di questo intervento. Ammetto di non essere troppo inserito nelle pratiche finanziarie, e spero che qualcuno risponda al seguente dilemma, ma non e’ strano che tale garanzia sia attivabile solo fino al 31 dicembre 2016? Voglio dire, perche’ una garanzia di cosi vasta portata avra’ vita per soli 6 mesi, considerando che deve coprire un rischio non cosi’ atipico nel mondo della finanza? Ci attende forse un altro autunno di fuoco?

Tornando invece alla solita questione dei patrimoni delle banche italiane, che vedono sofferenze pesanti come incudini e mezzi propri sottili come carta velina, mi e’ tornato in mente un meraviglioso saggio del 700 scritto da quel genio comico che e’ stato Jonathan Swift. Si intitola Saggio sulle bolle inglesi del Sig. Thomas Hope e parla di un progetto riguardante la creazione in Irlanda di un istituto finanziario mezzo statale e mezzo privato veramente alternativo e profittevole: la banca della bestemmia.

Quanta lungimiranza in poche righe: “Sottoscrivere azioni bancarie senza conoscerne il progetto, è come se dei gentiluomini approvassero dei discorsi senza conoscerne il contenuto” afferma l’autore irlandese, aggiungendo che senza la tutela di una legge statale le banche, pur avendo garanzie relativamente solide come i possedimenti terrieri, non reggerebbero ad una corsa agli sportelli e di conseguenza ai fallimenti. Basilea III ‘sto paio di VaR.

Il progetto e’ cosi descritto: i sottoscrittori privati versano (tanto) capitale che viene inizialmente utilizzato per pagare i dipendenti della banca. Questi, grazie ad una legge parlamentare, hanno il diritto di girare per le strade e multare ogni persona che bestemmia con un’ammenda di uno scellino. Swift fa velocemente due conti: l’Irlanda dell’epoca contava 2milioni di abitanti: stimando che una buona metà era adusa a far precedere il nome di una divinità con quello di un animale e suddividendo la frequenza eresiaca tra gentiluomini e contadini, lo scrittore assicura un cash flow annuo minimo di 282.500 sterline (del 1700) che, calcolatrice alla mano, mi risulta essere qualcosa come 5 milioni e mezzo di bestemmie all’anno. Neanche poi tante, diremmo noi.

Cosa fare dei soldi ottenuti? Oltre che per ripagare i sottoscrittori e pagare i dipendenti, secondo l’autore vanno utilizzati per costruire e sostenere opere pubbliche come il sistema scolastico. Ovvero, come fare del bene sfruttando il male.

Il progetto tra l’altro vieta tassativamente di concedere licenze di imprecazione e di usare il profitto a fini di devozione: “Tale pratica scandalosa è degna solo della Santa Sede, dove i proventi scaturiti dalle licenze concesse per il meretricio sono adoperati ad propaganda fidem”; infatti in Italia la Chiesa tassava le baldracche di Milano per finanziare la costruzione del Duomo. Invece, riconoscendo l’uso terapeutico dell’imprecazione nel “consentire ai polmoni di ripulirsi da umori ristagnanti”, l’autore (il quale, si noti, era anche Decano della Cattedrale di St.Patrick a Dublino) sottolinea come, esibendo una ricetta firmata dal medico, sia possibile pagare soltanto mezzo scellino (cioè solo il 50% dell’ammenda). Trattamento di assoluta impunibilità spetta inoltre ai militari affinché essi, in periodi bellici dove secondo le stime si registrano 300 imprecazioni all’ora, non debbano cedere le armi al Monte dei Pegni: “Giacchè i papisti e le persone a noi ostili trarrebbero grande gioia dallo spettacolo delle nostre truppe ridotte senza armi da fuoco né spade per eccesso di espressioni blasfeme.”

Un progetto così profittevole dal punto di vista economico potrebbe incorrere in obiezioni da quello morale: i parlamentari saranno d’accordo con questa iniziativa? Potrebbero infatti affermare che il progetto sia possibile solo in uno Stato che incoraggia la bestemmia per fini economici. Eppure i benefici non vanno a favore dei bestemmiatori, i quali anzi vengono multati per ogni santone tirato giù dal cielo!

Concludendo. Questa sì che è una riforma bancaria. In questo modo, con una tassa piuttosto simbolica, si riescono comunque a raccogliere i fondi per far ripartire l’economia attraverso quel mastodontico piano di opere pubbliche che ricorda il modello Roosveltiano.

… A proposito: data l’imposta sulle smadonnate, il federalismo fiscale potrebbe amplificare o meno la disparità di raccolta fondi nelle regioni italiane, a favore di Lombardia, Veneto, e Toscana? Varrebbe la pena scoprirlo.

Il Pil, la maturità, il mio lanciafiamme

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(attenzione, il seguente articolo e’ stato scritto con una tastiera giapponese, quindi accenti e apostrofi sono messi a cazzo. Se l’ha accettato il nostro internal grammar nazi, potete farcela anche voi.)

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“Buongiorno, patente e libretto…lo sa a che velocita’ andava?”

“Non so, a PPP? Pro capite? Sia piu’ preciso, dannazione!”

Le indiscrezioni sulla prima prova di maturità che gli studenti italiani delle superiori stanno svolgendo in questo momento parlano di una traccia intitolata: “Il PIL come misura di tutto?”. Se vero, siamo di fronte ad una situazione ridicola, grave e imbarazzante.

Ridicola, perche’ gia’ il titolo (e i contenuti, ma entro piu’ avanti nel dettaglio) presuppone l’accettazione, anzi la legittimazione, di un errore grave da parte della cosiddetta societa’ civile, ossia l’utilizzo a sproposito del PIL come strumento di misura. In altre parole coloro che citano quotidianamente il PIL, soprattutto con declinazioni negative, sono coloro che non hanno nemmeno idea di che cosa sia tale indicatore, quali siano i suoi utilizzi, quali siano i suoi limiti.

Grave, perche’ nelle scuola (tranne forse ragioneria e qualche liceo scientifico) vengono raramente e troppo superficialmente insegnate materie economiche. Quindi, non si capisce perche’ chiedere agli studenti un parere su una cosa di cui non sanno se non per sentito dire. Io capisco che si voglia innanzitutto verificare le capacita’ analitiche e argumentative di uno studente, ma come si puo’ argomentare bene se la tesi e’ campata per aria?

Imbarazzante, perche’ e’ l’ennesimo campanello di allerta riguardo al disinteresse per una materia con la quale ogni cittadino e’ costretto a confrontarsi quasi quotidianamente una volta compiuti i 18 anni. E in una situazione di mancanza di una didattica solida non rimane allo studente che il messaggio di un’opinione pubblica che parla del PIL con la stessa bava alla bocca con cui parla di Soros e delle banghe.

Immancabile, ovviamente, il discorso di Bob Kennedy sul PIL, che e’ veramente l’esempio di un capolavoro di retorica. Cattiva retorica, ma politicamente un capolavoro. Quando lo leggo mi viene voglia di applaudire ma solitamente ho le mani impegnate dal lanciafiamme con cui appicco fuoco al foglio.

I liceali pero’ possono dirsi salvi. Per caso, 4 anni fa scrissi un articolo che calza a pennello per l’occasione, e che riporto qui. Se vogliono, possono copiarlo

Ee farsi bocciare.

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Circa un mese fa Corrado Augias introdusse una puntata del suo programma su Rai Tre con l’arcinoto discorso di Bob Kennedy sul prodotto interno lordo:

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.

Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

Ora.

Augias è un gigante della cultura, e non mi sento di non perdonargli il brillio di soddisfazione nei suoi occhi alla fine del discorso. Ma tutti gli altri esseri umani… “Discorsi del genere dovrebbero farli ascoltare dal primo giorno delle elementari fino al giorno della seduta di laurea”, scrive MrBorghes su Youtube. Addirittura, durante lo stage in revisione, ho trovato una copia del discorso incollata dentro un armadio che conteneva le fatture: avrei preferito trovarci un calendario di Brigitte Bardot in versione contemporanea. Kennedy ha generato un incredibile esempio di allucinazione collettiva ottenuta attraverso un discorso manipolatorio che dovrebbe essere incorniciato nel capitolo principale del manuale della cattiva retorica. Basterebbe conoscere il concetto di PIL, la sua triplice natura, la sua composizione in formula. Non stiamo parlando di definizioni filosofiche sulla sostanza, l’anima e l’esistenza di Dio: il PIL è il totale dei redditi/del valore aggiunto generato/della produzione finale di una nazione. Non stiamo parlando di integrali e arcotangenti, ma di una semplicissima addizione proposta a pagina 15 di un qualsiasi libro di macroeconomia.

Chi osanna questo discorso percepisce un messaggio di questo tipo: “Il PIL è sbagliato perchè il suo perseguimento nasconde i veri bisogni e obiettivi delle persone”. Ma l’errore sta nel vedere il PIL (e la sua crescita) come target, mentre invece è un semplice strumento di misura. I meteorologi, quando usano i termometri, non si prefiggono di modificare il clima: quello, al massimo, è il mestiere di chi ha il potere per impattare sull’inquinamento. Come il PIL non misura la bellezza della poesia (posto che chiunque intenda misurare la bellezza della poesia o la gioia dei momenti di svago è un pirla), il termometro non misura il calore umano nei rapporti intrapersonali: non è quello il suo scopo. “Ma cosa scrivi, che su tutti i giornali dicono che l’obiettivo principale è la crescita (del PIL)?”. Certamente, ma di nuovo, il PIL è soltanto uno strumento di misura, e non un manuale di politica economica; ci dice che per farlo crescere basta intervenire su uno di quegli addendi (o sulle loro aspettative, ma non complichiamo le cose), ma non ci dice come intervenire. La spesa pubblica può aumentare sia pagando gli stipendi di centomila soldati che combattono una guerra sbagliata, sia sussidiando centomila disoccupati (tranquilli amici liberali, era solo un esempio). Tocca alle persone che hanno in mano il joystick scegliere come giocare affinchè il gioco duri il più possibile, e non al joystick.

I Bob-allucinati sostengono comunque che cercare soltanto la crescita economica è sbagliato e miope. Essendo il PIL uguale al reddito di una nazione, è una versione alternativa del motto: i soldi non danno la felicità. Sarà anche vero, ma di certo sono due cose altamente correlate. Prendiamo le classifiche dei Paesi per reddito pro capite, e confrontiamole con quelle per i diritti umani, per la libertà di stampa, per la qualità d’informazione, per l’emancipazione femminile. Scommetto che troveremo più o meno gli stessi paesi al vertice, a metà e alla fine di ogni classifica; evidentemente si cresce economicamente intervenendo sull’onestà della pubblica amministrazione, sull’intelligenza dei dibattiti, sulla giustizia dei tribunali. Altrimenti arrendiamoci ad essere inutili come le squadre che non puntano né alla vittoria né alla salvezza; avremo l’orgoglio delle muffe, e il PIL continuerà a dirci tutto di noi. E noi continueremo a non saperlo leggere.

 

Le quadrature in Excel portano alla criminalità

in economia/ by

 

La contabilità è un mestiere semplicissimo, quantomeno da un punto di vista tecnico. Non ci sono formule complicate: sono solo somme e sottrazioni. Non una moltiplicazione, non un logaritmo. Diventa difficile una volta inserita all’interno di regole che diventano tanto complesse quanto è complessa la realtà che si vuole descrivere. Ma va bene così: 4000 anni fa ci bastavano una dozzina di suoni gutturali, oggi abbiamo i monologhi di Enrico Ghezzi.

Recentemente un caro amico che lavora in un ufficio più creativo del mio mi ha definito “contafagioli”. Ed ha ragione. Sostanzialmente si tratta di contare un tot di fagioli rossi e un tot di fagioli bianchi, con l’imperativo categorico che siano di pari ammontare. Ne aggiungi uno rosso, ne aggiungi uno bianco. Ne metti 23 bianchi in una ciotola quadrata, e subito devono essercene 23 rossi accanto.

E fin qua.

Poi è arrivato Excel, con le sua interfaccia, le sue formule e soprattutto le sue alte potenzialità di calcolo, che ha reso molto più semplice e veloce effettuare analisi e controanalisi: i fagioli e le ciotole da gestire sono centuplicati ed è possibile fare oggi cose che 40 anni fa erano inimmaginabili. Tutto ciò senza cambiare il dogma fondamentale: la somma deve dare il totale. Sempre. E per verificare che esso venga rispettato si è creato un concetto tanto importante quanto mostruoso e satanico, ovvero la quadratura.

La quadratura è quella cosa per cui quando andate fuori a comprare il pane, al vostro ritorno la casa è la stessa dalla quale eravate partiti. Poi uscite a bere una birra, e tornate sempre alla stessa casa. Poi improvvisamente vi mandano in Vietnam per 5 anni, venite fatti prigionieri dai cong, perdete la sanità mentale, vivete di antidolorifici e sangue di cane, e vi trovate a rivalutare positivamente Vasco Rossi come artista. Eppure, al rientro dalla guerra, la casa è sempre la stessa di prima. Insomma, qualsiasi analisi voi facciate, il risultato finale deve sempre parlarsi con un dato iniziale. Per questo motivo chiunque lavori in Excel crea delle celle in cui viene effettuata la differenza tra risultato finale e valore di partenza. Se e’ uguale a zero, i conti tornano.

Ovviamente, la questione è tanto ovvia in teoria quanto irraggiungibile nella pratica, e la tentazione di forzare le formule pur di convincere sé stessi – prima ancora di altri – è fortissima. L’inganno può passare attraverso due strade: una formattazione ingannatrice o una formula taroccata. Sebbene non abbia che pochi anni di esperienza ho potuto raccogliere esempi delle migliori (s)quadrature, che vi elenco qui in basso.

 

quadratura 2

LA FORMULAZIONE

A mio parere si tratta di un livello di taroccamento solitamente abbastanza semplice e sciocco. Diciamo che in una graduatoria presa da Gomorra questi utenti generalmente si attestano a livello “assistant mariuolo”.

  • Lo scalpello/ il martello: la squadratura vale solitamente poche unita’ (siano esse 1 euro o 1 milione). Si entra nella formula e si digita un semplice “+1”. Pericoli: se cambiano i valori di partenza, bisogna intervenire nuovamente di scalpello. Tuttavia, numeri digitati in una cella sono facilmente dimenticabili e riaprire il file dopo qualche mese diventa un dramma.
  • L’aiuto da casa: la formula sottrae i valori in quadratura più una cella lontana dalla vista che contiene casualmente un numero tale da permettere la quadratura. Molto più gestibile dello scalpello. Aggiungendo un tocco di paraculaggine si può scrivere accanto a tale cella amica la parola “Adj”, come dire “non preoccuparti so quello che faccio”.
  • L’aiuto fantasma: identico all’aiuto da casa, con la sola aggiunta che la cella amica subisce il trattamento imbianchino (testo bianco su cella bianca, come spiegato più avanti). Chiunque risalga a quella cella, la vedrà vuota e quindi ininfluente.
  • Il dito sotto la bilancia: alla formula base si aggiunge la funzione “arrotonda”. Più è alta la soglia di arrotondamento, più sono gli anni da scontare in galera.
  • La mano sotto la bilancia: risultato della quadratura diviso per 10, o 100, o 1000. Passabile per direttissima al 41bis.
  • Il carnevale della logica: entriamo qui in un campo in cui, con intensità sempre maggiore, l’utente modifica una formula nella disperata ricerca della quadratura, convinto che se ad un certo punto la ottiene vuol dire che il ragionamento è corretto. Perché lo sia, non è dato sapere. I modi sono essenzialmente tre:
  1. lascia o raddoppia: come lo scalpello, ma anziché aggiungere o togliere si moltiplica uno dei valori di riferimento. Alla domanda “perché?!” si risponde sempre “Per nettare il doublecounting” (?!).
  2. “ma certamente”: si va alla ricerca di una qualsiasi variabile all’interno del file che sia quasi uguale al valore della squadratura e la si coinvolge nella formula. Ecco cosa avviene nella mente dell’utente “Mmmh…4.3milioni di squadratura…mmh…dove ho gia’ visto un numero simile…ah si! Gli ammortamenti delle migliorie sui beni di terzi…proviamo ad aggiungerle…perfetto, quadra! Ma certo, come ho fatto a non considerarle prima?”. E chiude cosi il controllo SUI RICAVI.
  3. Parla con me: la quadratura e’ il confronto tra un valore iniziale “A” ed uno finale “B”, che devono essere identici. Ma… e se confrontassimo il valore finale “B” con se stesso? Quadratura garantita! In realtà questo fenomeno e’ spesso del tutto involontario e accade quando all’analisi principale ne viene affiancata un’altra, purtroppo ingannatrice. Succede infatti che anziché partire da B seguendo a ritroso il percorso fatto fino ad A, si sceglie di fare un’altra strada – che appare alla nostra mente più logica, o peggio ancora più semplice – che dimostra come B sia davvero il numero corretto. In altre parole si ricostruisce un gemello B2 secondo un ragionamento tanto sbagliato quanto quello che ha creato l’originale, e si confronta infine B con B2. Ma pensa: sono uguali!

 

LA FORMATTAZIONE

Innanzitutto la formattazione della cella indica spesso la sanita’ di mente della persona. La gradazione ufficialmente riconosciuta dagli IAS/IFRS e’ la seguente:

    • Utente sano: la quadratura e’ fatta da una cella in grassetto, evidenziata con colore tenue, con scritto accanto “check”.
    • L’artista: aggiunge una formattazione condizionale che evidenzia con un bel verde i risultati uguali a zero, in rosso diversamente. Se in vena, puo’ far comparire parole semplici quali “ok” o “errore”.
    • L’alter ego: l’utente “fa parlare” Excel attraverso formattazioni condizionali che fanno apparire elogi in caso di quadratura (“quadrato!”, “bella zio!”, “TAAAAAC!”) o di squadratura (“SQUADRA!!!1!!” o “SEI UN COGLIONE !”).

Tali patologie non comportano necessariamente la forzatura dell controllo, ma possono portare l’utente a farlo. Tendenzialmente la forzatura avviene attraverso la tecnica gia’ anticipata dell’imbianchino, dove sia il testo della cella che lo sfondo vengono colorati di bianco

Ma il vero genio del crimine, colui che una volta mi fece impazzire per un’ora buona nel tentativo di capire come fosse possibile che “200 meno 3 uguale 0” e’ colui che ho definito Borges. Chi sceglie questa opzione e’ semplicemente il figlio dell’unione tra Einstein e Vallanzasca. La tecnica prevede la cella venga modificata affinché qualsiasi sia il risultato, appaia sempre zero. Attenzione, non si tratta di una formula “SE”. Troppo facile, cari miei. La formula che appare nella barra e’ una corretta sottrazione. Qui si tratta di andare a cambiare la proprietà della cella: indicando ad Excel di fornire il risultato in formato “ora”, ed in particolare in formato “h”, si scopre che – entro determinati limiti di squadratura – il risultato rimane sempre zero. Quando ho scoperto il trucco, mi sono sentito come Zenigata che cattura Lupin: alla fine più che l’incazzatura prevale un profondo senso di ammirazione.

 

EDIT – LE SEGNALAZIONI DEI LETTORI

Il collega El Presidente mi segnala un’alternativa al “lascia o raddoppia” chiamata “Permutatore“, cioe’ colui che cambia i segni degli addendi finche’ non si raggiunge lo zero.

Il lettore Claudio invece ci scrive quella che puo’ essere definite la Cappella Sistina delle quadrature forzate, e che dato l’alto livello di skillaggio richiesto – ai limiti della fantascienza – viene ora ribattezzata “Claudio in the Shell”. Insomma: “su Excel si può usare il VBA (Visual Basic for Application), in pratica scrivere porzioni di programma, in particolare funzioni che, abilmente celate alla vista del profano, possono far quadrare qualsiasi squadratura con artifizi di ogni tipo, ad esempio cercando automaticamente quel valore degli ammortamenti sulle migliorie dei beni di terzi che casualmente coincide con la squadratura, oppure determinando il valore di coefficiente della squadratura rispetto al totale e poi sviluppando lo stesso coefficiente in valori assoluti e con segno contrario alla squadratura stessa, alla quale viene poi sommato. Trattandosi di un vero e proprio programma, più è complicato ed incomprensibile, più rende difficile la sua decodifica. La difficoltà, semmai, sarebbe trovare un nome ed uno scopo credibile alla funzione farlocca, ma qui siamo nel campo umanistico ed io mi ritiro per manifesta incapacità.”

Il Post la deve smettere

in giornalismo by

Questo articolo si pone l’obbiettivo di permettere al sottoscritto di capire se l’impressione che Il Post abbia drasticamente calato la qualità del servizio offerto corrisponda alla realtà. Ogni giorno che passa e che visito il sito o le sue appendici nei social network, mi trovo sempre di più a pensare: “Ma che brutti articoli stanno pubblicando? Ma cos’è sta roba?!”. Fatico però ad esprimermi con certezza contro il giornale di Sofri, innanzitutto perché rimane comunque a mio parere il migliore sito di informazione online in Italia. In secondo luogo, perché vi sono in un certo senso affezionato. Infine, e soprattutto, perché più che un calo della qualità assoluta potrebbe in realtà trattarsi di un cambio nella mia domanda di contenuti, magari non verso l’alto ma di certo orizzontalmente lungo diversi argomenti. Proverò quindi ad entrare nel dettaglio delle mie sensazioni, e magari qualche lettore le condividerà.

Nel momento in cui scrivo, l’home page de Il Post presenta, in ordine di apparizione, i seguenti articoli:

  • Si voterà soltanto domenica
  • A Cannes è arrivata Kate Moss
  • Editoriale di Sofri
  • Il Governo libico riceverà armi e addestramento dalla comunità’ internazionale
  • Guida alle Semifinali dei playoff di NBA
  • La rubrica “Virgolette”
  • 13 grandi canzoni dei King Crimson
  • Editoriale di Menietti sul caso Red Ronnie
  • Cosa fu l’accordo Sykes-Picot
  • I 30 anni di Top Gun
  • Galleria fotografica su un progetto inerente gli stupri
  • La nuova offerta per RCS
  • Le proteste in Afghanistan contro il percorso di una nuova linea elettrica
  • Editoriale di Mantellini sull’ultimo di Franzen
  • La Storia delle foto ritoccate di Steve Mc Curry
  • Megan Fox ha 30 anni
  • L’arresto di Mandela avvenne grazie ad una soffiata della CIA?
  • Non ci saranno piu’ serie tv di CSI
  • Che cos’e’ il giorno della Nakba
  • Guida alle elezioni di Trieste
  • Editoriale di Briguglia
  • E’ finita la Serie A
  • Le 28 pagine ancora segrete sull’11 settembre 2001
  • La storia di Hacking Team, dall’inizio
  • La bomba che non lo era all’Old Trafford
  • Le foto di domenica a Cannes
  • FotoGallery di roba varia.

Innanzitutto salta all’occhio la schizofrenia nei contenuti. Non esiste alcun ordine di genere (prima la cronaca, poi la politica, gli esteri…) né cronologico, né tanto meno di importanza. Non si spiega altrimenti il secondo posto dedicato all’arrivo di Kate Moss a Cannes. A proposito di qualità: sommessamente, vorrei stilare una classifica soggettiva di argomenti che mi interessano, di argomenti che non mi toccano ma ne capisco l’importanza per altri, di argomenti “enciclopedici” (cioè “non interessano a nessuno ma sai mai potrebbero tornare utili a Trivial Pursuit”), e infine di argomenti di un’inutilità infinita, uno vero spreco di pixel.

Ripeto: è una classificazione soggettiva. Le foto di Cannes magari sono più rosa che rosse, mentre qualche verdino potrebbe essere considerato da altri un quasi rosso. Tuttavia mi spaventa che il 30% degli articoli sia di scarso se non nullo interesse. A peggiorare la situazione è la disposizione randomica dei titoli, perché mentre con il Corriere ho capito che alla seconda scrollata entro nel fango, su Il Post questo trucco come vedete non vale.

Vale la pena dare un’occhiata agli articoli pubblicati su un solo argomento, particolarmente caro alla redazione, anzi direi quasi un’ossessione: Obama. Cerchiamo le ultime pubblicazioni con il tag “Obama”, nel periodo 21 marzo-5 maggio:

Obama <3 Star Wars
Gli invitati famosi alla cena dei corrispondenti
Chi ha inventato il mic drop?
Le migliori battute di Obama alla cena dei corrispondenti
La lettera di una bambina di otto anni ad Obama
Le foto di Obama con la famiglia reale britannica
Ma Obama e i sauditi, cosa devono da dirsi?
Qual è stato il peggior errore di Obama, secondo lui
La prova che Obama è un gran ballerino
Obama ha ballato il tango a Buenos Aires
Le foto dell’ultimo giorno di Obama a Cuba
La diplomazia nel baseball
Obama ha fatto un brutto scherzo a Raul Castro
La frase di Fidel Castro su Obama e il Papa è falsa
Le foto di Barack Obama a Cuba

No, dico, rendiamoci conto di che notizie ha pubblicato Il Post nell’arco di meno di due settimane.

Per assurdo, è la colonna destra a riscattarsi, perché laddove i siti mainstream ci buttano dentro un’accozzaglia di puttanate, Il Post mantiene inalterato il vecchio stile con le notizie in tempo reale (beh, oddio, l’ultimo aggiornamento è di 8 ore fa), lo spazio ex-Makkox, le photogallery (ahimé, le stesse del lato sinistro) e infine le nuove sezioni: Moda, Libri, Flashes.

Ecco. Parliamo un attimo delle sezioni. Il Post deve averci puntato molto, visto che ci ha dedicato pagine indipendenti sui social, trainate attraverso condivisioni costanti da parte della pagina principale. Tra queste domina Flashes, che di fatto è ciò che ha fatto traboccare il vaso della mia crescente insofferenza. Flashes è – usando sempre toni sommessi e pacati – un’accozzaglia di puttanate inutili, una discarica a cielo aperto che continua ad buttare fuori tonnellate di merda. Flashes è presumibilmente l’alter ego esatto de Il Post. Nessuna notizia, nessuna qualità, solo video simpatichelli per acchiappare più visualizzazioni possibili. Ora, anche “Il Vecchio Post” strizzava l’occhio ai lettori mettendo, tra un fact-checking di Di Luca e un editoriale di Facci, qualche articolo stupidotto su Game of Thrones, su qualche spot catchy, su qualche mostra particolarmente curiosa. All’interno di una grande sfera bianca, c’era una piccola goccia nera che rendeva più umano il sito. Ecco: come lo yin/yang è apparso Flashes, una grande sfera marrone con qualche piccola goccia bianca ogni tanto.

Negli ultimi mesi sfogliavo certe galleries del Corriere e mi dicevo: “Pensa, questa gallery qualche anno fa la faceva solo il Post”. Ma mi stavo sbagliando. La realtà è che è avvenuta una specie di scambio: da un lato i giornali hanno imparato a usare i titoli à la Sofri (il famoso argomento “spiegato bene”) mentre dall’altro Il Post ha cominciato ad importare vaccate (non dal Corriere, ma dai siti americani, cosìcche` in effetti non si tratta di “stronzate” ma di “bullshit”, parola più cool).

L’esistenza di Flashes è la mia leva per scardinare il bias dettato da un cambio nei miei gusti, cioè il rischio che: “Il Post non è cambiato, sei tu che ti sei stufato di certe cose”. Certo, ammettiamo che Il Post sia rimasto lo stesso di sempre: ora però ricevo notifiche anche da Flashes, per cui la percentuale di inutilità (o meglio, di “notizie che non lo erano”) è aumentata spaventosamente.

Penso che la redazione si sia resa conto di ciò che stava accadendo, e cioè che a furia di seguire siti come Buzzfeed stesse letteralmente rinunciando alla qualità originaria dei propri contenuti. Paradossalmente, la risposta al problema è arrivata dalla polemica sorta nel mondo dell’editoria dopo che Buzzfeed aveva postato un video su cosa succede se si avvolge di elastici un’anguria. “Molti osservatori […] si chiedono come una testata possa mantenere una propria credibilità con iniziative di questo tipo e di fronte al successo tentatore che ottengono, che sempre secondo loro non hanno nulla di giornalistico”. L’articolo de Il Post chiama a testimonianza i principali quotidiani anglosassoni e i vari social network; è un pezzo che richiama il buon vecchio stile del sito, fatto di lunghi paragrafi dettagliati, ma giunti a questo punto non mi può non venire il sospetto che sia invece una supercazzola autoassolutoria. Come dire che non si tratta di una risposta a “Come possiamo migliorare?” bensì a “Come possiamo giustificare le nostre scelte infelici?”

Scelte infelici quali la sostanziale distruzione della sezione dei commenti. Qui ne parlo veramente addolorato e un po’ mi vergogno pure, come una moglie che si era ripromessa di accettare senza sindacare un errore commesso dal marito salvo poi rinfacciarglielo davanti agli avvocati divorzisti. Fino a qualche anno fa una frase tipica dei frequentatori de Il Post era “Lo leggo anche solo per i commenti”. Si era infatti create una community forte, incentrata su un nucleo di persone educate, intelligenti, esperte ed ironiche. Per citarne alcuni, a memoria: Aghi di Pino, Uqbal, Umberto Equo, Wonder Virgola, e il mio preferito, Sfrj. Il sito poi aveva implementato – unico all’epoca, per quanto ricordi – Disqus, sovrastando per qualità ed efficienza i colossi dell’editoria. Poi l’infausta notizia: Sofri comunica che i commenti verranno severamente filtrati e potrebbero volerci minuti, anzi ore tra l’invio e la pubblicazione. E mentre sul sito la community crollava, su Facebook aumentava il tasso di pubblicazioni (Flashes) con il problema che sul social la qualità dei commenti è  indistinguibile da quelli delle pagine di Salvini o Repubblica.it.

Fortunatamente, le persone che avevano spontaneamente dato tanta qualità a Il Post non si sono scoraggiate e hanno fondato una community, Hookii.it, che funziona divinamente e che permette di commentare senza freni gli articoli di Sofri & Co. (ma non solo quelli). E tuttavia, per quanto possa essere cocente la delusione per tutte la strana, brutta strada che ha preso il sito e che temo verrà ancora percorsa, rimane una sorta di fedeltà da un lato e di mancanza di alternative dall’altro che quanto meno fa da rete di salvataggio. Ma per quanto ancora?

Intanto, sorbiamoci l’ennesima photogallery su Obama.

Un dialogo sul “piuttosto che”

in cultura by

L’articolo di qualche giorno fa scritto da Gino Cornabo` riguardo all’uso del “Piuttosto che” ha scatenato le repliche di alcuni lettori. Molte di queste erano al limite dell’insulto, con l’autore trattato a momenti peggio di un serial killer o di uno stragista. Un commento del lettore Ebroin, invece, ha destato la nostra attenzione e ha permesso lo sviluppo di un dialogo molto intelligente (ed educato, ma non privo di colpi da lotta per il Titolo dei Pesi Massimi) con Gino. E’ avvenuto sulla piattaforma Hookii, un sito aggregatore di notizie che ha rilanciato il nostro post.

Trovandolo particolarmente interessante, ho pensato fosse giusto riportarlo interamente su Libernazione.

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Ebroin: Diomio che nervi. Costui usa un serissimo articolo scientifico per difendere una schifezza linguistica, che è cosa diversa da una normale innovazione linguistica, come ce ne sono di continuo.

È ovvio che quando un italiano, parlando, usa “piuttosto che” per darsi un tono, lo usa in contesti in cui si capisce che cosa vuol dire. Si è anche individuato che cosa vuol dire esattamente. La lingua italiana in certe comunità di parlanti ha introdotto questa forma e la lingua mica funziona a casaccio.

Il problema con “piuttosto che” è un altro: quelli che lo usano parlando lo considerano una forma raffinata, quindi ormai capita di leggere in giro frasi come questa (l’ho creata ora a caso):

“D’altra parte sappiamo bene che tutti i nostri problemi vengono dalla politica del governo tedesco piuttosto che dall’imperialismo economico americano”.

Se la persona che ha scritto una frase come questa intende “piuttosto che” nel senso di “oppure” (e non nel senso di “invece che”), significa che non conosce abbastanza la lingua scritta. Se disgraziatamente quelli così l’avessero vinta (ma non credo, la reazione contraria è forte), bisognerebbe smettere di usare “piuttosto che” nel senso tradizionale e una parte dei testi scritti in questi decenni significherebbe una cosa oppure il suo contrario, a seconda dei contesti e del livello culturale dello scrivente. Una lingua scritta non funziona così: se per accidenti succede, ai parlanti colti, com’è giusto, girano violentemente gli zebedei.

Gino: Guarda, quello che descrivi in maniera quasi indignata è in realtà un fenomeno del tutto comune. Lo stesso “piuttosto che” che noi usiamo (correttamente, secondo lo standard) in senso avversativo aveva fino al XV secolo una funzione temporale (“prima di”). Esattamente lo stesso fenomeno si osserva con il “poiché” che noi utilizziamo in senso causale ma che nell’italiano arcaico aveva una accezione temporale (Dante usa sistematicamente “poi che” nel senso di “successivamente a”). Il fatto che un’espressione (specialmente un’espressione funzionale, qual è per esempio una congiunzione complessa) possa significare cose diverse in testi appartenenti a epoche diverse (con dei lunghi periodi di transizione nei quali entrambe le accezioni, la vecchia e la nuova, coesistono) non è nulla di sorprendente, né qualcosa per cui indignarsi. Semplicemente, funziona così.

Ebroin: Conosco bene gli slittamenti semantici e i mutamenti grammaticali dell’italiano rispetto ai primi secoli. Nella mia esperienza, quelli che mettono più in crisi gli studenti sono “ne” per “ci” (“né potrà tanta luce affaticarne”), “però” nel senso di “perciò”, “ora mi porta quel libro” come imperativo (invece di “portami”) e “aveva” prima persona singolare.

Ma è faccenda un po’ diversa. Semplificando molto: solo nel ‘500 il volgare italiano diventa una lingua scritta in senso proprio, con una sua grammatica consolidata. Si basa sul fiorentino del ‘300 e, di conseguenza, espelle molti dei fenomeni che nel frattempo erano emersi nel fiorentino argenteo; e nel contempo diventa molto più stabile, anche perché, al di fuori della Toscana, è soprattutto una lingua scritta.

Quindi non possono più verificarsi le oscillazioni e i cambiamenti tipici del Medioevo. Il processo però prosegue: solo a partire dal secondo Ottocento ci sono i primi barlumi di una vera lingua d’uso. Quando questa si afferma, nel secondo Novecento, si verifica però, curiosamente, anche una maggiore formalizzazione e un maggiore irrigidimento delle regole grammaticali. Il principale motivo, probabilmente, sono i modi dell’insegnamento scolastico.

In un simile contesto, non potrebbe mai verificarsi, all’interno della lingua scritta, uno slittamento di significato come quello di “piuttosto che”. Si verificano invece spesso emersioni nello standard scritto di fenomeni fino a quel momento percepiti da tutti come forme colloquiali, fenomeni che di regola non mettono in pericolo la comprensione del testo. Come molti hanno notato, questa è la cosa più fastidiosa del “piuttosto che”: un mutamento che mette in pericolo la comprensione del testo ed è erroneamente percepito, da una parte dei parlanti, come una forma propria dello stile sostenuto e quindi viene usata inconsapevolmente nei testi di registro formale. In questo senso è un’aberrazione particolarmente fastidiosa.

Gino: è del tutto possibile che all’origine della diffusione della nuova accezione ci sia un meccanismo di ipercorrettismo come quello che tu descrivi. Se così fosse, si tratterebbe di un fenomeno di appropriazione di un uso dialettale da parte di parlanti italiani estranei a quel dialetto. Ciò non toglie che l’espressione avesse presumibilmente quelle peculiari proprietà semantiche (di disgiunzione a carattere esemplificativo) nel dialetto in cui veniva usata, senza che ciò comportasse – sempre presumibilmente – particolari problemi di disambiguazione tra i due sensi effettivamente coesistenti nella variante dialettale. Non si vede allora perché la disambiguazione dovrebbe risultare più impervia quando l’uso viene assorbito dall’italiano. Aggiungi che i contesti in cui il piuttosto che disgiuntivo è accettabile (contesti di ‘libera scelta’) sono, secondo le autrici dell’articolo, esattamente complementari a quelli in cui il piuttosto che avversativo è grammaticale, dunque è l’immediato contesto dell’enunciato che generalmente basta a disambiguare. Ti faccio un altro esempio: alcuni dialetti del sud Italia (ad esempio il barese) utilizzano l’avverbio “ancora” per formare la forma progressiva del verbo (“ancora cade” = “sta cadendo”). Chiaramente è un uso che genera ambiguità per i parlanti bilingui di barese e italiano ma i parlanti apparentemente disambiguano senza particolari drammi. Se per assurdo questa forma venisse assorbita nell’italiano standard si verificherebbe più o meno quello che ora succede col piuttosto che (o, ancora un altro esempio: dopo l’esplosione dei libri di Camilleri ho sentito molta gente usare il “magari” nel senso di “anche” come nel siciliano, anche qui stessa storia). Il punto è che ci sono innumerevoli ambiguità lessicali di cui i parlanti spesso non sono coscienti (prendi, ad esempio, quella tra l’uso esclusivo e inclusivo della disgiunzione semplice “o” per rimanere in tema di disgiunzioni), e sempre di nuove che si aggiungono alla lista per via di fenomeni di appropriazione come questo. Ma la cosa non sembra creare particolari problemi perché fortunatamente non solo di sintassi e semantica sono fatte le lingue naturali ma anche di pragmatica. Le lingue raggiungono da sole degli equilibri tra costi di processing e ricchezza di informazione codificata, se è vero che la disambiguazione del piuttosto che è troppo costosa in termini di processazione vedrai che col tempo una delle due accezioni soccomberà.

Ebroin: Non credo proprio che in origine fosse un uso dialettale: pare piuttosto nato in un contesto cittadino italofono. Come ha notato La Fauci, si può spiegare semplicemente come una riemersione del “vel” latino, che era stato inghiottito da “aut”. (La Fauci per la cronaca è a favore, ma lui è un perenne bastian contrario).

Nel complesso direi che siamo d’accordo. Speriamo che non vincano loro. Ecco, ho ritrovato un commento su hookii di parecchio tempo fa che mostra bene il problema:
https://disqus.com/home/discus…
Questo al momento è un errore di grammatica, non un semplice neologismo o un vezzo linguistico come il “quant’altro” che pure circola da non molto.

 

Gino: ok, ti ringrazio per la precisazione. Due piccole cose ancora: ho sbagliato a parlare di dialetto, si tratta in effetti di una variante regionale dell’italiano. Mi pare difficile che sia una riemersione del ‘vel’ per il semplice fatto che il piuttosto che disgiuntivo sembra presentare lo stesso tipo di ambiguità della disgiunzione semplice quanto a esclusività dei disgiunti, esempi: “mangiamo la pizza piuttosto che/o il pesce” (entrambi esclusivi: andare a mangiare pizza & pesce non è previsto), vs. “per lavorare qui devi avere una laurea triennale o/piuttosto che un diploma professionalizzante” (entrambi inclusivi: se hai sia la laurea triennale che il diploma professionalizzante puoi certamente lavorare).

 

Ebroin: Agh. Sono faccende di cui non mi intendo molto, né ho ora il tempo di approfondire, ma ho la sensazione che il “vel” latino, contrariamente al “vel” operatore logico moderno, presenti la stessa ambiguità

 

Uqbal: Una precisazione veramente minima: “Ancora cade” non sta a significare “sta cadendo”, quanto piuttosto “dovesse cadere”, in frasi del tipo “Dai un’occhiata al bambino, ancora cade” (potrebbe, ma non cadendo).

Detto questo, e senza polemica con Ebroin, una cosa che mi fa riflettere molto è come la percezione comune della grammatica sia ancora ferocemente prescrittivista. Pur non essendo un linguista, un pochino di linguistica l’ho studiata (ricevo anche qualche input da una sorella linguista) e mi sono reso conto che cercare di far capire che la grammatica, oggi, è qualcosa di un po’ diverso da una sorta di bon ton espressivo è veramente difficilissimo.
La grammatica insegnata a scuola (io sono un insegnante) è spessissimo ancora prescrittivista e priva di qualsiasi approfondimento sociolinguistico. E in qualche modo si incista profondissimamente nella testa degli studenti, che pure poi continuano a parlare come gli pare, ma diventano facilmente dei grammar nazi. Ci sono dinamiche sociali chiare in questo (come parlo mi definisce e mi distingue), ma trovo irritante la pervicacia con cui si pretende spesso di governare una lingua sulla base di falsi sillogismi, analogie spurie o semplici imputanture da purista ottocentesco.

 

Molti di voi lettori, ora.
Molti di voi lettori, ora.

Storie di libri abbandonati a metà / Ep. 1

in cultura by

“Perché accanirsi a leggere un libro orrendo? Per un malinteso senso d’orgoglio, per spirito di disciplina, per sfida a sé stessi? O – peggio ancora – per il semplice fatto che lo si è comprato? «Ho speso tredici euro per Acido solforico di Amélie Nothomb, a questo punto lo leggo fino in fondo». Che è esattamente come dire: «Ho buttato del denaro, ora per pareggiare i conti devo buttare anche del tempo». Non vi daranno indietro né l’uno né l’altro.”

G. Vitiello

 

Dan Marinos – Delitto e Castigo di Fedor Dostoevskij

Ho cominciato a interrompere i libri da quando ho iniziato a lavorare (nel momento in cui mi sono reso conto che stava diventando una sorta di isterismo, tipo disordine alimentare, mi sono imposto di non rinunciare a più di due libri di fila). Prima l’avevo fatto una volta sola, con Delitto e Castigo.

È un libro che iniziai per amore, e leggerlo non mi costava alcuno sforzo grazie ad una traduzione piuttosto agile e moderna. Certo, dovevo portare pazienza e sopportare l’utilizzo della parola “Colombello/Colombino” detta tra maschi eterosessuali (“No, ma che Mikolka! Rodion Romanovic, colombino mio, Mikolka non c’entra in questa storia!” dice il Signor Petrovic al protagonista). Trovo fastidioso quando viene data per scontata la conoscenza di un’usanza o di abitudini tipiche di una società che però mi è lontana nello spazio e nel tempo.

Fatto sta che un giorno dimenticai il romanzo sull’autobus e andai in biblioteca a cercarne un altro. Pensavo: “Uno vale uno”. E invece la traduzione era molto più vecchia della prima e i termini ancora più lontani dalla mia soglia di sopportazione.

Questa esperienza mi ha fatto quindi capire che se non mi piace un libro, soprattutto un grande classico, non è colpa dell’autore. Chi sono io per dare contro a Dostoevskij? Quando succede, mi guardo allo specchio con il libro in mano e vedo chiaramente il colpevole: il traduttore.

Conclusi Delitto e Castigo sfogliando rapidamente l’ultimo quarto di libro: mi pare che qualcuno muoia nel fiume, no?

 

Billy Pilgrim – Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas

Una trama che sembra sembra uscita da un film di Tarantino con derive alla Nicholas Sparks.

Alla fine del regime napoleonico, il giovane e onesto Edmond Dantès viene coinvolto, suo malgrado, in un intrigo politico ordito da un gruppo di villanzoni desiderosi di rifarsi una verginità monarchica: arrestato e condannato per tradimento, l’ingenuo protagonista viene gettato nelle terribili segrete del Castello d’If, dove spenderà i successivi 14 anni della sua vita nella speranza di rivedere la luce del sole. Riuscito miracolosamente ad evadere, ed entrato in possesso del favoloso tesoro dell’isola di Montecristo, Dantès rientra a Marsiglia per vendicarsi sotto falso nome dei suoi aguzzini, divenuti nel frattempo i signori indiscussi della vita pubblica locale.

Il personaggio di Edmond Dantès, nei panni del Conte di Montecristo, anticipa sotto molti di vista la figura gotico-romantica del Dracula di Bram Stoker: alto, magro e mortalmente pallido, ma tuttavia in grado di emanare una certa aura di erotismo esotico e potere arcano. Gli intrighi machiavellici per vendicarsi dei suoi nemici non possono non catturare l’attenzione del lettore – sin dai primi capitoli dell’opera di Dumas, si sente un meraviglioso odore di sangue che cola.

Premesse (e promesse) ottime per una prosecuzione altrettanto deludente: a metà romanzo, la storia sfocia lentamente ma inesorabilmente nei toni melensi del feuilleton, e la sottotrama della storia d’amore tra Maximilien e Valentine, quest’ultima figlia di un avversario di Dantès, prende il sopravvento. Pagine e pagine di “Mi ami? Oh, ma quanto di ami?” nell’ennesima, insopportabile cornice del giardino segreto/hortus conclusus. Insomma, tutto quello che NON vorreste leggere nel pieno di una spirale di vendetta, violenza e scontri mor(t)ali.

Il libro rimase sul mio comodino per mesi, nell’angosciosa e inutile attesa di essere riaperto, fino a quando non mi chiamarono dalla biblioteca per ricordarmi che in Italia rubare è ancora reato.

 

Francesco Del Prato – Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Cominciato un paio di volte, mai finito. Ma non ho argomenti razionali, è sempre stata tutta una questione di sensazioni, di fastidiose suggestioni provocate da una lettura che ho sempre trovato faticosa.

Leggere di Tancredi di Salina, del principe Fabrizio, di vicende politiche poco avvincenti e degli amorucoli dei rampolli mi restituiva una sensazione di oppressione, di afa, di lentezza e pesantezza canicolare. Quasi un fastidio fisico, una sensazione sgradevole addosso. La narrazione a blocchi non aiuta, la mia totale insensibilità verso quel capitolo storico in quelle terre tantomeno, e certo questo sentimento di decadenza è fortemente cercato – fatto sta che fatica, fatica e ancora fatica. Una narrazione di un universo stanco che non mi appartiene, ecco a cosa associo il Gattopardo.

Ma ripeto: pura irrazionalità. I romanzi hanno anche questo potere.

 

Felix Davarr – Gita al faro di Virginia Woolf

Quando mi addormento leggendo, se ho tra le mani qualcosa di valido, faccio il seguente incubo: siamo in una realtà parallela dove i romanzi sono tutti delle opere d’arte perfette, da cui i lettori traggono lezioni fondamentali sul senso della propria esistenza; quando un romanzo viene portato a termine, al lettore è concesso salire un gradino verso la conoscenza. Nella scala che tutti gli uomini devono salire, Virginia Woolf sta seduta nel mezzo a guardarci come una sfinge a cui la tradizione del romanzo inglese, fatta di satira, eroine, arrampicate sociali, ha per dispetto scalfito il naso con una cannonata. Già offesa da questo sfregio, la Sfinge Virginia ti blocca in mezzo e comincia a farti domande in maniera sconnessa. Anche io a un certo punto me la trovo davanti, ma nemmeno il tempo che lei finisca la domanda che mi viene un attimo da sorridere, e per questo vengo rispedito con una zampata al gradino più basso. Il sogno finisce con me condannato a bivaccare per l’eternità in un mondo di analfabeti.

Morale: avevo letto la Signora Dalloway, e preso da vezzi adolescenziali avevo subito iniziato la Gita al faro. Dopo quaranta pagine ho iniziato ad avvertire i primi sintomi di un intossicazione da presunzione, solipsismo, mancanza assoluta di ironia (se non per profondere disprezzo) e ho capito che forse, forse, forse questa cosa di leggere e scrivere romanzi per astrarsi da tutto e da tutti è una maniera poco sana di approcciare le cose. Mi piace ricordare la Gita al faro come un romanzo come un punto d’arrivo importante nella mia soglia della sopportabilità. E ogni volta che il critico di turno declama che i romanzi sono prima di tutto opere comiche mi passa ogni voglia di fare le scale.

 

Per salvare l’Euro dobbiamo ripristinare il Goleador Standard

in Articolo by

Attenzione: il presente articolo fu scritto dal sottoscritto nel 2010. Da allora, nessun risultato. E’ quindi necessario alimentare il fuoco della protesta – e del mio personale amarcord – per lottare ed ottenere un sistema finanziario equo, popolare ed etico.

1971: Richard Sexy Nixon chiudeva l’era del Gold Standard, quella politica monetaria rinnovata con gli accordi di Bretton Woods (1944) ma già conosciuta fin dalla drammatica scomparsa del baratto. Politica non molto complicata del resto: uno yankee si sarà alzato e avrà detto: “Jamme bell, facimm’ che leghiamo o’ valore dell’oro al dollaro. Di conseguenza, o’ valore delle altre monete (marco, lira, sterlina, paperdollari…) verranno a loro volta calcolate sempre in base alla moneta americana, ya!”. Insomma, anche il più schifoso quarto di dollaro aveva un suo equivalente in oro.

1988-2002: ho vissuto 14 anni della mia vita sapendo che, cascasse il mondo, se avevo 50 lire in tasca potevo andare in qualsiasi bar e comprarmi una Goleador. Ero parte integrante ed inconsapevole del Goleador Standard, che fissava il valore della Lira a queste caramelle dal triplice gusto (liquerizia, coca, e finta-frutta). Non esisteva qualcosa di valore inferiore alla Goleador dato che il suo equivalente monetario, cioè la moneta argentea con l’omino che si tira una martellata sul cacchio, era il più “povero” in circolazione.

2002-oggi: LA DUPLICE APOCALISSE: 1) arriva l’euro, e ci fa dono di monetine puzzolenti e caccolose da uno e due centesimi. 2) un inspiegabile balzo dell’inflazione, interamente localizzato nelle adorate Goleador, fa salire il prezzo dei bon bon da 50lire (=0.0259 €) a 0.10€: incremento del 286%: inflation targeting stuprato e la Banca Centrale Europea omertosa meretrice (per non parlare di certi mercati neri – il bar dell’Università Bocconi – che le vendono a 0.20€).
Risultato, i portafogli si gonfiano di ramini e le caramelle rimangono sui banconi: il primo problema legato alla presenza di una moneta che non può essere convertita autonomamente in un bene reale e che dunque non ha senso d’esistere; il secondo legato ad un aumento dei prezzi che rende la Goleador un prodotto sconveniente, la cui classe nobile in quanto proletaria (unico punto di uguaglianza tra gli oratori cattolici e i circolini comunisti) viene denigrata ed accomunata ad un volgare pacchetto di Tic Tac.

Non posso credere che in Europa esista un Paese che vende un bene ad un centesimo, non ci credo!
Quali possibili soluzioni?
1) abolire gli uno e due cents, raccoglierli, fonderli e farci un’enorme statua di bronzo fallica;
2) mantenere i cinque cents, ma dividere il pacchetto di goleador in due pezzi, vendendo singole barrette: lo so, permettere il divorzio di una coppia storica è blasfemia e va contro il concetto naturale di famiglia (fonte CEI), ma siamo in tempi di crisi;
3) in sostituzione alla separazione del punto 2), nazionalizzare (anzi, europizzare) la produzione di Goleador affinchè si crei un monopolio che abbassi i prezzi del pacchetto di gommose a 5 cents. E fanculo il debito pubblico;
4) se proprio volete mantenere anche gli uno e i due cents, allora proponetemi un bene dello stesso valore, ma che sia gustoso, pratico, ed immediato.

Caro Trichet Draghi, sono pronto a sottoscrivere tutte queste proposte (tranne, forse, la statua fallica), ma, per il bene dell’ Unione Europea, dobbiamo agire alla svelta!

Romanzi Cartolarizzati – Episodio I

in scrivere by

Visto che coi giornali trovate sempre una raccolta di libri e di DVD, si è pensato di farlo anche qui a Libernazione. Purtroppo, il nostro finanziatore occulto C. De Benedetti (che, a fini di mantenere l’anonimato, chiameremo semplicemente Carlo) ha detto che i soldi per i diritti non ce li da, e quindi abbiamo dovuto riccorrere alla formula della cartolarizzazione. La cartolarizzazione, in finanza, è sostanzialmente l’accumulo di titoli di vario genere che vengono mescolati e a successivamente distribuiti in maniera omogenea tra vari invevstitori. E’ come preparare un cocktail: prendi quattro o cinque ingredienti, li mescoli per bene e poi distribuisci a tutti lo stesso mix di preparato.

Parte quindi il primo episodio di Romanzi Cartolarizzati. Ne seguiranno altri due.

(il gioco ovviamente sta nell’indovinare gli ingredienti. In realtà è piuttosto semplice, ma il sottoscritto ha preparato questo post nel 2011 e oggi si è dimenticato le risposte).

EPISODIO I

Un tempo i Badwill erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza, Colorado; ce n’erano persino a Denver, e ad Aci Castello, tutti buona e brava gente di mare, proprio all’opposto di quel che sembrava dal nomignolo, come dev’essere. Adesso a Trezza non rimanevano che i Badwill di padron Tony, quelli della casa del nespolo, e della Provvidenza ch’era ammarata sul greto, sotto il lavatoio, accanto alla Concetta dello zio Cola e alla paranza di padron Fortunato. Povero padron Tony. La casa non era pagata. Era la sua nemica, quella casa. Ogni volta che egli faceva scricchiolare il pavimento della veranda, la casa diceva, sfacciata: non sono tua, Anthony Badwill, e non lo sarò mai. Il banchiere a cui apparteneva la casa era uno dei suoi peggiori nemici. Helmer il banchiere. La feccia dell’umanità. Più di una volta aveva dovuto presentarsi a Helmer per dirgli che non aveva abbastanza soldi per sfamare la sua famiglia. Helmer, i capelli grigi ordinatamente scriminati e le mani morbide, gli occhi da banchiere che parevano ostriche ogni volta che Anthony Badwill diceva di non aver soldi per pagare le rate della casa. Impossibile parlare a un uomo della sua razza. Odiava Helmer. Gli sarebbe piaciuto spezzargli l’osso del collo, strappargli il cuore dal petto e poi calpestarglielo. Ogni volta che pensava a Helmer borbottava: arriverà il giorno! Arriverà il giorno! Non era sua la casa, e gli bastava toccare la maniglia della porta per ricordarsi che non gli apparteneva.

Suo padre aveva osservato che, costantemente, in certe stagioni il solfato di rame saliva e in altre calava di prezzo. Decise perciò di comperarne per speculazione nel momento più favorevole, in Inghilterra, una sessantina di tonnellate. Poi il padre telegrafò al figlio che il buon momento gli sembrava giunto e disse anche il prezzo al quale sarebbe stato disposto di concludere l’affare. Mi ricordo la tranquillità e la sicurezza con cui Tony s’accinse all’affare che infatti si presentava facilissimo perché in Inghilterra si poteva fissare la merce per consegna al nostro porto donde veniva ceduta, senz’esserne rimossa, al nostro compratore. Egli fissò esattamente l’importo che voleva guadagnare e col mio aiuto stabilì quale limite dovesse stabilire al nostro amico inglese per l’acquisto. Tony dunque, per menare avanti la barca, aveva combinato con lo zio Crocifisso Woodenbell un negozio di solfato da comprare a credenza per rivenderli in Europa, dove compare Cinghialenta aveva detto che c’era un bastimento di Trieste a pigliar carico. La Longa, nuora di Tony, seppe del negozio di solfato e rimase a bocca aperta, e padron Tony dovette spiegarle che se il negozio andava bene c’era del pane per l’inverno, la plastica al seno per la neo sedicenne Mena e il Mercedes per Tony Junior. Tuttavia da Londra capitò un breve dispaccio: Notato  eppoi l’indicazione del prezzo di quel giorno del solfato, più elevato di molto di quello concesso dal loro compratore. Addio affare.

Tony era depresso per questo fallimento, che poteva costargli caro. Passava tutto il giorno a dormire e oziare sull’ottomana nella sua stanza. Lo svegliò definitivamente qualcuno che bussava con forza alla porta. «Ma apri, dunque! Sei vivo o morto?… Non fa che ronfare!» gridava Nastàsja, la sua cameriera, picchiando col pugno sulla porta. «Sono giorni e giorni che ronfa come un maledetto cane; e lo sei, un maledetto cane! Su, apri! Sono quasi le undici.» Balzò su dal divano, poi si sedette. Il cuore gli batteva da fargli male. Si sollevò, si chinò in avanti e tolse il gancio. L’intera stanza era talmente piccola che si poteva togliere il gancio senza alzarsi dal letto. Nastàsja lo guardò in un modo strano: in silenzio, gli tese un foglietto grigio, piegato in due e sigillato con la ceralacca.

«Un avviso dall’ufficio,» disse consegnandogli la carta.

«Da quale ufficio?»

«Come, quale ufficio? Significa che vi vogliono alla polizia; che scoperta!»

«Alla polizia!… E perché?»

«E io che ne so? Se ti vogliono, vacci.» La fissò attentamente, si guardò attorno e alla fine si volse per andarsene. «Ma che roba è questa? Per quel che ne so, io non ho niente da fare con la polizia! E perché proprio oggi?» pensava, immerso in un’angosciosa perplessità. «Santo Dio, purché tutto finisca presto!» Stava per gettarsi in ginocchio a pregare, ma poi scoppiò a ridere: non della preghiera, ma di se stesso.

Vasco Rossi è stato un genio e io devo chiedergli scusa.

in arte/musica by

Qualche giorno fa mi ero messo ad ascoltare un best of di Franco Battiato, di cui fino ad allora conoscevo essenzialmente tre canzoni: Cuccuruccuccù, Bandiera Bianca e Centro di Gravità Permanente. Dalle casse sono cominciate ad uscire fuori Prospettiva Nevskij, L’Era del Cinghiale Bianco,  Summer on a Solitary Beach e tante altre ancora, e sebbene per un secondo mi sia rammaricato di non averle mai ascoltate prima, a dominarmi è stato subito dopo la meraviglia di avere davanti a me un’intera discografia ignota e di qualità eccelsa, praticamente un godimento infinito.

Mi ero quindi ripromesso di ascoltarmi ogni singolo album nelle settimane successive e così ho cominciato con Patriots. Mentre stavo per passare a Gommalacca, è avvenuto – ahimè – qualcosa di strano e mostruoso. Da un angolo remoto del mio cervello, come il serpente che tenta Eva con una pasticca fuori dalla scuola, ho sentito me stesso pensare: “Beh, se per questo, non hai mai ascoltato nemmeno la discografia di Vasco”. Il maledetto suggerimento veniva dal fatto che, gli stessi giorni in cui avevo l’epifania su Battiato, mi era capitato di ascoltare per la prima volta Colpa d’Alfredo. 

“Ho perso un’altra occasione buona stasera / è andata a casa con il negro, la troia”.

Come scusa? Ha proprio detto “è andata a casa con il negro, la troia”. Mi ero fatto la classica risatina da stupore in ritardo di 36 anni ed ero andato avanti ad ascoltare. Beh, pazzesco! Non mi aspettavo da Vasco un testo in cui, anziché vagheggiare i soliti sentimenti noiosi e banali, veniva narrato un aneddoto con un dettaglio incredibile delle persone coinvolte, del luogo, di tutto ciò che è contenuto effettivamente nelle parole e ciò di cui non c’è nemmeno bisogno di dire un aggettivo. Non è affatto facile rendere al pubblico una descrizione fotografica di una situazione usando pochissimi versi, ma Colpa d’Alfredo ci riesce benissimo.

Così, ancora con l’ironia imbecille di chi guarda Ciao Darwin “perché mi piace il trash e mi piace soprattutto sapermi migliore di loro”, ho cliccato sull’album omonimo alla canzone. “Solo un attimo, poi torno a Battiato.”.

Cantanti completamente strafatti durante un concerto: deve esserci un momento nella vita di queste persone in cui il bivio tra sopravvivere e soccombere è decisivo. L’importante è trovare sempre qualcosa di ironico nelle cose, come il fatto che questo video sia stato caricato dal profilo ufficiale del Partito Democratico.

Tralascio il classico Non l’hai mica capito, ché sulla questione dei classici pop di Vasco ci voglio tornare dopo. Susanna è divertente ma dimenticabile, senonché mi colpisce perché penso a mia sorella che si chiama come la canzone, che è contemporanea (o quasi) al disco e da ragazza era fan di Vasco, e mi viene in mente che magari questo brano le piaceva tantissimo da piccola e che dovrei ricordargliela la prossima volta che la sento. Poi Anima Fragile, dove tiro un sospiro di sollievo: finalmente una canzone inutile alla Vasco Rossi. E sono già pronto a chiuderla lì, quando salta fuori Alibi, e di nuovo mi accorgo che sono letteralmente immerso nella scena descritta. Non solo, ma poi comincia ad elencare “devono accertare / controllare / verificare / analizzare / eventuali connivenze / coincidenze”. Un uso delle parole singole, tutte in rima, che non so come ma mi ricorda Nun te reggae più. 

Cavolo, un disco piacevolissimo. Ha le canzoni strane, le canzoni famosissime e spensierate, un tot di canzoni banalotte come è lecito che sia per un album non scritto dai Beatles. O da Battiato, per dire. Così mi viene un dubbio: stai a vedere che prima di diventare famoso, Vasco era bravo. Seleziono quindi Non siamo mica gli americani  e schiaccio play.

Signori, popolo che mi legge, voglio oggi chiedere scusa a Vasco Rossi. Mi scuso per tutte le volte che ho pensato che fosse un coglione totale, uno dei minimi livelli della musica italiana, fagocitatore di fama senza aver contribuito a nulla in Italia se non ad arricchire i gestori degli stadi di calcio. Perché se da un certo punto in avanti della sua carriera questi concetti possono anche essere in parte o del tutto veri, è sicuramente certo che come artista ha fatto dei veri e propri capolavori assoluti quali Non siamo mica gli americani. 

L’album, il secondo della sua discografia, contiene 8 canzoni. Una metà è piacevolissima. L’altra metà è già diventata pietra miliari mia personale raccolta di canzoni fondamentali. Si tratta innanzitutto di Fegato, fegato spapolato, che guarda un po’ inizia esattamente come Alibi. E, nuovamente, racconta in maniera fotografica una mattina – che diventa poi automaticamente l’intera giovinezza – del classico fattone del piccolo paesello di provincia. Noi oggi quando vogliamo attribuire un complimento ad un altro divo del pop, Max Pezzali, diciamo “Eh, ma come ha raccontato lui certe situazioni dei ragazzi di provincia, proprio nessuno”. Sì, ma si trattava dei ragazzi puliti, quelli da oratorio d’inverno e Grest d’estate, e delle loro comunissime disavventure. Quindici anni prima Vasco parlava già dei comunissimi problemi dei lazzaroni tossici e cazzari che esistono e sempre esisteranno in provincia. Gente priva delle velleità dei disgraziati cantati dai Baustelle. Nonostante per assurdo poi il testo contenga tracce di poesia talvolta perfettamente unita al comico:  “La primavera insiste la mattina” o “La festa ha sempre lo stesso sapore, gusto di campane, non è neanche male”. Montale, scansati.

Segue Sballi ravvicinati del 3° tipo. Concetti dello spazio profondo, melodie lontane come i già citati L. dei Baustelle o No Time No Space di Battiato. Solo che parla, di nuovo, di fattoni completamente persi. Gente che non ha bisogno di parlare di serpenti giganti e autobus blu per spiegare che si è imbottita di fumo peggio di una centrale a carbone dell’800. E poi Non siamo mica gli americani, con quell’intro assurdo in dialetto meridionale o con quella divagazione (Astro del Ciel) dentro la melodia senza alcun motivo apparente che oggi vengono ricalcate da Elio e le Storie Tese,. Con la differenza che Elio parla di cose demenziali del tutto immaginarie, mentre Vasco sta semplicemente recitando frasi che le persone semplici pensavano o dicevano per davvero durante la leva militare. Perché se la guerra rende i soldati semplici vittime e poeti (aka Generale, quella famosa di Vasco che poi ha rifatto De Gregori…no dai, scherzo) in tempo di pace a dominare è la pura noia di essere obbligati a fare da guardia alla polveriera di domenica sera, sotto la sarcastica minaccia della guerra fredda.

E infine Albachiara. Uno, superata l’adolescenza, deve rendersi conto che il pop non è una merda. Il pop, come tutte le cose, può essere una roba orrenda o un’opera d’arte. Dietro Uptown Funk di Bruno Mars, per dire, c’è del genio. Dietro i diversi singoli di Pharrell Williams c’è del lavoro impressionante. E noi italiani non possiamo chiamare “cantautorato” le canzoni di massa che ci piacciono per lasciare che al pop la spazzatura. Adesso venitemi a dire che Agnese non è pop come Albachiara. Che Notte prima degli esami non è pop come Albachiara. Una canzone che non è orecchiabile, non è che si lascia ascoltare. E’ una bomba universale che al secondo ritornello stavo per salire in piedi sulla scrivania, tirare un calcio al monitor e cantare in mezzo all’ufficio. Ed è solo perché sono a Tokyo; se fossi stato in Italia non solo il gesto non avrebbe avuto ripercussioni, ma sono pronto a scommettere che avrei potuto interrompermi a “Sei fresca come…” e, col gesto del microfono rivolto al pubblico, lasciare che i colleghi completassero il verso.

 

vasco fan

 

E nonostante tutto, oggi, Vasco Rossi è oggettivamente il simbolo del peggio che la musica italiana possa offrire. Con il senno di oggi, mi dispiace pure per lui. Come sia avvenuta questa trasformazione non lo so, non conosco la sua biografia né moltissimi degli album che sono venuti dopo Vado al massimo, l’ultimo album – per altro anch’esso stupendo – che si è fermato a quota 100mila dischi venduti. Sarà stato il successo: Bollicine, subito successivo e con un milione di copie vendute, mi ha fatto cagare. Magari è perché ha riunito sotto di se gli eroi di cui cantava, cioè quei fattoni ignoranti e privi di sogni che presi singolarmente in qualche serata all’osteria fanno ridere a crepapelle ma messi tutti dentro ad uno stadio finiscono per fare cose immonde (dovrebbero scrivere un libro sui racconti di gente che negli anni 80-90 andava ai suoi concerti: venderebbe più di tutti i titoli di Palahniuk messi assieme).

Quello che è certo e che sono stato mosso da un pregiudizio, ed è giusto che me ne penta.

I referendum sull’ambiente sono dannosi alla salute.

in politica by

Ebbene sì, i referendum sull’ambiente sono dannosi alla salute. Sicuramente, alla mia. Perché io vi giuro che divento pazzo, pazzo! quando leggo le dichiarazioni dei politici quando si tratta di referendum che coinvolgono temi riguardanti la natura. Che poi la chiave di lettura è una, la stessa di molte altre occasioni, fatto salvo che in questi casi è bella in evidenza e nessuno però la afferra per poi correre a chiudere la gabbia di matti. Oppure non serve una chiave, ma anche solo degli auricolari speciali che trasformano le parole dette in parole sottintese. Per esempio:

“Senta, Onorevole XYZ, cosa voterà al prossimo referendum su questo importante tema ambientale?”

(il pubblico si mette le cuffie magiche)

“VOTEREMO COSI’ SOLO PER OPPORCI A PRESCINDERE AGLI AVVERSARI”

Ma seriamente, perché voi credete che a Renzi, Salvini, Meloni o Di Battista fotta qualcosa delle trivelle? Stiamo assistendo a ribaltamenti concettuali pazzeschi, roba da salto triplo senza rete protettiva. Pertanto, guarda un po’, troviamo tutte le opposizioni serrate a favore di un referendum che, sempre casualmente, è fonte di una decisione del governo, con quest’ultimo come da copione che invece di entrare a gamba tesa e spiegare per filo e per segno perché sia una legge da mantenere, vivacchia e fa finta di niente, complice il (mal)funzionamento del sistema del quorum.

Quindi, per fare un po’ di esempi.

Salvini, Meloni, e M5S si dichiarano favorevoli alla chiusura di centri di produzione italiana, dove lavorano italiani, che pagano le tasse allo Stato italiano. Meglio quindi importare tutto da paesi stranieri (magari quelli arabi!) che tanto la produzione interna è poca cosa. Eh, ma l’olio tunisino allora? “Guai a chi tocca la produzione italiana a favore dei paesi stranieri! Ecco le facce dei criminali che hanno abolito i dazi!”

Dall’altra parte della barricata, stesso identico imbarazzo. Vi ricordate come il PD spalleggiava sornione i movimenti “per l’acqua pubblica”, nonostante lo stesso Bersani fosse favorevole al Decreto Ronchi? E quindi, l’acqua del mare non dev’essere pubblica quanto quella del rubinetto? Il silenzio del Governo di adesso mi ricorda lo stesso identico silenzio di quello del 2011, come già giustamente notato da altri su questo blog.

Pertanto, vi prego, vi scongiuro: fateli questi referendum, ma non chiedete un parere ai politici. Sembrerà assurdo, lo so, ma vi giuro che alla fine vi sentirete meglio.

L’olio tunisino e qualche notizia dall’Ottocento

in Articolo by

Come al solito un argomento piuttosto interessante viene sputtanato dal fatto che i partecipanti che pesano di più nel dibattito sono gli urlatori del mercato che non si vergognano né di fronte alla falsità né all’assurdità dei loro ragionamenti. La decisione del Parlamento Europeo di alzare le tonnellate di olio tunisino esenti dal dazio da 57mila a 90mila tonnellate avrebbe dovuto favorire analisi intelligenti per meglio ponderare gli effetti positivi con i rischi potenziali. Invece le considerazioni più manifestate sono le bestialità di chi ha sempre parlato di “aiutarli a casa loro” e di chi propone un piano nazionale quinquennale per le olive (se Dibba fosse stato leader dell URSS, la guerra fredda sarebbe durata quanto un raffreddore).

In questi giorni in cui – nel 2016! – si sente parlare di autarchia, mi sono venuti in mente alcuni paragrafi de L’Età degli imperi di Hobsbawm (capitolo II, L’economia che cambia). Parlano della situazione europea nella seconda metà dell’Ottocento, quando tutti gli Stati sperimentavano l’aumento di produzione nonostante mercati interni piccoli e chiusi nelle dogane (non solo nazionali ma anche regionali, se non provinciali o comunali), e del ruolo della liberista Gran Bretagna come elemento stabilizzante per l’economia. Li lascio qua, che li trovo molto interessanti e ho la certezza siano più decenti del Dibba.

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“I governi erano molto più inclini a dare ascolto agli assai consistenti gruppi di interesse e strati elettorali che li sollecitavano a proteggere il produttore nazionale dalla concorrenza delle merci d’importazione. Queste categorie infatti non comprendevano soltanto, come prevedibile, le foltissime schiere degli agricoltori, ma anche una massa ingente di industriali nazionali che miravano a ridurre al minimo la “sovrapproduzione” escludendo almeno i rivali stranieri. La “Grande Depressione” mise fine alla lunga era liberistica, almeno nella sfera del movimento delle merci.

[…]

Fra tutti i principali paesi industriali soltanto l’Inghilterra rimase fedele al liberismo puro, nonostante le forti pressioni esercitate di quando in quando dai protezionisti. Ciò per ovvie ragioni, del tutto indipendenti dall’assenza di un numeroso ceto contadino, e quindi di un largo suffragio automaticamente protezionistico. L’Inghilterra era di gran lunga la massima esportatrice di prodotti industriali, e nel corso del secolo si era venuta sempre più orientando verso l’esportazione […] Era l’esportatrice maggiore di capitali, di servizi commerciali e finanziari “invisibili”, e di servizi di trasporto.

[…]

D’altronde, anche se di questo dato ci si dimentica spesso, L’Inghilterra era di gran lunga il massimo sbocco delle esportazioni primarie mondiali, e dominava – potremmo dire costituiva – il mercato mondiale di alcune di queste, come lo zucchero di canna, il tè e il frumento, di cui nel 1880 acquistava circa la metà del totale commerciato internazionalmente. Nel 1881 gli inglesi compravano quasi la metà delle esportazioni mondiali di carne, e molta più lana e cotone di chiunque altro. E quando l’Inghilterra, durante la depressione, lasciò declinare la propria produzione alimentare, la sua propensione a importare si accentuò ulteriormente. Nel 1905-09 essa importava non solo il 56 per cento dei cereali che consumava, il 76 per cento del formaggio e il 68 per cento delle uova.

La libertà di commercio appariva indispensabile, perché consentiva ai produttori primari d’oltremare di scambiare i loro prodotti con quelli industriali britannici, e rafforzava quindi quella simbiosi

[…]

Per l’Inghilterra i costi non erano trascurabili. Il libero scambio comportava la decisione di lasciare che l’agricoltura inglese, se non riusciva a stare a galla, colasse a picco. L’Inghilterra era il solo paese in cui anche i politici conservatori, nonostante l’antico impegno protezionistico di simili partiti, erano disposti ad abbandonare l’agricoltura.

[…]

Ma il liberoscambismo non rischiava di sacrificare altresì l’industria britannica, come temevano i protezionisti? Considerando le cose da un secolo di distanza, quel timore non appare del tutto infondato. Il capitalismo in fin dei conti esiste per fabbricare soldi e non questo o quel determinato prodotto. Ma se già era chiaro che l’opinione della City londinese contava assai più di quella degli industriali di provincia, per allora gli interessi della City bnon apparivano ancora in contrasto con quelli del grosso dell’industria. L’Inghilterra rimase liberista (tranne riguardo all’immigrazione: fu infatti uno dei primi paesi che introdusse nel 1905 norme discriminatorie contro l’afflusso massiccio di stranieri – ebrei).

[…]

Ma qual’era il suo [del protezionismo] effetto? Possiamo ritenere acquisito che un eccesso di protezionismo generalizzato, che cerchi di barricare contro gli stranieri ogni economia nazional-statale dietro un apparato di fortificazioni politiche, è dannoso per la crescita economica mondiale; cosa sufficientemente dimostrata nel periodo fra le due guerre mondiali. Ma nel 1880-1914 il protezionismo non era né generale né, salvo occasionali eccezioni, proibitivo; e come abbiamo visto si limitava all’ambito dello scambio di merci, senza toccare il movimento della forza lavoro e le transazioni finanziarie. Il protezionismo agricolo, nel complesso, funzionò in Francia, fallì in Italia (dove la risposta fu un’emigrazione massiccia) e funse da riparo per i grandi agrari in Germania.

[…]

Di fatto la centralità britannica fu per il momento rafforzata dallo sviluppo del pluralismo mondiale. Le economie neoindustrializzate, comprando dal mondo sottosviluppato una quantità maggiore di prodotti primari, cumulavano infatti farà loro un deficit cospicuo nell’interscambio con quel mondo. Soltanto l’Inghilterra ristabiliva un equilibrio globale, con l’importare una quantità maggiore di manufatti dai propri rivali, con le sue esportazioni industriali verso il mondo dipendente, e soprattutto con le massicce entrate invisibili provenienti sia dai suoi servizi finanziari internazionali sia dal reddito fornito al massimo creditore mondiale dai suoi enormi investimenti esteri. Il relativo declino industriale dell’Inghilterra ne rafforzava così la ricchezza e la posizione finanziaria.

Quest’uomo è stato più importante di Steve Jobs

in società by

Artur Fischer è stato un inventore tedesco, morto il 27 gennaio a 96 anni. Ha depositato, dicono, più brevetti di Edison (1100 contro 1093). La sua invenzione più famosa è stato il tassello ad espansione, quel tòcco di plastica con le alette che cacci nel muro prima di avvitare una mensola o un lampadario e sei sicuro che non verranno mai giù. Mai. Neanche se sganci una bomba H sull’abitazione. Con Kanee Mortee, collega su questa pagina nonché esperto in lavori di mano (dal montaggio di una staccionata alla mossa del colpo che se te lo dà muori dopo 5 passi) riflettevamo sul fatto che Artur Fischer è stato meglio di Steve Jobs.

Confrontiamo un prodotto Apple e il tassello a espansione. Il primo non nasce come invenzione ex-novo, ma aumenta le prestazioni e rende più cool oggetti già esistenti. Bene, bravo, chapeau. Adesso mettiamo brutte recensioni su Tripadvisor senza neanche rifletterci fino a casa e non siamo più costretti a leggere il retro dello shampoo seduti al bagno ma possiamo fare battutine su Facebook in modo che i nostri amici, a loro volta seduti in bagno, possano leggerle e mettere like (ci avete mai pensato? Quanti like avete preso da qualcuno mentre stava faendo la cacca? Kanee dice che è il momento in cui mette più like in assoluto perché si sente in pace col mondo. Una volta ha addirittura messo like ad uno status di Mario Adinolfi). Ma il tassello a espansione è un’idea totalmente nuova e immediatamente indispensabile. Nasce, ed è già perfetta: non può essere migliorata.  Non servono ottanta versioni, aggiornamenti annuali, file in negozio per avere l’ultima release. No, basta una sola edizione, la prima. Sublime. Possiamo lecitamente chiederci: “Cosa sarebbe delle nostre vite se non fosse esistito l’Iphone, o l’Ipod, o il Mac?”.  Beh, gli smartphone già esistevano, i lettori mp3 pure e i computer erano nati nell’anteguerra. Magari avremmo dovuto attendere la venuta di qualcuno che li rendesse più funzionali, ché alla Samsung o a Google non sarebbe venuto il pepe al culo per la ricerca senza quelli di Cupertino. Ma andate da vostro padre, nascondetegli tutti i tasselli ad espansione, e poi chiedetegli di mettere su un lampadario. Io l’ho fatto al collega Kanee mentre era distratto, e ora non posso più alzarmi ed andare fino al frigorifero, che dista dal tavolo circa 6 passi.

Non voglio fare il sentimentale del medioevo, di quelli che “Ah, l’artigianato…”, “Ah, i mestieri di una volta” “Ah, l’elettronica è inaffidabile rispetto alla meccanica”. Non so nemmeno smontare un rubinetto. Del resto sto scrivendo questo pezzo solo perché non potendomi alzare, Kanee mi sta dettando tutte queste cose mentre accartoccia a mano nuda una noce di cocco per poter renderla spazio-efficiente dentro il bidone dell’umido. Eppure, non possiamo che soffermarci a pensare a quanti miliardi di persone conoscono e venerano Steve Jobs, il cui merito maggiore forse è stato quello di renderci peggiori (avevo letto, forse su Avant la Guerre, una frase tipo “i discorsi di Steve Jobs hanno reso possibile a tutti avvicinarsi a un qualcosa che comunque non raggiungeranno mai”). Invece nessuno conosce Artur Fischer, un genio a cui gli ufficiali militari fregarono un modellino di aereo che aveva realizzato come regalo alla madre per consegnarlo a Hitler come dono natalizio della truppa che il dittatore stava visitando in quel momento. Avrà pensato: “Io a quello lo appenderei volentieri al muro per non farlo più scendere”.

Per uno Steve Jobs, a cui dedichiamo film e libri, stiamo dimenticando molti altri che come Fischer hanno cambiato veramente le nostre vite, rendendole davvero migliori. George De Mestral (1941), che ha inventato il velcro ispirandosi alle piante. Whitcomb L. Judson (1893), che ha creato la cerniera lampo (e di conseguenza le sveltine). Leo Gerstenzang (1923) che ha inventato i cotton fioc senza nemmeno immaginare che sarebbero stati usati erroneamente per pulircisi le orecchie. Persone a cui dobbiamo la vita come la conosciamo oggi, dove i lampadari non ci cadono in testa, le felpe si possono slacciare davanti se fa caldo (ma non troppo caldo) e abbiamo i timpani sfondati da un bastone che serviva a tutt’altro, del resto, diciamoci la verità, a cosa servono davvero i timpani?

Noi non solo non possiamo che venerare questi geni, ma al contempo dobbiamo anche ringraziare chi oggi giorno continua a lavorare per produrli, nonostante sia più figo dire “faccio il social media manager” rispetto a “fondo l’acciaio per farci le chiavi inglesi”. Provate voi ad avvitare un dado a/f 95 con l’Iphone 6s.

Dice Kanee che in Italia per esempio siamo i migliori nel produrre i cardini delle porte di tipo invisibile. In America (avrete presente quel famoso paese al di là dell’oceano?) perfino nelle case dei ricchi, usano ancora le due piastrine contrapposte, quelle che neanche al Brico le trovi più. Certo, vorrei dire a Kanee che l’inventore dei cardini invisibili è più uno Steve Jobs che un Fischer, visto che non ha inventato niente ma ha solo abbellito il concetto di cardine, però è appena uscito di casa per andare a strofinare via la pelle di un capidoglio per farne poi un coibentante per il bagno (tranquilli amici animalisti, il capidoglio era già morto e Kanee l’ha trovato a chilometro zero vicino a casa sua in Romagna).

Comunque, avete capito il concetto. Fischer meglio di Jobs. E ora che l’abbiamo dimostrato, io e Kanee ci concentreremo per la prossima iniziativa fondamentale: intitolare strade e monumenti agli esseri umani che sono morti per farci avere il pane, il vino, e altre cose che sembrano scontate ma voi ci pensate a quanti sono morti pensando di aver trovato una bacca commestibile e invece era velenosa? Quanti hanno macinato i tronchi di legno, o spremuto i gatti, pensando di ricavarne qualche elemento nutriente per la popolazione? Non dico avessero l’intenzione di tirare fuori un discreto Sassicaia strizzando dei funghi, ma nemmeno di lasciarci le ghette rimanendone intossicati.

Speriamo di poter portare al più presto una raccolta firme in Parlamento.

Vi teniamo informati.

San Vittore 2041 – Il viaggio nel tempo nelle prigioni

in scrivere/ by

Pubblichiamo le trascrizioni di mail misteriose rinvenute nella nostra casella di posta nella speranza che qualcuno possa fare luce su questo mistero.

 

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DA: ecaironi@polimi.mi.it

A: acavalli@fbmail.com

Oggetto: eureka!

24 Giugno 2040

Mia cara Anna,

Eureka! Ce l’abbiamo fatta, siamo riusciti finalmente a completare la macchina! Ieri sera abbiamo inviato il topolino di cavia indietro nel tempo, esattamente di un mese, e  stamattina è ricomparso nella porta temporale con legato al corpo un messaggio scritto da un mio alter-ego di un universo parallelo, che conferma la ricezione della cavia alla data esatta in cui l’avevamo spedito. Stiamo facendo tutte le verifiche del caso, ma stavolta la scaramanzia la voglio lasciar perdere perché il messaggio riportava esattamente una frase a cui ho pensato in tutti questi anni come prova di verità, e che non ho mai rivelato a nessuno, nemmeno per sbaglio.

Chiamami appena torni a casa, ti racconto per bene al telefono

Non sto più capendo niente dalla gioia

Ti amo

Ettore

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: giorgio.salati@min.interno.gov.it

Oggetto: RE: installazione impianto S.Vittore

03 Dicembre 2041

Gentile On. Salati,

è con grande soddisfazione che le comunico la buona riuscita dell’installazione dell’impianto di trasferimento temporale all’interno del carcere di San Vittore. Sono convinto che entro la primavera del prossimo anno, una volta conclusa anche la preparazione psicofisica dei soggetti scelti per la sperimentazione, saremo in grado di dare finalmente il via alla fase finale dell’operazione “Rewrite”. Non so ancora come ringraziarla per gli aiuti che ci sono stati dati dal Ministero degli Interni e da quello di Giustrizia, e la prego di ringraziare da parte mia i Ministri Teresiani e Capriccioli per tutto ciò che è stato fatto per questo progetto. Un ringraziamento speciale va ovviamente a Lei; senza il suo aiuto non saremmo stati in grado di giungere così vicini a qualcosa che fino a vent’anni fa era etichettato nella categoria della fantascienza.

Un caro saluto

Ettore Caironi

 

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: acavalli@fbmail.com

Oggetto: mi chiami?

6 Marzo 2042

Anna,

potresti chiamarmi appena arrivi a casa? Mi è appena arrivata una notizia che non saprei se definire tragica o allucinante. Devo rispondere a delle persone ma prima vorrei confrontarmi con te, che mi fai sempre venire in mente le parole giuste. Ti dico solo che, come temevamo, le elezioni politiche e il nuovo governo hanno avuto impatti seriamente negativi sul lavoro.

Baci

E.

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: mmaroni@min.giustizia.gov.it

Oggetto: RE: RE: progetto temporale S. Vittore

7 Marzo 2042

Egregio On. Maroni

ho letto la Sua risposta in merito al progetto temporale da me installato e gestito presso il carcere di San Vittore e non posso nasconderle preoccupazione e una certa difficoltà nel trovare, complice il mio stupore, le parole adatte per spiegarle la fallacia delle sue deduzioni in merito al progetto e il perché le decisioni prese dal Ministero possano impedire il raggiungimento di uno dei più grandi sogni nella storia dell’umanità.

Cercherò di spiegarle sinteticamente le mie argomentazioni, nella speranza di poter incontrare di persona il Ministro Cazorla il prima possibile, magari presso il laboratorio, in modo da convincerlo davanti all’evidenza dei fatti.

I viaggi temporali che abbiamo intenzione di realizzare non hanno scopo turistico né di scopo ludico. Forse siamo visti, agli occhi della politica, come gli scienziati pazzi che la letteratura fantascientifica ha descritto in passato, ma La prego di credere che non è così. Abbiamo voluto dare lo strumento definitivo ai sistemi detentivi per permettere loro di raggiungere l’obbiettivo principale, che è quello rieducativo e non, come molti tendono a credere, puramente punitivo. E da qui lo scopo dei viaggi: permettere ai carcerati di tornare indietro nel tempo ed impedire che i loro crimini vengano commessi.

Quando si affronta un viaggio indietro nel tempo, si crea automaticamente un universo parallelo che, al momento dell’arrivo del viaggiatore, è assolutamente identico al mondo da questi lasciato. In altre parole, se uno volesse tornare ad un mese fa, giungerebbe in un nuovo mondo assolutamente identico a quello presente nell’universo d’origine un mese prima della partenza. Dall’arrivo in avanti, invece, il nuovo universo prende una strada diversa da quello originario grazie alle scelte compiute dal viaggiatore e dalla sua interazione con le persone che lo circondano. Ivi comprese le vittime dei crimini per cui il viaggiatore è incarcerato. L’unica persona che scompare al loro arrivo è il loro stesso alterego. Non possono esserci due persone identiche nello stesso universo, e le nostre pubblicazioni dimostrano che, all’arrivo del viaggiatore, il suo alterego scompare ed egli ne prende il posto, nel punto esatto in cui si trovava. Per esempio, se tra un mese volessi tornare a questo istante in cui le scrivo la mail, mi troverei in un universo parallelo esattamente dietro all’alterego di questo mio computer, con le mani appoggiate all’alterego della tastiera.

Per anni, prima del viaggio, i detenuti scelti per affrontare il viaggio ricevono una rieducazione importante e una soprattutto una preparazione psicologica volta a due obbiettivi. Il primo: sapere con esattezza in che luogo, e durante quale situazione, il viaggiatore “atterrerà” nel nuovo mondo. Abbiamo ritenuto che la scelta più semplice sia di farli arrivare di notte, così che sia solo necessario sapere dove e con chi dormivano all’epoca. Il secondo, e più importante: avere la certezza che non commetteranno più alcun crimine e che gli alterego delle vittime siano, nel mondo parallelo, sane e salve.

Come vede, solo per descriverle queste considerazioni preliminari e necessarie ho dovuto impiegare molte parole, ed è perciò che insisto affinché i Ministri dell’Interno e della Giustizia, nonché le rispettive commissioni parlamentari, vengano a San Vittore affinché possa spiegare con maggiore efficienza e alle persone di competenza il perché sia necessario proseguire lungo il percorso seguito fino ad oggi, considerando quanto è breve la distanza dall’arrivo.

In attesa di una Sua cortese risposta, la ringrazio per l’attenzione e le auguro una buona giornata.

Distinti Saluti

Prof. Ettore Caironi

 

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: giorgio.salati@camera.parlamento.it

Oggetto: saluti

20 aprile 2042

Caro Giorgio,

considera questa come l’anticipo alla lettera di dimissioni che lascerò domani al Centro di Ricerca, allegando in copia Maroni e Bonamini, i loro viceministri e i presidenti delle commissioni. Non pensavo di dover arrivare a tanto, quando mancava così poco al successo. Ricordi quando siete venuti qua a San Vittore a vedere il laboratorio? Mai avrei pensato che tutte le informazioni e la totale trasparenza da parte mia venisse utilizzata poi dal governo per avere più punti su cui aggredirmi, addirittura pubblicamente.

Lo sai vero che mi hanno pure invitato – “caldamente” invitato – a partecipare ad un dibattito serale su Canale 5, per confrontarmi in pubblico con Salvini? Ho già visto come lui e i suoi uomini di governo hanno trattato in televisione la mia ricerca. Quali errori, quali falsità! E io dovrei rendermi ridicolo, farmi massacrare da queste macchine della retorica mentre il pubblico compiacente urla quando prendo parola? Ricercatori, docenti e politici di tutto il mondo fanno la fila per vedere il laboratorio ma il Ministro degli Interni mi ha vietato di confrontarmi con chiunque al mondo, con tanto di minacce poco mascherate.

Ho studiato per anni a questo programma. Ho provato a raccogliere tutte le falle che potevano emergere. Ho definito una linea etica rigida e severa. A chi temeva che i prigionieri scappassero nel mondo parallelo ho spiegato che il dispositivo di ritorno prevede un rientro inflessibile nel mondo originario, che non può essere rimosso a meno che il viaggiatore voglia venire nullificato (come possono far finta di non sapere che il dispositivo è l’unico strumento che permetta al viaggiatore “intruso” di non essere “mangiato” dall’universo ospitante? L’ho detto e scritto milioni di volte, e ancora ieri Il Giornale diceva che aiutavo i prigionieri ad evadere!).

Salvini e i suoi peones continuano a ripetere che questo sistema non riporta indietro le vittime. È vero, ma crea mondi in cui queste possono continuare a vivere, addirittura rimuovendo i loro carnefici, ché una volta che il viaggiatore ritorna nel mondo originario non esiste più traccia né di lui né del suo alterego parallelo in nessun universo esistente.

Mi arrendo. La macchina è pronta e funzionante. Ovviamente loro non vogliono usarla per questo fine ma figurarsi se vogliono distruggerla: chissà quali biechi utilizzi hanno in mente. Ovviamente ho preso le giuste precauzioni e nessuno oltre a me è in grado di farla funzionare, e nel caso di ripararla.

Addio, Giorgio, non credo che ci rivedremo ancora. Ti ringrazio, è grazie a te e ad Alessandro se sono arrivato così vicino ad un sogno. Nonostante l’epilogo, ti devo moltissimo.

Abbi cura di te

E.

 

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DA: ecaironi@svittore.mi.it

A: acavalli@fbmail.com

Nessun Oggetto

20 aprile 2042

Anna,

io in questo mondo non posso più vivere. Me ne vado lasciandoti un ricordo di egoista. Continuerò ad amarti altrove, ma tu non potrai più amare me. Ricorda che in un altro luogo io sto abbracciando Anna, la stessa che sei tu.

Ti amo

Ettore.

Shock presepe: statuine dell’ISIS a scuola

in cultura/ by

Il tema del presepe a scuola viene portato sulla tavola dell’opinione ogni Natale, ma mai come quest’anno. Sulla spinta di quanto accaduto a Rozzano, è nata una costellazione di casi che hanno mosso interesse su scala nazionale. Questa scuola fa il presepe, quella non lo fa, quell’altra lo fa ma organizza anche feste musulmane, ebraiche e induiste. Stavamo cercando anche noi di stilare una sorta di statistica, ma navigando tra i forum degli studenti siamo venuti a conoscenza di un caso eccezionale che sarà destinato a fare scandalo.

Si tratta dell’Istituto Tecnico di Borgo del Prato (TR), dove pare che il Preside, F. Cavani, abbia deciso di inserire nel presepe, tra un pastore e un angioletto, alcune statuine raffiguranti terroristi islamici. Una scelta che lascia interdetti e, immaginiamo, potrebbe provocare non pochi problemi in un momento in cui probabilmente non ce ne sarebbe bisogno. Siamo però riusciti a contattare il Preside, che – lo ammettiamo, sorprendentemente – ci ha invitato nel suo ufficio presso la scuola.

 

Buongiorno Preside. Non giriamoci intorno, questa cosa è parecchio…strana? Provocatrice? Pericolosa? 

“No, è semplicemente l’espressione democratica degli studenti, che hanno scelto deliberatamente dopo un percorso approfondito.”

Non sono sicuro di capire. Partiamo dall’inizio: è vero che verranno messe statuine di terroristi nel presepe? E chi l’ha deciso?

“Si, è vero, e lo hanno deciso gli studenti. Le spiego: ogni anno all’ingresso di questo istituto organizziamo il presepe. Ci sono tutte le statuine classiche, tranne alcuni elementi tratti dalla quotidianità. Riserviamo infatti un posto d’onore a figure nominate nei consigli degli studenti, scelte tra una rosa di personaggi che sono stati ritenuti fondamentali nel corso dell’anno solare. Lo scopo era quello di unire la tradizione alla contemporaneità. Per esempio un anno abbiamo avuto Neymar, un’altra volta Checco Zalone. Diciamo che gli studenti hanno sempre scelto divi dello sport o dello spettacolo, allontanando un po’ lo scopo didattico dell’esperimento”

E quest’anno hanno votato per l’ISIS?

“Onestamente quest’anno ho dato io una rosa di nomi all’interno dei quali votare. La presenza di star del cinema o del calcio stava diventando ripetitivo e come le dicecvo portava via un obbiettivo importante, cioè quello di capire gli elementi del presente e contestualizzarli nella nostra cultura, nella nostra società, nel nostro vivere quotidiano.”

Chi c’era in nomination?

“L’ISIS, che ha vinto. Poi: Papa Francesco, Angela Merkel, il Presidente Mattarella e Malala, la vincitrice del premio Nobel . Lo sa? L’ISIS ha vinto con grande scarto.”

Non crede che sia una burla da parte degli studenti?

“Può essere, ma d’altro canto gli studenti sono consapevoli delle scelte che fanno, nonostante queste poi possano trasformarsi in qualcosa di irresponsabile. Scegliere di mettere le milizie dell’ISIS al posto dei Re Magi avrà conseguenze significative all’interno del presepe. Come interagiranno tra loro, i pastori e i terroristi? E’ un aspetto che gli studenti hanno considerato. Non c’è ovviamente una risposta precostituita: le statuine jihadiste potrebbero farsi saltare in aria o rinunciarvi per accogliere il significato tradizionale che diamo noi occidentali al Natale: pace e salvezza per tutti. ”

Scusi, non credo di aver capito un passaggio. Le statuine dell’ISIS “potrebbero” saltare in aria?

“Certamente, saranno rivestite di petardi di buona potenza e collegate ad un detonatore. L’attivazione di quest’ultimo sarà del tutto aleatoria e verrà decisa il giorno dell’Epifania da un sistema di calcolo elettronico di cui nessuno conosce il funzionamento. Nemmeno io. L’abbiamo realizzato affinché la macchina decida tutto in maniera completamente randomica. Come per il gatto di Schrodinger.”

Lei vuole distruggere il Natale, se ne rende conto? Il licenziamento, direi, è praticamente garantito.

“Io non voglio distruggere né salvare alcunché. E’ stata fatta una scelta ed ora se ne pagano le conseguenze, se mai la macchina deciderà di accendere la miccia.”

Dio non gioca a dadi, e non lo dico io.

“Una frase senza senso; è la classica, meravigliosa frase retorica a cui si giunge quando si vuole difendere con la poesia ciò che ormai è scientificamente indifendibile. L’infantile speranza che tutto sia determinato da terzi, per cui noi non abbiamo responsabilità. Noi invece ne abbiamo, di responsabilità, perché possiamo scegliere mentre il fato ci accompagna. I dadi danno risultati casuali, ma scegliamo noi se giocare o se smettere. Lei ha paura per il Natale? Venga, la porto a parlare con le statuine. Venga. Eccoci qua. Parli con loro, ascolti cosa hanno da dire”

Parlare con le statuine? Lei è pazzo! 

“Parli, le dico, si rivolga a loro, domandi quel che vuole!”

E cosa mai dovrei dire?! Mi lasci andare, pazzo scatenato.

“AHIA Mannaggia all’agnello!”

Come scusi?

“Non ho parlato io…guardi bene laggiù… lo vede il suonatore di cornamusa che è caduto?”

“Tiratemi su cazzo, e stavolta mettetemi qualcosa sulla pedana sennò tra dieci minuti sono di nuovo per terra. Maledetto made in china, guarda a fare le cose con il culo cosa succede. Ecco grazie, mi metta quel tocco di muschio sotto il piede signor preside, così non cado più, spero.”.

Ma lei parla!

“Si, porca miseria. Ma nessuno mi raccoglie mai da terra, anche se urlo tutto il giorno. Ho più contusioni io di Mike Tyson.”

“Caro suonatore di cornamusa, il signore qui è un giornalista a cui ho spiegato la scelta di quest’anno riguardo ai terroristi al posto dei Re Magi. Ha delle domande a cui preferirei rispondeste voi statuine.”

“Ok, no problemo amigo…quindi?”

Quindi…oddio che assurdità…

“Allora? Cosa vuole domandare?”

Beh, insomma, ma voi non avete paura di saltare per aria?

“Aaaaah, ok, quella cosa lì… Oddio, paura sì, ma alla fine speriamo di poterli convincere a non farlo”

Ma il preside dice che la detonazione avverrà per scelta di una macchina inaccessibile che sceglierà in maniera casuale e imprevedibile!

“Vero, vero, ma è anche vero che i terroristi possono slacciarsi i petardi di dosso. La statuina del fabbro ha già detto che per lui non è un problema martellare via i candelotti scollegando così i cavi, sempre se i terroristi sono d’accordo.”

Ma come potrete mai convincerli?

“Guardi che non sono statuine nuove. In realtà si tratta sempre dei Re Magi, che ora sono coperti da una tuta e da un passamontagna nero. Ma alla fine sono sempre i Re Magi che da anni, ogni anno, portano i doni e ci fanno compagnia. L’unica cosa che un po’ ci turba è che quando c’è stato detto dal preside che qualcuno di noi avrebbe dovuto fare il terrorista dell’ISIS, ecco, loro si sono offerti subito volontari con entusiasmo. Ma c’è ancora tempo per convincerli ad evitare questa seccatura dell’esplosione. Sarebbe meglio per tutti.”

Ma allora c’è una speranza.

“Speranza, speranza, caro amico, ma certo, speranza. In fondo in questa storia c’è stato un po’ di tutto: l’irresponsabilità degli studenti, l’aleatorietà del macchina-Dio, e infine ci sarà la scelta delle statuine. Altro che statuine dei calciatori e dei divi: questo presepe sì che è uno spaccato della vita reale. E ora ci suoni una bella canzone, amico suonatore.”

“Andiamo coi classici Dropkick Murphys, eh signor preside?”

“Vada per i Dropkick Murphys.”

 

All’ONU si vieta il Nazismo, l’UE si astiene e gli USA votano contro

in politica by

Boom! Beccatevi ‘sto titolo-denuncia!

No dai, ho soltanto sintetizzato all’estremo un fatto, e cioè che lo scorso giovedì 19 Novembre presso il Third Commettee delle Nazioni Unite è stata votata la proposta intitolata “Combattere la glorificazione del Nazismo, neo-Nazismo e altre ideologie che contribuiscono ad alimentare forme contemporanee di razzisimo, discriminazione razziale, xenofobia e intolleranza”. La proposta è stata approvata con il voto favorevole di 126 Paesi su 183; si sono astenuti i paesi membri dell’Unione Europea, mentre hanno votato contro gli USA, il Canada, l’Ucraina e Palau.

Perché questi voti?

E’ difficile immaginare una proposta ONU ed in particolar modo quella del Third Committee, che si occupa di diritti umani, che non sia condivisibile nella sua essenza. Ed è così infatti anche per quella di giovedì, dove sostanzialmente si chiede a tutti gli Stati Membri di impedire il proliferare di organizzazioni neonaziste e neofasciste, promuovere elementi educativi e culturali volti al ricordo dell’Olocausto, condannare chi lo nega e tante altre belle cose che il buon senso ci fa accettare volentieri.
E allora perché mai l’Italia si è astenuta? Addirittura perché gli USA hanno votato contro? Forse i Paesi “atlantici” sono stati soggiogati dalle forze fasciste e non ce ne siamo accorti? Improbabile, per quanto qualcuno (vediamo poi chi) voglia convincerci che è proprio così che stanno le cose. Sicuramente avrete già adocchiato il primo indizio per tentare di arrivare ad una visione più completa, ovvero la presenza dell’Ucraina tra i voti contrari.

Facciamola molto semplice: in Ucraina c’è stata – anzi, è in corso – una guerra civile tra il governo centrale e i separatisti. Il primo è stato appoggiato dalle forze occidentali e – in maniera forte? minore? non importa ai fini del post – da gruppi neonazisti; i secondi dalla Russia, di fatto l’unica nazione ad avere una partecipazione diretta ed esplicita nel conflitto.

Torniamo alla proposta anti-nazista e guardiamo gli stati promotori. Innanzitutto, la Russia. Poi, una sfilza di Stati nella sua orbita (Kazakhstan, Turkmenistan…). Infine, Paesi dell’Africa Centrale (Burkina Faso, Guinea Equatoriale, Rwanda…), del medio oriente (Pakistan, Siria), di quello estremo (Myanmar, Vietnam…) e del Sudamerica (Brasile, Cuba…). Guardiamola con occhio ottimista: è con grande piacere sapere che nel mondo ci siano tanti Paesi che, pur non avendo mai interagito con il Nazismo, sono molto preoccupati per un suo possibile ritorno. Infatti, tolta la Russia, praticamente nessuno degli altri firmatari si può dire storicamente coinvolto nella lotta al nazifascismo e alla shoah. Anzi, è con piacevole sopresa che osserviamo come Stati che con gli ebrei sono stati poco teneri (Siria e Pakistan) si prodighino nel “condannare senza riserve qualsiasi negazione dell’olocausto” (punto 10 della proposta). Pensate: perfino il Nord Corea, non proprio modello dei diritti umani, è firmatario di tale proposta!

Oppure la guardiamo con occhio disincantato e ci domandiamo: “Ma alla Nigeria e al Nord Corea veramente fotte qualcosa del nazifascismo e dell’olocausto degli ebrei?”. E poi, la questione è così pressante da essere stato necessario votare (e approvare) questa proposta a Novembre 2015, quando esattamente un anno fa è stata votata (e approvata) un’identica risoluzione proposta dagli stessi Paesi di cui sopra? Inoltre: ha senso che i Paesi proponenti chiedano “l’universale ratifica della Convenzione internazionale per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale ” ed incoraggino i Paesi che non l’hanno ancora fatto ad approvarne l’articolo 14, nonostante molti dei firmatari siano gli stessi a non averlo fatto?

A mio parere: no.

Passiamo dal lato dei proponenti a quello degli astenuti o contrari. Perché l’Unione Europea si è astenuta? In una lettera pubblicata dai Ministeri degli Esteri europei (io l’ho trovata in quello croato  e lituano) si dice che gli astenuti sono ovviamente contrari al nazismo, avendolo chi più chi meno provato sulla propria pelle. Tuttavia, si dicono perplessi, su questioni prettamente giuridiche e/o “di competenza” che toccano il tema (il ruolo di un commissario specifico mondiale contro il nazismo), su questioni storiche (perché il nazismo sì e lo stalinismo no?) ma, soprattutto, si dicono perplessi dal contesto politico attuale: “Siamo fortemente preoccupati dai tentativi fatti dal principale proponente (la Russia, ndr) volti a distorcere l’importante obbiettivo di combattere il neonazismo nel contesto dell’attuale crisi in Ucraina [considerando che] nel 2014 tale proponente ha violato leggi internazionali e i principi fondamentali dell’ONU, circa l’annessione di parte di uno Stato sovrano proprio sotto il pretesto di combattere il neonazismo”. Detta con la sintesi delle parole del rappresentante italiano, a preoccuparci è la sincerità della proposta, ovvero che sia l’ennesimo tentativo russo di gettare ombre su americani e ucraini; i quali, infatti, hanno votato contro per la gioia della propaganda russa (e qui non linko i siti filogovernativi russi perché sì, mi stanno sulle palle).

Insomma, come si diceva, possiamo vederla in due modi. O usciamo in Piazza a festeggiare in lacrime il fatto che i Paesi del Medioriente si sono impegnati tutti contro la negazione dell’olocausto e che i partiti che oggi inneggiano a Putin (dalla Lega al Front National) rinunceranno finalmente alla loro componente diretta o indiretta nazifascista (Casa Pound); oppure alziamo un sopracciglio nella speranza che tali prese in giro prima o poi finiscano.

 

Strisce di Governo – La minaccia in senato

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Introduciamo su questo blog quella che speriamo sarà una buona rubrica, ovvero i fumetti “Strisce di Governo” (in realtà un primo seme è stato piantato la settimana scorsa, sulla pagina Facebook di Libernazione).

Buona lettura!

 

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