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Billy Pilgrim

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Brexit e le leggi fondamentali della stupidità umana

in società/storia by

In questi tempi di Brexit, sadomasochismi nazionalisti e velleitarismi autarchici, mi sembra doveroso rievocare le cinque leggi fondamentali della stupidità umana secondo lo storico padovano Carlo M. Cipolla:

Prima Legge Fondamentale: Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione. Investitori in borsa, sondaggisti e scommettitori hanno puntato fino all’ultimo sulla sconfitta del fronte leave al referendum britannico, rimanendo così clamorosamente smentiti dai fatti.

Seconda Legge Fondamentale: La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa. A sostegno di questa tesi, ci si limiti a dare uno sguardo alle dichiarazioni del magnate di successo e candidato alla presidenza americana Donald Trump, in visita proprio in questi giorni in Scozia (paese a maggioranza europeista).

Terza (ed aurea) Legge Fondamentale: Una persona stupida è una persona che causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé od addirittura subendo una perdita. Gli effetti immediati e breve-medio termine dell’esito del referendum avranno ripercussioni sul piano socio-economico tanto sulla Gran Bretagna che sul resto d’Europa. A questo punto è lecito domandarsi chi sarà il primo a crollare: lo stupido o la sua vittima?

Quarta Legge Fondamentale: Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare i non stupidi dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, ed in qualunque circostanza, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore. Un buon punto per riflettere sugli isterismi antieuropeisti di casa nostra, spesso sostenuti e portati avanti da personaggi lombrosianamente inaccettabili.

Quinta Legge Fondamentale: La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista. Gli effetti di una minoranza numerica (in termini assoluti europei) incolta, mal informata e xenofoba su un intero continente la dice lunga sul potenziale nocivo dello stupido antropologico.

            Corollario: Lo stupido è più pericoloso del bandito. Infatti nessun bandito ha mai causato una                 recessione economica.

Insomma, non rimane che aggrapparci alla metodologia umoristica di un storico sopra le righe per far fronte ai tornanti imprevedibili della Storia. Il resto è in mano al caos primordiale della stupidità umana.

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Soundtrack: Morire per delle idee“, F. De Andrè (G. Brassens)

Vaccinazioni, Red Ronnie e Nicola Porro: questa non è democrazia

in giornalismo/società by

Parliamoci chiaro: Luca Mazzone, autore di questo post, la puntata di Virus sulle vaccinazioni non l’ha proprio vista. O, se l’ha guardata, forse nel frattempo stava facendo altro (stirare? Leggere un Harmony? Scommettere alle corse dei cavalli?).

Perché un conto è rivendicare il diritto a informare e a mostrare l’ignoranza per quello che è (perfettamente incarnata, nel caso specifico, dalle teorie di Red Ronnie), ma tutto un altro paio di maniche è difendere un prodotto destinato al pubblico generalista che presenta il dibattito su un problema scientifico come “confronto fra idee”. D’altronde, ‘Il contagio delle idee’ è proprio il titolo che il giornalista Nicola Porro ha voluto dare alla parte del suo programma dedicata ai vaccini, quasi a sottolineare che, in fondo, le personalissime opinioni di un DJ degli anni ‘70 hanno lo stesso peso dei dati presentati da un virologo di lungo corso, Roberto Burioni. E se questo non fosse stato abbastanza chiaro abbastanza sin dall’inizio, a un certo punto è lo stesso Porro a ricordare agli ospiti che l’intervento di Eleonora Brigliadori, attrice e conduttrice televisiva convertitasi all’antroposofia, è una “posizione da rispettare e da sentire”, esattamente come i fatti riportati qualche minuto prima dal medico e ricercatore Burioni.

Tutto questo basterebbe di per sé ad affossare la credibilità di un talk-show che vorrebbe fare informazione (dati scientifici ≠ opinioni), ma fingiamo, anche solo per un attimo, di sostenere la necessità del dibattito ad ogni costo (in nome di una presunta quanto fittizia potenzialità euristica della discussione da bar), e andiamo a vedere concretamente fino a che punto si è spinta la par condicio del conduttore Nicola Porro. Nel corso della trasmissione, il dottor Burioni interviene solamente una volta, mentre Red Ronnie prende la parola a ben tre riprese, alternato da un mix di opinioni (favorevoli o contrarie) di non-specialisti, genitori con esperienza traumatiche di vario tipo e gente fermata per strada (sic!). Il segmento si conclude poi con il delirio di Eleonora Brigliadori, che di fatto chiude la discussione senza che l’unico scienziato presente in diretta abbia la possibilità di replicare alle baggianate dell’attrice; al netto di 31 minuti circa di dibattito a Burioni viene lasciata la parola per soli 3 minuti – meno del 10% della durata complessiva del programma.

Insomma, alla scienza è stato lasciato ben poco spazio nel salotto democratico di Nicola Porro, che a quanto pare preferisce dar libero sfogo ai matti del villaggio piuttosto che approfondire la questione con la deontologia professionale che il suo ruolo richiederebbe. Qualunquismo non è progressismo, caro Luca Mazzone, e la libertà d’opinione a cui fai appello con tale veemenza nel concreto si riduce a puro brainwashing mediatico. Tanto più che qui vi è in ballo la salute dei minori, non qualche principio libertario sparato a caso giusto per compiacersi della propria onestà intellettuale.

Onestà intellettuale di cui, nel caso di Porro, non si è proprio vista ombra.

Storie di libri abbandonati a metà / Ep. 1

in cultura by

“Perché accanirsi a leggere un libro orrendo? Per un malinteso senso d’orgoglio, per spirito di disciplina, per sfida a sé stessi? O – peggio ancora – per il semplice fatto che lo si è comprato? «Ho speso tredici euro per Acido solforico di Amélie Nothomb, a questo punto lo leggo fino in fondo». Che è esattamente come dire: «Ho buttato del denaro, ora per pareggiare i conti devo buttare anche del tempo». Non vi daranno indietro né l’uno né l’altro.”

G. Vitiello

 

Dan Marinos – Delitto e Castigo di Fedor Dostoevskij

Ho cominciato a interrompere i libri da quando ho iniziato a lavorare (nel momento in cui mi sono reso conto che stava diventando una sorta di isterismo, tipo disordine alimentare, mi sono imposto di non rinunciare a più di due libri di fila). Prima l’avevo fatto una volta sola, con Delitto e Castigo.

È un libro che iniziai per amore, e leggerlo non mi costava alcuno sforzo grazie ad una traduzione piuttosto agile e moderna. Certo, dovevo portare pazienza e sopportare l’utilizzo della parola “Colombello/Colombino” detta tra maschi eterosessuali (“No, ma che Mikolka! Rodion Romanovic, colombino mio, Mikolka non c’entra in questa storia!” dice il Signor Petrovic al protagonista). Trovo fastidioso quando viene data per scontata la conoscenza di un’usanza o di abitudini tipiche di una società che però mi è lontana nello spazio e nel tempo.

Fatto sta che un giorno dimenticai il romanzo sull’autobus e andai in biblioteca a cercarne un altro. Pensavo: “Uno vale uno”. E invece la traduzione era molto più vecchia della prima e i termini ancora più lontani dalla mia soglia di sopportazione.

Questa esperienza mi ha fatto quindi capire che se non mi piace un libro, soprattutto un grande classico, non è colpa dell’autore. Chi sono io per dare contro a Dostoevskij? Quando succede, mi guardo allo specchio con il libro in mano e vedo chiaramente il colpevole: il traduttore.

Conclusi Delitto e Castigo sfogliando rapidamente l’ultimo quarto di libro: mi pare che qualcuno muoia nel fiume, no?

 

Billy Pilgrim – Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas

Una trama che sembra sembra uscita da un film di Tarantino con derive alla Nicholas Sparks.

Alla fine del regime napoleonico, il giovane e onesto Edmond Dantès viene coinvolto, suo malgrado, in un intrigo politico ordito da un gruppo di villanzoni desiderosi di rifarsi una verginità monarchica: arrestato e condannato per tradimento, l’ingenuo protagonista viene gettato nelle terribili segrete del Castello d’If, dove spenderà i successivi 14 anni della sua vita nella speranza di rivedere la luce del sole. Riuscito miracolosamente ad evadere, ed entrato in possesso del favoloso tesoro dell’isola di Montecristo, Dantès rientra a Marsiglia per vendicarsi sotto falso nome dei suoi aguzzini, divenuti nel frattempo i signori indiscussi della vita pubblica locale.

Il personaggio di Edmond Dantès, nei panni del Conte di Montecristo, anticipa sotto molti di vista la figura gotico-romantica del Dracula di Bram Stoker: alto, magro e mortalmente pallido, ma tuttavia in grado di emanare una certa aura di erotismo esotico e potere arcano. Gli intrighi machiavellici per vendicarsi dei suoi nemici non possono non catturare l’attenzione del lettore – sin dai primi capitoli dell’opera di Dumas, si sente un meraviglioso odore di sangue che cola.

Premesse (e promesse) ottime per una prosecuzione altrettanto deludente: a metà romanzo, la storia sfocia lentamente ma inesorabilmente nei toni melensi del feuilleton, e la sottotrama della storia d’amore tra Maximilien e Valentine, quest’ultima figlia di un avversario di Dantès, prende il sopravvento. Pagine e pagine di “Mi ami? Oh, ma quanto di ami?” nell’ennesima, insopportabile cornice del giardino segreto/hortus conclusus. Insomma, tutto quello che NON vorreste leggere nel pieno di una spirale di vendetta, violenza e scontri mor(t)ali.

Il libro rimase sul mio comodino per mesi, nell’angosciosa e inutile attesa di essere riaperto, fino a quando non mi chiamarono dalla biblioteca per ricordarmi che in Italia rubare è ancora reato.

 

Francesco Del Prato – Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Cominciato un paio di volte, mai finito. Ma non ho argomenti razionali, è sempre stata tutta una questione di sensazioni, di fastidiose suggestioni provocate da una lettura che ho sempre trovato faticosa.

Leggere di Tancredi di Salina, del principe Fabrizio, di vicende politiche poco avvincenti e degli amorucoli dei rampolli mi restituiva una sensazione di oppressione, di afa, di lentezza e pesantezza canicolare. Quasi un fastidio fisico, una sensazione sgradevole addosso. La narrazione a blocchi non aiuta, la mia totale insensibilità verso quel capitolo storico in quelle terre tantomeno, e certo questo sentimento di decadenza è fortemente cercato – fatto sta che fatica, fatica e ancora fatica. Una narrazione di un universo stanco che non mi appartiene, ecco a cosa associo il Gattopardo.

Ma ripeto: pura irrazionalità. I romanzi hanno anche questo potere.

 

Felix Davarr – Gita al faro di Virginia Woolf

Quando mi addormento leggendo, se ho tra le mani qualcosa di valido, faccio il seguente incubo: siamo in una realtà parallela dove i romanzi sono tutti delle opere d’arte perfette, da cui i lettori traggono lezioni fondamentali sul senso della propria esistenza; quando un romanzo viene portato a termine, al lettore è concesso salire un gradino verso la conoscenza. Nella scala che tutti gli uomini devono salire, Virginia Woolf sta seduta nel mezzo a guardarci come una sfinge a cui la tradizione del romanzo inglese, fatta di satira, eroine, arrampicate sociali, ha per dispetto scalfito il naso con una cannonata. Già offesa da questo sfregio, la Sfinge Virginia ti blocca in mezzo e comincia a farti domande in maniera sconnessa. Anche io a un certo punto me la trovo davanti, ma nemmeno il tempo che lei finisca la domanda che mi viene un attimo da sorridere, e per questo vengo rispedito con una zampata al gradino più basso. Il sogno finisce con me condannato a bivaccare per l’eternità in un mondo di analfabeti.

Morale: avevo letto la Signora Dalloway, e preso da vezzi adolescenziali avevo subito iniziato la Gita al faro. Dopo quaranta pagine ho iniziato ad avvertire i primi sintomi di un intossicazione da presunzione, solipsismo, mancanza assoluta di ironia (se non per profondere disprezzo) e ho capito che forse, forse, forse questa cosa di leggere e scrivere romanzi per astrarsi da tutto e da tutti è una maniera poco sana di approcciare le cose. Mi piace ricordare la Gita al faro come un romanzo come un punto d’arrivo importante nella mia soglia della sopportabilità. E ogni volta che il critico di turno declama che i romanzi sono prima di tutto opere comiche mi passa ogni voglia di fare le scale.

 

Quelli che parlano ai concerti

in società by

In questa stramaledettissima società del baccano, sembra che si senta il bisogno di aggiungere rumore al rumore, trambusto al frastuono, cacofonia al suono.

Probabilmente annichilita dall’assedio costante di cachinni tecnologici, logorree social e scoregge musicali, un certo tipo di umanità tenta di rivalersi darwinamente sulla specie più debole, ovvero su tutti coloro che vorrebbero invece ancora godersi il piacere antico del momento auditivo. Quelli che parlano ai concerti sono l’esempio lampante della mortificazione dell’ascolto a cui siamo sottoposti/ci sottoponiamo quotidianamente.

Lo stronzo (o lo stronza) pare possedere il dono dell’onnipresenza: a volte si trova di fronte a te, in altre occasioni è alle tue spalle, molto spesso ti siede a fianco, ma è sempre, sempre, in compagnia di un accompagnatore anonimo, vera e propria spalla tragicomica, il cui unico ruolo è fornire un pubblico, un’audience, al monologhista disturbatore. Monologhista che, in accordo con la tradizione Shakespeariana, è un grado di andare avanti a parlare per ore e ore, senza interruzioni o pause di alcun tipo, apparentemente immune dal bisogno di tirare fiato o reidratarsi – più resistente di un cammello del Gobi. La presenza di un cantante o di una band sul palco non lo turba: basta alzare un po’ la voce quando la musica sale di volume, o urlare durante gli applausi. L’oggetto di tali orazioni è, nelle maggior parte dei casi, velleitario: si passa dal vestito nuovo comprato in saldo all’idraulico che non è riuscito a sostituire la guarnizione, senza dimenticare ovviamente quella troia della Paola che è una settimana che non risponde ai miei messaggi.

Come tutte le forme di vita parassitarie, il disturbatore si adatta a qualsiasi genere musicale: sebbene il suo habitat preferito sia il concerto jazz (musica bassa, birre sul tavolino e brani di cui non frega un cazzo a nessuno), si adatta benissimo anche alla classica (d’altronde parlare tra un movimento e l’altro commentare è praticamente un obbligo), al pop (anche se in questo caso viene spesso sostituto da un’altra, esecrabile figura: quello che canta tutte le canzoni ad alta voce), e al rock (a fine esibizione ha in genere la gola a pezzi dopo aver tentato inutilmente di sovrastare riffs satanici e percussioni apocalittiche). Cercare di interromperli, anche in maniera cortese, è inutile: ti guarderanno in maniera offesa, quasi scandalizzata, non chiederanno scusa e aspetteranno circa mezzo minuto per poi riprendere la loro interessantissima tergiversazione sull’ultima offerta della Vodafone con chiamate illimitate.

Ma dietro questa arroganza di superficie si nasconde, temo, un’insicurezza di fondo – mista a una certa dose di malinconico fatalismo. È forse la consapevolezza più o meno inconscia di aver perso non solo la capacità di ascoltare, ma persino il beneficio di lasciarsi trasportare dal potere del suono armonico. Fratello gemello della musica, il silenzio è un elemento imprescindibile dell’ascolto attivo, quello che ci permette di andare in profondità a livello intellettuale ed emotivo e di godere appieno dell’esperienza attuale – cioè limitata nello spazio e nel tempo – che stiamo vivendo. Quelli che parlano durante i concerti parlano innanzitutto sopra se stessi, nella vana illusione che il suo della voce possa davvero riempire i buchi che hanno nell’animo.

Senza contare la rottura di coglioni per chi sta loro attorno.

Vilipendio, satira e libertà

in politica/società by

Sul finire del 1978, a poca distanza dalla salita al soglio pontificio di Karl Wojtyła, la rivista satirica il «Male» decise di prendere di mira il neoeletto papa polacco con una serie di attività dentro e fuori la pagina. Tra queste, lo storico staff editoriale composto (tra altri) da Pino Zac, Vincino, Vauro e Andrea Pazienza, decise di eleggere un proprio antipapa, Vojtilo o Giovanni Paolo III (interpretato dal disegnatore Roberto Perini), poi spedito sul balcone della redazione a difendere urbi et orbi la rivista, sottoposta a continui attacchi sia da destra che da sinistra a causa dei suoi “eccessi” derisori.

Probabilmente le autorità non la presero molto bene, tant’è dopo poche ore si presentò sul luogo la polizia per arrestare il direttore Vincenzo Sparagna con la ridicolissima accusa di “vilipendio di capo di Stato estero” – Perini invece se la scampò per un pelo.

La risposta del Male non tardò ad arrivare, e venne pubblicata sul numero successivo. La trovate qui in basso, e penso che si possa applicare ancora oggi al caso di Jan Böehmermann, comico tedesco a rischio condanna penale per una poesia satirica sul premier turco Erdogan, letta nel corso di un programma televisivo trasmesso in Germania qualche settimana fa. L’accusa alla base del procedimento giudiziario in corso, avvallato dal governo di Angela Merkel, è sempre la stessa: offesa a un capo di Stato straniero.

Ieri come oggi, la libertà si conquista  (anche) a colpi di satira.

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(L’aneddoto e la pagina sono tratti da: Vincino, Il Male. 1978-1982. I cinque anni che cambiarono la satira, Rizzoli 2007).

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Quanti profughi stanno veramente scappando dall’Isis?

in mondo by

Se il mito del profugo potenziale terrorista viene quotidianamente smentito dai fatti (gli attacchi in Europa degli ultimi mesi sono da attribuirsi a cittadini comunitari o a immigrati di seconda/terza generazione), l’idea di una stretta connessione tra l’azione militare dell’Isis in Medio Oriente e le recenti ondate di profughi nel nostro continente resiste tenacemente nei luoghi comuni mediatici.

La fuga dalla minaccia islamista viene spesso presentata come uno dei motivi principali di questo esodo epocale, una sorta di “attenuante” – legittima nelle intenzioni – a quella che da molti è percepita come una vera e propria invasione: “guardate che questi disgraziati stanno scappando dal nostro stesso avversario, quello che mette le bombe nelle città europee.” Il tipo-profugo costituirebbe, di conseguenza, una sorta di potenziale ma misconosciuto alleato nella guerra di civiltà che vede contrapporsi l’Occidente da un lato, e l’estremismo islamico incarnato dall’Isis/Daesh dall’altro. Il nemico del mio nemico è mio amico, insomma.

Sebbene io comprenda, e condivida, la necessità di spiegare le tragiche necessità che spingono un essere umano ad abbandonare paese natale casa e famiglia per imbarcarsi in imprese al limite della sopravvivenza, mi sembra tuttavia giusto sottolineare che l’affermazione di partenza secondo la quale il rifugiato medio sta scappando dall’Isis è, dati alla mano, semplicemente errata.

Guardiamo allora le statistiche dei rifugiati in Italia e in Europa degli ultimi due anni, con un occhio di riguardo per la componente siriana (indubbiamente quella più implicata nel discorso Isis).

Nel 2014 in Italia è arrivato un numero decisamente impressionante di Siriani, circa 40.000, poco meno di un quarto dei 170.000 extracomunitari in fuga giunti nel nostro paese. D’altronde, a livello continentale, i Siriani rappresentavano il 20% dei 625.000 profughi circa arrivati in Europa, più del doppio rispetto all’anno precedente. Tuttavia, per quanto riguarda il nostro paese, quasi la metà delle richieste d’asilo in quell’anno proveniva dall’area sub-sahariana, in particolare Nigeria, Gambia e Mali (44%).

Nel 2015, il numero di rifugiati in Italia è diminuito di poco (153.842), di cui la maggior parte (circa il 40%) provenivano da Eritrea e Nigeria. I Siriani costituiscono solo il 5% dei profughi (7.444), gruppo minoritario persino rispetto a Somali (12.176), Sudanesi (8.809) e Gambiani (8.123). A livello europeo, una fetta consistente di profughi arriva dal Medio Oriente (Siria in primis), ma vi sono anche nazioni “insospettabili” che hanno largamente contribuito al flusso migratorio: tra queste Kosovo e Albania, con 60.000 unità circa ciascuno su poco più di un milione di rifugiati (quindi il 10-11% del totale). Al calderone multietnico che si sta riversando nel Vecchio Continente vanno poi aggiunti Afghani, Iraniani, Pakistani, Tunisini, Senegalesi, ecc.

L’Africa nera è dunque al cuore del problema rifugiati, perlomeno per quanto riguarda l’Italia. La situazione in paesi come Mali, Somalia e Nigeria non è di certo semplice, e la responsabilità è anche in parte da attribuirsi alla violenza di alcuni gruppi islamisti radicali che si sono affermati negli ultimi anni in buona parte del continente – ad esempio, il famoso gruppo jihadista nigeriano Boko Haram (quello che rapisce le ragazzine, per intenderci). Ciononostante, i fattori che spingono i subsahariani ad abbandonare le loro case sono molteplici, tra cui la componente economica: in Gambia, la fragilissima economia (ulteriormente messa in crisi dal crollo del turismo causa virus Ebola) si regge in buona parte dai soldi inviati a casa dagli emigrati. Inutile dire che, in casi come questo, le bombe dell’Isis non c’entrano niente.

Diverso ma non meno complesso il discorso in Medio Oriente. Daesh, allo stato attuale, controlla una fascia piuttosto ampia della Siria settentrionale orientale e dell’Iraq centrale – nonché alcune roccaforti costiere in Libia. Il territorio del Califfato islamico non comprende invece grandi e medie città come Homs, Latakia, Tartus, Damasco e Aleppo, dove i guerriglieri dell’Isis non ha messo mai piede. Lo scontro nell’occidente e nel sud della Siria riguarda le truppe pro-Assad coadiuvate dall’esercito russo da un lato, e ribelli di varie fazioni e gruppi etnici dall’altro (più o meno appoggiate dalle forze occidentali). In poche parole, la crisi umanitaria che ha travolto la Siria, conseguenza di uno stato di guerra che dura ormai da cinque anni, coinvolge anche quella parte di popolazione che non è stata vittima – perlomeno direttamente – dell’Isis: è quindi lecito pensare che, sebbene al momento sia difficile avere delle cifre attendibili, parte dei rifugiati arrivati in Europa non siano scappati dalle grinfie del Califfato, ma piuttosto dalla violenza degli scontri fra sostenitori e oppositori del regime di Assad. I numeri dei morti civili sembra confermare questa ipotesi: sono quasi 19.000 le vittime dei bombardamenti aerei del governo ufficiale, a cui vanno aggiunti i morti per arma da fuoco (28.000 circa) o per colpi d’artiglieria (26.000). Senza contare ovviamente le centinaia di migliaia di persone all’interno di città sotto assedio che rischiano di morire di fame o disidratazione.

In sostanza, del totale dei rifugiati arrivati in Europa e in particolare in Italia negli ultimi due anni solo una minoranza difficilmente quantificabile (ma non preponderante) sta scappando dall’estremismo islamico. Questo certo non significa che tutti gli altri rifugiati siano potenziali terroristi o estremisti, ma risulterà nondimeno difficile trovare, nell’ideale lotta contro l’Isis, un nucleo compatto di “alleati” all’interno di una massa di persone spinte a emigrare dalle più disparate ragioni economiche e geopolitiche.

Chiaramente, la strada più auspicabile rimane quella del dialogo e del confronto interculturale, in una prospettiva di coesistenza possibilmente pacifica con masse di esseri umani destinate, che ci piaccia o no, a cambiare per sempre il volto del nostro continente.

Ma, per iniziare questo dialogo, bisogna innanzitutto capire da dove proviene il nostro interlocutore.

FONTI:

UNHCR, Limesgiornalettismo.com, west-info.eu, today.it, corrieredellemigrazioni.it, Cir-Onlussmartweek.it, integrazionemigranti.gov.it, europinione.it, greenreport.it, huffingtonpost.itbbc.com, theguardian.com

A quanto pare, pure del Belgio non ve ne frega un cazzo

in società by

Chissà perché me l’aspettavo.

Della valanga di messaggi e attestati di solidarietà che avevano inondato la rete al momento degli attentati di Parigi lo scorso novembre, oggi, in occasione della strage di Bruxelles, se n’è vista una minima parte – perlomeno in Italia, dove si preferisce ridere della foto di Salvini.

Certo, che l’ago della bilancia dell’empatia pendesse in una certa direzione era abbastanza evidente, e i commentatori filoparigini dell’epoca l’avevano messo in chiaro: piangiamo i morti della capitale francese perché sono i nostri morti, vittime europee di un male straniero, vicini di casa e parenti d’oltralpe falciati dalla furia islamica. Potevamo esserci noi stessi, seduti a quei bar a bere una Perrier o a mangiare un croissant.

Strano però che lo stesso senso di appartenenza, la stessa vicinanza non venga sentita nel caso del Belgio: Bruxelles è in qualche modo la capitale dell’Unione Europea, la distanza dall’Italia è tutto sommato ridotta e vi è un grande numero di giovani connazionali che vivono e lavorano in quella città. La civiltà è la stessa, per così dire, eppure il trattamento riservato alle due capitali francofone è decisamente diverso.

Le possibili spiegazioni a questo atteggiamento sono tante, tuttavia, forse un po’ in malafede, viene il dubbio che la preferenza accordata alla Francia sia, in un qualche modo, di natura “estetica”. D’altronde, Parigi è indubbiamente più bella e interessante di Bruxelles: la torre Eiffel, i macarons, il Moulin Rouge, Chanel e Dior, la rive gauche, gli impressionisti, la baguette sotto l’ascella, gli Champs Élysée, l’esistenzialismo, le corse nel Louvre, ecc., contro…boh, cosa c’è a Bruxelles? La birra e le patatine fritte? Insomma, tutti siamo stati a Parigi almeno una volta nella vita e il nostro immaginario collettivo è ubriaco di luoghi comuni sulla capitale francese, mentre il povero Belgio è perlopiù relegato al ruolo, grigio e noioso, di sede del Parlamento europeo. Di certo non un argomento da social.

Rimane allora l’impressione che tutta la storia della cosiddetta “solidarietà socio-culturale” fra paesi appartenenti a una sfera comune sia, fondamentalmente, una cazzata, e che, ancora una volta, a muovere i nostri sentimenti sui social siano piuttosto le spinte mediatiche del momento, le chiacchere generaliste della socialità da baretto e, last but not least, un certo gusto osceno nel compiacersi di aver preso parte (retroattivamente) al grande turismo della tragedia: ‘sai, in quel bar a Parigi una volta ho bevuto un caffè.’

D’altronde, #jesuisbruxellois è molto più difficile da scrivere – o da pronunciare.

Blu, i murales cancellati e l’arte del futuro (che non c’è)

in arte/società by

Si è detto che la scelta di Blu di cancellare i suoi murales è stata una scelta dolorosa ma legittima.

Si è detto che l’arte appartiene all’artista, e che sta a lui decidere se ne è stata snaturata la poetica o meno.

Si è detto che il suo è stato un grido di libertà contro lo sfruttamento commerciale dell’arte.

Si è detto che non può esserci alternativa se non la ribellione di fronte all’egemonia plutocratica delle istituzioni, dei curatori, dei privati.

Si è detto che la Street Art non è tale se rinchiusa fra le mura di un museo.

Si è detto che nella rivoluzione non esistono compromessi.

Si è detto che la cancellazione stessa è in sé un’opera d’arte, una macchia grigia di denuncia schiaffata in faccia ai magnati.

Si è detto che le generazioni future un giorno ringrazieranno Blu per la battaglia ideologica che sta portando avanti.

Blu

Si sono dette tante cose. Io so solo che un artista ha deciso di privarci in maniera definitiva della sua opera, di privarci del piacere (emotivo e intellettuale) di ammirare qualcosa di bello. E se un giorno vorrò mostrare ai miei figli i murales bolognesi di Blu, tutto quello che avrò da mostrare loro sarà un muro spoglio e qualche vecchia foto del passato.

In tutto questo, io non ci vedo niente di democratico.

Viaggiare: la prudenza non è una questione di sesso

in società by

Sono alto un metro e 65 cm., ho un principio – chiamiamolo così – di pancetta, mi viene il fiatone a far due piani di scale e l’ultima volta che ho fatto a botte avevo tredici anni, alle medie. Insomma, non di certo un grande esempio di virilità, tantomeno un guerriero nato, e, proprio per questa ragione, tendo ad evitare situazioni di pericolo, potenzialmente violente, nelle quali avrei quasi sicuramente la peggio. Come direbbe un altro autore di questo blog, “la mia nonviolenza è uno stato di necessità piuttosto che una questione di principio”.

D’altra parte mi piace viaggiare, ho avuto la fortuna sin da giovanissimo di visitare mezzo mondo e tuttora, quando il tempo e il denaro me lo consentono, amo spendere il mio tempo libero con lo zaino in spalla e un paio di scarpe comode ai piedi. Negli anni ho però imparato che la prima virtù del buon viaggiatore è la prudenza, ovvero quell’atteggiamento di cosciente distacco da situazioni a te estranee che, proprio perché sconosciute, potrebbero costituire un eventuale pericolo. Il mondo, là fuori, non è di certo un giardino edenico pronto ad accogliere a braccia aperte il ricco viaggiatore occidentale solo perché equipaggiato di un bel sorriso e buone intenzioni. Al contrario, l’avere a che fare con realtà aliene spesso comporta un certo grado di rischio, tanto più se ci si ritrova in contesti dove la violenza fa parte della quotidianità.

Tutto ciò, assieme al dato concreto della mia scarsa statura, mi ha insegnato nel corso degli anni ad evitare viaggi, paesi o situazioni che potrebbero mettere a repentaglio la mia incolumità fisica. Più che vigliaccheria, preferisco pensarla come una forma di rispetto verso la mia persona e i miei cari, o come un’espressione di sano realismo nei confronti di un mondo sicuramente non prono ai voli pindarici dell’Europeo viziato e sognatore. Se si vuole davvero godere del viaggio, è necessario innanzitutto armarsi di buon senso.

Mi sembra dunque che tutte queste considerazioni – un po’ banalotte, in realtà – possano rivelarsi valide e utili per entrambi i sessi. Sebbene uomo, non mi concederei di certo il “lusso” di visitare (da solo o in compagnia) un quartiere povero di Caracas, il Sudan della guerra civile o le piantagioni di coca in Colombia – giusto per fare degli esempi stupidi. Eppure, la vulgata del politicamente corretto lamenta sempre più la presunta discriminazioni delle donne viaggiatrici, apparentemente impossibilitate a visitare certi paesi senza correre il rischio di venire ammazzate. È il caso, ma ce ne sono tanti, della studentessa paraguaiana e della sua lettera di protesta per una coppia di ragazze argentine uccise durante un viaggio in Ecuador. L’appello lanciato, già diventato virale, è quello di rivendicare il diritto delle donne a viaggiare da sole, non importa la destinazione o il contesto socio-economico del caso: #ViajoSola.

Peccato però che l’Ecuador sia uno dei paesi a maggior rischio per i viaggiatori – di entrambi i sessi – e che presenti un tasso di criminalità decisamente elevato (trentaquattresima posizione su 117 paesi, non male). Senza contare il fatto che le due ragazze, rimaste senza soldi, avevano accettato ospitalità per la notte da due perfetti sconosciuti.

Ora, ditemi: pure la prudenza è una forma di discriminazione?

Si è sempre froci col culo degli altri

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Si è sempre froci col culo degli altri, diceva un tale. Ma qui i veri froci invadenti sono piuttosto gli eterosessuali dichiarati, i difensori della “vita” senza se e senza ma – ma quale vita? –, insomma tutti quelli che in questi giorni se la stanno prendendo con Nichi Vendola e la sua scelta di ricorrere a un utero in affitto con il compagno Ed Testa.

Lasciando perdere il solito sudiciume cattolico, tanto sappiamo come sono fatti, quel che preoccupa sono le masse ipoteticamente laiche che si permettono di giudicare la scelta di un individuo sulla base di presunti principi universali, e che di universale hanno in realtà ben poco. Fra questi Beppe Grillo, che si dice “spaventato” dalla leggerezza (?) di Vendola e del fenomeno “low cost” tipico della contemporaneità: tutto è in vendita di questi tempi, signora mia, che schifo i ricchi occidentali annoiati che vanno a comprarsi un figlio all’estero.

“Capricci da ricchioni,” li definiva qualche giorno fa un mio amico, come se appunto il desiderio di paternità si limitasse a una semplice voglia da checca, una moda passeggera da soddisfare il prima possibile a suon di contanti. Come se l’emotività, l’interiorità, di una persona si limitasse alla sfera del consumo, e i bisogni dell’anima fossero tutto sommato elementi di secondo piano rispetto al contorno socio-economico – figurati poi quando si parla di froci. Il desiderio è, nella migliore delle ipotesi, ignorato o, nella peggiore, additato come potenzialmente pericoloso, al limite del vizio.

Così, i crociati della vita che non esitano a battersi in nome della dignità umana sono altrettanto propensi a dimenticarsi l’elemento costitutivo della nostra umanità: i desideri, i sogni, le aspettative. Tutto questo certo non semplifica la questione dell’utero in affitto, ma è una variante che non può essere ignorata quando si parla di diritti – quelli veri, non i deliri terzomondisti dei fuffologi da bar scandalizzati per le madri “in vendita”. Ci giochiamo la nostra umanità sul piano delle emozioni e dei sentimenti, non su questioni di principio.

Tutto il resto è pura ipocrisia.

Panebianco e i contestatori: il conformismo della Rivoluzione

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Diciamolo, i contestatori bolognesi che, per l’ennesima volta, hanno interrotto la lezione del professore “guerrafondaio” Angelo Panebianco fanno un po’ tenerezza.

E non perché le loro ragioni sull’intervento italiano in Libia siano necessariamente giuste o sbagliate – così come le idee di Panebianco, d’altronde –, ma per il semplice motivo che queste manifestazioni improvvisate, tali sciarade vagamente sessantottine, nelle loro modalità hanno il fascino ignorante del dissidente da barzelletta. Ragazzi giovani, anzi, MOLTO giovani, interpreti involontariamente comici di una pantomima d’antan, una sciocca caricatura del Movimento Studentesco che sembra interpretare se stesso negli anni d’oro (o, meglio, di piombo) delle lotte ideologiche.

Come un’ex regina di concorso di bellezza degli anni ‘40 che, nonostante l’età avanzata, continua a indossare bikini e tacchi a spillo, le manifestazioni di questi ragazzi hanno il sapore amaro dell’umorismo pirandelliano, una commediola a metà strada tra sorriso e compatimento. E proprio questi (finti) scapestrati che, in una sorta di guerra generazionale tra giovani e vecchi, vorrebbero liberare l’università dalla piaga baronale,  non si rendono conto di imitare padri e nonni nel percorso formativo di ogni studente sinistroide italiano: da contestatore a barone, da apocalittico a integrato, avrebbe detto il buon Eco. Ci sono passati tutti, e loro non sono da meno. Solo che ancora non se ne rendono conto.

D’altra parte, questa è la natura stessa della fauna bolognese, grande parodia della lotta di classe, una fiera del ridicolo tra scontri in piazza, occupazioni a oltranza e scritte sui muri di via Zamboni. Il tutto ovviamente fuori dall’orario dell’aperitivo, altro grande rituale collettivo di queste masse di rivoluzionari della sangria, incerti tra una birra a piazza Verdi o un salto in pizzeria da Altero. Il medioevo delle torri di Bologna si rispecchia perfettamente negli animi degli studenti: il mondo va avanti ma si preferisce rimanere ancorati al passato.

In tutto questo, purtroppo, si perde l’aspetto formativo che potrebbe, con un piccolo sforzo da entrambe le parti, essere persino produttivamente dialettico. Ovvero, la possibilità di ascoltare una lezione di Panebianco e poi, eventualmente, discutere con il medesimo il tema in questione nell’istituzione democratica preposta al confronto e al dibattitto fra idee: l’università. Un’operazione di certo in sé non complessa ma sicuramente più difficile che urlare un paio di slogan imparati su internet – la pigrizia sfortunatamente ha quasi sempre la meglio.

O aveva forse ragione Eugéne Ionesco, quando profetizzava ai giovani contestatori francesi del Sessantotto “Diventerete tutti notai”?

Crollo di nascite in Italia: le meraviglie dell’estinzione di massa

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It’s the end of the world as we know it/and I feel fine

Notizia di oggi: secondo i dati Istat, il 2015 è stato l’annus horribilis della natalità nel nostro paese, il peggiore dall’unità d’Italia, solo 488mila nuovi esseri umani nostrani, ovvero l’8 per mille circa dei residenti.

Le donne figliano meno, persino le adolescenti cretine sembrano non provare più tutta questa simpatia per il ditino birichino dei compagnucci imberbi. La gomma prevale – a meno che non si presuma una pandemia di castità post-confessionale – e un’apparente consapevolezza delle gioie dell’infecondità sembra attraversare lo stivale da Nord a Sud. Ci stiamo estinguendo, e non sono mai stato così felice.

Rimangono solo i negri e i maomettani a figliare, ma speriamo che prendano presto coscienza anche loro delle meraviglie dell’estinzione. Sogno un paese popolato di vecchi piscioni, edere che ricoprono i palazzi abbandonati e centri commerciali svuotati dal vociare assordante di un’umanità giovane e parassitaria. Un mondo che muore senza nessuna mente fresca per ricordarlo, un Gotterdämmerung laico senza possibilità di redenzione. Abbandoniamo questo pianeta, e facciamolo nella maniera più umiliante possibile: crepare di vecchiaia tra le proprie feci con un bel niente da trasmettere alla posterità.

Notizia dello scorso autunno: l’area di Chernobyl si sta ripopolando. Ma non di Ucraini chiassosi e ubriachi, bensì di splendidi cavalli selvatici, caprioli, cinghiali, cervi e lupi. E tutto ciò a discapito delle radiazioni nella zona, ancora piuttosto forti, il cui impatto sulla fauna locale è comunque meno deleterio della presenza, attiva, dell’uomo. Un assaggio agrodolce di post-Apocalisse, un’istantanea di un futuro che non ci appartiene – per fortuna! – e che, a conti fatti, offre molto di più del trascinarsi oleoso e autoreferenziale della nostra quotidianità (in)umana.

Oltre la nostra scomparsa in quanto specie, al fondo del baratro dell’addio a questo mondo, c’è un avvenire radioso che non vedremo mai.

Cercasi Gesù: Beppe Grillo e l’ipocrisia cattolica

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Non so se ve lo ricordate, ma nel 1982 Beppe Grillo tentò la carriera cinematografica collaborando con Luigi Comencini su una produzione liberamente ispirata a L’idiota di Dostoevskij. Il film, Cercasi Gesù, vedeva Grillo come protagonista nei panni di un sempliciotto sbucato dal nulla e assoldato da un’editrice cattolica per rappresentare il volto moderno del Cristo.

In una critica serrata della società italiana degli anni ’80, Grillo e Comencini mostravano tutta l’ipocrisia di una Chiesa desiderosa di mostrarsi al passo coi tempi e sostenuta da una gerarchia ecclesiastica alla scoperta del marketing, ma al tempo stesso incapace di liberarsi del suo fardello di avidità secolare, intolleranza e paura del nuovo.

Grillo incarnava perfettamente il potenziale dell’uomo della strada, intellettualmente semplice ma di un’onestà disarmante, che preferisce passare il suo tempo tra bambini handicappati e terroristi redenti piuttosto che sporcarsi le mani con gli affarucoli di scribi e farisei vaticani. Proprio come il Gesù dei Vangeli, il personaggio del comico genovese metteva alla berlina le contraddizioni dell’autorità religiosa con esempi di reale virtù e azioni di umana solidarietà.

Un Beppe Grillo coraggioso insomma, che non esitava a puntare il dito contro la Chiesa cattolica pur mantenendo una sobrietà nei toni e nei contenuti molto distante dai metodi adottati in tempi più recenti. Era la coscienza a parlare all’epoca, non lo stomaco di un branco di elettori incazzati e sbraitanti. Una coscienza che sembra ora del tutto scomparsa, per fare spazio a un mix ributtante di attitudini forcaiole, realpolitik e semplice indifferenza per tutti quei temi che esulano dalla rabbia della gggente.

A quanto pare, il ddl Cirinnà rientra perfettamente quest’ultime due categorie, laddove l’opinione di una minoranza cattolica all’interno del M5S e un probabile disinteresse personale per le questioni civili sono bastate a Grillo per proclamare la “libertà di coscienza” sul voto al Senato, sabotando di fatto l’iter futuro del disegno di legge. Un intervento a gamba tesa che, ben lungi dal garantire genuini spazi di manovra ai parlamentari grillini, rischia in un’ultima analisi di consegnare il destino dei diritti omossessuali nelle mani del solito Cattolicesimo di regime.

Chissà cosa direbbe oggi, di tutto questo, il Gesù di Grillo e Comencini.

Franca Leosini e l’eleganza dell’orrore

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‘La mia esperienza,’ così si rivolgeva Sherlock Holmes al fidato dottor Watson, ‘mi dice che il più miserabile cortile di Londra non può fornire una più spaventosa cronaca di peccati di questa ridente e gaia campagna’. Al volgere del XIX secolo, lo scrittore scozzese Arthur Conan Doyle riassumeva in poche righe il grande fenomeno letterario, giornalistico e giudiziario della contemporaneità: il “provincialismo dell’omicidio”, ovvero l’idea diffusa che i crimini più orrendi abbiano luogo in piccoli centri abitati, nel giardino dietro casa, per mano di insospettabili vicini. E per raccontare al meglio questa provincia sanguinaria serviva un donna, anzi due, ovvero Agatha Christie e Miss Marple, scrittrice e personaggio di fantasia che ben incarnano lo spirito salottiero dell’investigatore moderno: per risolvere l’omicidio del quartiere, niente di meglio che una bella tazza di the fra amiche e una battuta pungente sul nuovo giardiniere.

Franca Leosini, giornalista dal passato fatto di grandi scoop e attualmente autrice del programma di inchiesta Storie maledette, appartiene senza dubbio a questa tradizione: per intervistare assassini senza scrupoli, serial killers impenitenti e criminali indifendibili quel che serve è una messa in piega perfetta, un abito impeccabile confezionato su misura e tutta l’affabilità di un’elegante signora over 60. La drammatica realtà del crimine, così come la psiche di chi lo commette, può esser svelata solo con l’apparente bonarietà di una Miss Marple nostrana, piacevole e innocua nell’aspetto e nei modi, ma intelligente e implacabile nel cogliere le sfumature, o meglio le crepe, nascoste tra le parole dell’interlocutore-imputato.

La professionalità della Leosini non è in questione. Anzi, è proprio un surplus di competenza l’arma principale della giornalista, che si diverte a disorientare lo spettatore – e, molto spesso, pure l’ospite – con l’educato distacco e l’affabilità sorniona del gatto pronto a balzare sul topolino ignaro. È un gioco di aspettative: siamo perfettamente consapevoli del percorso che seguirà l’intervista, così come che sappiamo lo spazio di manovra dell’intervistato è in realtà piuttosto limitato. Ma è esattamente lo scarto, l’intervento sagace o il calembour linguistico della Leosini quel che stiamo aspettando.

Le storie risultano così quasi secondarie, o perlomeno di contorno: i fatti accaduti o i punti di vista dei vari protagonisti delle vicende giudiziarie contano poco, quel che interessa è invece è l’approccio a un certo tipo di umanità – l’approccio leosiniano. Come una vecchia parente zitella ma dal passato turbolento, la Leosini castiga e consola, ammicca e finge di indignarsi. È un confessionale della pasta sfoglia, in cui l’atmosfera casalinga ha comunque la meglio sui traumi raccontati. Paradossalmente, vorremmo trovarci noi stessi a quel tavolo a dialogare amabilmente dei nostri più efferati omicidi.

La Leosini ha successo perché racconta l’orrore decorandolo con dei centrini. Come per le tenere ziette omicide di Arsenico e vecchi merletti, il sorriso prende il posto a una smorfia di disgusto di fronte a situazioni che, diciamolo chiaramente, in altri contesti ci avrebbero trasmesso un certo disagio. Arriviamo persino a simpatizzare con l’intervistato, quasi fosse una comparsa di una simpatica black comedy in cui ciò che veramente conta, alla fin fine, è esorcizzare con una risata a denti stretti una realtà troppo spaventosa per essere pensata altrimenti. Certo, la Leosini non risparmia nulla allo spettatore, però lo fa con la grazia e l’impeccabile savoir-faire del chirurgo che vi annuncia la necessità di un’operazione urgente a cuore aperto.

Insomma, si può fare giornalismo sporcandosi le mani al contempo apparendo candidi come gigli. L’osceno lascia spazio all’armonioso, al delicato, pur mantenendo sotto la superficie un’inquietudine non del tutto repressa, un fastidio di fondo stemperato giusto da quel tocco di mondano che traspare dai modi educati della simpatica intervistatrice. Franca Leosini, incantatrice della porta accanto, riesce a mettere il pubblico a suo agio di fronte al peggio della natura umana.

E, proprio per questo, non riusciamo a staccarci dal televisore.

La tolleranza che non ti aspetti

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A scanso di equivoci: Rohani non ci piace così come non ci piacciono i regimi totalitari in genere, non importa il colore politico o l’ideologia che li sorregge. E ancora meno ci dovrebbe piacere la religione, oppio dei popoli e aborto dell’immaginazione umana – abbiamo davvero bisogno di Dio per pensarci migliori? Sorprende però che nel clima attuale di “tensione fra civiltà” – non siamo ancora allo scontro, per fortuna – il presidente iraniano in visita a Roma abbia sottolineato un punto piuttosto importante, cioè che “il Corano insegna a rispettare chiesa e sinagoga”.

L’idea che il mondo islamico consideri gli appartenenti alle altre due grandi religioni monoteiste come “infedeli” è profondamente erronea – sebbene tale idea sia stata alimentata in buona parte proprio da alcune fra le correnti musulmane più radicali. Nel Corano infatti, Cristiani ed Ebrei vengono definiti “la gente del Libro”, in chiaro riferimento all’Antico e al Nuovo Testamento, nettamente distinta dai “pagani” veri e propri, cioè i politeisti. Pare anzi che tale definizione possa addirittura applicarsi a Induisti, Buddhisti e Zoroastriani, i cui testi sacri erano tenuti in grande considerazione dall’Islam delle origini.

Le genti del Libro sono miopi, ci dice il Corano, poiché fanno un po’ troppa confusione sull’idea di Messia, e, soprattutto, non riconoscono Maometto come profeta. Tuttavia, esse hanno la possibilità di salvarsi e di accedere al Paradiso, in virtù di un substrato monoteista fondamentalmente condiviso; una volta che ci si è messi d’accordo sull’esistenza di un unico Dio, sul resto si può (più o meno) chiudere un occhio. Ecco cosa dice la sura V (detta “della mensa”), versetto 48, a proposito dei differenti approcci alla Verità:

A ognuno di voi abbiamo assegnato una regola e una via, mentre, se Iddio, avesse voluto, avrebbe fatto di voi una Comunità Unica, ma ciò non ha fatto per provarvi in quel che vi ha dato.

Certo, Ebrei e Cristiani rimangono in errore nel momento in cui abbandonano la via che è stata loro indicata da Dio nella Torah e nei Vangeli – e questo, secondo il Corano, capita piuttosto spesso – , ma ciò non toglie che esista per loro, grazie a una sorta di potenzialità salvifica universale, la possibilità di godere “dei frutti che hanno sulle loro teste e sotto i loro piedi” (sura V, versetto 66). Insomma, un bell’esempio di tolleranza e relativismo religioso che, purtroppo, non trova uguali nel Vangelo o nelle parole di Gesù (su questo punto magari ritorneremo un’altra volta).

Tutto ciò non significa che dobbiamo per forza farci piacere l’Islam – e tanto meno Rohani. Si tratta però di considerare, almeno per un attimo, che l’alterità del Corano in quanto testo sacro non si traduce sempre e necessariamente in un invito alla violenza o alla persecuzione religiosa. C’è un mondo di complessità in quelle pagine che, per poter essere interpretato, andrebbe letto con una certa attenzione e, soprattutto, senza pregiudizi.

L’alternativa a questo metodo è Oriana Fallaci.

Si fotta la famiglia tradizionale

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“Ruotando e roteando nella spirale che sempre più si allarga,/Il falco non può udire il falconiere;/Le cose si dissociano; il centro non può reggere/E la pura anarchia si rovescia sul mondo” (W. B. Yeats, Il secondo avvento)

La famiglia tradizionale l’ha voluta Dio? O piuttosto ci ha pensato la Natura sulla base di un qualche principio darwiniano? L’ha detto Sant’Agostino nel De Civitate Dei?

Sapete cosa vi dico? Chissenefrega.

Non c’è scritto da nessuno parte che le regole vadano rispettate a tutti i costi. L’umanità è strisciata fuori dal fango di un’animalità mai del tutto repressa proprio infrangendo le regole. Dal frutto della conoscenza strappato all’albero dell’Eden, passando per la poesia (cosa c’è di più innaturale dello stravolgimento del linguaggio con versi e metafore?), fino alle moderne scoperte scientifiche, quel ci ha permesso di andare avanti è stato il fottersene allegramente dell’ordine prestabilito.

La gerarchia, la mancanza di iniziativa, la paura delle innovazioni, l’impulso a seguire il branco è roba da pecoroni – non è forse un caso che i preti amino così tanto definirsi “pastori”. Non vi è slancio verso il futuro se non si azzarda, non c’è presente davvero vissuto se non si ha un occhio sulla prospettiva.

Lottare per l’immobilismo invece che per l’evoluzione significa autocondannarsi a nutrirsi dei propri escrementi esistenziali, rimanere vittima di canoni il cui unico senso di esistere è la perpetuazione del canone in sé. L’umanesimo di cui si fa promotrice la Chiesa è una burla: l’essere umano sembra sempre e comunque assoggettato a un potere superiore, un ideale più grande, che di fatto ne annichilisce il potenziale e lo lega ai vincoli perversi della paura del domani.

Che la famiglia tradizionale esista o meno ha poca importanza. Nessuno ci dovrebbe obbligare a rispettarne a tutti i costi i fondamenti, come se l’esistenza dell’universo dipendesse dalle decisioni che prendiamo in materia di affettività e amore, dalle scelte che facciamo in maniera assolutamente consapevole sulle nostre vite. E se anche questo fosse il caso, non avrebbe comunque importanza: l’unico limite allo spazio di manovra della libertà è la nostra stessa coscienza. E che abbia pure luogo il Secondo Avvento, se questo è il prezzo che dobbiamo pagare per poterci affermare su questo straccio di pianeta.

Tutto il resto è solo paura, torpore e intolleranza, unica e vera morte dell’anima.

Provaci ancora Leo! – The Revenant: la recensione

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“Tra l’ironia e il sarcasmo,” diceva quel pirata dal fascino senza tempo di Corto Maltese, “passa la stessa differenza che tra un sospiro e un rutto.” La stessa cosa si può dire del rapporto fra cinema autoriale di vecchio stampo (pacato nei toni ma di qualità ottima) e la polluzione egotica di una certa Hollywood contemporanea – quella che si fa le seghe davanti allo specchio, per intenderci.

Purtroppo, l’ultimo film di Alejandro González Iñárritu, The Revenant, fa parte di quest’ultima categoria. Già in Birdman i più attenti avevano notato una certa deriva del regista messicano autore di piccoli capolavori come Amores perros e 21 Grammi, in un tripudio di retorica farsesca che si nascondeva dietro piani sequenza infiniti e virtuosismi stilistici di maniera. E se un ottimo Michael Keaton si era trovato a dover reggere il moccolo nella relazione incestuosa tra Iñarritu e il suo specchio, questa volta il compito ingrato è toccato al povero Leonardo DiCaprio, ormai disposto a tutto pur di vincere quella dannatissima statuetta d’oro.

The Revenant è un film esagerato, ma nella nozione negativa del termine. È un’esplosione continua alla Michael Bay, un collage di situazioni improbabili, paesaggi spettacolari e masochismi interpretativi col solo scopo di ubriacare lo spettatore, che si trova all’uscita del cinema completamente rincoglionito e poco conscio di una trama altrimenti improbabile – se non addirittura ridicola. La storia vera della lotta per la sopravvivenza del cacciatore Hugh Glass, scampato nel 1823 a un attacco di un grizzly e abbandonato nella foresta, ferito, dai compagni, diventa infatti una parodia del massacro per certi versi simile a Gravity di Alfonso Cuarón, con la gente in sala che ride per la marea di sfighe surreali che minacciano in continuazione  la vita del protagonista. Lo sfondo è il panorama meraviglioso delle montagne e dei fiumi della Columbia Britannica, il cui aspetto documentaristico viene purtroppo rovinato da un abuso di CGI. E’ tutto troppo nel film di Iñarritu, c’è sempre qualcosa che sembra dover stonare per forza, quasi fosse un obbligo.

Dispiace poi che in quella che parrebbe una cura maniacale per la regia e il montaggio scada in piccole disattenzioni d’antan, come i cambi climatici repentini nell’ambiente circostante (neve che appare e scompare da una scena all’altra) o i fucili ad avancarica che, nel corso di una scena d’azione, si ricaricano misteriosamente da soli e sparano due volte. Ma il peggio è rappresentato dalle trovate da mockumentary e splatter movie, ovvero gli schizzi di sangue sulla telecamera o il fiato dei protagonisti che appannano l’obiettivo (per non parlare dei sogni-visioni del protagonista sulla moglie morta, a metà strada tra le scene nel grano de Il gladiatore e la fotografia pedante di Nicolas Winding Refn).  Gigionate davvero inutili.

E il povero Leo? DiCaprio ci regala due ore di pura sofferenza fisica, dipinta e assolutamente visibile sul suo volto. Emotività però che si ferma solo lì, sulla faccia, dato che in tutto il film il regista gli mette in bocca sì è no cinque battute. Il resto è un grugnito continuo, uno sbavazzarsi sul mento tra una sfiga e l’altra. Eppure credo proprio che a questo giro l’Academy si troverà costretta a premiarlo con l’Oscar – se non altro per esasperazione. Come diceva un mio amico alla fine della proiezione, “se questa volta non glielo danno, al prossimo film si taglia la pelle come in una performance di Marina Abramović.” Body art extrema ratio.

Insomma, The Revenant è quel cinema che faremmo a meno di vedere ma che alla fine vediamo lo stesso, un po’ perché ci siamo affezionati ai tentativi fantozziani di DiCaprio, un po’ perché Iñarritu è uno che il proprio mestiere alla fin fine lo sa fare, eccome. Tuttavia è forse la consapevolezza della propria estrema bravura a spingerlo in una deriva autoreferenziale e parossistica, un loop squilibrato di ripetizione del canone (un po’ come Sorrentino in The Youth che copia Sorrentino in La grande bellezza). Tanto, troppo narcisismo e pochissima sostanza.

Il risultato? Un film fatto per registi e attoroni a caccia di Oscar che molto spesso si dimentica del vero referente: lo spettatore.

David Bowie e il coraggio delle stelle

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Viviamo in un’epoca di grandi talenti canori e autori inesistenti. Basta accendere la televisione e mettersi a guardare un qualsiasi talent musicale: tantissimi ragazzi e ragazze in competizione per quei fottuti quindici minuti di celebrità, una rincorsa alla celebrità dell’attimo che, nella migliore delle ipotesi, si tradurrà in una folgorante carriera da interpreti eccezionali di canzoni mediocri.

Legioni di schiavi talentuosi “costretti” a mettere la proprio voce al servizio di brani altrui, motivetti da barbiere che rimangono nelle nostre orecchie giusto per la durata dell’assedio radiofonico, in una bulimia di tormentoni stagionali destinati a soccombere di fronte alla prossima ossessione del momento. Non vi è distanza tra terra e cielo per questi cantanti-operai della musica, legati a una catena di montaggio mediatica il cui nastro scorrevole sembra non avere mai fine.

Ma il cielo, anzi lo spazio, è ancora lì, sopra le nostre teste, e qualcuno l’ha persino raggiunto. Costruttore di scale per l’infinito, David Bowie ha speso un’intera carriera nell’esplorazione di ciò che poteva risiedere oltre i limiti. Il coraggio dell’innovazione, la sfida per il futuro, non era semplicemente un fine per il cantautore londinese, ma un vero e proprio mezzo di creazione artistica. Plasmare nuove realtà mettendo in discussione i propri canoni, innovare abbandonando i fardelli insostenibili dei vecchi sé. Ci vuole coraggio, per abbandonare la Terra.

Angelo dell’innovazione musicale, Bowie ha fatto della galassia la propria casa, dei soli e dei pianeti distanti il proprio punto di riferimento costante. E se credete che tutto ciò sia solo una metafora, guardatevi il video dell’astronauta canadese Chris Hadfield in una performance a dir poco commovente di Space Oddity a bordo della Stazione Spaziale Internazionale.

Le stelle sembrano molto diverse oggi, ma l’universo è ancora nelle nostre mani grazie a David Bowie.

Non tutti sono Charlie (per fortuna)

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Diciamolo chiaramente: non c’era niente di più lontano dallo spirito dissacrante, irriverente e provocatorio del settimanale francese Charlie Hebdo che la solidarietà trasversale, piaciona e probabilmente ipocrita di molti di coloro che l’anno scorso si sono fregiati dello slogan “Je suis Charlie”.

Una rivista satirica è fatta per dividere, non per unire. Non deve piacere a una maggioranza – che, per sua stessa natura, è pecorona e disperatamente aggrappata alle vesti logore del potere –, bensì deve indispettire il più alto numero di persone possibile, scandalizzare i benpensanti e infastidire le gerarchie. Un umorismo socio-politico che attira consensi ha fallito nel suo intento: se il re è nudo e tutti sono già d’accordo non c’è proprio niente su cui puntare l’attenzione.

Non posso quindi che dirmi contento che nell’anniversario della strage la redazione di Charlie Hebdo sia rimasta fedele alla sua natura: far incazzare un sacco di gente. La copertina dell’ultimo numero ci mostra il vero responsabile della carneficina dello scorso 7 gennaio, ovvero un Dio dalla faccia truce, armato di kalashnikov e con la veste sporca di sangue. Un ottimo modo per far uscire allo scoperto scribi e farisei: non ha infatti tardato la pioggia di critiche e rimostranze di alti esponenti del mondo cattolico e islamico, inevitabilmente indignati per la profanazione religiosa. La rivista ha fatto ancora una volta il suo mestiere in maniera eccellente, mettendo alla berlina ed esponendo tutti quelli che, in fondo in fondo, della libertà di risata farebbero anche a meno.

Loro non sono Charlie, e non lo sono mai stati.

Dei migranti morti in mare non ve n’è mai fregato un cazzo

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Martedì, al largo dell’Egeo, sono morti 11 migranti, tra i quali 5 bambini, in seguito all’affondamento del barcone su cui viaggiavano proveniente dalle coste turche. Le cifre ora parlano di circa 700 bambini morti in mare dall’inizio dell’anno – e dire che non siamo ancora arrivati a Natale.

La notizia è rimasta in testa ai maggiori siti di informazione giusto 24 ore, il tempo di essere sostituita da qualche attualità più ghiotta (il vecchio suicida per colpa delle banche, la guerriglia ultrà a Napoli, un blitz nel Casertano contro i Casalesi, ecc…). Sulle bacheche Facebook ancora intasate di messaggi di solidarietà per la Francia non è apparso niente: bisognerà forse aspettare che Zuckerberg crei un colore adatto da applicare ai profili per i morti in mare. In televisione ieri sembravano tutti preoccupati per le dichiarazioni di Putin sull’uso dell’atomica in Siria, e mi sa che oggi sarà il turno delle banche cattive che spingono la povera gente ad ammazzarsi.

Il lutto stavolta è stato breve, d’altronde undici morti sono obiettivamente pochi: probabilmente c’è una conta ufficiale per stabilire da che numero di decessi in poi è lecito indignarsi per più di una giornata. Per non parlare della distanza geografica: l’Egeo è mica il canale di Sicilia, saranno problemi dei Greci, finché non arrivano i cadaveri sulle spiagge di Lampedusa dov’è il problema? Poi si sa che l’emozione si misura non solo in quantità delle vittime e chilometri, ma anche in tratte aree: a Parigi con Ryanair ci arrivi in un’ora e mezza, invece per le isole greche con le compagnie lowcost è un casino.

Scriveva un giornalista del Washington Post qualche settimana fa, in merito agli attacchi alla capitale francese, che “il dolore è un’emozione personale, e quando è sentito veramente, non è sempre giusto o proporzionato alla demografia mondiale”. Eppure, l’impressione è che di personale in fatti e notizie che coinvolgono le masse ci sia veramente poco: se davvero l’individualità fosse ciò che determina questo genere di reazioni, nel caos generale di 7 miliardi di sensibilità diverse ogni singolo avvenimento avrebbe più o meno lo stesso peso. Non è così che funziona, mi sembra.

Temo piuttosto che quella della sensibilità individuale (che sarebbe lecita proprio perché, appunto, individuale) sia un’enorme balla: di individuale nella nostra commozione a orologeria c’è veramente poco, siamo pecoroni attaccati a internet e allo schermo della televisione pronti a cogliere le emozioni filtrate dai capricci mediatici. Capricci mediatici, sia chiaro, a cui prendiamo attivamente parte, contribuendo a costruire sistemi mitologici di indignazioni momentanee e fobie a misura di mouse o telecomando.

Questo non significa necessariamente che la nostra attenzione debba essere costantemente indirizzata a tutti i mali del mondo. Una selezione è doverosa o perlomeno inevitabile (piangiamo molto di più se ci muore il gatto che per un attentato kamikaze a Tel Aviv), tuttavia bisognerebbe finalmente riconoscere l’ipocrisia e i limiti di questo atteggiamento a correnti alterne. Perché i morti in mare che tanto ci avevano commosso qualche mese fa ora ci sono del tutto indifferenti? Com’è possibile che la nostra rabbia, la nostra indignazione, abbia la durata di vita di un moscerino della frutta?

La capacità di emozionarsi probabilmente non rappresenta una virtù. Almeno non nel senso stretto del termine: le emozioni sono temporanee, così come l’empatia, che può essere spenta e accesa come un qualsiasi interruttore. L’attaccamento (l’amore?) per una persona, un’idea, una causa, è tutto un altro paio di maniche. Fuori da questo schema, il resto è sostanzialmente irrilevante.

La vittoria di Marine Le Pen – Che succede in Francia?

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Il grande successo del Front National nelle regionali tenutesi ieri in Francia non è da attribuire ai soli fatti di Parigi.

Da anni si cova infatti nel paese un malcontento generale, che ha investito in particolare la presidenza Hollande sin dall’inizio della sua presidenza: in una situazione di crisi economica generale, il presidente socialista è stato accusato di essere poco “deciso” nei suoi interventi di risanamento, soprattutto per quanto riguarda il dato occupazionale. La disoccupazione non hai smesso di crescere negli ultimi sette anni, passando dal 7,1% nel 2008 al 10,2% nel secondo trimestre di quest’anno.

A poco sono servite riforme sociali di stampo liberale (come nel caso del matrimonio gay), o un interventismo militare diffuso di vecchio stampo gaullista (Libia, Mali, Centrafrica, Siria): nel 2013 il presidente francese era riuscito a toccare il record negativo di popolarità, scendendo al 23% dopo un solo anno di mandato. In un paese “tradizionalmente” di destra, il placido Hollande sembra più versato per gli scandali amorosi che per la guida di una nazione in difficoltà, difettando così di quella risolutezza tipica dei grandi leader della Quinta Repubblica.

Sull’altro versante, l’UMP (il partito di centro-destra, recentemente ribattezzato Les Républicains) non se l’è passata di certo meglio: una lotta intestina per la guida del partito durata mesi e mesi ha fatto sì che l’unica soluzione di compromesso possibile fosse il ritorno alla dirigenza di Sarkozy, odiatissimo da buona parte dei Francesi – sebbene non quanto Hollande – per una presidenza considerata troppo mediatica e populista, se non addirittura “berlusconiana”.

In questo clima di sfiducia generale verso i partiti tradizionali, la figura di Marine Le Pen ha assunto un’aura quasi messianica agli occhi di chi ancora sogna un ritorno alla grandeur francese del passato. Rompendo i rapporti con l’ormai senilmente imbarazzante padre, e rinunciando ad alcuni dei toni più estremi della vecchia ideologia del Front National (ad esempio l’antisemitismo), la Le Pen si è presentata come la potenziale leader europea di tutti i movimenti nazionalisti del continente. Con la giovane e bella nipote al fianco, Marion Le Pen, la leader del FN rappresenta il volto nuovo della destra (estrema?) europea: la lotta all’invasione degli stranieri e all’ingerenza di Bruxelles ha ora il suo punto fermo in una donna colta ed elegante.

Vi è poi un dato puramente regionale: le regioni del nord (ad eccezione della Bretagna) così come quelle del sud (soprattutto la Provenza) sono ormai da anni nelle mani del FN, e, da questo punto di vista, i recenti risultati non dovrebbero sorprendere. Quel che sorprende invece è che buona parte degli elettori di destra del meridione di Francia sono italiani e arabi di seconda o terza generazione. Insomma, figli e nipoti di immigrati.

In tutto questo, bisognerà dunque capire quale sarà il peso effettivo del Front National a livello nazionale alle elezioni presidenziali del 2017, in un clima generale di sfiducia nelle istituzioni e tendenze islamofobe. D’altronde il tempo è ancora tanto, e le carte in tavola possono cambiare in maniera radicale da un momento all’altro. Recentemente i sondaggi hanno premiato Hollande, per la prima volta dall’inizio della presidenza, per la reazione decisa nei confronti dell’ISIS subito dopo gli attacchi di Parigi. Dall’altro lato, Sarkozy sta pian piano ricostruendo il suo partito, mantenendo però questa volta un profilo basso sul piano mediatico per non incorrere nelle pesanti critiche del passato – meno Carla Bruni, più politica.

Tutto questo basterà a riportare la bilancia sul bipartitismo tradizionale francese, escludendo così il rischio ballottaggio nel 2017 col FN? On ne sait pas, staremo a vedere.

L’insostenibile leggerezza dell’essere (ebreo)

in cinema/ by

Credo solo in due cose, il sesso e la morte, solo che dopo la morte non ti viene la nausea.

Ci sono tanti modi per affrontare la morte; fra questi, esserne terrorizzati è sicuramente il migliore. Ma è proprio la paura della morte – non la morte in sé, evento disgustoso e innominabile – a dare luogo a l’espressione più profonda della nostra umanità: ovvero l’umorismo, di cui Allan Stewart Konigsberg, in arte Woody Allen, è il grande interprete contemporaneo.

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Un interprete ha spesso una vita a tratteggiare i contorni di questa ansia universale, traducendola nei termini malinconici dell’ilarità riflessiva. Proprio come nell’umorismo pirandelliano, ridiamo grazie alle opere dell’autore newyorkese con la consapevolezza della miseria della nostra ben limitata natura: Allen si prende infatti gioco della nostra paura più grande non per esorcizzarla (questo è un compito per cabarettisti o filosofi di seconda categoria), bensì per prenderne atto. Non vi è catarsi nella risata, solo consapevolezza – una sorta di Nietzsche al contrario, che ride ancor prima di guardare nell’abisso.

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Un artista della morte ma non per la morte, il caro Woody: nel caos insensato di un’esistenza la cui unica (non-)logica sembra essere l’entropia, l’amore fa capolino per gettare ancora più confusione nella mischia. Possibile che oltre tutto questo dolore e questa paura, esista qualcosa in grado di cambiare le carte in tavola? L’amore non è forse una sorta di magia, che scombina le regole implacabili dell’insensatezza universale per dare agli esseri umani un buon motivo per andare avanti? Nella classica dicotomia freudiana eros/thanatos, pare che per Woody Allen il primo abbia tutto sommato la meglio.

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Certo, non che l’amore non sia causa di problemi, soprattutto quando si tratta di sesso: quel che il corpo ci spinge a fare spesso va contro il buoncostume e gli usi del vivere civile. Prostituzione, incesto e zoofilia mal s’accordano con una società che fonda le proprie basi su ciò che è lecito o meno fare (a letto), ma non per questo Allen rinuncia a sottolineare l’incongruente necessità della perversione amorosa – al punto non solo di raccontarla, ma persino di viverla sulla propria pelle. Il sesso nelle sue manifestazioni più distorte è forse ingiusto e immorale, ma al tempo stesso inevitabile e, soprattutto, dannatamente piacevole.

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E a una società che traccia i confini della moralità Woody Allen risponde con il paradosso ebraico, che è quello della doppia appartenenza. L’ebreo della diaspora vive in due mondi paralleli senza appartenere completamente a nessuno dei due, ed è proprio questa ubiquità imperfetta a permettergli di cogliere le contraddizioni, gli aspetti grotteschi, di entrambe le realtà. Si ride degli ebrei da americano e degli americani da ebreo, nella consapevolezza del proprio posto da osservatore privilegiato – sebbene a tratti un po’ schizofrenico – di questa dimensione caleidoscopica.

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Quel che rimane fisso è invece l’arte, nella sue varie forme (cinema, scrittura, musica), placebo esistenziale che conforta o perlomeno distrae dai mali di questo tempo. Un tempo che però si assottiglia, fino a quasi scomparire, nell’esercizio di una letteratura – intesa in senso ampio, come narrazione della vita – tesa a rivelare la tragica costante delle nostre insoddisfazioni. Woody Allen è inattuale perché non semplicemente relegati all’attualità sono i dubbi e le contraddizioni dell’essere umano. Non che vi sia davvero una risposta agli interrogativi che ci attanagliano da sempre (così come non vi è una reale soluzione alla paura per la morte), tuttavia è proprio l’assurdità del porsi domande senza risposte quel che permette all’artista di andare oltre, nei termini spaziali della propria persona e in quelli temporali di un divenire che non si arresta mai.

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Oggi Woody Allen compie 80 anni. Chissà cosa ne pensa, di questo traguardo un po’ amaro: una ragione in più per aver paura della morte, o un ulteriore incentivo a riflettere, con lacrime e risa, dell’assurdità dell’esistenza?

Ad ogni modo, buon compleanno Woody!

Identità e tradizioni: il Natale talebano

in cultura/società by

Ogni volta che sento parlare di “cultura”, “tradizioni” e “identità” mi vengono i brividi. L’impressione è infatti quella che si voglia imporre come assoluti, necessari e indissolubili elementi che, da una prospettiva sociale e storica, sono squisitamente contingenti.

Prendiamo il Natale ad esempio, anche quest’anno al centro delle polemiche per le dichiarazioni del preside di un istituto scolastico di Rozzano che si è detto contrario ai canti religiosi, al fine di evitare provocazioni nei confronti dei musulmani.  Sommerso da critiche provenienti da ogni parte, il preside alla fine ha dovuto dimettersi. Sulla questione è però intervenuto lo stesso Matteo Renzi, dichiarando che “confronto e dialogo non vuol dire affogare le identità in un politicamente corretto indistinto e scipito. L’Italia intera, laici e cristiani, non rinuncerà mai al Natale. Con buona pace del preside di Rozzano”.

Ecco, al di là delle motivazioni della scelta dell’ormai ex dirigente scolastico (certo ingenue e un po’ vigliacche), si potrebbe discutere proprio sull’affermazione del premier, a proposito di un presunto trittico “Natale-Identità-Italianità”. Da queste parole sembrerebbe infatti che le celebrazioni natalizie siano un’esigenza fondamentale della nostra società, indipendentemente dal nostro essere credenti o meno – quasi che non si possa realmente dirsi Italiani al di fuori di tale schema. Che poi Renzi si riferisca al Natale religioso in senso stretto o a quello commerciale del Santa Claus beone della Coca-Cola poca importa: non c’è possibilità di scelta, questa è la nostra identità.

Tuttavia, la posizione renziana sul tema mina (paradossalmente) il concetto stesso di identità –  intesa da un punto di vista democratico, e, aggiungerei, antropologico –, la quale è innanzitutto una questione di agency: ovvero, ognuno è libero di definirsi come meglio vuole e crede. Questo vale anche per le cosiddette culture che, lungi dal formarsi “fuori dal tempo” e al di là del libero arbitrio, non sono altro che il prodotto di scelte e selezioni (individuali o collettive) spesso finalizzate a uno scopo ben preciso. L’esempio più banale ce lo mostra proprio il Natale, paradigma per eccellenza di rottura consapevole con il passato: per contrastare le celebrazioni pagane del solstizio d’inverno, le gerarchie cristiane si inventarono di sana pianta la storia del Bambin Gesù nato il 25 dicembre. Alla faccia della tradizione.

Certo, come scrive qualcuno, si potrebbe semplicemente accettare la realtà di una scuola invasa da simboli più o meno religiosi e, senza vietare niente a nessuno, proporre delle alternative all’interno dello stesso contesto. Come è giusto che sia: libertà per tutti, minoranze e maggioranze. Eppure è evidente che in una dimensione pubblica in cui la “tradizione” appare indiscutibile non può esserci spazio per un qualcosa di diverso, un’alternativa di pari dignità nella sua natura culturale benché non necessariamente connessa agli usi e costumi del passato. Se vi è un’identità fissa e immutabile (come traspare dalle parole di Renzi) tutto il resto è – per forza di cose – secondario, subordinato. Roba da Italiani di serie B, insomma.

E di fronte a un’identità unica e assoluta a me viene in mente solo una parola: fondamentalismo.

Francia, patria della democrazia e della libertà

in società/storia by

Si è parlato molto in questi giorni del valore della Francia come culla di principi democratici e libertari. A seguire dunque, 10 fatti storici che illustrano perfettamente l’attitudine d’Oltralpe al rispetto della vita e della libertà degli individui.

  1. 2 novembre 1793: la drammaturga Olympe de Gouges, autrice della Dichiarazione universale dei diritti della donna e della cittadina, viene ghigliottina per ordine del tribunale rivoluzionario, a causa delle accuse di violenza che la scrittrice aveva rivolto pubblicamente a Robespierre.
  2. 2-3 maggio 1808: il generale napoleonico Gioacchino Murat ordina di catturare e fucilare i popolani e contadini di Madrid che si erano ribellati all’invasione francese. La sommossa e la successiva repressione causano migliaia di morti fra le fila spagnole.
  3. Settembre-ottobre 1880: Pëtr Il’ič Čajkovskij compone l’Ouverture 1812, brano che nelle intenzioni dell’autore doveva commemora la fallita invasione della Russia da parte delle truppe napoleoniche. Il tema dell’invasore francese viene rappresentato dal motivo de La Marsigliese.
  4. Gennaio-luglio 1889: la conquista coloniale del Ciad ad opera della Francia, detta “mission Voulet-Chanoine” (dal nome dei generali che comandavano il corpo di spedizione) degenera in una violenza sistematizzata nei confronti dei civili che non vogliono collaborare. La cittadina di Birni N’Konni, con circa 10.000 abitanti, viene completamente rasa al suolo.
  5. 16 e 17 luglio 1942: più di 13.000 Ebrei residenti a Parigi (di cui un terzo bambini) vengono rastrellati dalla polizia francese e condotti in massa al Vélodrome d’Hiver, per poi essere trasportati in treno al campo di concentramento di Auschwitz.
  6. Maggio 1944: il Corpo di spedizione francese in Italia, composto da soldati marocchini al comando di ufficiali francesi, si rende responsabile in Lazio dello stupro di circa 20.000 persone tra donne, vecchi e bambini.
  7. 23 novembre 1946: la marina francese bombarda il porto di Haiphong, in Vietnam, nel tentativo di riconquistare l’ex colonia dichiarata indipendente da Ho Chi Minh. Nei bombardamenti muoiono circa 6.000 civili.
  8. 17 ottobre 1961: circa un centinaio dei 15.000 algerini che stavano manifestando pacificamente per le vie di Parigi contro l’occupazione francense della loro nazione, vengono uccisi a colpi d’arma da fuoco e manganellate dalla polizia gaullista.
  9. 31 luglio 1968: in Francia viene votata una legge che concede l’amnistia per tutte le infrazioni commesse dai militari francesi durante la guerra d’Algeria (1954-1962). Fra queste vengono incluse le torture inflitte alla popolazione locale (alcune stime parlano di centinaia di migliaia civili e combattenti coinvolti).
  10. 10 novembre 1982: nasce la cosiddetta “dottrina Mitterrand”, che di fatto esclude l’estradizione di cittadini stranieri imputati o condannati verso paesi considerati dalla Francia non “democraticamente” idonei. In seguito, beneficeranno dell’asilo francese i terroristi italiani Cesare Battisti, Toni Negri, Paolo Persichetti, Marina Petrelli, ecc.

Liberté, Égalité, Fraternité.

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