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Antoine Arel

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Il più probabile prossimo presidente della Francia

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Siamo nel 2016 e la democrazia non ha finito di sorprenderci. Ieri in Francia si è svolto il primo turno delle primarie per la designazione del candidato della destra e del centro per le elezioni presidenziali del 2017. Con una sinistra francese in dirotta e un’estrema destra molto forte, il ballottaggio del 2017 si dovrebbe giocare tra Marine Le Pen e il candidato della destra, motivo per cui queste primarie hanno suscitato parecchio interesse con la partecipazione di oltre 4 milioni di elettori.
I candidati erano 7, c’erano due grandi favoriti ed ha stravinto un terzo, François Fillon.

francia

Sarkozy, il ritorno perdente
L’ex-presidente Sarkozy aveva detto che si sarebbe ritirato della vita politica dopo la sua sconfitta contro Hollande nel 2012 ma a fine 2014 cambia idea e riprende la guida dell’UMP, il principale partito di destra, per poi annunciare la sua candidatura per le presidenziali. Forte della sua esperienza e appoggiandosi su una base di tifosi fedeli, Sarkozy pensava di essere il candidato naturale della destra per il 2017. Costretto ad accettare l’organizzazione di primarie, il primo turno doveva permettere di scegliere il candidato che lo avrebbe sfidato al ballottaggio. Risultato: il 21% dei voti ed un terzo posto che ha il sapore amaro di una medaglia di legno.

Juppé, l’anti-Sarkozy in crisi
Juppé, braccio destro di Jacques Chirac, premier negli anni 90, dopo qualche anno al verde dopo una condanna per impieghi fittizi, nel 2006 torna progressivamente alla politica, Sindaco di Bordeaux poi successivamente ministro della Difesa e degli Esteri sotto Sarkozy. Nella corsa alle presidenziali del 2017, si posiziona molto presto come l’anti-Sarkozy, a favore di riforme radicali ma garante di una repubblica inclusiva e tranquilla quando l’ex-presidente guarda verso l’estrema destra per contrastare Marine Le Pen. Di conseguenza Alain Juppé piace e diventa per tutta la campagna il principale challenger di Nicolas Sarkozy.

Chi è François Fillon
Classe 1954, François Fillon è stato il braccio destro del premier di Sarkozy per tutta la durata del suo mandato. Non un neofita quindi ma un personaggio sempre rimasto al secondo piano fino a ieri sera. Anche François Hollande lo archiviava in una discussione con dei giornalisti, “non ha la minima speranza”. Dal punto di vista del programma, lo schietto François Fillon rivendica la necessità di uno “choc”. Concretamente difende misure turbo-liberiste à la Thatcher e valori di vecchia destra conservatrice:
– fine della durata legale del tempo lavorativo
– pensione a 65 anni
– 500.000 dipendenti pubblici in meno e 100 mdi di riduzione della spesa pubblica
– riduzione all’osso del Codice del Lavoro
– modifica alla legge che apre l’adozione agli omosessuali
– stretta sull’immigrazione
Con un programma di destra che tanti ritengono eccessivo nella sua ampiezza ma sicuramente non originale nell’approccio, il discreto François Fillon ha stra-vinto un’elezione la cui importante affluenza doveva favorire un candidato consensuale, orientato verso il centro…

Da questa strana sequenza emerge un’unica certezza: François Fillon è ora il super favorito delle elezioni presidenziali francesi del 2017, fino al prossimo colpo di teatro?

In Francia la riforma del lavoro che scontenta tutti

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In Francia nessuno è contento della riforma del lavoro sulla quale il Governo ha posto la fiducia.

La riforma è partita come una riforma di ispirazione liberale, con una definizione più chiara del licenziamento in termini economici e un limite alle penali che l’azienda può essere tenuta a pagare ad un dipendente licenziato illegittimamente. La destra esultava, la sinistra era arrabbiata. Dopo una prima manifestazione, è iniziato #NuitDebout che dal 1° marzo (data di partenza del loro nuovo calendario, infatti oggi siamo il 72 marzo 2o16) cerca di liberare le menti francesi dall’oppressione neoliberista.
Di fronte alla ribellione del popolo di sinistra, la riforma è stata aggiornata e sono stati messi pezzi di socialismo dentro, per esempio: la tassa sui contratti a tempo determinato (proposta poi abbandonata ma rende l’idea). L’unico vero risultato di questa mossa è stata che la destra ha smesso di sostenere la riforma mentre la sinistra è rimasta arrabbiata.
Insomma, il disegno legislativo non è più né di sinistra né di destra ed è probabilmente anche troppo marginale per meritare il nome di riforma ma il governo deve farla passare. Non avendo l’appoggio della sua maggioranza di sinistra, è costretto a ricorrere al 49.3, la versione francese del voto di fiducia, anche se il suo uso è molto più raro (ogni mese in Italia vs 1,4 volta all’anno in Francia). Alla fine quindi, la sinistra vera rimane pura ed indignè, la destra resta in opposizione al governo che perde un altro po’ di credito e i disoccupati restano disoccupati. Ouf!

Spoiler: Hollande ha i numeri per farla passare, la legislatura è quindi salva nel pieno solco della tradizione della V Republique. Ah, il presidenzialismo!

Hollande en campagne

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Manca appena un anno e un mese alle elezioni presidenziali francesi, la Champions League della politica transalpina in termini di suspense, colpi di scena e gloria per il vincitore.

Lo scorso giovedì sera François Hollande ha giocato la prima manche per la qualificazione: una situazione quantomeno strana in Francia per il campione dopo il suo primo titolo.
Anche noi abbiamo una Costituzione, che non sarà la più bella del mondo ma dice che dopo due titoli di fila non è più possibile competere. Ne deriva che il Presidente uscente ha di solito un accesso diretto al primo giro di qualifiche (primo turno delle elezioni) con, nei fatti, una partecipazione garantita alla finale (secondo turno), con esiti sia positivi (Mitterrand 1988, Chirac 2002) che negativi (Valery Giscard d’Estaing 1981, Sarkozy 2012).
Ma allora perché Hollande deve giocarsi i play-off?
Né Libernazione né la Champions League vanno d’accordo con i sondaggi, ma per le Présidentielles è difficile farne a meno. Ecco un paio di numeri: l’85% dei francesi non si fida di lui e l’80% non vuole che il Président si ricandidi.
Di fronte ad una situazione così c’è chi lascerebbe stare, ma un Président è prima di tutto un campione con una certa idea di se stesso e del suo destino e quindi non si ferma a questi numeri da contabili e si butta nella battaglia. In fin dei conti, con una destra in crisi (ci sono più di 10 candidati alle primarie) e una sinistra divisa tra Nuit Debout (Los Indignados a Parigi) e En Marche! (il movimento socialista e business-friendly di Emmanuel Macron), François Hollande può sempre sperare di essere il candidato meno peggiore.
Prima mossa dell’operazione “remontada”: un talk-show televisivo con quattro citoyens-testimoni, tre giornalisti, il Président e argomenti caldi come lavoro, terrorismo e crisi della democrazia.
Questa forma di intervista esiste dal 1985 ed è un grande classico, spesso noioso. Dopo avere sprecato il suo capitale di fiducia, accumulato dopo gli attentati, con il fiasco della privazione della cittadinanza, e disilluso prima la sinistra e poi la destra con il progetto di riforma del mercato del lavoro, Hollande ha risposto allo sconcerto dei propri concittadini con numeri precisi e un ottimismo misurato. Meglio di niente, ma sicuramente non abbastanza per invertire la tendenza.
Come ha detto lui stesso, il suo mandato non è ancora finito e sono lunghi i mesi che lo separano da dicembre e dall’inizio della campagna elettorale; ma dovrà sfoderare una performance da fuoriclasse – e avere molta fortuna – per non essere costretto ad un’uscita di scena prematura e del tutto inedita, per un presidente al primo mandato, nella storia della Quinta Repubblica francese.

Il canone in bolletta è una brutta notizia per il libero mercato

in economia/politica by

Benché la Rai lo inserisca nei suoi bilanci tra le “vendite e prestazioni” e lo chiami spesso un “abbonamento”, il canone televisivo è e rimane un’imposta sul possesso della prima TV, istituita da un Regio decreto nel 1938. L’idea di farlo pagare nella bolletta della luce è un’idea di Renzi, già proposta a Novembre 2014. Fu allora bocciata per mancanza di tempo ma non completamente abbandonata. Riproposta di nuovo nell’autunno scorso ha superato il varco del Parlamento ed è stata inserita nella Legge di Stabilità.

Le modalità di attuazione sono state chiarite nel decreto della scorsa settimana, mentre sul piano teorico generale resta aperta la questione di coerenza tra questo provvedimento e i principi ispiratori del Ddl Concorrenza, che dovrebbe finalizzare la liberalizzazione del mercato elettrico iniziata da Bersani e ad oggi nei fatti incompiuta, con il 75% delle famiglie tuttora dormienti nella maggior tutela.

Per discutere del Canone RAI in bolletta abbiamo incontrato Michele Governatori, presidente di AIGET, l’Associazione Italiana dei Grossisti di Energia e Trader, nonché autore di Derrick, la trasmissione dedicata all’energia, l’ambiente e l’economia su Radio Radicale e del relativo blog.

  • Da dov’è venuta a Renzi l’idea di mettere il canone Rai nella bolletta della luce?

“Il canone RAI è un’imposta molto evasa e molto invisa ai contribuenti, anche perché non ha il coraggio di chiamarsi “imposta” pur essendolo a tutti gli effetti. (E anche, aggiungerei io, perché la connotazione di servizio pubblico della RAI è troppo flebile per giustificare simili trasferimenti economici). L’idea del Governo, mi pare, è stata quella di rovesciare l’onere della prova di mancato possesso della tivù (o di altre condizioni di legittimo non pagamento del canone), fatturando il canone a tutte le famiglie che abbiano un’utenza elettrica senza che sia il contribuente a dover attivarsi. È un’idea furba, ma ha grandi controindicazioni.”

  • Quali?

“Su tutte ne cito un paio: è un’ingerenza su operatori di mercato che non hanno alcun dovere di esazione per il Governo se non per imposte indirette legate al consumo di ciò che vendono, e trasforma la fattura di un servizio (elettricità) in un contenitore che include una voce che non c’entra nulla, ma che finisce per interagire coi pagamenti del servizio principale offerto.

Inoltre, compie una presunzione di obbligazione rispetto alla quale il contribuente passivo viene comunque tassato. Questo lo trovo iniquo: una prepotenza di Stato.”

  • I casi particolari, di chi non ha la televisione o cambia residenza, come verranno gestiti? Nessuno rischia di pagare più del dovuto?

“Sono casi insidiosi. Per quanto riguarda il mancato possesso della tivù, l’Agenzia delle Entrate ha già predisposto un modello di autocertificazione che sarà inoltrabile anche online. Sui dati anagrafici, e in generale su tutte le informazioni necessarie a identificare i soggetti passivi dell’imposta, sarà l’Agenzia delle Entrate a dover inviare ad Acquirente Unico (un soggetto istituzionale del settore energia) gran parte delle informazioni. I venditori di energia le acquisiranno e si comporteranno di conseguenza, senza alcuna possibilità o dovere di sindacarle. Errori nei dati, quindi, non saranno gestibili dai venditori di energia, che opereranno solo (ed è un impegno già gravosissimo) come soggetto di fatturazione e incasso.”

  • Lato fornitori, il canone Rai implica complicazioni organizzative. Sono pronti a gestirlo?

“I fornitori dovranno modificare i propri sistemi gestionali e la propria capacità di interazione coi clienti e con le istituzioni coinvolte a molti livelli. Se saranno pronti dipenderà anche dalla velocità con cui le specifiche verranno rese note. Di sicuro si tratta di un processo di aggiornamento critico e costoso.”

  • Sarebbe possibile avere precisazioni sui costi che dovranno sostenere i fornitori?

“Due semplici esempi: il primo: aggiornare un sistema di amministrazione basato su SAP nelle modalità richieste costa nell’ordine delle centinaia di migliaia di Euro. Si tratta di uno dei costi fissi di adeguamento. Il secondo: rispondere a più telefonate tramite il customer care costa quanto il lavoro che gli operatori devono dedicarci, più la loro preparazione. Già ora gli operatori stanno ricevendo un incremento molto significativo di chiamate, che non possono certo ignorare. 300 telefonate in più alla settimana, di dieci minuti l’una, significano 50 ore settimanali di lavoro di una persona, da formare e retribuire.”

  • Non era previsto all’inizio ma sembra che finalmente ci saranno rimborsi per i fornitori. E’ stata una negoziazione difficile?

“È stata una negoziazione difficile perché gli operatori si sono trovati a dover sottostare a una legge già scritta (la Stabilità). Hanno quindi cercato di convincere il Governo che se la RAI o l’Agenzia delle Entrate non remunerassero un’attività che la legge ha girato ai venditori di elettricità, e di cui quindi gli interessati originari si sono in parte liberati, quest’attività finirebbe per essere pagata nel prezzo dell’energia. Il che sarebbe iniquo e costituirebbe una tassa occulta.”

  • Cosa ci dobbiamo aspettare?

“Nel migliore dei casi, una bolletta un po’ meno trasparente (perché “inquinata” da una cosa che non c’entra nulla) e un onere annuale della prova (autocertificazione) a carico dei cittadini che (come me) non hanno la tivù. Nel peggiore (se non ci saranno i tempi minimi per mettere tutto in piedi) problemi e perdita di credibilità dei venditori dell’energia e del Governo. Nel caso dei venditori, anche perdita di denaro. Speriamo di no.”

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