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Anna Missiaia

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Gli italiani all’estero e la rappresentanza un tanto al chilo

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Da qualche settimana il voto degli italiani all’estero è diventato uno dei temi più caldi della campagna referendaria. Se passasse la riforma, gli italiani all’estero, come tutti gli italiani, non eleggerebbero più direttamente i loro senatori però a differenza di chi risiede in Patria questi non sarebbero sostituiti con dei nuovi senatori eletti dai consigli regionali. La mancata presenza di senatori eletti all’estero nel nuovo Senato è stata cavalcata dal fronte del NO. Pare infatti che per qualcuno la rappresentanza consista semplicemente nella conta matematica del numero di poltrone e nulla abbia a che fare con un ragionamento su quello che poi chi occupa queste poltrone andrebbe a fare a Roma una volta alla settimana. Il nuovo Senato infatti è pensato per dare voce alle istanze delle autonomie locali. È vero che il Senato comunque voterebbe su leggi costituzionali, leggi elettorali e approverebbe i trattati europei. Ma la discussione di queste materie è oggi e sarà anche in futuro un evento piuttosto eccezionale. La maggior parte delle materie di competenza del nuovo Senato riguarderanno invece i rapporti tra lo Stato centrale e le istituzioni locali. Quale sarebbe il contributo dei rappresentanti degli italiani all’estero su queste questioni non è dato sapere. La risposta più comune che danno i sostenitori del NO è che nel nuovo Senato comunque ci saranno cinque nomine da parte del Presidente della Repubblica e dunque tanto vale metterci pure i rappresentanti degli eletti all’estero. Sicuramente la presenza dei senatori nominati dal Presidente può essere criticata (chi vi scrive avrebbe ne avrebbe fatto volentieri a meno). Ma la tesi per cui i rappresentanti debbano volare una volta alla settimana a Roma per sedere in un’assemblea che discute di questioni regionali è quantomeno buffa. Quello che i rappresentanti del NO nella migliore delle ipotesi non hanno capito (e nella peggiore vogliono ignorare per racimolare qualche voto all’estero) è che con la riforma il luogo della rappresentanza per gli italiani all’estero passerebbe da essere Camera più Senato alla sola Camera. Questo senza togliere alcuna rappresentanza effettiva agli italiani all’estero, che anzi nella nuova Camera si ritroverebbero ad avere un peso leggermente maggiore nell’approvazione delle leggi che li riguardano, passando da 18 rappresentanti su 950 con potere di fiducia a 12 su 630. Visto che i parlamentari eletti all’estero non sono patate ma rappresentanti dei cittadini, sarebbe bello che nessuno li pesasse un tanto al chilo.

Del perché Matteo Renzi è un bastardo

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Matteo Renzi è un bastardo. Lo è perché invece di proporci la Riforma con la erre maiuscola, quella perfetta, inattaccabile, invidiata e osannata da tutti, ci propone una riforma possibile con la maggioranza che ha. Matteo Renzi è un bastardo perché invece di considerare intoccabile la Costituzione del 1948, la-più-bella-del-mondo, l’ha guardata per quello che è e l’ha migliorata per quello che poteva. Matteo Renzi è un bastardo perché non si è messo ad aspettare le condizioni migliori per cambiare la Costituzione. Matteo Renzi è un bastardo perché ci sta costringendo a fare un salto che forse arriviamo dall’altra parte ma forse ci schiantiamo. Matteo Renzi è un bastardo perché ha deciso di provare a fare quel salto sapendo che dopo di lui nessun altro potrà provarci per chissà quanto tempo.
Non solo Matteo Renzi è un bastardo, ma è anche IL bastardo di cui avevamo bisogno, perché spesso sono i bastardi quelli che cambiano la Storia.  È il bastardo che ha avuto il coraggio di mostrarci che la nostra Costituzione non è perfetta, che quello che andava (forse) bene nel 1948 non va più bene nel 2016. Matteo Renzi è il bastardo che ci ricorda che quella Costituzione del 1948 era un compromesso tale e quale alla riforma di oggi. Perché alla fine tutte le costituzioni lo sono. Matteo Renzi è un bastardo perché non ha voluto aspettare il suo turno per fallire come tutti gli altri. Magari fallirà, ma sarà comunque prima di quando era stato deciso per lui, guardando in faccia i cittadini e avendo offerto loro quello che aveva da offrire.

Matteo Renzi è il bastardo che ci sta dicendo che se invece di provare a saltare rimaniamo fermi, cadiamo comunque. Buon voto a tutti.

Oltraggio alla spudoratezza

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L’atroce dubbio che mi assale in queste ore è che il dibattito sul così detto “burkini” sia dovuto alla sua sciagurata assonanza con la parola “burka”, cioè con un indumento che rende le persone irriconoscibili e su cui chi scrive si era già espressa piuttosto negativamente tempo fa.
Dopo un paio di respiri profondi superiamo l’empasse e facciamo alcune considerazioni che valgono per le spiagge e in generale tutti i luoghi pubblici.
Prima considerazione: i giudizi sull’appropriatezza di un abbigliamento sono assolutamente arbitrari in qualsiasi cultura e tempo. Facciamo un esempio: negli Stati Uniti, non esattamente il paese della sharia, non è assolutamente consentito girare per una spiaggia a seno nudo, che provocherebbe svenimenti tra i presenti. Anche un perizoma porterebbe un certo scompiglio. In Italia il seno nudo è consentito, anche se rispetto a qualche anno fa sta passando un po’ di moda, e di perizomi sono piene le spiagge. È innegabile che se io seguissi gli standard americani di abbigliamento su una spiaggia italiana non attirerei l’attenzione dei presenti mentre se mi presentassi in perizoma e topless a Malibu verrei bloccata dalla polizia dopo 5 minuti. Lo stesso avverebbe in Italia se cercassi di prendere il sole in un’aiuola del centro città in bikini come sono soliti fare gli scandinavi al primo raggio di sole, mentre rimanendo vestita sotto il sole in un’aiuola di Stoccolma non correrei nessun rischio di fare quattro chiacchiere con le forze dell’ordine. Questo perché, da che mondo è mondo, non è quello che si copre ma quello che si scopre a rendere l’abbigliamento “indecente”.
Seconda considerazione: la stragrande maggioranza delle persone, compresa chi scrive, prova disagio a vedere una persona che si cala in mare coperta dalla testa ai piedi. Personalmente provo un sentimento simile anche quando vedo le ragazze inglesi aggirarsi in sandali tacco 12 e micro tubino a gennaio a Londra ma anche quando vedo i giovanotti hipster girare in scarpe senza calze o i turisti tedeschi in sandali con le calze. Potrei continuare a elencare abbigliamenti e atteggiamenti che mi mettono a disagio, ed essendo una persona tendenzialmente brontolona potrei andare avanti per un bel po’.
Terza considerazione: per quanto sia legittimo avere un’opinione negativa sul numero crescente di donne che decidono di coprire il loro corpo in pubblico molto più di quanto sia necessario secondo i nostri criteri di appropriatezza, non è certo legittimo imporre loro per legge di non farlo (sempre escludendo il volto, che a differenza di pancia e fondoschiena viene utilizzato per comunicare e rendersi riconoscibili). Immaginate se alle ragazze italiane a Londra venissero imposti sandali tacco 12 e microtubino in discoteca solo perché la stragrande maggioranza delle ragazze inglesi si veste così.
La quarta e ultima considerazione è che, come spesso accade, vietare una scelta personale senza una buona motivazione porta a trasformare quella scelta in un simbolo identitario. E poi la scelta pian piano viene percepita come obbligo verso il gruppo a cui si appartiene. Visto che io vorrei vedere le donne mussulmane abbandonare il “burkini” per loro libera scelta, spero che l’idea del governo francese di imporglielo per legge passi alla velocità di un colpo di sole estivo.

Referendum costituzionale e dimissioni

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Come ci fa notare oggi Nagasaki, a ottobre si vota sulla Costituzione e non su Renzi e Boschi. Che la scheda del referendum costutuzionale contenesse al suo interno un sì o un no alla riforma costituzionale non dovrebbe sorprendere l’elettore medio. Quello che va tenuto presente è però che voteremo sulla modifica della Costituzione che è stata al centro dell’azione del Governo Renzi fin dalla sua nascita ed è dunque del tutto logico che se questa venisse respinta Renzi e Boschi dovrebbero andare a casa. È anche del tutto logico che chi ritenesse quella riforma sbagliata non boccerebbe solo la riforma ma anche chi l’ha scritta. Non è chiaro infatti come potrebbe procedere l’azione di un governo dopo che una parte così consistente del suo operato venisse rigettata dagli elettori. Per non parlare del fatto che se il governo dovesse continuare, sarebbero proprio i Nagasaki di turno i primi a lamentarsene suonando la campana a morto per la nostra democrazia.

Da che mondo è mondo, i governi vivono e muoiono a seconda del loro operato senza che ciò venga considerato un ricatto. Viene quasi il sospetto che quelli del fronte del NO, che ora si affannano a dire che il voto non riguarda il governo, abbiano paura di scoprire che la riforma Boschi risponde a molte richieste dei cittadini, la gran parte dei quali non ha particolarmente a cuore il futuro politico di Renzi o Boschi, nel bene e nel male. Sai che tragedia se un vittoria dei SÌ fosse dovuta non a cieca partigianeria ma a una valutazione della riforma nel merito?

Andiamo dunque tutti a esprimere la nostra serena opinione sulla riforma senza far finta che sia stata portata dalla cicogna e senza cascare dal pero se chi l’ha scritta si prenderà le sue responsabilità in caso di bocciatura.

La strana cognizione del tempo quando si parla di gay

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“Non si comprende come così vasta enfasi ed energia sia stata profusa per cause che rispondono non tanto a esigenze, già per altro previste dall’ordinamento giuridico, ma a schemi ideologici”. Questa frase l’ha pronunciata il Presidente della CEI Angelo Bagnasco riferendosi all’approvazione della legge sulle unioni civili. Si lamenta il Monsignore del tempo sprecato dal Parlamento per le unioni civili. Lo stesso Monsignore però si era anche lamentato del fatto che il governo avesse posto la fiducia sulla legge, permettendo sia al Senato che alla Camera di approvare la legge in un giorno. Sempre parlando di sprechi di tempo ed energie, non ricordo nemmeno una parola di condanna per quei parlamentari (molti dei quali tengono a farci sapere che sono cattolici) che erano pronti a impantanare il Parlamento con migliaia di finti emendamenti alla legge. Per non parlare del tempo che sprecano quotidianamente le varie sentinelle di non si sa cosa o i partecipanti al Family Day per impedire che tutti i cittadini abbiano uguali diritti. Ecco, volevo augurare a Monsignor Bagnasco e a tutti quelli che hanno a cuore il buon utilizzo del tempo parlamentare una buona giornata mondiale contro l’omofobia.

E anche la riforma costituzionale è in mano ai cari vecchi swing voters

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Sono quelli che nel 1994 hanno voluto dare una possibilità a Berlusconi pur non essendo necessariamente di destra o essendo di destra ma non amando Berlusconi. Se non hanno votato per Lui, hanno dato un voto simbolico a qualche partito non coalizzato aprendo la strada al Cavaliere. Poi si sono pentiti della scelta e nel 1996 hanno votato, non senza difficoltà, l’Ulivo di Prodi (io avevo 13 anni e ricordo chiaramente qualcuno di cui non posso fare il nome che giurava di essersi dovuto fisicamente tappare il naso nella cabina elettorale). Non molto contenti di essersi di li’ a poco ritrovati con il comunista D’Alema al governo, nel 2001 hanno fatto come nel 1994: Berlusconi di nuovo o voto simbolico, e via con altri cinque anni di Cavaliere. Nel 2006, chiamati a decidere sulla riforma costituzionale voluta dalla Lega hanno senza tanto clamore deciso per il no. Del resto non sono fedeli a nessuna parte e sono gli unici che in referendum del genere votano nel merito e non pensando alle conseguenze sul governo di turno. Sono gli unici a pensare davvero che i governi vanno e vengono (li fanno andare e venire loro!) mentre le costituzioni restano. Come nel 1996, nel 2006 si sono in qualche modo convinti dell’impossibile: voto all’Unione di Prodi. Come sia finita lo sappiamo. Nel 2008, come da copione, si sono nuovamente votati a Berlusconi o a qualche partito fuori dalle coalizioni, considerando Veltroni il solito comunista ripulito. Nel 2013, ormai sfiancati, hanno preso atto del tramonto berlusconiano e hanno votato un po’ PD, un po’ Monti, un po’ magari 5 stelle e un po’ chissà’: ne risulta il caos che conosciamo, ennesimo governo tecnico e palude. Ecco, questi elettori tra non molto si troveranno a votare di nuovo per una riforma costituzionale che questa volta invece dei volti vagamente inquietante di Calderoli e Bossi ha quelli più tranquillizzanti, ma per loro non ipnotici, di Renzi e Boschi. Questi elettori sono gli unici che valuteranno nel merito la riforma e loro e solo loro decideranno, come sempre, le sorti del Paese. Se avevate già deciso cosa votare ancora prima che la riforma venisse approvata allora rilassatevi e aspettate che i silenziosi “swing voters” decidano che fine faremo.

 

P.S. Avete presente quella persona che si era tappata il naso per votare Prodi nel 1996? Ha già pronta la matita in mano e non vede l’ora di andare a votare. Secondo voi cosa vota?

Quella sottile differenza tra un sindaco e un minatore

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Sulla questione Meloni candidata sindaco di Roma pare che molti non abbiano chiaro che nella vita non tutti i mestieri sono uguali. La stragrande maggioranza delle persone è impiegata in attività per cui è sostituibile da un’altra senza troppi sconquassi (minatore, postino, camionista, casellante, cassiere al supermercato, etc.). Per questi lavoratori non ci sono tendenzialmente problemi ad organizzare il congedo parentale visto che è possibile assentarsi qualche mese, sia per le donne che per gli uomini, senza che cambi nulla dal punto di vista operativo (un po’ meno da quello economico, ma questo è un altro discorso). Poi ci sono mestieri intermedi, in cui il fatto che un lavoratore che diventa genitore si assenti è problematico perché non perfettamente sostituibile, ma con un po’ di organizzazione affrontabile. Penso a chi fa il medico, l’insegnante o il capo ufficio. Sono tutti mestieri in cui serve continuità ma esistono più persone che possono ricoprire un dato ruolo. Per questi mestieri, come per quelli sopra, la presenza fisica del lavoratore è importante se non indispensabile (un medico non può visitare da casa, per capirci).

Esiste poi una terza categoria di mestieri, che poi sono più che mestieri. Sono ruoli che possono essere ricoperti da pochissime persone. Ruoli in cui personalità e leadership contano più della presenza fisica. Fare il sindaco di una grande città è un ottimo esempio, come lo sono fare il ministro, l’amministratore di un’impresa, il rettore di un’università o il pontefice (vi ricordate Giovanni Paolo II? Avesse fatto l’impiegato lo avrebbero mandato in pensione di invalidità anni prima della sua dipartita). Per questi ruoli, l’esperienza accumulata conta più delle possibili limitazioni dettate da una condizione personale. Inoltre, gravidi o meno, in questi ruoli la capacità di saper organizzare la propria azione è ciò che conta davvero. A riprova di questo, basti pensare a quanti sindaci incapaci di delegare bene, nonostante la mancanza di utero, abbia avuto Roma negli anni. Si può ritenere che Giorgia Meloni, pur potendo garantire un impegno fisico minore rispetto a quello che avrebbe potuto garantire se non fosse stata incinta, la miglior candidata per la destra? Questione di opinioni. Io personalmente penso di si’, nel senso che la ritengo molto più valida di qualsiasi altro sulla piazza, non solo di Bertolaso. Se poi verrà eletta, organizzerà la sua vita familiare di conseguenza. Sospetto pure che la cosa le risulterà più semplice rispetto a chi gode di molta minore attenzione mediatica e molte meno risorse economiche. Infine, non stupisce come siano spesso quelli che hanno più da perderci da questa semplice distinzione (leggasi: individui più mediocri della puerpera in oggetto, ma per loro fortuna sprovvisti di utero) a disquisire di come sia essenziale per una donna organizzare la maternità come dicono loro.

La reversibilità e i Robin Hood al contrario

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Qualche tempo fa, chi scrive aveva auspicato che le pensioni di reversibilità venissero abolite per i coniugi, lasciando l’onore di provvedere al loro futuro previdenziale alle rispettive dolci metà attraverso delle pensioni integrative private. Come spesso succede, chi scrive si augura 100 e il governo propone di fare 10. Meglio di niente. Secondo Repubblica, il ddl di contrasto alla povertà attualmente in discussione prevede il passaggio delle future pensioni di reversibilità da prestazioni previdenziali ad assistenziali.
Questo passaggio ho provocato critiche da Lega, Cgil, sinistra Pd, M5S e area popolare (dovrebbe bastare questa lista per far capire la bontà del provvedimento, ma andiamo avanti). Cosa implica questo passaggio? Sostanzialmente, le pensioni di reversibilità in futuro dovrebbero dipendere dallo stato di necessità o meno di chi le percepisce. Attualmente, se una vecchietta di 80 anni che percepisce una pensione di 10,000 euro si sposa con un giovanotto di 25 anni nullatenente e nullafacente, dopo la sua dipartita il giovanotto riceve 6,000 euro al mese vita natural durante (in media fino a 79 anni, ma perché mettere limiti alla Provvidenza?). Con il passaggio a trattamento assistenziale, il giovanotto riceverebbe una pensione tale da mantenerlo ma non proporzionale alla pensione della defunta. Secondo Repubblica, “a giustificare l’erogazione delle pensioni di reversibilità non saranno più i contributi versati durante tutta la vita lavorativa da parte del lavoratore che avrebbe avuto diritto all’assegno se non fosse morto prematuramente”. Ora, forse a Repubblica non sanno che quando vengono calcolati i contributi da versare, si tiene conto della speranza di vita della popolazione. Nella speranza di vita, che è una media, sono inclusi sia quelli che muoiono single a 64 anni, e dunque versano contributi che mai diventeranno pensione, che quelli che muoiono a 100 anni dopo aver percepito la pensione per 35. In sostanza, la pensione è un’assicurazione che garantisce a chi vive 100 anni di non rimanere senza reddito e che piaccia o no quella pensione viene pagata anche da chi muore a 64 anni senza mai vedere un euro di pensione. Del resto anche la RC auto di chi non ha mai fatto un tamponamento paga i danni di chi fa un tamponamento all’anno. Quando Salvini dichiara che con il nuovo sistema verrebbero rubati i contributi effettivamente versati, evidentemente non si rende conto che quei contributi non tengono minimamente conto della speranza di vita dei coniugi (se lo facessero chi ha coniugi a carico dovrebbe pagare molto di più, trasformando le pensioni di reversibilità in molti casi in vere cuccagne per toy boy e sciure che non hanno lavorato un giorno in vita loro. Tutto a spese (anche) dei cittadini che hanno invece lavorato tutta la vita senza lasciare in eredità alla collettività coniugi da mantenere. Il sistema attuale è un bel caso di Robin Hood al contrario che toglie ai poveri per dare ai ricchi. Se invece si passasse a un sistema assistenziale le pensioni verrebbero pagate solo a chi ne ha bisogno per sopravvivere, al pari di quelle di povertà, imponendo un costo per la collettività si spera più contenuto.

Case svedesi, file sovietiche

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Quando vivevo a Londra, una delle preoccupazioni principali era quella di trovare una stanza il cui affitto fosse compatibile con le finanze di una dottoranda. Si sentivano storie tremende di affitti a quattro cifre, topi, moquette, finestre con gli spifferi, padroni di casa delinquenti e coinquilini da ufficio igiene. Il tutto era naturalmente vero e dovuto a quel biricchino del mercato, che per via dall’altissima domanda e la limitata offerta di alloggi, proponeva prezzi di equilibrio molto alti.

Una volta dottorata, sono uscita dall’inferno del libero mercato degli affitti di Sua Maestà per entrare in quello stile tardo sovietico della Svezia. Una volta arrivata in terra vichinga, con uno stipendio ben più sostanzioso, ho cominciato a cercare casa. Di domanda e offerta, neppure l’ombra: in Svezia quello che conta per ottenere un contratto di affitto a tempo indeterminato è la posizione nella fila. Sì, avete letto bene, la FILA. Perché la quasi totalità degli appartamenti in Svezia è assegnato attraverso un sistema di affitti calmierati e liste d’attesa che per alcune zone di Stoccolma possono oscillare dai 10 ai 20 anni. Naturalmente i locali si mettono in fila praticamente dalla nascita, ritrovandosi a 25 anni in un appartamento in centro che mai avrebbero potuto permettersi in un sistema di mercato. Bello, no? In realtà no, visto che come nel gioco delle sedie, se qualcuno trova posto qualcun altro lo perde. E dunque, per ogni studente svedese squattrinato che vive in centro grazie ai genitori che lo hanno messo in fila appena nato, ci sono molti più outsider (immigrati o svedesi provenienti da altre città o con genitori distratti) che rischiano seriamente di trovarsi senza un tetto sulla testa. Il sistema delle file porta poi al fiorire di comportamenti umani inevitabili, che solo chi crede ancora in Babbo Natale può pensare non esistano in Scandinavia. Per esempio, visto che ottenere un contratto di prima mano è così complicato, per non perderlo è consentito subaffittare casa per un anno (con una valida ragione e previa autorizzazione). Le valide ragioni vanno da un traferimento temporaneo per studio o lavoro ad un “tentativo di coabitazione” con un nuovo partner. Naturalmente, è illegale chiedere un affitto più alto di quello che si paga per il contratto di prima mano. Un’altra regola è che è possibile affittare stanze all’interno del proprio appartamento senza limiti se ci si rimane dentro.

Ora, potete immaginare quante e quali irregolarità avvengano visto che una grossissima parte degli appartamenti è in subaffitto (tutti improvvisamente studiano all’estero o provano a coabitare?). I prezzi dei subaffitti poi, specialmente a Stoccolma, sono ben più alti di quanto dovrebbero. Airbnb gode di ottima salute, e non a prezzi simbolici. Infine, pare sia frequente la pratica di subaffittare tutte le stanze di un appartamento tranne un ripostiglio e far finta di viverci per evitare il limite di un anno.
Recentemente il Guardian, giornale non proprio liberista, ha usato l’esempio di Stoccolma  per illustrare come quello degli affitti controllati sia un pessimo sistema di allocazione degli alloggi. Se un sistema simile a quello svedese fosse applicato a Londra, il risultato sarebbe catastrofico: le case migliori verrebbero assegnate agli insider a prezzi troppo bassi e per la maggioranza di poveri cristi nati altrove rimarrebbe il mercato dei subaffitti, con pratiche discutibili e prezzi altissimi. Alla fine, parafrasando il buon vecchio Winston, il libero mercato è il peggior sistema, eccezion fatta per tutti gli altri.

Autodifesa e autolesionismo

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Qualche giorno fa è morto per un infarto Ermes Mattielli. Il nome di questo rigattiere vicentino dirà probabilmente poco o nulla alla maggioranza di chi legge. Mattielli, 63 anni, invalido e senza reddito fisso, fino al 2006 rivende oggetti usati che tiene in un deposito adiacente alla sua abitazione. Il 13 giugno 2006, il rigattiere sente dei rumori provenire dal deposito. Prende la pistola e va a vedere che succede. Qui individua due intrusi e li investe con 14 colpi di pistola. I due ladri riportano ferite gravi e uno dei due rimane invalido. Dopo una prima sentenza più mite per eccesso di legittima difesa, Mattielli viene condannato a 5 anni e 4 mesi di carcere e a 135 mila euro di risarcimento ai due ladri.
La sentenza che condanna una persona per aver difeso la sua proprietà è apparentemente assurda e una buona parte della destra ci si è buttata a pesce al grido di “lo Stato ha sulla coscienza Ermes Mattielli”. Il fatto è che moltissimi, compreso chi scrive, provano un sentimento di profonda solidarietà verso un uomo che, ormai esasperato dai continui furti, si è ritrovato a commettere un gesto dalle conseguenze irreparabili. Ma il comportamento di Ermes Mattielli, per quanto fosse umanamente comprensibile, non lo era davanti alla legge. Il rigattiere non ha sparato per difendere sé stesso. Ha commesso un errore di valutazione in quanto i due ladri erano disarmati e ormai in fuga. Se non fosse stato condannato, si sarebbe sancito un potere di vita e di morte da parte di un un cittadino all’interno della sua proprietà. Il giudice non ha potuto che constare che per Ermes Mattielli fosse evitabile sparare quei colpi: avrebbe potuto restare in casa e chiamare le forze dell’ordine o dare loro un avvertimento.
Non c’è livello di esasperazione che possa giustificare 14 colpi di pistola da parte di un cittadino per proteggere non sé stesso ma la sua proprietà privata. Dal momento in cui ha deciso di affrontare i ladri, Mattielli si è messo, purtroppo, dalla parte del torto. Questo assolve “lo Stato” dall’averlo portato alla rovina economica, psicologica e fisica? Certamente no. Il rigattiere era già stato oggetto di svariati furti e lo Stato si è dimostrato incapace di difendere la proprietà privata (che poi sarebbe uno dei suoi compiti principali). Farebbero dunque bene i vari Salvini, Buonanno e Meloni a concentrarsi su questo problema invece di caldeggiare una rischiosa corsa alle armi da parte di cittadini comuni, i quali rischiano di passare dall’autodifesa all’autolesionismo senza nemmeno accorgersene.

Fumo,  donne (incinte) e bambini

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Personalmente accolgo sempre con piacere l’approvazione leggi che proteggono i non fumatori dai fumi tossici dei fumatori negli spazi di vita comune. Questo perché non tutti i fumatori sono dotati di una sensibilità tale da capire quando il loro fumo arrivi agli altri e in genere solo un divieto esplicito li fa desistere. Questa mancanza di sensibilità ha portato negli anni ad allargare la lista di luoghi pubblici in cui il fumo è vietato al fine di tutelare i non fumatori mentre frequentano uno spazio comune. Proprio perché le leggi anti fumo non sono fatte per far smettere i fumatori ma per proteggere gli altri, non vi è mai stata prima di oggi alcuna restrizione all’interno della propria abitazione o veicolo. Il governo ieri  ha però stabilito che la libertà di fumare in un luogo privato come la propria macchina si scontra con la tutela di due categorie: bambini e donne incinte. Il decreto vieta dunque di fumare in macchina in presenza di minori e donne incinte, oltre che nelle vicinanze dei reparti di ginecologia, pediatria e neonatologia.

Questo decreto contiene un divieto sacrosanto, uno insufficiente e uno surreale. Quello sacrosanto è il divieto di fumare in macchina in presenza di minori, che a differenza degli adulti non possono decidere autonomamente se inalare o meno il fumo degli adulti a cui sono affidati. Quello invece insufficiente riguarda i luoghi pubblici all’aperto.  In moltissimi paesi questo è già vietato (vedi bar e ristoranti all’aperto, parchi, spiagge, fermate del bus, stazioni dei treni, ecc). Non si capisce perché i cittadini debbano essere tutelati dalle ventate tossiche quando escono da un reparto di ginecologia ma non quando stanno aspettando il bus.

Infine, il divieto surreale è quello in presenza di donne incinte, a meno che non siano pure loro minorenni. È infatti cosa ormai appurata che anche le donne incinte siano capaci di intendere e di volere, e dunque in grado di scendere da una macchina al cui interno qualcuno stia fumando. Sarà dunque responsabilità delle future mamme quella di non far inalare fumo ai loro futuri pargoli. Trovo offensivo da parte del governo sottointendere che un gruppo di cittadini italiani non sia in grado di far rispettare la propria salute in un luogo privato. Se poi il governo pensa che un feto debba godere della stessa protezione di un minore rispetto al fumo, abbia il coraggio di multare la donna incinta che liberamente decide di inalare fumo passivo.

 

The (eurosceptical) elephant in the room

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Non riuscendo a trovare gloria in patria, la sinistra post-comunista italiana spesso vaga per l’Europa in cerca di gloria altrui. Così fu che si attaccarono a Zapatero in Spagna, a Hollande in Francia e a Tzipras in Grecia, rimendiando non poche delusioni. Ora il nuovo profeta pare essere tale Jeremy Corbyn, residuato bellico socialista favorevole a nazionalizzazioni, aumento delle tasse sui redditi più alti, abolizione delle tasse universitarie, etc, etc, etc. La passione per Corbyn si è poi ulteriormente accesa da quando l’odiatissimo Tony Blair  ha pubblicamente detto che una sua elezione a segretario del Labour sarebbe una sciagura immane che relegherebbe il Labour all’opposizione per anni.

Ma sulla luna di miele tra Corbyn (e in generale il Labour) e la sinistra post-comunista italiana si allunga l’ombra, come direbbero i sudditi di sua Maestà, di un “enorme elefante nella stanza”. L’elefante nello specifico si chiama euroscetticismo e a parte quei poveracci dei Lib Dem, nessun partito britannico pare esserne immune. Basti pensare che durante le elezioni europee del 2014, il Labour ha cortesemente chiesto al Signor Schulz di non farsi vedere nel Regno Unito per non fargli perdere voti a favore di UKIP. Ora pare che Corbyn “non escluda” di fare campagna per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. I fan italici di Corbyn, quelli che vanno alle manifestazioni a Trafalgar Square contro l’uscita del Regno Unito dalla UE, sicuramente diranno che quella dichiarazione è una provocazione e che il Labour è interessato a cambiare l’Europa, non a distruggerla. Come se un vero leader europeo potesse paventare anche solo per un attimo l’uscita dall’Unione come farebbe un bambino quando non è d’accordo sulle regole di nascondino.

Io personalmente fatico a trovare un qualsiasi traccia di leadership europea all’interno del Labour, che è europeista solo nella testa dei suoi supporter d’Oltremanica.

Studi umanistici, British style

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Una delle polemiche che ha allietato la nostra estate bollente è stata quella su studi umanistici sì/studi umanistici no in seguito ad un post e poi un altro post di Stefano Feltri sul Fatto Quotidiano. In sostanza, Feltri utilizza i risultati di un articolo del CEPS  in cui si dimostra come le lauree in studi umanistici valgano meno sul mercato del lavoro rispetto a quelle in ingegneria, economia o scienze. I post di Feltri sono stati prevedibilmente accolti con un certo orrore dai diretti interessati. Alcuni di questi, cercando inconsapevolmente di dare una spiegazione empirica del perché i laureati in lettere non siano molto ricercati sul mercato del lavoro, hanno risposto con frasi del tipo “partiamo da un presupposto: non è vero che non c’è lavoro per i laureati nelle facoltà umanistiche, il lavoro c’è, purtroppo però i posti di lavoro disponibili sono inferiori al numero di laureati in Lettere, Storia, Filosofia” (giuro che è vera!). Altri si sono lanciati nel delineare scenari apocalittici nel caso il mondo venisse conquistato dai laureati in ingegneria ed economia e altri ancora l’hanno buttata sull’emotività.

Ad ogni modo, grazie alla pedanteria acquisita durante gli studi in economia*, credo di essere stata una delle poche a cliccare sul link dell’articolo in cui è illustrata la ricerca di cui sopra. La prima cosa che salta all’occhio di un lettore attento è che i paesi presi in considerazione sono Francia, Italia, Ungheria, Polonia e Slovenia. Ora, senza nulla togliere a questi cinque paesi, stupisce un po’ che in uno studio europeo manchi un paese come il Regno Unito, il quale vanta 70 università nel QS World University ranking, di cui 19 tra le prime 100 e 4 tra le prime 6 (l’Italia ne ha 26 nel ranking e la prima è Bologna al 182esimo posto, per dire). Avendo studiato per qualche anno in un’università di Sua Maestà, non posso che confermare che questi numeri riflettono una qualità molto elevata della formazione universitaria, studi umanistici compresi. Nel Regno Unito infatti la qualità dell’istruzione universitaria dipende molto piu’ dal prestigio dell’università che dalla materia che si studia. Non sorprende dunque che secondo i dati dell’Higher Education Survey i laureati in materie umanistiche del Regno Unito a sei mesi dall’ottenimento del titolo abbiano un tasso di disoccupazione del 7.3%, esattamente lo stesso dei laureati in ingegneria.

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Da questi dati viene il sospetto che l’articolo del CEPS citato da Stefano Feltri non si possa utilizzare per dire qualche cosa sull’utilità delle lauree umanistiche in quanto tali, ma solo sulla bassa qualità delle lauree umanistiche in alcuni paesi non necessariamente rappresentativi. La lettura di quei dati, come fatta dal vice direttore del Fatto, bolla gli studi umanistici come inutili a prescindere dalla qualità dell’insegnamento. Una lettura del genere è anche un eccellente alibi per quelli che hanno reso questo insegnamento di così bassa qualità rendendo gli studi umanistici abbordabili per studenti poco dotati, con poco spirito di sacrificio, etc etc. Tutto ciò a danno di quegli studenti davvero, ma davvero bravi in lettere o filosofia, quelli a cui dovrebbe venir affidato lo studio e la preservazione del bagaglio culturale di tutti. A questi pochi eroi non consiglierei, come invece fa Feltri, di chiedersi se possano permettersi una laurea inutile. Consiglierei loro invece, dopo aver stabilito di essere davvero uno di questi eroi, di avere un piano per distinguersi dai letterati per caso che popolano le loro facoltà, di laurearsi velocemente, di imparare perfettamente la lingua dell’accademia (l’inglese!), di cercare di individuare e frequentare i docenti piu’ inseriti nel mondo accademico internazionale e di cercare avere i maggiori contatti possibili con le università che insegnano la loro materia ai massimi livelli. Il tutto richiede molta fatica, oltre che talento, ma sarebbe anche un grande investimento per il futuro di tutti noi.

*  Tra l’altro nella stessa temibile università e nello stesso corso e anno di Stefano Feltri.

La democrazia solo quando fa comodo

in Micropost by

C’è qualcuno là fuori che pensa che Tzipras non avrebbe dovuto firmare l’accordo con la UE per non andare contro la volontà del popolo greco. Chissà se quel qualcuno si ricorda che anche Merkel e Schauble hanno un popolo a cui rendere contro, e che incidentalmente quel popolo non sia proprio entusiasta di concedere altri prestiti alla Grecia. Anzi, quel popolo, se interpellato, probabilmente voterebbe per lasciare la Grecia andare a fondo e basta. Peccato che quel popolo abbia un governo troppo serio per interpellarlo tramite televoto invece di prendersi la responsabilità di decidere. Ah, che bella la democrazia. Ah, quanto è importante la democrazia. Quando fa comodo.

Il popolo ha sempre ragione?  

in società/ by
Come noto, la settimana scorsa l’Irlanda ha tenuto un referendum sulla legalizzazione del matrimonio tra cittadini dello stesso sesso. Per la prima volta, la fine della discriminazione è passata non per corti costituzionali o parlamenti, ma per le urne. Naturalmente i sostenitori del matrimonio gay, tra cui chi scrive, hanno accolto positivamente il fatto che una larga maggioranza dei cittadini di un paese come l’Irlanda fossero favorevoli alla legalizzazione. Ma al di là del risultato, che è sicuramente una buona notizia, il fatto che si sia data “al popolo” la facoltà di decidere su una materia che non riguarda tutti i cittadini, ma solo una minoranza di essi, è una cosa buona?
Per come la vedo io, esistono sostanzialmente due categorie di questioni che storicamente sono state risolte tramite referendum. La prima categoria comprende referendum come quello su monarchia o repubblica, quello sull’uso dell’energia nucleare oppure tutti i referendum sulle riforme costituzionali e l’assetto dello Stato. In questa categoria sono sostanzialmente comprese questioni che riguardano tutti, nel senso che non si può mantenere la monarchia per i monarchici e la repubblica per i repubblicani come non si può avere le centrali nucleari per qualcuno e per qualcun altro no né si può abolire il Senato solo per qualcuno.
La seconda categoria di questioni comprende cose come il divorzio, l’aborto, la fecondazione assistita e anche la legalizzazione dei matrimoni gay. Le questioni affrontate in questi referendum non sono questioni su cui bisogna decidere un assetto vincolante per tutti. Se il divorzio diventa legale, chi è contrario al divorzio potrà continuare a non divorziare, se abortire diventa legale, chi è contrario può comunque decidere di non farlo. Allo stesso modo, legalizzare i matrimoni gay non comporta alcun adattamento da parte di chi non è gay.
Ma se così stanno le cose, è davvero giusto mettere ai voti della maggioranza la permanenza di una una discriminazione verso una minoranza? Se nel 1968 gli Stati Uniti avessero messo ai voti la fine della segregazione razziale, siamo sicuri che il risultato sarebbe stato un sì? E se non lo fosse stato, il risultato avrebbe legittimato la continuazione della segregazione?
Nonostante i referendum della seconda categoria abbiano spesso (ma non sempre) dato risultati che tutelano i diritti di tutti, è molto pericoloso invocare la consacrazione da parte del popolo su qualsiasi questione, anche quelle che non lo riguardano per nulla.

 

UK, maggioritario e il presepe della rappresentanza

in mondo by
Ieri si sono tenute nel Regno Unito le elezioni generali e oggi alcuni, guardando i risultati, sono saltati sulla sedia (e non mi riferisco ai laburisti e i loro amici, i quali stanno ancora li’ a chiedersi come mai non ne vincano una di elezione, ma questo e’ un altro discorso). A fare un balzo verso il soffitto sono stati quelli del “il sistema maggioritario non e’ rappresentativo” dopo aver visto i seguenti risultati i seguenti risultati:
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Come si puo’ notare, UKIP, con il 12.6% dei voti, perde l’unico seggio (conquistato alle scorse elezioni con un risultato del 9.6%). Allo stesso modo, i 56 seggi del partito nazionalista scozzese con il 4.8% appaiono come uno sfregio alla democrazia. Con un sistema proporzionale oggi discuteremmo di un risultato molto diverso e per alcuni molto piu’ democratico.
Ebbene, tutto sta nel mettersi d’accordo su quale sia l’obiettivo di un’elezione generale e di conseguenza cosa significhino in quel contesto democrazia e rappresentanza. In effetti a leggerlo cosi’ il compito pare arduo, ma ci proviamo. La prima distinzione che va fatta e’ quella tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa. La prima, per intenderci, era quella che viene praticata in un’assamblea di condominio oppure nelle agora’ dell’antica Grecia. Una testa, un voto e ognuno rappresenta se stesso. Tutto bello, tutto democratico. Per esigenze di spazio (delle piazze, si intende) l’umanita’ ha dovuto adattarsi alla democrazia rappresentativa. In sostanza ci si organizza, si eleggono dei tizi che rappresentano dei gruppi di cittadini e questi per un dato periodo prendono le decisioni a maggioranza senza consultare il gruppo che li ha eletti. E’ qui che salta fuori il nodo della “rappresentanza”. Nel senso che alla domanda “chi sono i gruppi che i rappresentanti rappresentano?” l’umanita’ ha dato risposte piuttosto diverse. Quando il metodo per eleggere i rappresentanti e’ proporzionale, la risposta sostanzialmente e’ che ogni rappresentante rappresenta i cittadini che hanno messo il suo nume su una scheda, a prescindere da dove si trovino geograficamente. Quando il metodo invece e’ maggioritario, la risposta e’ che ogni rappresentante rappresenta i cittadini di un particolare luogo/distretto/chiamatelo come volete. L’idea di fondo e’ che chiunque prenda la maggioranza dei voti in un certo distretto e’ quello che ne rappresentera’ le istanze a nome di tutti i suoi cittadini, anche quelli che non lo hanno votato. Si stabilisce cosi’ che la voce di una comunita’ deve essere rappresentata anche oltre il peso delle sue singole componenti. Inoltre, i distretti hanno spesso dimenisioni diverse, appunto per dare voce anche alle comunita’ piu’ piccole. Prendiamo per esempio i distretti della Scozia, la cui quasi totalita’ ha votato SNP (vedi mappa).
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Con il proporzionale, i 56 distretti dove lo SNP e’ il partito preferito dalla maggioranza dei cittadini si troverebbero a non essere rappresentati in quanto comunita’ dalla persona che in ogni distretto e’ quella ritenuta piu’ adatta. Ora, il risultato di ieri sarebbe infinitamente ingiusto se l’obiettivo delle elezioni fosse di restituire un Parlamento che ricalca perfettamente i suoi singoli cittadini, un enorme presepe politico buono solo a essere contemplato invece che usato. Ma in quel caso, non si capirebbe perche’ non abolire qualsiasi soglia di sbarramento al proporzionale per non dire di passare alla rappresentanza diretta con televoto stile M5S. I parlamenti per fortuna pero’ sono fatti anche per funzionare e il maggioritario e’ un metodo legittimo di elezione in cui si da’ piu’ importanza alla rappresentanza di una comunita’ piu’ che a quella dei singoli cittadini. Cosi’ hanno deciso di fare i sudditi di Sua Maesta’ (e anche gli ex sudditi al di la’ dello stagno atlantico), sui quali si possono dire molte cose, ma non certo che siano dei turisti della democrazia.

Liberté, Egalité, Dieudonné?

in società by

Qualche giorno fa il presidente francese Hollande, a proposito delle frasi sulla TAV che hanno portato Erri de Luca a processo per istigazione a delinquere, ha dichiarato: “non voglio intervenire nelle questioni giudiziarie, ma quel che posso fare in nome della Francia è sostenere sempre la libertà di espressione e di creazione e questo vale anche per gli autori, che possono essere francesi o italiani o di qualsiasi nazionalità e che non devono essere perseguiti per i loro testi”. Sono seguiti grandi applausi da parte dei soliti noti “intellettuali” francesi che su Libération avevano fatto un appello a sostegno di De Luca.

Guarda caso, la settimana scorsa un autore francese, che di nome fa Dieudonné e che non frequenta molto i salotti parigini, è stato condannato in Francia a due mesi di reclusione per apologia di terrorismo per aver dichiarato, dopo la strage di Parigi, di “sentirsi Charlie Coulibaly”. Insomma, evidentemente in Francia “la libertà di espressione e di creazione” di alcuni autori è più meritevole di sostegno di quella di altri. Chissà come fanno Holland e i suoi amici della illuminata sinistra francese a decidere quali sono gli autori che possono dire, e in casi come quello di Cesare Battisti di fare, quello che gli pare e quali sono invece quelli che devono essere messi a tacere davanti a un tribunale. Viene quasi il sospetto che il diritto di non essere perseguitati per i propri testi valga solo per chi fa parte del club Gauche Caviar and Friends mentre agli altri può tranquillamente arrivare a casa la polizia.

A scanso di equivoci, per chi scrive né Erri De Luca né Dieudonné dovrebbero essere processati a meno che non si scopra che Erri De Luca organizza incursioni nei cantieri TAV o Dieudonné progetta di farsi esplodere da qualche parte al grido di Allah è  grande. Fino ad allora, il semplice fatto di aver pronunciato delle frasi assolutamente idiote dovrebbe fare parte della libertà personale loro come quella di tutti noi.

Moi, je suis Charlie, même si je ne suis pas d’accord.

Anna e Marcu (una storia contro la reversibilità)

in società by
La signora Anna ha 85 anni e dopo 35 anni di contributi, a 55 anni e’ andata in pensione. Ha percepito per 30 anni una buona pensione che grazie al sistema retributivo e’ pari alla media delle retribuzioni degli ultimi 5 anni lavorativi. Ora pero’ la signora Anna sta per passare a miglior vita. Accanto a lei c’e’ un amorevole rumeno: Marcu, 25 anni, che non ha mai lavorato regolarmente ne pagato un contributo, nonostante abbia fatto il badante per un po’. Anna e Marcu si sono innamorati tra un pannolone e una mela cotta e da cinque anni sono marito e moglie. Marcu e’ un coniuge completamente a carico della moglie e quando lei spirera’, lui percepira’ il 60% della pensione della signora Anna. Marcu ha una speranza di vita di 79 anni, per cui lo Stato si deve aspettare di pagargli, augurandogli lunga vita, una pensione di reversibilita’  per i prossimi 54 anni. Tutto questo a meno che Marcu non decida di trovarsi un lavoro o di risposarsi. Se nessuna di queste due possibilita’ si avverasse e Marcu effettivamente arrivasse a 79 anni, il sistema previdenziale italiano alla fine della fiera avrebbe erogato ben 30 anni di pensione al 100% ad Anna e 54 di pensione al 60% a Marcu, il tutto a fronte di 35 anni di contributi versati da Anna. Divertente no?
Ora si potrebbe dire che il caso di Anna e Marcu e’ un cosa estremo, e sicuramente lo e’. Ma l’Italia ha una fetta molto ampia della sua forza lavoro (intesa come parte della popolazione che potrebbe lavorare) che decide di non lavorare o non trovando lavoro decide di non cercarlo piu’ e rimanere a carico del coniuge. In un sistema pensionistico sostenibile, l’eta’ di pensionamento e gli anni di contributi richiesti dipendono dall’aspettativa di vita della persona che versa i contributi. Se il calcolo viene fatto sulla persona che versa i contributi ma poi la pensione viene erogata ai coniugi superstiti, la cui aspettativa di vita non e’ compresa nel calcolo e puo’ essere anche di qualche decennio maggiore del caro estinto, il sistema collassa. Per non parlare del sistema di incentivi perverso, per cui i vari Marcu molto probabilmente finirebbero a guadagnare di meno se si mettessero a lavorare, il che, ne converrete con me, non fa venire una gran voglia di rimboccarsi le maniche.
Proposta: aboliamo la reversibilita’ ai coniugi, lasciandola solo per i figli minorenni. I soldi risparmiati rimangono in busta paga ai lavoratori che nel caso di coniuge a carico non intenzionato a trovarsi un lavoro potranno essere usati per pagargli i contributi per una pensione separata che dipenda dalla speranza di vita del coniuge a carico. In questo caso, il venticinquenne Marcu potra’ percepire una pensione se e solo se avra’ impalmato qualcuno abbastanza benestante da pagargliela. In buon sostanza, il mantenimento di adulti sani e in eta’ da lavoro che scelgono di non lavorare dipenderebbe esclusivamente dalla loro capacita’ di convincere altri adulti consenzienti a farsene economicamente carico. E se la signora Anna non fosse abbastanza facoltosa da mantenere, dopo essere volata in cielo, il suo Marcu per 54 anni? In quel caso Marcu si ritroverebbe costretto a trovarsi un lavoro e pagarsi i contributi da se’. Che disdetta, vero?*
* L’intero post puo’ essere naturalmente letto invertendo il sesso dei protagonisti.

La più bella del mondo (quando fa comodo)

in politica by

Con la recente decisione da parte della Giunta per le autorizzazioni del Senato di non far processare Calderoli per le sue frasi sul ministro Kyenge, si è riaperto lo stesso vaso di Pandora che oltre all’insindacabilità parlamentare contiene anche il fumus persecutionis. Antefatto: la nostra Costituzione (la più bella del mondo, avete presente?) contiene alcune norme che regolamentano la perseguibilità dei parlamentari. Ad esempio, prima di rinviare un parlamentare a giudizio, la camera di cui fa parte deve valutare se questo atto costituisca una persecuzione del parlamentare in quanto parlamentare. Si valuta insomma se il potere giudiziario stia utilizzando il rinvio a giudizio come arma contro quello legislativo. In passato, il Parlamento ha praticamente sempre negato l’autorizzazione a procedere, il che per i pignoli come me corrisponde a dichiarare che il potere giudiziario in Italia sostanzialmente ha assediato per decenni quello legislativo per fargli le scarpe. Roba da golpe, da guerra civile. Per fortuna in Italia i pignoli sono merce rara e le mancate autorizzazioni non hanno mai dato vita a barricate nelle strade oltre che a qualche mal di pancia tra i costituzionalisti. Il resto del Paese rimane beatamente convinto che quando la Giunta vota sul rinvio a giudizio, questa entri nel merito delle accuse invece di limitarsi a valutare la fondatezza della richiesta di giudizio.

Di segno opposto, ma altrettanto grave, è l’equivoco sull’insindacabilità parlamentare. La nostra Costituzione infatti (sempre la più bella del mondo) prevede che “i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni”. Per un’esaustiva spiegazione vi rimando a questo post del mio costituzionalista di fiducia che invito tutti a stampare ad attaccare sulla porta del frigo (il post, non il costituzionalista). In sostanza, i padri costituenti hanno deciso che a differenza di me e di voi, i parlamentari possono esprimere qualsiasi opinione purché nell’ambito della loro attività di parlamentare. Giusto? Sbagliato? Io non lo so (anzi lo so, ma questa e’ un’altra storia). Sta di fatto che Calderoli ha detto che il Ministro Kyenge gli ricorda un orango durante un comizio. Il Senato e’ chiamato a decidere se un comizio fa parte dell’esercizio delle funzioni di un Senatore. Se ne fa parte, l’autorizzazione va negata. Come nel caso del fumus persecutionis, la Giunta non è chiamata ad entrare nel merito delle accuse e dunque non ha alcun compito di valutare se le frasi siano o meno razziste. E per fortuna, visto che se lo fosse ci troveremmo nella sgradevole situazione di avere il potere legislativo che giudica se stesso.

Inviterei dunque chi si è recentemente strappato le vesti per la decisione della Giunta sul caso Calderoli (vedi alcuni circoli europei, tra cui il mio, da cui mi dissocio) a fare una lettura più attenta e critica della nostra Costituzione e a comprenderne non solo i primi articoli roboanti sui principi fondamentali quanto inapplicabili ma anche quelli successivi. Se poi la ritenessero inadeguata, ci sono delle procedure per cambiarla. Nel frattempo va rispettata anche quando quello che prescrive non ci piace. Mica puo’ essere la più bella del mondo a giorni alterni, no?

Presepi, crocifissi e una grossa differenza

in società/ by

“Tu scendi dalle stelle, o Re del Cielo”, “mio divino, o Dio beato”, “a te, che sei del mondo il Creatore”. Queste sono alcuni dei versi non proprio laici di una canzoncina che mi facevano cantare alle scuole elementari. Nonostante gia’ a quei tempi avessi sviluppato una profonda allergia verso il fan club terreno di Gesu’ (a.k.a. Chiesa Cattolica), ne’ allora ne’ oggi  la celebrazione del Natale con esplicito riferimento alla storia che Gesu’ e’ figlio di Dio mi ha mai provocato alcun fastidio (a differenza di quanto succede in una scuola di Bergamo). Io stessa a casa ho un presepe di dimensioni ragguardevoli e la mattina di Natale mi premuro di piazzare la statuina del bambinello nella mangiatoia, in attesa dei Re Magi.

Molti anni dopo le elementari, mi sono imbattuta nella benedizione da parte di un prete cattolico di un presepe allestito nell’atrio dell’Universita’ Bocconi. Quella volta ho invece percepito il gesto come un’invasione di campo da parte di una di una confessione religiosa a cui veniva riconosciuta dalla mia universita’ una qualche forma di monopolio sul Natale. Era lo stesso disagio che provo ogni volta che vedo un vescovo che benedice un ponte appena costruito o un crocifisso di plastica appeso in un’aula, come prescritto dal Concordato tra lo Stato Italiano e la Chiesa Cattolica.

Le diverse reazioni si spiegano molto semplicemente. Quel che conta non e’ il fatto che si faccia o meno riferimento al Cristianesimo fuori da un contesto religioso. Anche perche’ senno’ noi non credenti dovremmo lamentarci per come viene scandito il calendario delle vacanze, per il fatto che la domenica non si lavori e dovremmo pure chiedere di cambiare mezza toponomastica delle nostre citta’. Quel che conta e’ lo spirito con cui il riferimento al Cristianesimo viene fatto. Il Natale e’ diventata un’occasione di festa ben al di la’ del suo significato religioso e i riferimenti alla nascita di Gesu’ per moltissimi prescindono dalla fede e dal rapporto con il fan club terreno di Gesu’. Anche perche’ il rapporto di ognuno di noi con Gesu’, sia che sia di fede, di stima, di disprezzo o di indifferenza, non deve per forza passare attraverso una confessione organizzata. E’ cosi’ che il mero allestimento di un presepe o l’intonazione una canzone in cui si da’ per scontato che Gesu’ sia dotato di caratteristiche sovrannaturali non dovrebbe essere percepito dai non credenti come un’attivita’ religiosa. Se quel presepe o quella canzone vengono invece esplicitamente collegati ad una confessione religiosa, attraverso la presenza di un suo esponente, allora il Natale smette di essere una tradizione e diventa un rito religioso, cosa per cui esistono i luoghi di culto.

Okkupazioni, scioperi e diseducazione politica

in società by
Gli anni della scuola sono scanditi da rituali. A settembre si ritorna sui banchi, si mette il grembiule, i libri hanno l’odore di carta appena stampata che ancora oggi mi provoca ansia da interrogazione, cadono le foglie,  poi c’é il Natale, la primavera, gli ultimi giorni sonnecchiosi prima dell’estate e poi tanti saluti a tutti fino a settembre. Quando si arriva al liceo, fanno la loro comparsa tra i rituali l’occupazione della scuola e lo sciopero degli studenti. Sempre a ridosso delle vacanze di Natale la prima e di sabato il secondo, regolari come ogni buon rituale che si rispetti.

 Se non ricordo male (sono passate un po’ di ere geologiche), le occupazioni venivano decise nelle assemblee degli studenti. Queste assemblee, eredità dei ruggenti anni ’60, venivano organizzate alcune volte l’anno e in quei giorni venivano sospese le regolari lezioni per consentire la più ampia partecipazione degli studenti. Non so come butti al Liceo Tasso di Roma oggi, ma al Liceo Petrarca di Trieste una quindicina di anni fa il tutto si concretizzava in qualche decina di partecipanti mentre il resto della scuola stava a casa a dormire. Sempre se la memoria non mi inganna, le occupazioni venivano concordate con il preside. Come dire, rivoluzionari sì ma non troppo. Gli scioperi invece si diffondevano per sentito dire e attecchivano in modo direttamente proporzionale alle possibili interrogazioni/compiti in calendario.

Come avrete capito, io a differenza di Capriccioli Jr.  (che al secondo post che lo tira in ballo avrebbe tutto il diritto di reagire come Sasha Obama quando il padre le ha chiesto se voleva accarezzare il tacchino graziato in mondovisione) non ho mai partecipato a un’occupazione o ad uno sciopero. Non ho mai partecipato probabilmente per snobberia. Cioé, scappare dalle interrograzioni diciamo che non era proprio il mio stile, anche se magari certe volte non mi sarebbe dispiaciuto. Ma a ripensarci, la cosa che non mi consentiva di partecipare a scioperi e occupazioni era la loro totale mancanza di serietà. Si scioperava e occupava con qualsiasi governo, qualsiasi ministro e per qualsiasi ragione. Si scioperava e occupava spesso per motivi del tutto indipendenti dall’autorità contestata (guerra in Iraq, occupazione della Palestina, fame nel mondo (?)). Per di più lo si faceva in periodi “comodi” per gli studenti, senza che ciò comportasse alcun sacrificio ma solo l’allungamento di weekend e vacanze. Lo si faceva chiedendo il permesso a genitori, polizia e preside, facendo diventare queste attività, che in altre parti del mondo e altri momenti storici sono state così nobili (vedi Piazza Tienanmen, il movimento per i diritti civili americano o Gandhi), uno stanco rituale in cui non si metteva niente in gioco e non si diceva nulla di memorabile a 15 anni di distanza.  La stessa mancanza di passione la vedo in tanti scioperi “adulti” italiani, di cui pochi sembrano sapere le motivazioni e gli obiettivi, in cui ogni ragione diventa indistinguibile e che uccidono ogni solidarietà esterna verso la causa. Scioperi che spesso vedono come animatori gli stessi che anni prima occupavano le loro scuole, rigorosamente prima delle vacanze e con il permesso di mamma e papà.

Ecco perché fatico molto a vedere nelle occupazioni all’italiana, prive di contenuti e di vera contestazione, una palestra di vita o di buona politica.

Obiettare a spese degli altri

in società by

Qualche anno fa ho avuto il piacere di insegnare nell’orario più amato dagli studenti, a.k.a. 15-18 del venerdì pomeriggio. Per darvi un’idea, a quell’ora si sentono già nell’aula gli schiamazzi provenienti dal pub. E’ stato durante questo periodo che ho avuto a che fare per la prima volta con un obiettore di coscienza verso le lezioni al venerdì pomeriggio. Ora, se lo aveste chiesto al resto dei miei studenti, ognuno di loro si sarebbe dichiarato obiettore di coscienza rispetto alle mie lezioni. Il mio studente obiettore però non era un festaiolo (o almeno non solo) ma era un ebreo osservante e entro il tramonto del venerdì doveva rintanarsi per lo Shabbat. Nonostante avesse convinto l’università a cambiargli l’orario, per qualche settimana il suddetto studente compariva ancora nel mio registro e io dovevo ogni settimana contattare l’insegnante da cui andava informalmente a lezione e farmi confermare che ci era andato. Insomma, perdevo quei 3 minuti in più per gestire la pratica Shabbat. Ora, il mio studente quando si è iscritto alla mia università, che come avrete intuito non si trovava a Tel Aviv ma bensì a Londra, sapeva della possibilità di avere lezioni al venerdì. Ciononostante si è iscritto, confidando sul fatto che il numero di studenti nella sua condizione fossero un numero tale da rendere questi cambiamenti di orario fattibili senza creare danno al prossimo (per intenderci, senza lasciare lezioni con pochi studenti il venerdì e con troppi negli altri giorni). Nel caso in cui però le sue richieste non fossero state esaudibili, l’onere organizzativo sarebbe ricaduto sullo studente o sotto forma di deroga allo Shabbat o sotto forma di cambiamento di univeristà.  Fortunatamente per tutti, è stato possibile organizzare le cose in modo da creare il minimo disagio a me e agli altri studenti.

Ci sono nella vita molte situazioni simili a questa, dove non è obbligatorio ritrovarsi ma se ci si ritrova bisogna confidare nella comprensione altrui. Oltre a iscriversi in università che fanno lezioni di venerdì se si è gli ebrei, mi viene in mente il lavorare in supermercati che vendono alcolici e maiale se si è mussulmani e andare in piscine miste se si è donne che non vogliono farsi vedere in costume. Tra queste situazioni vi è sicuramente anche il fare il ginecologo obiettore in un ospedale pubblico di un paese dove l’interruzione di gravidanza è legale.

Per come la vedo io, l’obiezione di coscienza in ognuna di queste situazione dovrebbe essere accontentata se compatibile con il nostro prossimo. Per cui ben venga l’organizzazione di orari e mansioni tenendo conto delle esigenze altrui, inclusa la possibilità di non praticare aborti qualora vi fossero sufficienti medici non obiettori. Ma chi fa obiezione di coscienza dev’essere pronto ad accettare le conseguenze di tale scelta sulle sue spalle quando l’alternativa è creare un danno al prossimo. Chi non vuole trovarsi davanti a scelte spiacevoli, dovrebbe pensarci prima, che in questi casi si concretizza nell’iscriversi ad un’università ebraica, andare a lavorare in un negozio helal, non iscriversi in piscine miste e nel caso del ginecologo andare a lavorare in un ospedale privato e/o praticare la libera professione. L’obiezione di coscienza dovrebbe essere un diritto se e solo se non viene esercitato a spese degli altri.  In caso contrario diventa un sopruso.

 

Il PD e il compagno Serra

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Davide Serra, lo spietato finanziere delle Cayman, ha preso la tessera del circolo PD Londra, di cui ho l’onore di far parte da un paio d’anni. La notizia è stata accolta con un misto di repulsione e orrore da una larga fetta degli iscritti del circolo e di altri circoli vicini e lontani. Alcuni si chiedono se il PD dovrebbe consentire a uno come Serra di tesserarsi, altri minacciano di stracciare la loro tessera in segno di protesta. Sul Corriere della Sera, il segretario del circolo londinese snocciola tutti i punti che lo dividono da Serra e sui quali conta di convertirlo. In particolare, la dichiarazione che più è risultata indigesta è quella sul fatto che secondo Serra gli scioperi nel settore pubblico dovrebbero essere regolati per non causare disagi. Opinione a mio avviso legittima, come può essere legittima anche un’altra opinione al riguardo. Del resto, tra il 41% di elettori democratici non mi stupirei se in molti trovassero l’attuale modalità di gestione degli scioperi nel settore pubblico alquanto discutibile.

A ben leggere quali sono gli altri punti di disaccordo con Serra (per esempio l’abolizione dell’articolo 18 e “l’inviolabilità dei diritti acquisiti”), viene il dubbio che il problema non sia Serra, ma piuttosto Matteo Renzi. Quel Matteo Renzi che ha vinto meno di un anno fa le primarie a segretario e che ha portato il PD ad essere il partito con il maggior consenso in Europa. Un segretario che rappresenta il peggior incubo per così tanti iscritti e l’ultima speranza per così tanti elettori. Ed è così che uno come Davide Serra, per via del suo mestiere, del suo supporto della prima ora a Renzi e della sua schiettezza diventa la nemesi per una parte del PD che non sa accettare il confronto con una idea di sinistra diversa dalla sua e che bolla quella degli altri come aliena a prescindere. È la stessa parte del PD che non si rende conto di essere la prima ad esprimere spesso idee in contrasto con la linea, decisa democraticamente, del partito ma che per quelle  idee non viene certo accompagnata alla porta. La parte del PD che si ritiene la sinistra “originale” in virtù delle sua “gloriosa” storia che non l’ha praticamente mai portata al governo in settant’anni . La parte di PD a cui gli elettori sono i primi a voler far cambiare idea su parecchie cose.

Da parte mia do un benvenuto a Davide Serra nel mio circolo, dove sarà lui a decidere se si troverà a suo agio o meno, come del resto faranno tutti gli altri iscritti, dal segretario all’ultimo dei portatori d’acqua.

Numeri chiusi e giungle aperte 

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Durante il mio percorso universitario ho avuto il privilegio, diciamo, di frequentare sia un corso di laurea a numero aperto che due a numero chiuso. Chiunque avesse un diploma di maturita’ poteva iscriversi al mio corso di laurea triennale in economia. E l’impressione che si aveva entrando nell’enorme aula dove si tenevano tutti i corsi del primo anno era che effettivamente CHIUNQUE si fosse iscritto al mio corso. Ricordo l’aula stracolma, nonostante le lezioni fossero replicate due volte secondo la divisione A-L M-Z perche’ senno’ non ci si stava, ricordo la frustrazione di impare delle materie completamente nuove senza poter mai fermare l’insegnante e fare domande (davanti a 200 persone e’ un po’ difficile dire “scusi non ho capito”), la fila ai ricevimenti pieni zeppi, le oscure domande d’esame, i libri di testo incomprensibili scritti dal professore che teneva il corso, gli esami in cui il 90% veniva bocciato, l’attesa di un orale vicino a uno studente che ritentava per l’ottava volta e per stare calmo prendeva il Valium. Ricordo per esempio di aver tentato piu’ volte l’esame di microeconomia e di averlo passato con un voto bassissimo. Io che uscivo dal liceo con il massimo dei voti e che quella materia mi e’ pure capitato poi di insegnarla in un’universita’ non proprio di terz’ordine (a riprova che forse non ero negata io).
Poi, dopo essere stata tra le trenta o poco piu’ persone laureate in tempo, ho fatto armi e bagagli per la specialistica e sono andata in un’universita’ privata con numero chiuso. La decisione di trasferirmi in quell’universita’ e’ stata dettata soprattutto da considerazioni sul curriculum accademico, ma la differenza di approccio all’insegnamento era lampante. Mentre alla triennale si aveva l’impressione che la difficolta’ di quei cinque o sei grossi esami dei primi due anni servissero piu’ che altro a selezionare i trenta superstiti da laureare (piu’ i fuoricorso), alla specialistica la difficolta’ dell’esame sembrava essere semplicemente il riflesso della difficolta’ della materia. Infatti la selezione su chi doveva restare e chi andare era stata fatta mesi prima sia sugli studenti provenienti dalla stessa universita’ che su quelli provenienti da altre. L’idea e’ in sostanza di selezionare prima i migliori tra gli studenti interni ed esterni e poi impiegare il tempo della specialistica ad assicurarsi che questi imparino quello che devono imparare. Naturalmente non sto a dirvi quanto meno ho sofferto alla specialistica, imparando molto di piu’.
Fino ad oggi la mia esperienza della triennale e’ stata risparmiata a chi veniva ammesso a medicina: ci si doveva fare il mazzo per passare un test molto selettivo, ma una volta entrati l’unica preoccupazione sia degli studenti che dei professori era che gli studenti imparassero. Insomma, il sistema che io raccomanderei per tutti i corsi di laurea. Ora invece il Ministro Giannini sembra voglia esportare il sistema della mia triennale anche a medicina. Immagino gia’ le aule stracolme, gli esami con centinaia di iscritti, i professori sepolti da esami da correggere, etc, etc. Immagino anche gli studenti bravi che arrancano nella giungla e immagino quelli raccomandati ammessi al secondo anno in base a voti presi su esami orali. E mi viene il dubbio che senza test d’ingresso anonimi ci ritroveremo molti piu’ dei secondi e molti meno dei primi con un bisturi in mano intenti ad apririci la pancia o ben che vada ci ritroveremo i primi, ma meno preparati. E in tutto questo i piu’ felici dell’abolizione del test pare siano gli studenti, come se alla fine potessero davvero tutti diventare medici. Beata gioventu’.
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