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Absinthe

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Al posto di Fabo

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Già si sentono i rumori di fondo dell’esercito di fondamentalisti che si attiverà contro la libera scelta di Dj Fabo di trasferirsi in Svizzera per chiedere l’eutanasia. È uno strano Paese, il nostro, dove da un lato si chiede che le leggi vengano approvate senza stare a menarsela troppo col dibattito parlamentare, il bicameralismo e quella perdita di tempo della discussione politica però le scelte individuali necessiterebbero dell’approvazione collettiva, passando prima da una psicanalizzazione di massa del malcapitato di turno. Ma vabbè.

Ecco tuttavia, così, per sanità del dibattito sarebbe bello che a far campagna contro questa scelta fossero persone che sanno di cosa si parla. Ovvio che a nessuno si augura di stare come lui. Però, sarebbe bello che i censori sapessero cosa si prova. Perché non fare un bell’esperimento allora? Perché, prima di far proteste, veglie e lanci contundenti di preghiere non richieste, i censori non provano a rimanere a letto immobili, magari legati, con una bella benda attorno agli occhi?

Solo un mese, per capire di che si tratta. E poi parlare.

Sanremo, o dell’obbligo di ostentare leggerezza

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Abbiamo tutto il diritto di dire che Sanremo ci fa schifo.

Se vi piace avete tutto il diritto di godervelo. Sia se vi piace davvero la musica di Sanremo, o l’atmosfera da veglione di capodanno prolungata (abbiamo anche bisogno di festeggiare, ogni tanto), sia se vi piace il trash.
Ma per favore basta con questa follia che Sanremo ti deve piacere. Basta con questa follia che ci si deve per forza divertire, basta con questa follia che se non ti piace la musica che ascolta il “popolo”, la “gente”, la “casalinga di Voghera” allora devi star zitto. Eh, “sennò sei snob!” Sennò “odi il popolo”.
Quando si è deciso che io non sono popolo o gente? Quando è stato deliberato che per far parte di queste entità mistiche è necessario esser fan della De Filippi? O quantomeno entusiasmarti per il trash della De Filippi?
Quando abbiamo deciso che la vita è praticamente una scelta tra vedere il “Grande Fratello” e vederlo ridendone tramite “Mai Dire Grande Fratello”? E che tanto ormai non c’è neppure bisogno della mediazione della Gialappa’s Band per apprezzare il trash ma bisogna amare il trash per il trash?
Possibile che non ci sia mai l’opzione: “Non me ne frega un cazzo?” O l’opzione “Preferisco occuparmi di altro?” Esattamente, mi interessa sapere, fin quando dovremo spingerci con questa ostentata leggerezza, per cui la vita e il dibattito debbano vertere necessariamente su un susseguirsi di eventi nazionalpopolari e non sia più possibile fare un discorso serio in pubblico o nemmeno tra amici?
Non esiste una via di mezzo tra il dibattito al cineforum sul film iraniano e la contemplazione delle sfumature di mogano di Carlo Conti?
Io non lo so, però nel dubbio rivendico con forza il diritto di dire che non capisco perché cazzo si parli ancora di Sanremo.
Santé 

Il futuro, il lavoro, il reddito. Per una volta, grazie al M5S.

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Oggi la nostra pagina FB ha lanciato, ironicamente, una parte di una intervista al sociologo Domenico De Masi.

De Masi, assieme ad altri studiosi, invitato a una iniziativa del Movimento 5 Stelle sul futuro del lavoro. Ha poi rilasciato una intervista a La Stampa. L’intervista, a dire la verità, è un po’ sconclusionata nel senso che riporta un po’ confusamente le riflessioni di De Masi sulla ripartizione del lavoro dei disoccupati, un nuovo paradigma “rivoluzionario” del lavoro, il reddito di cittadinanza. Sembra di trovarsi di fronte al solito sproloquio utopistico. Ma non è così.

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non è molto chiaro, eh?

In realtà, letta tra le righe, sia l’intervista a De Masi – che è uno dei più autorevoli esperti di questioni del lavoro in Italia – ma soprattutto il tema di riflessione proposto dalla convegno del Movimento pongono delle questioni fondamentali. Se la prospettiva è che molti dei nostri posti di lavoro verranno automatizzati (cioè saremo sostituiti dalle macchine) e non è detto che tutti verranno riassorbiti dalla creazione di nuovi settori e occupazioni (cosa che invece è tutto sommato avvenuta, con inevitabili scompensi dall’inizio della rivoluzione industriale) che succede al lavoro? O meglio, cosa succede a una società dove la stragrande maggioranza delle persone deriva dal lavoro, o dall’avere avuto un lavoro, la fonte principale di reddito e di inclusione sociale?

Che succede a noi tutti?

Non è un tema solo italiano, altrove se ne parla anzi da tempo. La riflessione in Italia arriva anzi un po’ in ritardo e si fa molta confusione, ad esempio, tra reddito di cittadinanza e reddito minimo garantito e poi tra altre misure di welfare (vedi alla voce “tassazione negativa” coi suoi pro e contro).

Fino ad oggi in Italia si sono espressi in pochi, manca una riflessione di sistema: se vogliamo riformare il sistema di welfare con che obiettivi lo riformiamo? Ad esempio, con l’obiettivo di sostenere tutti a condizione che si attivino per trovare un lavoro o per aggiornare la propria formazione? O con l’obiettivo, davvero rivoluzionario, di liberare dal bisogno di lavorare, dando un reddito a chiunque indipendentemente dalla sua ricerca di lavoro retribuito tradizionalmente inteso, ponendo quindi una pressione su chi offre lavoro tradizionale ad offrire condizioni decorose?

In ogni caso, quali sono le opportunità e le controindicazioni rispetto a queste scelte? E soprattutto dove troviamo i soldi?

Io credo che questi temi debbano interessare tutti ed è un sollievo sapere che alla giornata del M5S abbiano partecipato anche altri esponenti politici. E’ indispensabile che sui problemi di prospettiva del lavoro, del reddito e della inclusione sociale si reinizi a riflettere ad ampio raggio, uscendo dalle polemiche quotidiane sui voucher o sui dati mensili dell’occupazione. Che pure sono questioni importanti e di cui il Governo, incaricato di gestire il quotidiano, ha il dovere di occuparsi. Il M5S, però, come forza di opposizione ha il dovere di guardare un po’ più in là e questa volta, a differenza che in altre occasioni, sembra averlo fatto. Non si può non dargliene atto.

Santé

Dunque è questa la Democrazia Diretta™

in politica by

Allora, vediamo se ho capito bene. Il Capo politico, ma sarebbe meglio dire “il proprietario”, del Movimento per la Democrazia Diretta™ indice una elezione online per far confermare la propria decisione di tirare fuori il Movimento dall’EFDD, il Gruppo più euroscettico del Parlamento Europeo, e farlo aderire all’ALDE, il Gruppo più filoeuropeista di tutti, che da sempre professa idee opposte a quelle dell’EFDD. Il Movimento scopre infatti di non avere più lavoro da fare insieme all’EFDD e quindi di andare verso altri lidi. Ok.

La decisione di indire l’elezione viene presa dal Capo e pochi altri senza interpellare i parlamentari del Movimento, che nel 2014 sono stati eletti da 5.800.000 cittadini italiani perché li rappresentassero al Parlamento Europeo. Ma questi elettori e i loro eletti non contano. Nel Movimento per la Democrazia Diretta™ infatti prevale la votazione convocata dal Capo, su un quesito deciso dal Capo stesso, cui votano circa 41.000 persone, cioè circa lo 0,7 % dei quasi sei milioni di elettori del 2014. Il 78% di questi 41.000 fortunati decide di dire “SI” al Capo (chi l’avrebbe mai detto?). Il Movimento quindi decide di aderire all’ALDE in un mirabile tripudio della Democrazia Diretta™.

Sennonché c’è un piccolo intoppo. E cioè che l’ALDE, che non segue i Principi della Democrazia Diretta™ ma funziona secondo i biechi principi della democrazia rappresentativa, non ha un Capo: ha un presidente. Viene fuori che il presidente aveva raggiunto l’intesa col Capo del Movimento per il passaggio all’ALDE, senza decidere sul punto assieme agli altri parlamentari del proprio Gruppo. Molti parlamentari dell’ALDE a questo punto, capendo che i propri elettori sarebbero stati molto scontenti di ricevere il Movimento nel proprio Gruppo, fanno quello che sono pagati per fare e cioè rappresentano i propri elettori opponendosi alla entrata del Movimento, nonostante il loro presidente, non Capo, avesse già una intesa con il Capo del Movimento. Cioè fanno sentire la propria voce per rappresentare i propri elettori anche se questo avrebbe probabilmente scontentato i vertici del proprio Gruppo. Maledetti anarchici!

A questo punto il Movimento per la Democrazia Diretta™ rischia di rimanere senza Gruppo e quindi di perdere peso e finanziamenti all’interno del Parlamento Europeo. A quel punto cosa fa? Essendo il Movimento per la Democrazia Diretta™ uno si aspetterebbe una nuova votazione sul sito del Movimento. Invece no: il Capo fa una telefonata con il presidente della EFDD e si mette d’accordo per ritornare in quel Gruppo, nonostante ne fosse uscito per conflitti non sanabili due giorni prima.

Non è dato capire se gli europarlamentari siano stati consultati sul punto o se invece vengano mossi dentro o fuori dai Gruppi come in una specie di transumanza politica. Il 78% dei votanti sul sito, invece, che il giorno prima aveva deciso di andare nell’ALDE adesso si ritrova nuovamente nel Gruppo più lontano esistente dalla stessa ALDE.

Insomma, mi sa che se la Democrazia Diretta™ è questa io mi tengo la mia antiquata democrazia rappresentativa.

Santé

Le “multe” agli eletti del MoVimento sono nulle. Punto.

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Già in tempi non sospetti, appena Beppe Grillo annunciò che avrebbe introdotto una sanzione monetaria per tutti gli eletti del Movimento 5 Stelle che disobbediscono alle regole del Movimento o se ne allontanano, avevamo spiegato che questa previsione sarebbe stata nulla. Una clausola contrattuale non può violare una norma imperativa, cioè una norma che esprime un valore superiore e da proteggere anche rispetto alla volontà delle parti contrattuali. La clausola “se non voti o ti comporti come dice il Movimento, paghi” è platealmente contraria all’articolo 67 della Costituzione, che vieta il vincolo di mandato ed è una norma imperativa.

Sennonché, la clausola che apparentemente si fa firmare ai candidati 5 stelle è po’ differente da “se sgarri paghi”. Secondo il Fatto Quotidiano, la clausola dice: “Il candidato accetta la quantificazione del danno d’immagine che subirà il M5s nel caso di violazioni dallo stesso poste in essere alle regole contenute nel presente codice e si impegna pertanto al versamento dell’importo di 150mila euro, non appena gli sia notificata formale contestazione a cura dello staff coordinato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio“.

Questa clausola è pensata per resistere un po’ di più di fronte a un giudice rispetto alla semplice “se non fai come diciamo, paghi”, che sarebbe manifestamente nulla. Si tratta infatti di una “clausola penale“. La clausola penale è lo strumento con cui le parti di un contratto si mettono d’accordo per dire “se violi il contratto mi devi una certa somma, indipendentemente dal fatto che io provi di aver subito un danno di quella portata”. È un modo per sveltire la liquidazione dei danni e per tutelarsi velocemente, specie quando sarebbe difficile per un giudice liquidare precisamente un danno in giudizio. In linea di principio è ammessa dall’art. 1382 del codice civile.

Se siete ancora svegli avrete allora notato che clausola del M5S non dice semplicemente: “Se sbagli paghi”. Dice: “Se sbagli provocherai un danno di immagine al Movimento, siccome questo danno sarebbe difficile da quantificare in giudizio tu accetti di quantificare già da ora questo danno in 150.000 Euro”. Molto astuto e raffinato. Ma rimane tutto nullo.

Sì perché il “danno all’immagine” da cosa sarebbe determinato? Dal fatto che l’eletto, al posto di obbedire ciecamente al Movimento, decida con la propria testa. Cioè quello che è suo diritto, oltre che dovere, secondo la Costituzione. I giuristi, nel loro latinorum, usano due espressioni che qui calzano a pennello. La prima è “Nemo auditur propriam turpitudine allegans” e cioè: non si può difendersi portando a giustificazione un proprio sbaglio. Se il Movimento, insomma, si crea un’immagine per cui gli eletti vengono comandati a bacchetta questa immagine non può essere tutelata perché è comunque contraria al divieto di vincolo di mandato. Quindi non può esserci alcun danno di immagine giuridicamente tutelabile e risarcibile. Anche perché, secondo la Costituzione, l’eletto ha tutto il diritto di votare come crede e non come gli ordinano dall’alto.

E qui torna il latinorum: “qui iure suo utitur neminem laedit” e cioè “chi esercita un proprio diritto non danneggia nessuno”, non si può essere condannati a risarcire un danno determinato dal fatto che si stia esercitando un proprio diritto. Nemmeno se quel danno è liquidato da una clausola penale come quella del Movimento, perché il divieto di vincolo di mandato previsto dalla Costituzione prevale sulla clausola penale, per quanto ben congegnata.

Allo stesso modo è del tutto nulla la clausola 9b) che dispone: “Sindaco, ciascun Assessore e ciascun consigliere assume altresì l’impegno etico di dimettersi qualora sia ritenuto inadempiente“, eccetera.* La clausola impone le dimissioni a seguito di una delibera di un’entità privata ed è così evidente che non possa avere alcun effetto giuridico su un sindaco, consigliere o assessore regolarmente eletto o nominato che lo stesso contratto parla di semplice “impegno etico“, quindi non giuridicamente vincolante. Una volta accettate elezioni o nomine, si può decadere dalla carica solo per i motivi previsti dalla legge e non ovviamente a seguito di delibere private. Del resto, il sindaco eletto è sindaco di tutti i cittadini non solo dei propri elettori e pensare che, una volta eletto, questi risponda solo a una parte della cittadinanza sarebbe assurdo come ritenere che chi non ha votato il sindaco non sia obbligato a rispettare le sue ordinanze.

Solo che intanto quelle clausole son là, e magari ci sono eletti del M5S che non votano secondo proprie convinzioni solo per timore della clausole, una cosa che gli impedisce di esercitare davvero liberamente il proprio mandato, come impone la Costituzione. Perciò, sarebbe il caso di farla finita del tutto con le clausole.

Santé

 

*Grazie al lettore Tommaso per la segnalazione di questa ulteriore clausola.

Hillary and roman Olimpiads

in humor by

Dear Hillary Clinton,

How stai? Congratulazions for vincing the nomination. You puoi become the first donna che fa the Presidente, anzi the Presidentess, ‘tacci yours, sei brav!

Pur noi make elections these days, Hillary. In two weeks we have the ballottag in many cities and soprattutt a Milan e Rome.

But Milan is not important, this time, because we are candiding the stessa person. And infatti, non tutti know that Sala and Parisi are la stessa person but con sdoppiament of personalità che si crede di esser two different persona, Sala and Parisi appunt.

But Rome is much più important because we are candiding two persone very different: Virginia Rays and Roberto Little-Jackets, which is come sceglier between a martellata in the dents and un kick in the coglions. And poi because a Rome we are discussing super important things.

And infatt, Hillary, you must know that a Rome we are concentrand on the priorities. No, not the fact che Rome is commissariat or che in the streets ci son buche grand come the Como Lake, that when rains you can swim. No, Hillary, nemmen that Rome has a public transport che manco a Baghdad dopo i bombardaments.

Hillary, these are minor things: at Rome we discuss the Olimpiads, invece! Roberto Little-Jacket wants le Olimpiads and dice che le Olimpiads will create più posti di lavoro di tutta la Cassa del Mezzogiorn. Lui and Matthew Renzi pure dicono che se i Five-Stars win le Olimpiads non si make. Virginia Rays dice che she wants the Olimpiads but pure che she non wants them. Louis Di Maio says that we want le Olimpiads only if Five-Stars win the elections: but certament!

Insomm, we only talk about the Olimpiads qui: this is the priority. And allor dear Hillary: we are very delusi that in your first discors after nomination you have not said anything su this important matter. But what we frega of America, and the war and Wall Street se first you non parl di Olimpiads? Verament, Hillary you don’t know le priorities. You ci devi dire what to do with Olimpiads. You want them? You don’t want them? You want a referendum?

Tell us, Hillary. Sennò how we know that you are able to be Presidentess?
Thank you!

Il fascino discreto del nemico immaginato

in giornalismo by

Succede che c’è questa bella intervista su il Foglio (sì, persino il Foglio pubblica cose ottime, il mondo è un posto che non cessa mai di stupire). Dicevo, questa bella intervista di Salvatore Merlo a Carlo De Benedetti me la sono goduta tutta.

Trasmette tante “cose” interessanti, sin dall’incipit tra il verista e il voyeuristico dell’ascensore di noce e del maggiordomo in smoking. Insomma ve la  consiglio, anche se, come mi ha fatto notare El Presidente, inizia con la “e” congiunzione, che è una roba da Giovane Holden.

Ora, però c’è una cosa che mi ha colpito molto dell’intervista, e cioè che sostanzialmente è stata condotta da De Benedetti, almeno cosî mi è parso. Cioè, su tante risposte abbastanza apodittiche e tranchant, Merlo avrebbe avuto modo di dire: “No, scusi, Ingegner, non mi pare sia andata proprio così”. E però non lo fa mai.

Eppure è una intervista de il Foglio a De Benedetti, l’editore del giornale che per i foglianti, a volte sfiorando il tic nervoso, rappresenta una specie di Moby Dick, un bersaglio sempreverde. Perché allora Merlo non ne approfitta per affondare un po’ il colpo quando può? Ed evitiamo i “per tenerselo buono” o perché pubblica il giornale dove scrive suo zio, dai, siamo seri.

A me sembra invece che ci sia qualcosa di più profondo, ed è per questo che mi è venuta voglia di scriverne. Dopo aver letto l’intervistà, è da stamattina che cerco di ricordare dove ho letto che “nessuno, più di un comunista, subisce il fascino di una duchessa”.

È possibile che chi fa militanza, specie se militanza contro qualcosa o qualcuno, come il Foglio un po’ fa verso Repubblica, si crea un’immagine di quello contro cui “lotta” che a un certo diviene autonoma dalla cosa o persona concreta contro cui si lotta.  E quando questo succede, incontrare la persona dietro l’idea, vederla in carne e ossa, che respira, parla e si muove autonomamente dall’immagine che ti sei creato, rimani spiazzato e ti affascina, tanto da essere più “molle” di chi questa lotta non la fa. Succede ai comunisti con le duchesse, magari succede anche ai foglianti con gli Ingegneri, che ne sai?

Santé

A che serve la legge sulle unioni civili

in società by

Quella sulle unioni civili è una legge molto timida, nata da un compromesso con forze conservatrici e illiberali. Sinceramente ci sarebbe poco da festeggiare, è poco più di un atto dovuto.

Sennonché almeno di una cosa ci si può rallegrare. Ed è l’effetto che l’approvazione della legge sta avendo su certi settori della società. Le reazioni dei social network sono fantastiche, tra cattolici tradizionalisti impauriti o che inveiscono contro la distruzione della famiglia tradizionale, fascisti allo sbaraglio che girano video imbarazzanti urlando che l’omosessualità “non sarà mai legge”, gente che fino a tre giorni fa si incazzava perché ci sono cose molto più importanti e oggi invece propone il referendum contro le unioni civili.

Insomma, la varia umanità che questa legge ha scoperchiato, mettendo il dito nella piaga di settori di società retrivi e totalmente slegati dalla realtà, che godono solo nel negare ad altri diritti che loro hanno.

Bene, se la legge serve, oltre ad estendere diritti, anche a trollare queste persone e a mettere in crisi le loro certezze, di questo si ci possiamo rallegrare. La legge non dà pari diritti ma sanziona la normalità delle relazioni omosessuali, che diventano meritevoli di tutela di fronte al legislatore. Ed è questa sanzione della normalità a dare fastidio a questa gente. Quello di cui non si capacitano.

Purtroppo per loro, però, ormai è così e non si torna indietro. Loro e soprattutto i loro figli vivranno in un mondo in cui i froci saranno sempre più gente come tutti gli altri, anche di fronte alla legge. E non ci possono far nulla. Per fortuna nostra e soprattutto dei nostri e dei loro figli.

Santé.

 

The true carbonara

in cibo/cultura/società by

Dear international amici,

You have visto che razza di shit succed when you permit una french person di cook la carbonara. And infatt everyone in Italy are incazzati because this is one true schifezza. But poi succed che pure gli English si mettono a give lessons to the french on the carbonara and the pezza is worse of the hole!

The Guardian dice the french: stupid french look questa is the true carbonara. And what they do? They put aglio in the carbonara! But the soul of the bad-dead vostra! Aglio non goes in carbonara!

Allor, visto che nessun understand one fava di how si fa the carbonara we dice you.

Prim, tu prend le eggs and is meglio if they are not in the fridge perché you want the eggs at ambient temperatur.

Second, tu sbatt the eggs con half Parmigiano and half pecorino romano. Not usare all the albumi: if you use 4 eggs use only one albume. No mozzarella, no grana padano, no panna, no cheesecake: parmigiano and pecorino romano, cazzo! Altriment non è carbonara.
Devi sbatter very well and pure se sbattere well è one sbattimento lo fai, altriment vai at the restaurant che è better.

Allor, in the frattemp, tu put una grand pentola a bollire.

Poi tu metti the guanciale a frigger in one padella: the guanciale is the right carne for the carbonara because it has much grasso. And infatt se usi la pancetta or persino the prosciutto crudo – peggio me feel! – there is no abbstanz grasso e the carbonara fa schifo at the dick!

Stai very attento now: the guanciale must cuocere fino a che the grasso is trasparent and it comincia to divent brown. No more and no less: guanciale poco cooked tastes like petrolio and guanciale troppo cooked lo give to eat at your sister.

When the water bolle – and only when the water bolle! – you put the pasta and you cook the pasta al dente: al dente understand? No che se pasta cooks in 8 minutes you put the pasta and then go to make the cazzi yours for half an hour. No!

When the pasta is ready tu prend la pasta e la mix con the eggs. Devi mix very well perché sennò is frittata and frittata is a second dish or al massimo piatto unico but is not a first dish come carbonara.

Poi tu prend the guanciale and put on the pasta, prend pure un poco del grasso from the padella but not tutto altriment the piatto si slega. Vabbè but what you want understand!

Poi tu mett tanto pepper sopra the pasta and the dish is ready. Good appetito!

And mi raccomando: bevi cappuccino mentre you eat the carbonara!

Santé

Renoir e De Gregori

in musica by

Renoir, del 1978 è per me il più bell’album di De Gregori. La prima canzone dell’album è “Generale” che diverrà una delle sue più conosciute. Ci sono altre perle, meno note, come “Natale”, “Raggio di sole” e “Babbo in prigione”.

E poi c’è la canzone che dà il nome all’album: “Renoir”.

Anzi, in realtà ci sono due canzoni che si intitolano “Renoir” e hanno lo stesso testo. Il testo è tra i più bei testi d’amore che De Gregori abbia scritto, secondo me può parlare d’amore e nostalgia a decine di generazioni successive alle nostre non meno – pure di più, anzi – di una poesia di Catullo.

Gli aerei stanno al cielo
come le navi al mare
come il sole all’orizzonte la sera
com’è vero che non voglio tornare
a una stanza vuota e tranquilla
dove aspetto un amore lontano
e mi pettino i pensieri
col bicchiere nella mano

Chi di voi l’ha vista partire
dica pure che stracciona era
quanto vento aveva nei capelli
se rideva o se piangeva
la mattina che prese il treno
e seduta accanto al finestrino
vide passare l’Italia ai suoi piedi
giocando a carte col suo destino

Ora i tempi si sa che cambiano
passano e tornano tristezza e amore
da qualche parte c’è una casa più calda
sicuramente esiste un uomo migliore
io nel frattempo ho scritto altre canzoni
di lei parlano raramente
ma non vero che io l’abbia perduta
dimenticata come dice la gente

Però, anche se le parole sono le stesse, non si tratta di due versioni della stessa canzone ma di due canzoni differenti. Almeno la interpreto così: la prima, lenta, pensata parla di amori appena finiti che fanno male acutamente e si accompagnano a tanta tristezza. La seconda è molto più ritmata, allegra, con due voci che ripetono lo stesso testo con mezzo secondo di stacco. Parla degli stessi amori ma dopo un po’ di tempo, quando si sono cicatrizzati e li si ricorda con un po’ di malinconia (la prima voce) ma anche con il gusto e l’allegria di averli vissuti (la seconda voce).

La prima Renoir

La seconda Renoir

Nell’LP originale la prima chiudeva il lato A, la seconda apriva il lato B. Una trovata semplice ma geniale, che purtroppo si perde nei CD e nelle versioni digitali, e un po’ anche nella mia cassetta analogica piratissima registrata dall’album di uno zio.

Ora, De Gregori è uno a cui piace nei vari dischi e soprattutto nei concerti variare i testi e sopratutto la musica delle proprie canzoni. Alcuni di quelli che vanno ai concerti se ne lamentano anche perché non riescono a cantare assieme a De Gregori che cambia continuamente le canzoni. Anche a me è capitato.

In realtà è giusto che le canzoni cambino, perché cambiano anche nella nostra testa, a seconda dei nostri sentimenti del momento. De Gregori fa bene a dimostrarlo ogni volta, a farci vivere le sue canzoni non come una natura morta cristallizzata nel tempo ma come un qualcosa di vivo, che si muove e a volte ti fa pure incazzare.

Le due canzoni “Renoir” sono la rappresentazione più plastica di questo. Per questo, se penso a De Gregori penso a “Renoir”.

Auguri, Francesco.

Santé

Che cattivoni quelli del SI, signora mia.

in società by

Il dibattito sul referendum su questo blog sta assumendo toni sempre più surreali. Oggi il nostro Francesco Del Prato ci spiega che non andare a votare è giusto per dar fastidio a quei fricchettoni del SI, che sono contro il capitalismo, le multinazionali, la Coca Cola, la mamma. Il che mi sembra una posizione ragionata: non votiamo per farvi un dispetto perché siete la parte di Italia che ostacola il progresso. Strano, perché mi pareva di ricordare altre accorate posizioni dello stesso autore che ci spiegavano in lungo e largo quanto sia stata cattiva la sinistra, negli anni di Berlusconi, a dividere l’Italia tra buoni e cattivi, riservandosi la parte dei buoni. Sembra di capire che se lo fa la sinistra va male, se lo fa Del Prato e chi la pensa come lui, cioè chi è di destra, va bene. Ne prendiamo atto.

Un po’ il tenore del secondo post di Luca Mazzone, che però ci aveva regalato un bel primo post documentato, anche se con qualche classica punta di Mazzonismo (tipo robe come “il Post, giornale di sinistra”, daje a ride!). Il secondo post invece ci spiega che quelli del SI sono dei mentecatti perché ce l’hanno con i banchieri e le multinazionali, insomma altri argomenti del tutto esorbitanti rispetto al referendum.

Il punto, è caro Luca, che il fronte del NO, anzi il fronte del NO PERCHE’ PUNTIAMO ALLA ASTENSIONE, non è da meno in fatto di sciatteria e mancanza di argomentazione.

Del Prato e Mazzone si chiedono perché una parte del Paese reagisca a quesiti come quello sulle trivelle votando per dire no alle trivelle stesse come riflesso condizionato. A me viene da dire che basta guardare chi c’è dalla parte opposta e la spiegazione è immediata. Sì, perché se quelli del SI a volte possono spiegarsi e argomentare come un adolescente in fase di ribellione, la parte opposta – con lodevoli eccezioni – appare il solito agglomerato di opinioni e interessi che utilizzano sempre gli stessi argomenti del “bene dell’Italia/ a favore del progresso/ viva lo sviluppo/ per la crescita” e si spende – invariabilmente – a favore di roba come la TAV, l’EXPO, tenere aperta l’ILVA, le Olimpiadi di Roma. Di progetti, insomma, che non si sa mai quanto costino, quanto sviluppo creino, che vantaggi offrano, che conseguenze negative abbiano, e soprattuto sui quali non esiste mai un minimo, ma nemmeno un minimo, di trasparenza, ma che tutti dobbiamo prendere come la manna dal cielo “PERCHE’ SENNO VUOI MALE ALL’ITALIA”.

Ora, mi spiace, ma se si è davvero convinti che il referendum sulle trivelle sia sbagliato bisogna argomentare e spingere ad andare a votare NO, invece di trincerarsi dietro le solite frasi retoriche buone per tutte le occasioni e rifugiarsi nell’astensionismo. Basterebbe fare come nel primo post di Mazzone e portare argomenti e costringere il fronte del SI a replicare. Purtroppo però non avverrà mai perché chi oggi è per l’astensione non è uso solitamente argomentare alcunché. E allora è inutile prendersela coi fricchettoni.

Santé

L’Erasmus non c’entra niente. Piantiamola.

in giornalismo by

La reazione alla morte delle studentesse in Erasmus mi lasciano stupefatto. Non perché non condivida il lutto di fronte alla morte di molte ragazze  giovanissime che tornavano da una festa. Dice: “Ma se fossero stati vecchini di ritorno all’ospizio ti sarebbe dispiaciuto di meno?”. Boh, non lo so, forse si, credo sia una reazione naturale piangere la vita di chi ha più vita da vivere, non so perché accade e non dico sia giusto ma spesso è così.

Mi lascia stupefatto però l’accanirsi dei media e del nostro egocentrismo generalizzato su questa tragedia. Non potendo trovare una lettura migliore, una di quelle che fa davvero vendere di più i giornali, come la pista criminale o terroristica, la tragedia viene declinata all’insegna dell’Erasmus.

E quindi giù le lacrime e il profondo coinvolgimento emotivo di quelli che hanno fatto l’Erasmus, che si sentono sconvolti perché sono loro i più toccati da questa vicenda. Capofila di questi, immancabile, Roberto Saviano che siccome ha fatto l’Erasmus si sente sconvolto dalla morte delle studentesse. A breve credo possiamo sperare in un intervento di Adinolfi o Langone che ci spiegano che se le ragazze fossero rimaste in casa a far figli, invece di andarsene in giro per l’Europa, sarebbero ancora vive.

Ora dico, possibile che nessuno chieda: “Ma cosa cazzo c’entra l’Erasmus?”. Sono morte in un incidente stradale di ritorno da una festa; poteva succedere in qualsiasi occasione e luogo: dalla gita sui castelli romani al ritorno da un rave party in una foresta austriaca, da un addio al nubilato a una tombola parrochiale. Cosa cazzo c’entra l’Erasmus? Perché uno che ha fatto l’Erasmus dovrebbe sentirsi più colpito?

Il problema è che non siamo abituati più a ricevere informazioni senza che le si racconti in un qualche story-telling, senza una ricostruzione mentale che connetta un qualunque evento, specialmente se tragico, a qualcosa che gli dia un significato più ampio, ci tocchi di persona, ci faccia sentire coinvolti. Stavolta non c’era il terrorismo, non c’era la criminalità, lo sport, la famiglia, non c’era un cazzo da dire, insomma, se non l’Erasmus. E via tutti allora a scrivere rimembrando la propria personale epopea dell’Erasmus.

È così, siamo ancora meno preparati che in passato alle tragedie senza senso, al fatto che, purtroppo, shit happens, e quindi siccome il vuoto di senso ci fa orrore, ci appropriamo di una tragedia altrui trasformandola nella Tragedia dell’Erasmus. Ma alla fine è solo story-tellying, e neppure tanto confortante.

Santé

 

 

L’assorbente tabù

in società by

Nei primi anni di liceo avevo una compagna di classe che, durante il periodo mestruale, non si sedeva vicino agli alberi perché la nonna le aveva detto che l’albero si sarebbe seccato se venuto a contatto con lei. Ok, lei era un po’ scema, a credere a una simile stronzata ma del resto a quei tempi non si faceva educazione sessuale a scuola e, se quello era il messaggio datole dalla nonna, figuratevi che tipo di informazioni poteva ricevere discutendone a casa.
Ora, l’aneddoto mi è tornato in mente ascoltando le reazioni alla recente proposta di Civati. Il bel Pippo vorrebbe abbassare l’IVA sugli assorbenti al 4%, trattandoli quindi come beni di prima necessità.
La maggior parte delle reazioni è stata di scherno ma non sono mancati i “che schifo”.
Ora a me questa reazione ha ricordato molto la mia compagna di classe, perché è come se fosse una cosa indecente quella di parlare di una cosa che gran parte della popolazione vive per diversi giorni al mese. Essendo un fenomeno del tutto normale non dovrebbe essere un problema discutere civilmente di abbassare l’IVA sui prodotti che permettono di affrontarlo. Del resto, se qualcuno lo proponesse per i rasoi da barba la reazione non credo sarebbe la medesima, eppure non è che i peli della barba debbano necessariamente fare più o meno impressione del sangue mestruale.

Invece la reazione alla proposta di Civati è il risolino un po’ ammiccante, un po’ imbarazzato, come i bambini piccoli quando dicono “cacca” e si mettono a ridere. E quasi nessuno ci trova niente di strano.

Vabbè, che vi devo dire: “cacche”!
Santé

Il senso del Foglio per Repubblica

in giornalismo/ by

Ricorre in questi giorni il quarantennale di Repubblica che giustamente festeggia il proprio compleanno, un po’ come tutti. Fin qui, chissenefrega.

Sennonché, la cosa sembra fregare a qualcuno, oltre agli affezionati lettori di Repubblica. Perché, fenomeno unico nella storia del giornalismo mondiale, in Italia esistono gli haters di uno specifico giornale, esiste il partito degli haters di Repubblica che hanno addirittura un proprio giornale-organo a loro disposizione, cioè il Foglio.

Al Foglio questa cosa dei quarant’anni di Repubblica non va proprio giù. Anzi è proprio Repubblica ad andargli di traverso, anche se loro direbbero “Rep.” e non Repubblica.

Sì, perché rimproverano a Ezio Mauro di considerare Repubblica e i suoi lettori come un club ma allo stesso modo adottano un linguaggio da iniziati, così che ci si riconosca subito tra lettori de il Foglio. Loro non leggono “Rep.” se non per percularla, del resto sono contro il “pol.corr.”, che ricorda un po’ Pol Pot e infatti sta per “la dittatura del politicamente corretto”, loro leggono gli editoriali dell’Elefantino e di Cerasa, che quando può si firma col disegno di una ciliegia (“cerasa”, appunto, in dialetto siciliano).

Fatto sta che il Foglio, tramite la penna di Guido Vitiello ci ha regalato la sublimazione dell’astio per “Rep.”: l’articolo contro i 40 anni di “Rep.”. Si parte da un’affilata critica dell’idea di Ezio Mauro di far fare ai propri lettori un selfie con la prima copia originale del giornale, chi l’avesse ancora (io conservo il numero zero di “Venom” della Marvel, aspettandone il quarantennale per fare lo stesso, del resto).

Non sia mai: è macabro. Ricorda la polaroid di Moro che, prigioniero, tiene in mano Repubblica. Uno dice: ma ci sono state migliaia di prime pagine di Repubblica che hanno accompagnato la storia e la cronaca italiana per 40 anni, che c’entra Moro? Niente. Ma per Vitiello, il fatto è grave, gravissimo: richiama alla mente nientemeno che “la macabra “moda alla ghigliottina” di fine Settecento – le dame aristocratiche con un nastro di seta rossa al collo per ricordare le vittime del Terrore“. Poffarbacco!

Dopodiché Vitiello ci spiega che lui la foto non se la fa perché, insomma gli dispiace, ma non si sente parte del club. Lui, insomma, non si sente tale e quindi non se la sente di farsi la foto. E pazienza. Ma seppure non ha fatto la foto:

“[…] ho fatto qualcosa di meglio, ho letto il primo numero da cima a fondo, dalla pubblicità della Sanyo in alto a pagina 1 a quella dei mangimi Mignini in basso a pagina 24, se non altro in cerca di indizi, di premonizioni, di segnali che potessero spiegare la mia triste inappartenenza [al suddetto “club di Repubblica”, N.d.A].

Ed ecco che si mette a leggere da cima a fondo il giornale in cerca di indizi che avrebbero già segnalato l’orrore che verrà: e li trova, perdinci, “in coda a un commento di Andrea Barbato: “La questione morale si chiuderà soltanto quando si apriranno per alcuni le porte dei tribunali”. Ecco, non dico che mi sentirei più a mio agio sfoggiando un vezzoso paio di manette in un party di notabili socialisti decaduti, magari lanciando monetine di cioccolato sull’anfitrione, ma insomma!

Eheheh! Sgamati, vecchi forcaioli di Repubblica! Lo si capiva fin da subito che eravate dei manettari!

Poi la pagina della cultura, ma qui il Nostro si perde perché attacca Michele Serra che un giorno si dichiara pop ed estimatore di Zalone e il giorno dopo rimpiange la lettura di Campana alle Feste de l’Unita. Questi “sono sintomi di una schizofrenia più generale” di Serra. Del resto, se ti piace Zalone non puoi aspirare a letture pubbliche dei testi di Campana: è una contraddizione in termini. Alla festa popolare, è noto, non puoi leggere Campana: a ciascuno il suo, Zalone per il pueblo, Campana per l’intellighenzia.

E via andare, alla ricerca di strafalcioni nel primo numero di Repubblica.

Ora, rimane da domandarsi, in primo luogo: se andassimo a pescare (parti di) editoriali e articoli non di quarant’anni ma di quattro anni fa, in qualsiasi giornale, quante opinioni che in seguito si sarebbero rivelate cazzate troveremmo? Quante cose che nessuno si sognerebbe di riscrivere? È una operazione che ha un minimovalore giornalistico?

Ma, soprattutto, il rimprovero sostanziale che da principio si muoveva a Repubblica, quello – non del tutto infondato – di considerare un giornale un club di iniziati e i non-lettori sostanzialmente degli sfortunati meschini, è esattamente quello che replicano, in piccolo, il Foglio e Vitiello (e ovviamente quello che ancora più in piccolo verrà rimproverato a noi che facciamo la metalettura della metalettura di Vitiello e Repubblica): insomma, i lettori di Rep. non sono lettori di un giornale, sono replicanti trinariciuti di una dottrina fideistica che vorrebbe insegnare agli altri come vivere e cosa pensare.

Fortuna che ci sono il Foglio, i suoi giornalisti e i suoi lettori che hanno gli strumenti intellettuali per insegnarci come vivere e pensare per salvarci da questa pericolosa china, che potrebbe portarci al Terrore giacobino.

Non che ci dispiaccia essere salvati, ma insomma signora mia, avremo pure il diritto di dire che il ponte della scialuppa non è tirato a lucido? Perché d’accordo che i monumenti sono fatti per essere sporcati ma qui si comincia a perdere il senso. I 40 anni di Repubblica sono un’occasione imperdibile per farsi due risate alle spalle di Scalfari & co (che ci mettono del loro, bisogna ammetterlo), ma numero dopo numero dopo numero, viene il sospetto che quella dei foglianti per Rep. sia una vera ossessione. I limiti di Repubblica sono arcinoti a chiunque abbia l’onestà di vederli, sono gli stessi da un bel po’ di anni a questa parte e sono tutti legati al protagonismo dei suoi editorialisti. Accanto a questi, e costituisce il 90% del giornale, c’è la copertura della notizia politica, di cronaca, di sport (nessuno tocchi Gianni Mura), fatta con competenza e indagine. Repubblica è un giornale “classico” che riporta  e commenta i fatti del giorno, il Foglio un esperimento quasi più letterario che giornalistico, fatto di soli commenti. Uno ha la potenza di fuoco dei grandi giornali, l’altro la nicchia di un pubblico affezionato e fedele quanto quello di Rep.

Se da un lato è facile comprendere che Rep. è diventata il simbolo del perbenismo borghese di sinistra, nevrosi e tic compresi, dall’altro faccio fatica a comprendere come questa critica possa diventare una categoria giornalistica a sé stante. Lo dico da ormai ex lettore di Repubblica, ora lettore del Foglio, per il poco che leggo.

Che palle.

È un peccato perché nonostante mi trovi quasi sempre in disaccordo con Ferrara e molti altri, apprezzo sia lo stile di tanti che ci scrivono (ultimo questo godibilissimo articolo su Roma e il suo rapporto con la letteratura contemporanea) che il coraggio nel prendere posizioni coraggiose. E’ ovvio che quello che ci piace del Foglio è proprio il suo essere altro rispetto a Repubblica, ma vi prego, basta, smettete di ricordarcelo e fate quello che sapete fare meglio: scrivete.

Continuare a perculare Repubblica comincia a ricordarmi l’amico, tutti ne abbiamo uno così, che non perde occasione per fare una battuta sul nuovo tipo della sua ex, e come dice Michael Stipe “Living well is the best revenge

Sense: la recensione di un romanzo ancora in corso.

in scrivere by

Quindi Alessandro Capriccioli ha deciso che, tra le tante cose che sa fare molto meglio di me, ora c’è anche la narrativa. E si è messo a scrivere un romanzo di science-fiction che pubblica, a puntate, come se non bastasse, qui.

Ebbene, io detesto lo sci-fi perché è già tanto che riesca a fare login nella mia email senza chiamare l’IT, quindi, per dire, figuriamoci la narrativa basata sulla tecnologia. Non solo, io odio anche le storie a puntate, sin da quando Topolino spezzava le storie lunghe in due o più numeri (maledetto topastro!).

Per darmi un maggior tono, aggiungo che non avrei mai potuto essere un lettore di Hugo, Dumas o Dickens quando scrivevano feuilleton perché non sopporto di dover attendere il seguito di una storia.

Bene, sappiate che se la pensate come me, il romanzo di Ale dovete leggerlo comunque perché io lo sto adorando. Siamo in un’Italia futura, tra una ventina d’anni, e si sono inventati delle app che ti istallano direttamente nel cervello e migliorano di moltissimo le tue capacità e conoscenze.

Ovviamente le app costano, alcune un sacco di soldi, e col cavolo che tutti se le possono permettere.

Chi può, ovviamente le acquista per distanziarsi ancora di più da chi i soldi per comprarle non li ha. E però c’è anche chi questo stato di cose non lo gradisce affatto. Una infima minoranza che si fa disinstallare le app e le rivende perché vuole farcela senza barare e collettivi di contestatori che provano a craccare le app, per il momento con scarsi risultati.

E poi c’è anche chi ammazza, per rubare le app installate nei cervelli altrui. Ed è su questi che indaga il commissario Scaglia, uno che una volta le app ce le aveva e ora non più. Hanno ammazzato un poveraccio, un essere umano di “Fascia C”, un mentecatto insomma che però aveva installate delle app che evidentemente valeva la pena rubare. Di quelle insomma, che non trovi gratis nel fustino del detersivo: e come poteva permettersele, sto sfigato?

Insomma, per ora un sacco di domande e io sto qui come un cretino ad aspettare la prossima puntata. Venite anche voi, nel mondo del romanzo di Ale, vi assicuro che ci piacerà.

Santé

Cerasa contro Zorro

in Micropost by

Già il Foglio contro Piketty sarebbe una storia fantastica, del tipo Maciste contro Zorro.

Aggiungici pure che il direttore de il Foglio non sa nemmeno scrivere il nome di Piket.. Pichett.. Pykez.. Grazie, Cerasa, grazie!

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STACCE TU, ovvero “dei presepi che non c’entrano nulla”.

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Ora, rispunta la questione del presepe a scuola, a margine di un’iniziativa che in realtà nulla aveva a che fare con il presepe ma, si sa, né i leghisti né i loro difensori fighetti sono abituati al pensiero complesso.

Ora, a me i presepi da sempre piacciono molto ma non si capisce cosa c’entrino davvero con la scuola o, meglio, si capisce che non c’entrino nulla. Perché si debbano imporre dei simboli religiosi solo di alcuni in un luogo, per definizione, di tutti non è chiaro.

Nella visione di Mazzone il presepe serve a scassare il cazzo a chi non lo vuole, soprattutto ai laici: insomma il presepe come arma contundente contro l’asfissiante cappa del politicamente corretto. Basterebbe questo per far inorridire ogni vero religioso, prima ancora dei laici.

(A margine, siamo il paese dove un vicepresidente del Senato dava dell’orango a un ministro di colore e il segretario del suo partito, che ora va in giro a dispensare presepi a chi ne ha bisogno, cantava che i napoletani puzzano, mentre altri ci informano che le parlamentari di opposizione fanno i bocchini. Ma il politicamente corretto, signora mia, ci seppellirà tutti!)

Comunque, al di là del disprezzo che Salvini e, a ruota, Mazzone e gli altri suoi fan mostrano nei confronti del presepe stesso, il punto è che il presepe non è la messa, né l’accensione della chanukkah, né il festeggiamento della fine del Ramadan. Al presepe non si sceglie se partecipare oppure no: il presepe te lo cucchi entrando a scuola. Esattamente come il crocifisso te lo becchi appeso in classe e tutti zitti. Non cambia niente, a differenza di quanto sostenga Luca, a meno di sostenere che quelli del presepe rappresentino semplici pupazzetti di plastica tipo i Master o i soldatini, cosa che, nuovamente, se la racconti a un cattolico vero, quello si incazza e ha ragione.

Ora, non ci vuole la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (che pure già si è espressa in merito) per capire che questo impone ai miei figli di beccarsi un indottrinamento religioso anche se io non ho intenzione di impartirglielo e sin da quando sono più piccoli e suggestionabili.

Il tutto mentre non mancano affatto, a chi vuole, i metodi per impartire la dottrina cristiana ai propri figli: basta mandarli al catechismo, in parrocchia o all’oratorio.

Ma questo tuttavia non passa per la mente dei Nostri: sono occupati a far sì che gli altri accettino i punti di vista altrui senza far tante storie. È il sale della convivenza sociale, ci dicono: “Non sei d’accordo? Beh: stacce!”.

E sin qui hanno ragione. Il piccolo problema è che non si chiedono mai quando è che ai cattolici si dica: “stacce!”. In Italia ci sono chiese e oratori praticamente a ogni isolato. La televisione, specie la TV pubblica, è strapiena oltre che di notizie sul Papa, di serie TV di soggetto cattolico, programmi religiosi e messe. Nessun governo della storia della repubblica è stato privo di ministri provenienti da partiti politici cattolici.

In questo contesto, avere uno spazio pubblico, la scuola, in cui questa presenza sia limitata – certo non eliminata, visto tra l’altro insegnamento opzionale della religione cattolica – non sarebbe un modo di annientare il diverso, sarebbe un modo di far capire ai cattolici che il loro credo non ha diritto di essere onnipresente: possono anche esserci spazi pubblici al di fuori della loro portata.

E, in effetti, il casino di quest’anno non è iniziato dal presepe ma da due mamme che volevano entrare nella scuola a insegnare anche canti religiosi ai bambini: avrebbero potuto imparare qualcosa dal rifiuto ma no, loro avevo il DIRITTO di difendere i canti natalizi a scuola!

 

Alle mamme in questione sentirsi dire un colossale “No, grazie. STACCE!” avrebbe fatto un gran bene. Come farebbe bene al Fronte Nazionale di Imposizione del Presepe sentirsi dire: “No grazie, magari fatelo a casa vostra o in parrocchia”.

Con buona pace del suddetto Fronte, il presepe nell’atrio non dà alcuna scelta: è un’imposizione. Ed è l’ennesima sanzione che non esiste posto pubblico in cui si possa stare al riparo non “dalle idee altrui” ma dall’imposizione di quella unica e sola idea altrui che in Italia viene riproposta dovunque. E se questa imposizione nemmeno proviene da un dirigente scolastico ma dal segretario di un partito politico, che decide di portare un presepe fino alla scuola di Rozzano, la cosa è molto più grave.

Ovviamente però è più urgente difendersi tutti dal politicamente corretto.

Santé

 

The Lasagna Thing

in cibo by

Dear non-Italian friends,
I am writing in support of your dietary liberation. As an Italian, I often discriminated your way of eating Italian food, criticising how you cook pasta, the time in the day you drink cappuccino or the cream you put in your tiramisu. Now it’s time to stop. And not just for me, I also urge all my fellow Italian to stop harassing you.
It is about time we Italians recognise Italian food is not only Italian anymore. And it has long been like this. When we emigrated and exported Italian food culture, opening Italian restaurants and bar everywhere in the world, we had to do compromise with the local culture and the local supply of ingredients. So “spaghetti with meatballs”, “spaghetti bolonnaise” and all the sort of possible stuff we Italians see as an aberration are actually part of Italian food culture in the world.
In other words, you have the right to eat Italian food the way you like it, without being obliged to listen to any Italian whining that your pasta is overcooked or that no one in Italy would eat pasta and chicken in the same dish: do as you like! Really!
As long as I do not have to eat it, you can eat Italian food as you wish.
After all, as an Italian, I never heard a Chinese person ironizing about the way we eat Chinese food in Italy: we normally walk in Chinese restaurants and get starters, first course based on noodles or rice and second course based on meat, chicken or fish: something that just makes no sense in real Chinese cuisine.
And no Chinese person ever told me we eat crappy spring rolls or fried rice, even though we do. No German friend ever mocked our würstel either (this is how we call Vienna Sausages in Italy by the way, of course it makes no sense, thanks for not telling us). And we are actually convinced Ikea food is the only existing Swedish food.
But why do we Italians eat this stuff, then? Well, for the very same reason you non-Italians eat not-proper-Italian food all around the world: we just like it the way it is!
We are used to it! Just like you people are used to overcooked spaghetti and overgarliced Bruschettas (we Italians do not eat as much garlic as people often assume, but if you like it, go for it!).
So, it’s really about time Italians stop pestering other people about how wrong their Lasagnas are and how they drink their macchiato. Don’t allow us harassing you about food, anymore, guys! Really!
Best!
P.S.: maybe, if we could just rediscuss that Lasagna thing…

Santé

Ingrao e i dissidenti fuori tempo massimo

in politica by

Dell’improbabile post che il buon Luca Mazzone ci ha regalato sulla morte di Ingrao non c’è molto da dire. Opinione legittima, come tutte, anche se del tutto disinformata e faziosa, la sua. Bene così.

Io mi vorrei soffermare però sulla frase con la quale l’autore ha pubblicato il post sulla pagina FB di Libernazione: “Ingrao riceverà onori ed elogi ipocriti e immeritati. Qualcuno deve dirlo.

Certo, “qualcuno deve dirlo”: bisogna spezzare l’asfittico consenso di regime che si condenserà su Ingrao e ricordarne, con coraggio e sprezzo del pericolo, i molti difetti. Chi avrà questo coraggio, altrimenti?

La temeriarietà di sfidare la imperante egemonia della sinistra nel dibattito pubblico non è cosa da poco, di questi tempi. Ben venga chiunque osi abbattere il muro del silenzio e dell’omertà.

Questo, in pratica, è il messaggio di quella frase, lo storytelling squisitamente liberale che presenta opinioni imperanti e soprattutto acquisite dalla “gente-che-conta” come eretiche e rivoluzionarie prese di posizione contro il regime stalinista che ci circonda.

Ma certo.

Poi però, apri l’Unità, giornale per il quale Ingrao lavorò, rischiando la pelle, durante gli ultimi anni del fascismo, e che diresse per un decennio, dal 1947 al 1957. Apri il sito e ci trovi due editoriali, uno di Rondolino e uno di Lavia che fanno a pezzi la figura di Ingrao. Sul giornale che lui aveva diretto, al quale aveva dedicato parte della vita. Nel giorno della sua morte.

Ora, uno dice: “Beh, salutare dibattito! Non vanno creati santini e fatti sconti a nessuno. Poi i tempi sono cambiati”. E avrebbe anche ragione. Non fosse che in questo Paese QUALUNQUE fetecchia muoia viene regolarmente elevato a santo nello stesso giorno e incensato da amici e oppositori  e chiunque si azzardi a sollevare qualche dubbio viene additato come sciacallo e infangatore.

Vale per tutti, non vale per Ingrao, dipinto come eretico sognatore perennemente votato alla sconfitta dalle pagine del “suo” giornale. Cercate un solo esempio di direttore di giornale morto e triturato dallo stesso quotidiano nel giorno della sua morte . Non lo troverete. Solo a Ingrao è stato riservato questo trattamento.

E allora va bene tutto, cari liberali, maramaldeggiate pure voi su Ingrao, come tanti stalinisti. Ma almeno non ci venite a raccontare che “qualcuno debba pur farlo”. Per fare i coraggiosi dissidenti, sul punto, siete ampiamente fuori tempo massimo.

Santé

Lasc Johnny in peace, Italian femmin

in giornalismo/internet/società by

Dear Italian femmin,
But che dick want you from my Johnny? Who does incul you? Quando have we chiest your opinion? Mica we have chiest: “Sorry, all Italian femmins, but what do you pens of Johnny?”
I think you stai a rosica’ because Johnny not te se fila even di striscio pure now that he is a bit chiatto. But man of panz, man of substance, zia!
And remember infatt che Johnny has the substance and if he wants he accatta himself an esercito of personal trainers and in meno that 3 weeks he is back as a fico and with big muscols che nemmeno Leonida in the 300 film. Big Jim je make a pippa.
But poi we don’t frega cazz di outside bellezza, Johnny is beautiful dentro. And also he is so rich that quando striscia the American Express the cassa starts making fuochi d’artificio che nemmeno a Naples at Piedigrotta. And pure io don’t scherz. And you say my Johnny is dressed like monnezza? My Johnny? But when ti sei made Kate Moss and Winona Ryder and quella di Dirty Dancing what te ne fott of eleganza?
And poi m’have you vista? Johnny can be brutt but he stays with me and I am so bell that when your boyfriend sees me on the rivista, he walks veloce to the bathroom and comes out with big occhiaie.Perciò give me retta, zia, lasc my Johnny in peace and torna a wait for the SMS of that cassonetto of your collega che maybe ti invita out with his new Panda Special. I have no temp for you and your friends pussy di legno, because me and Johnny go to camporella with his yacht.
Ciao and saluta your sister.
Amber

 

And please, Italian femmin and masculi, invece di stay a make nu cazz on the computer or look at quant chiatt is Johnny, go and vote Libernazione at this minchia di Macchianera Italian Awards 2015

 

 

No. Nessuna funzionaria americana è stata arrestata in nome del matrimonio gay

in giornalismo/società by

Probabilmente sarete già stati subissati, come me, dalle grida allarmate sulla povera funzionaria del Kentucky arrestata perché si rifiutava di mettere in atto la decisione della Corte Suprema, che rende legale il matrimonio omosessuale in tutti gli Stati Uniti.

Sentiremo reazioni isteriche di allarme contro lo Stato Etico, la “Dittatura-del-politicamente-corretto”™, i progressisti che in realtà sono fascisti perché impongono con la forza le proprie idee agli altri.

Negli Stati Uniti chi non vuole i matrimoni gay va in galera…

Ovviamente si tratta di una cazzata: la tizia non è stata arrestata perché non gli piace il matrimonio omosessuale, è stata arrestata perché non ha rispettato l’ordine di un tribunale. A differenza che in Italia e in altri Paesi di civil law, negli Stati Uniti si può essere sanzionati anche con la galera per contempt of court.

Avete presente quando nei film americani il giudice minaccia: “la faccio arrestare per oltraggio alla corte”? Ecco, il contempt of court è questa cosa qui: è un illecito grave mancare di rispetto a un tribunale, come ad esempio nel video qui sotto, dove un imputato in un processo ha insultato il giudice e per questo è stato seduta stante condannato a 60 giorni di carcere per contempt.

https://www.youtube.com/watch?v=woT39N57pcY

Ma si può essere condannati per contempt of court non solo per aver presto a maleparole il giudice ma anche perché ci si rifiuta di obbedire a un ordine legittimo di una corte. Ed è esattamente quello che è successo alla funzionaria del Kentucky. Nessuna dittatura, insomma, ma semplice rispetto della legge. Ditelo a il Foglio prima che facciano un inserto speciale su questa nuova eroina della libertà di pensiero.

Santé

 

Gli imbecilli hanno sempre avuto diritto di parola

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Amici, vi vedo caldi con ‘sta cosa di Eco che internet avrebbe “dato diritto di parola agli imbecilli“. Mi corre però l’obbligo di farvi notare che, in realtà, gli imbecilli il diritto di parola lo hanno sempre avuto; normalmente,anzi, questo diritto viene messo in discussione per chi dice qualcosa di intelligente e soprattutto insolito, mentre la caratteristica dell’imbecille è tipicamente quella di dire qualcosa che corrisponde al peggior “senso comune” della GGENTE, ritenendosi allo stesso tempo portatore di una visione scomoda e anticonformista.

Internet, i social cui si riferiva principalmente Eco, ma anche, ad esempio, i commenti agli articoli dei giornali online o dei blog, e i blog stessi, ovviamente, fanno solo da megafono a questa legione di imbecilli e, siccome l’imbecillità è una malattia contagiosa, specie se travestita da improbabile anticonformismo, quello che internet fa è semplicemente aumentare la virulenza dell’imbecillità, trasformando le legioni in eserciti.

Non bisogna però confondere gli effetti con le cause, come del resto direbbe lo stesso Eco. La prima causa dell’imbecillità sono gli imbecilli, non internet, come avrebbe potuto facilmente spiegarvi Joseph Goebbels, un imbecille che ha contagiato milioni di persone molto prima che internet fosse anche solo concepito.

Santé

Il saluto romano non è il mio style. Nemmeno per scherzo.

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L’ultimo post sulla pagina di Facebook, che raffigura una fila di ragazze che fanno il saluto romano è intitolato “Libernazione’s style”.

Giusto perché sia chiaro che non è affatto lo stile di tutti gli autori di Libernazione pubblicare una schifezza di questo genere anche solo per prendere in giro, non è dato sapere perché, Se Non Ora Quando.

Mi dissocio da questa immonda porcheria, politicamente, moralmente e giuridicamente.

Absinthe.

Analisi del voto in Liguria

in Micropost by

Parliamoci chiaro, il risultato in Liguria è colpa di Civati e della sua velletaria e irresponsabile scelt… ahahahahahahahaha hahahaha hahahahhahahahahahahhahah ahahahhah ahahhahahhahahhahahaha
hhahahhahahahahahahhahah ahaahahahahahahahha… Buahahahahahaa hahahahahahhahah!!!!!!
Vi prego bastaahahahahhahah hahhahhahahhahahahha !!!!!!! Muoio
hahhahahahhhahhahhahahahaaha hahahhahahhahahhahhahah ahhahahahhahahaha!!!!!!!!!!!!!!

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